Il Comitato di redazione del Corriere della Sera non ci sta e critica la lunga intervista a Urbano Cairo firmata da Fabrizio Roncone e pubblicata il 2 agosto sulle pagine (sì, due) del quotidiano.
L’intervista a Urbano Cairo sul Corriere.
«Questo Cdr ritiene inopportuna la scelta di dedicare uno spazio così ampio, ben due pagine, a un’intervista all’editore (per quanto ben scritta), editore che da tre giorni consecutivi è in prima pagina sul Corriere», si legge nella nota. «Scelte di questo genere comportano un rischio concreto: renderci autoreferenziali e trasmettere ai lettori un’immagine di scarsa indipendenza della testata». E, ancora: «Ci sembra ulteriormente grave il riferimento allo sciopero dei giornalisti del 2023. Un’azione sindacale forte, certo, ma decisa dall’assemblea di redazione in modo compatto e soprattutto in risposta alla chiusura totale dell’azienda sulle vertenze aperte. Il tutto in anni in cui Rcs vantava bilanci più che positivi». Per i rappresentanti dei giornalisti è grave anche il tempismo dell’intervista visto che venerdì l’azienda aveva annunciato, a partire dal 5 agosto, l’aumento di 20 centesimi del prezzo del quotidiano. «I nostri lettori, a cui viene richiesto questo ulteriore sacrificio, meritano pagine di notizie, quelle che hanno reso unico il Corriere della Sera», conclude il Cdr. Chissà se anche i colleghi della Gazzetta dello Sport li seguiranno, visto l’intervento di Cairo nelle vesti di presidente del Torino sulla Rosea di lunedì con tanto di didascalia «numero uno»…
L’intervento di Urbano Cairo sulla Gazzetta dello Sport del 3 agosto.
Amazon, grazie a un rialzo del 5,6 per cento all’inizio delle contrattazioni a Wall Street, ha superato per la prima volta nella sua storia i 3 mila miliardi di dollari di capitalizzazione, unendosi così alla ristretta cerchia di colossi della Borsa capaci di superare tale soglia: Nvidia, Alphabet, Microsoft e Apple. Dopo aver raggiunto per la prima volta una valutazione di 2 mila miliardi di dollari a giugno del 2024, Amazon ha impiegato poco più di due anni per superare questa nuova soglia. E lo ha fatto al termine di alcuni mesi caratterizzati soprattutto da vendite, dovute allo scetticismo riguardante le società che avevano annunciato investimenti miliardari nell’intelligenza artificiale. Il titolo aveva perso quasi il 18 per cento tra il massimo storico registrato il 6 maggio e il minimo trimestrale toccato a luglio. Poi una nuova accelerata, grazie a un’ondata di rinnovato ottimismo sull’IA, che ha spinto i titoli tecnologici a nuovi massimi.
Qualche giorno fa, il Foglio ha proposto una lettura suggestiva dello scenario che si prospetta in vista delle prossime elezioni comunali a Bologna: Giorgia Meloni starebbe valutando di appoggiare Elisabetta Gualmini, europarlamentare ex Pd, oggi in Azione, come candidata sindaco di Bologna per colpire Elly Schleinnel cuore della sua città, la roccaforte rossa per eccellenza. Una mossa di alta politica nazionale travestita da competizione locale. Ma per capire come il centrodestra spera di far perdere il Pd a Bologna bisogna guardare meno alla candidatura in sé e più alla geometria politica che potrebbe sostenerla.
Elisabetta Gualmini con Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Perché Bologna, perché ora
Il contesto bolognese offre condizioni quasi ideali per questo disegno. Matteo Lepore è una figura politicamente indebolita: i sondaggi lo danno in difficoltà, e alcune sue uscite pubbliche recenti sono state viste con un certo scetticismo da più di un osservatore. Gli scontri del 19 luglio, seguiti al presidio convocato dallo stesso sindaco per chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia, hanno offerto al centrodestra nazionale un assist di proporzioni inattese, alimentando la narrazione sull’amministrazione uscente come inadeguata e nemica delle forze dell’ordine. In questo contesto, non è passata inosservata la presa di distanza di Gualmini: l’ex europarlamentare, uscita dal Pd a febbraio per divergenze ritenute insanabili con la linea di Schlein, ha descritto con toni durissimi quanto visto quella sera a Bologna. Una dichiarazione che la colloca plasticamente in posizione di discontinuità rispetto all’amministrazione uscente, esattamente il profilo necessario per intercettare quell’elettorato moderato che potrebbe fare la differenza al ballottaggio.
Matteo Lepore (Imagoeconomica).
La geometria dello schema
Elemento fondamentale di questa strategia risiede nel “come” arrivare a sostenere Gualmini. L’idea che circola in alcune stanze del centrodestra bolognese sarebbe apparentemente paradossale: sostenerla, senza sostenerla. Ovvero, marciare divisi, ognuno per sé, con candidature autonome, per favorirne l’ascesa al ballottaggio. Nel quale, a quel punto, contro Lepore, non servirebbe nemmeno un appoggio esplicito: gli elettori di centrodestra si mobiliterebbero in ogni caso. La divisione delle forze di centrodestra non sarebbe quindi un segno di disorganizzazione, ma una scelta tattica. Si dice che qualcuno in Forza Italia starebbe valutando un appoggio più o meno formale a Gualmini, mentre FdI e Lega correrebbero con candidature di bandiera separate. L’obiettivo non sarebbe massimizzare il voto di coalizione al primo turno, ma favorire l’arrivo di Gualmini al ballottaggio senza che un apparentamento esplicito ne comprometta la credibilità presso gli elettori più centristi: l’ex eurodeputata Pd infatti sarebbe competitiva solo se portasse con sé in questa corsa un pezzo di base dem. Al secondo turno, il voto di centrodestra confluirebbe su di lei in modo naturale, senza bisogno di accordi formali, senza simboli sul palco, senza la foto di rito con Meloni o con altri leader “compromettenti”. Lo schema, nei suoi elementi essenziali, è questo: rinunciare a una candidatura di bandiera realmente competitiva, convogliare le proprie energie su una candidata “terza” capace di arrivare al ballottaggio e sostenerla al secondo turno, ma senza dirlo troppo ad alta voce.
Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).
Il precedente veneziano
Una simile operazione fu sperimentata a Venezia per ben due volte. Nel 2005 il centrodestra, strutturalmente minoritario in città, favorì senza dirlo esplicitamente la candidatura di Massimo Cacciari contro il candidato di centrosinistra Felice Casson. Cacciari arrivò al ballottaggio e fu sostenuto senza apparentamento formale, per non “azzopparlo” con un abbraccio troppo visibile. Dieci anni dopo lo stesso schema fu riproposto con Luigi Brugnaro, imprenditore presentatosi con liste civiche e appoggiato ufficialmente dalla sola Forza Italia, mentre Lega e Fratelli d’Italia corsero con propri candidati al primo turno. In entrambi i casi bastò un orientamento del centrodestra sufficientemente chiaro per fare la differenza: prima vinse Cacciari, poi Brugnaro. Se Gualmini dovesse vincere, l’effetto, solo apparentemente collaterale, sul quadro nazionale sarebbe dirompente: una sconfitta di Schlein nella sua città simbolo, una crepa nell’egemonia della sinistra nel più progressista dei grandi centri urbani. Il centrodestra, con un realismo che potremmo definire machiavellico, non si candida a vincere Bologna con una propria candidatura. Si candida a far perdere la sinistra, che è cosa diversa e richiede una strategia diversa. Il modello veneziano ha già dimostrato per due volte che una simile operazione è possibile. Che possa funzionare anche a Bologna, tuttavia, rimane tutto da dimostrare.
