«Chi entra Papa esce cardinale». Sarà che il Quirinale è stato per secoli il palazzo dei Papi, sarà la scaramanzia tipica italiana, ma il detto che si bisbiglia alla vigilia di ogni conclave vale anche per l’elezione del presidente della Repubblica. Lo sanno tanti illustri giubilati, da Giulio Andreotti a Mario Draghi passando per Romano Prodi. E dunque quando dai microfoni di Rete 4 Giorgia Meloni ha avanzato la candidatura (senza nome, per carità) di un esponente della sua parte politica, al Colle la notizia ha fatto rumore. Ma qualche vecchio volpone non si è scosso più di tanto.
Giorgia Meloni intervistata da Nicola Porro su Rete 4 (Ansa).
La destra in cerca di legittimazione
Di certo non si è mossa foglia al Quirinale. Un po’ per inclinazione personale, un po’ per rigore istituzionale, non sarà Sergio Mattarella a emettere un fiato su chi potrà essere il suo successore. A lui basta consegnargli un ruolo non menomato in questi anni, cosa non scontata, dunque con gli stessi poteri che erano previsti da Costituzione e prassi 12 anni fa, al momento della sua prima elezione. E allora i ragionamenti che si fanno in queste ore tra Camera e Senato, tra Palazzo Chigi e le diverse segreterie dei partiti si dividono sostanzialmente in due grandi titoli.
Sergio Mattarella (foto Ansa).
Il primo è che l’aspirazione di un leader politico di candidare un esponente del suo partito o della sua coalizione al Quirinale è del tutto legittima. Qualcuno nota però che ascrivere al centrosinistra personalità del calibro di Luigi Einaudi, Antonio Segni, Francesco Cossiga è quantomai azzardato. Ma far salire al “sacro soglio” un esponente della destra è una legittimazione che manca nella storia repubblicana come mancava alla sinistra fino a che non fu eletto Giorgio Napolitano.
Il senso e i destinatari dell’appello lanciato da Meloni
Il secondo titolo è che esiste una lettura politica di medio respiro per le parole di Giorgia Meloni. Il suo a molti è sembrato un appello rivolto alla sua maggioranza, e anche al pirotecnico Roberto Vannacci, a serrare i ranghi per un obiettivo che va oltre le prossime elezioni e guarda al Colle più alto considerato, spesso giustamente, il crocevia di una influenza politica che travalica i concreti poteri previsti dalla Carta. Come a dire: non mi date problemi e andiamo compatti alle prossime elezioni, perché la posta in gioco è storica.
Giorgia Meloni e Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).
Il vero arbitro della corsa al Colle? Il franco tiratore
Le opposizioni ovviamente notano la concomitanza con il voto sulla riforma elettorale: l’accusa alla premier è di volersi fare una legge che le garantisca una maggioranza tanto solida da poter eleggere nel 2029 il successore di Mattarella. Ma i più smaliziati notano che spesso nemmeno una solida maggioranza è bastata a eleggersi un presidente “su misura”. Il franco tiratore, durante le elezioni più complicate della politica, è spesso stato il vero arbitro della corsa al Colle. Perché quel numeretto, 2029, ha in sé un pizzico di veleno. Il centrodestra ha spesso saputo fare fronte comune, anche superando divergenze che avrebbero spaccato in due il centrosinistra, ma tre anni sono parecchi. E le scorie che si possono accumulare in così tanto tempo sono un dato imponderabile anche per i leader più solidi.
Saltato l’incontro tra le rispettive delegazioni annunciato da Donald Trump (e smentito da Teheran), gli Stati Uniti e l’Iran terranno colloqui indiretti in Qatar domani, mercoledì primo luglio, alla presenza dei mediatori. Lo riporta Al Arabiya, citando fonti secondo cui i negoziati si concentreranno sullo stretto di Hormuz e sulla stabilità generale della regione. Durante un briefing con i media Majed Al Ansari, portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, ha confermato che gli alti inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner non terranno un incontro di alto livello con l’Iran, aggiungendo che questa settimana si terranno invece colloqui tecnici su questioni quali la sicurezza regionale, che potrebbero successivamente essere elevati a un livello superiore.
L’Iran dovrebbe ricevere presto tre miliardi di dollari di fondi congelati
Le stesse fonti di Al Arabiya affermano che l’Iran, nell’ambito del memorandum d’intesa siglato con gli Usa, dovrebbe ricevere entro la fine della settimana circa tre miliardi di dollari di fondi congelati. È inoltre previsto che entrambe le delegazioni incontrino a Doha il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e mediatori pakistani. Quanto a Hormuz, il New York Times riporta che l’Iran e l’Oman vogliono riscuotere il pagamento per il transito nello stretto.
Dal rimpianto per l’età perduta in cui Pio IX si opponeva alle istanze risorgimentali della Repubblica romana all’odio per il ‘68, annus horribilis che ha sconvolto l’ordine costituito. Dalla rievocazione nostalgica dell’imperatore Costantino che sconfisse il paganesimo e unì il trono all’altare alla Rivoluzione francese – considerata l’origine di tutti i mali moderni – e all’esaltazione di quella Vandea che vi si oppose nel nome del sacro cuore di Gesù. Così, su e giù per li rami della storia, si potrebbe proseguire per individuare facilmente ciò che più è amato e detestato dagli ultra-tradizionalisti della Fraternità di San Pio X, ovvero i lefebvriani.
La Fraternità di San Pio X a caccia di massima visibilità mediatica
Il primo luglio, il gruppo scismatico più noto della Chiesa cattolica si appresta a ordinare quattro nuovi vescovi senza l’autorizzazione del Papa, cosa che porterà alla scomunica immediata sia di chi effettua l’ordinazione sia dei nuovi vescovi: lo svizzero don Pascal Schreiber, 53 anni, ordinato sacerdote nel 1998; l’americano Michael Goldade, originario del North Dakota e cresciuto a St. Marys, in Kansas; e i due francesi, don Michel Poinsinet de Sivry, 42 anni, e don Marc Happier, di appena 36. È noto che Roma non gradisce questi colpi di teatro, né tantomeno dover produrre pubblicamente un nuovo atto di scomunica, o rendere nota la distanza – ormai abissale – con gruppi come i lefebvriani. Tuttavia, la Fraternità che ha sede in Svizzera, a Econe, ha impostato la propria strategia per giocare di sponda con i “niet” del Vaticano fin dall’inizio dello scorso febbraio, quando era stata annunciata la nomina dei quattro nuovi vescovi, per arrivare all’appuntamento del primo luglio con il massimo di attenzione mediatica. D’altro canto, come dichiarato lo scorso 13 maggio dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero vaticano per la Dottrina della Fede, visto che le ordinazioni non hanno il corrispondente mandato pontificio, il «gesto costituirà un atto scismatico e l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa». Parole che suonano come un ultimo avvertimento.
Il cardinale Victor Manuel Fernandez e don Davide Pagliarani, inviato della Fraternità sacerdotale San Pio X (Ansa).
