Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime

Il Madusan 2222 è uno smartphone pieghevole simile al Samsung Galaxy Z Fold. Il Samtaesong 10 a conchiglia richiama lo Huawei P50 Pocket. Il Jindallae 12 presenta un vistoso modulo fotografico circolare sul retro come gli Oppo. In Corea del Nord i dispositivi mobili stanno diventando sempre più avanzati anche se all’interno di un sistema rigidamente controllato da Pyongyang. Con almeno 24 marchi e una settantina di modelli disponibili, il mercato interno è diventato sorprendentemente competitivo. Numeri impressionanti per un Paese abitato da circa 26 milioni di abitanti.

Un boom cominciato nel 2023

La diffusione degli smartphone ha registrato un forte incremento a partire dal 2023. Due i motivi: il graduale sviluppo di un’economia digitale sfruttata dal governo per erogare servizi pubblici ai cittadini, come la consegna dei medicinali e i buoni pasto, e l’avvento dei primi sistemi di pagamento elettronico. Le ultime stime disponibili risalenti al 2024 indicano che in Corea del Nord erano attivi tra i 6,5 e i 7 milioni di abbonamenti alla telefonia mobile: un dato con ogni probabilità oggi sottostimato. Le interviste più recenti ai disertori nordcoreani suggeriscono infatti che il possesso di smartphone sia molto più diffuso di quanto stimato in passato e che potrebbe interessare tra il 50 e l’80 per cento della popolazione adulta.

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime
Uno smartphone nordcoreano (da Youtube).

I dispositivi sono realizzati in Cina e (forse) in India

I telefoni nordcoreani sono ormai dispositivi moderni. Hanno generalmente schermi da 6-7 pollici, presentano fotocamere multiple posteriori e anteriori, e un sistema personalizzato di Android integrato con particolari software di controllo. Secondo il paper Smartphone of North Korea 2026, realizzato dal think tank 38 North, gli smartphone venduti nel Paese non sarebbero realizzati direttamente in Corea del Nord ma da produttori cinesi OEM (Original Equipment Manufacturer), ovvero aziende che fabbricano dispositivi per conto terzi. Una volta assemblati in Cina, vengono inviati in Corea del Nord dove vengono personalizzati con il sistema operativo modificato e applicazioni approvate dai brand locali. Esistono però delle eccezioni. È il caso di Phurunhanal Electronics, un marchio nordcoreano che, per uno dei suoi modelli più recenti, il Phurunhanal 9-3, si sarebbe rifornito di componenti dalla società indiana Lava International. Si tratterebbe della prima volta in cui uno smartphone commercializzato in Corea del Nord viene collegato a un produttore non cinese. Un dettaglio interessante, visto che l’India è uno dei principali centri globali della produzione elettronica, inclusa quella di alcuni modelli di iPhone.

Il controllo dello Stato su navigazione e App

Gli smartphone nordcoreani sono dotati di software che ne monitorano e limitano l’utilizzo. L’accesso a Internet è bloccato. È invece disponibile una rete Intranet locale chiamata Kwangmyong e controllata dal governo. Agli utenti è impedito di effettuare o ricevere chiamate internazionali, oltre che inviare o ricevere messaggi dall’estero. I sistemi Android presenti nei dispositivi includono una firma digitale, che impedisce ai telefoni di accettare contenuti non autorizzati, e un’applicazione, Trace Viewerche effettua screenshot casuali durante l’utilizzo del cellulare per inviarli alle autorità. Lo Stato impone infine un numero di identificazione dell’utente mobile per collegare ogni utenza a un’identità registrata così da garantire un ulteriore livello di sorveglianza. Anche l’ecosistema delle applicazioni è sottoposto a forti restrizioni: a differenza degli smartphone occidentali, i dispositivi nordcoreani non dispongono di un equivalente dell’App Store o del Google Play Store per scaricare liberamente applicazioni e aggiornamenti. Per ottenere nuovi programmi o installare upgrade gli utenti devono recarsi in uno dei centinaia di centri di scambio IT presenti nel Paese. Le app hanno un costo compreso tra 10 mila won nordcoreani per quelle di intrattenimento, giochi ed ebook e 15 mila won per quelle dedicate all’apprendimento delle lingue, alla cucina e all’agricoltura (circa uno-due dollari secondo i tassi di mercato informali). Tra le più richieste figurano quelle del quotidiano del Partito dei Lavoratori, il Rodong Sinmun, la piattaforma di shopping online Samhung E-Wallet e i servizi di streaming Mokran Video e Manbang.

