La rilevazione settimanale di Swg per il Tg La7 sulle intenzioni di voto degli italiani fotografa un quadro relativamente stabile. Fratelli d’Italia è ancora ampiamente il primo partito del Paese, con il 29,4 per cento, dato invariato rispetto al sondaggio del 9 marzo. Scende di un decimo percentuale il Partito democratico: 21,7 per cento. Bene il Movimento 5 stelle, che sale al 12,3 per cento (+0,3). Perdono due decimi di punto Forza Italia (8 per cento), Lega e Alleanza Verdi e Sinistra (6,6 per cento). Guadagnano rispettivamente lo 0,2 e lo 0,1 Azione e Futuro Nazionale, dati al 3,5 per cento. In leggero calo al 2,3 per cento Italia Viva (-0,1). Stabile +Europa all’1,5 per cento. Noi Moderati è dato all’1,1 per cento (+0,1).
Joe Kent, dal 31 luglio 2025 direttore del National Counterterrorism Center, organizzazione del governo degli Stati Uniti preposto al coordinamento di tutte le attività nazionali e internazionali in materia di antiterrorismo, ha lasciato l’incarico con effetto immediato in segno di protesta contro la guerra in Iran, voluta dall’Amministrazione Trump.
After much reflection, I have decided to resign from my position as Director of the National Counterterrorism Center, effective today.
I cannot in good conscience support the ongoing war in Iran. Iran posed no imminent threat to our nation, and it is clear that we started this… pic.twitter.com/prtu86DpEr
La lettera di dimissioni di Kent (con elogi per Trump)
«Non posso, in coscienza, sostenere il conflitto in corso. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione: è evidente che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana», ha scritto Kent nella lettera di dimissioni. Poi, rivolgendosi direttamente a Donald Trump: «Sostengo i valori e le politiche in ambito estero che lei ha sostenuto nel 2016, nel 2020 e nel 2024 e che ha attuato nel suo primo mandato. Fino a giugno 2025, lei ha compreso che le guerre in Medio Oriente erano una trappola che ha privato l’America delle preziose vite dei nostri patrioti e danneggiato la ricchezza e la prosperità della nostra nazione». E ancora: «Nella sua prima Amministrazione, lei ha compreso meglio di qualsiasi presidente moderno come usare in maniera decisiva la potenza militare senza trascinarci in guerre infinite. Lo ha dimostrato uccidendo Qasam Soleimani e sconfiggendo l’Isis». Poi, secondo Kent, sono subentrati i “veri” poteri forti. Infine: «È stato un onore servire sotto la guida del presidente degli Stati Uniti e del direttore generale dell’Intelligence, Tulsi Gabbard, e guidare i professionisti del National Counterterrorism Center».
Complottista e di estrema destra: chi è Joe Kent
Nato in Oregon nel 1980, Kent è un politico di estrema destra, noto anche per essere promotore di varie teorie del complotto, come quella secondo cui i vaccini anti-Covid sarebbero una terapia genica sperimentale. In passato è stato agente delle operazioni speciali dell’esercito degli Stati Uniti e della Cia: ha lasciato il secondo incarico nel 2019 dopo la morte della moglie Shannon, soldatessa uccisa in un attentato kamikaze dell’Isis a Manbij, nel nord della Siria. Successivamente si è candidato due volte alla Camera dei rappresentanti per il terzo distretto congressuale di Washington, perdendo entrambe le volte contro la democratica Marie Gluesenkamp Perez. Nel 2025 era stato scelto da Trump come direttore del National Counterterrorism Center.
Trump: «Bene che Kent se ne sia andato»
«Ho letto la sua dichiarazione, ho sempre pensato che fosse una brava persona, ma anche che fosse debole in materia di sicurezza, molto debole in materia di sicurezza», ha detto Trump ai giornalisti alla Casa Bianca, liquidando Kent: «Ho capito che è un bene che se ne sia andato, perché ha detto che l’Iran non era una minaccia. Invece lo era. Ogni Paese sapeva quanto fosse una minaccia l’Iran. La questione è se volessero o meno fare qualcosa al riguardo».
La Corte d’appello vaticana ha decretato la«nullità relativa» del primo grado del processo Becciu, in cui il cardinale era stato condannato per peculato e truffa legati all’acquisto opaco di un immobile di lusso al 60 di Sloan Avenue a Londra. L’operazione, avvenuta tra il 2014 e il 2018 con fondi della Segreteria di Stato, ha causato perdite stimate in oltre 139 milioni di euro. A distanza di oltre un anno (la condanna risale a dicembre 2023), la Corte ha ordinato la «rinnovazione del dibattimento» e il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio.
Accolto il ricorso delle difese che avevano eccepito errori procedurali
Processo da rifare dunque, anche se non da zero. I giudici hanno infatti precisato che «non dichiarano la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado, del dibattimento come della sentenza. Questi infatti mantengono i propri effetti». Il nuovo giudizio, dunque, tiene formalmente in vita le condanne di primo grado, che però verranno inevitabilmente superate dal processo che riparte dall’Appello. Tutto è partito dal ricorso delle difese, che avevano eccepito errori procedurali nel dibattimento. La questione riguarda, tra i vari rilievi, il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del promotore di giustizia. Le parti dovranno comparire il 22 giugno 2026 per stabilire il calendario delle udienze.
La difesa del porporato: «Soddisfatti»
Così i difensori di Angelo Becciu, gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo: «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto».
Protesta dei parlamentari dem in Commissione di Vigilanza Rai contro la puntata di lunedì 16 marzo di Quarta Repubblica, su Rete 4, che ha dato spazio a una lunga intervista aGiorgia Meloni, definita «uno scandaloso monologo di mezz’ora in prima serata senza contraddittorio» a favore del Sì, a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. «Sembrava di essere a TeleTrump o a TeleOrban», hanno denunciato i membri del Pd della Commissione di Vigilanza Rai, parlando di «copione provato e recitato» e chiedendo all’Agcom «una sanzione esemplare» e un intervento immediato di riequilibrio della par condicio.
