Il botta e risposta tra Donald Trump e Giorgia Meloni, come prevedibile, ha trovato spazio anche sulla stampa estera. Ecco gli articoli dedicati alla vicenda dalle alcune delle più importanti testate straniere.
Macron: «Sorpreso, ne parlerò con Meloni»
Rispondendo all’Ansa mentre lasciava il Consiglio europeo, il presidente francese Emmanuel Macron si è detto «sorpreso» dall’attacco di Trump a Meloni, aggiungendo con la premier italiana parlerà di quanto accaduto in occasione del bilaterale in programma ad Antibes il 25 giugno.
Non si sono fatte attendere le reazioni della politica italiana alle parole di Donald Trump su Giorgia Melonie il loro incontro al G7 di Evian, raccolte telefonicamente da Daniele Compatangelo per L’Aria che tira su La7: «Era probabilmente contenta che io le abbia parlato. Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena».
Salvini: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». Tajani annulla la visita negli USa
Innanzitutto, la diretta interessata Meloni si è detta «francamente allibita» da quanto affermato da Trump. «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi», ha scritto il vicepremier Matteo Salvini sui social, a corredo di una foto che lo ritrae insieme alla premier. L’altro vicepremier Antonio Tajani, puntando il dito contro Trump, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha deciso di annullare la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno. «I deliri di Trump su Meloni sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa», ha dichiarato Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Attuazione del programma di governo: «Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Usa».
Conte: «Parole inaccettabili». Calenda: «Bullo da operetta»
«Trump è un mentitore seriale nonché un bullo da operetta. Personalmente non credo affatto che Meloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l’onore della Nazione», ha scritto Carlo Calenda su X, tra i primi a condannare l’uscita del tycoon. Giuseppe Conte ha definito «inaccettabili» le parole di Trump.
#Trump e’ un mentitore seriale nonché un bullo da operetta. Personalmente non credo affatto che @GiorgiaMeloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l’onore della Nazione. pic.twitter.com/33lKEBC6oI
Così Nicola Fratoianni di Avs, che non ha risparmiato una frecciata alla premier: «Non so se essere più preoccupato per un Trump ormai senza freni, e il problema è che fa il presidente degli Stati Uniti, o per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale, e il problema è che fa la presidente del Consiglio dei ministri del nostro Paese». E poi: «Verrebbe francamente voglia di esprimere solidarietà a Meloni. Se non fosse che tutto questo è il risultato delle sue scelte e della subalternità a Trump, come confermano gli acquisti di armi e di gas dagli Usa, che peseranno enormemente sui bilanci delle famiglie del nostro Paese. Una situazione grottesca che gli italiani non si meritano davvero».
Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Cara Presidente, hai finalmente capito che allearsi con quella gente lì significa essere contro l’Italia? Ora basta cappellini Maga e basta…
Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha scritto sui social X: «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Cara Presidente, hai finalmente capito che allearsi con quella gente lì significa essere contro l’Italia? Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump: l’Italia merita una classe dirigente che si faccia rispettare nel mondo. Una classe dirigente che non implora, mai. E gli Stati Uniti meritano un inquilino alla Casa Bianca che sappia che cosa è il coraggio, che cosa è il rispetto. La destra mondiale ha fallito: oggi lo ha capito anche la Meloni». Come ha reso noto il Quirinale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha chiamato Meloni, esprimendo solidarietà è avvenuta dopo le parole di Trump.
Mentre in Leonardo si completa il riassetto voluto da Lorenzo Mariani, prende forma un’altra partita, meno visibile ma altrettanto delicata: quella delle uscite eccellenti. Tra queste c’è il possibile approdo di Carlo Gualdaroni, manager di fiducia del precedente amministratore delegato Roberto Cingolani, come super consulente di Elettronica, l’azienda della Difesa che fa capo alla famiglia Benigni (con il 35 per cento delle quote), ma che ha tra gli azionisti la stessa Leonardo (31,33 per cento) e la francese Thales (33,33 per cento).
Roberto Cingolani con Carlo Gualdaroni (foto Imagoeconomica).
Gualdaroni, destinato a lasciare Leonardo dopo la nomina di Mariani, percepirebbe una buonuscita (frutto di un vecchio accordo firmato quando l’ad della società era Mauro Moretti) stimata intorno ai 5 milioni di euro, simile a quella riscossa da Cingolani.
Il passaggio di Gualdaroni a Elettronica incontra diversi ostacoli
La consulenza, però, non sarebbe ancora definita. Pur godendo del favore del ministro della Difesa Guido Crosetto, l’operazione incontra diversi ostacoli: dalla presenza del figlio Angelo all’interno di Elettronica alla probabile contrarietà dell’azionista francese, che non avrebbe dimenticato le vicende giudiziarie che coinvolsero Gualdaroni nel 2013 in un’inchiesta della procura di Napoli su degli appalti truccati per il Cen (Centro elettronico nazionale) della polizia di Stato, ossia il cuore informatico del sistema di pubblica sicurezza nazionale, da cui peraltro il manager uscì indenne, dichiarato estraneo ai fatti per assoluta infondatezza delle accuse.
Carlo Gualdaroni (foto Imagoeconomica).
A frenare potrebbe essere anche Enrico Peruzzi, presidente esecutivo di C4Gate e genero del presidente di Elettronica, che proprio durante la stagione manageriale di Gualdaroni fu allontanato da Leonardo.
Roberto Cingolani con Enrico Peruzzi (foto Imagoeconomica).
Capitolo delle buonuscite già finito sotto l’attenzione del Mef
L’uscita dell’ex co-direttore generale segue quella di Helga Cossu, già Chief Digital Identity, Outreach and Communication Officer, nonché direttrice generale della Fondazione Leonardo. Quella dell’ex giornalista di Sky Tg24, che starebbe trattando una liquidazione ben superiore ai 900 mila euro di cui parlavano le indiscrezioni, si aggiunge al capitolo delle buonuscite del top management già finito sotto l’attenzione del Mef.
«Le sentenze hanno ritenuto che la condotta di falso fosse finalizzata a coprire le eventuali, possibili, responsabilità dei Carabinieri appartenenti al “Gruppo Roma” nella morte di Stefano Cucchi». È quanto scrive la quinta sezione penale della Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza sui depistaggi seguiti al decesso di Cucchi, arrestato il 15 ottobre 2009 e morto sette giorni dopo a causa del pestaggio subito dagli appartenenti all’Arma mentre era sottoposto a custodia cautelare.
