Politico, Cnn e MS Now hanno annunciato un’azione legale contro Donald Trump e tre suoi stretti collaboratori (la capo di gabinetto Susie Wiles, il direttore della comunicazione della Casa Bianca Steven Cheung e il direttore del Secret Service Sean Curran) dopo la revoca dei pass di accesso per la Casa Bianca decisa per i giornalisti delle tre testate.
Cnn, MS Now e Politico come immondizia: l’immagine (realizzara con l’IA) pubblicata da Trump su Truth.
Secondo le testate Trump ha violato la Costituzione Usa
Politico, Cnn e MS Now (l’ex MSNBC) accusano l’Amministrazione Trump di aver violato il Primo emendamento della Costituzione Usa, che prevede la libertà di stampa. Le testate evidenziano che il provvedimento è stato adottato dalla Casa Bianca senza preavviso e senza alcuna procedura formale, a seguito di una serie di articoli non graditi al tycoon. La richiesta verrà esaminata da un giudice federale del tribunale distrettuale di Washington D.C. e potrebbe portare a udienze già questa settimana.
Il post di Trump su Truth.
The Donald ha accusato le testate di diffondere fake news
La decisione di escludere i giornalisti era stata annunciata venerdì 18 settembre dallo stesso Trump sulla sua piattaforma social Truth: senza andare nei dettagli, il presidente americano aveva accusato Politico, Cnn e MS Now di diffondere fake news. The Donald si era detto «orgoglioso» di annunciare il ban, spiegando che «gli organi di informazione non dovrebbero poter scrivere o diffondere costantemente invenzioni e menzogne quando si occupano del presidente degli Stati Uniti, dell’Amministrazione Trump o degli Stati Uniti d’America».
Leelezioni farsa nella Federazione Russa per il rinnovo della Duma di Stato, “legittimate” da un pool di esperti internazionali (anche italiani), sono andate come dovevano andare. La Commissione elettorale centrale prevede infatti che Russia Unita, ovvero il partito di Vladimir Putin, conquisterà 355 seggi su 450: si tratta di un record. Nell’ultima legislatura la formazione politica dello zar era rappresentata da 310 deputati. In precedenza, la fazione più numerosa di Russia Unita era stata quella formatasi dopo le elezioni del 2016, con 343 deputati. I putiniani – non era in dubbio – hanno pertanto mantenuto la maggioranza dei due terzi dei deputati alla Duma (bastava quota 301), che consente di modificare la Costituzione.
Voto in Russia (Imagoeconomica).
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti. Il Partito Comunista della Federazione Russa si è avvicinato al 14 per cento, seguito dal Partito Liberal Democratico di Russia attorno al 9 per cento e da Nuovo Popolo, che ha riscosso l’8 per cento dei consensi. Russia Giusta non ha invece ancora la sicurezza di aver raggiunto il 5 per cento, che rappresenta la soglia di sbarramento. Yabloko, il solo partito che si era schierato contro la guerra in Ucraina, era stato escluso dalle elezioni.
Da record anche l’affluenza, arrivata al 59,32 per cento
Quelle andate in scena sono state le prime elezioni per la Duma dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: il voto si è svolto anche nei territori occupati e annessi dalla Russia. E, come ha sottolineato Ella Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale, hanno visto un’affluenza record del 59,32 per cento. Un netto aumento rispetto alle tornate precedenti: nel 2016 era stata del 48 per cento e nel 2021 del 52 per cento.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
Kadyrov confermato capo della Cecenia col 99,85 per cento dei voti
A proposito di farse, contestualmente a quelle della per la Duma si sono tenute in otto regioni anche le elezioni dei governatori. Ebbene, Ramzan Kadyrov è stato confermato capo della Repubblica Cecena col 99,85 per cento dei voti. Un risultato ancora migliore di quello del 2016 (94,8 per cento) e del 2021 (99,7 per cento).
The so-called Duma elections marked another major setback for Russian democracy. Their outcome was never in doubt.
The Kremlin silenced dissent, barred the only registered party that opposed its war in Ukraine, and shut out international election monitors.
«Le cosiddette elezioni della Duma hanno segnato un altro importante colpo per la democrazia russa. Il loro esito non è mai stato in dubbio», ha scritto sui social Kaja Kallas. «Il Cremlino ha soffocato il dissenso, ha escluso l’unico partito registrato che si opponeva alla sua guerra in Ucraina e ha impedito l’accesso agli osservatori elettorali internazionali. In Russia rimane solo la parvenza di democrazia», ha poi aggiunto l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, spiegando di aver «proposto misure contro coloro che facilitano queste elezioni fittizie nei territori ucraini occupati».
L’Amministrazione Trump ha preparato sanzioni contro l’intera Corte penale internazionale (Cpi) e potrebbe annunciarle già questa settimana, in concomitanza con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo hanno riferito alla Reuters due fonti a conoscenza del dossier: Washington ha già imposto sanzioni contro singoli giudici e procuratori della Cpi, ma non aveva mai deciso di colpire direttamente l’organizzazione.
