La Russia si sta preparando a nuovi attacchi con droni in Europa. Ma questa volta è pronta a prendere di mira i Paesi del Mediterraneo: Spagna, Francia e anche Italia. Lo scrive il quotidiano iberico El Mundo, spiegando che la Cia ha raccolto informazioni sui piani di escalation del Cremlino e le ha condivise con diversi governi europei.
Ipotizzato il lancio di droni Gerbera
I servizi statunitensi ipotizzano il lancio di droni Gerbera da navi mercantili in navigazione nel Mediterraneo: si tratta di velivoli a pilotaggio remoto lunghi circa due metri e dal peso di 18 chilogrammi, dunque facili da nascondere in un container trasportato su un’imbarcazione. I Gerbera, che di fatto sono una versione più piccola dello Shahed, spesso usata dai russi per fare sprecare munizioni alla contraerea, sono in grado comunque trasportare un carico esplosivo di quattro-cinque chili: non sufficiente a distruggere una grande struttura, ma abbastanza per provocare un incendio, danneggiare attrezzature o far chiudere temporaneamente un porto o un aeroporto.
Quasi tutta l’Italia sarebbe a rischio
I Gerbera sono in grado di raggiungere una velocità di 160 km/h e hanno con un’autonomia dichiarata di 600 chilometri: se scagliati dal Mar Tirreno – la Cia ipotizza da petroliere della flotta fantasma russa – a una distanza di circa 200 chilometri della costa, l’intera Italia sarebbe alla loro portata fatta eccezione per il Friuli-Venezia Giulia e la provincia di Lecce.
Il giudice federale Timothy Kelly ha ordinato all’amministrazione Trump di ripristinare temporaneamente l’accesso alla Casa Bianca per Cnn, Msnbc e Politico, dopo che erano stati banditi dalla struttura dal presidente Donald Trump. Nella sentenza, Kelly ha stabilito che la revoca dei pass stampa dei giornalisti è avvenuta in assenza di un giusto processo costituzionalmente adeguato. Ha inoltre affermato che le argomentazioni del governo offrono scarso sostegno alla presunta esigenza di sicurezza nazionale. L’ordine del giudice sospende il divieto per 14 giorni, al fine di concedere più tempo per esaminare il caso.
Il giudice federale Timothy Kelly ha ordinato all’amministrazione Trump di ripristinare temporaneamente l’accesso alla Casa Bianca per Cnn, Msnbc e Politico, dopo che erano stati banditi dalla struttura dal presidente Donald Trump. Nella sentenza, Kelly ha stabilito che la revoca dei pass stampa dei giornalisti è avvenuta in assenza di un giusto processo costituzionalmente adeguato. Ha inoltre affermato che le argomentazioni del governo offrono scarso sostegno alla presunta esigenza di sicurezza nazionale. L’ordine del giudice sospende il divieto per 14 giorni, al fine di concedere più tempo per esaminare il caso.
All’indomani del discorso di Donald Trump, oggi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha preso la parola il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Che, nel suo intervento, ha replicato al tycoon. «Vengo da un Iran dove la guida suprema è stata assassinata, dove una scuola è stata bombardata causando la morte di bambini che non avevano commesso alcun crimine», ha detto Pezeshkian: «Ieri il presidente degli Stati Uniti ci ha definiti terroristi. Noi siamo stati vittime del terrorismo». La delegazione Usa ha lasciato l’aula non appena il presidente iraniano ha iniziato il suo intervento: ieri, durante il discorso di Trump, erano usciti dalla sala del Palazzo di Vetro tutti i diplomatici di Teheran tranne uno.
I posti lasciati vuoti dalla delegazione Usa (Ansa).
Messa in evidenza la disparità di trattamento con Israele
Pezeshkian nel suo discorso ha insistito molto sulla disparità di trattamento con Israele. «Il tema di questa assemblea è la fiducia reciproca, che non si può ottenere solo a parole, bensì evitando di applicare due pesi e due misure. Le bombe atomiche e nucleari sono nelle mani del regime israeliano, eppure si chiede agli ispettori di recarsi in Iran». Lo Stato ebraico «ha massacrato brutalmente oltre 70 mila innocenti a Gaza», ha insistito Pezeshkian, mentre la Repubblica Islamica «è stata bombardata proprio mentre sedeva al tavolo dei negoziati».
Masoud Pezeshkian (Ansa).
Pezeshkian: «La tecnologia nucleare è un nostro diritto»
Sempre a proposito del nucleare, Pezeshkian – parlando di applicazioni nei settori di energia, sanità e agricoltura – ha ribadito che tale tecnologia è «parte del progresso» iraniano: «Non chiniamo la testa e non rinunciamo a un diritto che è chiaramente un nostro diritto. Diciamo chiaramente, niente armi nucleari, niente limiti a tecnologia nucleare pacifica». E «la resistenza dell’Iran aumenterà di fronte alle sanzioni e ai bulli», ha assicurato.
Il presidente iraniano: «Pronti al dialogo e alla diplomazia»
Così sullo stretto di Hormuz: «Non possiamo permettere che alcuni abbiano libero accesso e ne traggano vantaggio, utilizzandolo per aggredirci, per minare la nostra sicurezza e per impedirci l’accesso alle nostre stesse vie d’acqua». L’Iran, ha comunque spiegato, è pronto alla diplomazia: «Non dobbiamo permettere che il XXI secolo regredisca a un’epoca dominata soltanto dai potenti, dalle potenze prevaricatrici e dagli egemoni. Non dobbiamo costruire un mondo in cui la forza militare sostituisca la legittimità, il terrorismo prenda il posto della politica e dei negoziati, e la guerra soppianti il dialogo e la diplomazia».