La sentenza arrivata a marzo
A marzo la Cassazione ha rigettato i ricorsi dei carabinieri per i quali era stata riconosciuta in appello l’intervenuta prescrizione o condanna. Tra questi figurano il generale Alessandro Casarsa, Luciano Soligo e Francesco Cavallo. E ha assolto il colonello Lorenzo Sabatino, che aveva rinunciato alla prescrizione per ottenere una pronuncia nel merito. Sono rimaste definitive solo due condanne: quella a 10 mesi per Francesco Di Sano e quella a 2 anni e 6 mesi per Luca De Cianni.
Dicono i beninformati che la pazienza di Palazzo Chigi sia arrivata al limite, e che Giorgia Meloni avrebbe fatto volentieri a meno di questa guerra tutti contro tutti in Rai. La premier in particolare ha puntato il dito contro Antonio Marano, consigliere anziano e per questo da quasi tre anni facente funzioni di presidente, perché la maggioranza non ha mai trovato uno straccio di accordo su chi dovesse sostituire Marinella Soldi, nel frattempo approdata alla Bbc.
Tutto è iniziato con la staffetta Sergio-Rossi benedetta da Meloni
Quando il primo ottobre 2024 si insediò questo consiglio di amministrazione, Meloni aveva garantito di persona la famosa staffetta tra Roberto Sergio e Giampaolo Rossi: prima Sergio amministratore delegato e Rossi direttore generale, poi, dopo un anno e mezzo, lo scambio delle poltrone. Detto fatto, con tanto di benedizione della premier.
Giampaolo Rossi e Roberto Sergio (Imagoeconomica).
Il nodo Simona Agnes, che non non è mai riuscita a farsi eleggere
Quello che però nessuno aveva messo in conto era la variabile imprevista, ossia Marano. Entrato in cda in quota Lega, si è ritrovato presidente facente funzioni in qualità di consigliere anziano perché la presidente designata, Simona Agnes (quota Forza Italia, sponda Gianni Letta) non è mai riuscita a farsi eleggere dalla Commissione di Vigilanza. Così quella del leghista, vecchio e abile navigatore del mondo televisivo, da provvisoria è diventata una situazione stabile.
Simona Agnes (Imagoeconomica).
Marano del ruolo si è innamorato e ora teme di perderlo
Marano, che del ruolo si è innamorato e teme di perderlo, ha così aperto le ostilità contro il direttore generale Sergio, che si è mostrato poco incline ad assecondare certe sue richieste di collocazione nei palinsesti, dettate da criteri che con le esigenze editoriali avevano, diciamo così, un rapporto piuttosto lasco. Da qui la mossa che il consigliere anziano riteneva geniale: stringere un patto con la stessa Agnes, offrendole la direzione generale al posto di Sergio.
Il piano geniale del presidente ha due punti deboli
Peccato che il furbo Marano non abbia fatto i conti con l’aritmetica e con lo statuto. Primo: il direttore generale lo nomina l’amministratore delegato, e Rossi non ha la minima intenzione di insediare la Agnes. Secondo, ed è qui che la trappola si chiude su chi l’ha architettata: se la Agnes diventasse dg dovrebbe lasciare il cda, perché lo statuto non consente di cumulare i due ruoli, liberando così la sua poltrona in consiglio. E quella poltrona, paradosso dei paradossi, potrebbe occuparla proprio Sergio, mollando la direzione generale per entrare in cda, fare la guerra a Marano sul suo stesso terreno e magari candidarsi alla presidenza con l’appoggio delle opposizioni.
Antonio Marano e Simona Agnes (foto Ansa).
Sergio se ne va o no? Lui smentisce (per ora)
Voci di corridoio hanno anche dato conto di un pensierino di Sergio al trasferimento definitivo a San Marino, per occuparsi solo di quella tivù di Stato. Lo stesso dg è intervenuto sull’argomento con un post su Facebook: «Leggo titoli e ricostruzioni che parlano di “Sergio cacciato” o di “Sergio che se ne va“. Non intendo alimentare commenti o polemiche. Continuo a svolgere il mio lavoro nell’esclusivo interesse dell’azienda». E ancora: «Non rilascerò dichiarazioni pubbliche almeno fino alla presentazione dei palinsesti di luglio. Fino ad allora parleranno i fatti, i risultati e il lavoro quotidiano al servizio della Rai».
Il direttore generale di San Marino Tv Roberto Sergio (Imagoeconomica).
Anche su Rai Cinema Salvini non è stato ascoltato
Nel frattempo Marano ha trovato il modo di far arrabbiare anche Matteo Salvini. Sul fronte Rai Cinema aveva dato il via libera alla riconferma di Paolo Del Brocco come amministratore delegato e di Nicola Claudio alla presidenza, ignorando bellamente le indicazioni del Carroccio. E nel cda i vertici di Rai Cinema sono stati puntualmente riconfermati: Marano insomma se n’è fregato del parere di Salvini.
Un dettaglio che vale più di mille comunicati: il consigliere anziano gioca ormai partite tutte sue, intrattenendo proficue relazioni anche con l’opposizione, se è vero che è stato visto più volte a cena con Stefano Graziano, il capogruppo del Partito democratico in Commissione di Vigilanza. Trasversalismi che in Rai sono stati subito notati.
Stefano Graziano (foto Imagoeconomica).
Di tutto la premier ha bisogno tranne che dell’apertura di un fronte Rai
Così Palazzo Chigi è passato dall’irritazione all’allarme. Meloni aveva garantito e benedetto la staffetta, e non sopporta di vedere le sue promesse calpestate. Ma soprattutto, alla vigilia dell’ultimo anno di legislatura, di tutto la premier ha bisogno tranne che dell’apertura di un fronte Rai che minaccia di procurarle ulteriori turbolenze.
Il patto tra Lega e Fratelli d’Italia sulla riforma della Rai
E siccome la Lega ha definitivamente capito che il suo consigliere-presidente gioca in proprio, ha improvvisamente aperto alla riforma della Rai ferma da mesi in Senato. Giancarlo Giorgetti e Alessandro Morelli hanno fatto sapere a Fratelli d’Italia che, se al Carroccio verrà riconosciuto un amministratore delegato di propria nomina, sono pronti a dare il via libera al provvedimento. Tradotto: il partito di Salvini è disposto a barattare la riforma pur di togliersi finalmente di torno un suo stesso uomo.
Dopo la cerimonia di firma del memorandum d’intesa, sono saltati anche i colloqui previsti per oggi tra Stati Uniti e Iran sull’attuazione dell’accordo in 14 punti. Come ha riferito una fonte diplomatica alla Cnn, Teheran ha chiesto garanzie sulla fine delle ostilità in Libano, «come previsto dall’accordo firmato», prima di riprendere i colloqui con Washington. La fonte ha descritto i colloqui previsti come «temporaneamente sospesi», senza specificare quando i mediatori prevedano una ripresa. Successivamente un alto funzionario statunitense ha detto alla Reuters che Israele e Hezbollah hanno concordato un cessate il fuoco dalle 16 ora locale (le 15 italiane).
