Usa, Meta multata per 567 milioni di dollari per danni ai minori

Un tribunale del New Mexico, negli Stati Uniti, ha condannato Meta al pagamento di una multa da 567 milioni di dollari (quasi 500 milioni di euro) per non aver avvertito correttamente gli utenti dei pericoli che i minori corrono sulle sue piattaforme (Facebook, Instagram e WhatsApp), soprattutto riguardo ai predatori sessuali online e all’esposizione a materiale sessualmente esplicito. Si tratta della sanzione più alta mai ricevuta dalla società legata a questioni sulla sicurezza dei minori. Il giudice che ha emesso la sentenza ha detto di ritenere che Meta rappresenti «un danno per il pubblico» paragonabile all’inquinamento atmosferico, ordinando all’azienda di istituire un fondo per ridurre i rischi per i minori e adottare alcune misure per la loro tutela. Tra queste l’introduzione di un sistema per limitare il tempo trascorso su Facebook e Instagram dagli utenti minorenni all’interno del New Mexico, l’occultamento del numero di like ricevuti dai contenuti da loro condivisi e l’introduzione di materiali informativi sui rischi per chi utilizza le piattaforme. Durante il processo, è emerso che Meta ha in più occasioni violato la legge del New Mexico sulla correttezza delle pratiche commerciali e sulla tutela dei consumatori per il modo in cui gli algoritmi delle sue piattaforme indirizzano gli utenti verso contenuti considerati pericolosi per i minori.

Iran, giallo sulle condizioni di Mojtaba Khamenei

Mojtaba Khamenei non ha mai incontrato alcun membro del governo di Teheran dagli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele che hanno ucciso suo padre e predecessore, Ali Khamenei, e in cui lui stesso è rimasto gravemente ferito. Lo scrive il sito web di opposizione IranWire, citando due fonti anonime vicine all’amministrazione del presidente Masoud Pezeshkian. Non solo: «Nelle più alte sfere del regime circolano voci secondo cui Khamenei si troverebbe in condizioni estremamente critiche e potrebbe morire da un momento all’altro», ha detto una delle due fonti.

Dal raid che ha ucciso il padre è diventato un fantasma

Da quando è diventato Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei non ha mai fatto alcuna apparizione pubblica. Sono state diffuse dichiarazioni attribuite al leader della Repubblica Islamica, ma senza registrazioni video o audio. Dal raid che ha ucciso il padre, Khamenei è praticamente diventato un fantasma, comunicando con i vertici dello Stato esclusivamente attraverso una rete di intermediari. Lo stesso Pezeshkian, nel corso di un’intervista trasmessa di recente dalla televisione di Stato, ha ammesso apertamente che al momento l’interazione con Khamenei è «molto difficile».

Sparatoria in una scuola in Thailandia, almeno sei morti e 15 feriti

Strage in una scuola in Thailandia, dove uno studente ha ucciso almeno sei persone tra cui tre insegnanti e tre studenti. Secondo un comunicato della polizia, prima ha ucciso i suoi nonni, usando la pistola del nonno, poi si è recato in un istituto a nord di Bangkok aprendo il fuoco contro i presenti. Il sospettato è un adolescente di 14 anni. Durante la sparatoria ha ferito anche 15 persone, di cui due sarebbero in condizioni “critiche”, prima di togliersi la vita.

Il Board of Peace di Trump assegna il primo contratto edilizio a Gaza

Seppur lentamente, il Board of Peace istituito da Donald Trump istituito a gennaio per supervisionare la ricostruzione della Striscia di Gaza, ha finalmente assegnato il primo contratto edilizio nel territorio devastato dalle bombe di Israele. Che non riguarderà però edifici civili. Come riferisce il Guardian, un’azienda della Louisiana si è infatti aggiudicata l’appalto per la costruzione di un avamposto militare da 150 posti destinato a ospitare truppe provenienti dal Marocco.

L’avamposto misurerà appena 100 metri per 120

L’azienda in questione è la Arkel International ed ha già ha collaborato in precedenza con il governo degli Stati Uniti, ad esempio in Iraq. La struttura attualmente in fase di progettazione misurerà appena 100 metri per 120 e, come detto, sarà destinata a ospitare un contingente di truppe marocchine, con i militari che si avvicenderebbero provenendo da una base in Israele: sorgerà all’interno di quel 60 per cento del territorio di Gaza direttamente controllato dall’IDF. Secondo la fonte del Guardian, l’avamposto verrà costruito a meno di due chilometri dal confine israeliano e disporrebbe di una «via di evacuazione rapida» nel caso in cui il piccolo contingente dovesse subire un attacco. La base da 150 effettivi costituisce la prima fase di un piano volto a realizzare nella Striscia un sito militare da 5 mila unità per la Forza internazionale di stabilizzazione, che nel frattempo contribuirà alle operazioni di disarmo di Hamas.

Hormuz, palla a Trump: cosa prevede l’intesa Iran-Oman

Non è ancora stato firmato dalle due parti, ma l’accordo tra Iran e Oman sullo stretto di Hormuz è stato praticamente definito. È quanto filtra dal Medio Oriente e in particolare dai canali Al-Arabiya e Al-Hadath, che citano una fonte di primo piano. Manca solo l’approvazione del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano. «Presto una dichiarazione congiunta se non si intromettono parti terze», il messaggio di Teheran a Washington.

