La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
Nasce la Lega Italia federale e anche la prima minoranza interna al partito fondato da Umberto Bossi. Con il congresso di Milano, il secondo della Lega Salvini premier (con la vecchia Lega Nord trasformata in una sorta di bad company), gli ex lumbard hanno tolto la dicitura ‘Salvini premier’ dal simbolo, affidandosi però alla guida del segretario fino al 2030.
Così Garavaglia ha rovinato i piani plebiscitari di Salvini
La scelta è stata presa a larga maggioranza dai delegati che lo avevano rieletto già un anno e mezzo fa a Firenze per alzata di mano. Il piano, lanciato dal palco di Pontida, era di ripetere il plebiscito per poi mettere a tacere tutte le critiche avanzate quest’estate dai lombardi capitanati da Massimiliano Romeo e Attilio Fontana. Ma stavolta il fu capitano si è dovuto “accontentare” dei voti di 465 delegati su un totale di 619 registrati (su 705 aventi diritto), il 76 per cento dei votanti. Circa il 24 per cento, 146 voti, è andato allo sfidante, l’ex ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Tre sono state le schede bianche, cinque i voti non validi e ben 86 i delegati che non hanno votato. Forse non era esattamente l’esito che Salvini si aspettava quando aveva annunciato il congresso straordinario, con un blitz a sorpresa. «Ritorno al congresso per chiedere se ho la fiducia della mia famiglia, e ve la chiederò alzata di mano», aveva scandito dal palco sul ‘sacro prato’. Non si è potuto votare per alzata di mano grazie alla decisione «folle», come lui stesso l’ha definita, che ha portato Garavaglia a candidarsi.
Chi ha appoggiato e votato lo sfidante
Ex sindaco di Marcallo con Casone, ex braccio destro di Roberto Maroni in Regione Lombardia, il bocconiano amico di Giancarlo Giorgetti è uno che ha fatto il ministro di Mario Draghi e allo stesso tempo è capace di citare i capponi di Renzo Tramaglino nel discorso di presentazione della sua candidatura. È riuscito quasi a raddoppiare i consensi ottenuti con la faticosissima raccolta firme chiusa mercoledì, dopo che la segreteria di via Bellerio gli aveva fornito un elenco dei delegati in rigoroso ordine alfabetico senza i contatti telefonici e la divisione per provenienza regionale (la soglia era di 80 firme divise in quattro regioni). Lo hanno aiutato in diversi, soprattutto Romeo e Fontana e – più riservatamente – lo stesso Giorgetti, stando a quanto viene riferito da fonti ben informate. Non è chiaro se Luca Zaia abbia votato per lui, anche se l’ex doge – riferiscono le stesse fonti – ha detto ai lombardi di averlo fatto (non aveva però sottoscritto alcuna candidatura).

Dei 705 delegati al congresso, circa 400 lo erano di diritto: dirigenti ed eletti, parlamentari, sindaci, consiglieri regionali e comunali. Secondo i ‘nordisti’, questi – sostanzialmente fedeli all’attuale segreteria – avrebbero votato in massa per Salvini. Il che significa che i voti a Garavaglia sarebbero arrivati soprattutto dai delegati eletti, quelli della base, soprattutto lombarda, è l’argomentazione dei “ribelli”. In ogni modo, si è certificata, in una assise di partito, la presenza di una minoranza. E poco importa ai ‘nordisti’ se Salvini va dicendo che la Lega non è come il Pd e che non ci sono ma state correnti (ignorando che la prima e più importante corrente leghista fu quella dei ‘barbari sognanti’ maroniani che scatenò l’ondata che poi portò alle dimissioni di Bossi).

Le frizioni tra il segretario e Giorgetti
Il congresso sembra aver assopito le polemiche solo apparentemente. Il livello del confronto tra Salvini e Giorgetti – quest’ultimo applauditissimo dall’assemblea – forse non è mai stato così aspro. «Mai nel Ppe, mai al governo coi socialisti», ha scandito il segretario dal palco, anche perché «mi sono pentito di essere entrato nel governo Draghi». Una stoccata, quest’ultima, al ministro dell’Economia, il leghista più vicino all’ex governatore della Bce. I salviniani infatti ritengono – a torto o a ragione – che Giorgetti stia lavorando già per l’ipotesi di un governo tecnico di unità nazionale nel caso in cui non esca un vincitore chiaro alle Politiche del prossimo anno. Nel suo intervento, Giorgetti non ha rinunciato a lanciare messaggi critici, con una chiarezza a lui poco usuale. A partire dall’appunto sulla natura del partito: «Credo nella Lega nazionale, non in quella nazionalista: sono due cose diverse». E altro che sovranismo, «io sono un conservatore», ha aggiunto citando il filosofo Roger Scruton molto caro anche a Giorgia Meloni.
Senza dimenticare le stoccate a Silvia Sardone, vicinissima a Salvini: «Vuole una Lega all’attacco? Io ho sempre giocato in porta…». Del resto, ha rimarcato il ministro dell’Economia, «è evidente che abbiamo dei problemi». La soluzione «è fare entrare in squadra quelli che sul territorio hanno più consenso». Durissimo, infine, sul progetto del Ponte sullo Stretto, tanto caro a Salvini, e citato come esempio di come la politica sia «l’arte del possibile, non l’arte dell’impossibile»: «Matteo vuol fare il ponte? Non è che uno dice ‘faccio il ponte’ e fa il ponte. No, ci sono una serie di vincoli, ci sono la Corte dei conti, la Corte costituzionale, la Commissione europea», ha rimarcato. Un passaggio che Giorgetti ha legato alla consapevolezza richiesta a chi governa: «Bisogna essere coscienti di questo se si è maturi politicamente».

Il no agli aiuti all’Ucraina e gli attacchi alla stampa
Ecco, del congresso rimangono le promesse salviniane di bloccare armi e aiuti a Kyiv nel prossimo Consiglio dei ministri. Uscita dal sapore elettorale che però mette in difficoltà gli alleati di maggioranza, Meloni in primis. E i rinnovati attacchi ai giornalisti, tenuti lontani dal luogo in cui si svolgeva l’assise e insultati durante il suo intervento dal palco. E poi quel simbolo con Italia (in grande) e federale (più piccolo) sotto la scritta Lega e la sagoma di Alberto da Giussano. Richiama il simbolo di un vecchio progetto di Bossi, che usò questa dicitura e questo simbolo per correre alle Amministrative a Roma nel 1993, con Maria Ida Germontani, e successivamente alle Regionali in Lazio, Puglia, Calabria e Campania. I risultati in tutte le consultazioni furono inferiori all’1 per cento. I salviniani contano di ottenere più consensi alle Politiche.
































































