La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?

Sembra sia la cosa più facile, e quindi perfino un po’ crudele, come sparare sulla Croce Rossa. Delle tante prerogative dell’ineffabile Mark Rutte, segretario generale della Nato, la sua fantozziana devozione a Donald Trump lascia basiti anche gli estimatori (pochi, per la verità) del personaggio. Occorre anche dire che l’ex premier olandese fa di tutto per dare quest’immagine di sé, persino troppo. Tanto che viene il dubbio: ma è l’adulazione figlia di un’indole compiacente di natura oppure dietro quei modi affettati e servili c’è del calcolo?

Quel daddy sussurrato all’Aja e i messaggini resi pubblici

Il contesto, certo, è molto imbarazzante: sms al suo idolo d’oltreoceano in maiuscolo dove gli annuncia che l’Europa pagherà in modo GIGANTESCO, e sarà una sua vittoria, quel daddy, papino, sussurrato all’Aja mentre l’inquilino della Casa Bianca liquidava la guerra tra Israele e Iran come una rissa da cortile, il messaggio chiuso con un «non vedo l’ora di vederti, tuo Mark» che Trump si è premurato di rendere pubblico col sadico intento di sputtanarlo.

Ma fermarsi al ridicolo sarebbe un errore di valutazione. Perché Fantozzi era una vittima dell’amministratore delegato. Rutte invece è l’amministratore delegato. La differenza non è da poco. Nella testa dell’olandese la Nato è una società per azioni, e in questa società c’è un socio di maggioranza che detiene un pacchetto così schiacciante da poter chiudere baracca quando vuole. Gli altri 31 sono soci di minoranza con al massimo il diritto di lamentela e nient’altro. Rutte questo lo ha capito prima e meglio di ogni suo predecessore: per conservare la poltrona di ad non deve amministrare l’azienda a vantaggio di tutti i soci, ma compiacerne uno solo.

La notizia bomba sulle basi italiane era un messaggio per il padrone

Da qui l’uscita proditoria di martedì sera su Fox News, la rete di riferimento che Trump guarda come uno specchio che riflette la sua immagine. Cinquecento aerei americani (sembra un’iperbole), ha detto Rutte, sarebbero decollati dalle basi italiane per sostenere l’operazione Epic Fury contro l’Iran. Notizia bomba, smentita a stretto giro da Roma dopo l’iniziale sconcerto di Giorgia Meloni che sin qui con l’olandese era tutta baci e abbracci. Il punto in questione però non era il dato in sé, ma il destinatario. Rutte non parlava agli italiani, né agli alleati: parlava a @realDonaldTrump per convincerlo che il Paese che ha preso di mira nelle due ultime uscite paga ancora il suo pegno di fedeltà all’Alleanza, e dunque al suo padrone.

La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?
Giorgia Meloni e Mark Rutte (foto Ansa).

Per Rutte ogni minaccia è insieme una condanna e una salvezza

Ha già ritirato 5 mila uomini dalla Germania dopo le critiche del cancelliere Friedrich Merz, ha lasciato che il suo ministro della guerra Pete Hegseth desse degli «ignobili» agli alleati riuniti a Bruxelles, ha rimesso sul tavolo un’infinità di volte la possibilità di addio all’Alleanza. Ma per Rutte ogni minaccia è insieme una condanna e una salvezza, in una sorta di tacito patto col suo padrone.

La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?
Mark Rutte nello Studio Ovale della Casa Bianca con Donald Trump (foto Ansa).

Trump tiene in pugno la Nato la quale, finché esiste, tiene Rutte lontano dall’Aja, in una sorta di equilibrio del terrore formato aziendale. Il giorno in cui il presidente americano dovesse dare seguito alle sue minacce di abbandonare l’organizzazione al suo destino, la poltrona di Rutte si svuoterebbe di senso e lui tornerebbe a casa a guardare i mulini a vento. Non però con il piglio del Don Chisciotte, che vi si scagliava contro per difendere un’idea. Esattamente l’opposto di ciò che Rutte, calcolatrice alla mano, ha scelto di essere.

Trump sfida il Congresso: chiesti 67 miliardi di dollari per la guerra all’Iran

All’indomani della risoluzione approvata dal Senato che punta a limitare i poteri del presidente in materia di guerra, la Casa Bianca ha chiesto ai parlamentari di approvare lo stanziamento di 87,6 miliardi di dollari, destinati principalmente a «esigenze urgenti connesse all’operazione Epic Fury» contro l’Iran. Si tratta, nei fatti, di un gesto di sfida di Donald Trump a Capitol Hill: il tycoon aveva definito «inopportuna e inutile» la risoluzione, approvata peraltro con voto bipartisan.

Trump sfida il Congresso: chiesti 67 miliardi di dollari per la guerra all’Iran
Donald Trump (Ansa).

La maggior parte del pacchetto andrebbe al Pentagono

La maggior parte del pacchetto – 67 miliardi di dollari – andrebbe al Dipartimento della Difesa (o meglio della Guerra): in particolare, 21 miliardi verrebbero spesi per nuove munizioni, 17,3 per coprire costi operativi e 12,1 per programmi classificati, ha spiegato la Casa Bianca nella richiesta trasmessa dal direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio Russell Vought allo speaker repubblicano della Camera Mike Johnson. La richiesta include poi circa 300 milioni di dollari per rafforzare la sicurezza delle ambasciate e delle sedi diplomatiche statunitensi in Medio Oriente e Asia meridionale. Le restanti risorse chieste dall’Amministrazione Trump non verrebbero destinate al Pentagono: la richiesta prevede 11 miliardi di dollari per aiutare gli agricoltori statunitensi, 1,4 per contrastare l’epidemia di Ebola nell’Africa centrale e 768 milioni di dollari per il Dipartimento dell’Energia, destinati soprattutto alla sicurezza nucleare e alle attività della National Nuclear Security Administration.