Perché Trump vuole sanzionare la Cpi
Essenzialmente, Trump accusa il tribunale con sede all’Aia di prendere di mira ingiustamente gli Stati Uniti e Israele. La Casa Bianca chiede infatti da tempo alla Cpi di ritirare i mandati d’arresto spiccati contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità nella Striscia di Gaza. Inoltre contesta anche la precedente indagine sulle forze Usa in Afghanistan. A luglio il segretario di Stato Usa Marco Rubio aveva lanciato una campagna per isolare la Corte penale internazionale, invitando altri Paesi ad abbandonarla. Le nuove sanzioni rappresenterebbero una significativa escalation dello scontro con l’istituzione con sede all’Aia.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Le ripercussioni delle misure statunitensi
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le sanzioni vieterebbero la maggior parte delle transazioni con la Cpi dopo un periodo di grazia di 6-7 mesi. In particolare Washington – tramite il Dipartimento del Tesoro – potrebbe vietare a cittadini e imprese statunitensi di fornire fondi, beni o servizi alla Cpi senza un’autorizzazione dell’Office of Foreign Assets Control. L’iniziativa rischia di paralizzare le attività della Corte, che impossibilitata all’uso del dollaro risulterebbe isolata dal circuito finanziario globale e in difficoltà per l’assunzione di investigatori e l’acquisto di servizi informatici e assicurativi.
Cosa è la Corte penale internazionale
La Cpi, istituita nel 2002 e di cui gli Stati Uniti hanno mai fatto parte, è un tribunale la cui competenza è limitata ai crimini più seri che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme: genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a cui di recente si è aggiunto anche il crimine di aggressione. La Cpi non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite, anch’essa con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi: la prima giudica le persone fisiche, mentre la seconda gli Stati.
Il procuratore generale della California e Paramount hanno discusso una serie di potenziali concessioni nell’ambito di trattative avanzate per un accordo transattivo e tra queste figura un investimento di 1,5 miliardi di dollari da parte dell’azienda nella produzione in California per superare gli ostacoli relativi alla fusione con Warner. Lo scrive il Wall street journal. I dirigenti di Paramount e una coalizione di Stati, che hanno fatto causa per bloccare la fusione da 81 miliardi di dollari con Warner Bros Discovery, hanno trascorso il fine settimana a definire i dettagli di un possibile accordo. Tale intesa spianerebbe la strada a un’operazione capace di riunire sotto un’unica proprietà Hbo, Cbs, Cnn, servizi di streaming e celebri case di produzionecinematografica.
I termini del possibile accordo
Oltre al consistente investimento nella produzione, tra le concessioni discusse dalle parti vi è l’impegno a non vendere nessuno dei due complessi di studi cinematografici e a mantenere le attività nello Stato della California, hanno riferito le fonti. L’azienda aveva valutato l’ipotesi di trasferirsi fuori dallo Stato proprio perchè l’operazione incontrava resistenze. Le parti hanno inoltre preso in considerazione potenziali sanzioni nel caso in cui Paramount non dovesse mantenere la promessa, fatta in precedenza, di produrre 30 film all’anno dopo la fusione. Tra le misure ipotizzate figurerebbe la cessione della quota detenuta in Miramax – casa di produzione nota per film classici come Non è un paese per vecchi e Pulp Fiction – secondo quanto riferito dalle persone informate sulla vicenda. Tra le altre misure esaminate figurano la vendita di alcuni canali via cavo e la creazione di un comitato di garanzia per assicurare che la Cnn mantenga la propria indipendenza editoriale. Va specificato che non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo e non è chiaro quali saranno le condizioni finali su cui le parti potrebbero convergere.
Domenica 20 settembre 2026 si è votato per rinnovare le assemblee regionali dei Länder di Berlino e Meclemburgo-Pomerania, in Germania. Dopo la vittoria in Sassonia-Anhalt, l’ultradestra di Afd ha vinto anche in quest’ultimo land, dove invece la Cdu, per la prima volta nella sua storia, non è entrata nel Parlamento. La Sinistra della Linke ha invece conquistato Berlino, scrivendo una pagina storica con la pasionaria Elif Eralp. Risultati che lo stesso cancelliere Friedrich Merz ha definito un «disastro», aggiungendo però di voler «portare avanti il Paese» rispondendo con le riforme.
I dati in dettaglio
Osservando le percentuali, i dati mostrano un quadro complesso. In Pomerania l’Afd è in testa con il 38,2 per cento, con un incremento del 21,5 per cento rispetto alle elezioni precedenti. Al secondo posto ci sono i Socialdemocratici che, con Manuela Schwesig, ex ministra di Angela Merkel, prenderebbero il 35,5. Terzo posto per la Linke al 6,5 per cento, seguita dai Verdi al 5,7 per cento. Drammatico il dato della Cdu, che è scivolata per la prima volta fuori dal Parlamento regionale di un Land. Ha infatti ottenuto il 4,9 per cento, sotto il limite dell’ingresso che è al 5. A Berlino, invece, i numeri consegnano una vittoria netta alla Linke con il 25,7 per cento (+13,4 per cento rispetto al 2023), mentre la Cdu è calata al 18,8. Cresce molto anche l’Afd, con un 15,8 per cento (+7,2) che la colloca saldamente al terzo posto. Seguono i Verdi al 14,3 e la Spd al 12,1, entrambi in calo rispetto alla tornata precedente rispettivamente del 4,1 e del 6,3.
