Massimo D’Alema «si è stufato di guardare gli altri che fanno disastri». Gli amici del vecchio Pci romano sono contenti, “Baffino” sembra essere tornato nella battaglia politica. E ha scelto il suo “cavallo”, che poi è lo stesso che aveva individuato tanti anni fa, uno storico appassionato di Antonio Gramsci e della storia del partito, conosciuto grazie alla moglie Linda Giuva, archivista e “mente” dell’istituto che si occupa delle memorie di Gramsci: Roberto Gualtieri. Venne candidato al parlamento europeo proprio in “quota D’Alema”, ed era il 2009, la settima eurolegislatura: D’Alema, da non laureato, ama circondarsi di professori, come è la moglie e come è lo stesso Gualtieri. Anche stavolta vuole dire la sua, in vista delle elezioni 2027. Con la sua Fondazione Italianieuropei, Baffino segna una linea molto ben definita: martedì 15 settembre in Campidoglio tirerà le conclusioni di un convegnone dal titolo “Governare le città, governare l’Italia” che vuole far tornare in pista il vecchio, caro, partito dei sindaci. E i primi cittadini sparsi nel nostro Paese verranno messi a confronto sotto le insegne del Partito democratico e del progressismo: ecco così da Napoli il sindaco Gaetano Manfredi, da Firenze Sara Funaro, da Milano Beppe Sala, da Cagliari Massimo Zedda, da Bologna Matteo Lepore, da Perugia Vittoria Ferdinandi, da Bari Vito Leccese. D’Alema già procede spedito: sì, fare lo studioso gli piace tantissimo, ma la passionaccia per la politica è sempre lì, un tarlo. Di certo in quasi 30 anni deve aver mutato la sua idea sull’argomento: in un articolo del 1997 su il manifesto l’ex premier, allora leader della Quercia, caricava a testa bassa proprio contro… il partito dei sindaci! Ecco i virgolettati al veleno: «Accampamenti di cacicchi, ognuno con la sua tenda e la sua bandiera. Si avrebbe la versione moderna del vecchio notabilitato». Come si cambia…
Quel colloquio fitto tra Ranucci e Fratoianni
Sigfrido Ranucci continua a negare le voci che lo vorrebbero candidato alle prossime elezioni. Anche perché c’è ancora in ballo il reintegro d’urgenza a Report e presto si conoscerà la decisione del giudice. Nel frattempo lui continua a girare l’Italia col suo libro e ha iniziato a farsi vedere agli eventi politici. Mercoledì 9 settembre è stato a Terra!, la festa di Alleanza Verdi e Sinistra, mentre domenica 13 è atteso alla kermesse del Fatto Quotidiano. Piccola curiosità: alla festa di Avs l’intervento di Ranucci era atteso per le 18. Lui è arrivato puntualissimo. Ma è salito sul palco soltanto alle 18.30. Come mai? Semplice: è rimasto mezz’ora nel retropalco a parlare con Nicola Fratoianni. Avranno discusso di liste e candidature? Chissà…
Nicola Fratoianni, Sigfrido Ranucci e Angelo Bonelli (foto Imagoeconomica).
Dopo la sequenza temporale sospetta tra le polemiche sulla Biennale di Venezia e la chiusura del suo programma radiofonico in Rai, Pietrangelo Buttafuoco ha già trovato una nuova sistemazione. L’intellettuale di destra approda a Radio InBlu2000, cioè l’emittente della Conferenza episcopale italiana (Cei). Lo scrittore e presidente della Biennale di Venezia conduceva Lupus in fabula, una striscia letteraria quotidiana di 10 minuti che andava in onda al mattino su Rai Radio1, alle ore 6.50, ma che non è stata riconfermata. Insomma, da mamma Rai alla radio della Chiesa, che fa capo allo stesso gruppo di Tv2000. Entrambe le realtà sono dirette da Vincenzo Morgante, giornalista con un lungo passato in Rai. Ma cosa c’è dietro la chiusura di Lupus in fabula? Impossibile non pensare al duro confronto tra Buttafuoco e gli esponenti del governo Meloni sulla vicenda del padiglione russo alla Biennale (con la destra in preda a un tic conformista), e in particolare al gelo con il ministro della Cultura Alessandro Giuli e alle frizioni con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Eppure alla Mostra del Cinema di Venezia proprio Giuli, in una cerimonia ufficiale, alla presenza di Buttafuoco ha appena espresso la sua solidarietà al programma cancellato. Ad ascoltare il ministro tra l’altro c’erano anche la consigliera d’amministrazione Rai Simona Agnes e altri dirigenti della tivù pubblica. Non è certo bastato per un ripensamento. Per Buttafuoco ora si apre un nuovo capitolo. Secondo indiscrezioni dell’agenzia AdnKronos, il programma parlerebbe sempre di letteratura e sarebbe collocato proprio nella stessa fascia oraria di Lupus in fabula.
Gualtieri e gli irresistibili assaggi al Vinoforum
Le giornate del sindaco di Roma Roberto Gualtieri sono micidiali. Tra riunioni con gli assessori, Consigli comunali, visite di vip in Campidoglio che vogliono la foto sul balconcino che si affaccia sui Fori, video per i social, si arriva alla sera: e anche qui si lavora, come è accaduto martedì 8 settembre, al calar del sole. Via sull’Alfa Romeo Stelvio d’ordinanza, scorta attentissima: Gualtieri non indossa la cravatta, per colpa del caldo africano che opprime la Capitale anche nelle serate, e va a cercare un po’ di fresco. Dove? A Villa Borghese, dove è allestito il villaggio di Vinoforum, la kermesse enogastronomica che il giorno precedente era stata inaugurata da Lollo, ossia il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. L’Alfa del primo cittadino supera tutti i varchi della polizia municipale (e ci mancherebbe) e si ferma all’ingresso: improvvisamente si crea un codazzo, che man mano si ingrossa e forma un corteo che ricorda quello del film con Alberto Sordi intitolato Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue, diretto da Luciano Salce. Con passo militaresco, “alla Vannacci”, Gualtieri solca il prato verde di Piazza di Siena: manca solo il “Samba Fortuna” ideato da Piero Piccioni, e la scena è proprio quella della pellicola con Sordi. Il sindaco avanza rapido per andare negli stand istituzionali, quelli del Campidoglio: prima però c’è quello dell’Ama, l’azienda della nettezza urbana, e qui la fermata si impone. Cambio di passo, giro, e si arriva in fondo alla piazza: c’è pure lo stand dei vini di Massimo D’Alema, con la sua “Cantina La Madeleine”. D’ora in poi è una serie di incontri vinicoli, capaci di mettere a dura prova Gualtieri, perché da ognuno parte l’offerta di un assaggio. Cortesissimo, il sindaco non si tira indietro, all’inizio, dopo cerca di resistere, senza successo però: un produttore siciliano, con tenacia, riesce a fargli continuare le degustazioni. Fa caldo, e ogni grado alcolico rende difficile proseguire, ma il tour deve continuare: il passo rallenta, anche il corteo perde pezzi e rimane un drappello di fedelissimi. Quasi alla fine c’è uno stand che attira la sua attenzione, quello del Club degli Amici del Sigaro, e il sindaco si intrattiene, anche perché la missione pare finalmente conclusa: per Gualtieri c’è una borsa griffata Manifatture Sigaro Toscano ricca di prodotti da fumare, che gli viene offerta e rende felice lo staff. L’argomento gli è noto, perché quando era ministro dell’Economia, nel secondo governo di Giuseppe Conte, Gualtieri si occupava anche delle accise sul tabacco. Stanco ma soddisfatto, il sindaco può pensare alla prossima giornata: mercoledì, e all’ex Mattatoio di Testaccio, spazio caro al Comune di Roma, va in scena la kermesse di Alleanza Verdi e Sinistra con il vertice del cosiddetto campo largo, con l’annunciata presenza di Sigfrido Ranucci…
Gentiloni pasteggia con Lamberto Dini
Un pranzo nel The Westin Excelsior, nella romana via Veneto: con la scusa di partecipare a un evento culturale legato al Giappone, ecco che due ex presidenti del Consiglio si siedono a tavola, nella giornata di martedì. I due sono Paolo Gentiloni e Lamberto Dini (classe 1931), che vanta sempre la definizione di «ottima forchetta» in occasione dei pasti. Un’oretta di colloquio, presente anche la consorte di Dini, Donatella Pasquali Zingone. C’è da sottolineare che Gentiloni, perfetto conoscitore della lingua tedesca, ha sempre informazioni di prima mano su quello che accade in Germania…
Lamberto Dini (foto Imagoeconomica).Paolo Gentiloni (Imagoeconomica).
Passerella di ministri leghisti, fedelissimi, vertici delle partecipate e persino di Confindustria con il presidente Emanuele Orsini in video collegamento. Per la due giorni “A tua difesa-verso la Finanziaria 2027” dell’8 e 9 settembre alle Officine Farneto (già location di Atreju nel 2015 e nel 2017), la Lega ha voluto fare le cose in grande. La kermesse è stata organizzata dal sottosegretario al Lavoro e vice di Matteo Salvini Claudio Durigon con l’obiettivo, secondo i maligni, di contare i “lealisti” dopo le turbolenze nordiste. Il format, scrive il Corriere, potrebbe addirittura essere riproposto in altre città in vista delle Politiche.
La locandina della due giorni leghista.
Oltre al segretario e al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sono presenti tutti (o quasi) i big leghisti, tra ministri, sottosegretari e parlamentari di stretta fede salviniana: da Nicola Molteni a Roberto Calderoli, da Lorenzo Fontana a Edoardo Rixi, da Attilio Fontana (già, c’è pure il ribelle governatore lombardo che parlerà di federalismo, ma non il veneto Alberto Stefani…) a Riccardo Molinari fino ad Alessandro Morelli, oltre al giorgettiano Federico Freni e a Giuseppe Valditara. Ricchissima poi la “quota manager” con Flavio Cattaneo di Enel, Claudio Descalzi di Eni, l’ad di Tim Pietro Labriola, quello di Poste Matteo Del Fante,GianpieroStrisciuglio di Ferrovie, ArrigoGiana di Autostrade, Marco Troncone di Aeroporti di Roma e Claudio Andrea Gemme di Anas.