Cosa prevede l’accordo tra Teheran e Muscat

L’accordo, secondo la fonte citata dalle due emittenti, prevede – sulla falsariga del memorandum di Islamabad – un cessate il fuoco di 60 giorni (prorogabile). L’intesa tra Teheran e Muscat «mira a rompere lo stallo e permettere la ripresa dei negoziati tecnici» tra Stati Uniti e Iran, alla ricerca della quadra non solo su Hormuz, ma anche sul nucleare. Le navi in entrata a Hormuz utilizzeranno la corsia di navigazione più vicina all’Iran, mentre quelle che lasciano lo stretto useranno rotte prossime all’Oman. Per quanto riguarda la questione dei pedaggi, non saranno imposte tariffe alle navi in transito, almeno nei primi due mesi. Verrà però introdotta una «tassa di servizio» per coprire le spese per la sicurezza del carico, il personale e la protezione dell’ambiente marino. Allo scadere dei 60 giorni Teheran intende varare poi pedaggi di transito obbligatori per tutte le navi mercantili e le petroliere, un punto sul quale l’amministrazione Usa si è detta irrevocabilmente contraria. Gli altri Paesi della regione, ha aggiunto la fonte di Al-Arabiya e Al-Hadath, potrebbero partecipare alla sminamento della via centrale dello stretto e alle procedure tecniche necessarie per lo svolgimento della navigazione. Questo entro altri 30 giorni dalla prima scadenza dell’intesa, dopodiché i flussi in entrambe le direzioni seguiranno il corridoio centrale di Hormuz. L’intesa raggiunta da Iran e Oman riguarda solo Teheran e Muscat e non deve ricevere alcun via libera da parte di Donald Trump, tornato a minacciare la Repubblica Islamica. Lo stretto di Hormuz resterà chiuso finché continueranno quelle che l’Iran definisce «violazioni degli Stati Uniti», ovvero il blocco navale. Tra i due Paesi sarebbero in corso contatti indiretti attraverso i mediatori.

L’Iran smentisce Trump: «Su Hormuz negoziati solo con l’Oman»

Dopo aver annunciato l’accordo con l’Oman sulla navigazione nello stretto di Hormuz (con una frecciata agli Stati Uniti: «Presto una dichiarazione congiunta se non si intromettono parti terze»), l’Iran ha smentito che ci siano colloqui in corso con gli Usa per la riapertura del passaggio marittimo, cruciale per il commercio globale. «L’affermazione degli Stati Uniti secondo cui sono in corso negoziati con l’Iran è falsa», ha dichiarato in un’intervista televisiva il viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi, parlando di colloqui solo con Muscat in forma strettamente bilaterale e riconoscendo però che Teheran ha ricevuto messaggi da Washington sulla disponibilità a tornare agli impegni precedenti. Donald Trump, negli ultimi giorni, ha parlato più volte di «ottimi colloqui» in corso con l’Iran, dichiarando anche che i pasdaran hanno chiesto negoziati mentre gli Stati Uniti erano «pronti per il più grande attacco dalla Seconda guerra mondiale».

L’Iran smentisce Trump: «Su Hormuz negoziati solo con l’Oman»
JD Vance (Ansa).

Vance ammette: «Negoziati complessi, servirà tempo»

Intanto, JD Vance in un’intervista a Fox News ha definito «complessi» i negoziati di pace con Teheran, spiegando che richiederanno ancora tempo: «Gli iraniani sono un popolo straordinariamente difficile, con un sistema frammentato. Il nostro compito è quello di muoverci in questo contesto e ottenere il miglior risultato possibile per il popolo americano, ma anche per il presidente degli Stati Uniti». E poi: «I prezzi del petrolio scenderanno e rimarranno bassi. L’Iran non avrà mai un’arma nucleare e gli Usa saranno in una posizione più forte. Ma siamo ancora nel vivo della questione e credo che molti stiano cercando di prevedere con esattezza come andrà a finire».

L’Iran smentisce Trump: «Su Hormuz negoziati solo con l’Oman»
Donald Trump e Pete Hegseth (Ansa).

Trump smentisce la carenza di missili, ma sarà vero?

«Gli Stati Uniti possiedono enormi quantità di “munizioni”, soprattutto di certi tipi. Inoltre, grandi quantità vengono prodotte e spedite negli Stati Uniti secondo necessità. Le aziende del settore della difesa stanno costruendo il maggior numero di impianti e fabbriche nella storia del nostro Paese. I ‘responsabili’ di queste dichiarazioni traditrici verranno braccati. Saranno richieste lunghe pene detentive!». Lo ha scritto Trump su Truth, riferendosi sulle rivelazioni di alcuni media sulla ridotta disponibilità di missili a causa della guerra in Iran. The Donald ha smentito la carenza di munizioni, ma il Washington Post scrive – citando due fonti – che la scorsa settimana a Camp David il presidente americano avrebbe chiesto spiegazioni a Pete Hegseth su questo problema: il segretario alla Guerra si sarebbe difeso attribuendo ogni responsabilità al suo vice Stephen Feinberg. Secondo la Cnn, a causa del conflitto contro l’Iran gli Usa hanno usato quasi l’80 per cento delle loro riserve missilistiche: alla base della decisione di Trump di rinunciare, negli ultimi giorni, a lanciare nuovi attacchi contro Teheran ci sarebbe proprio la carenza di razzi a lungo raggio e di intercettori per la difesa aerea.

Drone con esplosivo trovato all’aeroporto di Lipsia vicino a un cargo ucraino

Un drone con detonatore e materiale esplosivo è stato trovato accanto a un cargo ucraino all’aeroporto di Lipsia-Halle. Lo riportano i media tedeschi, citando un portavoce della Nato, che sta partecipando alle indagini avviare dalla polizia tedesca. Il velivolo a pilotaggio remoto, che secondo la Bild trasportava un ordigno realizzato artigianalmente utilizzando fertilizzante e benzina, è stato sequestrato. Quello di Lipsia è lo scalo principale in Germania per la rotta verso l’Ucraina.

