L’Uefa, dopo aver revocato il sostegno precedentemente accordato a Gianni Infantinoper nuovo mandato, ha intenzione di presentare una denuncia penale contro il presidente della Fifa presso i tribunali della Svizzera per cattiva gestione, ai sensi dell’articolo 158 del Codice penale elvetico. Per sostenere la denuncia, la confederazione calcistica europea ha chiesto alla Corte distrettuale della Florida di emettere un’ordinanza per l’accesso a documenti Fifa ritenuti probatori: di recente il Congresso Usa ha avviato un’indagine su presunti rapporti economici illeciti tra Infantino e Donald Trump. La battaglia tra l’organo di governo del calcio europeo e il presidente della Fifa, iniziata a causa del progetto – poi ritirato – di vendere quote della Coppa del Mondo a investitori privati, si arricchisce così di un nuovo capitolo.
«Pensare che 10 anni fa il Meeting sembrava in piena decadenza. Papa Francesco non lo vedeva di buon occhio», osserva la mia amica, mentre sorseggiamo una birra ghiacciata sedute a un tavolo nella zona ristoro, nelle ultime ore di un’edizione da record. La kermesse riminese di Cl, dedicata quest’anno a “L’amor che move il sole e l’altre stelle,” ha incassato 900 mila presenze, la visita di papa Leone XIV – che ha sancito la ritrovata armonia con la Santa Sede -, una carrellata di ministri, e gran finale con la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e con il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. È per lui che la mia amica e io siamo venute qui, insieme ad altri ex alunni del liceo Giulio Cesare. E il nostro ex compagno del ginnasio, diventato cardinale e quasi-papa, non ci ha deluso: al termine del suo evento, ci ha regalato strette di mano e selfie di gruppo e ha perfino condiviso ricordi dei nostri vecchi prof, la prova che Sua Eminenza non stava bluffando e, a distanza di oltre 40 anni, aveva collocato le nostre facce attempate nel punto giusto della sua articolata biografia, il che ha del miracoloso.
Il perenne sorriso dei volontari produce un effetto Pluribus
Dopo l’incontro, abbiamo deciso di restare, non tanto per smaltire l’emozione della carrambata, quanto per guardarci intorno e assaporare il Meeting nel momento liminale delle sue ultime battute, quando, esauriti gli appuntamenti del programma, ripartiti tutti gli ospiti famosi, dileguati i giornalisti, nei padiglioni della Fiera di Rimini restano solo gli ultimi visitatori a caccia di un pasto veloce nei ristoranti che stavano via via esaurendo tutti i condimenti (gli ultimi arrivati si sono dovuti accontentare di pasta in bianco e piadine vuote) e l’esercito dei volontari. Sono di tutte le età, di tutte le provenienze e dei soli due generi creati da Dio (nell’app del Meeting, che ho scaricato per avere i pass, puoi indicare te stesso solo come maschio o femmina, non sono previste altre opzioni oppure la reticenza). È un variegato popolo di 3.300 persone, accomunate solo dalla fede, dall’inossidabile cordialità e dal perenne sorriso, il che produce un inquietante effetto Pluribus, la celebrata serie filosofico-fantascientifica sugli effetti di un virus che connette tutta l’umanità, salvo pochi immuni, in una mente collettiva pacifica e appagata. Ma per accorgersene bisogna a) non essere ciellini, e b) avere visto Pluribus, e qui dentro non devono essere molti a possedere entrambi i requisiti.
La prassi e la retorica della vecchia sinistra, senza essere a sinistra
Senza il riferimento della serie di Vince Gilligan, l’impressione che si riceve dal Meeting dei seguaci ed eredi di don Luigi Giussani è quella condivisa dai tanti profani che nel corso degli anni ci hanno messo il naso guardinghi, aspettandosi all’ingresso un atheism-detector e un esame di catechismo, e poi ne sono usciti pieni di incredula meraviglia. A colpirli, soprattutto, l’accoglienza, l’efficienza e l’abnegazione dei volontari venuti da tutta Italia per sgobbare dalle otto a mezzanotte a scaricare casse, allestire mostre, accompagnare visitatori e farcire piadine, pagandosi le spese di soggiorno a Rimini o accampandosi in casa di amici. Roba che da un pezzo non si vede più neanche alle feste dell’Unità. E pazienza se l’impegno non è del tutto disinteressato, e può procurare protezioni e facilitazioni nel ramificato universo economico-imprenditoriale ciellino, anche se forse oggi è meno scontato di una volta. «C’è molto di simile alla prassi e alla retorica della vecchia sinistra», scriveva nel 2008 lo storico e saggista Claudio Giunta, «solo che qui decisamente non siamo a sinistra».
Un’anteprima delle tendenze politiche autunno/inverno
No, decisamente no. Non lo era nel 2008, quando il Meeting ospitò praticamente tutto il governo Berlusconi IV, più il senatore a vita Giulio Andreotti, la A del CAF (le altre lettere dell’acronimo erano Craxi e Forlani) di cui, prima di Tangentopoli, Cl era la colonna nel mondo cattolico. E non è troppo a sinistra nemmeno il cast dell’ultima edizione, in cui i personaggi meno sovranisti erano probabilmente Papa Leone e il cardinal Pizzaballa. Anzi, negli ultimi tempi il Meeting è una specie di Fashion Week in cui il centrodestra mostra in anteprima le tendenze della prossima stagione, idee che, come gli abiti che gli stilisti fanno sfilare in passerella, sono improponibili nella realtà, ma fanno chiacchierare i giornalisti. Esempio, le tasse sugli extraprofitti che, secondo Tajani, «sanno di Unione Sovietica» (a quanto pare, il vicepremier ha raccolto il trend trumpiano dell’anticomunismo di ritorno), o i corsi d’italiano obbligatori per i genitori stranieri, caldeggiati del ministro dell’Istruzione Valditara, per prendere con una fava due piccioni: invadere il terreno di Roberto Vannacci ed evitare che i nuovi italiani parlino come Adolfo Urso.
