‘Stato Maschile’ nega il coinvolgimento negli allarmi bomba sui voli in Europa

Un account Telegram riconducibile a Vladislav Pozdnyakov, fondatore del movimento Stato Maschile, ha negato qualsiasi coinvolgimento nelle minacce di attentati dinamitardi contro gli aerei in volo nei cieli d’Europa, affermando di non aver dal 2019 più legami col gruppo che, ha spiegato, nella sua forma originaria non esiste dal 2021.

La smentita: «Chi usa questo ‘marchio’ lo fa nel suo interesse»

Su Telegram, il presunto Pozdnyakov ha di fatto risposto a una domanda inviata dal servizio russo della BBC sulle responsabilità di Stato Maschile, movimento misogino, omofobo e razzista dichiarato nel 2021 organizzazione estremista e pertanto bandito dalla Russia. «Chiunque stia attualmente organizzando provocazioni nell’Ue in nome di questo ‘marchio’ agisce nel proprio interesse, semplicemente usando la bandiera di qualcun altro», ha scritto Pozdnyakov: «Non è che io provi particolare compassione per l’Europa, la sua sicurezza o la sua economia (in realtà, non me ne potrebbe importare di meno). Sto semplicemente rispondendo alla vostra domanda qui, pubblicamente». E poi: Se domani firmassero una lettera, diciamo, da parte di Vladimir Putin, cerchereste allora di contattare il nostro presidente per porgli la vostra stupida domanda?».

Israele, il presidente Herzog: «Domenica l’incarico per la formazione del governo»

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha annunciato che domenica 9 novembre conferirà l’incarico per la formazione di un nuovo governo. «I risultati delle consultazioni possono sembrare chiari, ma l’autorità che mi è conferita dalla legge è di determinare chi ha la capacità di formare un governo, e questo non è del tutto chiaro, dato il veto reciproco tra i blocchi e all’interno dei blocchi stessi», ha precisato Herzog. Ma l’era di Benjamin Netanyahu sembra destinata al tramonto. Il primo mandato esplorativo di 28 giorni andrà infatti con ogni probabilità ad Eisenkot, leader del partito Yashar!, che può teoricamente contare sul sostegno di 67 dei 120 deputati della Knesset.

Israele, il presidente Herzog: «Domenica l’incarico per la formazione del governo»
Benjamin Netanyahu (Ansa).

Eisenkot ha il sostegno necessario per governare

Resta a questo punto da capire se il leader di Yashar! presiederà un governo con l’appoggio esterno delle liste arabe o con gli ultraortodossi. A seguito delle elezioni, il blocco di Netanyahu si è aggiudicato 53 seggi alla Knesset e quello di Eisenkot 48, mentre ai partiti arabi ne sono andati 19 (8 a Ra’am e 11 a Lista Unita). Nel corso delle consultazioni, poi, il partito ultraortodosso ashkenazita Ebraismo Unito (7 seggi) non ha indicato nessun nome, rompendo l’alleanza con Netanyahu. Per la maggioranza in parlamento ne servono 61: col doppio endorsement delle formazioni arabe, Eisenkot avrebbe l’appoggio di 67 deputati. Ma questa non è l’unica soluzione. È infatti ancora possibile l’ipotesi della formazione di un esecutivo di minoranza con gli ultraortodossi.

Israele, il presidente Herzog: «Domenica l’incarico per la formazione del governo»
Gadi Eisenkot (Ansa).

Il dilemma: allearsi con gli arabi o gli ultraortodossi?

Nel gioco dei veti incrociati, l’ago della bilancia è rappresentato soprattutto da Avigdor Lieberman, leader del partito di destra laica Israel Beytenu e alleato di Eisenkot. Contrario a un governo retto dall’astensionismo dei partiti arabi, Lieberman ha aperto a un’alleanza con Ebraismo Unito e per favorire l’intesa si è detto disposto a fare marcia fare marcia indietro su una delle sue principali bandiere politiche, cioè l’estensione del servizio militare obbligatorio alla popolazione ultraortodossa.

Israele, il presidente Herzog: «Domenica l’incarico per la formazione del governo»
Avigdor Lieberman (Ansa).

Irlanda, minacce di attentati a giornali e tv: evacuate alcune redazioni a Dublino

Il personale di diverse testate giornalistiche irlandesi è stato evacuato dopo che alcune minacce di attentati sono state inviate via e-mail alle redazioni. La polizia è intervenuta presso la sede dell’emittente nazionale Rte a Dublino, dove sono stati avvistati agenti armati. I loro edifici sono stati evacuati e le loro trasmissioni interrotte per passare a programmi preregistrati. Tuttavia il format Today with David McCullagh in onda su Radio 1 ha continuato ad andare in onda tramite l’unità mobile dell’emittente. Evacuato anche il personale degli uffici del quotidiano Irish Independent, delle emittenti radiofoniche Newstalk e Today FM. Anche l’emittente televisiva Virgin Media è stata minacciata ma non ha evacuato le proprie sedi. La polizia e le forze di difesa stanno lavorando per individuare i responsabili. Non è ancora stato stabilito se le minacce siano state proferite da un singolo individuo o da un gruppo più coordinato. Queste intimidazioni si sommano agli allarmi bomba registrati su una ventina di aerei con partenza e destinazione in Paesi europei, tra cui l’Italia.