Al via il vertice intergovernativo Francia-Italia: i temi sul tavolo

Si tiene oggi ad Antibes il 36esimo vertice intergovernativo tra Francia e Italia, il primo da quello di Napoli di febbraio 2020 e anche del primo vertice in questo formato dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato nel 2021. Non solo: di fatto, in Costa Azzurra si svolgerà anche il primo bilaterale tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni. Sul tavolo del summit, che arriva dopo il G7 di Evian e in una fase particolarmente intensa dell’agenda internazionale, ci sono difesa, spazio, energia e infrastrutture, accordi commerciali e, ovviamente, Ucraina e Medio Oriente.

Al via il vertice intergovernativo Francia-Italia: i temi sul tavolo
Emmanuel Macron e Giorgia Meloni al G7 di Borgo Egnazia nel 2024 (Ansa).

Sul tavolo progetti congiunti, commercio e crisi internazionali

Come sottolineano fonti governative, il vertice «consentirà di definire gli indirizzi politici della cooperazione bilaterale e di fare il punto sull’avanzamento dei principali progetti congiunti nei settori della difesa, dello spazio, delle infrastrutture e dei trasporti, dell’energia, della ricerca, della cultura e dell’agricoltura». Tra gli obiettivi del summit di Antibes anche il potenziamento delle relazioni commerciali, che sono già eccellenti. Nel 2025, l’interscambio commerciale tra i due Stati ha raggiunto i 112,3 miliardi di euro, con la Francia che si è confermata il secondo partner dell’Italia per volume di scambi dopo la Germania. Sul piano europeo, il confronto riguarderà – tra le altre cose – il negoziato sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale e il governo dei flussi migratori dell’Ue. Sul fronte internazionale, Meloni e Macron discuteranno dei principali scenari di crisi a partire dai più recenti sviluppi in Ucraina e in Medio Oriente, con particolare attenzione all’accordo tra Stati Uniti e Iran e agli scenari post-Unifil in Libano.

Il programma della giornata e i ministri che partecipano per l’Italia

Il programma della giornata prevede una visita di Meloni e Macron al Museo Picasso di Antibes. I lavori proseguiranno poi a Villa Eilenroc, dove i due leader si riuniranno con le rispettive delegazioni. Il vertice riunirà nove ministri per ciascun Paese e comprenderà anche un forum economico a Le Cannet, sessioni ministeriali e una visita alla sede dell’azienda franco-italiana Thales Alenia Space a Cannes. Per l’Italia sono presenti i ministri Antonio Tajani, Matteo Piantedosi, Guido Crosetto, Adofo Urso, Francesco Lollobrigida, Gilberto Pichetto Fratin, Anna Maria Bernini e Alessandro Giuli, nonché il viceministro Edoardo Rixi. Al termine dell’incontro si svolgeranno dichiarazioni alla stampa e verrà adottata una Dichiarazione congiunta che individuerà le priorità condivise della cooperazione italo-francese per i prossimi anni.

Venezuela, doppia scossa di terremoto di magnitudo 7.2 e 7.5: decine di morti

Due violente scosse di terremoto di magnitudo 7,2 e 7,5 hanno colpito il Venezuela nella notte, a breve distanza una dall’altra, provocando il crollo di centinaia di edifici. Il primo bilancio parla di 32 vittime, ma se ne temono molti di più. Almeno 700 i feriti. Gravemente danneggiato l’aeroporto internazionale di Caracas, che ha sospeso i voli.

Venezuela, doppia scossa di terremoto di magnitudo 7.2 e 7.5: decine di morti
Macerie dopo le scosse di terremoto in Venezuela (Ansa).

Le due scosse a 40 secondi di distanza

Quello avvenuto nella notte è stato il sisma in Venezuela più violento negli ultimi 126 anni: le scosse si sono sentite fino a oltre 160 chilometri dall’epicentro nello Stato di Yaracuy, ai confini con la Colombia. La prima si è verificata nell’area di San Felipe appena passate le ore 18 locali. Dopo appena 40 secondi la seconda scossa, registrata a 23 chilometri a sudest di Yumare, in un’area che ospita nel più grandi raffinerie del Venezuela. A rendere le conseguenze di questo terremoto ancora più gravi la bassa profondità dell’epicentro, appena 10 chilometri sotto il suolo. Inoltre nel Paese sono tantissimi gli edifici costruiti senza alcuna osservanza delle norme antisismiche.

Venezuela, doppia scossa di terremoto di magnitudo 7.2 e 7.5: decine di morti
Soccorsi dopo il terremoto in Venezuela (Ansa).

Dichiarato lo stato di emergenza

«La situazione è grave, molte zone sono state colpite gravemente. Il primo messaggio ora è mantenere l’unione e la calma per salvare vite: tutte le organizzazioni si sono messe al lavoro». Lo ha detto la presidente ad interim Delcy Rodriguez, dichiarando lo stato di emergenza e ringraziando «i governi che si sono offerti per dare aiuto: Usa, Cuba, Gb, Brasile Messico, Onu». Si sono attivati anche Ecuador, Panama e El Salvador.

Tajani: «Non risultano vittime italiane»

«Gli italiani in Venezuela che sono registrati con la nostra Unità di crisi, con il sistema Viaggiare Sicuri, sono stati tutti contattati e al momento non ci sono vittime», ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. E poi: «L’Italia e l’Europa aiuteranno il Venezuela: ho detto alla presidente che il governo valuterà il tipo di sostegno immediato che si può offrire e che sosterrà con l’Unione europea la richiesta di attivare il meccanismo di Protezione civile».