La puntata del programma di Nicola Porro («conduttore primo fan» di Meloni per il Pd) è iniziata con 15 minuti dedicati alla storia del presentatore televisivo Enzo Tortora, accusato erroneamente nell’estate del 1983 di associazione camorristica e traffico di droga: in studio la figlia Gaia, giornalista e conduttrice. Poi l’intervista a Meloni (che è stata pure da Fedez), seguita da un altro quarto d’ora sul caso Tortora, con riferimenti diretti alla riforma su cui gli italiani saranno chiamati a votare il 22 e 23 marzo. Dopo un momento di confronto tra il fronte del Sì e quello del No, osservano i parlamentari dem, la trasmissione è poi tornata a ospitare praticamente solo figure a favore della riforma della giustizia. In chiusura altri 25 minuti con Giuseppe Cruciani, anche lui per il Sì.
Una riforma per togliere il controllo della politica sul CSM e sulla magistratura. pic.twitter.com/w2W7IW9eVR
Nel mirino del Pd è finito non solo il programma Quarta Repubblica, ma l’intero palinsesto Mediaset. Sulle reti del Biscione, per riequilibrare i tempi di parola, viene sì dato spazio a servizi dedicati alle ragioni del No. Ma solo formalmente: gli interventi di chi è contro la riforma costituzionale vengono da diversi giorni (anzi notti) confinati nelle fasce con meno pubblico, ovvero tra l’1:30 e le 6. Quando la maggior parte degli elettori, ovviamente, sta dormendo.
Non solo è scesa in campo, ma è entrata direttamente nel ring. Dopo varie ospitate e gli appelli sui social, Giorgia Meloni si gioca l’ultimo asso per lanciare la volata al Sì: partecipare a Pulp Podcast di Fedez e Mr Marra. La puntata, di cui è uscito un brevissimo estratto, sarà messa online giovedì. Una mossa, quella di Meloni, che a pensar male potrebbe sembrare un’ultima spiaggia. Sebbene bella popolata se si considera che alcuni episodi di Pulp Podcast, come quello con Roberto Vannacci, o con l’ex nemico Maurizio Gasparri (a cui Fedez ha offerto addirittura una canna) sono diventati virali. Forse la premier grazie al gancio di Fedez forse spera di raggiungere gli elettori più giovani e sicuramente meno ideologizzati.
L’ospitata segna pure il disgelo definitivo tra la leader di FdI e il rapper. Era il 2022 quando dal palco di Atreju Meloni attaccava frontalmente gli influencer e indirettamente l’allora signora Lucia, Chiara Ferragni: «Il vero modello da seguire non solo gli influencer che fanno soldi a palate indossando degli abiti, mostrando delle borse o addirittura promuovendo carissimi panettoni con i quali si fa credere che si farà beneficenza, ma il cui prezzo serve solo a pagare cachet milionari». Fedez ovviamente replicò. «Evento singolare è che pochi minuti fa la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sul palco della sua fantastica festa del partito, abbia deciso di parlare delle priorità del Paese: avrà parlato della disoccupazione giovanile? No. Ha parlato della manovra finanziaria che stanno facendo col cu*o e che non hanno ancora finito? No. Ha parlato della pressione fiscale del Paese? No. Ha deciso di dire: ‘Diffidate alle persone che lavorano sul web’. Questa è la priorità del nostro Presidente del Consiglio».
Fedez con la foto di Galeazzo Bignami (Ansa).
Acqua passata comunque. Come è passata l’era Ferragnez. Anche perché Fedez da filo grillino, gran accusatore della destra – chi non ricorda (per dirne un paio) l’elenco delle uscite omofobe della Lega snocciolate durante il Primo maggio 2021 o il freestyle durante il quale dalla Costa Smeralda al largo di Sanremo nel 2023 Fedez strappò la foto del viceministro Galeazzo Bignami in costume da nazista e attaccò la ministra Eugenia Roccella – è finito alcongresso dei giovani di Forza Italia con la benedizione di Gasparri, ha cantato strofe contro Elly Schlein. E ha criticato duramente il sindaco di Milano Beppe Sala ai tempi dell’inchiesta sull’urbanistica. «Sei il sindaco della città di Mani Pulite, inchiesta che ha svelato il modus operandi di un’intera classe politica, fondato sulla corruzione. E che fai? Per manifestare la tua estraneità ai fatti e alle inchieste che stanno segnando le ultime settimane del capoluogo meneghino, decidi di usare l’espressione: ‘io ho le mani pulite’. Davvero?». Lo stesso Sala che aveva consegnato a lui e consorte l’Ambrogino d’oro. Insomma, Fedez resterà folgorato sulla via della Scrofa abbracciando in toto la causa destrorsa?
Giuseppe Cruciani, Stefano Benigni e Fedez al congresso dei Giovani di Forza Italia (Ansa).
Il cappellino del Tg2 per Prevost
Credevamo di aver visto tutto: il ministro degli Esteri Antonio Tajani con in mano il cappellino Maga, gentile cadeau offerto ai partecipanti della riunione del Board of Peace di Washington e prima ancora Gennaro Sangiuliano in campagna per le Regionali campane con in testa il ‘tarocco’ con la scritta “Make Naples Great Again”. E invece no. Lunedì di cappellino ne è volato un altro, e questa volta tra tra le mura vaticane. Il direttore Antonio Preziosi ha donato a Papa Leone XIV il copricapo brandizzato Tg2, realizzato per festeggiare il mezzo secolo di vita della testata. In prima fila, c’era la vicedirettrice del Tg2 Elisabetta Migliorelli, ex signora Petrecca.