La Polonia ha reso noto che questa mattina si è verificata una breve violazione dello spazio aereo nazionale da parte di un elicottero Mi-8 delle Forze Armate della Federazione Russa. È successo a nord di Braniewo, città situata a pochi chilometri dalla laguna della Vistola, sul fiume Pasłęka, circa metà strada tra Danzica e la oblast’ di Kaliningrad, exclave della Federazione Russa tra la Lituania e la Polonia affacciata sul Mar Baltico.
La violazione dello spazio aereo è durata 42 secondi
Il ministero della Difesa di Varsavia ha spiegato che il velivolo «stava eseguendo un volo dalla regione di Kaliningrad» e che la violazione dello spazio aereo polacco, «con una profondità massima di 300 metri», è durata 42 secondi. Il volo dell’elicottero russo è stato osservato dai sistemi radar e «sono decollati immediatamente i caccia», mentre le forze di terra e i mezzi sono rimasti in stato di allerta. «La natura dell’incidente indica che la Russia sta testando nuovamente la prontezza della nostra difesa aerea», ha denunciato il ministero polacco.
Dato che «l’Ungheria ha adottato misure importanti per rafforzare lo Stato di diritto e tutelare gli interessi finanziari dell’Unione», e che «le riforme danno i loro frutti», la Commissione Ue ha proposto di sbloccare 4,2 miliardi di euro a Budapest e di riaprire le porte di Erasmus+ e di Horizon agli studenti e ai ricercatori ungheresi. «Sono molto lieta che possano nuovamente beneficiare appieno delle opportunità offerte dalla nostra Unione», ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Le misure di salvaguardia erano state adottate nel 2022 ai sensi del regolamento sulla condizionalità. La revoca è stata proposta in quanto la Commissione ritiene che l’Ungheria abbia risolto le violazioni dello Stato di diritto che incidono sul bilancio dell’Ue. La misura deve essere approvata dal Consiglio.
La nota della Commissione Ue
«La Commissione ha valutato le misure correttive notificate dall’Ungheria il 9 settembre 2026 e la loro attuazione, giungendo alla conclusione che il Paese abbia risolto le carenze e le lacune precedentemente individuate in settori quali gli appalti pubblici, il quadro anticorruzione, i rischi di conflitto di interessi e l’efficacia dell’azione penale», si legge in una nota.
Il Board of Peace creato da Donald Trump per la ricostruzione post-bellica della Striscia di Gaza è pronto a presentare un piano della durata di sei mesi e del valore di 2,45 miliardi di dollari per il territorio palestinese. Lo scrive Axios, spiegando che il piano – frutto di un anno di lavoro del Board of Peace e del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza – prevede 66 progetti divisi in sei aree.
Le sei aree del piano e le spese previste
Il piano stima in 35,2 miliardi di dollari i danni fisici nella Striscia e in 71,4 miliardi la somma da sborsare in un decennio per la sua ripresa. I 66 progetti previsti, come detto, sono relativi a sei diverse aree: sviluppo infrastrutturale; sviluppo umano; accelerazione economica; trasformazione digitale; affari legali; pace e sicurezza. Almeno per i prossimi primi mesi sarà lo sviluppo delle infrastrutture a pesare di più: previsto un esborso di un miliardo di dollari, di cui 400 milioni per rifugi temporanei (roulotte coibentate per gli sfollati che attualmente vivono in tende), 275 milioni per la rimozione delle macerie e degli ordigni inesplosi, 50 milioni per il ripristino degli ospedali e 30 milioni per la riparazione della rete stradale. Per quanto riguarda la sicurezza, il Board of Peace stima una spesa iniziale di 885 milioni di dollari: 275 milioni serviranno per la costruzione di un sito permanente e fortificato a Rafah, destinato a 5 mila membri del personale della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf). Altri 140 milioni serviranno per reclutare, addestrare, equipaggiare e schierare un contingente di sicurezza multinazionale. Per la mobilitazione della polizia palestinese verrebbero stanziati 120 milioni.
Servirà però la cooperazione di Israele e Hamas
Tra le altre varie spese del piano, visionato da Axios, ci sono 20 milioni di dollari per finanziare un programma di riacquisto di armi da Hamas e altri gruppi armati, 300 milioni per programmi sanitari, educativi e di assistenza sociale. I progetti del Board of Peace comprendono poi la riparazione dei valichi di frontiera, il riempimento permanente dei tunnel di Hamas, sovvenzioni per la ripartenza delle piccole imprese, connettività 4G, un sistema di identità digitale e un fondo per gli investimenti a Gaza. Affinché il piano possa andare avanti, il Board of Peace necessità sia della cooperazione di Israele che di Hamas. Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu abbia accettato in linea di principio alcuni aspetti, ma per ragioni elettorali non li sta attuando. Il gruppo palestinese ha messo invece in standby il disarmo perché Tel Aviv non intende attuare un cessate il fuoco di 14 giorni prima dell’avvio del processo di smilitarizzazione. La speranza del Board of Peace è che qualcosa possa smuoversi dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre.