Le antiche città dell’impero, le metropoli futuristiche, i paesaggi rurali e i luoghi simbolo della Rivoluzione comunista. La Cina punta forte sul turismo per rilanciare l’economia nazionale e stimolare i consumi interni. Negli ultimi mesi Pechino ha ampliato le politiche di esenzione dal visto, esteso il numero degli Stati beneficiari e lavorato all’apertura di nuove rotte aeree internazionali, oltre ad aver incrementato i collegamenti già esistenti. L’intenzione è chiara: trasformare il Paese in una “potenza turistica” entro il 2030.
Entro il 2030 potrebbero raggiungere il 6,7 per cento del Pil
Nel 2025 la Cina ha registrato 154,5 milioni di arrivi dall’estero (+17,1 per cento su base annua) che hanno generato un giro d’affari pari a 131,1 miliardi di dollari (+39,2 per cento). Nel prossimo quinquennio il Dragone vuole raggiungere i 190 milioni di ingressi internazionali annui, con una spesa complessiva superiore ai 150 miliardi, e almeno 8,3 miliardi di viaggi interni. Questi numeri, nelle intenzioni del governo, dovrebbero rendere il turismo uno dei settori trainanti dell’economia. Morgan Stanley ha stimato che i ricavi complessivi del turismo in Cina, comprendendo sia i visitatori domestici sia stranieri e i viaggi di lavoro, rappresenteranno il 6,7 per cento del Pil entro il 2030 (contro il 4,8 per cento del 2024).
Lo skyline di Shanghai (Ansa).
Più esenzioni dal visto per incrementare gli arrivi stranieri
Una delle misure più importanti adottate dal governo di Xi Jinping per incentivare il turismo è stata l’ampia estensione delle esenzioni dal visto. La misura riguarda oggi oltre il 77 per cento degli arrivi esteri. Nei primi sei mesi del 2026 questa politica ha contribuito a far crescere del 20,4 per cento su base annua il numero di ingressi di cittadini stranieri in Cina, arrivati a quota 22,9 milioni. Pechino spera che questi visitatori spendano il più possibile e che tornino a casa con un’impressione positiva del Paese.
Xi Jinping (Ansa).
La scommessa del “turismo rosso”
I turisti internazionali sono soliti visitare le grandi città, dalla capitale Pechino all’avveniristica Shanghai, passando per la cyberpunk Chongqing, ma anche mete classiche come la Grande Muraglia o l’Esercito di terracotta. I turisti cinesi stanno invece alimentando il cosiddetto hongse luyou, il turismo rosso che richiama milioni di visitatori in siti, musei e località collegate alla storia del Partito, alla Rivoluzione e alla nascita della Repubblica Popolare. Le mete più gettonate includono Yan’an, base del Partito durante la guerra civile, Shaoshan, città natale di Mao Zedong, Jinggangshan, uno dei luoghi simbolo della rivoluzione comunista, e Nanchang, legata alla nascita dell’Esercito Popolare di Liberazione. Non esiste una statistica nazionale omogenea in grado di quantificare il fenomeno nel suo complesso. Il ministero della Cultura e del Turismo lo calcola tra i viaggi domestici che nel 2025 hanno generato una spesa di circa 900 miliardi di dollari.
L’Esercito di terracotta (Ansa).
I viaggiatori spendono ancora troppo poco
Nonostante i numeri incoraggianti, resta un problema: i viaggiatori spendono ancora troppo poco. Secondo una ricerca di Trip.com citata dal Wall Street Journal, nel 2025 i visitatori stranieri hanno speso in media circa 2.200 dollari a testa: una cifra considerevole ma inferiore ai due terzi della spesa media sostenuta dai turisti stranieri negli Stati Uniti. Sul fronte interno non va meglio: nella prima metà del 2026 sono stati effettuati 3,5 miliardi di viaggi domestici, in aumento del 5,4 per cento su base annua, ma la spesa è cresciuta appena del 2 per cento raggiungendo circa 478 miliardi di dollari. Ancora troppo poco per considerare il turismo un vero volano per l’economia.
Come le Presidenziali del 2024, che hanno riconfermato senza sorprese Vladimir Putin, anche le elezioni parlamentari che si concluderanno domenica si svolgono in tempo di guerra. Quella che il Cremlino aveva definito “operazione militare speciale” si è trasformata in un confronto sempre più aspro con l’Occidente e la Nato, con riflessi evidenti in Russia: il sistema politico si è irrigidito ulteriormente, si è ridotto lo spazio per il dissenso, l’architettura putiniana – basata sugli equilibri fra i poteri forti, soprattutto quelli legati all’apparato militare e d’intelligence – è stata puntellata, abbandonando gli elementi meno coesivi. In questa prospettiva il voto rappresenta un ulteriore test per l’intero apparato.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
L’esclusione di Yabloko, unica formazione pacifista
L’esito come sempre è scontato. Dominerà Russia Unita, il partito del presidente, e le formazioni della cosiddetta opposizione sistemica, quella che da decenni è inserita nei meccanismi della cosiddetta democratura, si divideranno le briciole. Sono in corsa nove partiti, tra cui quello comunista di Gennadij Zjuganov, i liberaldemocratici del LDPR, Russia Giusta e il più recente Nuova gente, nato nel 2020. Manca all’appello Yabloko, storica formazione liberale fondata agli inizi degli Anni 90, esclusa di forza dalla corsa perché unico partito apertamente pacifista. Alle scorse elezioni si era fermata a poco più dell’1 per cento. Come nel 2024, dunque, per Putin si tratta di certificare una legittimazione alla quale non ci sono alternative.
