Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
Warren Buffett ha sempre tenuto la sua Berkshire Hathaway lontana dalla leva finanziaria usata per gonfiare i rendimenti, e la ragione che ripete da decenni è una sola: non voler mai essere costretto a soddisfare una margin call nel momento sbagliato. La vicenda che in queste ore tiene col fiato sospeso la finanza italiana, con l’assemblea di Delfin convocata per martedì 30 giugno in Lussemburgo, mostra cosa accade quando si imbocca la strada opposta. È prima di tutto una storia di leva, e di una margin call che incombe.

Delfin è la cassaforte lussemburghese della famiglia Del Vecchio, e custodisce partecipazioni per oltre 40 miliardi: il 32 per cento di EssilorLuxottica e quote pesanti di Generali, Mps, UniCredit, Covivio. Chi controlla Delfin muove una fetta del capitalismo finanziario italiano. Per questo una faccenda nata come problema privato di uno degli otto eredi è diventata un caso di sistema.
Il motore: 1,3 miliardi di debito personale
Al centro c’è l’esposizione di Leonardo Maria, il quartogenito 31enne. Le ricostruzioni, confermate da fonti vicine al suo family office Lmdv, parlano di un indebitamento complessivo che supera quota 1,3 miliardi, maturato nei quattro anni dalla morte del padre: circa 350 milioni con Crédit Agricole, 650 milioni di prestito personale erogato da UniCredit alla persona fisica, 110 milioni di leasing per il mega-yacht da 72 metri e la collezione di auto, oltre 100 milioni di crediti di firma, più una coda di private debt molto caro.

Il dettaglio che ribalta la narrazione ufficiale sta nei numeri. L’acquisto delle quote dei fratelli Luca e Paola, valorizzate 10 miliardi per il 25 per cento complessivo, sarebbe servito a Leonardo per ottenere dalle banche un finanziamento ancora più ampio, intorno agli 11 miliardi, e rifinanziare così la sua posizione. La scalata alla holding e il salvataggio finanziario personale erano la stessa identica mossa.
La clausola mancante e il rischio di maxi penale
L’operazione si è arenata per due ragioni lineari. EssilorLuxottica ha perso oltre il 37 per cento da gennaio, scivolando verso i 166 euro: il valore delle quote da offrire in garanzia è crollato e i rapporti loan-to-value su cui le banche avevano costruito tutto sono saltati. In più i contratti con i fratelli sarebbero stati firmati senza la clausola che subordina l’acquisto all’effettiva concessione del finanziamento. La conseguenza è pesante. Se Leonardo non compra, rischia di dover versare una penale da 500 milioni a ciascuno dei due fratelli. Un altro miliardo. Il suo debito, in caso di scalata fallita, viaggia verso i 2,3 miliardi. Non può finanziare l’operazione, e tirarsi indietro gli costa quanto un piccolo Stato.

La detonazione sulla governance
Quando le banche hanno chiesto garanzie più solide, la richiesta ha smesso di essere personale e ha bussato alla porta di Delfin. Lì la crisi è diventata societaria. Nel consiglio del 24 giugno il board si è spaccato: a favore della linea che apriva la cassaforte si sono schierati il presidente Francesco Milleri e il notaio di famiglia Mario Notari, contrari l’amministratore delegato Romolo Bardin con i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. La maggioranza del board ha bocciato l’ipotesi di impegnare risorse comuni a copertura di un’operazione fatta nell’interesse di un singolo socio, per giunta a valori non più coerenti con il mercato.

Leonardo Del Vecchio padre voleva evitare risse tra figli
A complicare tutto c’è lo statuto, disegnato da Leonardo Del Vecchio padre proprio per evitare le risse tra figli. Per modificarlo serve l’88 per cento del capitale; per nominare o revocare i manager serve l’unanimità degli otto soci. Ogni erede, con il suo 12,5 per cento, è di fatto una minoranza di blocco. Nessuno vince da solo, e chiunque può inceppare la macchina.

Gli interessi veri dietro gli schieramenti
Milleri sostiene Leonardo perché ha un legato personale da incassare, un pacchetto di azioni Essilux da oltre 350 milioni più le relative imposte, che dipende dalla distribuzione dei dividendi e da passaggi statutari a maggioranza qualificata. Per portarlo a casa gli serve il blocco di eredi allineato, e il motore di quel blocco oggi è Leonardo. Il suo appoggio regge finché gli garantisce i numeri per il legato.

