Per il mese di ottobre le quotazioni all’ingrosso del gas hanno subito un deciso rialzo e, pertanto, la spesa totale dell’utente tipo aumenterà del 9,1 per cento rispetto al mese precedente. Lo ha reso noto Arera, spiegando che dunque, per i 2,3 milioni circa di clienti ancora nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas sarà pari a 88,36 euro al megawattora. Nel dettaglio, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente precisa che in ottobre il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (famiglia con consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è pari a 176,80 centesimi di euro per metro cubo.
Le reazioni delle associazioni dei consumatori
«Un record storico. Mai il prezzo del gas, imposte incluse, è stato così alto», commenta Marco Vignola, vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori, che evidenzia come il +9,1 per cento registrato dall’Arera significhi spendere 163 euro in più su base annua, nell’ipotesi di prezzi costanti per i prossimi 12 mesi. «Si conferma la stangata sui consumi energetici degli italiani», afferma il Codacons commentando l’aggiornamento tariffario per il gas. «Si tratta di un vero e proprio allarme in vista dei prossimi mesi, quando cioè aumenteranno i consumi da parte delle famiglie», avverte Assoutenti, parlando di «nuova mazzata per gli italiani».
«Se la gente si dovesse mai stancare di me negli Stati Uniti, mi trasferirei in Israele e diventerei primo ministro». Lo ha dichiarato – chissà scherzando fino a che punto – Donald Trump raggiunto al telefono da Fox News, sostenendo peraltro di godere di un consenso straordinario nello Stato ebraico: «Il 99 per cento, un record». La battuta (?) di Trump è arrivata nel giorno delle elezioni di midterm, considerate una sorta di referendum sul suo operato alla Casa Bianca. Cosa ne penserà Benjamin Netanyahu, in bilico come premier dopo le recenti elezioni nello Stato ebraico?
Trump: "If people ever got tired of me in the US, I’ll move to Israel and become prime minister" https://t.co/AfVG7YYoVe
Intervistato da Fox News, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in base al quale Washington interromperà l’erogazione di 4 miliardi di dollari di finanziamenti a Tel Aviv a partire dalla fine di quest’anno. Nel giorno delle elezioni di midterm, Trump ha affermato che lo Stato ebraico («ora un Paese prospero») non ha più bisogno di tali fondi, aggiungendo poi che alcuni esponenti del Partito democratico stanno utilizzando il sostegno finanziario degli Stati Uniti a Israele come pretesto per criticare i Repubblicani. Tel Aviv, ha aggiunto Trump, avrà l’opzione di acquistare le armi americani: «Possono comprare quello che vogliono. Anche l’Europa può farlo. Produciamo le migliori armi al mondo».
Donald Trump (Ansa).
Tra Usa e Israele è in vigore un protocollo d’intesa firmato durante la presidenza Obama
Come spiega Reuters, al momento tra i due Paesi è in vigore un protocollo d’intesa in scadenza nel 2028, siglato ai tempi di Barack Obama presidente Usa, che prevede l’erogazione da parte degli Stati Uniti di 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari annui a Israele. Secondo quanto riferito da Trump, il pacchetto non solo non verrà terminato, ma gli aiuti verranno stoppati con un anno di anticipo sulla scadenza. Al momento manca un commento ufficiale da parte di Netanyahu: in un’intervista alla CBS rilasciata a maggio, Bibi aveva auspicato le fine della dipendenza militare del suo Paese dagli Usa nel giro di un decennio. In una lettera inviata a giugno a un membro del Congresso americano, Netanyahu aveva poi scritto che per Israele era giunto il momento di «passare da beneficiario di aiuti a partner». Un alto funzionario degli apparati di sicurezza israeliani, in forma anonima, ha però dichiarato a Channel 11: «Non ci aspettavamo questo annuncio, certamente non oggi. Abbiamo un dialogo costante con gli americani, quindi possiamo dire di essere rimasti sorpresi. Analizzeremo le implicazioni di questa decisione, che non è ancora pervenuta agli organi competenti».
«Siccome leggo cose varie ed eventuali, l’uscita anticipata per chi vorrà è una scelta, non è un obbligo. Per chi vorrà andare in pensione a 64 anni dal 2027 il fondo per la previdenza per quello è stato disegnato, non per altro. Quindi come io rispetto gli altri, conto che tutti rispettino quella che è la priorità della Lega, che è il superamento della legge Fornero, che è quota 64 a partire già dal 2027». Lo ha detto Matteo Salvini al suo arrivo all’inaugurazione di Eicma, l’esposizione internazionale del ciclo, motociclo e accessori a Rho Fiera Milano, evidenziando le tensioni nel centrodestra: «Lo dico anche agli amici della maggioranza, col totale rispetto per tutti gli interventi che ci sono in Manovra, il taglio dell’Irpef, l’aumento della flat tax per le partite Iva».
Matteo Salvini all’Eicma (Imagoeconomica).
Salvini: «Non sapevamo dei tagli alla scuola»
Salvini, parlando con la stampa, ha poi evidenziato anche le crepe all’interno del suo stesso partito. «Dei tagli alla scuola non sapevamo nulla. Sicuramente, in questo momento, è qualcosa su cui ragionare. Come Lega faremo qualche proposta», ha detto il segretario del Carroccio rispondendo a chi gli ha chiesto se non sia strano che il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, leghista, non sapesse delle sforbiciate previste dalla Manovra. «Salvini non solo è vicepremier, ma è anche segretario della Lega, lo stesso partito del ministro dell’Economia Giorgetti e del ministro dellIstruzione Valditara. Quindi o non lo hanno informato dei tagli oppure sapeva e sta cercando di prendere le distanze. Di fatto Salvini sta sfiduciando i suoi stessi ministri, oltre a se stesso», ha dichiarato Barbara Floridia, senatrice del M5s.
