Un vannacciano presidente della Vigilanza Rai? Il fanta-scenario per risolvere lo stallo

Roberto Vannacci inizia a scalpitare sulla Rai. Perché vorrebbe più spazio in televisione, mentre ne ha pochissimo. E sogna anche un suo rappresentante in Vigilanza, se la commissione si dovesse ricostituire. Ma, per paradosso, a Futuro nazionale potrebbe andare addirittura la presidenza dell’organo parlamentare sulla tivù. Fantapolitica? Forse, ma andiamo con ordine.

Muro contro muro dopo lo strappo sulla riforma della Rai

Lo strappo del centrodestra sulla riforma della Rai – con una legge che la maggioranza si è votata in solitaria a suo piacimento in VIII commissione a Palazzo Madama, senza far toccare palla all’opposizione, e che arriverà in Aula il 26 novembre – come conseguenza ha bloccato la trattativa per la ricostituzione della Vigilanza, che si è dimessa in blocco all’inizio di luglio.

Un vannacciano presidente della Vigilanza Rai? Il fanta-scenario per risolvere lo stallo
La Commissione parlamentare di Vigilanza Rai (Ansa).

I presidenti di Camera e Senato Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa a metà settembre hanno chiesto ai capigruppo dei partiti di fornire loro i nuovi nomi per la commissione, cosa che il centrodestra ha fatto e l’opposizione no. Da qui la minaccia di La Russa di procedere a nominare d’ufficio i rappresentanti dell’opposizione, cosa che dovrebbe fare assieme a Fontana, com’è accaduto in precedenza con la commissione Covid.

Un vannacciano presidente della Vigilanza Rai? Il fanta-scenario per risolvere lo stallo
I presidenti di Senato e Camera Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana (foto Imagoeconomica).

Dopo aver dato l’ultimatum, ora però il presidente del Senato temporeggia: «Mi prendo ancora un paio di settimane di tempo», ha fatto sapere mercoledì. Perché? Qualcuno nell’opposizione sospetta che La Russa si sia infilato in un cul-de-sac. Dopo lo strappo sulla riforma, infatti, il centrosinistra ha richiuso la porta alle trattative sulla Vigilanza. «Non daremo alcun nome, per noi il discorso è finito», hanno fatto sapere Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia viva. Se i presidenti di Camera e Senato procederanno d’ufficio, però, a quel punto sarà difficile non valutare la richiesta di Futuro nazionale, che a Montecitorio vanta nove deputati all’interno del gruppo misto.

In Vigilanza potrebbe fare il suo esordio un vannacciano

Prima della pausa estiva Fontana aveva rispedito al mittente la richiesta di Fn, spiegando che in Vigilanza un rappresentante del misto c’è già, ma ora, con l’aumento dei parlamentari vannacciani, sarebbe costretto a riprendere in considerazione la richiesta. «Per adesso non siamo stati contattati da nessuno», fa sapere Edoardo Ziello, deputato del generalissimo. Ma se la procedura d’ufficio dovesse andare avanti, in Vigilanza potrebbe fare il suo esordio un vannacciano. E magari proprio Ziello, che sul fronte televisivo sembra quello più sul pezzo.

Un vannacciano presidente della Vigilanza Rai? Il fanta-scenario per risolvere lo stallo
Roberto Vannacci ed Edoardo Ziello (foto Imagoeconomica).

«In tivù, specialmente in Rai, non ci siamo mai. Non compariamo nei pastoni dei telegiornali e le poche volte che ci invitano nei talk show accade in orari in cui la televisione la guardano in pochi, com’è accaduto l’altra sera a Porta a porta», osserva ancora Ziello, a cui non è sfuggito che l’invito a Vannacci da parte di Bruno Vespa è arrivato per Porta a porta e non per l’altro suo programma, 5 Minuti (che fa quasi 4 milioni di telespettatori).

Lo scenario: l’opposizione diserta, Fn garantisce il numero legale e poi…

Ma se un esponente del generale dovesse entrare in Vigilanza, tra i banchi dell’opposizione, potrebbe addirittura diventare presidente. Può accadere, infatti, che la commissione si riunisca, il centrodestra si presenti e l’opposizione no, tranne Fn, garantendo quindi il numero legale. Nella prima seduta si vota il presidente che, per prassi, va a un parlamentare della minoranza. E chi c’è dell’opposizione? Un uomo (o una donna) di Vannacci. E tanti saluti a Barbara Floridia & company.

Un vannacciano presidente della Vigilanza Rai? Il fanta-scenario per risolvere lo stallo
Barbara Floridia (Imagoeconomica).

Intendiamoci, la possibilità che ciò avvenga è tutta in salita, ma in teoria non si può escludere. «Sembra fantapolitica, ma potrebbe succedere davvero», sussurra un esponente del Pd in Vigilanza. Al momento, però, sembra difficile che i presidenti di Camera e Senato vogliano davvero dare un posto a Fn in commissione. Anche per questo, si sussurra, La Russa sta temporeggiando e Fontana sul tema non emette un fiato. Fedeli anch’essi a un preciso ordine giunto da Palazzo Chigi: non parlare di Vannacci, sminuire il suo movimento, tenerlo ai margini e non offrirgli spazio mediatico.

