Bollette, vola il prezzo del gas: a ottobre +9,1 per cento

Per il mese di ottobre le quotazioni all’ingrosso del gas hanno subito un deciso rialzo e, pertanto, la spesa totale dell’utente tipo aumenterà del 9,1 per cento rispetto al mese precedente. Lo ha reso noto Arera, spiegando che dunque, per i 2,3 milioni circa di clienti ancora nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas sarà pari a 88,36 euro al megawattora. Nel dettaglio, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente precisa che in ottobre il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (famiglia con consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è pari a 176,80 centesimi di euro per metro cubo.

Le reazioni delle associazioni dei consumatori

«Un record storico. Mai il prezzo del gas, imposte incluse, è stato così alto», commenta Marco Vignola, vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori, che evidenzia come il +9,1 per cento registrato dall’Arera significhi spendere 163 euro in più su base annua, nell’ipotesi di prezzi costanti per i prossimi 12 mesi. «Si conferma la stangata sui consumi energetici degli italiani», afferma il Codacons commentando l’aggiornamento tariffario per il gas. «Si tratta di un vero e proprio allarme in vista dei prossimi mesi, quando cioè aumenteranno i consumi da parte delle famiglie», avverte Assoutenti, parlando di «nuova mazzata per gli italiani».

Midterm, l’ultima di Donald Trump su Israele

«Se la gente si dovesse mai stancare di me negli Stati Uniti, mi trasferirei in Israele e diventerei primo ministro». Lo ha dichiarato – chissà scherzando fino a che punto – Donald Trump raggiunto al telefono da Fox News, sostenendo peraltro di godere di un consenso straordinario nello Stato ebraico: «Il 99 per cento, un record». La battuta (?) di Trump è arrivata nel giorno delle elezioni di midterm, considerate una sorta di referendum sul suo operato alla Casa Bianca. Cosa ne penserà Benjamin Netanyahu, in bilico come premier dopo le recenti elezioni nello Stato ebraico?

Trump annuncia lo stop agli aiuti militari a Israele

Intervistato da Fox News, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in base al quale Washington interromperà l’erogazione di 4 miliardi di dollari di finanziamenti a Tel Aviv a partire dalla fine di quest’anno. Nel giorno delle elezioni di midterm, Trump ha affermato che lo Stato ebraico («ora un Paese prospero») non ha più bisogno di tali fondi, aggiungendo poi che alcuni esponenti del Partito democratico stanno utilizzando il sostegno finanziario degli Stati Uniti a Israele come pretesto per criticare i Repubblicani. Tel Aviv, ha aggiunto Trump, avrà l’opzione di acquistare le armi americani: «Possono comprare quello che vogliono. Anche l’Europa può farlo. Produciamo le migliori armi al mondo».

Trump annuncia lo stop agli aiuti militari a Israele
Donald Trump (Ansa).

Tra Usa e Israele è in vigore un protocollo d’intesa firmato durante la presidenza Obama

Come spiega Reuters, al momento tra i due Paesi è in vigore un protocollo d’intesa in scadenza nel 2028, siglato ai tempi di Barack Obama presidente Usa, che prevede l’erogazione da parte degli Stati Uniti di 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari annui a Israele. Secondo quanto riferito da Trump, il pacchetto non solo non verrà terminato, ma gli aiuti verranno stoppati con un anno di anticipo sulla scadenza. Al momento manca un commento ufficiale da parte di Netanyahu: in un’intervista alla CBS rilasciata a maggio, Bibi aveva auspicato le fine della dipendenza militare del suo Paese dagli Usa nel giro di un decennio. In una lettera inviata a giugno a un membro del Congresso americano, Netanyahu aveva poi scritto che per Israele era giunto il momento di «passare da beneficiario di aiuti a partner». Un alto funzionario degli apparati di sicurezza israeliani, in forma anonima, ha però dichiarato a Channel 11: «Non ci aspettavamo questo annuncio, certamente non oggi. Abbiamo un dialogo costante con gli americani, quindi possiamo dire di essere rimasti sorpresi. Analizzeremo le implicazioni di questa decisione, che non è ancora pervenuta agli organi competenti».