Washington aveva parlato di difficoltà logistiche
Ad annunciare il rinvio è stato il ministero degli Esteri della Svizzera: le trattative avrebbero dovuto cominciare nella località elvetica di Obbürgen, con Qatar e Pakistan nel ruolo di mediatori. Ma la Casa Bianca ha fatto sapere che il vicepresidente JD Vance non sarebbe partito. L’amministrazione Usa ha motivato il rinvio con difficoltà logistiche legate ai colloqui tecnici destinati a definire i dettagli di un accordo firmato il giorno precedente da Donald Trump. Ma il rinvio – dovuto al dietrofront iraniano – è invece legato a quanto sta accadendo in Libano.
JD Vance (Ansa).
I morti israeliani in Libano e la rappresaglia dell’IDF
In Libano si continua infatti a sparare. Dopo un attacco di Hezbollah nel sud del Paese in cui hanno perso la vita quattro soldati dell’IDF, Benjamin Netanyahu ha dato ordine di «colpire con forza» la milizia islamista: Tel Aviv ha condotto raid contro oltre 80 obiettivi in cui sono rimaste uccise almeno 21 persone. «Come ho chiarito inequivocabilmente, Israele rimarrà nella zona di sicurezza nel Libano meridionale finché sarà necessario per proteggere le comunità del nord», ha affermato Bibi. Hezbollah, rispondendo alle accuse israeliane di aver rotto la tregua, ha replicato: «Sono loro a non rispettare i patti dal 2024».
Benjamin Netanyahu (Ansa).
Teheran: «Fermi nel rispettare le nostre linee rosse»
Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, parlando del rinvio dei colloqui con gli americani, ha dichiarato: «Come abbiamo dimostrato nel corso dei precedenti negoziati, restiamo fermi nel rispettare le condizioni e le linee rosse stabilite e nel difendere gli interessi della nazione iraniana». Poi ha aggiunto che la Repubblica Islamica è «pronta a reagire» nel caso in cui «il nemico dovesse eccedere» nelle sue richieste.
Il Pakistan: «Sbalorditi dalla decisione dell’Iran»
Il Pakistan si è detto «sbalordito» dalla decisione dell’Iran di non partecipare ai colloqui con gli Usa che erano in programma per oggi in Svizzera. Lo hanno riferito ad Associated Press due funzionari. Altre due fonti regionali hanno spiegato che i mediatori sono ora concentrati sul placare i combattimenti in Libano e riprogrammare gli incontri.
Trump: «È l’Iran ad aver firmato per disperazione»
«Non ci siamo incontrati per disperazione, lo ha fatto l’Iran. Sono finiti! Andremo fino in fondo ai 60 giorni. Non avranno un soldo, nemmeno dieci centesimi!». Lo ha scritto Trump su Truth, replicando alle affermazioni della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, secondo cui gli Stati Uniti «hanno firmato l’accordo per debolezza e necessità».
Lollo show. Lollo senza sosta. Lollo inesauribile. Chi ha vissuto la giornata di giovedì 18 giugno seguendo il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida alla fine è arrivato stravolto a casa: mattinata a Milano per Assolatte, dove ha detto che «il settore lattiero-caseario è un modello virtuoso che ci viene invidiato dal mondo e che rappresenta appieno il Made in Italy» (che poi quest’ultimo sarebbe un argomento di competenza di Adolfo Urso), senza dimenticare frasi a effetto come quella di voler assicurare ai «nostri imprenditori di avere le spalle coperte quando decidono di investire in nuove esperienze di mercato, riuscendo a contaminare in senso positivo il resto del Pianeta con ciò che sappiamo fare e con quanto abbiamo garantito in termini di benessere». Quindi si torna a Roma, c’è anche l’assemblea di Assica, ossia il mondo della carne, fino allo show nel Chiostro del Bramante, con il ventennale di “Italia del Gusto”, per consegnare a Giovanni Rana, fondatore e presidente onorario di Italia del Gusto, la moneta dedicata alla Cucina italiana patrimonio Unesco. L’unico riposato e in forma, a tarda sera, era proprio Lollo.
Pure Napoletano per Gualtieri alla Festa dell’Unità
Il feeling tra il quotidiano Il Messaggero e il sindaco di Roma ha superato ogni aspettativa: ci mancava solo l’intervista a Roberto Gualtieri in programma nella serata di venerdì alla Festa dell’Unità condotta da Roberto Napoletano, direttore del giornale di proprietà di Francesco Gaetano Caltagirone. «Siamo all’apoteosi», si sente dire da via del Tritone, la sede del quotidiano: anche perché «Napoletano non è mai stato di sinistra, e vederlo in mezzo ai “compagni” sarà uno spettacolo». Certo è che l’asse tra il costruttore-editore-finanziere e il primo cittadino della Capitale è saldissimo.
Obama invita Renzi: altro che la grotta di un’osteria romana…
Barack Obama chi ha invitato a Chicago, per l’inaugurazione della biblioteca presidenziale a lui intitolata? Matteo Renzi. Mentre in Italia il campo largo discute nella grotta di un’osteria romana (anche se per il numero dei componenti è stata battezzata come “la banda dei quattro”, evocando la storia della Cina), chi esce allo scoperto e va all’estero facendosi notare è sempre lui, l’ex sindaco di Firenze, che negli Stati Uniti è ascoltatissimo. E, alla faccia di tanti altri, coltiva le amicizie che contano.
Matteo Renzi e Barack Obama (Ansa).
La sinistra riparte da piazza Lucio Dalla. Capito, Vannacci?
Appuntamento a Bologna con la Fiom, nella giornata di venerdì 19 giugno. Una festa con la partecipazione annunciata della segretaria del Pd Elly Schlein, del leader M5s Giuseppe Conte e di Nicola Fratoianni per Sinistra italiana. Dove? Nella piazza intitolata a Lucio Dalla. Una scelta che sembra fatta apposta per rispondere al generale Roberto Vannacci, che aveva chiuso il suo incontro romano di Futuro nazionale con la canzone Futura di Dalla. Facendo protestare parenti e amici del cantautore…
Ruini, secondo funerale: stavolta a Reggio Emilia
Dopo l’addio solenne nella basilica di San Pietro, con papa Leone XIV, per il cardinale Camillo Ruini nella giornata di venerdì ecco il secondo funerale, a Reggio Emilia, nella cattedrale, in una celebrazione presieduta dall’arcivescovo Giacomo Morandi: nel Modenese tutti lo chiamano simpaticamente «monsignor Ferrari» perché per anni è stato vicario parrocchiale in quel di Fiorano, la patria della casa del Cavallino rampante. Il papa ha definito Ruini «pastore saggio e sollecito», in una cerimonia, quella romana, che verrà ricordata per i 34 cardinali celebranti.