Un vannacciano presidente della Vigilanza Rai? Il fanta-scenario per risolvere lo stallo
Roberto Vannacci e, nell’immagine dietro di lui, Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Basta vedere come nel centrodestra hanno esultato per le elezioni suppletive nel collegio di Reggio Calabria, definendo il risultato di Futuro nazionale un flop. «Ma come si fa a parlare di fallimento quando un partito nato pochi mesi fa, dato nei sondaggi all’8 per cento, alla sua prima uscita elettorale raggiunge l’11 per cento?», si chiedono tra i vannacciani. E la domanda non è così campata per aria.

Strage di Ustica, nuova svolta: gli atti tornano alla Procura

Il gip di Roma ha disposto la restituzione immediata alla procura degli atti relativi al procedimento sulla strage di Ustica avvenuta il 27 giugno 1980, quando il Dc-9 Itavia precipitò nel mar Tirreno provocando la morte di 81 persone. La decisione del giudice arriva dopo che il procuratore capo Francesco Lo Voi ha formalizzato la revoca della richiesta di archiviazione alla luce della disponibilità arrivata dalle autorità francesi a trasferire all’Italia tutta la documentazione relativa alla strage.

L’ordinanza del gip

«L’ammissibilità della revoca (della richiesta archiviazione, ndr.) è la soluzione più ragionevole, favorendo un auspicato celere approfondimento investigativo onde pervenire all’ultimazione della fase processuale dei due procedimenti penali con la conferma della richiesta di archiviazione ovvero con l’esercizio dell’azione penale», ha sottoloneato il gip di Roma Livio Sabatini nell’ordinanza. «Ritenuta l’ammissibilità della revoca della richiesta di archiviazione, considerata l’istanza di restituzione degli atti formulata dal pubblico ministero e l’assenza di ulteriori richieste al gip, si deve disporre l’immediata restituzione degli atti al pubblico ministero per le determinazioni di competenza», ha continuato il giudice.

Botta e risposta Schlein-Meloni: «10 giorni per rispondermi con 10 falsità»

«Elly Schlein risponde oggi a una domanda che le ho fatto quasi due settimane fa. Con questi ritmi ce la vedo bene a risolvere i problemi degli italiani. P.S. Ah, e ovviamente lo fa elencando 10 falsità». Lo ha scritto sui social la premier Giorgia Meloni commentando le parole che la segretaria dem ha pronunciato alla direzione del partito al Nazareno.

Cos’ha detto Schlein

«Meloni mi chiede di dirle una cosa vera, io gliene dico 10», aveva detto Schlein. «Dicevate che avreste abbassato le tasse, siamo al record di pressione fiscale degli ultimi 12 anni. Abbiamo gli stipendi tra i più bassi d’Europa e il costo dell’energia all’ingrosso più caro d’Europa. Provate a negare questo. Quasi 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta, quasi una persona su 10. Quasi 6 milioni di italiani rinunciano a curarsi perché le liste d’attesa sono troppo lunghe o perché non se lo possono permettere. Nel 2025 sono nati 355 mila bambini, è il numero più basso dal dopoguerra. Dopo quattro anni di governo sulla natalità la destra ha fatto molta retorica e pochissime politiche. Eppure i dati sono chiari, non è la mancanza di valori a frenare le nascite ma la precarietà del lavoro che colpisce soprattutto le donne i giovani. Soprattutto al Sud di questo Paese i redditi troppo bassi, le difficoltà ad accedere a una casa, la carenza di servizi di asili nido, la penalizzazione delle madri sul lavoro. Ecco, quando la stabilità si trasforma in immobilismo vuol dire che i nodi vengono al pettine. Più tasse, più debito, caro vita alle stelle, stipendi bassi e nessuna crescita. Questa è l’eredità che lasciano».

Kaliningrad, l’ambasciata russa: «In Italia campagna stampa contro di noi»

L’ambasciata russa in Italia interviene su Kaliningrad, l’exclave russa tra Lituania e Polonia da giorni al centro di un’escalation verbale tra Mosca e la Nato. In un post su Facebook ha denunciato che «osserviamo nei media italiani una campagna mediatica lanciata a capofitto da giornali come Corriere della Sera, Stampa e Repubblica per accusare la Russia di aver intensificato la questione delle armi nucleari contro la Nato». «Purtroppo», ha accusato, «questa non è la prima volta che le dichiarazioni ferme e decisive della Russia, miranti a rovesciare e raffreddare i capi scaldati da sentimenti reazionari e militari, sono state interpretate in Italia come manifestazione di aggressione, propaganda anti-occidentale e minaccia ibrida da parte di Mosca». La rappresentanza consiglia dunque «coloro che sostengono tali approcci di non perdere il contatto con la realtà e di cercare di osservare oggettivamente la situazione che si sta sviluppando nel contesto europeo e più ampio in campo della sicurezza».

