Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni

Addio cozze pelose, ostriche e aragoste, tradizionali correlativi gastronomici del successo politico. La destra al potere detesta i molluschi in tutti i sensi, a cominciare da quello letterale. Scacciati dalla tavola i flaccidi e financo femminei frutti di mare, mandati al confino nelle cenette galeotte a lume di candela, nel piatto del sovranista italico torna trionfalmente la carne bovina, il cibo che in Occidente è più tradizionalmente connesso alla forza maschile, dai buoi sacri indebitamente macellati dai compagni di Ulisse alla tartare degli Unni, dal manzo alla Wellington (Napoleone preferiva pollo o carne ovina: poteva finire diversamente, a Waterloo?) alla bistecca alta tre dita prediletta da Tex Willer.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
L’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (foto Ansa).

Quel pedigree camorristico della sua socia Miriam Caroccia

È stato probabilmente l’entusiasmo nel mettere in pratica il verbo neo-carnivoro a spingere il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che alla fine si è dimesso (e con lui la capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, quella che aveva definito i giudici «plotoni di esecuzione»), a non guardare tanto per il sottile il pedigree camorristico della sua socia Miriam Caroccia, pur di aprire un ristorante che già dal nome, Bisteccheria d’Italia, è un manifesto gastro-patriottico.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Foto pubblicata su TikTok da bisteccheriadabaffo con Andrea Delmastro insieme a Mauro Caroccia (foto Ansa).

Anche il braccio destro di Cirielli fa affari con una braceria

L’uomo che gode quando i detenuti soffocano non è l’unico in Fratelli d’Italia a declinare la fiamma del simbolo nel modo più sensato, e alla fin fine innocuo, e cioè per arrostire la carne. Come rivela Domani, a mettere in pratica il motto “è la costata che traccia il solco, ma è il barbecue che lo difende” è anche il neo ambasciatore in Moldavia Adamo Guarino, braccio destro del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, nonché fiero comproprietario della braceria Don Rafè, in quel di Frattamaggiore, frequentata dallo stato maggiore italofraterno nelle trasferte campane.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Una card elettorale di Adamo Guarino.

Confidiamo che, con un supplemento d’indagine, la mappa dei serial griller prestati al melonismo potrebbe ampliarsi a tutta la penisola, fornendo ai buongustai filogovernativi, in vista delle vacanze di Pasqua, spunti per un itinerario in cui la passione politica si sposa a quella per le bistecche al sangue – e chi si preoccupa del colesterolo è una zecca woke.

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Carlo Nordio con Andrea Delmastro (foto Imagoeconomica).

FdI potrebbe ribattezzarsi con orgoglio Partito della bistecca

Se FdI volesse rilanciare la solidarietà con Delmastro e con i cultori della chianina potrebbe addirittura scegliere di ribattezzarsi con orgoglio Partito della bistecca. Ma non sarebbe il primo. Il nome è già stato usato nel 1951 da un partitino fondato a Firenze (e dove, se no?) da Corrado Tedeschi, editore della rivista Nuova Enigmistica Tascabile. Nato come Partito Nettista (da NET, le iniziali del periodico di Tedeschi), venne rinominato Partito della bistecca perché il primo punto del suo programma era fornire a ogni italiano una bistecca di 450 grammi. «Se pesa un chilo, tanto meglio», precisava Tedeschi, nell’Italia del Dopoguerra che la carne bovina la vedeva ancora col cannocchiale, «ma non meno di 450 grammi, perché altrimenti sarebbe una cotoletta, e quindi il mio partito non sarebbe più quello della bistecca».

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Carlo Calenda (foto Imagoeconomica).

Il resto dello strabiliante programma del Partito Nettista italiano (motto, “meglio una bistecca oggi che un impero domani”, inno a base di muggiti bovini) lo trovate su Wikipedia, ma uno spoiler è doveroso: alle elezioni del 1953 conquistò più voti di Azione di Carlo Calenda.

Per la serie “dimmi che sei trumpiano senza dirlo”

Il Partito della bistecca delmastriancirielliano non è una parodia del qualunquismo, come quello di Tedeschi, anzi. È piuttosto una risposta alla sfida “dimmi che sei trumpiano senza dirlo”. È negli States che nascono le “steakhouses”, le bisteccherie, i templi del prime rib, la costata di manzo al sangue, l’alimento più costoso e con l’impronta ecologica più pesante dell’universo. Magnificare (e magnare) bistecche come se non ci fosse un domani è una dichiarazione d’intenti: «Siamo maschi, ricchi e ce ne fottiamo della crisi climatica». Roba da laurea ad honorem all’Università di Mar-a-Lago. Curiosamente, in inglese red meat (carne rossa) significa anche “argomento succulento per polemiche e dibattiti”. Sarà questa la vera specialità della Bisteccheria (di Fratelli) d’Italia?

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Siamo trumpiani, evviva la carne (foto Ansa).

Andrea Delmastro si è dimesso

Andrea Delmastro, dopo aver incontrato il guardasigilli Carlo Nordio, ha rassegnato le sue «irrevocabili dimissioni» da sottosegretario alla Giustizia. «Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti», ha dichiarato in una nota, «e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio».