Nel 2021 Capital One decise di chiudere oltre 300 conti riconducibili alla Trump Organization a seguito di una verifica antiriciclaggio riguardante l’azienda di famiglia del presidente Usa. Lo ha reso noto la banca d’affari statunitense, nel tentativo di far archiviare la causa intentata a marzo del 2025 dal Donald J. Trump Revocable Trust e da Eric Trump davanti a un tribunale della Florida, a cui si sono in seguito accodati anche DJT Holdings, DJT Holdings Managing Member e DTTM Operations, tutti convinti che Capital One avesse agito per motivi politici.
Donald Trump (Ansa).
La famiglia Trump sostiene che il debanking sia avvenuto per motivi politici
Le società legate a Trump avevano parlato di una decisione politicamente orientata da parte di Capital One, incompatibile con le norme invocate a tutela dei consumatori e contro le pratiche commerciali ingannevoli, sostenendo che il debanking era avvenuto a causa delle convinzioni woke dell’istituto e dal suo desiderio di trarre profitto dal clima politico successivo all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Capital One, invece, sostiene che la chiusura dei conti sia avvenuta dopo attente analisi affidate a professionisti dell’antiriciclaggio, nel rispetto delle procedure aziendali e delle indicazioni delle autorità di vigilanza.
Capital One non ha accusato di attività illegali la holding dei Trump
Si tratta della prima volta che una banca collega formalmente dei sospetti di riciclaggio all’azienda di famiglia di Trump. Ma, va sottolineato, Capital One non ha accusato la holding di alcuna attività illegale: semplicemente, la banca ha spiegato che alcuni schemi transazionali emersi dall’indagine erano rientrati tra quelli che le indicazioni federali sottopongono a particolare attenzione. Convinto che ciò non corrisponda a verità, ad agosto 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo secondo cui le decisioni delle banche devono poggiare su valutazioni individuali, oggettive e basate sul rischio, non sulle opinioni politiche o religiose dei clienti.
Il consiglio di amministrazione di Enav, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che opera come fornitore in esclusiva di servizi alla navigazione aerea civile nello spazio aereo di competenza italiana, ha attribuito all’amministratore delegato Igor De Biasio, nominato a maggio, anche la carica di direttore generale, appositamente istituita. Visto che l’operazione è coerente con la politica di remunerazione della di Enav, ricade nei casi di esclusione della disciplina sulle operazioni con parti correlate adottata dalla società in esecuzione del regolamento Consob (De Biasio non detiene quote dell’azienda). Al dirigente, che viene da tre anni come presidente di Terna, restano attribuiti nel complesso poteri e compensi in linea con l’assetto precedente.
Non si placano le tensioni tra Spagna e Italia dopo l’ondata migratoria che ha travolto Ceuta, con l’arrivo di oltre 70 mila persone a nuoto dal Marocco. Dopo la decisione di Roma di sospendere Schengen con Madrid e il successivo attacco del governo spagnolo, il ministro degli Esteri José Manuel Albares è tornato a tuonare contro il nostro Paese. «Ci sono stati governi che non sono stati all’altezza della situazione migranti, il governo italiano è stato uno di questi», ha detto in un’intervista in tv. «L’Italia è sommersa di migranti a Lampedusa ed è il Paese con il maggior numero di arrivi di irregolari in Europa. Non è capace di risolvere la situazione, come ha fatto invece la Spagna». Albares ha infatti sottolineato che, in breve tempo, quasi tutti i migranti che negli scorsi giorni hanno attraversato illegalmente la frontiera sono stati rimpatriati in Marocco. Il ministro iberico ha anche evidenziato come Ceuta e Melilla «non sono mai state minacce per lo spazio Schengen», mentre lo sono stati «altri spazi europei e la Spagna è sempre stata solidale». Come Lampedusa: «Piacerebbe all’Italia risolvere la situazione lì. Sono arrivati negli anni talmente tanti migranti al punto che la Spagna ha dovuto accoglierne una parte».
La replica del Viminale: «Con Meloni crollati gli sbarchi»
Non si è fatta attendere la risposta del Viminale, il quale dichiara che dall’inizio dell’anno gli sbarchi irregolari in Italia siano diminuiti del 55 per cento rispetto al 2025 e di circa l’82 per cento rispetto al 2023. Quanto alla «presunta invasione» di Lampedusa, il ministero dell’Interno sottolinea che sull’isola si trovano attualmente 98 migranti e che «da tempo non si vive nessuna situazione di emergenza».
Neya, società benefit del Gruppo Mundys per il contrasto al cambiamento climatico, avvia la seconda fase del progetto Ma Honko in Madagascar, dedicata al ripristino delle mangrovie lungo le coste del Paese. Obiettivo della società è ripristinare ecosistemi degradati, migliorare la biodiversità e rimuovere anidride carbonica dall’atmosfera, coinvolgendo le comunità locali. Dopo il lancio della prima fase a dicembre 2025, il progetto entra ora in una nuova fase di sviluppo che porterà l’area di intervento da 500 ettari – dove sono state avviate attività di riforestazione di aree costiere degradate con mangrovie nelle regioni di Sofia e Melaky – a oltre 2.400 ettari, estendendo il progetto al Nord del Madagascar.
Si stima una rimozione di oltre 750 mila tonnellate di CO₂ in 20 anni
Le mangrovie, tra gli ecosistemi più efficaci nella cattura e nello stoccaggio del carbonio, trattengono significative quantità di CO₂ nella biomassa e nei suoli costieri. L’ampliamento a 2.400 ettari, l’equivalente di 3.300 campi di calcio, consentirà di incrementare la capacità di assorbimento e stoccaggio del carbonio delle aree interessate, con una rimozione totale stimata di circa 755 mila tonnellate di CO₂ nell’arco di 20 anni. Accanto agli impatti climatici, Ma Honko favorisce la protezione delle coste dall’erosione, sostiene la conservazione degli habitat naturali e crea opportunità economiche per le comunità coinvolte attraverso attività di vivaio, piantumazione, pesca e apicoltura. Dalla nascita di Neya, nell’ambito della prima fase del progetto, sono già stati ripristinati 272 ettari, pari a oltre il 54 per cento dell’obiettivo iniziale, attraverso la messa a dimora di mangrovie nelle regioni di Sofia e Melaky. A supporto delle attività di riforestazione sono stati realizzati 847 vivai e piantate quasi 1,8 milioni di piante. Gli interventi seguono una metodologia basata sui cicli di marea, che consente alle giovani piante di beneficiare di un’irrigazione naturale, favorendone l’attecchimento e la crescita.
Il progetto contribuisce agli obiettivi del Climate action plan del Gruppo…
Il progetto integra agli obiettivi climatici, una forte componente di tutela della biodiversità. Le attività di monitoraggio hanno infatti confermato la presenza, nell’area, di specie endemiche e minacciate, tra cui l’ibis sacro malgascio e l’airone del Madagascar, entrambe classificate come “in pericolo” nella Lista rossa Iucn (International union for conservation of nature). Realizzato in collaborazione con partner locali, il piano di ripristino è sviluppato secondo i requisiti dello standard internazionale Gold standard. I benefici ambientali generati dall’iniziativa si inseriscono nel percorso di decarbonizzazione e nella strategia di sostenibilità del Gruppo Mundys. In questo contesto, il progetto contribuisce agli obiettivi del Climate action plan del Gruppo, tra i primi adottati nel settore delle infrastrutture di trasporto, che promuove la transizione energetica e la progressiva decarbonizzazione delle attività lungo l’intera catena del valore, con il traguardo della rimozione delle emissioni nette dirette (Scope 1 e 2) entro il 2040.