Rientrato l’allarme tsunami

I centri di allerta tsunami statunitensi hanno dichiarato che non sussiste più alcuna minaccia di maremoto a seguito del sisma in Venezuela. Un precedente avviso, emesso dopo le due forti scosse, aveva messo in guardia sulla possibilità di onde per le coste entro 300 chilometri dall’epicentro, così come per Porto Rico e le Isole Vergini.

Trump insiste: «Deluso da Italia, Regno Unito, Germania e Francia»

Il presidente americano Donald Trump insiste nel sottolineare di essere rimasto deluso da Italia, Regno Unito, Germania e Francia e da altri alleati della Nato. «Ci hanno mollato, sarebbe stato carino se avessero offerto il loro aiuto. Un altro presidente non avrebbe incontrato Rutte», ha aggiunto in un incontro allo Studio Ovale con il segretario generale della Nato. Mark Rutte aveva affermato, in un’intervista a Fox News, che almeno 500 aerei statunitensi erano decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione americana Epic Fury contro l’Iran. «Un numero enorme di voli». Parole che fanno fatto riaprire il dibattito sull’uso delle basi Usa in Italia e sulle regole bilaterali che ne governano i limiti. L’accusa del tycoon si concentra da giorni proprio sullo scarso impegno di Roma nel supportare la guerra americana contro il regime degli Ayatollah. Immediata la reazione dell’opposizione, che ha chiesto compatta che il governo riferisca in aula per spiegare cosa sia affettivamente successo.

Il Board of Peace di Trump riparte da zero a Cipro

Il Board of Peace istituito da Donald Trump si riunirà in un resort di Cipro il 30 giugno per «rivedere la propria strategia». Lo hanno riferito a Politico due alti funzionari dell’Ue, coinvolti nell’organizzazione del summit, spiegando che l’incontro durerà due o tre giorni. L’obiettivo è quello di «ripartire da zero» dopo che negli ultimi mesi «la guerra con l’Iran ha completamente distolto l’attenzione».

Il Board of Peace di Trump riparte da zero a Cipro
Nikolay Mladenov (Ansa).

Cipro parteciperà in qualità di osservatore

All’incontro parteciperanno rappresentanti del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, formato da tecnocrati palestinesi e incaricato di sostituire Hamas nel governo della Striscia, e dell’ufficio di Nikolay Mladenov, ex diplomatico bulgaro nominato da Trump come suo alto rappresentante per il territorio. Cipro, in linea con la posizione dell’Unione europea, non è co-organizzatore dell’evento: parteciperà infatti esclusivamente in qualità di osservatore.

Il Board of Peace di Trump riparte da zero a Cipro
Donald Trump (Ansa).

Il Board of Peace non ha fatto progressi

Trump ha istituito il Board of Peace (assegnandosi fin dall’inizio la presidenza a vita) per supervisionare cessate il fuoco, stabilizzazione e ricostruzione della Striscia di Gaza. Il gruppo – che nei progetti del tycoon dovrebbe poi allargare il raggio d’azione – ha tenuto la sua prima riunione a febbraio a Washington, ma da allora ha compiuto pochi progressi a causa di problemi di finanziamento, ostacoli logistici e dubbi sulla sua legittimità internazionale e legale. Secondo quanto a maggio dal Financial Times a maggio, nei primi quattro mesi trascorsi dalla sua creazione il Board of Peace non aveva ricevuto alcuna donazione, nonostante promesse di finanziamenti per 17 miliardi di dollari. Nel frattempo, la situazione nella Striscia resta drammatica.

La rivelazione di Rutte sugli aerei Usa decollati dall’Italia per attaccare l’Iran

Intervistato da Fox News, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha rivelato che, nell’ambito dell’operazione americana Epic Fury contro l’Iran, dalle basi italiane sono decollati circa 500 aerei da guerra statunitensi.

Rutte: «Dall’Europa tra 4 e 5 mila missioni di volo»

Sottolineando il sostegno europeo all’azione militare Usa contro la Repubblica Islamica, Rutte ha affermato che, guardando a tutto il continente, «si parla di un numero compreso tra 4 e 5 mila missioni di volo». Così sul nostro Paese: «Comprendo la delusione (di Donald Trump, ndr), ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione». A dimostrazione dell’enorme impegno Ue, un Paese come la Romania, ha aggiunto Rutte, «nella sua capitale Bucarest ha dovuto ridurre il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto veniva utilizzato come deposito per le aerocisterne».

Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran

Nuova presa di distanza del Congresso dalla Casa Bianca sull’Iran. Dopo la Camera dei rappresentanti anche il Senato ha approvato la risoluzione che chiede la cessazione delle operazioni militari a meno di una preventiva autorizzazione parlamentare. Il provvedimento non ha poteri di legge, ma ha un forte valore simbolico e segnala il crescente dissenso bipartisan per la gestione del conflitto da parte di Donald Trump.

Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran
Donald Trump a Capitol Hill (Ansa).

Hanno votato a favore anche quattro repubblicani

La risoluzione è passata al Senato (a maggioranza repubblicana) con 50 voti favorevoli e 48 contrari. Quattro gli esponenti conservatori che hanno votato assieme ai democratici per il via libera al documento: Rand Paul, Lisa Murkowski, Susan Collins e Bill Cassidy. L’unica eccezione nel campo progressista è stato John Fetterman, che ha invece votato contro il testo. È la prima volta dall’approvazione della War Powers Resolution del 1973 in cui entrambe le Camere approvano una risoluzione congiunta che impone al presidente di mettere fine a un conflitto.

Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran

La rabbia di Trump: «Voto inopportuno e inutile»

Ovviamente, dopo il semaforo verde alla risoluzione Trump ha attaccato il Senato con uno dei suoi post su Truth, sostenendo che il Congresso stia interferendo con i negoziati in corso con Teheran: «Quindi, ho messo l’Iran alle corde, pronto a crollare, disposto a darci praticamente qualsiasi cosa e, per la prima volta in decenni, con un enorme rispetto per gli Stati Uniti e il suo presidente, e il Senato degli Stati Uniti decide di votare in un momento inopportuno e inutile sulla Risoluzione sui poteri di guerra, dicendo al principale sponsor del terrorismo al mondo che agli Usa non piace quello che sto facendo loro, e che devo fermarmi, e così facendo ho fornito aiuto e conforto al nemico. Quattro repubblicani perdenti hanno votato con i democratici, e l’Iran ha chiesto al mio popolo: hanno appena reso il mio lavoro più difficile, ma lo porterò a termine, in un modo o nell’altro, perché lo porto sempre a termine!».

Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran
Donald Trump (Ansa).

The Donald continua intanto a calare nei sondaggi

Oltre alla “ribellione” di Capitol Hill, Trump deve far fronte anche al crollo di consensi, punto più basso del suo secondo mandato. Il livello di popolarità di The Donald è in picchiata: secondo il rilevamento mensile dell’American Research Group, il suo tasso di gradimento è sceso al 30 per cento, mentre il 66 per cento non approva il suo operato. Un mese fa lo stesso sondaggio aveva rivelato che il 31 per cento degli americani approvava Trump, che era stato invece bocciato dal 64 per cento degli intervistati. E non c’è solo la guerra, perché sull’economia le cose vanno ancora peggio per il tycoon: appena il 26 per cento dei cittadini approva le sue scelte, che hanno portato a un’accelerata dell’inflazione.

Fonti Ue: «L’Italia ha un mese di tempo per non perdere i fondi Safe»

L’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma europeo sulla difesa Safe. Altrimenti la somma che dovrebbe toccare al Paese – quasi 15 miliardi di euro – verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti, visto l’alto interesse registrato. Lo detto all’Ansa un’alta fonte Ue vicina al dossier, sottolineando che «a breve servirà chiarezza» da parte di Roma. La Commissione europea è ancora impegnata a firmare i contratti definitivi con gli altri Paesi e, soprattutto e sta discutendo con l’Ungheria per definire meglio la sua partecipazione. Quando questi processi termineranno, finirà anche il tempo a disposizione dell’Italia.

Crosetto: «Dipende da Giorgetti, lui sa cosa vorrei»

«Sa perfettamente le cose che io vorrei e io so perfettamente le cose che lui può fare. Sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, ospite a Il giorno della Verità, riferendosi al titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti. Nonostante abbia a disposizione – in teoria – 14,9 miliardi di euro sotto forma di prestiti a tassi più convenienti di quelli che deve pagare per finanziarsi da sola sui mercati obbligazionari, l’Italia non ha ancora sottoscritto l’intesa. Questo perché i prestiti andrebbero a incidere sul debito pubblico, che è già molto elevato. Come ha fatto intendere il governo, Roma chiederà solo una parte dei prestiti a cui potrebbe accedere: l’intenzione è utilizzare solo tra i 5 e i 6 miliardi, cioè lo stretto necessario per coprire i progetti per i quali sono già stati firmati contratti.

Cosa è il piano Security Action for Europe

Considerato da uno dei pilastri del progetto ReArm Europe, il piano SAFE (acronimo di Security Action for Europe), è il nuovo strumento europeo di prestiti da 150 miliardi di euro, creato per rafforzare la difesa comune dell’Ue e finanziato tramite emissioni di debito da parte di Bruxelles sui mercati finanziari. Il programma, che prevede il rimborso a lungo termine da parte degli Stati beneficiari, ha come obiettivi il rafforzamento dell’industria europea della difesa, l’incentivazione di programmi comuni tra Stati e la riduzione della dipendenza dagli armamenti extraeuropei, tramite acquisti condivisi di armamenti, droni, missili, cybersicurezza e tecnologie militari provenienti dall’Ue.

La7 ha diffuso l’audio originale di Trump su Meloni

Dopo giorni di tensioni sull’asse Roma-Washington e la richiesta (tra gli altri) del senatore leghista Claudio Borghi di diffondere la registrazione della conversazione tra Donald Trump e Daniele Compatangelo, andata in precedenza in onda doppiata, L’Aria che Tira ha trasmesso l’audio originale della telefonata tra il presidente degli Stati Uniti e l’inviato di La7.

Per la diffusione dell’audio serviva l’ok della Casa Bianca

Il conduttore David Parenzo ha spiegato che, in linea col protocollo previsto per le comunicazioni con il presidente degli Stati Uniti, La7 aveva potuto pubblicare solo il testo della conversazione: per la diffusione integrale dei contenuti audio serve infatti una specifica autorizzazione. Inoltrata la richiesta alla Casa Bianca e ottenuto il via libera, a L’Aria che Tira è stata così trasmessa la telefonata tra Trump e Compatangelo, in cui il tycoon ha affermato che Giorgia Meloni lo aveva «implorato» di scattare una foto assieme al G7 di Evian. Compatangelo, peraltro, aveva avviato l’intervista telefonica chiedendo la posizione di Trump sulla futura adesione dell’Ucraina all’Unione europea: è stato il presidente americano a spostare rapidamente il focus su Meloni.

LEGGI ANCHE: Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine

I post del senatore leghista Borghi sulla vicenda

«Ho scritto all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per domandare un pronunciamento sulla possibilità o meno di far passare per vere delle telefonate editate con tono e traduzione senza pubblicare l’audio originale. È l’unica cosa che posso fare come Parlamentare perché un’interrogazione non è adatta», aveva scritto Borghi su X.

Dopo la diffusione dell’audio originale, il senatore della Lega ha “replicato”: «Quindi la storia che non si poteva pubblicare era una balla. Si conferma che la parola “pity” non è mai stata detta. Quanto al tono e al contesto giudicate voi se l’effetto è lo stesso di quel “ma mi ha fatto pena” che ha provocato la reazione di tutti. Giudicate voi se si può fare una crisi internazionale partendo da una conversazione (privata) di questo tipo».