Tajani stretto tra il pressing di Occhiuto e la presa su Forza Italia

Antonio Tajani come la vecchia enciclopedia Motta che un tempo occupava un ripiano intero delle librerie di molte case italiane. Prometteva il “sapere universale” ma, tolta qualche ricerca scolastica, rimaneva intonsa per anni con le pagine «ingiallite» dal tempo. Ecco quell’aggettivo, pronunciato da Roberto Occhiuto alla presentazione del libro Il coraggio di governare, è risultato indigesto al leader di Forza Italia, già nell’occhio del ciclone per gli ultimi scivoloni sulle «ragazze affidabili» e sulla sentenza Regeni.

Tajani stretto tra il pressing di Occhiuto e la presa su Forza Italia
Roberto Occhiuto (Ansa).

«Io non sono l’anti-Tajani, sono il vice di Tajani, ma FI si è un po’ ingiallita e la sua comunicazione va rivista», aveva sottolineato il governatore calabrese mercoledì nel caos di una galleria Sordi gremita da forzisti della cosiddetta minoranza ed ex (tra cui Francesca Pascale e Mara Carfagna). In prima fila sedevano i ministri Paolo Zangrillo e Maria Elisabetta Alberti Casellati. E poi Deborah Bergamini, Giorgio Mulè, Alessandro Cattaneo, Francesco Paolo Sisto, Stefania Craxi e persino Claudio Lotito, presente anche ai festeggiamenti per la vittoria di Fabio Roscioli alle Suppletive di Reggio Calabria. Un attivismo che sta insospettendo i maligni: il (contestatissimo) patron della Lazio e della Reggina sarà mica in cerca di una ricandidatura?

Tajani stretto tra il pressing di Occhiuto e la presa su Forza Italia
Roberto Occhiuto alla presentazione de Il coraggio di governare alla Galleria Alberto Sordi di Roma (Ansa).

Il faccia a faccia da Letta

Tajani sembra non aver gradito né il termine né la folla accorsa ad ascoltare il suo vice. E quindi ha subito preteso un faccia a faccia chiarificatore. La levatura dell’arbitro del duello fa comprendere la gravità del conflitto: l’incontro tra il segretario e il suo vice è stato ‘moderato’ da Gianni Letta, per decenni il camerlengo di Silvio Berlusconi. Ma più che un confronto si è trattato di uno sfogo, al termine del quale ognuno è rimasto sulle posizioni di partenza. «Così non andiamo da nessuna parte», si sarebbe lamentato Tajani, «queste critiche fanno solo male al partito e ci fanno perdere voti, perché disorientano gli elettori». Il leader azzurro si sarebbe lamentato in particolar modo della tempistica scelta da Occhiuto per muovere le critiche, sostanzialmente all’indomani della vittoria del centrodestra alle Suppletive a Reggio Calabria che ha evitato l’incubo di una sconfitta a causa del candidato vannacciano – ed ex capogruppo azzurro in Regione – Domenico Giannetta.

Tajani stretto tra il pressing di Occhiuto e la presa su Forza Italia
Antonio Tajani con Gianni Letta (Ansa).

L’Opa del vicesegretario sul partito

«Io voglio dare degli stimoli», sarebbe stata la replica di Occhiuto, secondo cui una maggiore apertura sui diritti civili e sui temi più liberal con nuove proposte economiche coraggiose potrebbe solo far bene alla crescita e al rinnovamento di Forza Italia. Ospite di Un giorno da pecora, Occhiuto era tornato a ribadire la necessità di una svolta liberal e, auspicando «una gestione più condivisa del partito», aveva proposto di creare una «squadra di quattro o cinque persone che aiuti il segretario a lavorare». Una richiesta di collegialità (che suona però come commissariamento) simile a quella avanzata dai nordisti che contestano la segreteria leghista di Matteo Salvini. Il tema, ha spiegato Occhiuto, «è fare cose che siano riconoscibili dagli elettori come cose di Forza Italia e comunicarle in maniera moderna: questo lo puoi fare anche con Tajani, purché ci sia una squadra».

LEGGI ANCHE: La guerra interna a Forza Italia colpisce anche la comunicazione

Il presidente della Calabria, intervistato questa volta da SkyTg24, ha poi teso una mano ai riformisti e liberali come Carlo Calenda e Luigi Marattin. «La mia preoccupazione», ha ammesso criticando il decreto Scuola sul tetto agli studenti stranieri, «è che molte di queste iniziative, pure legittime, nascano per non lasciare scoperto il fronte destro a favore di Vannacci. Invece secondo me il centrodestra ha bisogno non di inseguire il populismo ma di presidiare la parte riformista, che non è più rappresentata dal centrosinistra. Guarderei più a Calenda o Marattin e a tutti quelli che nel centrosinistra hanno sperimentato l’impossibilità di produrre un pensiero riformista e liberale. Forse questo estenderebbe il campo della coalizione di centrodestra e restringerebbe il cosiddetto campo largo».

Tajani stretto tra il pressing di Occhiuto e la presa su Forza Italia
Antonio Tajani con il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto (Ansa).

