Altro che accordo col Canada: Trump alza al 50 per cento i dazi su auto e acciaio

Con un messaggio sul suo social Truth, Donald Trump ha annunciato che a partire «dal primo gennaio 2027 i dazi su tutte le auto, i camion (grandi e piccoli), la componentistica automobilistica e l’acciaio» provenienti dal Canada «saliranno al 50 per cento». Nel suo post, il tycoon ha accusato Ottawa di aver «truffato» per anni Washington con le sue tariffe «scandalosamente elevate» sui prodotti agricoli statunitensi: «Non è sostenibile, non più. Il Canada non sarà più trattato come uno Stato! Anche sul fronte commerciale, oltre che sotto altri aspetti, è una delle nazioni con cui è più difficile trattare al mondo. Noi non abbiamo bisogno del Canada, sono loro ad aver bisogno di noi».

Altro che accordo col Canada: Trump alza al 50 per cento i dazi su auto e acciaio
Il post di Trump su Truth.

E pensare che il 19 giugno Trump aveva annunciato su Truth la sospensione per tre giorni dei nuovi dazi del 50 per cento su un’ampia gamma di prodotti provenienti dal Canada, che sarebbero dovuti entrare in vigore quel giorno. Alla base della decisione progressi – a questo punto finiti nel nulla – nelle trattative tra Washington e Ottawa.

Salta la visita di Kushner e Witkoff a Mosca: «Poca sostanza»

La prevista visita a Mosca di Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati di Donald Trump, è stata rinviata «poiché non esiste un’agenda sufficientemente sostanziosa per l’incontro» e, certamente, non si terrà prima di settembre. Lo ha riferito alla Tass Ivan Timofeev, direttore generale del Consiglio Russo per gli Affari Internazionali. Witkoff e Kushner in questi giorni erano (in teoria) attesi sia a Kyiv che a Mosca: i due hanno però disertato le celebrazioni per il 35esimo anniversario dell’indipendenza dall’Unione Sovietica in Ucraina e adesso è arrivata anche la notizia che non si presenteranno in Russia.

Timofeev: «Un conto è fare tentativi, un altro è ottenere risultati»

«È positivo che ci sia una certa attività da parte americana e dei tentativi, seppur procedendo per tentativi ed errori, di individuare un approccio praticabile», ha dichiarato Timofeev: «Ciò contrasta con l’atteggiamento dell’Amministrazione Biden, che non ha intrapreso iniziative di questo genere. Tuttavia, un conto è fare dei tentativi, un altro è ottenere risultati. E di questi ultimi non se ne sono ancora visti». Del rinvio della visita di Witkoff e Kushner ha parlato anche il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il quale ha ribadito la disponibilità da parte di Vladimir Putin a un nuovo incontro con gli emissari di Trump. Resta da capire, ha sottolineato, quali proposte presenteranno al Cremlino.

Lagarde verso la guida del World Economic Forum

Secondo la testata svizzera Neue Zürcher Zeitung, la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde è vicina a prendere il timone del World Economic Forum: l’attuale leadership di Davos è affidata al momento ai co-presidenti Larry Fink (ceo di BlackRock) e André Hoffmann (vicepresidente di Roche), che dovrebbero lasciare dopo il prossimo vertice annuale, previsto a gennaio del 2027.

L’investitura da parte del fondatore del Wef

Lagarde, membro del cda del World Economic Forum da 18 anni e considerata dal fondatore Klaus Schwab una candidata ideale alla guida dell’organizzazione, avrebbe dato la propria disponibilità a ricoprire l’incarico dopo l’investitura ricevuta dal board riunitosi a Cologny, vicino a Ginevra. Se ciò accadesse, diventerebbe la prima donna a guidare il Wef. A luglio Lagarde ha aperto alla possibilità di lasciare la guida della Banca centrale europea prima della scadenza naturale del mandato nell’autunno del 2027 (è in carica dal 2019), facendo intendere di volersi impegnare nella campagna per le prossime elezioni presidenziali francesi.

Dall’aborto all’eutanasia, tutti i “no” della seconda parte del programma di FN

Futuro Nazionale ha pubblicato la seconda parte della sua Base Ideologica e Programmatica, che parte dal consueto presupposto dei vannacciani: l’identità cristiana «come elemento pubblico della tradizione nazionale». Tanti i “no” snocciolati nel documento: da quello all’aborto (che non sarebbe un diritto), a quello al matrimonio tra persone dello stesso sesso, fino a quello all’eutanasia. «Dopo la prima, dedicata a remigrazione ed economia, questa volta mettiamo al centro ciò che decide il futuro di una Nazione: la famiglia, le politiche di riattivazione demografica, la difesa della vita, la sovranità digitale, la cybersicurezza, il sociale e le scelte di difesa», spiega Roberto Vannacci prima di approfondire i singoli temi dal sito del partito.

Per Vannacci «l’aborto non è un diritto»

«Il matrimonio rimane l’unico istituto di coppia, perché solo la procreazione ha rilievo pubblico. Difendiamo la vita dal concepimento alla morte naturale, rifiutiamo eutanasia e omicidio del consenziente, garantiamo le cure palliative e vietiamo di far morire di fame e di sete», si legge nel programma di FN. «Come già stabilito dalla legge 194/1978 l’aborto non è un diritto». Il concepito, anzi, dovrebbe essere «soggetto titolare di interessi giuridicamente tutelati»: riconosciuto già in gravidanza per bonus e agevolazioni, dalle borse di studio alle case popolari, con aggravanti per i reati contro donne incinte che ne provochino la perdita. Vannacci poi elenca una serie di proposte: «esenzioni progressive per chi ha figli, il “Reddito di Rinascita” per le madri e il Mutuo Tricolore che azzera gli interessi al terzo figlio e le “quote azzurre” per facilitare i trasferimenti alle famiglie numerose dei dipendenti delle Pubbliche amministrazioni». Inoltre l’ex generale vorrebbe l’istituzione «del ministero della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità, della Giornata nazionale della Vita nascente il 25 marzo e di un Piano nazionale per la Vita nascente e la Prevenzione dell’Aborto».