Sono bastati gli annunci social di Sigfrido Ranucci per far volare gli ascolti di Spotlight, programma di approfondimento di RaiNews24. La prima puntata realizzata dopo l’ingresso nella rete all news dell’ex conduttore di Report, nella serata di lunedì 2 novembre, ha proposto un interessante servizio di Luca Gaballo sulla crisi degli affitti in Spagna. Niente inchieste esplosive, eppure i numeri sono schizzati: 82 mila telespettatori e lo 0,5 per cento di share, contro una precedente media di 27 mila spettatori e lo 0,16 per cento. Pubblico triplicato e share più che triplicato. Sui social la “chiamata alle armi” era suonata quasi esagerata: «Scattatevi una foto mentre guardate l’inchiesta di #Rainews. Postate la foto sui vostri social taggando @rainews e @sigfirdo ranucci» (con refuso scappato nel nome del conduttore). Intanto Report prepara la prima puntata de-ranuccizzata, prevista per domenica 8 novembre, e ricorre all’immagine di Milena Gabanelli per promuovere il ritorno su Rai3. Ma sui social, anziché gli applausi, piovono insulti e accuse di tradimento rivolte alla vecchia squadra. Due programmi, due campagne social e, per ora, due reazioni decisamente diverse. In attesa della sentenza dell’Auditel.
Anvedi come balla Chiocci
Giro di valzer per Gian Marco Chiocci: ma quello vero, nel senso del ballo. E tutti potranno dire «anvedi come balla Chiocci». Tutta colpa di “Vienna sul lago”, un progetto di formazione, cultura e solidarietà che coinvolge giovani donne provenienti dall’Italia e dall’estero, promuovendo valori di impegno, confronto e inclusione, con il patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri, del ministero della Difesa, della Cultura, della Regione Piemonte, delle Ambasciate d’Austria in Italia e presso la Santa Sede, oltre che della città di Vienna. Evento che si conclude con la serata di charity intitolata “Il Gran ballo della Venaria Reale”, nella reggia sabauda, il 21 novembre. Che c’entra Chiocci? Durante la serata verrà conferito il Premio Costanzo, riconoscimento dedicato a “Donne, uomini e istituzioni che hanno saputo offrire un contributo importante al Paese con il proprio impegno”: quest’anno il premio sarà assegnato al direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci per la categoria “Stampa”, come «riconoscimento per aver interpretato con rara competenza e professionalità le tematiche di attualità che caratterizzano il nostro tempo. Memorabile l’intervista fatta a Sua Santità papa Francesco». L’evento vedrà la partecipazione, in qualità di partner, di Rai Canone, promotore della campagna “Un abbonato in prima fila”, iniziativa volta a valorizzare la cultura e il patrimonio italiano attraverso un coinvolgimento diretto del pubblico. Chi saranno i presentatori? I giornalisti Roberta Ammendola, RaiNews24 e volto ufficiale di Rai Italia, e Maurizio Martinelli del Tg2. Al termine si ballerà, con Chiocci protagonista. In attesa di diventare amministratore delegato della Rai, secondo le intenzioni di Palazzo Chigi.
Il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci (foto Imagoeconomica).
Giovanni Grasso live show
Un palco, un ospite, la musica dal vivo e un pubblico chiamato a partecipare, intervenire e confrontarsi: è questa la formula di “Riflessi”, il live show del martedì, il progetto ideato da Fondazione Roma che trasforma il Museo del Corso – Palazzo Cipolla in un luogo di incontro tra idee, linguaggi artistici e persone. Martedì 3 novembre, alle sette di sera, il format inaugura una nuova tappa del suo percorso, dedicata alla parola “Pace”, con Giovanni Grasso, giornalista, scrittore e consigliere per la stampa e la comunicazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A condurre la serata saranno il direttore artistico Daniele Pitteri e Gioia Salvatori, mentre per la musica ci penseranno la ricerca jazz e le architetture vocali dei LeePuma Quartet. L’incontro con Grasso partirà dalla sua produzione letteraria, che spazia dalla narrativa storica al romanzo, con titoli come Il segreto del tenente Giardina, Il caso Kaufmann e Il volo di Icaro, e dalle esperienze di adattamento teatrale di alcune sue opere. La serata offrirà l’occasione per riflettere sul valore della memoria, sul peso del potere, sul coraggio civile attraverso lo sguardo dello scrittore e dell’uomo delle istituzioni, maturato durante una lunga esperienza al servizio dello Stato. Tutti gli incontri sono pensati come occasioni di partecipazione culturale e solidarietà. L’intero incasso derivante dalla vendita dei biglietti sarà devoluto all’Associazione Andrea Tudisco Together Home, che accoglie bambini affetti da gravi patologie e le loro famiglie, offrendo loro ospitalità e sostegno durante il periodo delle cure. Fondazione Roma aggiungerà un contributo di pari importo, raddoppiando così la somma destinata all’associazione. La serata del 3 novembre sarà accessibile al pubblico previo acquisto del biglietto e potrà essere seguita anche in diretta streaming sul sito del Museo del Corso. Il calendario di novembre proseguirà martedì 17 con Giancarlo De Cataldo, per un appuntamento dedicato alla giustizia, alle ferite sociali e alle contraddizioni urbane, accompagnato dalle armonie folk e jazz del trio vocale August Sienna. Martedì 24 novembre sarà protagonista il maestro Nicola Piovani, tra i più importanti compositori della scena contemporanea, in una serata arricchita dalla ricerca sonora intima ed evocativa di Martha Deribe e Simone Maggio.