E per il 2027 aspettiamo i «pionieri coraggiosi»
Mentre “L’amor che move il sole e l’altre stelle” va a fare compagnia ai titoli dei Meeting passati (memorabili “La Bestia, Parsifal e Superman” e l’insuperato, in termini di lunghezza, “Lo Starets rispose: Davvero, tutto è splendido perché tutto è Verità”), è già stato divulgato quello dell’edizione 2027: “Pionieri coraggiosi per custodire l’umano”. Al netto del consueto sospetto di supercazzola, c’è da chiedersi se questi “pionieri custodi dell’umano” Cl crede di poterli trovare a destra, dove sembrano più preoccupati di custodire i confini dall’umano, specie se è povero e con troppa melanina. E forse con questa retorica vinceranno le prossime elezioni.
Dal 3 al 6 settembre, in un luogo imprecisato nel Nord Italia, si terrà il raduno neonazi “Ritorno a Camelot 2026”, organizzato da Veneto Fronte Skinheads, che vedrà non solo esibirsi numerosi gruppi musicali, ma anche la partecipazione di militanti dell’ultradestrasuprematista provenienti da tutta Europa. Tra essi pure membri di Blood & Honour, sanzionato dal governo britannico nell’ambito della locale normativa antiterrorismo.
Interrogazione di Bonelli a Piantedosi
Come detto, non si sa dove si terrà l’evento. Ma a giudicare dalle distanze dagli aeroporti fornite dagli organizzatori e dalla loro provenienza geografica, l’area prescelta potrebbe trovarsi a nord del Lago di Garda, a cavallo tra Veneto e Trentino. Il fatto che sia proprio l’Italia a ospitare un evento di questo tenore ha portato Angelo Bonelli ad annunciare un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Non si tratta di un evento folkloristico né di libera espressione», ha detto il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde: «È la messa in scena organizzata di ideologie che la nostra Costituzione ripudia esplicitamente».
Intesa Sanpaolo, attraverso la divisione IMI Corporate & Investment banking guidata da Mauro Micillo, ha perfezionato un finanziamento in favore di Energy power 1, controllata di Arena energy power, realtà del Gruppo Arena dedicata allo sviluppo degli investimenti nel settore delle energie rinnovabili. L’operazione si inserisce nella più ampia strategia di transizione energetica del Gruppo Arena.
Il Gruppo Arena potrà proseguire nel proprio percorso di decarbonizzazione
Il finanziamento, del valore complessivo di 8,8 milioni di euro, include un Green Loan di 6,8 milioni di euro destinato alla realizzazione di un impianto fotovoltaico Full Merchant della potenza complessiva di circa 9,9 MWp nel Comune di Assoro (Enna). Il progetto consentirà al Gruppo Arena di incrementare la produzione di energia elettrica da fonte solare, ridurre progressivamente la dipendenza dall’approvvigionamento energetico esterno e proseguire il proprio percorso di decarbonizzazione, generando benefici ambientali ed economici nel lungo periodo. L’operazione conferma l’approccio della divisione IMI CIB nel mettere a disposizione delle imprese soluzioni finanziarie sempre più evolute, capaci di integrare innovazione, sostenibilità e supporto ai piani di sviluppo industriale. La struttura del Green Loan, conforme ai Green Loan Principles della Loan Market Association (LMA) e integralmente allineata alla Tassonomia UE, risponde ai più avanzati standard della finanza sostenibile e alle crescenti esigenze delle imprese impegnate nella transizione energetica.
È morto Ratko Mladic, leader militare condannato per genocidio per i crimini commessi durante la guerra nell’ex Jugoslavia come comandante dei serbo-bosniaci, su tutti il massacro di Srebrenica del 1995. Aveva 84 anni. Il decesso è avvenuto nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia.
Ratko Mladic nel 1993 (Ansa).
I crimini di guerra, la latitanza e l’arresto
Nato a Božanovići, oggi Bosnia ma all’epoca Croazia, Mladic era figlio di un partigiano comunista, che sarebbe stato poi ucciso dagli Ustasha. Dopo aver scalato i ranghi dell’Armata Popolare Jugoslava, ricoprì la carica di capo di stato maggiore delle forze armate dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina durante la guerra in Bosnia, rendendosi responsabile dell’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna, e anche del massacro di Srebrenica, compiuto assieme alle forze paramilitari di Arkan. Accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, Mladic fu arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, in Serbia, dopo 15 anni di latitanza, e successivamente estradato all’Aja: il processo a suo carico, iniziato l’anno successivo, si era concluso nel 2017 con la condanna all’ergastolo, poi confermata anche in appello nel 2021. Poche ore prima della morte era stata respinta l’ultima richiesa di scarcerazione per Mladic, che durante la detenzione era stato colpito da diversi ictus.
Sono tre gli italiani che mancano all’appello dopo l’alluvione innescata da una frana che ha devastato l’area di confine tra il Nepal e il Tibet, regione autonoma della Cina. Lo hanno confermato fonti della Farnesina: uno dei tre è Marco Ratto, 50enne titolare di un negozio di orologeria e oreficeria di Rapallo: al momento del disastro era in uscita dal Nepal. L’agenzia di viaggi cinese che avrebbe dovuto prendere in carico il gruppo di cui faceva parte ha confermato di aver perso i contatti al valico. Le autorità nepalesi avrebbero inserito il suo nome per due volte nella lista perché era registrato presso due diversi tour operator. Risulta poi irreperibile una coppia italo-svizzera, che dal Tibet era invece diretta in Nepal. Il ministero degli Esteri ha inoltre reso i nomi dei due italiani tratti in salvo: si tratta di Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo, adesso in viaggio verso Kathmandu.