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime
Kim Jong-un (Ansa).

Gli ultimi modelli arrivati sul mercato

Lo scorso maggio alla 24esima edizione della Pyongyang Spring International Trade Fair, la principale fiera commerciale internazionale organizzata dalla Corea del Nord, sono state esposte le ultime novità del mercato. Gli smartphone più interessanti? Il Mujigae 1000, in grado di collegarsi ai televisori attraverso una connessione USB-C con uscita HDMI, e il Jindallae 12 dal bordo smussato come i Samsung Galaxy. In fascia alta si trovano i pieghevoli a conchiglia Madusan 1005, Samtaesong 10 e Chongsong. Per i più benestanti il mercato nordcoreano offre il Madusan 2222, il primo smartphone pieghevole disponibile in Corea del Nord, la cui versione deluxe presenta la scritta “Porsche Design” ben visibile sulla custodia. Il costo? Il corrispettivo di circa 2 mila dollari.

Trump: «Accordo storico su disarmo completo di Hamas»

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che il Board of Peace ha raggiunto un accordo storico per il disarmo completo di Hamas e di tutti gli altri gruppi armati a Gaza. «Si tratta di un passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature. Una volta completato il disarmo, le forze israeliane si ritireranno e la Forza internazionale di stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese per garantire la sicurezza di Gaza, a beneficio dei suoi residenti e dei Paesi vicini», ha aggiunto il tycoon. La conferma dell’intesa è arrivata anche da alcuni responsabili di Hamas. Il vertice sulla fase 2 della tregua si terrà presto al Cairo, riportano alcune fonti.

Trump: «Accordo storico su disarmo completo di Hamas»
Da Truth.

Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen

Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen
Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen
Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen

Migliaia di migranti di origine magrebina hanno raggiunto a nuoto Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco, porta d’ingresso dell’Europa in Africa, causando una vera e propria emergenza. Nel giro di poche ore una valanga di persone, soprattutto ragazzi, si è ammassata sul lato marocchino del confine con Ceuta, per poi buttarsi in mare e circumnavigare a nuoto il piccolo molo delimitato da una rete che si inoltra in acqua solo per pochi metri a dividere i due Paesi. Quando l’afflusso si è fatto particolarmente intenso, in molti hanno iniziato a superare il confine anche via terra, percorrendo il molo dal lato marocchino, aggirandone la recinzione sulla punta e poi ripercorrendolo in direzione opposta sul lato spagnolo. Mentre Bruxelles segue l’evoluzione della crisi e assicura il massimo impegno per proteggere le frontiere dell’Unione europea, l’esecutivo italiano si è detto pronto a sospendere il trattato di Schengen con la Spagna. Una posizione che ha irritato Madrid, che ha risposto convocando il nostro ambasciatore.

Lo scontro tra Tajani e Albares

«Sono favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con la Spagna e ho piena fiducia nell’operato del ministro Piantedosi. L’immigrazione irregolare e incontrollata rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500 mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani», aveva scritto il ministro degli Esteri Antonio Tajani, causando l’ira del suo omologo spagnolo.

«Questo messaggio del ministro degli Esteri di un Paese amico e partner da cui ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia partitica è indegno», aveva risposto José Manuel Albares.

Musk torna a sostenere Trump: sta riattivando il suo super PAC conservatore

Aveva rotto con Donald Trump, ma in occasione delle elezioni di metà mandato in programma a novembre Elon Musk tornerà a sostenere il presidente Usa. Axios riporta infatti che l’uomo più ricco del mondo sta riattivando il suo America PAC, political action committee che aveva raccolto e speso la somma record di 260 milioni di dollari per contribuire all’elezione di Trump nel 2024.

Musk torna a sostenere Trump: sta riattivando il suo super PAC conservatore
Elon Musk (Ansa).

Musk in soccorso di Trump in crisi nei sondaggi

Come spiega Axios, il nuovo investimento di Musk andrà ad accrescere l’enorme vantaggio finanziario del Partito repubblicano su quello Democratico, in una fase in cui i bassi indici di gradimento di Trump (in particolare sui temi dell’economia e della guerra con l’Iran) sembrano mettere a rischio il controllo del Grand Old Party sulla Camera e persino al Senato. I PAC repubblicani hanno un vantaggio di oltre 300 milioni di dollari rispetto alle loro controparti democratiche. E questo senza contare i 400 milioni di dollari depositati nel super PAC MAGA Inc. di Trump.

