In arrivo il primo sciopero dei treni di settembre. I macchinisti e i capitreno aderenti all’Assemblea nazionale del personale di macchina e di bordo hanno confermato una protesta di 24 ore che prenderà il via nella serata di lunedì 7 settembre, alle ore 21, e si concluderà martedì 8 settembre alla stessa ora. L’agitazione coinvolgerà il personale del Gruppo Fs italiane, di Italo e di Trenord. Durante lo sciopero, i treni potrebbero subire cancellazioni, ritardi e variazioni – anche prima dell’inizio e dopo la sua conclusione. Le informazioni aggiornate sui collegamenti garantiti sono disponibili sui canali digitali delle imprese ferroviarie, presso le biglietterie e attraverso il personale di assistenza clienti.
Le fasce di garanzia
Come previsto dalla normativa sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali, i treni già in viaggio al momento dell’inizio dell’agitazione raggiungeranno comunque la destinazione finale se questa è raggiungibile entro un’ora dall’avvio dello sciopero. Per il trasporto regionale sono inoltre assicurati i servizi minimi nelle fasce orarie di maggiore affluenza, ovvero dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21. Per conoscere nel dettaglio i collegamenti intercity, eurocity e alta velocità garantiti è possibile consultare gli elenchi pubblicati da Trenitalia e Italo sui rispettivi siti.
Antonio Ingroia è entrato a far parte di Controcorrente, il movimento dell’ex inviato de Le IeneIsmaele La Vardera. Alla base della decisione, ha spiegato l’ex pubblico ministero, «la condivisione di valori che converge in una visione politica nella quale la legalità rappresenta un elemento centrale e non negoziabile». L’ingresso di Ingroia, pm del processo sulla trattativa Stato-mafia e oggi avvocato, riguarda esclusivamente al movimento regionale siciliano di Controcorrente: pertanto manterrà contestualmente i suoi ruoli di presidente di un movimento politico nazionale come Azione Civile e della Fondazione Spazio Legalità.
Ismaele La Vardera (Imagoeconomica).
«Metterò a disposizione la mia esperienza e il mio impegno nella difesa della legalità e della Costituzione per supportare il movimento nella sua attività, con l’obiettivo di contribuire alle istanze di cambiamento ormai non più differibili, che vogliamo portare avanti insieme», ha dichiarato Ingroia. In vista delle Politiche del 2027, Controcorrente a fine luglio aveva ufficializzato la federazione con Progetto Civico Italia, movimento politico fondato da Francesco Onorato, assessore del Comune di Roma, guidato in Sicilia da Carmelo Miceli.
In casa della Leonardino Del Vecchio editore ci si muove tra i curriculum di cani da tartufi, penne deliziose e giovani raffinati analisti, i cui nomi sono tutti annotati nel taccuino di Mario Orfeo, l’uomo deputato a costruire la gioiosa macchina da guerra che farà di Quotidiano Nazionale un giornale coi controfiocchi. Almeno a guardare le ambizioni e i soldi messi in quantità per realizzarle.
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).
Intanto però Leonardino, controverso erede di una dinastia che si sta dilaniando sull’eredità del padre, un merito ce l’ha: è anche grazie a lui se il morente mercato dei giornalisti si è improvvisamente ravvivato. Per anni non si muoveva foglia. Chi aveva una poltrona se la teneva stretta, chi la perdeva difficilmente ne trovava un’altra e gli editori, quando sentivano pronunciare la parola assunzione, d’istinto pensavano alla Madonna di Ferragosto.
Rimesso in movimento un settore dato per spacciato
Adesso invece si compra, si vende e soprattutto si paga. E pare anche parecchio. Merito di Del Vecchio, ma anche dei vari Theo Kyriakou e Alberto Leonardis, nuovi padroni di Repubblica e Stampa, che hanno rimesso in movimento un settore dato per spacciato.
Il vero deus ex machina resta però lui, Lmdv, specie adesso che può disporre come crede delle sue azioni Luxottica, per la soddisfazione delle banche che, avendogli prestato tanti soldi, cominciavano a spazientirsi. Dopo aver rilevato QN, cioè i quotidiani degli eredi Riffeser, ed essere salito al 30 per cento del Giornale (ma l’intenzione prima o poi è di prenderselo tutto), si è lasciato convincere da un’idea piuttosto controcorrente: che per fare i giornali servano i giornalisti. Così ha aperto il portafoglio e dato mandato al buon Orfeo di prenderne un bel manipolo.
Preso anche il Gianni Letta dell’editoria italiana
Nel frattempo ha irrobustito anche la componente manageriale con Francesco Dini, una specie di Gianni Letta dell’editoria italiana. Uno che con discrezione è passato da Carlo De Benedetti a John Elkann e adesso a Del Vecchio senza colpo ferire, sopravvivendo a proprietà e cambi della guardia. Dote non secondaria in un ambiente dove i padroni cambiano più spesso di chi li consiglia.
Francesco Dini (foto Imagoeconomica).
Resta da capire se Leonardino abbia capito fino in fondo in che mestiere si è infilato. Perché lui compra un po’ di tutto, dalle acque minerali ai ristoranti, dagli stabilimenti balneari alle case di produzione cinematografiche, e il sospetto è che consideri i giornali un’altra tessera da aggiungere al mosaico piuttosto variegato che sta mettendo insieme. Solo che un giornale non è un’acqua minerale e nemmeno un bagno sulla spiaggia: oltre a comprarlo, bisogna sapere che cosa farne. Ma questo, eventualmente, è un discorso che viene dopo.
Orfeo ha cominciato puntando ai bersagli grossi
Orfeo, ex direttore di Repubblica, dei telegiornali della Rai e di tanto altro, ha cominciato puntando ai bersagli grossi: Guido Boffo, che si era quasi accasato a Il Gazzettino di Venezia, e Mattia Feltri, che stazionava senza grandi prospettive alla guida dell’HuffPost per di più orfano di quel “Buongiorno” che quotidianamente lo gratificava di complimenti.
Ma la campagna acquisti è tutt’altro che conclusa. Sul taccuino di Orfeo ci sono Carmelo Caruso ed Ermes Antonucci del Foglio, Mattia Ferraresi di Domani, Alessandro Da Rold della Verità e Giacomo Salvini del Fatto Quotidiano. Poi gli opinionisti, da Edoardo Nesi a Pietrangelo Buttafuoco passando per Roberto Regoli, e altri che si aggiungeranno.
Leonardino del resto non bada a spese. E qui viene la parte che appassiona maggiormente le redazioni: gli stipendi. Si parla di cifre favolose che, secondo quello che nella letteratura orale si definisce racconto cumulativo, crescono passando di bocca in bocca. Uno guadagna 100, ma chi lo riferisce lo fa arrivare a 150, che dopo un caffè con uno che la sa più lunga sono già 200, fino all’ora dell’aperitivo, quando il fortunato con quel che prende potrebbe tranquillamente comprarsi un attico. Vero, falso? Poco importa. La notizia è che da parecchio tempo a nessuno passava per la testa di invidiare lo stipendio di un giornalista.