Attualmente «non esistono i presupposti» per avviare negoziati di pace sull‘Ucraina, sebbene la Russia «rimanga aperta a questa possibilità». Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, all’indomani dell’incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky andato in scena a New York a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
President Trump, our teams, and I spoke about how to end the war. This is the priority. We are ready. I’m not sure Russia is ready as of today, but anyhow, we spoke about an energy ceasefire. We are ready for an energy ceasefire if they do not attack our energy system, our… pic.twitter.com/5JASduEiPp
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) September 22, 2026
Peskov: «Gli appelli per una tregua? Pura retorica»
Commentando l’appello di Trump e Zelensky a favore di una tregua energetica, Peskov ha detto: «La militarizzazione dell’Ucraina sta proseguendo. Gli Stati europei cercano di reperire sempre più fondi per l’acquisto di armamenti. Il regime di Kyiv continua la sua attività di stampo terroristico». Il portavoce di Putin ha poi definito «pura retorica» le dichiarazioni dei presidenti di Stati Uniti e Ucraina sulla necessità di una tregua.
Le parole di Trump all’Assemblea delle Nazioni Unite
«La pace tra Russia e Ucraina si farà prima di quanto si pensi», aveva affermato Trump durante il suo discorso all’Assemblea dell’Onu, sottolineando che sia Kyiv che Mosca «non ne possono più» del conflitto. Il capo della Casa Bianca ha poi detto di essere pronto a usare i nuovi poteri in materia di dazi per colpire la Russia e i suoi partner commerciali.
Nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump è tornato a minacciare l’Iran. «Ho una decisione importante da prendere: si concluderà un accordo che permetta loro di ricostruire e creare un Paese molto più grande di quanto non sia mai stato in passato, magari una delle nazioni più importanti del Medio Oriente o addirittura del mondo, oppure devo annientare la Repubblica Islamica, e farlo in fretta, senza mai dare loro la possibilità di uccidere e distruggere ancora persone e Paesi?», ha domandato il tycoon davanti ai leader di tutto il mondo.
Trump: «L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente»
«Devo forse spedirli all’inferno, senza alcuna possibilità di sopravvivenza e senza alcuna speranza di grandezza futura o di una discendenza?», ha rincarato la dose Trump, dicendosi però fiducioso su un accordo che potrebbe essere raggiunto appena dopo le elezioni di midterm, «perché per loro non avrebbe senso fare diversamente». Trump ha poi dichiarato: «Per 51 anni, il fanatico regime iraniano ha governato attraverso spargimenti di sangue e massacri, seminando morte, carneficina e caos in tutto il Medio Oriente e oltre; agivano da bulli in Medio Oriente, ma non lo sono più».
Il riferimento al 7 ottobre e le parole su Hormuz
Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Trump ha rivendicato la bontà del suo operato in Medio Oriente: «Dopo aver concesso all’Iran ogni possibilità di raggiungere un accordo, ho agito per garantire che né gli Stati Uniti né alcuna nazione dovessero mai trovarsi ad affrontare un simile incubo, un problema così catastrofico», ha detto riferendosi all’attacco del 7 ottobre 2023 in Israele da parte di Hamas. Così sullo stretto di Hormuz: «Anche dopo aver concordato una tregua in vista dei negoziati sul nucleare, l’Iran l’ha prontamente violata con sfacciati atti di terrorismo contro navi civili di altri Paesi. Desidero ringraziare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per aver approvato a larghissima maggioranza una risoluzione che condanna i vili attacchi terroristici dell’Iran contro il traffico marittimo commerciale».
Trump: «Cuba uno Stato fallito, cadrà»
Sempre riferendosi al Medio Oriente, Trump ha aggiunto: «Altri parlavano di pace, io l’ho realizzata. Quella tra Ucraina e Russia si farà presto». Nella sede del Palazzo di vetro, dove si sono riuniti circa 200 tra presidenti, primi ministri, ministri e diplomatici provenienti da tutto il mondo, Trump non ha poi “risparmiato” nemmeno Cuba: «È uno Stato fallito e cadrà» ha detto The Donald. Le sue parole hanno spinto la delegazione dell’Avana ad alzarsi e lasciare l’aula dell’Assemblea generale.
L’Arabia Saudita ha riavviato le operazioni dell’oleodotto Est-Ovest, che erano state interrotte «in via precauzionale» il 13 settembre dopo una serie di attacchi di droni attribuiti alle milizie filoiraniane attive in Iraq, nel contesto dell’escalation nello Yemen tra le forze governative sostenute da Riad e i ribelli Houthi. Le esportazioni dal Mar Rosso potrebbero riprendere già oggi. Lo scrive Reuters citando tre fonti informate sulla questione.
Cos’è l’oleodotto Est-Ovest
L’oleodotto Est-Ovest è lungo 1.200 chilometri: si estende dal giacimento petrolifero di Abqaiq (nei pressi del Bahrain e del Qatar, sulla costa del Golfo Persico) e attraversa l’intera penisola arabica fino a Yanbu, sul Mar Rosso. Fu costruito negli Anni 80, durante la guerra tra Iran e Iraq, per consentire alle esportazioni di petrolio saudita di evitare la “guerra delle petroliere” in corso nello stretto di Hormuz.
Dopo il botta e risposta innescato dalla decisione di revocare a Politico, Cnn e MS Now il pass di accesso, la Casa Bianca ha lanciato Trump TV, piattaforma streaming attiva 24 ore su 24 dedicata agli eventi dell’Amministrazione Usa. Primo filmato trasmesso un vecchio discorso del tycoon, pronunciato a Mount Rushmore il 3 luglio di quest’anno durante gli eventi per il 250esimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.