Giudice federale blocca il progetto dell’arco di trionfo a Washington voluto da Trump

La giudice federale statunitense Tanya Chutkan ha bloccato il progetto di costruzione a Washington di un gigantesco arco di trionfo voluto dal presidente Donald Trump, poco dopo il via libera concesso da una commissione urbanistica. L’amministrazione Usa non potrà avviare la costruzione dell’arco per le prossime due settimane, il tempo necessario affinché il tribunale esamini le istanze che ne contestano la legittimità.

Trump rievoca lo spettro dei brogli, Hegseth e Rubio allontanano l’addio

Dopo il tracollo repubblicano alle elezioni di midterm, Donald Trump è tornato a cavalcare la retorica dei brogli, un suo grande cavallo di battaglia. Parlando con i cronisti all’interno dello Studio Ovale, il presidente Usa ha messo in discussione (senza andare nei dettagli) l’integrità del voto: «Le nostre elezioni sono così truccate, non ne avete idea». Su Truth, inoltre, Trump ha incolpato gli «stupidi democratici» per i forti ribassi a Wall Street dopo il voto (le sette Big Tech hanno perso complessivamente oltre mille miliardi di dollari), promettendo poi ai suoi sostenitori: «In un modo o nell’altro, torneremo presto più grandi e più forti che mai. Rendiamo l’America di nuovo grande!».

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Trump rievoca lo spettro dei brogli, Hegseth e Rubio allontanano l’addio
Pete Hegseth (Ansa).

Hegseth: «L’impeachment non servirà»

Dopo oltre un giorno di silenzio seguito alla sconfitta repubblicana, è tornato poi a farsi sentire Pete Hesgeth, che la stampa Usa vorrebbe in bilico come segretario alla Difesa (o Guerra), ipotizzando per lui un futuro da senatore del Tennessee. In un lungo video postato su X, Hegseth ha di fatto respinto le voci su un suo allontanamento: «Noi Resistiamo. Noi Combattiamo. Noi Difendiamo la Repubblica».

Poi ha attaccato il deputato repubblicano Thomas Massie, intenzionato a presentare una mozione di impeachment nei suoi confronti: «Non ha funzionato contro il presidente Trump e non funzionerà con me. Potete starne certi».

Trump rievoca lo spettro dei brogli, Hegseth e Rubio allontanano l’addio
Marco Rubio (Ansa).

Rubio: «Amo il lavoro che sto svolgendo»

Anche il segretario di Stato Marco Rubio ha smentito le indiscrezioni su un suo possibile addio all’Amministrazione Trump, circolate con insistenza all’indomani della sconfitta repubblicana alle midterm. Due le ipotesi citate dai media Usa: una rimozione da parte della Casa Bianca oppure dimissioni da parte dello stesso Rubio, intenzionato a concentrarsi sulle primarie presidenziali del 2028. In un’intervista al New York Times, il capo della diplomazia Usa ha dichiarato: «Lavorare per il presidente Trump fino al termine del suo mandato è sempre stato il mio piano. Non so da dove provengano certe voci. Amo il lavoro che sto svolgendo».

Paraguay, il presidente si dimette per lo scandalo Ueno Bank

Il presidente del Paraguay Santiago Peña ha annunciato in un messaggio su X le sue dimissioni nel quadro dello scandalo per la bancarotta di Ueno Bank. «Ho preso la decisione con l’obiettivo di preservare le istituzioni e la pace sociale», ha affermato. «Sono convinto che nessun incarico può venire prima del benessere del Paraguay. Voglio scusarmi con il popolo se in qualche momento ho sbagliato, non ho mai voluto tradire la fiducia che ha riposto in me». Peña era a un passo dall’impeachment ed era rimasto politicamente isolato, con il suo stesso partito che aveva aderito alla mozione di destituzione presentata dall’opposizione.

Il crac di Ueno Bank

La crisi è esplosa martedì 2 novembre 2026, quando la Banca centrale del Paraguay è intervenuta su Ueno Bank a causa di un’insufficienza dell’indice di solvibilità. L’intervento ha portato alla sospensione dei servizi dell’istituto e al congelamento dei depositi di circa tre milioni di utenti. La banca, che annoverava tra i propri clienti oltre il 60 per cento degli adulti del Paraguay, ha rappresentato un elemento centrale del sistema finanziario nazionale. Durante l’amministrazione di Peña, ha ricevuto milioni di dollari in risorse da enti pubblici, incluso l’Istituto di sicurezza sociale che gestisce le pensioni della maggior parte dei lavoratori del paese. Il blocco dei servizi ha provocato un’ondata di preoccupazione tra i risparmiatori.