La stagione congressuale e le voci su nuove fuoriuscite

La verità è che Forza Italia ribolle da mesi. Dopo le frecciate e le richieste di rinnovamento di Marina B, Tajani ha cominciato a rendersi conto delle difficoltà e dell’appannamento della sua immagine. I rapporti con la famiglia Berlusconi non sono migliorati e – viene riferito – Tajani avrebbe cominciato a lamentarsi perché si sentiva «aggredito».

Tajani stretto tra il pressing di Occhiuto e la presa su Forza Italia
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

Pur debolissimo, il ministro degli Esteri resterà però saldo alla guida del partito fino a dopo le Politiche, visto che Marina Berlusconi vede come fumo negli occhi la possibilità di celebrare un eventuale congresso prima del voto. E su questo sono d’accordo anche i possibili sfidanti di Tajani (nei mesi scorsi oltre a Occhiuto si erano fatti i nomi di Zangrillo e Alberto Cirio), perché, rafforzato dai congressi recenti, se si votasse con le regole attuali (il voto spetta agli iscritti) quest’ultimo avrebbe la meglio. Un po’ come il ‘gemello diverso’ Salvini, che ha forzato i tempi e indetto un congresso federale per disinnescare le critiche mosse dai ribelli Massimiliano Romeo e Attilio Fontana. E come l’ex lumbard, anche il vicepremier forzista sta molto attento a come si muove anche perché di uomini fidati ce ne sono sempre meno.

Tajani stretto tra il pressing di Occhiuto e la presa su Forza Italia
Antonio Tajani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Da tempo sono iniziati i rumors di fuggi fuggi imminenti. D’altronde nel partito si stima che alla Camera, per esempio, si passerà da 52 deputati a una quindicina. I campani ostili al segretario locale Fulvio Martusciello avrebbero già un piede fuori dal partito. Il clima è pessimo, con Tajani sempre più in difficoltà che sta facendo terra bruciata un po’ attorno a tutti nel partito. Il timore condiviso da molti è che questa convivenza litigiosa, destinata a durare ancora diversi mesi, faccia scendere ancora il partito nei sondaggi.

Tajani stretto tra il pressing di Occhiuto e la presa su Forza Italia
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Ansa).

LEGGI ANCHE: Forza Italia divisa anche nel ricordo di Berlusconi

LEGGI ANCHE: Pier Silvio snobba la festa al Cav e celebra il dirigente Mediaset

Eni, sconto sui carburanti anche per pesca e agricoltura

Eni ha annunciato uno sconto sui carburanti per pesca e agricoltura, settori che acquistano gasolio all’ingrosso ed erano rimasti esclusi dal tetto ai prezzi che vale solo per la rete di distribuzione retail. Lo sconto, operativo a partire da venerdì 2 ottobre per i clienti del Gruppo, varrà fino al 31 ottobre. Gli attuali clienti Enilive potranno acquistare gasolio e benzina a uso agricolo e motopesca al prezzo scontato del 20 per cento al netto dell’Iva. «Lo sconto», si legge in una nota, «potrà essere esteso fino alla fine dell’anno, sulla base dell’andamento del mercato e delle disponibilità di prodotto». Resta dunque escluso l’autotrasporto, cioè camion e trasporto pubblico locale, che rappresenta il settore che consuma di più.

Scendono i prezzi al distributore

Nel frattempo continuano a scendere i prezzi al distributore dopo che sono entrati in vigore i price cap delle altre grandi compagnie petrolifere come Ip, Q8 e Tamoil. Nella mattina del 2 ottobre, il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,063 euro per la benzina (-21 millesimi rispetto al giorno prima), 2,260 euro per il gasolio (-25 millesimi).

Chiesto l’arresto per Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione Sicilia 

La procura di Palermo ha chiesto l’arresto dell’ex vicepresidente ed ex assessore della Regione Sicilia Gaetano Armao. Le forze dell’ordine hanno perquisito la sua abitazione e i suoi studi di Palermo e Roma. I pm ipotizzano il reato di corruzione. Oltre che per Armao, i magistrati hanno chiesto misure cautelari per otto persone tra le quali l’avvocato Pierluigi Matta e alcuni imprenditori. Armao, noto legale e politico siciliano, fino ad agosto è stato presidente della Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali di competenza regionale. Alle nove persone coinvolte è stato notificato l’invito a comparire davanti al gip per l’interrogatorio preventivo, atto che, per la nuova normativa, precede la pronuncia del giudice sulla richiesta di misura cautelare. Armao è il marito dell’ex capo di Gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi.

Generali rileva il 9,9 per cento della spagnola Bcc

Generali ha raggiunto un accordo per l’acquisizione di una partecipazione pari a circa il 9,9 per cento in Banco de crédito cooperativo (Bcc), holding di Grupo cooperativo Cajamar (Gcc), per un corrispettivo pari a 150 milioni di euro. L’operazione rappresenta un passo significativo nell’evoluzione della partnership di bancassurance tra Generali e Gcc, uno dei principali gruppi finanziari spagnoli, avviata oltre 20 anni fa. L’investimento rafforza inoltre l’allineamento strategico tra le due società e consolida il ruolo di Generali come partner assicurativo di riferimento in Spagna. L’operazione è pienamente in linea con il piano strategico Lifetime partner 27: Driving excellence di Generali, che ha l’obiettivo di accelerare la crescita nei principali mercati europei nei quali il Gruppo vanta già dimensioni rilevanti e una posizione di leadership, anche attraverso solide reti in franchising e partnership di lungo periodo.