… e sostiene le comunità locali
In continuità con la prima fase, il progetto prevede il reinvestimento di parte dei benefici economici sul territorio a sostegno delle comunità locali. Le attività coinvolgono personale e lavoratori provenienti dalle aree interessate, contribuendo alla creazione di competenze e opportunità di reddito. Le attività di riforestazione proseguiranno per tutto il 2026 e 2027, con nuove piantumazioni previste nel corso dell’anno compatibilmente con le condizioni stagionali e climatiche locali, fino al completamento delle aree interessate dalla nuova fase di sviluppo del progetto.
I telegiornali italiani continuano a muoversi poco. O almeno così sembrerebbe. Il tempo complessivamente dedicato dagli italiani ai notiziari della sera passa infatti da 276 a 279 milioni di ore nel primo trimestre del 2026: un incremento minimo, quasi fisiologico. Ma dietro questa apparente immobilità, i dati Agcom raccontano una geografia degli ascolti meno scontata. Al vertice cambia poco. Il Tg1 delle 20 resta il leader incontrastato con quasi 4,8 milioni di spettatori e una lieve crescita (+0,8 per cento), mentre il Tg5 consolida il secondo posto con 3,7 milioni e un modesto +0,5 per cento. Più complicata la situazione della TgR, che pur mantenendo il terzo gradino del podio con 2,3 milioni di telespettatori perde il 4 per cento, e del Tg3, fermo a un incremento assai esiguo (+0,6 per cento). La sorpresa arriva invece dal Tg2. L’edizione serale cresce del 17,1 per cento, il dato più brillante tra tutti i grandi telegiornali nazionali. Non è un semplice rimbalzo statistico: è l’unico vero cambio di passo in un mercato dove tutti gli altri si muovono di pochi decimali o arretrano. Anche Tg La7 continua la sua lenta ma costante progressione (+0,7 per cento), confermando la fedeltà del proprio pubblico.
Antonio Preziosi (foto Imagoeconomica).
Interessante anche il confronto con gli altri notiziari del gruppo Mediaset. Studio Aperto delle 18.30 sale del 17 per cento, mentre il Tg4 delle 19 cresce del 18,6 per cento, segno che l’area dell’informazione “non di punta” sta vivendo una stagione più dinamica delle edizioni principali. Il segnale favorevole al Tg2 trova conferma anche nelle edizioni diurne. Qui il notiziario di Rai2 guadagna un ulteriore 3,7 per cento, mentre il Tg1 resta sostanzialmente fermo, il Tg3 cresce dell’1,5 per cento e la TgR perde l’1,8. Sul fronte Mediaset, invece, il Tg5 continua a soffrire (-4,9 per cento), compensato dall’ottima performance del Tg4 (+26,7 per cento) e dalla crescita di Studio Aperto (+8,7 per cento). La fotografia dell’Agcom suggerisce così un cambiamento meno banale di quanto sembri. I grandi equilibri non vengono rivoluzionati: Tg1 e Tg5 continuano a dominare per volume di pubblico. Ma sotto la superficie qualcosa si sta muovendo. Il Tg2 è il notiziario che cresce di più all’interno del servizio pubblico, mentre la TgR è quello che mostra le maggiori difficoltà. È ancora presto per parlare di nuovo ordine televisivo, ma i flussi degli spettatori indicano che una parte del pubblico sta ricominciando a cambiare abitudini e fonti informative di riferimento.
Lazio e Polymarket, verso l’indennizzo?
Il main sponsor della Lazio è sparito. Polymarket è stata infatti inserita nella blacklist dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che la ha assimilata a un operatore di scommesse non autorizzato a operare sul mercato italiano. «È stata una scommessa», dicono scherzando alcuni tifosi riferendosi al patron Claudio Lotito. Fatto sta che alla Lazio dovevano arrivare 20 milioni di euro. Salvatore Palella – il discusso ex re dei monopattini – che con Palcomm ha curato l’accordo fra Lazio e Polymarket, «lo stop non è dovuto al rapporto tra Lazio e Polymarket, che resta ottimo, bensì alle nuove indicazioni dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (in cui ne Lazio che Palcomm sono coinvolti). La Lazio ha già percepito e continuerà a percepire un riconoscimento economico per questa operazione. Lo stesso vale per PalcommItalia, la società che ha intermediato l’accordo». Dalla Lazio si parla di un indennizzo che potrebbe coprire oltre una stagione di contratto anche senza esporre il marchio. Come andrà a finire?
Il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio Claudio Lotito (foto Ansa).
Dopo le polemiche sulla proposta di vendere a privati quote della Coppa del Mondo l’indice di gradimento di Gianni Infantino, già inviso a buona parte degli appassionati per la sua gestione della Fifa, è crollato. Il presidente dell’organo di governo del calcio mondiale ha rinunciato ai suoi propositi, ma a quanto pare è servito a poco: 50 delle 55 federazioni affiliate alla Uefa si starebbero preparando a ritirare in massa le lettere di sostegno al dirigente svizzero in vista di un possibile quarto mandato e alcune sono già passate ai fatti.
Dal Galles la prima revoca al sostegno per la rielezione
Il Galles, prima nazione a farlo, ha ritirato ufficialmente il sostegno alla candidatura di Infantino per un nuovo mandato dal 2027 al 2031. La Football Association of Wales, in una nota, ha parlato di «recenti fallimenti in termini di buona governance, processi, leadership, valori, gestione degli stakeholder, comunicazioni e giudizio sano». Nel comunicato della Federcalcio gallese si legge anche: «Non mettere al primo posto i migliori interessi del calcio è un fallimento che non possiamo accettare». A breve è attesa un’analoga presa di posizione da parte della Football Association inglese. Come scrive il Guardian, la FA scriverà a Infantino per ritirare una precedente lettera di sostegno alla sua rielezione, segno dell’approccio coordinato che l’Europa del calcio sta adottando per rimuoverlo dall’incarico il più rapidamente possibile.
Gianni Infantino (Imagoeconomica).
Infantino gode ancora di grande sostegno a livello globale
Tale approccio arriva dopo la dura condanna dell’Uefa: l’organo di governo del calcio europeo (che non vota) aveva minacciato di boicottare i Mondiali dopo che era diventata di dominio pubblico l’idea di Infantino di creare una holding per raccogliere miliardi cedendo agli investitori una parte dei ricavi delle future Coppe del Mondo. Con ogni probabilità molte altre federazioni calcistiche seguiranno l’esempio di quelle gallese e inglese, nel tentativo di portare Infantino a non ricandidarsi. Il destino del dirigente elvetico, tuttavia non dipende solo dai voti che verranno meno dall’Europa: in Asia e Centro-Nord America, infatti, Infantino continua a godere di grande sostegno.
Tra i nodi che il campo largo deve ancora sciogliere in vista delle prossime elezioni politiche c’è anche quello del sostegno militare all’Ucraina. La speranza è che da qui al voto arrivi un accordo di pace. In caso contrario, sarà necessaria un’intesa tra i vari partiti dell’annunciata coalizione. Ieri Giuseppe Conte ha ribadito il “no” del Movimento 5 stelle alla prosecuzione degli aiuti militari a Kyiv, spiegando di essere «per una svolta negoziale che l’Europa non vuole» e che l’intesa arriverà dalle primarie. Oggi, tramite Alessandro Alfieri, responsabile Riforme della segreteria Schlein, è arrivata la replica del Partito democratico.
Alessandro Alfieri (Imagoeconomica).
La risposta del Partito democratico a Conte
«Credo che chi si candida a guidare il Paese deve sapere unire e che temi così delicati, su cui si costruisce la credibilità di una coalizione di governo, debbano essere affidati al confronto tra i partiti che trovano punti di sintesi avanzati nel programma che ci deve poi unire tutti», ha dichiarato Alfieri sottolineando poi: «Sarebbe invece un grave errore affidarne la soluzione alla battaglia delle primarie».