Tensioni nella maggioranza sulla legge Fornero, le parole di Salvini

«Siccome leggo cose varie ed eventuali, l’uscita anticipata per chi vorrà è una scelta, non è un obbligo. Per chi vorrà andare in pensione a 64 anni dal 2027 il fondo per la previdenza per quello è stato disegnato, non per altro. Quindi come io rispetto gli altri, conto che tutti rispettino quella che è la priorità della Lega, che è il superamento della legge Fornero, che è quota 64 a partire già dal 2027». Lo ha detto Matteo Salvini al suo arrivo all’inaugurazione di Eicma, l’esposizione internazionale del ciclo, motociclo e accessori a Rho Fiera Milano, evidenziando le tensioni nel centrodestra: «Lo dico anche agli amici della maggioranza, col totale rispetto per tutti gli interventi che ci sono in Manovra, il taglio dell’Irpef, l’aumento della flat tax per le partite Iva».

Tensioni nella maggioranza sulla legge Fornero, le parole di Salvini
Matteo Salvini all’Eicma (Imagoeconomica).

Salvini: «Non sapevamo dei tagli alla scuola»

Salvini, parlando con la stampa, ha poi evidenziato anche le crepe all’interno del suo stesso partito. «Dei tagli alla scuola non sapevamo nulla. Sicuramente, in questo momento, è qualcosa su cui ragionare. Come Lega faremo qualche proposta», ha detto il segretario del Carroccio rispondendo a chi gli ha chiesto se non sia strano che il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, leghista, non sapesse delle sforbiciate previste dalla Manovra. «Salvini non solo è vicepremier, ma è anche segretario della Lega, lo stesso partito del ministro dell’Economia Giorgetti e del ministro dellIstruzione Valditara. Quindi o non lo hanno informato dei tagli oppure sapeva e sta cercando di prendere le distanze. Di fatto Salvini sta sfiduciando i suoi stessi ministri, oltre a se stesso», ha dichiarato Barbara Floridia, senatrice del M5s.

Al via lo spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto

Sono iniziate questa mattina le operazioni di spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto. Lo rendono noto i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb, che hanno ricevuto una comunicazione dall’azienda. La ditta Liz Italia sta provvedendo a spegnere i bruciatori utilizzati per mantenere in preriscaldo i Cowpers di Afo: le si concluderanno entro questa settimana.

La decisione della Corte di Cassazione sull’area a caldo

Pochi giorni fa le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno rigettato sia il ricorso principale proposto da Ilva in Amministrazione Straordinaria sia il ricorso incidentale di Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding S.p.A. in Amministrazione Straordinaria contro il decreto della Corte d’Appello di Milano, che aveva accolto il reclamo promosso da 11 cittadini aderenti all’associazione Genitori Tarantini, ordinando la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento pugliese. Per quanto concerne l’area laminazione, è prevista la ripartenza del treno nastri fino al 14 dicembre, quando si fermerà nuovamente. Ripartirà poi da gennaio e rimarrà in marcia per circa un mese.

La cordata italiana di Federacciai si ritira dalla gara?

Intanto, facendo riferimento alle indiscrezioni secondo cui la cordata italiana di imprese che ha presentato una manifestazione d’interesse per l’ex Ilva di Taranto avrebbe rinunciato a presentare un’offerta per la parte a freddo, il vicepresidente di Confindustria e presidente di Federacciai Antonio Gozzi ha dichiarato che «la decisione non è ancora presa». L’ultimo giorno per la presentazione delle offerte vincolanti è fissato per l’8 novembre. Con l’uscita delle imprese italiane, l’attenzione tornerebbe a concentrarsi sugli indiani di Jindal.

Sondaggi Swg 2 novembre 2026: il centrosinistra allunga, giù Fdi e Fi

Si allarga leggermente la distanza tra maggioranza e opposizione nel sondaggio Swg per il Tg La7 diffuso lunedì 2 novembre 2026. Il centrosinistra guadagna lo 0,1 per cento e sale al 45 per cento, mentre il centrodestra perde lo 0,3 e scende al 43,8 per cento. A calare maggiormente è Fratelli d’Italia, che cede lo 0,3 per cento e scende al 29, ma resta di gran lunga il primo partito. Cala anche Forza Italia, che perde lo 0,2 per cento e scende al 7,2. Guadagnano invece un decimo la Lega, al 5,5 per cento, e Noi Moderati, all’1,1 per cento, mentre resta stabile all’1 per cento Sud chiama Nord. Nel centrosinistra, il Partito democratico è stabile al 20,6 per cento, mentre il Movimento 5 Stelle sale dello 0,2 e arriva al 12,6 per cento. Perdono un decimo Alleanza Verdi e Sinistra (6,2 per cento), Italia viva (2,2 per cento) e Più Europa (1,3 per cento). Fuori dalle coalizioni cresce dello 0,2 per cento Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che sale al 5,8. Azione di Carlo Calenda resta stabile al 3,1 per cento.