Delmastro verso le dimissioni da sottosegretario alla Giustizia

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, coinvolto nel caso del ristorante di Roma gestito da Miriam Caroccia, figlia di Mauro condannato in quanto prestanome del clan Senese, starebbe seriamente valutando di fare un passo indietro. È quanto trapela da via Arenula. Per giorni Fratelli d’Italia ha respinto la richiesta di dimissioni di Delmastro avanzata dalle opposizioni, ma la netta sconfitta nel referendum – imputata anche al sottosegretario – avrebbe cambiato le carte in tavola, portando al pressing per le dimissioni da parte di Palazzo Chigi e dei vertici di FdI. Delmastro, che era entrato in società con Miriam Caroccia (la quale gestiva il locale) ha ceduto le sue quote prima della condanna a 4 anni inflitta al padre, senza comunicare niente al Parlamento e al ministero, cosa che invece era tenuto a fare. Di recente sono state peraltro pubblicate alcune di foto che lo ritraggono assieme a Mauro Caroccia: difficile credere che davvero il sottosegretario (atteso in commissione Antimafia) non sapesse con chi aveva a che fare. Il 25 marzo alla Camera è in programma anche un question time al quale il ministro della Giustizia Carlo Nordio dovrà rispondere sul caso: le dimissioni sarebbero imminenti.

LEGGI ANCHE: Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni

Perso il referendum, il governo accelera sulla legge elettorale

Nemmeno il tempo di metabolizzare la bocciatura della riforma sulla giustizia, che il governo già accelera su un altro tema caro al centrodestra, la modifica della legge elettorale. I gruppi dei partiti di maggioranza avevano depositato la loro proposta di legge il 26 febbraio 2026, e ora l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali della Camera, su proposta del presidente Nazario Pagano (Forza Italia), ha stabilito che l’esame del testo inizierà martedì 31 marzo. Quella presentata dal centrodestra sarà abbinata ad altre otto proposte di legge sulla stessa materia depositate anche dall’opposizione (che toccano argomenti diversi come, ad esempio, il voto all’estero o la raccolta digitale delle sottoscrizioni per la presentazione di liste e candidature). «In commissione sarà adottato il testo base, cioè si dovrà poi decidere il testo sul quale lavoreremo», ha detto Pagano.

Cosa prevede la proposta del centrodestra

La proposta di riforma del centrodestra ruota attorno a tre pilastri:

  • l’introduzione di un sistema elettorale proporzionale per assegnare i 400 seggi della Camera e i 200 seggi del Senato, in base a cui ogni partito elegge un numero di parlamentari in proporzione al numero di voti ottenuti alle elezioni (con eccezioni previste per Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, che seguono regole specifiche per garantire la rappresentanza delle minoranze linguistiche). Per eleggere rappresentanti in Parlamento bisogna superare la soglia di sbarramento a livello nazionale, fissata per le liste singole al 3 per cento dei voti. Tuttavia, nelle coalizioni che ottengono almeno il 10 per cento dei voti, ottiene seggi anche la prima lista che non ha ottenuto il 3 per cento;
  • un premio di governabilità, ossia un premio di maggioranza, per il partito o la coalizione che ottiene almeno il 40 per cento dei voti alle elezioni. Alla Camera il premio previsto è pari a 70 seggi aggiuntivi, mentre al Senato a 35 seggi in più. Il testo prevede che la lista o la coalizione che ottiene il premio di governabilità non possa avere in totale più di 230 seggi su 400 alla Camera e più di 114 seggi su 200 al Senato;
  • un ballottaggio qualora nessuna lista o coalizione ottenga almeno il 40 per cento dei voti, che serve per stabilire a chi assegnare il premio. Il secondo turno non scatta però in automatico, ma solo se entrambe le liste o coalizioni abbiano ottenuto al primo turno almeno il 35 per cento dei voti. In caso contrario, il ballottaggio non si tiene e i seggi da attribuire con il premio di maggioranza saranno ripartiti in modo proporzionale tra tutte le liste.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda

Una lista concorrente annunciata di sabato, senza che nessuno sapesse come fosse stata formata. Un candidato presidente 81enne la cui ultima esperienza nel settore bancario appartiene a un’epoca che sembra lontana anni luce. E un amministratore delegato uscente che, dopo essere stato escluso dalla lista del board di Monte dei Paschi di Siena, ha deciso di sfidarla, mentre su di lui pende un’indagine della procura di Milano. La lista Tortora-Lovaglio, depositata da Plt, la holding dell’imprenditore cesenate, per il rinnovo del cda di Mps solleva più domande che risposte.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Pierluigi Tortora (Imagoeconomica).

Della lista Tortora-Lovaglio non si sa praticamente nulla

La Bce ha già chiesto una rendicontazione approfondita su come sia stata elaborata la lista del cda: un processo che ha prodotto 500 pagine di documentazione pubblica, 22 riunioni verbalizzate, il coinvolgimento di primari consulenti interni ed esterni. Un processo, in altri termini, costruito per resistere allo scrutinio del regolatore. Della lista Tortora-Lovaglio non si sa invece praticamente niente: né quando sia stata costruita, né chi l’abbia elaborata, né su quali criteri siano stati selezionati i candidati. Oltre a Lovaglio per il ruolo di ad e Cesare Bisoni (ex UniCredit) in quello di presidente, nella lista figurano diversi manager legati a Cassa Depositi e Prestiti, come Flavia Mazzarella, presidente del Comitato parti correlate di Cdp; Livia Amidani Alberti, nel cda di Cdp Venture Capital; Massimo Di Carlo, ex direttore del Business di Cdp, Carlo Corradini, già presidente del collegio sindacale della Cassa (completano l’elenco Paola Leoni Borali, Paolo Martelli, Andrea Cuomo, Paola Girdinio e Dante Campioni). Questo non rende la lista illegittima. Qualsiasi azionista con una quota sufficiente ha diritto di presentarne una. Ma pone un problema di credibilità istituzionale non banale per una banca che ha appena concluso uno dei percorsi di risanamento più seguiti d’Europa, sotto la lente continua della vigilanza europea. Un ad rinviato a giudizio in una banca vigilata dalla Bce si troverebbe in una posizione strutturalmente insostenibile.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Cesare Bisoni (Imagoeconomica).

