Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla

Non si può certo dire che con Leonardo Maria Del Vecchio ci si annoi, visto che ogni giorno ne pensa una. L’ultima ha preso forma con una lettera ai soci di Delfin e, per non perdere tempo, anche ai lettori di QN. «È la proposta più seria che io abbia mai fatto», assicura Lmdv. Detto da chi in sette mesi ne ha fatte quattro, è lecito nutrire qualche dubbio. Leonardino si propone come acquirente delle quote di tutti i fratelli, in modo tale da salire dal 12,5 all’87,5 per cento della cassaforte che controlla il 32,4 di EssilorLuxottica, il 10 di Generali e un pezzo di UniCredit e Mps, e lo fa grazie alla «disponibilità di un primario istituto di credito internazionale». Milano Finanza che per primo ne ha svelato le intenzioni gli dà un nome: Citigroup, con un finanziamento fino a 22 miliardi. Tutto questo da parte di chi a settembre aveva dichiarato 950 milioni di debiti, precisando che sono pochi.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
L’articolo sulla proposta di Leonardo Maria Del Vecchio e la lettera di Lmdv su Qn.

Chiunque vinca, Citi incassa

La lettera di Citi, datata 31 ottobre, è una highly confident letter. La banca si dice «altamente fiduciosa» di organizzare il finanziamento. Poi elenca le condizioni: accordi separati, approvazione del comitato crediti, intesa sul prezzo, mercati favorevoli. In cambio chiede i ruoli di bookrunner e arranger. Per la banca americana è l’affare perfetto. Su un finanziamento così le commissioni viaggiano intorno al 2,5 per cento: sui 20 miliardi del buyout di Electronic Arts le banche si sono divise 500 milioni di dollari. Con le stesse commissioni, se si chiude, si farebbero circa 550 milioni, una lettera sprecata se salta. Qualunque banca firmerebbe, e Citi ha firmato anche altrove: siede già nel pool che studia con Delfin il riacquisto delle quote, compresa quella di Leonardino. Finanzia il figlio per comprare la holding e la holding per comprare il figlio. Chiunque vinca, Citi incassa. Il giornale dell’editore mette il carro davanti ai buoi e scrive di «certezza di un’offerta finanziata». Il documento su cui poggia quella certezza subordina tutto all’approvazione del credito.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
Il logo di Citigroup.

Il prezzo del ceco Strnad

Il prezzo lo ha fissato Michal Strnad, il produttore ceco di armi la cui offerta da 30 miliardi è stata definita da Lmdv un attacco all’Italia. Ma la cifra deve essere stata considerata congrua, se Lmdv la fa sua offrendo 3,75 miliardi per ciascuna quota posseduta dai fratelli. La madre, Nicoletta Zampillo, è esclusa dalla transazione. Lo scorso aprile aveva firmato con Luca e Paola a 5 miliardi a testa, ora gliene offre 1,25 in meno. A Basilico 10 giorni fa ne ha offerti 3,5 e si è sentito rispondere che la quota vale 4,3. L’italianità si difende al prezzo del ceco con i soldi degli americani. Chi preferisce può incassare il 30 per cento subito e il resto fra un anno in azioni EssilorLuxottica, a un prezzo che nessuno conosce e senza garanzia sul capitale. Il titolo ha perso metà del valore da novembre. Si viene pagati con i titoli della propria holding e ci si tiene il rischio di Borsa. Il debito, infine, lo ripaga Delfin, con riserve per 7 miliardi e l’utile 2026. La cassaforte si compra con i soldi che stanno dentro la cassaforte. Servirà però il pegno sulle quote, la garanzia che il consiglio di Delfin ha già negato a giugno facendo saltare tutto.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
Michal Strnad (Ansa).

Nei panni dei fratelli

Mettetevi nei panni di Luca e Paola. Ad aprile firmano la vendita a 10 miliardi, senza clausola di finanziamento. Le banche chiedono il patronage, Milleri lo nega, l’affare salta e i due si ritrovano un contratto con una penale da 500 milioni, 250 a testa, e un arbitrato avviato l’8 settembre. Sei mesi dopo lo stesso compratore si ripresenta con un prezzo più basso, una formula pagata in azioni e una lettera di una banca che si impegna a nulla. Nel frattempo Lmdv ha lasciato EssilorLuxottica, ha mancato l’acquisto della quota di Basilico e ha lanciato e ritirato un’Opa sul Fatto Quotidiano in tre giorni, dopo aver definito i suoi giornalisti «ratti del giornalismo», salvo poi fare marcia indietro e proclamarsi garante della loro autonomia. La penale spiega la fretta: se i fratelli vendono, i 500 milioni finiscono dentro il prezzo e l’arbitrato si chiude. Le altre scadenze fanno il resto. L’offerta di Strnad scade il 19 novembre, il 16 c’è l’udienza sul sequestro della quota di Basilico, il 30 marzo scade la prelazione di Delfin sulla sua quota. Il 7 novembre, la data proposta per gli incontri, arriva prima di tutte. Le Figaro ha spiegato ai francesi che la crisi di Delfin comincia dalla sua mossa di primavera.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Milleri in scadenza

Ma il suo bersaglio ha un nome e un obiettivo preciso. Il mandato di Francesco Milleri alla guida di EssilorLuxottica scade all’assemblea di primavera, e chi controlla Delfin vota il 32,4 per cento. Del Vecchio lo ha detto in chiaro: Milleri era un «traghettatore con il compito di trovare tre giovani successori, e i tre si attendono ancora». Qualche argomento lo ha: titolo quasi dimezzato dai massimi, minimi di quattro anni a settembre, il proxy advisor ISS che già nel 2024 storceva il naso sul doppio ruolo e sui compensi, la stampa francese che parla di influenza sproporzionata. Dall’altra parte una ventina di dirigenti ha firmato una nota in difesa del capo, Equita giudica negativo un cambio al vertice e Andrea Zappia, presidente del comitato nomine e remunerazione del gruppo, ha replicato che i piani di successione esistono e sono chiari. Ai soci Leonardo Maria chiede di decidere chi guida EssilorLuxottica, pagando con i loro dividendi.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

La comunicazione prima di tutto

La lettera del rampollo ha il tono dei legali: scuse per gli «errori, anche di tono», governance rafforzata, due consiglieri indipendenti. L’articolo che l’accompagna invece ha il tono della fanfara: «Assunzione di responsabilità senza precedenti». Attorno lavora una macchina con un nome: secondo Policy Maker e il Fatto, la comunicazione di Lmdv passa da Fedez e dalla sua Doom Entertainment, mentre i consulenti gli avevano sconsigliato ogni intervista. Le Figaro lo presenta come l’erede «connu en Italie pour ses frasques» e Palazzo Chigi ha messo il dossier sotto osservazione. Resta da chiedersi che cosa pensino Consob e l’Amf di comunicati che presentano come certo un finanziamento condizionato.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
Leonardo Maria Del Vecchio ospite di Fedez e Mr. Marra a Pulp Podcast.

Cigs ex Ilva, il ministero del Lavoro convoca i sindacati il 6 novembre

I sindacati metalmeccanici sono stati convocati dal ministero del Lavoro per il 6 novembre alle ore 10:30 per l’espletamento dell’esame congiunto della richiesta di cassa integrazione guadagni straordinaria per un massimo di 8.622 lavoratori, comunicata da Acciaierie d’Italia (ex Ilva) il 17 ottobre. Intanto, secondo quanto trapela da da fonti a conoscenza della vicenda, Federacciai e la cordata degli industriali italiani del settore avrebbero deciso di non presentare l’offerta per l’acquisizione dell’ex Ilva.