Israele, dopo Ra’am anche Lista Unita indica Eisenkot come premier

Dopo Ra’am anche Lista Unita, principale formazione politica israeliana a maggioranza araba (riunisce tre partiti), ha annunciato che comunicherà al presidente Isaac Herzog «la decisione di raccomandare che Gadi Eisenkot riceva l’incarico di formare il governo» e che dunque assuma l’incarico di primo ministro di Israele al posto di Benjamin Netanyhau. La decisione, che «non è stata una semplice», è stata presa all’unanimità e risponde «alla richiesta popolare di impedire il ritorno al potere di Netanyahu e del suo governo», si legge in una nota diffusa da Lista Unita: «Nonostante la nostra determinazione a rovesciarlo, il fronte dell’opposizione guidato da Eisenkot non ha ancora dimostrato la necessaria volontà di contrastare la linea politica di Netanyahu e di combattere l’incitamento all’odio contro i cittadini arabi».

Israele, dopo Ra’am anche Lista Unita indica Eisenkot come premier
Gadi Eisenkot (Ansa).

Bye bye Netanyahu?

A seguito delle elezioni, il blocco di Netanyahu si è aggiudicato 53 seggi alla Knesset e quello del centrista Eisenkot 48, mentre ai partiti arabi ne sono andati 19 (8 a Ra’am e 11 a Lista Unita). Per la maggioranza in parlamento ne servono 61: col doppio endorsement delle formazioni arabe, Eisenkot – leader di Yashar – può di fatto contare sul sostegno di 67 deputati.

Allarmi bomba nei cieli d’Europa: cosa sappiamo sullo Stato Maschile

L’allarme bomba su 18 aerei in volo sull’Europa, che ha scatenato il panico nei cieli del Vecchio Continente con tanto di intervento dei caccia militari, è stato causato da una mail inviata dai «combattenti» del gruppo estremista russo Stato Maschile, che informava di imminenti esplosioni per colpire un presunto «regime femminista». Un nome già comparso in passato in altre campagne di falsi allarmi bomba: ecco chi c’è dietro.

Il gruppo è stato fondato nel 2016 da Vladislav Pozdnyakov

Lo Stato Maschile (in russo Muzhskoye Gosudarstvo) è un movimento di destra radicale, misogino e nazionalista, fondato nel 2016 sulla piattaforma VKontakte (il ‘Facebook di Russia’) dal blogger Vladislav Pozdnyakov. Nato come comunità antifemminista espressione della manosfera russa, lo Stato Maschile si è rapidamente evoluto in un movimento che sostiene anche supremazia bianca, omofobia e posizioni apertamente razziste, nonché l’invasione dell’Ucraina.

Nel 2021 è stato designato come organizzazione estremista

Nel 2018 Pozdnyakov e i suoi ‘seguaci’ lanciarono, in occasione dei Mondiali di calcio in Russia, una campagna contro le donne viste uscire o che erano sospettate di avere rapporti sessuali con stranieri (in particolare non bianchi): foto e video venivano pubblicati sul canale Telegram dello Stato Maschile, aperto intanto dal suo fondatore. Dopo varie sentenze di tribunali per incitamento all’odio e alla violenza, nel 2020 VKontakte aveva chiuso il gruppo, arrivato a 160 mila iscritti. Ma l’attività, passata a quel punto soprattutto su Telegram, non si era fermata. Anzi: nel 2021, ad esempio, fu orchestrata una campagna contro una famiglia Lgbtq+ apparsa in una pubblicità della catena Vkusville. A ottobre di quell’anno, stabilendo che le attività del gruppo costituivano incitamento all’odio, all’ostilità e alla violenza, il tribunale regionale di Nizhny Novgorod ha designato lo Stato Maschile come organizzazione estremista, vietandolo in Russia.

L’esilio del fondatore e lo spostamento di focus sull’Ucraina

Nonostante lo scioglimento formale e l’esilio del fondatore Pozdnyakov, fuggito in Georgia e successivamente in Serbia o Montenegro, il movimento ha continuato a esistere online, riorganizzandosi su Telegram sotto un altro nome: Legione Maschile. Dopo un periodo di minore attività, il gruppo nel 2022 il gruppo ha trovato nuova linfa con un significativo spostamento di focus: dai contenuti misogini a quelli riguardanti il conflitto in Ucraina, apertamente sostenuto. Come detto, lo Stato Maschile si era già reso protagonista di allarmi bomba. Era successo il primo aprile del 2002, in Montenegro: in quell’occasione, tramite mail inviate alle autorità, minacciò esplosioni nelle scuole se non fossero arrivati cambiamenti al governo e ai vertici dell’agenzia di sicurezza nazionale. Scattarono evacuazioni, ma non fu trovato alcun ordigno.

Il messaggio con la minaccia di esplosioni sugli aerei

L’allarme sui due voli diretti a Roma è arrivato tramite una mail anonima agli indirizzi di Adr e di altre società dell’aeroporto di Fiumicino: «Siete tutti complici di un complotto criminale. Vogliamo annientarvi per questo. Noi, combattenti dello Stato Maschile, con le nostre azioni di oggi lasceremo un segno nella storia. Il vostro regime femminista se ne ricorderà per sempre. L’esplosione avverrà tra 60 minuti. Oggi il vostro cielo sarà rosso»

Israele, il partito arabo Ra’am indica Eisenkot come premier

Il partito arabo Ra’am, che dopo le recenti elezioni ha otto seggi alla Knesset, ha indicato Gadi Eisenkot come premier per la formazione di un nuovo governo durante le consultazioni con il presidente Isaac Herzog, trasmesse in diretta streaming dalla residenza presidenziale di Gerusalemme. A seguito del voto, il blocco di Benjamin Netanyahu si è aggiudicato 53 seggi e quello di Eisenkot 48, mentre ai partiti arabi ne sono andati 19. Per la maggioranza in parlamento ne servono 61.

