La benzina torna sopra i 2 euro anche sulla rete stradale

La benzina è tornata sopra quota 2 euro al litro anche sulla rete stradale. È quanto si legge su Osservaprezzi carburanti, il sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy che permette di consultare in tempo reale i prezzi dei carburanti praticati presso gli impianti di distribuzione situati nel territorio nazionale, come comunicati dagli esercenti.

Il prezzo medio “self service”: 2,002 euro al litro

Il prezzo medio self service lungo la rete stradale nazionale sale a 2,002 euro al litro per la benzina (ieri era 1,997) e a 2,116 euro al litro per il gasolio (ieri 2,107). Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self service è di 2,077 euro al litro per la benzina (ieri 2,074) e 2,186 per il gasolio (ieri 2,178). E dalla prossima settimana, a meno di nuove misure varate dal governo, non ci sarà nemmeno più il sollievo del taglio delle accise.

Gli Stati Uniti e la rotta segreta per trasportare petrolio attraverso Hormuz

Secondo quanto riportato da Axios, che cita due funzionari statunitensi, l’esercito americano avrebbe segretamente creato un corridoio di navigazione nello stretto di Hormuz, attraverso la rotta meridionale lungo la costa dell’Oman. Attivo da diverse settimane, consentirebbe a 15-20 petroliere di entrare e uscire ogni notte da Hormuz, per un trasporto quotidiano di circa 10 milioni di barili di greggio: più o meno la metà del volume precedente alla guerra tra Stati Uniti e Iran. «Controlliamo la parte meridionale dello stretto ormai da due mesi ormai. I pasdaran potranno anche essere una seccatura, ma non controllano Hormuz», ha detto una delle fonti di Axios.

Come si svolge il trasferimento di petrolio lungo la rotta segreta

La task force che sovrintende alle operazioni, scrive Axios, ha sede nella Carolina del Nord. E da coordina le proprie azioni con i partner regionali: ogni giorno viene compilato un elenco delle navi in uscita dal Golfo Persico, così come uno delle petroliere vuote in arrivo dal Mar Arabico per caricare greggio. Le imbarcazioni, spiegano le fonti di Axios, viaggiano in fila indiana per un periodo di tempo prestabilito, protette da aerei da combattimento americani. Già nei giorni scorsi Bloomberg aveva riportato che i Paesi esportatori del Medio Oriente avevano istituito canali di trasporto segreti attraverso lo stretto di Hormuz, tramite navi con i transponder spenti e il successivo trasferimento del greggio su altre petroliere in attesa nel Golfo dell’Oman.

Raid russo notturno su Kyiv: almeno 13 morti e 40 feriti

Nuovo massiccio attacco russo su Kyiv. Nella notte tra mercoledì 19 e giovedì 20 agosto 2026 Mosca ha colpito la capitale ucraina con missili balistici, missili da crociera e droni, causando un bilancio di 13 morti e 40 feriti secondo quanto riportato dal presidente Volodymyr Zelensky. Danni, oltre che nella regione di Kyiv, anche in quelle di Odessa e Chernihiv. «Nella capitale sono stati danneggiati edifici residenziali, tra cui un grattacielo i cui piani superiori sono stati distrutti, oltre a un ospedale pediatrico e una scuola», ha scritto Zelensky su X. Il sindaco della città ha confermato che i piani alti di un condominio di nove piani sono crollati e hanno preso fuoco. Alcune zone dei quartieri di Sviatoshynsky e Solomyansky sono rimaste senza elettricità. «Nella regione di Odessa il nemico ha effettuato un attacco con droni contro un valico di frontiera con la Moldavia. Nella regione di Chernihiv, ha preso di mira le infrastrutture del gas», ha aggiunto Zelensky.

Allerta anche in Polonia e Romania

Gli attacchi su Kyiv hanno provocato reazioni di sicurezza anche negli Stati membri della Nato confinanti. Il comando militare polacco ha dichiarato di aver mobilitato velivoli e attivato le difese aeree per proteggere lo spazio aereo del Paese, in particolare nelle aree al confine con l’Ucraina. Il ministero della Difesa rumeno ha affermato che i sistemi radar hanno rilevato bersagli aerei vicino al confine ucraino durante la notte, provocando il decollo di due caccia spagnoli impegnati in missioni Nato e di un elicottero dell’aeronautica rumena. Il ministero ha aggiunto che un drone è entrato nello spazio aereo rumeno vicino a Galati prima di schiantarsi in una zona disabitata nella contea di Tulcea.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti

La crisi del salvinismo e della Lega è l’argomento politico dell’estate. In molti, fuori e dentro il partito, raccontano e cercano di capire le ragioni dello scontro tra ‘nordisti’ e ‘lealisti’, mai così aspro finora. Da una parte ci sono il vecchio partito, i governatori attuali ed ex – Attilio Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti – insieme alla Lega lombarda e alle segreterie storicamente più rappresentative vale a dire Bergamo, Brescia e Varese. Dall’altra, il nuovo corso, inaugurato da Matteo Salvini nel 2013, partito più ‘leggero’, nazionalista e sovranista, composto in larga parte da fedelissimi al capo.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Lo spartiacque della morte del Senatur

Ma quel che nessuno sottolinea è che questa crisi profonda si consuma a pochi mesi dalla morte di Umberto Bossi, scomparso il 19 marzo scorso. Un po’ come se si fosse creato uno spartiacque: c’è un ‘prima di Bossi’ e un ‘dopo Bossi’. Come se con la morte del fondatore non avessero più retto gli argini. Nella prima estate dell’era d.B (dopo Bossi, appunto) la Lega si è rotta. Si è sfaldata come in quelle famiglie in cui, morto il nonno, improvvisamente saltano psicologicamente tutti i freni, con i cugini che litigano per l’eredità e smettono di parlarsi. Non che il Senatur negli ultimi anni della sua vita godesse di una vera considerazione. Dopo le dimissioni della primavera del 2012, Bossi è stato bistrattato dal partito. Sostanzialmente perdonato dai militanti per gli scandali sui fondi irregolari, il vecchio capo è stato evocato e usato quando faceva comodo, mentre Salvini non gli ha mai perdonato di essersi candidato contro di lui alle primarie del 2013 (che peraltro vinse, 82 per cento contro il 18).

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Matteo Salvini e Umberto Bossi nel 2013 (Imagoeconomica).