Il perfezionamento è previsto nella seconda metà del 2027

La partnership con Grupo cooperativo Cajamar riveste una rilevante importanza strategica per Generali Spagna e ha contribuito a consolidare la posizione di leadership del Gruppo in segmenti assicurativi chiave, nonché una presenza capillare attraverso l’ampia rete distributiva nazionale di Gcc. L’operazione, che sarà realizzata da Generali Spagna attraverso il proprio portafoglio di investimenti, non avrà un impatto materiale sul solvency ratio del Gruppo. Il perfezionamento è previsto nella seconda metà del 2027, subordinatamente all’ottenimento di tutte le necessarie autorizzazioni regolamentari. Per Generali, Deloitte ha agito in qualità di advisor finanziario esclusivo e Garrigues in qualità di advisor legale.

Franco Gabrielli scende in campo: «Mi impegno con il progetto di Ruffini»

L’ex capo della Polizia Franco Gabrielli scende in campo e lo fa aderendo a Più uno, il progetto di Ernesto Maria Ruffini. Si tratta di un movimento di centrosinistra che punta a rivolgersi «agli elettori di csx distanti, ma anche a tanti elettori moderati, disorientati dalla deriva estremista di Vannacci», il cui manifesto verrà presentato il 10 ottobre. «Vi ho riconosciuto valori molto vicini ai miei. Lo faccio senza chiedere ruoli o garanzie. Prima viene il progetto, poi il resto», ha detto Gabrielli in un’intervista al Corriere. «Avrei potuto aspettare la nascita di un governo che mi affidasse magari qualche incarico. Ma non è questo che mi interessa. Credo sia più importante impegnarsi in prima persona nella costruzione di una nuova idea di Paese». E ancora: «Dai 14 ai 24 anni ho militato nel Movimento giovanile della Democrazia cristiana, arrivando a responsabilità nazionali. Poi scelsi un altro modo di servire il Paese. Torno alla politica con la stessa idea di servizio che ha accompagnato tutta la mia vita pubblica». Già a maggio era uscito allo scoperto candidandosi al Viminale per il dopo Piantedosi in caso di vittoria del campo largo.

LEGGI ANCHE: Il centro cerca casa nel campo largo: veti, strategie e possibili federatori

Il giudizio su Meloni e Vannacci

Gabrielli si è poi espresso sull’operato del governo Meloni: «La stabilità è un valore, ma è uno strumento, non un risultato politico in sé. La storia italiana ci ricorda che negli Anni 70, con governi molto più brevi e fragili, furono approvate riforme che ancora oggi segnano la vita della Repubblica. Il governo Meloni ha avuto tempo, numeri parlamentari e una leadership indiscussa. Eppure molte delle promesse su cui aveva costruito il consenso non sono state realizzate, o hanno prodotto risultati molto inferiori agli annunci». Il riferimento è «all’immigrazione, alla sicurezza, alla pressione fiscale, alle pensioni, alle grandi riforme istituzionali». Una dimostrazione del «fallimento del governo» è, per lui, la crescita del partito di Roberto Vannacci. «Dice oggi molte delle cose che Giorgia Meloni diceva quando era all’opposizione. Ma un conto è spararle grosse dall’opposizione, un altro è governare fenomeni complessi».

Inflazione, lettera di Meloni all’Ue: «Serve più flessibilità»

L’Italia chiede maggiore flessibilità all’Ue in materia di spese per l’energia, viste le ripercussioni dei conflitti in corso sull’inflazione, che a settembre è balzata a +4,2 per cento. La premier Giorgia Meloni ha scritto una lettera alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen puntando il tasto sulla rigidità delle regole di bilancio Ue, in un contesto caratterizzato dalla necessità di sostenere famiglie e imprese contro il caro prezzi, chiedendo di discutere una possibile revisione già all’Ecofin in programma la prossima settimana.

La richiesta della premier e la risposta di Bruxelles

«I percorsi concordati di spesa nell’ambito del quadro fiscale europeo lasciano un margine limitato per alleviare l’impatto su famiglie e imprese senza ricorrere a misure di contenimento in un momento di significativi rischi al ribasso per l’economia», ha scritto Meloni nella missiva. «Dovremmo comunque cercare modi per utilizzare almeno una parte delle entrate extra per attenuare l’aumento dei costi energetici in modo temporaneo e mirato». La premier si è detta consapevole «del rischio che comporta la modifica delle norme di bilancio», volte «al raggiungimento di un obiettivo che tutti condividiamo, la sostenibilità del debito», ma ritiene anche che il quadro di bilancio «lasci alla Commissione europea il margine necessario per tenere conto dei fattori rilevanti» esposti nella sua lettera. Secca la replica di Bruxelles: «Abbiamo già concesso maggiore flessibilità agli Stati membri».