Com’erano andate nel 2018 le prime elezioni di midterm con Trump alla Casa Bianca

Gli Stati Uniti tornano oggi al voto per rinnovare gran parte del Congresso (l’intera Camera e un terzo del Senato) in occasione delle elezioni di midterm, che si tengono ogni quattro anni a metà – appunto – del mandato presidenziale. Storicamente, il partito che detiene la Casa Bianca perde terreno a Capitol Hill in questa tornata elettorale, considerata un referendum sull’operato del presidente. Essendo al secondo mandato, per Donald Trump quelle in corso saranno le ultime elezioni di midterm: ecco come erano andate quelle del 2018.

Il GOP rafforzò la maggioranza al Senato, ma subì il sorpasso alla Camera

Il boom del voto anticipato (quasi 56 milioni di statunitensi – compreso il papa – hanno votato prima dell’apertura delle urne) fa ben sperare i Democratici, che gli ultimi sondaggi danno in forte vantaggio: prevista un’onda blu senza precedenti. Il Partito repubblicano arriva al voto con una risicata maggioranza nei due rami del parlamento: la conquista della Camera da parte dei dem è data quasi per scontata e anche il Senato potrebbe seguire la stessa sorte. Nel 2018 il Grand Old Party rafforzò la propria maggioranza alla camera alta, mentre subì il sorpasso in quella bassa, incassando inoltre una sonora batosta nelle contestuali elezioni governatoriali.

Com’erano andate nel 2018 le prime elezioni di midterm con Trump alla Casa Bianca
Seggio elettorale negli Usa (Ansa).

Senato Usa: l’esito delle elezioni di metà mandato nel 2018

Nel 2018 furono sottoposti ad elezione tutta la Camera dei rappresentanti e 35 seggi del Senato. Prima del voto, i Repubblicani avevano una maggioranza di 51 senatori su 100: le elezioni determinarono il guadagno di ulteriori due seggi da parte del GOP. Il partito di Trump perse infatti i seggi di Arizona e Nevada, ma soffiò ai dem quelli di Dakota del Nord, Florida, Indiana e Missouri, arrivando ad avere 53 rappresentanti al Senato.

Camera dei rappresentanti: l’esito delle midterm nel 2018

Prima delle elezioni, la Camera dei rappresentanti nel 2018 era controllata dai Repubblicani con una maggioranza di 240 deputati su 435. I Democratici, quota 195, avevano dunque bisogno di conquistare 23 seggi per il controllo della camera bassa del Congresso. L’ondata blu decretò un incremento di ben 40 unità alla Camera per i Democratici, con 43 seggi soffiati ai Repubblicani e appena tre persi. La maggioranza passò quindi in mano ai progressisti.

Com’erano andate nel 2018 le prime elezioni di midterm con Trump alla Casa Bianca
Statunitensi al voto per le elezioni di midterm nel 2018 (Ansa).

Il Partito democratico vinse anche la sfida dei governatori

Contestualmente a buona parte dei parlamentari Usa, furono eletti anche i governatori di 36 Stati su 50. Il voto si tenne in 26 dei 33 Stati a guida repubblicana, in 9 dei 16 con governatori democratici e in uno Stato, l’Alaska, dove invece il governatore era indipendente. I democratici conquistarono sette governatori che in precedenza erano stati ottenuti dai repubblicani; mentre quest’ultimi si dovettero accontentare dell’Alaska, fino a quel momento guidata da un indipendente. La “partita” delle governatoriali finì dunque 20 a 16 per i dem.

Il calciatore Jesùs De Miguel morto dopo uno scontro in campo con il portiere avversario

Tragedia nel calcio spagnolo. L’attaccante del Tenerife Jesús De Miguel è morto dopo un violento scontro in campo con il portiere di Andorra Jesus Owono. L’episodio è avvenuto allo stadio Heliodoro Rodríguez López di Tenerife, dove era in programma il match. Al minuto 98 il portiere (poi espulso dall’arbitro) era uscito dalla propria area di rigore quasi fino a centrocampo, scontrandosi con De Miguel e colpendolo al petto con un ginocchio. L’impatto è stato molto violento, tanto che il giocatore è crollato a terra all’istante, rimanendo immobile. Rianimato in campo e portato in ospedale, non ha mai ripreso conoscenza. Nella notte il peggioramento fatale che ha portato al decesso.