Dalla Lega a due teste a partito schizoide

Un tempo formazione leninista, come amava definirla Roberto Maroni per la ferrea gerarchia, da tempo nella Lega convivono due partiti. Il congresso federale dell’anno scorso a Firenze lo ha reso plastico, come L43 fece notare. Nella prima parte dell’assise si erano concentrati gli interventi dei fedelissimi che avevano chiesto a Salvini di tornare al Viminale; nella seconda parte, i governatori e i ministri non avevano minimante accennato alla questione. Ecco, la Lega dei primi mesi d.B non è più a due teste. La Lega post Bossi ha tendenze schizoidi.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Roberto Maroni e Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Salvini chiuso nel bunker mentre i big tentennano

Salvini si è chiuso nel bunker con qualche fedelissimo e non molla la segreteria, resistendo alla discesa nei sondaggi, e agli errori inanellati uno dietro l’altro a partire dal Papeete del 2019. Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli cercano di sopravvivere a questa stagione come sono sopravvissuti a tutte quelle precedenti senza dare un reale contributo da ‘saggi’ quali potrebbero essere. Luca Zaia continua a rinviare ogni decisione sul suo futuro, incollato alla sua comfort zone veneta, e senza alcuna voglia di farsi in quattro per salvare il partito. Ciclicamente si ‘risveglia’ e propone una reazione. Ma alla fine il risultato è sempre lo stesso: lanciare il sasso e tirare indietro la mano. Lo sanno bene i militanti bresciani che avevano cominciato a raccogliere le firme per farlo diventare segretario: un’iniziativa mai decollata perché l’ex doge si è nuovamente tirato indietro.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Romeo pensa al suo sogno, Molinari non tocca palla

Poi c’è Fontana, l’Attilio da Varese, storico amico di Bobo Maroni. Quando era sindaco girava la città giardino in Porsche, e continua a comportarsi da ricco avvocato. Visto che non ha nulla da perdere, è l’unico che ora riporta senza peli sulla lingua quel che sente dire a ogni festa di partito: Salvini ha stufato. E i capigruppo al Senato e alla Camera? Massimiliano Romeo conosce Salvini da una vita (è stato prima di lui fidanzato con Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana e, appunto, ex di Salvini). È uno dei pochi che ha il coraggio di dire le cose in faccia al segretario. Ma si mormora che non pensi ad altro che a realizzare il suo sogno: diventare governatore lombardo. Ha anche accelerato la pubblicazione di un libro sulla Lega, pubblicizzato da un video in cui chiede un ritorno al ‘celodurismo’ con un vistoso Rolex al polso.

Riccardo Molinari invece sembra affetto dalla sindrome di Stoccolma. Prigioniero di Salvini, che a taccuini chiusi critica da anni, è l’unico dirigente che in questa fase non riesce a toccare palla.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).

Lorenzo Fontana difende il capo ma punta su Stefani

Chi, seppur solitamente silente, questa volta si è sbilanciato è il presidente della Camera Lorenzo Fontana che ha chiesto più rispetto per il segretario. Ma a chi lo incontra privatamente, Fontana confida che Matteo dovrebbe farsi da parte. Quando vivi nel disordine da troppo tempo, è il ragionamento che fa in privato, poi ne subisci le conseguenze. Sarebbe ora di fare spazio ai giovani, afferma spesso Fontana.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

E nella mente del presidente della Camera c’è un nome in particolare: Alberto Stefani da Borgoricco, sua creatura che vorrebbe a tutti i costi come segretario federale. Veniamo poi a Claudio Durigon. Lo scorso giugno ha tentato di portare a termine una difficile trattativa tra Zaia e Salvini. Il testo dell’accordo che avrebbe dovuto dar vita a una formazione nordista è stato stracciato dal segretario. E ora il vicesegretario si trova a criticare gli stessi (Zaia & Co) che cercava di coinvolgere.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Alberto Stefani (Imagoeconomica).

La comunicazione e la “fabbrica del retroscena”

L’altro capitolo riguarda la comunicazione del partito: la nuova gestione, guidata da Davide Vecchi e Cristiano Bosco, è finita nel mirino dei critici per i troppi errori (scivoloni sui provvedimenti approvati e sulla morte di Franco Baresi quando era ancora vivo). Negli ultimi giorni si è arrivato addirittura alla fabbrica del retroscena. È stato chiesto ad alcuni fedelissimi di intervenire in difesa del segretario nella chat usata per le comunicazioni di servizio del consiglio federale. Nessuno dei componenti nordisti è intervenuto, ma lo staff di Salvini ha screenshottato gli interventi costruiti ad hoc girandoli alla stampa. E alcune testate sono cadute nel tranello riportando queste frasi come se fossero un retroscena vero, non un’operazione architettata appositamente. Una mossa che non ha portato a molto mentre il caos aumenta a mano a mano che ci si avvicina alla scadenza del raduno di Pontida. E aumentano anche i nervosismi di Salvini e le pretese sull’operato del governo. Mentre i nordisti rassicurano sulla tenuta dell’esecutivo. Anche se la nuova legge elettorale non piace, per esempio, assicurano che la voteranno perché fedeli ai patti di coalizione. Insomma tanta confusione e nessuna direzione.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Davide Vecchi (Imagoeconomica).

Trump annuncia una «guerra economica contro l’Iran» e minaccia chi aiuta Teheran

Nuova mossa di Donald Trump: alla ricerca di una via d’uscita dal pantano dello stretto di Hormuz, il presidente Usa ha annunciato una «guerra economica» e un «isolamento senza precedenti» contro l’Iran, minacciando «conseguenze tremende» per qualsiasi Paese che aiuti o faccia affari con la Repubblica Islamica. L’annuncio di Trump è arrivato dopo giorni in cui si sono rincorse voci di nuove durissime sanzioni contro Teheran.

Trump annuncia una «guerra economica contro l’Iran» e minaccia chi aiuta Teheran
Il post di Donald Trump su Truth.

«Nessuno ha offerto alla Repubblica Islamica dell’Iran un’opportunità migliore della mia per raggiungere un accordo. Tragicamente per loro, non l’hanno colta. Pertanto, oggi annuncio l’operazione economica più devastante mai intrapresa contro un Paese! Si tratterà di una guerra economica e di un isolamento senza precedenti», ha scritto Trump su Truth. Il presidente Usa ha poi aggiunto: «Qualsiasi Paese che consentirà alle proprie istituzioni finanziarie, imprese, aeroporti o enti governativi di offrire all’Iran un’ancora di salvezza dovrà affrontare a sua volta conseguenze economiche tremende». Trump non ha citato alcun Paese alleato dell’Iran, ma il riferimento è ad altri due storici rivali degli Stati Uniti: Russia e Cina, che hanno consentito a Teheran di aggirare le misure occidentali tramite contrabbando di petrolio, trasferimenti di denaro e società di facciata. «Sapete bene chi siete. Sarà un “D-Day economico” e abbiamo bisogno che tutti i nostri alleati si schierino al fianco degli Stati Uniti per isolare e sconfiggere la minaccia rappresentata dall’Iran», ha scritto The Donald.