Nel presentare l’audio, La7 ha tradotto l’espressione «I felt sorry» pronunciata da Trump e riferita a Meloni con “mi ha fatto pena”, anche se – in effetti – forse sarebbe stato più adeguato “mi dispiaceva” (non concederle una foto).

LEGGI ANCHE: Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna

L’Iran smentisce Vance sulle visite degli ispettori Aiea ai siti nucleari

L’Iran «non ha intenzione di consentire agli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di visitare i siti nucleari bombardati» dagli Stati Uniti. Lo ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, contraddicendo le affermazioni del vicepresidente statunitense JD Vance, il quale aveva affermato che i negoziati in Svizzera avevano portato a un’intesa per consentire appunto all’Aiea di visitare i siti iraniani.

Cosa aveva detto Vance dopo i colloqui in Svizzera

Parlando di «pietra miliare», Vance aveva dichiarato che Teheran aveva accettato di invitare nuovamente gli ispettori dell’Aiea nei siti nucleari bombardati: «Si tratta di un passo importante per il popolo americano e di un primo passo verso la cessazione definitiva del programma iraniano di armamento nucleare. Abbiamo gettato ottime basi per un accordo finale di successo». Donald Trump aveva poi scritto su Truth: «Tutti sanno bene che l’Iran accetterà ispezioni approfondite sui suoi armamenti per garantire la “trasparenza sul nucleare” a lungo termine». Baghaei, invece, si era limitato a dichiarare che – durante i negoziati in Svizzera – la delegazione iraniana aveva avuto con i rappresentanti Usa solo un «breve colloquio» sul nucleare.

Israele presenta a Washington un piano per il Libano: cosa prevede

Al via oggi a Washington la quinta sessione di negoziati diretti tra Libano e Israele. I colloqui, che si concluderanno giovedì 24 giugno, cominceranno con una sessione congiunta politico-militare, seguita da una militare e da un’altra politica, secondo quanto riferito da fonti dell’Amministrazione Usa. Channel 12 e Haaretz riportano che Tel Aviv proporrà un progetto pilota di ritiro parziale da un’area limitata del Libano meridionale.

Cosa prevede il piano che Israele presenterà negli Stati Uniti

Il piano prevede il ritiro dell’IDF a sud del fiume Litani e dunque della Linea Gialla, cioè la demarcazione non ufficiale del territorio controllato da Israele nel Libano meridionale. L’esercito regolare di Beirut opererebbe in quest’area sotto la stretta supervisione degli Stati Uniti. «Arriveremo con delle mappe per decidere quale sarà l’area del progetto pilota», ha detto a Channel 12 un funzionario israeliano, spiegando che l’apparato della sicurezza e il governo guidato da Benjamin Netanyahu stanno cercando di promuovere «misure di rafforzamento della fiducia reciproca», con l’obiettivo di evitare un accordo imposto dall’esterno (ossia da Usa e dall’Iran).

Israele presenta a Washington un piano per il Libano: cosa prevede
Macerie in Libano dopo un attacco di Israele (Ansa).

Il Centcom istituisce un sistema di monitoraggio per il Libano

Israele e il Libano saranno rappresentati dai rispettivi ambasciatori a Washington. Per gli Stati Uniti siederanno al tavolo dei negoziati Dan Holler, consigliere del Dipartimento di Stato, e Dan Zimmerman, sottosegretario alla Difesa per gli Affari di Sicurezza internazionale. Intanto, lo United States Central Command ha istituito un sistema di monitoraggio per osservare in tempo reale i combattimenti in Libano. Lo riporta CBS News: il monitoraggio è stato creato dopo colloqui telefonici che il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto con il premier israeliano Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun.

Teheran: «Israele non abbia più il diritto di bombardare Libano e Palestina»

«Se non fossimo andati in Svizzera, in ogni momento più sangue sarebbe stato versato dai musulmani e sciiti del Libano». Lo ha scritto su X il capo negoziatore iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento di Teheran, replicando alle critiche ricevute in patria per la decisione di incontrare i rappresentanti Usa. «Dobbiamo impegnarci tutti affinché il Libano sia incluso nel processo di pace tra Iran e Stati Uniti e che Israele non abbia più il diritto di bombardare il Libano e la Palestina». Lo ha detto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, durante una conversazione telefonica con l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan.

Smotrich: «Finché esisterà Hezbollah non ci ritireremo dal Libano»

La questione della fine dei combattimenti in Libano resta cruciale per il Medio Oriente. Ma Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze israeliano, continua a gettare benzina sul fuoco. «Non ci sarà alcun ritiro dalla zona di sicurezza in Libano, compresa la cresta di Beaufort, finché Hezbollah esisterà», ha detto nel corso di un’intervista alla radio dell’IDF: «È un’organizzazione terroristica. Deve essere smantellata, non deve far parte del governo libanese e non deve avere alcuna forza militare o capacità di minacciare lo Stato di Israele. Solo allora sarà possibile discutere di nuovi accordi di sicurezza».

Romania, il parlamento respinge la nomina del primo ministro Vestea

Il parlamento romeno ha respinto la nomina del politico liberale Adrian Vestea a primo ministro designato. Una nuova sorpresa politica dopo mesi di turbolenze nel Paese membro Ue e della Nato, al confine con l’Ucraina. Nominato dal presidente, Vestea necessitava di 233 voti in entrambe le camere del parlamento per formare un governo, ma ne ha ottenuti solo 189, secondo il conteggio ufficiale, con alcuni deputati che hanno lasciato l’aula prima dell’inizio della votazione.

Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier

Travolto dall’impopolarità e anche dall’ascesa di Andy Burnham, dopo mesi trascorsi sulla graticola Keir Starmer si è dimesso dal leader del Partito laburista e, di conseguenza, da primo ministro del Regno Unito. «La domanda che il mio partito si pone ora è se io sia la persona più adatta a guidarci verso le prossime elezioni generali. Ho ascoltato la risposta del mio gruppo parlamentare a questa domanda e la accetto con serenità. Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo. Per questo motivo mi dimetterò da leader del Partito Laburista», ha dichiarato Starmer di fronte a una schiera di cronisti davanti all’ingresso del numero 10 di Downing Street.

Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier
Keir Starmer abbraccia la moglie Victoria dopo le dimissioni (Ansa).

Il passo indietro di Starmer spiana la strada a Burnham

L’uscita di Starmer spiana la strada alla sua sostituzione con l’ex sindaco della Greater Manchester, Andy Burnham, soprannominato “Re del Nord” e attualmente il politico britannico più popolare. Starmer resterà comunque in carica fino all’inizio di settembre, quando avverrà il passaggio di consegne. Le dimissioni, peraltro, sono arrivate mentre Burnham era a Westminster per prestare giuramento come neoeletto deputato del collegio di Makerfield, dopo aver vinto a valanga l’elezione suppletiva del 18 giugno: aver un seggio in parlamento nel Regno Unito è una conditio sine qua non per poter diventare premier.

Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier
Andy Burnham (Ansa).

Dalla Brexit sono sei i premier ad aver lasciato l’incarico

L’annuncio di Starmer arriva alla vigilia del decimo anniversario del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il giorno successivo, a seguito del risultato del referendum sulla Brexit, David Cameron annunciò le sue dimissioni da primo ministro. Da allora sono passati da Downing Street Theresa May, Boris Johnson e Liz Truss – tutti costretti a dimettersi dai propri parlamentari – e Rishi Sunak, che ha lasciato dopo la disfatta delle elezioni anticipate del 2024. Starmer è laburista, ma dopo meno di due anni al potere gli è toccata la stessa sorte, diventando il sesto premier costretto a lasciare l’incarico in un decennio.

Com’è andato il primo round di colloqui Usa-Iran in Svizzera

Il primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, ospitato dalla Svizzera e durato in tutto 18 ore, si è tenuto in un’atmosfera «positiva e costruttiva» e nel corso dell’incontro «sono stati compiuti progressi incoraggianti, tra cui la creazione di un meccanismo per ulteriori colloqui tecnici». È quanto si legge in una dichiarazione congiunta di Qatar e Pakistan, Paesi mediatori.

Le nuove minacce di Trump e la replica di Teheran

Insomma, sarebbero stati fatti progressi nonostante le incendiarie dichiarazioni di Donald Trump, arrivate proprio durante i colloqui. «Se non fermate Hezbollah in Libano e non aprite Hormuz non avrete un Paese in cui tornare», ha minacciato il tycoon, ha cui ha prontamente risposto il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf: «Stia attento a quello che dice, il nostro esercito è pronto a rispondere». Ieri Tasnim aveva scritto che la delegazione iraniana aveva lasciato la sede delle trattative in segno di protesta contro le minacce di Trump e che i colloqui, interrotti, erano rimasti in una situazione di stallo. In realtà c’è stata solo una sospensione e successivamente sono ripartiti.

Le decisioni prese nel primo round di negoziati

Doha e Islamabad spiegano che «le parti hanno concordato di istituire un comitato di alto livello per sovrintendere al processo negoziale», a cui «riferiranno regolarmente» i capi delle delegazioni. Tale comitato ha già concordato una «tabella di marcia per raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni, ponendo le basi per l’avvio immediato di ulteriori negoziati tecnici». Washington e Teheran hanno inoltre istituito una «linea di comunicazione» per prevenire «incidenti e malintesi» nello stretto di Hormuz. Inoltre hanno concordato di istituire un centro di coordinamento per monitorare il cessate il fuoco in Libano.

Media iraniani: «18 ore di intense discussioni»

«La vendita di petrolio iraniano, il rilascio delle licenze necessarie per le esportazioni di petrolio e lo sblocco dei beni iraniani soggetti a restrizioni o congelati sono stati tra i temi discussi in dettaglio», ha detto alla stampa statale Irna il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei, aggiungendo che tali questioni «dovrebbero, di norma, entrare presto nella fase di attuazione». Quanto al nucleare, l’Iran ha messo in guardia gli Stati Uniti dal «ripetere posizioni eccessive e illogiche» sul tema. «Eravamo determinati a sfruttare questa opportunità per garantire che gli impegni dell’altra parte venissero rispettati», ha sottolineato Baghaei.

Chi ha partecipato ai colloqui in Svizzera

La parte iraniana era rappresentata dal presidente del parlamento Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Gli Usa sono stati rappresentati ai colloqui dal vicepresidente JD Vance e da Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati speciali di Trump.

Elezioni Colombia, De La Espriella canta vittoria ma la sinistra chiede il riconteggio

Con oltre il 99 per cento dei seggi scrutinati, Abelardo De La Espriella risulta il vincitore delle elezioni presidenziali della Colombia. Il candidato di estrema destra ha ottenuto il 49,67 per cento dei voti, mentre il suo rivale, il senatore di sinistra Ivan Cepeda, si è fermato al 48,69 per cento. A proclamarsi presidente è stato lo stesso De La Espriella, che in un messaggio su X ha scritto: «Abelardo presidente ufficialmente. Il tigre abbraccia il condor, ti amo Colombia» (ndr “El tigre” è il suo soprannome mentre il condor è il simbolo della Colombia). Tuttavia, il presidente del Paese Gustavo Petro ha denunciato numerose irregolarità nel combattuto scrutinio e anche Cepada ha parlato di possibili brogli, sostenendo che il risultato sia preliminare e non ufficiale e chiedendo un riconteggio.