Dall’aborto all’eutanasia, tutti i “no” della seconda parte del programma di FN
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

No a «eutanasia e omicidio del consenziente»

Visto che la posizione di Futuro Nazionale è quella «pro-vita dal concepimento alla morte naturale», da qui il netto no a «eutanasia e omicidio del consenziente (dalla sinistra detto suicidio assistito)». FN vuole pertanto «l’applicazione piena della legge sulle cure palliative (oggi precluse a circa il 70 per cento degli aventi diritto perché sinistra e ipodestra non stanziano quanto necessario) e potenziamento della terapia del dolore». Idratazione e alimentazione «non saranno considerate come terapie, perché non lo sono, e nessuno potrà più esser fatto morire intenzionalmente di fame e di sete». Si legge poi nel programma: «Sospendibili solo i trattamenti oggettivamente sproporzionati perché non raggiungono l’effetto, creano più danni fisiologici che benefici o producono un dolore fisico la cui sopportazione richiederebbe, sul piano oggettivo e non soggettivo, una capacità eroica. Consentite terapie di riduzione del dolore che, indirettamente, possano provocare un accorciamento della vita, senza però poter mai voler produrre direttamente e intenzionalmente la morte: ciò sarebbe omicidio».

FN vorrebbe l’abrogazione delle unioni civili

La seconda parte del programma di Futuro Nazionale, ovviamente, sottolinea come la famiglia naturale debba essere «fondata sull’unione di uomo e donna come modello da sostenere con politiche fiscali, abitative, asili nido e congedi». In tal senso, la proposta più netta è l’abrogazione delle unioni civili: «Le facoltà oggi collegate all’istituto (permesso lavorativo per visite ospedaliere, visita carceraria, disposizioni personali, rappresentanza legale, eredità, ecc.) verrebbero ricondotte a diritti individuali esercitabili dal cittadino verso la persona da lui indicata, senza necessità di elevare il rapporto sessuale a criterio di concessione dei diritti».

Maternità surrogata: chieste pene più severe

Passando a un tema correlato, il programma di Futuro Nazionale dichiara la «contrarietà alla fecondazione eterologa»: adozioni e affidi dovrebbero essere possibili solo «per la famiglia, composta da un uomo e da una donna coniugati». Nel documento si auspicano poi pene più severe per chi ricorre alla maternità surrogata: 5-10 anni di reclusione la sanzione per il cosiddetto utero in affitto e interdizione dai pubblici uffici per chi viene condannato «essendo reato analogo alla riduzione in schiavitù». Vannacci propone inoltre «il divieto di trascrivere atti che attribuiscano al medesimo bambino due madri o due padri: nessuna menzogna in materia d’anagrafe».

Stop in tv ai contenuti genderisti/omosessualisti

Per i vannacciani deve diventare reato universale – perseguibile cioè anche se commesso all’estero – ogni pratica che in qualsiasi modo possa aiutare il cambiamento di genere per i minori. Da vietare pertanto «interventi chirurgici di riassegnazione del sesso, ormoni cross-sex e bloccanti della pubertà sui minorenni». E, nei pensieri dell’ex generale, anche i contenuti scomodi in tv con «l’estensione della fascia protetta televisiva 6-23 con tanto di divieto di contenuti audiovisivi genderisti/omosessualisti quando possano essere esposti i bambini e il rifiuto di direttive internazionali volte alla promozione dell’agenda Lgbt».

Esplosione in una palazzina a Cassino, due ustionati gravi

Una violenta esplosione si è verificata, nella mattina di lunedì 24 agosto 2026, in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina a Cassino in via Guado Santa Maria. Il tetto dello stabile è crollato. Le cause sono in corso di accertamento e i sospetti si concentrano su una fuga di gas. Due persone sono rimaste gravemente ustionate e trasferite in elicottero al centro Grandi Ustionati presso l’ospedale Sant’Eugenio di Roma. Sul posto Vigili del fuoco, Carabinieri, personale sanitario, il sostituto procuratore della Repubblica Laura D’Elia ed il sindaco Enzo Salera.

La bomba Giannetta in Forza Italia e le altre pillole del giorno

«Tira ‘na giannetta» è un detto popolare romano che evoca l’arrivo di un vento freddo, pungente. Una corrente che annuncia tempesta dalle parti di Forza Italia. A partire dalla Calabria, dove Roberto Vannacci ha candidato per le suppletive del 27 e 28 settembre indette per sostituire il sindaco di Reggio Francesco Cannizzaro, Domenico Giannetta, fino a qualche ora fa capogruppo azzurro in Regione, che dopo essere stato cacciato dal governatore Roberto Occhiuto è passato al Misto. Uno schiaffo doppio e forse pure triplo quello assestato dal generalissimo a FI. Non solo in faccia ad Antonio Tajani, leader già nel mirino di Arcore e recentemente sfidato da Paolo Zangrillo. La botta è arrivata anche al presidente calabrese vicino ad Arcore – anche se Giannetta ha precisato che lo strappo non è stato dovuto a dissapori con Occhiuto – e forse ha colpito di striscio anche Marina Berlusconi che pare abbia imposto come candidato il fidato Fabio Roscioli, tesoriere nazionale del partito e avvocato di Fininvest. FN, scegliendo come primo candidato nazionale Giannetta, tenta il colpaccio simbolico. Nel post con cui ha annunciato la candidatura dell’ex capogruppo azzurro in Regione, Vannacci ha giocato pesante sottolineando «la differenza tra noi e la politica rancida e poltronara di Forza Italia che preferisce candidare un romano sconosciuto al territorio usando i voti dei reggini».

Le suppletive nel collegio di Reggio Calabria, del resto, sono «l’ultimo e unico test politico-elettorale prima del voto per il nuovo Parlamento previsto tra la primavera e l’autunno del 2027», ricorda il futurista calabrese Domenico Tellini. «Si tratta, pertanto, di un’elezione a forte valenza nazionale che, sia pure in un ambito circoscritto, servirà a pesare le coalizioni». FN con Giannetta punta a conquistare gli elettori di FI delusi e, parole di Tellini, «traditi dalla svendita del collegio a candidature imposte da Arcore». Il guanto si sfida dunque è lanciato: «Occhiuto si interroghi sulle promesse mancate e dello stato del suo partito in tutta la Calabria dove il malumore di tanti forzisti potrebbe portarci tante altre adesioni che noi accoglieremo per una nuova destra calabrese con Futuro Nazionale». Una mossa, la candidatura di Giannetta, che è anche un messaggio diretto al partito di Giorgia Meloni: «A Reggio Calabria offriremo un’alternativa a quanti nel centrodestra non si riconoscono più in una destra moderata e sbiadita che candida un romano senza alcun radicamento sul territorio», ha messo in chiaro il commissario di Futuro Nazionale Calabria Domenico Furgiuele. «A chi si sente di destra ma non si riconosce nella deriva democristiana di Fratelli d’Italia diciamo che è tempo di tornare a casa, è tempo di tornare veramente a destra. E agli elettori delusi di una Forza Italia i cui rappresentanti arrivano a definire l’immigrazione un fenomeno antico, irreversibile e positivo, diciamo che oggi un’alternativa esiste».

