Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Arduo oggi dire se fa ridere o piangere l’esortazione di Jack Weinberg, attivista radicale e leader nel 1968 del Free Speech Movement di Berkeley, visto che il potere politico è nelle mani di ultra settantenni. E non va meglio in altri campi. Dalla finanza allo spettacolo, in prima fila ci stanno molti uomini e qualche donna che di abdicare proprio non ne vogliono sapere.
Un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50
I giovani, si tratti di posizione lavorativa o reddito, scontano un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50, quando nemmeno la musica contemplava generi e interpreti giovanili. La musica cambiò negli Anni 60. A tempo di rock e di pop. Ma fu sulla spinta del movimento del ’68 che i giovani divennero pienamente adulti. Liberati dal mercato e dall’economia dei consumi. Ma in grado presto di affermare una propria autonomia, che ebbe peso rilevante nella modernizzazione politica e sociale del Paese.
La partecipazione giovanile ha colto di sorpresa tutti
La prospettiva storica offre illuminanti chiavi di lettura del presente e del futuro prossimo, all’indomani del voto referendario che ha registrato il decisivo apporto dei giovani alla vittoria del no. Ma partiamo dal dato che ha visto la generazione 18-34 anni votare contro la riforma della giustizia con il 61,10 per cento dei voti. La partecipazione giovanile (la loro affluenza è stata del 67 per cento, nonostante le difficoltà dei fuorisede, a fronte di un dato nazionale del 58,9 per cento) e in quelle proporzioni di opposizione alla proposta governativa ha colto di sorpresa tutti. Dal governo alla politica nel suo complesso, passando per i media tradizionali, la cui interpretazione e narrazione della società è ben lontana da quella che vive la Generazione Z.
Lo si immaginava, ma la novità è che in questa occasione gli interessati, anziché restarsene sul divano e rifugiarsi in un mondo ideale, hanno deciso di mettersi le scarpe e uscire di casa. E di dire no ai quesiti giudiziari, ma senza troppo curarsi del merito. Certo, in difesa della Costituzione, ma ancor più dei diritti e delle libertà civili e di espressione sotto attacco governativo con i vari provvedimenti restrittivi e i decreti sicurezza degli ultimi tre anni.
No alla società paternalistica e repressiva di Meloni
Quella società paternalistica e repressiva teorizzata e praticata dalla premier Giorgia Meloni non coincide con sentimenti e desiderata giovanili. Come peraltro indicano i report più recenti e informati: dal Deloitte Global Gen Z e Millennial Survey 2024 al Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z che mappa il pensiero, i gusti, le opinioni, le aspettative di utenti di età compresa fra i 14 e i 20 anni.

L’intera classe politica non ha capito l’universo valoriale giovanile
Se poi si considerano altri fenomeni di ribellione pacifica dei giovani ambientalisti (dai Fridays for future a Extinction rebellion), vediamo che l’universo valoriale giovanile è molto lontano da quello che ha in mente l’intera classe politica, finanziaria e imprenditoriale. Una cosa confermata dall’annuale rapporto di Reuters Institute, che ribadisce ciò che ormai era ampiamente noto a tutti: i bisogni informativi dei giovani hanno poco a che fare con i media e i commentatori mainstream, si rivolgono perlopiù a figure nuove come creator e podcaster che si esprimono su YouTube e TikTok.
Una generazione che non è di sinistra in senso tradizionale
Ma la cosa sorprendente, tornando al voto referendario, è che l’immaginario della Gen Z si è materializzato nelle cabine elettorali. Un’inattesa mobilitazione politica, anche se informale e non dichiarata. Che però i leader progressisti farebbero bene a non considerare acquisita alla loro causa in modo automatico. Perché quella generazione non è di sinistra in senso tradizionale, ma ideologicamente anti-autoritaria.
Vi ricordate le Sardine? Era il 2019 e sparirono in fretta
Non va però dimenticato che nel 2019 prese vita il movimento delle Sardine, che riempì strade e piazze dell’Emilia-Romagna nell’imminenza delle elezioni regionali che ipotizzavano come probabile la vittoria del candidato leghista. Quella mobilitazione giovanile fu imponente e decisiva per l’affermazione del governatore progressista Stefano Bonaccini. Ma il Covid-19, con la stessa rapidità con la quale era montato, spense e poi cancellò quel movimento nascente del quale è rimasto a malapena il ricordo.

Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive
Quella falsa partenza però, affinché non si ripeta, sollecita gli interessati a considerare alcune questioni fondamentali che la prospettiva storica evocata agli inizi consente di mettere a fuoco. Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive. Da soli, come portatori di rivendicazioni e istanze giuste ma particolari, non si va da nessuna parte. I movimenti si formano su obiettivi di lotta condivisi da varie e ampie categorie sociali.
I problemi e le emergenze non riguardano più il sistema, bensì gli individui
Mi rivolto dunque siamo è una celebre esortazione nonché libro di Albert Camus che risalta con più forza in una società oggi dispersa, polverizzata e dove i problemi e le emergenze (si parli di ambiente o di disuguaglianze economiche) non riguardano più le istituzioni, il sistema, bensì gli individui. Non esiste più la povertà, bensì i poveri. La differenza non è di poco conto, visto che le riforme vere, cioè capaci di incidere sul corpo della società e sulla vita delle persone, si sono fatte sulla scia del ‘68, dopo una stagione di lotte collettive condotte sulle piazze, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale alla chiusura dei manicomi, passando per il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto: siamo nel decennio Settanta. Del 1970 è lo Statuto dei lavoratori.

Può sembrare banale ricordare conquiste sociali fondamentali, che oggi peraltro sono sotto attacco. Non lo è sottolineare che opporsi, ribellarsi, dire no è fondamentale, ma non è sufficiente. Serve un progetto e un movimento politico che traduca in azione valori e aspettative di Millennial e soprattutto zeerers. E metta per esempio fine a stipendi da fame e riequilibri il rapporto fra salari dei giovani e pensioni.
Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati
Secondo i dati 2024-25, l’assegno pensionistico risulta essere mediamente superiore alla retribuzione netta d’ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli nel trascorso decennio era il 36 per cento in meno di quello dei padri. Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati; e alla disoccupazione crescente nella classe d’età 18-34 ha fatto riscontro l’aumento dell’occupazione degli over 55.

Ma, concludendo, per provare a riformare un sistema così sgangherato servono due pre-condizioni fondamentali. Che i giovani tornino a fare politica e cerchino leader generazionali. Ossia leadership in grado di rappresentare gli interessi e le istanze della loro generazione. Perché è evidente anche a un cieco che i ventenni e trentenni di oggi non possono essere rappresentati e guidati da boomer. A maggior ragione se anziché essere vecchi saggi come Bernie Sanders sono vecchi e irreparabili narcisti come Donald Trump.


