Libia, Almasri condannato a 7 anni e 4 mesi

Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato a 7 anni e 4 mesi Osama Najeem Almasri, l’ex comandante libico del famigerato carcere di Mitiga al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale. Il verdetto è arrivato al termine di un procedimento avviato dopo le segnalazioni ricevute dalle autorità libiche su abusi commessi contro detenuti.

Le indagini hanno riguardato anche la morte di un detenuto

L’indagine della procura di Tripoli ha riguardato in particolare la morte di un detenuto nell’istituto di correzione e riabilitazione di Mitiga e la violazione dei diritti di 10 prigionieri. Nel corso del procedimento sono emerse accuse di torture e trattamenti crudeli e degradanti all’interno della struttura carceraria, indicata nei materiali della Cpi come luogo di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. Per Almasri sono state disposte anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo.

L’arresto a Torino, il rilascio dopo due giorni e il rimpatrio: il caso-Almasri

Almasri era stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025, in esecuzione del mandato della Cpi con l’accusa di crimini contro l’umanità e di guerra (tra cui omicidio, tortura e violenza sessuale), dopo essere passato anche da altri Stati europei. A causa di un problema procedurale nella trasmissione degli atti al Ministero della Giustizia, la Corte d’Appello di Roma non aveva convalidato l’arresto di Almarsi, che due giorni dopo era stato rilasciato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato. Il governo aveva motivato la decisione con ragioni di sicurezza nazionale: la scarcerazione di Almasri aveva sollevato dure proteste da parte delle opposizioni politiche e anche della Cpi, che aveva chiesto chiarimenti formali a Roma per la mancata consegna all’Aja di una persona ricercata per crimini molto gravi.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump

Consigliere personale, consulente legale e, per ammissione di Donald Trump, pure un po’ psichiatra. Alla Casa Bianca si aggira da tempo una figura ingombrante, priva di incarichi ufficiali nel governo ma ascoltatissima dal presidente, che ha giocato un ruolo centrale nelle nomine governative dopo la vittoria elettorale del 2024. Non un’eminenza grigia, perché Boris Epshteyn c’è e si vede. E c’è anche quando non si vede, come raccontano i frequentatori dello Studio Ovale.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Boris Epshteyn alle spalle di Donald Trump (Ansa).

Fedelissimo di Trump, ha conosciuto il presidente grazie al figlio Eric

Nato in Russia nel 1982 ed emigrato con la famiglia in New Jersey a 11 anni, Epshteyn è entrato in contatto con Trump grazie alla sua amicizia con Eric, secondogenito del tycoon: i due hanno infatti studiato legge insieme a Georgetown. Diventato nel frattempo avvocato, è entrato a far parte dello staff di Trump come consigliere una decina di anni fa, dopo aver partecipato alla campagna presidenziale di John McCain nel 2008. Il salto di qualità è arrivato nel 2017, quando l’allora legale personale di Trump, Michael Cohen, fu incriminato nell’inchiesta sul Russiagate: da quel momento Epshteyn ha iniziato gradualmente a prenderne il posto. Fino a diventare il principale avvocato di Trump nel 2021, mentre The Donald pianificava il suo ritorno alla Casa Bianca in un momento in cui molti nel suo stesso partito lo volevano fuori dopo l’assalto a Capitol Hill.

Il ruolo nelle vicende legali che hanno visto Trump accusato e accusatore

In qualità di principale consigliere giuridico di Trump, Epshteyn ha supervisionato un’ondata di contenziosi civili senza precedenti intentati da un presidente contro i media e le piattaforme social: una strategia rischiosa, che però si è rivelata vincente durante il ciclo elettorale del 2024, quando Trump si è trovato ad affrontare quattro procedimenti penali e due civili. Epshteyn è stato coinvolto in diverse vicende legali che hanno visto al centro Trump negli ultimi anni, ma non solo come parte della difesa del tycoon: è stato infatti indagato – con l’ex capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows e Rudy Giuliani – per il caso dei falsi elettori in Arizona, parte del più ampio tentativo di ribaltare i risultati delle Presidenziali del 2020.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Boris Epshteyn (Ansa).

Epshteyn è una presenza sempre più ingombrante alla Casa Bianca

Come riportato da Axios, che cita due fonti a conoscenza delle abitudini presidenziali, Epshteyn – che non ha incarichi ufficiali – si reca nello Studio Ovale circa una volta a settimana, ma è «costantemente» al telefono con Trump, che non esita (tutt’altro) a metterlo in vivavoce durante le riunioni più importanti che si svolgono alla Casa Bianca. In un contesto in cui la vicinanza al potere è potere stesso, Epshteyn è una delle persone più influenti a Washington: non solo perché ascolta, ma anche perché Trump lo ascolta. A tal proposito, a novembre del 2024 è stato oggetto di un’indagine interna voluta dagli avvocati di The Donald, a seguito dell’accusa che avesse chiesto compensi in denaro (anche più di 100 mila dollari) a potenziali candidati a ruoli governativi, in cambio di raccomandazioni. Secondo PBS News, Epshteyn si sarebbe opposto alla nomina – poi confermata – di Scott Bessent a Segretario del Tesoro, perché quest’ultimo si sarebbe rifiutato di pagarlo. Una circostanza, questa, che il consigliere personale di Trump ha smentito. E lo stesso presidente americano lo ha difeso, gridando al complotto. Secondo il Wall Street Journal, Epshteyn avrebbe fortemente caldeggiato la nomina del viceprocuratore Trent McCotter, il quale ha poi deciso sull’archiviazione del caso. Inoltre sarebbe stato decisivo per la scelta di figure chiave come Todd Blanche e Emil Bove per il Dipartimento di Giustizia, candidature poco gradite a Elon Musk con cui – pare – sarebbe venuto alle mani a Mar-a-Lago sul finire del 2024. A conferma della sua influenza, sempre il Wsj riporta che sarebbe stato proprio Epshteyn a far ritirare di recente la causa contro il miliardario indiano Gautam Adani, incriminato negli ultimi giorni della presidenza Biden con l’accusa di orchestrato un’ampia frode volta a ingannare gli investitori statunitensi.