Trump annuncia una «guerra economica contro l’Iran» e minaccia chi aiuta Teheran
Donald Trump e Scott Bessent (Ansa).

Tra le ipotesi l’introduzione di sanzioni di secondo grado

Non è ancora chiaro cosa abbia di preciso in mente Trump: negli ultimi mesi il segretario al Tesoro Scott Bessent ha infatti già varato misure volte a colpire valuta, società di comodo e intermediari che aiutano i pasdaran. Tra le ipotesi ci sono il blocco terrestre delle merci e la stretta sulle raffinerie indipendenti cinesi, così come l’introduzione di sanzioni di secondo grado, destinate a colpire soggetti e aziende di paesi Terzi che effettuano transazioni commerciali o finanziarie con stati, entità o individui già sottoposti a misure restrittive. In questo caso verrebbero interessate soprattutto banche e aziende cinesi.

Il fondatore di Evergrande è stato condannato all’ergastolo

Xu Jiayin, fondatore del colosso immobiliare cinese Evergrande, è stato condannato all’ergastolo da un tribunale cinese per una serie di reati finanziari. L’ha riferito la China central television, secondo cui il Gruppo è stato multato per 8,82 miliardi di yuan (circa 1,3 miliardi di dollari), mentre Evergrande Real Estate dovrà pagare una multa di 7 miliardi di yuan. In totale circa 2,35 miliardi di dollari.
Per Jiayin il tribunale intermedio di Shenzhen ha disposto, oltre all’ergastolo, la revoca a vita dei diritti politici e la confisca di tutti i suoi beni personali.

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?

Luigi Lovaglio gioca come se avesse in mano un asso. O almeno come se fosse convinto di averlo. E così, dopo aver spiegato una decina di giorni fa al cda di Mps che all’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) di Intesa non esisteva una vera alternativa, adesso l’ad del Montepaschi, uomo solo al comando, ne avrebbe trovate addirittura due che potrebbe presentare al cda convocato giovedì 20 agosto. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Luigi Lovaglio con Carlo Messina (Imagoeconomica).

L’ipotesi di doppia Ops su Bpm e Banca Generali

Quando al tavolo non sai più se rilanciare o passare, qualche volta la soluzione è cercare di rovesciarlo con una doppietta. La prima mossa avrebbe il sapore della vendetta. Un’Ops su Bpm, la banca dell’ex amico Giuseppe Castagna, quello che prima lo aveva corteggiato con quella che venne definita una «bella lettera d’amore» in cui proponeva il matrimonio tra i due istituti, e poi lo aveva lasciato al suo destino adducendo la contrarietà del Crédit Agricole, il suo azionista di riferimento. La seconda invece è su Banca Generali. Esattamente ciò che voleva fare Alberto Nagel quando Mediobanca era sotto l’attacco di Mps. Una nemesi quasi perfetta, se non fosse che rischia di assomigliare anche alla dimostrazione che Lovaglio, come Nagel prima di lui, sta cercando di sparare l’ultima cartuccia in un caricatore oramai vuoto. Che l’assalto a Bpm possa riuscire è ipotesi alquanto improbabile, specie pensando che Agricole difficilmente stenderebbe il tappeto rosso senza averci un forte tornaconto. Lato Siena ci sono anche le perplessità che attraversano il stesso consiglio di amministrazione, e poi c’è da fare i con la passivity rule, la regola che impedisce alla società sotto Opas di mettere in campo mosse capaci di ostacolare l’offerta senza passare per la delibera dell’assemblea degli azionisti, a maggioranza qualificata in caso di modifiche al capitale. Solo che Lovaglio, secondo chi conosce il dossier, sarebbe pronto a sostenere che nel suo caso la passivity rule non si applica, dicendosi pronto ad andare in causa per dimostrarlo. Una strada resa ancora più delicata dal fatto che sulla vicenda c’è anche l’attenzione della Procura che nel novembre scorso lo ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di concerto nella vendita di azioni Mps in mano al Mef. Insomma, la partita che fino a ieri sembrava soprattutto finanziaria rischia di diventare anche giudiziaria. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il cda del Monte viaggia a ranghi ridotti

Il paradosso è che Lovaglio prepara le sue contromosse mentre il cda di Mps viaggia ancora a ranghi ridotti. Dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il consiglio è rimasto con 13 membri anziché 15. Quattro consiglieri di minoranza hanno chiesto di reintegrarlo immediatamente attraverso la cooptazione di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro, primi due non eletti della lista del cda. La banca sostiene che la procedura stia seguendo l’iter richiesto dalla Bce. Resta il fatto politico e societario: mentre si ragiona di Ops, contro-Ops e operazioni capaci di ridisegnare gli equilibri del sistema bancario italiano, due sedie del consiglio continuano a essere vuote. E sono proprio due sedie che spetterebbero alla minoranza. Un dettaglio soltanto in apparenza, perché quando si progettano operazioni destinate a cambiare la fisionomia di una banca, la composizione dell’organo chiamato a valutarle diventa parte della sostanza. Soprattutto se attorno al tavolo non regna esattamente l’unanimità. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
La sede del Monte dei Paschi di Siena (Getty Images).

Il jolly di Trieste

Lovaglio però sembra non avere più molto da perdere. E forse proprio per questo continua a comportarsi come l’uomo delle missioni impossibili. È pronto a giocarsi tutto, compreso il patrimonio della banca. Sul tavolo potrebbe finire infatti anche la partecipazione in Generali, ceduta in tutto o in parte per trovare le risorse necessarie a distribuire un dividendo straordinario agli azionisti e rendere meno appetibile l’Opas di Intesa. Solo che quel pacchetto del 13 per cento è nella disponibilità di Mediobanca, visto che la fusione tra Rocca Salimbeni e Piazzetta Cuccia s’ha ancora da fare. Naturalmente, come auspicano anche molti esponenti del governo scottati a suo tempo dall’accusa di tifare per Siena, l’ultima parola dovrebbe averla il mercato. Il condizionale però in questa storia è d’obbligo. Perché un conto è difendere l’autonomia di una banca, un altro è trasformare quella difesa nella battaglia personale di chi la guida. E quando per salvare la casa si cominciano a vendere i mobili di pregio, qualche domanda sul prezzo finale dell’operazione diventa inevitabile. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Imagoeconomica).