Mattia Feltri si è dimesso da direttore di HuffPost Italia, incarico che ricopriva da aprile del 2020. Lo ha reso noto Gedi, gruppo editoriale controllato da Antenna Media, comunicando l’avvio di «una nuova fase» per la testata e aprendo «la ricerca del direttore che guiderà questo percorso». Feltri, figlio di Vittorio ex direttore de il Giornale e Libero, approderà a QN – Quotidiano Nazionale, dove terrà una sua rubrica. Il gruppo, di cui fanno parte Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno, è di proprietà di Leonardo Maria Del Vecchio, che a inizio anno ha acquisito la quota di maggioranza di Editoriale Nazionale dal gruppo Monrif tramite la società Lmdv Media.
L’attesa del gazebo non è essa stessa un gazebo? Il centrosinistra non riesce a liberarsi dal «primarie sì, primarie dai, primarie fantasma»: ogni giorno un dem sa che dovrà correre più di un cinque stelle (e viceversa) per riuscire a guadagnare un titolo sul giornale, anche se del tema, per dirla con Massimo Cacciari, «non gliene frega niente a nessuno». Tale è la stanchezza, che in molti invitano gentilmente i leader campolarghisti a chiudersi in una stanza e a non uscire finché non arrivino a un’intesa. Un appello che, viste le dichiarazioni quotidiane su ogni media disponibile, pare essere inascoltato. Nel Pd, costantemente in modalità rincorsa, si sta ingrossando il partito del no (da incorniciare la proposta di Roberto Speranza di indicare sulla scheda un «diciottenne o un partigiano») e al Nazareno c’è chi legge in questi appelli alla prudenza una strategia per indebolire Elly Schlein: insistere sui rischi delle primarie fa percepirela segretaria in bilico e in svantaggio rispetto a Giuseppe Conte, è il ragionamento.
Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli (Instagram).
Nel M5s, manco a dirlo, è tutto un sussulto di democrazia dal basso: «Individuiamo prima i principi e i valori e le apriamo a chiunque, anche online, senza preregistrazioni o tessere che allontanano la partecipazione», rilancia giovedì lo “smarmellatore” Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera.
Riccardo Ricciardi (Imagoeconomica).
Non poteva mancare Goffredo Bettiniche sul Fatto invita a frenare le «tarantelle». «Serve un comitato di garanti», dice, ed è necessario «un clima di amicizia tra di noi, più sincero rispetto all’oggi». Schlein, secondo il “demiurgo del Pd romano”, non ha paura: «Un aspetto non criticabile della segretaria è il coraggio. Ne ha da vendere». Vedremo.
Andrea Orlando e Goffredo Bettini (Imagoeconomica).
Pure Sandra Zampa concorda su un punto: «Basta esternazioni a caso sulle primarie, il Pd convochi la direzione», dice al Resto del Carlino la riformista prodiana. «Leggere che importanti esponenti non le vorrebbero mi pare surreale». Si fa avanti pure il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale: «Se si facesse un sondaggio sulle primarie tra il popolo del centrosinistra penso che l’opinione prevalente sarebbe contraria», spiega a La Stampa. Ma non bisogna temerle. «Primarie? Non so, non le escludo», ha tagliato corto dal palco del Meeting Stefano Bonaccini. «Dopo che avremo scritto il programma valuteremo, parlarne adesso vuol dire mettere il carro davanti ai buoi». L’importante è che siano dei paesi tuoi.
Michele De Pascale (Imagoeconomica).
Sotto il polverone di dichiarazioni, gli sherpa dem e cinque stelle – Igor Taruffi e Paola Taverna – continuano a lavorare per arrivare a un accordo sulle regole. Tanto per cominciare: turno unico come propone Conte o ballottaggio? Ancora non si sa chi e quanti saranno i candidati: in AVS circolano i nomi di Nicola Fratoianni, Elisabetta Piccolotti e addirittura di Francesca Albanese. Riccardo Magi di +Europa si dice pronto, ma i suoi frenano l’entusiasmo. Qualcuno punta su Silvia Salis e su Ernesto Maria Ruffini. Infine rimane il convitato di pietra: che farà il kraken Matteo Renzi? L’osservatorio Primarie continua.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
La frecciata a Urso sulla rivista dell’Eni
Geminello Alvi, economista e scrittore, si è tolto un sasso dalla scarpa. Nell’ultimo numero della rivista trimestrale di Eni, WE World Energy (nata dalle ceneri di Oil diretta da Lucia Annunziata) che giunge nelle redazioni in quantità industriali, Alvi firma un articolo, oggettivamente interessante, intitolato La contabilità delle risorse. Tema attualissimo. Il marchigiano, con la sua verve, tocca anche il tema delle terre rare su cui, scrive, «in Italia non c’è ministro o presunto esperto che non ne sottolinei il ruolo strategico per le filiere produttive». Qualcuno leggendo il passaggio ha strabuzzato gli occhi: mettere sullo stesso piano un ministro e un «presunto esperto» è un segnale da studiare con attenzione. Alvi non fa nomi, ma l’identikit è quello del titolare del Mimit, il “destro” Adolfo Urso che ha sottolineato spesso il ruolo strategico dei minerali critici. Chissà se la direttrice della rivista, Rita Lofano, che guida anche l’Agi, l’agenzia giornalistica dell’Eni, ha riletto con attenzione i testi dei prestigiosi collaboratori prima di dare l’ok alla tipografia…
Adolfo Urso (Imagoeconomica).