Nel curriculum di Epshteyn figurano anche due arresti

D’altra parte, che Epshteyn sia un tipo manesco è un dato di fatto, come dimostra uno dei due arresti che figurano nel suo curriculum. Il primo risale al 2014, quando finì in manette per aver steso con un pugno un uomo con cui stava litigando nel night club Whiskey Row di Scottsdale, in Arizona. Il futuro consigliere di Trump accettò di risarcire la vittima, di frequentare corsi per la gestione della rabbia e di svolgere almeno 25 ore ai servizi sociali: arrivò così il ritiro della denuncia. Il secondo arresto risale invece al 2024, quando era già consigliere di Trump. Epshteyn fu fermato in un altro locale di Scottsdale, il Bottled Blonde, dopo la denuncia di due sorelle che lo avevano accusato di tentato abuso sessuale, aggressione e molestie: se la cavò con 11 mesi di libertà vigilata, un multa da 710 dollari e obbligo di iscriversi a un programma per il trattamento degli alcolisti.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Donald trump (Ansa).

Fixer del presidente? Di più. Trump: «È come il mio psichiatra»

Il ruolo di Epshteyn va però oltre le aule di tribunale e le riunioni alla Casa Bianca. Ad aprile è stato infatti nominato presidente di Trump Media e, a conferma della prossimità col tycoon, è stato inquadrato assieme a lui in occasione della gara 3 delle Finals NBA al Madison Square Garden. A novembre del 2024, mentre si trovava in volo con il presidente eletto verso Washington, viste le sue origini era persino arrivato a proporsi come inviato speciale del presidente per il conflitto russo-ucraino. Idea valutata, ma poi scartata. «È l’uomo che risolve i problemi del presidente», ha detto una delle fonti di Axios. «È come il mio psichiatra», ha scherzato Trump riferendosi alla frequenza con cui parla con Epshteyn, capace di offrigli un sostegno costante e talmente incondizionato al punto che ogni colloquio con lui risulta più efficace di una seduta da uno specialista. E pensare che – ironia della sorte – il cognome del suo yes man preferito suona molto simile a quello di uno suo vecchio amico (rinnegato) che da morto gli sta dando tanti grattacapi…

Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera

Il botta e risposta tra Donald Trump e Giorgia Meloni, come prevedibile, ha trovato spazio anche sulla stampa estera. Ecco gli articoli dedicati alla vicenda dalle alcune delle più importanti testate straniere.

Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera
Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera
Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera
Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera
Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera
Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera

Macron: «Sorpreso, ne parlerò con Meloni»

Rispondendo all’Ansa mentre lasciava il Consiglio europeo, il presidente francese Emmanuel Macron si è detto «sorpreso» dall’attacco di Trump a Meloni, aggiungendo con la premier italiana parlerà di quanto accaduto in occasione del bilaterale in programma ad Antibes il 25 giugno.

Le reazioni della politica italiana alle parole di Trump su Meloni

Non si sono fatte attendere le reazioni della politica italiana alle parole di Donald Trump su Giorgia Meloni e il loro incontro al G7 di Evian, raccolte telefonicamente da Daniele Compatangelo per L’Aria che tira su La7: «Era probabilmente contenta che io le abbia parlato. Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena».

Salvini: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». Tajani annulla la visita negli USa

Innanzitutto, la diretta interessata Meloni si è detta «francamente allibita» da quanto affermato da Trump. «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi», ha scritto il vicepremier Matteo Salvini sui social, a corredo di una foto che lo ritrae insieme alla premier. L’altro vicepremier Antonio Tajani, puntando il dito contro Trump, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha deciso di annullare la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno. «I deliri di Trump su Meloni sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa», ha dichiarato Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Attuazione del programma di governo: «Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Usa».

Conte: «Parole inaccettabili». Calenda: «Bullo da operetta»

«Trump è un mentitore seriale nonché un bullo da operetta. Personalmente non credo affatto che Meloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l’onore della Nazione», ha scritto Carlo Calenda su X, tra i primi a condannare l’uscita del tycoon. Giuseppe Conte ha definito «inaccettabili» le parole di Trump.

Così Nicola Fratoianni di Avs, che non ha risparmiato una frecciata alla premier: «Non so se essere più preoccupato per un Trump ormai senza freni, e il problema è che fa il presidente degli Stati Uniti, o per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale, e il problema è che fa la presidente del Consiglio dei ministri del nostro Paese». E poi: «Verrebbe francamente voglia di esprimere solidarietà a Meloni. Se non fosse che tutto questo è il risultato delle sue scelte e della subalternità a Trump, come confermano gli acquisti di armi e di gas dagli Usa, che peseranno enormemente sui bilanci delle famiglie del nostro Paese. Una situazione grottesca che gli italiani non si meritano davvero».

Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha scritto sui social X: «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Cara Presidente, hai finalmente capito che allearsi con quella gente lì significa essere contro l’Italia? Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump: l’Italia merita una classe dirigente che si faccia rispettare nel mondo. Una classe dirigente che non implora, mai. E gli Stati Uniti meritano un inquilino alla Casa Bianca che sappia che cosa è il coraggio, che cosa è il rispetto. La destra mondiale ha fallito: oggi lo ha capito anche la Meloni». Come ha reso noto il Quirinale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha chiamato Meloni, esprimendo solidarietà è avvenuta dopo le parole di Trump.