La spada di Damocle su Lovaglio

Il nodo più delicato è quello giudiziario. Luigi Lovaglio — che è al tempo stesso l’unico elemento di continuità della lista e il suo vero motore — è sotto indagine da parte della procura di Milano. Se la lista vincesse e Lovaglio venisse rinviato a giudizio, le autorità di vigilanza potrebbero sollevare obiezioni formali sulla sua idoneità ai sensi dei requisiti fit and proper previsti dalla normativa europea. Il titolo subirebbe pressioni. La governance sarebbe paralizzata da un dibattito permanente sulla sua posizione. E tutto questo in un cda che, secondo le proiezioni più ottimistiche per la lista Tortora-Lovaglio, potrebbe contare su una maggioranza di appena un voto: otto consiglieri contro sette. Una base pericolosamente fragile per gestire qualsiasi crisi, figuriamoci una di natura giudiziaria che coinvolge il vertice esecutivo.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La matematica del voto: i capitali in campo

I numeri, nella loro brutalità, scattano una fotografia abbastanza chiara. La lista del cda (con l’appoggio di Banco Bpm, Anima e della famiglia Benetton) parte da una base consolidata intorno al 20 per cento del capitale. La lista Tortora-Lovaglio parte da qualcosa tra l’1 e il 2 per cento, con Giorgio Girondi come variabile non confermata, posto che all’assemblea straordinaria del 4 febbraio scorso era presente con l’1,04 per cento nonostante alcune fonti gli attribuissero una quota superiore al 3 per cento. Per ribaltare questo divario, la lista alternativa dovrebbe raccogliere una quota molto significativa dei fondi istituzionali. Ma per i proxy advisor i fondi tendono strutturalmente a preferire le liste del cda (il precedente Generali è ancora nella memoria di tutti) e lo stesso sembra intenzionata a fare Assogestioni.

LEGGI ANCHE: la lettera di Lovaglio a Mps e la maledizione dell’hybris

La figura di Palermo e la grana Cdp

L’indicazione di Fabrizio Palermo tra i candidati alla carica di ad (insieme con Carlo Vivaldi e Corrado Passera) nella lista del cda risolve quello che era percepito come il principale punto debole della compagine uscente: l’assenza di un nome per la guida esecutiva. Palermo, su cui nelle ultime ore la decisione sembra convergere, ha credenziali internazionali, garantisce continuità operativa e, soprattutto, un’interlocuzione credibile con Francoforte e con i mercati in una fase in cui Mps deve dimostrare di saper stare in piedi da sola, dopo anni di sostegno pubblico.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

Sul fronte opposto, la presenza di Mazzarella, presidente del Comitato parti correlate di Cdp, crea un cortocircuito politico difficile da gestire. Il governo, per voce della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha dichiarato esplicitamente di non voler essere coinvolto nella contesa. Una posizione difficile da sostenere con un candidato dell’istituto pubblico controllato dal Tesoro – che è ancora azionista di Mps – in una lista avversaria. O la candidatura viene ritirata, o si dovrà offrire una spiegazione convincente a una contraddizione molto visibile.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Flavia Mazzarella (Imagoeconomica).

Una lista tattica, non industriale

La lettura più plausibile di questa vicenda è che la lista Tortora-Lovaglio sia più un tentativo di forzare una negoziazione — o di indebolire la lista del cda abbastanza da condizionarne la composizione finale — che una reale candidatura alternativa con prospettive concrete di vittoria. Il vero rischio, paradossalmente, non è che vinca: la matematica sembra escluderlo. È che riesca a frammentare sufficientemente il voto da creare instabilità nella governance risultante, qualunque essa sia. Per una banca che ha appena ritrovato la rotta, sarebbe un lusso che non può permettersi.

Guerra in Iran, il Pakistan si offre di ospitare i negoziati di pace

Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato che il suo Paese è disposto a ospitare colloqui tra Stati Uniti, Israele e Iran per porre fine alla guerra che dalla Repubblica Islamica si è allargata a tutto il Golfo Persico. Il Pakistan, ha spiegato Sharif su X, «accoglie con favore e sostiene pienamente gli sforzi in corso per perseguire il dialogo al fine di porre fine al conflitto in Medio Oriente».

I colloqui citati da Trump e la smentita di Teheran

Donald Trump il 23 marzo ha riferito di «colloqui produttivi» tra Washington e Teheran, con il coinvolgimento dell’inviato speciale Steve Witkoff e di suo genero Jared Kushner, annunciando poi il rinvio (di cinque giorni) degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniani, paventati in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz. Poco dopo, però, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf ha smentito che questi colloqui ci siano effettivamente stati.

Il Pakistan è da fine febbraio in guerra con l’Afghanistan

La proposta di Islamabad arriva in un periodo estremamente delicato per il Pakistan, che poco prima che scoppiasse la nuova guerra del Golfo ha di fatto iniziato un nuovo conflitto con l’Afghanistan. I raid aerei pakistani, che hanno interessato anche Kabul e Kandahar, hanno fatto centinaia di morti in Afghanistan. Ma sono molti anche i pakistani che hanno perso di vita negli attacchi afghani condotti lungo il confine.

L’arrivo di Poste e i manager di Tim con le ore contate: Labriola game over

L’Opas lanciata da Poste su Tim, che sancisce la fine della madre di tutte le privatizzazioni, ha colto di sorpresa un po’ tutti. Compresa la stessa ex monopolista dei telefoni. E in particolare il suo amministratore delegato Pietro Labriola. Il manager è stato tenuto all’oscuro fino alla fine su questa operazione con cui Poste punta a comprare il 100 per cento di Tim e delistarla dalla Borsa. Ma cosa succederà ora? Tra il management dell’ex Telecom si respira una certa preoccupazione.