Cosa è successo all’aeroporto di Lipsia

La Bild, che ha anche pubblicato delle foto del drone, scrive che il drone è stato rinvenuto sulla pista dell’aeroporto di Lipsia-Halle, nelle immediate vicinanze di un aereo ucraino Antonov, attorno alle 23:40. Dopo il ritrovamento, il drone è stato esaminato: un’analisi a raggi X ha rivelato la presenza di un detonatore al suo interno. Tuttavia, il dispositivo era difettoso, e questo ha impedito l’eventuale esplosione dell’ordigno. Dopo il ritrovamento, l’aeroporto di Lipsia è stato chiuso al traffico aereo. Di conseguenza, un cargo della DHL è stato costretto a interrompere la manovra di atterraggio e a riprendere quota. Secondo la Bild, poco dopo (a sei chilometri dallo scalo e a un’altitudine di 400 metri), il velivolo è entrato in collisione con un oggetto non identificato: il sistema di difesa anti-drone dell’aeroporto aveva infatti rilevato la presenza di due velivoli a pilotaggio remoto. La Reuters, invece, riporta che il cargo della DHL ha urtato un oggetto non identificato durante la fase di salita dopo il decollo e che questo ha reso necessario un atterraggio non programmato ad Hannover, dove è stato rilevato un danno alla parte frontale del velivolo.

Nuovo massiccio attacco su Kyiv, Zelensky torna a chiedere più intercettori

Almeno 17 persone sono morte nel terzo massiccio attacco combinato di missili e droni russi sulla regione di Kyiv e sulla capitale ucraina, che ha visto la distruzione di edifici residenziali, magazzini e siti industriali. Colpita anche una stazione ferroviaria. Circa 50 i feriti. Le forze ucraine hanno abbattuto 98 dei 115 droni lanciati dalla Russia durante la notte, ma non sono state in grado di abbattere nessuno dei missili di Mosca: Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere un maggior numero di intercettori Patriot, di fabbricazione statunitense.

Zelensky: «Gli intercettori balistici avrebbero salvato vite»

«Gli intercettori balistici sono ciò che avrebbe potuto salvare la vita delle persone uccise oggi», ha scritto Zelensky sui social: «È fondamentale che i nostri partner comprendano che i ritardi nella fornitura di tali sistemi, o la riluttanza a fornirli, portano direttamente a perdite umane e distruzioni così terribili». Kyiv è ormai in grado di intercettare la stragrande maggioranza dei droni russi, ma dipende ancora dai rifornimenti degli alleati occidentali per contrastare i missili. Tutto questo mentre la Russia sta intensificando gli attacchi: secondo Reuters, starebbe schierando addirittura un’unità missilistica nordcoreana nell’ovest del Paese.

Mosca: «Colpite anche tre navi mercantili nel Mar Nero»

Mosca ha rivendicato di aver colpito «centri di trasporto, logistica e distribuzione» nella città e nella regione di Kyiv, «coinvolti nello stoccaggio e nella consegna di armi e materiale militare di vario genere, nonché nella produzione e distribuzione di droni». Il ministero della Difesa russo, inoltre, ha dichiarato di aver bombardato tre navi mercantili che trasportavano armi nel Mar Nero, a sud di Odessa.

Primarie dem in Michigan, El-Sayed verso la vittoria

Abdul El-Sayed è sempre più vicino alla vittoria delle primarie democratiche in Michigan. Secondo le proiezioni di Nbc News è lui il vincitore della consultazione, mentre altri siti parlano ancora di testa a testa con la sfidante Haley Stevens, pur con un leggero vantaggio di El-Sayed. Progressista e filopalestinese appoggiato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, in caso di vittoria consoliderebbe la presenza nel Midwest della sinistra progressista in vista delle elezioni di midterm di novembre. Secondo la Cnn, i due candidati sono separati da poco meno di 25 mila voti. Se le proiezioni della Nbc verranno confermate, El-Sayed affronterà l’ex deputato Mike Rogers, che ha ottenuto la nomination repubblicana senza opposizione. La loro sfida di novembre si preannuncia come una delle più competitive del Paese e potrebbe determinare quale partito controllerà il Senato.

Chi sono i due candidati

El-Sayed, ex direttore sanitario della contea di Wayne, ha costruito la sua campagna su temi come il progetto di una sanità pubblica universale (Medicare for all), la riforma del finanziamento delle campagne elettorali e la richiesta di interrompere gli aiuti militari statunitensi a Israele. Stevens, alla sua quarta legislatura alla Camera, ha invece puntato sul rilancio dell’industria manifatturiera e dell’economia del Michigan. Ha inoltre ricordato le sue precedenti vittorie in collegi considerati difficili, sostenendo di essere la candidata più competitiva per battere il candidato repubblicano alle elezioni generali.

Axios: «Accordo su Hormuz vicino, oggi l’annuncio»

Stati Uniti, Iran e Oman sono vicini a un accordo provvisorio per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Lo riporta Axios citando due fonti della regione e un funzionario statunitense, aggiungendo che Washington punta ad annunciare l’accordo nelle prossime ore. La notizia è stata confermata dal presidente americano Donald Trump, secondo cui un’intesa potrebbe essere raggiunta «domani o dopodomani», ovvero oggi o giovedì. Il tyccon ha spiegato che martedì si è tenuta una «negoziazione durata tutto il giorno» con l’Iran. «Stiamo avendo ottime discussioni. L’unica cosa che conta è agire. E loro vogliono raggiungere un accordo. Vedremo cosa succederà. Ho tutto il tempo che mi serve», ha detto ai giornalisti prima di salire sul suo Air Force ONe. In un’intervista a Fox News ha aggiunto: «Li abbiamo colpiti molto duramente. Ma il colpo più duro deve ancora arrivare e spero che non dovremo usarlo. Spero di no, stiamo avendo ottime discussioni. Non amano ammetterlo».

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?