Musk torna a sostenere Trump: sta riattivando il suo super PAC conservatore
Elon Musk e Donald Trump (Ansa).

Musk è il maggior donatore politico individuale nella storia Usa

L’America PAC, scrive Axios, punterà su attività di porta a porta, pubblicità digitale e invii di materiale informativo diretto, con l’obiettivo di mobilitare la base conservatrice, inclusi gli elettori solitamente meno propensi a votare negli anni in cui non si tengono le Presidenziali. I rappresentanti di Musk non hanno voluto precisare l’entità esatta della spesa prevista. Ma, guardando al recente passato, tutto lascia supporre che si tratterà di una somma ingente: le donazioni a favore di Trump effettuate tramite l’America PAC nel 2024 hanno reso Mr Tesla il più grande donatore politico individuale in un singolo ciclo elettorale nella storia degli Stati Uniti.

Un missile da crociera russo è caduto in Polonia

Un missile russo è penetrato nei cieli polacchi durante il massiccio attacco compiuto da Mosca contro l’Ucraina, schiantandosi poi a terra nei pressi di Lublino, in quella che di fatto rappresenta una grave violazione dello spazio aereo della Nato.

La violazione dello spazio aereo e lo schianto

Come ha spiegato il premier Donald Tusk su X, alle 3:40 di notte il Comando operativo delle forze armate polacche ha rilevato «un oggetto non identificato diretto a ovest». A quel punto Varsavia ha fatto decollare un F-16. Il contatto radar è stato però perso pochi minuti dopo, facendo scattare le ricerche nel voivodato di Lublino.

Successivamente un elicottero Mi-24, recatosi nell’ultima posizione dell’oggetto, ha individuato il luogo dello schianto in un’area rurale vicino ai villaggi di Tarnawa-Kolonia e Tokary, a circa 95 chilometri dal confine con la Russia: un cratere dal diametro di circa 10 metri, circondato da detriti. Dato che la Russia ha lanciato missili da crociera Kh-101 durante la notte contro l’Ucraina (facendo almeno 13 morti), è altamente probabile – come sostiene Kyiv – che quello entrato nello spazio aereo della Polonia fosse proprio un razzo di questo tipo.

Altra notte di duri raid Usa sull’Iran

Il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver completato una «serie di duri attacchi» contro l’Iran, che hanno colpito «decine di obiettivi del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, tra cui centri di comando militari, installazioni missilistiche e per droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e capacità marittime». I raid delle forze Usa, ha sottolineato il Centcom, «sono stati progettati per ridurre ulteriormente le minacce che l’Iran e i suoi alleati rappresentano per le forze statunitensi, la navigazione commerciale e gli Stati vicini del Golfo». Le operazioni militari, iniziate attorno le 2 italiane, sono terminate poco prima delle 5.

I media statali iraniani hanno dato notizia di attacchi sull’isola di Qeshm e sulla città meridionale di Abadan. «Un raid statunitense contro un’abitazione nel quartiere di Chah Tangu a Qeshm ha ucciso tre membri di una famiglia: il padre, la madre e il loro figlio di due anni», ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Fars.

L’Iran ha attaccato in Giordania: intercettati cinque missili

Come già accaduto in precedenza, Teheran ha indirizzato missili contro una base americana in Giordania. Il portavoce ufficiale dell’esercito di Amman ha dichiarato che «le difese aeree hanno intercettato cinque missili lanciati dall’Iran e diretti verso il territorio del Regno nelle prime ore di questa mattina», aggiungendo che non ci sono state vittime.

Kuwait, missile iraniano su un’azienda cinese: un morto

Un attacco iraniano ha colpito un edificio di una società cinese nel nord del Kuwait e un lavoratore è rimasto ucciso. Lo ha riferito l’esercito kuwaitiano.

Altra notte di duri raid Usa sull’Iran
Donald Trump (Ansa).

Il piano sottoposto a Trump per due settimane di raid

Secondo il Wall Street Journal l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom americano, ha presentato a Donald Trump un piano per 10-14 giorni di intensi attacchi all’Iran per ridurre le sue capacità missilistiche. Axios scrive che il presidente americano, il quale ha dichiarato di voler «finire l’Iran molto presto», ha incontrato il 29 luglio il ministro della Difesa dell’Arabia Saudita – ormai entrata in guerra – che gli ha consegnato un messaggio del principe alla corona Mohammed bin Salman sulla guerra in Iran e l’escalation nella regione.