Per l’angolo sport interverranno Luciano Buonfiglio del Coni e Giovanni Malagò, presidente della Figc. E spazio anche a Ettore Prandini di Coldiretti. In programma pure due «monologhi»: il primo sulla Flat Tax di Armando Siri e il secondo sulle banche di Claudio Borghi, i due cavalli di battaglia recentemente rispolverati. Occhio anche ai moderatori: il panel sulla sicurezza è affidato a Francesco Storace, quello sul Piano Casa alla giornalista Vittoriana Abate (storica inviata di Porta a Porta e moglie del parlamentare leghista Simone Billi). Immancabile Davide Vecchi, portavoce di Salvini, che dialogherà col presidente della Camera. Completano la lista Giovanni Sallusti, Alessandra Viero, Gino Zavalani e Francesco Giorgino sul palco con Salvini per la gran chiusura. Tra i parlamentari citati nel programma balzano agli occhi due nomi: il primo è quello di Gianpiero Zinzi che recentemente sul Corriere del Mezzogiorno ha attaccato frontalmente Massimiliano Romeo. Il secondo è quello di Simonetta Matone. Entrambi, stando ai retroscena, starebbero da tempo pensando a lasciare l’Alberto da Giussano per approdare in Forza Italia o in Futuro Nazionale. Naturalmente popoleranno gli incontri i fedelissimi del segretario: oltre al padrone di casa Durigon, le europarlamentari Anna Maria Cisint, Susanna Ceccardi e Silvia Sardone, Andrea Paganella, Gian Marco Centinaio, Roberto Marti e il tesoriere federale Alberto Di Rubba. Tanto che, a rileggere il titolo della manifestazione, viene il dubbio che quell’«a tua difesa» sia in realtà riferita a Salvini.
Claudio Durigon e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Spenti i riflettori sui panel, si accenderanno però quelli più intimi (non si sa ancora se a Roma o a Milano) sull’incontro tra Salvini e i governatori – Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti più l’ex Luca Zaia e forse il suo successore alla guida del Veneto Alberto Stefani). Incontro nel quale il fu Capitano potrebbe offrire ai nordisti la candidatura alle Politiche come capilista per salvare il salvabile. Grande assente Romeo, il cui futuro alla guida dei senatori leghisti è appeso a un filo.
Attilio Fontana, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).
Lollobrigida a Vinoforum, tra calici e Nobel
Lunedì sera, nel catino di Piazza di Siena, all’interno di Villa Borghese, Francesco Lollobrigida ha inaugurato Vinoforum, kermesse enogastronomica delle eccellenze italiane. Immancabile il discorso del ministro dell’Agricoltura, reduce dal video “didattico” sul latte italico e i produttori.
Ovviamente il ministro è partito con la solita elegia sul vino – «Dentro una bottiglia c’è l’Italia» – culminata con la dedica al premio Nobel premio Nobel Rita Levi-Montalcini, «che beveva sempre un bicchiere di vino ed è vissuta fino all’età di 103 anni». Lollobrigida però deve aver sforato i tempi perché il pubblico in attesa di entrare ha iniziato a rumoreggiare. L’attesa però non è stata vana: nel grande spazio del ministero, allestito elegantemente, sono stati serviti paccheri (forniti dallo sponsor) con pomodoro crusco, una delizia alla quale Lollo non sa rinunciare. Chissà cosa ne penserebbe Rita Levi-Montalcini del discorso del ministro: comunque per festeggiare i suoi 100 anni, nel 2009, la cantina umbra Arnaldo Caprai creò una preziosa edizione limitata di Sagrantino di Montefalco, a lei dedicata.
Francesco Lollobrigida a Vinoforum.
Torna Veltroni. Con il film sulla Gialappa’s
Dov’è Walter Veltroni? Praticamente assente dal dibattito politico, l’ex sindaco di Roma è impegnatissimo sul fronte cinematografico: il prossimo 22 ottobre esce il suo film documentarioL’assurda storia della Gialappa’s Band. È la storia di oltre 40 anni di carriera del trio comico composto da Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto, partendo dagli esordi radiofonici su Radio Popolare fino ai grandi successi televisivi. Veltroni stesso dichiara che «è la storia di tre ragazzi che, senza farsi vedere, da 40 anni fanno ridere gli italiani. E hanno attraversato gli anni più turbolenti del nostro paese restando fedeli alla loro ispirazione. Li abbiamo raccontati insieme a tutti i meravigliosi personaggi che loro hanno scoperto e valorizzato. Si ride e si pensa, due cose che è bene fare nella vita». Produzione Tramp Limited in associazione con Medusa Film guidata da Giampaolo Letta, figlio di Gianni, del documentario se ne parlerà moltissimo. Attesissimo l’elenco dei partecipanti vip alla première…
Mentre Marina e Pier Silvio Berlusconi sono spesso in prima pagina per le loro presunte manovre su Forza Italia, Luigi, il più piccolo dei cinque eredi del Cav – diventato da poco padre per la terza volta nel massimo riserbo – avrebbe già messo a segno l’unica cosa che gli interessa dal punto di vista politico: la ricandidatura alle prossime Politiche di Matteo Peregodi Cremnago, deputato e sottosegretario alla Difesa, suo strettissimo amico.
Matteo Perego di Cremnago (Imagopeconomica).
Report-party per Claudia Di Pasquale
La redazione di Report ha festeggiato la nomina di Claudia Di Pasqualea co-conduttrice, insieme a Daniele Piervincenzi, della prossima edizione della trasmissione di Rai3. Ovviamente non al bistrot Cefalù di Valter Lavitola, ma in zona Prati-piazza Bainsizza. Un locale in particolare, in via Euclide Turba, ha registrato il pienone per le celebrazioni di Di Pasquale. Vicinissimo a via Teulada, è un pub molto frequentato dai televisivi, amato anche da quelli che lavorano a La7 il cui centro di produzione è a due passi. E infatti la serata ha visto un mix tra volti del servizio pubblico e della rete di Urbano Cairo, emittente che tempo fa era stata indicata come possibile approdo per Sigfrido Ranucci e la sua trasmissione, e ben prima del caso Lavitola. Per il direttore degli Approfondimenti Rai Paolo Corsini la grana sembra risolta anche se lunedì si ricomincia, dato che in via Teulada si presenta la nuova edizione delle serate su Rai1 di Bruno Vespa: Porta a Porta e Cinque minuti.
Claudia Di Pasquale (Imagoeconomica).
Vittoria dell’AfD? Commenta Piantedosi
Dopo le elezioni in Sassonia che hanno visto gliultranazi dell’AfD vincere a mani tese (altro che basse), chi è stato scelto per commentare il voto ad Agorà su Rai3? Vista la spaccatura provocata dall’ondata nera tedesca nel centrodestra nostrano (Antonio Tajani si è detto preoccupato, mentre il collega Matteo Salvini ha festeggiato) chi meglio del ministro ‘tecnico’ Matteo Piantedosi? Già la scena che immortala il titolare del Viminale attendere in piedi prima di entrare nello studio è da antologia, poi si entra nel vivo. Piantedosi comincia citando ed elogiando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, poi parla di Forza Italia che fa parte dei conservatori in Europa, infine procede cauto su Roberto Vannacci preferendo non attacca Futuro Nazionale. Insomma, un vero democristiano. Curiosamente nella giostra dei partiti non tocca, nella sua narrazione, la Lega di Matteo Salvini, in teoria suo “mentore”. Insomma, il ministro dell’Interno sembra davvero pronto a giocarsi la partita elettorale, tanto che alla domanda della conduttrice Annalisa Bruchi: «Ma lei si candida?», risponde con un sibillino: «No, ma si parla di politica a prescindere». La corsa alla visibilità è cominciata: Salvini è avvisato.
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).
La «rispettosa attesa» di Calabresi
Dopo l’accelerata, l’attesa. Anzi la «rispettosa attesa». Mario Calabresi, che lasciando le cariche in Chora Media aveva rianimato il dibattito nel centrosinistra milanese, frena. Il possibile candidato sindaco alla Festa dell’Unità di Lodi ha detto di «non aspettare chiamate»: «Sono in rispettosa attesa per capire cosa succederà a Milano e, finora, non ho incontrato resistenze». In realtà Elly Schlein, che pareva essersi tirata fuori dalla mischia ambrosiana, ha invitato alla prudenza. Resta infatti da sciogliere il tema primarie e fino a che la segretaria non darà il segnale, meglio non ufficializzare discese in campo.
Mario Calabresi (Imagoeconomica).
Lo chef su Italia1? Il marito di Luna Berlusconi
Una domenica di inizio settembre, con il caldo che ancora tortura gli italiani, dopo Studio Aperto arriva Mag con un approfondimento enogastronomico. E chi è lo chef che propone nel suo ristorante milanese la ricetta delle cozze con lo zafferano? Vittorio Vaccaro, marito di Luna Berlusconi.
Vittorio Vaccaro (da Instagram).
La Cernobbio di Mario Monti
«Tra i corridoi della villa rinascimentale, si aggira Federica Monti, figlia del premier che per anni ha lavorato nello studio del Forum di Ambrosetti, amico di vecchia data di papà Mario», scriveva Linkiesta nel lontano 2012. Già, lo scomparso Alfredo Ambrosetti era legato a Mario Monti, e la figlia dell’economista, Federica, faceva parte del suo staff. «Ma sì, il Monti fa proprio parte del mobilio di Villa d’Este, dato che la Federica ha sposato Antonio Ambrosetti, il figlio di Alfredo», dice un partecipante di tanti forum sul lago, «certo non poteva fare come Carlo Calenda che con una sfuriata ha disertato Cernobbio per via della presenza di Vannacci… ».
Mario Monti con Roberto Vannacci a Cernobbio (Imagoeconomica).
A destra è tempo di pulizie. Soprattutto nelle liste elettorali: anche se non si conosce quale sarà il sistema di voto scelto per andare alle urne, in via della Scrofa, nel quartier generale di Fratelli d’Italia, si discute animatamente. Giorgia Meloni e la sorella Arianna vogliono svecchiare anagraficamente gli eletti ed evitare scivolate con qualche nome impresentabile.
Preoccupa il travaso in Veneto verso Vannacci
Tutto questo accade mentre non smettono di uscire dal partito esponenti locali, diretti verso il generale Roberto Vannacci: in Veneto, in particolare, la situazione pare sfuggita di mano, con Futuro nazionale che ha aperto una sede a Rovigo, e i sindaci che cambiano casacca per aderire al movimento dell’ex parà non si contano. Si va da Luciano Alberti, primo cittadino di San Mauro di Saline (Verona), a Roberto Brizzi, sindaco di Bussolengo, sempre nel Veronese, senza dimenticare Massimo Campagnolo, sindaco di Cervarese Santa Croce (Padova). A civici di destra e fratellini d’Italia, poi, la posizione sul fine vita di Luca Zaia (che la considera una «legge di civiltà») non piace a tutti, e così gli animi si riscaldano.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
In questo panorama, ecco la revisione delle liste, con le “Meloni sister” pronte a depennare alcuni pesi massimi: si parla innanzitutto di Marcello Pera, classe 1943, ex presidente del Senato.