La ricostruzione della gerarchia interna
Parlando con i giornalisti il 16 giugno scorso, Papa Leone si è soffermato proprio sul possibile scisma dei lefebvriani spiegando che le divisioni nella Chiesa portano «dolore». Si è poi appellato alla Fraternità affinché si fermasse in tempo per scongiurare una nuova scomunica anche se la Chiesa, aveva concluso, «deve andare avanti». L’ultimo appello dei lefebvriani a Prevost, invece, è datato 24 giugno: con una lettera aperta inviata al Pontefice e ai «cardinali della santa Chiesa» alla vigilia del concistoro straordinario tenutosi venerdì e sabato scorsi in Vaticano, avevano formulato «una professione integrale di fede cattolica». Resta tuttavia esclusa l’adesione al Concilio Vaticano II. «La scelta e la consacrazione di questi eletti», ha messo in chiaro il superiore della Fraternità, l’italiano don Davide Pagliarani, «non procedono da alcuna volontà di rivendicare un potere di giurisdizione o di stabilire un’autorità parallela nella Chiesa. Esse non costituiscono in alcun modo una negazione, un rifiuto o una sfida lanciata al potere di giurisdizione supremo, plenario e immediato del Vicario di Cristo sulla Chiesa universale». Sarà, eppure sembra esattamente il contrario. Dietro l’azione dei lefebvriani, va detto, c’è anche la necessità di ricostruire una propria gerarchia, dopo che due dei quattro vescovi ordinati da monsignor Marcel Lefebvre nel 1988 (atto che comportò la prima scomunica comminata da Giovanni Paolo II) sono morti: si tratta dell’inglese Richard Williamson, scomparso lo scorso anno ed espulso dalla stessa Fraternità per le sue reiterate affermazioni negazioniste della Shoah, e del francese Bernard Tissier de Mallerais deceduto nel 2024. Restano lo svizzero Bernard Fellay, a lungo superiore generale dell’organizzazione, e lo spagnolo Alfonso de Galarreta.
Don Davide Pagliarani nel 2009 (Ansa).
Gli attriti tra Vaticano e lefebvriani
I punti di attrito fra il Vaticano e il gruppo che si riconosce nella tradizione dura e pura erano e sono noti: l’ecumenismo, il dialogo interreligioso (a cominciare da ebraismo e islam), la concezione di una Chiesa più sinodale e meno rigidamente piramidale, quindi il tema dell’autorità, del ruolo dei laici e delle donne nella vita ecclesiale, della rinuncia al clericalismo come funzione principale dell’organizzazione del potere nella Chiesa, senza contare il sorgere all’interno del cattolicesimo contemporaneo di quelle correnti come la teologia della liberazione, che denunciano le ingiustizie sociali in nome del Vangelo. Non solo. Tra i temi divisivi ci sono quello della libertà religiosa, oltre ad alcuni aspetti rilevanti della riforma liturgica. Quest’ultima, peraltro, non può essere considerata l’unico ostacolo, dal momento che la celebrazione della messa secondo il rito antico continua a essere possibile in determinate forme e a determinate condizioni previste dalla Chiesa.
L’istituto S. Pio X della confraternita dei padri lefebvriani (Ansa).
Pochi giorni fa, Leone XIV aveva già fatto intendere che la piena accettazione del Concilio Vaticano II è una delle condizioni per risolvere la situazione. Resta dunque da capire – a meno di colpi di scena dell’ultimo momento – se le consacrazioni del prossimo primo luglio in contrasto con le indicazioni di Leone XIV segneranno una nuova fase di irrigidimento nelle relazioni fra Santa Sede e i lefebvriani, oppure rappresenteranno l’ennesimo capitolo di una frattura che continua da 40 anni e che va ben oltre la messa in latino, diventando a tutti gli effetti una dissidenza politica e culturale, nonché interpretativa sul ruolo della Chiesa in questo tempo.
Dopo l’omicidio di Raffaele Stipa per una pizza gratis negata, alcuni esponenti emiliani della Lega si sono scagliati contro il presunto killer, indicato come straniero dalle prime informazioni raccolte, invocandone la remigrazione. Per poi fare retromarcia quando si è invece scoperto che la persona arrestata è al 100 per cento italiana, chiedendo di annullare i comunicati inviati.
L’attacco allo straniero di due esponenti del Carroccio
Tommaso Fiazza, capogruppo della Lega in Regione Emilia-Romagna, aveva scritto di una tragedia «che impone una riflessione seria, senza ipocrisie», sottolineando che «non siamo davanti a un episodio di ordinaria criminalità, ma all’ennesima dimostrazione di una violenza incompatibile con il nostro modo di vivere». Aggiungendo poi che «la remigrazione deve diventare uno strumento concreto di tutela della sicurezza». Così la deputata del Carroccio Laura Cavandoli, eletta nel collegio uninominale Emilia-Romagna – 02 (Parma): «Basta a persone che portano la violenza, efferata e ingiustificabile come in questo caso, nel nostro Paese».
L’identità dell’omicida e la richiesta dei due leghisti
Successivamente è giunta la notizia dell’arresto dell’autore del delitto: Andrea Pellati, 43enne pluripregiudicato con diversi precedenti per droga, nato a Reggio Emilia e italianissimo. E così Fiazza e Cavandoli si sono affrettai a inviare una successiva comunicazione, chiedendo di annullare le precedenti note «alla luce delle nuove informazioni diffuse dagli inquirenti, che modificano un elemento centrale della ricostruzione iniziale».
Leonardo Maria Del Vecchio non ha preso parte all’assemblea dei soci di Delfin convocata per oggi, 30 giugno. E non è intervenuto neanche attraverso un suo rappresentante. La decisione è stata comunicata con una lettera, in cui il quartogenito del fondatore di Luxottica ha ripercorso tutta la serie di «gravi criticità irrisolte», scrivendo di «board inerte» e sottolineando che «non c’erano i presupposti per un’assemblea produttiva». Nell’assemblea del 27 aprile, quando in sei (sette su un punto specifico) avevano votato a favore delle sue proposte di delibera, Del Vecchio riteneva di aver ottenuto conferma dell’appoggio di gran parte dei soci e di conseguenza di Delfin. Da allora, scrive nella lettera, «vari fattori sono cambiati». Tra le altre cose, Del Vecchio – intenzionato a salire al 37,5 per cento della holding di famiglia – si è lamentato di non aver mai ottenuto «accesso a documentazione aziendale indispensabile anche per le interlocuzioni con le banche finanziatrici», ricevuto solo risposte telefoniche e nessun riscontro scritto.
All’ordine del giorno dell’assemblea dei soci Delfin, che si è tenuta in Lussemburgo, c’erano l’approvazione del bilancio (arrivata all’unanimità, utile intorno a 1,5 miliardi), l’innalzamento dei dividendi al 10 per cento, le richieste di uscita dei soci Clemente Del Vecchio e Rocco Basilico, l’aumento degli emolumenti del cda e l’introduzione di un collegio di commissari dei conti che potrà accedere ai lavori del board. Ne sono stati approvati solo due, Lara Forte e Fabio Scoyni, mentre è stato bocciato l’altro candidato all’incarico, Marco Talarico, ex amministratore delegato di LMDV Capital, la società di Leonardo Maria Del Vecchio.
L’amministratore delegato di Condé Nast Roger Lynch aveva annunciato a metà aprile la chiusura di Wired Italia, magazine di tecnologia, cultura digitale e innovazioni nata nel 2009. Il 20 giugno è uscito l’ultimo numero della rivista cartacea, mentre da oggi – 30 giugno – il sito non verrà più aggiornato. Nel giorno della fine delle pubblicazioni, la redazione ha salutato i lettori con una lunga lettera-editoriale. Eccola.