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Cosa aveva detto il presidente del M5s
«Noi siamo stati favorevoli al primo invio di armi per una asimmetria militare e impedire alla Russia di invadere e conquistare tutta l’Ucraina», ha detto Conte a PiazzAsiago. «Se dovessi essere io vincente alle primarie, il giorno dopo mi batterò in Europa per trovare una soluzione negoziale. Chiamerei Volodymyr Zelensky, lo incontrerei per rassicurarlo che lui è l’aggredito, ma gli preannuncerei che un attimo dopo chiamerei Vladimir Putin, l’aggressore, per imprimere una svolta negoziale». La linea del campo largo, ha assicurato Conte, verrà sancita dalle primarie: «Faremo decidere agli italiani».
Si terrà domani martedì 4 agosto il Consiglio europeo con la riunione d’emergenza dei ministri dell’Interno europei, per una valutazione congiunta della situazione e la definizione di una risposta europea coordinata dopo i fatti di Ceuta. L’incontro è stato chiesto attraverso una lettera promossa da Italia e Danimarca, firmata da 22 Paesi e indirizzata al presidente del Consiglio europeo, António Costa, alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e al presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, Micheál Martin. Tra i Paesi che non hanno firmato la missiva figurano Francia e Portogallo, ovvero i due tra i Ventisette confinanti con la Spagna. In questa occasione, l’Italia tornerà a spingere per l’apertura di un hub extra-Ue per i migranti nel 2027.
Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi da coinvolgere
Al Consiglio europeo di domani l’Italia chiederà di sveltire le procedure la costruzione di centri di rimpatrio dei migranti fuori dai confini dell’Ue sul “modello Albania”, ma finanziati almeno in parte da Bruxelles e localizzati quasi tutti in Africa. Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Etiopia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia e Montenegro. L’Italia dovrebbe anche chiedere l’attuazione stringente del programma Gsp+, che sarà in vigore dal primo gennaio del 2027 e che lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Unione europea.
Agenti della Guardia Civil a Ceuta (Ansa).
A Ceuta la situazione non è ancora tornata alla normalità
Nonostante la maggior parte dei migranti arrivati nell’exclave spagnola sia stata fatta rientrare in Marocco, a Ceuta la situazione non è ancora tornata alla normalità. Lo ha spiegato Juan Jesus Vivas, presidente della città autonoma, durante una conferenza stampa con Alberto Nunez Feijoo, leader del Partito Popolare. Nonostante la celerità con cui la polizia sta portando avanti i rimpatri volontari, a Ceuta «restano ancora diverse migliaia di persone» e gli abitanti avrebbero innalzato recinzioni per impedire l’ingresso dei migranti.
Barriere galleggianti al largo di Ceuta (Ansa).
Il Marocco continua ad allontanare ogni responsabilità
Le autorità spagnole hanno stimato che oltre 50 mila migranti siano arrivati nei giorni scorsi a Ceuta, mentre quelle marocchine stimano un afflusso di 40 mila persone. Molta più ampia la differenza nel bilancio delle vittime: per Madrid i morti in mare sono stati almeno 72, mentre per Rabat hanno perso la vita in 11. Allontanando le responsabilità per quanto accaduto, il ministero dell’Interno del Paese africano ha dichiarato che «il Marocco continuerà a essere un partner affidabile e responsabile, impegnato a rafforzare la cooperazione e il coordinamento internazionale nel campo della lotta contro la migrazione irregolare e la tratta di esseri umani». Rabat ha fatto poi riferimento a una recente sentenza del Tribunale Supremo spagnolo, che tre settimane fa ha stabilito che non è possibile effettuare respingimenti immediati di coloro che entrano a nuoto a Ceuta e Melilla. «Le interpretazioni errate» di questa decisione giudiziaria, si legge in una nota, possono aver portato in tanti a cercare di attraversare la frontiera, nella convinzione che «sia possibile evitare il rimpatrio immediato». Intanto a Ceuta sono pienamente operative le barriere galleggianti di contenimento al largo del molo del Tarajal, per ostacolare l’accesso dei migranti che arrivano a nuoto.
Secondo quanto riportato dal Financial times, la britannica AstraZeneca sta trattando una maxi fusione con la rivale Usa Bristol Myers Squibb. L’operazione darebbe vita a uno dei più grandi gruppi farmaceutici al mondo, con una capitalizzazione di mercato di quasi 400 miliardi di dollari. Secondo fonti informate, le due società hanno discusso negli ultimi mesi l’aggregazione e i colloqui potrebbero portare a un accordo nel prossimo futuro. AstraZeneca, seconda società quotata britannica per valore, capitalizza 196 miliardi di sterline (260 miliardi di dollari), mentre Bms 133 miliardi di dollari.
Donald Trump ha annunciato che con l’Iran «c’è un accordo su Hormuz» e «ce ne sarà uno sul nucleare», facendo poi sapere che oggi pomeriggio riprenderanno i negoziati tra Washington e Teheran. Il presidente americano, parlando con i cronisti a bordo dell’Air Force One durante il suo viaggio verso Il Cairo ha anche reso noto dopo aver bloccato un nuovo «massiccio attacco» contro l’Iran, pianificato congiuntamente con Israele, a condizione che si giungesse rapidamente a un accordo. Il capo della Casa Bianca ha poi spiegato che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar gli hanno chiesto di annullare l’attacco perché fiduciosi in un’intesa con l’Iran. In tal senso sarebbe stata fondamentale una chiamata da parte di Mohammed bin Salman, erede al trono saudita che da anni ha stretti rapporti con The Donald. Il tycoon ha detto che i pasdaran sapevano che l’attacco in arrivo «sarebbe stato il più grande dalla Seconda guerra mondiale».
Mohammed bin Salman e Donald Trump (Imagoeconomica).
L’Iran frena: «Al momento solo colloqui con l’Oman»
«Al momento non sono in corso negoziati con gli Stati Uniti. Attualmente stiamo conducendo solo colloqui con l’Oman sulla gestione di Hormuz», ha sottolineato il ministero degli Esteri iraniano, che tramite il portavoce Esmaeil Baqaei, ha comunque dimostrato apprezzamento per l’intervento di Riad. «La guerra degli Usa contro la Repubblica Islamica dell’Iran non è soltanto una guerra contro il nostro Paese: è una guerra contro l’intera regione e contro la sicurezza di tutti i Paesi della regione. È quindi naturale che i Paesi dell’area cerchino di impedire un ulteriore aggravamento della situazione». Domenica 2 agosto Hassan Qashqavi, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, aveva riferito che i mediatori stavano cercando di riattivare il memorandum d’intesa tra Teheran e Washington, concordato il 17 giugno per porre fine alla guerra iniziata da Israele e dagli Stati Uniti il 28 febbraio. L’accordo aveva consentito la riapertura dello stretto di Hormuz e l’avvio di un periodo di negoziazione di due mesi per raggiungere un accordo nucleare definitivo, ma poi erano ripresi gli attacchi reciproci, durati diversi giorni.
Al fine di allineare la deadline dell’offerta di Castlelake e quella di Apollo per Easyjet, la scadenza della prima, inizialmente prevista per il 3 agosto, è stata estesa fino al 7 agosto. Di conseguenza, entrambe le realtà dovranno, entro e non oltre le ore 17.00 di venerdì 7 agosto, annunciare una ferma intenzione di presentare un’offerta per la compagnia aerea in conformità alla Rule 2.7 del Code, oppure dichiarare di non avere intenzione di presentare un’offerta. Il comunicato ricorda che il board di Easyjet e Apollo hanno annunciato di aver raggiunto un accordo di principio sui principali termini finanziari di una possibile offerta in contanti per l’acquisizione dell’intero capitale sociale emesso e da emettere di easyJet al prezzo di 7,15 sterline per azione. Di conseguenza, il cda della compagnia ha annunciato di non essere più orientato a raccomandare la possibile offerta di Castlelake per l’acquisizione dell’intero capitale sociale emesso e da emettere di easyJet al prezzo di 6,90 sterline per azione. Da allora, EasyJet ha consentito sia ad Apollo sia a Castlelake di svolgere la due diligence, mettendo a loro disposizione la documentazione e le informazioni necessarie.