C’è uno strano filo rosso che lega la crisi di Ceuta agli Usa, a Israele e persino all’impopolarità di Donald Trump. La questione migratoria rimane al centro delle agende dei governi di mezzo mondo. Ma soprattutto è uno strumento di propaganda e pressione, come si è visto con l’exclave spagnola

Trump potrebbe usare la crisi di Ceuta in chiave anti-Ue

Meno trasparente è il ruolo che potrebbero aver giocato attori esterni. L’arrivo improvviso di 60 mila persone è parso a molti qualcosa di organizzato. Da lì le speculazioni. Va detto subito: pistole fumanti non ce ne sono, ma gli indizi abbondano. Il tema interessa molto l’amministrazione Trump. Il 3 agosto, parlando dallo Studio Ovale, il tycoon è tornato ad attaccare il Vecchio Continente: «Due cose stanno uccidendo l’Europa: l’immigrazione e l’energia». Da qui il sospetto che gli Stati Uniti possano approfittare della crisi migratoria per spingere le forze populiste in chiave anti-Ue: Rassemblement National in Francia, Reform UK nel Regno Unito, Vox in Spagna, AfD in Germania e magari Futuro Nazionale in Italia dopo la fine della luna di miele con Giorgia Meloni. Ceuta, in questo senso, potrebbe essere vista come il caso di studio perfetto. E per capirlo bisogna vedere sia che cosa hanno votato i deputati americani al Congresso, sia che cosa scrive l’intellighenzia conservatrice, senza dimenticare i legami personali della famiglia Trump con l’alleato marocchino. Ma andiamo con ordine. 

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

L’interesse del Gop per le exclavi spagnole

Qualche giorno fa, il deputato ribelle del Gop Thomas Massie ha ricordato ai colleghi, stupiti e indignati per Ceuta, il voto sul provvedimento H.R. 8595 del 15 luglio scorso. La legge si occupa di stanziamenti per la sicurezza nazionale, ma è tra le pieghe che bisogna leggere. Allegato al provvedimento c’è un rapporto della Commissione Bilancio della Camera che parlava esplicitamente delle exclavi spagnole: «Il Comitato prende atto della storica alleanza tra gli Stati Uniti e il Marocco e osserva che le città di Ceuta e Melilla, amministrate dalla Spagna, si trovano in territorio marocchino. Il Comitato sostiene gli sforzi del Segretario di Stato volti a incoraggiare il dialogo diplomatico tra il Marocco e la Spagna in merito al futuro status». 

In sostanza, una presa di posizione contro Madrid. Ma di chi sono le impronte su questo documento? Il dossier porta la firma di uno stretto alleato del segretario di Stato Marco Rubio, il deputato della Florida Mario Díaz-Balart, vicecapo della commissione per gli Stanziamenti. Lo scorso aprile, in un’intervista alla stampa spagnola, Díaz-Balart aveva detto chiaramente che per lui Ceuta e Melilla «non si trovano nel territorio geografico della Spagna ma in Marocco». Díaz-Balart è anche l’anello di congiunzione tra Stati Uniti, Marocco e Israele. L’anno scorso, insieme a Rubio, aveva incontrato a Washington il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e in più di un’occasione ha rimarcato il suo sostegno al riconoscimento della sovranità marocchina nel Sahara Occidentale. Il deputato è poi un attivo sostenitore di Israele e, secondo la piattaforma Track AIPAC che traccia i fondi della potente lobby AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ha ricevuto oltre un milione di dollari negli ultimi due anni. 

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
da TrackAiPac.

Il sostegno “culturale” al Marocco ai danni di Madrid

In questo sistema c’è anche un pezzo del pensiero conservatore che dà sostanza all’appoggio al Marocco ai danni della Spagna. È il caso di Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono ai tempi dell’amministrazione Bush durante la guerra in Iraq e oggi prolifico autore per il think tank conservatore American Enterprise Institute (Aei). Il 16 marzo scorso, in un articolo, Rubin sosteneva che re Mohammed VI dovesse «recuperare lo spirito della Marcia Verde per completare l’espulsione dei coloni spagnoli dal suolo marocchino», un chiaro riferimento a quando migliaia di marocchini occuparono il Sahara Occidentale nel 1975. Dieci giorni dopo, Amine Ayoub, analista del think tank conservatore Middle East Forum e di base in Marocco, scriveva sul giornale israeliano Ynet come Israele possa aiutare Rabat a reclamare Ceuta e Melilla: «Aiutare il Marocco a recuperare Ceuta e Melilla punirebbe un membro della Nato che ha ripetutamente scelto l’ostruzionismo anziché la collaborazione nei momenti più critici dell’alleanza». 

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
Re Mohammed VI con Pedro Sanchez nel febbraio 2024 (Ansa).

La cooperazione militare tra Washington e Rabat

C’è infine un ultimo livello: l’idea degli Usa che il Marocco possa essere fonte di stabilità per tutta l’area. Tra aprile e luglio, i due Paesi hanno firmato intese-quadro sulla cooperazione militare. Legami che riguardano anche figure precise, come Fouad Ali El Himma, uno dei consiglieri più fidati di Mohammed VI. Descritto in alcuni circoli del potere marocchino come «viceré», sarebbe l’architetto dell’”invasione” di Ceuta. Come ha scritto Euronews, El Himma avrebbe già in passato teorizzato l’uso del caos migratorio per scopi politici. Il consigliere del re sarebbe entrato nelle grazie di Trump tramite il genero di quest’ultimo, Jared Kushner, incontrato più volte fin dal 2019. Il viceré sarebbe anche l’artefice della svolta americana sulla sovranità marocchina nel Sahara Occidentale e la firma degli accordi di Abramo con Israele. 

