Bufera per i droni ucraini, si dimette la premier lettone Silina

La prima ministra lettone di centrodestra Evika Silina ha annunciato le dimissioni, provocando di fatto il crollo della coalizione di governo: alla base della decisione la crisi innescata dallo schianto di due droni ucraini nel Paese baltico. «Attualmente, la gelosia politica e gli interessi di parte ristretti hanno prevalso sulla responsabilità. Vedendo un candidato valido per la carica di ministro della Difesa, alcuni politicanti opportunisti hanno scelto di creare una crisi, una crisi di governo. Pertanto, annuncio le mie dimissioni. Non è una decisione facile, ma in questa situazione è quella onesta», si legge in un comunicato.

Bufera per i droni ucraini, si dimette la premier lettone Silina
Evika Silina (Ansa).

Lo schianto dei due droni ucraini provenienti dalla Russia

La crisi politica è iniziata dopo che, nella notte del 7 maggio, due droni ucraini provenienti dalla Russia si sono schiantati vicino alla città di Rēzekne, nella parte orientale del Paese. Uno, in particolare, ha colpito dei serbatoi vuoti in un deposito di petrolio, per fortuna senza causare vittime. Il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga ha successivamente spiegato che i droni erano entrati in Lettonia a causa di sistemi intercettori russi, che avrebbero deviato i velivoli a pilotaggio remoto.

Bufera per i droni ucraini, si dimette la premier lettone Silina
Andris Spruds (Ansa).

L’incidente è diventato subito una questione di fiducia nel governo

L’incidente, avvenuto cinque mesi prima delle elezioni parlamentari, si è trasformato subito da un episodio di sicurezza militare in una questione di fiducia nel governo. Tre giorni dopo sono arrivate le dimissioni di Andris Spruds, ministro della Difesa ed esponente del Partito Progressista, il quale ha spiegato di aver rinunciato all’incarico per «proteggere le forze armate lettoni dall’essere coinvolte in una campagna politica». Contestualmente, i Progressisti hanno dichiarato di non sostenere più Silina, chiedendo l’avvio di colloqui per la formazione di un nuovo governo. In seguito sono arrivate le dimissioni della prima ministra.

Massiccio attacco aereo russo su Kyiv nella notte

Nuovo massiccio attacco aereo su Kyiv nella notte tra mercoledì 13 e giovedì 14 maggio 2026. Sulla capitale ucraina sono stati lanciati quasi 700 droni e una cinquantina di missili aerobalistici Kinzhal, missili balistici Iskander-M/S-400 e missili da crociera Kh-101. L’aeronautica militare ha diramato un allarme aereo a livello nazionale anche per la presenza di bombardieri Mig-31. Esplosioni sono state udite a Kyiv e i sistemi di difesa aerea sono entrati in funzione per abbattere i droni. Il sindaco della città, Vitaliy Klitschko, ha riferito su Telegram che le esplosioni sono avvenute nei quartieri Dniprovskyi, Holosiivskyi, Obolon, Solomyanskyi, Darnytskyi e Shevchenkivskyi. Sono stati colpiti edifici residenziali e non residenziali e sono scoppiati anche degli incendi. Frammenti di razzi e droni sono caduti al suolo. Nel quartiere di Darnytskyi è in corso un’operazione di ricerca e soccorso, a seguito del crollo di un edificio residenziale che ha intrappolato diverse persone sotto le macerie. Il bilancio parziale al momento è di un morto e 31 feriti.

Massiccio attacco aereo russo su Kyiv nella notte
Aatacco aereo russo su Kyiv (Ansa).

Il giallo della visita segreta di Netanyahu negli Emirati, smentita da Abu Dhabi

Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver fatto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti mentre era in corso la guerra contro l’Iran e di aver incontrato il presidente emiratino Mohammed bin Zayed. Poche ore dopo la pubblicazione del comunicato da parte di Bibi, Abu Dhabi ha però smentito, sostenendo che la visita non sia mai avvenuta e respingendo l’ipotesi di «ricevere qualsiasi delegazione militare israeliana sul proprio territorio».

Il comunicato di Netanyahu e la smentita di Abu Dhabi

Questo il comunicato: «Nel bel mezzo dell’Operazione Leone Ruggente, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha effettuato una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed. Questa visita ha portato a una storica svolta nelle relazioni tra Israele ed Emirati Arabi Uniti». Il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, smentendo l’annuncio di Netanyahu, ha precisato che «le relazioni con Israele sono pubbliche e sono state stabilite nel quadro dei ben noti Accordi di Abramo», siglati nel 2020.

Il sospetto che la visita sia avvenuta davvero

C’è però il sospetto, se così si può chiamare, che Netanyahu sia stato davvero negli Emirati, in quella che sarebbe stata la prima storica visita di un leader israeliano ne Paese arabo. In fondo, anche se non è ben chiaro perché ha deciso di renderla nota, perché avrebbe dovuto inventarsela? Varie fonti stanno inoltre confermando la visita ai media locali, fornendo dettagli. Ziv Agmon, ex portavoce e capo dello staff di Bibi, ha scritto su Facebook che Netanyahu «è stato accolto ad Abu Dhabi con gli onori riservati ai re» e che lo sceicco «lo ha accompagnato personalmente dall’aeroporto al palazzo con la sua auto privata». C’è però chi sostiene che l’incontro si sia tenuto d Al Ain, città vicina al confine con l’Oman.