La lettera-editoriale della redazione di Wired Italia
Oggi Wired Italia chiude. E questo messaggio è per te. No, non ci conosciamo. Perché tu arrivi sulla scena quando noi siamo andati via. Noi abbiamo finito il trasloco, chiuso gli scatoloni, spento la luce, chiusa la porta a doppia mandata. Poi arrivi tu. Chissà dopo quanto. Apri la porta. Accendi la luce. Spalanchi le finestre. E ti domandi cosa fosse questo posto, prima. Questo è il nostro messaggio in bottiglia, affidato ai marosi del web. Non viaggia solo nello spazio, ma anche nel tempo. Così è arrivato tra le tue mani, le mani di chi non ha mai sfogliato Wired Italia prima d’ora, gli occhi di chi non ha mai letto un nostro articolo.
Chissà quanto suoneranno vecchie, o strane, certe parole alle tue orecchie. Sai, nel fare il nostro mestiere noi ci siamo sempre domandati cosa sarebbe successo dopo e per anni, diciassette anni per l’esattezza, qui in Italia abbiamo fatto di tutto per trovare le risposte attraverso cui comprendere meglio il futuro. Era il nostro lavoro: guardarsi intorno per captare quei segnali, spesso debolissimi, che tracciavano la rotta verso il domani. E quando quel domani si avverava, più o meno come noi lo avevamo raccontato attraverso approfondimenti, notizie, articoli, interviste, podcast e inchieste, ci lanciavamo in una nuova corsa.
Comprenderai che, avendo spento i motori il 30 giugno 2026, ci rimangono tante domande su cosa si sarebbe svelato dopo l’ennesima curva. Chissà se nel tempo in cui ci stai leggendo i robot sono diventati compagni quotidiani di vita e colleghi di lavoro. Chissà se il paesaggio fuori dalla finestra è tornato a colorarsi di un sano azzurro e di un verde brillante e siamo riusciti a impedire le peggiori catastrofi climatiche. Chissà se abbiamo messo radici sulla Luna. E se siamo riusciti a far passare il messaggio che non è vero che chi non ha nulla da nascondere non deve aver paura di essere controllato in ogni momento. Chissà se stiamo usando l’AI per il bene comune? E se siamo tornati a riporre la giusta fiducia nella scienza e nei suoi progressi? Dove viaggiamo, cosa mangiamo, in quali case abitiamo.
Sai, te lo chiediamo perché i nostri sono tempi strani. Di invenzioni straordinarie e inutili stragi. Non sappiamo in che luogo o tempo tu ti trovi, ma noi ci sentiamo come se ti scrivessimo una lettera da quella fenomenale epoca di arte e cultura, scoperte geografiche e guerre che fu il Rinascimento.
Non staremo a raccontarti chi siamo stati noi. Ormai sei dentro, puoi scoprirlo da te vagando per queste stanze che chiamiamo articoli. Oppure facendo una ricerca in internet, se si usa ancora come facevamo noi. A noi interessa più sapere di te. Di te che ci scopri oggi che noi siamo storia. Che fai, cosa studi, dove vivi. Cosa ti ha portato fin qui, se il caso o una ben fondata ragione. Le persone e le loro storie sono sempre state il nostro pallino.
Magari le nostre strade si sono già incrociate, con altri nomi. Quello che stai percorrendo non è un mausoleo, uno spazio di echi e di silenzi. A suo modo, è un luogo ancora vivo, abitato dalla curiosità, dalla ricerca della verità, dal lavoro di tante persone. È un luogo dove per lungo tempo si usava spesso il tempo futuro. Oggi lo attraversi facendo ricorso al passato ma quel che trovi potrà aiutarti a capire come siamo arrivati al presente in cui tu vivi, a quale bivio la storia ha svoltato in una direzione e non in quella opposta. Per anni siamo stati uno strumento per comprendere e conoscere e tante persone ce lo hanno riconosciuto. Chissà che non potremo contribuire in qualche modo anche al tuo sapere.
Come si scrive una lettera a qualcuno che non ti leggerà mai? È un assegno in bianco, affidato alla buona fede di chi lo riceverà. Noi, però, per anni siamo stati guide ed esploratori e siamo stati abituati a prendere per mano chi si affidava per fare strada in terre incognite. Non avrebbe avuto senso mettere bussola, mappe e torce sotto teca. Le abbiamo lasciate qua, dove chi vorrà potrà beneficiarne ancora. È il nostro dono e il nostro contributo per costruire quel domani di cui siamo sempre stati innamorati.
Oggi Wired Italia chiude ma il viaggio nel futuro continua.
Maurizio Molinari assumerà dal primo luglio l’incarico di direttore editoriale del Gruppo Sae. Succede ad Antonio Di Rosa che contestualmente – come già annunciato – assumerà l’incarico di direttore de La Stampa. Nel nuovo ruolo Molinari, ex direttore de La Repubblica con cui ha cessato il rapporto, avrà la responsabilità di coordinare lo sviluppo delle attività editoriali del Gruppo Sae e lo sviluppo negli Stati Uniti. Il Gruppo ha anche ufficializzato la nomina di Giacomo Bedeschi a direttore de La Nuova Sardegna, incarico che assume succedendo a Luciano Tancredi che entrerà a far parte della direzione de La Stampa con il ruolo di vicedirettore vicario. Alla guida de La Provincia Pavese arriverà invece Manila Alfano, giornalista entrata a far parte del Gruppo Sae nel 2025. «Le nuove nomine confermano l’impegno del Gruppo Sae nella valorizzazione delle migliori professionalità interne e nel rafforzamento della qualità e l’autorevolezza delle testate che ne fanno parte», ha detto il presidente e amministratore delegato Alberto Leonardinis. «Si tratta di un passo che guarda al futuro, sostenendo i progetti di crescita e innovazione previsti dal piano di sviluppo del Gruppo e consolidando la nostra presenza editoriale in Italia e all’estero».
Giù la maschera, ora tutti conoscono il tabù di Giorgia. Che poi su questo sito l’indiscrezione era apparsa da più di un anno: parliamo della partita sulla scelta del prossimo capo dello Stato. «Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra», ha detto la leader di Fratelli d’Italia ospite di 10 minuti su Rete 4. Che magari potrebbe entrare nella storia in prima persona: Meloni è nata a Roma il 15 gennaio 1977, e ovviamente si può ambire alla carica di capo dello Stato allo scoccare del 50esimo anno di età. Quindi sia attendere la fine della legislatura sia anticiparne la chiusura ad aprile del 2027 significa comunque vedere la premier già potenzialmente in pista per il Quirinale. I maligni, che non mancano mai, dicono che «quello di Giorgia è stato un test per vedere le reazioni». Già, perché qualcuno ipotizza che qualora Sergio Mattarella decidesse con congruo anticipo di porre fine al suo settennato, che scade nel 2029, scardinerebbe il piano meloniano. E se le elezioni si tenessero in autunno, con un risultato di sostanziale pareggio? L’argomento è degno del mago Otelma, ma di certo il tabù di Giorgia farà ballare tutta l’estate.
Un fotomontaggio di Meloni e Mattarella in versione Una poltrona per due.