Sanchez è da tempo nel mirino

Senza scivolare in facili complottismi, una delle ipotesi principali è che l’azione sia stata diretta da Rabat. I reporter del New York Times nei primissimi giorni dell’emergenza, hanno scoperto, parlando con diversi migranti entrati a Ceuta, che molti si sono mossi su impulso delle stesse autorità marocchine. L’ipotesi è che l’operazione sia legata tanto a fattori interni (il 26 settembre ci saranno le elezioni legislative in Marocco) quanto a fattori esterni, come il riavvicinamento della Spagna all’Algeria. Il tutto potrebbe poi essere avvenuto con una sorta di luce verde informale dalla Casa Bianca in convergenza con gli interessi israeliani, che vedono nel governo di Pedro Sanchez una spina nel fianco su diversi dossier, come la spesa per la Nato e la guerra in Iran, e più in generale per il suo ruolo nella sinistra internazionale

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
Pedro Sanchez (Ansa).

Il metodo MAGA sull’immigrazione non paga

In questo quadro l’immigrazione diventerebbe quindi un’arma per colpire l’Europa e dare munizioni alle destre europee, che a loro volta potrebbero affrontare il dossier con metodi MAGA. Peccato però che la brutalità non paghi. Pensiamo alla remigrazione di Roberto Vannacci, proposta che ricorda le deportazioni dell’ICE negli Usa. Eppure, pare che agli americani questo piglio brutale piaccia sempre meno. Secondo un sondaggio del portale Strength in Numbers, solo in 16 Stati su 50 la politica della Casa Bianca fa breccia. Il gradimento delle deportazioni è in territorio negativo in 34 Stati, inclusi territori repubblicani come Florida, Texas, Iowa e Alaska. Secondo un sondaggio Ipsos pubblicato il 3 agosto, solo il 38 per cento degli americani approva la gestione trumpiana dell’immigrazione, mentre il 42 per cento la disapprova nettamente. Il caso americano contiene quindi un avvertimento per le destre che puntano a conquistare l’Europa. Usare l’immigrazione come arma geopolitica e carburante elettorale produce consenso nel breve periodo. Ma quando gli slogan diventano politiche concrete, il prezzo umano e sociale del pugno duro rischia di allontanare proprio una parte degli elettori che quelle promesse avevano contribuito a mobilitare. Soffiare sul fuoco è facile; governare l’incendio lo è molto meno.

L’Ue fa quadrato attorno alla Spagna su Ceuta, ma bacchetta Sanchez

In conferenza stampa a Bruxelles al termine della videocall dei ministri dell’Interno dell’Ue, il commissario europeo agli Affari Interni e alle Migrazioni Magnus Brunner ha escluso «un legame diretto tra le regolarizzazioni e gli accadimenti di Ceuta». Al tempo stesso, ha anche affermato che la maxi-sanatoria per i migranti della Spagna «non è un buon segnale» per gli altri Paesi dell’Ue: «Capisco che è competenza nazionale e che è stata fatta perché si tratta principalmente di latinoamericani, che parlano la stessa lingua e hanno la stessa cultura, ma il messaggio per il resto d’Europa non è positivo. Proprio no».

L’Ue fa quadrato attorno alla Spagna su Ceuta, ma bacchetta Sanchez
Pedro Sanchez (Ansa).

Brunner: «Legittimi i centri per il rimpatrio in Paesi extra-Ue»

«L’integrità dell’area Schengen è stata preservata», ha poi detto Brunner, sottolineando che «praticamente tutti coloro che sono entrati a Ceuta sono ora rientrati» e che «nessuno ha attraversato il confine verso la Spagna continentale e l’Europa continentale». Crisi migratoria dunque «risolta», almeno per il momento. Brunner si è poi soffermato sulla possibile creazione di hub per il rimpatrio in Paesi terzi sicuri, principalmente africani, parlando di opzione «legittima» per gli Stati che intendono perseguirla: «Sono stati menzionati da alcuni Paesi membri, in particolare da quelli che li stanno predisponendo o che stanno preparando i negoziati con Paesi terzi in merito a questi centri. Il progetto Italia-Albania è diverso. È un progetto italiano». Successivamente ha aggiunto: «Concentriamoci anche sul concetto di Paese terzo sicuro. Il che significa che la procedura di asilo può effettivamente essere svolta al di fuori dell’Unione europea, laddove il concetto di Paese terzo sicuro lo consente».

LEGGI ANCHE: Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez

L’Unione europea fa quadrato attorno a Madrid dopo Ceuta

Il Consiglio Ue ha parlato di «visione condivisa sulla necessità di continuare a combattere senza tregua il traffico di migranti, di potenziare i rimpatri, di rafforzare le frontiere, di instaurare partenariati solidi con i Paesi terzi e di migliorare la capacità di previsione», aggiungendo poi: «I ministri hanno sottolineato che la comunicazione dovrebbe essere più coordinata e più coerente, soprattutto per contrastare attori esterni malintenzionati impegnati nella manipolazione delle informazioni e nelle interferenze dall’estero». Sostanzialmente l’Ue ha fatto quadrato attorno a Madrid, ribadendo che la gestione delle migrazioni è compito dell’intera Unione europea.

L’Ue fa quadrato attorno alla Spagna su Ceuta, ma bacchetta Sanchez
Fernando Grande-Marlaska (Ansa).

La Spagna: «Incomprensibile la decisione italiana su Schengen»

Prosegue intanto la diatriba tra Spagna e Italia innescata dalla crisi di Ceuta. Dopo la videocall, il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha dichiarato: «Sono entrati illegalmente 72 mila migranti. Di questi 70 mila hanno fatto rientro in Marocco. Non ho compreso la chiusura di Schengen da parte dell’Italia, mi è sembrata totalmente priva di necessità e proporzionalità. Vediamo che succede, se ci sarà un ripensamento. Non c’è stato alcun rischio di movimento secondario, avendo Ceuta un regime speciale». Nel corso della riunione, Matteo Piantedosi ha affermato il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne «non è stata in alcun modo di una misura rivolta contro la Spagna», bensì «una scelta di natura cautelare e organizzativa, intesa a tutelare la sicurezza nazionale e la tenuta dell’intero sistema europeo dei controlli in un momento di forte sollecitazione, come avvenuto in tantissimi altri casi».