Il giallo della visita segreta di Netanyahu negli Emirati, smentita da Abu Dhabi
Mohammed bin Zayed (Imagoeconomica).

Perché gli Emirati si sono affrettati a smentire Netanyahu

Dando per avvenuta la visita, è invece piuttosto chiaro il motivo della smentita. Tel Aviv e Abu Dhabi sono alleati, non è un mistero: gli Emirati furono i primi a riconoscere gli Accordi di Abramo promossi dagli Stati Uniti per favorire la normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi. Tuttavia ammettere pubblicamente di aver ospitato un leader israeliano, perdipiù in segreto, sarebbe molto imbarazzante per lo sceicco Bin Zayed. Ma soprattutto rischioso, visto che gli Emirati rischierebbero di inimicarsi gli altri Paesi arabi della regione. Da parte sua, l’Iran ha già condannato la visita tramite le parole del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha definito «imperdonabile» la «collusione con Israele», minacciando serie conseguenze per «chi collabora per semirare divisioni».

Ferrovie, Angel holding di Vito Pertosa cede a Siemens attività di Mermec

L’industriale pugliese Vito Pertosa, fondatore della Angelo holding, di Monopoli, ha firmato un accordo per la cessione a Siemens di un perimetro di Mermec che comprende il business della Diagnostica & Data analytics worldwide e del Wayside signaling in Italia. Mermec è leader nel mondo nell’high tech per il settore ferroviario. La parte coinvolta nell’operazione ha registrato nel 2025 ricavi per circa 430 milioni, con 1.700 collaboratori. «L’operazione mi aiuterà a investire nelle altre società della mia holding industriale», ha detto Pertosa, «oltre che sostenere le realtà del Mezzogiorno d’Italia che hanno bisogno di svilupparsi e dar vita a nuova occupazione di qualità». Le parti hanno concordato di non divulgare i termini finanziari dell’operazione, il cui closing è previsto entro la fine del 2026.

Xi a Trump: «La gestione errata di Taiwan può portare a un conflitto»

Sono tanti i temi sul tavolo dell’atteso bilaterale di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump: dai dazi ai chip, fino alle terre rare e alla guerra all’Iran, senza dimenticare la questione di Taiwan. Sollevata in apertura dell’incontro dal presidente cinese, che l’ha definita «la più importante nelle relazioni tra Pechino e Washington», per poi avvertire: «Se gestite bene, le relazioni bilaterali possono garantire una stabilità generale. Se gestite male, i due Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, spingendo l’intero rapporto sino-americano in una situazione molto pericolosa». L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Formosa, ha ribadito Xi, «sono incompatibili».

Xi cita la trappola di Tucidide e le guerre del Peloponneso

«Se Cina e Stati Uniti riusciranno a superare la “trappola di Tucidide” e a inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra le grandi potenze; se saremo in grado di unire le forze per affrontare le sfide globali e infondere maggiore stabilità nel mondo; se saremo in grado di rispondere al benessere dei nostri due popoli e al futuro e al destino dell’umanità, e di creare insieme un futuro radioso per le relazioni bilaterali: queste, si potrebbe dire, sono domande di storia, domande del mondo e domande dei popoli», ha dichiarato inoltre Xi. La “Trappola di Tucidide” è un concetto geopolitico che descrive la tendenza strutturale al conflitto quando una potenza emergente minaccia di spodestarne una egemone consolidata. L’espressione, coniata dal politologo Graham Allison, trae ispirazione da Guerra del Peloponneso di Tucidide, resoconto del conflitto che si tenne nel V secolo a.C. tra Atene (in ascesa) e Sparta (già una potenza).

Xi a Trump: «La gestione errata di Taiwan può portare a un conflitto»
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).

Trump smorza: «Avremo un futuro fantastico insieme»

Da parte sua, Trump durante i saluti iniziali del bilaterale ha parlato di «fantastico rapporto» con Xi, definendo il presidente cinese «un grande leader» di cui ha «enorme rispetto», aggiungendo: «Avremo un futuro fantastico insieme». È la prima visita di un presidente americano in Cina da quella compiuta dallo stesso Trump a novembre del 2017. Tra gli obiettivi principali della Casa Bianca possibili accordi nei settori dell’agricoltura e, probabilmente, la conferma di un maxi ordine di aerei Boeing da parte di Pechino.

Tribunale Usa sospende le sanzioni di Trump contro Francesca Albanese

Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni unite sui territori palestinesi occupati, ha annunciato che un tribunale del District of Columbia, a Washington, ha sospeso le sanzioni imposte a suo carico dall’amministrazione Trump. In un post su X, Albanese ha riferito che il giudice ha stabilito che «tutelare la libertà di parola è sempre nell’interesse pubblico», ringraziando la figlia e il marito «per essersi fatti avanti per difendermi, e tutti coloro che hanno fornito aiuto finora». Il giudice Richard Leon ha concesso l’ingiunzione in risposta a una causa intentata dalla sua famiglia, che aveva descritto il grave impatto che le sanzioni avevano sulla loro vita e sul loro lavoro, inclusa la possibilità di accedere alla loro abitazione nella capitale federale. In particolare, Leon ha ritenuto che le sanzioni potrebbero costituire una violazione dei diritti garantiti dal primo emendamento ad Albanese e ai suoi familiari. ù

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita

Prima di salire sull’Air Force One diretto a Pechino, Donald Trump ha messo in chiaro di non essere preoccupato «nemmeno un po’» dell’inflazione cresciuta più delle attese e dei prezzi della benzina schizzati alle stelle (almeno per gli standard Usa), dicendosi convinto che tutto tornerà alla normalità una volta terminata la guerra contro l’Iran. Sarà. Ma i fatti dicono che il presidente americano è volato da Xi Jinping in un periodo di crisi economica tra i più cupi della sua permanenza alla Casa Bianca, con un Paese duramente colpito dall’aumento del costo della vita. Una minaccia gravissima in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, ben più del nucleare di Teheran.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
La corsia di un supermarket Walmart negli Usa (Ansa).