Chi sta alla finestra ed è pronto a intervenire in qualsiasi momento è Matteo Renzi, che essendo nato nel 1975 può guardare con attenzione la situazione e «offrirsi sapendo che una sua salita al Colle permetterebbe di disintegrare il suo movimento, per la gioia di tutta la sinistra, il centro e la destra». Fantapolitica? Può darsi, anche se i contatti giusti a livello mondiale Renzi li ha, come ha dimostrato con l’invito rivolto solo a lui, in Italia, da parte di Barack Obama. E anche in ambito europeo l’ex rottamatore sguazza che è un piacere…
Per Conte il campo largo… non esiste
Nel corso della lunga sfida televisiva di lunedì sera tra Nicola Porro e Giuseppe Conte, durante l’ultima puntata di Quarta Repubblica concentrata sul tema delle mascherine per il Covid e la gestione commissariale di Domenico Arcuri, l’avvocato del popolo sembra aver seppellito il cosiddetto campo largo. Per Conte «non esiste», e anzi c’è un «campo progressista»: tutto per non mettere in mezzo Matteo Renzi, che ormai fa la parte dell’ospite indesiderato in qualunque compagnia, tanto che l’ex premier pentastellato ha chiesto a bruciapelo a Porro «ma lei si fida di Renzi?», e il conduttore, che era già molto provato dal faccia a faccia, se ne è uscito con un rapido «no». La serata era andata avanti tra un «non rida», «non faccia quelle risatine», «non faccia il fenomeno», «questa è diffamazione», fino a una stretta di mano. Da segnalare che Conte ha elogiato il giornalismo d’inchiesta de La Verità, per poi andare pesante sui quotidiani del gruppo Angelucci, mettendo Porro in serie difficoltà…
Come sarà la gestione del calcio nelle mani di Giovanni Malagò? Qualcuno spiffera di un piano per far mandare su tutte le furie l’ex presidente del Coni: se ne parla dalle parti del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il tema è sempre quello delle tasse: avendo sotto mano la relazione della Corte dei conti sulla flat tax per i super ricchi è balzato agli occhi un dato molto particolare. La mega agevolazione concessa a chi si trasferiva in Italia, con tanto di residenza nel nostro Paese, ideata per attirare i Paperoni di ogni parte del mondo, alla fine interessa il mondo del calcio. Non a caso era stata battezzata, in origine, legge Ronaldo. I “pedatores”, per usare un termine che era caro a Gianni Brera, rappresentano una vasta fascia dei fortunati, con redditi da lavoro dipendente, gente che ha trasferito la residenza in Italia per motivi professionali perché chiamati dai club del calcio tricolore.
Giancarlo Giorgetti e Giovanni Malagò (foto Imagoeconomica).
In realtà la norma era nata per attrarre i possessori dei grandi patrimoni internazionali, consentendo di pagare un’imposta sostitutiva forfettaria sui redditi prodotti all’estero. E chi gioca al pallone magari dopo qualche anno se ne va, senza rimanere più in Italia, perché chiamato da un club straniero, rendendo inutile la norma e creando vantaggi solo per le squadre che possono attirare talenti con ingaggi praticamente esentasse per chi gioca sul campo. Oltretutto, a sentire i tecnici, questo “favoritismo fiscale” ha distrutto le scuole per i giovani calciatori italiani, visto che c’è uno straordinario interesse a muoversi su scala internazionale, specie quando ci sono cambi con valute non appartenenti all’area euro. E quale sarebbe l’idea per azzoppare Malagò, appena arrivato a guidare il calcio italiano? Cancellare la flat tax per coloro che sono destinati a fare i lavoratori dipendenti e arrivano dall’estero, e in particolare per gli sportivi. In difesa dello sport italiano. La trovata piacerebbe anche al ministro competente, Andrea Abodi, che ha sempre duellato con Malagò. Non resta che attendere: in effetti, una riforma più sovranista di questa non c’è…
Papa Leone ha nominato prefetto del dicastero per il Servizio dello sviluppo umanointegrale la reverenda Alessandra Smerilli, finora segretario del medesimo dicastero, che diventa così la terza prefetta in Vaticano. La donna assumerà l’incarico il primo settembre 2026. Il Santo Padre ha altresì nominato pro-prefetto dello stesso dicastero, con incarico speciale per il Centro di alta formazione Laudato si’, il cardinale Fabio Baggio, finora sotto-segretario. Anch’egli entrerà in carica dal primo settembre 2026.
Le altre nomine di Papa Leone
Leone ha inoltre nominato:
monsignor Jozef Barlaš segretario del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale;
monsignor Marco Mellino segretario del dicastero per i Testi legislativi;
monsignor Lucio Adrián Ruiz segretario del Dicastero per il Servizio della carità;
il laico Massimo Ralli sottosegretario del dicastero per il Servizio della carità.
In seguito all’ottenimento delle autorizzazioni normative nel Regno Unito, in Irlanda e in Austria, Axel Springer ha perfezionato l’acquisizione del Telegraph per 575 milioni di sterline (oltre 667 milioni di euro). Il colosso tedesco aveva superato in extremis l’offerta dell’editore del Daily Mail, presentando una proposta superiore proprio all’ultimo momento. Il Telegraph entrerà così a far parte di un portafoglio che comprende le testate tedesche Bild (il quotidiano più venduto d’Europa) e Die Welt, oltre a Business Insider e Politico (finora l’acquisizione finanziariamente più importante, avvenuta nel 2021).
La sede di Axel Springer a Berlino (Ansa).
Il gruppo Axel Springer ci aveva già provato nel 2004
Il closing pone fine a tre anni di incertezza sulla futura proprietà delle testate del gruppo britannico: il quotidiano The Daily Telegraph, Sunday Telegraph (cioè l’edizione domenicale) e la rivista The Chelsea Magazine Company. «Oggi è un giorno per il quale abbiamo lavorato a lungo e che ricorderemo per sempre», ha dichiarato Mathias Döpfner, amministratore delegato e azionista di riferimento di Axel Spinger, che aveva tentato di rilevare il quotidiano londinese già nel 2004: all’epoca era stato superato dai fratelli Barclay, che avevano offerto 665 milioni di sterline.
Mathias Döpfner, ceo di Axel Springer (Ansa).
Le tappe della cessione del Telegraph Media Group
Come detto, il closing mette fine a tre anni di incertezza sul destino di Telegraph Media Group, la cui vendita era stata avviata nel 2023, quando la famiglia Barclay ne aveva perso il controllo a causa di debiti non pagati per 1,16 miliardi di sterline nei confronti di Lloyds Bank. A rilevare il gruppo era stata la joint venture RedBird IMI – controllata al 75 per cento dallo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti e proprietario del Manchester City – che aveva concordato di saldare i debiti dei Barclay. Tuttavia, la joint venture è stata costretta a rimettere in vendita le testate dopo che il governo britannico ha approvato una legge che vieta a Stati esteri o a soggetti a essi collegati di detenere la proprietà di testate giornalistiche nel Regno Unito (attualmente è in vigore un limite del 15 per cento). Visto il semaforo rosso, era subentrato un consorzio guidato dalla RedBird Capital di Gerry Cardinale – partner di minoranza di RedBird IMI, nonché proprietario del Milan – con un’offerta da 500 milioni di sterline per le testate, ritirata però poco dopo, a novembre del 2025. A quel punto era stata la multinazionale Daily Mail and General Trust a concludere l’accordo acquisire il controllo delle testate del gruppo Telegraph, ottenendo anche il via libera dal governo britannico. In extremis era però arrivata la tedesca Axel Springer, con un’offerta superiore di 75 milioni di sterline rispetto a quella di DMGT: la proposta, unita a un iter normativo lineare, era stata accettata da RedBird IMI. Ora il closing.
Luigi Di Maio, rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo, ha incontrato a Doha Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar. Il colloquio si inserisce nel quadro delle iniziative dell’Unione europea volte a sostenere gli sforzi di mediazione portati avanti dall’emirato tra Stati Uniti e Iran sul dossier nucleare e assume “particolare rilievo” alla luce della presenza a Doha di una delegazione Usa composta da Jared Kushner e Steve Witkoff, attesa per colloqui con Al Thani nell’ambito del medesimo sforzo diplomatico.