Il papa celebra il funerale del cardinale Camillo Ruini (foto Ansa).
A Sport e Salute piace la Volvo
Roma, Stadio dei Marmi del Foro Italico: première romana dei nuovi modelli Volvo, con 800 ospiti presenti «con forme e luci che hanno sfidato la solennità delle statue classiche che coronano lo stadio» (chissà cosa ne pensa il ministro della Cultura Alessandro Giuli). Protagonista Michele Crisci, presidente e managing director Volvo Car Italia, per annunciare la partnership con Sport e Salute, «la società dello Stato che si occupa dello sviluppo dello sport in Italia e alla quale il governo affida la promozione dell’attività fisica e dei corretti stili di vita», con Diego Nepi Molineris, ad di Sport e Salute. Tra l’altro, a partire dal quarto trimestre del 2026 chi guida una Volvo potrà utilizzare l’app della casa automobilistica per ricaricare la propria auto a trazione completamente elettrica presso oltre 20 mila stazioni Supercharger di Tesla in tutta Europa. Per la gioia di Elon Musk. C’erano una volta le auto italiane…
Tornato il sereno tra Donald Trump e Giorgia Meloni dopo il G7 di Evian? Mica tanto. Raggiunto telefonicamente da L’Aria che tira, programma di La7, il presidente americano ha dichiarato: «Meloni era probabilmente contenta che io le abbia parlato. Non ero obbligato a farlo, ma mi ha implorato di fare una foto con lei. Mi ha fatto pena».
Meloni: «Io e l’italia non imploriamo mai»
«Certe cose meritano una risposta immediata: le dichiarazioni di Donald Trump sono dichiarazioni totalmente inventate, sono francamente allibita», ha replicato Meloni sui social. «Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è per il resto la prima volta che accade. Ma una cosa se la deve ricordare: io e l’italia non imploriamo mai!». Puntando il dito contro Trump, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ho deciso di annullare la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno.
Calenda: «Bullo da operetta». Conte: «Parole inaccettabili»
«I deliri di Trump su Meloni sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa», ha dichiarato Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Attuazione del programma di governo: «Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Usa».
#Trump e’ un mentitore seriale nonché un bullo da operetta. Personalmente non credo affatto che @GiorgiaMeloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l’onore della Nazione. pic.twitter.com/33lKEBC6oI
Questo il commento di Carlo Calenda su X: «Trump è un mentitore seriale nonché un bullo da operetta. Personalmente non credo affatto che Meloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l’onore della Nazione». Giuseppe Conte ha definito «inaccettabili» le parole di Trump. Così Nicola Fratoianni di Avs: «Non so se essere più preoccupato per un Trump ormai senza freni, e il problema è che fa il presidente degli Stati Uniti, o per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale, e il problema è che fa la presidente del Consiglio dei ministri del nostro Paese». E poi: «Verrebbe francamente voglia di esprimere solidarietà a Meloni. Se non fosse che tutto questo è il risultato delle sue scelte e della subalternità a Trump, come confermano gli acquisti di armi e di gas dagli Usa, che peseranno enormemente sui bilanci delle famiglie del nostro Paese. Una situazione grottesca che gli italiani non si meritano davvero». Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha scritto su X: «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Cara Presidente, hai finalmente capito che allearsi con quella gente lì significa essere contro l’Italia? Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump: l’Italia merita una classe dirigente che si faccia rispettare nel mondo. Una classe dirigente che non implora, mai. E gli Stati Uniti meritano un inquilino alla Casa Bianca che sappia che cosa è il coraggio, che cosa è il rispetto. La destra mondiale ha fallito: oggi lo ha capito anche la Meloni».
Andy Burnham ha vinto le elezioni suppletive Makerfield, sobborgo popolare dell’area metropolitana della Grande Manchester (di cui è sindaco da nove anni), riconquistando un seggio alla Camera dei comuni dopo essere stato parlamentare dal 2001 al 2017. Per il “Re del Nord”, questo il soprannome di Burnham, il ritorno a Westminster rappresenta il lasciapassare per la sfida al traballante Keir Stamer come leader del Partito Laburista e – di conseguenza – del governo britannico.
A huge thanks to the people of the Makerfield constituency for your patience and good humour over the last five weeks. My thanks too to the many volunteers who came up to support my campaign. We ran a very positive one and can be proud of it! pic.twitter.com/2NN2mLxZ95
Attualmente il politico britannico più popolare e ritenuto in grado di attrarre anche elettori extra-Labour, Burnham è da tempo il favorito dai bookmakers come successore di Starmer. Non aveva però un seggio in parlamento, requisito necessario nel Regno Unito per poter ricoprire la carica di primo ministro. Adesso però tutto è cambiato. «Stasera potrebbe, solo potrebbe, essere il punto di svolta. Da ora in poi, darò tutto me stesso per far sì che ciò accada, per garantire che il nome Makerfield sia per sempre sinonimo del cambiamento di cui questo Paese ha bisogno, del recupero di qualcosa che abbiamo perso: la speranza. Una speranza per il futuro», ha dichiarato Burnham.
Andy Burnham (Ansa).
Il risultato delle suppletive di Makerfield
Il seggio di Makerfield era stato lasciato strategicamente vacante da Josh Simons, alleato di Burnham. Nelle suppletive il Partito Laburista ha ottenuto il 54 per cento dei voti contro il 35 per cento di Reform UK, mentre Restore Britain ha avuto il 7 per cento. L’affluenza è stata del 58,7 per vento: sei punti percentuali in più rispetto alle elezioni generali, con 45.510 voti espressi.
Mondo del calcio in lutto. È morto a 58 anni Igor Protti, ex attaccante di Bari, Messina, Lazio e Livorno. Era malato da tempo: circa un anno fa aveva scritto un messaggio sui social definendo la neoplasia che gli era stata diagnosticata come «uno sgraditissimo ospite». Ad annunciare la morte di Protti è stata la famiglia, con un messaggio voluto dall’ex bomber: «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale. Difficile provare parole che possano spiegarlo, l’unica cosa che posso fare è ringraziare la mia grande e meravigliosa famiglia che ho adorato. Tutte le persone che mi hanno voluto bene e che mi sono state vicino, tutti i tifosi delle squadre nelle quali ho giocato per l’affetto e l’amore».