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 

Doveva essere la formalità finale di un’operazione già scritta. Invece l’Opas lanciata da Poste Italiane su Tim, pur rilanciata da 1,67 a 1,97 euro in contanti più 0,218 azioni Poste per ogni titolo Tim conferito, si è fermata all’85,823 per cento del capitale. Non abbastanza per raggiungere o superare il 90 per cento, la soglia che consente lo squeeze-out: in parole semplici, il diritto dell’azionista di controllo, al ricorrere delle condizioni previste dal Tuf, di acquistare anche le azioni rimaste in mano alla minoranza e portare così la società fuori dalla Borsa. Poste, però, non ha perso tempo. Con gli acquisti effettuati il primo ottobre sul mercato è già salita all’86,952 per cento di Tim. La strada verso il delisting, insomma, è già ripartita. Per coprire la distanza che ancora separa l’azienda guidata dall’ad Matteo Del Fante e dal dg Giuseppe Lasco dal 90 per cento serviranno altri acquisti sul mercato, con ogni probabilità anche per blocchi. E questa volta niente concambio con azioni proprie, come nell’Opas: bisognerà pagare cash. Il conto finale dipenderà da quante azioni Poste deciderà di acquistare oltre la soglia e dai prezzi a cui riuscirà a farlo. In Borsa il rovesciamento si è visto subito. Se nelle settimane dell’Opas era stata Poste a sostenere Tim, adesso è Tim a pesare su Poste: il mercato prova a calcolare quanto costerà a Del Fante chiudere davvero la partita. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Giuseppe Lasco e Matteo Del Fante (Imagoeconomica).

Il paradosso fiscale che ha scoraggiato i fondi 

C’è poi un capitolo meno raccontato, ma che nei desk dei grandi gestori avrebbe pesato parecchio: la tassazione. Aderire all’Opas equivaleva fiscalmente a una cessione a titolo oneroso, con la plusvalenza tassata al 26 per cento sull’intero controvalore ricevuto, cash più azioni Poste. Il meccanismo utilizzato da alcuni intermediari per calcolare il valore di carico ha prodotto un paradosso che ha fatto discutere nelle sale operative: agli aderenti è stata attribuita una plusvalenza gonfiata di circa 1,80 euro per azione Tim, con un’imposta in eccesso stimata in 0,47 euro per azione rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati ai valori di mercato. Le azioni Poste ricevute in concambio sono state caricate in portafoglio a circa 35,15 euro, contro un valore di Borsa più vicino ai 25,85 euro. Il risultato, per ora, è una perdita soltanto sulla carta. La minusvalenza diventerebbe effettiva con la vendita delle azioni Poste e potrebbe poi essere utilizzata per compensare eventuali plusvalenze fiscalmente compatibili realizzate nello stesso anno o nei quattro periodi d’imposta successivi. Per un fondo che deve rendere conto trimestralmente ai propri sottoscrittori, anticipare l’uscita di cassa per le tasse e lasciare il recupero fiscale sospeso fino a quattro anni non è un dettaglio. Può diventare un disincentivo concreto ad aderire all’offerta anziché vendere direttamente sul mercato. Anche per questo la scelta di alcuni grandi gestori di restare fuori dall’Opas appare meno sorprendente di quanto sembrasse a prima vista. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Logo Tim (Imagoeconomica).

Tre piste e nessuna certezza 

Perché l’operazione non abbia raggiunto la soglia attesa è la domanda che circola con più insistenza nei corridoi finanziari milanesi. Le spiegazioni che si rincorrono sono tre. Nessuna, per ora, ha la forza di una certezza. 

1. La posizione di Labriola

La prima porta a Pietro Labriola. L’amministratore delegato di Tim, rimasto ai margini della regia dell’operazione, secondo alcune letture non avrebbe avuto particolare interesse a favorirne il successo. C’è però un dato che complica questa ricostruzione: lo stesso Labriola ha personalmente aderito all’offerta con circa 1,7 milioni di azioni Tim, incassando un controvalore, tra cash e azioni Poste, superiore ai 13 milioni di euro. Un comportamento che mal si concilia con l’idea di un’opposizione frontale all’operazione. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Pietro Labriola (Imagoeconomica).

2. La strategia di Assogestioni

La seconda pista chiama in causa Assogestioni. Alcuni gestori avrebbero preferito liquidare parte delle proprie posizioni direttamente sul mercato anziché aderire all’offerta, anche per evitare l’anticipo di tassazione descritto sopra, tema discusso da settimane negli uffici legali dei fondi. Resta da capire quanto abbia pesato il fattore fiscale e quanto, invece, la volontà di non aumentare indirettamente l’esposizione a Poste. Da qui nasce anche la domanda, inevitabile, sulla loro piena fiducia nel piano di Del Fante. Chissà che cosa ne dirà Massimo Menchini, direttore affari istituzionali di Assogestioni, nelle sue prossime cene romane. Il papillon, almeno, non dovrebbe passare inosservato. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Massimo Menchini (Imagoeconomica).