Welcome to TrumpTV
The press, in some cases, reported inaccurately or not at all on the Administration’s many record breaking accomplishments on behalf of all Americans.
Trump TV is a 24/7 livestream of the Administration’s greatest hits, unfiltered.
Il lancio di Trump TV è stato annunciato con post su X da Kaelan Dorr, vice assistente di The Donald, spiegando che «la stampa, in alcuni casi, ha riportato in modo inaccurato o non ha riportato affatto i numerosi successi da record dell’Amministrazione a beneficio di tutti gli americani». Il canale, ha aggiunto, prevede «diretta streaming 24 ore su 24, 7 giorni su 7, senza filtri». Trump TV è visibile «sul canale YouTube della Casa Bianca e sull’app ufficiale». L’annuncio dell’avvio dello streaming ha prodotto un incremento di circa 40 mila nuovi iscritti al canale YouTube della White House.
IT'S LIVE.
TRUMP TV IS STREAMING NOW. 24/7, updated in real time, with top past moments, announcements, and the latest and greatest from the administration all in one place.
Not every big moment has made it on your tv, now it can.
L’esclusione delle tre testate e il boicottaggio del pool tv
Nei giorni scorsi Trump ha escluso i giornalisti di Cnn, Politico e MS Now dalla copertura delle conferenze stampa presidenziali, accusando le testate di «scrivere solo cose negative» su di lui, riportando solo fake news e minacciando la «sicurezza nazionale». In risposta, Cnn, Politico e MS Now hanno annunciato una causa immediata contro la revoca dell’accredito. Successivamente Cbs, Abc, Nbc e Fox, ovvero le quattro emittenti che con la Cnn si alternano nella copertura delle attività di Trump – distribuendo poi il segnale in diretta al resto delle televisioni e degli altri media – hanno deciso di sospendere le attività in segno di solidarietà alle testate colpite dal ban.
«Credo che una maggiore umiltà da parte del cancelliere sarebbe in realtà opportuna», ha detto Manuela Schwesig, governatrice socialdemocratica del Meclemburgo, dopo che Friedrich Merz ha confermato di voler rimanere alla guida del governo e continuare con la stessa linea tenuta fino a oggi. «Il cancelliere deve chiedersi criticamente se può semplicemente continuare come prima», ha proseguito Schwesig, girando il coltello nella piaga di una Cdu che non è riuscita a sorpassare la soglia del 5 per cento ed è rimasta fuori dal parlamento regionale a Schwerin. Una débâcle storica, che lo stesso Merz ha definito «un disastro», ma di fronte alla quale ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia ignorando ancora il messaggio arrivato forte e chiaro dalle urne. Avanti come se nulla fosse, con la propria formazione che finge unità per mancanza di alternative e il partner della Große Koalition, la Spd, che medita il da farsi, magari seguendo proprio la linea dettata da Schwesig.
Friedrich Merz (Ansa).
La ricetta della vittoria (a metà) della governatrice del Meclemburgo
La governatrice del Meclemburgo, pur non essendo riuscita a fermare l’ondata di Alternative für Deutschland, primo partito alle urne con oltre il 38 per cento, è stata protagonista di una rincorsa che ha portato la Spd a più del 35 per cento, dal 19 a cui la davano i sondaggi solo qualche mese fa: merito della sua presa di distanza proprio dal partito nazionale che, insieme con la Cdu al governo, non ha saputo raddrizzare la barra, accumulando ritardi ed errori che hanno portato i due partiti tradizionali a cedere consistenti fette di elettorato alla destra radicale dell’AfD. Schwesig ha raggiunto il successo che le consentirà di continuare a governare, insieme ai verdi e alla Linke, grazie all’alta popolarità personale, con una netta presa di distanza dalla politica federale e una campagna elettorale fortemente polarizzata: ha contestato apertamente i piani di Berlino sull’abolizione della pensione a 63 anni e i tagli alla sanità, chiedendo inoltre aiuti concreti contro il caro carburante, riuscendo così a sganciarsi dal trend negativo del partito a livello nazionale.
Manuela Schwesig (Ansa).
Il pragmatismo nei confronti di Mosca
Con lo slogan Frau gegen Blau (La donna contro il blu, il colore dell’AfD), è stata inoltre capace di attrarre una massiccia quota di elettori moderati e di sinistra dai bacini della Cdu e della Linke, pur perdendo quote in favore dell’estrema destra. Ha puntato su temi strategici per il futuro, in particolare il mercato del lavoro, l’economia, la scuola e lo sviluppo delle infrastrutture e in politica estera, pur non andando apertamente contro la linea del governo, ha raccolto voti proprio per le sue posizioni storicamente moderate e pragmatiche, anche nei confronti della Russia. Manuela Schwesig, come altri colleghi di partito e non solo, ha sempre suggerito di non rompere definitivamente il dialogo con Mosca. Pur rinnegando certe sue passate posizioni sul Nord Stream, ha sì escluso una ripresa delle importazioni di gas dalla Russia ma solo finché Vladimir Putin sarà al potere.
Manuela Schwesig ai seggi (Ansa).