Un seggio elettorale a San Pietroburgo (Ansa).
La stabilità garantita dai tecnocrati
Oltre quattro anni di guerra e sanzioni hanno inciso sull’economia russa, pur non conducendola al collasso come molti avevano previsto. Il sistema alla fine ha retto, anzi si è addirittura rafforzato, nonostante i contraccolpi e gli imprevisti del conflitto: la rivolta armata del 2023 orchestrata da Evgeni Prigozhin, dipinta lontano da Mosca come una notte dei lunghi coltelli che avrebbe fatto crollare in quattro e quattr’otto il castello di Vladimir Vladimirovich, è rimasta un episodio isolato che però ha dimostrato quanto Putin fosse saldo in sella, malgrado le faide interne, da sempre presenti all’ombra del Cremlino. Anche l’asse tra potere politico e oligarchia si è stabilizzato, grazie ai tecnocrati che governano la macchina, dal primo ministro Mikhail Mishustin alla governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina, passandoper Kirill Dmitriev, presidente del fondo sovrano russo e pedina fondamentale per quel che riguarda gli aspetti economici e finanziari nei colloqui fra Mosca e Washington sulla possibile road map verso la pace.
Il malcontento non fa calare il consenso al sistema
Non è un caso che, al di là delle urne annacquate, gli elettori russi continuino a esprimere fiducia sia nel premier (64 per cento, secondo i dati attuali del Levada Center) sia nei governatori regionali (67 per cento). Lo stesso Putin – dato in leggera risalita dal 74 al 76 per cento dopo i mesi estivi e le difficoltà che hanno toccato la popolazione tra i blackout di Internet e i droni sulle raffinerie – non sembra soffrire di tutti i mali, di salute e politici, che gli vengono attribuiti in Europa. Certo, per i russi le cose non stanno andando per il meglio. ‘Solo’ il 56 per cento dei cittadini pensa che il Paese stia andando nella direzione giusta, mentre il 27 per cento è convinto che la strada imboccata sia quella sbagliata. Ma l’ipotesi che possano scatenarsi rivolte sociali o politiche è lunare.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
La capacità di adattamento del regime
Allo stato delle cose, la Russia è dunque sostanzialmente stabile. I poteri forti fedeli al presidente si sono adattati alla nuova economia di guerra, che più di rivoluzioni necessita di costanti correzioni periodiche. Anche per questo le elezioni non rappresentano certo uno spartiacque, né per la tenuta del regime, né per gli equilibri che si delineeranno successivamente: certo, rimpasti governativi sono possibili e nemmeno Mishustin è al sicuro. Tanto che, in un ottica di cambiamento, sarebbe già pronto il vice Denis Manturov, più legato all’industria militare. E soprattutto sarà interessante capire se il Cremlino ordinerà una mobilitazione per rafforzare l’esercito o se il conflitto proseguirà sui binari attuali, senza scossoni, né al fronte né in casa.
Sufian Abu Zaida, ex ministro dell’Autorità nazionale palestinese, si è fatto avanti affermando di essere la fonte citata nell’articolo di Haaretz che riportava come Benjamin Netanyahufosse stato avvertito dei piani di Hamas dal presidente emiratino Mohammed bin Zayed, poco prima del 7 ottobre 2023. L’articolo di Haaretz si basava su alcuni passaggi del libro in uscita Kidnapped: 843 Days of Abandonment, scritto dai giornalisti Shlomi Eldarand e Ruth Yuval.
Benjamin Netanyahu (Ansa).
L’ammissione in un video pubblicato su Facebook
In un video su Facebook, Abu Zaida ha spiegato di aver svolto all’epoca dei fatti raccontati nel volume il ruolo di intermediario tra Israele e Hamas, trasmettendo agli Emirati e ai servizi di intelligence di Tel Aviv un avvertimento sui piani di Yahya Sinwar (allora leader di Hamas a Gaza) per una grande offensiva: scopo dell’operazione far deragliare gli Accordi di Abramo e gli equilibri in Medio Oriente. Haaretz aveva ipotizzato inizialmente che l’intermediario fosse Mohammed Dahlan, ex leader di Fatah nella Striscia di Gaza, o una persona che agiva per suo conto.
Chi è Sufian Abu Zaida, ex ministro dell’Anp
Esponente di Fatah, il 66enne Abu Zaida è stato ministro per gli Affari dei Detenuti dell’Anp dall’inizio del 2005 a quello del 2006, quando le elezioni legislative palestinesi videro la vittoria di Hamas. Originario di Jabalia e parte di una fazione di Fatah che sostiene Dahlan, nel tempo ha collaborato strettamente con Tel Aviv (nonostante avesse trascorso 12 anni in una prigione dello Stato ebraico) e intrecciato legami con importanti esponenti di Hamas, mantenendo anche contatti regolari con giornalisti israeliani. Au Zaida ha lasciato l’enclave palestinese alla volta dell’Egitto all’inizio della guerra: da allora risiede al Cairo.