La carriera di Igor Protti, da bomber di provincia a capocannoniere della Serie A
Nato nel 1967 a Rimini, Protti aveva ha iniziato la sua carriera nella squadra della sua città in Serie C1, poi dopo una prima esperienza a Livorno e un passaggio alla Virescit Bergamo passa al Messina, in Serie B. Dopo tre stagioni e 31 reti segnate era approdato al Bari, centrando nel 1995 la promozione in A. L’anno seguente, al debutto in massima serie, Protti si laureò capocannoniere con 24 gol, a pari merito con Giuseppe Signori. Nonostante ciò, il Bari non evitò la retrocessione. A quel puntò passo alla Lazio, dove restò una stagione, e poi al Napoli.
Dopo un’annata in B alla Reggina, nel 1999 tornò al Livorno, in C1: nei sei anni successivi trascinò gli amaranto fino alla Serie A a suon di gol, diventando il simbolo di un’intera città. Protti, soprannominato “lo Zar”, è assieme a Dario Hubner uno dei due calciatori ad aver ottenuto il titolo di capocannoniere in Serie A (con la maglia del Bari), in Serie B e in Serie C1 (con quella del Livorno), nonché l’unico ad essersi laureato capocannoniere della Serie A giocando per una squadra (il Bari) poi retrocessa.
E se lasciassero fuori dal gruppo Matteo Renzi? Proprio lui, che per mesi è stato il miglior portavoce del campo largo, il primo a crederci, l’ultimo a spegnere la luce, mentre Elly Schlein cavalcava la logica «testardamente unitaria» e Giuseppe Conte era lì che si smarcava e Bonelli & Fratoianni, i nostri Sussi e Biribissi, iniziavano a seminare patrimoniali. La foto postprandiale dell’altro giorno ha agitato non Renzi, che è uomo di mondo e sa come vanno certe cose, ma quelli che lo sostengono. Quelli del campo largo versione ristretta, Partito democratico–Movimento 5 stelle–Alleanza Verdi e sinistra, sotto sotto sono convinti di vincere da soli, vorrebbero dettare l’agenda e la linea. Senza altre alleanze. Conte maramaldeggia, dice che non accetta «accozzaglie», gli animal spirits schleiniani vedono Renzi come una colpa da espiare, anche ora che non è più nel Pd da anni. Eppure Elly ha fatto intendere di non voler mettere veti. E quindi, cosa fare con questo Renzi?
Il selfie del campo largo senza Matteo Renzi: da sinistra Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli.
La «sinistra-sinistra» non è sufficiente a vincere le elezioni
L’ex rottamatore rischia grosso. Può solo continuare a ripetere per convincere gli alleati che la «sinistra-sinistra» non è sufficiente a vincere le elezioni politiche del 2027 e che il bipolarismo è l’unica via, perché non ci sono ricette centriste in grado di funzionare (ciao Carlo Calenda). Lo dice Renzi e lo dicono i suoi, come Maria Elena Boschi, capogruppo alla Camera di Italia viva – Casa Riformista, parlando a Radio Anch’io: «Il centrosinistra non può ripetere l’errore del 2022, quando la divisione regalò la vittoria alla destra. Italia viva ha una proposta riformista chiara, diversa su molti temi da altre forze del centrosinistra, ma proprio per questo lavoriamo da tempo a un programma comune serio, perché ciò che conta non è cancellare le differenze ma costruire una proposta credibile per il Paese».
Maria Elena Boschi e Matteo Renzi (foto Imagoeconomica).
Lo spauracchio di un sovranista al Quirinale basterà?
L’argomento punta su un elemento drammatico: disuniti si perde, rivince la destra che si elegge il suo presidente della Repubblica. Lo spauracchio di un sovranista al Quirinale potrebbe funzionare, chissà. Ma per ora c’è un elemento di burbanza che prevale nel campo largo, che punta a riottenere l’effetto politico del referendum costituzionale di marzo proiettato sulle elezioni politiche. La presunzione fa sì che Renzi venga messo in attesa dal “call center” del campo largo. Casomai dopo, in un secondo momento, potrebbe esserci un qualche tipo di accordo. Ma prima Pd-M5s-Avs vogliono iniziare a scrivere loro le regole insieme, anche perché i problemi non mancano, checché ne dicano gli entusiasti sostenitori di un’alleanza demopopulista. C’è la patrimoniale (Pd e Avs favorevoli, M5s contrario), c’è la politica estera (M5s contro gli aiuti all’Ucraina, Pd favorevole).
Elly Schlein e, dietro di lei una foto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).
Per ora lo lasciamo fuori, poi si vedrà
Su Renzi sembra esserci maggiore armonia: per ora lo lasciamo fuori, poi si vedrà. In questo modo il campo largo versione identitaria potrebbe cercare di appianare le sue divergenze sviluppando un potere contrattuale nettamente superiore rispetto a quello dei renziani. La questione non è tanto «non fidarsi», come riassume Chiara Appendino, convinta che Renzi fregherà tutti il giorno dopo, quanto occupare – colonizzare – lo spazio ideologico possibile, senza lasciare libertà ad altri di connotare troppo la coalizione che si oppone a Giorgia Meloni.
Chiara Appendino (Ansa).
Meglio che non avanzi troppe pretese di incarichi e ricompense politiche
Il campo più o meno largo vuole evitare che Renzi e quel che gli ruota ancora attorno condizionino eccessivamente il programma elettorale. L’esclusione di Renzi è l’ammissione che con lui i conti ancora non si sono chiusi, che lui resterà sempre, ai loro occhi, un traditore del centrosinistra e che in fondo non serve averlo in coalizione. Potrebbe anche essere solo una tattica per fargli abbassare parecchio il prezzo nella trattativa futura e dunque le aspettative di incarichi e ricompense politiche.
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).
Per qualcuno il renzismo è stata una malattia politica
Ma quale sia l’esito di questa gara a chi è più puro e ha meno colpe da espiare, Renzi rischia grosso. Anche se dovesse partecipare alla coalizione di centrosinistra, come alla fine è probabile, potrebbe rimanere ai margini in caso di vittoria elettorale. D’altronde, per una parte del Pd e della sinistra il renzismo è stata una malattia politica. Loro vogliono essere la cura. Gli schleiniani, anche se dovessero accettare Renzi in coalizione, negherebbero a Italia viva uno spazio troppo ingombrante di agibilità politica. Nella loro testa Renzi è una quota minoritaria, di mera testimonianza, di una sottosfumatura del centrosinistra. E lì deve restare.
Seconda prova scritta per gli oltre 527 mila maturandi. A differenza del tema di Italiano, uguale per tutti a livello nazionale, gli studenti sono chiamati a cimentarsi con le materie di competenza nei loro indirizzi, per esempio latino al Liceo Classico e matematica allo Scientifico.