La storica vittoria della Linke a Berlino
In Meclemburgo, come in altri Länder dell’Est, l’elettorato, sia a sinistra sia a destra, è molto più conciliante verso la Russia di quanto non sia a Ovest e nella capitale, dove però la linea dura del cancelliere ha portato al partito più danni che benefici. E non è un certo un caso che nel voto locale a Berlino il primo partito sia adesso la Linke, erede diretta della Pds e prima ancora della Sed, il partito unico della Ddr. Quasi 40 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, l’estrema sinistra ritornerà quindi al potere, con grande probabilità in coalizione con Spd e Verdi. Anche qui l’artefice del colpo alla Cdu di Merz, finora ai vertici cittadini, è stata una donna figlia di immigrati turchi, Elif Eralp, che è stata capace di mobilitare una buona quota di astensionisti concentrandosi soprattutto sulla grave emergenza abitativa, con la richiesta netta di un blocco degli affitti e dell’espropriazione-socializzazione delle grandi multinazionali immobiliari. Non solo: il successo della Linke è dovuto anche in questo caso alle posizioni del partito in politica estera, in particolar modo alla dura critica di Israele. Vicino al variegato mondo propalestinese, legato talvolta a movimenti islamisti e antisemiti, il partito di Eralp, in una capitale multietnica e multireligiosa, ha approfittato paradossalmente proprio della politica a senso unico di Merz, l’unico leader europeo che negli ultimi tre anni è andato a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, classificato criminale di guerra dalla Corte criminale dell’Aja al pari di Vladimir Putin.
Elif Eralp (Ansa).
La lezione di Schwesig ed Eralp
Il cancelliere, che da un lato vorrebbe sconfiggere la Russia sul campo e dall’altro ha affermato che Israele fa in Medio Oriente «il lavoro sporco» che gli occidentali non vogliono fare, ha subito insomma a Berlino e a Schwerin due cocenti sconfitte, anche a causa di una politica estera unilaterale, guidata più che altro da ragioni ideologiche ed economiche trasversali: Manuela Schwesig e Elif Eralp sono in questa prospettiva il monito di cui il governo tedesco deve tener conto se non vuole acuire ancor di più i conflitti interni e naufragare ben prima della fine della legislatura, prevista nel 2029.
Il gruppo Google è stato condannato a pagare una multa di 403 milioni di euro dall’autorità irlandese per la protezione dei dati per aver violato le norme europee sull’utilizzo dei dati di geolocalizzazione dei propri utenti. Si tratta della quarta sanzione più elevata inflitta dalla Commissione irlandese per la protezione dei dati, l’ente che vigila su Google a livello europeo (la sede della società per l’Europa si trova a Dublino). L’indagine era stata avviata nel febbraio 2020. Un portavoce di Google ha precisato: «Questo caso riguarda policy precedenti che sono state nel frattempo aggiornate. A partire dal 2019, abbiamo notevolmente migliorato le nostre procedure e introdotto strumenti efficaci che semplificano la gestione dei dati di localizzazione».
Politico, Cnn e MS Now hanno annunciato un’azione legale contro Donald Trump e tre suoi stretti collaboratori (la capo di gabinetto Susie Wiles, il direttore della comunicazione della Casa Bianca Steven Cheung e il direttore del Secret Service Sean Curran) dopo la revoca dei pass di accesso per la Casa Bianca decisa per i giornalisti delle tre testate.
Cnn, MS Now e Politico come immondizia: l’immagine (realizzara con l’IA) pubblicata da Trump su Truth.
Secondo le testate Trump ha violato la Costituzione Usa
Politico, Cnn e MS Now (l’ex MSNBC) accusano l’Amministrazione Trump di aver violato il Primo emendamento della Costituzione Usa, che prevede la libertà di stampa. Le testate evidenziano che il provvedimento è stato adottato dalla Casa Bianca senza preavviso e senza alcuna procedura formale, a seguito di una serie di articoli non graditi al tycoon. La richiesta verrà esaminata da un giudice federale del tribunale distrettuale di Washington D.C. e potrebbe portare a udienze già questa settimana.
Il post di Trump su Truth.
The Donald ha accusato le testate di diffondere fake news
La decisione di escludere i giornalisti era stata annunciata venerdì 18 settembre dallo stesso Trump sulla sua piattaforma social Truth: senza andare nei dettagli, il presidente americano aveva accusato Politico, Cnn e MS Now di diffondere fake news. The Donald si era detto «orgoglioso» di annunciare il ban, spiegando che «gli organi di informazione non dovrebbero poter scrivere o diffondere costantemente invenzioni e menzogne quando si occupano del presidente degli Stati Uniti, dell’Amministrazione Trump o degli Stati Uniti d’America».
Leelezioni farsa nella Federazione Russa per il rinnovo della Duma di Stato, “legittimate” da un pool di esperti internazionali (anche italiani), sono andate come dovevano andare. La Commissione elettorale centrale prevede infatti che Russia Unita, ovvero il partito di Vladimir Putin, conquisterà 355 seggi su 450: si tratta di un record. Nell’ultima legislatura la formazione politica dello zar era rappresentata da 310 deputati. In precedenza, la fazione più numerosa di Russia Unita era stata quella formatasi dopo le elezioni del 2016, con 343 deputati. I putiniani – non era in dubbio – hanno pertanto mantenuto la maggioranza dei due terzi dei deputati alla Duma (bastava quota 301), che consente di modificare la Costituzione.
Voto in Russia (Imagoeconomica).