Hormuz, vicino l’accordo tra Iran e Oman sul traffico marittimo

Iran e Oman sono vicini all’intesa sul traffico marittimo nello stretto di Hormuz. Lo scrive il New York Times, citando funzionari iraniani e statunitensi. L’accordo prevede «tariffe di servizio» che sarebbero poi utilizzate per «coprire l’impatto ambientale del traffico marittimo, la sicurezza delle navi cargo e delle petroliere e del personale». Non sembra esserci una differenza sostanziale con i paventati pedaggi, ma l’espressione «tariffe di servizio» pone meno problemi rispetto al diritto internazionale e al memorandum d’intesa siglato a giugno da Iran e Stati Uniti. Secondo le fonti iraniane del Nyt, i ricavi verrebbero divisi equamente tra Teheran e Muscat. In base all’intesa, poi, le navi in entrata nel Golfo Persico utilizzerebbero una rotta controllata dall’Iran e vicina alle sue coste, mentre quelle in uscita navigherebbero su una più prossima all’Oman. Un funzionario statunitense ha però affermato che la versione iraniana «non è accurata», spiegando che non tutte le rotte richiederebbero l’approvazione dei pasdaran e in alcuni casi non sarebbero previste tariffe di transito.

La crisi di Ceuta approda sul tavolo dell’Unione europea

Oggi è il giorno della riunione straordinaria in videoconferenza del Consiglio Ue informale Interni convocata dalla presidenza irlandese dopo la crisi migratoria di Ceuta, anche in risposta alla lettera promossa Italia e Danimarca e sottoscritta da altri 20 Stati membri. Una missiva ha evidenziato le differenze di vedute dei Ventisette. Matteo Piantedosi, che rappresenta il governo Meloni, dovrebbe presentare la proposta di Roma per la creazione entro il 2027 di hub di rimpatrio in Paesi extra-Ue.

La crisi di Ceuta approda sul tavolo dell’Unione europea
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

L’Europa è divisa dopo la crisi di Ceuta

La lettera scritta dalla premier italiana Giorgia Meloni e dall’omologa danese Mette Frederiksen, che chiede una risposta coordinata dopo i fatti di Ceuta, è stata appoggiata in tutto da 22 Paesi. Oltre alla Spagna, tra i firmatari non figurano Francia e Portogallo (i due Paesi confinanti), e nemmeno Irlanda e Lussemburgo. Da una parte, 22 Stati chiedono un rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, contestando le politiche spagnole di regolarizzazione dei migranti. Dall’altra, Madrid continua a denunciare la scarsa solidarietà mostrata da alcuni partner Ue. Italia in primis.

Cosa chiedono i 22 Paesi firmatari

I 22 Stati firmatari chiedono di rafforzare il controllo delle frontiere esterne, di aumentare il sostegno a Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) e di intensificare la cooperazione con il Marocco. La lettera invita inoltre l’Ue a contrastare le politiche nazionali che possano funzionare come fattori di attrazione e produrre conseguenze anche negli altri Paesi europei. Si tratta di un evidente riferimento alla maxi-sanatoria avviata dal governo di Pedro Sanchez per centinaia di migliaia di extracomunitari già presenti in Spagna. Da parte sua, Ursula von der Leyen ha ribadito che l’Ue è al fianco di Madrid, richiamando i Ventisette all’unità sul tema.

Le critiche a Sanchez per la maxi-sanatoria

Il governo Sanchez ha avviato a metà aprile una nuova regolarizzazione di persone immigrate già presenti in Spagna. In due mesi sono arrivate più di un milione di domande, mentre Madrid aveva inizialmente stimato tra le 500 mila e le 750 mila persone interessate. La maxi-sanatoria, diventata terreno di scontro tra l’esecutivo e l’opposizione e tra la Spagna e buona parte dell’Ue, riguarda migranti già presenti in Spagna, in grado di dimostrare almeno cinque mesi di residenza continuativa al primo gennaio scorso e senza precedenti penali. Soprattutto latinoamericani, ha spiegato Sanchez, spesso impiegati in maniera irregolare, da stabilizzare e integrare. Il capo della Moncloa respinge il collegamento tra la sanatoria e la crisi di Ceuta, sostenendo che lo straordinario afflusso di migranti nell’exclave spagnola sia stato alimentato da informazioni false diffuse sui social media e dalle reti dei trafficanti.

La crisi di Ceuta approda sul tavolo dell’Unione europea
Agenti della Guardia Civil a Ceuta (Ansa).

La posizione dell’Italia, ai ferri corti con la Spagna

Tornando all’Italia, protagonista di un duro botta e risposta con la Spagna sul tema migranti, Roma chiederà di sveltire le procedure la costruzione di centri di rimpatrio dei migranti fuori dai confini dell’Ue sul “modello Albania”, ma finanziati almeno in parte dall’Unione europea e localizzati perlopiù in Africa. Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Etiopia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia e Montenegro. L’Italia dovrebbe anche chiedere l’attuazione stringente del programma Gsp+, che sarà in vigore dal primo gennaio del 2027 e che lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Unione europea.

Capital One chiuse i conti della Trump Organization dopo una verifica antiriciclaggio

Nel 2021 Capital One decise di chiudere oltre 300 conti riconducibili alla Trump Organization a seguito di una verifica antiriciclaggio riguardante l’azienda di famiglia del presidente Usa. Lo ha reso noto la banca d’affari statunitense, nel tentativo di far archiviare la causa intentata a marzo del 2025 dal Donald J. Trump Revocable Trust e da Eric Trump davanti a un tribunale della Florida, a cui si sono in seguito accodati anche DJT Holdings, DJT Holdings Managing Member e DTTM Operations, tutti convinti che Capital One avesse agito per motivi politici.