Prima gaffe involontaria del pontefice americano: «Saluto l’amministratore delegato della Rai», ha esordito il Pontefice. Peccato che Giampaolo Rossi fosse assente. Ma niente panico: «Ah, non c’è? Primo sbaglio! Stasera al Tg2 delle 20:30 vedrò che il Santo Padre ha detto questa cosa… Comunque comunicate i miei saluti anche all’amministratore», ha scherzato Prevost.
Circolo Canottieri Aniene in festa lunedì sera. Il neurochirurgo di fama mondiale Giulio Maira, proprio nel giorno del suo compleanno (classe 1944) ha presentato il suo libro Dove danzano i pensieri. Capire il mondo con le neuroscienze. Tanti i vip presenti nel sodalizio romano caro a Giovanni Malagò: da Luigi Gubitosi a Luigi Abete, fino a Silvia Calandrelli, direttrice Rai per la Sostenibilità e monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita.
Giulio Maira (Imagoeconomica).
Se i quotidiani diventano set cinematografici
Durante la festa per la free press Leggo è stato ricordato che la redazione è stata set per film famosi, come Smetto quando voglio I e II, Beata ignoranza e Ricchi di fantasia. La scorsa settimana pure la sede de Il Messaggero, in via del Tritone, ha ospitato le scene di un film.
Una scena de Il provinciale girata nella redazione del Messaggero.
E non è stata la prima volta. Perché il quotidiano fu al centro della storia del film Il provinciale, diretto nel 1971 da Luciano Salce con protagonista Gianni Morandi, un giovanotto arrivato nella Capitale con l’ambizione di diventare giornalista…
Gianni Morandi ne Il Provinciale.
Energia verde per il Vaticano
La settimana prossima la Camera dei Deputati dimostrerà di avere a cuore il Vaticano. Dopo il referendum sulla giustizia, Montecitorio dovrà occuparsi dell’accordo tra Italia e Santa Sede per un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, già approvato dal Senato. Di che si tratta? Della definizione, con tanto di bollo parlamentare, di quanto era stato firmato a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, e l’ambasciatore Francesco Di Nitto, rappresentante italiano presso la Santa Sede. A Santa Maria di Galeria, area di proprietà della Santa Sede, sorgerà un impianto agrivoltaico per produrre energia elettrica rinnovabile destinata alla Città del Vaticano: un progetto pensato «per conciliare l’uso agricolo del suolo con la produzione energetica, per proteggere l’equilibrio idrogeologico, ridurre l’impatto ambientale e tutelare il patrimonio culturale, archeologico e paesaggistico della zona», voluto da Papa Francesco, che con la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “Fratello Sole” del 21 giugno 2024, aveva affidato, al presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e al Presidente dell’amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, «l’incarico di realizzare un impianto agrivoltaico ubicato all’interno della zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria, che assicuri, non soltanto l’alimentazione elettrica della stazione radio ivi esistente, ma anche il completo sostentamento energetico dello Stato della Città del Vaticano». Insomma, una scelta “autarchica” voluta dal pontefice che aveva elaborato la teoria della «terza guerra mondiale a pezzi» e che oggi, a causa del conflitto inMedio Oriente, diventa ancora più strategica. L’agrivoltaico permette di produrre energia rinnovabile sfruttando pannelli solari installati su terreni agricoli, senza rinunciare alla loro coltivazione, un approccio che consente di conciliare la produzione agricola con quella energetica, in modo sostenibile, proprio nella zona extra territoriale dove sorge il Centro Radio in onda corta della Radio Vaticana, curato dal Dicastero per la Comunicazione.
Al GF vip pure la figlia di Angelo Altea
Il Grande Fratello Vip regala sempre grandi sorprese. In questa edizione, partecipa anche Ibiza Altea, 26 anni, nata ad Atlanta, in America, ma cresciuta in Italia. La scheda personale inviata dagli organizzatori recita: «Figlia di Priscilla, vocalist americana a Ibiza, e di Angelo, ex parlamentare di origini sarde, ha vissuto a Vicenza, per poi trasferirsi a Milano, dove attualmente è modella e attrice. Per Ibiza questo mix di culture è un dono». Già, Angelo Altea, giornalista e deputato per due legislature: eletto inizialmente con Rifondazione Comunista, passò al Movimento dei Comunisti Unitari e infine ai Democratici di Sinistra. È stato anche capo servizio de L’Unione Sarda e presidente provinciale dell’Arci di Nuoro.
Il gup di Roma ha rinviato a giudizio Fabrizio Corona per l’accusa di diffamazione ai danni del calciatore della Roma Lorenzo Pellegrini. La vicenda coinvolge anche una donna che, in un’intervista pubblicata da Corona sul sito dillingernews.it, ha accusato falsamente di stalking il centrocampista giallorosso. Alla ragazza, 25 anni, sono contestate anche la calunnia e le minacce. Il procedimento è stato fissato per l’1 dicembre 2026 davanti al giudice del tribunale monocratico. «Siamo soddisfatti di questo passaggio processuale. Una decisione che ritengo doverosa, la sede dove ora verrà approfondita questa vicenda è il dibattimento», ha affermato l’avvocato Federico Olivo, legale del calciatore.
Autostrada Palermo-Messina bloccata tra Rometta e Milazzo, dove si è verificato un maxi tamponamento a catena che ha coinvolto circa 80 mezzi tra autovetture, furgoni e mezzi pesanti. L’incidente si è verificato nella mattinata di martedì 17 marzo 2026. La circolazione autostradale è stata completamente bloccata per consentire la gestione dell’emergenza e l’evacuazione degli automobilisti coinvolti all’interno della galleria. Non ci sarebbero feriti gravi. Sul posto ci sono diverse squadre dei vigili del fuoco, la polizia stradale e i mezzi di soccorso del 118. La tratta della A20 tra Rometta e Milazzo è stata chiusa in entrambi i sensi di marcia a causa della presenza di gasolio sulla carreggiata, che rende il fondo stradale estremamente scivoloso e pericoloso. Non ci sarebbero feriti gravi.