Altra notte di duri raid Usa sull’Iran
Brad Cooper (Ansa).

Incendi in Grecia, 8 mila persone evacuate a Creta

Circa 8 mila persone sono state evacuate a causa degli incendi che minacciavano una località turistica sull’isola greca di Creta e che continuano a imperversare, alimentati da forti venti. L’evacuazione è stata condotta via terra dalla località turistica di Agia Galini, affacciata sul mare libico, nella costa meridionale dell’isola. Buona parte dei turisti e dei residenti evacuati è stata trasferita al palazzetto dello sport del Comune di Festo, a Mires, mentre altre centinaia di persone sono state temporaneamente ospitate in un edificio scolastico della zona. I venti, con raffiche che raggiungono i 10-11 gradi Beaufort, non consentono l’impiego di mezzi aerei e l’onere di spegnere l’incendio è quindi ricaduto sulle forze di terra, con circa 190 vigili del fuoco e tutti i mezzi disponibili della Regione. Durante le operazioni di spegnimento, un vigile del fuoco è rimasto ferito ed è stato trasportato in ospedale con ustioni, ma le sue condizioni non sono gravi. Due veicoli dei pompieri sono anche stati distrutti dalle fiamme.

L’Iran attacca una base Usa in Giordania e tre petroliere a Hormuz

Dopo l’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca sono ripresi gli attacchi di Iran e Stati Uniti. Teheran ha bersagliato una base americana in Giordania ed ha anche colpito tre petroliere nello stretto di Hormuz. Poco dopo, l’esercito Usa ha condotto attacchi in Iraq contro un’alleanza paramilitare legata ai Guardiani della Rivoluzione.

I missili israeliani contro la base in Giordania e le petroliere

Poco prima di mezzanotte l’Iran ha lanciato missili balistici contro una base statunitense in Giordania. L’attacco è stato confermato dal Comando Centrale degli Stati Uniti, che parla di «raid a sorpresa contro le forze Usa di stanza in Medio Oriente». Tutti i missili iraniani, ha assicurato il Centcom in un post su X, «sono stati intercettati con successo». Nessuna indicazione specifica, invece, sulla base messa nel mirino da Teheran. Da parte sua, l’esercito giordano ha dichiarato di aver intercettato e abbattuto cinque razzi iraniani. Per quanto riguarda Hormuz, i pasdaran hanno annunciato di aver attaccato tre petroliere che tentavano di attraversare lo stretto. «Hanno ignorato i nostri avvertimenti e continuato a seguire una rotta pericolosa e illegale, sono state colpite e costrette a fermarsi», hanno dichiarato le forze navali dei Guardiani della Rivoluzione, citate dall’agenzia Tasnim.

I raid Usa in Iraq contro le Forze di Mobilitazione Popolare

Il Centcom e le Forze Armate dell’Arabia Saudita hanno reso noto di aver condotto «attacchi di precisione in Iraq contro terroristi legati all’Iran che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica aveva incaricato di colpire le forze statunitensi e le infrastrutture energetiche saudite». In una nota si legge che «caccia Usa e sauditi hanno colpito diversi siti logistici e depositi di armi dei terroristi nell’Iraq orientale, in una decisa risposta a oltre 30 attacchi con droni aerei orchestrati dai pasdaran nelle ultime 72 ore». I raid di Washington e Riad hanno colpito posizioni appartenenti alle Forze di Mobilitazione Popolare (Pmf) in diverse province: l’attacco più letale si è verificato nella provincia di Ninive, dove sono stati uccisi almeno 20 miliziani.

La Russia ha emesso un mandato di cattura per il capo di Telegram

La Russia ha annunciato di aver emesso un mandato di cattura internazionale per Pavel Durov, fondatore e ceo di Telegram, con l’accusa di complicità nel terrorismo. In un comunicato diffuso dai servizi di sicurezza russi (Fsb) si specifica che Durov, nato in Russia e in possesso di passaporto francese ed emiratino, si trova attualmente in Francia. Vive all’estero dal 2016, quando iniziò ad avere problemi con il governo di Mosca per essersi rifiutato di condividere informazioni sugli utenti registrati su VKontakte, il più popolare social network in Russia fondato sempre da lui. A febbraio le autorità russe avevano aperto un’indagine su di lui accusandolo di non aver rimosso da Telegram canali, chat e bot a loro dire usati dai servizi segreti ucraini e da gruppi terroristici per organizzare atti di sabotaggio e terrorismo, omicidi di massa e frodi informatiche in Russia.