Il club: «Siamo increduli»

Questo il comunicato del club: «Con il cuore spezzato, con un nodo alla gola e increduli che sia vero, il Cd Tenerife annuncia la tragica scomparsa, avvenuta martedì 3 novembre alle ore 8, di Jesús de Miguel Alameda. Non ci sono parole di conforto, non c’è assolutamente nulla che possa attenuare questa immensa tristezza. Siamo vicini alla sua famiglia in lutto, ai suoi cari, a tutta Tenerife che oggi piange questa crudele perdita».

Rischio escalation in Medio Oriente: attacco Usa contro l’isola di Qeshm

Nonostante l’intensificarsi degli sforzi diplomatici volti a scongiurare un possibile ritorno a un conflitto attivo dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, l’Iran e gli Usa sono ben lontani dal raggiungere un accordo per porre fine alla guerra. Lo ha dichiarato un alto funzionario di Teheran all’agenzia Reuters. In effetti, durante la notte le forze americane hanno lanciato un attacco contro l’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz: c’è il rischio di una nuova escalation.

L’operazione Usa avrebbe preso di mira missili terra-aria iraniani

Funzionari statunitensi hanno detto alla CNN che l’operazione ha preso di mira missili terra-aria utilizzati da Teheran contro risorse americane: sarebbe stato insomma un bombardamento “difensivo”. Secondo fonti di Axios, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha lanciato un missile dall’isola di Qeshm contro un caccia americano in volo sullo Stretto di Hormuz. Il Wall Street Journal scrive che, oltre all’attacco a jet Usa, il 2 novembre i pasdaran hanno lanciato un missile sempre da Qeshm contro navi mercantili: il razzo sarebbe stato intercettato dalle forze Usa. Nel frattempo, i Guardiani della rivoluzione hanno dichiarato di aver abbattuto, sempre durante la notte, un drone statunitense MQ-9 nei cieli a est di Hormuz.

Trump ha detto che le forze Usa potrebbero «dover colpire Fordo»

Dopo il raid contro l’isola di Qeshm, avvenuto alla vigilia delle elezioni di midterm (Benjamin Netanyahu spinge nuovi massicci attacchi dopo il voto), Donald Trump ha affermato che le forze Usa potrebbero «dover colpire Fordo», ovvero il principale e più protetto impianto sotterraneo iraniano per l’arricchimento dell’uranio: «Non sarebbe un problema. Possiamo farlo entro un’ora e in qualsiasi momento», ha detto il capo della Casa Bianca intervistato da Fox News. Secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari statunitensi che hanno richiesto l’anonimato, l’azione contro Qeshm rientra in una serie di attacchi limitati condotti nelle ultime settimane dagli Stati Uniti contro l’Iran.

Ucraina, attacco russo su un centro per gli aiuti: 29 morti e 48 dispersi

Un attacco russo ha colpito l’insediamento di Komyshuvakha, nella regione di Zaporizhzhia, prendendo di mira una scuola utilizzata per scopi umanitari. «Lì la popolazione riceveva aiuti. Dopo il primo bombardamento, è seguito un secondo attacco con altre nove bombe, che hanno colpito specificamente il rifugio dove le persone avevano cercato riparo», ha scritto il presidente ucraino Zelensky sui social. Il bilancio è di almeno 29 morti tra cui due soccorritori e quattro agenti di polizia. Altre cinque persone sono ricoverate in ospedale e altre sono ancora intrappolate sotto le macerie. 48 persone risultano ancora disperse. La maggior parte delle vittime sono civili giunti sul posto per ricevere aiuti umanitari o soccorrere i feriti dopo il primo attacco. «I russi non potevano ignorare che ogni settimana i residenti di Komyshuvakha, rimasti sul posto, ricevevano aiuti umanitari proprio in quel luogo. E questa è un’ulteriore prova che la Russia non vuole né una de-escalation né una vera giustizia», ha aggiunto Zelensky.