Israele, il partito arabo Ra’am indica Eisenkot come premier
Mansour Abbas, leader di Ra’am (Ansa).

Il leader Abbas punta il dito contro Netanyahu

«Siamo il partito arabo più grande d’Israele», ha dichiarato il leader Mansour Abbas, sottolineando che la Lista Unita (11 seggi), è un’alleanza di tre diverse formazioni palestinesi. «L’affluenza araba durante le elezioni è il dato più rilevante che arriva come risposta dopo quattro anni di marginalizzazione, incitamento, razzismo, perdita della sicurezza personale», ha aggiunto Abbas puntando il dito contro Netanyahu, che peraltro ha anche perso il supporto di Ebraismo Unito, che ha deciso di non indicare nessun candidato per la formazione di un governo. Ebraismo Unito, alleanza tra due partiti ultraortodossi ashkenaziti, è stata parte integrante del governo guidato da Netanyahu fino al luglio 2025 e lo ha poi sostenuto dall’esterno. Ora la decisione di sfilarsi dal blocco di Bibi.

Midterm, dopo la disfatta i Repubblicani scaricano Hegseth

La Camera dei rappresentati degli Stati Uniti, passata a maggioranza democratica dopo le elezioni di midterm, potrebbe votare già la prossima settimana per mettere sotto accusa Pete Hegseth. Come riportano varie testate americane, il capo del Pentagono è finito nel mirino di buona parte dei suoi colleghi di partito, che lo ritengono il principale responsabile del costoso e inconcludente conflitto in Iran, motivo della batosta elettorale. Il deputato repubblicano del Kentucky, Thomas Massie, ha detto alla CNN di voler avviare una votazione per l’impeachment di Hegseth alla ripresa dei lavori del Congresso.

Non è da escludere un siluramento da parte di Trump

Molti big repubblicani, per ora restii a criticare Donald Trump per la guerra all’Iran, ritengono che Hegseth abbia avuto un ruolo chiave nel convincere il presidente Usa ad attaccare la Repubblica Islamica senza una strategia di uscita e un piano per gestire le ripercussioni politiche. Secondo quanto affermato da diversi repubblicani in forma anonima alla CNN, Hegseth avrebbe esagerato le capacità degli Stati Uniti di vincere il conflitto in modo rapido. Trump, che come il suo vice JD Vance ha attribuito il tracollo delle midterm alla guerra in Iran, aggiungendo però di non essersi pentito di aver avviato il conflitto, ha smentito la possibile rimozione di Hegseth dal Pentagono a seguito di pressioni interne. «Sta facendo un buon lavoro», ha assicurato. Non è però da escludere un siluramento da parte della Casa Bianca, anche prima del voto della Camera per l’impeachment. Se Trump cacciasse Hegseth, in pole per sostituirlo ci sarebbe Ron DeSantis, dal 2019 governatore della Florida.

Potrebbero saltare anche due big dell’esercito e occhio a Rubio

La ricerca dei capri espiatori non terminerebbe però con Hegseth. Potrebbero infatti saltare altre teste: su tutte quelle dell’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, e del generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori riuniti. Voci da Washington vogliono poi sulla graticola anche il segretario di Stato Marco Rubio: per la sua sostituzione il nome caldo sarebbe quello di Sergio Gor, ex direttore dell’Ufficio per il personale presidenziale della Casa Bianca e da inizio 2026 ambasciatore degli Stati Uniti in India.

Hong Kong, altri 10 anni di carcere all’attivista Joshua Wong

Un tribunale di Hong Kong ha condannato l’attivista Joshua Wong a ulteriori 10 anni di carcere per collusione con paesi stranieri, al termine di un nuovo processo celebrato in virtù della legge sulla sicurezza nazionale. Wong, che ha appena compiuto 30 anni, è una delle figure più note del movimento pro-democrazia di Hong Kong e delle grandi manifestazioni del 2019. L’ex leader studentesco, già detenuto da quasi sei anni, a settembre si era dichiarato colpevole di nuove accuse di collusione con l’estero. Avrebbe dovuto essere scarcerato a gennaio, dopo aver scontato quattro anni e otto mesi di detenzione per “sovversione” ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale, imposta nel territorio dalla Cina nel 2020. Nel giugno 2025 le autorità di Hong Kong avevano fatto ricorso alla medesima normativa per accusarlo di aver sollecitato paesi ed entità straniere a favorire l’imposizione di sanzioni contro il centro finanziario e la Cina. Per questo capo d’imputazione, Wong rischiava fino all’ergastolo, mentre la difesa aveva chiesto una pena più mite compresa tra i tre e i 10 anni.