Davanti ai giudici dei Tribunale del Riesame di Milano, nel corso di un’udienza durata due ore in cui ha chiesto i domiciliari, l’agente Carmelo Cinturrino ha ribadito ancora una volta di aver «sparato per paura» a Abderrahim Mansouri e che «non voleva uccidere» il pusher, descrivendo «una tragica fatalità» quanto accaduto il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il poliziotto, accusato di omicidio volontario aggravato (anche dalla premeditazione) e indagato per oltre 30 capi di imputazione, è in carcere dal 23 febbraio. Cinturrino, hanno riferito i suoi avvocati, conosceva Mansouri «solo per una foto segnaletica». L’agente ha inoltre respinto le altre accuse di spaccio, violenze e pestaggi. La decisione dei giudici è attesa per i prossimi giorni. L’inchiesta ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di altri sei poliziottidel Commissariato Mecenate, accusati a vario titolo di favoreggiamento, omissione di soccorso, arresti illegali, falso e estorsione.
Ci sono una buona e una cattiva notizia. La buona: Ignazio La Russa, tramite video sui social, informa che non incontrerà la cosiddetta famiglia del bosco questo mercoledì, il 18 marzo, cioè a ridosso del referendum sulla giustizia, sia mai che si possa strumentalizzare. La cattiva: lo farà comunque dopo, sensibile – dice – al richiamo dei genitori «degli sfortunati bambini».
La seconda carica dello Stato dovrebbe spegnere i fuochi della polemica
Il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, custode della terzietà istituzionale, uomo che dovrebbe incarnare equidistanza e soprattutto non alimentare i fuochi della polemica ma spegnerli, ha deciso che quella vicenda merita non una nota stampa, un generico appello alla tutela delle famiglie, ma un incontro diretto. Nessuno glielo ha chiesto, e non c’è norma che lo preveda. Il codice di buona condotta istituzionale, semmai, lo sconsiglierebbe vivamente.
Ma per La Russa la famiglia del bosco è, politicamente, come il richiamo della foresta. L’icona perfetta del racconto che la destra sta costruendo con meticolosa strategia: magistratura cattiva, politica buona. Lo Stato nemico del popolo e dei deboli. Insomma, una trama da cui è difficile tenersi lontani. Un meccanismo rodato, che al presidente del Senato non par vero enfatizzare facendo di un caso di cronaca controverso il viatico per una campagna di propaganda.
Il presidente del Senato Ignazio La Russa e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (foto Ansa).
Fontana, presidente della Camera e leghista doc, si sta contenendo
Colpisce, ma questo è un suo merito, il confronto con il collega di Montecitorio. Lorenzo Fontana, presidente della Camera, leghista doc, uno che sulla carta dovrebbe essere il più tentato dalla militanza attiva, resta al suo posto mostrando una commendevole disciplina istituzionale. Non commenta le sentenze e non si presta alle narrazioni di parte. Fa il presidente della Camera, punto. La Russa, invece, non ha smesso i panni di quando era un attivista missino, incurante del fatto che il suo ruolo attuale imporrebbe di dismetterli.
Il presidente della Camera Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).
Il paradosso è evidente: l’uomo di Alleanza nazionale, il nostalgico convertito al garantismo di convenienza, l’alfiere della destra che ha sempre applaudito – vedi Mani Pulite – al ruolo moralizzatore delle procure, ora dall’alto della sua carica istituzionale fa esattamente quello che ha sempre accusato gli altri di fare. Invadere. E biasima l’intervento dei giudici.
L’ambiente del bosco dove sono cresciuti i figli di Ignazio è quello verticale
Ciò non vuol dire che la vicenda della famiglia del bosco non meriti attenzione. Ma come lei ce ne sono centinaia la cui odissea si svolge tra servizi sociali, tribunali e una burocrazia che spesso fa a pugni con le ragioni umanitarie. E su cui però non si accendono i riflettori. Ma il presidente del Senato incontra proprio quella che demagogia e propaganda hanno ritenuto degna di interesse. Quella che è finita sui giornali e che per senso e tempistica (siamo a ridosso di un referendum sulla giustizia che la destra deve vincere) presentava requisiti perfetti. La Russa dirà che lo fa per umanità, da padre di famiglia quale anche lui è, anche se l’ambiente del bosco dove sono cresciuti i suoi figli è quello verticale. Carità cristiana, dirà qualcuno. Ma mai come in questo caso pelosa.
Il consiglio di amministrazione di Bff Bank, piattaforma pan-europea presente in nove Paesi specializzata nella gestione e nell’acquisto pro soluto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione e i Sistemi sanitari nazionali, ha deliberato di cooptare Giuseppe Sica in qualità di consigliere, attribuendogli l’incarico di amministratore delegato. Ciò fa seguito alle dimissioni di Massimiliano Belingheri dal suo incarico di consigliere di amministrazione non esecutivo. Sica continuerà anche a mantenere l’incarico di direttore generale conferitogli a febbraio 2026. «Ringrazio il cda per la fiducia accordatami con questa nomina. Sono orgoglioso di potere lavorare con il nostro management team e guidare la banca nella sua prossima fase a beneficio di tutti gli stakeholders», ha commentato Sica.