3. L’ombra di Kkr

La terza pista, forse la più delicata, porta a Kkr. Il fondo americano è già in tensione sul dossier della rete unica e sull’estensione dell’earn out legato alla cessione della rete Tim, per oltre due miliardi e mezzo di euro. Secondo la ricostruzione che circola negli ambienti vicini al dossier, Kkr avrebbe voluto segnalare che il futuro di FiberCop non può essere deciso unilateralmente da Poste, pur destinata a esserne il primo cliente. Sullo sfondo restano due nodi: la richiesta di oltre 500 milioni di danni per mancate performance avanzata da Tim contro FiberCop e i solleciti che l’ex monopolista dei telefoni indirizzerebbe quotidianamente alla società della rete. Solo sciolti questi punti, sostengono fonti vicine alla partita, il confronto potrebbe ripartire. Anche la scelta di Marco Nespolo per la guida di FiberCop è stata letta in questa chiave. Un manager proveniente da un settore lontano dalle telecomunicazioni è stato preferito ai nomi che circolavano a Roma. Una decisione con cui Kkr ha mostrato di voler mantenere autonomia nelle proprie scelte. Chi sostiene la terza pista legge nello scarso apporto all’Opas lo stesso messaggio. Ma, anche in questo caso, si tratta di una lettura e non di una prova. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Marco Nespolo (Imagoeconomica).

Del Fante irritato, il cda nel mirino 

Il risultato ha lasciato Del Fante molto irritato e riaperto immediatamente il dossier del consiglio di amministrazione di Tim. L’ad vorrebbe un controllo più saldo del board, ma la strada non è ancora evidente. La soluzione più lineare, quella che il mercato si sarebbe aspettato dopo un’operazione di questa portata, sarebbe il passo indietro di presidente e amministratore delegato. Ed è proprio qui che cominciano le resistenze. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Matteo Del Fante (Poste italiane).

La presidente Alberta Figari, avvocato d’affari passata da Clifford Chance e poi da Legance, specialista di M&A ed equity capital markets, già consigliere indipendente e presidente del comitato controllo e rischi di Generali, sarebbe per ruolo uno dei primi profili su cui si concentra il ragionamento sul nuovo assetto. Al momento, però, non emergono segnali di una sua disponibilità a lasciare. Negli ambienti finanziari milanesi si parla da tempo di rapporti consolidati con quello che era il mondo Mediobanca, fino a una vicinanza personale con l’ex amministratore delegato Alberto Nagel, e di una distanza dalla galassia Caltagirone. È una ricostruzione che resta tale, ma circola proprio mentre Mediobanca e Caltagirone si fronteggiano sui dossier Generali, Mps e Banca Generali. Figari avrebbe inoltre fatto presente che la sua sostituzione con un uomo gradito a Del Fante potrebbe aprire un tema di rappresentanza di genere nel board: argomento che, secondo quanto si raccoglie, a Poste non viene considerato decisivo. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Alberta Figari (Imagoeconomica).

Poi c’è Labriola. Negli ultimi anni non ha presentato un piano industriale di ampio respiro e la sua visione del mercato viene considerata sempre meno sovrapponibile alla strategia di Poste. Il suo mandato scade nella primavera 2027 e, secondo le ricostruzioni che circolano, l’ad di Tim può contare su rapporti solidi con Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni e figura centrale nei dossier delle partecipate, e con il vicepremier Antonio Tajani. Labriola si sarebbe inoltre reso disponibile per un passaggio alla guida di FiberCop e, secondo indiscrezioni, avrebbe osteggiato alcuni dei candidati più accreditati alla poltrona. Alla fine Kkr ha scelto Nespolo. Da qui, secondo i suoi critici, sarebbe nata una parte della tensione successiva tra Tim e FiberCop. È una lettura che va tenuta distinta dai fatti accertati, ma aiuta a capire il clima che circonda il dossier. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
L’ad di Tim Pietro Labriola (Imagoeconomica).

Il resto del cda, nome per nome 

Scendendo nella composizione del board, il quadro non diventa più semplice. Giovanni Gorno Tempini, in consiglio dal 2021 in rappresentanza di Cdp e membro della lista del cda uscente, è un uomo di lungo corso delle istituzioni finanziarie e viene considerato vicino a Poste. Per Del Fante avrebbe poco senso liberare una casella già favorevole per occuparla personalmente: semmai l’obiettivo sarebbe aggiungerne un’altra. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Giovanni Gorno Tempini (Imagoeconomica).

Federico Ferro Luzzi, professore ordinario di Diritto commerciale ed esponente di area Assogestioni, siede in consiglio dal 2021 come indipendente. Il punto politico è evidente: la stessa area di riferimento viene indicata tra quelle che avrebbero preferito vendere sul mercato anziché aderire all’offerta. Si parla inoltre di un rapporto personale stretto con lo stesso Menchini. Se questa ricostruzione fosse confermata, aiuterebbe a spiegare la solidità della sua posizione. Ferro Luzzi presiede il comitato rischi e sostenibilità, incarico che rafforza il suo peso nel board ma non chiude il tema della sua collocazione nel nuovo equilibrio azionario. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Federico Ferro Luzzi (dal sito di Tim).