Condanna dagli Stati Uniti

Il consolato degli Stati Uniti a Hong Kong ha dichiarato di condannare fermamente l’ulteriore pena di 10 anni di carcere e di chiederne l’immediato rilascio. «Wong è ingiustamente incarcerato dal dicembre 2020. Ciò dimostra che Pechino è disposta a spingersi a livelli estremi pur di mettere a tacere chi sostiene le libertà fondamentali a Hong Kong», ha evidenziato un portavoce. Poco dopo queste dichiarazioni, la Cina ha lanciato un avvertimento contro le affermazioni “irresponsabili” riguardanti le questioni giudiziarie di Hong Kong. «Le parti interessate dovrebbero rispettare seriamente la sovranità della Cina e il sistema legale di Hong Kong, e smettere di rilasciare dichiarazioni irresponsabili in merito ai procedimenti giudiziari nella Raehk», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun.

Midterm, anche Vance ‘boccia’ Trump: «Abbiamo perso per colpa della guerra»

A differenza di Donald Trump, che ha subito usato toni poco concilianti per commentare la batosta elettorale delle Midterm, il suo vice JD Vance ci ha messo un po’ a dire la sua sulla sconfitta del Partito repubblicano, travolto da un’onda blu democratica. In un lungo post su X, in cui di fatto ha preso le distanze dal presidente Usa, il numero due della Casa Bianca ha indicato chiaramente la ragione della sconfitta del Grand Old Party: la guerra all’Iran, a cui è stato contrario fin dall’inizio.

Il lungo post di Vance su X

«La ragione per cui abbiamo perso è la guerra. Il presidente stesso lo ha detto ieri sera», ha scritto Vance facendo riferimento all’intervento di Trump su Fox News («La gente è d’accordo con quello che sto facendo, ma probabilmente non era disposta ad affrontare la conseguenza iniziale, di breve durata, di pagare di più la benzina»). Mentre Trump continua a sostenere di aver fatto bene ad attaccare l’Iran, Vance invece è sempre stato contrario ai raid contro la Repubblica Islamica: «Chi vuol sostenere che ne sia valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi sei anni sia valso il prezzo pagato, lo faccia. Sostenga che sia stato un costo che valeva la pena sostenere. Che siate d’accordo o no, almeno sarebbe onesto. Ma tutti sanno perché abbiamo perso. E qualsiasi conversazione onesta su dove andare da qui deve iniziare da lì». E poi: «Resto fiducioso riguardo al nostro Paese. Avete ragione, ce l’avevate detto. Trasformate quell’energia nell’elezione di repubblicani che condividano la vostra visione del mondo. Alle persone che sono semplicemente arrabbiate per il risultato, avete ragione di esserlo. Trasformiamo quella rabbia e torniamo al lavoro per salvare il nostro Paese».

Il monito della Casa Bianca: «Trump è ancora il vostro presidente»

All’indomani della disfatta delle elezioni di midterm, che hanno visto di Democratici conquistare il Congresso e diversi fortini rossi (come il Texas) anche con i governatori, la Casa Bianca ha pubblicato su X un’immagine di Donald Trump con uno sguardo minaccioso e i pugni puntati sulla scrivania dello Studio Ovale. «Comunicazione di servizio: Trump è ancora il vostro presidente», si legge sulla card. E sopra: «Grazie per la vostra attenzione sul tema».

I toni poco concilianti di Trump dopo la batosta elettorale

Intervistato dal New York Times, Trump – annusando la sconfitta – si era detto «pronto ad accettare il risultato» delle urne: «Collaboreremo con i Democratici, non vediamo l’ora di lavorare insieme a loro. Probabilmente troveremo un’intesa». Sui social, però, ha poi avuto toni decisamente meno concilianti. A fronte dell’onda blu che lo ha travolto, Trump ha infatti postato su Truth l’immagine di un cappellino rosso con la scritta «VETO», rivendicando la facoltà di bloccare le leggi del parlamento a lui non gradite in ragione della “presentment clause”, che prevede la necessità della sua firma su qualsiasi legge approvata dal Congresso. «Il mio nome non era sulla scheda elettorale. Se lo fosse stato, avremmo vinto CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE!», ha inoltre tenuto a precisare The Donald, che si è anche scagliato contro Fox News, definendo i sondaggi sfavorevoli dell’emittente «un attacco premeditato».

Crans Montana, la Svizzera rinuncia al rimborso delle spese mediche dei feriti italiani

Il governo svizzero ha deciso di rinunciare al rimborso delle spese mediche sostenute per la cura dei feriti italiani nell’incendio di Capodanno a Crans-Montana, che ammontano a 1,5 milioni di franchi. Il presidente della Confederazione Guy Parmelin ha informato della decisione la presidente del Consiglio dei ministri italiano Giorgia Meloni. «Il governo svizzero è pienamente cosciente dell’immenso dolore che grava sulle famiglie delle vittime e sulle persone che soffriranno per tutta la vita delle sequele delle gravi ferite subite», ha evidenziato Parmelin.