La sua tecnica è la stessa con tutti. Assomiglia al corteggiamento della mantide religiosa, uno dei comportamenti più studiati in natura. Gli esemplari maschi le si avvicinano con estrema cautela per non essere scambiati per prede. Ma se la mantide è affamata o particolarmente aggressiva, può decapitare il maschio prima, durante o dopo l’accoppiamento. E mangiarselo.
Il malcontento di Lega e FI per la tracotanza di Meloni
Nel famoso foglietto ‘carpito’ nell’ottobre del 2022 dai fotografi tra le mani di Silvio Berlusconi nelle fasi precedenti alla nascita del governo, Giorgia Meloni era definita «supponente, prepotente, arrogante e offensiva». In realtà, le accuse che le muovono da anni gli alleati di centrodestra sono meno concentrate sul temperamento ma ben più pesanti a livello politico. Per Forza Italia e Lega l’atteggiamento indigeribile messo in atto dalla premier è il carattere “fagocitante” della sua leadership. «Ci ha cannibalizzato completamente e ora che ha anche usato Roberto Vannacci contro di noi dove va?», si chiede un big leghista. «Tutto quello che di buono fa il governo riesce a intestarselo lei. Mentre a noi scarica le défaillance dei ministeri, dai Trasporti al Tesoro», fa eco un altro dirigente di via Bellerio. Insomma, il malcontentodilaga. E lo si è visto anche nel voto segreto alla Camera, dove leghisti, anche di spicco, avrebbero votato contro l’emendamento di FdI sulle preferenze alla legge elettorale. Così come esponenti di Forza Italia, partito che ormai non nasconde più la distanza sul tema. In molti hanno interpretato il voto come un segnale, anche per il futuro, un ‘alt’ alla tracotanza. Se pensa di eleggere qualcuno di suo gradimento al Colle dopo Sergio Mattarella, o se pensa addirittura di farsi eleggere lei, occhio ai franchi tiratori, sarebbe il ragionamento.
Giorgia Meloni con Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
La debolezza di Tajani e Salvini
Ma la fotografia della ‘stanchezza’ della coalizione di centrodestra è soprattutto scolpita sui volti – appesantiti – dei due vicepremier. Antonio Tajani ormai fatica a controllare i gruppi parlamentari del suo partito e anche come ministro degli Esteri arranca; ultimo, in ordine di tempo, lo scivolone sui fondi del Safe prima richiesti in toto poi solo «prenotati». Per non parlare di Matteo Salvini, che ormai è scomparso dai giornali e fa titolo quasi solo per le gaffe, come la proposta impossibile di candidare il gioielliere Mario Roggero, condannato per duplice omicidio, o i tweet su Franco Baresi dato per morto prima che morisse, o ancora sugli effetti del decreto Maranza (peccato che si trattasse di un ddl non ancora in vigore).
"Chiunque è condannato a più di cinque anni è interdetto da pubblici uffici, legalmente non si può fare ministro, perché questa boutarde?", ha chiesto Giovanna Pancheri a Matteo Salvini, in relazione alla possibilità di candidare il gioielliere Roggero. "Stiamo approfondendo… pic.twitter.com/2WrysenxNG
Se per Tajani probabilmente ci penseranno gli eredi di Berlusconi a imporre un rinnovamento post voto, il segretario leghista le sta provando tutte per rimanere al suo posto. Dopo il divorzio con Roberto Vannacci e il fallimento della trattativa con Luca Zaia per una condivisione della leadership, il progetto salviniano sarebbe di tornare al piano A pre-Europee. Prima di lanciare la candidatura dell’ex generale, come piano B, Salvini aveva chiesto ai governatori (Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti) di correre con una candidatura di bandiera a Strasburgo per sostenere il partito. Loro rifiutarono, dicendo che lo trovavano un gesto poco serio nei confronti degli elettori che li avevano votati alla guida delle rispettive Regioni.
Attilio Fontana, Luca Zaia, Maurizio Fugatti e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).
L’episodio resta una ferita mai rimarginata nei rapporti tra il segretario e gli amministratori (i salviniani danno la colpa ai governatori di tutto lo sfacelo poi arrivato con Vannacci) che ora potrebbe essere sanata con la candidatura dei quattro alle Politiche. È questa una delle motivazioni con cui il segretario porta avanti la decisione di acconsentire alla richiesta meloniana di introdurre le preferenze nella legge elettorale sfidando i mal di pancia dei suoi gruppi parlamentari. Ma in tanti sospettano che sia un modo per fare un ‘repulisti’ delle ricandidature senza dover far la figura del tagliatore di teste. O anche uno scambio con Meloni che gli avrebbe assicurato il Viminale (in ogni modo si tratterebbe del prossimo giro, e non in questa legislatura). Salvini sostiene da tempo in privato di aver ottenuto il via libera dell’amica «Gio». Ma sarà vero? La ‘mantide’ manterrà la promessa e ‘salverà’ per una volta uno dei suoi alleati? Molto dipenderà dai numeri che il capo di via Bellerio riuscirà a ottenere e questo sarà influenzato anche dal peso dei consensi di Zaia & Co. Oltre che dai voti che andranno a Vannacci. Sarebbe difficile accaparrarsi il ministero dell’Interno con il 4 o 5 per cento alle Politiche. Poi bisognerà aspettare i prossimi mesi anche per vedere se FdI, FI e Lega chiuderanno un accordo elettorale con Futuro nazionale in vista del voto.
Giorgia Meloni con Matteo Salvini (Imagoeconomica).
La premier fagociterà pure Vannacci?
Per il momento è certo che Meloni sta tentando la strategia del ‘cannibalismo’ anche con Vannacci, cercando di anticiparlo sui temi, in particolare su sicurezza e immigrazione. Così ha fatto sulla legittima difesa con il caso Roggero; il comunicato era pronto da tempo, ed è stato diffuso praticamente in coincidenza con la sentenza. E anche con i fatti di Ceuta. La premier ha subito chiesto la sospensione di Schengen, si è attivata con alleanze variabili in Europa, sostanzialmente ‘zittendo’ il controcanto di Vannacci. Insomma, riuscirà la mantide ad arginare il generale, fagocitandolo come fatto con gli alleati e “amici” Antonio e Matteo? La determinazione per ora non sembra mancarle.
«Le persone infelici hanno bisogno solo di qualcuno che sia capace di prestare loro un po’ d’attenzione». Se è vero quel che ha scritto la filosofa francese Simone Weil, è chiaro perché viviamo un tempo nel quale la felicità pubblica e privata non pare essere all’ordine del giorno. Quasi fosse un lusso, come invece risulta essere oggi l’attenzione. Un modo di essere e relazionarsi con il mondo circostante (cose e persone) attivo e partecipe, insomma premuroso. Che però si attiva sempre più raramente e in tempi sempre più brevi.
Cosa fai quando non fai niente?
L’invito a stare attenti che sino a trent’anni fa era l’esortazione più ricorrente nelle scuole d’ogni ordine e grado è oggi moneta fuori corso. Giovani e giovanissimi sono ormai fisiologicamente menti vaganti e scrollanti. Ma anche per gli adulti il multitasking, che con i device mobili ha moltiplicato i modi di fare più cose nello stesso tempo e anche in movimento, è il maggiore attentatore della concentrazione; oltre che della precisione e della cura nei vari compiti nei quali si è impegnati. Fare tre cose contemporaneamente e pensarne nel contempo altrettante, magari mentre si sta guidando o telefonando è ormai comportamento molto diffuso. Tanto che non c’è forse provocazione più curiosa e interessante che chiedersi, come fa un saggio recente curato dalla British Sociological Association: cosa fai quando non fai niente?