Stefano Siragusa è da sempre contrario alla cessione della rete e favorevole a una sua nazionalizzazione sotto controllo pubblico, sia esso Cdp o Poste. Resta uno dei pochi indipendenti con una forte matrice industriale presenti in consiglio ed è al tempo stesso allineato al piano di digitalizzazione del Paese portato avanti da Poste. Per Labriola è una presenza scomoda. Da gennaio 2026 siede anche nel comitato parti correlate. Negli ambienti finanziari viene ricordato un precedente: le sue dimissioni dal cda di Saipem, che aprirono la strada all’ingresso in consiglio di Leone Pattofatto. Se quella scelta fu davvero, come si racconta, un favore ad Assogestioni per consolidare la posizione di Ferro Luzzi, oggi la domanda è se Siragusa sarebbe disposto a una mossa analoga, questa volta con effetti anche sugli equilibri attorno a Labriola. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Stefano Siragusa (dal sito ufficiale di Tim).

Lorenzo Cavalaglio, notaio cooptato il primo gennaio 2026 in sostituzione di Umberto Paolucci, dimessosi per ragioni professionali, era stato indicato come presidente nella lista a suo tempo promossa da Siragusa. È entrato su indicazione di Poste ed è oggi membro del comitato nomine e remunerazione. Vota in linea con Siragusa, che a sua volta vota generalmente in linea con Gorno Tempini. Ne risulta un alleato indiretto di Del Fante che Poste non avrebbe interesse a perdere, anche se il suo curriculum non presenta esperienze specifiche nel settore delle telecomunicazioni. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Lorenzo Cavalaglio (dal sito Tim).

Completano il quadro tre consigliere la cui posizione, secondo alcuni osservatori critici, appare oggi meno direttamente collegata alla base azionaria che le aveva espresse. Paola Giannotti De Ponti, presidente del comitato nomine – proprio la casella che sarebbe particolarmente utile a Del Fante – è entrata in consiglio nella lista presentata dal fondo attivista Bluebell Capital Partners di Giuseppe Bivona, il finanziere che negli anni ha animato i cda di Leonardo, Mps e Mediobanca anche con richieste di azioni di responsabilità. Bluebell ha chiuso il proprio hedge fund nel dicembre 2024, restituendo il capitale ai sottoscrittori esterni perché le dimensioni non erano più considerate sufficienti a giustificarne i costi. Continua tuttavia a svolgere attività tramite co-investimenti e mandati di consulenza. La lista da cui proviene Giannotti De Ponti, insomma, fa oggi riferimento a una realtà molto diversa da quella che l’aveva presentata. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Paola Giannotti De Ponti (dal sito Tim).

Alessandra Perrazzelli, ex vicedirettrice generale della Banca d’Italia, è stata cooptata nel settembre 2025 al posto della dimissionaria Domitilla Benigni. È un profilo di forte impronta istituzionale, che diversi osservatori considerano vicino alla linea Mef-Bankitalia e quindi, nei fatti, compatibile con quella di Del Fante. Proprio nei giorni della sua nomina, il cda ha votato all’unanimità di escludere il Mef dall’elenco delle parti correlate di Tim. Perrazzelli è oggi parte della lista del cda e non è espressione diretta di uno specifico azionista. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Alessandra Perrazzelli (dal sito Tim).

Paola Camagni, giurista con un passato specialistico nel diritto tributario internazionale, è presidente del comitato parti correlate dove siede insieme a Ferro Luzzi e Siragusa. È anch’essa considerata espressione dell’area Assogestioni e, secondo i critici, il nuovo assetto azionario rende meno immediato il rapporto tra quella rappresentanza e il capitale di Tim. Anche qui torna, sullo sfondo, la scelta attribuita a una parte dei gestori di vendere sul mercato anziché consegnare le azioni all’Opas. Un elemento politico più che formale, ma destinato a pesare nella discussione sul futuro del board. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Paola Camagni (Imagoeconomica).

Un rebus senza soluzioni facili 

La soluzione più netta, secondo gli osservatori favorevoli a un riassetto, sarebbe l’uscita di presidente e amministratore delegato. Ma Figari viene considerata forte di relazioni importanti nella piazza finanziaria, mentre Labriola ritiene di poter contare su solidi interlocutori a Roma. Del Fante, dal canto suo, avrebbe potuto allargare il consiglio già nel 2025 oppure prendere direttamente il posto lasciato da Paolucci. Non lo fece, anche per non alterare gli equilibri con Labriola. Adesso il quadro è cambiato. Poste è già salita all’86,952 per cento e il rastrellamento verso il 90 per cento è cominciato, mentre diversi analisti si aspettano conti trimestrali dell’ex monopolista dei telefoni poco brillanti. In questo scenario torna la domanda che per mesi si era preferito rinviare: quanto può restare immutato il cda di Tim dopo che l’azionista di controllo è cambiato? Tra le ipotesi che circolano c’è anche la richiesta di dimissioni in blocco di almeno cinque consiglieri. Per ora nessuno si muove. E forse è proprio questo, più dell’86,952 per cento, il numero che Del Fante vorrebbe cambiare.