Netanyahu, la smentita e l’attacco a Haaretz
L’ufficio di Netanyahu si era affrettato a smentire quanto scritto nel libro e riportato da Haaretz: «Una menzogna totale. Il primo ministro non ha parlato con il presidente degli Emirati durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua». Successivamente lo stesso Netanyahu, ha inviato una lettera di diffida alla testata di sinistra, da sempre una spina nel fianco dell’attuale premier israeliano. Questa la risposta del direttore Aluf Benn: «Non siamo spaventati dalle minacce del primo ministro e dai suoi tentativi di strangolarci finanziariamente. Continueremo a difendere i diritti umani e civili e denunciare le irregolarità e i crimini di guerra del governo».
Nella notte la base aerea saudita di Tàif, dove è presente personale italiano impegnato nell’operazione Inherent Resolve, è stata oggetto di una serie di attacchi. Lo ha reso noto il ministro Guido Crosetto. «Non ci sono militari italiani coinvolti. Nell’attacco è stato colpito un velivolo F-2000 italiano, che si trovava all’interno della base ed in un’area decentrata. Non ci sono altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal nostro personale», ha spiegato il titolare della Difesa. Inherent Resolve è la missione militare della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro i terroristi dell’Isis operanti in Iraq e Siria: è entrata in atto nel 2014, a seguito di una richiesta formale di assistenza da parte del governo di Baghdad.
Il Pentagono, che a giugno aveva annunciato una revisione semestrale della presenza militare in Europa, sta valutando un piano per ritirare dal Vecchio Continente aerei, navi, armi e almeno un terzo dell’intero contingente americano presente, ovvero circa 25 mila unità. Lo riporta la Nbc, citando fonti del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Non sarebbe escluso un taglio ancora maggiore fino alla metà del contingente, fino a un massimo di 40 mila unità: si tratterebbe della più significativa riduzione militare in Europa dalla Guerra fredda. I Paesi principalmente interessati dalla sforbiciata sarebbero Germania, Spagna e Italia, ovvero quelli che ospitano la maggior parte delle truppe statunitensi in Europa. A breve Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze Nato in Europa, dovrebbe illustrate la sua analisi in merito al segretario alla Difesa Pete Hegseth. Il capo del Pentagono riceverà la raccomandazione finale il 6 novembre e poi la presenterà a Donald Trump: eventuali tagli avverrebbero solo dopo tale data.
Friedrich Merz potrebbe essere già arrivato al capolinea, dopo aver sbattuto violentemente contro il muro dell’Alternative für Deutschland: domenica scorsa in Sassonia-Anhalt la destra radicale ha raddoppiato i voti, sfondando il 40 per cento, mentre il partito del cancelliere li ha dimezzati. Il 20 settembre si replica a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove la Cdu rischia un’altra débâcle e l’AfD diventerà con grande probabilità il primo partito, superando anche la Spd della governatrice Manuela Schwesig.
Friedrich Merz (Ansa).
La rosa dei papabili successori di Merz
Comunque andrà alle Regionali, il futuro del cancelliere sembra scritto, tanto che – come ha impietosamente dichiarato Clara von Nathusius, tesoriera della Junge Union, l’organizzazione giovanile del partito – i suoi giorni alla guida del governo sono contati: «Con lui non si vince più un’elezione, se ne deve andare», ha sentenziato. Von Nathusius ha in fondo detto quello che molti nella base pensano e non hanno avuto il coraggio di dire: Friedrich Merz non detiene solo il record di impopolarità tra gli elettori tedeschi – nemmeno il 10 per cento approva il suo operato – ma anche a casa propria è sempre più isolato. Arrivato alla guida della Cdu con l’obiettivo dichiarato di riportare i conservatori a essere un partito di massa e di dimezzare il consenso dell’AfD, si sta ritrovando con i numeri capovolti e la coalizione di governo ormai alla frutta. Ci sarebbe addirittura un gruppo di circa 30 parlamentari della Cdu che sta valutando una mozione di sfiducia interna e un cambio alla cancelleria. Nei corridoi del Bundestag definiscono Merz «la persona sbagliata» per guidare il Paese, e al suo posto, almeno temporaneamente, molti vedrebbero bene il governatore del Nordreno-Vestfalia Hendrik Wüst, quello dell’Assia Boris Rhein oppure il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt.
L’ultimo tentativo di blindare il cancelliere
Le speculazioni se da un lato hanno irritato il cancelliere, dall’altro hanno fatto scattare i meccanismi di autodifesa. Il potente Landeshauptmann della Baviera e leader della Csu, Markus Söder, come i potenziali successori, si è schierato a fianco di Merz. Almeno per ora. Anche Thorsten Frei, capogruppo al Bundestag, ha assicurato compattezza, ma l’impressione è che sia una semplice difesa d’ufficio. Il rischio è infatti che i prossimi risultati elettorali negativi mettano fine al crepuscolo del cancelliere.
Markus Söder con Friedrich Merz (Ansa).
Chi nella Cdu è disposto a tendere una mano all’AfD
Proprio von Nathusius è stata mandata in tv in prima serata a sparare su Merz, criticando soprattutto la strategia del muro tagliafuoco nei confronti della AfD, con il sostegno di chi dentro la Cdu considera l’estrema destra non un nemico, ma un potenziale alleato. Del resto, la linea isolazionista dei vertici per ora non solo non ha pagato, ma ha danneggiato i conservatori, tanto che, soprattutto nelle regioni della Germania orientale, le voci di un cambiamento di rotta si sono fatte sempre più forti. Per adesso si sono mossi solo pochi esponenti, non di primo piano, come Daniel Peters, candidato in Meclemburgo, e Florian Oest, in Sassonia, ma il vento è destinato a rafforzarsi anche in vista del prossimo anno elettorale, quando si voterà in altre quattro regioni, tutte all’Ovest: Saarland, Schleswig-Holstein, Nordreno Vestfalia e Bassa Sassonia.