Viviamo sempre più nella società della disattenzione (foto Unsplash).
È crollato il tempo in cui restiamo attenti
L’American Pshycological Association ha invece messo a confronto i dati dei due ultimi decenni e ha scoperto che il tempo medio in cui le persone restano attente e concentrate su un singolo compito è sceso da circa 2,5 minuti a circa 40 secondi. Aggiungiamoci, per fare due raffronti sul calo dell’attenzione, che il tempo medio di lettura dei quotidiani era di 40/50 minuti nel decennio degli Anni 90 ed è sceso a 15 minuti nel 2008, mentre attualmente riferito alla fruizione su smartphone è fra i tre e i cinque minuti. Era invece di 30 secondi il tempo di attesa (tollerato) per riuscire a collegarsi su un sito di e-commerce nel 2015, ora invece se il click non dà esito quasi istantaneo l’utente scappa e avvia un’altra ricerca.
Tutto e subito, senza alcun tipo di latenza
Qualsiasi tipo di latenza, cioè di attesa o pausa di una risposta a una richiesta, è percepita come un attentato o un’offesa al diritto personale (non scritto ma ormai interiorizzato) a fare tutto e subito. Alla massima velocità, perché tutto preme, le cose sono tante e volendone fare il più possibile non c’è tempo di pensarci su troppo. Men che mai di fare la fila alle poste o in banca. Un atto di consumo, a meno che non riguardi beni durevoli (casa, auto e oggetti costosi) si brucia oggi nel tempo di un click o di uno scroll.
Le vecchie file alle Poste (foto Ansa).
All’urgenza del fare e del dire è impossibile opporsi
Ovviamente la fretta non è mai buona consigliera, ma all’urgenza del fare e del dire, ossia all’istantocrazia, è impossibile opporsi. “Lo pensi, lo vedi” (Sky) e “Immagina, puoi” (Fastweb): la pubblicità (e parliamo di claim di oltre un decennio fa) come sempre è fantastica nel riassumere in uno slogan il senso comune. Una richiesta d’aiuto al 118 deve essere quasi istantanea (quattro secondi per attivarsi) e non c’è antidolorifico che non prometta di agire fast, in pochi minuti. Il fatto che la situazione sia grave ma non più seria era stato magnificamente rappresentato da Stefano Benni: «Una volta gli innamorati attendevano tre mesi una lettera. Ora se non ci si trova al terzo squillo l’amore salta».
Azzeramento del pensiero critico
È evidente che catturare l’attenzione del pubblico, dei consumatori e degli utenti è un imperativo che giustifica quasi tutto pur di raggiungere l’obiettivo. In particolar modo l’azzeramento del pensiero critico e la capitalizzazione della nostra attenzione, per riprendere il tema del saggio di Chris HayesIl canto delle sirene. «La monetizzazione dell’attenzione», ha scritto il giornalista statunitense, «ha trasformato il nostro panorama comunicativo in una terra di nessuno e ce ne accorgiamo ogni giorno… per strada ci imbattiamo in zombie al telefono, e a volte quegli zombie siamo noi. Al ristorante osserviamo il tavolo accanto in silenzio – quattro telefoni, nessuna parola – e poi sentiamo vibrare il nostro… Il confine tra pubblico e privato, un tempo netto… con l’aiuto di alcune aziende tecnologiche lo abbiamo praticamente abbattuto in meno di un decennio».
La distrazione dei social media (foto Unsplash).
Scrolliamo divorati dalla logica algoritmica
Attraverso post, commenti, foto, video e annunci pubblicitari che ci precipitano addosso appena attiviamo lo smartphone: senza soluzione di continuità e in ordine casuale, imposto però dalla logica algoritmica. È così che ci troviamo, dopo avere buttato un occhio su un reel di TikTok o di Instagram, a scrollare e restare ipnoticamente presi dagli altri che si susseguono mettendo assieme gente disperata, gatti, politici che straparlano, creator che spadellano, annunci di un congiunto morto o la comica di una signora bloccata in ascensore.
Compulsività digitale e niente analisi
È un caos organizzato per estrarre, appunto, e monetizzare la nostra attenzione che non ha più una bussola, ma vaga senza sapere più dove intende andare. Utenti sonnambuli che stanno facendo la fortuna delle grandi aziende tecnologiche e delle piattaforme social. «Pensiero passivo» lo definisce Enzo Argante, giornalista di Forbes, che sta scrivendo un saggio sul tema: Pensare stanca, indagine al di sopra di ogni algoritmo. Il pensiero passivo indica la condizione di perdita di spirito critico e perciò di stordimento mentale che ci impedisce di filtrare le informazioni. Che libera la compulsività digitale e impedisce analisi, esplorazione, elaborazione dei concetti. Che prescinde dalle evidenze. Entropia della conoscenza.
Donald Trump non è un Muppet e vuole davvero la Groenlandia, radere al suolo l’Iran e abolire la libertà di stampa? Le Piramidi sono state costruite dagli alieni o da piccoli ingegneri e architetti Duracell? Tg1 e Tg2 hanno realmente affermato che «un gruppo di palestinesi ha attaccato alcuni israeliani (coloni, ndr) che stavano facendo un’escursione»? Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto davvero al telefono con l’ambasciatrice italiana in fuga dall’Iran «come sono stati i bombardamenti oggi?».
Distrazione dai problemi veri, tipo gli stipendi che non crescono
Con questi quesiti si può concludere segnalando che l’economia dell’attenzione è in realtà un’economia della disattenzione, che è il terreno più fertile per la distrazione. Vale a dire ciò che da sempre è lo strumento di potere, che consente di distogliere l’attenzione dei cittadini e dell’opinione pubblica dai problemi più seri e urgenti. Visto che, per fare un esempio d’attualità, l’allerta massima su sicurezza e delinquenza giovanile è il modo per continuare a non parlare degli stipendi degli italiani. Che dal 1990 al 2024 sono diminuiti dell’1,6 per cento, mentre nei Paesi Ocse la crescita è stata mediamente del 35 per cento. È così che disattenti, distratti e derubati di informazione e di dibattito pubblico informato ci ritroviamo come cittadini sempre più poveri anche economicamente.
Il Madusan 2222 è uno smartphone pieghevole simile al Samsung Galaxy Z Fold. Il Samtaesong 10 a conchiglia richiama lo Huawei P50 Pocket. Il Jindallae 12 presenta un vistoso modulo fotografico circolare sul retro come gli Oppo. In Corea del Nord i dispositivi mobili stanno diventando sempre più avanzati anche se all’interno di un sistema rigidamente controllato da Pyongyang. Con almeno 24 marchi e una settantina di modelli disponibili, il mercato interno è diventato sorprendentemente competitivo. Numeri impressionanti per un Paese abitato da circa 26 milioni di abitanti.
Un boom cominciato nel 2023
La diffusione degli smartphone ha registrato un forte incremento a partire dal 2023. Due i motivi: il graduale sviluppo di un’economia digitale sfruttata dal governo per erogare servizi pubblici ai cittadini, come la consegna dei medicinali e i buoni pasto, e l’avvento dei primi sistemi di pagamento elettronico. Le ultime stime disponibili risalenti al 2024 indicano che in Corea del Nord erano attivi tra i 6,5 e i 7 milioni di abbonamenti alla telefonia mobile: un dato con ogni probabilità oggi sottostimato. Le interviste più recenti ai disertori nordcoreani suggeriscono infatti che il possesso di smartphone sia molto più diffuso di quanto stimato in passato e che potrebbe interessare tra il 50 e l’80 per cento della popolazione adulta.