L’arrivo di Poste e i manager di Tim con le ore contate: Labriola game over
Pietro Labriola (foto Imagoeconomica).

Poste vuole puntare su dirigenti graditi e funzionali

L’obiettivo di Poste è creare un ramo del Gruppo sul modello di altri già esistenti, come Poste Vita o Banco Posta. Cioè società molto operative e snelle, con staff leggeri, per creare il massimo delle sinergie. Quindi sembra chiaro che non serva avere un ceo “pesante”, come Labriola. Che a questo punto si avvia alla fine della sua esperienza in Tim, insieme alla squadra manageriale che ha governato negli ultimi anni in modo assoluto (e le ultime nomine che hanno riempito le caselle con profili che portano il timbro dell’ad sono state parecchio chiacchierate). Ora la musica cambierà: Poste vuole avere un controllo totale su tutte le funzioni aziendali, andando quindi a scegliere dirigenti graditi e ideali per le sinergie con le altre società del Gruppo.

L’arrivo di Poste e i manager di Tim con le ore contate: Labriola game over
Matteo Del Fante, ad di Poste Italiane (foto Imagoeconomica).

Intanto i commenti che serpeggiano sull’Opas sono unanimi: «La stagione dei cosiddetti capitani coraggiosi è finita. Ora ci sono gli statalisti coraggiosi». A proposito: nel quartier generale di Poste, all’Eur, molti vedono un futuro “telefonico” per Giuseppe Lasco: è proprio l’attuale direttore generale del gruppo guidato da Matteo Del Fante uno dei papabili candidati a prendere il posto di Labriola. Chi vivrà vedrà…

L’arrivo di Poste e i manager di Tim con le ore contate: Labriola game over
Giuseppe Lasco, dg di Poste Italiane (foto Imagoeconomica).

Fosse Ardeatine, La Russa parla di «crimine nazista» e si dimentica dei fascisti

Nel giorno dell’82esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha pubblicato un post sui social in cui, ricordando «una delle pagine più drammatiche della nostra Nazione», ha scritto di «crimine nazista che richiama tutti al dovere della memoria e alla responsabilità di difendere, ogni giorno, i valori della libertà, della dignità umana e della democrazia, affinché simili atrocità non si ripetano mai più». Un bel messaggio da parte dell’ex Msi La Russa, che però ha evitato di citare le responsabilità dei fascisti.

Le responsabilità dei fascisti nell’eccidio delle Fosse Ardeatine

L’eccidio delle Fosse Ardeatine si verificò il 24 marzo 1944, quando le truppe tedesche trucidarono 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei, o detenuti comuni, come rappresaglia per l’attentato partigiano di via Rasella, compiuto il 23 marzo da membri dei Gruppi di Azione Patriottica, in cui erano rimasti uccisi 33 poliziotti del reggimento “Bozen”. Quanto alle responsabilità dei fascisti, è accertato che funzionari di polizia italiana della Repubblica Sociale Italiana e funzionari repubblichini collaborarono attivamente alla compilazione delle liste dei detenuti da fucilare, prelevando 50 detenuti dalle carceri in cui erano stati rinchiusi proprio per l’opposizione al regime.

Cosa prevede l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Australia

L’Unione europea e l’Australia hanno concluso i negoziati per un accordo di libero scambio. L’annuncio è arrivato in occasione della missione a Canberra della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che ha incontrato il primo ministro australiano Anthony Albanese. Lo storico accordo registra un importante risultato per l’Australia, i cui produttori potranno usare nomi come prosecco, feta e halloumi, nonostante le pressioni dell’Europa per restringere l’uso dei cosiddetti indicatori geografici. Con l’intesa commerciale si prevede che che le esportazioni dell’Ue cresceranno fino al 33 per cento nel prossimo decennio, con un valore che raggiungerà fino a 17,7 miliardi di euro all’anno. Tra i settori più coinvolti quello caseario, l’automotive e il comparto chimico. Il maggiore punto di contesa ha riguardato la libertà, per i produttori australiani, di vendere carne di manzo e agnello, zucchero e formaggi ai 450 milioni di consumatori europei senza punitive tariffe e quote. Secondo fonti citate dal Sydney Morning Herald, gli esportatori australiani potranno ora vendere all’Europa fra 30 e 35 mila tonnellate di manzo l’anno, contro la quota annuale corrente di 3.389 tonnellate.

Cosa prevede l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Australia
Ursula Von Der Leyen e Anthony Albanese (Ansa).

Sottoscritta anche una nuova partnership di difesa e sicurezza

Le due realtà hanno anche sottoscritto una nuova partnership di difesa e sicurezza e assicurato l’accesso di università e compagnie australiane al programma europeo di ricerca e innovazione. Tra i punti del parteneriato figurano il rafforzamento della cooperazione sulla sicurezza marittima, la sicurezza informatica, il contrasto alle minacce ibride e alla manipolazione e interferenza di informazioni straniere, riflettendo la natura in evoluzione delle sfide di sicurezza contemporanee e il rafforzamento della cooperazione nella gestione delle crisi e nelle missioni e operazioni della politica di sicurezza e difesa comune, comprese esercitazioni, formazione e istruzione. Von der Leyen e Albanese hanno anche concordato di avviare negoziati formali per l’associazione dell’Australia a Horizon Europe, il più grande programma di finanziamento al mondo per la ricerca e l’innovazione.