Cuzzocrea ha rifiutato la direzione dell’HuffPost
Il movimento non riguarda soltanto la nascente editoriale di Del Vecchio. L’uscita di Feltri dall’HuffPost ha lasciato libera una casella per la quale si era pensato ad Annalisa Cuzzocrea. Lei ci ha riflettuto e alla fine, a meno di un ripensamento all’ultimo minuto, ha preferito restare vicedirettrice di Repubblica. Non tutte le promozioni, viste da vicino, hanno necessariamente l’aria di esserlo.
Annalisa Cuzzocrea (foto Imagoeconomica).
Adesso all’HuffPost dovranno cercare un altro direttore. E magari, già che ci sono, anche un modello di business sostenibile, visto che dalla nascita il sito ha una certa familiarità con il rosso dei bilanci. A Repubblica, intanto, Stefano Cappellini dovrebbe presto liberarsi di quell’interim che, appiccicato a un direttore, somiglia tanto a una data di scadenza.
Stefano Cappellini (Ansa).
Insomma, è tornato il calciomercato delle penne, liturgia che sembrava sepolta. Per 15 anni il settore ha conosciuto una sola direzione: l’uscita. Tagli, prepensionamenti, incentivi all’esodo: il giornalista, da depositario di un certo status, era diventato solo una voce di costo. Poi internet, i social, i bilanci in perdita, l’intelligenza artificiale, e ogni piano industriale finiva sempre allo stesso modo, col taglio dei redattori. Ora che le copie scendono, le edicole chiudono e da vent’anni si celebra il funerale della carta stampata, qualcuno ha ricominciato a cercarli. E perfino a pagarli molto bene.
Forse il valore di un giornale sta anche in quelli che lo fanno
Potrebbe essere il canto del cigno. Si sa che gli ultimi esemplari di una specie, quando diventano rari, acquistano valore. Oppure può darsi che i nuovi editori abbiano riscoperto una banalità che i vecchi avevano dimenticato: nell’epoca in cui tutti scrivono, postano e commentano, si ergono a influencer di non si sa bene cosa, un giornale ha ancora bisogno di qualcuno capace di trovare una notizia e magari anche di scriverla bene. Sarebbe una discreta vendetta della storia su chi pensava che il problema dei giornali fossero i giornalisti. Adesso che sono diminuiti, e i lettori pure, fatti due conti si è scoperto che forse il valore di un giornale stava anche in quelli che lo facevano.
Storica vittoria dell’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland in Germania. Nel piccolo land della Sassonia-Anhalt, dove vive il 3 per cento della popolazione tedesca, AfD ha trionfato alle elezioni regionali col 44,5 per cento dei voti: consensi raddoppiati in cinque anni, peraltro in una tornata elettorale che ha registrato un’affluenza attorno all’80 per cento. Crollo della Cdu: i cristiano-democratici sono precipitati al 18 per cento, la metà delle preferenze dell’ultima volta. L’AfD non è riuscita a conquistare la maggioranza assoluta: ha infatti ottenuto 41 scranni su 83. Ne manca uno per governare la Sassonia-Anhalt e quindi per avere come presidente il leader regionale Ulrich Siegmund: la Bündnis Sahra Wagenknecht ha aperto a una possibile collaborazione con l’ultradestra: «Decideremo sempre in base alla sostanza», ha dichiarato Claudia Wittig, che era la candidata di punta del partito, fondato tre anni fa da alcuni dissidenti di Die Linke.
Manifesto elettorale di Ulrich Siegmund (Ansa).
Chi è Ulrich Siegmund
Siegmund, che recentemente lo Spiegel ha definito “l’uomo più pericoloso della Germania”, è nato il 25 ottobre 1990 a Havelberg, pochi giorni dopo la riunificazione tedesca. Ed è cresciuto a Tangermünde, altro piccolo centro della Sassonia-Anhalt, dove vive tuttora con moglie e figlia. Ha studiato economia aziendale e psicologia economica e, prima di dedicarsi alla politica, ha lavorato nel settore commerciale: aveva infatti fondato un’azienda di deodoranti per ambienti. Il suo percorso politico è iniziato nella Cdu, poi il passaggio nel 2014 all’AfD, con cui due anni dopo è stato eletto al parlamento della Sassonia-Anhalt, dove dal 2022 è copresidente del gruppo del partito. Seguitissimo su Tik Tok (dove ha 660 mila follower) e Instagram, amante delle motociclette, nell’ufficio ha appeso un ritratto di Otto von Bismarck ed è considerato uno dei leader più radicali di AfD: diventato molto popolare durante il Covid per il video “Pandemie-Panikmache” (“I montatori di panico da pandemia”), nel 2023 partecipò alla riunione segreta che si tenne nei pressi a Berlino, che vide attivisti dell’estrema destra discutere di un piano di remigrazione per espellere dalla Germania milioni di persone di origine straniera. Prima delle elezioni regionali era stato scelto come candidato presidente del land col 97 per cento dei voti.
L’arrivo in moto di Ulrich Siegmund al seggio elettorale (Ansa).
Tim ha comunicato che l’amministratore delegato Pietro Labriola e i dirigenti con responsabilità strategiche del Gruppo hanno portato in adesione le azioni detenute all’opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) totalitaria volontaria promossa da Poste italiane. L’offerta è di 1,67 euro cash e 0,218 azioni del gruppo postale di nuova emissione per ogni azione Tim consegnata. Il corrispettivo è stato ritenuto congruo dal punto di vista finanziario dal cda del Gruppo, che ne ha valutato positivamente il razionale e le prospettive industriali. L’adesione del top management si è chiusa nella scorsa settimana e i dettagli relativi alle singole operazioni saranno resi pubblici attraverso le comunicazioni di internal dealing, si legge in una nota. Salvo proroga con una finestra di riapertura dal 20 al 25 settembre, la chiusura dell’opas è fissata per l’11 settembre e venerdì 4 settembre le adesioni erano il 5,4 per cento. Percentuale che ha fatto salire la quota di Poste intorno al 25 per cento, ancora lontano dall’obiettivo minimo del 66,67 per cento.
Nel grande Palio bancario che da mesi tiene occupati governo, banchieri e retroscenisti, Federico Freni ha improvvisamente cambiato contrada. E siccome non è un passante ma il sottosegretario all’Economia, per di più leghista, la cosa merita qualche attenzione. A Cernobbio ha definito l’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps «strutturata, importante e intelligente», liquidando invece la contromossa di Luigi Lovaglio come «difensiva» e «meno strutturata». Parole abbastanza nette da non poter essere archiviate nella cartella delle dichiarazioni diplomatiche. Tanto più che, fino a questo momento, dalle parti del governo le simpatie sembravano pendere decisamente verso Siena.
Federico Freni (Ansa).
La difesa bipartisan della senesità del Monte
Giorgia Meloni aveva già fatto capire di non gradire l’ipotesi dello «smembramento» del Monte che seguirebbe alla vittoria di Intesa, con una parte degli sportelli destinata al sistema Unipol-Bper. Adolfo Urso, ancora domenica, è tornato sulla necessità di preservare l’integrità di Mps. E attorno alla banca più antica d’Italia si era formato uno di quegli schieramenti trasversali che in politica nascono quando gli interessi in gioco sono così importanti da prevalere sulle appartenenze. A difesa della senesità del Monte si era infatti schierata anche una parte del Pd, custode di una memoria territoriale che evidentemente sopravvive alle disavventure del passato. Il rapporto tra la sinistra e Mps non ha bisogno di essere ricordato ai senesi, e forse nemmeno agli azionisti che pagarono caro il conto dell’acquisizione di Antonveneta e della successiva crisi, conclusa con il salvataggio dello Stato.