Luigi Di Maio e Mohammed bin Abdulrahman Al Thani nel 2021 (Imagoeconomica).
Teheran ha smentito Trump sull’incontro Usa-Iran
La “missione” di Di Maio in Qatar si svolge mentre continua ad aleggiare il mistero sull’incontro tra le delegazioni di Usa e Iran, annunciato da Donald Trump (secondo cui sarebbero stati i pasdaran a chiedere un faccia a faccia) ma di nuovo smentito da Teheran. Come detto, Kushner e Witkoff sono infatti attesi a Doha. E vedranno certamente Al Thani. Ma il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, pur confermando che una delegazione di esperti si recherà a Doha questa settimana, ha escluso categoricamente un incontro con gli americani.
Cinquanta membri del Parlamento europeo hanno chiesto alla Commissione Etica della Fifa di indagare sul suo presidente, Gianni Infantino, in merito a presunte violazioni delle norme della stessa federazione calcistica internazionale sulla neutralità politica. Lo riporta Politico, spiegando che gli eurodeputati in una lettera hanno espresso sostegno a un esposto presentato dall’ong per i diritti umani FairSquare dopo la doppia decisione di Infantino di istituire un premio Fifa per la pace e di assegnarlo subito a Donald Trump.
Gianni Infantino assegna a Donald Trump il premio Fifa per la pace (Ansa).
La Coppa del Mondo «dovrebbe unire il mondo», ha dichiarato l’eurodeputato irlandese Barry Andrews, spiegando che, «quando il capo della Fifa favorisce un presidente rispetto a un altro, ciò scredita l’organismo calcistico e l’intero torneo». Andrews ha poi aggiunto che la denuncia di FairSquare in materia di etica «rappresenta per la Fifa un’opportunità per dimostrare il proprio impegno a favore della neutralità politica, della trasparenza e della responsabilità».
Trump ha ricevuto il premio il 5 dicembre 2025 e la denuncia iniziale di Fairsquare è stata depositata tre giorni dopo. Infantino non aveva nemmeno informato il Consiglio Fifa prima di istituirlo: i critici hanno interpretato il riconoscimento come un palese tentativo del capo del calcio mondiale di ingraziarsi il presidente statunitense. Gli eurodeputati firmatari della lettera sostengono che le dichiarazioni pubbliche di Infantino a favore del tycoon violano lo statuto della federazione, in base a cui «la Fifa rimane neutrale in materia di politica e religione».
I sondaggi Swg per il Tg La7 del 29 giugno 2026 evidenziano una leggera flessione per la prima forza politica del Paese, Fratelli d’Italia, che cala al 27,3 per cento pur mantenendo saldamente la testa della classifica. Resta invece stabile il Partito democratico, fermo al 21,8 per cento rispetto alla settimana precedente. Tra le altre forze principali, si nota un segno positivo solo per il Movimento 5 stelle, che sale al 13,3 per cento. A seguire, Forza Italia mostra una lieve contrazione e scende al 7,2 per cento, così come Alleanza Verdi-Sinistra che si attesta al 6,4 per cento. Il maggior balzo in avanti viene registrato da Futuro nazionale, raggiunge il 5,6 per cento superando la Lega, stabile al 5,4. Nelle posizioni successive, si osserva un calo generale per le forze di centro, con Azione al 3,5 per cento, Italia viva al 2,4 per cento e +Europa all’1,5 per cento. Fa invece registrare un trend incrementale Noi Moderati, che sale all’1,2 per cento.
Le autorità polacche si sono rifiutate di trasferire i caccia MiG-29 all’Ucraina perché Kyiv non intende condividere con Varsavia la tecnologia dei suoi velivoli a pilotaggio remoto. Lo ha annunciato il ministro della Difesa polacco e vicepremier Władysław Kosiniak-Kamysh, durante il programma televisivo Gość Wydarzeń. Continuano le tensioni tra i due Paesi, scaturite da una decisione di Volodymyr Zelensky fortemente contestata dalla Polonia.
Władysław Kosiniak-Kamysh (Ansa).
Kosiniak-Kamysh punta il dito contro Kyiv
La Polonia e l’Ucraina avevano un accordo in base al quale Kyiv avrebbe condiviso con Varsavia la sua esperienza nell’uso dei droni sul campo di battaglia, ha spiegato Kosiniak-Kamysh, in cambio di nove aerei da combattimento dismessi dall’esercito. «Ho proposto, credo, un approccio molto collaborativo. Gli ucraini inizialmente hanno accettato la proposta, ma non l’hanno attuata. Quindi non avranno i MiG», ha detto il ministro polacco: «A differenza del governo precedente, non ci limitiamo a dire che forniremo sussidi, ma ci aspettiamo il principio di solidarietà: tu aiuti, ma se il tuo partner si rende conto di poterti supportare, di poterti mostrare nuove soluzioni, deve condividere queste informazioni».
Volodymyr Zelensky (Ansa).
Da cosa è nata la crisi diplomatica tra i due Paesi
Il no della Polonia arriva sullo sfondo della recente crisi diplomatica con l’Ucraina, nata dalla decisione di Zelensky di intitolare un’unità d’élite dell’esercito agli «eroi dell’Upa», ossia all’Esercito insurrezionale ucraino, organizzazione paramilitare che durante la Seconda guerra mondiale fu il braccio armato dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (Oun-B) di Sepan Bandera. A tal proposito, Kosiniak-Kamysz nel corso dell’intervista in tv ha anche detto: «Non dobbiamo mettere nel pantheon coloro che distruggono la cooperazione europea. L’Ucraina non entrerà nell’Ue con Bandera. Nessuno ci dirà come votare per l’adesione di un determinato Paese».
I massacri di polacchi durante la Seconda guerra mondiale
Nel corso della Seconda guerra mondiale l’Upa raccolse l’eredità di quei gruppi paramilitari che all’inizio dell’Operazione Barbarossa accolsero come liberatori i nazisti. E, nelle regioni occupate dal Terzo Reich, operò spesso in accordo con le decisioni dei tedeschi e in funzione antisovietica. In Polonia l’Upa è considerato una forza genocidaria: nel biennio 1943-44 il gruppo uccise decine di migliaia di civili nelle regioni della Volinia, della Galizia orientale, in alcune parti della Polesia e nella regione di Lublino. Come rappresaglia, migliaia di ucraini furono poi uccisi dall’Armia Krajowa, il principale movimento armato polacco dell’epoca. Accusando Zelensky di aver «fornito alla propaganda russa ottimo materiale e molti spunti di riflessione», il presidente polacco Karol Nawrocki ha revocato al presidente ucraino la più alta onorificenza di Stato, l’Ordine dell’Aquila bianca, che gli era stata assegnata dal predecessore Andrzej Duda. In aperta polemica con Varsavia, Zelensky ha poi disertato l’ultima Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, che si è tenuta a Danzica.
Dal 1° luglio l’Unione europea introduce un dazio doganale forfettario di 3 euro per ogni pacco di valore inferiore a 150 euro proveniente da Paesi terzi. Due le motivazioni principali della misura, ovvero garantire parità di condizioni ma anche garantire alle autorità doganali strumenti necessari per affrontare, controllare ed eventualmente rimuovere dal mercato i prodotti pericolosi. Nel 2025 sono infatti entrati nell’Ue circa 5,9 miliardi di articoli da Paesi extra-Ue senza pagare dazi, oltre 16 milioni di pacchi al giorno, di cui oltre il 90 per cento provenienti dalla Cina. Oltre il 60 per cento non era conforme agli standard di sicurezza Ue, in particolare giocattoli, elettronica, cosmetici e integratori alimentari. Il prelievo non si applicherà per pacco ma per articolo – per esempio comprando una maglietta, un ombrello e un paio di scarpe si pagano tre dazi, per un totale di nove euro. A pagare il dazio è generalmente la piattaforma o il venditore, non il consumatore finale.