AdI ha già in corso la cassa straordinaria per 4.450 addetti

Acciaierie d’Italia, che ha già in corso la cassa straordinaria per 4.450 addetti (di cui 3.800 a Taranto), ha chiesto la Cigs a causa della fermata produttiva per un massimo appunto di 8.622 lavoratori, di cui circa 6.800 nello stabilimento pugliese. Pochi giorni fa le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno rigettato sia il ricorso principale proposto da Ilva in Amministrazione Straordinaria sia il ricorso incidentale di Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding S.p.A. in Amministrazione Straordinaria contro il decreto della Corte d’Appello di Milano, che aveva accolto il reclamo dei cittadini ordinando la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.

Iran, Pezeshkian: «Da Khamenei poteri al governo per trattare con gli Usa»

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che Mojtaba Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica, ha concesso al governo di Teheran «determinati poteri» in merito ai colloqui di pace con Washington. «I nostri avversari non possono costringere l’Iran alla resa attraverso un conflitto. Ci opponiamo fermamente alle loro menzogne e alle loro pretese eccessive. In questo percorso, dobbiamo impegnarci a rafforzare la resilienza della popolazione, facendoci carico delle sue preoccupazioni e dei suoi timori», ha detto Pezeshkian durante un incontro con i governatori provinciali a Teheran. Questo mentre Benjamin Netanyahu continua a fare pressione su Donald Trump per la ripresa degli attacchi dopo le elezioni di midterm.

Iran, Pezeshkian: «Da Khamenei poteri al governo per trattare con gli Usa»
Donald Trump (Ansa).

L’Iran ha proposto agli Stati Uniti un piano in sette punti

Le dichiarazioni di Pezeshkian arrivano a stretto giro da quelle del ministero degli Esteri sulla disponibilità di Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz entro due giorni, anziché nei sette previsti, se Washington accetterà le sue condizioni. «L’Iran ha proposto agli Stati Uniti un piano in sette punti e ha ascoltato le prospettive della controparte. Sono state scambiate delle opinioni e la nostra proposta, riguardo a questo percorso diplomatico, rimane sul tavolo», ha spiegato il portavoce del ministero Esmaeil Baghaei, invitando gli Usa alla «prossima mossa». Le questioni indicate comprendono la fine del blocco navale Usa, lo sblocco delle risorse finanziarie iraniane e le modalità di gestione del traffico marittimo.

Negoziati a Doah, gli Usa hanno avanzato tre proposte

Il 31 ottobre nuovi negoziati indiretti si sono svolti a Doha, in Qatar. In una recente intervista alla tv di Stato, il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale Mohsen Rezaei ha rivelato che gli Stati Uniti hanno avanzato tre proposte per la definitiva fine delle ostilità e la riapertura di Hormuz. Una è stata bocciata, un’altra è stata giudicata più favorevole, mentre una terza conterrebbe ancora punti controversi. Teheran non intende avviare negoziati diretti finché Washington non avrà soddisfatto le sue condizioni.

Attacchi hacker contro supermercati in vari Paesi Ue: cosa sappiamo

Nella notte tra domenica e lunedì un’ondata di attacchi hacker ha colpito i sistemi di refrigerazione di decine di supermercati in Svezia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Finlandia Estonia e Irlanda, dove la temperatura di banchi frigo e freezer è stata innalzata sopra i 50 gradi, rendendo grosse quantità di cibo conservatovi inutilizzabile.

Come si è svolto l’attacco da remoto

Secondo la tv pubblica estone Err, gli hacker sono riusciti ad accedere alle centraline connesse a Internet e a sovrascrivere le impostazioni dei macchinari, innalzando poi da remoto la temperatura. In Belgio risultano colpiti punti vendita Delhaize, Carrefour, Colruyt e Intermarché. In Svezia nel mirino è finita Gdo Ica, che detiene il 33 per cento della quota di mercato del Paese scandinavo. Coinvolte anche diverse strutture della catena Coop. In Irlanda risultano compromessi i sistemi di 13 supermercati SuperValu. Nei Paesi Bassi stati colpiti piccole aziende e negozi di quartiere.

Tonnellate di cibo da buttare: perdite milionarie

Il risultato è stato devastante per la catena del freddo. L’attacco ha costretto centinaia di punti vendita in Europa a chiudere temporaneamente e a gettare nei rifiuti tonnellate di cibo, in particolare i surgelati: sono previste perdite economiche milionarie.

Il precedente del 12 ottobre in tre Paesi

L’attacco ha seguito lo stesso modus operandi già osservato in Francia, Belgio e Paesi Bassi il 12 ottobre, quando oltre 700 punti vendita di insegne come Carrefour, Intermarché, Leclerc e Monoprix subirono la manomissione remota dei sistemi termici.

La risposta dell’Unione europea

Commentando gli attacchi hacker, la portavoce della Commissione Ue per l’Agricoltura, Louise Bogey, ha dichiarato che l’Unione europea «dispone di diversi strumenti» per rispondere a un incidente come questo: «Ci affidiamo a CYCLONe per il coordinamento e la condivisione delle informazioni, poiché diversi Stati membri sono stati colpiti. La Commissione continuerà a collaborare con gli Stati membri per rafforzare la sicurezza informatica in tutta l’Unione, anche nell’ambito del Cyber Resilience Act, del Cyber Solidarity Act e del NIS2».

Manovra e ferrovie, da Webuild opere per i cittadini e lavoro per la filiera

La Legge di bilancio per il biennio 2027-2028 mette a disposizione 5,43 miliardi per il contratto di programma tra il ministero delle Infrastrutture e Rfi. Risorse destinate a sostenere gli interventi ferroviari e la continuità dei lavori, con ricadute sulle imprese coinvolte nella loro realizzazione e sull’intero Paese. «Investire in infrastrutture significa dotare l’Italia di opere che producono benefici nel lungo periodo», ha evidenziato Luigi Vianello, Webuild vice president Corporate identity, Communication and Institutional affairs.

Dal Terzo valico al Nodo ferroviario di Genova

Gli stanziamenti pubblici per il settore ferroviario finanziano opere realizzate per conto di Rfi, la committente, e coprono il lavoro dell’intera filiera, dai fornitori ai subappaltatori. L’investimento pubblico entra così in un sistema produttivo molto più ampio dell’impresa che firma il contratto, e dalla continuità dei lavori dipende l’intera catena. È su questo piano, ha sottolineato Vianello, che va letta la destinazione delle risorse, lo strumento con cui l’infrastruttura viene costruita e consegnata ai cittadini. Il Terzo Valico dei Giovi, in cui il consorzio Cociv, guidato da Webuild, è contraente generale e agisce da stazione appaltante verso le imprese a cui affida i lavori, è tra le opere che meglio raccontano il valore di questi investimenti. Insieme al Nodo ferroviario di Genova, collega il sistema portuale ligure alla Pianura Padana e al cuore dell’Europa, rendendo più competitivo il porto di Genova e potenziando il collegamento con Milano. È un cantiere complesso, in un territorio impegnativo.

Un contesto in forte evoluzione

Negli ultimi anni le opere hanno risentito di un contesto in forte evoluzione. Il Terzo Valico ne è un esempio, le condizioni geologiche del terreno, diverse dalle attese, hanno richiesto un cambio della tecnica di scavo. Più in generale, l’aumento dei prezzi di materie prime ed energia, legato al quadro macroeconomico e geopolitico, ha inciso su contratti firmati a prezzi precedenti ai rincari, con effetti sull’esecuzione dei lavori e su tutte le imprese coinvolte.