Witkoff annuncia un trilaterale Usa-Russia-Ucraina ad Abu Dhabi

Funzionari statunitensi, ucraini e russi terranno un incontro trilaterale ad Abu Dhabi il 10 e l’11 novembre, nel tentativo di «portare avanti la missione del presidente Donald Trump volta a porre fine alla guerra». Lo ha reso noto Steve Witkoff, inviato speciale della Casa Bianca, spiegando che gli Stati Uniti svolgeranno il ruolo di mediatori in negoziati a livello tecnico tra Ucraina e Russia che «si concentreranno sugli accordi di sicurezza per il dopoguerra, sulla de-escalation, sugli interventi umanitari e sui passi successivi verso la pace». Questa settimana, ha poi aggiunto, i negoziatori Usa incontreranno anche rappresentanti di Francia, Germania, Regno Unito, Unione europea e Nato a Bruxelles, per discutere «dell’architettura di sicurezza europea nel dopoguerra e delle opportunità economiche a sostegno della ricostruzione» dell’Ucraina. «Il nostro auspicio è quello di consolidare i progressi già compiuti a Kyiv, Oslo e San Pietroburgo, puntando a un accordo di pace globale e duraturo che garantisca una sicurezza stabile per le generazioni a venire», ha concluso Witkoff.

Attacchi hacker ai supermercati, convocato vertice urgente a Palazzo Chigi

È stata convocata per martedì 3 novembre alle 11.30 a Palazzo Chigi una riunione per fare il punto sull’ondata di attacchi hacker che hanno colpito in Italia e in Europa i sistemi di refrigerazione dei supermercati. A coordinarla il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Parteciperanno il direttore dell’agenzia per la cybersicurezza nazionale e i direttori delle agenzie di intelligence. La notizia è arrivata dopo che sono stati colpiti centri commerciali in mezza Europa, dal Belgio alla Svezia fino a Lussemburgo, Olanda, Finlandia, Irlanda ed Estonia. In particolare, sono state alterate da remoto le temperature degli impianti di refrigerazione che sono arrivati anche a toccare i 50 gradi. L’agenzia per la cybersicurezza nazionale ha lanciato un’allerta agli operatori della grande distribuzione, della logistica alimentare e della filiera del freddo, invitando le imprese a verificare con urgenza l’eventuale esposizione online dei sistemi di controllo e teleassistenza e a isolarli dalle reti aziendali.

Colpiti supermercati anche in Italia

Anche l’Italia è stata interessata dagli attacchi. Guasti si sono registrati in Sicilia, in sei punti vendita, ma segnalazioni sono arrivate anche da un’azienda toscana operante nella ristorazione collettiva e da una dell’Emilia Romagna attiva nella produzione dei surgelati.

Cigs ex Ilva, il ministero del Lavoro convoca i sindacati il 6 novembre

I sindacati metalmeccanici sono stati convocati dal ministero del Lavoro per il 6 novembre alle ore 10:30 per l’espletamento dell’esame congiunto della richiesta di cassa integrazione guadagni straordinaria per un massimo di 8.622 lavoratori, comunicata da Acciaierie d’Italia (ex Ilva) il 17 ottobre. Intanto, secondo quanto trapela da da fonti a conoscenza della vicenda, Federacciai e la cordata degli industriali italiani del settore avrebbero deciso di non presentare l’offerta per l’acquisizione dell’ex Ilva.

AdI ha già in corso la cassa straordinaria per 4.450 addetti

Acciaierie d’Italia, che ha già in corso la cassa straordinaria per 4.450 addetti (di cui 3.800 a Taranto), ha chiesto la Cigs a causa della fermata produttiva per un massimo appunto di 8.622 lavoratori, di cui circa 6.800 nello stabilimento pugliese. Pochi giorni fa le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno rigettato sia il ricorso principale proposto da Ilva in Amministrazione Straordinaria sia il ricorso incidentale di Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding S.p.A. in Amministrazione Straordinaria contro il decreto della Corte d’Appello di Milano, che aveva accolto il reclamo dei cittadini ordinando la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.

Iran, Pezeshkian: «Da Khamenei poteri al governo per trattare con gli Usa»

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che Mojtaba Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica, ha concesso al governo di Teheran «determinati poteri» in merito ai colloqui di pace con Washington. «I nostri avversari non possono costringere l’Iran alla resa attraverso un conflitto. Ci opponiamo fermamente alle loro menzogne e alle loro pretese eccessive. In questo percorso, dobbiamo impegnarci a rafforzare la resilienza della popolazione, facendoci carico delle sue preoccupazioni e dei suoi timori», ha detto Pezeshkian durante un incontro con i governatori provinciali a Teheran. Questo mentre Benjamin Netanyahu continua a fare pressione su Donald Trump per la ripresa degli attacchi dopo le elezioni di midterm.

Iran, Pezeshkian: «Da Khamenei poteri al governo per trattare con gli Usa»
Donald Trump (Ansa).