Chi è Giuseppe Sica
Laureato in Fisica presso la Scuola normale superiore e specializzatosi presso la Luiss Business school, è entrato a far parte del Gruppo nel 2025 in qualità di cfo. In precedenza, ha ricoperto lo stesso ruolo presso Banca Mps, è stato presidente di Axa Mps e ha supportato Eurovita – in qualità di amministratore delegato – nella preparazione del proprio piano di risanamento, maturando così negli anni un’ampia esperienza nel settore finanziario. Dal 2002 al 2020 ha lavorato in Morgan Stanley fino a divenire – in qualità di managing director – responsabile del team investment banking per le istituzioni finanziare italiane. Durante questo periodo, ha lavorato con BFF sulla cessione da Apax a Centerbridge nel 2015, sull’acquisizione strategica in Polonia nel 2016, sulla quotazione della società presso la Borsa italiana nel 2017 e sulle prime emissioni pubbliche della banca.
Andrea Dini, cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana (è fratello della moglie Roberta), è indagato con altre cinque persone per caporalato dalla Procura di Milano, che ha disposto il controllo giudiziario di Dama, società di produzione di maglieria e vestiario di cui è amministratore delegato. Lo si legge nell’atto con cui è stata disposto dal pm Paolo Storari il controllo giudiziario della stessa Dama e di Aspesi, noto marchio di abbigliamento, nell’ambito di un filone d’inchiesta sullo sfruttamento nella moda e nel made in Italy.
Attilio Fontana (Imagoeconomica).
Le accuse di confronti di Dama
L’accusa nei confronti di Dama, società da 107 milioni di ricavi l’anno, 5,6 milioni di utili e 309 dipendenti di cui 130 operai, è di «sfruttamento» della manodopera cinese «in stato di bisogno», impiegata nella sette giorni su sette, dalle 8 del mattino alle 22 della sera nella produzione di capi per il brand Paul&Shark nella sede di Varese. La misura dovrà essere vagliata da un gip entro 10 giorni. Dini, con Dama, era già stato indagato per la vicenda dei camici forniti alla Regione Lombardia: la sua posizione era stata poi archiviata.
La Biennale di Venezia ha inviato al ministero della Cultura la documentazione relativa alpadiglione russo previsto alla prossima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte che aprirà il 9 maggio. L’istituzione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco ha precisato che «nessuna norma è stata violata» e che «le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come da nostro dovere». A richiedere «con la massima urgenza» elementi in merito alla partecipazione della Russia alla Biennale, con particolare riferimento alle modalità di allestimento e di gestione del padiglione e alla loro compatibilità con il regime sanzionatorio in vigore, era stato il ministro Alessandro Giuli. L’obiettivo è accertare se la gestione logistica, i materiali e le eventuali movimentazioni collegate all’allestimento possano entrare in conflitto con le restrizioni adottate dall’Unione europea dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Alessandro Giuli (Ansa).
Il rischio di sospensione dei finanziamenti europei in caso di irregolarità
Le sanzioni non vietano la partecipazione di artisti russi a eventi culturali internazionali, ma pongono limiti su transazioni, logistica e rapporti con enti statali. Per questo il ministero vuole chiarire se l’organizzazione del padiglione russo abbia richiesto operazioni che necessitano di autorizzazioni specifiche. In caso di irregolarità, l’applicazione delle sanzioni resta di competenza degli Stati membri. Non è invece automatico il rischio di contromisure dirette da parte dell’Unione europea. Sullo sfondo c’è però il tema dei finanziamenti comunitari alla Fondazione Biennale, pari a circa 2 milioni di euro in tre anni nell’ambito del programma Europa Creativa. Un portavoce della Commissione ha chiarito che, in caso di violazione degli accordi, il progetto potrebbe essere sospeso o revocato.
Donald Trump ha detto di aver chiesto a Xi Jinping di rinviare di circa un mese – a causa della guerra in Iran – il vertice in programma a Pechino per l’inizio di aprile. «Voglio essere qui, devo essere qui. Quindi abbiamo chiesto di rimandare l’incontro di un mese o giù di lì… È molto semplice, abbiamo una guerra in corso», ha detto il presidente Usa parlando con i giornalisti nello Studio Ovale.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Pechino «ha preso atto» della richiesta di Trump
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha dichiarato che Pechino «ha preso atto» della richiesta della Casa Bianca: «Le due parti sono in comunicazione sulla tempistica della visita del presidente Trump in Cina. Al momento non ho ulteriori informazioni da fornire».
La richiesta di Trump alla Cina per lo Stretto di Hormuz
Il 16 marzo Trump ha chiesto anche alla Cina di contribuire alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz, così da permettere la riapertura del braccio di mare attraverso cui transita una fetta cruciale del greggio mondiale. C’è chi suggerisce che il rinvio dell’incontro possa (anche) essere legata a tensioni tra Washington e Pechino proprio su tale questione.
Con l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio causato dall’attuale crisi energetica, si torna a parlare di accise mobili, un meccanismo introdotto con la legge finanziaria 2008 e successivamente riformato dal governo Meloni nel 2023. Per capire cosa sono, occorre ricordare che i prezzi dei carburanti sono gravati da una doppia tassazione: le accise, imposte calcolate in misura fissa per unità di prodotto, e non in percentuale sul prezzo, e l‘Iva, applicata al 22 per cento sull’intero prezzo comprensivo già delle accise stesse (un meccanismo spesso criticato che viene definito di “tassa sulla tassa”). Quando il prezzo del greggio sale, va da sé che lo Stato incassa più Iva, essendo quest’ultima una percentuale il cui valore aumenta all’aumentare del prezzo su cui viene calcolata. Ecco che, per compensare questo rincaro, possono entrare in gioco le accise mobili. Il governo può cioè ridurre le accise (che sono invece un valore fisso) di un importo pari al maggior gettito Iva incassato.