Adolfo Urso (Imagoeconomica).
Le rassicurazioni di Cimbri
Nel frattempo Carlo Cimbri con una lunga intervista al Sole 24 Ore aveva però provveduto a togliere qualche argomento ai difensori dell’identità senese, assicurando che il Monte avrebbe conservato nome e radicamento territoriale. Dettaglio non proprio irrilevante: Cimbri è il presidente di Unipol, la cassaforte assicurativa cresciuta dentro quel mondo cooperativo che per decenni ha rappresentato uno degli architravi economici della sinistra italiana. Così, mentre pezzi del Pd si preoccupavano della sorte di Siena, proprio dal mondo delle cooperative arrivavano rassicurazioni sul fatto che l’operazione Intesa non avrebbe cancellato Mps dalla carta geografica.
Carlo Cimbri (Imagoeconomica).
Freni cambia le geometrie della Lega
Poi è arrivato Freni. Che, oltre a essere sottosegretario al Mef, porta sulla giacca il distintivo della Lega. Matteo Salvini non perde occasione per prendersela con le grandi banche, e soprattutto con le due più grandi, Intesa e UniCredit, accusate di gigantismo e chiamate più volte a contribuire, con i loro profitti, alle necessità dei conti pubblici. Freni, invece, ha appena promosso senza troppi giri di parole l’operazione costruita da Carlo Messina. Naturalmente un conto sono gli extraprofitti e un altro le aggregazioni bancarie. Ma Freni da tempo gravita nell’orbita di Giancarlo Giorgetti, che dentro il Carroccio rappresenta una sensibilità assai diversa da quella salviniana. Non a caso proprio Giorgetti lo aveva indicato per la presidenza della Consob, prima che il veto di Forza Italia, contraria a mettere un esponente politico alla guida dell’Authority, lo convincesse a ritirarsi. La sua sortita su Mps finisce quindi inevitabilmente dentro le geometrie di una Lega nella quale il segretario non sembra più avere il monopolio della linea. C’è Salvini che picchia sui colossi bancari, c’è Freni che frena e promuove l’operazione del più grande di quei colossi. E c’è Giorgetti che, il giorno dopo, rimette prudentemente la palla al centro proclamando la «totale neutralità» del Tesoro.
Federico Freni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).
Il fronte governativo pro-Lovaglio si incrina
Forza Italia, dal canto suo, ha scelto una posizione più semplice e anche più coerente con la propria tradizione: a decidere dovrà essere il mercato. Antonio Tajani lo ha ripetuto a Cernobbio. Mps va del tutto privatizzata e saranno gli azionisti a stabilire se sia migliore il progetto di Intesa o quello di Lovaglio. Una posizione che consente agli azzurri di non arruolarsi esplicitamente con Messina, anche se simpatizzano con le sue ragioni, ma soprattutto di non finire nella trincea senese. A restarci sono soprattutto Fratelli d’Italia e quella parte del partito che vede nell’autonomia del Monte qualcosa da preservare. È qui che l’uscita di Freni assume un peso che va oltre il giudizio tecnico sulle due operazioni. Perché rompe l’immagine di una maggioranza di governo schierata con Lovaglio e lascia intravedere, anche sul risiko bancario, sensibilità molto diverse.
Antonio Tajani e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
L’ombra francese e la partita per Generali
Dietro c’è poi un’altra storia, che da Siena porta direttamente a Trieste passando per Milano e Parigi. Luigi Bisignani l’ha raccontata sul Tempo mettendo al centro non Mps ma Generali. La sua tesi è che la catena delle operazioni immaginate da Lovaglio possa finire per rafforzare enormemente la presenza francese nel risparmio gestito italiano. Il passaggio è questo. Crédit Agricole è già il primo azionista di Banco Bpm. Se Mps conquistasse Bpm, i francesi si ritroverebbero con un peso rilevante anche nel capitale del Monte. E Mps, dopo aver conquistato Mediobanca, si trova ormai nel cuore del sistema che porta a Generali. Crédit Agricole, Bpm, Mps, Mediobanca, Generali: basta unire i puntini per capire perché qualcuno, a Roma, cominci a guardare con una certa apprensione verso Parigi.
Il logo di Generali (Imagoeconomica).
Due patriottismi finanziari per due conclusioni contrarie
È il rovescio più curioso dell’intera vicenda. Chi sostiene Lovaglio lo fa anche in nome della difesa di un campione italiano e dell’autonomia di Siena, chi ne diffida teme invece che proprio quella costruzione possa consegnare ai francesi una leva importante sul risparmio gestito nazionale. Due opposti patriottismi finanziari che conducono a conclusioni perfettamente contrarie. E forse è per questo che la battaglia è diventata così politica. Non si discute più soltanto di quale offerta sia migliore, ma di chi controllerà cosa quando il rumore delle armi sarà cessato. Mps, Banco Bpm, Mediobanca e Generali sono ormai caselle della stessa scacchiera e ogni mossa ne sposta almeno un’altra. In teoria, ma in tempi di sovranismo e golden power agitati a vanvera, dovrebbe decidere il mercato. Giorgetti proclama la neutralità del Tesoro, Tajani invita la politica a stare fuori dalle banche e lo stesso Freni assicura che la quota del Mef non servirà a condizionare l’esito della partita. Nel frattempo ministri, sottosegretari e leader di partito discutono ogni giorno di chi debba comprare chi. Il mercato, insomma, sarà anche sovrano, ma intorno c’è troppa gente che lo vuole condizionare.
Prima, la buona notizia: dopo avere ormai perso il conto delle ondate di calore susseguitesi nell’estate 2026, i negazionisti del cambiamento climatico stanno cominciando finalmente a rivedere le loro posizioni – parliamo dei negazionisti classici alla Claudio Borghi, quelli che chiedono il Var per ogni rilevazione barometrica e sostengono che faceva caldissimo anche nell’antica Roma, come dimostrano tutti quegli schiavi con i ventagli nel film peplum. E ora, le due cattive notizie: la prima è che molti ex santommaso del clima, dopo aver accettato a malincuore l’evidenza, proprio non riescono a fare il passettino successivo, e cioè a riconoscere che con il surriscaldamento globale che quest’estate ha trasformato l’Europa in una friggitrice ad aria c’entriamo anche noi e le nostre abitudini energivore ed eco-insostenibili.
Sì fenomeno, la grandine e le trombe d'aria ci sono sempre state come quella famosa del 13 Giugno 1874 che distrusse la Galleria Vittorio Emanuele che era appena stata costruita. Centinaia di feriti gravi per la grandine e per le vetrate che cadevano sulla folla. pic.twitter.com/DVXlMvzIaR
Tutti balleremo allegramente la conga incoronati stile Carmen Miranda
La seconda è che pur di non alleggerire di un grammo la nostra pachidermica impronta di carbonio, parecchi, da negazionisti, stanno convertendosi al termo-ottimismo alla Ignazio La Russa, e ci invitano ad abbracciare con entusiasmo la prospettiva di un’Italia Repubblica delle banane non solo in senso politico, ma anche climatico, dove, negli intervalli tra un tifone e l’altro, tutti balleremo allegramente la conga incoronati stile Carmen Miranda di frutta tropicale a chilometro zero.