Meloni: «Grazie per la sensibilità dimostrata»

«Accolgo con grande soddisfazione la notizia, comunicatami dal presidente Guy Parmelin, della rinuncia della Svizzera a chiedere il rimborso delle spese mediche dei feriti italiani della tragedia di Crans-Montana curati negli ospedali elvetici», ha detto la premier Meloni. «Sono felice di questa soluzione, nessun onere ricadrà sulle famiglie o sull’Italia. Il mio pensiero va, ancora una volta, alle famiglie delle vittime e dei ragazzi feriti, che affrontano con straordinaria dignità e forza un dolore immenso. A loro rinnovo la più sincera vicinanza del governo italiano, che continuerà a stare al loro fianco. Ringrazio il Presidente Parmelin per la sensibilità dimostrata. Questa decisione conferma la solidità del rapporto tra le nostre nazioni».

Midterm, El-Sayed prende in giro Trump e Vance dopo la vittoria in Michigan

Stanno diventando virali (anche in Italia) le immagini di Abdul El-Sayed, primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti (per il Michigan), che prende in giro JD Vance dopo la vittoria ottenuta alle elezioni di Midterm. «JD, mio caro, c’è una deliziosa ironia nel fatto che tu sia costituzionalmente obbligato a farmi giurare a gennaio», ha detto El-Sayed, togliendosi un bel sassolino dalla scarpa. In vista del voto, Vance lo aveva attaccato durante un comizio definendolo «una piccola donnola che dovrebbe chiudere la bocca e mostrare un po’ di gratitudine» e anche Donald Trump aveva puntato il dito contro di lui, usando una retorica anti-musulmana e storpiando il suo nome. «Donald, senti, so che hai avuto qualche difficoltà con il mio nome, quindi dopo che JD mi avrà fatto prestare giuramento a gennaio potrai semplicemente continuare a chiamarmi senatore».

Conferme dalla Cina sul trilaterale Xi-Trump-Putin

La Cina ha confermato di essere in contatto con Stati Uniti e Russia riguardo a un possibile incontro trilaterale tra i rispettivi presidenti Xi Jinping, Donald Trump e Vladimir Putin, che potrebbe svolgersi in occasione del vertice Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec), in programma a Shenzhen il 18 e 19 novembre.

Conferme dalla Cina sul trilaterale Xi-Trump-Putin
Donald Trump (Imagoeconomica).

Trump preferirebbe però parlare di disarmo nucleare

«La Cina è in contatto con le parti interessate», ha dichiarato Mao Ning, portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino.Secondo quanto ricostruito a metà ottobre dal Wall Street Journal è stato Putin, durante una telefonata con Trump avvenuta il 9 del mese, a proporre un vertice trilaterale con Xi per discutere della fine della guerra in Ucraina senza Volodymyr Zelensky, in modo da negoziare a condizioni favorevoli per Mosca. Pechino, sempre secondo quanto riportato dalle fonti del Wsj, avrebbe indicato di non volersi opporre in caso di via libera di Trump all’incontro. The Donald da parte sua ha dichiarato di essere pronto a tenere un trilaterale con gli altri due leader, sottolineando però di voler discutere soprattutto del disarmo nucleare e non della fine della guerra iniziata a febbraio del 2022. Questo perché, ha spiegato, «francamente la Russia si è comportata in modo abbastanza normale nei confronti dell’Ucraina».

Usa, i cinque punti chiave delle elezioni di metà mandato

Le elezioni di metà mandato andate in scena negli Usa hanno ribaltato il Congresso a stelle e strisce: i Democratici, fino a ieri in minoranza sia alla Camera che al Senato, potranno contare su maggioranze più ampie di quelle previste dai sondaggi fino a pochi giorni fa. Un durissimo colpo per Donald Trump (che si è giù autoproclamato ‘Mr Veto’) e il suo Partito repubblicano. Cosa faranno i Democratici con il potere appena acquisito e quale impatto avranno i risultati sulla corsa alla Casa Bianca del 2028? Resta ancora da capire, ma intanto ecco i cinque punti chiave delle Midterm 2026 evidenziati da The Hill.

Usa, i cinque punti chiave delle elezioni di metà mandato
Voto negli Usa per le elezioni di midterm (Ansa).

È arrivata un’onda blu, anzi uno tsunami

I Democratici godevano del favore dei sondaggi. L’America progressista, però, nutriva anche timori per un possibile exploit di The Donald, abituato a ottenere risultati migliori di quanto previsto dai sondaggi. Alcuni esperti avevano ipotizzato che le vittorie schiaccianti di un singolo schieramento appartenessero ormai al passato, a causa di una crescente polarizzazione politica e della manipolazione dei collegi elettorali. Gli elettori hanno smentito questa tesi. Altro che onda blu: si è trattato di uno tsunami.

Usa, i cinque punti chiave delle elezioni di metà mandato
Donald Trump (Ansa).

La sconfitta della dialettica trumpiana

Annusando la sconfitta, Trump ha esortato i suoi sostenitori a votare come se sulla scheda elettorale ci fosse stato il suo nome. Ha girato gli Usa tenendo comizi pensati per galvanizzare la base MAGA. Ha attaccato i Democratici usando espressioni sconvenevoli, anche per i suoi standard. Non è servito a nulla. Più che la paura dei comunisti e dell’Iran, ha potuto il malcontento riguardo il costo della vita, l’economia e la figura stessa di Trump.