Marcello Pera (foto Imagoeconomica).
Quindi potrebbe toccare al ministro della Giustizia Carlo Nordio, nato nel 1947, che non riporta voti alti nelle pagelle governative, in un dicastero dove pure il sottosegretario Andrea Delmastro si è fatto notare per le cattive compagnie.
Anche Giulio Tremonti, altro classe 1947, già ministro dell’Economia, pare destinato al capolinea, tanto che qualcuno di Fratelli d’Italia scherza, dicendo «ma era stato eletto con noi? Non me ne ero accorto». Insomma, basta con gli ottantenni: la direttiva sembra essere questa. L’unico a continuare l’esperienza politica, ormai lunghissima, è ovviamente l’intoccabile Ignazio La Russa, il presidente del Senato, classe (tanto per cambiare) 1947.
Spazio agli emergenti: si pesca nel mondo delle imprese
Spazio agli emergenti, e in particolare ai rappresentanti del mondo delle imprese, specialmente quelli del Nord-Est: tra i papabili, destinato a diventare ministro in un futuro governo di centrodestra, gira il nome di Matteo Zoppas, presidente dell’Agenzia Ice, del quale tra i meloniani si parla molto bene. Prima un seggio parlamentare, poi una poltrona ministeriale: il percorso sembra essere tracciato.
Matteo Zoppas (foto Imagoeconomica).
In Forza Italia c’è la grana Casellati
Un tema, quello dell’età dei candidati, che scalda anche un altro partito, Forza Italia, dove gli anni avanzano, e che ha un nome su tutti in cima ai problemi: quello di Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nata nel 1946, è la più anziana componente del governo di Giorgia Meloni, già presidente del Senato, «asfaltatrice degli uffici stampa, tanto da cambiarne più delle borsette», ricordano a Palazzo Madama.
Maria Elisabetta Alberti Casellati e Anna Maria Bernini (foto Imagoeconomica).
Lei ambirebbe a continuare la vita da parlamentare, ma all’interno della casa politica berlusconiana si dice abbia molti nemici. «E poi dove la candidiamo Casellati? In Veneto c’è già Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca, eletta alle ultime politiche al Senato nel collegio di Padova, e che certo non vuole mollare la zona per tornare nella sua Emilia-Romagna», spiffera un forzista di lungo corso, che non vorrebbe vedere accapigliarsi le due esponenti, addirittura due ministre, per un seggio. E la Lega? Matteo Salvini ha già troppi problemi, gli manca solo il dramma dell’età dei candidati…
Una giornata da ricordare, a Il Messaggero, quella del saluto di Guido Boffo alla redazione. Era pure rivolto all’editore, quell’addio, dato che era presente Azzurra Caltagirone, pronta a tributare i dovuti onori a chi è stato, nel passato, direttore del quotidiano “principe” della casata. Mentre qualcuno pare abbia borbottato un «beato lui che ce l’ha fatta ad andarsene», con tono di chi vorrebbe seguirlo e nutre una certa invidia per il successo dell’operazione, altri mettono in conto le prossime iniziative caltagironiane. Pasteggiando in via del Tritone assieme a Boffo, tra un “dolce e salato” e brindando all’uscita del vicedirettore, girava una domanda: «Ma Pini quando arriva?».
Guido Boffo e Azzurra Caltagirone (foto Imagoeconomica).
Già, perché sembra il segreto di Pulcinella, ma per uno come Boffo che va a Qn alla corte di Leonardo Maria Del Vecchio c’è chi potrebbe compiere lo stesso percorso, ma al contrario: voci di corridoio fanno proprio il nome della direttrice Agnese Pini, 41 anni. Anzi, la “tridirettrice”, per la precisione, visto che tiene in piedi tre giornali, ossia La Nazione (prima donna a guidare lo storico quotidiano fiorentino nel 2019, a soli 34 anni), Il Resto del Carlino e Il Giorno (dello stesso consorzio fa parte anche Il Telegrafo di Livorno, ma nessuno se ne ricorda mai). Scenario davvero possibile o solo rumors? In via del Tritone non c’è ancora stata una donna al timone, e Roberto Napoletano a maggio ha compiuto 65 anni. Pini poi gode della massima considerazione da parte di Bruno Vespa, e nel salotto di Porta a Porta è molto più comodo arrivarci in presenza lavorando a Roma, piuttosto che nel resto d’Italia (non solo del Carlino). L’aria dell’ultimo giorno di agosto comunque era scanzonata: tutti felici e contenti della soluzione trovata, i colleghi gioivano per la fortuna (sempre decisiva nella professione giornalistica) di Boffo, l’editore per quello che storicamente viene detto quando un capo se ne va, ossia un costo in meno, l’organizzazione perché si libera una stanza. Ora, nel risiko dei giornali, l’eventuale uscita di Agnese Pini da Qn spalancherebbe le porte della direzione del gruppo caro a Lmdv proprio a Guido Boffo, pronto a scendere in campo tornando a rivestire i galloni di numero uno di un quotidiano. Staremo a vedere…
Sergio vuole tenersi San Marino, in attesa di rientrare nel cda
Scherza con i fanti ma lascia stare San Marino. Roberto Sergio ha deciso di lasciare la Rai il 30 settembre, ma vuole tenersi la poltrona della televisione sammarinese. «Magari si trasferisce lì nella Repubblica del Titano e mette sull’auto la targa RSM», scherza un suo vecchio amico. In realtà il suo obiettivo è rientrare in quello che sarà il nuovo consiglio di amministrazione. Di certo però è l’ennesimo caso estivo che pone in fibrillazione la Rai: tra un Paolo Corsini che sta in vacanza con la figlia in Irlanda e deve occuparsi della grana di Report e di Sigfrido Ranucci, ecco affacciarsi l’uscita di Sergio, che tecnicamente ha i suoi diritti per restare alla tivù “straniera”. A suo favore esistono altri precedenti: tra tutti è da ricordare quello riguardante Franco Siddi e la sua permanenza alla presidenza di Confindustria Radio Televisioni. Siddi, “il sindacalista”, già a capo della Fnsi, la Federazione nazionale della stampa italiana, era entrato nella compagine in qualità di consigliere di amministrazione della Rai, ma rimase alla guida della Confindustria di settore anche dopo l’uscita dal board di Viale Mazzini, per anni, con un sontuoso ufficio nella centralissima piazza Santi Apostoli (mica a viale dell’Astronomia, all’Eur, dove si trovano le altre sigle confindustriali). Sergio, a differenza dei meloniani, conosce perfettamente codici e pandette della televisione pubblica, anche perché molti testi li ha scritti lui. Insomma, teniamoci San Marino, per ora, in attesa di trovare un posto nel prossimo cda.
Ultimo giorno del mese con festeggiamenti, a Roma, per una grande firma che se ne va verso Nord. In via del Tritone, nella sede del quotidiano Il Messaggero, è il momento del saluto di Guido Boffo, detto «il torinese», che è stato anche direttore del giornale del gruppo Caltagirone. A parte gli scherzi dei colleghi, che amavano lo sketch di Maurizio Crozza nei panni dell’allora governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca che alla sua spalla diceva «voi di Torino siete rugosi, vi salutate scambiandovi le condoglianze», Boffo ha buon gioco nel lasciare senza rimpianti la corazzata caltagironiana. Da direttore, spesso agli eventi nei quali era invitato quasi nessuno lo riconosceva, tanto che l’ex numero uno Massimo Martinelli, colui che poi l’ha sostituito alla direzione, doveva accompagnarlo. Declassato improvvisamente a editorialista senza tante spiegazioni, Boffo aveva grande autonomia, ma senza quello “slancio” che lo aveva portato a Roma: al brindisi spiegherà ai colleghi perché ha rinunciato al trasferimento a Venezia, dove a luglio 2026 era stato chiamato come vice di Osvaldo De Paolini che dirigerà dal primo settembre Il Gazzettino. Che poi la motivazione è semplice: non era particolarmente soddisfatto del trattamento ricevuto, e soprattutto era da sempre in contatto con un altro ex direttore del Messaggero come Mario Orfeo. Così ha subito il fascino del richiamo del vecchio amico che ha accettato la proposta di Leonardo Maria Del Vecchio al Quotidiano Nazionale, dove è finito anche l’ex direttore di HuffPost ItaliaMattia Feltri. Orfeo, da direttore editoriale, non si è dimenticato di Boffo, e allora ecco l’ingaggio anche per lui, alla corte del “miliardario erede” con il pallino dei giornali, appena uscito da EssilorLuxottica. Comunque la campagna acquisti di Lmdv pare non sia finita…
Nella Lega di Matteo Salvini c’è chi si è messo le mani nei capelli quando ha saputo dello “spiffero” che gira nei palazzi del potere: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è molto avvicinato alla premier Giorgia Meloni, e alla fine proprio Fratelli d’Italia potrebbe candidarlo alle elezioni politiche del 2027. A Palazzo Chigi la stima verso Piantedosi è cresciuta nel corso degli ultimi mesi, una volta superata la burrasca del caso Claudia Conte. Insomma, oltre al danno la beffa: Piantedosi era stato definito un tecnico dalla lunga carriera in ambito prefettizio (e non solo), ma comunque veniva posizionato nelle caselle dei partiti “in quota Lega”, tanto da ipotizzare un passaggio di Matteo Salvini dalla poltrona del ministero dei Trasporti a quella (sempre amata e mai dimenticata) del Viminale. E ora, al termine dei giochi, si fa mettere nelle liste dei fratellini d’Italia?
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi con la premier Giorgia Meloni (foto Ansa).