Simest, Filiere d’Impatto: siglati nove accordi con imprese champions

A poco più di un anno dall’avvio, Filiere d’Impatto, il progetto promosso da Simest sulla base degli indirizzi strategici del ministero degli Esteri per sostenere la crescita e la competitività delle imprese delle filiere dei champions nazionali, chiude il suo primo bilancio. Ad oggi sono nove gli accordi firmati con primari partner industriali a capo di filiere attive nei settori manifatturiero, navalmeccanico, agrifood, costruzioni, ingegneria, energia e servizi industriali, fra cui Fincantieri, Bonifiche ferraresi, Saipem, Maire, Renco, Fibercop, Enele MscCrociere.

Tra le imprese coinvolte, oltre 150 hanno già presentato domanda di finanziamento

L’attività di divulgazione e formazione realizzata nell’ambito del progetto ha portato all’organizzazione di 14 eventi dedicati e oltre 200 incontri B2B. Complessivamente sono state intercettate oltre 2 mila imprese, tra cui più di 1.400 individuate come target. Di queste, il 70 per cento sono pmi e il 10 per cento aziende del Mezzogiorno. Tra le imprese coinvolte, oltre 150 hanno già presentato domanda di finanziamento, per un valore complessivo superiore a 100 milioni di euro. Il progetto si inserisce anche nella cornice del Piano Mattei per l’Africa, in collaborazione con la struttura di missione per l’attuazione del Piano istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri, che individua tra le priorità la promozione delle esportazioni e degli investimenti. L’obiettivo è sostenere le imprese italiane di filiera – in particolare le pmi – interessate a operare in Africa, favorendo investimenti in digitalizzazione, sostenibilità e rafforzamento della solidità patrimoniale, oltre alla formazione di manodopera qualificata proveniente dal continente africano.

Il ruolo di facilitatore di Simest

Per facilitare la conoscenza e l’accesso agli strumenti di finanza pubblica, soprattutto da parte delle micro e piccole imprese, Simest ha avviato una serie di accordi con le imprese capofila delle filiere (i cosiddetti “champions”) allo scopo di creare un circolo virtuoso capace di sostenere e trainare la crescita dell’intera catena produttiva. In questo contesto, la società del Gruppo Cdp svolge un ruolo di facilitatore. Attraverso una collaborazione costante con i champions e un dialogo congiunto con le pmi, individua i fabbisogni delle imprese e promuove percorsi di investimento mirati e sostenibili. Questo approccio contribuisce a rafforzare le competenze tecniche e manageriali, favorisce nuove collaborazioni e aiuta a costruire un ecosistema più consapevole, interconnesso e competitivo, in grado di affrontare le sfide dei mercati globali. Un contributo determinante al successo della prima annualità del progetto è arrivato dagli accordi siglati con alcune delle principali realtà industriali italiane, a partire da Fincantieri, primo gruppo ad aderire al programma Filiere d’impatto, e da Enel, tra gli accordi più recenti.

È morto Gino Paoli

È morto a 91 anni Gino Paoli. La notizia è stata diffusa dalla famiglia del cantautore, chiedendo «la massima riservatezza» in un momento così delicato. Nato nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli ha fatto la storia della musica italiana: suoi i brani Il cielo in una stanza, La gatta, Che cosa c’è, Senza fine, Sapore di sale, Una lunga storia d’amore e Quattro amici.

È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli

Iran, Mohammad Zolghadr nuovo segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale

È stato scelto in Iran il nuovo segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale: il successore di Ali Larijani, ucciso in un raid israeliano il 17 marzo, è Mohammad Bagher Zolghadr. Lo ha annunciato Mehdi Tabatabaei, vice di Masoud Pezeshkian, spiegando che la nomina è stata approvata dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei e formalizzata dal presidente.

Chi è Mohammad Zolghadr

Nato nel 1954, Mohammad Bagher Zolghadr ha fatto parte dei pasdaran dal 1979 al 2010. Ex comandante del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, da settembre del 2021 ricopre la carica di segretario del Consiglio per il Discernimento dell’Interesse del Sistema, assemblea che fornisce consulenza alla Guida Suprema sulle politiche generali dello Stato e su questioni di interesse nazionale, in particolare in caso di conflitti tra diverse istituzioni. Nel corso della sua carriera Zolghadr ha ricoperto ruoli politici di alto livello, tra cui quello di viceministro degli Interni per gli affari di sicurezza. Qualsiasi nuova figura di alto livello, avevano fatto sapere Tel Aviv e Washington, diventerà immediatamente un bersaglio di Israele e Stati Uniti.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno

Dopo la sonora sconfitta referendaria nel centrodestra, come previsto, cominciano a volare stracci. Tra accuse incrociate e recriminazioni tra alleati, il capro espiatorio perfetto rischia di essere il ministro della Giustizia Carlo Nordio – che con le sue numerose “uscite improvvide”, secondo i critici, ha tirato la volata al No – insieme con il sottosegretario amante delle bistecche Andrea Delmastro e la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

Il Guardasigilli per ora resiste e blinda la sua squadra: «Delmastro e Bartolozzi restano al loro posto». E pure lui non ha alcuna intenzione di farsi da parte, anche se ammette la sconfitta. «Fa parte della politica perdere le elezioni. Successe anche a Churchill, dopo la Seconda Guerra mondiale», ha dichiarato al Corriere della Sera, tradendo forse un eccesso di autostima. «Era una riforma in cui credevo e in cui penso di aver messo tutto l’impegno possibile. Ero certo che avremmo vinto. Mi inchino al popolo sovrano». Popolo che però, come sottolineato dal ministro al Foglio, non ha creduto nella sua stessa battaglia. «Era una battaglia in cui credevo e l’abbiamo persa perché il popolo invece non ci ha creduto, tutto qua». Il Guardasigilli però non si vede in un possibile governo Meloni II. «Credo che potrò ritornare ai miei diletti studi e ai miei hobby», ha ammesso a SkyTg24. «Non tanto per il fatto che le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla, ma anche per ragioni non solo di età ma anche di completamento di un certo percorso di riforme che cercheremo di terminare entro quest’anno. Il prossimo anno compio un anno matematico a seguito del quale penso di aver diritto a un po’ di riposo».