Usa, i cinque punti chiave delle elezioni di metà mandato
James Talarico (Ansa).

Terremoto in Texas: il Lone Star State è dem

Negli ultimi decenni in Texas si sono infranti a più riprese i sogni dei Democratici. Ma ora c’è stata la svolta anche nel Lone Star State: l’astro nascente dem James Talarico ha infatti sconfitto in modo netto il procuratore generale dello Stato Ken Paxton nella contesa per un seggio al Senato e, ancor più sorprendentemente, il governatore repubblicano uscente Greg Abbott (alla ricerca del quarto mandato) è stato battuto dalla deputata statale dem Gina Hinojosa, che sarà la prima persona di origine latina a guidare il Texas (qui le altre ‘prime volte’ di queste Midterm).

Usa, i cinque punti chiave delle elezioni di metà mandato
Gina Hinojosa (Ansa).

I Democratici hanno vinto le sfide più accese

I Democratici si sono aggiudicati le tre competizioni elettorali più accese. In Michigan si è aggiudicato il seggio al Senato Abdul El-Sayed, oggetto di attacchi islamofobi da parte di Trump, che lo ha ripetutamente etichettato come “jihadista”. El-Sayed, primo senatore musulmano del Paese, ha dovuto anche superare le difficoltà poste dall’endorsement della collega di partito Haley Stevens, da lui sconfitta alle primarie, per il suo avversario repubblicano, Mike Rogers. In Ohio è stata eletta governatrice Amy Acton, che ha battuto Vivek Ramaswamy: quest’ultimo aveva diffuso uno spot in cui la madre della rivale (le due non hanno rapporti) definiva una bugiarda la figlia, che aveva denunciato di aver subito abusi sessuali dal patrigno. Visto l’esito del voto, la ‘trovata’ di Ramaswamy si è rivelata controproducente. Infine c’è il già citato Texas con Talarico, che ha dovuto affrontare insinuazioni sulla sua sessualità avanzate da esponenti repubblicani (compreso il vicepresidente JD Vance) e le prese in giro di Trump, che lo aveva ribattezzato ‘Talafreako’.

Usa, i cinque punti chiave delle elezioni di metà mandato
Abdul El-Sayed circodato da suoi sostenitori (Ansa).

I sondaggisti possono tirare un sospiro di sollievo

Questa tornata elettorale si è rivelata positiva per i sondaggisti. Era infatti attesa una valanga blu e così è stato: il ribaltamento del Congresso è arrivato. Il settore, rimasto scottato dalle Presidenziali del 2024, può insomma tirare un sospiro di sollievo. Un altro errore clamoroso avrebbe reso ancora più pressanti gli interrogativi sul loro operato.

Dall’Iran alla Cina, le reazioni al voto di midterm negli Usa

La sconfitta dei repubblicani e di Donald Trump alle elezioni di midterm ha già fatto il giro del mondo, innescando le prime reazioni tra le cancellerie internazionali.

Iran: «Gli americani hanno detto no alla guerra»

«Per coscienza o per il costo della vita, gli americani hanno detto NO ALLA GUERRA, e noi sosteniamo questo messaggio», ha scritto su X Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento dell’Iran e capo negoziatore nei colloqui con gli Stati Uniti. «Se il governo statunitense tradirà la volontà della propria opinione pubblica per servire i suoi padroni internazionali e i ricattatori scoprirà che il nostro NO si accompagnerà a un incubo», ha aggiunto.

Cina: «Disposti a continuare a collaborare con gli Usa»

La Cina, da parte sua, ha dichiarato di essere disposta a continuare a collaborare con gli Stati Uniti. Queste le parole della portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, durante un briefing: «Le elezioni di metà mandato sono una questione interna agli Stati Uniti. Pechino è disposta a continuare a lavorare con gli Usa per sostenere e attuare l’importante consenso raggiunto dai due capi di Stato, rafforzare la comunicazione, gestire adeguatamente le divergenze, ampliare la cooperazione e costruire una relazione sino-statunitense costruttiva e strategicamente stabile, basata sui principi di rispetto, equità e reciprocità».

Obama: «Rimbocchiamoci le maniche»

«Gli americani hanno mandato un messaggio chiaro. Vogliono una politica che unisca le persone anziché dividerle e leader che offrano soluzioni concrete alle sfide». Così Barack Obama in un post su X in cui afferma che «questi risultati sono stati possibili solo perché candidati straordinari si sono fatti avanti in ogni regione del Paese con background diversi, rappresentando un ampio ventaglio di orientamenti politici, uniti da valori condivisi, dalla convinzione nel servizio pubblico e dall’impegno a mettere al primo posto le persone dei loro distretti e stati». «Sebbene questa amministrazione abbia ancora due anni in carica, il nostro compito ora è rimboccarci le maniche, apportare cambiamenti ovunque sia in nostro potere, impedire ulteriori danni e gettare le basi per il futuro», ha concluso l’ex presidente americano.