— Clara *Optimismusbeauftragte* Nathusius (@CNathusius) September 7, 2026
Ai cristianodemocratici non basterà sostituire Merz
In questa prospettiva la Cdu ha due problemi. Il primo è che a livello nazionale Alternative für Deutschland è il primo partito in assoluto e ha raggiunto negli ultimi sondaggi quasi il 30 per cento. Ovunque la formazione di Alice Weidel e Tino Chrupalla continua a guadagnare consensi, sottraendo voti in gran parte proprio alla Cdu. Il fallimento di Merz è sotto gli occhi di tutti e il cancelliere difficilmente riuscirà a difendersi dall’accusa di aver sbagliato sia la strategia nei confronti degli avversari sia di guidare un governo fallimentare. Il bilancio della Große Koalition è impietoso: le riforme promesse non si sono viste, l’industria è in crisi, e i piccoli e medi imprenditori, un tempo bacino elettorale della Cdu, si sono spostati verso l’estrema destra, come hanno dimostrato i risultati in Sassonia-Anhalt. Colui che era stato definito dai media amici e col senno di poi un po’ miopi l’Außenkanzler, il cancelliere forte almeno in politica estera, non è riuscito a convincere nessuno ed è a un passo dall’uscita di scena. Il secondo problema della Cdu è che non basterà certo cambiare il cavaliere se il cavallo rimane lo stesso: quello che chiede la maggioranza dei tedeschi è un vero cambio di passo, sia in politica interna sia in politica estera, dato che la via imboccata dai governi precedenti ha procurato più danni che benefici al Paese. Se i vertici della Cdu, insieme a quelli della Spd nella coalizione di governo, avranno la forza di rimodulare la linea tenendo conto dei segnali che arrivano dagli elettori potranno sperare di rimanere in sella, altrimenti dovranno fare i conti con la destra estremista maggioritaria.
A scrutinio ultimato, la coalizione di centrosinistra ha vinto le elezioni in Svezia che si sono svolte domenica 13 settembre 2026. Secondo i dati definitivi, che sono arrivati dopo lo spoglio dei voti degli elettori all’estero, i quattro partiti che la compongono hanno ottenuto complessivamente il 49,5 per cento dei voti e 176 seggi, contro il 48,9 per cento e i 173 seggi conquistati dai quattro partiti di centrodestra. Il premier svedese Ulf Kristersson ha rassegnato le proprie dimissioni. La coalizione di centrosinistra è composta dai Socialdemocratici, che nonostante un calo dei consensi sono da oltre un secolo il primo partito svedese, dai Verdi e dai partiti Sinistra e Centro. A Magdalena Andersson, leader dei Socialdemocratici, servirà il sostegno di tutti e quattro i partiti per formare il governo, siccome la maggioranza che hanno è solo di due seggi. Non è scontato che accada perché soprattutto i partiti Centro e Sinistra hanno posizioni diverse su alcune politiche, specie quelle economiche.
La Commissione europea ha adottato l’Eu Kids Act per rafforzare la sicurezza dei minori online. La proposta vieta alle piattaforme social l’accesso agli under 13 e fissa a 15 anni l’età minima per aprire un account autonomo. Tra 13 e 15 anni sarà previsto il controllo dei genitori, attraverso “mini account” che dovrebbero prevedere garanzie come contatti sociali limitati e un tempo di utilizzo massimo di un’ora al giorno. Il testo introduce inoltre il principio dell’inversione dell’onere della prova: saranno i fornitori a dover dimostrare che i loro servizi sono adeguati all’età e sicuri per impostazione predefinita.
Previsti obblighi sugli account di under 18
L’Ue Kids Act propone che i bambini tra i 3 e i 13 anni non possano accedere ai social ma possano utilizzare servizi di video sharing specificamente progettati per la loro età attraverso account gestiti dal genitore. Prevede inoltre obblighi per i servizi online che offrono social media, video sharing, videogiochi online, assistenti IA e chatbot a utenti di età inferiore ai 18 anni. Tra le misure indicate figurano il divieto di funzionalità che creano dipendenza e di feed di raccomandazione basati sulla profilazione che possono trascinare i minori verso contenuti dannosi, oltre al divieto dello scrolling infinito privo di punti di interruzione, di meccanismi di ricompensa e di notifiche push durante le ore di sonno. È inoltre previsto il divieto di contatti non richiesti da parte di estranei. I profili dei minori dovrebbero essere privati per impostazione predefinita, con geolocalizzazione, fotocamera e microfono disattivati. I servizi dovrebbero inoltre offrire strumenti semplici per bloccare e silenziare altri utenti, strumenti per la gestione del tempo e sistemi di raccomandazione sicuri che i minori possano controllare, modificare e reimpostare.