Per il fu Capitano sarebbe l’ennesima sconfitta, in una legislatura che lo ha visto sempre nei panni del perdente. Agli occhi dei leghisti, tra l’altro, questa voce della candidatura meloniana spiegherebbe la frenata continua della presidente del Consiglio sull’eventuale uscita di Piantedosi dal Viminale, che è sempre rimasta sulla carta, nell’ambito degli slogan buoni per la fantapolitica. Nel frattempo, non a caso, il ministro dell’Interno è impegnato in un tour che ha tanto il sapore di una campagna elettorale: abbronzatissimo, è andato alla kermesse “La piazza del futuro” in quel di Ceglie Messapica, parlando di ogni argomento possibile, dalla vicenda Ranucci alla Sea Watch, passando per Russia, Schengen e non solo. Nella giornata di lunedì 31 agosto ecco Piantedosi a Napoli, in prefettura, per una riunione sull’emergenza bradisismo nei Campi Flegrei, tema carissimo al capogruppo di FdI alla Regione Campania Gennaro Sangiuliano. Poi ecco nel calendario una visita ufficiale in Friuli-Venezia Giulia fissata il 6 settembre per discutere della gestione dei presidi al confine con la Slovenia: frontiere e immigrazione, cioè proprio i cavalli di battaglia salviniani…
Dopo l’addio di Osvaldo De Paolini, che da settembre prenderà le redini de Il Gazzettino, e che al Giornale era stato l’artefice del settimanale economico Moneta, un’altra firma di peso, Camilla Conti, ha lasciato la testata degli Angelucci (e di Leonardino Del Vecchio, socio di minoranza) per approdare a Class Editori. A questo punto ci si interroga sul destino di Moneta che, nato con grandi ambizioni e una distribuzione che oltre al Giornale, veniva veicolato anche da Libero e Il Tempo, e ora si limita a uscire solo in abbinata con il quotidiano fondato da Indro Montanelli. Dopo la pausa estiva, sabato Moneta riprenderà le pubblicazioni. Ma ai piani alti del gruppo è in corso una riflessione se mantenere il prodotto autonomo oppure inglobarlo come inserto settimanale nelle pagine del quotidiano, soluzione che comporterebbe notevoli risparmi. Intanto, come annunciato prima dell’estate, si pensa a rinforzare la squadra di vertice. Così ad affiancare Tommaso Cernostanno per arrivare come vice Lirio Abbate da Repubblica e Fabrizio Massaro da Milano Finanza.
Nelle calde notti del litorale romano si fa un gran parlare del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Ma questa “Lollo” non è al centro dell’attenzione per aver fatto fermare un treno o per aver ricordato che il vino non può essere un veleno, perché altrimenti «avremmo un problema con chi lo ha moltiplicato». Il tema è il Festival di Sanremo, l’appuntamento televisivo più seguito dagli italiani, con ascolti da record.
Le novità del ministero dell’Agricoltura per il comparto florovivaistico
Cosa ha fatto Lollobrigida? Il 30 luglio sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto legislativo numero 151 dedicato al florovivaismo, settore che sarà valorizzato dal ministero dell’Agricoltura per dare una nuova governance al sistema economico legato alle coltivazioni, con tanto di un ufficio dedicato alla filiera del settore, un tavolo tecnico e un piano nazionale quinquennale. Sono attesi anche i decreti ministeriali per armonizzare le figure professionali del settore, compresi gli addetti al verde urbano, ai parchi e ai giardini storici. Non solo: il primo gennaio 2027, l’Ismea (l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) gestirà il sistema nazionale di rilevazione annuale dei dati statistici relativi alla produzione, ai prezzi, agli scambi con l’estero. Per non parlare dell’istituzione di un marchio unico nazionale finalizzato a garantire l’origine, la qualità e la tracciabilità dei nostri prodotti. Insomma, al Masaf ci sarà tanto lavoro da fare per comunicare le nuove attività.
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).
La vetrina di Sanremo non desterebbe sospetti
Dato l’argomento, si spiffera a Roma, quale tribuna mediatica migliore di Sanremo per parlare di fiori, con Lollobrigida protagonista? Tra l’altro, la prossima edizione sarà condotta da Stefano De Martino, l’unico punto di forza della Rai meloniana e indicato dai maligni “in quota Arianna”, anche se la capa della segreteria politica di Fratelli d’Italia ha sempre smentito ogni contatto con lo showman, negando alla radice sia l’amicizia sia presunte “spintarelle”.
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).
Non c’è che dire, una mossa astuta: anno elettorale, piano florovivaistico. Sanremo del resto è nota in tutto il mondo come la “città dei fiori”. Inutile dire che i rapporti tra Lollobrigida e l’ad della Rai Giampaolo Rossi sono ben radicati. E una forma di “patrocinio istituzionale” del ministero, con la scusa del florovivaismo, passerebbe sotto traccia senza alimentare particolari polemiche. In fondo i fiori sono un simbolo del territorio e quale cornice migliore di quella sanremese per diffondere le novità ministeriali. Per Fratelli d’Italia si tratterebbe di un colpo mediatico incredibile, soprattutto se si votasse in primavera. Insomma, «grazie dei fior…»…
L’attesa del gazebo non è essa stessa un gazebo? Il centrosinistra non riesce a liberarsi dal «primarie sì, primarie dai, primarie fantasma»: ogni giorno un dem sa che dovrà correre più di un cinque stelle (e viceversa) per riuscire a guadagnare un titolo sul giornale, anche se del tema, per dirla con Massimo Cacciari, «non gliene frega niente a nessuno». Tale è la stanchezza, che in molti invitano gentilmente i leader campolarghisti a chiudersi in una stanza e a non uscire finché non arrivino a un’intesa. Un appello che, viste le dichiarazioni quotidiane su ogni media disponibile, pare essere inascoltato. Nel Pd, costantemente in modalità rincorsa, si sta ingrossando il partito del no (da incorniciare la proposta di Roberto Speranza di indicare sulla scheda un «diciottenne o un partigiano») e al Nazareno c’è chi legge in questi appelli alla prudenza una strategia per indebolire Elly Schlein: insistere sui rischi delle primarie fa percepirela segretaria in bilico e in svantaggio rispetto a Giuseppe Conte, è il ragionamento.
Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli (Instagram).
Nel M5s, manco a dirlo, è tutto un sussulto di democrazia dal basso: «Individuiamo prima i principi e i valori e le apriamo a chiunque, anche online, senza preregistrazioni o tessere che allontanano la partecipazione», rilancia giovedì lo “smarmellatore” Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera.
Riccardo Ricciardi (Imagoeconomica).
Non poteva mancare Goffredo Bettiniche sul Fatto invita a frenare le «tarantelle». «Serve un comitato di garanti», dice, ed è necessario «un clima di amicizia tra di noi, più sincero rispetto all’oggi». Schlein, secondo il “demiurgo del Pd romano”, non ha paura: «Un aspetto non criticabile della segretaria è il coraggio. Ne ha da vendere». Vedremo.
Andrea Orlando e Goffredo Bettini (Imagoeconomica).
Pure Sandra Zampa concorda su un punto: «Basta esternazioni a caso sulle primarie, il Pd convochi la direzione», dice al Resto del Carlino la riformista prodiana. «Leggere che importanti esponenti non le vorrebbero mi pare surreale». Si fa avanti pure il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale: «Se si facesse un sondaggio sulle primarie tra il popolo del centrosinistra penso che l’opinione prevalente sarebbe contraria», spiega a La Stampa. Ma non bisogna temerle. «Primarie? Non so, non le escludo», ha tagliato corto dal palco del Meeting Stefano Bonaccini. «Dopo che avremo scritto il programma valuteremo, parlarne adesso vuol dire mettere il carro davanti ai buoi». L’importante è che siano dei paesi tuoi.
Michele De Pascale (Imagoeconomica).
Sotto il polverone di dichiarazioni, gli sherpa dem e cinque stelle – Igor Taruffi e Paola Taverna – continuano a lavorare per arrivare a un accordo sulle regole. Tanto per cominciare: turno unico come propone Conte o ballottaggio? Ancora non si sa chi e quanti saranno i candidati: in AVS circolano i nomi di Nicola Fratoianni, Elisabetta Piccolotti e addirittura di Francesca Albanese. Riccardo Magi di +Europa si dice pronto, ma i suoi frenano l’entusiasmo. Qualcuno punta su Silvia Salis e su Ernesto Maria Ruffini. Infine rimane il convitato di pietra: che farà il kraken Matteo Renzi? L’osservatorio Primarie continua.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
La frecciata a Urso sulla rivista dell’Eni
Geminello Alvi, economista e scrittore, si è tolto un sasso dalla scarpa. Nell’ultimo numero della rivista trimestrale di Eni, WE World Energy (nata dalle ceneri di Oil diretta da Lucia Annunziata) che giunge nelle redazioni in quantità industriali, Alvi firma un articolo, oggettivamente interessante, intitolato La contabilità delle risorse. Tema attualissimo. Il marchigiano, con la sua verve, tocca anche il tema delle terre rare su cui, scrive, «in Italia non c’è ministro o presunto esperto che non ne sottolinei il ruolo strategico per le filiere produttive». Qualcuno leggendo il passaggio ha strabuzzato gli occhi: mettere sullo stesso piano un ministro e un «presunto esperto» è un segnale da studiare con attenzione. Alvi non fa nomi, ma l’identikit è quello del titolare del Mimit, il “destro” Adolfo Urso che ha sottolineato spesso il ruolo strategico dei minerali critici. Chissà se la direttrice della rivista, Rita Lofano, che guida anche l’Agi, l’agenzia giornalistica dell’Eni, ha riletto con attenzione i testi dei prestigiosi collaboratori prima di dare l’ok alla tipografia…
Adolfo Urso (Imagoeconomica).
Zinzi attacca Romeo: Lady Verdini e Zoffili approvano
Ogni giorno ha la sua pena nellarovente estate leghista. L’ultima uscita che ha infiammato le chat nordiste è stata l’intervista di Giampiero Zinzi da Caserta contro il segretario lombardo e capogruppo al Senato Massimiliano Romeo. Commissario del partito in Campania dal 2024, dal 2013 al 2020 Zinzi è riuscito nell’impresa di cambiare quattro formazioni: Udc, Forza Italia, Cambiamo! di Giovanni Toti per poi sei anni fa accasarsi con gli ex lumbard. Figlio d’arte – il padre Domenico è stato sottosegretario alla Salute nel Berlusconi III – da mesi si vocifera di un suo possibile ritorno a FI o di un approdo in FN di Roberto Vannacci. Fatto sta che al Corriere del Mezzogiorno Zinzi ha bersagliato Max Romeo da Monza, segretario dell’ex potentissima Lega lombarda. Secondo Zinzi, Romeo attaccherebbe Matteo Salvini perché «frustrato» per non essere riuscito a realizzare più progetti per il suo territorio e «dovrebbe lavorare di più». Ma ciò che ha fatto più scandalo nelle chat lombarde è il like di due persone vicinissime a Salvini al post: la fidanzata del segretario Francesca Verdini e l’amico fraterno e parlamentare Eugenio Zoffili. L’altro tema che tra gli ex lumbard ha tenuto banco è il nuovo sondaggio condiviso da Vannacci in cui il suo movimento, Futuro nazionale, sale all’8 per cento e supera Forza Italia (7,3 per cento), imponendosi come quarto partito, con la Lega che scende al 4,8 per cento.