Israele, via all’occupazione di un altro campo profughi in Cisgiordania

Il ministro israeliano della Difesa Israel Katz, durante una riunione con i vertici dell’IDF, ha dato ordine di «intensificare le attività offensive contro il terrorismo palestinese e prepararsi all’occupazione di un altro campo profughi, seguendo il modello adottato con quelli di Jenin, Tulkarem e Nur a-Shams». Lo riportano i media dello Stato ebraico. I tre campi profughi citati sono stati oggetto nel recente passato di devastanti operazioni delle forze di Tel Aviv. Nella stessa riunione Katz ha inoltre disposto di non rinnovare l’ordine di detenzione amministrativa nei confronti di Tal Yinon Dardik, colono israeliano residente nell’avamposto illegale Tarfon Farm in Cisgiordania: era arrestato a luglio perché sospettato del coinvolgimento in un attacco nel villaggio palestinese Khirbet Humsa, avvenuto a marzo. Tra le accuse rivolte a Darkik, anche quella di abusi sessuali su un palestinese, di cui avrebbe legato i genitali con una fascetta di plastica. È in sciopero della fame da 20 giorni ed è stato visitato da Katz in carcere a Gerusalemme alcuni giorni fa.

La proposta dell’Oman all’Iran per la gestione congiunta di Hormuz

L’Oman ha presentato all’Iran una proposta per un meccanismo congiunto per la gestione dello stretto di Hormuz con tariffe volontarie. Lo scrive Reuters, spiegando che la soluzione avanzata da Muscat, in base alla quale Teheran non eserciterebbe il controllo esclusivo sulla via navigabile, gode del sostegno degli altri Paesi della regione. Nel fine settimana gli Stati Uniti hanno improvvisamente sospeso la massiccia campagna di attacchi aerei contro l’Iran, alimentando le speranze di una soluzione diplomatica che consenta la ripresa del traffico marittimo a Hormuz. La proposta omanita, sottolinea Reuters, ricalca il meccanismo già utilizzato per la gestione dello stretto di Malacca, via d’acqua dell’oceano Indiano che separa l’isola indonesiana di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese: coloro che utilizzano questo passaggio marittimo contribuiscono volontariamente al finanziamento della navigazione, della protezione ambientale e delle operazioni di ricerca e salvataggio. Intanto è saltato il maxi-vertice tra la coalizione dei Volenterosi e gli Stati Uniti su Hormuz, che si sarebbe dovuto tenere a Londra.

Attacco ucraino a Mosca con centinaia di droni

Attacco ucraino a Mosca e alla regione circostante, nella notte tra lunedì 27 e martedì 28 luglio 2026, con circa centinaia di droni. L’ha riferito l’agenzia ucraina Rbc, secondo la quale è stato colpito anche un centro logistico della Wildberries, l’Amazon russa già presa di mira nei giorni scorsi. «12 droni diretti verso Mosca sono stati abbattuti dal sistema di difesa aerea del ministero della Difesa», aveva annunciato il sindaco moscovita Sergey Sobyanin. Ma poi l’attacco ucraino si è intensificato con il trascorrere delle ore fino a quando i droni, secondo Rbc, hanno circondato Mosca da ogni lato. La regione della capitale russa è stata presa di mira da oltre 390 droni, ha spiegato il primo cittadino, aggiungendo che la maggior parte è stata neutralizzata prima di raggiungere la città. Il governatore della regione, Andrei Vorobyov, ha riferito che un edificio e alcune case sono stati danneggiati, ma al momento non si segnalano vittime. L’attacco si è verificato alla vigilia della visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca.

Milei offende Lula: alta tensione tra Brasile e Argentina

Scontro diplomatico tra Brasile e Argentina. Motivo del contendere alcune avventate dichiarazioni di Javier Milei sull’omologo Luiz Inácio Lula da Silva, arrivate a poco più di due mesi dalle elezioni presidenziali nel Paese più grande del Sudamerica. Il vulcanico Milei, in Brasile per partecipare all’evento che ha ufficializzato la candidatura di Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair condannato a 27 anni per il tentativo di colpo di Stato del 2023 e come lui facente parte dell’universo Maga, si è reso protagonista di gravi insulti nei confronti di Lula, definendolo un «ladro», un «carcerato» e «spazzatura socialista» nel suo intervento alla convention del Partito liberale.