Zinzi attacca Romeo: Lady Verdini e Zoffili approvano
Ogni giorno ha la sua pena nellarovente estate leghista. L’ultima uscita che ha infiammato le chat nordiste è stata l’intervista di Giampiero Zinzi da Caserta contro il segretario lombardo e capogruppo al Senato Massimiliano Romeo. Commissario del partito in Campania dal 2024, dal 2013 al 2020 Zinzi è riuscito nell’impresa di cambiare quattro formazioni: Udc, Forza Italia, Cambiamo! di Giovanni Toti per poi sei anni fa accasarsi con gli ex lumbard. Figlio d’arte – il padre Domenico è stato sottosegretario alla Salute nel Berlusconi III – da mesi si vocifera di un suo possibile ritorno a FI o di un approdo in FN di Roberto Vannacci. Fatto sta che al Corriere del Mezzogiorno Zinzi ha bersagliato Max Romeo da Monza, segretario dell’ex potentissima Lega lombarda. Secondo Zinzi, Romeo attaccherebbe Matteo Salvini perché «frustrato» per non essere riuscito a realizzare più progetti per il suo territorio e «dovrebbe lavorare di più». Ma ciò che ha fatto più scandalo nelle chat lombarde è il like di due persone vicinissime a Salvini al post: la fidanzata del segretario Francesca Verdini e l’amico fraterno e parlamentare Eugenio Zoffili. L’altro tema che tra gli ex lumbard ha tenuto banco è il nuovo sondaggio condiviso da Vannacci in cui il suo movimento, Futuro nazionale, sale all’8 per cento e supera Forza Italia (7,3 per cento), imponendosi come quarto partito, con la Lega che scende al 4,8 per cento.
La decisione di Regno Unito e Francia di trasferire tecnologia militare all’Ucraina equivale a «giocare con il fuoco» e potrebbe avere conseguenze imprevedibili, anche per Londra e Parigi. Lo ha affermato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, aggiungendo che la risposta di Mosca agli attacchi di Kyiv condotti con armi britanniche «potrebbe comprendere azioni contro strutture militari del Regno Unito sia in Ucraina sia al di fuori dei suoi confini». L’esercito di Kyiv ha già impiegato missili da crociera britannici Storm Shadow e droni di fabbricazione britannici per attacchi in profondità nel territorio russo.
#Zakharova: London & Paris are trying to dodge responsibility for deep strikes into Russia by shifting the “assembly” role to Ukraine.
They should understand this is “playing with fire” & that the consequences could be unpredictable – including for them. pic.twitter.com/b3TGA1LYoV
Le parole di Zakharova dopo la visita di Ratcliffe a Mosca
Qualsiasi contingente straniero in Ucraina «che ostacoli lo svolgimento dell’operazione militare speciale» diventerà «un obiettivo militare legittimo per la Russia», ha detto inoltre Zakharova. Tali dichiarazioni arrivano a due giorni dalla visita a Mosca del direttore della Cia John Ratcliffe, che avrebbe avvertito Vladimir Putin di non attaccare Paesi membri della Nato. Il capo dei servizi segreti per l’estero russi, Serghei Nyshkin, ha confermato di avere avuto un colloquio con Ratcliffe, affermando però che si è tratto di «un normale incontro di lavoro».
Dmitry Peskov (Imagoeconomica).
Il Cremlino: «Nessuna intenzione di attaccare la Nato»
Sulla presunta intenzione della Russia di attaccare la Nato si è espresso anche Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, il quale intervistato da Bloomberg ha parlato di notizie che «non hanno niente a che vedere con la realtà». Allo stesso tempo, ha sottolineato, «la Federazione Russa si trova ad affrontare una politica molto aggressiva nei suoi confronti da parte dei Paesi europei». E poi: «Se parliamo di escalation militare, noi semplicemente non ne abbiamo bisogno, perché stiamo avanzando in Ucraina».
Secondo il Wall Street Journal e Politico, nel corso della sua visita a sorpresa a Mosca il capo della Cia John Ratcliffe ha anche chiesto a Vladimir Putin di interrompere il sostegno militare ed economico all’Iran. Il presidente russo, però, a breve ha un incontro in programma con l’omologo iraniano Massoud Pezeshkian: i due infatti avranno un bilaterale il primo settembre a Bishkek, capitale del Kirghizistan, a margine del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Lo ha annunciato Kazem Jalali, ambasciatore iraniano a Mosca, sottolineando che si tratterà del sesto bilaterale tra i due presidenti.
Cos’è l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai
L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è un organismo intergovernativo fondato nel 2001 da sei Paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Successivamente hanno aderito anche India, Pakistan, Iran e Bielorussia. Nata come meccanismo per favorire la risoluzione di dispute territoriali tra i paesi aderenti, l’organizzazione ha intensificando negli anni la cooperazione tra i suoi membri, tanto su questioni di sicurezza quanto in ambiti come quello economico, energetico e culturale. Ha sede permanente a Pechino e rappresenta la più grande organizzazione regionale al mondo per estensione geografica e popolazione: copre infatti oltre il 40 per cento della popolazione e circa un quarto del Pil globale.
In vista dell’ultimo controesodo estivo, il governo ha prorogato fino al 5 settembre il taglio di 17 centesimi al litro sulle accise sul gasolio, stanziando circa 130 milioni di euro: le risorse per coprire lo sconto arrivano da un sistema di anticipo dell’acconto delle tasse sui dividendi dei grandi gruppi energetici che nel 2025 hanno messo a segno ricavi che superano i 20 miliardi di euro, previsto nel decreto legge.
Il governo al lavoro per «sostegni selettivi sulla base del reddito»
Quella appena varata è però solo l’ennesima misura tampone per arginare il caro-carburanti. E, riguarda solo il gasolio, non la benzina. L’impegno ribadito nel Consiglio dei ministri è quello di far scattare nuove modalità di «sostegni selettivi sulla base del reddito». Nei prossimi giorni verrà valutata la forma di queste misure e, soprattutto, la copertura finanziaria. Dal 4 luglio, sottolinea il Codacons, i prezzi della benzina sono saliti di 19,7 centesimi al litro sulla rete stradale nazionale, mentre il diesel ha registrato un aumento di 23,8 centesimi al litro.
È stato il collasso di un ghiacciaio a provocare la devastante alluvione che mercoledì 26 agosto 2026 ha colpito l’area tra Tibet e Nepal. A certificarlo è l’Usgs, l’Istituto di geologia statunitense, secondo il quale il terremoto di magnitudo 5.2 «è stato causato dal crollo di un ghiacciaio e da una colata di detriti che ha causato conseguenze catastrofiche a valle». Sono centinaia i morti e quasi un migliaio i dispersi, tra cui tanti stranieri. Gli Stati Uniti, intanto, hanno stanziato 500 mila dollari di aiuti per la popolazione colpita.