I prezzi stanno crescendo più degli stipendi

Secondo il Bureau of Labour Statistics, i prezzi al consumo hanno registrato nel mese di aprile un aumento dello 0,4 per cento su base mensile, superiore al +0,3 stimato dal mercato, dopo il +0,2 di marzo. Su base annua, l’inflazione è arrivata al 3,8 per cento: per la prima volta in tre anni, i prezzi stanno crescendo più velocemente dei salari (cresciuti del 3,6 per cento), annullando i guadagni in termini di potere d’acquisto reale.

Negli Usa è salita alle stelle persino la benzina

Il prezzo medio della benzina è ora vicino a 4,50 dollari al gallone, che equivale a 3,7 litri. Costo che sarebbe ottimo per gli italiani, ma non per gli statunitensi, che un anno fa per un gallone pagavano 3,14 dollari. Per alleviare la pressione sugli automobilisti, Trump sta valutando una sospensione temporanea della tassa federale sulla benzina.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
I prezzi della benzina a un distributore negli Usa (Ansa).

Il debito delle famiglie ha raggiunto il massimo storico

Secondo i nuovi dati pubblicati dalla Federal Reserve, il debito delle famiglie statunitensi, che si affidano sempre più a carte di credito e prestiti per assorbire l’aumento dei costi, ha raggiunto il massimo storico di 18.800 miliardi di dollari nei primi tre mesi del 2026. Axios scrive che gli americani hanno subito un aumento dei prezzi al consumo di quasi il 30 per cento dal 2020, cioè dall’inizio della pandemia di Covid: un costo cumulativo che non si è mai completamente riassorbito. E a marzo il tasso di risparmio personale è sceso al 3,6 per cento: si tratta del livello più basso dal 2022, dovuto al fatto che le famiglie a basso reddito hanno utilizzato i propri risparmi per coprire le spese essenziali.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
La Federal Reserve (Imagoeconomica).

L’accelerata del debito pubblico dal suo ritorno al potere

A questo si aggiunge un debito pubblico federale che supera i 39 mila miliardi di dollari (oltre il 120 per cento del Pil, che va detto è in aumento). Un debito enorme lasciato in buona parte dall’Amministrazione Biden e dovuto alla crisi pandemica, certo. Ma con il ritorno alla Casa Bianca di Trump c’è stata un’accelerata senza precedenti del ritmo dell’indebitamento. Insomma, la credibilità economica degli Stati Uniti, promessa centrale del ritorno al potere di The Donald, sta crollando.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
Donald Trump (Ansa).

Per due terzi degli americani il Paese è «fuori controllo»

Un nuovo sondaggio della Cnn ha rilevato che il 70 per cento degli americani disapprova la politica economica di Trump: il dato non aveva mai superato il 50 per cento durante il suo primo mandato, nemmeno in tempo di Covid. E il 77 per cento degli intervistati, inclusa la maggioranza dei repubblicani, ritiene che le politiche di Trump abbiano fatto aumentare il costo della vita. Un’indagine YouGov/Economist ha invece rilevato che due terzi degli americani ormai considerano il Paese «fuori controllo». Secondo i sondaggisti di AtlasIntel, i democratici alle midterm potrebbero prendersi il 55 per cento dei seggi alla Camera.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
Donald Trump (Ansa).

La strategia di Trump tra rassicurazioni e misure d’emergenza

Oltre ad appoggiare la sospensione della tassa federale sulla benzina, misura di emergenza solitamente riservata ai periodi di grave crisi per i consumatori, Trump ha inoltre esortato il Congresso ad approvare il disegno di legge bipartisan 21st Century ROAD to Housing Act, che mira a ridurre i costi abitativi, incentivare lo sviluppo edilizio e vietare ai grandi investitori di Wall Street di acquistare abitazioni unifamiliari. Un modo per strizzare l’occhio a tutto l’elettorato: l’accessibilità economica degli alloggi, un elemento centrale dell’American dream, negli ultimi anni è diventata una chimera a causa di tassi ipotecari elevati e prezzi delle case saliti alle stelle. «Con la normalizzazione del traffico nello Stretto di Hormuz, gli americani vedranno nuovamente crollare i prezzi della benzina, crescere i salari reali, rallentare l’inflazione e continuare ad affluire trilioni di investimenti», ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai, sottolineando che Trump «era stato chiaro riguardo ai disagi a breve termine derivanti dall’operazione Epic Fury». Basteranno una manciata di rassicurazioni e qualche misura d’emergenza a salvare Trump e i seggi del Grand Old Party al Congresso?