Anche i vannacciani, nel loro piccolo (si fa per dire) s’incazzano. E su più fronti. Anche se finora nessuno li ha formalmente invitati, l’idea di entrare nella coalizione di centrodestra comincia a far discutere. Ma è sulla seconda parte del programma di Futuro Nazionale – quella relativa ai valori definiti «non negoziabili» e cioè fine vita, aborto, famiglia, istruzione e identità cristiana – che si registrano i malumori più evidenti. Come scrive Libero, tra i più critici c’è Luca Sforzini, il presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale. Il sospetto è che il pensatoio sia stato escluso dalla stesura del programma. Il cosiddetto “Piano Nazionale per la Vita Nascente, la Prevenzione dell’Aborto e il Sostegno alle Donne”, per esempio, potrebbe rivelarsi un boomerang, visto che a fare figli in Italia ormai sono soprattutto gli immigrati. «Esiste una destra che difende la famiglia senza entrare nelle camere da letto», spiega Sforzini al quotidiano, «che può sostenere la natalità senza istituire polizie morali. E poi esistono le cornacchie nere. Sono quelle che consigliano di rispondere alle inquietudini del XXI secolo con il prontuario del XIX». Sforzini poi mette in guardia il generalissimo: «Ci sono momenti nei quali il problema di un progetto non sono i suoi avversari. Sono i suoi consiglieri». E su Facebook, rilanciando l’articolo, azzarda uno slogan: «NO all’estremismo integralista islamico. E NO alla sua versione cristiana».
Luca Sforzini (da Fb).
Speranza e carità
Nel campo largo continua il reality Primarie a prima vista. L’ultima puntata vede come protagonista Roberto Speranza. L’ex ministro della Salute, in un’intervista al Corriere della Sera, è stato netto: le consultazioni per il candidato premier «sono un errore politico e vanno evitate». Il motivo è che «porterebbero a una riduzione dei consensi il giorno in cui si decide la partita, arrecando un danno enorme alla forza uscita sconfitta dai gazebo e quindi all’intera coalizione». Tra una domanda e l’altra, ecco la vera perla: per aggirare il possibile obbligo di indicare il nome del premier sulla scheda «basterebbe fare una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano». Applausi.
Roberto Speranza (Imagoeconomica).
La sinistra riparta da Marx
Al dibattito si aggiunge un contenuto premium. È offerto da Massimo Cacciari che al Fatto quotidiano invitando la sinistra a lasciar perdere il woke e ripartire da Karl Marx, ribadisce che con le primarie «il rischio è di farsi male. In sintesi: se vince Schlein, il pericolo è che tanti elettori del Movimento, la metà almeno, non vadano a votare nelle Politiche. Se invece dovesse prevalere Conte, il Pd si sfascerebbe la sera stessa». Alle primarie, continua l’ex sindaco di Venezia, ci si dovrebbe confrontare su diverse proposte «non certo su chi è più bello». Per questo a suo avviso sarebbe un bene se Giuseppe Conte ed Elly Schlein facessero un passo indietro: «Sarebbe una nobile uscita, diciamo. Di certo di questo dibattito sulle primarie non gliene frega niente a nessuno, nel Paese. Ripeto, il tema sono le proposte di governo».
Che cosa ci faceva Tommaso Verdini alla Versiliana proprio nel giorno dell’intervista doppia a Massimiliano Romeo e Attilio Fontana? Il fratello della fidanzata di Matteo Salvini è stato notato dal pubblico leghista mentre si aggirava con il telefono in mano attorno alla sala dove hanno parlato i leader della fronda ‘nordista’. Niente di male, i Verdini – anche Francesca e Denis – sono degli habitué della vacanza a Forte dei Marmi dove ha casa anche il segretario lombardo Romeo. Certo, tra i militanti ha stupito l’avvistamento del quasi cognato del leader proprio a ridosso della contestazione ai ‘ribelli’. E cioè quando tre uomini, due dall’apparente accento napoletano e uno fiorentino, hanno intonato «C’è solo un capitano» per chiedere la blindatura di Salvini alla segreteria. Un’altra presenza non è passata inosservata nella piccola sala allestita per il maltempo. Ovvero quella di Eugenio Zoffili, ex capo segreteria di Salvini a Strasburgo ed ex vice commissario lombardo prima della vittoria di Romeo al congresso. Proprio Zoffili è stato ‘pizzicato’ davanti all’ingresso della sala prima della contestazione.
Cacciari non ha l’età per fondare un partito
Massimo Cacciari, 82 anni, se avesse mezzo secolo di meno non ci penserebbe due volte: fonderebbe subito un nuovo partito. A la Nuova Venezia e agli altri quotidiani del gruppo Nem, il filosofo ed ex sindaco di Venezia mette sotto accusa il centrosinistra, incapace a suo giudizio di rappresentare gli interessi materiali dei ceti meno abbienti, e il Pd veneto in particolare, al quale dopo la sconfitta nella Serenissima chiede di ammettere: «Abbiamo sbagliato tutto». Per una nuova formazione c’è «uno spazio enorme». Potrebbe rivolgersi a quell’elettorato che negli ultimi anni ha votato partiti diversissimi tra loro: dalla Lega al M5s, fino a FdI e ora Futuro Nazionale. Si tratta di «grandi masse, anche di ceto medio, che non trovano alcuna rappresentanza». L’analisi di Cacciari è lucida: «Di fronte alla grande rivoluzione capitalistica, alla trasformazione dei modi di produzione e al venir meno delle vecchie composizioni sociali di classe, la sinistra non è riuscita a rappresentare il nuovo ceto medio e le classi meno abbienti. È significativo che oggi gli iscritti ai sindacati siano per tre quarti pensionati». Dopo aver sferrato un colpo al leader della Cgil Maurizio Landini, pur senza nominarlo, Cacciari ricorda che «c’era una forte rappresentanza del Partito comunista a livello operaio, ma nel commercio, nell’artigianato, nella piccola industria e nell’agricoltura in Veneto non c’è mai stata. Venezia, con una grande concentrazione industriale e una forte presenza della sinistra, era un’isola». Per il filosofo, il centrosinistra dovrebbe mettere a terra «una riforma fiscale realmente ridistributiva, dei processi di formazione, delle istituzioni riprendendo le grandi idee federalistiche. Un’ipotesi di riforma rivoluzionaria, facendo leva sugli interessi calpestati negli ultimi 30 anni e che hanno portato il nostro Paese ad avere salari tra i più bassi d’Europa». Amen…
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).
Gualtieri e Durigon tra gli ospiti del Meeting
Imperdibile appuntamento per i leghisti, domenica pomeriggio al Meeting di Rimini: si parla di “Formazione professionale e crescita delle competenze”, con Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, e Claudio Durigon, sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’uomo della Lega di Matteo Salvini nel Lazio. L’abbinamento è davvero interessante, data la passione di Durigon per la cucina italiana. Sempre al Meeting, ma venerdì sera, è atteso il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Il primo cittadino capitolino sarà tra i protagonisti del convegno “Fare ancora città”, insieme a Gaetano Manfredi, presidente Anci e sindaco di Napoli, Alberto Stefani presidente della Regione Veneto, Sergio Urbani direttore generale e ceo Fondazione Cariplo, Mario Valducci presidente Invimit. A moderare Emmanuele Forlani, direttore generale Compagnia delle Opere. E poi, nella giornata di sabato, al Meeting arriva pure Papa Leone XIV.
«Ma quale Pontida, qua a settembre pensiamo tutti a Monza, alla Formula 1», commentano a denti stretti i leghisti incalzati sulla crisi del partito e del segretario Matteo Salvini. Visto che il pratone caro a Umberto Bossi quest’anno potrebbe trasformarsi in una conta tra i fedelissimi del capo e i riottosi nordisti, meglio pensare alle gioie dei motori. Gioie per modo di dire, però. Come riporta Monza Today, infatti, nella città natale del “nostalgico sognante” Massimiliano Romeo, i lumbard masticano amaro. La segretaria cittadina Roberta Gremignani, ex campionessa di rally, ha criticato duramente il Monza fuori Gp, una sorta di Fuori Salone che accompagna la gara, a causa della drastica limitazione dei dehor dei locali nel centro storico. Ma oltre il danno – con i commercianti «in ginocchio» – c’è pure la beffa: la tradizionale conferenza stampa di presentazione della gran premio il primo settembre non si terrà come sempre all’autodromo ma a Milano. Dove? Nella sede Aci, cioè a “casa” di Geronimo La Russa. Un affronto doppiamente insopportabile, perché arrivato da un alleato. Sullo “scippo” è intervenuta con un video sui social pure Martina Sassoli consigliera regionale e comunale di Noi Moderati di cui è pure vice-coordinatrice lombarda. «Mi aspetto che tra un po’ non ci sarà più la Monaca di Monza, ma quella di Brera o di Isola», commenta sarcastica. «Con l’organizzazione della storica conferenza di presentazione non più nella sala stampa dell’Autodromo, ma a Milano nella sede dell’Aci, Monza decide di abdicare al proprio ruolo centrale anche per il suo Gran Premio. Dimostrazione della debolezza del sindaco Pilotto, che decide di non essere primo cittadino ma gregario. Dispiace, un po’ alla volta stiamo perdendo la nostra monzesità». Sassoli si complimenta con La Russa jr che l’ha spuntata: «Probabilmente con una guida di centrodestra della città di Monza, non sarebbe stato questo l’epilogo».
Con queste tensioni, qualcuno tra i leghisti andrà a caccia di inviti per il Gp per vie alternative, pur di non chiedere il pass per il settore autorità a La Russa jr. «Che poi ci si mette a parlare di politica, e con quello che sta succedendo adesso nella Lega è meglio di no», si sibila. «In questo clima di sospetto, basta un niente per essere accusati di voler cambiare casacca e passare a Fratelli d’Italia». Meglio andare a chiedere un posto in tribuna vip agli sponsor, non c’è dubbio.