Programmazione e visione di lungo periodo

La programmazione degli investimenti e la copertura finanziaria sono competenza delle istituzioni. Investire in infrastrutture significa anche costruire competitività, occupazione e collegamento tra i territori. Effetti che si misurano su un orizzonte lungo, ben oltre la durata di un singolo cantiere. Webuild opera nel rispetto dei contratti e delle norme vigenti e prosegue il confronto con la committenza e con le istituzioni, nell’interesse del Sistema Paese, per consegnare le opere in corso.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino

C’è una poltrona che da qualche giorno tiene banco nei palazzi romani e sulla quale si starebbe esercitando una certa pressione politica. È quella di amministratore delegato di Rheinmetall Italia, controllata del colosso tedesco della Difesa con quartier generale a Düsseldorf. A occuparsene con particolare insistenza, secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti industriali, sarebbe un esponente della maggioranza di governo, intenzionato a trovare una nuova sistemazione a un manager di sua fiducia.

Rheinmetall è uno dei protagonisti del riarmo europeo

La questione sarebbe probabilmente rimasta confinata alle consuete schermaglie sulle nomine se non riguardasse un gruppo come Rheinmetall, diventato uno dei protagonisti del riarmo europeo. A guidarlo è Armin Papperger, ingegnere classe 1963, manager che nel 2024 è finito persino nel mirino dei servizi russi. Un complotto per assassinarlo, sventato dalle intelligence americana e tedesca, si inseriva nella campagna di guerra ibrida attribuita al Cremlino contro l’industria europea della difesa, impegnata a sostenere militarmente l’Ucraina.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino

Papperger ha investito molto anche nei rapporti con l’Italia, promuovendo insieme con Leonardo la nascita di Lrmv, Leonardo Rheinmetall Military Vehicles, joint venture con sedi a Roma e La Spezia destinata a svolgere un ruolo di primo piano nello sviluppo della nuova difesa terrestre europea. Un’operazione industriale che lo ha portato a intensificare i rapporti con Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Leonardo, nominato da Palazzo Chigi e considerato una delle figure sulle quali il governo punta per accompagnare la nuova stagione dell’industria europea della difesa.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Lorenzo Mariani, ad di Leonardo (foto Imagoeconomica).

I due si conoscono da tempo e godono di reciproca stima. La collaborazione tra i rispettivi gruppi poggia dunque anche su un rapporto personale consolidato, che la scelta del prossimo amministratore delegato di Rheinmetall Italia potrebbe tuttavia mettere alla prova.

Gualdaroni, uomo considerato vicino al ministro Crosetto

Il nome attorno al quale si starebbe lavorando è infatti quello di Carlo Gualdaroni, già uomo forte del precedente consiglio di amministrazione di Leonardo e considerato vicino al ministro della Difesa Guido Crosetto. Il suo allontanamento dal gruppo pubblico, avvenuto soltanto di recente, è stato accompagnato da una buonuscita superiore ai 7 milioni di euro. Una cifra che rende quantomeno singolare l’ipotesi di un suo rapido ritorno sulla scena, questa volta attraverso la porta di un’azienda tedesca.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Roberto Cingolani con Carlo Gualdaroni (foto Imagoeconomica).

Chi raccoglierà l’eredità di Ercolani, atteso da Sparkle?

Non sarebbe peraltro il primo tentativo di ricollocazione. Un’operazione analoga, tentata recentemente in Elettronica, società nella quale lavora già il figlio di Gualdaroni, non avrebbe avuto successo. Adesso la partita si sarebbe spostata su Rheinmetall, dove l’ex manager di Leonardo potrebbe raccogliere l’eredità di Alessandro Ercolani, figura di peso e molto apprezzata a Palazzo Chigi, destinato secondo le indiscrezioni al vertice di Sparkle.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Alessandro Ercolani con Giorgio Mulè di Forza Italia (foto Imagoeconomica).

La società del gruppo Tim, il cui controllo sta per passare a Mef e Retelit, rappresenta un asset strategico nelle telecomunicazioni internazionali, grazie a una rete proprietaria in fibra ottica di oltre 600 mila chilometri, che comprende anche i cavi sottomarini transoceanici attraverso i quali transita una parte rilevante del traffico mondiale dei dati.

Rapporti tutt’altro che idilliaci tra l’ex dirigente e Leonardo

Il problema, però, non è soltanto quello di trovare una nuova occupazione a Gualdaroni. A preoccupare sarebbero soprattutto i rapporti tutt’altro che idilliaci tra l’ex dirigente e Leonardo, proprio mentre la società italiana e Rheinmetall sono impegnate a costruire una collaborazione industriale di grande rilievo.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Un carro armato della Rheinmetall (foto Imagoeconomica).

Una sua eventuale nomina rischierebbe così di introdurre un elemento di tensione in un’intesa sulla quale Roma e Düsseldorf hanno investito parecchio. E non è detto che Palazzo Chigi apprezzerebbe una scelta capace di mettere in difficoltà un rapporto costruito con pazienza da Mariani e Papperger.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (foto Ansa).

Negli ambienti politici e industriali c’è già chi parla del rischio di uno sgarbo istituzionale. Anche perché sarebbe curioso che, dopo aver pagato oltre 7 milioni di euro per separarsi da un manager, Leonardo se lo ritrovasse dall’altra parte del tavolo in una delle sue alleanze più importanti.

Vinceranno le sollecitazioni politiche o gli equilibri industriali?

La decisione spetta ora ai vertici tedeschi di Rheinmetall ed è attesa a breve. A Berlino e Düsseldorf dovranno valutare se assecondare le sollecitazioni che arriverebbero da Roma oppure privilegiare gli equilibri industriali. Del resto, non tutte le poltrone da occupare sono necessariamente poltrone da assegnare.

Crisi di governo in Belgio: dimissioni del premier, il re avvia le consultazioni

Crisi di governo in Belgio: colpa del fallimento dei negoziati sulla legge di bilancio, che ha spaccato la coalizione ‘Arizona’ alla guida dell’esecutivo di centrodestra. Il primo ministro Bart De Wever ha rassegnato le dimissioni ed è stato ricevuto da re Filippo I, che le ha congelate e si prepara ad avviare le consultazioni con i leader dei partiti di maggioranza. Secondo i media belgi quella di De Wever è una mossa per uscire dallo stallo entro domani a mezzogiorno, termine ultimo per trovare un accordo sulla Manovra.

Crisi di governo in Belgio: dimissioni del premier, il re avvia le consultazioni
Bart De Wever e re Filippo I (Ansa).

Il governo De Wever era nato dopo otto mesi di stallo politico

Il governo De Wever, in carica dal 3 febbraio 2025, era nato dopo circa otto mesi di intensi negoziati seguiti alle elezioni federali del 9 giugno 2024, che hanno lasciato una Camera dei rappresentanti decisamente frammentata. L’accordo definito era stato raggiunto in extremis dopo varie proroghe concesse da Filippo I, a poche ore dall’ultimatum prima dell’indizione di nuove elezioni. La coalizione di centrodestra ‘Arizona’, così chiamata per i colori dei cinque partiti partecipanti, presenti anche sulla bandiera del suddetto Stato federato americano, è composta da Nuova Alleanza Fiamminga (di cui fa parte De Wever, ex sindaco di Anversa dal passato separatista), Movimento Riformatore, Vooruit, Cristiano-Democratici e Fiamminghi e Les Engagés: conta 81 seggi sui 150 della camera bassa del parlamento di Bruxelles.