L’Iran ha proposto agli Stati Uniti un piano in sette punti

Le dichiarazioni di Pezeshkian arrivano a stretto giro da quelle del ministero degli Esteri sulla disponibilità di Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz entro due giorni, anziché nei sette previsti, se Washington accetterà le sue condizioni. «L’Iran ha proposto agli Stati Uniti un piano in sette punti e ha ascoltato le prospettive della controparte. Sono state scambiate delle opinioni e la nostra proposta, riguardo a questo percorso diplomatico, rimane sul tavolo», ha spiegato il portavoce del ministero Esmaeil Baghaei, invitando gli Usa alla «prossima mossa». Le questioni indicate comprendono la fine del blocco navale Usa, lo sblocco delle risorse finanziarie iraniane e le modalità di gestione del traffico marittimo.

Negoziati a Doah, gli Usa hanno avanzato tre proposte

Il 31 ottobre nuovi negoziati indiretti si sono svolti a Doha, in Qatar. In una recente intervista alla tv di Stato, il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale Mohsen Rezaei ha rivelato che gli Stati Uniti hanno avanzato tre proposte per la definitiva fine delle ostilità e la riapertura di Hormuz. Una è stata bocciata, un’altra è stata giudicata più favorevole, mentre una terza conterrebbe ancora punti controversi. Teheran non intende avviare negoziati diretti finché Washington non avrà soddisfatto le sue condizioni.

Attacchi hacker contro supermercati in vari Paesi Ue: cosa sappiamo

Nella notte tra domenica e lunedì un’ondata di attacchi hacker ha colpito i sistemi di refrigerazione di decine di supermercati in Svezia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Finlandia Estonia e Irlanda, dove la temperatura di banchi frigo e freezer è stata innalzata sopra i 50 gradi, rendendo grosse quantità di cibo conservatovi inutilizzabile.

Come si è svolto l’attacco da remoto

Secondo la tv pubblica estone Err, gli hacker sono riusciti ad accedere alle centraline connesse a Internet e a sovrascrivere le impostazioni dei macchinari, innalzando poi da remoto la temperatura. In Belgio risultano colpiti punti vendita Delhaize, Carrefour, Colruyt e Intermarché. In Svezia nel mirino è finita Gdo Ica, che detiene il 33 per cento della quota di mercato del Paese scandinavo. Coinvolte anche diverse strutture della catena Coop. In Irlanda risultano compromessi i sistemi di 13 supermercati SuperValu. Nei Paesi Bassi stati colpiti piccole aziende e negozi di quartiere.

Tonnellate di cibo da buttare: perdite milionarie

Il risultato è stato devastante per la catena del freddo. L’attacco ha costretto centinaia di punti vendita in Europa a chiudere temporaneamente e a gettare nei rifiuti tonnellate di cibo, in particolare i surgelati: sono previste perdite economiche milionarie.

Il precedente del 12 ottobre in tre Paesi

L’attacco ha seguito lo stesso modus operandi già osservato in Francia, Belgio e Paesi Bassi il 12 ottobre, quando oltre 700 punti vendita di insegne come Carrefour, Intermarché, Leclerc e Monoprix subirono la manomissione remota dei sistemi termici.

La risposta dell’Unione europea

Commentando gli attacchi hacker, la portavoce della Commissione Ue per l’Agricoltura, Louise Bogey, ha dichiarato che l’Unione europea «dispone di diversi strumenti» per rispondere a un incidente come questo: «Ci affidiamo a CYCLONe per il coordinamento e la condivisione delle informazioni, poiché diversi Stati membri sono stati colpiti. La Commissione continuerà a collaborare con gli Stati membri per rafforzare la sicurezza informatica in tutta l’Unione, anche nell’ambito del Cyber Resilience Act, del Cyber Solidarity Act e del NIS2».

Crisi di governo in Belgio: dimissioni del premier, il re avvia le consultazioni

Crisi di governo in Belgio: colpa del fallimento dei negoziati sulla legge di bilancio, che ha spaccato la coalizione ‘Arizona’ alla guida dell’esecutivo di centrodestra. Il primo ministro Bart De Wever ha rassegnato le dimissioni ed è stato ricevuto da re Filippo I, che le ha congelate e si prepara ad avviare le consultazioni con i leader dei partiti di maggioranza. Secondo i media belgi quella di De Wever è una mossa per uscire dallo stallo entro domani a mezzogiorno, termine ultimo per trovare un accordo sulla Manovra.

Crisi di governo in Belgio: dimissioni del premier, il re avvia le consultazioni
Bart De Wever e re Filippo I (Ansa).