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Piazza Barberini in tilt per la festa del No

Quelli che dal centro storico di Roma volevano tornare a casa dopo una giornata di lavoro, lunedì sera hanno faticato sette camicie perché i mezzi pubblici erano bloccati: tutta colpa della manifestazione estemporanea per festeggiare il No, con piazza Barberini bloccata dai sostenitori accorsi ad ascoltare Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Tra i presenti oltre al primo cittadino Roberto Gualtieri, anche il piddino Claudio Mancini, da molti soprannominato il vero sindaco di Roma.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Elly Schlein e Roberto Gualtieri festeggiano la vittoria del No (Imagoeconomica).

Dopo Bossi e Pomicino, se ne va Salvatore Lauro

Giornate di lutto per la politica. Prima Umberto Bossi con il funerale di massa a Pontida a cui seguirà, mercoledì 25 marzo. una commemorazione a Montecitorio. Poi se n’è andato Paolo Cirino Pomicino, democristiano di lunghissimo corso, per il quale lunedì è stata allestita una camera ardente alla Camera (i primi ad arrivare sono stati Massimo D’Alema, Pier Ferdinando Casini e Alessandra Necci), mentre le esequie si sono tenute nella chiesa pariolina di piazza Euclide. Infine è morto l’ex senatore forzista e soprattutto armatore Salvatore Lauro, i cui funerali si sono svolti nella chiesa Santa Maria di Portosalvo che domina il porto di Ischia, dove è iniziata la storia imprenditoriale della sua famiglia. Per consentire la partecipazione di chi vorrà porgere l’ultimo saluto, l’Alilauro ha effettuato alcune corse straordinarie con i mezzi veloci della sua flotta con bandiere a mezz’asta, dal Molo Beverello di Napoli e dal porto di Sorrento.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Salvatore Lauro (Imagoeconomica).

Il Copasir si occupa del nucleare

Mercoledì 25 marzo a Palazzo San Macuto, il Copasir svolgerà l’audizione della presidente di Enea, Francesca Mariotti. Si parlerà di energia nucleare, del futuro (e del presente) delle centrali, e non solo. Mariotti, avvocata, nata a Frosinone, è stata direttrice generale di Confindustria dal 2020 fino all’ottobre del 2023, oltre che consigliera di amministrazione in società come Saipem e Almaviva. A marzo dello scorso anno è stata designata dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, alla presidenza dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, ovvero l’Enea. Che poi l’Enea è l’erede del Cnen, Comitato nazionale per l’energia nucleare, di cui segretario generale fu Felice Ippolito. E l’ex ministro Carlo Calenda, a favore delle centrali nucleari, ricorda sempre con orgoglio di essere suo nipote: Felice era il fratello della nonna paterna.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Il post di Carlo Calenda su Felice Ippolito.

Campo largo, Conte disponibile a correre per le primarie

Dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, il campo largo festeggia e torna a ragionare di primarie. Sia Elly Schlein sia Giuseppe Conte si sono detti disponibili a questo meccanismo per scegliere il leader del centrosinistra (nonché candidato premier della “coalizione” alle prossime elezioni politiche). Un’opzione proposta anche da Matteo Renzi a spoglio ancora in corso: «Spero che il centrosinistra rapidamente vada alle primarie perché da oggi è chiaramente nelle condizioni di vincere le politiche».

Boccia: «Benissimo se si faranno le primarie»

«Io sono disponibile ma non ho ancora interrogato né gli organi del Movimento né la mia base. Certamente il M5s deve avere un protagonista e certamente il M5s non parteciperebbe mai se fossero primarie con solo apparati di partito, devono essere aperte e dare uno sbocco a questa voglia di partecipazione dei cittadini», ha detto Conte. «Il campo progressista esiste già ed è stato costruito giorno dopo giorno in Parlamento, con una larghissima convergenza sui voti tra le forze di opposizione», gli ha fatto eco il presidente dei senatori dem Francesco Boccia, spiegando che per quanto riguarda la leadership «il Pd ha nel suo Dna le primarie, quindi benissimo se si sceglierà quella come strada per individuare chi guiderà la coalizione».

Avs frena e rilancia la legge sul salario minimo

Più cauto Nicola Fratoianni di Avs che, seppur considera legittimo il dibattito sulle primarie, non crede che «l’onda generazionale che ha travolto la controriforma Nordio abbia come prima esigenza quella di sapere come il centrosinistra sceglie il suo leader, ma piuttosto se siamo pronti a depositare domani una nuova legge sul salario minimo». «Direi che dobbiamo partire da qui», ha continuato, rilanciando una proposta per il salario minimo a 11 euro.

Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm

Parlando con Sky Tg24 all’indomani della netta sconfitta della maggioranza (più Azione) nel referendum sulla riforma della giustizia, il ministro Carlo Nordio si è preso la «responsabilità politica» della débâcle. «Questa è una riforma che porta il mio nome. Se ci sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei», ha dichiarato il Guardasigilli. «Colgo l’ennesima occasione per ricordare che la frase più contestata, quella sul cosiddetto sistema mafioso, io non l’ho mai detta, era la citazione della dichiarazione di un pubblico ministero», ha poi aggiunto. Intervistato dal Corriere della Sera, Nordio ha inoltre respinto l’ipotesi di dimissioni.

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Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm
Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).