Il bilancio di morti e dispersi
Secondo il Nepal Tourism Board (Ntb), 823 persone sono ancora disperse tra cui 517 turisti stranieri e 127 cittadini nepalesi. Le operazioni di ricerca e soccorso sono in corso nei distretti di Rasuwa, Nuwakot, Dhading e Gorkha, con squadre composte da forze di sicurezza, autorità locali, guide e Tourist Police impegnate anche nelle operazioni di evacuazione e nella verifica delle persone irreperibili. La Polizia ha riferito di aver recuperato 177 corpi. I media statali cinesi hanno invece parlato di 558 dispersi, tra cui 260 stranieri. I due bilanci, tuttavia, non possono essere automaticamente sommati.
Secondo quanto riportato da Politico e Wall Street Journal, il capo della Cia John Ratcliffe si è recato a sorpresa a Mosca il 25 agosto per mettere in guardia Vladimir Putin dall’attaccare Paesi della Nato, in particolare Estonia, Lettonia e Lituania. L’avvertimento, spiegano le testate citando fonti, segue le nuove valutazioni dell’intelligence americana secondo cui il presidente russo nei prossimi anni potrebbe mettere alla prova la determinazione dell’Alleanza atlantica con un attacco limitato contro uno Stato membro. Una fonte di Politico ha inoltre affermato che Ratcliffe ha anche chiesto allo zar di interrompere il sostegno militare ed economico all’Iran. Da pare sua, il Cremlino dichiarato che il direttore della Cia si è recato a Mosca per «contatti tra agenzie di intelligence» e non per incontrare Putin.
Yayoi Kusama, l’artista giapponese nota in tutto il mondo per le sue ripetizioni di pois, le sculture a forma di zucca e le “Infinity Mirror Rooms”, è morta il 14 agosto a Tokyo all’età di 97 anni. L’annuncio è stato dato solo settimane dopo dalla fondazione che porta il suo nome. Nata nel 1929 a Nagano in una famiglia benestante ma segnata da tensioni familiari, Kusama iniziò a disegnare i suoi caratteristici puntini e reticoli già a 10 anni, sviluppati come modo per esorcizzare le proprie paure.
Nel 2016 fu inserita dal Time tra le 100 persone più influenti
Dopo aver studiato pittura a Kyoto, nel 1957 si trasferì negli Stati Uniti, prima a Seattle e poi a New York, dove per 16 anni, nonostante le ristrettezze economiche, divenne un nome di punta dell’avanguardia. Negli Anni 60 organizzava “happenings” con corpi nudi dipinti a pois in luoghi pubblici, in chiave antimilitarista e a sostegno dei diritti civili, e lanciò una linea di moda. Tornata in Giappone nel 1973, scelse di vivere volontariamente in un ospedale psichiatrico di Tokyo, da dove ha continuato a lavorare fino in età avanzata. Il successo commerciale arrivò tardi, a partire dagli Anni 90, con le sue zucche e le sale degli specchi infiniti, divenute fenomeno globale anche sui social network. Nel 2016 fu inserita dal Time tra le 100 persone più influenti al mondo, e le sue opere hanno raggiunto prezzi da capogiro.
La rappresentazione di una Lega spaccata in due, con Matteo Salvini da una parte e un fronte compatto dei governatori del Nord dall’altra, rischia di essere una semplificazione. Nel partito esiste certamente un malcontento, ci sono movimenti e posizionamenti in vista dei prossimi appuntamenti politici e si respira insofferenza nei confronti del leader. Ma quando si passa ai rapporti di forza reali, il fronte anti-Salviniappare tutt’altro che omogeneo.
Matteo Salvini (Ansa).
Il Veneto di Stefani resta fedele al segretario
Il punto di partenza è il Veneto. Una regione che, per storia, peso elettorale e radicamento territoriale, resta fondamentale negli equilibri della Lega. Alberto Stefani, presidente della Regione, è per ora chiaramente collocato su una linea di sostegno a Salvini. Non è un dettaglio. Se il Veneto non entra compatto nella partita contro il segretario, diventa difficile parlare di un fronte settentrionale monolitico deciso a mettere in discussione la leadership.
Alberto Stefani al Meetin di Rimini (Ansa).
Fedriga e Zaia evitano scontri frontali
Diversa, e soprattutto più articolata, è la posizione di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Entrambi rappresentano due delle figure più autorevoli dell’area amministrativa e autonomista del partito, ma nelle ultime settimane hanno mantenuto un profilo decisamente più defilato rispetto alla componente lombarda. Non sembrano intenzionati, almeno in questa fase, a trasformare le divergenze politiche in uno scontro frontale con il segretario.
Luca Zaia e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).
Le turbolenze lombarde
È soprattutto in Lombardia, infatti, che il malcontento appare più esplicito. Attilio Fontana e Massimiliano Romeo sono tra i big che si sono esposti maggiormente, rendendo visibile la dialettica interna sulla linea politica e sugli equilibri futuri del partito. Ma proprio questa differenza di atteggiamento dimostra come sia difficile sommare automaticamente Fontana, Romeo, Zaia e Fedriga dentro un’unica corrente organizzata. Zaia, peraltro, sembra attraversare una fase diversa della propria esperienza pubblica. Sta lavorando anche a nuovi progetti di comunicazione, a cominciare dal podcast Il Fienile, e dopo il fallimento della mediazione per dare vita a una costola nordista all’interno della Lega, appare meno interessato a entrare nelle faide interne. Lo stesso vale, per motivi differenti, per Fedriga. Il presidente del Friuli Venezia Giulia continua a rappresentare un punto di riferimento importante per l’area più istituzionale della Lega, ma proprio per questo sembra avere interesse a non esasperare lo scontro interno.
Attilio Fontana e Massimiliano Romeo intervistati da Cesare Zapperi alla Versiliana (Ansa).