La bomba Giannetta in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Roberto Occhiuto e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Volpi fonda l’ALF

Gli ex leghisti si danno un gran daffare. E non solo in Futuro Nazionale. Pochi giorni fa Raffaele Volpi, ex sottosegretario alla Difesa nel Conte I e già presidente del Copasir, ha annunciato la creazione di un nuovo movimento, ALF-Area Liberale Federalista. Nella sonnecchiosa afa agostana ecco una «nuova area politica e culturale, liberale e riformista» promossa insieme con Jonny Crosio, già deputato e senatore del Carroccio e Walter Togni. «Alf non nasce contro qualcuno», precisano i fondatori. «Nasce per dare rappresentanza a chi produce, a chi lavora e a chi chiede allo Stato risposte verificabili al posto degli annunci […]. Il percorso istituzionale dei promotori non è un titolo da rivendicare: è il capitale di esperienza messo a disposizione di un’area centrale, moderata e pragmatica che nel Paese esiste già, ma non ha ancora una casa politica capace di rappresentarla con serietà». Gli “alfisti” si dichiarano riformisti e naturalmente federalisti: «Il nostro federalismo è una forma di organizzazione efficiente dello Stato, non una rivendicazione territoriale né una spinta separatista». In politica estera poi è netto il sostegno all’Ucraina, lo stesso che portò Volpi a lasciare la Lega salviniana nel 2022. «Alf sceglie di essere in Ucraina perché lì passa una parte decisiva del futuro dell’Europa», scrivono. «La frontiera della sicurezza euro-atlantica e il luogo dove si misura il diritto di un popolo a difendere la propria indipendenza. Essere al fianco di Kyiv significa difendere un’idea di Europa capace di assumersi le proprie responsabilità». Amen.

La bomba Giannetta in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Raffaele Volpi (Imagoeconomica).

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È morto Alessandro Filippi, direttore generale di Ama

Alessandro Filippi, direttore generale di Ama dal 2023, è morto a Roma all’età di 56 anni a causa di una malattia. Ingegnere meccanico e già manager di Acea, era stato dg in Ama anche tra il 2014 e il 2016, apportando radicali cambiamenti su tutti i piani gestionali societari. Il cda della società, in una nota di cordoglio, ha ricordato alcuni successi di Filippi, tra cui la gestione di importanti eventi come le esequie di Papa Francesco, l’intronizzazione di Leone XIV e il Giubileo dei Giovani svoltosi a Tor Vergata. Occasioni durante i quali «l’operato dell’azienda è stato unanimemente riconosciuto». Ha inoltre «lavorato al rinnovamento di Ama dalla realizzazione di Ucronia, il programma di digitalizzazione dei servizi di spazzamento stradale e raccolta dei rifiuti, al rinnovamento della flotta, alla riorganizzazione dei servizi sul territorio fino all’avvio della costruzione dei nuovi impianti per la chiusura del ciclo dei rifiuti».

Il cordoglio del sindaco

Appresa la notizia, il sindaco Roberto Gualtieri ha diffuso una nota di cordoglio: «Roma perde un grande manager, che con competenza, passione e straordinaria dedizione ha guidato Ama in anni decisivi, contribuendo in modo fondamentale al cambiamento e al rilancio dell’azienda. Alessandro ha lavorato senza mai risparmiarsi, con un impegno e un attaccamento al servizio pubblico che non sono mai venuti meno, fino agli ultimi mesi. In questi anni ho avuto modo di apprezzarne, oltre alle grandi qualità professionali, la serietà, la generosità e il forte senso di responsabilità con cui ha affrontato ogni sfida. La sua scomparsa rappresenta una perdita dolorosa per Roma e per tutti noi. Alla sua famiglia rivolgo il mio abbraccio più affettuoso e il cordoglio di tutta la città, insieme a una particolare vicinanza a tutte le lavoratrici e i lavoratori di Ama che hanno condiviso con lui questi anni di intenso lavoro».

Fissata l’udienza al Riesame per Lavitola, poi sarà sentito Ranucci

È stata fissata al 7 settembre l’udienza per Valter Lavitola davanti al Tribunale del Riesame di Roma. Il faccendiere, che ha confessato di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci, tramite i suoi legali Sergio e Arturo Cola, ha chiesto la scarcerazione e contestato l’aggravante del metodo mafioso. Nel frattempo, il pm Edoardo De Santis ascolterà tre dei quattro indagati accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato.

Fissata l’udienza al Riesame per Lavitola, poi sarà sentito Ranucci
Sigfrido Ranucci (Ansa).

Ranucci sarà sentito come persona informata sui fatti

Dopo l’udienza al Riesame, Ranucci sarà poi convocato dai magistrati come persona informata sui fatti. Continuano a rincorrersi le voci di una ricollocazione del giornalista all’interno della Rai, che avrebbe deciso di procedere dopo le verifiche interne sul rispetto del codice etico aziendale. Ranucci non verrà sospeso e non perderà nemmeno il ruolo di vicedirettore di Rai 3, ma – tranne clamorose sorprese – riceverà la comunicazione della chiusura della lunga stagione alla conduzione di Report, iniziata nel 2017.

Gli Usa annullano una grande esercitazione anfibia con la Corea del Sud

Gli Stati Uniti hanno annullato una grande esercitazione congiunta di sbarco anfibio con la Corea del Sud: denominata “Ssangyong” e annunciata a marzo, si sarebbe dovuta tenere a settembre lungo le coste di Pocheon, nel Paese asiatico. Invece è stata cancellata, ha fatto sapere il portavoce militare sudcoreano Han Seung, a causa delle limitazioni nella disponibilità di forze Usa legate alla guerra con l’Iran.