Nordio: «Bartolozzi non è in discussione»

Nordio ha inoltre chiarito che la sua posizione della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi non è in discussione: «Per quanto riguarda le osservazioni fatte sia dagli appartenenti del mio ministero, sia di altri della nostra coalizione, credo che bilanciando le osservazioni sopra le righe fatte dai nostri e fatte dai loro, la situazione algebrica sia equivalente». E poi: «Non credo che questo eccesso di polemica, della quale ho sempre tenuto di tenermi lontano, abbia influito più di tanto». Bartolozzi aveva definito parte della magistratura un «plotone d’esecuzione». Così su Andrea Delmastro, al centro di un nuovo caso: «Fino a ieri sono stato talmente occupato con il referendum, che la vicenda del sottosegretario mi è arrivata del tutto inattesa, non sapevo nemmeno di che cosa si parlasse. Sono certo che riuscirà a chiarire».

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Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Le parole del Guardasigilli sull’Anm

Nordio ha anche affermato che a vincere, più che il No, è stata l’Associazione nazionale magistrati: «Purtroppo ora l’intervento della magistratura associata e sindacalizzata sarà quello di una forte pressione politica. Questo darà all’Anm un potere contrattuale che sarà aumentato e di cui farà i conti anche la sinistra, perché prima o poi andranno anche loro al governo». Inoltre, ha aggiunto, «nella coalizione ci sarà una controversia intestina per attribuirsi la vittoria. E dovranno fare i conti con l’Anm che diventa un soggetto politico anomalo, che si contrappone ai governi».

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Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni

Hanno votato. E questo, già di per sé, è una notizia. Quelli della Gen Z sono andati alle urne il 22 e 23 marzo e sono stati determinanti sul risultato, facendo quello che sondaggisti, consulenti di comunicazione e i guru delle segreterie di partito non avevano messo in conto. Tra i 18 e i 34 anni il no ha stravinto con stime intorno al 60 per cento dei voti, e la partecipazione è stata del 67 per cento (nonostante le difficoltà dei fuorisede), a fronte di un’affluenza nazionale al 58,9 per cento. Non li hanno visti arrivare, si è detto. Non si è capita la dirompente portata del loro voto. E si sono espressi con una precisione chirurgica che ai genitori, boomer o Generazione X che si battevano per le grandi ideologie novecentesche, non è mai riuscita. Senza nostalgie, bandiere o stanche liturgie, ma con una croce il cui significato travalica la materia del contendere.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Festeggiamenti a piazza Barberini, Roma, per la vittoria del no al referendum sulla giustizia (foto Ansa).

Lasciano l’Italia non certo per snobismo cosmopolita

È stato, forse per la prima volta, un voto politico e insieme generazionale. Parliamo di ragazzi che studiano con i soldi propri o con quelli dei genitori, e se va bene pagano un monolocale mille euro. Che lasciano l’Italia perché all’estero trovano un lavoro migliore e meglio retribuito, in un ambiente dove il merito non è un termine buono solo per propaganda e convegni. Altro che snobismo cosmopolita o mancanza di attaccamento alla loro terra.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
La manifestazione organizzata dal Comitato per il no sociale al referendum in Piazza SS Apostoli, a Roma (foto Ansa).

Non scelgono fra Israele e Palestina come fossero due squadre di calcio, sono invece inorriditi dalle migliaia di bambini e di anziani morti le cui immagini scorrono ogni giorno sui loro cellulari. Non capiscono perché la guerra sia diventata l’unica igiene del mondo. E sui diritti civili e la parità di genere non negoziano.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Cartelli con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù durante i festeggiamenti a Napoli (foto Ansa).

Si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Trump?

Sono antropologicamente pacifisti, non per ingenuità ma per convinzione profonda e cultura. Non postano come si vestono e si guardano bene dall’inseguire l’influencer di turno. Sono ragazzi normali con davanti un futuro che si complica ogni anno di più, che legano la loro prospettiva di vita a quella del Pianeta e ne traggono spaventose conclusioni. E soprattutto si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Donald Trump, uno che senza una logica plausibile sta contribuendo ad alimentare instabilità geopolitiche che saranno loro a dover pagare?

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Tanti giovani in piazza dopo la vittoria del no (foto Ansa).

Sono molto più difficili da ignorare di un hashtag

Giorgia Meloni ha incassato una pesantissima sconfitta. Se non ne capisce le ragioni, magari influenzata dalla narrazione del suo cerchio magico il cui unico scopo è perpetuare la rendita di posizione, e interpreta questo voto come un sussulto passeggero, un rigurgito delle piazze dove i giovani vengono indistintamente catalogati come amici dei terroristi, avrà un problema serio. Perché adesso questa generazione ha scoperto che le urne funzionano, sono molto più difficili da ignorare di un hashtag, e non basta una comparsata da Fedez per conquistarli.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Un messaggio per Meloni da parte dei giovani (foto Ansa).

Anche la sinistra questi ragazzi non li aveva visti arrivare

Paradossalmente, l’unica speranza di Meloni è la sinistra. Che fa l’errore speculare. Giuseppe Conte, Elly Schlein e gli altri già si vedono al governo, sfogliano la margherita delle coalizioni e litigano sulle poltrone future. Tutti eccitati come uno scolaro che inaspettatamente ha preso un bel voto e corre a mostrarlo ai genitori. Peccato che anche la sinistra questi ragazzi non li avesse visti arrivare. Per anni ha parlato ai giovani come ci si rivolge a un pubblico residuale, da corteggiare a ridosso delle elezioni con esternazioni di circostanza sulla fine del precariato e la miglior qualità della vita.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Giovani in piazza (foto Ansa).