Per cambiare la leadership la strada è una: il congresso
C’è poi un elemento politico che spesso viene dimenticato. La Lega ha celebrato appena un anno fa il proprio congresso federale, dal quale Salvini è uscito confermato alla guida del movimento. La leadership del partito non può essere cambiata attraverso dichiarazioni, retroscena o riunioni tra amministratori. Se qualcuno vuole realmente aprire una fase nuova, la strada è quella prevista dalle regole del partito: convocare un congresso, presentare una proposta politica alternativa e vincerlo. Una cosa insomma è criticare la linea politica di Salvini, chiedere maggiore attenzione ai territori del Nord o contestare determinate scelte; altra è riuscire a costruire una maggioranza interna capace di sostituire il segretario.
Matteo Salvini confermato segretario al Congresso di Firenze del 2025 (Ansa).
Per questo, almeno per ora, i salviniani tendono a ridimensionare la fronda dei governatori, circoscrivendola soprattutto alla Lombardia, dove però oltre al capogruppo al Senato Romeo e al governatore Fontana, sulle barricate ci sono anche le segreterie provinciali chiave di Bergamo, Brescia, Sondrio e Varese. Il Veneto di Stefani resta comunque salviniano, Zaia e Fedriga non sembrano intenzionati a dare battaglia e il resto del partito osserva. I movimenti interni esistono e sarebbe sbagliato sottovalutarli. Ma tra il rumore di una fronda e la costruzione di un’alternativa politica c’è ancora molta strada. E, alla fine, nella Lega la questione della leadership potrà essere risolta soltanto nello stesso luogo in cui dovrebbe essere risolta in ogni partito: un congresso e i voti per vincerlo.
Addio a Tim Curry, attore britannico celebre per aver interpretato il dottorFrank-N-Furter nel cult The Rocky Horror Picture Show e Pennywise nella miniserie televisiva It, morto all’età di 80 anni. Dopo aver iniziato la carriera in teatro, è sbarcato al cinema e in televisione. Vanta svariate interpretazioni, tra le quali quella del Dottor Petrov in Caccia a Ottobre Rosso (1990), quella del cardinale Richelieu ne I tre moschettieri (1993) e l’arguto maggiordomo Wadsworth in Signori, il delitto è servito (1985). Curry, che è stato anche cantante e musicista, viveva a Los Angeles. Non si è mai sposato e non ha avuto figli.
Intesa Sanpaolo è passata al contrattacco dopo la doppia offerta pubblica di scambio di Monte dei Paschi di Siena su Banco Bpm e Banca Generali, messa a punto dal ceo Luigi Lovaglio per bloccare l’avanzata del gruppo guidato da Carlo Messina su Mps. Intesa Sanpaolo ha infatti presentato oggi alla Consob «osservazioni e considerazioni riguardanti criticità emerse da operazioni annunciate dopo il lancio dell’opas su Monte dei Paschi di Siena». L’iniziativa, spiegano fonti a conoscenza del dossier «è finalizzata a tutelare l’integrità del mercato e la corretta informazione verso tutti gli azionisti e a evidenziare in particolare la necessità del rispetto della normativa vigente con riferimento, tra l’altro, alla cosiddetta passivity rule». Quest’ultima è la norma che mira a salvaguardare la contendibilità delle società quotate, impedendo che gli amministratori attuino iniziative difensive per scongiurare offerte e scalate esterne.
Uno dei motori più importanti del consenso trumpiano sembra essersi rotto. Il vasto ecosistema mediatico che ha contribuito al successo elettorale di The Donald nel 2024 sta perdendo visualizzazioni, iscritti, ma soprattutto si sta frammentando in tanti piccoli universi in guerra l’uno con l’altro. Il New York Times ha fatto i conti della grande macchina comunicativa MAGA fatta di creator e influencer, scoprendo che negli ultimi mesi i numeri sono da incubo, o quasi. Il pubblico vorace di contenuti pro-Trump si è assottigliato in particolare verso la fine del 2025, con un calo costante durante i primi sei mesi del 2026. Un fenomeno che preoccupa non tanto il presidente quanto il Partito repubblicano, che si prepara ad affrontare elezioni di metà mandato complesse. Il fronte unito dei creator conservatori in passato si è rivelato molto efficace per il partito nel pungolare gli elettori e spingerli alle urne.
Donald Trump (Ansa).
La galassia MAGA perde appeal
Il Times ha analizzato i numeri di alcuni dei creator di destra più noti comeTucker Carlson, Candace Owens,Steve Bannon, Nicholas Fuentes, Dan Bongino e Ben Shapiro. Il caso di quest’ultimo aiuta a farsi un’idea del clima che si respira. Il cofondatore e volto di The Daily Wire, tra i grandi sostenitori di Trump, di Israele e della guerra contro l’Iran, ha perso circa 60 mila iscritti al canale YouTube solo tra aprile e giugno di quest’anno, rileva la newsletter Chaotic Era. Le visualizzazioni seguono un trend analogo e sono passate dai 27 milioni a settimana del 2024 a circa quattro milioni a settimana negli ultimi mesi. Il calo si nota anche fuori da YouTube. Sul web, ad esempio, The Daily Wireha perso metà del suo traffico rispetto al 2025.
Ben Shapiro (da Instagram).
Giusto per avere un termine di paragone, nel periodo compreso tra giugno 2025 e giugno 2026, Truth Social, il social di Donald Trump, ha perso il 48 per cento del traffico, la CNN il 35 per cento e il New York Times solo il 10 per cento. In casa Shapiro regge meglio il podcast, trainato da un aumento del 50 per cento dei contenuti pubblicati. Dan Bongino, noto creator pro-Trump nominato vicedirettore dell’Fbi, è tornato a caricare video in rete, ma colleziona circa la metà dei numeri realizzati durante la campagna elettorale del 2024.
Dan Bongino (Ansa).