Milei ha anche accusato l’omologo brasiliano di aver cercato di influenzare le elezioni argentine del 2024. In seguito alle calunnie pronunciate contro di lui dal presidente turbo-capitalista Milei, Lula ha richiamato l’ambasciatore da Buenos Aires. «È inammissibile che un capo di Stato straniero venga nel nostro Paese e si rivolga in termini irrispettosi alle sue istituzioni», ha dichiarato il Partito dei lavoratori guidato da Lula.

Milei offende Lula: alta tensione tra Brasile e Argentina
Lula (Ansa).

Nuovi attacchi degli Houthi contro gli impianti petroliferi sauditi

Gli Houthi hanno rivendicato attacchi che hanno messo nel mirino «diversi punti cruciali lungo il percorso di approvvigionamento e trasporto del petrolio greggio dall’Arabia Saudita orientale verso Yanbu», città situata sul mar Rosso ritenuta per la sua grande raffineria, simbolo della potenza dell’industria petrolchimica del regno saudita. Un portavoce dei ribelli yemeniti, citato dai media iraniani, ha spiegato che l’operazione, condotta con velivoli a pilotaggio remoto, «è stata effettuata in risposta alla violazione dello spazio aereo dello Yemen con droni sauditi».

Tra i siti colpiti ci sarebbe l’impianto petrolifero di Abqayq

Dopo che gli Houthi hanno annunciato di avere colpito siti strategici in Arabia Saudita, l’agenzia iraniana Fars ha diffuso immagini che testimonierebbero di un incendio nell’impianto petrolifero di Abqayq. Gestito da Saudi Aramco, «è un nodo fondamentale della rete petrolifera del regno e consente di convogliare il petrolio verso il terminale di Yanbu e ridurre la dipendenza dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz», ha spiegato Fars. Con una quota pari a circa il 5 per cento della produzione petrolifera mondiale (pari a circa 7 milioni di barili al giorno), quello di Abqayq è considerato il più grande impianto di stabilizzazione e trattamento del petrolio greggio al mondo.

Tre feriti in un accoltellamento a Parigi, l’aggressore: «Mi ha mandato Allah»

Tre donne, di cui una incinta, sono state ferite in un attacco con coltello a Parigi. Due di loro sono state colpite piuttosto gravemente una alla schiena e l’altra all’addome. La terza sarebbe stata raggiunta in modo più leggero. Hanno 19, 24 e 36 anni. I fatti si sono verificati intorno alle 11.30 di lunedì 27 luglio 2026 in un quartiere a Nord-Ovest della città. Ad attaccare le donne è stato un uomo, fermato sul posto da un poliziotto fuori servizio. Si tratta di un 31enne con disturbi psichici, secondo i primi elementi. Davanti alla polizia, si è limitato a dichiarare delle generalità aggiungendo «frasi senza nesso», affermando anche che «Allah mi ha mandato per uccidere delle donne». Parole che avevano fatto ipotizzare la pista del terrorismo, che però ora non è quella privilegiata dagli inquirenti. «Riteniamo si tratti di un folle», hanno spiegato.

Viaggio nel business nascosto delle maglie da calcio contraffatte

Argentina, Francia, Brasile, Portogallo. Tra le oltre 30 mila maglie da calcio contraffatte sequestrate a Hong Kong mentre in America si giocava la Coppa del Mondo Fifa spiccavano le divise delle nazionali più blasonate. Non mancavano però kit esotici, come quelli di Corea del Sud e Paraguay, né completi personalizzati con i nomi di Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. L’operazione ha portato all’arresto di 13 persone e alla confisca di prodotti falsificati destinati all’estero per un valore di oltre 20 milioni di dollari. Ma soprattutto ha riacceso i riflettori sul mercato parallelo delle cosiddette Fake Football Jersey: un business dorato con epicentro nel cuore dell’Asia, alimentato ogni anno dal lancio delle nuove maglie di club e nazionali. E destinato a crescere stagione dopo stagione.