Il Pd dimentica il costo della «senesità» del Monte

Ma Lovaglio non ha cercato sponde soltanto nella finanza. Ha bussato anche alla politica. E qui il risultato più sorprendente lo ha ottenuto con il Pd, che per bocca del suo responsabile economico Antonio Misiani è arrivato a invocare il mantenimento della «senesità» del Monte. Una conversione che avrebbe qualcosa di commovente se la memoria non fosse una bestia così fastidiosa.  Perché fu proprio negli anni in cui la sinistra esercitava un controllo ferreo sulla banca che Mps si imbarcò nell’acquisizione di Antonveneta, l’operazione destinata a diventare il simbolo della sua rovina. Un’avventura pagata a carissimo prezzo, che contribuì a trascinare il Monte verso una crisi dalla quale sarebbe stato difficilissimo uscire senza l’intervento dello Stato e quindi dei contribuenti. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Antonio Misiani (Imagoeconomica).

Così oggi il partito che vide la banca precipitare quando la «senesità» era garantita soprattutto dalla presa della politica sul Monte riscopre proprio quella senesità come valore da difendere. Lovaglio è riuscito nel piccolo miracolo di trasformare una delle pagine che il Pd senese avrebbe interesse a dimenticare nell’argomento con cui chiedere che tutto resti com’è. Ed è forse questo il bluff più riuscito dell’intera partita. Perché il punto non è stabilire se Siena debba perdere il Monte o se Mps debba necessariamente finire nelle mani di qualcun altro, ma è capire dove finisca la difesa della banca e dove cominci quella di chi la guida. E soprattutto perché, ogni volta che qualcuno pronuncia la parola «senesità», ci si dimentichi di chiedere quanto sia costata l’ultima volta che la politica decise di difenderla. Il poker ha una regola che vale anche quando sul tavolo ci sono miliardi: si può bluffare fino all’ultima carta. Il problema arriva quando qualcuno chiede di vederla. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Elicottero precipitato in Kenya: un italiano tra le sette vittime: chi è

C’è anche un cittadino italiano tra i sette turisti morti nello schianto di un elicottero in Kenya, avvenuto per cause ancora da accertare nella riserva nazionale del Samburu, nei pressi del monte Ololokwe. Si tratta del 44enne Michele Sensi Contugi, figlio di padre italiano e madre ecuadoriana. Nato in Italia, era un imprenditore molto noto in Ecuador (Paese di cui aveva la cittadinanza) ed era arrivato a far parte del governo guidato da Daniel Noboa: da gennaio del 2024 ricopriva la carica di presidente del Centro Nazionale di Intelligence. Sull’elicottero viaggiava anche la moglie Stephany Vasconez.

Anche l’Austria rimanda i migranti in Italia

Dopo Germania e Svizzera, anche l’Austria ha deciso di applicare il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo (Geas): in merito ai possibili trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia, il ministero dell’Interno di Vienna ha riferito che dal 12 giugno, utilizzando mezzi di trasporto pubblico, sono state trasferite nel nostro Paese già quattro persone. «Con il Patto sull’asilo c’è ora la possibilità che, in caso di collaborazione da parte dello straniero di cui è competente uno Stato membro dell’Unione europea, quest’ultimo possa recarsi nello Stato membro in questione con un mezzo di trasporto pubblico», ha spiegato il ministero: «Nella pratica, l’autorità mette quindi a disposizione della persona straniera un biglietto del treno o dell’autobus». E con queste modalità, appunto, quattro migranti sono stati trasferiti in Italia.

I precedenti annunci di Germania e Svizzera

Ieri un annuncio analogo era arrivato dalla Svizzera. Berna ha fatto sapere di aver prenotato i primi voli (niente treno o bus dunque) per i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo che si sono spostati sul territorio elvetico dopo essere sbarcati sulle nostre coste. Il rientro dalla Svizzera all’Italia dei cosiddetti “dublinanti”, ha spiegato la Segreteria di Stato della migrazione, riprenderà dalla fine di agosto. Il primo Paese ad annunciare la ripresa delle espulsioni in Italia dei richiedenti asilo sbarcati sulle coste della Penisola, nell’ambito del nuovo Patto Ue che ha modificato il precedente quadro normativo mantenendo però il principio della responsabilità dello Stato di primo arrivo, è stata la Germania. «Abbiamo chiuso accordi bilaterali con Italia e Grecia stabilendo che le norme di Dublino sarebbero state nuovamente applicate dall’entrata in vigore del sistema europeo comune di asilo a giugno 2026», ha spiegato il ministero dell’Interno.

L’IDF chiede un’inchiesta penale sulla morte di Hind Rajab

L’IDF ha annunciato di aver richiesto l’avvio un’indagine penale sulle centinaia di colpi di arma da fuoco sparati contro un veicolo della famiglia Hamada e un’ambulanza della Mezzaluna Rossa, che il 29 gennaio 2024 nella città di Gaza provocarono la morte di nove persone, tra cui la piccola Hind Rajab che era rimasta intrappolata in un’auto. L’episodio provoco un’ondata di indignazione internazionale dopo pubblicazione dell’audio della telefonata alla Mezzaluna Rossa in cui la bambina, di soli cinque anni, chiedeva disperatamente aiuto. Il film La voce di Hind Rajab, che racconta proprio questa vicenda, nel 2025 ha vinto il Leone d’argento a Venezia. Un’altra inchiesta è stata aperta sulla morte di 15 palestinesi, tra cui personale medico e un dipendente dell’Onu a Tel al-Sultan, avvenuta il 23 marzo 2025.

Tre episodi sono stati invece archiviati

L’esercito di Tel Aviv ha spiegato di aver completato le indagini su diversi «incidenti operativi eccezionali» di alto profilo avvenuti nella Striscia di Gaza e di aver preso «decisioni legali riguardo a cinque incidenti che hanno ricevuto ampia attenzione e copertura da parte dei media». Detto dei due che saranno oggetto di indagini penali, altri tre sono stati archiviati. Non scatterà alcuna inchiesta sul caso dell’uccisione di sette dipendenti della World Central Kitchen a Deir al-Balah, avvenuta il primo aprile 2024. Secondo l’esercito israeliano, «nonostante le gravi carenze nel processo che aveva portato alla valutazione secondo cui nei veicoli viaggiassero operatori di Hamas, le decisioni assunte dai comandanti non sollevano un ragionevole sospetto di condotta criminale». Nessun approfondimento poi su altri due attacchi, in cui sono morti quattro membri di Medici senza frontiere. Dall’inizio della guerra, il Meccanismo di accertamento e valutazione dello stato maggiore dell’IDF ha completato l’esame di circa 150 incidenti, trasmettendoli poi alla procura militare.