Bardin gioca un’altra partita. Tiene la linea della prudenza, che è solida sul piano societario, e soprattutto controlla l’orologio. Ogni giornata che Essilux passa in calo peggiora la posizione del debitore Leonardo. Per chi vuole logorare, la pazienza è un’arma. Anche la maggioranza dei cinque eredi firmatari è meno granitica di quanto sembri. È una coalizione di liquidità, tenuta insieme da chi vuole uscire e monetizzare. Luca e Paola appoggiano Leonardo finché lui resta il loro canale per incassare. Appena una strada alternativa offre gli stessi soldi senza passare da lui e dalle sue banche, quel sostegno evapora.
I quattro scenari sul tavolo
1 – Il buyback: Delfin ricompra direttamente le quote di Luca e Paola, attingendo a riserve e debito, e liquida chi vuole uscire. È l’esito più ordinato, e in queste ore prende quota. Per Leonardo è una sconfitta strategica: resta al 12,5 per cento, col debito personale intatto e senza il maxi-finanziamento che inseguiva.
2 – Lo stallo: nessuna maggioranza, esecuzione del testamento congelata, Essilux che continua a scendere. È lo scenario più insidioso, perché avvicina la chiamata a margine sui prestiti di Leonardo e accende per primo il debito più caro, quello con clausole onerose in caso di default.
3 – La vendita delle partecipazioni: è la strada che Rocco Basilico, il fratellastro in guerra con Leonardo, ha messo nero su bianco in una lettera al board e ai soci alla vigilia dell’assemblea. La avanza in due varianti. Nella prima Delfin vende le partecipazioni finanziarie (Mps, Generali, UniCredit), incassa e con quel denaro ricompra le quote di chi vuole uscire, lasciando ai soci che restano una holding concentrata solo sull’occhialeria. Nella seconda, definita intermedia, Delfin non vende nulla e distribuisce direttamente ai soci le partecipazioni finanziarie, così che ciascuno se le venda per conto proprio, preservando intatta la quota in EssilorLuxottica.

Il vero detonatore è il criterio di prezzo. Basilico propone di valutare le partecipazioni finanziarie al 100 per cento del valore di mercato, perché facilmente liquidabili, e di applicare invece a EssilorLuxottica uno sconto del 25 per cento sulla quotazione di Borsa, motivandolo con il fatto che il titolo dentro una holding non è liquido come sul mercato.
Negli ambienti della famiglia la mossa viene letta come l’idea di smontare il portafoglio e svalutare del 25 per cento l’azienda che il fondatore ha costruito in 60 anni. La replica del fronte di Leonardo è lapidaria: nessun erede Del Vecchio cederebbe mai l’azienda di famiglia a sconto. Razionale sulla carta, esplosiva nei fatti.
4 – La rottura di governance: Milleri o Bardin sbattono la porta. Siccome nominare un nuovo amministratore richiede l’unanimità, una sola dimissione paralizza la holding. È l’arma di pressione reciproca, e per questo nessuno la impugna davvero finché può evitarlo.
Il notaio Notari è in lite ma è un consigliere che vota
Sul tavolo pesano poi alcuni nodi che meritano attenzione. Mario Notari, custode del testamento e membro del board, è in contenzioso civile con la stessa famiglia per una parcella giudicata troppo alta, tanto che la pratica di successione è passata a un altro notaio milanese. Oggi quel consigliere vota su operazioni che riguardano gli azionisti con cui è in lite.
I ruoli che fanno discutere: Talarico e Paolo Basilico
Marco Talarico, braccio destro di Leonardo appena uscito dalla guida del family office, è stato proposto come commissario ai conti della cassaforte che appartiene a tutti e otto gli eredi, con un mandato fino al 2030 e poteri di accesso all’intera contabilità. Un uomo legato a un singolo socio messo a sorvegliare i numeri di tutti. E qui la genealogia pesa: Talarico arriva da Kairos, la società fondata da Paolo Basilico, padre di quel Rocco che a Leonardo sta facendo la guerra. Il fedelissimo di un erede, con una storia professionale radicata nel mondo del padre del suo rivale, candidato a controllare i conti della holding di famiglia.

E la coda di private debt più costosa, fino al 14-16 per cento con clausole pesanti in caso di default secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, condurrebbe Lmdv verso una società di advisory, la Duepuntozero Npl, le cui ramificazioni, stando alle ricostruzioni finanziarie, sfiorano il mondo degli ex gestori di Kairos e gli investimenti di Paolo Basilico, padre proprio di Rocco.

I soldi, a quanto risulta a Lettera43, sono stati erogati dal fondo facente capo a Federico Riggio, il cui principale sottoscrittore è proprio Paolo Basilico. E, nota di colore, c’è una battuta attribuita a Riggio che circola negli ambienti finanziari: «Gli ho prestato i soldi perché tanto in due anni LDMV non riesce a fallire». Insomma, l’erede a corto di cassa che cerca denaro, caro, nell’orbita del padre del suo rivale: un cortocircuito che da solo racconta la stagione.
Il genio di Agordo aveva costruito una fortezza pensata per durare oltre di lui, blindata contro le liti tra figli. Quella stessa fortezza oggi rischia di diventare una gabbia per l’erede più ambizioso, prigioniero della sua stessa leva. L’assemblea del 30 giugno non chiuderà la partita. La accompagnerà per tutta l’estate.

























