Capital One chiuse i conti della Trump Organization dopo una verifica antiriciclaggio
Donald Trump (Ansa).

La famiglia Trump sostiene che il debanking sia avvenuto per motivi politici

Le società legate a Trump avevano parlato di una decisione politicamente orientata da parte di Capital One, incompatibile con le norme invocate a tutela dei consumatori e contro le pratiche commerciali ingannevoli, sostenendo che il debanking era avvenuto a causa delle convinzioni woke dell’istituto e dal suo desiderio di trarre profitto dal clima politico successivo all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Capital One, invece, sostiene che la chiusura dei conti sia avvenuta dopo attente analisi affidate a professionisti dell’antiriciclaggio, nel rispetto delle procedure aziendali e delle indicazioni delle autorità di vigilanza.

Capital One non ha accusato di attività illegali la holding dei Trump

Si tratta della prima volta che una banca collega formalmente dei sospetti di riciclaggio all’azienda di famiglia di Trump. Ma, va sottolineato, Capital One non ha accusato la holding di alcuna attività illegale: semplicemente, la banca ha spiegato che alcuni schemi transazionali emersi dall’indagine erano rientrati tra quelli che le indicazioni federali sottopongono a particolare attenzione. Convinto che ciò non corrisponda a verità, ad agosto 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo secondo cui le decisioni delle banche devono poggiare su valutazioni individuali, oggettive e basate sul rischio, non sulle opinioni politiche o religiose dei clienti.

L’attacco della Spagna all’Italia: «Siete il Paese con più arrivi irregolari in Europa»

Non si placano le tensioni tra Spagna e Italia dopo l’ondata migratoria che ha travolto Ceuta, con l’arrivo di oltre 70 mila persone a nuoto dal Marocco. Dopo la decisione di Roma di sospendere Schengen con Madrid e il successivo attacco del governo spagnolo, il ministro degli Esteri José Manuel Albares è tornato a tuonare contro il nostro Paese. «Ci sono stati governi che non sono stati all’altezza della situazione migranti, il governo italiano è stato uno di questi», ha detto in un’intervista in tv. «L’Italia è sommersa di migranti a Lampedusa ed è il Paese con il maggior numero di arrivi di irregolari in Europa. Non è capace di risolvere la situazione, come ha fatto invece la Spagna». Albares ha infatti sottolineato che, in breve tempo, quasi tutti i migranti che negli scorsi giorni hanno attraversato illegalmente la frontiera sono stati rimpatriati in Marocco. Il ministro iberico ha anche evidenziato come Ceuta e Melilla «non sono mai state minacce per lo spazio Schengen», mentre lo sono stati «altri spazi europei e la Spagna è sempre stata solidale». Come Lampedusa: «Piacerebbe all’Italia risolvere la situazione lì. Sono arrivati negli anni talmente tanti migranti al punto che la Spagna ha dovuto accoglierne una parte».

La replica del Viminale: «Con Meloni crollati gli sbarchi»

Non si è fatta attendere la risposta del Viminale, il quale dichiara che dall’inizio dell’anno gli sbarchi irregolari in Italia siano diminuiti del 55 per cento rispetto al 2025 e di circa l’82 per cento rispetto al 2023. Quanto alla «presunta invasione» di Lampedusa, il ministero dell’Interno sottolinea che sull’isola si trovano attualmente 98 migranti e che «da tempo non si vive nessuna situazione di emergenza».

Migranti, dopo Ceuta l’Italia spinge per l’apertura di un hub extra-Ue nel 2027

Si terrà domani martedì 4 agosto il Consiglio europeo con la riunione d’emergenza dei ministri dell’Interno europei, per una valutazione congiunta della situazione e la definizione di una risposta europea coordinata dopo i fatti di Ceuta. L’incontro è stato chiesto attraverso una lettera promossa da Italia e Danimarca, firmata da 22 Paesi e indirizzata al presidente del Consiglio europeo, António Costa, alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e al presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, Micheál Martin. Tra i Paesi che non hanno firmato la missiva figurano Francia e Portogallo, ovvero i due tra i Ventisette confinanti con la Spagna. In questa occasione, l’Italia tornerà a spingere per l’apertura di un hub extra-Ue per i migranti nel 2027.

Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi da coinvolgere

Al Consiglio europeo di domani l’Italia chiederà di sveltire le procedure la costruzione di centri di rimpatrio dei migranti fuori dai confini dell’Ue sul “modello Albania”, ma finanziati almeno in parte da Bruxelles e localizzati quasi tutti in Africa. Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Etiopia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia e Montenegro. L’Italia dovrebbe anche chiedere l’attuazione stringente del programma Gsp+, che sarà in vigore dal primo gennaio del 2027 e che lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Unione europea.

Migranti, dopo Ceuta l’Italia spinge per l’apertura di un hub extra-Ue nel 2027
Agenti della Guardia Civil a Ceuta (Ansa).

A Ceuta la situazione non è ancora tornata alla normalità

Nonostante la maggior parte dei migranti arrivati nell’exclave spagnola sia stata fatta rientrare in Marocco, a Ceuta la situazione non è ancora tornata alla normalità. Lo ha spiegato Juan Jesus Vivas, presidente della città autonoma, durante una conferenza stampa con Alberto Nunez Feijoo, leader del Partito Popolare. Nonostante la celerità con cui la polizia sta portando avanti i rimpatri volontari, a Ceuta «restano ancora diverse migliaia di persone» e gli abitanti avrebbero innalzato recinzioni per impedire l’ingresso dei migranti.

Migranti, dopo Ceuta l’Italia spinge per l’apertura di un hub extra-Ue nel 2027
Barriere galleggianti al largo di Ceuta (Ansa).