Come funzionano le accise mobili
Per fare un esempio, supponiamo che nella situazione iniziale lo Stato incassi 0,30 euro di Iva per ogni litro di carburante venduto. Se il prezzo sale e l’Iva pagata dai cittadini balza a 0,35 euro per litro, lo Stato guadagnerebbe 0,05 euro imprevisti in più, il cosiddetto extra-gettito. Per legge, il governo può emanare un decreto di attivazione dell’accisa mobile per tagliare l’accisa di 0,05 euro, facendo così in modo che il prezzo alla pompa scenda dello stesso importo. In questo modo manterrebbe invariate le entrate per lo Stato facendo risparmiare i cittadini.
Le accise si possono abolire?
Quando si parla di accise, torna in auge anche il dibattito sulla loro abolizione. A tal proposito va sottolineato che ciò non è possibile, perché c’è una direttiva comunitaria (2003/96/CE) che obbliga a sottoporre ad accisa tutti i prodotti energetici impiegati come carburanti e stabilisce le aliquote minime unionali per i singoli prodotti energetici. Lo spazio di manovra per ridurre le accise su benzina e gasolio è quindi vincolato al rispetto dei valori minimi previsti dalla normativa europea. Un altro tema che anima il dibattito quando aumentano i prezzi di benzina e gasolio riguarda la riduzione dell’Iva. Anche in questo caso le regole sono dettate dalla normativa comunitaria, che esclude i carburanti dai prodotti assoggettabili ad aliquota ridotta. Dunque il governo non può intervenire per abbassare la percentuale.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha confermato l’uccisione di Ali Larijani, capo del Consiglio di sicurezza iraniano, obiettivo dei raid notturni condotti dall’IDF su Teheran. Il 16 marzo proprio Larijani, tramite un messaggio in sei punti diffuso su X, aveva fatto appello all’unità dei «musulmani di tutto il mondo e ai governi dei Paesi islamici». Era considerato l’uomo più influente del regime iraniano, nonché il leader di fatto della Repubblica Islamica dalla morte di Ali Khamenei.
Ucciso anche Soleimani, comandante delle forze Basij
Il capo di Stato maggiore israeliano, generale Eyal Zamir, senza citare esplicitamente di Larijani, ha detto: «Durante la notte sono stati registrati anche risultati significativi in termini di eliminazioni, che potrebbero influire sui risultati della campagna e sulle missioni delle IDF». Tra gli obiettivi centrati dal bombardamento anche Gholamreza Soleimani, il comandante della forza paramilitare Basij, che è stato ucciso. Eliminato pure il vice Seyyed Karishi. Durante le proteste interne in Iran, in particolare nei periodi più recenti in cui le manifestazioni si sono intensificate, le forze Basij hanno guidato le principali operazioni di repressione.
COMMANDER OF THE BASIJ UNIT ELIMINATED
Yesterday, the IDF targeted & eliminated Gholamreza Soleimani, who operated as commander of the Basij unit for the past 6 years.
Under Soleimani, the Basij unit led the main repression operations in Iran, employing severe violence,… pic.twitter.com/aJ0dNtCFz0
Un altro raid aereo israeliano in Iran ha preso di mira Akram al-Ajouri, leader della Jihad islamica palestinese, e altri alti funzionari del gruppo terroristico.
STRUCK: Iranian regime infrastructure in different areas across Iran:
In Tehran, dozens of munitions were dropped on command centers and UAV, ballistic missiles and air defense storage sites were stuck.
L’ambasciata statunitense a Baghdad è stata colpita nella notte da un attacco con droni e razzi, dopo che un attacco simile era avvenuto poche ore prima. Lo ha riferito un funzionario della sicurezza. La difesa aerea, secondo quanto riporta un giornalista dell’Afp, ha intercettato un primo vettore. Ma un secondo (si tratterebbe di un drone) ha colpito la sede diplomatica Usa provocando un’esplosione. Dall’ambasciata si è alzata una colonna di fumo. Non ci sarebbero vittime.
WATCH: Dramatic moment US Embassy C-RAM air defense shoots down incoming drone in Baghdad, Iraq pic.twitter.com/0PCPfh4lXo
Teheran: «Attaccate basi Usa negli Emirati, in Bahrein e in Qatar»
Le autorità iraniane, una nota ufficiale diramata dalla televisione di Stato, hanno inoltre annunciato di avere attaccato la base aerea statunitense di Isa, in Bahrein, e la base aerea di al-Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti: «I Paesi del Golfo farebbero meglio a espellere gli americani dai loro territori per evitare danni». In precedenza, i Guardiani della rivoluzione avevano reso noto di aver attaccato la base aerea statunitense di Al Udeid, in Qatar, utilizzando missili Zolfaghar e Qiam, oltre a droni.
Media: missili caduti a pochi metri dall’ufficio di Netanyahu
Secondo quanto riportato dalla tv iraniana Snn, alcuni missili sono caduti a pochi metri dall’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.
Continua lo scontro tra governo e opposizioni sul referendum sulla giustizia. Ad accendere le polemiche sono ora le parole del deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia che, durante un evento in Basilicata, ha invitato il pubblico a usare il «solito sistema clientelare» per convincere i conoscenti a votare Sì. Queste le sue parole: «Avete gli argomenti per poter discutere, ma se non dovesse servire, utilizzate anche il solito sistema clientelare. Non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti. Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia». Dichiarazioni che hanno subito scatenato l’ira di Pd e M5s.
Pd: «Parole gravissime e preoccupanti»
Daniele Manca, senatore e commissario regionale del Pd Basilicata, ha parlato di «parole gravissime che stanno suscitando forte preoccupazione sul piano politico e istituzionale». «Richiamano un modo di concepire la politica che pensavamo appartenesse al passato peggiore del nostro Paese», ha evidenziato. «È ancora più grave che queste parole arrivino da un parlamentare della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione. Quel giuramento richiama ogni rappresentante delle istituzioni al rispetto della libertà del voto e dei principi democratici».