Nel fotomontaggio, Ignazio La Russa e Carmen Miranda.
Forse qualcuno quando sente “fossile” pensa alle impronte di dinosauro
Perché tanta riluttanza a collegare qualche neurone in più e ad ammettere che per mitigare gli effetti del cambiamento climatico bisogna puntare con più decisione sull’energia green, invece di sostenere la domanda di combustibili fossili con sconti e bonus a singhiozzo? Forse è colpa dell’espressione “combustibili fossili”, che nella sua equivocità può risultare fuorviante. Il pubblico meno addentro alle questioni energetiche (cioè praticamente tutti i politici di destra) quando sente la parola “fossile”, di primo acchito non pensa al gas, al petrolio o al carbone, ma agli ammoniti, alle impronte di dinosauro o agli scheletri di mammut, tutte cose che si trovano nei musei di paleontologia, non nei distributori lungo le strade.
Un momento della manifestazione Climate Pride a Roma per chiedere lo stop ai combustibili fossili (foto Ansa).
Del resto, a chi mai verrebbe in mente di fare il pieno con le zanne di smilodonte? Nemmeno al ministro Gilberto Pichetto Fratin, probabilmente. Si capisce come l’insistenza sulla necessità di «abbandonare il fossile» cada nel vuoto, eccezion fatta per le frange teo-con lefebvriane, che ben prima della sinistra ecologista diffidavano dei fossili in quanto mettono in dubbio il racconto biblico della creazione del mondo in sette giorni.
Gilberto Pichetto Fratin (foto Imagoeconomica).
Non saranno le continue ondate di caldo, né le cifre dei morti riconducibili alle temperature fuori controllo, né gli eventi meteorologici estremi e ravvicinati a far prendere sul serio la crisi climatica a gente persuasa che il disastro in Nepal sia stato deliberatamente provocato dai cinesi puntando un miliardo di phon contro i ghiacciai dell’Himalaya.
Una donna guarda gli effetti del disastro in Nepal (foto Ansa).
L’unica ossessione delle destre: l’immigrazione
Il clima rientrerà nell’agenda politica delle destre solo quando riusciranno a ricondurle alla loro unica ossessione: l’immigrazione. Non come effetto (siccità e inondazioni costringono davvero migliaia di persone a lasciare le loro terre), ma, al contrario, come causa: i responsabili dell’aumento abnorme e rapido delle temperature in Europa non sarebbero le emissioni di anidride carbonica, ma i migranti dall’Africa e dal subcontinente indiano. Non contenti di snaturarci con l’islam, il couscous e il cricket, ci avrebbero sbolognato il caldo dalle loro regioni natie, per anticipare la sostituzione etnica voluta da George Soros (sempre lui), con una sostituzione climatica che ci renderà tutti più scuri, infiacchiti e in ciabatte anche a Natale.
George Soros (foto Ansa).
Detto così sembra uno scherzo, ma attenzione: il periodo pre-elettorale, come il sonno della ragione, genera mostri. E non è difficile immaginare un post in cui il leghista Borghi evidenzia il nesso fra l’avvento degli stranieri e la sparizione delle mezze stagioni, o Matteo Salvini che accusa gli immigrati pakistani di avere importato le piogge monsoniche in pianura Padana.
Le automobili, l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili sono già il passato. La Cina ha un nuovo obiettivo: diventare leader mondiale delle interfacce cervello-computer (Bci), sistemi che permettono di creare un collegamento diretto tra il cervello umano e un dispositivo esterno. A Pechino il settore sta vivendo una forte accelerazione. Le autorità sanitarie hanno approvato una serie di prodotti basati sulla tecnologia cerebrale mentre, grazie al sostegno economico e politico del governo, numerose start-up stanno lavorando allo sviluppo di trattamenti per patologie come l’Alzheimer e la paraplegia.
Un chip di Neuralink da impiantare nel cervello.
Il mercato può superare i 14 miliardi entro il 2035
Nel 2025 in Cina il settore delle Bci valeva circa 759 milioni di dollari e, secondo le stime, dovrebbe raggiungere i 904 milioni entro il 2028. Ma è soprattutto nel decennio successivo che la crescita potrebbe accelerare portando il mercato a superare i 14 miliardi entro il 2035. Nell’attuale piano quinquennale, valido dal 2026 al 2030, il governo di Xi Jinping ha inserito le interfacce cervello-computer tra le industrie del futuro su cui puntare insieme alla tecnologia quantistica, al 6G e alla fusione nucleare. Il motivo? L’ambizione di dominare le tecnologie, ma anche la necessità di risolvere i sempre più numerosi disturbi neurologici conseguenza dell’invecchiamento della popolazione.
China's domestically developed semi-invasive brain-computer interface (BCI) system "Beinao No. 1" has completed 16 implantations and is expected to be piloted in qualified Grade-A tertiary hospitals nationwide in 2027. With the longest implantation lasting for over a year,… pic.twitter.com/Ow86CgUmc4
Negli ultimi mesi la National medical products administration, l’autorità cinese che supervisiona e approva farmaci e dispositivi medici, ha autorizzato diversi prodotti legati alle Bci. Tra i più interessanti troviamo il sistema dell’azienda Tiankai Suishi (Tianjin) Intelligent Technology, una cuffia dotata di elettrodi che rileva i segnali elettrici del cervello e aiuta i medici a individuare eventuali deficit cognitivi. Via libera anche a un driver per microelettrodi di StairMed (start-up sostenuta da Tencent e Alibaba) utilizzato per impiantare Bci durante gli interventi neurochirurgici.
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).
Neuracle Medical Technology ha invece ottenuto la prima approvazione cinese per una Bci impiantabile destinata a pazienti con lesioni del midollo spinale. A Shanghai, infine, è stata emessa la prima prescrizione per Neo, un sistema pensato per aiutare i pazienti a recuperare il movimento della mano.
Beijing Leads in Brain-Computer Interface (BCI) Research
China has designated brain-computer interface (BCI) as a key future industry under the 15th Five-Year Plan (2026-2030), and Beijing is making major strides in BCI research and clinical applications. A cutting-edge field…
Start-up e finanziamenti: come funziona l’ecosistema del Dragone
La Cina può contare su un ecosistema pressoché completo che va dalla ricerca di base allo sviluppo tecnologico fino alle applicazioni commerciali dei dispositivi fatti e finiti. Accanto alle start-up operano università, fornitori di componenti e istituzioni pubbliche con un ruolo sempre più importante delle amministrazioni locali. La provincia dello Zhejiang, per esempio, ha messo in campo incentivi per favorire la quotazione in Borsa delle aziende del settore. La città di Shenzhen punta ad accompagnarne l’espansione internazionale e a facilitare fusioni e acquisizioni. Pechino, invece, ha scelto il distretto di Changping come principale polo della capitale per concentrare ricerca, imprese e investimenti sulle Bci.
