Morta Elena Pero, voce del tennis di Sky Sport

Lutto nel mondo della televisione e del giornalismo sportivo. È morta Elena Pero, storica voce del tennis di Sky Sport. Aveva 60 anni: a dare la notizia è stata la stessa emittente televisiva, che ha voluto ricordarla con un commosso messaggio della redazione letto in diretta dal direttore Federico Ferri.

Lavorava a Sky Sport dal 1991, quando si chiamava ancora Tele+: fu portata da Rino Tommasi

«La sua voce, la voce del tennis, rimarrà per sempre. Non ha saltato una telecronaca, neppure durante la malattia. L’ultima volta che l’abbiamo ascoltata, noi come voi da casa, è stata a Wimbledon, dove ha celebrato la seconda vittoria consecutiva di Jannik Sinner, come aveva fatto per la storica prima volta – il 13 luglio 2025 – in coppia con Paolo Bertolucci, che ha composto con lei, in oltre 20 anni di telecronache assieme, il secondo formidabile doppio della sua carriera», si legge nel messaggio poi pubblicato sui social da Sky Sport. Pero ha lavorato per l’emittente fin dal 1991, quando quando si chiamava Tele+, dove era entrata fin dalla sua fondazione: era stata assunta da Rino Tommasi, «il suo grande maestro, del quale ha raccolto – unica a poterlo fare – l’eredità più pesante». Nel 1989 Tommasi, attraverso le pagine della rivista MatchBall, aveva indetto una selezione per trovare dei giovani collaboratori, a cui affidare il lavoro di raccolta dati per le sue statistiche: dei 30 prescelti ne portò due – fra cui Pero – nella redazione sportiva di Fininvest (quando non si chiamava ancora Mediaset). E quando due anni dopo diventò primo direttore dei servizi sportivi di Tele+, lo seguì. 

Continua poi il direttore Ferri: «La sua voce è, e sempre sarà, un codice di pura bellezza. Come il suono della palla colpita da Roger Federer, come una volée di Martina Navratilova. Sarebbe necessaria l’essenzialità del suo racconto – così ricco, preciso, caldo e intenso, ma senza concedere nulla alla retorica, all’eccesso, e senza sprecare un aggettivo – per elencare tutti i successi, tutte le qualità di questa straordinaria professionista. Di questa donna giornalista, così lontana dal modello svenduto oggi soprattutto sui social, e per questo così attuale e così esemplare, ci auguriamo, per le prossime generazioni di ragazzi e soprattutto di ragazze». E poi: «Appartiene al pantheon dove stanno, ne citiamo alcuni, Nicolò Carosio, Nando Martellini, Paolo Rosi, Alfredo Pigna, Adriano De Zan, coloro che hanno raccontato a milioni di italiani le imprese leggendarie del nostro sport, come quelle di Sinner e di quest’epoca d’oro del tennis italiano. Se n’è andata, come Rino Tommasi e Gianni Clerici. Non smetteremo di ascoltarti. E non smetteremo di ricordarti».

L’Iran ha proposto agli Usa un piano da sette giorni per la tregua

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran ha proposto a Washington, tramite intermediari, un piano di sette giorni per cessare le ostilità, riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare successivamente colloqui approfonditi sul programma nucleare del Paese. Durante un briefing a margine dell’Assemblea Onu, ha affermato che l’Iran è pronto ad attuare il piano non appena gli Stati Uniti darannoil proprio assenso, aggiungendo che «sarebbe preferibile» raggiungere un accordo prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. La proposta, ha evidenziato Araghchi, ricalca fedelmente gli impegni contenuti nel cosiddetto memorandum d’intesa raggiunto tra i due Paesi a giugno, poi rapidamente naufragato. Le condizioni poste dall’Iran per l’intesa prevedono che, nell’arco dei sette giorni, cessino tutte le ostilità, incluse quelle in Libano, che gli Stati Uniti sblocchino i beni iraniani congelati — stimati in almeno 12 miliardi di dollari —, revochino le sanzioni sul petrolio iraniano e tolgano il blocco navale imposto all’Iran. Infine, l’ultimo giorno, verrebbe aperto lo Stretto di Hormuz. Trascorsi i sette giorni, inizierebbero negoziati globali sul programma nucleare iraniano.