Crisi di governo in Belgio: dimissioni del premier, il re avvia le consultazioni
Bart De Wever (Ansa).

Il re: «Il Belgio non può permettersi una crisi politica prolungata»

Il Belgio, che ha un deficit pari al 5 per cento e un debito che si aggira attorno al 110 per cento del prodotto interno lordo, è costretto a una severa procedura di rientro secondo le regole del Patto di stabilità. Ma il consiglio dei ministri non è riuscito a raggiungere un accordo né sul bilancio federale 2027, né sull’obiettivo di un risanamento da 10 miliardi di euro entro il 2029. A pesare, spiega la stampa belga, sono state soprattutto le divergenze tra i conservatori del Mouvement Réformateur e l’ala più di centro-sinistra, rappresentata da Les Engagés e Vooruit. «Re Filippo I si rammarica che non sia stato raggiunto alcun accordo su un bilancio credibile e adeguato alle sfide attuali. In un contesto caratterizzato da grande incertezza geopolitica e da notevoli difficoltà economiche, il Paese non può permettersi una crisi politica prolungata», si legge in un comunicato di Palazzo reale.

Quei dossier pro-Zangrillo e i calcoli di Montaruli: le pillole del giorno

Semplificare la vita dei cittadini è cosa buona e giusta, ci mancherebbe altro. Ma ha stupito più di un lettore l’attenzione che La Stampa ha dedicato all’argomento, con tanto di speciale ad hoc. Il 26 ottobre e ancora il 2 novembre, nelle pagine finali del quotidiano di Torino, ecco fiorire pezzi non firmati di approfondimento sulle «attese ridotte per i cittadini», sulla «svolta della burocrazia zero» e sull’ascolto dei territori per «riscrivere il futuro del Paese». Non poteva mancare la foto raggiante e molto istituzionale del ministro della Pa, Paolo Zangrillo, forzista che come Roberto Occhiuto e Alberto Cirio si sta facendo strada all’interno del partito, anche se ha smentito l’intenzione di sfidare Antonio Tajani. Pezzi e inchieste, dicevamo, che a qualcuno sono suonate come fanfara elettorale mirata.

Quei dossier pro-Zangrillo e i calcoli di Montaruli: le pillole del giorno
Quei dossier pro-Zangrillo e i calcoli di Montaruli: le pillole del giorno
Quei dossier pro-Zangrillo e i calcoli di Montaruli: le pillole del giorno

Una calcolatrice per Montaruli

Regalate una calcolatrice ad Augusta Montaruli. La vice-capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, commentando la maxioperazione della Polizia contro la criminalità giovanile, esulta per le «tonnellate di droga tolte dalle piazze di spaccio». Tonnellate? Secondo i dati diffusi dall’Ansa, sono stati sequestrati 69,4 chili di cocaina, 174,8 di cannabinoidi e 328 grammi di eroina. Totale: circa 245 chili, più modesti quantitativi di altre sostanze. Per arrivare anche soltanto a una tonnellata di sostanze stupefacenti mancano oltre 755 chili. Insomma, la droga sequestrata è tanta, ma a Montaruli è riuscito il miracolo di moltiplicarla…

Quei dossier pro-Zangrillo e i calcoli di Montaruli: le pillole del giorno
Augusta Montaruli (Imagoeconomica).

Identificate le vittime italiane dello scontro tra treni in Spagna

Sono state identificate le due vittime di nazionalità italiana dell’incidente ferroviario avvenuto nei pressi di Toledo, in cui sono morte almeno 69 persone. Come spiega l’Ansa, si tratta di Daniela Millan Parlanti, 40enne italo-venezuelana di Caracas, e dell’italo-argentina 32enne Ana Martina Conte Grand, originaria di San Juan, che viveva in Andalusia dal 2025: il fratello, che era con lei su uno dei due treni coinvolti, è rimasto ferito. Entrambe le vittime sono state identificate tramite impronte digitali e Dna.

Omicidio Pasolini, la procura di Roma apre una nuova indagine

La procura di Roma ha avviato un nuovo fascicolo di indagine sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto a Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. Il procedimento, affidato al sostituto Silvia Santucci, è stato aperto alla luce di un esposto depositato a piazzale Clodio le scorse settimane dall’avvocato Stefano Maccioni che in passato ha assistito uno dei cugini della vittima, Guido Mazzon, e ora è avvocato dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, del regista David Grieco e dello scrittore Giovanni Giovannetti. «La nuova istanza presentata nel mese di novembre 2025 e poi integrata nel mese di maggio 2026 si basa su nuovi elementi raccolti da questa difesa», ha spiegato Maccioni. «Confidiamo che la procura della Repubblica di Roma riesca finalmente a fornire quelle risposte che da troppi anni stiamo cercando e nel contempo invitiamo tutte quelle persone che fino a oggi hanno preferito tacere su ciò che sanno a farsi avanti e parlare». Nel 2016 e nel 2023 erano state presente istanze di riapertura delle indagini ma entrambe respinte dalla procura.

Il surreale video di Mamdani e Gualtieri per promuovere l’opera a New York

Il fine settembre il di New York Zohran Mamdani ha lanciato Opera For All, programma che mette a disposizione 70 mila biglietti gratuiti a stagione per il Metropolitan Opera House, da assegnare tramite estrazione ai residenti della Grande Mela che non acquistano ticket per il Met dal 2019. Per promuovere l’iniziativa, Mamdani ha adesso diffuso un surreale video che lo vede protagonista assieme al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.

La clip – di un minuto – si apre con Mamdani intento a intonare Bella Ciao e rapidamente interrotto da Gualtieri, che gli suggerisce di lasciare il canto all’opera. Successivamente, quando Mamdani sottolinea l’alto numero di biglietti gratuiti a disposizione, Gualtieri sfodera un «veni, vidi, free-ci» e poi spiega come gli antichi romani scrivessero 70 mila (LXX con una riga sopra). Mamdani successivamente evidenzia che l’iniziativa, proprio come Roma, «non è stata costruita in un giorno». Al secondo 45, Gualtieri annuncia che presto ci saranno importanti novità per i romani sull’opera. Tutto finito? Macché. «Aspetta sindaco», dice Mamdani in italiano al primo cittadino della Capitale che si avvia all’uscita: «Stai andando nella direzione sbagliata!». La risposta di Gualtieri: «Non ti preoccupare, tutte le strade portano all’opera». Sipario con un bel sorriso di un compiaciuto Mamdani.

La mossa di Lmdv: offerta per acquistare tutte le quote di Delfin

Leonardo Maria Del Vecchio è passato al contrattacco dopo la proposta – rifiutata – da 30 miliardi di euro) del magnate ceco Michal Strnad: Lmdv ha infatti proposto agli altri sette soci di Delfin di rilevare le loro quote con un’offerta interamente finanziata da un «primario istituto di credito internazionale».