Mulè e Antonello da Messina
Voleva portare l’Ecce Homo di Antonello da Messina in Sicilia: Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei Deputati, aveva avuto una buona idea, chiedendo di riportare l’opera acquistata dallo Stato sull’Isola, ma l’incredibile furto avvenuto a Messina ha congelato la proposta. Il colpo, per il forzista, è stato pesante: «Ho aspettato alcuni giorni per intervenire sul caso dei capolavori di Antonello da Messina rubati dal Museo regionale della città dello Stretto come si fa quando bisogna elaborare un lutto. Il furto delle opere del genio siciliano corrisponde, infatti, per quanto mi riguarda ad aver perso una persona cara. L’amore verso Antonello mi aveva spinto, solo un paio di mesi fa, a sollecitare e ottenere dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che l’Ecce Homo ospitato nel museo dell’Aquila dopo essere stato acquistato meritoriamente dallo Stato Italiano venisse trasferito a Palermo per trovare posto accanto all’Annunciata di Antonello», ha scritto sui social Mulè. Meglio lasciare l’opera a L’Aquila, al momento.
Sigfrido Ranucci può ritenersi soddisfatto: la prima uscita pubblica dopo le ultime evoluzioni sul caso Lavitola è stata un successo, almeno di pubblico. Martedì il giornalista si trovava a Lavarone, in provincia di Trento, per la presentazione del suo libro Il ritorno della casta, tra applausi e strette di mano. Ovviamente si è parlato del suo futuro a Report. La Rai «può fare quello che vuole», ha ribadito il giornalista. Dal canto suo si è detto disposto a fare un passo «in avanti, indietro, di lato. Il problema non sono io, ma la storia di Report». Qualche stoccata è arrivata anche a chi ha cavalcato la polemica sui costi del programma: «Report è una trasmissione virtuosa. Costa solo 159 mila euro a puntata e fa ascolti elevati. Altri costano il doppio e fanno il 2 per cento di share», ha messo in chiaro Ranucci. Insomma: «Se la Rai si lamenta di Report è come se il Papa si lamentasse del Giubileo». Sul rapporto con Lavitola, invece, si è limitato a ricordare che qualcuno «è amico di Luigi Ciavardini». Un riferimento alla presunta amicizia dell’ex Nar con la presidente della commissione Antimafia, la meloniana Chiara Colosimo, la stessa che qualche giorno fa aveva chiesto di ridurre la scorta a Ranucci. Insomma l’affaire Ranucci-Lavitola e tutto il corollario di polemichette e veleni tiene ancora banco tanto che a Roma qualcuno ha confuso la ridente località trentina con Navarone, quella dei famosi cannoni del film. «Ma no, ma quale Navarone, lui stava a Lavarone…», si sorride nell’afa capitolina. Comunque il botto si è sentito anche lì.
Sigfrido Ranucci.
Le ambizioni di Durigon
Cosa si può fare prima del raduno sul pratone di Pontida del 20 settembre? Il vicesegretario della Lega Claudio Durigon, storico sindacalista Ugl e sottosegretario al ministero del Lavoro, non ci ha pensato due volte: tocca fare un bel convegnone a Roma. Dove? Alle Officine Farneto, luogo caro alle degustazioni di birre (mitica la kermesse “Fermentazioni”), del festival di street food giapponese Kizuna Expo e dei convegni gastronomici di Excellence. L’appuntamento è per l’8 e il 9 settembre, e l’ambizione è di avere tra i relatori Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. I tre, per ovvie ragioni, non avrebbero alcuna voglia di partecipare. Un’operazione ardita, quella di Durigon, tanto che per il nome del luogo scelto per il convegno c’è già chi l’ha ribattezzato «il farneticante». Secondo alcuni il sottosegretario punterebbe addirittura a candidarsi proprio al posto di Salvini proponendosi come una sorta di “paciere”, rivendicando le sue discendenze nordiche. Una specie di “garante” che però rischia di finire come il vaso di coccio tra quelli di ferro. E poi Matteo Salvini non è disposto, almeno finora, a farsi da parte, impegnato com’è a dare battaglia per tornare al Viminale. Intanto Durigon cerca di “blindarsi” almeno in Lazio: dal primo settembre il suo nuovo capo segreteria al ministero del Lavoro sarà Antonio Giammusso, consigliere comunale leghista a Civitavecchia.
Sono giorni intensi per il presidente del Senato Ignazio La Russa. Tra un fendente a Report («Va cambiato, non eliminato perché non è possibile che le inchieste solo per l’1,5 per cento dei casi hanno riguardato il partito di sinistra più grosso»), un pronostico elettorale («Alle elezioni il centrodestra batterà la sinistra a prescindere da Vannacci») e gli auguri a Mogol per i suoi 90 anni, la seconda carica dello Stato ha trovato il tempo per bacchettare il Pd pisano per procurato allarme fascismo. Tutto è nato dalla scritta «Si fascia» notata qualche giorno fa da alcuni genitori su un muro della scuola Collodi interessata da lavori di ristrutturazione. Naturalmente è scattato il tam tam sui social rilanciato, con zelo, dal vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo. Il quale, ingranando la quarta, aveva definito quello sfregio nero «un gesto gravissimo e intollerabile» e «ancora più odioso» perché apparso sui muri di una scuola. A ruota lo aveva seguito la senatrice dem Ylenia Zambito.
L’indignazione però è durata solo qualche ora, perché già domenica sera, come scrive il Corriere Fiorentino, qualcuno aveva cominciato a nutrire dubbi sul vero senso della scritta. E così è stata appurata la verità: quel «si fascia» era stato scritto dagli operai del cantiere per segnalare gli interventi da realizzare. Sono seguite le pubbliche scuse dei segnalatori. «Ho commesso un errore. Può capitare. E quando capita si deve avere l’onestà di dirlo», ha scritto su Fb Mazzeo. «Sarebbe bello lo facessero tutti, soprattutto di fronte al proliferare continuo, e spesso costruito ad arte, di fake news o immagini false generate dall’intelligenza artificiale. Come sarebbe bello che la stessa solerzia della destra pisana, oggi così attenta a commentare questo “errore”, si manifestasse anche nel prendere le distanze senza ambiguità quando, ed è accaduto tante volte, compaiono davvero scritte inneggianti al fascismo o al nazismo. Ma immagino che per quello serva fare i conti con la storia». «La destra pisana mi prende in giro perché ho commesso un errore, ed è giusto ammetterlo», è stata la difesa social di Zambito. «Aver scambiato le scritte di cantiere per scritte inneggianti al fascismo è stato un errore commesso per un eccesso di preoccupazione per i rigurgiti fascisti che proliferano a Pisa e nel Paese. Quella preoccupazione che alla destra manca del tutto, tanto da tacere quando scritte simili sono comparse ed erano vere». Caso archiviato, si dirà. E invece no. Martedì la faccenda è stata riaperta sul palcoscenico nazionale da La Russa. «A Pisa una scritta nera su un muro giallo fa subito scattare l’allarme fascismo. La sinistra denuncia, polemizza, manda comunicati stampa», denuncia la seconda carica dello Stato. «D’altronde si sa… ‘Quando la destra è al governo la democrazia è in pericolo’ (questa l’ho già sentita da qualche parte). Poi passano i minuti, forse qualche ora e si scopre finalmente la verità: a fare quella scritta così ‘nostalgica’ non è stata la mano di pericolosi camerati in camicia nera ma quella di alcuni operai durante i lavori di ristrutturazione della scuola Collodi».
E infine conclude: «Niente Ventennio quindi. E nemmeno manganelli e olio di ricino. Solo banali indicazioni edili… per il cappotto termico. Dalle camice nere (senza la i, ndr) al cappotto termico. Il caldo fa brutti scherzi, ma spesso li fanno anche le ossessioni della sinistra». E dire che La Russa dovrebbe ricordare quanto sia facile – ahinoi – cadere in errore, come quando – era il 2023 – scambiò soldati nazisti di via Rasella per una banda musicale di riservisti. Svista per cui fu costretto poi a scusarsi.
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
Meloni “balla” in Puglia
Il soggiorno nell’amata Ceglie Messapica, la gita in barca a Polignano a Mare con alcuni amici e il fedelissimo Marcello Gemmato, l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo a Taranto (dove l’ex Ilva per il governo è un dossier rovente) e la festa di FdI a Bari il 4 e 5 settembre. Giorgia Meloni punta sulla Puglia e sul Sud per questo scampolo di campagna elettorale. La pausa che la premier si è concessa in Valle d’Itria terminerà il 21 agosto con l’apertura dei Giochi allo stadio Iacovone insieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sulla cui poltrona Meloni e la destra hanno lanciato apertamente un’Opa. Poi sarà la volta dell’Atreju fuori stagione nel capoluogo pugliese il 4 e 5 settembre, giusto in tempo per festeggiare il record del governo più longevo della storia repubblicana.
Chissà se alla kermesse pugliese parteciperà pure il vicepremier Antonio Tajani, impegnato il 3 settembre a Viterbo per la tradizionale processionale con la “macchina di Santa Rosa” trasportata da oltre 100 persone per le strade della città laziale. Un appuntamento imperdibile per Tajani, specie in vista delle Politiche. A Viterbo verrà testato anche un piano di sicurezza e di evacuazione innovativo con maxi schermi pronti a far passare messaggi e comunicazioni di servizio, in caso di emergenza.
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
La breccia nella Lega
La data del 20 settembre rischia di non essere più ricordata solo per la breccia di Porta Pia, ma per Pontida 2026. «Forse sarà l’ultimo raduno con Matteo Salvini a capo della Lega», sussurrano a Roma. La manifestazione sullo storico pratone caro a Umberto Bossi diventerà infatti “una conta” dei fedelissimi del vicepremier. Tra gli ultimi ad aver difeso pubblicamente il leader, si segnala Alberto Stefani, successore di Luca Zaia alla guida del Veneto e vicesegretario leghista, con tanto di intervista “smorzascissione” sul Corriere, sulle cui pagine l’altro giorno era uscito allo scoperto il «nostalgico» e attempato ribelle, Attilio Fontana. Stefani però ha un difetto: «Lui è del 1992, ma che ne sa della storia della Lega e della fatica che è stata fatta negli anni per resistere a tutto?», bofonchiano i “duri e puri”, che non vogliono finire schiacciati da Roberto Vannacci. Il quale però, in vista delle Politiche, potrebbe attirare qualche altro leghista pesante in cerca di un altro giro in Parlamento.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Che rottura di Palio
Il Palio di Siena si è trasformato in un gran rottura di scatole per La 7 di Urbano Cairo a causa dell’aumento dei costi causati dai due rinvii causati dal maltempo. Martedì su Piazza del Campo però splende il sole e la terza diretta procederà liscia come l’olio. Comunque, a Siena alcuni hanno dato la colpa del maltempo al “cencio” creato dall’artista romena Teodora Axente: il “madonno” contestatissimo dalla curia e dai fedeli, per le fattezze androgine dell’Assunta. Il drappellone non è piaciuto per niente al cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino e nella querelle è dovuta intervenire pure la sindaca Nicoletta Fabio che si è detta «amareggiata e mortificata» per le polemiche, ma non pentita per la scelta dell’artista. Ma non è finita perché la Madonna mascolina di Axente si staglia su un cielo plumbeo. Per i più superstiziosi, sarebbero stati i nuvoloni dipinti i veri responsabili della pioggia che ha funestato questa edizione.