Uno smartphone nordcoreano (da Youtube).
I dispositivi sono realizzati in Cina e (forse) in India
I telefoni nordcoreani sono ormai dispositivi moderni. Hanno generalmente schermi da 6-7 pollici, presentano fotocamere multiple posteriori e anteriori, e un sistema personalizzato di Android integrato con particolari software di controllo. Secondo il paperSmartphone of North Korea 2026, realizzato dal think tank 38 North, gli smartphone venduti nel Paese non sarebbero realizzati direttamente in Corea del Nord ma da produttori cinesi OEM (Original Equipment Manufacturer), ovvero aziende che fabbricano dispositivi per conto terzi. Una volta assemblati in Cina, vengono inviati in Corea del Nord dove vengono personalizzati con il sistema operativo modificato e applicazioni approvate dai brand locali. Esistono però delle eccezioni. È il caso di Phurunhanal Electronics, un marchio nordcoreano che, per uno dei suoi modelli più recenti, il Phurunhanal 9-3, si sarebbe rifornito di componenti dalla società indiana Lava International. Si tratterebbe della prima volta in cui uno smartphone commercializzato in Corea del Nord viene collegato a un produttore non cinese. Un dettaglio interessante, visto che l’India è uno dei principali centri globali della produzione elettronica, inclusa quella di alcuni modelli di iPhone.
Il controllo dello Stato su navigazione e App
Gli smartphone nordcoreani sono dotati di software che ne monitorano e limitano l’utilizzo. L’accesso a Internet è bloccato. È invece disponibile una rete Intranet locale chiamata Kwangmyong e controllata dal governo. Agli utenti è impedito di effettuare o ricevere chiamate internazionali, oltre che inviare o ricevere messaggi dall’estero. I sistemi Android presenti nei dispositivi includono una firma digitale, che impedisce ai telefoni di accettare contenuti non autorizzati, e un’applicazione, Trace Viewer, che effettua screenshot casuali durante l’utilizzo del cellulare per inviarli alle autorità. Lo Stato impone infine un numero di identificazione dell’utente mobile per collegare ogni utenza a un’identità registrata così da garantire un ulteriore livello di sorveglianza. Anche l’ecosistema delle applicazioni è sottoposto a forti restrizioni: a differenza degli smartphone occidentali, i dispositivi nordcoreani non dispongono di un equivalente dell’App Store o del Google Play Store per scaricare liberamente applicazioni e aggiornamenti. Per ottenere nuovi programmi o installare upgrade gli utenti devono recarsi in uno dei centinaia di centri di scambio IT presenti nel Paese. Le app hanno un costo compreso tra 10 mila won nordcoreani per quelle di intrattenimento, giochi ed ebook e 15 mila won per quelle dedicate all’apprendimento delle lingue, alla cucina e all’agricoltura (circa uno-due dollari secondo i tassi di mercato informali). Tra le più richieste figurano quelle del quotidiano del Partito dei Lavoratori, il Rodong Sinmun, la piattaforma di shopping online Samhung E-Wallet e i servizi di streaming Mokran Video e Manbang.
Kim Jong-un (Ansa).
Gli ultimi modelli arrivati sul mercato
Lo scorso maggio alla 24esima edizione della Pyongyang Spring International Trade Fair, la principale fiera commerciale internazionale organizzata dalla Corea del Nord, sono state esposte le ultime novità del mercato. Gli smartphone più interessanti? Il Mujigae 1000, in grado di collegarsi ai televisori attraverso una connessione USB-C con uscita HDMI, e il Jindallae 12 dal bordo smussato come i Samsung Galaxy. In fascia alta si trovano i pieghevoli a conchiglia Madusan 1005, Samtaesong 10 e Chongsong. Per i più benestanti il mercato nordcoreano offre il Madusan 2222, il primo smartphone pieghevole disponibile in Corea del Nord, la cui versione deluxe presenta la scritta “Porsche Design” ben visibile sulla custodia. Il costo? Il corrispettivo di circa 2 mila dollari.
A differenza di quelli di Leonardo Del Vecchio, gli eredi di Silvio Berlusconi sono stati più bravi e affiatati nell’accettare le volontà del Cavaliere e nello spartirsi l’impero senza che nessuna polemica sia mai neppure vagamente stata accennata da alcuno. Non è facile, soprattutto quando ci sono di mezzo figli di mogli diverse (Pier Silvio e Marina, la cui mamma è Carla Dall’Oglio, e poi Barbara, Eleonora e Luigi, figli di Veronica Lario), e quindi bisogna assolutamente plaudire a tanto equilibrio. Detto questo, tuttavia, cosa resta in memoria delle vere e più intime passioni di Silvio?
Da sinistra: Elenora, Barbara, Luigi, Marina, Piersilvio e Paolo Berlusconi durante i funerali del padre a Piazza Duomo (foto Ansa).
Se ci si pensa, nel silenzio ovattato delle strategie Fininvest, mattoncino dopo mattoncino tutte le cose più care al Cavaliere sono state dismesse, considerate una sorta di ingenuo delirio di onnipotenza e di immortalità di un imprenditore un po’ megalomane, e di cui poi liberarsi nel momento opportuno.
Non resterà memoria dell’autocelebrazione del personaggio
Fa quasi orrore leggere che l’hangar di viale Monte Rosa, ad Arcore, ossia la quadreria che ospitava oltre 25 mila pezzi tra dipinti, statue e arredi acquistati da Berlusconi nei suoi raptus di shopping compulsivo, soprattutto durante le televendite notturne delle tivù locali, sarà raso al suolo per fare posto a un supermercato Eurospin. Quell’enorme spazio era stato allestito da Berlusconi in persona, con le opere suddivise per generi e l’intenzione di rendere il sito fruibile a tutti, nonostante i pezzi di valore fossero pochini. Invece non resterà memoria di questa sorta di autocelebrazione del personaggio e delle sue passioni, da Milano a Napoli, passando per Parigi e Positano, tra Napoleone, gli animali, i gladiatori, le belle donne. Tutto smantellato e ruspe all’opera.
L’ex quadreria di Silvio Berlusconi ad Arcore.
Venduto il luogo dei sogni di Berlusconi
Persino Villa Certosa, 4.500 metri di proprietà a Punta Lada, affacciata sul Golfo di Marinella a Porto Rotondo, in Sardegna, è stata venduta a fine giugno per circa 350 milioni di euro alla famiglia reale del Qatar. Era il luogo dei sogni di Berlusconi: delle feste con tante ragazze, certo, ma anche del vulcano scenografico, dell’approdo per i sommergibili, della grotta artificiale, del gelato artigianale, del teatro, della torre panoramica, dell’immenso giardino di cactus, uno dei più grandi in Europa.
Villa Certosa (Ansa).
I due film di Sorrentino fatti sparire
Villa Certosa, un variopinto parco giochi modellato e ingrandito negli anni da Silvio, così ben descritto nei due film Loro e Loro 2 di Paolo Sorrentino, i cui diritti sono di proprietà di Medusa (gruppo Mfe–Mediaset) che ha deciso, incredibilmente, di fare scomparire le pellicole, senza in realtà comprendere che quello di Sorrentino è uno straordinario omaggio proprio alla grandezza di Berlusconi. E adesso la Villa non c’è più, se ne occuperà il personale qatarino della famiglia Al Thani. E resterà ben poco dello spirito del Silvio.