Il Marocco continua ad allontanare ogni responsabilità

Le autorità spagnole hanno stimato che oltre 50 mila migranti siano arrivati nei giorni scorsi a Ceuta, mentre quelle marocchine stimano un afflusso di 40 mila persone. Molta più ampia la differenza nel bilancio delle vittime: per Madrid i morti in mare sono stati almeno 72, mentre per Rabat hanno perso la vita in 11. Allontanando le responsabilità per quanto accaduto, il ministero dell’Interno del Paese africano ha dichiarato che «il Marocco continuerà a essere un partner affidabile e responsabile, impegnato a rafforzare la cooperazione e il coordinamento internazionale nel campo della lotta contro la migrazione irregolare e la tratta di esseri umani». Rabat ha fatto poi riferimento a una recente sentenza del Tribunale Supremo spagnolo, che tre settimane fa ha stabilito che non è possibile effettuare respingimenti immediati di coloro che entrano a nuoto a Ceuta e Melilla. «Le interpretazioni errate» di questa decisione giudiziaria, si legge in una nota, possono aver portato in tanti a cercare di attraversare la frontiera, nella convinzione che «sia possibile evitare il rimpatrio immediato». Intanto a Ceuta sono pienamente operative le barriere galleggianti di contenimento al largo del molo del Tarajal, per ostacolare l’accesso dei migranti che arrivano a nuoto.

Ft: «AstraZeneca tratta con Bristol Myers Squibb per una maxi fusione da 400 miliardi»

Secondo quanto riportato dal Financial times, la britannica AstraZeneca sta trattando una maxi fusione con la rivale Usa Bristol Myers Squibb. L’operazione darebbe vita a uno dei più grandi gruppi farmaceutici al mondo, con una capitalizzazione di mercato di quasi 400 miliardi di dollari. Secondo fonti informate, le due società hanno discusso negli ultimi mesi l’aggregazione e i colloqui potrebbero portare a un accordo nel prossimo futuro. AstraZeneca, seconda società quotata britannica per valore, capitalizza 196 miliardi di sterline (260 miliardi di dollari), mentre Bms 133 miliardi di dollari.

Trump annuncia la ripresa dei negoziati con l’Iran

Donald Trump ha annunciato che con l’Iran «c’è un accordo su Hormuz» e «ce ne sarà uno sul nucleare», facendo poi sapere che oggi pomeriggio riprenderanno i negoziati tra Washington e Teheran. Il presidente americano, parlando con i cronisti a bordo dell’Air Force One durante il suo viaggio verso Il Cairo ha anche reso noto dopo aver bloccato un nuovo «massiccio attacco» contro l’Iran, pianificato congiuntamente con Israele, a condizione che si giungesse rapidamente a un accordo. Il capo della Casa Bianca ha poi spiegato che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar gli hanno chiesto di annullare l’attacco perché fiduciosi in un’intesa con l’Iran. In tal senso sarebbe stata fondamentale una chiamata da parte di Mohammed bin Salman, erede al trono saudita che da anni ha stretti rapporti con The Donald. Il tycoon ha detto che i pasdaran sapevano che l’attacco in arrivo «sarebbe stato il più grande dalla Seconda guerra mondiale».

Trump annuncia la ripresa dei negoziati con l’Iran
Mohammed bin Salman e Donald Trump (Imagoeconomica).

L’Iran frena: «Al momento solo colloqui con l’Oman»

«Al momento non sono in corso negoziati con gli Stati Uniti. Attualmente stiamo conducendo solo colloqui con l’Oman sulla gestione di Hormuz», ha sottolineato il ministero degli Esteri iraniano, che tramite il portavoce Esmaeil Baqaei, ha comunque dimostrato apprezzamento per l’intervento di Riad. «La guerra degli Usa contro la Repubblica Islamica dell’Iran non è soltanto una guerra contro il nostro Paese: è una guerra contro l’intera regione e contro la sicurezza di tutti i Paesi della regione. È quindi naturale che i Paesi dell’area cerchino di impedire un ulteriore aggravamento della situazione». Domenica 2 agosto Hassan Qashqavi, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, aveva riferito che i mediatori stavano cercando di riattivare il memorandum d’intesa tra Teheran e Washington, concordato il 17 giugno per porre fine alla guerra iniziata da Israele e dagli Stati Uniti il 28 febbraio. L’accordo aveva consentito la riapertura dello stretto di Hormuz e l’avvio di un periodo di negoziazione di due mesi per raggiungere un accordo nucleare definitivo, ma poi erano ripresi gli attacchi reciproci, durati diversi giorni.

EasyJet, estesa al 7 agosto la deadline per l’offerta di Castlelake

Al fine di allineare la deadline dell’offerta di Castlelake e quella di Apollo per Easyjet, la scadenza della prima, inizialmente prevista per il 3 agosto, è stata estesa fino al 7 agosto. Di conseguenza, entrambe le realtà dovranno, entro e non oltre le ore 17.00 di venerdì 7 agosto, annunciare una ferma intenzione di presentare un’offerta per la compagnia aerea in conformità alla Rule 2.7 del Code, oppure dichiarare di non avere intenzione di presentare un’offerta. Il comunicato ricorda che il board di Easyjet e Apollo hanno annunciato di aver raggiunto un accordo di principio sui principali termini finanziari di una possibile offerta in contanti per l’acquisizione dell’intero capitale sociale emesso e da emettere di easyJet al prezzo di 7,15 sterline per azione. Di conseguenza, il cda della compagnia ha annunciato di non essere più orientato a raccomandare la possibile offerta di Castlelake per l’acquisizione dell’intero capitale sociale emesso e da emettere di easyJet al prezzo di 6,90 sterline per azione. Da allora, EasyJet ha consentito sia ad Apollo sia a Castlelake di svolgere la due diligence, mettendo a loro disposizione la documentazione e le informazioni necessarie.