Perché Ranucci ha querelato la magistrata Clementina Forleo

Sigfrido Ranucci ha dato mandato ai propri legali di querelare la magistrata Clementina Forleo, consigliera della Corte d’appello di Roma, dopo un post su Facebook pubblicato da quest’ultima il 16 agosto. Commentando i recenti sviluppi delle indagini sull’attentato al giornalista, la giudice aveva scritto: «Chi sta ricattando Ranucci? Perché vuole a tutti costi mantenere il timone di Report (trasmissione del servizio pubblico) con la minaccia di spifferare le chat con “tutti”? E chi sono i “tutti” di cui parla?”». E poi: «In un Paese normale (attentato falso o vero a parte) Ranucci sarebbe stato già indagato per estorsione e i suoi telefoni sequestrati: solo per tali gravi intimidazioni. Voglio credere che sarà così e che è solo una questione di tempo: non tutti i magistrati appartengono alla categoria del “tanto meglio”».

L’avvocato di Ranucci: «Affermazioni gravemente calunniose»

Questo il commento dell’avvocato Roberto De Vita, legale di Ranucci, raggiunto da Adnkronos: «Dispiace che una magistrata, ben consapevole dell’importanza delle dichiarazioni pubbliche di chi riveste ruoli istituzionali, abbia fatto affermazioni prive di fondamento e gravemente calunniose, per le quali Ranucci è costretto a rivolgersi alla Autorità Giudiziaria. Parole ben oltre la perdita di sobrietà con gravi conseguenze legali». De Vita ha poi allontanato l’ipotesi di una sospensione di Ranucci, spiegando che ogni eventuale iniziativa della Rai «sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità».

Perché Ranucci ha querelato la magistrata Clementina Forleo
Clementina Forleo (Imagoeconomica).

La replica della magistrata: «Ho commentato notizie mai smentite»

«Il mio post, come chiarito nei relativi commenti, è stato una mera riflessione a una notizia apparsa su Il Foglio a firma di Carmelo Caruso e poi ripresa da Salvo Sottile nella sua pagina Facebook. Non mi risulta essere stata mai smentita dall’interessato. In uno Stato di diritto ognuno risponde delle sue condotte, ivi incluse le sue querele», ha replicato Forleo.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Manca un mese a Pontida e la sensazione è che il 20 settembre il pratone caro a Umberto Bossi possa essere teatro di una resa dei conti tra Matteo Salvini, segretario della Lega sempre più in bilico, e il fronte dei “nordisti”, che sta premendo per ottenere un congresso straordinario. L’obiettivo dei frondisti è arginare il tracollo di iscritti e consensi e ciò non può che passare dal siluramento del Capitano, che appena un anno fa – sembrano passati secoli – aveva fatto salire sul palco Roberto Vannacci, oggi nei sondaggi davanti alla Lega col suo Futuro Nazionale.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Matteo Salvini (Ansa).

Il fronte del Nord: i leghisti che non vogliono più Salvini

Dopo mesi di tensioni, culminati in un inizio agosto che ha visto la condivisione dello Statuto del partito fantasma su una vecchia chat leghista e un acceso direttivo lombardo in cui è stato chiesto a Salvini di farsi da parte, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha rotto gli indugi in un’intervista al Corriere della Sera. «Non escludo nulla, nemmeno un passo indietro», ha detto riferendosi al capo di via Bellerio, aggiungendo poi di essersi messo al lavoro col segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo (autore di un libro sul necessario rinnovamento del partito) per un’associazione che dovrebbe raccogliere i malpancisti. Gli altri big dell’ala nordista, è cosa nota, sono Luca Zaia (ex governatore del Veneto), Massimiliano Fedriga (presidente del Friuli-Venezia Giulia) e Maurizio Fugatti (presidente della Provincia autonoma di Trento). Ma Salvini può ancora contare su una serie di fedelissimi.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

I fedelissimi sui cui può ancora contare Salvini

Il governatore veneto Alberto Stefani ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui ha difeso il segretario, rompendo il fronte dei governatori del Nord. «Chi oggi polemizza perché a suo tempo non ha scelto di candidarsi e di raccogliere i voti dei militanti?», ha affondato Stefani, ridimensionando le tensioni e le richieste di un passo indietro avanzate da altri importanti esponenti leghisti. Tra i fedelissimi di Salvini va annoverato anche Lorenzo Fontana. Il presidente della Camera è tornato a vestire i panni del militante leghista per difendere il segretario dagli attacchi interni. «Essere alla guida di un partito per tanti anni comporta uno sforzo enorme, e Salvini continua a spendersi, sacrificando anche una parte importante della propria vita privata. Merita più rispetto», ha detto la terza carica dello Stato, spiegando di essere favorevole al dibattito interno, ma in un clima di unità, e ricordando che con Bossi ci furono tempi ancora più magri. C’è poi la fedelissima per eccellenza di Salvini, ossia l’eurodeputata e vicesegretaria federale Silvia Sardone. «Il nostro segretario, peraltro rieletto un anno fa, ha portato il partito dal 5 al 34 per cento, ma questo qualcuno sembra dimenticarlo», ha detto al Corsera. Pontida, ha assicurato, «non sarà una passerella». E poi ha sottolineato: «Autonomia e federalismo fiscale, nostri obiettivi da 30 anni, stanno diventando leggi dello Stato proprio grazie a una Lega che rappresenta tutta l’Italia e con questo segretario».

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Parlando col Giornale, l’altro vice, Claudio Durigon, ha puntato il dito contro l’idea dell’associazione lanciata da Fontana. «So che erano contrari a quella che all’epoca aveva creato Roberto Vannacci e quindi mi sembra strano che possano essere oggi favorevoli ad altre associazioni», ha fatto notare il sottosegretario al Lavoro, sponsorizzando poi Salvini per il Viminale: «Sarebbe la persona giusta al posto giusto, senza nulla togliere a Matteo Piantedosi». Dalla parte di Salvini si è schierata inoltre l’eurodeputata Susanna Ceccardi. «Se c’è un problema, argomenta, lo si affronta nelle sedi opportune. C’è stato un congresso l’anno scorso che è stato unitario. Abbiamo cinque ministri lombardi, il tema del Nord è già ampiamente rappresentato», ha detto a Repubblica, escludendo che il segretario possa essere “commissariato” da una direzione collegiale: «Quando scadrà Salvini o se dovesse venire meno la fiducia del Consiglio federale ne riparleremo, ma non mi sembra questo il caso. Se qualcuno vuole continuare strumentalmente a creare un problema sui giornali, problema suo». Ceccardi ha anche affermato che non è possibile «tornare a una stagione secessionista» della Lega Nord: «È una stagione che non c’è più, né c’è questa vocazione nel nostro elettorato».