Donald Trump incontrerà – tranne sorprese – i leader del Golfo in una riunione che si terrà a margine dell’Assemblea generale dell’Onu a New York, in programma martedì 22 settembre (Giorgia Meloni non ci sarà): sul tavolo il conflitto con l’Iran e i passi da fare dopo la sua conclusione. Lo riporta Axios, citando tre fonti e spiegando che il vertice dovrebbe riguardare le idee Usa per una strategia post-bellica, la cui definizione è prevista dopo le elezioni di metà mandato. La notizia arriva in un momento in cui gli sforzi di Washington per riavviare i negoziati sembrano in fase di stallo e che vede i Paesi del Golfo subire un’escalation di attacchi da parte dell’Iran e degli Houthi, che negli ultimi giorni hanno ulteriormente perturbato le esportazioni di energia e scosso i mercati petroliferi.
Possibile anche un faccia a faccia con Netanyahu
Trump incontrerà i leader dei sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait e Oman). Ma non è escluso che al vertice possa partecipare una platea più ampia di rappresentanti di Paesi arabi e a maggioranza musulmana. Secondo quanto riferito ad Axios, anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso il desiderio di un bilaterale con Trump a New York, ma non è stato ancora fissato un incontro.
Tre Super PAC legati a Donald Trump (Safety and Affordability, ‘No Going Back Pac, MAGA Inc.) hanno prenotato negli ultimi 10 giorni spazi pubblicitari per 138 milioni di dollari per sostenere candidati repubblicani che corrono alle elezioni di midterm. Lo riporta il New York Times.
I Super PAC (Super Political Action Committee) sono comitati indipendenti di spesa politica negli Stati Uniti che possono raccogliere e spendere somme illimitate di denaro da parte di aziende, sindacati, associazioni e singoli donatori per sostenere o osteggiare i candidati alle elezioni. Safety and Affordability, che appare concentrato sui candidati alla Camera, ha acquistato spazi pubblicitari per 27 milioni. Ma a fare la parte del leone per il momento è No Going Back Pac, creato il primo settembre, che ha già speso oltre 95 milioni di dollari. Questo comitato è strettamente legato all’attuale apparato politico di Trump: condivide infatti tesoriere, indirizzo e numero di telefono con MAGA Inc., il principale super Pac di Trump, che invece ha speso “solo” 9 milioni in spazi pubblicitari.
Hashim Thaçi, ex comandante dell’Esercito di liberazione del Kosovo e successivamente presidente del Paese balcanico, è stato condannato in primo grado a 25 anni di carcere dalla Corte penale internazionale dell’Aia, che lo ha ritenuto penalmente responsabile di crimini di guerra commessi durante la violenta separazione dalla Serbia, avvenuta tra il 1998 e il 1999, che in cui ci furono eccidi compiuti da entrambe le parti.
Hashim Thaçi nel 1999 (Ansa).
Thaçi si era consegnato il 5 novembre 2020
Secondo i giudici dell’Aia, Thaçi «era a conoscenza» dei crimini commessi dai miliziani dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), resosi responsabili di arresti arbitrari, maltrattamenti, torture e omicidi e violenza contro coloro che erano considerati avversari. Thaçi, direttore politico dell’Uck dal 1994 al 1999 e presidente del Kosovo dal 7 aprile 2016 al 5 novembre 2020, giorno in cui si dimise per essere arrestato e processato, avrebbe anche partecipato ad alcuni dei crimini commessi contro gli oppositori interni e gli albanesi collaborazionisti dei serbi.
Sostenitori degli ex leader dell’Uck a processo all’Aia (Ansa).
I pubblici ministeri avevano chiesto 45 anni
Alla sbarra c’erano anche altri tre ex capi dell’Uck, appoggiato dalla Nato durante il conflitto: Jakup Krasniqi, condannato come Thaçi a 25 anni, Kadri Veseli (18 anni) e Rexhem Selimi (13 anni). I pubblici ministeri avevano chiesto per ciascuno una pena di 45 anni di reclusione. I quattro imputati, che si erano dichiarati non colpevoli, si vedranno scalare gli anni di detenzione già scontati in carcere all’Aia a partire dal 2020. «La nostra è stata una guerra giusta, una guerra di liberazione», ha commentato il primo ministro kosovaro Albin Kurti prima del verdetto.
Nel suo sesto discorso sullo Stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen ha indicato le linee programmatiche dell’Ue per i prossimi 12 mesi. «Solo l’Europa può fornire agli europei la vera sovranità di cui hanno bisogno nella fredda fragilità del mondo di oggi», ha evidenziato la politica tedesca. «In questo mondo, l’Europa ha scelto di tracciare la propria strada. E sta emergendo «un’Europa più forte e indipendente» che sta «garantendo la propria prosperità», si sta «liberando dalla sua tossica dipendenza dai combustibili fossili russi», è «diventata la più grande potenza commerciale del pianeta» e sta «trasformando la propria politica industriale nel rispetto del nostro modello sociale unico».
«Ultranazionalisti e russi vogliono spezzare la nostra unità»
«Vogliamo unirci intorno alla nostra idea europea secondo cui insieme possiamo decidere il nostro destino, o lasciamo che le nostre democrazie vengano minate dai tirapiedi e dai burattini degli autoritari?», ha chiesto Von Der Leyen. «Che si tratti degli ultranazionalisti o degli antieuropeisti, che si tratti dell’interferenza russa o della disinformazione, i nomi possono essere diversi, ma il loro obiettivo è lo stesso. Disprezzano i nostri valori e vogliono spezzare la nostra unità europea. Quindi non limitiamoci a contrastare tutto ciò, combattiamo insieme per la nostra idea europea».