Gli Usa annullano una grande esercitazione anfibia con la Corea del Sud
Soldati statunitensi durante le esercitazioni Ssangyong del 2023 (Ansa).

L’ordine di Trump: ridurre le esercitazioni militari con Seul

Oltre alla necessità di dispiegare truppe in Medio Oriente, dietro c’è però altro. Pochi giorni fa, alla vigilia delle esercitazioni “Ulchi-Freedom Guardian”, puntando il dito contro la Corea del Sud per il rifiuto di partecipare alla campagna americana per la «denuclearizzazione» dell’Iran, Donald Trump ha infatti ordinato al Pentagono di ridurre sensibilmente le esercitazioni militari congiunte con le forze di Seul, in particolare di quelle che simulano un attacco da parte di Pyongyang, giustificando la decisione con i suoi «ottimi rapporti» con il dittatore Kim Jong-un. Il tycoon ha spiegato che le esercitazioni sono troppo costose e «mandano un segnale completamente inappropriato e ostile» alla Corea del Nord, definita un Paese «non minaccioso e rispettoso» degli Usa.

Gli Usa annullano una grande esercitazione anfibia con la Corea del Sud
Portaerei Usa in Corea del Sud per le esercitazioni Ssangyong del 2023 (Ansa).

L’Olanda ha deciso di boicottare l’Eurovision 2027

L’Olanda non parteciperà all’Eurovision Song Contest 2027 perché la manifestazione «non può più essere considerata neutrale» alla luce delle divisioni sulla guerra a Gaza. Lo ha annunciato l’emittente pubblica olandese Avrotros. «È innegabile che i conflitti internazionali incidano sempre di più sul concorso, minandone il carattere neutrale. L’Eurovision è quindi diventato una piattaforma di divisione», ha dichiarato il direttore generale Taco Zimmerman. La nota non cita Israele, ma diversi Paesi avevano già boicottato l’edizione del 2026 per protestare contro la partecipazione israeliana. L’Esc 2027 si terrà a Burgas, in Bulgaria, l’11, il 13 e il 15 maggio 2027. L’European broadcasting union, l’ente che organizza il concorso, ha introdotto una nuova regola per cui se a vincere è un Paese coinvolto in un conflitto armato non potrà ospitare l’edizione successiva.

I prezzi di gasolio e benzina schizzano ancora più in alto

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha comunicato che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti, oggi – lunedì 24 agosto 2026 – il prezzo medio della benzina modalità “self service” lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,010 euro al litro, mentre quello del gasolio è arrivato a 2,131 euro al litro. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,088 euro al litro per la benzina e 2,204 euro al litro per il gasolio. Come sottolinea il Codacons, in autostrada il prezzo medio del gasolio ha superato il record storico raggiunto nella settimana del 14 marzo 2022, quando un litro di diesel costava in media in Italia 2,154 euro al litro. Ieri il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti, assieme a quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, ha firmato il decreto che attiva il meccanismo delle accise mobili, prorogando di due giorni, cioè fino al 26 agosto, lo sconto di 17 centesimi sul gasolio. Come sottolinea il Codacons, a partire dal 27 agosto, senza nuovi interventi da parte dell’esecutivo, il gasolio volerà sulla rete ordinaria a una media di oltre 2,3 al litro, mentre in autostrada il prezzo medio è destinato a salire a 2,37 euro.

Chi è Domenico Giannetta, primo vannacciano a correre per un seggio in Parlamento

Prima candidatura per un seggio in Parlamento per un esponente di Futuro Nazionale: l’ormai ex capogruppo forzista in Consiglio Regionale Domenico Giannetta correrà infatti col partito di Roberto Vannacci in occasione delle suppletive che si svolgeranno domenica 27 e lunedì 28 settembre nel collegio uninominale 05 di Reggio Calabria, per assegnare il seggio alla Camera rimasto vacante dopo l’elezione di Francesco Cannizzaro – deputato azzurro dal 2022 – a sindaco della città.

Ci sono già vannacciani alla Camera. Ma si tratta di deputati che erano stati eletti con altri partiti e poi passati dalla parte dell’ex generale. L’eventuale approdo – anzi ritorno – di Giannetta a Montecitorio rappresenterebbe dunque una prima volta. E già lo è, appunto, la sua candidatura. Medico chirurgo nato a Reggio Calabria nel 1970, Gianetta è alla sua quarta legislatura regionale ed ha già avuto un breve passato come deputato dal 31 marzo al 7 maggio 2020, data in cui aveva rinunciato al mandato per mantenere il seggio in Regione. Rieletto nel 2025 sempre con Forza Italia, Gianetta era diventato poi capogruppo azzurro lo scorso dicembre. «Amante della natura e dell’agricoltura biologica», come si legge sul sito del Consiglio regionale della Calabria, Giannetta è medico volontario della Croce Rossa Italiana. Dal 2014 al 2019 è stato sindaco di Oppido Mamertina dal 2014 al 2019 e anche capogruppo di Forza Italia al Consiglio della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Chi è Domenico Giannetta, primo vannacciano a correre per un seggio in Parlamento
Domenico Giannetta (Facebook).

Il deputato vannacciano Furgiuele: «Il dado è tratto»

«Il dado è tratto. Per la prima volta nella nostra storia affrontiamo il battesimo del voto in una competizione politica nazionale. E lo facciamo dalla Calabria, da Reggio. In meno di un mese e mezzo abbiamo costruito gruppi consiliari a Lamezia Terme e Crotone, acquisito una presenza nel Consiglio provinciale crotonese, raccolto l’adesione di numerosi amministratori e superato i mille nuovi tesserati. Oggi arriva anche un consigliere regionale», ha scritto il deputato vannacciano Domenico Furgiuele, che a giugno è passato dalla Lega a Futuro Nazionale: «Offriremo un’alternativa al campo largo del centrosinistra, che somiglia sempre più a un campo santo, ma soprattutto a quanti non si riconoscono più in una destra moderata e sbiadita. A chi si sente di destra ma non si riconosce nella deriva democristiana di Fratelli d’Italia diciamo, è tempo di tornare a casa, è tempo di tornare veramente a destra. E agli elettori delusi da Forza Italia diciamo che oggi un’alternativa esiste».