Rotto anche il giocattolino del calcio
Damnatio memoriae pure per tutto quello che Berlusconi ha fatto nel calcio, e che non ha mai minimamente interessato i figli. Pier Silvio e Marina hanno sempre fatto pressing, insieme a tutta Fininvest, affinché Silvio mollasse il Milan: costringendolo, di fatto, a cedere il club nel 2017 a un improbabile imprenditore cinese senza soldi dopo 31 anni di presidenza. L’unica che in realtà sembrava essersi appassionata al pallone era Barbara Berlusconi, nominata amministratrice delegata del Milan nel dicembre 2013. Una personalità, quella di Barbara, piuttosto esuberante in gioventù, protagonista delle cronache rosa, cinque figli di cui un paio fatti in verde età, e in qualche modo simile al padre. Ma la guerra intestina al Milan con Adriano Galliani fece evaporare piuttosto rapidamente gli entusiasmi di Barbara per il football e, una volta venduto il club, di lei si sono sostanzialmente perse le tracce: adesso ha preso una strada da mecenate.
Silvio Berlusconi al fianco di Galliani durante una partita del Monza (Imagoeconomica).
Mausoleo vuoto e inutilizzato
Le ceneri di Silvio riposano nella cappella di famiglia all’interno di Villa San Martino ad Arcore, mentre il mausoleo che Silvio stesso si fece erigere negli Anni 90 dallo scultore Pietro Cascella (con loculi per sé, per i familiari e i migliori amici) nel parco della stessa villa è al momento vuoto e inutilizzato.
Aziende a parte, tutto è stato tagliato via
In buona sostanza, quindi, se su Mfe-Mediaset, Mondadori, Mediolanum, ossia le cose serie, la famiglia è rimasta unita e rema tutta dalla stessa parte, cioè quella indicata dal Cavaliere, sulle passioni più intime e anche sulle lucide follie di Berlusconi (che citava di continuo Erasmo da Rotterdam e il suo Elogio della follia), invece, ha preferito prendere nettamente le distanze. Tagliando via di netto, come rami secchi, in maniera certo razionalmente comprensibile, ma con una buona dose di cinismo verso un personaggio così esuberante e innamorato della vita, al quale devono tutto.
Un tempo ospitava 25 mila opere tra quadri, sculture e oggetti d’arte di ogni tipo, frutto (perlopiù) di acquisti smodati da parte di Silvio Berlusconi durante le televendite notturne. Presto però la quadreria dell’ex premier ad Arcore, in realtà un hangar distante circa un chilometro da Villa San Martino, verrà rasa al suolo per fare posto a un supermercato Eurospin, che dovrebbe aprire entro l’estate del 2027. Il via libera definitivo all’operazione urbanistica che prevede la demolizione del maxi-capannone di viale Monte Rosa 83 è arrivato nei giorni scorsi, con una delibera approvata all’unanimità dalla Giunta comunale guidata dal sindaco Maurizio Bono.
No, dico, vi sembrano due coalizioni degne di questo nome? Vi sembra che ci sia sufficiente armonia interna per fronteggiare una campagna elettorale? No, dico, vi sembrano davvero alleati questi litigiosi partiti che fanno parte degli schieramenti di destra-centro e di sinistra-centro?
Non vanno d’accordo i partiti che dovrebbero essere alleati
Le campagne, certo, sono fatte per esaltare gli animal spirits della politica, ognuno fa per sé specie in un’epoca di polarizzazione in cui trionfa il particulare, in cui la ricerca del consenso si trasforma in un duello identitario. Ma il livello di animosità è tale che anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è dovuto intervenire pubblicamente – con un anno di anticipo sulla scadenza elettorale – per stigmatizzare l’aggressività verbale del dibattito pubblico. Il punto qui però non è tanto sottolineare quanto destra e sinistra si disprezzino, ma quanto non vadano d’accordo, diciamo, i partiti che dovrebbero essere alleati.
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
M5s e Avs stufi di inviare armi all’Ucraina
A sinistra, come ampiamente noto, non mancano discussioni regolari e costanti sulla politica estera. Una parte del campo largo – Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra – accusa il Partito democratico di essere in preda al furore bellicista solo perché vuole continuare a dare una mano, anche con l’invio di armi, all’Ucraina dopo l’aggressione della Russia, tuttora perdurante.
Volodymyr Zelensky (Ansa).
Gli utili idioti del putinismo ripetono che serve diplomazia
Dall’altra parte c’è Matteo Salvini che maramaldeggia, dice che l’ingresso di Kyiv nell’Unione europea non è attuale, spiega che spedire equipaggiamenti militari a Volodymyr Zelensky non serve a nulla. Sono tutti lì, gli utili idioti del putinismo, a ripetere che serve diplomazia, che serve pace, quando il primo a non avere alcuna intenzione di trattare alcunché è proprio l’autocrate russo.
Matteo Salvini con la maglia di Putin.
Legge elettorale e intercettazioni, spaccatura a destra
E che dire dello scontro, a destra, su legge elettorale e intercettazioni. Il Senato riprende i lavori partendo, il 9 settembre, dall’esame del nuovo sistema di voto, ribattezzato Melonellum o Stabilicum; in quel momento sapremo che cosa accadrà alle preferenze, punto di scontro fra Forza Italia e Fratelli d’Italia.
L’esito del voto alla Camera sulle preferenze e l’esultanza delle opposizioni (Ansa).
Anche le intercettazioni sono diventate, ancora una volta, terreno di scontro politico, con protagonisti sempre il partito di Antonio Tajani e quello di Giorgia Meloni: la presidente del Consiglio voleva far inserire nel decreto su giustizia e migranti una norma sui reati spia che estendesse l’uso delle intercettazioni. Contraria, contrarissima Forza Italia, tant’è che alla fine l’esecutivo ha posto la questione di fiducia al Senato e quell’emendamento è decaduto (insieme agli altri).
Giorgia Meloni con Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Giusto per non farsi mancare nulla, la maggioranza s’è accapigliata, con punte di imbarazzo, sull’uso del Safe, fondo che è stato creato dall’Unione europea per agevolare e sostenere le spese per la difesa degli Stati membri: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe, il fondo europeo per l’acquisto di armi, chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno. Formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto come investirli nell’anno successivo», ha detto Tajani, facendo indispettire la Lega che prontamente ha dichiarato: «Sull’uso dei fondi Safe l’ultima parola spetta al parlamento». Seguirà dibattito.
Accogliere la mina Vannacci o lasciarlo andare da solo?
C’è poi la questione Roberto Vannacci. La coalizione non sa ancora se accoglierlo oppure lasciarlo andare, libero e ardito, fra i pascoli della campagna elettorale, esponendosi così al rischio di non farcela a superare il campo largo.
E che dire della patrimoniale? I cinque stelle sono contrari, ritengono che sia un errore parlarne, il Pd ha detto di essere favorevole e rilancia antiche battaglie contro i presunti “super ricchi”.
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
La sicurezza sarà un tema centrale alle elezioni del 2027
C’è poi la questione della sicurezza, tema che sarà centrale e presidiato fino alle elezioni politiche del 2027. Conte, che ha governato con la Lega e quindi sa come si fa, si destreggia benissimo quando c’è da usare toni più risoluti sulla questione. D’altronde un sondaggio firmato da Alessandra Ghisleri, pubblicato su La Stampa, fornisce numeri interessanti sull’elettorato campolarghista.
Mario Roggero con la moglie Mariangela Sandrone.
Sul caso Roggero il 17,6 per cento degli elettori Pd ritiene che sia stata legittima difesa, percentuale che sale al 43,3 tra il M5s. Il 44,8 per cento del partito di Conte pensa che la difesa sia sempre legittima ed è favorevole alla grazia per il gioielliere di Grinzane Cavour. Conte conosce i numeri della sua base e infatti cerca di sorpassare di nuovo a destra la segretaria del Pd. Domanda che mi domando: con questi dissapori destra e sinistra riusciranno ad arrivare intatti al 2027?