La concorrenza di nuovi personaggi e nuove tendenze
Le ragioni dietro questo calo sono diverse. Alcune sono fisiologiche: passare dall’opposizione al governo riduce l’entusiasmo di elettori e spettatori. In più, come tutti i creator, anche quelli conservatori hanno a che fare con algoritmi che cambiano senza spiegazioni, nuove piattaforme e concorrenza. Ma il problema non è soltanto che il pubblico diminuisce. È che quello stesso pubblico si sta disperdendo tra prodotti, personaggi e sottoculture che non rispondono più a un’unica gerarchia politica. La concorrenza spiega l’altra faccia di questa crisi. Qui intervengono due fattori. Il primo riguarda la comparsa di nuovi personaggi, come gli youtuber legati al fenomeno del looksmaxxing (sottocultura diventata virale che consiste nel miglioramento esasperato del proprio aspetto fisico), che si contendono almeno in parte lo stesso bacino di giovani uomini che in passato aveva alimentato la crescita degli influencer trumpiani. Il secondo aspetto è legato alla frammentazione.
Le rotture della galassia trumpiana
Personalità come Shapiro e Bongino rimangono fedeli a Trump e al suo programma, mentre altri hanno iniziato a dissociarsi dal tycoon in modo plateale, come ha fatto di recente Tucker Carlson, ex conduttore di Fox News, che ha parlato addirittura di fondare un nuovo partito. La deriva dell’amministrazione Trump ha creato moltissime crepe nel mondo MAGA. La guerra con l’Iran, la gestione del caso Epstein, il carovita e persino la spinosa questione dei data center hanno dato fiato a una parte dell’ecosistema. È il caso, ad esempio, di Nicholas Fuentes e Candace Owens. Questi due influencer sono quelli che hanno numeri leggermente migliori. Il primo, un suprematista bianco che ha detto di ammirare Adolf Hitler, è attivo solo sulla piattaforma Rumble e negli ultimi mesi le sue visualizzazioni settimanali medie hanno raggiunto picchi vicini agli otto milioni, contro circa un milione nel 2024. Owens, che ha perso traffico a causa del silenzio social durante la maternità, ha una decina di milioni di visualizzazioni mensili, ma la tenuta deriva almeno da due elementi: la diversificazione nei contenuti, dalla politica al gossip, e il complottismo. Il secondo è particolarmente interessante perché permette anche di individuare uno dei principali momenti di rottura della galassia pro-Trump.
Nicholas J. Fuentes (Ansa).
È lotta per riempire il vuoto lasciato da Charlie Kirk
Owens, infatti, è stata una delle più vocali sostenitrici delle teorie del complotto intorno alla morte dell’attivista Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre 2025. Da quel momento le fratture interne al sistema mediatico trumpiano sono diventate molto più evidenti. Per Owens dietro l’omicidio del fondatore di Turning Point Usa ci sarebbe una cospirazione che intreccia il governo israeliano e quello americano.
Candace Owens (Ansa).
Al di là delle stramberie dell’influencer, la morte di Kirk ha creato un vuoto importante nella destra americana, un vuoto che qualcuno vuole colmare. In una lunga conversazione su Pod Save America, il giornalista Will Sommer, che da anni segue l’estrema destra e l’ecosistema mediatico conservatore, e il conduttore Tommy Vietor hanno analizzato le anime di questo universo. Nel dialogo tra Sommer e Vietor emerge come ormai non ci sia più un «sistema mediatico conservatore», ma piuttosto «mondi in competizione» cristallizzati intorno a identità e sensibilità diverse: populisti, complottisti, nazionalisti, appartenenti alla manosphere e conservatori tradizionali. Queste fazioni si raggruppano in due macro insiemi: quelli che lottano per la sopravvivenza economica, chiedendosi se riusciranno a generare visualizzazioni e ricavi senza il traino di Trump, e quelli che combattono per essere i depositari dell’ideologia conservatrice e per orientare il Partito repubblicano.
Un memoriale dedicato a Charlie Kirk (Ansa).
La radicalizzazione della nuova destra online
In un contesto simile le fazioni si contendono un’audience in calo e demotivata. Per questo i messaggi finiscono con il radicalizzarsi, come dimostra il successo di Fuentes, ma non solo. Sempre Sommer e Vietor spiegano come si stiano affermando creator che alzano il livello delle provocazioni in un’escalation sempre più marcata. A questi si aggiungono fenomeni come il looksmaxxing e la manosphere, non necessariamente politici in senso stretto ma capaci, in alcune delle loro declinazioni, di sovrapporsi a contenuti reazionari, antifemministi e misogini. Se da un lato la disgregazione della gioiosa macchina di propaganda MAGA può indebolire Trump e il Partito repubblicano, dall’altro la guerra civile comunicativa rischia di produrre effetti deleteri. La competizione per catturare l’attenzione può trasformare idee un tempo relegate in qualche anfratto della rete in parole d’ordine capaci di uscire dai social ed entrare nel dibattito politico. È il caso dei contenuti antisemiti diffusi da Fuentes e, su un altro terreno, della crescente circolazione del concetto di “remigrazione”. I contenuti che ruotano attorno a figure come Greg Bovino mostrano bene l’intreccio tra comunicazione e politica. L’ex comandante della Border Patrol e uno dei volti della stretta migratoria dell’amministrazione Trump, il 30 maggio ha partecipato al Remigration Summit a Figueira da Foz, in Portogallo. Una visita che rimarca le connessioni tra un pezzo della destra americana e i movimenti nazionalisti europei e mostra come il concetto di “remigrazione”, un tempo confinato agli ambienti più radicali, stia conquistando nuovi spazi nel dibattito della destra. Citofonare Vannacci (e non solo).
Pur negando qualsiasi illecito, Meta ha accettato di pagare fino a 17,1 miliardi di dollari nell’ambito di un patteggiamento con 29 Stati Usa, che avevano accusato il colosso di Menlo Park di aver progettato Facebook e Instagram con meccanismi capaci di creare dipendenza nei minorenni, pur essendo consapevole dei possibili effetti negativi. Analoghe accuse, peraltro, sono state rivolte a Meta anche dall’Ue.