Auto, razzi e Bci: la Cina sfida Musk a tutto campo
Neuralink, l’azienda fondata da Elon Musk, resta il principale riferimento mondiale nel settore delle Bci, ma Pechino vuole cambiare gli equilibri e punta a creare almeno due o tre colossi di livello globale entro il 2030. Del resto, sul fronte delle auto elettriche, il Dragone ha già conquistato una posizione dominante con colossi come BYD che hanno superato Tesla nelle vendite globali.
Stand Byd (Imagoeconomica).
E nel settore spaziale la società pechinese LandSpace è appena riuscita a recuperare il primo stadio di un razzo: un chiaro avvertimento alla regina dei razzi riutilizzabili SpaceX, sempre di proprietà del tycoon naturalizzato statunitense. Yao Dezhong, direttore dell’Istituto di Scienze del cervello del Sichuan, ha profetizzato: «Le nuove politiche cinesi non cambieranno le cose dall’oggi al domani. Credo che tra tre o cinque anni vedremo gradualmente alcuni prodotti Bci passare a un servizio pratico effettivo per il pubblico». Musk è avvisato.
Con la conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) nel giugno 2026, si chiude il più importante programma di sostegno agli investimenti pubblici dal secondo dopoguerra. Si apre ora una nuova fase, nella quale le risorse del settore Energy & Utility e la capacità industriale delle aziende che ne fanno parte possono rappresentare il principale motore di sviluppo e competitività del Paese. Secondo lo studio Investire per competere. Il contributo delle utility a sviluppo e occupazione del Paese, realizzato da Teha Group in collaborazione con A2A e presentato al Forum di Cernobbio, le aziende di questo comparto possono attivare investimenti privati complessivi per 315 miliardi di euro entro il 2035 e 825 miliardi entro il 2050, pari a circa 33 miliardi di euro all’anno. Le risorse riguardano nove ambiti strategici: generazione elettrica da fonti rinnovabili e nucleare, soluzioni per la flessibilità del sistema elettrico, infrastrutture elettriche, infrastrutture gas, data center, teleriscaldamento, ciclo idrico integrato, trattamento dei rifiuti – trasformati in risorsa attraverso riciclo e recupero energetico – e biometano.
Nuovi posti di lavoro, risparmio energetico, rafforzamento dell’economia circolare
Ogni euro investito, spiega l’analisi, genera ricadute economiche complessive superiori a quattro volte il valore iniziale e potrebbe contribuire per circa il 10 per cento alla crescita annua del Pil fino al 2050. Gli investimenti cumulati al 2050 potrebbero abilitare fino a 300 mila nuovi posti di lavoro diretti. Una maggior efficienza dei consumi energetici (elettrici e combustibili fossili), sostenuta dagli investimenti del settore Energy & Utility, consentirebbe poi a una famiglia di diminuire il proprio consumo energetico con un risparmio che potrebbe raggiungere circa mille euro all’anno nell’ipotesi full electric. Nel settore industriale, la riduzione del costo dell’energia elettrica generato dall’incremento delle rinnovabili si tradurrebbe in circa 80 miliardi di euro di risparmi cumulati al 2050. I suddetti investimenti contribuirebbero ad aumentare progressivamente il livello di autonomia energetica italiana, portandola dall’attuale 26 per cento al 49 per cento nel 2035, fino a raggiungere l’81 per cento nel 2050, riducendo strutturalmente la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e l’esposizione alla volatilità delle commodity internazionali. Le risorse attivate favorirebbero inoltre la riduzione delle emissioni nazionali di Co2 del 36 per cento al 2050, con un risparmio di 31 miliardi di euro di costo sociale del carbonio. Parallelamente, gli investimenti nel trattamento dei rifiuti e nel ciclo idrico integrato favorirebbero il rafforzamento dell’economia circolare, consentendo l’azzeramento del conferimento in discarica dei rifiuti urbani e il superamento di criticità infrastrutturali.
Tasca: «Investimenti concreti possono generare crescita duratura»
«Giugno 2026 non ha segnato solo la fine del Pnrr, ma l’inizio di una prova di maturità per il nostro Paese», ha commentato Roberto Tasca, presidente del Gruppo A2A. «Per alcuni anni abbiamo potuto contare su una leva straordinaria che ha sostenuto crescita e investimenti, oggi il compito è trasformare quell’eccezionalità in un metodo, dando continuità alla modernizzazione e orientando i capitali verso le infrastrutture strategiche e i servizi che incidono sulla qualità della vita. È la condizione per non disperdere la spinta degli anni scorsi e per rafforzare il sistema economico e produttivo del Paese». E ancora: «In uno scenario internazionale attraversato da nuove competizioni tecnologiche, industriali ed energetiche, la sfida non è tornare a crescere, ma scegliere come farlo. Il settore Energy & Utility è il punto in cui la just transition incontra la politica industriale: qui gli obiettivi europei possono diventare investimenti concreti capaci di generare crescita duratura».
Tavazzi: «Benefici concreti per cittadini e territori»
«Oltre agli stimoli alla crescita economica e alla transizione energetica, gli investimenti nel settore Energy & Utility sarebbero in grado di generare benefici concreti e diffusi per cittadini, imprese e territori», ha aggiunto Lorenzo Tavazzi, senior partner e board member di Teha. «La progressiva elettrificazione dei consumi, accompagnata dallo sviluppo delle infrastrutture energetiche necessarie alla transizione, potrebbe consentire ad una famiglia italiana media di ridurre la propria spesa energetica al 2050 del 20 per cento rispetto a quella attuale. Inoltre, la riduzione del costo dell’energia abilitato dalla transizione energetica genererebbe per le imprese italiane risparmi cumulati, che, se reinvestiti, potrebbero generare fino a circa 260 miliardi di Euro di valore aggiunto per l’economia nazionale». Gli impatti degli investimenti nel settore Energy & Utility si estenderebbero anche alla dimensione ambientale e territoriale. «Il rafforzamento dell’economia circolare consentirebbe di azzerare il conferimento in discarica dei rifiuti urbani e di ridurre i costi di smaltimento per oltre 500 milioni di euro nel 2050», ha spiegato Tavazzi. «Allo stesso tempo, gli investimenti nel ciclo idrico contribuirebbero a colmare ritardi infrastrutturali storici del Paese, evitando fino a 1,5 miliardi di euro di sanzioni europee che l’Italia dovrebbe sostenere entro il 2050 in assenza di adeguamenti del sistema fognario e di depurazione».
Un drone russo ha colpito «l’edificio centrale del Servizio di sicurezza dell’Ucraina» sulla via Volodymyrs’ka a Kyiv, di fronte alla Cattedrale di Santa Sofia. Lo ha annunciato Volodymyr Zelensky, spiegando che il velivolo armato a pilotaggio remoto «ha puntato direttamente» all’ufficio del capo ad interim dell’SBU, Oleksandr Poklad, che non si trovava sul posto al momento dell’attacco.
Kyiv.
A russian drone struck the SBU headquarters on Volodymyrska Street, directly opposite St. Sophia’s Cathedral.
The drone was reportedly aimed directly at the office of the SBU chief.