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump

Lunedì 11 maggio, il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta che chiude un copione durato un mese: gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto attacchi militari segreti contro l’Iran. Tra i bersagli la raffineria di Lavan Island, centrata l’8 aprile. Il WSJ usa il plurale: «strikes». Non un colpo isolato, una campagna, e per di più condotta poche ore dopo il cessate il fuoco. Un po’ come il pugile che tira un cazzotto dopo il gong.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

L’attacco segreto degli Emirati contro l’Iran

La cronologia è importante. L’8 aprile, quando negli Emirati è mezzanotte, Donald Trump pubblica su Truth Social l’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan. È il gong. Poche ore dopo l’annuncio (alle 10 iraniane) i Mirage 2000-9 dell’Aeronautica emiratina colpiscono la raffineria di Lavan Island nel Golfo Persico. Un attacco «vile», commenta la National Iranian Oil Refining and Distribution Company. Un’ora dopo arriva la ritorsione di Teheran: 17 missili balistici e 35 droni piovono sugli Emirati, 28 droni sul Kuwait. Il WSJ rivela che gli americani erano a conoscenza dell’attacco emiratino. Dubai dal canto suo non conferma né smentisce.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Donald Trump (Ansa).

La risposta chirurgica di Teheran su Fujairah

Il 4 maggio, 26 giorni dopo Lavan, l’Iran torna all’attacco con 12 missili balistici, tre cruise e quattro droni. Uno penetra le difese aeree e colpisce il terminal petrolifero di Fujairah nella Petroleum Industries Zone (FOIZ). La scelta del bersaglio è chirurgica. Fujairah è il porto sul Golfo dell’Oman, a 130 chilometri a est di Dubai e oltre lo Stretto di Hormuz. È il terminal della Habshan-Fujairah pipeline — nota come ADCOP — 380 chilometri di tubi che portano il greggio dai giacimenti di Abu Dhabi al Golfo dell’Oman senza passare per Hormuz. Capacità: 1,5 milioni di barili al giorno. È l’unica via di esportazione alternativa allo Stretto che gli Emirati hanno costruito come polizza assicurativa contro i blocchi. Quando Hormuz è stato chiuso a marzo, l’export di Fujairah è cresciuto da 1,17 a 1,62 milioni di barili al giorno. L’Iran dunque sapeva esattamente dove colpire, e la proporzione fra i due bersagli è il dato che chiude la partita. Se Mohammed bin Zayed ha tirato il pugno dopo il gong colpendo un’unghia – Lavan, 55 mila barili al giorno di capacità di raffinazione e danno riparabile in uno, due mesi – l’Iran ha aspettato il momento giusto e ha centrato l’arteria principale cioè Fujairah, l’unica via di export alternativa a Hormuz degli Emirati.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il porto di Fujairah (Ansa).

Il fallimento di Trump e l’intervento di MBS

Intanto il 5 maggio Trump lancia l’Operation Project Freedom per scortare le navi mercantili intrappolate nello Stretto. È la mossa pensata per dimostrare agli elettori americani, in vista delle midterm, che la guerra non è persa. Ma l’operazione si rivela un flop: solo due navi civili attraversano il corridoio. E qui entra in scena Mohammed bin Salman. Il principe ereditario saudita è stato preso alla sprovvista dall’annuncio di Trump e così risponde negando a Washington l’uso della Prince Sultan Airbase e dello spazio aereo. Il Kuwait fa lo stesso. Trump prova inutilmente a fargli cambiare idea, e il 6 maggio Project Freedom è sospeso. L’unica operazione militare americana pensata per riaprire Hormuz è morta dopo 24 ore di vita. Come commenta il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf «l’operazione Trust me bro è fallita».

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).

In quel momento si è capito che il sistema strategico del Golfo è cambiato. Gli Stati Uniti non possono condurre operazioni militari nel Golfo senza autorizzazione saudita. MBS ha dimostrato che la chiave del Golfo è Riad, e che senza Riad la potenza americana è bloccata. E mentre il mito della neutralità emiratina si sgretola, a Trump non resta che volare da Xi a Pechino perché ha bisogno della Cina per chiudere una guerra che gli alleati del Golfo non vogliono più subire.

La Global Sumud Flotilla si prepara a salpare ancora

La Global Sumud Flotilla è pronta a salpare giovedì 14 maggio con un convoglio di imbarcazioni diretto verso la Striscia di Gaza dal porto di Marmaris, località della Turchia sudoccidentale vicina all’isola greca di Rodi. Lo hanno annunciato gli attivisti durante una conferenza stampa. Il convoglio sarà formato in tutto da 54 imbarcazioni: una trentina sono giunte dalla Grecia, mentre le altre si trovavano già in Turchia. A bordo dei natanti ci saranno circa 500 attivisti. «A seguito dell’intercettazione illegale di imbarcazioni in acque internazionali e delle documentate violenze contro attivisti internazionali, la Flotilla sta procedendo con la fase finale della sua missione per rompere l’assedio alla Palestina», si legge sui social.