Il referendum dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare

Ma il punto è che la Gen Z non è di sinistra né di destra. È di se stessa, fuori da schemi e contesti che ambirebbero a ingabbiarla. Ha valori precisi, una bussola morale che funziona e una capacità di indignarsi che non degenera in rancore, ma nel giudizio impietoso sulla demagogica ipocrisia delle classi dirigenti. Non cercano padrini politici fintamente solidali giusto il tempo per carpirne i favori e poi mollarli al loro destino, ma qualcuno che li prenda sul serio. Per ora non l’hanno ancora trovato. L’esito del referendum però dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare.

Missili di Stati Uniti e Israele contro i gasdotti iraniani

Parlando di «colloqui costruttivi» di un cambio di regime in corso in Iran (entrambi smentiti da Teheran), Donald Trump ha annunciato di aver rinviato di cinque giorni gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Ma, nel corso della mattinata del 24 febbraio, due stabilimenti di gas e un gasdotto sarebbero stati presi di mira da raid statunitensi e israeliani. Lo riporta l’agenzia di stampa Fars.

Missili di Stati Uniti e Israele contro i gasdotti iraniani
Donald Trump (Ansa).

«Nell’ambito dei continui attacchi perpetrati dal nemico sionista e americano, l’edificio dell’amministrazione del gas e la stazione di regolazione della pressione del gas in via Kaveh a Isfahan sono stati presi di mira», spiega Fars, aggiungendo che gli impianti nell’Iran centrale «sono stati parzialmente danneggiati». L’agenzia ha inoltre riferito di un raid contro il gasdotto della centrale elettrica di Khorramshahr, nel sud-ovest del Paese, vicino al confine con l’Iraq.

Il cambio di rotta di Trump era arrivato poche ore prima della scadenza dell’ultimatum al termine del quale aveva minacciato di attaccare le centrali elettriche iraniane in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz. Il ministro dell’Energia iraniano, Abbas Aliabadi, ha minimizzato le minacce del presidente Usa riguardo a possibili attacchi contro le centrali elettriche di Teheran, affermando che la Repubblica Islamica ha decentralizzato la sua produzione elettrica e che pianifica di ricostruire gli stabilimenti se verranno colpiti.

Sondaggi Swg 23 marzo 2026: salgono Lega e Fdi, giù Pd e Forza Italia

Secondo i sondaggi Swg trasmessi dal TgLa7 lunedì 23 marzo 2026, Fratelli d’Italia recupera lo 0,1 per cento e sale al 29,5 per cento, restando saldamente in testa alla classifica dei consensi, mentre il Partito democratico cede lo 0,2 e si ferma al 21,5 per cento. In calo anche il Movimento 5 stelle, con il 12,2 per cento (-0,1) e Forza Italia, di nuovo scesa sotto l’8 per cento (7,8). In una settimana, il partito di Antonio Tajani ha perso lo 0,2. Segue la Lega, che scavalla di nuovo Avs e arriva al 6,8 per cento (+0,2). L’Alleanza Verdi Sinistra rimane invece stabile al 6,6 per cento. Tra i partiti minori, Azione cala dello 0,1 fermandosi al 3,4 per cento, mentre Futuro Nazionale di Vannacci perde lo 0,2 e si stanzia al 3,3. Seguono Italia Viva al 2,5 per cento (+0,2), Più Europa all’1,4 per cento (-0,1) e Noi Moderati all’1,2 per cento (+0,1).

Sondaggi Swg 23 marzo 2026: salgono Lega e Fdi, giù Pd e Forza Italia
Sondaggio Swg (X).
Sondaggi Swg 23 marzo 2026: salgono Lega e Fdi, giù Pd e Forza Italia
Sondaggio Swg (X).

Aereo militare caduto in Colombia, sale il bilancio delle vittime

È salito ad almeno 66 morti il bilancio dello schianto di un aereo militare colombiano con a bordo 125 tra soldati e membri dell’equipaggio, precipitato il 23 marzo nella Foresta Amazzonica poco dopo il decollo da Puerto Leguizamo, vicino al confine meridionale con Ecuador e Perù. L’aereo precipitato era un Hercules C-130, velivolo utilizzato spesso in Colombia per il trasporto di militari. A febbraio, un altro incidente aveva coinvolto un aereo dello stesso tipo: il velivolo si era schiantato nella città di El Alto, causando la morte di 20 persone. Non sono ancora note le cause dell’incidente, ma è stato escluso che il disastro sia dovuto a un’azione dei tanti gruppi armati che operano nel Paese sudamericano.

Usa, Markwayne Mullin nuovo capo della Sicurezza interna

Il Senato americano ha confermato Markwayne Mullin come nuovo capo del dipartimento per la Sicurezza interna (Dhs) dopo il licenziamento di Kristi Noem avvenuto all’inizio del marzo 2026. La votazione di conferma ha visto 54 voti favorevoli e 45 contrari. 48 anni, ex wrestler e combattente di arti marziali, Mullin è stato senatore per l’Oklahoma. Durante l’audizione di conferma davanti al Senato tenutasi la settimana prima, ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi sarebbe stato quello di allontanare il Dhs e la sua controversa agenzia per l’Immigrazione e le dogane (Ice) dai riflettori: «Il mio obiettivo, tra sei mesi, è che non siamo la notizia principale ogni singolo giorno. Voglio proteggere la patria. Voglio portare tranquillità. Voglio restituire fiducia all’agenzia». Mullin ha poi aperto all’ipotesi di richiedere mandati per l’applicazione delle norme sull’immigrazione. Un potenziale cambio di passo rispetto all’attuale politica e una richiesta dei Democratici nell’ambito delle trattative in corso sui finanziamenti, scaduti il 14 febbraio.