Il testo scelto per la prova di latino al Classico
Agli studenti del Classico è stata chiesta la comprensione e l’interpretazione del testo, l’analisi linguistica e stilistica, l’approfondimento e riflessioni personali di un passaggio dell’Institutio oratoria, opera maggiore di Marco Fabio Quintiliano e l’unica a esserci pervenuta per intero.
I problemi di matematica e i quesiti allo Scientifico
Allo Scientifico, nella prova di matematica, uno dei due problemi è incentrato sullo studio del livello dell’acqua del lago di Bracciano, oggetto di prelievi nel 2016 e 2017 e utilizzato come riserva idrica di emergenza per i Comuni limitrofi e per l’approvvigionamento di Roma. Ai maturandi viene chiesto di compiere una serie di misurazioni utilizzando i dati che vengono riportati in una tabella, definendo il modello matematico che esprime l’andamento del livello delle acque del lago in funzione del tempo. Il secondo problema è invece uno studio di funzione proposto nella formulazione classica. Poi otto quesiti, con domande che partono da sport e giochi: da un torneo di pallavolo a una partita di scopone. Viene anche citato Albert Einstein, con una sua dichiarazione tratta dalla conferenza “Geometrie und Erfahrung” del 1921.
La vicenda che nelle ultime settimane ha coinvolto Enav parla molto più di semplici nomine. Racconta piuttosto un meccanismo che nel capitalismo pubblico italiano è diventato quasi una prassi non scritta. Da una parte l’Ente nazionale per l’assistenza al volo, società quotata, che ha affidato a una primaria società di executive search, Antal Italy, la ricerca dei due responsabili delle relazioni esterne e della comunicazione. Dall’altra una serie di manager e professionisti contattati, selezionati, convocati per colloqui con le risorse umane e, secondo diverse testimonianze, perfino con l’amministratore delegato Igor De Biasio. Nel frattempo, però, il nome di Alberto Mina, ex capo di gabinetto di Roberto Formigoni, e quello di Matteo Pandini, storico portavoce di Matteo Salvini al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che controlla Enav, hanno iniziato a circolare con sempre maggiore insistenza nei corridoi romani e sulle testate specializzate.
Alberto Mina con Roberto Formigoni nel 2011 (foto Imagoeconomica).
La notizia data da L43 e poi uscita un po’ ovunque
Noi di Lettera43 siamo stati i primi a dare conto dei movimenti in corso. Poi è arrivata anche Prima Comunicazione, successivamente la notizia è rimbalzata su Policy Maker, iMille, Professione Reporter, AVIONEWS e altre pubblicazioni di settore, fino alla conferma arrivata attraverso dichiarazioni dello stesso Pandini, riportate da Il Foglio, e di Mina che ha pubblicato il suo nuovo incarico su LinkedIn.
Nulla di illegittimo, naturalmente. Professionisti che cambiano ruolo e passano dalla politica alle aziende esistono da sempre. Il punto, semmai, è ciò che accade quando un mercato intero sembra conoscere il nome del vincitore mentre la selezione è ancora formalmente aperta.
Più che una caccia al migliore, si legittimano solo scelte politiche
Nessuno può dire con certezza che la scelta fosse stata presa in anticipo. Sarebbe una conclusione che richiederebbe prove che oggi non esistono. Anche se i sospetti sono tanti. Ma che percezione si genera tra i candidati coinvolti? Come ci rimarreste di fronte a una procedura che formalmente continua mentre giornali, addetti ai lavori e ambienti istituzionali danno ormai per acquisito un esito? Hai voglia a considerare quella selezione come una vera competizione. Addio caccia al migliore, siamo di fronte a una ricerca di legittimazione di scelte politiche e non meritocratiche.
Così i cacciatori di teste diventano notai di un rituale burocratico
Ma allora gli head hunter che ci stanno a fare? Dovrebbero rappresentare il mercato, il merito, la competizione tra competenze. Solo che così questi cacciatori di teste finiscono per essere percepiti come i notai di decisioni già maturate altrove. Eppure non stanno certo con le mani in mano: chiamano professionisti qualificati, raccolgono candidature, organizzano colloqui, producono report, costruiscono shortlist. Solo che l’intero esercizio rischia di ridursi a un sofisticato rituale burocratico.
De Biasio e Pandini, si vede lo zampino della Lega
Poi il caso Enav è anche politico. Pandini proviene direttamente dall’ufficio del ministro Salvini. De Biasio è da anni considerato vicino all’universo leghista, e del resto nel 2019 il Capitano celebrò personalmente il suo matrimonio civile, come ampiamente documentato dai giornali dell’epoca. Nessuno di questi elementi è una prova di interferenza politica, però unendo i puntini…
Igor De Biasio (foto Imagoeconomica).
La credibilità del sistema non ne esce rafforzata…
Alla fine, chi ottiene l’incarico “si sistema” con comodi ritmi aziendali invece degli stress totalizzanti della politica. Però la credibilità del sistema ne esce malconcia. Se un manager investe giorni di lavoro per partecipare a una selezione che – sotto sotto – potrebbe essere già orientata, la fiducia nel mercato evapora. E al prossimo giro sarà dura convincere i migliori professionisti a partecipare. Che finaccia, quella degli head hunter: dovevano essere cacciatori di talenti, si sono ridotti a fare i direttori di casting di una rappresentazione dal finale già scritto.
È stata annullata la cerimonia per la firma del memorandum d’intesatra gli Stati Uniti e l’Iran, che si sarebbe dovuta svolgere venerdì 19 giugno al Bürgenstock Resort, nei pressi di Lucerna, in Svizzera. Lo ha reso noto Ishaq Dar, ministro degli Esteri del Pakistan (Paese mediatore): il testo, che nei suoi 14 punti prevede lo stop alla guerra, la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati è già stato firmato digitalmente a distanza dalle parti ed è già in vigore. Pertanto la firma non risulta più necessaria nella sua forma fisica.
“Furti di cavi da parte di ignoti”: niente da fare, a Matteo Salvini non ne va bene una, né come capo della Lega (mentre i sondaggi registrano i primi sorpassi da parte di Futuro nazionale di Roberto Vannacci) e nemmeno come ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Poche ore dopo aver sgominato il gruppo di anarchici che metteva a rischio la circolazione ferroviaria, ecco che qualche ladruncolo di rame ha messo in ginocchio i treni. Federconsumatori ha rigirato il coltello nella piaga sciorinando gli impietosi dati del 2026: «In quattro mesi, ogni mese, sei giorni su 30 il servizio funziona regolarmente, mentre nei restanti 24 giorni si registrano disagi di varia entità che ricadono sistematicamente sui cittadini, in particolare su lavoratori, pendolari e soggetti con minore flessibilità negli spostamenti». Non solo, ci mancavano le frasi scritte su Il Foglio e nate da una conversazione tra Carmelo Caruso e Simonetta Matone, con l’esponente leghista che ha detto chiaramente cosa succede tra Luca Zaia e Salvini. La voglia di scappare è tanta, da parte di deputati e senatori eletti nelle liste del Carroccio, e Caruso ha riportato queste parole di Matone: «Io sono stata eletta anche grazie a Fratelli d’Italia che mi ha fatto votare in un seggio gioiello». Un messaggio per chi vuole capire quale potrebbe essere la destinazione…
Simonetta Matone con Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).