Quattro persone sono state arrestate per l’attentato dinamitardocontro il giornalista Sigrfrido Ranucci, avvenuto la sera del 16 ottobre 2025 a Pomezia (Roma), quando un ordigno venne fatto deflagrare davanti al cancello dell’abitazione del conduttore di Report, provocando la distruzione delle sue due autovetture parcheggiate in strada e danneggiando il muro perimetrale.
Indagini in corso per individuare i mandanti
Tre le persone finite in carcere, mentre una ai domiciliari: sono gravemente indiziate, a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Il commando avrebbe agito su mandato di terze persone, allo stato non identificate, come “favore” e dietro compenso economico: le indagini proseguono per svelare l’identità dei mandanti.
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).
I mandanti, appunto, si sono adoperati per garantire supporto per tutelare gli esecutori materiali dell’attentato esecutori fornendo fondi, schede telefoniche, assistenza legale e pianificando una loro eventuale fuga all’estero. Gli indagati hanno tentato in più occasioni di ostacolare le indagini effettuando bonifiche per cercare microspie, distruggendo schede sim e concordando linee difensive omertose per dissimulare il loro coinvolgimento e coprire i mandanti.
Tre persone sono rimaste ferite, due delle quali in modo grave, a causa di un’esplosione in un edificio residenziale nel Principato di Monaco. Un portavoce del governo ha parlato di «atto doloso». I feriti appartengono alla stessa famiglia, quella dell’oligarca ucraino Vadim Ermolaev – tra gli uomini più ricchi dell’Ucraina e soggetto a sanzioni dal dicembre 2023 come deciso dal presidente Volodymyr Zelensky. I fatti si sono verificati nella serata di lunedì 29 giugno 2026 in Rue du Révérend Père Louis Frolla, lungo il confine con la Francia. «È molto probabile che si tratti di un attentato», ha dichiarato all’Afp Christophe Mirmand, capo del governo. Ermolaev e la moglie sono in pericolo di vita, mentre il loro figlio 13enne ha riportato ferite meno gravi. Secondo il procuratore generale di Monaco Stéphane Thibault, qualcuno avrebbe lasciato una borsa o un pacco nell’atrio dell’edificio, poi esploso. È stata anche diffusa una foto del sospetto autore.
Il principe Alberto: «Crimine efferato»
Sulla vicenda è intervenuto anche il principe Alberto II di Monaco, parlando di «crimine efferato» e «shock per l’intera comunità monegasca». «Il Principato di Monaco rimarrà unito e determinato di fronte alla violenza e alla criminalità. La sicurezza della nostra comunità è sempre stata una priorità. Lo rimarrà più che mai, qualunque siano le minacce», ha aggiunto.
L’assemblea di Delfin di martedì 30 giugno non è una formalità. L’ordine del giorno mette in fila bilancio, innalzamento dei dividendi, richieste di uscita dei soci, aumento degli emolumenti del board e l’introduzione di un collegio di commissari. Ognuna di queste voci è una leva, e ognuna ha una soglia statutaria che ne decide l’esito. Questa è la griglia per leggere il voto, con i numeri che contano e cosa significa ciascun risultato.
Il bilancio: la soglia di sopravvivenza del sistema
Il primo punto è anche il più sottovalutato. L’approvazione del bilancio è ordinaria amministrazione in tempi normali, ma in un clima di guerra diventa un termometro. Una bocciatura del bilancio e della ripartizione degli utili è lo scenario che apre la china più ripida, fino all’ipotesi estrema di messa in liquidazione della holding evocata nelle ultime settimane. Da osservare se passa liscio o se qualcuno lo trasforma in terreno di scontro. Un bilancio che inciampa segnala che la frattura è andata oltre il punto di non ritorno.
I dividendi: la leva di cassa di Leonardo
Qui si gioca la liquidità, e va letto con una premessa. L’8 maggio l’assemblea aveva già deliberato di alzare il payout fino all’80 per cento degli utili, contro il 10 per cento ordinario, e su quella delibera Rocco Basilico ha depositato ricorso in Lussemburgo. Il voto del 30 vale quindi come conferma ed esecuzione. La soglia è la maggioranza dei due terzi, sei soci su otto. Il punto da seguire: con riserve sopra i 5,7 miliardi e una capacità di cedola intorno al miliardo e mezzo, un payout massimo è lo strumento con cui Leonardo fa cassa senza banche per servire il proprio debito. Un dividendo confermato all’80 per cento segnala un erede che gioca la sopravvivenza. Un blocco sui due terzi riaprirebbe la tensione di cassa, e il fronte che storicamente ha frenato i dividendi è quello dei tre che hanno accettato con beneficio d’inventario, Luca, Clemente e Paola. Con Luca e Paola oggi interessati a monetizzare, l’incognita vera resta Clemente.
Il collegio dei commissari: il test di forza su Talarico
Questa è la partita sulla governance, ed è il punto dove Marco Talarico diventa cartina di tornasole. La proposta porta tre nomi, con Talarico in testa, mandato fino al 2030 e poteri di accesso all’intera contabilità. Il meccanismo da capire è quello degli osservatori previsto dallo statuto: l’assemblea può nominare fino a tre figure che siedono alle riunioni del board senza diritto di voto, e se un amministratore cessa la carica per qualsiasi motivo diverso dalla revoca, l’osservatore più alto in grado ne prende automaticamente il posto. Piazzare l’uomo di Leonardo dentro quel presidio significa pre-posizionarlo per cadere nel board nel momento in cui l’amministratore delegato di Delfin Romolo Bardin dovesse vacillare. Se la proposta passa, Leonardo e Francesco Milleri hanno segnato il punto più pesante contro l’attuale gestione. Se cade, il fronte della prudenza ha tenuto la soglia.
Le uscite e il buyback: la sconfitta ordinata, con tre trappole
Il buyback è l’esito che in queste ore prende quota, e va spiegato perché è una vittoria avvelenata per chiunque lo invochi. Lo statuto pone tre vincoli che ne cambiano la natura. Il riacquisto deve essere aperto a tutti i soci, e non solo a Luca e Paola, con conseguenze incontrollabili se altri decidono di uscire. Il prezzo di esercizio della prelazione, secondo le fonti vicine al dossier, andrebbe fissato intorno ai 6,5 miliardi a quota sul valore di Nav (Net asset value, il Valore patrimoniale netto), non i 5 pattuiti tra i fratelli. E il riacquisto di azioni proprie è ammesso solo nei limiti degli utili distribuibili, con le quote che finiscono in tesoreria senza voto né dividendo, oppure annullate con riduzione di capitale. In tutte le varianti la conseguenza è una sola: Leonardo non sale al 37,5 per cento e non diventa socio di riferimento. Da osservare se l’assemblea imbocca questa strada, perché è la sconfitta strategica di Leonardo in forma ordinata.