L’ira di Occhiuto: «Vannacci non faccia il gradasso»

Lo “scippo” da parte di Vannacci non è decisamente piaciuto al governatore Roberto Occhiuto, forzista, che ha espulso Giannetta dalla maggioranza di centrodestra: «Da questo momento è fuori. Il mio governo regionale non ha nulla a che spartire con chi sceglie Vannacci. Quanto al generale, gli consiglierei di non fare troppo il gradasso. Vedremo la sera del 28 settembre quale sarà il partito vincitore e quale quello rancido». Vannacci, in una nota firmata assieme al coordinatore nazionale del partito Massimiliano Simoni, aveva scritto che «da questa candidatura si palesa la differenza tra Futuro Nazionale e la politica rancida e poltronara di Forza Italia».

Legnano, gli organizzatori del Pride rispondono alle polemiche su Alberto da Giussano nel logo

È polemica a Legnano, in provincia di Milano, per il Pride in programma domenica 13 settembre 2026. Nel logo della manifestazione, gli organizzatori hanno inserito Alberto da Giussano, simbolo della città ma anche, storicamente, della Lega. A sollevare la polemica era stato il capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale, Mario Almici, già candidato sindaco sconfitto a giugno, secondo cui la scelta di rivisitare il guerriero con i colori della bandiera Lgbt era «quantomeno discutibile». Il sindaco Lorenzo Radice gli aveva risposto con una lettera aperta:«Prima dei simboli vengono le persone. Per questo al centrodestra di Legnano faccio una domanda molto semplice: pensate che le persone Lgbtq+ abbiano pieno diritto di essere visibili, di manifestare e di rivendicare pari dignità e diritti nella loro città?». Ora a inasprire la polemica è arrivata la risposta degli organizzatori dell’evento: «Se dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano, Legnano deve essere la casa di tutt? […] Con tutta probabilità farà ulteriormente storcere il naso a qualcuno, visto che scomodiamo addirittura l’Inno d’Italia». Sulla scelta del simbolo, rivendicano il legame profondo con la città: «Il guerriero appartiene alla storia e all’immaginario collettivo legnanese, cresciuto tra le contrade e il Palio. Farlo proprio significa ribadire un’appartenenza. Siamo persone queer, ma siamo anche e soprattutto legnanesi».

Shein si quoterà in Borsa dall’1 settembre

Shein ha annunciato che si quoterà alla Borsa di Hong Kong a partire dall’1 settembre 2026. Il colosso del fast fashion prevede di offrire 280 milioni di azioni a un prezzo compreso tra 47,60 e 49,50 dollari di Hong Kong, raccogliendo fino a 13,86 miliardi di dollari di Hk (circa 1,5 miliardi di euro al tasso di cambio attuale), per una capitalizzazione di mercato di 210,3 miliardi di dollari di Hk, pari a circa 23 miliardi di euro e 27 miliardi di dollari. Un numero enorme in termini assoluti, ma piccolo se confrontato con i 98,2 miliardi di dollari della valutazione privata raggiunta da Shein nel 2022.

Aveva provato a quotarsi a New York e Londra

Shein, fondata in Cina e ora con sede a Singapore, aveva inizialmente puntato alla Borsa di New York, ma il progetto era fallito anche per le verifiche delle autorità statunitensi sulle condizioni di lavoro e sulla catena di approvvigionamento in Cina. In seguito, la società aveva valutato Londra, senza però ottenere il via libera delle autorità cinesi. A luglio ha infine ricevuto l’approvazione della Cina per quotarsi a Hong Kong. Una soluzione che le permette di accedere al mercato dei capitali mantenendo un legame più stretto con Pechino e con il suo ecosistema finanziario.

Vertice dei Volenterosi a Kyiv, l’Ue annuncia altri 6 miliardi per l’Ucraina

Si tiene oggi a Kyiv, in occasione del 35esimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, un nuovo vertice della Coalizione dei Volenterosi, con leader in presenza e videocollegamento (tra quest’ultimi anche Giorgia Meloni). Al centro dei colloqui, a cui prende parte anche il presidente del Consiglio europeo António Costa, la richiesta ucraina di rafforzare la difesa aerea del Paese e aumentare la pressione sulla Russia: a tal proposito, ha approvato nuovi appalti nel settore della difesa per l’Ucraina per un valore di 6,1 miliardi di euro. I nuovi fondi stanziati da Bruxelles sono destinati a sistemi di difesa aerea e antimissile, missili, munizioni e radar, «a conferma dell’impegno dell’Europa a sostenere la difesa e la resilienza dell’Ucraina di fronte alla continua aggressione da parte della Russia», sottolinea la Commissione europea in una nota.

Von der Leyern: «Sostegno dell’Ue incrollabile e concreto»

«Nel giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina, l’Europa dimostra che il suo sostegno è incrollabile e concreto», ha scritto sui suoi canali social Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Il nuovo finanziamento Ue, che fa parte del Prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro, arriva in un momento molto difficile per il Paese, che negli ultimi due mesi ha dovuto affrontare numerosi e massicci attacchi missilistici russi. Dal 2022 l’Ue e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina un sostegno complessivo di circa 220 miliardi di euro.

Vertice dei Volenterosi a Kyiv, l’Ue annuncia altri 6 miliardi per l’Ucraina
Ursula von der Leyen (Ansa).

Zelensky ha appena annunciato un piano per la fine della guerra

Nel fine settimana Volodymyr Zelensky ha annunciato di aver elaborato con Unione europea e Stati Uniti un piano di pace per porre fine alla guerra, che prevede un cessate il fuoco, la creazione di una zona economica libera attraverso un arretramento delle forze ucraine e russe e la formazione di una fascia cuscinetto affidata all’amministrazione di una parte terza, e infine garanzie e impegni di Ue, Nato e Kyiv. L’ultimo round di colloqui trilaterali tra Ucraina, Stati Uniti e Russia si è tenuto a Ginevra il 17 e 18 febbraio.