Il presidente ucraino ha spiegato che l’attacco russo ha provocato feriti, ma non ne ha specificato il numero. Il sindaco di Kyiv, Vitali Klitschko, ha però riferito di nove persone rimaste ferite in un attacco di droni nel distretto di Ševčenko, dove si trova appunto il quartier generale dell’SBU. L’onda d’urto dell’attacco ha danneggiato una porzione della cattedrale di Santa Sofia: sono andate in frantumi molte finestre del concistoro. A seguito del raid russo sono stati rinviati diversi eventi culturali in programma a Kyiv nel mese di settembre.
Putin aimed directly at the office of Ukraine’s security chief in central Kyiv.
Zelensky’s answer: expect a response and expect it to mirror the strike.
In una serie di post successivi, Zelensky ha riferito di aver incontrato Poklad: «Il capo dell’SBU ha riferito sui preparativi per la nostra attiva risposta ai colpi russi. La geografia della nostra risposta è stata determinata. Il momento sarà scelto per garantire i risultati. Gloria all’Ucraina!». Auspicando «risposte risolute», il ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiham ha scritto su X che «Mosca ha sferrato questo attacco proprio mentre era in corso un nuovo tentativo di pace, mettendo a nudo il suo reale rifiuto della diplomazia».
SSU Head Oleksandr Poklad reported on preparations for our active response to the Russian strikes. The geography of our response has been determined. The timing will be chosen to ensure results. Glory to Ukraine! pic.twitter.com/T1dkkw8buQ
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) September 4, 2026
Ora è in dubbio la visita di Witkoff e Kushner
Secondo una fonte di Reuters, gli Stati Uniti hanno chiesto a Kyiv e Mosca rassicurazioni circa la sicurezza dei due inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, attesi nelle capitali di Ucraina e Russia questo fine settimana.
Salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, Giorgia Meloni non parteciperà alla prossima riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo scrive Adnkronos, citando fonti di Palazzo Chigi: l’Italia sarà comunque presente, rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Gli impegni in Italia e i rapporti deteriorati con Trump
Meloni già l’8 luglio, al termine del vertice Nato, aveva comunicato l’intenzione di delegare a Tajani la partecipazione ai successivi appuntamenti internazionali. «Non per disimpegno, ma perché arrivo da diversi vertici internazionali e ho l’obbligo di occuparmi di diversi dossier anche in Italia», aveva spiegato la premier. Il passo indietro si inserisce dunque in un orientamento già esplicitato pubblicamente dalla premier e la scelta di Meloni, precisano le fonti di governo, «non ha bisogno di essere giustificata né difesa», anche perché nel recente passato era stata presa da altri leader come l’ormai ex ministro britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier canadese Mark Carney. Era però da 15 anni che un presidente del Consiglio italiano non disertava l’Assemblea generale delle Nazioni Unite: la sensazione è che Meloni abbia deciso di dare forfait anche per i rapporti ormai deteriorati con Donald Trump.
La Corte dei Conti ha condannato due dirigenti del Comune di Pompei, Vittorio Martino e Salvatore Petirro, per il danno erariale causato – tra le altre cose – dall’acquisto di due chiavi d’oro a nove carati impreziosite da diamanti, dal valore superiore a 14 mila euro ciascuna, consegnate come riconoscimento istituzionale ai ministri della Cultura Dario Franceschini e Gennaro Sangiuliano. Per Petirro è stata quantificata una responsabilità di 3.352 euro, mentre altri 3.840 dovranno essere versati in solido da Petirro e Martino, che è segretario generale del Comune di Pompei.
La chiave d’oro consegnata a Sangiuliano (Instagram Maria Rosaria Boccia).
La vicenda riguarda in tutto quattro doni
La vicenda non riguarda solo le chiavi consegnate a Franceschini e Sangiuliano, ma anche altri due omaggi destinate ad altre figure vicine alla città: un orologio con vetro zaffiro donato all’ex direttore degli Scavi archeologici Massimo Osanna e un rosario d’oro al vescovo Tommaso Caputo. Tutti preziosi erano stati comprati nella stessa gioielleria in centro a Pompei, molto vicina all’allora sindaco Carmine Lo Sapio.
Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica).
Nessuna responsabilità attribuita ai beneficiari
La Corte dei Conti ha stabilito che le spese sono state del tutto ingiustificate e sproporzionate rispetto ai canoni di sobrietà richiesti per un’attività di rappresentanza. Da qui la condanna. Nessuna responsabilità, invece, è stata attribuita ai quattro beneficiari dei doni, rimasti estranei all’illecito contestato ai vertici amministrativi del Comune campano. Per Lo Sapio, deceduto alla fine del 2025, il procedimento si è invece estinto.
Dario Franceschini (Imagoeconomica).
Franceschi aveva lasciato il regalo al ministero
Se Franceschini lascio il cadeux al Collegio Romano (per legge un ministro può tenere un dono solo se vale meno di 300 euro, altrimenti deve consegnarlo all’amministrazione pubblica), particolarmente singolare è la vicenda della chiave d’oro finita nelle mani di Sangiuliano, che l’aveva ricevuta a luglio del 2024 durante una cerimonia a cui aveva assistito, in prima fila, anche una fino a quel momento sconosciuta Maria Rosaria Boccia.
Maria Rosaria Boccia (Imagoeconomica).
La chiave ricevuta da Sangiuliano è scomparsa
Dopo la consegna, della chiave d’oro si sono perse le tracce: Sangiuliano, che per difendersi l’aveva definita una patacca, era stato di fatto costretto a versare alla Ragioneria dello Stato una somma equivalente al valore del dono ricevuto, mentre Boccia (nel frattempo diventata famosa) ha sempre negato il suo coinvolgimento nella scomparsa dell’oggettp. Un anno fa il Comune di Pompei ha peraltro dato incarico a un legale di recuperare le somme versate da Sangiuliano al MiC, che però ha fatto muro.
Roberto Sommella è alla direzione di Milano Finanza dal 2020, in una carriera che lo ha visto entrare e uscire dal gruppo Class, avendo svolto anche l’attività di “uomo della comunicazione” nel settore delle authority, con l’Antitrust di Antonio Catricalà. Ma chi potrebbe ricoprire ora il ruolo di direttore del quotidiano dei mercati finanziari, nel vociferato caso di una sua partenza?
Roberto Sommella (foto Imagoeconomica).
Una volta c’era Franco Bechis, che adesso è direttore di Open, e firma “di lusso” del giornale La Stampa. C’è stato il tempo di Osvaldo De Paolini, sempre a Milano Finanza, ma ora è diventato direttore del veneziano Il Gazzettino. Se n’è appena andato Fabrizio Massaro, verso il Giornale, vicedirettore al posto di De Paolini, per prendere in mano il settimanale Moneta.
Fabrizio Massaro (foto Imagoeconomica).
Dall’interno del gruppo Class, per un upgrade, c’è disponibile Francesco Allegra, ma potrebbe anche arrivare qualche nome dall’esterno. Rosario Dimito ha appena lasciato Il Messaggero per andare a fare il numero due de La Stampa, ma ha sempre nel cuore il gruppo Class. Tra l’altro, i rapporti con le banche sono sempre stati il core business di Milano Finanza, e tra Mps, Banca Intesa e Bpm le partite da giocare sono numerose, anche se l’editore Paolo Panerai ha una passionaccia per il “furetto Lovaglio” e il suo vice Maurizio Bai, del quale è vecchio amico.