Nel Regno Unito mercato da 240 milioni di dollari l’anno

Nel 2025 il mercato globale delle maglie da calcio originali valeva circa 16,8 miliardi di dollari e, secondo le previsioni, dovrebbe raggiungere i 27,4 miliardi entro il 2033. Più difficile quantificare il giro d’affari dei kit contraffatti perché non esistono dati ufficiali. Grazie a un’analisi di Business Insider sappiamo però che le divise “tarocche” rappresentano quasi il 18 per cento delle vendite complessive delle magliette, in termini di volume. Una ricerca di Corsearch stima inoltre che il business delle Fake Football Jersey nel Regno Unito raggiunga i 240 milioni di dollari l’anno, pari a circa un terzo del mercato delle divise originali (660 milioni).

Con 10-20 dollari si portano a casa i kit fake Made in Asia

Le divise autentiche – in versione da gara, in edizione limitata o personalizzate – costano tra i 180 e i 400 dollari. Il prezzo scende per le repliche ufficiali destinate ai tifosi: dai 90 ai 120 dollari. Sul mercato parallelo si trovano le premium fake: riproduzioni di alta qualità delle maglie originali, spesso difficili da distinguere a un primo sguardo, offerte a 10-20 dollari o poco più. Come si riconoscono? Non dispongono di alcuna licenza. Presentano tessuti scadenti (all’apparenza perfetti), cuciture mediocri, etichette non conformi e numeri e nomi applicati in modo impreciso.

Una filiera opaca tra Cina, Thailandia e Bangladesh

I più grandi centri di produzione delle magliette contraffatte si trovano in Asia. Tre i motivi che hanno alimentato il fenomeno: industrie tessili ben sviluppate, basso costo del lavoro e leggi permissive. Tre anche gli epicentri rilevanti: Cina, Thailandia e Bangladesh. Qui filiere clandestine – spesso controllate da reti criminali – operano accanto alle stesse catene di approvvigionamento su cui fanno affidamento i grandi brand dell’abbigliamento sportivo.

Viaggio nel business nascosto delle maglie da calcio contraffatte
Oltre alle maglie originali, prospera un mercato di kit contraffatti (foto Unsplash).

Il maxi sequestro nell’azienda Pandabuy ad Hangzhou

Nel 2024 ad Hangzhou le autorità cinesi hanno fatto irruzione nella sede dell’azienda Pandabuy sequestrando una quantità di merce contraffatta sufficiente a riempire 20 stadi di calcio. Le fabbriche cinesi possono produrre dalle 20 mila alle 50 mila magliette fake al giorno. Quelle del Bangladesh arrivano a 10 mila (con costi all’ingrosso di 4 dollari al pezzo), ma alcune strutture si stanno specializzando nel replicare fedelmente i modelli ufficiali, con tanto di dettagli stampati con particolari presse a caldo.

Un danno per le squadre: 1,4 miliardi all’anno in mancati ricavi

Uno studio Euipo-Oecd del 2021 ha stimato il mercato totale dell’abbigliamento sportivo contraffatto, comprese dunque le maglie, in quasi 470 miliardi di dollari, il 2,3 per cento di tutto il commercio mondiale di merci falsificate. Il boom dell’e-commerce ha tra l’altro trasformato questo business da un problema regionale a un problema globale, creando un mercato senza confini alimentato da siti online, influencer e social network.

Per i club europei l’impatto è rilevante: l’Uefa ha stimato nel 2018 che la merce contraffatta nel settore calcistico costi alle squadre del continente 1,4 miliardi all’anno in mancati ricavi. Infine, a rendere il fenomeno ancora più complesso è l’assenza di qualsiasi controllo lungo la filiera dei kit tarocchi. Non esistono infatti garanzie sulle condizioni di produzione, sui materiali utilizzati o sugli standard qualitativi delle divise acquistate.

Esplosioni e fumo vicino all’aeroporto di Erbil sede di truppe Usa

13esima notte consecutiva di attacchi tra Usa e Iran. Diverse esplosioni sono state avvertite anche nei pressi dell’aeroporto di Erbil, che ospita le truppe della coalizione guidata dagli Stati Uniti nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, secondo quanto riferito da un giornalista dell’Afp. In dettaglio, sono stati avvistati dei droni sorvolare la città e del fumo salire nella zona dell’aeroporto. Da quando sono riprese le ostilità in Medio Oriente, i droni sono stati ripetutamente intercettati sopra Erbil, sede anche di un importante complesso consolare statunitense.