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti. Il Partito Comunista della Federazione Russa si è avvicinato al 14 per cento, seguito dal Partito Liberal Democratico di Russia attorno al 9 per cento e da Nuovo Popolo, che ha riscosso l’8 per cento dei consensi. Russia Giusta non ha invece ancora la sicurezza di aver raggiunto il 5 per cento, che rappresenta la soglia di sbarramento. Yabloko, il solo partito che si era schierato contro la guerra in Ucraina, era stato escluso dalle elezioni.
Da record anche l’affluenza, arrivata al 59,32 per cento
Quelle andate in scena sono state le prime elezioni per la Duma dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: il voto si è svolto anche nei territori occupati e annessi dalla Russia. E, come ha sottolineato Ella Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale, hanno visto un’affluenza record del 59,32 per cento. Un netto aumento rispetto alle tornate precedenti: nel 2016 era stata del 48 per cento e nel 2021 del 52 per cento.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
Kadyrov confermato capo della Cecenia col 99,85 per cento dei voti
A proposito di farse, contestualmente a quelle della per la Duma si sono tenute in otto regioni anche le elezioni dei governatori. Ebbene, Ramzan Kadyrov è stato confermato capo della Repubblica Cecena col 99,85 per cento dei voti. Un risultato ancora migliore di quello del 2016 (94,8 per cento) e del 2021 (99,7 per cento).
The so-called Duma elections marked another major setback for Russian democracy. Their outcome was never in doubt.
The Kremlin silenced dissent, barred the only registered party that opposed its war in Ukraine, and shut out international election monitors.
«Le cosiddette elezioni della Duma hanno segnato un altro importante colpo per la democrazia russa. Il loro esito non è mai stato in dubbio», ha scritto sui social Kaja Kallas. «Il Cremlino ha soffocato il dissenso, ha escluso l’unico partito registrato che si opponeva alla sua guerra in Ucraina e ha impedito l’accesso agli osservatori elettorali internazionali. In Russia rimane solo la parvenza di democrazia», ha poi aggiunto l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, spiegando di aver «proposto misure contro coloro che facilitano queste elezioni fittizie nei territori ucraini occupati».
L’Amministrazione Trump ha preparato sanzioni contro l’intera Corte penale internazionale (Cpi) e potrebbe annunciarle già questa settimana, in concomitanza con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo hanno riferito alla Reuters due fonti a conoscenza del dossier: Washington ha già imposto sanzioni contro singoli giudici e procuratori della Cpi, ma non aveva mai deciso di colpire direttamente l’organizzazione.
Perché Trump vuole sanzionare la Cpi
Essenzialmente, Trump accusa il tribunale con sede all’Aia di prendere di mira ingiustamente gli Stati Uniti e Israele. La Casa Bianca chiede infatti da tempo alla Cpi di ritirare i mandati d’arresto spiccati contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità nella Striscia di Gaza. Inoltre contesta anche la precedente indagine sulle forze Usa in Afghanistan. A luglio il segretario di Stato Usa Marco Rubio aveva lanciato una campagna per isolare la Corte penale internazionale, invitando altri Paesi ad abbandonarla. Le nuove sanzioni rappresenterebbero una significativa escalation dello scontro con l’istituzione con sede all’Aia.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Le ripercussioni delle misure statunitensi
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le sanzioni vieterebbero la maggior parte delle transazioni con la Cpi dopo un periodo di grazia di 6-7 mesi. In particolare Washington – tramite il Dipartimento del Tesoro – potrebbe vietare a cittadini e imprese statunitensi di fornire fondi, beni o servizi alla Cpi senza un’autorizzazione dell’Office of Foreign Assets Control. L’iniziativa rischia di paralizzare le attività della Corte, che impossibilitata all’uso del dollaro risulterebbe isolata dal circuito finanziario globale e in difficoltà per l’assunzione di investigatori e l’acquisto di servizi informatici e assicurativi.
Cosa è la Corte penale internazionale
La Cpi, istituita nel 2002 e di cui gli Stati Uniti hanno mai fatto parte, è un tribunale la cui competenza è limitata ai crimini più seri che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme: genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a cui di recente si è aggiunto anche il crimine di aggressione. La Cpi non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite, anch’essa con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi: la prima giudica le persone fisiche, mentre la seconda gli Stati.
Il procuratore generale della California e Paramount hanno discusso una serie di potenziali concessioni nell’ambito di trattative avanzate per un accordo transattivo e tra queste figura un investimento di 1,5 miliardi di dollari da parte dell’azienda nella produzione in California per superare gli ostacoli relativi alla fusione con Warner. Lo scrive il Wall street journal. I dirigenti di Paramount e una coalizione di Stati, che hanno fatto causa per bloccare la fusione da 81 miliardi di dollari con Warner Bros Discovery, hanno trascorso il fine settimana a definire i dettagli di un possibile accordo. Tale intesa spianerebbe la strada a un’operazione capace di riunire sotto un’unica proprietà Hbo, Cbs, Cnn, servizi di streaming e celebri case di produzionecinematografica.
I termini del possibile accordo
Oltre al consistente investimento nella produzione, tra le concessioni discusse dalle parti vi è l’impegno a non vendere nessuno dei due complessi di studi cinematografici e a mantenere le attività nello Stato della California, hanno riferito le fonti. L’azienda aveva valutato l’ipotesi di trasferirsi fuori dallo Stato proprio perchè l’operazione incontrava resistenze. Le parti hanno inoltre preso in considerazione potenziali sanzioni nel caso in cui Paramount non dovesse mantenere la promessa, fatta in precedenza, di produrre 30 film all’anno dopo la fusione. Tra le misure ipotizzate figurerebbe la cessione della quota detenuta in Miramax – casa di produzione nota per film classici come Non è un paese per vecchi e Pulp Fiction – secondo quanto riferito dalle persone informate sulla vicenda. Tra le altre misure esaminate figurano la vendita di alcuni canali via cavo e la creazione di un comitato di garanzia per assicurare che la Cnn mantenga la propria indipendenza editoriale. Va specificato che non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo e non è chiaro quali saranno le condizioni finali su cui le parti potrebbero convergere.