Meta ha preferito patteggiare anziché rischiare sentenze più pesanti
L’accordo pone fine a un processo iniziato poco più di una settimana fa a Oakland, in California, nato da causa intentata nel 2023 da 29 Stati Usa, che contestavano numerose violazioni delle leggi federali e statali a tutela dei minori, come il Children’s Online Privacy Protection Act, normativa volta a proteggere gli under 13 anni dal diventare bersaglio delle attività commerciali online. Meta, che continua a respingere ogni addebito, ha preferito pagare e accettare nuove regole federali, piuttosto che rischiare una sentenza potenzialmente devastante: i 29 Stati erano arrivati a prospettare sanzioni nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari.
Mark Zuckerberg (Ansa).
Il colosso di Menlo Park continua a respingere le accuse
«Respingiamo con decisione queste accuse e siamo certi che le prove dimostreranno il nostro impegno di lunga data a sostegno dei giovani», ha dichiarato una portavoce di Meta. L’azienda di Mark Zuckerberg ha spesso citato numerose misure adottate a tutela dei minorenni, come il parental control, le funzionalità di sicurezza e l’impostazione predefinita degli account degli adolescenti come privati. Nell’ambito del patteggiamento, si è comunque impegnata ad apportare modifiche a Facebook e Instagram a livello nazionale, tra cui l’introduzione di limiti giornalieri e blocchi notturni.
Anche se non è ancora terminata, la guerra in Iran ha già un vincitore ed è l’uomo più ricco d’Africa, il nigeriano Aliko Dangote che proprio grazie alla crisi in Medio Oriente è diventato ancora più ricco. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, il suo patrimonio netto è aumentato di circa 4,86 miliardi di dollari da inizio 2026, e ora è stimato intorno ai i 35 miliardi di dollari. Il 69enne nigeriano ha costruito gran parte della sua fortuna sui beni di prima necessità: dal sale allo zucchero, fino al cemento. Il vero salto di scala, però, è arrivato con la raffineria di petrolio che possiede a Lagos. Valutato 20 miliardi di dollari ed entrato a pieno regime solo nel 2026 (650 mila barili di petrolio greggio lavorati al giorno), lo stabilimento ha beneficiato della crescita esponenziale della domanda di prodotti petroliferi fin dall’inizio della guerra. Da febbraio, infatti, i fornitori slegati dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz sono diventati un’ancora di salvezza per il mercato.
Aliko Dangote e il banchiere nigeriano Aigboje Aig Imoukhuede (Ansa).
Il boom dell’esportazione di carburante per aerei
Nonostante le abbondanti riserve di greggio, l’Africa dipende ancora fortemente dalle importazioni di petrolio a causa di pesanti deficit infrastrutturali. La stragrande maggioranza dei circa 9 milioni di barili al giorno prodotti nel continente viene esportata per essere raffinata. D’altronde la maggior parte delle raffinerie nazionali, in maggioranza di proprietà statale, sono inattive. La Nigeria, ad esempio, negli ultimi anni ha investito quasi 3 miliardi di dollari nella riabilitazione delle sue tre raffinerie statali. Nessuna di esse però è attualmente attiva. I conflitti globali non hanno aiutato. Da una parte gli attacchi ucraini contro le raffinerie e le petroliere russe hanno drasticamente ridotto le forniture di Mosca all’Africa, dall’altra la chiusura di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, ha rallentato drasticamente i flussi provenienti dall’Europa e dal Golfo Persico. Mentre l’inevitabile rincaro di cibo, fertilizzanti e carburante alimenta la povertà, Dangote e la sua raffineria però fanno affari d’oro. La sua società «è stata la più grande esportatrice mondiale di carburante per aerei nei mesi di aprile e maggio», ha spiegato al New York Times Daniel Evans, vicepresidente di S&P Global Energy, società di ricerche di mercato. Dato confermato da Devakumar Edwin, vicepresidente di Dangote Industries: nel 2026 le spedizioni di carburante per aerei provenienti dalla raffineria nigeriana hanno raggiunto per la prima volta il mercato statunitense. «A luglio», sottolinea Edwin, «l’azienda è stata il principale fornitore europeo di carburante per aerei e gasolio».
La quotazione record in Borsa e i piani di sviluppo in Kenya
Le ambizioni del miliardario non si fermano qui. Il 18 agosto, la Dangote Refinery ha annunciato di aver ottenuto un miliardo di dollari da un gruppo di investimento con sede a Dubai (col proposito di raccoglierne altri cinque nelle prossime settimane) per sostenere la quotazione alla Borsa nigeriana, puntando a una valutazione intorno ai 50 miliardi di dollari che rappresenterebbe la più grande offerta pubblica iniziale nella storia africana. Mentre si pensa a un possibile sbarco a Wall Street, l’obiettivo principale è raddoppiare la capacità di raffinazione anche attraverso l’apertura di un altro polo in Kenya, come ha annunciato il presidente William Ruto. Per l’impianto, la cui costruzione dovrebbe iniziare a settembre, è previsto un investimento complessivo di circa 20 miliardi di dollari. Il gruppo ha inoltre offerto ai Paesi dell’Africa orientale una quota complessiva del 30 per cento. Al Kenya è stata proposta una partecipazione del 10 per cento, mentre Etiopia e Ruanda hanno manifestato interesse a entrare nel capitale. Oltre alla raffineria, che dovrebbe avere una capacità di lavorazione fino a 700 mila barili di greggio al giorno, nei piani della società c’è anche la realizzazione di un oleodotto che attraversi 11 Paesi del continente. In Nigeria però c’è chi frena gli entusiasmi. La raffineria avrebbe dovuto mettere fine alla dipendenza dal carburante importato abbassando i costi. Ma i prezzi sono aumentati. Dangote, già nel mirino per la sua posizione di monopolio e per condotte antisindacali, è accusato di mancanza di trasparenza: grazie ai rapporti con la politica avrebbe infatti ottenuto sussidi e agevolazioni fiscali.