Operaio morto al Colosseo, sette indagati per omicidio colposo

Ci sono i primi indagati nell’inchiesta per la morte di Andrea Moretti, l’operaio di 22 anni che ha perso la vita dopo una caduta da un’altezza di 10 metri all’interno del Colosseo: iscritte nel registro sette persone, con l’accusa di omicidio colposo in violazione della normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Si tratta di una sorta di atto dovuto in vista dell’esame autoptico il cui incarico per lo svolgimento sarà affidato lunedì.

Da ricostruire la dinamica dell’incidente

Moretti, rocciatore esperto, è stato ritrovato con l’imbragatura e il caschetto di sicurezza, ma la fune era integra e l’occhiello che funge da passante libero. Dalle immagini di videosorveglianza non è stato possibile ricostruire la dinamica, e dunque, capire se ci siano state falle nella sicurezza o se si sia trattato di un errore umano: saranno indispensabili l’autopsia, appunto, e la perizia disposta sull’attrezzatura. Sotto la lente della procura anche la ditta Moretti Quintilio Srl, impresa del Teramano specializzata nella messa in sicurezza in caso di rischio sismico e nella manutenzione di beni culturali. I lavori nel Colosseo erano in subappalto: a inizio ottobre sarebbe stato inaugurato il nuovo impianto d’illuminazione dell’Anfiteatro Flavio. Al momento della tragedia, avvenuta attorno alla mezzanotte, nel cantiere erano presenti altri operai, tra cui il cognato di Moretti.

Il Parco del Colosseo riapre solo domani

Il Parco del Colosseo resterà chiuso fino a sabato 26 settembre. Prima di disporre la riapertura al pubblico, il ministro della Cultura Alessandro Giuli si riserva di verificare l’indirizzo delle indagini in corso e di incontrare, assieme ai dirigenti del MiC e al direttore Simone Quilici, i lavoratori del parco per verificare se le loro condizioni psicologiche siano confacenti alla ripresa delle visite. È quanto si apprende da fonti del Collegio Romano.

Riforma della Rai, l’accelerata del governo per blindare una tivù pubblica di destra

Accelerazione improvvisa sulla riforma della Rai. Dopo mesi di melina e rallentamenti – dovuti anche alle frenate del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – ora la maggioranza ha deciso di andare spedita con l’obiettivo di approvare la riforma della tivù pubblica entro Natale. L’intento è evidente: appena sarà approvata ufficialmente, l’attuale governance Rai automaticamente decadrà, così si dovrà procedere alla nomina di un vertice dell’azienda con le nuove norme, che durerà quattro anni.

Riforma della Rai, l’accelerata del governo per blindare una tivù pubblica di destra
Giancarlo Giorgetti (foto Imagoeconomica).

Elezioni politiche e capo dello Stato: prendersi tutto

Insomma, il centrodestra intende blindare il suo dominio con una nuova governance che rispecchia l’attuale maggioranza di governo e che resterà in carica fino al 2031. L’idea è quella di confermare come capo azienda Giampaolo Rossi, ma come piano B c’è sempre Gian Marco Chiocci, se Giorgia Meloni riuscirà a convincerlo a prendere il timone della tivù. Sarà, quindi, questa nuova Rai a dirigere il traffico televisivo delle prossime elezioni politiche e anche quando ci sarà da eleggere il nuovo capo dello Stato. La strategia è prendersi tutto prima del voto e, se poi dovesse essere il campo largo a vincere le elezioni, amen: Elly Schlein e Giuseppe Conte si ritroveranno una Rai di destra.

Riforma della Rai, l’accelerata del governo per blindare una tivù pubblica di destra
Giampaolo Rossi (foto Imagoeconomica).