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Per quanto riguarda il già citato direttivo lombardo, gli unici che si sono apertamente schierati con Salvini – come riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra per la Disabilità Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo in Regione Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini.

Mps, rinviato l’incontro tra Giorgetti e gli enti locali

È stato rinviato al 25 agosto l’incontro previsto per domani – giovedì 20 agosto – tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e i rappresentanti di Regione Toscana, Comune e Provincia di Siena per affrontare il tema del futuro e delle prospettive di Banca Mps. Il vertice era stato fissato per il 20 agosto a seguito di una formale richiesta presentata insieme dal presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, da quella della Provincia Agnese Carletti e dalla sindaca Nicoletta Fabio.

Domani il cda di Mps: la doppia mossa di Lovaglio

Il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena dovrebbe riunirsi domani: sul tavolo dovrebbero approdare le operazioni straordinarie messe in campo per resistere all’ offerta pubblica di acquisto e scambio da 30,6 miliardi di Intesa Sanpaolo. Secondo il Sole 24 Ore, il ceo Luigi Lovaglio è intenzionato a proporre una doppia ops su Banco Bpm e Banca Generali.

Ranucci e i cannoni di Lavarone e le ambizioni di Durigon: le pillole del giorno

Sigfrido Ranucci può ritenersi soddisfatto: la prima uscita pubblica dopo le ultime evoluzioni sul caso Lavitola è stata un successo, almeno di pubblico. Martedì il giornalista si trovava a Lavarone, in provincia di Trento, per la presentazione del suo libro Il ritorno della casta, tra applausi e strette di mano. Ovviamente si è parlato del suo futuro a Report. La Rai «può fare quello che vuole», ha ribadito il giornalista. Dal canto suo si è detto disposto a fare un passo «in avanti, indietro, di lato. Il problema non sono io, ma la storia di Report». Qualche stoccata è arrivata anche a chi ha cavalcato la polemica sui costi del programma: «Report è una trasmissione virtuosa. Costa solo 159 mila euro a puntata e fa ascolti elevati. Altri costano il doppio e fanno il 2 per cento di share», ha messo in chiaro Ranucci. Insomma: «Se la Rai si lamenta di Report è come se il Papa si lamentasse del Giubileo». Sul rapporto con Lavitola, invece, si è limitato a ricordare che qualcuno «è amico di Luigi Ciavardini». Un riferimento alla presunta amicizia dell’ex Nar con la presidente della commissione Antimafia, la meloniana Chiara Colosimo, la stessa che qualche giorno fa aveva chiesto di ridurre la scorta a Ranucci. Insomma l’affaire Ranucci-Lavitola e tutto il corollario di polemichette e veleni tiene ancora banco tanto che a Roma qualcuno ha confuso la ridente località trentina con Navarone, quella dei famosi cannoni del film. «Ma no, ma quale Navarone, lui stava a Lavarone…», si sorride nell’afa capitolina. Comunque il botto si è sentito anche lì.

Ranucci e i cannoni di Lavarone e le ambizioni di Durigon: le pillole del giorno
Sigfrido Ranucci.

Le ambizioni di Durigon

Cosa si può fare prima del raduno sul pratone di Pontida del 20 settembre? Il vicesegretario della Lega Claudio Durigon, storico sindacalista Ugl e sottosegretario al ministero del Lavoro, non ci ha pensato due volte: tocca fare un bel convegnone a Roma. Dove? Alle Officine Farneto, luogo caro alle degustazioni di birre (mitica la kermesse “Fermentazioni”), del festival di street food giapponese Kizuna Expo e dei convegni gastronomici di Excellence. L’appuntamento è per l’8 e il 9 settembre, e l’ambizione è di avere tra i relatori Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. I tre, per ovvie ragioni, non avrebbero alcuna voglia di partecipare. Un’operazione ardita, quella di Durigon, tanto che per il nome del luogo scelto per il convegno c’è già chi l’ha ribattezzato «il farneticante». Secondo alcuni il sottosegretario punterebbe addirittura a candidarsi proprio al posto di Salvini proponendosi come una sorta di “paciere”, rivendicando le sue discendenze nordiche. Una specie di “garante” che però rischia di finire come il vaso di coccio tra quelli di ferro. E poi Matteo Salvini non è disposto, almeno finora, a farsi da parte, impegnato com’è a dare battaglia per tornare al Viminale. Intanto Durigon cerca di “blindarsi” almeno in Lazio: dal primo settembre il suo nuovo capo segreteria al ministero del Lavoro sarà Antonio Giammusso, consigliere comunale leghista a Civitavecchia.

Ranucci e i cannoni di Lavarone e le ambizioni di Durigon: le pillole del giorno
Claudio Durigon (Imagoeconomica).

Ucraina, il Parlamento approva la nomina di Khmara come nuovo ministro della Difesa

Il Parlamento ucraino ha approvato le nomine di Andrii Sybiha a ministro degli Esteri e quella di Yevhenii Khmara a ministro della Difesa, su proposta del presidente Volodymyr Zelensky. Quest’ultimo ha così commentato su X: «I compiti di entrambi sono assolutamente chiari. L’Ucraina ha bisogno di maggiore forza. E l’avrà. Gloria all’Ucraina!».

Khmara prende il posto di Mykhailo Fedorov, che ha lasciato il ministero della Difesa a luglio dopo appena sei mesi in carica e in mezzo a una forte controversia con Zelensky. Il suo siluramento è stato circondato da polemiche, anche perché lui è molto ben valutato dall’opinione pubblica. Nelle ultime settimane ha accumulato sostegno e viene visto come un eventuale contendente politico di Zelensky in futuro, dopo aver chiesto un «meccanismo legale, sicuro e realistico» affinché l’Ucraina possa tenere elezioni anche in tempo di guerra.

Ex Ilva, manifestazione di interesse di Federacciai: ipotesi newco

Federacciai, tramite una lettera inviata dal presidente Antonio Gozzi, ha presentato una manifestazione di interesse «esclusivamente preliminare e non vincolante» a nome di 14 società per l’ex Ilva, attualmente gestita da Acciaierie d’Italia. Ansa, che ha visionato la lettera, riporta che il documento prospetta «la realizzazione dell’operazione attraverso un veicolo societario di nuova costituzione», partecipato «direttamente o indirettamente» dalle società interessate. La manifestazione di interesse, che circoscritta alla sola area a freddo dell’impianto di Taranto salverebbe solo i laminatoi e non il ciclo integrale dell’acciaio, è improntata alla massima cautela: Federacciai chiede una due diligence anche per valutare come «assicurare una corretta e sostenibile allocazione dei relativi rischi e responsabilità». Oltre che da Federacciai, l’iniziativa è stata sottoscritta da ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.