«Canada primo membro associato dell’Unione»
La presidente si è poi rivolta direttamente al primo ministro canadese Mark Carney, ospite d’onore al Parlamento Europeo: «Caro Mark, ho detto che dobbiamo ripensare urgentemente le nostre partnership. Per questo, vorrei lavorare con voi per aprire la strada affinché il Canada diventi il primo membro associato dell’Ue. Condividiamo un oceano, un insieme di valori e una visione del mondo. E ora costruiremo insieme anche il nostro futuro».
«Nessun utilizzo dei social media sotto i 13 anni»
Poi il passaggio sull’Eu kids act: «Ogni fascia d’età ha le sue specifiche esigenze e, di conseguenza, ciascuna avrà un livello di protezione adeguato. Nessun utilizzo dei social media per i minori di 13 anni. Nessun account personale per i minori di 15 anni. Ciò significa che, dai 13 ai 15 anni, saranno consentiti solo mini-account creati e supervisionati dai genitori, con funzionalità limitate e restrizioni di tempo».
Mark Zuckerberg ha respinto al mittente l’appello a sospendere o rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sostenendo che gli incentivi di mercato e la responsabilità legale rappresentino le migliori garanzie contro i rischi di questa tecnologia. In un post su X, ha spiegato che «ogni laboratorio ha la responsabilità e l’incentivo a procedere al ritmo necessario per addestrare i suoi modelli in modo sicuro, e la capacità di intraprendere le proprie azioni per garantire che ciò accada». «Le persone non vorranno usare agenti che non sono allineati con loro e che non fanno ciò che chiedono, quindi i laboratori hanno un forte incentivo naturale a rendere i loro modelli più allineati. C’è molto dibattito sul rallentare i progressi sulle capacità fino a quando l’allineamento non raggiunge lo stesso livello. La mia opinione è che fiducia e allineamento stanno diventando rapidamente le capacità più importanti che differenzieranno agenti e modelli. Qualsiasi laboratorio che non si concentri sull’allineamento rimarrà indietro», ha evidenziato. Il suo intervento ha trovato il sostegno di esponenti della Silicon Valley vicini alla Casa Bianca che si oppongono all’ondata di allarmi sui potenziali rischi dell’IA per l’umanità e agli appelli a rallentarne lo sviluppo.
Last month I wrote about how we can build a positive and safe future for everyone: https://t.co/1KtONlqBs5
Every lab has the responsibility and incentive to move at the pace required to train its models safely, and the ability to take its own actions to ensure that happens.
I servizi di intelligence di Mosca stanno pianificando «omicidi mirati» negli Stati Uniti e nei Paesi europei che sostengono l’Ucraina. È l’allarme lanciato dal Dipartimento di Giustizia Usa in un atto di accusa reso presso il tribunale federale di Manhattan, contestualmente all’annuncio dell’incriminazione di cinque persone attualmente latitanti. James C. Barnacle Jr., responsabile dell’ufficio dell’Fbi di New York, ha spiegato che l’agenzia è riuscita a sventare i piani «grazie a un lavoro incessante».
La pianificazione dura «almeno dal 2024»
Secondo l’accusa la “Rete Ris”, come è stato denominato il braccio dei servizi di Mosca preposto all’esecuzione di attacchi all’estero, aveva pagato o tentato di pagare persone negli Stati Uniti e in altri Paesi per sorvegliare obiettivi da eliminare, con l’intenzione di ucciderli successivamente. Inoltre aveva «incaricato dei complici di compiere o tentare atti di terrorismo contro infrastrutture civili e militari». La rete, ha spiegato il Dipartimento di Giustizia, ha agito «almeno a partire dal 2024», «concentrandosi su dissidenti e disertori russi e, più di recente, su nazioni percepite come alleate» di Kyiv.
Chi sono le cinque persone incriminate
Tre delle persone incriminate sono membri di alto livello della Rete Ris: Yuri Kharameev, Kirill Khrameev e Oemis Romagoz Durruthy. Gli altri due sono Yaidel Delgado Suarez ed Eduardo Castro: avrebbero lavorato assieme al reclutamento di persone residenti negli Stati Uniti incaricate di sorvegliare e tentare di uccidere un importante dissidente russo residente negli Stati Uniti. «Hanno operato nell’ambito di una rete globale di omicidi che si estendeva fino agli Stati Uniti», ha dichiarato il viceministro della Giustizia John A. Eisenberg.
Un edificio che ospitava palestinesi sfollati a ovest di Gaza City è crollato, causando un bilancio di almeno 11 morti. Tra le vittime ci sono anche cinque bambini, mentre decine di persone risultano ancora disperse. La struttura, che ospitava oltre 100 persone, aveva già subito danni a causa dei bombardamenti israeliani. Filmati verificati da Al-Jazeera mostrano squadre di soccorso intente a estrarre bambini piccoli dalle macerie, lavorando insieme ai residenti. L’edificio, stando a testimoni locali, era a più piani. Secondo la Protezione civile palestinese, contattata da Al-Jazeera, ci sarebbero ancora 50 bambini intrappolati. «Possiamo sentire le voci dei cittadini sotto le macerie e le nostre squadre stanno cercando di raggiungerli, ma l’occupazione (gli israeliani, ndr) si rifiuta di consentire l’ingresso di mezzi pesanti nella Striscia di Gaza», ha detto un portavoce.