Andrea Bassi (foto Imagoeconomica).
Poi a Roma c’è sempre Il Messaggero che ha pescato negli anni dalla redazione di MF, prendendo tra gli altri Andrea Bassi e, per ultimo, Angelo Ciardullo. Un anno fa era andata in pensione, a Il Messaggero, Lucia Pozzi, che era stata alla guida della redazione romana di ItaliaOggi, quotidiano sempre caro al gruppo Class. Pure Il Tempo ha attinto negli anni dalle forze di ItaliaOggi, uno fra tutti l’attuale capo della redazione economia Filippo Caleri. La scelta è ampia, seguendo la vecchia storia delle “porte girevoli” che tanto piace all’editoria italiana, con i graditi ritorni…
Alessandro Di Battista, ricoverato a Cuba(prima a Santa Clara e poi a L’Avana) a seguito di un malore che lo ha colpito mentre si trovava ai Caraibi per un reportage per il Fatto Quotidiano, dovrebbe rientrare in Italia nel pomeriggio di domani, sabato 5 settembre. L’aeroambulanza che trasporterà l’ex deputato del Movimento 5 stelle, scrive Adnkronos, dovrebbe partire da Cuba alle 19 locali di oggi, quando in Italia sarà già l’1 di notte.
Il messaggio sui social dopo giorni di apprensione
«Oggi mi sento meglio. Sono stati giorni difficili e allo stesso tempo sono ottimista e cerco sempre di vedere il positivo in tutto», ha scritto martedì sui social, ringraziando i medici cubani che «sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali». Di Battista, che ha rifiutato il volo di Stato messo a disposizione dal governo: i costi dell’aeroambulanza verranno coperti da una compagnia assicurativa con la quale aveva stipulato una polizza prima della partenza. Nel frattempo, sul quadro clinico di Di Battista – che è stato sottoposto ad accertamenti anche alla presenza dei due medici del Policlinico Gemelli di Roma – viene mantenuto il massimo riserbo.
L’Aigi, l’Associazione italiana giuristi di impresa, ha trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà un numero di lavoratori superiore alle 2.500 unità di 28 aziende dell’indotto dell’ex Ilva. «Si tratta di un atto estremo e doloroso al quale non avremmo mai voluto fare ricorso», ha spiegato il presidente dell’Aigi Nicola Convertino in una lettera, parlando di «atto dovuto e inevitabile, diretta conseguenza dell’improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre, per la quale non si ravvisa alcuna possibilità di riavvio». «Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende», ha aggiunto. Anche se il governo incontrerà, martedì 8 settembre, i sindacati dei metalmeccanici e i vertici di Confindustria e di altre associazioni datoriali, le imprese dell’indotto ritengono che manchi la volontà di dare loro un sostegno concreto e hanno proceduto con le lettere di licenziamento. Scettiche anche sull’esito dell’istanza presentata alla Corte d’appello di Milano che chiede la sospensione del decreto che impone la chiusura dell’area a caldo, che si discuterà il 9 settembre.
Alla Consob è arrivato un nuovo presidente, Guido Stazi, e dopo l’insediamento avvenuto in piena estate si mormora siano cominciati i cambiamenti allo staff. Occhi puntati sulla comunicazione, ora guidata da Manlio Pisu, classe 1959. Un poltrona ambitissima da giornalisti economico-finaziari. In pole position per il posto di Pisu c’è Roberto Sommella, direttore di Milano Finanza, che da sei anni guida il giornale del gruppo Class, facendo la spola tra il capoluogo lombardo e la sede romana. Un’eventuale nomina di Sommella libererebbe la direzione di Mf, aprendo l’ultimo giro di una giostra che ha visto protagonisti Mario Orfeo passato da Repubblica a QN; Osvaldo De Paolini arrivato dal Giornale alla direzione del Gazzettino e Rosario Dimito dal Messaggero al Gruppo Sae di Alberto Leonardis che edita La Stampa.
Roberto Sommella (Imagoeconomica).
Gli articoli su Milano Finanza e il rapporto tra Stazi e Sommella
Stazi e Sommella si conoscono da anni. Il neo presidente della Consob ha infatti firmato numerosi articoli ed editoriali sulle pagine di Milano Finanza, pezzi letti ovviamente con grande attenzione dai protagonisti del mondo dell’economia. Qualcuno fa poi notare il tono di alcuni pezzi che il quotidiano ha dedicato alla nomina di Stazi: «Stato, mercati, concorrenza e innovazione. Sono questi i quattro punti cardinali del pensiero, orientato alla ricerca di un equilibrio tra intervento pubblico e libertà economica, di Guido Stazi, il tecnico scelto dal governo Meloni per guidare la Consob». E ancora: «Dall’Antitrust alla Consob, passando per l’Agcom, Stazi ha attraversato i principali snodi della vigilanza italiana, costruendo un profilo che unisce competenze giuridiche, economiche e una particolare attenzione alle sfide poste dall’intelligenza artificiale e dai Big Tech». Senza dimenticare le note sulla vita privata: «Ha trascorso gran parte della sua vita a Ostia. Cresciuto nelle case Lamaro ha anche giocato a lungo a basket, fino a competere in serie C. Questo non lo ha distolto dagli studi. Dopo la laurea in giurisprudenza a La Sapienza di Roma, è stato assistente di Politica economica presso lo stesso ateneo (il titolare di cattedra era Franco Romani) e di Scienza delle finanze alla Luiss, e ha poi insegnato Economia e politica della concorrenza all’Università di Siena. È rimasto tra i collaboratori di Romani anche quando nel 1986 l’allora ministro dell’industria, Valerio Zanone, lo indicò nella Commissione per lo studio della concorrenza, che fu alla base della legge che portò alla nascita in Italia dell’Antitrust».
Guido Stazi (Imagoeconomica).
Tra l’altro l’Antitrust, di cui Stazi è stato segretario generale, Sommella la conosce benissimo: nel 2005, quando era vicedirettore di Milano Finanza, diventò il responsabile della direzione relazioni esterne dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, sotto la presidenza dello scomparso Antonio Catricalà. Ora la storia si potrebbe ripetere con Stazi alla Consob. Vedremo.
Isabel Schnabel potrebbe lasciare anticipatamente il comitato esecutivo della Bce per assumere un incarico al Fondo monetario internazionale. Lo riporta Handelsblatt citando fonti governative e finanziarie. La banchiera centrale tedesca sarebbe in trattative per assumere la guida del dipartimento dei mercati del Fmi, posizione rimasta vacante dal primo settembre dopo l’uscita di Tobias Adrian. Un portavoce del Fondo ha dichiarato che la procedura di selezione è in corso e che un annuncio sarà diffuso una volta conclusa.
Anche Lagarde potrebbe dimettersi prima della scadenza del mandato
Un’uscita anticipata di Schnabel, il cui mandato scade nel dicembre 2027, potrebbe inserirsi in un più ampio riassetto del vertice dell’Eurotower. Anche i mandati della presidente Christine Lagarde e del capo economista Philip Lane termineranno il prossimo anno, rendendo probabile una trattativa complessiva tra i leader europei sulle nomine. Da mesi si moltiplicano gli indizi che la stessa Lagarde potrebbe lasciare la Banca centrale prima della fine del suo mandato, nell’ottobre 2027, per trasferirsi al Forum economico mondiale di Davos. Di recente ha anche lasciato intendere che potrebbe svolgere un ruolo nelle elezioni presidenziali francesiper far sentire la voce dell’Europa.