ScontiPoste, nel 2025 restituiti ai clienti 12 milioni di euro di cashback

Il 2025 ha segnato un bilancio da record per ScontiPoste, il programma fedeltà di Poste italiane dedicato ai titolari di carte di pagamento Postepay e BancoPosta che consente di risparmiare fino al 30 per cento sugli acquisti effettuati con esse. Nell’ultimo anno sono stati restituiti 12 milioni di euro di cashback. A beneficiare dei rimborsi sono stati quasi 3,5 milioni di clienti, grazie a 20 milioni di transazioni che hanno generato un volume complessivo di spesa superiore ai 500 milioni di euro. Un successo che si rinnova anno dopo anno – dal suo lancio, nel 2010, ScontiPoste ha restituito agli italiani oltre 150 milioni di euro in rimborsi, confermandosi tra i programmi di fedeltà più apprezzati.

Come funziona

Per ottenere lo sconto basta pagare negli oltre 12 mila negozi fisici e online convenzionati con le carte Postepay o BancoPosta. In alternativa, è possibile usare il Codice Postepay, scansionando un QR Code o cliccando su un link fornito dal negoziante. Il cashback viene accreditato sulla carta o sul conto selezionato come preferito nell’app Poste italiane o su poste.it. Se non è stato preventivamente selezionato uno strumento, l’accredito è effettuato sulla carta o sul conto legato alla carta usata per il pagamento. Gli sconti sono applicati automaticamente e vengono accreditati entro cinque giorni lavorativi dalla contabilizzazione della transazione. Sul sito Poste.it e sull’app Poste italiane è disponibile l’elenco degli esercenti che aderiscono all’iniziativa, con la possibilità di utilizzare la geolocalizzazione per sapere in tempo reale dove poter usare la carta per ottenere lo sconto

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?

L’Oman sa. Lo confermano a Lettera43 fonti vicine al dossier: a Muscat hanno individuato con precisione la regia dietro le minacce sempre più violente di Donald Trump contro il sultanato. Quella regia avrebbe un nome: Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti. Stando alla ricostruzione, Abu Dhabi da mesi soffierebbe nell’orecchio del presidente americano per ridimensionare il vicino scomodo, uno dei pochi attori del Golfo che parla con tutti e che oggi tiene in mano il negoziato più delicato del pianeta, quello sullo Stretto di Hormuz. Caso vuole che lunedì, nello stesso giorno della seconda minaccia americana, il sultano Haitham bin Tarik sia salito su un aereo per Abu Dhabi e avrebbe messo la questione sul tavolo del diretto interessato.

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?
Lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan accoglie il sultano Haitham bin Tariq ad Abu Dhabi (Ansa).

L’accordo tra Teheran e Muscat e la reazione di Trump

«If Oman gets in the way, we’ll bomb the shit out of them». Se l’Oman si mette in mezzo, lo bombardiamo di brutto. Donald Trump ha scelto il registro che gli è più congeniale per minacciare uno dei più antichi alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Le parole, riferite dal corrispondente di Fox News Trey Yingst, sono arrivate nel giorno in cui scadeva il memorandum di 60 giorni tra Washington e Teheran sulla fine della guerra e sul programma nucleare iraniano, senza alcun accordo in vista. La colpa di Muscat è aver fatto ciò che fa da mezzo secolo: mediare. L’agenzia semi-ufficiale iraniana Mehr sabato aveva annunciato l’intesa tra Teheran e Muscat su un meccanismo di gestione del traffico nello Stretto di Hormuz, il corridoio da cui nel 2025 è transitato il 34 per cento del greggio mondiale e che oggi è ridotto alla paralisi: appena 13 navi nel fine settimana, secondo MarineTraffic. Trump rivendica il controllo americano del passaggio e ha ripetuto che gli Stati Uniti potrebbero «tenerselo». Un accordo diretto Iran-Oman, con eventuali pedaggi di transito, scavalcherebbe Washington e ridisegnerebbe la governance del passaggio marittimo più strategico del Pianeta.

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?
Donald Trump (Ansa).

La vera natura della «visita fraterna» del sultano ad Abu Dhabi

C’è però un dettaglio che pesa. Quella di lunedì è la seconda minaccia di Trump all’Oman. Già lo scorso maggio, in una riunione di gabinetto, il presidente americano aveva avvertito che «l’Oman si comporterà come tutti gli altri». Due minacce in tre mesi contro un Paese che ospita da decenni i canali negoziali più delicati tra Washington e Teheran raccontano una pressione costante, alimentata e coltivata. La domanda giusta riguarda chi la alimenta. Una risposta è arrivata nello stesso giorno della minaccia, con un movimento diplomatico che alimenta il sospetto. Lunedì 17 agosto il sultano Haitham bin Tarik è volato ad Abu Dhabi per una «visita privata fraterna» e ha incontrato il presidente emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan ad Al Shati Palace, palazzo reale utilizzato per incontri diplomatici e visite di Stato.

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?
Mohammed bin Zayed con Haitham bin Tariq (Ansa).

L’avvertimento dell’Oman

Basta leggere la lista della delegazione per subodorare la natura del viaggio. Accanto al sultano sedevano il vice primo ministro per gli affari della Difesa Shihab bin Tarik, il ministro dell’Interno Hamoud bin Faisal Al Busaidi e il generale Sultan bin Mohammed Al Nomani, ministro del Royal Office, l’organo che nel sistema omanita sovrintende ai servizi di intelligence e alla sicurezza dello Stato. Più che una delegazione era l’architettura di sicurezza dell’Oman al completo, schierata davanti al presidente emiratino. Dall’altra parte del tavolo, Abu Dhabi ha risposto con mezza corte: il ministro degli Esteri Abdullah bin Zayed, il vicegovernante di Dubai Maktoum bin Mohammed, Hamdan bin Mohamed bin Zayed. Le stesse fonti descrivono un colloquio senza giri di parole: il sultano avrebbe chiarito direttamente con Mohammed bin Zayed che le interferenze emiratine contro il sultanato devono cessare, e che Muscat conosce nel dettaglio il lavoro di Abu Dhabi sull’amministrazione americana. La visita «fraterna», insomma, è suonata come un avvertimento consegnato di persona, con i vertici della sicurezza omanita come testimoni.

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?
Il sultano omanita Haitham bin Tarik (Ansa).