LEGGI ANCHE: Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare

Lmdv: «È l’offerta più seria che io abbia mai fatto»

A renderlo noto è stato lo stesso Leonardo Maria Del Vecchio, tramite una lettera pubblicata sul QN (di cui è editore). «È l’offerta più seria che io abbia mai fatto», scrive il quartogenito del fondatore di EssilorLuxottica Leonardo Del Vecchio, che al momento ha in mano (come gli altri sette eredi) il 12,5 per cento della cassaforte di famiglia. «Da quando nostro padre è scomparso, ho sentito il peso di custodire ciò che ha costruito. Non sempre l’ho fatto nel modo giusto», prosegue Lmdv nella missiva, prodigo di ammissioni di colpa: «In questi anni ho cercato soluzioni diverse e talvolta ho scelto la strada dello scontro. Lo riconosco: ci sono stati errori, anche di tono, e non ne vado fiero».

La mossa di Lmdv: offerta per acquistare tutte le quote di Delfin
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

L’autocritica sul passato e lo stop ai contenziosi

«All’inizio ho cercato di dare stabilità, impegnandomi direttamente in EssilorLuxottica e difendendo l’assetto che si era costruito nelle ore successive alla sua morte. In seguito, ho provato a rafforzare quell’equilibrio acquistando le quote di chi era più lontano dalla gestione», continua Leonardo Maria Del Vecchio, evocando i dissidi tra gli eredi: «Quando ho capito che quella strada non portava da nessuna parte, ho fatto un passo indietro». E poi: «Negli ultimi mesi ho scelto un’altra direzione: ridurre i conflitti e riaprire il dialogo». Nella lettera, Lmdv conferma inoltre di aver «dato mandato di rinunciare alle azioni legali» promosse nei confronti di alcuni familiari: «Non è stato semplice, ma era necessario».

LEGGI ANCHE: Leonardo Maria Del Vecchio, il nepo baby sciroccato che fa rimpiangere Lapo Elkann

L’offerta recapitata agli altri sette soci Delfin

Così sull’offerta recapitata agli altri otto eredi di Leonardo Del Vecchio: «Ho proposto sia un acquisto totale e immediato delle quote, sia altre forme di acquisizione più diluite nel tempo, lasciando a ciascuno la libertà di scegliere». Sul piatto una proposta da circa 3,7 miliardi di euro a ciascun socio: l’operazione sarebbe sostenuta da un finanziamento da 22 miliardi di euro concesso dalla banca statunitense Citi. La cifra servirebbe in realtà ad acquistare sei quote, escludendo quella della madre Nicoletta Zampillo, e a portare Del Vecchio jr all’87,5 per cento del capitale di Delfin. Il piano richiede l’adesione di almeno cinque soci, che con Lmdv comporrebbero una maggioranza di sei su otto. «Il veicolo che acquisirà le quote avrà regole di governance rafforzate, fissate in uno statuto vincolante. Accanto a me siederanno in consiglio due persone con una lunga esperienza manageriale, finanziaria e legale che avranno pareri vincolanti sulle decisioni finanziarie più rilevanti. È la condizione perché questa proposta sia credibile per la mia famiglia, per i mercati e per le persone che lavorano nelle società che nostro padre ha fatto crescere», spiega poi l’imprenditore nella lettera al QN: proposto agli altri soci un incontro entro il 7 novembre, «tutti insieme o singolarmente, per presentare il progetto nel dettaglio».

Elezioni presidenziali in Bulgaria, la filorussa Yotova batte l’europeista Ghiurov

Le elezioni presidenziali in Bulgaria si sono concluse con la vittoria al ballottaggio, in larga misura annunciata, della capo di Stato uscente Yliana Yotova, che ha battuto lo sfidante europeista Andrei Ghiurov. Appoggiata dal premier Rumen Radev e dal suo partito Bulgaria progressista, Yotova ha ottenuto il 58,2 per cento dei voti, secondo la proiezione dell’agenzia demoscopica Miara. Ghiurov, sostenuto dai liberali di Bulgaria democratica con gli alleati del partito Continuiamo il cambiamento, si è invece fermato al 38,6 per cento. La percentuale restante di elettori ha invece scelto la casella “Non voto per nessuno”. Come al primo turno, l’affluenza alle urne è stata molto bassa. Poco più del 29 per cento degli aventi diritto aveva votato alle ore 19 locali, un’ora prima della chiusura dei seggi. La Bulgaria è una repubblica parlamentare e i poteri del capo dello Stato sono limitati e per lo più rappresentativi.

Chi è Yliana Yotova

Yotova, 62 anni, è una giornalista e attivista del Partito socialista bulgaro, eurodeputata dal 2007 al 2017, vicepresidente della Bulgaria dal 2017 allo scorso gennaio, quando ha sostituito Radev. Questi allora rassegnò le dimissioni per presentarsi alle elezioni politiche, tenutesi in aprile, a capo di un nuovo partito, promettendo una lotta senza quartiere alla corruzione e alla criminalità organizzata. Durante la campagna elettorale, Yotova non ha messo in discussione l’appartenenza della Bulgaria alla Ue e alla Nato, ma ha sottolineato che in politica estera bisogna essere pragmatici e che, per risolvere il conflitto in Ucraina bisogna «ricorrere alla diplomazia e non alle armi». In diverse occasioni ha definito la Russia «aggressore» precisando però che le sanzioni Ue contro Mosca sono controproducenti e che la questione va risolta sul tavolo delle trattative.

Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera

Ampio spazio sui media internazionali al trionfo di Kimi Antonelli nel mondiale di Formula 1, diventato a soli 20 anni il campione iridato più giovane della storia grazie al terzo posto nel Gran Premio del Messico. L’Équipe titola «L’avvento» e «Un gigante così giovane», definendo poi Antonelli «un eterno Peter Pan che possiede già i riflessi e la maturità di un campionissimo». Per Le Figaro questo Mondiale di F1 ha visto «l’incoronazione di un prodigio di precocità». Per la BBC la vittoria del pilota italiano è «un incredibile ventata di aria fresca per la Formula 1». La tedesca Bild, che lo incorona «re», nel racconto dei festeggiamenti in Messico scrive di «lacrime, champagne, tequila», esaltando poi anche la vittoria nel campionato piloti della Mercedes. Il Frankfurter Allgemeine, mettendo l’accento sulla precocità di Antonelli, lo definisce «campione bambino».

Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera
Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera
Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera
Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera
Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera
Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera
Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera
Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera
Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera
Antonelli campione del mondo di F1: i titoli della stampa estera

«Il bambino che si addormentava sulle piste ha realizzato il suo sogno»: è questa l’immagine scelta da Marca per celebrare la vittoria di Antonelli: «Bravissimo Kimi», titola poi in italiano il giornale sportivo spagnolo. Anche il Mundo Deportivo applaude al successo del «re più giovane».

Famiglia nel bosco, mamma Catherine docente di Intelligenza naturale a Roma

Catherine Birmingham, la mamma della famiglia nel bosco, ha trovato lavoro come docente all’Istituto nazionale di pedagogia familiare a Roma. Come si apprende da alcuni quotidiani locali, collaborerà al corso di perfezionamento in Intelligenza naturale, trasmettendo la sua testimonianza ai frequentanti. Il contratto di collaborazione prevede un compenso di 60 euro lordi all’ora, come si evince dal documento con cui è stato finalizzato l’accordo. Questo prevede che Catherine prenda parte alle attività formative attraverso interventi di testimonianza esperienziale. Dovrà raccontare il proprio vissuto, metterlo a disposizione dei corsisti e confrontarsi con loro nell’ambito di un percorso che esplora le diverse dimensioni dell’intelligenza umana. La disponibilità di nuove entrate economiche potrebbe sbloccare il progetto edilizio della “casa ecologica“, considerato uno dei requisiti fondamentali per il ricongiungimento familiare. I suoi tre figli sono ancora ospitati in una struttura a Vasto dove stanno continuando il loro percorso di graduale ricongiungimento, così come disposto dal Tribunale per i minorenni.