L’Iran minaccia ritorsioni a chi aiuta gli Usa

Intanto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che qualsiasi Paese che partecipi, collabori o assista gli Stati Uniti sarà ritenuto responsabile da Teheran. «Qualsiasi partecipazione, cooperazione o assistenza nella commissione di un’aggressione contro l’Iran comporterà la responsabilità internazionale delle parti coinvolte», ha affermato, aggiungendo che l’Iran «si riserva il diritto di adottare tutte le misure necessarie nell’ambito della legittima autodifesa». Dal canto suo, il presidente Usa Donald Trump ha scritto su Truth che «d’ora in poi tutti i danni causati alle navi, al carico o a qualsiasi elemento ad essi correlato, saranno risarciti con i fondi iraniani che gli Stati Uniti detengono e controllano».

Nicola Zingaretti nominato relatore S&D sul regolamento europeo per Cloud e AI

Nicola Zingaretti è stato nominato relatore ombra per il gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) sul Cloud and AI Development Act, il nuovo regolamento europeo che punta a rafforzare l’ecosistema europeo del cloud e dell’intelligenza artificiale. «Proprio in questi giorni l’Unione europea sta conducendo una battaglia a difesa dei cittadini europei nei confronti dei giganti del web.
Ora siamo chiamati a costruire l’ecosistema digitale europeo e questo regolamento ne rappresenta una parte fondamentale.
Lavoreremo per promuovere un’innovazione al servizio della persona e dell’Europa, rafforzando la nostra autonomia tecnologica, la competitività e la capacità dell’Unione di guidare la trasformazione digitale senza rinunciare ai propri valori», ha dichiarato l’europarlamentare del Partito democratico.

Al via i nuovi dazi Usa tra il 10 e il 12,5 per cento su 60 Paesi

Scattano i nuovi dazi imposti dagli Usa su decine di Paesi in tutto il mondo, in vista della scadenza delle tariffe generalizzate del 10 per cento introdotte come misura provvisoria. Le misure, valide per 150 giorni, sono entrate in vigore alle 00:01 di venerdì 24 luglio 2026 (ora della costa orientale degli Stati Uniti, le 6 di mattina in Italia). Le tariffe sono comprese tra il 10 e il 12,5 per cento e riguardano 60 partner commerciali, tra i quali anche alcuni Paesi europei. Copriranno il 99,4 per cento del commercio statunitense, secondo una scheda informativa pubblicata dall’Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti. Il piano punta a contrastare il presunto lavoro forzato.

I Paesi coinvolti

La mossa è il risultato di un’indagine ad ampio raggio che, nella ricostruzione del Financial Time, vede coinvolti importanti partner commerciali degli Stati Uniti come Giappone, Corea del Sud, India e Canada, oltre all’Ue e al Regno Unito. Nell’indagine figurano anche la Cina e il Brasile. Ai Paesi dotati di leggi di contrasto al lavoro forzato è stato applicato un dazio del 10 per cento, mentre a quelli privi è stato invece addebitata una maggiorazione del 2,5 per cento, quindi il 12,5 per cento.

Ue, maxi multa da 890 milioni a Google: nel mirino Search e Play Store

La Commissione europea ha adottato due decisioni di non conformità nei confronti di Google nel quadro della legge sui mercati digitali (Dma), infliggendo due multe per un totale di 890 milioni di euro – 460 milioni per aver favorito i propri servizi nei risultati di Google Search e 430 milioni per aver imposto restrizioni agli sviluppatori di app su Google Play nell’indirizzare gli utenti verso canali di acquisto alternativi, spesso più economici. Mountain View ha 60 giorni di tempo per conformarsi alle decisioni dell’esecutivo Ue, altrimenti rischia sanzioni periodiche fino al 5 per cento del suo fatturato globale totale.

Cosa deve fare Google

Secondo la Commissione, Google ha violato il Dma dando maggiore visibilità ai propri servizi, tra cui shopping, hotel, trasporti e sport, rispetto a quelli dei concorrenti nei risultati dei motori di ricerca. Bruxelles contesta inoltre le restrizioni poste dalla società agli sviluppatori di app nel comunicare e promuovere liberamente le proprie offerte e nel concludere contratti con gli utenti attraverso i canali di distribuzione di loro scelta, inclusi gli app store di terze parti. Google è tenuta a porre fine alle inadempienze riscontrate. In particolare, dovrà garantire un trattamento equo e non discriminatorio ai servizi dei concorrenti rispetto ai propri nei risultati del motore di ricerca. Il colosso tech dovrà poi consentire agli sviluppatori di app che distribuiscono le proprie app tramite Google Play Store di promuovere offerte e concludere contratti con gli utenti anche al di fuori di Google Play Store.