L’incognita: la legittimazione di Rocco
Il primo scontro è procedurale e si gioca prima ancora del merito. Dall’8 maggio è pendente in Lussemburgo, oltre a un giudizio italiano, il ricorso con cui Rocco contesta il trasferimento del 25 per cento alla newco Lmdv Fin: i suoi legali sostengono che, trattandosi di un soggetto terzo, servisse l’88 per cento, sette soci su otto, mentre la delibera passò con il 75 per cento, sei voti, contro lui e Claudio. La lettura di Delfin è opposta, perché Lmdv Fin sarebbe controllata da un socio già presente. Da seguire se Rocco viene ammesso al voto e con quali riserve, e se la sua proposta di vendere le partecipazioni con lo sconto del 25 per cento su EssilorLuxottica arriva al tavolo o viene respinta in via pregiudiziale. Un Rocco ammesso con riserva apre un fronte legale che durerà mesi e tiene ogni delibera sotto la spada di un’impugnazione.
Le crepe interne: Claudio e l’eventuale passo indietro di Milleri
Due figure dicono più di qualsiasi conta. Claudio Del Vecchio ha votato contro il trasferimento insieme a Rocco e alla vigilia del voto ha proposto un bonus straordinario per il lavoro del board, una mossa che fotografa la frattura. Se Claudio emerge come polo del fronte anti-Leonardo, gli equilibri cambiano più di qualsiasi dichiarazione. E poi c’è Milleri, il segnale che vale più di tutti. La sua alleanza con Leonardo è uno scambio: vota con lui perché gli serve il blocco di eredi allineato per il proprio legato. Si racconta che leggendo la lettera aperta di Leonardo su QN il presidente si sia molto rabbuiato, perché quel patto di fiducia non era mai stato messo in discussione. Qualunque passo indietro di Milleri, anche solo nei toni, è la spia che Leonardo è rimasto solo.
La pressione reale: titolo, banche, debito
Mentre in assemblea si vota, tre indicatori esterni misurano la pressione reale. Il titolo EssilorLuxottica ha perso oltre il 37 per cento da gennaio, intorno ai 166 euro: ogni ulteriore scivolone peggiora le garanzie sui prestiti personali di Leonardo e avvicina la chiamata a margine. Il pool bancario si è già assottigliato, con BNP Paribas sfilata e Lmdv a trattare con fondi come Apollo per costruire il prestito da 10-11 miliardi. E la coda di private debt al 14-16 per cento è la spia che la tensione di liquidità è già in corso: se quel filone si muove, lo stallo sta diventando spirale. Sono i segnali più silenziosi e i più affidabili.
La diagnosi: la prima mossa di Leonardo dopo il voto
Al netto delle dichiarazioni, la strategia vera si legge da cosa fa il giorno dopo. Se spinge sul dividendo massimo, punta alla sopravvivenza. Se rilancia sul buyout o torna a chiedere garanzie a Delfin, resta in modalità conquista e si scava la fossa. Se vira sulla vendita delle partecipazioni, ha accettato la logica di Rocco e cerca cassa a ogni costo. La guerra mediatica contro il board, va ricordato, è già cominciata il 19 giugno con la lettera aperta su QN, il giornale di cui è editore: il punto ora è se alza ancora il tiro o rientra.
Conquista o sopravvivenza: che partita sta giocando Leonardo?
La domanda che tiene insieme ogni segnale è una sola: Leonardo sta giocando la conquista o la sopravvivenza. Fino alla primavera erano la stessa cosa, perché comprare le quote dei fratelli significava anche rifinanziare il debito. Da oggi si separano. Un erede che “pivota” sulla liquidità, dividendo e riduzione dell’esposizione, ha capito la partita. Un erede che continua a spingere sul 37,5 per cento mentre il titolo scende e i creditori cari battono cassa sta correndo verso la margin call che Warren Buffett ha passato la vita a evitare. E sopra tutto resta il muro che il padre ha costruito: con l’unanimità richiesta per statuto, manager e operazioni straordinarie, ogni erede pesa per il suo 12,5 per cento. E nessuno vince da solo.
Warren Buffett ha sempre tenuto la sua Berkshire Hathaway lontana dalla leva finanziaria usata per gonfiare i rendimenti, e la ragione che ripete da decenni è una sola: non voler mai essere costretto a soddisfare una margin call nel momento sbagliato. La vicenda che in queste ore tiene col fiato sospeso la finanza italiana, con l’assemblea di Delfin convocata per martedì 30 giugno in Lussemburgo, mostra cosa accade quando si imbocca la strada opposta. È prima di tutto una storia di leva, e di una margin call che incombe.
Warren Buffett (Imagoeconomica).
Delfin è la cassaforte lussemburghese della famiglia Del Vecchio, e custodisce partecipazioni per oltre 40 miliardi: il 32 per cento di EssilorLuxottica e quote pesanti di Generali, Mps, UniCredit, Covivio. Chi controlla Delfin muove una fetta del capitalismo finanziario italiano. Per questo una faccenda nata come problema privato di uno degli otto eredi è diventata un caso di sistema.
Il motore: 1,3 miliardi di debito personale
Al centro c’è l’esposizione di Leonardo Maria, il quartogenito 31enne. Le ricostruzioni, confermate da fonti vicine al suo family office Lmdv, parlano di un indebitamento complessivo che supera quota 1,3 miliardi, maturato nei quattro anni dalla morte del padre: circa 350 milioni con Crédit Agricole, 650 milioni di prestito personale erogato da UniCredit alla persona fisica, 110 milioni di leasing per il mega-yacht da 72 metri e la collezione di auto, oltre 100 milioni di crediti di firma, più una coda di private debt molto caro.
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).
Il dettaglio che ribalta la narrazione ufficiale sta nei numeri. L’acquisto delle quote dei fratelli Luca e Paola, valorizzate 10 miliardi per il 25 per cento complessivo, sarebbe servito a Leonardo per ottenere dalle banche un finanziamento ancora più ampio, intorno agli 11 miliardi, e rifinanziare così la sua posizione. La scalata alla holding e il salvataggio finanziario personale erano la stessa identica mossa.
La clausola mancante e il rischio di maxi penale
L’operazione si è arenata per due ragioni lineari. EssilorLuxottica ha perso oltre il 37 per cento da gennaio, scivolando verso i 166 euro: il valore delle quote da offrire in garanzia è crollato e i rapporti loan-to-value su cui le banche avevano costruito tutto sono saltati. In più i contratti con i fratelli sarebbero stati firmati senza la clausola che subordina l’acquisto all’effettiva concessione del finanziamento. La conseguenza è pesante. Se Leonardo non compra, rischia di dover versare una penale da 500 milioni a ciascuno dei due fratelli. Un altro miliardo. Il suo debito, in caso di scalata fallita, viaggia verso i 2,3 miliardi. Non può finanziare l’operazione, e tirarsi indietro gli costa quanto un piccolo Stato.
Romolo Bardin (foto Imagoeconomica).
La detonazione sulla governance
Quando le banche hanno chiesto garanzie più solide, la richiesta ha smesso di essere personale e ha bussato alla porta di Delfin. Lì la crisi è diventata societaria. Nel consiglio del 24 giugno il board si è spaccato: a favore della linea che apriva la cassaforte si sono schierati il presidente Francesco Milleri e il notaio di famiglia Mario Notari, contrari l’amministratore delegato Romolo Bardin con i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. La maggioranza del board ha bocciato l’ipotesi di impegnare risorse comuni a copertura di un’operazione fatta nell’interesse di un singolo socio, per giunta a valori non più coerenti con il mercato.
Mario Notari (foto Imagoeconomica).