Accordo tra Ludoil e Goi Energy, la raffineria di Priolo Gargallo torna italiana

Il gruppo Ludoil della famiglia Ammaturo ha concluso un accordo con Goi Energy per l’acquisizione della partecipazione detenuta dal ramo energetico del fondo di private equity cipriota ARGUS New Energy nel capitale di Isab, la società proprietaria della raffineria di Priolo Gargallo (Siracusa) e delle infrastrutture industriali, logistiche ed energetiche ad essa afferenti. La russa Lukoil aveva ceduto la raffineria a Goi Energy a maggio del 2023. L’operazione prevede una struttura articolata in due fasi. La prima interessa il 51 per cento delle quote e sarà subordinata all’esito positivo del procedimento di notifica dinanzi al Governo italiano ai sensi della normativa sul golden power, nonché all’ottenimento delle autorizzazioni Antitrust e regolatorie applicabili.

L’attuale organico sarà integralmente preservato

L’impianto di Priolo Gargallo costituisce il più grande complesso di raffinazione in Italia, con una capacità autorizzata di 20 milioni di tonnellate annue e una capacità bilanciata di 15 milioni di tonnellate. Sul piano occupazionale, l’attuale organico sarà integralmente preservato.

Consob, Freni si ritira dalla corsa alla presidenza

Il sottosegretario all’Economia Federico Freni (Lega) si ritira dalla corsa alla presidenza della Consob. L’ha annunciato lui stesso a Repubblica dopo averlo comunicato alla premier Giorgia Meloni, al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e al leader del suo partito Matteo Salvini. La sua candidatura alla guida dell’autorità che vigila sui mercati finanziari era stata avanzata dal titolare del Mef alla riunione del consiglio dei ministri del 20 gennaio. La nomina era stata però bloccata dal vicepremier Antonio Tajani, contrario a indicare un politico ai vertici dell’ente. Nelle scorse settimane era maturato un ripensamento in Forza Italia, ma poi la contrarietà si è riaccesa. «Per noi è necessario un tecnico di alto profilo perché va evitata una lottizzazione politica della Consob. Non è una cosa contro Freni, è per non mettere un politico lì», ha spiegato il portavoce azzurro Raffaele Nevi secondo quanto riportato da Repubblica.

Francia, muore per gastroenterite su una nave da crociera: 1.700 persone in quarantena

Dopo la morte di un passeggero di 90 anni che era stato colpito da gastroenterite, oltre 1.700 persone sono state messe in quarantena su una nave da crociera arrivata a Bordeaux da Brest. Lo hanno reso noto le autorità sanitarie francesi: si sospetta un focolaio di norovirus.

Circa 50 le persone a bordo che hanno manifestato sintomi

A bordo ci sono 514 membri dell’equipaggio e 1.233 passeggeri, perlopiù britannici e irlandesi: una cinquantina hanno manifestato sintomi e sono in corso esami per rilevare l’eventuale presenza di norovirus. I primi test a bordo hanno dato esito negativo, ma verranno condotte ulteriori analisi presso l’Ospedale Universitario di Bordeaux. Non è esclusa l’ipotesi che a causare la morte del 90enne sia stata un’intossicazione alimentare. Le autorità francesi escludono invece qualsiasi collegamento con l’hantavirus. L’imbarcazione della Ambassador Cruise Line, partita dalle Isole Shetland il 6 maggio, ha fatto scalo a Belfast, Liverpool e Brest prima di arrivare a Bordeaux, città da dove è previsto il suo ritorno in Spagna.

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno

Una cosa è certa: Pietrangelo Buttafuoco non le manda a dire. Dopo la lettera aperta ad Avvenire, il presidente della Biennale di Venezia si è “concesso” un’intervista a Il Fatto Quotidiano e un’ospitata a Il fienile, il video-podcast di Luca Zaia, per spiegare ancora una volta l’apertura alla Russia che ha diviso la maggioranza, il governo e il MiC. «Il più grande fraintendimento è di avermi accreditato, in quanto presidente della Biennale, di una potestà selettiva che non possiedo: far entrare in Biennale o far uscire dalla Biennale questo o quello», spiega Buttafuoco al quotidiano diretto da Marco Travaglio.

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
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Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno

E ne ha anche per Alessandro Giuli, che a causa delle tensioni ha disertato l’inaugurazione: «Avrà certamente obbedito alla ragion di Stato. Io ho rispettato l’istituzione e le sue regole che purtroppo pochi conoscono. E non spetta a me la consacrazione dell’uno o il dileggio dell’altro. Giuli è un fratello e troverà modo di venire. Tutto si potrà dire tranne che non si nutra affetto sincero». Ma Buttafuoco con Il Fatto si spinge pure oltre: «Più che Putin temo che l’Occidente, le grandi borghesie di queste democrazie liberali, non abbiano ancora digerito il processo con cui la Russia ha fatto fuori da sola l’Unione Sovietica, ha prodotto nel suo seno la forza per liberarsi del proprio ingombrante passato senza il tutor occidentale». Parole che non sono sfuggite – ovviamente – a Carlo Calenda. «Cosa deve fare o dire Buttafuoco per essere accompagnato alla porta?», ha attaccato il leader di Azione. «Esiste l’aggravante dell’autocompiacimento in questo signore. Una sorta di predilezione per le pose che hanno come obiettivo unico épater le bourgeois e che lo rendono inadatto alle cariche pubbliche».