L’evento con Giovanni Grasso.
Cardinaletti all’Opera senza il suo Bechis
Ormai Giorgia Cardinaletti è sposata, ma al Teatro dell’Opera ci va da sola, senza la sua metà. Così per la prima romana del Falstaff, l’ultimo capolavoro di Giuseppe Verdi, con la direzione di Michele Mariotti, la giornalista del Tg1 si è fatta accompagnare da Simona Sala, direttrice di Radio 3 Rai, e non dal marito, Francesco Bechis, con il quale è appena convolata a nozze. «Si sa, al quotidiano Il Messaggero si lavora tanto, mica è la Rai», ha commentato sussurrando un invitato eccellente. Che poi di politici ce n’erano, eccome: il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, il sottosegretario alla Cultura Pietro Cannella, il sottosegretario al Mef Federico Freni, il presidente della commissione cultura della Camera dei Deputati Federico Mollicone, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, addirittura il presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso. Per chi si occupa giornalisticamente di politica come Bechis jr, è stato davvero un peccato “bucare” un evento del genere…
Sono iniziate questa mattina le operazioni di spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto. Lo rendono noto i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb, che hanno ricevuto una comunicazione dall’azienda. La ditta Liz Italia sta provvedendo a spegnere i bruciatori utilizzati per mantenere in preriscaldo i Cowpers di Afo: le si concluderanno entro questa settimana.
La decisione della Corte di Cassazione sull’area a caldo
Pochi giorni fa le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno rigettato sia il ricorso principale proposto da Ilva in Amministrazione Straordinaria sia il ricorso incidentale di Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding S.p.A. in Amministrazione Straordinaria contro il decreto della Corte d’Appello di Milano, che aveva accolto il reclamo promosso da 11 cittadini aderenti all’associazione Genitori Tarantini, ordinando la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento pugliese. Per quanto concerne l’area laminazione, è prevista la ripartenza del treno nastri fino al 14 dicembre, quando si fermerà nuovamente. Ripartirà poi da gennaio e rimarrà in marcia per circa un mese.
La cordata italiana di Federacciai si ritira dalla gara?
Intanto, facendo riferimento alle indiscrezioni secondo cui la cordata italiana di imprese che ha presentato una manifestazione d’interesse per l’ex Ilva di Taranto avrebbe rinunciato a presentare un’offerta per la parte a freddo, il vicepresidente di Confindustria e presidente di Federacciai Antonio Gozzi ha dichiarato che «la decisione non è ancora presa». L’ultimo giorno per la presentazione delle offerte vincolanti è fissato per l’8 novembre. Con l’uscita delle imprese italiane, l’attenzione tornerebbe a concentrarsi sugli indiani di Jindal.
Si allarga leggermente la distanza tra maggioranza e opposizione nel sondaggio Swg per il Tg La7 diffuso lunedì 2 novembre 2026. Il centrosinistra guadagna lo 0,1 per cento e sale al 45 per cento, mentre il centrodestra perde lo 0,3 e scende al 43,8 per cento. A calare maggiormente è Fratelli d’Italia, che cede lo 0,3 per cento e scende al 29, ma resta di gran lunga il primo partito. Cala anche Forza Italia, che perde lo 0,2 per cento e scende al 7,2. Guadagnano invece un decimo la Lega, al 5,5 per cento, e Noi Moderati, all’1,1 per cento, mentre resta stabile all’1 per cento Sud chiama Nord. Nel centrosinistra, il Partito democratico è stabile al 20,6 per cento, mentre il Movimento 5 Stelle sale dello 0,2 e arriva al 12,6 per cento. Perdono un decimo Alleanza Verdi e Sinistra (6,2 per cento), Italia viva (2,2 per cento) e Più Europa (1,3 per cento). Fuori dalle coalizioni cresce dello 0,2 per cento Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che sale al 5,8. Azione di Carlo Calenda resta stabile al 3,1 per cento.
Un po’ ministri, un po’ Alice nel Paese delle Meraviglie. Anche quest’anno, poche ore dopo averla approvata in una riunione lampo del Consiglio dei ministri, i titolari dei principali dicasteri di spesa giurano di non aver mai visto quella manovra lì, quella che taglia i conti, riduce, lima e comprime. E allora c’è da chiedersi dov’erano, benedetti figliuoli, mentre si varava la legge a Palazzo Chigi, si scrivevano le norme, si computavano le tabelle. Tutti distratti? Tutti discalculici? Tutti in pausa pranzo?
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
L’incomprensibile irritazione per i tagli
Piccolo riassunto. La manovra viene varata dal Consiglio dei ministri mercoledì 28 ottobre in una riunione che dura dalle 15,15 alle 16,56. sono 175 pagine, 157 articoli, più la relazione tecnica di 198 pagine. I giornali mettono in luce le insufficienti risorse alla sanità, i tagli alla scuola e alla rivalutazione delle pensioni. Dalle diverse categorie si levano critiche, dalle Regioni pure, comprese alcune di centrodestra (l’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso ha parlato di «tagli insostenibili»). Da lunedì sui giornali spuntano retroscena in cui i ministri, da Giuseppe Valditara a Orazio Schillaci fino a diversi big leghisti, si dicono «sorpresi» e «irritati» con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, autore della stretta. Si attendono sviluppi, la manovra è appena approdata in Parlamento e solitamente qualche modifica viene approntata. Vedremo quali.