Vi resta qualche crisantemo? Ecco le tombe su cui deporlo

Non sapete dove mettere quei due o tre crisantemi che vi avanzano dopo la tradizionale visita al cimitero a trovare i vostri cari trapassati? La soluzione più saggia, con quel che costano, è rivenderli sul posto ad altri dolenti. La più generosa, deporli sulle tombe ancora fresche di alcuni illustri scomparsi alla cui perdita abbiamo dovuto rassegnarci. Ecco qualche suggerimento.

Vi resta qualche crisantemo? Ecco le tombe su cui deporlo
Un cimitero (foto di Rodion Kutsaiev via Unsplash).

RIP diritto internazionale

Tutti abbiamo avuto una nonna o un’anziana zia autorevole e amante della concordia familiare, davanti alla quale ci vergognavamo di spintonare il cuginetto piccolo o di scofanarci da soli tutte le pastarelle per la festa della mamma. Bastava il suo «non si fa!» a scoraggiarci, o almeno a negare le marachelle più gravi. Finché un giorno alcuni nipoti gradassi si sono rotti le scatole e l’hanno scaraventata giù per le scale con la sedia a rotelle, stile Goodfellas. Per quanto giudicassimo la povera vecchietta ingenua, pedante e alla fin fine ininfluente, da quando non c’è più lei a bandire la legge della giungla, la famiglia si è sfasciata e al cenone di Natale è meglio nascondere i coltelli. Se ogni tanto ci tocca rimpiangere quella benintenzionata parente, quest’anno non potremo esimerci dal portare un fiore e una prece anche sulla tomba del suo equivalente politico, il diritto internazionale, calpestato a morte dagli stivali di Putin, dai mocassini fetish di Donald Trump e dalle scarpe di Benjamin Netanyahu (magari quelle al cioccolato che nel 2018 il premier israeliano fece servire come bizzarro dessert all’omologo nipponico Shinzo Abe, provocando un clamoroso incidente diplomatico: in Giappone le scarpe sono considerate oggetti disgustosi e nauseanti, più o meno come lo scopino del wc per noi, o gli attivisti della Global Sumud Flotilla per la destra israeliana).

Vi resta qualche crisantemo? Ecco le tombe su cui deporlo
Vi resta qualche crisantemo? Ecco le tombe su cui deporlo
Vi resta qualche crisantemo? Ecco le tombe su cui deporlo

RIP contratto sociale

A dire il vero, l’entità teorizzata da Jean-Jacques Rousseau è morta da un pezzo: la sentenza capitale l’aveva pronunciata ben 40 anni fa Margaret Thatcher col suo «non esiste la società, esistono gli individui».

Vi resta qualche crisantemo? Ecco le tombe su cui deporlo
Margaret Thatcher (Ansa).

In seguito i governi, come nipoti inetti e disonesti che occultano nel congelatore il cadavere del prozio per continuare a percepirne la pensione, hanno fatto finta che il contratto sociale fosse ancora vivo e vegeto, in modo da convincere il popolo a starsene buono, a non girare armato e soprattutto a pagare regolarmente tasse sempre più alte. In cambio lo Stato, più suadente del Battiato de La cura, prometteva ai cittadini di superare le correnti gravitazionali e di guarirli da tutte le malattie, perché erano esseri speciali e lui avrebbe avuto cura di loro. Dai e dai, la truffa è venuta a galla, e le manifestazioni dei giovani che infiammano Milano, Parigi, Tirana e Nuova Delhi in realtà sono disperati cortei funebri per un patto sociale irrecuperabilmente decomposto, anche perché oggi gli Stati, più che il welfare, preferiscono finanziare il warfare. Gli under-30 possono sempre sperare nel contratto social: se sbancano su TikTok e su Instagram qualche soldo lo portano a casa.

Vi resta qualche crisantemo? Ecco le tombe su cui deporlo
Manifestazione degli studenti francesi (Ansa).

RIP woke

Il terrore che il woke, alias politicamente corretto, torni dall’aldilà con le sue irricevibili pretese di rendere la cultura occidentale un po’ meno androcentrica, omofoba, razzista e abilista continua a perseguitare l’opinione pubblica, malgrado i contriti autodafè arrivati perfino da paladine della prima ora come Alexandria Ocasio-Cortez e Chiara Valerio. Del resto “woke” significa “desto e vigile“, condizioni antitetiche all’eterno riposo, e così gli anti-woke invocano pallottole d’argento e paletti di frassino (possibilmente falliformi) per prevenire il risveglio dell’odiato spettro dell’inclusione. I pochi sostenitori rimasti sono entrati in clandestinità, e per prevenire vandalismi e tentativi di profanazione da parte dei fan di Cruciani e del generale Vannacci, hanno tumulato il politicamente corretto in una catacomba segreta, rintracciabile solo seguendo simboli esoterici incisi sui muri: lo schwa, l’asterisco, l‘arcobaleno. Chi nonostante tutto si sente orfano del woke e vuole rendergli un omaggio postumo, tenga presente che il 2 novembre inclusivo si chiama Dead Pride e celebra tutte le identità della sfaccettata community dei non-vivi: defunti, defunte, bidefunti, transdefunti e interdefunti.

Vi resta qualche crisantemo? Ecco le tombe su cui deporlo
Alexandria Ocasio-Cortez (Ansa).

L’impresa di Kimi Antonelli vista dalla politica: da Meloni a Schlein

Andrea Kimi Antonelli è campione del mondo di Formula 1. Il pilota della Mercedes ha conquistato matematicamente il titolo 2026 con il terzo posto nel Gran Premio del Messico. Una doppia soddisfazione: a soli 20 anni, il bolognese è il più giovane campione del mondo della storia della F1 («Der Bambino-Champion», titola non a caso la tedesca Faz) ed è riuscito a riportare il titolo in Italia dopo 73 (l’ultimo azzurro era stato Alberto Ascari nel 1953. Prima di lui c’era riuscito solo Giuseppe Farina nel 1950). L’impresa è stata ovviamente celebrata anche dalla politica, a partire da Giorgia Meloni. «Un successo che riporta un pilota italiano sul tetto del mondo,
premiando talento, impegno, determinazione e dedizione», ha commentato la premier sui social. «Un motivo di grande orgoglio per la nostra Nazione».

«Kimi Antonelli campione del mondo!», twitta il presidente della Camera Lorenzo Fontana. «Il più giovane nella storia della Formula 1. Dopo 73 anni un pilota italiano torna a conquistare il titolo mondiale. Un’impresa straordinaria, un orgoglio per tutto il Paese. Congratulazioni».

Giubilo anche per il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Kimi Antonelli a soli 20 anni diventa il più giovane campione del mondo nella storia della Formula 1. Il primo nato negli anni 2000. Un italiano vince il titolo mondiale dopo 73 anni. Sei un fenomeno Kimi tutta l’Italia è orgogliosa di te».

Immancabile l’altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini. «Immenso Kimi, orgoglio italiano! Un’emozione straordinaria! A soli 20 anni, Andrea Kimi Antonelli scrive la storia della Formula 1: il più giovane campione del mondo di sempre, che riporta il titolo iridato in Italia dopo 73 anni. Grazie Kimi, sei nella storia».

Il trionfo di Antonelli riesce a mettere d’accordo anche il campo largo, con i complimenti social di Elly Schlein e Giuseppe Conte.  «Kimi Antonelli oggi scrive due volte la storia della Formula 1», commenta la segretaria del Pd. «A soli 20 anni è il più giovane campione del mondo di sempre e il primo pilota italiano a conquistare il titolo dopo 73 anni. Congratulazioni, Kimi!».

«Dopo 73 anni un italiano sul tetto del mondo della Formula 1! Immenso Kimi Antonelli», gli fa eco il presidente del M5s.

Interviene anche il ministro della Pa, Paolo Zangrillo. «Ci sono imprese sportive che vanno oltre una vittoria e diventano patrimonio di un intero Paese. Quella di Kimi Antonelli è una di queste. A soli 20 anni, questo straordinario talento italiano entra nell’Olimpo dei grandi dello sport, scrivendo una pagina indimenticabile della nostra storia», sottolinea il forzista. «Dopo 73 anni, dal lontano 1953 in cui Alberto Ascari conquistò il suo secondo titolo mondiale, il Tricolore di un pilota torna sul tetto della Formula 1. Un’attesa lunghissima, interrotta dal talento e dalla determinazione di un ragazzo che ha saputo trasformare un sogno in realtà». E, ancora: «Come tutti i grandi campioni, Kimi ci ricorda che nessun traguardo è irraggiungibile quando il talento incontra il sacrificio e la dedizione. La sua impresa è un messaggio straordinario per le giovani generazioni: credere nelle proprie capacità, non arrendersi davanti alle difficoltà e avere il coraggio di inseguire i propri sogni. Oggi festeggiamo un campione del mondo, ma soprattutto un giovane italiano che ha dimostrato al mondo intero di cosa e’ capace il nostro Paese. Grazie Kimi, hai fatto la storia!».

Festeggia comprensibilmente anche il ministro dello Sport, Andrea Abodi. «Con lui l’Italia è ancora una volta al centro del mondo!! Il più giovane campione iridato, a vent’anni è italiano, dopo 73 anni dall’ultima vittoria tricolore del Campionato F1 di Alberto Ascari. La vittoria finale di Kimi lascerà un segno indelebile nella memoria di tutti noi, grazie a un talento cristallino, a una feroce determinazione, a una genuina semplicità, tipica dei grandi campioni. Kimi è la conferma che in Italia, nello sport e non solo, abbiamo giovani di straordinario valore: dobbiamo saperli riconoscere, accompagnare e sostenere, creando le condizioni perché possano esprimere tutto il loro valore».

«La Formula 1», aggiunge, «ci insegna che per vincere un Gran premio e ancor di più il Mondiale non basti la velocità: bisogna saper scegliere le traiettorie giuste, affrontare al meglio le curve più difficili, trovare un equilibrio tra coraggio e incoscienza, saper ‘ascoltare’ la macchina, dialogare con il team e ispirare la telemetria. A lui, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno contribuito a questa straordinaria impresa vanno le mie congratulazioni e il mio grazie: grazie Kimi, adorabile ragazzo italiano, vincente».

Fandom e politica: i fan possono diventare una macchina elettorale?

Fin dai tempi di Aristotele, la politica conosce molto bene l’utilità delle passioni. Suscitarle, indirizzarle, trasformarle in azione collettiva è una parte essenziale del mestiere. Ogni epoca ha avuto luoghi e strumenti per farlo: le piazze, i giornali, le sezioni di partito, la televisione, i social. Oggi una parte di questo lavoro si svolge dentro comunità apparentemente lontane dalla politica, dove si discute di dischi e concerti, canzoni e classifiche. Comunità che hanno imparato a organizzarsi intorno a una passione – l’essere “fan” di qualcuno, soprattutto cantanti – e possono decidere di mettere quell’organizzazione, e il suo enorme potenziale di mobilitazione, al servizio di qualcosa d’altro.

Fandom e politica: i fan possono diventare una macchina elettorale?
Un concerto (foto di Nainoa Shiruzu via Unsplash).

La mobilitazione dei fandom in Brasile

È successo nelle ultime settimane in Brasile, dove, come ha raccontato il Guardian, oltre 600 gruppi di fan –  da quelli per Billie Eilish, a Lady Gaga, da Demi Lovato a Harry Styles, Katy Perry, Selena Gomez, ma anche star locali come Anitta, Marina Sena e Ludmillasi – sono mobilitati a sostegno di Lula. Pagine nate per seguire le attività di cantanti e gruppi musicali hanno offerto i propri canali alla campagna elettorale del presidente rieletto. In diversi casi senza che gli artisti avessero chiesto, o indicato, alla loro ‘base’ di fare alcunché. La circostanza merita attenzione: siamo abituati a domandarci quanti voti possa spostare una celebrità (ne parleremo più avanti), mentre forse il vero potenziale politico risiede nell’autonomia e nella capacità di coordinazione del suo pubblico.

Fandom e politica: i fan possono diventare una macchina elettorale?
Supporter di Lula (Ansa).

Attività e competenze offerte gratis

Un fandom, in fondo, è anche una sorta di agenzia di comunicazione e propaganda con una efficiente divisione del lavoro. Per sostenere un artista occorre infatti coordinare persone che non si conoscono, distribuire incarichi, rispettare scadenze, mantenere l’entusiasmo anche quando il risultato (spesso misurato sulla base del riconoscimento dell’oggetto dell’adorazione) tarda ad arrivare. All’interno di un fandom si trovano così persone che, per pura passione, passano le giornate a tradurre testi e interviste, preparare foto e video, analizzare i numeri e l’andamento dei contenuti di maggiore successo. Attività che accomunano la routine di un fandom a quelle di una campagna elettorale e competenze che, nel caso dei fandom, vengono spesso esercitate gratuitamente.

Una questione di fiducia

Ma il capitale più prezioso di cui dispongono queste comunità è la fiducia. Un messaggio politico pubblicato dalla pagina fan del proprio artista preferito si inserisce in una relazione già esistente con chi lo riceve, che ne conosce il linguaggio e le battute. Spesso conosce persino gli amministratori che animano la comunità. Per una campagna elettorale una simile familiarità è una risorsa dal valore inestimabile, superiore a decine di generiche pubblicità. Un fandom può infatti offrire un accesso privilegiato a persone che ignorerebbero il messaggio se arrivasse direttamente da un partito.

I casi di Taylor Swift e Bruce Springsteen

Naturalmente il giochino non funziona sempre. Taylor Swift e Bruce Springsteen hanno sostenuto Kamala Harris contro Donald Trump nel 2024, senza contare gli endorsement della maggior parte delle star hollywoodiane da sempre su posizioni dem. Il Boss si è persino esibito durante la campagna ad Atlanta. La democratica Harris ha comunque perso. Il che dovrebbe smontare la convinzione che le oceaniche platee dei tour si traducano direttamente in voti. Non dimostra, tuttavia, che il contributo sia stato nullo: per stabilirlo bisognerebbe sapere con assoluta precisione come, e se, avrebbero votato i fan delle due star in assenza di quegli appoggi. Una sconfitta misura l’esito complessivo di una campagna, non l’efficacia di ogni singolo ingrediente.

L’appartenenza culturale si può scontrare con altri interessi

La sconfitta di Harris nonostante gli endorsement di di Swift e Springsteen ci ricorda tuttavia che esiste una differenza sostanziale tra le due forme di partecipazione: lo show e la politica. Non è solo una differenza psicologica ma sistemica. Una classifica di ascolti premia la ripetizione: si può ascoltare una canzone mille volte, cliccare su un contenuto, moltiplicarne la circolazione. La passione (a volte maniacale) lascia un segno tangibile sui dati. Un’elezione invece assegna un voto a ogni elettore. L’intensità dell’entusiasmo dei fan non viene registrata. In questo caso la passione incontra quindi un limite strutturale. Inoltre, si può amare una cantante e dissentire dalle sue idee (Matteo Salvini e la destra che cantano De Andrè e Guccini sono lì a ricordarlo, con annesse polemiche), oppure condividere quelle idee senza considerarle decisive quando si entra nella cabina elettorale. L’appartenenza culturale, o passionale, a una comunità di fan incontra altre appartenenze, o altre logiche di interessi, che possono prevalere.

Fandom e politica: i fan possono diventare una macchina elettorale?
Kamala Harris, Taylor Swift e Donald Trump (Ansa).

I sospetti di appropriazione indebita

Il problema peraltro si presenta anche nella direzione opposta: quanto può cambiare una comunità prima di perdere di vista le ragioni che la tenevano insieme? Chi segue una pagina per sapere quando uscirà un disco non ha necessariamente accettato di partecipare a una campagna elettorale. Gli amministratori possono considerare naturale un certo endorsement, vederlo come una scelta politica coerente con i valori dell’artista. Una parte dei fan può invece viverla come un’appropriazione indebita di uno spazio comune e soprattutto apolitico. La fiducia che rende un fandom interessante per la politica è insomma anche ciò che la politicizzazione rischia di compromettere: per mobilitare una comunità, la politica deve prima conquistarsi il diritto di entrarci.

Flop clamorosi e successi inattesi, l’inspiegabile stagione autunnale al cinema

Per fortuna nessuno ha ancora capito bene gli ingredienti di un successo al cinema. È una magia che a volte avviene e altre no. E non c’è nulla di più inutile di ascoltare quelli che, ma solo ex post, sciorinano la ricetta magica. Nella stagione autunnale 2026, in effetti, i casi di flop clamorosi e successi insperati sono diversi. E allo stesso modo inspiegabili.

The social reckoning, gli ingredienti per funzionare c’erano tutti

The social reckoning, cioè quello che veniva presentato come sequel di The social network, aveva tutti i crismi per sfondare al botteghino: critica feroce al mondo delle piattaforme e al potere dell’algoritmo; un regista famoso e di culto come Aaron Sorkin (che, peraltro, aveva sceneggiato proprio The social network); cast formato dalle stelle giuste della nuova Hollywood, ossia Jeremy Allen White (quello della serie The Bear, il novello Sean Penn del cinema americano), Mikey Madison (l’attrice di Anora, premio Oscar 2025), Jeremy Strong (già visto in Succession e The Apprentice – Alle origini di Trump).

Eppure: uscito in Italia l’8 ottobre, con una notevole promozione un po’ ovunque, il film da noi ha incassato 286 mila euro, una miseria. Nel mondo il box office è arrivato a malapena a 17 milioni di dollari complessivi, nonostante la sola produzione della pellicola fosse costata 40 milioni, a cui poi bisogna sempre aggiungere i costi di marketing e promozione.

Iñárritu voleva regalare a Tom Cruise l’Oscar, e invece…

Qualcosa di analogo è accaduto a Digger, diretto dal messicano Alejandro González Iñárritu e interpretato da Tom Cruise. Arrivato nelle sale il primo ottobre, doveva essere il film che finalmente avrebbe portato l’attore di Top Gun ad aggiudicarsi un Oscar. Ed era stato scelto Iñárritu proprio perché in passato aveva sfornato capolavori come 21 grammi, Babel, Birdman e Revenant: il regista era stato premiato con Oscar a raffica e aveva anche rotto l’incantesimo che non portava mai la statuetta a Leonardo DiCaprio, facendogliela invece vincere con Revenant.

Al pubblico, però, il mix di Digger non è piaciuto molto: 1,6 milioni di euro al box office in Italia, 17,8 milioni di dollari negli Stati Uniti, 28,8 milioni nel resto del mondo. Insomma, poco più di 46 milioni di dollari per un film costato circa 300 milioni tra produzione e promozione. Nessuno probabilmente voleva vedere Tom Cruise conciato così, e in pochi avevano voglia di un film grottesco e di denuncia della società capitalista occidentale.

A chi interessa L’assurda storia della Gialappa’s Band?

Più di recente, venendo alla industry italiana, ecco il documentario L’assurda storia della Gialappa’s Band: pure qui gli ingredienti sembravano perfetti, con la regia di Walter Veltroni, intervistato ovunque, soggetti popolari come i tre della Gialappa’s (pure loro ospitati dappertutto), gran tappeto rosso e battage alla Festa del cinema di Roma, distribuzione Medusa film in 300 sale. E invece: dopo il debutto al cinema il 22 ottobre, nel primo fine settimana, fino cioè a domenica 25, ha incassato appena 80 mila euro. Gli esercenti, perciò, lo hanno liquidato abbastanza velocemente, con un flop colossale al botteghino.

Lo stesso è successo a La città dei vivi, il film tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia sull’omicidio di Luca Varani. La pellicola, presentata in pompa magna alla Mostra del cinema di Venezia, con interviste a ripetizione a Valerio Mastandrea, è poi arrivata in sala il primo ottobre, incassando appena 350 mila euro.

Eppure c’è chi, senza promozioni, ha sbancato

Al contrario, ecco documentari e film che quasi per caso, e senza particolari promozioni, sono entrati nel famoso circuito del passaparola, diventando dei benchmark al botteghino: per esempio Je so’ pazzo, opera biografica su Pino Daniele, uscita in sala il 15 ottobre e già arrivata a 3,2 milioni di euro al box office.

Ancor più incredibili i risultati del documentario Naza, premiato a Venezia e poi esploso dal 28 settembre nelle sale, con oltre 5,3 milioni di euro di incassi.

E infine L’estranea, grazie soprattutto alla candidatura per l’Italia alla corsa degli Oscar 2027, sta arrivando a 3 milioni di euro al botteghino. È in sala dall’8 ottobre. La ricetta magica? Rassegnatevi, non esiste.

Webuild acquista un ulteriore 4,68 per cento di Trevi e sale al 34,58 per cento

Nel contesto dell’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria sulle azioni ordinarie di Trevi promossa da Webuild, quest’ultima ha comunicato di aver eseguito, per il tramite del proprio advisor finanziario Intermonte Sim, le operazioni di acquisto di un ulteriore 4,68 per cento della società, arrivando a possedere una partecipazione complessiva in Trevi pari al 34,58 per cento del capitale. Circostanza che comporta l’obbligo, in capo a Webuild, di promuovere un’offerta pubblica di acquisto sulla totalità delle azioni Trevi non già possedute, con conseguente conversione dell’offerta da volontaria in obbligatoria. L’offerta ha per oggetto 42.902.452 azioni ordinarie di Trevi, pari al 65,42 per cento del capitale e corrispondenti alla totalità delle azioni dell’emittente, dedotte le 22.675.764 azioni già possedute dall’offerente. Il corrispettivo è pari a 5,165 euro per ciascuna azione oggetto dell’offerta portata in adesione e sarà versato interamente in denaro alla data di pagamento, prevista per il 27 novembre 2026. Il periodo di adesione avrà termine alle ore 17.30 del 20 novembre 2026. Webuild ha ribatio l’intenzione di acquisire l’intero capitale di Trevi e di realizzare i programmi industriali e strategici ipotizzati per la crescita del Gruppo Trevi e del Gruppo Webuild.