Calta ordina, Il Messaggero esegue
Francesco Gaetano Caltagirone lo aveva detto chiaramente, nel suo discorso a Villa Miani, che a Roma vale come quello del “predellino” fatto da Silvio Berlusconi: parlando di tasse, con la voce bene impostata, Calta ha sentenziato lentamente, davanti al sindaco di Roma Roberto Gualtieri seduto accanto ad Azzurra Caltagirone: «Faccio un esempio, piazza Navona. I ristoratori occupano lo spazio pubblico con tavolini all’aperto. Quello spazio è il più ambito. Il cliente lo preferisce. Il canone che il ristoratore versa non riflette questo valore. La collettività sovvenziona un vantaggio privato. La misura è semplice: il canone di occupazione del suolo pubblico deve essere fissato dal valore di mercato. Se un posto al coperto vale 100, quello all’aperto vale 100». È passato solo qualche giorno, giusto il tempo per fare un’inchiesta approfondita, ed ecco che giovedì 18 giugno sulla prima pagina de Il Messaggero è apparso un titolone: “Centro di Roma, giungla dehors. Evasione e anarchia dei tavolini: 4 su 10 non pagano il (poco) dovuto”, con la firma tra l’altro del neo caporedattore dell’economia. Sembra quasi uno “sbobinato”, come si diceva una volta, delle parole dell’editore, fatto sta che il diktat caltagironiano ora è diventato notizia. Il testo? «Il suolo è pubblico. Come pure il disagio. Il profitto, invece, è privato. Uno scandalo che si consuma impunito tra un pranzo e una cena, con l’intermezzo di uno spritz o di un gin tonic». Pare molto difficile scoprire le differenze tra l’articolo giornalistico e le frasi della proprietà…
L’inchiesta del Messaggero sui dehors.
Sindrome da Bourlot
È uno «del giro di Raffaele Ranucci», il potentissimo braccio destro di Francesco Gaetano Caltagirone: e così ecco un nuovo acquisto in Campidoglio, che risponde al nome di Giuseppe Cornetto Bourlot, che ha ricevuto dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri l’incarico di collaborazione, a titolo gratuito, «a supporto delle attività di sviluppo economico, attrazione degli investimenti e promozione del mecenatismo». Gualtieri sta allargando la sua schiera di amici anche nel mondo dell’economia, e questa nomina è stata voluta fortemente, con l’obiettivo di rafforzare «il posizionamento internazionale di Roma Capitale», per promuovere la capacità della città di attrarre investimenti, innovazione e opportunità di sviluppo economico. Non solo: tra i compiti di Cornetto Bourlot c’è la promozione e il coordinamento di progetti di fundraising, mecenatismo e partenariato pubblico-privato destinati alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale, artistico, musicale e architettonico della città. Classe 1960, Cornetto è stato presidente dell’agenzia di stampa Askanews, cara alla famiglia Abete, e siede nel cda della casa editrice di Internazionale, nel ruolo di vicepresidente.
Giuseppe Cornetto Bourlot (foto Imagoeconomica).
Ruini e quel filo diretto con Letta
È morto il cardinale Camillo Ruini, e con lui se ne va un pezzo della storia italiana, quella della Seconda Repubblica. Con tanto di funerale nella basilica di San Pietro, celebrato da papa Leone XIV. «Quel prete di Sassuolo che si chiamava don Camillo»: una coincidenza straordinaria, perfetta, per ricordare la serie fortunata di film con protagonisti Peppone e don Camillo, che deve aver ispirato anche Silvio Berlusconi e il centrodestra, contribuendo a schierare gran parte dell’elettorato cattolico verso Forza Italia, e non solo, pur di «combattere i comunisti». I contatti personali con Berlusconi erano pochi, perché Ruini il filo diretto lo aveva con Gianni Letta: due super mediatori, che potevano dialogare avendo alle spalle due big, perché uno parlava a nome di papa Giovanni Paolo II, e l’altro era il plenipotenziario del Cavaliere. Ruini esercitava il potere senza averne paura, una sorta di Richelieu che aveva la fortuna di essere italiano con un pontefice straniero, polacco, anti-comunista. Per uno come Ruini «la gioiosa macchina da guerra» evocata da Achille Occhetto da segretario del Pds bisognava solo combatterla.
Camillo Ruini con Silvio Berlusconi e Gianni Letta (foto Imagoeconomica).
Dopo l’aggancio, infine è arrivato anche il sorpasso di Roberto Vannaccisu Matteo Salvini. L’ultimo sondaggio Youtrend per Sky TG24 sulle intenzioni di voto vede infatti Futuro Nazionale al 5,9 per cento (+1,5 punti rispetto al 29 maggio) e la Lega al 5,8 per cento (in calo di un decimo percentuale). Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8 per cento (+0,1). In crescita di mezzo punto il Partito democratico, che sale al 22,2 per cento. Male il Movimento 5 stelle, che perde l’1,4 per cento e scende dal 12,1. Bene invece Forza Italia all’8,2 per cento e Alleanza Verdi Sinistra al 6,8: in entrambi i casi il sondaggio registra un +0,4. Lieve calo (-0,1) poi per Azione, che si attesta al 3,1 per cento, e per Italia Viva, al 2,1 per cento.
#Sondaggio Youtrend per @SkyTG24: sorpasso di Futuro Nazionale (5,9%, +1,5 punti rispetto al 29 maggio) sulla Lega (5,8%, -0,1). Nella stessa rilevazione risultano in crescita il PD (22,2%, +0,5), FI (8,2%, +0,4) e AVS (6,8%, +0,4), mentre cala il M5S (12,1%, -1,4). pic.twitter.com/VY8yY7Z3lN
Con oltre 140 GW di capacità rinnovabile connessa – tra le più ampie basi installate nel software energetico in Europa -, una presenza in più di 30 Paesi e 15 anni di esperienza, BaxEnergy, società del Gruppo Yokogawa, colosso industriale giapponese globale quotato alla borsa di Tokyo, presenta il Piano industriale 2026 – 2028, che punta all’evoluzione da azienda di alta ingegneria a piattaforma industriale globale scalabile, integrata e sicura. La strategia poggia su una crescita organica sostenibile e su una possibile accelerazione per linee esterne. «Abbiamo definito un modello che coniuga disciplina operativa, crescita sostenibile e flessibilità strategica», ha evidenziato il ceo Roberto Tundo. Il piano fissa per il 2028 un obiettivo di ricavi pari a circa 33 milioni di euro (+39 per ceto medio annuo rispetto al 2025) e un Ebitda in forte rafforzamento a circa 14 milioni di euro (+81 per cento medio annuo). Gli investimenti complessivamente programmati nel triennio, al netto di eventuali operazioni per linee esterne, ammontano a circa 17 milioni di euro, con un organico in crescita da 140 a 210 persone.