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara (Imagoeconomica).
In tempo elettorale, la manovra è figlia di nessuno
In realtà due sono i limiti dietro cui si nasconde il vero motivo per cui la manovra Meloni 2027 è figlia di nessuno. Il nodo principale è che i soldi sono pochi, i tagli tanti e nessuno vuole assumersi a pochi mesi dalle elezioni la paternità politica di sacrifici e ristrettezze, dunque meglio scaricare sul ministro Giorgetti che ha le spalle larghe, tanta pazienza (Usque tandem, si chiedono in molti) e soprattutto la fiducia della premier e dei mercati. Dietro al nodo politico di una manovra pre-elettorale, però c’è un vizio tutto figlio della attuale politica fast and furious.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Il cambio di passo con Berlusconi
Facciamo un passo indietro. C’era un tempo in cui la manovra si approvava dopo diverse ore di riunione del consiglio dei ministri. Finiva sempre di notte, con conferenza stampa il mattino successivo, occhiaie e facce sbattute. Insomma, poco smart ma molto letta e combattuta. Poi Silvio Berlusconi, uomo del fare, decise che quella scena lì non gli piaceva, non era glamour, e dunque via, una manovra si approva in un’ora, niente maratone, si dà l’ok alle ‘copertine’ delle norme e si va in tv ad annunciare la meraviglia. E dunque i malumori che ogni manovra si trascina dietro, perché mai si accontentano tutti-tutti-tutti, si sono spostati al giorno dopo.
Silvio Berlusconi nel 1994 (Ansa).
Sono passati 30 anni ma va ancora in onda lo stesso show
Sono passati 30 anni ma va ancora in onda lo stesso show. La manovra si approva in un’ora (Meloni ha aggiunto i 41 minuti) e si va in diretta col volto fresco ad annunciarla. Peccato che i ministri molto probabilmente non l’abbiano letta, o per lo meno non abbiano letto tutte le tabelle, oppure non abbiano capito cosa stavano approvando, quanti tagli, quanti trasferimenti. E allora forse, ormai per il prossimo anno, una prece: metteteci il tempo che ci vuole, fate lo sforzo di lavorarci un intero pomeriggio se serve, confrontatevi, usate la calcolatrice, litigate e riappacificatevi, abbiate anche il coraggio di dire al Giorgetti di turno che no, la sanità non si può tagliare, o perlomeno non così. Ma risparmiateci non una manovra così così – capita a ogni coalizione – ma almeno le lacrime di coccodrillo, gli spin freddi e ipocriti ai giornali del tipo «il ministro è irritatissimo», perché davanti a questi esprit de l’escalier, l’interrogativo «allora a cosa serve un ministro?» attraversa la mente di molti.
Gli Stati Uniti tornano oggi al voto per rinnovare gran parte del Congresso (l’intera Camera e un terzo del Senato) in occasione delle elezioni di midterm, che si tengono ogni quattro anni a metà – appunto – del mandato presidenziale. Storicamente, il partito che detiene la Casa Bianca perde terreno a Capitol Hill in questa tornata elettorale, considerata un referendum sull’operato del presidente. Essendo al secondo mandato, per Donald Trump quelle in corso saranno le ultime elezioni di midterm: ecco come erano andate quelle del 2018.
Il GOP rafforzò la maggioranza al Senato, ma subì il sorpasso alla Camera
Il boom del voto anticipato (quasi 56 milioni di statunitensi – compreso il papa – hanno votato prima dell’apertura delle urne) fa ben sperare i Democratici, che gli ultimi sondaggi danno in forte vantaggio: prevista un’onda blu senza precedenti. Il Partito repubblicano arriva al voto con una risicata maggioranza nei due rami del parlamento: la conquista della Camera da parte dei dem è data quasi per scontata e anche il Senato potrebbe seguire la stessa sorte. Nel 2018 il Grand Old Party rafforzò la propria maggioranza alla camera alta, mentre subì il sorpasso in quella bassa, incassando inoltre una sonora batosta nelle contestuali elezioni governatoriali.
Seggio elettorale negli Usa (Ansa).
Senato Usa: l’esito delle elezioni di metà mandato nel 2018
Nel 2018 furono sottoposti ad elezione tutta la Camera dei rappresentanti e 35 seggi del Senato. Prima del voto, i Repubblicani avevano una maggioranza di 51 senatori su 100: le elezioni determinarono il guadagno di ulteriori due seggi da parte del GOP. Il partito di Trump perse infatti i seggi di Arizona e Nevada, ma soffiò ai dem quelli di Dakota del Nord, Florida, Indiana e Missouri, arrivando ad avere 53 rappresentanti al Senato.
Camera dei rappresentanti: l’esito delle midterm nel 2018
Prima delle elezioni, la Camera dei rappresentanti nel 2018 era controllata dai Repubblicani con una maggioranza di 240 deputati su 435. I Democratici, quota 195, avevano dunque bisogno di conquistare 23 seggi per il controllo della camera bassa del Congresso. L’ondata blu decretò un incremento di ben 40 unità alla Camera per i Democratici, con 43 seggi soffiati ai Repubblicani e appena tre persi. La maggioranza passò quindi in mano ai progressisti.
Statunitensi al voto per le elezioni di midterm nel 2018 (Ansa).