Due dirigenti di Reform UK si sono dimessi dopo un’inchiesta del gruppo Verbatim Investigations su presunti illeciti nei finanziamenti alla formazione di estrema destra guidata da Nigel Farage, andata in onda sulla rete pubblica Channel 4. A lasciare sono stati Dan Jukes, collaboratore di lunga data di Farage, e James Orr, responsabile delle politiche del partito. L’annuncio è arrivato a poche ore dall’inizio del congresso annuale di Reform UK, che si terrà a Birmingham.
Juke e Orr incastrati dalle immagini girate di nascosto
Le immagini diffuse da Channel 4 sono state girate con una telecamera nascosta da due giornalisti, che hanno finto di essere un facoltoso uomo d’affari statunitensee suo figlio, interessati a finanziare Reform UK aggirando le leggi britanniche. L’inchiesta è durata circa un anno e ha visto numerosi incontri: Farage ha partecipato solo all’ultimo, andato in scena a luglio nella sua città, Clacton-on-Sea, dove è stato di recente rieletto nelle suppletive dopo le dimissioni da deputato, arrivate a seguito dello scandalo dei cinque milioni in criptovaluteversati dall’imprenditore Christopher Harborne. Le immagini mostrano Jukes che suggerisce un modo per assicurarsi una donazione di 500 mila sterline eludendo il divieto di ricevere fondi dall’estero (ossia tramite il figlio del finto magnate, residente nel Regno Unito) e Orr che propone di finanziare segretamente tre sondaggi da oltre 32 mila sterline complessivi, effettivamente poi pagati a un’azienda creata da Verbatim per l’occasione. E questo si configurerebbe come donazione illecita. Farage, come detto, ha partecipato solo all’ultimo incontro, in cui lo si vede ringraziare i finanziatori americani per il loro contributo.
Our yearlong investigation reveals Nigel Farage courting illicit funding as part of a plot to bring foreign money into British politics, orchestrated by his top aides and caught on hidden camera. pic.twitter.com/YBJm4CBg8A
La legge elettorale britannica vieta donazioni provenienti da entità o cittadini stranieri. Inoltre i versamenti leciti ma superiori a 11.180 sterline devono essere dichiarati alla Commissione Elettorale: per quelle al centro dell’inchiesta non è avvenuta alcuna dichiarazione. I giornalisti di Verbatim hanno dunque messo in evidenza una doppia infrazione da parte di Reform UK, che dopo la pubblicazione dell’inchiesta hanno messo alla porta Jukes e Orr.
Farage: «Si tratta chiaramente di una trappola»
«Il partito non ha violato alcuna legge. Non ha accettato denaro di provenienza dubbia né nulla del genere. Si tratta tuttavia chiaramente di una trappola: hanno lavorato a lungo a questo piano, riuscendo a indurre alcuni nostri collaboratori esterni a dire cose che forse non avrebbero dovuto dire», ha dichiarato Farage. Reform UK, sottolineando che il coinvolgimento dei finti statunitensi si è limitato ai sondaggi, ha negato qualsiasi illecito e liquidato l’inchiesta come «una messinscena da attivisti sul clima finanziati dall’estero», il Center for Climate Reporting, insistendo sul fatto che il partito dispone di «un solido processo di verifica per i potenziali donatori approvato dalla Commissione elettorale».
Donald Trump ha il suo volto sulla moneta da 1 dollaro, in quella che è la prima iniziativa a coinvolgere in forma esclusiva un presidente Usa in carica, a dispetto della tradizione e delle leggi sul divieto di raffigurare persone viventi sulla valuta Usa. Malgrado il segretario al Tesoro Scott Bessent abbia sostenuto che fosse accettabile in occasione del 250 anni della fondazione dell’America, gli esperti e i democratici al Congresso hanno contestato la mossa, sostenendo che la moneta è illegale in base a una legge del 1866 che vieta appunto la presenza di persone viventi sulla valuta americana. La Zecca l’ha però messa comunque in vendita perché la legge del 2020 che autorizza le emissioni celebrative vieta il ritratto di una persona vivente sul retro, ma non formula lo stesso divieto per il dritto, dove infatti compare Trump. Il Tesoro sostiene quindi che il conio sia legittimo. Le monete, con sul retro il sigillo presidenziale e il numero 250, sono state messe in vendita il 2 settembre in rotoli e sacchetti.
Un’intelligenza artificiale che non si limita a rispondere a domande preparate in anticipo, ma può essere interrogata, reagire agli interlocutori e costruire le proprie risposte nel corso della conversazione. È Ipazia, la nuova intelligenza artificiale sviluppata per Codice, il programma di Rai 1 condotto da Barbara Carfagna dedicato alle trasformazioni tecnologiche, scientifiche e sociali del nostro tempo, arrivato alla sua decima edizione.
Il confronto con l’AI diventa parte del racconto televisivo
Ipazia nasce come una Rag aziendale, una tecnologia ben più complessa di un semplice chatbot. Le Rag – Retrieval-augmented generation – sono sistemi elaborati e costosi, che richiedono la costruzione e l’organizzazione di una base documentale, infrastrutture tecnologiche, modelli di intelligenza artificiale e procedure per selezionare e recuperare le informazioni pertinenti prima di generare una risposta. Nel caso di Codice, questo apre una prospettiva particolarmente interessante: dieci edizioni rappresentano infatti un patrimonio editoriale fatto di centinaia di interviste, reportage, testimonianze, immagini, analisi e incontri con scienziati, imprenditori, ricercatori e protagonisti delle grandi trasformazioni contemporanee. Un archivio che può progressivamente diventare non soltanto consultabile, ma interrogabile. Nel programma, Ipazia può dialogare con gli ospiti, porre domande ed essere a sua volta interrogata, senza che domande e risposte debbano necessariamente essere preparate in precedenza. Il confronto con l’intelligenza artificiale diventa così parte del racconto televisivo e, nello stesso tempo, un esperimento sul futuro dell’interazione tra pubblico, contenuti e media.
L’avatar potrebbe sbarcare su RaiPlay
L’esperimento potrebbe inoltre uscire dallo studio televisivo. Ipazia potrebbe essere inserita nella pagina di Codice su RaiPlay, diventando accessibile anche da casa. Gli spettatori potrebbero interrogarla direttamente, approfondire gli argomenti affrontati nelle dieci edizioni, porre nuove domande e continuare l’esperienza del programma oltre il momento della messa in onda. Una televisione, dunque, che non termina con i titoli di coda, ma il cui patrimonio editoriale può diventare interrogabile. Codice sperimenta così un possibile passaggio dalla televisione lineare a un ambiente nel quale lo spettatore non è più soltanto destinatario del racconto, ma può entrare in relazione con la conoscenza accumulata dal programma nel corso degli anni. Con Ipazia, Codice porta l’intelligenza artificiale non soltanto tra i temi raccontati dalla trasmissione, ma dentro il suo stesso linguaggio e il suo processo editoriale, sperimentando una possibile nuova vita digitale dell’archivio televisivo.