Buttafuoco è tornato sulla polemica delle polemiche pure a Il fienile di Zaia. Anche in questo caso con un eloquio efficace: «È l’istituzione ridotta al rango di una fureria, dove pensi di poter comandare con i rutti». Il presidente della Biennale ricorda «l’equivoco terribile per cui si dice che non bisognava invitare» gli artisti russi, visto che il Paese è proprietario di un padiglione «presente dal 1914 con ancora l’aquila dei Romanov». L’intellettuale siciliano ne ha anche per l‘Ue che minaccia di togliere i contributi: «Anche loro non sanno come funziona, pensano che tutto sia come quando dicono a qualcuno “caccia quel direttore”, “non portare in scena quella ballerina”. Non c’è più decoro e rispetto istituzionale, non ti fai spiegare, c’è solo il grugnire». Parlando della reazione di Giuli e di una parte del centrodestra, a Buttafuoco «è sembrato eccentrico che in una campagna elettorale» si scatenasse «una guerra di questo tipo. Nessuno può pretendere che la Biennale aggiunga sanzioni non avendo nessuna facoltà e nessun potere». Però ha apprezzato l’appoggio di mondi tra loro lontanissimi, «RenziSalvini, Ezio Mauro e Giuliano Ferrara, Marco Travaglio». Del resto a Venezia, aveva assicurato Buttafuoco durante la conferenza stampa di presentazione della 61esima Esposizione internazionale d’Arte, «non abbracciamo le armi, prepariamo la pace. Non alimentiamo polemiche, apriamo discussioni». E mettere d’accordo Renzi, Travaglio e Salvini è già un piccolo risultato.

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
Luca Zaia e Pietrangelo Buttafuoco al Fienile (da Youtube).

Schillaci “pesca” lo staff a sinistra

«Tutti a parlare dei licenziamenti di Alessandro Giuli al ministero della Cultura, ma di Orazio Schillaci che nomina nel suo staff chi ha lavorato con il centrosinistra nessuno dice nulla…», sibilano dalle parti di Fratelli d’Italia commentando l’arrivo di Alessandra Migliozzi al ministero della Salute come capo ufficio stampa. Fino a qualche mese fa Migliozzi, che è particolarmente stimata dall’area Pd, era in forze al ministero dell’Istruzione in cui entrò nel lontano 2013. E dove potrebbe tornare, magari nella prossima legislatura…

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
Il ministro della Salute Orazio Schillaci (foto Imagoeconomica).

Fiorello l’ha fatta grossa

Stavolta Fiorello l’ha fatta grossa: martedì ha cominciato la puntata della Pennicanza annunciando che nel corso della trasmissione avrebbe parlato di ministri e amanti. Lo showman ha ovviamente scatenando il panico nel governo. Uffici stampa mobilitati, dirette seguite dal cellulare, per non parlare dei vertici Rai che stanno sulle spine ogni volta che Fiorello va in onda. Anche perché la trasmissione è in diretta.

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
Fiorello con Biggio alla Pennicanza (dal profilo Instagram).

Il discorso di Re Carlo: «Rafforzare i legami con l’Unione europea»

Re Carlo III ha tenuto il tradizionale King’s Speech al Parlamento britannico a Londra, illustrando il programma legislativo del governo davanti ai parlamentari. Il discorso segna l’inizio del nuovo anno parlamentare e serve a rendere note le priorità politiche, le riforme e le nuove proposte di legge che l’esecutivo intende presentare nei mesi successivi. Il sovrano lo legge con tono neutro, per evitare qualsiasi apparente sostegno al suo contenuto.

Una legge per rafforzare i rapporti con l’Ue

«Un mondo sempre più pericoloso e volatile minaccia il Regno Unito, di cui il conflitto in Medio Oriente è solo l’esempio più recente. Ogni elemento dell’energia, della difesa e della sicurezza economica della nazione sarà messo alla prova», ha evidenziato Re Carlo, garantendo a nome del premier Keir Starmer che «il governo risponderà a questo mondo con forza e mira a creare un Paese che sia giusto per tutti». «I miei ministri», ha continuato, «introdurranno una legislazione per sfruttare le nuove opportunità commerciali, tra cui un disegno di legge per rafforzare i legami con l’Unione europea». E ancora: «Il mio governo sosterrà anche la sicurezza economica delle imprese britanniche. Sarà introdotta una legislazione per affrontare i ritardi di pagamento e ridurre l’onere di una regolamentazione inutile attraverso l’innovazione».

Il sostegno all’Ucraina e l’impegno nei confronti della Nato

Per quanto riguarda la politica estera, il governo «continuerà il suo inflessibile sostegno al popolo coraggioso dell’Ucraina, che combatte in prima linea, e cercherà di migliorare le relazioni con i partner europei come un passo fondamentale per rafforzare la sicurezza europea». L’esecutivo «continuerà poi a promuovere la pace a lungo termine in Medio Oriente e la soluzione a due Stati, Israele e Palestina». Riguardo alla Nato, il sovrano inglese ha confermato l’impegno totale della Gran Bretagna, annunciando un incremento delle risorse militari: «Il mio governo sosterrà anche l’impegno indissolubile del Regno Unito nei confronti della Nato e dei nostri alleati nell’Alleanza, anche attraverso un aumento sostenuto delle spese per la difesa».

Maxi operazione della Polizia: fermati agenti infedeli che rubavano e vendevano dati su calciatori e vip

Una maxi operazione della Polizia ha permesso di sgominare un’organizzazione criminale dedita ad accessi abusivi ai sistemi informatici, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio, che operava in diversi centri della Penisola. Coinvolti due poliziotti che, tramite accessi a banche dati riservate, estraevano «informazioni riservate di calciatori, imprenditori, gente dello spettacolo, cantanti e attori», per rivenderle poi «ad alcune agenzie». Lo ha reso noto il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che ha coordinato l’operazione scattata all’alba tra il capoluogo partenopeo, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano.

In due anni 730 mila accessi alle banche dati riservate

In due anni sono stati 730 mila gli accessi alle banche dati riservate eseguiti con le loro password da due agenti infedeli (600 mila uno e 130 mila l’altro), nessuno dei quali giustificato da esigenze di servizio. L’indagine è partita proprio da questo «massivo accesso», come lo ha definito il coordinatore della pool cyber-crime della Procura partenopea, Vincenzo Piscitelli. Decine gli indagati destinatari delle misure cautelari: quattro in carcere, sei ai domiciliari e 19 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria.

Ogni accertamento poteva costare da 6 a 25 euro

Esisteva un tariffario, trovato su un file Excel durante una perquisizione. Ogni “prelievo” di dati personali poteva costare da 6 a 25 euro, a seconda del tipo di accesso eseguito: se fatto sulla banca dati riservata alle forze dell’ordine o su quelle dell’Inps o dell’Agenzia delle entrate o, ancora, delle Poste. A tal proposito, oltre ai due agenti della Polizia sono coinvolti nell’indagine anche dipendenti dell’Inps, dell’Agenzia delle entrate e due direttori di altrettante filiali di Poste Italiane. «Ci sono agenzie che raccolgono informazioni riservate per cederle a terzi, sulle quali sono in corso ulteriori accertamenti. Il mercato delle informazioni è un mercato vivissimo e questa indagine lo dimostra», ha spiegato Piscitelli.

Sciopero treni e trasporto pubblico locale 18 maggio 2026: orari e fasce di garanzia

Per lunedì 18 maggio 2026 è stato indetto uno sciopero generale che riguarda treni, trasporto pubblico locale, scuola, sanità e pubblica amministrazione. Per quanto concerne le ferrovie, si rischiano disagi, ritardi e cancellazioni sia per l’alta velocità Frecciarossa e Italo sia per i convogli regionali. Le fasce di garanzia per questi ultimi vanno dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21. Per quanto riguarda l’AV, sui siti delle rispettive compagnie è possibile trovare l’elenco dei treni garantiti in caso di sciopero. Il Gruppo Fs ha annunciato che il proprio personale sarà interessato all’agitazione e che l’eventuale interruzione del servizio è programmata dalle ore 21 di domenica 17 maggio alle ore 21 di domenica 18.

Sciopero anche per il trasporto pubblico locale

Come anticipato, la mobilitazione coinvolgerà anche il trasporto pubblico locale. A Roma, dove è previsto il derby di Serie A tra Roma e Lazio, riguarderà Atac e Cotral. Per entrambe, saranno rispettate le fasce di garanzia stabilite per legge, ovvero da inizio servizio alle ore 8.29 e dalle ore 17 alle ore 19.59. Anche Atm a Milano ha segnalato possibili interruzioni di servizio così come Stp a Bari.

Pasqualino Monti nuovo amministratore delegato di Terna

Partito ufficialmente il nuovo corso in Terna: il consiglio di amministrazione appena eletto ha nominato all’unanimità Pasqualino Monti amministratore delegato e direttore generale della società responsabile della trasmissione, della gestione e del dispacciamento dell’energia elettrica sulla rete italiana ad alta e altissima tensione. Monti, indicato da Cassa Depositi e Prestiti, a cui fa capo il 29,85 per cento di Terna, succede a Giuseppina Di Foggia che è stata eletta alla presidenza di Eni. Il cda ha inoltre confermato Stefano Cuzzilla nel ruolo del presidente.

Pasqualino Monti nuovo amministratore delegato di Terna
Pasqualino Monti (Imagoeconomica).

Chi è Pasqualino Monti

Nato a Ischia nel 1974 e dato in quota leghista, Monti da aprile del 2023 era amministratore delegato di Enav, società quotata in Borsa e leader nella gestione del traffico aereo e delle infrastrutture aeronautiche. Dal 2017 ha inoltre guidato per circa otto anni l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale (che comprende i porti di Palermo, Termini Imerese, Porto Empedocle, Gela e Trapani): il suo mandato si è concluso a metà 2025. In precedenza, tra il 2011 e il 2016, era stato a capo dell’Autorità Portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta, dapprima come presidente e poi come commissario straordinario. Dal 2013 al 2017 è stato inoltre presidente di Assoporti.

Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni

Il governo di Keir Starmer, leader laburista sempre più sulla graticola, continua a perdere pezzi. Dopo i passi indietro delle ministre Miatta Fahnbulleh, Jess Phillips e Alex Davies-Jones, anche il sottosegretario alla Sanità Zubir Ahmed ha rimesso il mandato nelle mani del premier britannico. «è chiaro, dagli ultimi giorni, che l’opinione pubblica in tutto il Regno Unito ha ormai perso irrimediabilmente la fiducia» in Starmer come primo ministro. L’inquilino di Downing Street continua a respingere l’ipotesi di dimissioni, ma la fronda all’interno del Labour si sta allargando e girano già alcuni nomi per la sua successione.