Il Partito democratico vinse anche la sfida dei governatori
Contestualmente a buona parte dei parlamentari Usa, furono eletti anche i governatori di 36 Stati su 50. Il voto si tenne in 26 dei 33 Stati a guida repubblicana, in 9 dei 16 con governatori democratici e in uno Stato, l’Alaska, dove invece il governatore era indipendente. I democratici conquistarono sette governatori che in precedenza erano stati ottenuti dai repubblicani; mentre quest’ultimi si dovettero accontentare dell’Alaska, fino a quel momento guidata da un indipendente. La “partita” delle governatoriali finì dunque 20 a 16 per i dem.
Tragedia nel calcio spagnolo. L’attaccante del Tenerife Jesús De Miguel è morto dopo un violento scontro in campo con il portiere di Andorra Jesus Owono. L’episodio è avvenuto allo stadio Heliodoro Rodríguez López di Tenerife, dove era in programma il match. Al minuto 98 il portiere (poi espulso dall’arbitro) era uscito dalla propria area di rigore quasi fino a centrocampo, scontrandosi con De Miguel e colpendolo al petto con un ginocchio. L’impatto è stato molto violento, tanto che il giocatore è crollato a terra all’istante, rimanendo immobile. Rianimato in campo e portato in ospedale, non ha mai ripreso conoscenza. Nella notte il peggioramento fatale che ha portato al decesso.
Il club: «Siamo increduli»
Questo il comunicato del club: «Con il cuore spezzato, con un nodo alla gola e increduli che sia vero, il Cd Tenerife annuncia la tragica scomparsa, avvenuta martedì 3 novembre alle ore 8, di Jesús de Miguel Alameda. Non ci sono parole di conforto, non c’è assolutamente nulla che possa attenuare questa immensa tristezza. Siamo vicini alla sua famiglia in lutto, ai suoi cari, a tutta Tenerife che oggi piange questa crudele perdita».
C’è una poltrona che da qualche giorno tiene banco nei palazzi romani e sulla quale si starebbe esercitando una certa pressione politica. È quella di amministratore delegato di Rheinmetall Italia, controllata del colosso tedesco della Difesa con quartier generale a Düsseldorf. A occuparsene con particolare insistenza, secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti industriali, sarebbe un esponente della maggioranza di governo, intenzionato a trovare una nuova sistemazione a un manager di sua fiducia.
Rheinmetall è uno dei protagonisti del riarmo europeo
La questione sarebbe probabilmente rimasta confinata alle consuete schermaglie sulle nomine se non riguardasse un gruppo come Rheinmetall, diventato uno dei protagonisti del riarmo europeo. A guidarlo è Armin Papperger, ingegnere classe 1963, manager che nel 2024 è finito persino nel mirino dei servizi russi. Un complotto per assassinarlo, sventato dalle intelligence americana e tedesca, si inseriva nella campagna di guerra ibrida attribuita al Cremlino contro l’industria europea della difesa, impegnata a sostenere militarmente l’Ucraina.
Papperger ha investito molto anche nei rapporti con l’Italia, promuovendo insieme con Leonardo la nascita di Lrmv, Leonardo Rheinmetall Military Vehicles, joint venture con sedi a Roma e La Spezia destinata a svolgere un ruolo di primo piano nello sviluppo della nuova difesa terrestre europea. Un’operazione industriale che lo ha portato a intensificare i rapporti con Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Leonardo, nominato da Palazzo Chigi e considerato una delle figure sulle quali il governo punta per accompagnare la nuova stagione dell’industria europea della difesa.
Lorenzo Mariani, ad di Leonardo (foto Imagoeconomica).
I due si conoscono da tempo e godono di reciproca stima. La collaborazione tra i rispettivi gruppi poggia dunque anche su un rapporto personale consolidato, che la scelta del prossimo amministratore delegato di Rheinmetall Italia potrebbe tuttavia mettere alla prova.
Gualdaroni, uomo considerato vicino al ministro Crosetto
Il nome attorno al quale si starebbe lavorando è infatti quello di Carlo Gualdaroni, già uomo forte del precedente consiglio di amministrazione di Leonardo e considerato vicino al ministro della Difesa Guido Crosetto. Il suo allontanamento dal gruppo pubblico, avvenuto soltanto di recente, è stato accompagnato da una buonuscita superiore ai 7 milioni di euro. Una cifra che rende quantomeno singolare l’ipotesi di un suo rapido ritorno sulla scena, questa volta attraverso la porta di un’azienda tedesca.
Roberto Cingolani con Carlo Gualdaroni (foto Imagoeconomica).
Chi raccoglierà l’eredità di Ercolani, atteso da Sparkle?
Non sarebbe peraltro il primo tentativo di ricollocazione. Un’operazione analoga, tentata recentemente in Elettronica, società nella quale lavora già il figlio di Gualdaroni, non avrebbe avuto successo. Adesso la partita si sarebbe spostata su Rheinmetall, dove l’ex manager di Leonardo potrebbe raccogliere l’eredità di Alessandro Ercolani, figura di peso e molto apprezzata a Palazzo Chigi, destinato secondo le indiscrezioni al vertice di Sparkle.
Alessandro Ercolani con Giorgio Mulè di Forza Italia (foto Imagoeconomica).
La società del gruppo Tim, il cui controllo sta per passare a Mef e Retelit, rappresenta un asset strategico nelle telecomunicazioni internazionali, grazie a una rete proprietaria in fibra ottica di oltre 600 mila chilometri, che comprende anche i cavi sottomarini transoceanici attraverso i quali transita una parte rilevante del traffico mondiale dei dati.