Crans Montana, Jacques Moretti in carcere per violenza sulla moglie

Jacques Moretti, proprietario del Constellation, è stato arrestato e portato in carcere con l’accusa di violenze sulla moglie Jessica. L’episodio – secondo quanto riferito dalle televisioni svizzere Léman Bleu e Rts – risalirebbe alla notte tra l’11 e il 12 agosto 2026. La donna sarebbe stata ricoverata in ospedale. I coniugi Moretti, titolari del locale in cui sono morte 41 persone, sono indagati per la strage di Capodanno dalla procura del Vallese insieme con altre 14 persone.

Gli avvocati: «Fatti della vita privata»

Sulla vicenda sono intervenuti gli avvocati della coppia Mes Yaël Hayat, Nicola Meier et Patrick Michod, spiegando che «questi fatti, oggetto di un procedimento separato, riguardano esclusivamente la loro vita privata» e pertanto «non vanno confusi con la tragedia del Constellation». «Si inseriscono comunque in un contesto che non può essere ignorato, quello di una prova particolarmente intensa che i Moretti stanno cercando di affrontare insieme dall’1 gennaio. La vita privata deve ora riprendere i suoi diritti», hanno aggiunto.Fino al 9 ottobre i due hanno il divieto di lasciare la Svizzera e l’obbligo di presentarsi quotidianamente a un posto di polizia.

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta

C’è sempre qualcosa di stonato nel vedere la politica prendere le distanze dalle mode che essa stessa, fino al giorno prima, aveva contribuito ad alimentare. Succede adesso con il woke, concetto evocato per molto tempo con reverenza o disprezzo, mai con indifferenza, e che improvvisamente a sinistra comincia a provocare l’imbarazzo di quando si guarda una foto dei tempi andati. Possibile che ci vestissimo davvero così? 

Lo strappo in avanti di Conte

Giuseppe Conte, che possiede la furbizia di accorgersi rapidamente quando il vento cambia, ha rotto gli indugi. Su Repubblica ha spiegato che il progressismo deve lasciarsi alle spalle certe degenerazioni identitarie e tornare a occuparsi di diseguaglianze, lavoro povero, sanità e via discorrendo. Non proprio una scoperta copernicana, visto che poveri, diseguali e malati esistevano anche prima. Ma tant’è. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il distinguo di Boldrini: l’Italia ora non è l’America

Pochi giorni dopo, sul Corriere della Sera, arriva l’intervista a Laura Boldrini, ovvero la campionessa italiana di woke, anche se dalle sue risposte non sembra così. Qualche esagerazione c’è stata, dice, ma soprattutto negli Stati Uniti, non da noi dove si puntava sull’inclusione e sul rispetto dei diritti civili. Niente a che vedere con le follie dei campus americani. Ma la memoria di quel recente passato racconta una storia un po’ diversa. Perché Boldrini non fu una comparsa, ma diventò uno dei volti più riconoscibili di quella temperie culturale, attirandosi per anni feroci e spesso volgari attacchi della destra

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini (Imagoeconomica).

La vecchia battaglia sul linguaggio

E se c’era un terreno sul quale tutto questo si misurava ogni giorno era proprio il linguaggio. Da presidente della Camera, Boldrini volle che negli atti parlamentari le cariche fossero declinate al femminile: sindaca, ministra, avvocata, ingegnera. Non era un vezzo grammaticale. Dietro c’era una teoria precisa: il modo in cui chiamiamo le cose contribuisce a costruire la realtà e dunque, per trasformarla, bisogna cominciare dalle parole. Spirito del tempo: siccome cambiare il mondo restava complicato, a sinistra si cominciò dal vocabolario

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini è stata presidente della Camera da marzo 2013 a marzo 2018 (Imagoeconomica).

I tempi di «I can’t breathe» e «Black lives matter» alla Camera

Poi arrivò il caso di George Floyd e l’America, che oggi appare così lontana, sembrò improvvisamente dietro l’angolo. Boldrini riprese alla Camera il «I can’t breathe» delle proteste americane declinandolo all’italiana: «Non respiro perché sono donna, disabile, immigrata, ebrea, musulmana, gay, lesbica o perché ho la pelle nera». Concluse con «Black lives matter!» e si inginocchiò insieme ad altri deputati del Pd. A parte l’enfasi, niente di scandaloso, anzi. Solo che allora tra il progressismo americano e quello di casa nostra non sembrava esserci quella distanza che Boldrini oggi rivendica. Ma dalle parole ai simboli il passo era breve. Se il linguaggio non è mai neutrale, non lo sono neppure i segni che la storia lascia dietro di sé.

Un terreno sul quale Boldrini si era avventurata già qualche anno prima, quando propose di togliere la scritta «Mussolini Dux» dall’obelisco del Foro Italico. Non, bontà sua, di abbatterlo. In fondo il principio era sempre quello: le parole contano, ancor più se sono scolpite nel marmo. Si poteva essere d’accordo oppure no, ma una coerenza c’era. Ed è qui che la sua presa di distanza di oggi mostra qualche crepa. Non perché abbia cambiato idea, cosa perfettamente legittima. Ma perché, a sentirla adesso, sembra quasi che da quelle parti non sia mai passata. Gli eccessi erano americani, lei difendeva soltanto i diritti. Possibile. Solo che all’epoca il confine appariva assai meno sorvegliato. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini (Imagoeconomica).

La moda è passata e ora se ne prendono le distanze

Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato. E a dare il segnale non è stata Elly Schlein, segretaria del partito nel quale milita Boldrini, ma Giuseppe Conte. Il capo dei Cinque Stelle ha capito prima di altri che certe battaglie cominciavano a pesare più di quanto rendessero e si è mosso. Il Pd, come quasi sempre gli accade, si è accodato. Ed è forse questo l’aspetto politicamente più interessante della vicenda. Non stabilire quanto Boldrini sia stata o meno woke, esercizio che ormai interessa soprattutto gli archeologi del politicamente corretto. E neppure chi abbia ragione: Conte quando dice che la sinistra farebbe meglio a tornare a occuparsi di questioni sociali, oppure l’ex presidente della Camera quando ricorda che molte delle sue iniziative riguardavano diritti che meritano di essere difesi. Interessa vedere con quale rapidità ciò che fino a pochi anni fa sembrava destinato a cambiare la sinistra sia diventato un argomento da cui prendere le distanze. E come, quando certe convinzioni cominciano a mostrare l’usura del tempo, ci sia sempre chi scopre di non averle mai condivise fino in fondo. 