Mercoledì 23 settembre in VIII commissione al Senato si è andati spediti: si sono votati tutti gli emendamenti della maggioranza, mentre l’opposizione non è riuscita a toccare palla. Di questo passo la riforma sarà licenziata dalla commissione mercoledì 30 e quello successivo, il 7 ottobre, potrebbe arrivare in Aula. Poi toccherà alla Camera, ma i tempi per approvare tutto entro Natale ci sono.

Un “vaffa” all’European Media Freedom Act

Non è solo una questione di velocità, perché poi ci sono i contenuti. Tra gli emendamenti votati mercoledì spunta anche un bel “vaffa” all’European Media Freedom Act (Emfa). La riforma, infatti, si fa perché ce lo chiede l’Europa e il primo paletto messo da Bruxelles è che le governance delle televisioni pubbliche europee siano indipendenti dai governi. Giorgetti, dicevamo, ha contestato il principio osservando che il Mef si fa carico della maggior parte degli introiti economici della Rai, quindi «se siamo noi a metterci i soldi non è possibile che poi non contiamo nulla in sede di governance», aveva spiegato il ministro durante un’audizione ad hoc in parlamento.

La retromarcia sui due consiglieri indicati dal Mef

Allo stato attuale, infatti, al Tesoro spetta il compito di indicare due consiglieri che poi diventano amministratore delegato e presidente. In un primo momento la riforma pensata dalla maggioranza eliminava questa possibilità, conferendo tutto il potere di nomina del consiglio di amministrazione al parlamento. Mercoledì, però, c’è stata una retromarcia: dei sette membri del cda, uno è votato dai dipendenti Rai, due sono eletti dalla Camera, due dal Senato e due saranno indicati proprio dal ministero dell’Economia. Saranno poi i consiglieri, al loro interno, a eleggere ad e presidente, che non per forza saranno quelli indicati dal Mef, ma comunque non si esclude che lo siano.

L’Italia rischierà lo stesso una procedura d’infrazione?

Insomma, l’attuale legge Renzi del 2015, che l’Ue ci ha chiesto di abrogare, esce dalla porta e rientra dalla finestra. Gli esponenti dell’opposizione in VIII commissione sostengono che «in questo modo la nuova normativa non ottempera alla principale richiesta di Bruxelles, quindi agli occhi dell’Ue non servirà a niente e l’Italia rischierà lo stesso una procedura d’infrazione».

Tensioni sulla volontà leghista di ridurre il canone

A suscitare le proteste all’interno dell’azienda è invece l’emendamento che prevede la possibilità di ridurre progressivamente il canone Rai, fortemente voluto dalla Lega. Anche se poi, a fronte della riduzione, il governo dovrà coprire in qualche modo i denari persi. E l’Emfa, tra i suoi principi, prevede che le televisioni pubbliche possano contare su risorse stabili e certe, anche per poter programmare strategie aziendali di lungo periodo. A questo risponde anche il prolungamento della vita del consiglio di amministrazione da tre a quattro anni.

Come finirà la partita della nuova commissione di Vigilanza?

Mercoledì 30 settembre è prevista una nuova seduta, con le opposizioni che promettono battaglia, anche perché nel frattempo bisognerà vedere come finirà la partita della nuova commissione di Vigilanza. Mercoledì Ignazio La Russa non ha proceduto a nominare d’ufficio i rappresentanti delle opposizioni poiché «c’è un’interlocuzione in corso con i capigruppo di tutti i partiti per tentare di arrivare a una mediazione, quindi è giusto prendersi qualche giorno in più».

Riforma della Rai, l’accelerata del governo per blindare una tivù pubblica di destra
Ignazio La Russa (foto Imagoeconomica).

Il presidente del Senato, dunque, ha preferito non forzare la mano. E la minoranza si era pure detta disponibile al dialogo, a patto di venir coinvolta nella riforma Rai. Il centrodestra invece è andato dritto come un treno e questo potrebbe tornare a irrigidire le posizioni sulla Vigilanza. Insomma, siamo di fronte a un’intricata partita a scacchi di cui ancora non si conosce il finale.