Rapporti tutt’altro che idilliaci tra l’ex dirigente e Leonardo
Il problema, però, non è soltanto quello di trovare una nuova occupazione a Gualdaroni. A preoccupare sarebbero soprattutto i rapporti tutt’altro che idilliaci tra l’ex dirigente e Leonardo, proprio mentre la società italiana e Rheinmetall sono impegnate a costruire una collaborazione industriale di grande rilievo.
Un carro armato della Rheinmetall (foto Imagoeconomica).
Una sua eventuale nomina rischierebbe così di introdurre un elemento di tensione in un’intesa sulla quale Roma e Düsseldorf hanno investito parecchio. E non è detto che Palazzo Chigi apprezzerebbe una scelta capace di mettere in difficoltà un rapporto costruito con pazienza da Mariani e Papperger.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (foto Ansa).
Negli ambienti politici e industriali c’è già chi parla del rischio di uno sgarbo istituzionale. Anche perché sarebbe curioso che, dopo aver pagato oltre 7 milioni di euro per separarsi da un manager, Leonardo se lo ritrovasse dall’altra parte del tavolo in una delle sue alleanze più importanti.
Vinceranno le sollecitazioni politiche o gli equilibri industriali?
La decisione spetta ora ai vertici tedeschi di Rheinmetall ed è attesa a breve. A Berlino e Düsseldorf dovranno valutare se assecondare le sollecitazioni che arriverebbero da Roma oppure privilegiare gli equilibri industriali. Del resto, non tutte le poltrone da occupare sono necessariamente poltrone da assegnare.
Crisi di governo in Belgio: colpa del fallimento dei negoziati sulla legge di bilancio, che ha spaccato la coalizione ‘Arizona’ alla guida dell’esecutivo di centrodestra. Il primo ministro Bart De Wever ha rassegnato le dimissioni ed è stato ricevuto da re Filippo I, che le ha congelate e si prepara ad avviare le consultazioni con i leader dei partiti di maggioranza. Secondo i media belgi quella di De Wever è una mossa per uscire dallo stallo entro domani a mezzogiorno, termine ultimo per trovare un accordo sulla Manovra.
Bart De Wever e re Filippo I (Ansa).
Il governo De Wever era nato dopo otto mesi di stallo politico
Il governo De Wever, in carica dal 3 febbraio 2025, era nato dopo circa otto mesi di intensi negoziati seguiti alle elezioni federali del 9 giugno 2024, che hanno lasciato una Camera dei rappresentanti decisamente frammentata. L’accordo definito era stato raggiunto in extremis dopo varie proroghe concesse da Filippo I, a poche ore dall’ultimatum prima dell’indizione di nuove elezioni. La coalizione di centrodestra ‘Arizona’, così chiamata per i colori dei cinque partiti partecipanti, presenti anche sulla bandiera del suddetto Stato federato americano, è composta da Nuova Alleanza Fiamminga (di cui fa parte De Wever, ex sindaco di Anversa dal passato separatista), Movimento Riformatore, Vooruit, Cristiano-Democratici e Fiamminghi e Les Engagés: conta 81 seggi sui 150 della camera bassa del parlamento di Bruxelles.
Bart De Wever (Ansa).
Il re: «Il Belgio non può permettersi una crisi politica prolungata»
Il Belgio, che ha un deficit pari al 5 per cento e un debito che si aggira attorno al 110 per cento del prodotto interno lordo, è costretto a una severa procedura di rientro secondo le regole del Patto di stabilità. Ma il consiglio dei ministri non è riuscito a raggiungere un accordo né sul bilancio federale 2027, né sull’obiettivo di un risanamento da 10 miliardi di euro entro il 2029. A pesare, spiega la stampa belga, sono state soprattutto le divergenze tra i conservatori del Mouvement Réformateur e l’ala più di centro-sinistra, rappresentata da Les Engagés e Vooruit. «Re Filippo I si rammarica che non sia stato raggiunto alcun accordo su un bilancio credibile e adeguato alle sfide attuali. In un contesto caratterizzato da grande incertezza geopolitica e da notevoli difficoltà economiche, il Paese non può permettersi una crisi politica prolungata», si legge in un comunicato di Palazzo reale.
Semplificare la vita dei cittadini è cosa buona e giusta, ci mancherebbe altro. Ma ha stupito più di un lettore l’attenzione che La Stampaha dedicato all’argomento, con tanto di speciale ad hoc. Il 26 ottobre e ancora il 2 novembre, nelle pagine finali del quotidiano di Torino, ecco fiorire pezzi non firmati di approfondimento sulle «attese ridotte per i cittadini», sulla «svolta della burocrazia zero» e sull’ascolto dei territori per «riscrivere il futuro del Paese». Non poteva mancare la foto raggiante e molto istituzionale del ministro della Pa, Paolo Zangrillo, forzista che come Roberto Occhiuto e Alberto Cirio si sta facendo strada all’interno del partito, anche se ha smentito l’intenzione di sfidare Antonio Tajani. Pezzi e inchieste, dicevamo, che a qualcuno sono suonate come fanfara elettorale mirata.