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La massima è del critico statunitense Fredric Jameson, noto per le sue analisi sul postmoderno come espressione della cultura sotto la pressione del tardo-capitalismo. Ma a renderla famosa è stato il filosofo e sociologo inglese Mark Fisher, la cui opera eccentrica ma di straordinario valore è riassunta nel saggio Realismo capitalista, del 2009. Mark Fisher è scomparso prematuramente e in modo tragico nel 2017, ma il suo lascito intellettuale è ancora oggi carico di suggestioni sull’estrema fatica che il pensiero contemporaneo fa nel concepire un’alternativa al sistema economico dominante. L’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile è ormai radicata nell’inconscio collettivo. Cambiare modello di vita e di sviluppo economico sembra infatti un pensiero impossibile da attuare, anche quando – come stiamo vedendo in questi giorni – la crisi climatica sta generando disastri epocali.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Alluvione nel Nuorese (Ansa).

L’accelerazionismo di destra che ispira i broligarchi

La rimozione del “problema climatico” ha sicuramente a che fare con la “ritirata” dalle agende dei principali media internazionali delle tematiche ambientali, ha sottolineato Naomi Klein su The Guardian, osservando come Trump, tecno-oligarchi e aziende big del fossile siano impegnatissimi nell’alimentare questo tipo di negazionismo. Tuttavia, tornando a Mark Fisher, la sua opera si colloca nell’ambito dell’accelerazionismo di sinistra, dato che ne esiste uno di destra. Il primo vede nello sviluppo tecnologico accelerato lo strumento per superare il capitalismo, dall’interno e in modo pacifico, mettendo la tecnologia a servizio dell’emancipazione umana. L’accelerazionismo di destra invece ha il suo teorico nel filosofo inglese Nick Land, pensatore pericoloso che ispira i turbocapitalisti della Silicon Valley: Musk, Thiel e compagnia varia di broligarchi. I potenti avanzamenti tecnologici – secondo questo movimento neoreazionario che è una costellazione di blog, manifesti e thread anonimi – devono servire alla costruzione sull’intero pianeta di migliaia di città-stato o micronazioni, governate da un ceo, come un’azienda, e un consiglio di amministrazione anziché da un’assemblea elettiva. Per questa banda di fuori di testa, che sono però una minaccia reale per il potere economico che detengono, nel tecno-mondo prossimo futuro non c’è più posto per la democrazia e la partecipazione civica

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Un gonfiabile di Elon Musk a New York (Ansa).

Perché chi non lavora non dovrebbe mangiare?

Entrambe le concezioni accelerazioniste, confidenti in una tecnologia che può, quasi da sola, risolvere ogni problema, sono perturbanti. Tuttavia l’immagine e la proiezione di una società che, liberata dal lavoro, può dedicarsi a piaceri e passioni risulta di gran lunga preferibile. E qui, accanto al marxiano «a ognuno secondo i suoi bisogni», si deve anche ricordare la previsione che fece uno dei padri del liberalismo economico, John Maynard Keynes, quasi un secolo fa, nella sua lettera ai nipoti. «Fra cent’anni», scrisse nel 1929, mentre il mondo occidentale era alle prese con la Grande Depressione, «le persone lavoreranno 15 ore… ma alla settimana». Naturalmente ognuno di noi può fare i conti con quella previsione, però è indubbio che per effetto di automazione e IA il lavoro umano presto sarà un lusso piuttosto che un diritto. Con buona pace di chi continua a coltivare l’idea che il sudore della fronte debba essere la condizione irrinunciabile per ricevere un salario. Chi non lavora non deve mangiare, raccomanda ora il generale in pensione Roberto Vannacci, e nemmeno fare l’amore come cantava decenni fa Adriano Celentano.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La rivoluzione del Partito Capibara

Ci si può mettere a ridere, restando però preoccupati e cogliendo il valore utilmente provocatorio delle fondamentali domande poste da Mark Fisher. È possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo economico? È realistico immaginare un capitalismo diverso non orientato al profitto di pochi ma al benessere di tutti? I due quesiti hanno una forte carica utopica che ora ha assunto la forma di un partito politico con un programma di governo decisamente eversivo, ma gioiosamente non violento. Si tratta del Partito Capibara della cui scoperta sono debitore al tecno-filosofo Simone Puorto, autore del pamphlet We are the glitch (Siamo noi il problema, Flaccovio editore), dove racconta come la società digitale debba essere governata con ma ancor più vocazione e sentimento umanitario.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Dalla pagina Instagram del Partito Capibara.

L’obiettivo è rompere l’incantesimo dell’invevitabile

«Siamo un’idea che irrompe nella realtà»: così si presenta il Partito Capibara, dichiarandosi parte di un movimento che si impegna a trasformare l’attuale modello di società, partendo dall’assunto che ciò che viene raccontato come impossibile è, in realtà, già praticabile. Il Partito Capibara, ispirandosi alle idee di Mark Fisher, nasce per rompere l’incantesimo dell’inevitabile. «Agiamo come un dispositivo memetico e politico insieme. Il nostro obiettivo è alterare l’immaginario collettivo. Vogliamo incrinare la credenza profonda secondo cui la scarsità sarebbe inevitabile e il lavoro una necessità biologica».

I tre pilastri del programma

Non so voi, io però trovo molto godibili parecchi punti di un programma che si propone di costruire una «società fondata sulla gratuità dei bisogni fondamentali, un futuro postlavorista, una vita bella da godere». E che poggia su tre pilastri. Primo: lavorare meno, godere di più, passando dalle attuali 40 ore settimanali a 24, il 40 per cento di lavoro in meno, per aumentare il godimento della vita. «Lavorare meno», sottolineano, «non è solo il nostro grande desiderio comune: è la grande rivendicazione del XXI secolo». Secondo: gratuità dei bisogni fondamentali (cibo, trasporti, sanità). Il capitalismo trasforma i bisogni dell’esistenza in merci da pagare. Il gratuitismo li trasforma in diritti garantiti incondizionatamente. «Viviamo nel massimo livello di abbondanza materiale della storia. Eppure ogni esistenza nasce già in debito. Ogni giorno bisogna pagare per restare viva». Terzo: reddito universale e automazione. «Se i robot ci rubano il lavoro, lasciamoli fare. Che lavori l’automazione, noi vogliamo godere della vita». Il reddito universale (UBI) non è un bonus temporaneo, non è carità, non è una misura per poveri. È un diritto economico riconosciuto alla persona in quanto parte della comunità.