Meloni: «Ne parliamo in un altro momento»

«Di America parliamo in un altro momento. Adesso è la Festa delle forze armate, il 4 novembre». Così la premier italiana Giorgia Meloni ha risposto ai cronisti che le hanno chiesto un commento sulle elezioni di midterm a margine della celebrazione per il 4 novembre all’Altare della patria. «Vedo che vi interessa molto la festa della Repubblica e delle forze armate», ha aggiunto la leader di Fratelli d’Italia.

Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm

In una storica notte elettorale, i vincitori delle Midterm hanno abbattuto barriere di lunga data, segnando traguardi inediti legati all’appartenenza etnica e all’orientamento sessuale. Tra i vincitori figurano infatti Keisha Lance Bottoms, la prima donna nera a diventare governatrice di uno Stato Usa, e il primo senatore dichiaratamente gay, cioè il democratico del New Hampshire Chris Pappas. Ma sono solo alcuni esempi.

Le prime volte tra i governatori

Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta, è diventata la prima donna nera a essere eletta governatrice nella storia degli Stati Uniti, riportando la massima carica della Georgia ai democratici per la prima volta dal 2002 (quando era stato sconfitto Roy Barnes, eletto quattro anni prima). Lance Bottoms, che era stata tra le donne presa in considerazione come candidata alla vicepresidenza da Joe Biden, sul sito della sua campagna si presenta come discendente di una famiglia di schiavi di una piantagione, nel profondo Sud segnato dalla schiavitù e dalla segregazione razziale. Deb Haaland, appartenente alla tribù Laguna Pueblo, è diventata la prima donna indigena a essere eletta governatrice di uno Stato Usa, il New Mexico. In precedenza Haaland aveva ricoperto l’incarico di Segretario agli Interni nell’Amministrazione Biden, diventando la prima nativa americana a guidare un dicastero del governo federale. Gina Hinojosa, prima donna a guidare il Texas dal 1995, è la prima governatrice di origine latina dello Stato: scalzato il repubblicano Greg Abbott, rimasto in carica per tre mandati. Amy Acton, prima esponente del Partito Democratico a conquistare la carica di governatore dell’Ohio dal 2006, è anche la prima donna in assoluto a essere eletta per tale incarico. Lo stesso è successo nel Minnesota con un’altra governatrice democratica: Amy Klobuchar. Storica vittoria del democratico Xavier Becerra in California, primo latino eletto direttamente a ricoprire la carica di governatore: Romualdo Pacheco aveva assunto lo stesso incarico nel 1875, ma non grazie al voto dei cittadini. Byron Donalds, che consolida il predominio del GOP in quello che un tempo era uno Stato in bilico, è invece il primo governatore repubblicano nero della Florida.

Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
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Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
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Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
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Le prime volte al Congresso

Per quanto riguarda il Congresso, Pappas ha conquistato il seggio vacante del New Hampshire, diventando il primo uomo dichiaratamente omosessuale a essere eletto al Senato degli Stati Uniti. La vicegovernatrice dem del Minnesota Peggy Flanagan, di origini (anche) algonchine, è la prima donna indigena nella storia degli Stati Uniti a essere eletta al Senato. Abdul El-Sayed, tra gli astri nascenti del Partito democratico, ha vinto la competizione elettorale in Michigan e sarà il primo musulmano a sedere in Senato. Sempre in casa dem, Annie Andrews è la prima donna eletta senatrice per la Carolina del Sud, mentre Melat Kiros diventerà la prima donna nera a rappresentare il Colorado al Congresso. Claire Valdez, invece, è la prima donna nativa americana a essere eletta al Congresso per lo Stato di New York. Passando ai repubblicani, Julia Letlow è invece la prima donna del suo partito a essere eletta al Senato in Louisiana.

Elezioni midterm, l’ironia di Musk: «I miei laser per interferire col voto stavolta non hanno funzionato»

«Pare che i miei laser per interferire con le elezioni stavolta non abbiano funzionato». Così Elon Musk ha ironizzato su X dopo il risultato del voto di midterm negli Stati Uniti che ha visto una larga vittoria dei democratici, chiudendo la frase con l’emoji di un uomo che alza le spalle. Poco prima, il miliardario proprietario di Tesla e Space X, alleato del presidente Donald Trump, aveva così scritto: «I data center nello spazio sembrano davvero allettanti in questo momento».

Il magnate aveva investito quasi mezzo miliardo nella campagna elettorale

Il miliardario, che un anno e mezzo fa aveva litigato con il tycoon e voleva fondare un partito per togliere voti ai repubblicani, per questa campagna ha versato ai candidati del partito del presidente almeno 446 milioni di dollari. Si tratta del contributo elettorale più elevato di sempre, quasi il doppio di quello che lui stesso aveva donato a The Donald nelle presidenziali del 2024. Tra i «superdonatori» che hanno investito nella campagna repubblicana più di 100 milioni ci sono stati anche la famiglia Uihlein (spedizionieri del Wisconsin), che ha donato 150 milioni, e il finanziere della Pennsylvania Jeff Yass con 110 milioni. Secondo le stime della Federal election commission e di centri di monitoraggio come AdImpact, questa è stata la campagna più costosa di sempre con almeno 11,6 miliardi di dollari investiti. Più delle presidenziali di due anni prima che erano state, a loro volta, le più costose di sempre.