Una calcolatrice per Montaruli
Regalate una calcolatrice ad Augusta Montaruli. La vice-capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, commentando la maxioperazione della Polizia contro la criminalità giovanile, esulta per le «tonnellate di droga tolte dalle piazze di spaccio». Tonnellate? Secondo i dati diffusi dall’Ansa, sono stati sequestrati 69,4 chili di cocaina, 174,8 di cannabinoidi e 328 grammi di eroina. Totale: circa 245 chili, più modesti quantitativi di altre sostanze. Per arrivare anche soltanto a una tonnellata di sostanze stupefacenti mancano oltre 755 chili. Insomma, la droga sequestrata è tanta, ma a Montaruli è riuscito il miracolo di moltiplicarla…
Sono state identificate le due vittime di nazionalità italiana dell’incidente ferroviario avvenuto nei pressi di Toledo, in cui sono morte almeno 69 persone. Come spiega l’Ansa, si tratta di Daniela Millan Parlanti, 40enne italo-venezuelana di Caracas, e dell’italo-argentina 32enne Ana Martina Conte Grand, originaria di San Juan, che viveva in Andalusia dal 2025: il fratello, che era con lei su uno dei due treni coinvolti, è rimasto ferito. Entrambe le vittime sono state identificate tramite impronte digitali e Dna.
La procura di Roma ha avviato un nuovo fascicolo di indagine sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto a Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. Il procedimento, affidato al sostituto Silvia Santucci, è stato aperto alla luce di un esposto depositato a piazzale Clodio le scorse settimane dall’avvocato Stefano Maccioni che in passato ha assistito uno dei cugini della vittima, Guido Mazzon, e ora è avvocato dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, del regista David Grieco e dello scrittore Giovanni Giovannetti. «La nuova istanza presentata nel mese di novembre 2025 e poi integrata nel mese di maggio 2026 si basa su nuovi elementi raccolti da questa difesa», ha spiegato Maccioni. «Confidiamo che la procura della Repubblica di Roma riesca finalmente a fornire quelle risposte che da troppi anni stiamo cercando e nel contempo invitiamo tutte quelle persone che fino a oggi hanno preferito tacere su ciò che sanno a farsi avanti e parlare». Nel 2016 e nel 2023 erano state presente istanze di riapertura delle indagini ma entrambe respinte dalla procura.
Il fine settembre il di New York Zohran Mamdani ha lanciato Opera For All, programma che mette a disposizione 70 mila biglietti gratuiti a stagione per il Metropolitan Opera House, da assegnare tramite estrazione ai residenti della Grande Mela che non acquistano ticket per il Met dal 2019. Per promuovere l’iniziativa, Mamdani ha adesso diffuso un surreale video che lo vede protagonista assieme al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.
We heard you liked the opera. You’re in luck. Go to https://t.co/LpKzEcL0V5 to enter the lottery for free tickets to the Metropolitan Opera. https://t.co/X2zX9g7b8Z
La clip – di un minuto – si apre con Mamdani intento a intonare Bella Ciao e rapidamente interrotto da Gualtieri, che gli suggerisce di lasciare il canto all’opera. Successivamente, quando Mamdani sottolinea l’alto numero di biglietti gratuiti a disposizione, Gualtieri sfodera un «veni, vidi, free-ci» e poi spiega come gli antichi romani scrivessero 70 mila (LXX con una riga sopra). Mamdani successivamente evidenzia che l’iniziativa, proprio come Roma, «non è stata costruita in un giorno». Al secondo 45, Gualtieri annuncia che presto ci saranno importanti novità per i romani sull’opera. Tutto finito? Macché. «Aspetta sindaco», dice Mamdani in italiano al primo cittadino della Capitale che si avvia all’uscita: «Stai andando nella direzione sbagliata!». La risposta di Gualtieri: «Non ti preoccupare, tutte le strade portano all’opera». Sipario con un bel sorriso di un compiaciuto Mamdani.
Leonardo Maria Del Vecchio è passato al contrattacco dopo la proposta – rifiutata – da 30 miliardi di euro) del magnate ceco Michal Strnad: Lmdv ha infatti proposto agli altri sette soci di Delfin di rilevare le loro quote con un’offerta interamente finanziata da un «primario istituto di credito internazionale».
Lmdv: «È l’offerta più seria che io abbia mai fatto»
A renderlo noto è stato lo stesso Leonardo Maria Del Vecchio, tramite una lettera pubblicata sul QN (di cui è editore). «È l’offerta più seria che io abbia mai fatto», scrive il quartogenito del fondatore di EssilorLuxottica Leonardo Del Vecchio, che al momento ha in mano (come gli altri sette eredi) il 12,5 per cento della cassaforte di famiglia. «Da quando nostro padre è scomparso, ho sentito il peso di custodire ciò che ha costruito. Non sempre l’ho fatto nel modo giusto», prosegue Lmdv nella missiva, prodigo di ammissioni di colpa: «In questi anni ho cercato soluzioni diverse e talvolta ho scelto la strada dello scontro. Lo riconosco: ci sono stati errori, anche di tono, e non ne vado fiero».
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).
L’autocritica sul passato e lo stop ai contenziosi
«All’inizio ho cercato di dare stabilità, impegnandomi direttamente in EssilorLuxottica e difendendo l’assetto che si era costruito nelle ore successive alla sua morte. In seguito, ho provato a rafforzare quell’equilibrio acquistando le quote di chi era più lontano dalla gestione», continua Leonardo Maria Del Vecchio, evocando i dissidi tra gli eredi: «Quando ho capito che quella strada non portava da nessuna parte, ho fatto un passo indietro». E poi: «Negli ultimi mesi ho scelto un’altra direzione: ridurre i conflitti e riaprire il dialogo». Nella lettera, Lmdv conferma inoltre di aver «dato mandato di rinunciare alle azioni legali» promosse nei confronti di alcuni familiari: «Non è stato semplice, ma era necessario».