Il drappellone dipinto dall’artista romena Teodora Axente, per il Palio del 16 agosto, dedicato alla Madonna dell’Assunta (Ansa).
Dopo lo Statuto del partito fantasma condiviso su una vecchia chat leghista, e dopo l’acceso direttivo lombardo del 7 agosto scorso, Attilio Fontana esce allo scoperto sul Corriere della Sera. Per la prima volta nella Lega di matrice salviniana, un governatore parla espressamente e pubblicamente di un passo di lato o indietro di Matteo Salvini e della formazione di un nuovo soggetto politico. «Nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento. Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del nostro partito, per valorizzare i suoi stessi asset. Perché ce n’è un gran bisogno ora», spiega il presidente di Regione Lombardia. «Con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34 al 5 per cento dei voti». Per questo «stiamo lavorando a un’associazione per aprire uno spazio di confronto per la ricerca di soluzioni utili a tutti». Fontana parla di «leadership collettiva» e di una «squadra forte» alla guida del partito. Scissione in vista? «Non ho la sfera di cristallo, non posso prevedere il futuro», taglia corto il governatore rompendo definitivamente la tradizione leninista della Lega.
Attilio Fontana (Ansa).
Parole che suonano come un punto di non ritorno. Anche perché arrivano dopo quelle se possibili ancora più tranchant dell’assessore regionale allo Sviluppo economico Guido Guidesi: «Non si può dire “abbiamo fatto un congresso” e fingere che tutto vada bene», aveva sottolineato il 12 agosto il leghista parlando all’AdnKronos. «Credo che la cosa migliore sarebbe fermarsi, confrontarsi, capire quale possa essere la soluzione con la disponibilità di tutti all’azzeramento dei ruoli interni al partito partendo dall’alto sino alla sezione più piccola. Se vogliamo salvare la Lega dobbiamo fare questo […]. Azzeramento di tutte le cariche, revisione di statuto e regolamenti e assemblea programmatica per poi ripartire. Se vogliamo salvare la Lega tutti dobbiamo essere disponibili a questo superando i personalismi. Se invece c’è qualcuno che tiene solo al proprio sedere, beh sappia che avanti a far finta di nulla tra un po’ sedie dove sedersi non ce ne saranno più».
Guido Guidesi (Imagoeconomica).
Il dato dunque sembra tratto. Gli occhi ora sono puntati sui vari big nordisti chiamati a decidere da che parte stare. A partire dal ministro Giancarlo Giorgetti e dal piemontesissimo capogruppo alla Camera Riccardo Molinari…
Le ambizioni di Mazzi
Dicono che a Gianmarco Mazzi il ministero del Turismo stia stretto. Nonostante l’upgrade da sottosegretario alla Cultura alla poltrona che fu di Daniela Santanchè, le ambizioni del manager veronese sono appena cominciate. Tanto che in vista di un possibile nuovo governo di centrodestra pare che la richiesta sarà quella di accorpare in un unico dicastero il Turismo e lo Sport, ora guidato da Andrea Abodi. Per i maligni, fa gola il business che si genererebbe dalla fusione delle due strutture…
E ora che succederà? E soprattutto: a chi verrà affidata la trasmissione Report? La posizione di Sigfrido Ranucci, dopo gli ultimi sviluppi sul “finto” attentato dell’ottobre 2025 che hanno portato all’arresto del suo (ex?) amico Valter Lavitola, è sempre più vacillante. Il conduttore ha provato la carta del martire, paragonandosi in un post a Moro, Falcone e Borsellino. A destra però non si sono fatti intenerire, anzi: Matteo Salvini lo ha invitato a prendersi «una pausa dalla Rai», e del resto che il caso Ranucci fosse diventato il caso Report era ormai evidente da tempo, con la redazione divisa e la convinzione che il programma sarebbe dovuto comunque andare avanti, anche senza di lui. Per evitare ulteriori tensioni interne, alla Rai stanno pensando di mettere al timone una figura “terza”, esterna, che poi risponderebbe al nome di Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e già conduttore televisivo, visto che ha presentato programmi di interviste e approfondimento giornalistico come La Confessione (in onda sul Nove e poi su Rai 3) e Un alieno in patria. «Qua si passa da Gomes a Gomez», scherza un vecchio dirigente della tivù pubblica che non ha mai amato Ranucci, con riferimento a Gomes Clesio Tavares, il factotum di Lavitola. Ranucci, si evince dalle carte, lo conosceva dal 2022. E addirittura chiedeva a Lavitola di prestarglielo, scherzando, nonostante si parlasse di un personaggio descritto dagli inquirenti come di «elevato spessore criminale»: «Sono in difficoltà su tutto. Ma vado avanti. Mi dovresti prestare Gomes», si legge nelle intercettazioni. Adesso il programma potrebbe finire sotto la guida del quasi omonimo Gomez. «Tra l’altro ha il doppio passaporto, anche quello americano, Peter piacerà senz’altro alla segretaria del Pd Elly Schlein e pure all’ambasciatore a stelle e strisce in Italia, Tilman Fertitta», continua l’anziano capo del servizio pubblico. Il totonomi però sembra essere appena iniziato. In attesa del ritorno delle inchieste di Report, previsto, stando ai palinsesti Rai, per domenica 8 novembre 2026, sempre su Rai 3, primo dei 12 appuntamenti del ciclo autunnale. Con un nuovo volto?
Peter Gomez (foto Imagoeconomica).
Quella “discesa in campo” già tentata nel 2013 con Gabanelli
Ma perché il conduttore di una trasmissione televisiva dovrebbe diventare presidente del Consiglio? Oggi si parla di Ranucci e Lavitola, con quest’ultimo autore del progetto della scalata politica di “mastro Titta” (così viene chiamato da molti Ranucci in Rai) a Palazzo Chigi, ma in passato, rimanendo sempre in tema di Report, c’era chi voleva portare Milena Gabanelli al Quirinale. La storica conduttrice era entrata nelle grazie dei grillini, che nel 2013 organizzarono le “Quirinarie” per scegliere online il loro candidato da portare al Colle. Beppe Grillo credeva tanto in questa iniziativa, come ora Lavitola con la sua: era il mese di aprile e sul web il Movimento 5 stelle scatenò i suoi iscritti per la scelta del nuovo presidente della Repubblica. Milena Gabanelli vinse la consultazione. Dopo il suo rifiuto a correre per il Colle, il movimento indicò Stefano Rodotà come candidato ufficiale. Finì con la rielezione di Giorgio Napolitano, che due anni dopo, nel 2015, lasciò il posto al primo mandato di Sergio Mattarella. Ma alla base del ragionamento di Lavitola, e dell’attenzione di Ranucci al progetto, c’è proprio quanto idearono i grillini 13 anni fa: le preferenze per Gabanelli furono 5.796, davanti a Gino Strada e Rodotà. Forse per Lavitola il governo era un obiettivo più raggiungibile, avendo avuto a che fare con Silvio Berlusconi che a Palazzo Chigi dimorò per anni, e che il Colle lo vide solo con il cannocchiale: il Quirinale era la classica meta impossibile per il Cavaliere, nonostante gli sforzi infiniti per avvicinarsi al settennato presidenziale. Indubbiamente Report ha un suo pubblico affezionato, che da anni segue le inchieste di una redazione combattiva e capace di andare contro il mainstream, ma a trasformarla in un partito qualcuno ci aveva già provato. Fece bene Gabanelli a ritirarsi ufficialmente dalla gara per il Quirinale, anche se soltanto dopo averla vinta. Ranucci coltivava un’ambizione, forse. Senz’altro affidata alle mani sbagliate…
La “fonte” Lavitola e le domande sui pagamenti
Sul caso Lavitola fioccano gli interrogativi, non solo nei partiti della maggioranza. Ecco alcune delle domande che girano negli ambienti giornalistici. La prima: se Valter era una fonte della trasmissione di Sigfrido Ranucci, ci saranno dei compensi a favore del ristoratore tra le spese di Report? La seconda: la Rai renderà mai pubblica un’analisi dei conti della trasmissione, almeno per gli anni della gestione di Ranucci? La terza: ma i passaggi di Ranucci al ristorante di Lavitola chi li pagava? La quarta: non è che magari i pasti erano messi in conto alla Rai con la dicitura “pranzo con fonte”?
«Mai più trasmissioni come repubbliche autonome in Rai»
Alla fine, il caso Lavitola-Ranucci ha messo in moto «la macchina della restaurazione» in Rai, come dice qualcuno. Ossia «mai più trasmissioni come repubbliche autonome», tipo appunto Report, cioè con indipendenza totale e gestione insindacabile. Anche perché, si è visto, paradossalmente diventano più facili le ingerenze esterne, con gruppi di potere, anche piccolissimi, in grado di orientare o comunque suggerire temi da sottoporre per le inchieste. Il problema però, in tema di autonomia totale, rischierebbe di toccare anche Bruno Vespa e Monica Maggioni, ai quali «nessuno può dire niente». E questo potrebbe suggerire ai vertici di andarci piano con la stretta aziendale…
«Niente rimpasto», ha detto al settimanale Chi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Con il caldo dell’estate, così, sembrano essere evaporate definitivamente le ambizioni del leghista Matteo Salvini di riconquistare la poltrona di ministro dell’Interno, che gli servirebbe – e tanto – per cercare di arginare la valanga creata dal generale Roberto Vannacci, pronto ogni giorno a togliere eletti ed elettori alla Lega. Il ritorno al Viminale è destinato a restare soltanto uno slogan. Ridotto nel suo cul-de-sac, Salvini, ricordandosi di essere ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, si è messo ad ammirare, quasi come un umarell, il cantiere romano della metropolitana, al Pigneto, con tanto di dichiarazioni. «Due quartieri da sempre divisi si uniranno a lavori ultimati», ha affermato Salvini, e detto a Roma da uno che voleva dividere l’Italia fa sempre il suo effetto.