È più folle l’idea Capibara o spendere quasi 3 mila miliardi di dollari in armi?

Resta d’aggiungere che sicuramente il Partito Capibara può essere definito una nave di folli e il suo programma un libro dei sogni. A patto però di convenire che è più folle e disumano un mondo che anziché investire nella vita e nel piacere, considera la scarsità e la povertà condizioni umane inevitabili. E che anziché perseguire una società prospera e in pace, l’anno scorso ha raggiunto il record storico di spesa in armamenti: 2.887 miliardi di dollari. Per concludere resta da chiedersi: un altro mondo è (im)possibile?

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?

Sigfrido Ranucci in questi giorni è in tour per l’Italia a presentare il suo libro Il ritorno della casta (Bompiani), con accoglienza calorosa e lunghi firmacopie un po’ ovunque. 

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La presentazione de Il ritorno della casta ad Asiago (Ansa).

Le fatiche letterarie di Ranucci e i numeri

In carriera il giornalista, finora, è arrivato in libreria con quattro opere: la prima, del 2010, è stata scritta insieme al collega Nicola Biondo, Il patto. Da Ciancimino a Dell’Utri. La trattativa stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato (Chiarelettere). È un titolo con periodiche ripubblicazioni in edizioni tascabili, economiche e via dicendo, che ha ancora una sua vita dopo 16 anni, e che ha venduto complessivamente circa 40 mila copie, in base a quanto risulta dalla classifica GfK-Nielsen consultata da Lettera43.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina de Il patto edito da Chiarelettere.

La scelta ha venduto 64 mila copie

Nel 2024, poi, Ranucci ha dato alle stampe La scelta (Bompiani), ovvero quella sorta di autobiografia più o meno romanzata che ha suscitato notevoli polemiche soprattutto per le parti in cui il giornalista descrive il modo piuttosto spregiudicato con il quale si rapporterebbe alle fonti e alle stagiste che incrocia sul suo percorso (vedere, a questo proposito, anche il j’accuse di Angela Camuso pubblicato da Il Tempo). La scelta, giusto per capirci, è il libro sul quale Selvaggia Lucarelli ha di recente aperto tre diverse questioni. La prima riguarda il contenuto, da cui si desumono rapporti con stagiste e fonti definiti «spregiudicati». «Sono convinta», dice Lucarelli, «che non molestasse fisicamente nessuno, ma sono altrettanto convinta del fatto che il suo rapporto con alcune fonti e collaboratrici sia stato spregiudicato. È il famoso tema dell’asimmetria di potere: sei Ranucci, hai un enorme potere sulle carriere, dovresti avere una particolare cautela nel separare il piano professionale da quello privato». La seconda fa riferimento alle recensioni su Amazon, con Ranucci che, sempre secondo Lucarelli, avrebbe scritto finte entusiastiche recensioni firmandosi Emilio Cresci. Infine il terzo punto riguarda il numero di copie vendute, perché «Ranucci in alcune occasioni pubbliche e promozionali aveva dichiarato 100 mila copie, per definire il grande successo commerciale del volume. Ora però parla di 70 mila…». I numeri ufficiali de La scelta, per tagliare la testa al toro, certificano 64 mila copie secondo GfK-Nielsen, che sono comunque un ottimo risultato se paragonato alle vendite medie degli altri titoli in Italia.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina de La scelta edito da Bompiani.

Per ora Il ritorno della casta è a quota 19.400

Dopo questo volume dai contenuti anche scabrosi, Ranucci ha invece voluto recuperare un tono più familiare e divulgativo con Navigare senza paura. Guida per giovani esploratori del web (Salani/Ape junior) scritto insieme con il figlio Giordano. È uscito a fine gennaio 2026, a poco più di tre mesi dall’attentato subito fuori dalla sua abitazione nell’ottobre 2025, e finora ha venduto appena 10 mila copie.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina di Navigare senza paura edito da Salani/Ape junior.

A inizio marzo 2026, tuttavia, il prolifico Ranucci occupava di nuovo gli scaffali delle librerie con Il ritorno della casta, che in questi giorni sta continuando a promuovere in giro per la Penisola. È un saggio di inchiesta che analizza il rapporto tra politica, informazione e magistratura in Italia, ricostruendo un presunto piano di restaurazione del potere politico dopo Tangentopoli per depotenziare i controlli di legalità e ridimensionare il ruolo della magistratura. In questi sei mesi in libreria, tuttavia, l’ultima fatica di Ranucci non sembra avere sfondato più di tanto: al momento è a quota 19.400 copie vendute. Vediamo se i firmacopie estivi riescono a muovere la classifica. 

Sinner rinuncia agli US Open

Jannik Sinner non parteciperà ai prossimi US Open a causa del persistente problema al ginocchio emerso nelle scorse settimane, che lo aveva portato a sottoporsi a controlli assidui tra Milano e il JMedical di Torino. «Nonostante il duro lavoro svolto con il mio team e lo staff medico, abbiamo dovuto prendere la difficile decisione di non partecipare agli US Open di quest’anno», si legge nella nota con cui il fuoriclasse azzurro ha sciolto le riserve. New York vedrà invece l’atteso ritorno di Carlos Alcaraz dopo oltre quattro mesi di inattività.

Sinner: «Non vedevo l’ora di tornare a giocare a New York»

«Siamo tornati ad allenarci a Monte Carlo negli ultimi giorni e ci siamo resi conto di aver bisogno di più tempo per recuperare dal problema al ginocchio destro», ha spiegato Sinner nel comunicato. «Sono ovviamente molto triste e deluso, dato che New York occupa un posto speciale nel mio cuore. Non vedevo l’ora di tornare a giocare in quell’atmosfera elettrizzante, davanti a un pubblico fantastico». Il programma di Sinner, vincitore a Flushing Meadows nel 2024, prevede ora la permanenza in Europa e per proseguire il recupero, con l’obiettivo di farsi trovare pronto per la tournée asiatica e i tornei di Pechino e Shanghai.