Così sull’offerta recapitata agli altri otto eredi di Leonardo Del Vecchio: «Ho proposto sia un acquisto totale e immediato delle quote, sia altre forme di acquisizione più diluite nel tempo, lasciando a ciascuno la libertà di scegliere». Sul piatto una proposta da circa 3,7 miliardi di euro a ciascun socio: l’operazione sarebbe sostenuta da un finanziamento da 22 miliardi di euro concesso dalla banca statunitense Citi. La cifra servirebbe in realtà ad acquistare sei quote, escludendo quella della madre Nicoletta Zampillo, e a portare Del Vecchio jr all’87,5 per cento del capitale di Delfin. Il piano richiede l’adesione di almeno cinque soci, che con Lmdv comporrebbero una maggioranza di sei su otto. «Il veicolo che acquisirà le quote avrà regole di governance rafforzate, fissate in uno statuto vincolante. Accanto a me siederanno in consiglio due persone con una lunga esperienza manageriale, finanziaria e legale che avranno pareri vincolanti sulle decisioni finanziarie più rilevanti. È la condizione perché questa proposta sia credibile per la mia famiglia, per i mercati e per le persone che lavorano nelle società che nostro padre ha fatto crescere», spiega poi l’imprenditore nella lettera al QN: proposto agli altri soci un incontro entro il 7 novembre, «tutti insieme o singolarmente, per presentare il progetto nel dettaglio».
Le elezioni presidenziali in Bulgaria si sono concluse con la vittoria al ballottaggio, in larga misura annunciata, della capo di Stato uscente Yliana Yotova, che ha battuto lo sfidante europeista Andrei Ghiurov. Appoggiata dal premier Rumen Radev e dal suo partito Bulgaria progressista, Yotova ha ottenuto il 58,2 per cento dei voti, secondo la proiezione dell’agenzia demoscopica Miara. Ghiurov, sostenuto dai liberali di Bulgaria democratica con gli alleati del partito Continuiamo il cambiamento, si è invece fermato al 38,6 per cento. La percentuale restante di elettori ha invece scelto la casella “Non voto per nessuno”. Come al primo turno, l’affluenza alle urne è stata molto bassa. Poco più del 29 per cento degli aventi diritto aveva votato alle ore 19 locali, un’ora prima della chiusura dei seggi. La Bulgaria è una repubblica parlamentare e i poteri del capo dello Stato sono limitati e per lo più rappresentativi.
Chi è Yliana Yotova
Yotova, 62 anni, è una giornalista e attivista del Partito socialista bulgaro, eurodeputata dal 2007 al 2017, vicepresidente della Bulgaria dal 2017 allo scorso gennaio, quando ha sostituito Radev. Questi allora rassegnò le dimissioni per presentarsi alle elezioni politiche, tenutesi in aprile, a capo di un nuovo partito, promettendo una lotta senza quartiere alla corruzione e alla criminalità organizzata. Durante la campagna elettorale, Yotova non ha messo in discussione l’appartenenza della Bulgaria alla Ue e alla Nato, ma ha sottolineato che in politica estera bisogna essere pragmatici e che, per risolvere il conflitto in Ucraina bisogna «ricorrere alla diplomazia e non alle armi». In diverse occasioni ha definito la Russia «aggressore» precisando però che le sanzioni Ue contro Mosca sono controproducenti e che la questione va risolta sul tavolo delle trattative.
Ampio spazio sui media internazionali al trionfo di Kimi Antonelli nel mondiale di Formula 1, diventato a soli 20 anni il campione iridato più giovane della storia grazie al terzo posto nel Gran Premio del Messico. L’Équipe titola «L’avvento» e «Un gigante così giovane», definendo poi Antonelli «un eterno Peter Pan che possiede già i riflessi e la maturità di un campionissimo». Per Le Figaro questo Mondiale di F1 ha visto «l’incoronazione di un prodigio di precocità». Per la BBC la vittoria del pilota italiano è «un incredibile ventata di aria fresca per la Formula 1». La tedesca Bild, che lo incorona «re», nel racconto dei festeggiamenti in Messico scrive di «lacrime, champagne, tequila», esaltando poi anche la vittoria nel campionato piloti della Mercedes. Il Frankfurter Allgemeine, mettendo l’accento sulla precocità di Antonelli, lo definisce «campione bambino».
«Il bambino che si addormentava sulle piste ha realizzato il suo sogno»: è questa l’immagine scelta da Marca per celebrare la vittoria di Antonelli: «Bravissimo Kimi», titola poi in italiano il giornale sportivo spagnolo. Anche il Mundo Deportivo applaude al successo del «re più giovane».
Catherine Birmingham, la mamma della famiglia nel bosco, ha trovato lavoro come docente all’Istituto nazionale di pedagogia familiare a Roma. Come si apprende da alcuni quotidiani locali, collaborerà al corso di perfezionamento in Intelligenza naturale,trasmettendo la sua testimonianza ai frequentanti. Il contratto di collaborazione prevede un compenso di 60 euro lordi all’ora, come si evince dal documento con cui è stato finalizzato l’accordo. Questo prevede che Catherine prenda parte alle attività formative attraverso interventi di testimonianza esperienziale. Dovrà raccontare il proprio vissuto, metterlo a disposizione dei corsisti e confrontarsi con loro nell’ambito di un percorso che esplora le diverse dimensioni dell’intelligenza umana. La disponibilità di nuove entrate economiche potrebbe sbloccare il progetto edilizio della “casa ecologica“, considerato uno dei requisiti fondamentali per il ricongiungimento familiare. I suoi tre figli sono ancora ospitati in una struttura a Vasto dove stanno continuando il loro percorso di graduale ricongiungimento, così come disposto dal Tribunale per i minorenni.