Non è mancata la fluviale ed entusiastica dichiarazione nei confronti del ministro pronunciata da Davide Bordoni, stavolta nei panni di segretario della Lega nel Lazio, lasciando per un attimo da parte le cariche ottenute grazie a Salvini, come quella di “esperto per i rapporti con gli enti territoriali” proprio nel Mit, con retribuzione di 40 mila euro, o il ruolo per il triennio 2026-28 di amministratore unico di Ram S.p.A. Logistica-Infrastrutture-Trasporti, società in house del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Davide Bordoni e Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).
Che poi al dicastero di Porta Pia le malelingue amano commentare, quando vedono insieme Salvini e Bordoni: «Almeno Davide è laureato, anche se in Sociologia, a differenza del ministro che non ha mai completato gli studi di Scienze politiche prima e Lettere poi». E Salvini, durante la visita al cantiere, si è messo a scherzare con il project manager: «Pm? Forse è meglio che cambiate acronimo».
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).
Fatto sta che il blocco del turnover ministeriale imposto da Meloni sta facendo deragliare sempre di più la linea salviniana: ecco così bloccata pure l’idea di portare Matteo Piantedosi alla guida dell’Anac, l’Anticorruzione. Un’idea, stavolta buona, pare si stia facendo strada nella Lega salviniana: proporre per l’autorità che è stata governata da Giuseppe Busia il nome di Simonetta Matone, parlamentare e magistrata di lungo corso, che potrebbe ottenere un consenso bipartisan. Basta solo non farla parlare di femminicidi o ricordarle di controllare sempre a quale pubblico si sta rivolgendo quando si lascia andare a dichiarazioni fuori dai denti contro ministri del suo governo…
Crosetto apre le caserme agli sportivi e fa un favore a Vannacci
«È il passo falso, dell’oca, di Guido Crosetto». Cosa ha combinato il ministro? Mentre era impegnato sul tema della Difesa a livello continentale, ecco che ha aperto le porte delle strutture militari ai seguaci del generale Roberto Vannacci per… fare sport. In che senso? Nel “Decreto sport” è stato inserito l’accesso libero alle palestre e agli impianti sportivi delle caserme alle associazioni sportive dilettantistiche, per «promuovere i valori della sana attività sportiva». L’enfasi sembra un po’ quella del “sabato fascista”, con Benito Mussolini che obbligava tutti i lavoratori e gli studenti a fare sport in nome della “sana e robusta costituzione”, portando qualcuno persino a saltare nel cerchio di fuoco, in quelle Olimpiadi in sedicesimo che erano i “littoriali”, dove anche i gerarchi dovevano esibirsi con risultati spesso comici. In sostanza, ora le Forze armate dovranno aprire le caserme «consentendo di accedere, senza oneri a carico dell’amministrazione, alle palestre, agli impianti sportivi e ad altri spazi interni», per «utilizzare le relative attrezzature» avvalendosi «del supporto dei propri tecnici». Un’iniziativa ben vista da tante associazioni che, tradizionalmente, fanno riferimento alla destra, e in particolare a Fratelli d’Italia, fortissima nello “sport di base”: Crosetto evidentemente è all’oscuro, però, che Futuro nazionale del generale Vannacci sta reclutando molti proseliti proprio nel settore sportivo, con il risultato, possibile, di consegnare le caserme proprio al partito più temuto dallo stesso ministro, oltre che dalla maggioranza di governo. D’altronde il generalissimo a luglio aveva lanciato persino il triathlon futurista, con prove di nuoto, corsa campestre e ciclismo «per tutti i politici», che «dovrebbero dare l’esempio anche nello sport», anziché «ballare sui carri del Gay Pride». Ennesima conferma della sempre valida frase di Karl Marx sulla storia che si presenta la prima volta come tragedia e la seconda come farsa. Ma tornando al Decreto sport, va inoltre considerato che adesso basterà creare un’associazione sportiva dilettantistica per “esigere” l’apertura di una caserma, per allenamenti e gare. La somma di militari e atleti può diventare ingestibile, politicamente, e pare strano che a sinistra nessuno se ne sia accorto. Un gran pasticcio…
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (foto Ansa).
«Forse quello di Alessandro Onorato è il profilo giusto per il campo largo», si sente dire nel Partito democratico romano. Fatto sta che l’assessore ai Grandi eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale nella giunta guidata dal sindaco Roberto Gualtieri è lanciatissimo. Viene trattato come un leader nazionale dalla stampa mainstream, anche perché, sussurrano i maligni, «può gestire risorse ingenti nel settore della comunicazione, grazie alle deleghe che ha». E si sa, il mondo della stampa è molto interessato alla questione: come per esempio Urbano Cairo, che se fa concludere il Giro d’Italia a Roma è proprio grazie al rapporto d’amicizia consolidato negli anni con Onorato (andate a leggere i testi entusiastici di Andrea Arzilli pubblicati nelle pagine della cronaca capitolina del Corriere della sera in occasione dell’ultima tappa).
Urbano Cairo, Roberto Gualtieri, Alessandro Onorato e Francesco Lollobrigida (foto Imagoeconomica).
Ora tocca a Repubblica, che ha offerto a Onorato la possibilità di prendere per le corna Carlo Calenda: «Lasciamo che i cittadini si esprimano. Il centrosinistra unito vincerà le elezioni. Ma sia chiaro: ogni voto dato ad Azione avvantaggia Giorgia Meloni». Poi il bersaglio grosso: «Non si può pensare di fare le consultazioni a febbraio, magari con le urne ad aprile, e perdere tempo ogni giorno in una discussione interna su chi debba essere il premier».
Capacità da tessitore di trame politiche
Anche se subito dopo ecco il passo indietro: «Questo mito della litigiosità del centrosinistra è alimentato più dalla classe dirigente nazionale che da quella territoriale. Nelle città e nelle regioni si governa già insieme senza problemi». Ma il “civico” Onorato, che però a molti appare più come un cinico, dispiega la sua capacità da tessitore di trame politiche: «Il mio è un partito di amministratori. Non siamo nati per partecipare a questo totonomi, ma per rappresentare un elettorato che vada al di là di Pd e M5s. Per questo alle Primarie ci sarà un nostro candidato».
Trovatevi qualcuno che vi guardi come Roberto Gualtieri guarda Alessandro Onorato (foto Imagoeconomica).
La Lazio, l’Udc, Marchini, i dubbi del Nazareno
E qui il gioco si fa duro. Tifosissimo della Lazio, cresciuto nel cosiddetto “partito Beautiful”, ossia quello ideato da Alfio Marchini che voleva diventare sindaco di Roma, senza dimenticare un passato nell’Udc, Onorato di strada ne ha percorsa tanta, arrivando fino a quel Pd che però non lo ha mai amato. Dicono a denti stretti alcuni esponenti del Nazareno: «Finché si tratta di stringere mani, tagliare nastri, inaugurare mostre di moda e tornei di golf va bene, però la politica è un’altra cosa».
Alfio Marchini nel 2019.
La casella in Campidoglio gli sta stretta
A Roma poi il plenipotenziario di Gualtieri – anzi qualcuno lo chiama addirittura «il vero sindaco» – è Claudio Mancini, e in fondo il “Progetto civico Italia” di Onorato viene visto come un modo per sbarazzarsi dell’assessore che è senz’altro «un tipo ambizioso»: partecipando alla gara delle Primarie, potrà ottenere un bel seggio parlamentare e così liberare la casella che occupa in Campidoglio, che in fondo gli sta molto stretta.
Claudio Mancini (foto Imagoeconomica).
Nel 2013 non riuscì a farsi eleggere. Anche se i suoi competitor…
Del resto Onorato si era già candidato nel 2013 alla Camera dei deputati, nel collegio Lazio 1, all’interno della lista dell’Unione di centro che in quella tornata faceva parte della coalizione Con Monti per l’Italia: l’allora 32enne risultò però il secondo dei non eletti, dietro a Paola Binetti, la teodem col cilicio, e Luciano Ciocchetti, oggi in parlamento con Fratelli d’Italia (insomma, non un esordio folgorante per il nostro assessore predestinato).
Ora però ha già in mente il cronoprogramma, affidato al quotidiano ora diretto da Stefano Cappellini: «A settembre dobbiamo stabilire i punti fondamentali del programma per lanciare le Primarie a ottobre. A turno unico. Sarebbe l’ideale farle nei primi 15 giorni di novembre».
Alessandro Onorato, grande tifoso biancoceleste, allo stadio Olimpico per la partita tra Lazio e Juventus nel 2025 (foto Ansa).
È nipote dell’attore Michele Placido
Come le donne, Onorato ama togliersi qualche “primavera”: a vedere il sito ufficiale del Campidoglio, alla pagina dedicata, di anni ne dichiara 41 perché non ha inserito quello di nascita, il 1980, e la scheda è datata 2021. Onorato è nipote dell’attore Michele Placido, ovviamente ama il cinema ed è il più giovane sfidante pronto a dare battaglia per la conquista delle Primarie: sul territorio si registra una forte attività, e in Sicilia Cesare Mattaliano, coordinatore dell’Area Metropolitana di Palermo di Progetto civico Italia, è in guerra con il sindaco Roberto Lagalla, già rettore dell’Università di Palermo.
Michele Placido (foto Ansa).
In Campania Luigi Famiglietti, ex parlamentare, guida Progetto civico in Irpinia, mentre il coordinatore regionale è Carlo Puca, giornalista e in passato autore televisivo per Francesca Fagnani, la compagna di Enrico Mentana. Intanto il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi guarda con molto interesse le iniziative di Onorato.
Alessandro Onorato con Gaetano Manfredi e Claudio Mancini (foto Imagoeconomica).
Insomma, si ripropone quel “partito dei sindaci” che aveva segnato un rinnovamento della classe politica italiana, soprattutto grazie a una legge elettorale come quella ideata per gli enti locali che ha dato ottimi risultati. Una norma così chiara, a livello nazionale, ancora non c’è, e infatti a ogni legislatura qualcuno vuole cambiarla. Il dubbio però, alla fine, resta: Onorato è un civico o un cinico?