Il jazz nel frullatore: l’Avanguardia secondo i Lydian New Call
Nei 35 anni della sua attività, dal 1989 al 2024, la Lydian Sound Orchestra ha avuto un ruolo di primo piano nel jazz italiano. Nel 2008 il suo fondatore e direttore, il vicentino Riccardo Brazzale, è stato votato compositore-arrangiatore dell’anno nel referendum Top Jazz della rivista Musica Jazz; nel 2016, 2018 e 2019 l’orchestra è stata premiata come miglior gruppo italiano dalla storica rivista. Il tutto contrappuntato da una folta discografia che parte da Melodius Thunk (1993), per arrivare a No Wrong Mistakes (2022) passando per Azurka (2003), Back to Da Capo (2008), The Lydian Trip (2009), Music for Lonely Souls (2016) We Resist! (2018), Mare 1519 (2019). In parallelo, scorrevano le edizioni di Vicenza Jazz – New Conversations, il festival di cui Brazzale firma la direzione artistica dalla prima edizione, svoltasi nel 1996: una rassegna che progressivamente ha infittito il dialogo con musiche solo apparentemente “altre”. E basti pensare alla presenza nelle varie edizioni di artisti come Brad Mehldau, Uri Caine, quest’anno lo straordinario soprano canadese Barbara Hannigan, impegnata in un autore pure di confine come John Zorn, peraltro preceduto da uno dei guru della Nuova Musica come Olivier Messiaen.

La decostruzione aiuta a comprendere la tradizione
L’anno scorso Brazzale ha sciolto la Lydian e l’ha immediatamente ricostituita. Adesso si chiama Lydian New Call ed è composta da una dozzina di musicisti in gran parte fra i 30 e i 40 anni, di cui soltanto il tubista Glauco Benedetti e il chitarrista Marcello Abate provengono dalla vecchia formazione. Il primo cd della nuova band, registrato alla Casa del Jazz di Roma, s’intitola Into the Blender ed è appena uscito per Parco della Musica Records, naturalmente disponibile anche su tutte le piattaforme streaming.
Il titolo contiene un’allusione e delinea un’idea sicuramente originale. L’allusione è a Into the Hot, il vecchio Lp di Gil Evans che conteneva, nascosti, tre brani di Cecil Taylor (Bulbs, Mixed, Pots: tre bulbi mescolati in un vaso). L’idea la spiega Brazzale nel booklet: i linguaggi moderni, anche d’avanguardia, sono nati nelle arti più di un secolo fa e da tempo stanno nei musei, dopo aver ricevuto l’aureola di una certa classicità. Per questo si possono mettere nel “frullatore” senza timore reverenziale. Brazzale chiama in causa Derrida, per ricordare che la decostruzione è anche un modo di comprendere la tradizione, e la copertina firmata da Veronica Organo, con il fiore dentro al frullatore, dice il resto. Molto di quello che si ascolta è farina del sacco del jazzista vicentino e di quattro membri del gruppo (Abate, Giulia Barba, Federica Michisanti e la cantante Gaia Mattiuzzi), e molto proviene da Ornette Coleman, Paul Motian, Thelonius Monk e Charlie Mingus. Ma anche dalla musica cosiddetta colta: Puccini, Bartók, Reich, non senza qualche allusione a Ives.
Bartók e Puccini diventano materiale di lavoro
Di fatto, il Novecento della musica non jazzistica non è un ospite occasionale, ma entra nella scrittura come materiale di lavoro. In Ur-Blues i nuclei tematici di WRU di Ornette Coleman vengono scomposti e ricomposti, e il procedimento rende questo brano altero e misterioso, sicuramente quello in cui l’azione del frullatore si avverte di più. Kótrab in the Blender parte da Bartók (nel titolo il nome del compositore ungherese è al contrario, come un tema retrogrado nella tradizione polifonica antica), ne usa le poliarmonie e le scale multiple e le riporta nei metodi di Mingus. Nel finale le armonie si sciolgono, aperte a sviluppi nuovi. Fra i pezzi più sorprendenti c’è Requiem for Our Mother, un canto funebre per la Terra offesa dall’uomo, la cui melodia principale deriva dal tema della viola nell’adagio centrale del brevissimo Requiem per coro e pochi strumenti di Puccini, scritto nel 1905 per il quarto anniversario della morte di Verdi. Brazzale ne conserva la semplicità di immediata forza emotiva, il risultato è notevole.
Un omaggio al minimalismo
Il minimalismo ottiene un omaggio dichiarato in OnPianoPhase, scritto da Abate per Steve Reich, oggi novantenne ancora in piena attività creativa: stratificazioni con minime varianti su un ritmo sghembo e quasi inquietante, con la chitarra che richiama il pop-rock e i contatti con il jazz che appaiono e svaniscono. E una “citazione” non banale in Repeating di Michisanti, un interludio che nasce da una rarefazione astratta e si accumula strumento per strumento. Anche Monk viene trattato senza inutile deferenza: in Evidence il rapporto tra suono e silenzio è rovesciato e manca ogni appoggio ritmico sul “battere”, per cui la batteria di Bernardo Guerra diventa protagonista decisiva.
Il disco si chiude sui due brani forse più significativi del progetto. Self Portrait in Three Colors di Mingus è l’omaggio alla tradizione del jazz. Il titolo rimanda all’incipit di Beneath the Underdog («In other words, I am three», citato anche in epigrafe), e il pezzo viene eseguito come l’autore lo voleva, senza parti improvvisate, con tre esposizioni del tema in cui gli strumenti si intrecciano e si rispondono «quasi con timore reverenziale».
Chordially è invece l’ultima registrazione in studio di Monk, improvvisata al Black Lion di Londra il 15 novembre 1971: non un vero brano, ma una serie di accordi che furono il suo saluto musicale al mondo. La trascrizione orchestrata da Samuele Sgambaro, allievo di Brazzale al conservatorio di Castelfranco Veneto, la tratta come musica “pura”, da camera colta, alla maniera di Charles Ives. Le note sono tutte di Monk, tranne le ultime, che sono la firma di Riccardo Brazzale.
Il disco è una riflessione su ciò che chiamiamo Avanguardia
Into the Blender, insomma, si sottrae (anche virtuosisticamente, per certi aspetti) alle facili etichette. Solo una si può considerare esclusa dal progetto e dalla sua realizzazione: il “popular” nel senso deteriore del termine, quando diventa facile e superficiale ammiccamento. C’è invece una riflessione, allo stesso tempo storica e attuale, sul significato e la presenza di ciò che chiamiamo Avanguardia e sulla sua complessa, integrale molteplicità. Il tutto è esaltato dall’impeccabile qualità tecnica della formazione: suonano tutti molto bene, dai sassofoni di Manuel Caliumi, Giovanni Fochesato e Barba, alla tromba di Michele Tedesco e al basso tuba di Benedetti, tutto da ascoltare nel primo solo di Ur-Blues; dalla chitarra di Abate al vibrafono di Nazareno Caputo, dal violoncello di Salvatore Maiore al contrabbasso di Michisanti. Davvero interessante la voce solista di Mattiuzzi, che nell’aprire il discorso con Within my Flower, da Emily Dickinson, secondo scrittura modale ispirata a Paul Motian, delinea come meglio non si potrebbe l’originale cifra musicale ed espressiva che caratterizza tutto il progetto.
(Pezzo pubblicato su Le Salon Musical)








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