Domenica 20 settembre 2026 si è votato per rinnovare le assemblee regionali dei Länder di Berlino e Meclemburgo-Pomerania, in Germania. Dopo la vittoria in Sassonia-Anhalt, l’ultradestra di Afd ha vinto anche in quest’ultimo land, dove invece la Cdu, per la prima volta nella sua storia, non è entrata nel Parlamento. La Sinistra della Linke ha invece conquistato Berlino, scrivendo una pagina storica con la pasionaria Elif Eralp. Risultati che lo stesso cancelliere Friedrich Merz ha definito un «disastro», aggiungendo però di voler «portare avanti il Paese» rispondendo con le riforme.
I dati in dettaglio
Osservando le percentuali, i dati mostrano un quadro complesso. In Pomerania l’Afd è in testa con il 38,2 per cento, con un incremento del 21,5 per cento rispetto alle elezioni precedenti. Al secondo posto ci sono i Socialdemocratici che, con Manuela Schwesig, ex ministra di Angela Merkel, prenderebbero il 35,5. Terzo posto per la Linke al 6,5 per cento, seguita dai Verdi al 5,7 per cento. Drammatico il dato della Cdu, che è scivolata per la prima volta fuori dal Parlamento regionale di un Land. Ha infatti ottenuto il 4,9 per cento, sotto il limite dell’ingresso che è al 5. A Berlino, invece, i numeri consegnano una vittoria netta alla Linke con il 25,7 per cento (+13,4 per cento rispetto al 2023), mentre la Cdu è calata al 18,8. Cresce molto anche l’Afd, con un 15,8 per cento (+7,2) che la colloca saldamente al terzo posto. Seguono i Verdi al 14,3 e la Spd al 12,1, entrambi in calo rispetto alla tornata precedente rispettivamente del 4,1 e del 6,3.
Le antiche città dell’impero, le metropoli futuristiche, i paesaggi rurali e i luoghi simbolo della Rivoluzione comunista. La Cina punta forte sul turismo per rilanciare l’economia nazionale e stimolare i consumi interni. Negli ultimi mesi Pechino ha ampliato le politiche di esenzione dal visto, esteso il numero degli Stati beneficiari e lavorato all’apertura di nuove rotte aeree internazionali, oltre ad aver incrementato i collegamenti già esistenti. L’intenzione è chiara: trasformare il Paese in una “potenza turistica” entro il 2030.
Entro il 2030 potrebbero raggiungere il 6,7 per cento del Pil
Nel 2025 la Cina ha registrato 154,5 milioni di arrivi dall’estero (+17,1 per cento su base annua) che hanno generato un giro d’affari pari a 131,1 miliardi di dollari (+39,2 per cento). Nel prossimo quinquennio il Dragone vuole raggiungere i 190 milioni di ingressi internazionali annui, con una spesa complessiva superiore ai 150 miliardi, e almeno 8,3 miliardi di viaggi interni. Questi numeri, nelle intenzioni del governo, dovrebbero rendere il turismo uno dei settori trainanti dell’economia. Morgan Stanley ha stimato che i ricavi complessivi del turismo in Cina, comprendendo sia i visitatori domestici sia stranieri e i viaggi di lavoro, rappresenteranno il 6,7 per cento del Pil entro il 2030 (contro il 4,8 per cento del 2024).
Lo skyline di Shanghai (Ansa).
Più esenzioni dal visto per incrementare gli arrivi stranieri
Una delle misure più importanti adottate dal governo di Xi Jinping per incentivare il turismo è stata l’ampia estensione delle esenzioni dal visto. La misura riguarda oggi oltre il 77 per cento degli arrivi esteri. Nei primi sei mesi del 2026 questa politica ha contribuito a far crescere del 20,4 per cento su base annua il numero di ingressi di cittadini stranieri in Cina, arrivati a quota 22,9 milioni. Pechino spera che questi visitatori spendano il più possibile e che tornino a casa con un’impressione positiva del Paese.
Xi Jinping (Ansa).
La scommessa del “turismo rosso”
I turisti internazionali sono soliti visitare le grandi città, dalla capitale Pechino all’avveniristica Shanghai, passando per la cyberpunk Chongqing, ma anche mete classiche come la Grande Muraglia o l’Esercito di terracotta. I turisti cinesi stanno invece alimentando il cosiddetto hongse luyou, il turismo rosso che richiama milioni di visitatori in siti, musei e località collegate alla storia del Partito, alla Rivoluzione e alla nascita della Repubblica Popolare. Le mete più gettonate includono Yan’an, base del Partito durante la guerra civile, Shaoshan, città natale di Mao Zedong, Jinggangshan, uno dei luoghi simbolo della rivoluzione comunista, e Nanchang, legata alla nascita dell’Esercito Popolare di Liberazione. Non esiste una statistica nazionale omogenea in grado di quantificare il fenomeno nel suo complesso. Il ministero della Cultura e del Turismo lo calcola tra i viaggi domestici che nel 2025 hanno generato una spesa di circa 900 miliardi di dollari.