La strategia di crescita passa da internazionalizzazione e innovazione
Fondata ad Acireale nel 2010, BaxEnergy ha costruito in 15 anni un patrimonio di competenze nei settori software ed energetico che oggi supporta progetti in oltre 30 Paesi. L’azienda conta attualmente 140 persone, prevalentemente ingegneri e sviluppatori, e continua a mantenere in Sicilia il proprio centro di sviluppo strategico. L’ingresso nel Gruppo Yokogawa ha rafforzato la dimensione internazionale della società, grazie anche alla rete commerciale globale del gruppo. Il piano di sviluppo prevede un significativo incremento dell’organico, con l’obiettivo di consolidare un polo di innovazione tecnologica del Sud specializzato nell’energia digitale. La strategia di crescita dell’azienda si fonda su quattro direttrici principali. La prima riguarda l’espansione dei ricavi ricorrenti attraverso servizi e modelli destinati alla capacità installata. La seconda è rappresentata dalla forza commerciale del Gruppo Yokogawa, che apre nuove opportunità di accesso ai mercati internazionali. La terza leva è l’industrializzazione della delivery alla clientela, che permette di sostenere la crescita mantenendo sotto controllo i costi grazie a processi standardizzati e a una rete di partner certificati. Infine, l’azienda punta su segmenti ad alto potenziale come cybersecurity, gestione delle risorse energetiche distribuite, intelligenza artificiale e mercati a forte intensità energetica. Nei prossimi tre anni, le maggiori prospettive di espansione sono attese nelle rinnovabili ibride utility-scale, nella cybersecurity per gli ambienti operativi e nei servizi ricorrenti lungo l’intero ciclo di vita degli impianti.
Rivolgendosi ai ministri della Difesa presso il quartier generale della Nato a Bruxelles, il Segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha annunciato una nuova revisione del dispiegamento delle truppe americane in Europa, minacciando di sospendere parte dei contributi Usa all’Alleanza atlantica in caso di mancato rispetto degli impegni dei Pesi del Vecchio Continente: «Gli Usa non possono preoccuparsi della difesa europea, né pagare di più di quanto facciano i nostri alleati».
Pete Hegseth (Ansa).
Hegseth: «Il Pentagono condurrà una revisione entro sei mesi»
«La Nato 3.0 è il riconoscimento, dopo la Guerra Fredda, della necessità di tornare a una vera alleanza militare intransigente, dotata di reali capacità militari in grado di esercitare un’influenza deterrente proprio qui sul continente e di assumere la guida della difesa convenzionale dell’Europa», ha affermato Hegseth, senza quantificare l’eventuale riduzione del dispiegamento delle forze americane in Europa: «Alcuni devono ancora fare di più, e lo diremo apertamente, sia in privato che in pubblico. Credo che tra amici ci debba essere onestà». Hegseth ha spiegato che il Pentagono condurrà una revisione della propria presenza militare in Europa entro i prossimi sei mesi. Il processo includerà consultazioni con il Congresso degli Stati Uniti, che ha stabilito per legge un numero minimo di forze da mantenere in Europa. La revisione, ha sottolineato Hegseth senza escludere un’accelerata, «potrebbe durare anche meno».
Alexus Grynkewich (Ansa).
Crescono gli interrogativi in vista del vertice Nato di Ankara
A maggio Washington ha comunicato ai propri alleati la decisione di ridurre il numero di capacità militari statunitensi a disposizione dell’alleanza in caso di crisi, sollevando interrogativi urgenti in vista del vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio. Secondo il generale dell’aeronautica statunitense Alexus Grynkewich, a capo del Comando europeo degli Stati Uniti (Eucom) e Comandante supremo delle forze alleate in Europa (Saceur), la mossa mira a porre fine gradualmente a una «malsana codipendenza» dalle forze statunitensi, in un momento in cui Washington si trova ad affrontare la possibilità di conflitti simultanei in più teatri operativi.
Dopo la difficile giornata di ieri, che ha visto forti ritardi – anche di quattro ore – per un guasto tra Milano e Piacenza, anche giovedì 18 giugno è caratterizzato da disagi lungo l’Alta Velocità. Questa volta lungo il tratto Napoli-Roma, dove la circolazione è fortemente rallentata per «danneggiamenti alla linea da parte di ignoti nei pressi di Tora e Piccilli», in provincia di Caserta: c’è stato un furto di cavi. I treni alta velocità «possono essere instradati da Napoli a Roma sulla linea convenzionale via Formia e registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 90 minuti», si legge su Infomobiltà, sito di Trenitalia. Tra i treni AV direttamente coinvolti ci sono quello partito alle 6 da Firenze Santa Maria Novella e diretto a Napoli Centrale e quello partito dal capoluogo campano alle 7:45, con destinazione Milano.
L’assessora pugliese al Turismo Grazia Maria Starace, indagata per concussione ai danni dell’ex marito e imputata per abusi edilizi, si è dimessa. «Ringrazio il presidente per la fiducia nei miei confronti, tuttavia ritengo sia giusto rimettere nelle sue mani le mie deleghe assessorili, con l’impegno di continuare a lavorare per la mia terra dai banchi del Consiglio regionale, per l’estremo valore che io ho sempre attribuito alle istituzioni e che riconosco in questo momento all’istituzione di cui faccio parte, la Regione Puglia», ha dichiarato. «Ho sempre vissuto il mio impegno politico ispirandomi ai principi di legalità, trasparenza e rispetto delle regole. E sono certa di essermi sempre comportata correttamente nello svolgimento delle mie funzioni pubbliche», ha aggiunto. «Tuttavia, in questo momento devo essere libera di raccontare le mie verità e di tutelare la mia famiglia dall’esposizione mediatica che ha assunto la vicenda, che mio malgrado mi vede coinvolta. Oggi sento il dovere di difendere il mio nome, la mia storia e la storia della mia famiglia, e posso farlo solo avendo la possibilità di dimostrare la correttezza del mio operato».