In pole c’è Streeting, attuale ministro della Sanità

Tra i favoriti come prossimo premier britannico c’è il 43enne Wes Streeting, attuale ministro della Sanità. Omosessuale e sopravvissuto a un cancro ai reni, a differenza di Starmer è considerato un ottimo comunicatore e, da ministro, ha implementato varie misure per rilanciare il Servizio sanitario nazionale, dopo anni di tagli al bilancio. Ha due handicap: è molto vicino a Peter Mandelson, l’ex ambasciatore negli Usa coinvolto nello scandalo Epstein e viene identificato con la corrente blairiana del Labour (l’immagine dell’ex premier Tony Blair è stata sporcata dal legame con Donald Trump). C’è chi sostiene ci sia Streeting dietro la rivolta laburista, orchestrata per battere sul tempo il suo principale rivale, ovvero Andy Burnham.

Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
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Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni

Piace il “re del Nord” Burnham, ma non è parlamentare

Membro dell’ala sinistra del partito e sindaco della Greater Manchester, il 56enne Burnham è attualmente il politico britannico più popolare, al punto da essere stato soprannominato “Re del Nord”. Ritenuto in grado di attrarre anche elettori extra-Labour e dato come favorito dai bookmakers, ha però di fronte uno scoglio enorme: non ha un seggio in parlamento, requisito necessario nel Regno Unito per poter ricoprire la carica di primo ministro. Potrebbe tornare a Westminster (è stato parlamentare dal 2001 al 2017) se vincesse il seggio abbandonato da qualche collega laburista. Ma servirebbe tempo e questo gioca a suo sfavore.

In lizza pure Angela “la Rossa”, ex ministra dell’Edilizia abitativa

Detta “la Rossa”, per il colore dei capelli e le idee politiche, la 46enne Angela Rayner ha ricoperto la carica di vicepremier e ministra dell’Edilizia abitativa fino a settembre 2025, quando si è dimessa dopo aver ammesso di non aver pagato tutte le tasse dovute per l’acquisto di un appartamento. L’inchiesta è ancora in corso, ma l’ombra di un’evasione fiscale è un handicap non di poco conto per Rayner, che in virtù delle sue umili origini sarebbe una candidata gradita alle classi deboli che stanno disertando il Labour per votare i populisti di Reform UK di Nigel Farage.

Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Keir Starmer (Ansa).

Gli altri nomi, dall’ex leader laburista Miliband alla ministra degli Esteri Cooper

Girano poi altri nomi, che secondo i bookmakers hanno meno possibilità di succedere a Starmer. È riemerso il nome di Ed Miliband, ministro dell’Ambiente che ha guidato i laburisti dal 2010 al 2015: una figura di esperienza, che però non brillo a capo del partito, perdendo nettamente le elezioni del 2015 vinte dal premier conservatore uscente David Cameron. Tra i nomi menzionati ci sono anche altri membri dell’attuale governo, come il ministro della Difesa John Healey e quello delle Forze Armate Al Carns, la ministra degli Esteri Yvette Cooper e la titolare dell’Interno Shabana Mahmood. In lizza pure l’ex segretaria di Stato Catherine West, che ha minacciato di indire elezioni interne per sostituire Starmer.

Scuola, Corte Ue boccia l’Italia sulle assunzioni del personale Ata

La Corte di Giustizia Ue ha stabilito che il sistema italiano di assunzione del personale amministrativo, tecnico e ausiliario (Ata) negli istituti di istruzione pubblica viola il diritto dell’Unione europea. In particolare, «è incompatibile con la normativa dell’Unione in materia di contratti a tempo determinato, che prevede limitazioni al loro ricorso e favorisce le procedure di assunzione a tempo indeterminato». La Corte osserva che il quadro normativo italiano non fissa alcun limite alla durata massima, né al numero massimo dei contratti temporanei del personale Ata. In secondo luogo, per quanto riguarda i concorsi organizzati per l’assunzione a tempo indeterminato del personale Ata, la Corte osserva che il requisito di almeno due anni di servizio con contratto a tempo determinato favorisce il ricorso a tali contratti, anche nei casi in cui, invece, ci sono esigenze di contratti a lungo termine.

La classifica dei governatori più apprezzati: in testa Fedriga, tre del Sud in top 5

Sono due governatori leghisti del Nord a guidare la classifica di gradimento dei presidenti di Regione. Lo rileva un sondaggio di Swg secondo cui al primo posto c’è Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia) con il 65 per cento, in crescita di un punto rispetto al 2025, seguito dal veneto Alberto Stefani al 58 per cento. Completano la top 5 tre governatori del Sud, ovvero il presidente della Calabria Roberto Occhiuto con il 53 per cento, Antonio Decaro in Puglia al 51 per cento e Roberto Fico in Campania al 47 per cento. Al sesto posto si collocano a pari merito Michele De Pascale (Emilia-Romagna) e Stefania Proietti (Umbria), entrambi al 45 per cento. Seguono Eugenio Giani (Toscana) al 42 per cento, Alberto Cirio (Piemonte) al 40 per cento, Marco Bucci (Liguria) e Francesco Acquaroli (Marche) al 37 per cento, e Attilio Fontana (Lombardia) al 35 per cento. Scendendo oltre i primi 10, troviamo Marco Marsilio (Abruzzo), Alessandra Todde (Sardegna) e Vito Bardi (Basilicata), tutti al 33 per cento, Francesco Rocca (Lazio) al 29 per cento e Renato Schifani (Sicilia) al 25 per cento.