L’Esercito di terracotta (Ansa).
I viaggiatori spendono ancora troppo poco
Nonostante i numeri incoraggianti, resta un problema: i viaggiatori spendono ancora troppo poco. Secondo una ricerca di Trip.com citata dal Wall Street Journal, nel 2025 i visitatori stranieri hanno speso in media circa 2.200 dollari a testa: una cifra considerevole ma inferiore ai due terzi della spesa media sostenuta dai turisti stranieri negli Stati Uniti. Sul fronte interno non va meglio: nella prima metà del 2026 sono stati effettuati 3,5 miliardi di viaggi domestici, in aumento del 5,4 per cento su base annua, ma la spesa è cresciuta appena del 2 per cento raggiungendo circa 478 miliardi di dollari. Ancora troppo poco per considerare il turismo un vero volano per l’economia.
Come le Presidenziali del 2024, che hanno riconfermato senza sorprese Vladimir Putin, anche le elezioni parlamentari che si concluderanno domenica si svolgono in tempo di guerra. Quella che il Cremlino aveva definito “operazione militare speciale” si è trasformata in un confronto sempre più aspro con l’Occidente e la Nato, con riflessi evidenti in Russia: il sistema politico si è irrigidito ulteriormente, si è ridotto lo spazio per il dissenso, l’architettura putiniana – basata sugli equilibri fra i poteri forti, soprattutto quelli legati all’apparato militare e d’intelligence – è stata puntellata, abbandonando gli elementi meno coesivi. In questa prospettiva il voto rappresenta un ulteriore test per l’intero apparato.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
L’esclusione di Yabloko, unica formazione pacifista
L’esito come sempre è scontato. Dominerà Russia Unita, il partito del presidente, e le formazioni della cosiddetta opposizione sistemica, quella che da decenni è inserita nei meccanismi della cosiddetta democratura, si divideranno le briciole. Sono in corsa nove partiti, tra cui quello comunista di Gennadij Zjuganov, i liberaldemocratici del LDPR, Russia Giusta e il più recente Nuova gente, nato nel 2020. Manca all’appello Yabloko, storica formazione liberale fondata agli inizi degli Anni 90, esclusa di forza dalla corsa perché unico partito apertamente pacifista. Alle scorse elezioni si era fermata a poco più dell’1 per cento. Come nel 2024, dunque, per Putin si tratta di certificare una legittimazione alla quale non ci sono alternative.
Un seggio elettorale a San Pietroburgo (Ansa).
La stabilità garantita dai tecnocrati
Oltre quattro anni di guerra e sanzioni hanno inciso sull’economia russa, pur non conducendola al collasso come molti avevano previsto. Il sistema alla fine ha retto, anzi si è addirittura rafforzato, nonostante i contraccolpi e gli imprevisti del conflitto: la rivolta armata del 2023 orchestrata da Evgeni Prigozhin, dipinta lontano da Mosca come una notte dei lunghi coltelli che avrebbe fatto crollare in quattro e quattr’otto il castello di Vladimir Vladimirovich, è rimasta un episodio isolato che però ha dimostrato quanto Putin fosse saldo in sella, malgrado le faide interne, da sempre presenti all’ombra del Cremlino. Anche l’asse tra potere politico e oligarchia si è stabilizzato, grazie ai tecnocrati che governano la macchina, dal primo ministro Mikhail Mishustin alla governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina, passandoper Kirill Dmitriev, presidente del fondo sovrano russo e pedina fondamentale per quel che riguarda gli aspetti economici e finanziari nei colloqui fra Mosca e Washington sulla possibile road map verso la pace.
Il malcontento non fa calare il consenso al sistema
Non è un caso che, al di là delle urne annacquate, gli elettori russi continuino a esprimere fiducia sia nel premier (64 per cento, secondo i dati attuali del Levada Center) sia nei governatori regionali (67 per cento). Lo stesso Putin – dato in leggera risalita dal 74 al 76 per cento dopo i mesi estivi e le difficoltà che hanno toccato la popolazione tra i blackout di Internet e i droni sulle raffinerie – non sembra soffrire di tutti i mali, di salute e politici, che gli vengono attribuiti in Europa. Certo, per i russi le cose non stanno andando per il meglio. ‘Solo’ il 56 per cento dei cittadini pensa che il Paese stia andando nella direzione giusta, mentre il 27 per cento è convinto che la strada imboccata sia quella sbagliata. Ma l’ipotesi che possano scatenarsi rivolte sociali o politiche è lunare.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
La capacità di adattamento del regime
Allo stato delle cose, la Russia è dunque sostanzialmente stabile. I poteri forti fedeli al presidente si sono adattati alla nuova economia di guerra, che più di rivoluzioni necessita di costanti correzioni periodiche. Anche per questo le elezioni non rappresentano certo uno spartiacque, né per la tenuta del regime, né per gli equilibri che si delineeranno successivamente: certo, rimpasti governativi sono possibili e nemmeno Mishustin è al sicuro. Tanto che, in un ottica di cambiamento, sarebbe già pronto il vice Denis Manturov, più legato all’industria militare. E soprattutto sarà interessante capire se il Cremlino ordinerà una mobilitazione per rafforzare l’esercito o se il conflitto proseguirà sui binari attuali, senza scossoni, né al fronte né in casa.