Il governo De Wever era nato dopo otto mesi di stallo politico

Il governo De Wever, in carica dal 3 febbraio 2025, era nato dopo circa otto mesi di intensi negoziati seguiti alle elezioni federali del 9 giugno 2024, che hanno lasciato una Camera dei rappresentanti decisamente frammentata. L’accordo definito era stato raggiunto in extremis dopo varie proroghe concesse da Filippo I, a poche ore dall’ultimatum prima dell’indizione di nuove elezioni. La coalizione di centrodestra ‘Arizona’, così chiamata per i colori dei cinque partiti partecipanti, presenti anche sulla bandiera del suddetto Stato federato americano, è composta da Nuova Alleanza Fiamminga (di cui fa parte De Wever, ex sindaco di Anversa dal passato separatista), Movimento Riformatore, Vooruit, Cristiano-Democratici e Fiamminghi e Les Engagés: conta 81 seggi sui 150 della camera bassa del parlamento di Bruxelles.

Crisi di governo in Belgio: dimissioni del premier, il re avvia le consultazioni
Bart De Wever (Ansa).

Il re: «Il Belgio non può permettersi una crisi politica prolungata»

Il Belgio, che ha un deficit pari al 5 per cento e un debito che si aggira attorno al 110 per cento del prodotto interno lordo, è costretto a una severa procedura di rientro secondo le regole del Patto di stabilità. Ma il consiglio dei ministri non è riuscito a raggiungere un accordo né sul bilancio federale 2027, né sull’obiettivo di un risanamento da 10 miliardi di euro entro il 2029. A pesare, spiega la stampa belga, sono state soprattutto le divergenze tra i conservatori del Mouvement Réformateur e l’ala più di centro-sinistra, rappresentata da Les Engagés e Vooruit. «Re Filippo I si rammarica che non sia stato raggiunto alcun accordo su un bilancio credibile e adeguato alle sfide attuali. In un contesto caratterizzato da grande incertezza geopolitica e da notevoli difficoltà economiche, il Paese non può permettersi una crisi politica prolungata», si legge in un comunicato di Palazzo reale.

Identificate le vittime italiane dello scontro tra treni in Spagna

Sono state identificate le due vittime di nazionalità italiana dell’incidente ferroviario avvenuto nei pressi di Toledo, in cui sono morte almeno 69 persone. Come spiega l’Ansa, si tratta di Daniela Millan Parlanti, 40enne italo-venezuelana di Caracas, e dell’italo-argentina 32enne Ana Martina Conte Grand, originaria di San Juan, che viveva in Andalusia dal 2025: il fratello, che era con lei su uno dei due treni coinvolti, è rimasto ferito. Entrambe le vittime sono state identificate tramite impronte digitali e Dna.

Omicidio Pasolini, la procura di Roma apre una nuova indagine

La procura di Roma ha avviato un nuovo fascicolo di indagine sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto a Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. Il procedimento, affidato al sostituto Silvia Santucci, è stato aperto alla luce di un esposto depositato a piazzale Clodio le scorse settimane dall’avvocato Stefano Maccioni che in passato ha assistito uno dei cugini della vittima, Guido Mazzon, e ora è avvocato dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, del regista David Grieco e dello scrittore Giovanni Giovannetti. «La nuova istanza presentata nel mese di novembre 2025 e poi integrata nel mese di maggio 2026 si basa su nuovi elementi raccolti da questa difesa», ha spiegato Maccioni. «Confidiamo che la procura della Repubblica di Roma riesca finalmente a fornire quelle risposte che da troppi anni stiamo cercando e nel contempo invitiamo tutte quelle persone che fino a oggi hanno preferito tacere su ciò che sanno a farsi avanti e parlare». Nel 2016 e nel 2023 erano state presente istanze di riapertura delle indagini ma entrambe respinte dalla procura.

Il surreale video di Mamdani e Gualtieri per promuovere l’opera a New York

Il fine settembre il di New York Zohran Mamdani ha lanciato Opera For All, programma che mette a disposizione 70 mila biglietti gratuiti a stagione per il Metropolitan Opera House, da assegnare tramite estrazione ai residenti della Grande Mela che non acquistano ticket per il Met dal 2019. Per promuovere l’iniziativa, Mamdani ha adesso diffuso un surreale video che lo vede protagonista assieme al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.