I possibili moventi di Abu Dhabi

Gli Emirati, del resto, hanno ragioni economiche e ragioni storiche per volere un Oman ridimensionato. Sul piano economico, la chiusura di Hormuz strangola l’export emiratino, con la sola eccezione del terminal di Fujairah che si affaccia oltre lo Stretto. Un accordo Iran-Oman sulla gestione del passaggio, con Muscat nel ruolo di co-garante, taglierebbe fuori Abu Dhabi da ogni voce in capitolo sulla via d’acqua da cui dipende la sua economia. La tensione è già altissima: l’Iran non solo ha nuovamente lanciato missili su Abu Dhabi, ma nei giorni scorsi ha sequestrato una petroliera di proprietà emiratina vicino all’isola di Qeshm. Abu Dhabi, dal canto suo, accusa le forze iraniane di aver attaccato navi collegate ad ADNOC, la compagnia petrolifera nazionale. Sul piano storico, il fascicolo è ancora più spesso. La penisola del Musandam, exclave omanita, spezza la continuità territoriale emiratina proprio sullo stretto di Hormuz e da decenni alimenta le mire di Abu Dhabi. Nel 2011 l’Oman smantellò una rete di spionaggio emiratina che operava nel cuore dell’apparato statale del sultanato, un episodio che Muscat considera chiuso solo formalmente. La diffidenza tra i due vicini convive con 15 miliardi di dollari di interscambio non petrolifero e 35 miliardi di accordi di investimento annunciati nel 2024. Nel Golfo il denaro e il sospetto viaggiano da sempre sullo stesso dhow. Abu Dhabi considera la neutralità omanita un lusso intollerabile e vede nell’attuale debolezza di Muscat, stretto tra le minacce americane e il caos di Hormuz, la finestra per ridimensionare una volta per tutte il vicino ingombrante. La leva scelta è la più potente disponibile: l’orecchio di Donald Trump.

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?
Lo Stretto di Hormuz (Ansa).

L’ultimatum lanciato dal sultano

Il senatore democratico Tim Kaine ha annunciato una risoluzione per vietare qualsiasi azione militare contro l’Oman al rientro del Senato dalla pausa estiva. Jared Kushner, genero e inviato speciale del presidente, continua a insistere sulla pressione economica su Teheran e ha ammonito l’Iran a «non nascondere carte». Trump ha dichiarato di non avere fretta e di non voler estendere il cessate il fuoco, rivendicando un canale diretto con i Pasdaran. Il sultanato, intanto, ha mandato il suo messaggio. Lo ha mandato di persona, ad Al Shati Palace, con i ministri della Difesa e dell’Interno seduti al tavolo. Nel linguaggio felpato della diplomazia del Golfo, dove ogni visita «fraterna» pesa quanto un ultimatum, difficilmente si poteva essere più chiari.

La prima uscita pubblica di Ranucci dopo l’arresto di Lavitola

Sigfrido Ranucci ha fatto la sua prima uscita pubblica dopo l’arresto di Valter Lavitola, l’imprenditore e suo stretto amico che ha confessato di aver organizzato l’attentato di ottobre 2025 contro di lui. Il giornalista ha partecipato a una presentazione del suo ultimo libro, Il ritorno della casta, al centro congressi di Lavarone, in provincia di Trento. Durante l’evento, ha commentato alcune delle notizie degli ultimi giorni che lo riguardano, tra cui la possibile sospensione dalla conduzione di Report. Un’ipotesi su cui i dirigenti Rai stanno ragionando dopo che il comitato etico ha depositato una relazione su di lui (il cui contenuto è secretato). Sul suo eventuale successore, però, non si sa ancora nulla – se non che Milena Gabanelli, a cui è stato proposto l’incarico, ha rifiutato. «L’azienda può fare quello che vuole», ha detto Ranucci. E sulla possibilità di fare un passo indietro, cioè andarsene volontariamente: «Lo posso fare in avanti, indietro, di lato. Il problema non sono io, ma la storia di Report».

Ranucci: «Problema mia amicizia con Lavitola? C’è chi è amico di Ciavardini»

I commenti sulla vicenda giudiziaria relativa all’attentato, invece, sono stati pochi. Ranucci si è limitato a difendersi da chi ha criticato la sua frequentazione con Lavitola, personaggio controverso condannato per diversi scandali degli ultimi 20 anni, ma con cui lui aveva una grande familiarità. «Se il problema è la mia amicizia con Lavitola, c’è chi è amico di Luigi Ciavardini (ndr il terrorista condannato per la strage di Bologna)», ha detto. Il riferimento è alla presunta amicizia tra Ciavardini e la presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d’Italia. Lei ha sempre negato spiegando di averlo incontrato solo per attività relative al reinserimento dei detenuti.

Ft: «L’Iran sta valutando di colpire obiettivi militari Usa in Europa»

L’Iran sta valutando la possibilità di attaccare obiettivi militari statunitensi in Europa, qualora Donald Trump intensificasse il conflitto contro la Repubblica Islamica. Lo scrive il Financial Times citando due fonti interne al regime di Teheran. Sono da poco terminati i 60 giorni di cessate il fuoco previsti – ma solo in parte rispettati – dal memorandum d’intesa firmato in Pakistan a metà giugno e crescono i timori di un’escalation, che potrebbe riguardare non solo il Medio Oriente.

Ft: «L’Iran sta valutando di colpire obiettivi militari Usa in Europa»
Missile lanciato dall’Iran (Ansa).

Tra i possibili obiettivi ci sono basi in Bulgaria e a Cipro

Le fonti del Ft hanno spiegato al quotidiano che le forze di Teheran hanno preso in esame possibili raid contro asset Usa in Paesi dell’Europa sud-orientale come la Bulgaria, che a luglio ha autorizzato l’uso della base aerea di Bezmer per il rifornimento di aerei militari statunitensi. Anche Cipro figurerebbe tra i potenziali obiettivi di rappresaglia in caso di una nuova offensiva Usa: a marzo un drone iraniano ha colpito una base britannica sull’isola. Le stesse fonti del Financial Times hanno indicato che le forze iraniane hanno anche valutato la possibilità di attaccare i cavi sottomarini in fibra ottica nello stretto di Hormuz, se il conflitto dovesse intensificarsi. A luglio i pasdaran hanno minacciato il Regno Unito per l’utilizzo da parte degli Stati Uniti di siti militari britannici, affermando che «qualsiasi base utilizzata per lanciare un attacco contro il territorio iraniano sarà considerata un obiettivo legittimo». Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Teheran avrebbe usato questi due mesi di tregua per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni.