Il vertice di maggioranza nella sede di Fratelli d’Italia in via della Scrofa a Roma, a cui hanno preso parte gli sherpa dei partiti di governo, ha portato alla fumata bianca: il centrodestra presenterà dunque anche al Senato l’emendamento alla legge elettorale sottoposto alla Camera per l’introduzione delle preferenze con una sola modifica per rafforzare maggiormente l’alternanza di genere. A metà luglio Montecitorio aveva bocciato con 187 voti a favore e 188 contrari (a scrutinio segreto) l’emendamento sulle preferenze nella legge elettorale, sottoscritto da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Unione di Centro e solamente appoggiato – in extremis ed evidentemente solo a parole – da Lega e Forza Italia.
Rilancia, strappa, ricuce. Riparte daccapo: rilancia, strappa, ricuce. È americano? È forse il presidente degli Stati Uniti? Ma no, è Giuseppe Conte, che dopo le sue improvvide parole sull’Ucraina, con le quali ha rischiato e rischia tuttora di spaccare il campo largo, è andato a pranzo con Elly Schlein.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Al Pd e al M5s manca una visione del mondo condivisa
Il copione lo conosciamo: attacca, attacca, attacca, secondo le regole di The Apprentice, poi rallenta prima di cadere nel dirupo. C’è però un problema sostanziale: la politica estera per una coalizione non è negoziabile. O si è d’accordo o non si può andare d’accordo. È una precondizione per poter sviluppare un progetto, un programma, persino per poter fare delle primarie e duellare. Perché ci si sfida a partire da una visione del mondo condivisa. Dunque fra sostenere l’Ucraina e non sostenere l’Ucraina c’è tutto un mondo di differenza; una coalizione può esistere e può non esistere. Poi possono arrivare tutti i Dario Franceschini – già teorico della “casa comune” con i cinque stelle – di questo mondo a riportare ordine e disciplina democristiana.
Dario Franceschini con Elly Schlein (Imagoeconomica).
Il problema resta, perché Conte fa del no al sostegno militare all’Ucraina un valore non negoziabile. È la sua operazione politica speciale sul Pd in vista delle future primarie. Magari Kyiv è solo un pretesto per la sfida finale sul campo largo e tornare così a Palazzo Chigi da capo del sinistra-centro. Conte sa di avere un vantaggio rispetto alla settaria Schlein, che è la sua trasversalità. Il leader del M5s sa come modulare il proprio messaggio, d’altronde è uno che ha governato con la Lega e poi con il Pd senza soluzione di continuità. Sa rendersi riconoscibile insomma. Sulla sicurezza dice cose che agitano il Pd, sulla politica estera uguale. Non basterà l’accordo sul salario minimo o sulle liste d’attesa nella sanità per creare le precondizioni di un’alleanza politica alle elezioni del 2027.
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Ansa).
Il pranzo di Conte e Schlein ha solo contenuto i danni
Dunque c’è da immaginarsi che il pranzo Conte-Schlein avrà provvisoriamente contenuto i danni ma non sarà stato risolutivo. Conte continuerà a sostenere sull’Ucraina quello che ha detto fin qui, nella consapevolezza di poter spingere l’asticella più in alto senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Il Pd in questi anni d’altronde gli ha concesso quasi tutto. L’ex presidente del Consiglio si muove già da leader della coalizione, anche quando rinfresca i suoi dubbi – che per qualcuno come Chiara Appendino sono certezze – sull’eventualità di una presenza di Matteo Renzi nella coalizione del campo largo. Anche quando distribuisce patenti di pacifismo agli alleati. Anche quando stabilisce le regole del gioco in vista delle primarie: viene prima il programma o la scelta del capo? E via così.
Chiara Appendino (Imagoeconomica).
Il progetto viene prima del programma e pure prima delle primarie
Il campo largo in questi anni ha giustamente sottolineato le linee di fratturadel destra-centro, l’incompatibilità fra Lega e Forza Italia (sempre su Russia e Ucraina peraltro), ma la coalizione guidata da Giorgia Meloni si è fatta trovare tutto sommato pronta in Parlamento per quattro anni. Solo l’eventuale ingresso di Roberto Vannacci– tutt’altro che scontato – trasformerebbe il destra-centro in una compagine più litigiosa di ora, pronta a dividersi sui valori non negoziabili. Il centrosinistra, per ora all’opposizione, non ha l’onere del governo – che appiana molte incomprensioni – ma potrebbe anche scoprire di non avere un progetto condiviso. Il progetto viene prima del programma, prima anche delle primarie. Insomma, in che cosa crede il centrosinistra, posto che creda in qualcosa?
Neva Sgr, società di venture capital del Gruppo Intesa Sanpaolo controllata al 100 per cento da Intesa Sanpaolo Innovation center, ha investito con il proprio Fondo Neva II in Straiker, società statunitense che sviluppa soluzioni AI-native per l’adozione sicura dell’Agentic AI da parte delle aziende. Neva Sgr ha partecipato al round di raccolta di capitali Series A da 64 milioni di dollari dell’azienda, co-investendo al fianco di primari fondi internazionali. L’operazione porta a 85 milioni di dollari il capitale complessivamente raccolto dalla società con sede in California.
Gli ambiti di intervento di Straiker
Straiker ha realizzato una piattaforma che consente alle aziende di individuare, testare e proteggere gli agenti di intelligenza artificiale, sistemi software avanzati che, ricevuto un obiettivo, pianificano e operano in autonomia. Le grandi opportunità derivanti dall’impiego degli agenti AI si accompagnano a nuovi rischi, non previsti e quindi non gestibili dai sistemi di controllo concepiti per i software tradizionali. Più gli agenti diventano utili e complessi per un’azienda, più possono diventare pericolosi, poiché ampliano la superficie attaccabile in modi che le soluzioni di ieri faticano a gestire. La piattaforma di Straiker colma questa lacuna fornendo le misure di sicurezza di cui le aziende hanno bisogno per implementare gli agenti AI in ambiente di test e di produzione con sicurezza e affidabilità. In meno di due anni dal lancio, Straiker è divenuta partner di laboratori all’avanguardia nel campo dell’AI e di alcune tra le maggiori aziende mondiali per fatturato inserite nella classifica Fortune 500, aiutando a portare in produzione, con pieno controllo, agenti IA sviluppati internamente o da terze parti.
Shah: «Così estendiamo la protezione degli agenti AI»
Queste le dichiarazioni di Ankur Shah, ceo e cofondatore di Straiker: «Garantire la sicurezza degli agenti di intelligenza artificiale è uno dei problemi più difficili e urgenti nel campo della sicurezza odierna. Alcune delle più grandi aziende al mondo si affidano già a noi per individuare, testare e proteggere gli agenti AI che stanno mettendo in produzione. Avere alle spalle partner come Neva Sgr e il Gruppo Intesa Sanpaolo ci permette di estendere tale protezione a un numero maggiore di imprese in tutto il mondo».
Costantini: «Trasformazione digitale non solo potente ma anche sicura»
Gli ha fatto eco Mario Costantini, amministratore delegato e direttore generale di Neva Sgr: «Straiker ha risposto con efficacia a una sfida dei nostri tempi, quella di proteggere l’adozione dell’Agentic AI, raccogliendo la fiducia di numerosi clienti e investitori. Questa è esattamente la tipologia di azienda che intendiamo sostenere con i nostri fondi, capace di sviluppare una tecnologia che rende la trasformazione digitale non solo potente, ma anche sicura».
I gravi danni causati dal ciclone Harry in Sicilia a inizio anno hanno reso inutilizzabile la nave dell’organizzazione umanitaria ResQ – People Saving People, costringendo l’ong a interrompere le proprie missioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Per riprendere le sue importante attività (da 2021 ha salvato 496 persone), ResQ ha lanciato la campagna “Insieme torniamo in mare“, volta a raccogliere fondi per una nuova imbarcazione.
La nave dell’organizzazione umanitaria ResQ – People Saving People.
La raccolta fondi e la social challenge
La campagna si sviluppa attraverso una serie di iniziative, tra cui una raccolta fondi e la social challenge “Mille barchette, una nave”, che invita i sostenitori di ResQ a postare sui social un video in cui viene realizzata – appunto – una barchetta di carta. Diversi i volti noti della cultura e dello spettacolo che hanno già scelto di sostenere la campagna: da Gad Lerner a Paolo Fresu, fino Stefania Rocca,Alessandro Bergonzoni e Ferdinando Vicentini Orgnani.
La raccolta fondi è stata affiancata anche da un’asta solidale sulla piattaforma online Charity Stars, che ha messo in vendita oggetti simbolici appartenuti alla nave ResQ People e strumenti di bordo utilizzati durante le missioni di ricerca e soccorso: dai salvagenti alla bussola, dalle carte nautiche al termometro di bordo, dall’amperometro fino ai manometri della sala macchine. Alcuni di questi oggetti sono stati montati su supporti in legno recuperato dai barconi naufragati sulle coste siciliane, lavorato dalla cooperativa sociale Rò La Formichina (Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII).
Soccorso in mare da parte di ResQ.
Il presidente: «Abbiamo perso un’imbarcazione, non la ragione per cui l’avevamo messa in mare»
«ResQ è nata dalla convinzione che salvare una vita non sia una scelta politica, ma un dovere umano e un obbligo sancito dal diritto del mare. Per questo, nel 2020, abbiamo deciso di fare la nostra parte: mettere in mare una nave della società civile per soccorrere chi è in pericolo e testimoniare ciò che accade lungo una delle frontiere più drammatiche del nostro tempo. Oggi quella nave non c’è più. Il ciclone Harry l’ha distrutta, ma non ha cancellato la responsabilità che sentiamo verso le persone che continuano ad attraversare il Mediterraneo rischiando la vita», ha dichiarato Luciano Scalettari, cofondatore e presidente di ResQ – People Saving People. «Abbiamo perso un’imbarcazione, non la ragione per cui l’avevamo messa in mare. Ogni giorno in cui ResQ non è presente nel Mediterraneo è un giorno in cui manca una presenza civile capace di soccorrere, testimoniare e affermare un principio semplice: nessuna persona dovrebbe morire perché non ha trovato qualcuno disposto a tenderle una mano. Per questo lanciamo la campagna “Insieme, torniamo in mare”. Chiediamo a tutti di aiutarci a ripartire, perché nel Mediterraneo anche poche ore, talvolta pochi minuti, possono fare la differenza tra un salvataggio e una strage e noi vogliamo tornare al più presto a fare la differenza».
L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) e Poste Italiane hanno perfezionato l’acquisizione del capitale sociale di PagoPa, rispettivamente con il 51 per cento e il 49 per cento delle quote. Lo hanno reso noto le due aziende con una nota: negli scorsi giorni l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva deliberato di autorizzare l’acquisizione e di non procedere all’avvio della relativa istruttoria. L’operazione era stata annunciata il 19 dicembre, giorno in cui le due società avevano accettato l’offerta ricevuta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, esercitando l’opzione di acquisto.
All’Ipzs il controllo esclusivo su PagoPA
Il corrispettivo complessivo per l’acquisto delle partecipazioni è pari a un importo massimo di circa 500 milioni di euro, composto da una componente fissa e da alcune componenti differite e variabili. Sarà l’Ipzs, socio di maggioranza, ad esercitare il controllo esclusivo su PagoPA, che gestisce l’omonimo sistema dei pagamenti a favore delle pubbliche amministrazioni e dei gestori di pubblici servizi in Italia.
Da calciatore aveva indossato per 35 volte la maglia della Nazionale, segnando 10 gol. A distanza di tanti anni, Gianfranco Zola torna a vestire l’Azzurro ed entra nel Club Italia con il ruolo di coordinatore dei progetti delle attività giovanili. Lo ha annunciato la Figc: riempita così un’altra casella del nuovo corso targato Giovanni Malagò, che ha già visto le nomine di Roberto Mancini come ct e quella di Claudio Ranieri come direttore tecnico, a sua volta in sostituzione di Paolo Maldini.
Zola lavorerà assieme al coordinatore tecnico Viscidi
«Ringrazio il presidente Malagò per avere pensato a me in questo ruolo, a dimostrazione della bontà del progetto portato avanti in Lega Pro con la struttura interna, con i club e con la governance di cui faccio parte. Mi metto a disposizione del movimento azzurro con soddisfazione, slancio e senso del dovere, rivolto soprattutto allo sviluppo e alla crescita dei nuovi talenti italiani», ha dichiarato Zola, che da vicepresidente della Lega Pro è stato artefice della riforma che porta il suo nome e che ha stimolato l’impiego di giovani calciatori in Serie C. Zola lavorerà assieme al coordinatore tecnico Maurizio Viscidi. «Il suo carisma, la sua preparazione e il suo impegno verso i giovani mostrato in questi anni in Lega Pro rappresentano la base migliore per costruire il nostro futuro», ha dichiarato Malagò. «Lo ringrazio perché ha accettato con entusiasmo, disponibilità e responsabilità. Con Ranieri, Mancini e Zola vogliamo costruire una nuova prospettiva per il calcio italiano». Malagò ha spiegato all’Ansa di aver condiviso la scelta di Zola con Ranieri e anche con Matteo Marani, numero uno della Lega Pro, di cui l’ex fantasista di Parma e Chelsea continuerà a essere vicepresidente vicario.
Gian Luca Farinelli è il nuovo direttore artistico della fondazione Accademia del cinema italiano – Premi David di Donatello. La nomina è stata approvata dal cda della fondazione presieduto da Silvia Calandrelli e composto dai Consiglieri Francesco Giambrone, presidente Agis, Alessandro Usai, presidente Anica, Giorgio Carlo Brugnoni, direttore generale Cinema e Audiovisivo del ministero della Cultura e Salvatore Nastasi, presidente Siae. A partire dal 5 agosto 2026, inoltre, la Siae diventa socio fondatore aderente della fondazione.
Farinelli: «Il cinema italiano merita di essere valorizzato»
«Ringrazio la presidente Silvia Calandrelli e tutto il consiglio di amministrazione della fondazione Accademia del cinema italiano», ha dichiarato Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, fra i maggiori esperti di restauro cinematografico, saggista e docente. «La loro fiducia mi rende particolarmente orgoglioso. Assumo questo incarico con senso di responsabilità ma anche con entusiasmo. Il cinema italiano ha una storia unica e, al tempo stesso, un presente che merita di essere valorizzato. Lo faremo dando voce a tutte le diverse professionalità, sensibilità e anime, cercando di far emergere il meglio dell’intera filiera».
È il giorno di Roberto Vannacci: il 5 agosto, nel pomeriggio, il leader di Futuro Nazionale sbarca a Montecitorio per parlare di migranti, sicurezza dei confini, approvvigionamenti e costi dell’energia.
La locandina della conferenza stampa di Roberto Vannacci a Montecitorio.
È però probabile che la conferenza stampa “Immigrazione e crisi energetica, la visione di Vannacci per l’Italia” si trasformi in un dibattito più acceso sullo scostamento di bilancio e sulle spese per la Difesa, in particolare sul Safesu cui era inciampato qualche giorno fa Antonio Tajani. In Aula infatti i deputati vannacciani hanno contestato arditamente sia il piano sulla clausola di salvaguardia illustrato da Giancarlo Giorgetti sia il fondo europeo per le spese militari. «Il Safe è un cappio al collo nei confronti dell’Italia», ha gridato il futurista Edoardo Ziello brandendo un cappio (più una fune da barca, a essere sinceri).
Luigi #Marattin: “Più di 30 anni dopo, torna il cappio in Parlamento.
Stavolta il cialtronismo è quello di Futuro Nazionale.
— Ultimora.net – POLITICS (@ultimora_pol) August 5, 2026
E, poi, l’affondo sulla clausola di salvaguardia: «Noi pensiamo a un governo che si era insediato con l’auspicio di combattere i poteri forti e di non farsi contaminare dalla burocrazia di Bruxelles di fatto ha tradito quegli impegni», ha dichiarato l’ex leghista. «Voteremo in modo contrario alla risoluzione della maggioranza che chiede l’accesso alla clausola di salvaguardia e, quindi, anche al Safe».
I vannacciani in Aula a Montecitorio.
Con Futuro Nazionale, il cappio è così è riapparso tra i banchi di Montecitorio dopo 30 anni. Era il 16 marzo del 1993, quando il leghista Luca Leoni Orsenigo (ah, la matrice) lo sventolò durante il voto del “decreto Conso”, il cosiddetto ‘colpo di spugna’ per i presunti corrotti, in piena Tangentopoli. Una cosa è certa: a Giorgia Meloni oggi pomeriggio fischieranno le orecchie.
Luca Leoni Orsenigo col cappio alla Camera nel 1993.
Le assunzioni di Valditara
«Con questi numeri, se ci saranno le preferenze il nostro Giuseppe Valditara rischia di essere il più votato», scherzano i leghisti. Già, perché le assunzioni decise dal governo riguardano l’immissione in ruolo di 346 dirigenti scolastici, 46.642 docenti – di cui quasi 11 mila di sostegno, 79 unità di personale educativo, 2.628 insegnanti di religione cattolica e 12.284 unità di personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA). Numeri che potrebbero portare la popolarità di Valditara a punteggi record. Che poi tra i ministri è tra i più «invisibili», dicono alcuni suoi colleghi, che in verità gli invidiano uno staff capace di coprire tutte (o quasi) le notizie potenzialmente negative. Una grancassa mediatica che porta consenso, quasi come le assunzioni in vista nel settore della scuola.
Giuseppoe Valditara (Imagoeconomica).
Un agosto da Leone
A Papa Leone XIV la villa pontificia di Castel Gandolfo piace, eccome. Tanto da tornarci pure nel mese di agosto. Si dice che il pontefice non abbia gradito la visione di piazza San Pietro praticamente vuota, assolatissima, all’Angelus di domenica scorsa. Quindi, meglio stare ai Castelli Romani, dove bastano un centinaio di fedeli sotto il balconcino per avere l’impressione di un “bagno di folla”. Prevost lascerà Castel Gandolfo il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore, per presiedere ad Assisi la messa nella basilica papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola per i partecipanti all’incontro “Go! Franciscan Youth Meeting”. Il 15 agosto, Assunzione della beata Vergine Maria, celebrerà invece la messa nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, sempre a Castel Gandolfo. Quindi il 22 agosto Leone XIV sarà in visita pastorale a Rimini, dove si tiene il tradizionale Meeting di Comunione e Liberazione, per presiedere la messa al porto. Il calendario del mese si chiude il 29 agosto con la messa e la processione nella chiesa di Maria Santissima del lago. E poi, a Dio piacendo, si torna a Roma.
Papa Leone a Castel Gandolfo.
Il party di Setta
Restando in Puglia è tutto pronto per il compleanno numero 62 di Monica Setta. Ancora una volta il party della giornalista brindisina si terrà alla Masseria Torre Maizza a Savelletri di Fasano. Il programma parte al tramonto con un aperitivo tra gli ulivi, seguito da una cena placée per una quarantina di ospiti super selezionati, come assicura il comunicato stampa. La lista è ovviamente top secret, ma tra i pochi nomi trapelati ci sono quelli «dell’ad di Sistemi Urbani del Gruppo FS, Matteo Colamussi, l’imprenditore Marco Di Venuto, inserito da Forbes tra i 100 giovani più promettenti, il past president di Confindustria Brindisi Gabriele Menotti Lippolis, l’industriale salentino Fernando Nazaro, esponente di Confindustria Puglia, il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani e alcune delle più care amiche della festeggiata, tra cui la direttrice del Museo di Brindisi Anna Cinti, l’architetta Isabella Altamura e gli storici amici Stefania Rengo ed Enzo Visentin». Grande attesa, si ricorda, per il super ospite a sorpresa.
Papa Leone XIV compirà un viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù dal 6 al 17 novembre. Lo ha reso noto la Santa Sede, spiegando che il pontefice si recherà a Montevideo, Paisandú e Florida dal 6 all’8 novembre; a Buenos Aires, Córdoba e Luján dall’8 all’11 novembre; e a Lima, Chiclayo, Cusco e Pucallpa dall’11 al 17 novembre.
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).
Leone XIV tornerà nella “sua” Chiclayo, dove è stato vescovo per otto anni
Si tratta del quinto viaggio apostolico di Leone XIV dopo quelli in Turchia-Libano, Principato di Monaco, Algeria-Camerun-Angola-Guinea Equatoriale e Spagna. E avrà un sapore particolare per Prevost, statunitense in possesso anche della cittadinanza peruviana grazie agli oltre 20 trascorsi nel Paese, che tornerà da pontefice nella “sua” Chiclayo, dove è stato vescovo della diocesi dal 2015 al 2023. L’ipotesi di un viaggio di Leone XIV in Perù era stata anticipata all’inizio di giugno dall’allora presidente José María Balcázar, che nel frattempo ha lasciato il posto a Keiko Fujimori.
Il deputato della Lega Alberto Bagnai entra nel consiglio dell’Antitrust prendendo il posto lasciato libero da Saverio Valentino, promosso nei giorni precedenti alla presidenza dell’Autorità garante. Il mandato di Bagnai durerà sette anni e non è rinnovabile. Classe ‘62, mente economica del Carroccio, è stato eletto per la prima volta in Parlamento nel 2018. Prima al Senato ha presieduto la Commissione Finanze dal giugno 2018 al luglio 2020, poi nel 2022 è stato eletto alla Camera, dove continua a seguire in particolare i dossier di politica economica, finanza pubblica, sistema bancario, fisco e rapporti con l’Unione europea.
Un drone con detonatore e materiale esplosivo è stato trovato accanto a un cargo ucraino all’aeroporto di Lipsia-Halle. Lo riportano i media tedeschi, citando un portavoce della Nato, che sta partecipando alle indagini avviare dalla polizia tedesca. Il velivolo a pilotaggio remoto, che secondo la Bild trasportava un ordigno realizzato artigianalmente utilizzando fertilizzante e benzina, è stato sequestrato. Quello di Lipsia è lo scalo principale in Germania per la rotta verso l’Ucraina.
Russia planned a terrorist attack at Leipzig/Halle Airport in Germany
A drone carrying a package with a detonator and explosives was discovered near a parked Ukrainian Antonov Airlines cargo aircraft.
La Bild, che ha anche pubblicato delle foto del drone, scrive che il drone è stato rinvenuto sulla pista dell’aeroporto di Lipsia-Halle, nelle immediate vicinanze di un aereo ucraino Antonov, attorno alle 23:40. Dopo il ritrovamento, il drone è stato esaminato: un’analisi a raggi X ha rivelato la presenza di un detonatore al suo interno. Tuttavia, il dispositivo era difettoso, e questo ha impedito l’eventuale esplosione dell’ordigno. Dopo il ritrovamento, l’aeroporto di Lipsia è stato chiuso al traffico aereo. Di conseguenza, un cargo della DHL è stato costretto a interrompere la manovra di atterraggio e a riprendere quota. Secondo la Bild, poco dopo (a sei chilometri dallo scalo e a un’altitudine di 400 metri), il velivolo è entrato in collisione con un oggetto non identificato: il sistema di difesa anti-drone dell’aeroporto aveva infatti rilevato la presenza di due velivoli a pilotaggio remoto. La Reuters, invece, riporta che il cargo della DHL ha urtato un oggetto non identificato durante la fase di salita dopo il decollo e che questo ha reso necessario un atterraggio non programmato ad Hannover, dove è stato rilevato un danno alla parte frontale del velivolo.
Almeno 17 persone sono morte nel terzo massiccio attacco combinato di missili e droni russi sulla regione di Kyiv e sulla capitale ucraina, che ha visto la distruzione di edifici residenziali, magazzini e siti industriali. Colpita anche una stazione ferroviaria. Circa 50 i feriti. Le forze ucraine hanno abbattuto 98 dei 115 droni lanciati dalla Russia durante la notte, ma non sono state in grado di abbattere nessuno dei missili di Mosca: Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere un maggior numero di intercettori Patriot, di fabbricazione statunitense.
As of now, 44 people have been reported injured in the massive Russian strike on Kyiv and the Kyiv region. Another 17 people, tragically, were killed. My condolences to their families and loved ones. It was a heavy strike – 24 ballistic missiles, 4 Zircon/Oniks missiles, and… pic.twitter.com/4LoHXXkt8R
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) August 5, 2026
«Gli intercettori balistici sono ciò che avrebbe potuto salvare la vita delle persone uccise oggi», ha scritto Zelensky sui social: «È fondamentale che i nostri partner comprendano che i ritardi nella fornitura di tali sistemi, o la riluttanza a fornirli, portano direttamente a perdite umane e distruzioni così terribili». Kyiv è ormai in grado di intercettare la stragrande maggioranza dei droni russi, ma dipende ancora dai rifornimenti degli alleati occidentali per contrastare i missili. Tutto questo mentre la Russia sta intensificando gli attacchi: secondo Reuters, starebbe schierando addirittura un’unità missilistica nordcoreana nell’ovest del Paese.
Mosca: «Colpite anche tre navi mercantili nel Mar Nero»
Mosca ha rivendicato di aver colpito «centri di trasporto, logistica e distribuzione» nella città e nella regione di Kyiv, «coinvolti nello stoccaggio e nella consegna di armi e materiale militare di vario genere, nonché nella produzione e distribuzione di droni». Il ministero della Difesa russo, inoltre, ha dichiarato di aver bombardato tre navi mercantili che trasportavano armi nel Mar Nero, a sud di Odessa.
Abdul El-Sayed è sempre più vicino alla vittoria delle primarie democratiche in Michigan. Secondo le proiezioni di Nbc News è lui il vincitore della consultazione, mentre altri siti parlano ancora di testa a testa con la sfidante Haley Stevens, pur con un leggero vantaggio di El-Sayed. Progressista e filopalestinese appoggiato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, in caso di vittoria consoliderebbe la presenza nel Midwest della sinistra progressista in vista delle elezioni di midterm di novembre. Secondo la Cnn, i due candidati sono separati da poco meno di 25 mila voti. Se le proiezioni della Nbc verranno confermate, El-Sayed affronterà l’ex deputato Mike Rogers, che ha ottenuto la nomination repubblicana senza opposizione. La loro sfida di novembre si preannuncia come una delle più competitive del Paese e potrebbe determinare quale partito controllerà il Senato.
Chi sono i due candidati
El-Sayed, ex direttore sanitario della contea di Wayne, ha costruito la sua campagna su temi come il progetto di una sanità pubblica universale (Medicare for all), la riforma del finanziamento delle campagne elettorali e la richiesta di interrompere gli aiuti militari statunitensi a Israele. Stevens, alla sua quarta legislatura alla Camera, ha invece puntato sul rilancio dell’industria manifatturiera e dell’economia del Michigan. Ha inoltre ricordato le sue precedenti vittorie in collegi considerati difficili, sostenendo di essere la candidata più competitiva per battere il candidato repubblicano alle elezioni generali.
L’Italia intende chiedere all’Ue di utilizzare lo 0,6% del Pil per gli interventi sulla sicurezza energetica (ovvero il massimo consentito) e circa lo 0,9% per sicurezza e difesa, sfruttando la flessibilità prevista dalla clausola di salvaguardia nazionale. Lo ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante le comunicazioni alla Camera.
Lo scostamento di bilancio arriverà dopo l’ok di Bruxelles
La Commissione europea, ha spiegato Giorgetti, valuterà le richieste «nel mese di settembre, eventualmente raccomandandone l’approvazione al Consiglio, che dovrebbe formalizzare la raccomandazione nella riunione Ecofin di ottobre». In seguito, il governo ricorrerà «alla procedura prevista dall’articolo 6 della legge n.243 del 2012, al fine di poter dare conto del quantum delle clausole utilizzate e degli interventi ai quali le relative risorse saranno destinate, cioè il cosiddetto scostamento di bilancio». Per gli Stati membri che attivino la clausola, «il monitoraggio della traiettoria di spesa verrà effettuato in due passaggi», ha spiegato Giorgetti: «Un primo passaggio verificherà se un eventuale debito del conto di controllo possa essere ricondotto all’incremento delle spese per la difesa; nel caso in cui l’incremento delle spese per difesa non giustifichi pienamente gli scostamenti registrati dal conto di controllo rispetto al tasso di crescita dalla spesa netta fissato nel Piano strutturale e raccomandato dal Consiglio, un secondo passaggio verificherà se detti scostamenti derivino dall’utilizzo dei margini concessi per l’estensione della National Escape Clause alle spese per sicurezza energetica».
Stati Uniti, Iran e Oman sono vicini a un accordo provvisorio per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Lo riporta Axios citando due fonti della regione e un funzionario statunitense, aggiungendo che Washington punta ad annunciare l’accordo nelle prossime ore. La notizia è stata confermata dal presidente americano Donald Trump, secondo cui un’intesa potrebbe essere raggiunta «domani o dopodomani», ovvero oggi o giovedì. Il tyccon ha spiegato che martedì si è tenuta una «negoziazione durata tutto il giorno» con l’Iran. «Stiamo avendo ottime discussioni. L’unica cosa che conta è agire. E loro vogliono raggiungere un accordo. Vedremo cosa succederà. Ho tutto il tempo che mi serve», ha detto ai giornalisti prima di salire sul suo Air Force ONe. In un’intervista a Fox News ha aggiunto: «Li abbiamo colpiti molto duramente. Ma il colpo più duro deve ancora arrivare e spero che non dovremo usarlo. Spero di no, stiamo avendo ottime discussioni. Non amano ammetterlo».
Il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo taglio delle accise sul gasolio, sempre di 17 centesimi al litro (compresa Iva), prorogando di fatto quello in vigore fino al 25 agosto. Una mossa che, ha precisato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, costa 245 milioni di euro, trovati tagliando «un po’ di spese ai ministeri, non erano molto contenti, ma poi vedremo». Dal 25 agosto entrerà nuovamente in vigore il meccanismo delle accise mobili – ossia, il governo andrebbe a spendere l’incasso extra dell’Iva dovuto all’aumento dei prezzi dei carburanti per abbassare le accise su benzina e gasolio. Il meccanismo può essere attivato solo dopo la prima settimana di ogni mese, quando viene contabilizzata la cifra definitiva del periodo precedente.
Nessuno sconto sulla benzina
Per il momento rimane esclusa dagli sconti la benzina. La decisione di limitare il taglio al gasolio è collegata alla disponibilità delle coperture finanziarie e all’impatto del diesel sul trasporto delle merci. Gran parte dei mezzi commerciali e degli autocarri utilizza infatti questo carburante. Inoltre i prezzi del gasolio hanno subito aumenti più marcati sulle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati.
Tira una brutta aria quando nei partiti si comincia a parlare di statuti e simboli. Nell’estate che vede la Lega scivolare al 5,9 per cento nei sondaggi – ora è al settimo posto davanti ad Azione, Italia viva, +Europa e Noi Moderati – il movimento di Matteo Salvini è attraversato da tensioni e veleni.
Il forfait di Zaia alla festa della Lega a Cervia
In attesa del raduno di Pontida del 22 settembre, il segretario si è goduto qualche giorno di festa, affollata, a Cervia. Al tradizionale appuntamento all’ultimo minuto ha dato forfait Luca Zaia. Il suo intervento era in programma venerdì alle 21.45, alla fine di una serata moderata da Mario Giordano e Lucia Scajola, giornalista di Mediaset (e figlia dell’ex ministro berlusconiano Claudio). Ma nulla: con poco preavviso l’ex doge ha chiamato il deputato romagnolo Jacopo Morrone: «Ho un impegno, non posso venire». Bidonati.
Le voci sul Fienile e la suggestione di un passaggio alla guida di FI
Nei giorni scorsi, l’ex governatore veneto si è ben guardato da smentire le indiscrezioni di stampa che lo davano in chiusura di trattativa con Mediaset per la trasformazione del suo podcast Il Fienile in una sorta di Maurizio Costanzo show 2.0. Addirittura alcuni siti si sono spinti oltre, sostenendo che stia lavorando per sostituire Antonio Tajani alla guida di Forza Italia. Sicuramente il rapporto con gli eredi di Silvio Berlusconi esiste (si sono conosciuti negli anni dei “caminetti” di Arcore con Umberto Bossi) ma a molti nel partito appare più una suggestione anche perché il segretario azzurro in Veneto è uno dei più noti nemici di Zaia, ovvero Flavio Tosi.
Luca Zaia (Imagoeconomica).
Le ipotesi dietro il silenzio di Zaia
Dopo il fallimento dell’accordo con Salvini per la gestione di un partito del Nord all’interno della Lega, Zaia è sparito dai radar. Se ne sta «dietro un cespuglio», per usare un’espressione un tempo cara al Senatur, e attende l’evoluzione della situazione. I più maliziosi sostengono che stia attendendo di veder passare il “cadavere”, ovvero il crollo del partito al 3 per cento e il tonfo di Salvini. Altri pensano che il suo silenzio sia determinato dal fatto che avrebbe già stretto un accordo con il segretario per correre alle elezioni politiche. Di certo non sembra agitarsi per prendere la guida della Lega.
Striscioni contro Salvini a Villorba, Treviso (Ansa).
Fontana e la bozza di un nuovo partito «segno del malessere»
Piccoli segnali invece arrivano ancora una volta da Brescia, dove a dicembre era partita una raccolta firme a sostegno di una sua nomina a segretario, e dall’Highlander varesino, il governatore lombardo Attilio Fontana. Nel primo caso ha fatto discutere la scelta del segretario cittadino Michele Maggi di togliere dalla comunicazione ufficiale sui social la dicitura “Salvini premier”, lasciando solo “Lega”. La semplificazione del simbolo però è una decisione presa dall’ufficio comunicazione in raccordo con il segretario federale già da ottobre, hanno tenuto a minimizzare da via Bellerio. Si tratta di una “firma grafica” mentre il simbolo “rimane invariato”. Altro caso è quello di Fontana che ha inviato in una vecchia chat di partito, in cui sono presenti tutti gli amministratori e pure Salvini, il testo dello statuto di un nuovo partito, il Partito Liberale Federalista italiano. «Un nuovo partito non è all’ordine del giorno ma è necessario avere più confronto dentro e fuori la Lega. È il segno del malessere», ha puntualizzato Fontana. Insomma, c’è sempre aria di scissione quando si comincia a parlare di simboli e statuti.
Dopo l’esperienza (da dimenticare) a Pomeriggio Cinquee un anno senza un programma tutto suo, Myrta Merlino lascia Mediaset per approdare su San Marino RTV, emittente della Repubblica del Titano, dove a partire dall’autunno sarà alla guida di un programma incentrato su politica e attualità. Il passaggio è stato confermato dai vertici San Marino RTV, partecipata al 50 per cento dalla Rai: c’è già chi ipotizza un prossimo approdo della giornalista sui canali della tv pubblica italiana, magari già dalla stagione 2027/2028.
Myrta Merlino (Imagoeconomica).
Pomeriggio Cinque aveva chiuso i battenti a giugno del 2025
Terminata la lunga esperienza a La7 al timone de L’aria che tira, Merlino nel 2023 era approdata a Mediaset per sostituire Barbara D’Urso a Pomeriggio Cinque, senza riuscire a replicare gli ascolti di chi l’aveva preceduta. E così il programma era stato addirittura chiuso dopo 17 anni a giugno del 2025 (al suo posto nel palinsesto Dentro la notizia, affidato a Gianluigi Nuzzi). La dirigenza Mediaset, a quel punto, non era riuscita a individuare un nuovo progetto adatto alla giornalista, che così ha trascorso la stagione 2025/2026 senza una trasmissione da condurre, limitandosi a qualche presenza come opinionista nei programmi d’approfondimento del Biscione. Ora il cambio di casacca.
La BaFin, ovvero l’autorità di vigilanza bancaria tedesca, ha dato a UniCredit il via libera alla richiesta di poter oltrepassare il 30 per cento delle quote di Commerzbank. Lo scrive Bloomberg. Si tratta di un importante passaggio regolamentare per la scalata dell’istituto italiano alla quarta più grande banca della Germania. Col semaforo verde scatta infatti il conto alla rovescia per la Bce, che dovrà completare la propria valutazione entro 60 giorni lavorativi. La decisione è pertanto attesa per la seconda metà di ottobre. L’autorità di vigilanza può richiedere ulteriori informazioni nel corso dell’istruttoria: in tal caso l’esame potrebbe essere esteso fino a un massimo di 20 giorni lavorativi aggiuntivi.
C’è uno strano filo rosso che lega la crisi di Ceuta agli Usa, a Israele e persino all’impopolarità di Donald Trump. La questione migratoria rimane al centro delle agende dei governi di mezzo mondo. Ma soprattutto è uno strumento di propaganda e pressione, come si è visto con l’exclave spagnola.
Trump potrebbe usare la crisi di Ceuta in chiave anti-Ue
Meno trasparente è il ruolo che potrebbero aver giocato attori esterni. L’arrivo improvviso di 60 mila persone è parso a molti qualcosa di organizzato. Da lì le speculazioni. Va detto subito: pistole fumanti non ce ne sono, ma gli indizi abbondano. Il tema interessa molto l’amministrazione Trump. Il 3 agosto, parlando dallo Studio Ovale, il tycoon è tornato ad attaccare il Vecchio Continente: «Due cose stanno uccidendo l’Europa: l’immigrazione e l’energia». Da qui il sospetto che gli Stati Uniti possano approfittare della crisi migratoria per spingere le forze populiste in chiave anti-Ue: Rassemblement National in Francia, Reform UK nel Regno Unito, Vox in Spagna, AfD in Germania e magari Futuro Nazionale in Italia dopo la fine della luna di miele con Giorgia Meloni. Ceuta, in questo senso, potrebbe essere vista come il caso di studio perfetto. E per capirlo bisogna vedere sia che cosa hanno votato i deputati americani al Congresso, sia che cosa scrive l’intellighenzia conservatrice, senza dimenticare i legami personali della famiglia Trump con l’alleato marocchino. Ma andiamo con ordine.
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).
L’interesse del Gop per le exclavi spagnole
Qualche giorno fa, il deputato ribelle del Gop Thomas Massie ha ricordato ai colleghi, stupiti e indignati per Ceuta, il voto sul provvedimento H.R. 8595 del 15 luglio scorso. La legge si occupa di stanziamenti per la sicurezza nazionale, ma è tra le pieghe che bisogna leggere. Allegato al provvedimento c’è un rapporto della Commissione Bilancio della Camera che parlava esplicitamente delle exclavi spagnole: «Il Comitato prende atto della storica alleanza tra gli Stati Uniti e il Marocco e osserva che le città di Ceuta e Melilla, amministrate dalla Spagna, si trovano in territorio marocchino. Il Comitato sostiene gli sforzi del Segretario di Stato volti a incoraggiare il dialogo diplomatico tra il Marocco e la Spagna in merito al futuro status».
Don’t fall for the fake Fox/GOP outrage. Two weeks ago the House passed a bill that greenlighted the transfer of Spanish territory to Morocco. Every Republican except me voted for it, but now THEY are acting shocked at the invasion.https://t.co/a7ROEAtoODhttps://t.co/886sJycfeLpic.twitter.com/dK5vqMA2Vu
In sostanza, una presa di posizione contro Madrid. Ma di chi sono le impronte su questo documento? Il dossier porta la firma di uno stretto alleato del segretario di Stato Marco Rubio, il deputato della Florida Mario Díaz-Balart, vicecapo della commissione per gli Stanziamenti. Lo scorso aprile, in un’intervista alla stampa spagnola, Díaz-Balart aveva detto chiaramente che per lui Ceuta e Melilla «non si trovano nel territorio geografico della Spagna ma in Marocco». Díaz-Balart è anche l’anello di congiunzione tra Stati Uniti, Marocco e Israele. L’anno scorso, insieme a Rubio, aveva incontrato a Washington il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e in più di un’occasione ha rimarcato il suo sostegno al riconoscimento della sovranità marocchina nel Sahara Occidentale. Il deputato è poi un attivo sostenitore di Israele e, secondo la piattaforma Track AIPAC che traccia i fondi della potente lobby AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ha ricevuto oltre un milione di dollari negli ultimi due anni.
da TrackAiPac.
Il sostegno “culturale” al Marocco ai danni di Madrid
In questo sistema c’è anche un pezzo del pensiero conservatore che dà sostanza all’appoggio al Marocco ai danni della Spagna. È il caso di Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono ai tempi dell’amministrazione Bush durante la guerra in Iraq e oggi prolifico autore per il think tank conservatore American Enterprise Institute (Aei). Il 16 marzo scorso, in un articolo, Rubin sosteneva che re Mohammed VI dovesse «recuperare lo spirito della Marcia Verde per completare l’espulsione dei coloni spagnoli dal suolo marocchino», un chiaro riferimento a quando migliaia di marocchini occuparono il Sahara Occidentale nel 1975. Dieci giorni dopo, Amine Ayoub, analista del think tank conservatore Middle East Forum e di base in Marocco, scriveva sul giornale israeliano Ynetcome Israele possa aiutare Rabat a reclamare Ceuta e Melilla: «Aiutare il Marocco a recuperare Ceuta e Melilla punirebbe un membro della Nato che ha ripetutamente scelto l’ostruzionismo anziché la collaborazione nei momenti più critici dell’alleanza».
Re Mohammed VI con Pedro Sanchez nel febbraio 2024 (Ansa).
La cooperazione militare tra Washington e Rabat
C’è infine un ultimo livello: l’idea degli Usa che il Marocco possa essere fonte di stabilità per tutta l’area. Tra aprile e luglio, i due Paesi hanno firmato intese-quadro sulla cooperazione militare. Legami che riguardano anche figure precise, come Fouad Ali El Himma, uno dei consiglieri più fidati di Mohammed VI. Descritto in alcuni circoli del potere marocchino come «viceré», sarebbe l’architetto dell’”invasione” di Ceuta. Come ha scritto Euronews, El Himma avrebbe già in passato teorizzato l’uso del caos migratorio per scopi politici. Il consigliere del re sarebbe entrato nelle grazie di Trump tramite il genero di quest’ultimo, Jared Kushner, incontrato più volte fin dal 2019. Il viceré sarebbe anche l’artefice della svolta americana sulla sovranità marocchina nel Sahara Occidentale e la firma degli accordi di Abramo con Israele.
Sanchez è da tempo nel mirino
Senza scivolare in facili complottismi, una delle ipotesi principali è che l’azione sia stata diretta da Rabat. I reporter del New York Times nei primissimi giorni dell’emergenza, hanno scoperto, parlando con diversi migranti entrati a Ceuta, che molti si sono mossi su impulso delle stesse autorità marocchine. L’ipotesi è che l’operazione sia legata tanto a fattori interni (il 26 settembre ci saranno le elezioni legislative in Marocco) quanto a fattori esterni, come il riavvicinamento della Spagna all’Algeria. Il tutto potrebbe poi essere avvenuto con una sorta di luce verde informale dalla Casa Bianca in convergenza con gli interessi israeliani, che vedono nel governo di Pedro Sanchez una spina nel fianco su diversi dossier, come la spesa per la Nato e la guerra in Iran, e più in generale per il suo ruolo nella sinistra internazionale.
Pedro Sanchez (Ansa).
Il metodo MAGA sull’immigrazione non paga
In questo quadro l’immigrazione diventerebbe quindi un’arma per colpire l’Europa e dare munizioni alle destre europee, che a loro volta potrebbero affrontare il dossier con metodi MAGA. Peccato però che la brutalità non paghi. Pensiamo alla remigrazione di Roberto Vannacci, proposta che ricorda le deportazioni dell’ICE negli Usa. Eppure, pare che agli americani questo piglio brutale piaccia sempre meno. Secondo un sondaggio del portale Strength in Numbers, solo in 16 Stati su 50 la politica della Casa Bianca fa breccia. Il gradimento delle deportazioni è in territorio negativo in 34 Stati, inclusi territori repubblicani come Florida, Texas, Iowa e Alaska. Secondo un sondaggio Ipsos pubblicato il 3 agosto, solo il 38 per cento degli americani approva la gestione trumpiana dell’immigrazione, mentre il 42 per cento la disapprova nettamente. Il caso americano contiene quindi un avvertimento per le destre che puntano a conquistare l’Europa. Usare l’immigrazione come arma geopolitica e carburante elettorale produce consenso nel breve periodo. Ma quando gli slogan diventano politiche concrete, il prezzo umano e sociale del pugno duro rischia di allontanare proprio una parte degli elettori che quelle promesse avevano contribuito a mobilitare. Soffiare sul fuoco è facile; governare l’incendio lo è molto meno.