Leonardo Del Vecchio padre voleva evitare risse tra figli
A complicare tutto c’è lo statuto, disegnato da Leonardo Del Vecchio padre proprio per evitare le risse tra figli. Per modificarlo serve l’88 per cento del capitale; per nominare o revocare i manager serve l’unanimità degli otto soci. Ogni erede, con il suo 12,5 per cento, è di fatto una minoranza di blocco. Nessuno vince da solo, e chiunque può inceppare la macchina.
Leonardo Del Vecchio, morto nel 2022.
Gli interessi veri dietro gli schieramenti
Milleri sostiene Leonardo perché ha un legato personale da incassare, un pacchetto di azioni Essilux da oltre 350 milioni più le relative imposte, che dipende dalla distribuzione dei dividendi e da passaggi statutari a maggioranza qualificata. Per portarlo a casa gli serve il blocco di eredi allineato, e il motore di quel blocco oggi è Leonardo. Il suo appoggio regge finché gli garantisce i numeri per il legato.
Francesco Milleri (Imagoeconomica).
Bardin gioca un’altra partita. Tiene la linea della prudenza, che è solida sul piano societario, e soprattutto controlla l’orologio. Ogni giornata che Essilux passa in calo peggiora la posizione del debitore Leonardo. Per chi vuole logorare, la pazienza è un’arma. Anche la maggioranza dei cinque eredi firmatari è meno granitica di quanto sembri. È una coalizione di liquidità, tenuta insieme da chi vuole uscire e monetizzare. Luca e Paola appoggiano Leonardo finché lui resta il loro canale per incassare. Appena una strada alternativa offre gli stessi soldi senza passare da lui e dalle sue banche, quel sostegno evapora.
I quattro scenari sul tavolo
1 – Il buyback: Delfin ricompra direttamente le quote di Luca e Paola, attingendo a riserve e debito, e liquida chi vuole uscire. È l’esito più ordinato, e in queste ore prende quota. Per Leonardo è una sconfitta strategica: resta al 12,5 per cento, col debito personale intatto e senza il maxi-finanziamento che inseguiva.
2 – Lo stallo: nessuna maggioranza, esecuzione del testamento congelata, Essilux che continua a scendere. È lo scenario più insidioso, perché avvicina la chiamata a margine sui prestiti di Leonardo e accende per primo il debito più caro, quello con clausole onerose in caso di default.
3 – La vendita delle partecipazioni: è la strada che Rocco Basilico, il fratellastro in guerra con Leonardo, ha messo nero su bianco in una lettera al board e ai soci alla vigilia dell’assemblea. La avanza in due varianti. Nella prima Delfin vende le partecipazioni finanziarie (Mps, Generali, UniCredit), incassa e con quel denaro ricompra le quote di chi vuole uscire, lasciando ai soci che restano una holding concentrata solo sull’occhialeria. Nella seconda, definita intermedia, Delfin non vende nulla e distribuisce direttamente ai soci le partecipazioni finanziarie, così che ciascuno se le venda per conto proprio, preservando intatta la quota in EssilorLuxottica.
Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico.
Il vero detonatore è il criterio di prezzo. Basilico propone di valutare le partecipazioni finanziarie al 100 per cento del valore di mercato, perché facilmente liquidabili, e di applicare invece a EssilorLuxottica uno sconto del 25 per cento sulla quotazione di Borsa, motivandolo con il fatto che il titolo dentro una holding non è liquido come sul mercato.
Negli ambienti della famiglia la mossa viene letta come l’idea di smontare il portafoglio e svalutare del 25 per cento l’azienda che il fondatore ha costruito in 60 anni. La replica del fronte di Leonardo è lapidaria: nessun erede Del Vecchio cederebbe mai l’azienda di famiglia a sconto. Razionale sulla carta, esplosiva nei fatti.
4 – La rottura di governance: Milleri o Bardin sbattono la porta. Siccome nominare un nuovo amministratore richiede l’unanimità, una sola dimissione paralizza la holding. È l’arma di pressione reciproca, e per questo nessuno la impugna davvero finché può evitarlo.
Il notaio Notari è in lite ma è un consigliere che vota
Sul tavolo pesano poi alcuni nodi che meritano attenzione. Mario Notari, custode del testamento e membro del board, è in contenzioso civile con la stessa famiglia per una parcella giudicata troppo alta, tanto che la pratica di successione è passata a un altro notaio milanese. Oggi quel consigliere vota su operazioni che riguardano gli azionisti con cui è in lite.
I ruoli che fanno discutere: Talarico e Paolo Basilico
Marco Talarico, braccio destro di Leonardo appena uscito dalla guida del family office, è stato proposto come commissario ai conti della cassaforte che appartiene a tutti e otto gli eredi, con un mandato fino al 2030 e poteri di accesso all’intera contabilità. Un uomo legato a un singolo socio messo a sorvegliare i numeri di tutti. E qui la genealogia pesa: Talarico arriva da Kairos, la società fondata da Paolo Basilico, padre di quel Rocco che a Leonardo sta facendo la guerra. Il fedelissimo di un erede, con una storia professionale radicata nel mondo del padre del suo rivale, candidato a controllare i conti della holding di famiglia.
Marco Talarico e Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).
E la coda di private debt più costosa, fino al 14-16 per cento con clausole pesanti in caso di default secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, condurrebbe Lmdv verso una società di advisory, la Duepuntozero Npl, le cui ramificazioni, stando alle ricostruzioni finanziarie, sfiorano il mondo degli ex gestori di Kairos e gli investimenti di Paolo Basilico, padre proprio di Rocco.
Paolo Basilico (foto Imagoeconomica).
I soldi, a quanto risulta a Lettera43, sono stati erogati dal fondo facente capo a Federico Riggio, il cui principale sottoscrittore è proprio Paolo Basilico. E, nota di colore, c’è una battuta attribuita a Riggio che circola negli ambienti finanziari: «Gli ho prestato i soldi perché tanto in due anni LDMV non riesce a fallire». Insomma, l’erede a corto di cassa che cerca denaro, caro, nell’orbita del padre del suo rivale: un cortocircuito che da solo racconta la stagione.
Il genio di Agordo aveva costruito una fortezza pensata per durare oltre di lui, blindata contro le liti tra figli. Quella stessa fortezza oggi rischia di diventare una gabbia per l’erede più ambizioso, prigioniero della sua stessa leva. L’assemblea del 30 giugno non chiuderà la partita. La accompagnerà per tutta l’estate.
Botta e risposta su X tra il giornalista Paolo Ojetti e Fabrizio Alfano, capo ufficio stampa di Palazzo Chigi, sul presunto uso privato di un elicottero di Stato da parte della premier Giorgia Meloni per raggiungere un locale di Porto Ercole, all’Argentario.
Il botta e risposta su X
«I fatti sono diversi. Giorgia Meloni non è arrivata in elicottero al Sottovento: si è recata in auto. Da giornalista, prima di spargere sciocchezze e insinuazioni sull’uso privato di mezzi dello Stato, dovrebbe verificare i fatti», ha scritto Alfano su X.
No, i fatti sono diversi. Giorgia Meloni non è arrivata in elicottero al Sottovento: si è recata in auto. Da giornalista, prima di spargere sciocchezze e insinuazioni sull’uso privato di mezzi dello Stato, dovrebbe verificare i fatti.
Ojetti aveva riferito del passaggio di un elicottero a bassa quota sui tetti dell’Argentario attorno alle 19 di sabato 28 giugno: «Sembrava stesse precipitando. Infatti si precipitava a mollare la Meloni al bar Sottovento di Porto Ercole affinché la premier gustasse l’aperitivo». E poi: «Chiedo umilmente: uso privato?».