M5s: «Meloni prenda le distanze»
Sul piede di guerra anche il M5s. con il capogruppo al Senato Luca Pirondini che ha così commentato le dichiarazioni di Mattia: «Non è una frase sfuggita per caso, ma una vera e propria call to action. Quelle del deputato Mattia sono parole gravissime, ma ancora peggio è stato l’applauso della platea presente all’evento targato Fratelli d’Italia. Nessuno si è alzato per dire a Mattia “Ma cosa stai dicendo? Ma sei impazzito?”. Ci sarà qualcuno dentro Fratelli d’Italia che lo farà oggi? Giorgia Meloni condivide questo metodo oppure prende le distanze in modo netto e pubblico dal suo deputato e dall’applauso vergognoso che ha fatto da cornice al suo intervento? Comunque se queste sono le argomentazioni di chi chiede il Sì, allora c’è un motivo in più per reagire. Andare a votare in massa e dimostrare che il voto dei cittadini non si compra e non si indirizza con i favori come predica qualcuno dentro FdI».
Nuovi sviluppi nelle indagini sull’omicidio di Abderrhaim Mansouri, il pusher ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo dall’assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino, che accusato di omicidio volontario aggravato è detenuto nel carcere di San Vittore. Nei suoi confronti sono emerse nuove accuse. Inoltre sono finiti sotto inchiesta ltri due colleghi.
Le nuove accuse contestate a Cinturrino
Oltre all’accusa di omicidio volontario, la procura di Milano ha mosso nuove contestazioni a carico di Cinturrino: dall’estorsione alle percosse, fino allo spaccio. Le accuse nascono dalle testimonianze a tappeto raccolte dai pm da tossicodipendenti e spacciatori arrestati da Cinturrino, ma anche chi ha solo ‘incrociato’ il poliziotto durante le sue operazioni antidroga, finite sotto la lente d’ingrandimento.
Indagati altri due poliziotti per falso e arresto illegale
Oltre ai quattro agenti presenti quel giorno nel boschetto di Rogoredo, al centro di indagini per omissione di soccorso e favoreggiamento e per questo assegnati a incarichi non operativi al di fuori del commissariato Mecenate, sono infatti sono indagati altri due poliziotti: uno per falso e uno per arresto illegale. Le nuove iscrizioni sono legate alla richiesta di incidente probatorio notificata per convocare almeno otto testimoni, tra pusher e tossicodipendenti.
In una nota, il comitato di redazione del Giornale Radio Rai ha puntato il dito contro Annalisa Chirico e Ping pong, il suo programma su Radio Uno, «diventato lo specchio delle ipocrisie» a cui il servizio pubblico «sottopone i suoi dipendenti». Alla base del comunicato il tempo concesso alla giornalista, troppo schierata per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, che si terrà il 22 e 23 marzo.
Annalisa Chirico (Imagoeconomica).
Il comunicato del cdr di Giornale Radio Rai contro Annalisa Chirico
«Monitoraggio ossessivo dei tempi per il Sì e per il No. Attenzione all’equidistanza che tutti i colleghi applicano nei propri programmi, che si tratti di politica, cronaca o esteri. Tutti, tranne Annalisa Chirico. A lei è concesso dire in onda che voterà Sì al referendum, andare ospite in programmi d’informazione a difendere il fronte del Sì», si legge nella nota. A Chirico, sottolinea il cdr, «è concesso, più in generale, essere una militante più che una giornalista che collabora con la testata radiofonica del servizio pubblico. Prendere posizione, sbilanciarsi a favore dell’uno o dell’altro, non rispettare la completezza dell’informazione». Venerdì 13 marzo, ad esempio, «la puntata sul caso della famiglia del bosco è diventato un florilegio di qualunquismo e opinionismo da quattro soldi».
I dem della Commissione Vigilanza: «Ennesimo grave episodio»
Sulla questione sono intervenuti i membri del Partito democratico della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai, parlando di «preoccupante» ed «ennesimo grave episodio» per un’emittente che «sta diventando una sorta di radio del regime di TeleMeloni». Quanto a Chirico, la giornalista è stata definita una «rappresentante della destra di governo», anziché «conduttrice radiofonica imparziale e democratica». La replica dei componenti di Fratelli d’Italia è arrivata subito. I meloniani hanno parlato di «ennesima polemica strumentale e campata in aria della sinistra, che conferma di essere allergica al pluralismo e alla libertà di opinione» e del «solito doppiopesismo» dell’opposizione, quando «peraltro non risulta a carico della trasmissione condotta dalla stessa Chirico alcun rilievo dell’Agcom, a conferma della correttezza e del rispetto delle regole».
In politica, si sa, tradizionalmente è il centrosinistra a dividersi. Dal Pd al M5s, da Iv a Avs ormai si discute su ogni tema o quasi, per non parlare del fiorire di correnti e correntine interne ai partiti. Al contrario, il centrodestra, nonostante le frizioni e le antipatie, riesce a mostrarsi monolitico, riuscendo nella maggior parte dei casi a ricucire in casa. Nel mondo culturale, invece, avviene l’esatto contrario. Diciamo che se fossimo in Stranger Things, la Cultura rappresenterebbe il Sottosopra della destra. La maggioranza infatti in questa bulimia di poltrone (e nella foga di arricchire il proprio Pantheon scippando numi di sinistra, da Gramsci a Pasolini) non trova pace, mentre la gauche nella difesa della propria egemonia è unita e compatta.
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).
Il duello Giuli-Buttafuoco
La cronaca degli ultimi giorni lo conferma. Iniziamo con lo scontro tra il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, reo di aver aperto le porte della prossima Biennale d’Arte alla Russia. «Buttafuoco non ci ha detto nulla quando invece lui già sapeva del ritorno della Russia, ha messo in difficoltà il governo e isolato la Biennale agli occhi del mondo», ha sbottato Giuli arrivando a chiedere le dimissioni di Tamara Gregoretti, rappresentante del suo stesso ministero nel consiglio di amministrazione della Biennale.
Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).
Buttafuoco da parte sua non ha replicato, ma in sua difesa si sono schierati due intellettuali di destra del calibro di Marcello Veneziani e Franco Cardini. «Va bene una Biennale inclusiva verso immigrati, gay e mondo queer ma non verso i popoli e le civiltà del mondo», ha scritto Veneziani sulla Verità. «È sempre più difficile assumere un ruolo pubblico senza diventare servi zelanti in livrea abbaiando a comando, mentre chi disturba viene abbandonato, sconfessato, boicottato», ha aggiunto. «Noi abbiamo preferito sottrarci dal rispondere quando un ministro ci attaccò in modo volgare». Veneziani fa riferimento a un altro duello che lo ha visto protagonista contro il ministro della Cultura.
Franco Cardini (Imagoeconomica).
Quando Veneziani criticò il governo Meloni
L’episodio risale a fine 2025, quando il giornalista e scrittore sempre sul quotidiano diretto da Maurizio Belpietro vergò un editoriale al vetriolo contro il governo Meloni. «Nulla è cambiato nella nostra vita di italiani, cittadini, contribuenti, patrioti e uomini di destra, tutto è rimasto come prima, nel bene e nel male, nella mediocrità generale e particolare». La replica di Giuli fu durissima e personale, parlando di «bile nera» e «animo ricolmo di cieco rimpianto». Come a voler dire: ti sarebbe piaciuto essere al mio posto, ma non ci sei. Del resto all’epoca della formazione del governo, e prima di nominare Gennaro Sangiuliano, Giorgia Meloni sondò informalmente proprio Veneziani, che, secondo qualche retroscena, gentilmente declinò.
Alessandro Giuli, Gennaro Sangiuliano e Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).
Ma nella querelle sulla Biennale a difesa di Buttafuoco è intervenuto anche lo storico Cardini. «Non vedo i presupposti giuridici e procedurali sulla base dei quali il ministro può intervenire. Giuli ha compiuto un passo inopportuno e inadeguato» ha commentato lo storico in un’intervista alla Stampa. E poi è andato oltre: «Credo che Giuli si senta molto insicuro perché sente tutte le critiche che gli vengono mosse per la sua inadeguatezza (…) Giuli è un personaggio della cultura militante che non è convincente né dal punto di vista scientifico, né da altri punti di vista».
L’allergia storica della destra per gli intellettuali
Insomma, colpi di clava. Che si inseriscono perfettamente nella tradizione degli scontri che hanno sempre contraddistinto il mondo culturale della destra italiana. Giuseppe Bottai contro Giovanni Gentile, Curzio Malaparte contro Giuseppe Prezzolini, Indro Montanelli contro lo stesso Malaparte – due toscanacci l’un contro l’altro armati – Leo Longanesi contro tutti, giusto per citare qualche esempio del passato.
Leo Longanesi (Ansa).
«Tutto mi sembra l’eco di un vecchio pregiudizio che alligna da sempre nei partiti della Fiamma, i cui esponenti hanno sempre visto con fastidio gli intellettuali, considerandoli come dei piantagrane buoni solo a criticare e a imbastire polemiche contro quella che dovrebbero considerare la loro casa-madre. Un tempo Giuli fustigava questo atteggiamento, ora l’ha fatto suo», spiegava qualche tempo fa sul Fatto quotidiano il politologo di destra Marco Tarchi. «Anche la storia del marxismo, con le sue infinite scuole, conventicole e diatribe dimostra che non si tratta un’esclusiva della destra. In quest’area, però, appare ancora più pronunciata per quel tarlo dell’individualismo che l’ha sempre contraddistinta, e che è una sorta di indesiderato sottoprodotto della visione antiegualitaria che le è propria», aggiungeva Tarchi. Qui poi andrebbe fatto un inciso: basta fare il giornalista ad alto livello e aver scritto qualche libro, come Sangiuliano e Giuli, per essere considerato un intellettuale?
Marco Tarchi (Imagoeconomica).
Quel maledetto predominio culturale della sinistra
Altra figura rilevantissima della cultura destrorsa è Giordano Bruno Guerri che, forse per la sua totale indipendenza al confine con un certo anarchismo, viene spesso tenuto ai margini, ma è lui, da presidente del Vittoriale, ad aver ridato lustro e vita alla dimora di Gabriele D’Annunzio. Ecco cosa sosteneva in un’intervista alla Stampa lo scorso luglio: «Gli intellettuali di destra sono di meno e pure poco valorizzati, questo forse perché storicamente questa parte politica si è sempre interessata poco alla cultura, come ai tempi del Msi, che non era un partito ‘colto’… Ora invece mi pare ci sia una volontà di darsi da fare, magari anche sbagliando, che ho visto prima con Sangiuliano e ora con Giuli…».
Giordano Bruno Guerri (Imagoeconomica).
Del resto, per Guerri il predominio della sinistra sul mondo culturale è innegabile e così pare pensarla lo stesso Veneziani. Insomma, la destra al governo è stata costretta ad arrancare in un mondo in cui le cariche più prestigiose (istituti culturali, musei, fondazioni, teatri) le sono sempre state negate. Con gli incarichi culturali il governo Meloni si trova a maneggiare una materia nuova e sconosciuta. Dove però spesso nelle scelte si intersecano fedeltà all’esecutivo, autonomia culturale, una certa dose di individualismo e forse una rosa di candidati abbastanza scarsa. E allora ecco le liti, gli scontri, le invettive. Insomma, il campo largo della cultura a destra è diviso e litigioso almeno quanto il campo largo politico a sinistra.