La clip – di un minuto – si apre con Mamdani intento a intonare Bella Ciao e rapidamente interrotto da Gualtieri, che gli suggerisce di lasciare il canto all’opera. Successivamente, quando Mamdani sottolinea l’alto numero di biglietti gratuiti a disposizione, Gualtieri sfodera un «veni, vidi, free-ci» e poi spiega come gli antichi romani scrivessero 70 mila (LXX con una riga sopra). Mamdani successivamente evidenzia che l’iniziativa, proprio come Roma, «non è stata costruita in un giorno». Al secondo 45, Gualtieri annuncia che presto ci saranno importanti novità per i romani sull’opera. Tutto finito? Macché. «Aspetta sindaco», dice Mamdani in italiano al primo cittadino della Capitale che si avvia all’uscita: «Stai andando nella direzione sbagliata!». La risposta di Gualtieri: «Non ti preoccupare, tutte le strade portano all’opera». Sipario con un bel sorriso di un compiaciuto Mamdani.

La mossa di Lmdv: offerta per acquistare tutte le quote di Delfin

Leonardo Maria Del Vecchio è passato al contrattacco dopo la proposta – rifiutata – da 30 miliardi di euro) del magnate ceco Michal Strnad: Lmdv ha infatti proposto agli altri sette soci di Delfin di rilevare le loro quote con un’offerta interamente finanziata da un «primario istituto di credito internazionale».

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Lmdv: «È l’offerta più seria che io abbia mai fatto»

A renderlo noto è stato lo stesso Leonardo Maria Del Vecchio, tramite una lettera pubblicata sul QN (di cui è editore). «È l’offerta più seria che io abbia mai fatto», scrive il quartogenito del fondatore di EssilorLuxottica Leonardo Del Vecchio, che al momento ha in mano (come gli altri sette eredi) il 12,5 per cento della cassaforte di famiglia. «Da quando nostro padre è scomparso, ho sentito il peso di custodire ciò che ha costruito. Non sempre l’ho fatto nel modo giusto», prosegue Lmdv nella missiva, prodigo di ammissioni di colpa: «In questi anni ho cercato soluzioni diverse e talvolta ho scelto la strada dello scontro. Lo riconosco: ci sono stati errori, anche di tono, e non ne vado fiero».

La mossa di Lmdv: offerta per acquistare tutte le quote di Delfin
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

L’autocritica sul passato e lo stop ai contenziosi

«All’inizio ho cercato di dare stabilità, impegnandomi direttamente in EssilorLuxottica e difendendo l’assetto che si era costruito nelle ore successive alla sua morte. In seguito, ho provato a rafforzare quell’equilibrio acquistando le quote di chi era più lontano dalla gestione», continua Leonardo Maria Del Vecchio, evocando i dissidi tra gli eredi: «Quando ho capito che quella strada non portava da nessuna parte, ho fatto un passo indietro». E poi: «Negli ultimi mesi ho scelto un’altra direzione: ridurre i conflitti e riaprire il dialogo». Nella lettera, Lmdv conferma inoltre di aver «dato mandato di rinunciare alle azioni legali» promosse nei confronti di alcuni familiari: «Non è stato semplice, ma era necessario».

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L’offerta recapitata agli altri sette soci Delfin

Così sull’offerta recapitata agli altri otto eredi di Leonardo Del Vecchio: «Ho proposto sia un acquisto totale e immediato delle quote, sia altre forme di acquisizione più diluite nel tempo, lasciando a ciascuno la libertà di scegliere». Sul piatto una proposta da circa 3,7 miliardi di euro a ciascun socio: l’operazione sarebbe sostenuta da un finanziamento da 22 miliardi di euro concesso dalla banca statunitense Citi. La cifra servirebbe in realtà ad acquistare sei quote, escludendo quella della madre Nicoletta Zampillo, e a portare Del Vecchio jr all’87,5 per cento del capitale di Delfin. Il piano richiede l’adesione di almeno cinque soci, che con Lmdv comporrebbero una maggioranza di sei su otto. «Il veicolo che acquisirà le quote avrà regole di governance rafforzate, fissate in uno statuto vincolante. Accanto a me siederanno in consiglio due persone con una lunga esperienza manageriale, finanziaria e legale che avranno pareri vincolanti sulle decisioni finanziarie più rilevanti. È la condizione perché questa proposta sia credibile per la mia famiglia, per i mercati e per le persone che lavorano nelle società che nostro padre ha fatto crescere», spiega poi l’imprenditore nella lettera al QN: proposto agli altri soci un incontro entro il 7 novembre, «tutti insieme o singolarmente, per presentare il progetto nel dettaglio».