Stellantis ha annunciato l’intenzione di avviare una partnership strategica con Accenture per accelerare l’utilizzo di funzionalità di digital twin abilitate dall’intelligenza artificiale, sfruttando le tecnologie Nvidia, all’interno della propria rete produttiva globale. Questa iniziativa conferma l’impegno dell’azienda nel trasformare le proprie attività industriali facendo leva su tecnologie basate sui dati. Il progetto unisce l’esperienza industriale di Stellantis, le competenze di Accenture nell’ambito della physical AI e della manifattura digitale, e le tecnologie diaccelerated computinge le librerie omniversedi Nvidia. L’obiettivo è esplorare lo sviluppo di ambienti manifatturieri virtuali di nuova generazione, alimentati da dati in tempo reale e intelligenza artificiale.
Ciancia: «Esploriamo nuovi modi per rendere le operazioni più scalabili e intelligenti»
«Stiamo costruendo le basi per la prossima generazione del manufacturing in Stellantis», ha dichiarato Francesco Ciancia, head of Manufacturing di Stellantis. «Combinando digital twin, IA e simulazione avanzata, stiamo ripensando il modo in cui progettiamo, gestiamo e miglioriamo continuamente i nostri sistemi produttivi. Questa iniziativa è pensata per lavorare a stretto contatto con i nostri team, rafforzando la loro capacità di anticipare i problemi, prendere decisioni più rapide e favorire il miglioramento continuo. Insieme ad Accenture e Nvidia, stiamo esplorando nuovi modi per rendere le operazioni più scalabili e intelligenti».
L’Iran ha presentato un nuovo piano in 14 punti, attraverso i mediatori pachistani, che si concentra sui «negoziati per la fine della guerra e sulle misure di costruzione della fiducia da parte americana». Lo scrive l’agenzia di stampa Tasnim, vicina ai pasdaran, citando una fonte vicina al team negoziale di Teheran. Nella bozza, gli Stati Uniti hanno accettato di sospendere le sanzioni petrolifere contro l’Iran durante i negoziati. «L’Iran ribadisce che l’abolizione di tutte le sanzioni deve far parte degli impegni degli Usa. Gli Usa, tuttavia, hanno proposto la revoca solo fino al momento dell’accordo finale», si legge sulla medesima agenzia. Poche ore prima dell’invio del nuovo piano, Trump era tornato a minacciare Teheran. «Il tempo stringe, ed è meglio che si muovano velocemente, altrimenti di loro non rimarrà nulla», aveva scritto su Truth. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha risposto che in caso di ripresa della guerra le sue forze armate hanno «nuove sorprese per il nemico».
Angelo Binaghi non si tiene. E ne ha ben donde. Gli Internazionali di Roma sono stati un successo e non solo per le vittorie di Sinner nel singolare – a 50 anni dal trionfo di Adriano Panatta – e di Bolelli e Vavassori nel doppio maschile. Domenica «è stata una giornata perfetta», ha commentato il presidente della Fitp a Radio Anch’io sport su Radio1. «All’inizio del torneo ci eravamo posti tre obiettivi: superare la soglia dei 400 mila spettatori paganti, superare il miliardo del valore dell’impatto economico del torneo sul territorio e provare a rivincere il singolare maschile dopo 50 anni. Ne abbiamo raggiunti quattro di obiettivi: siamo riusciti anche a vincere anche il doppio maschile, al quale non pensavamo. Più di così… ». Insomma: game, set, match. Binaghi, in versione baudesca («l’ho inventato io…») ha pure confessato di essere stato lui a convincere Sergio Mattarella a premiare Sinner.
Tra il capo dello Stato e il campione altoatesino, ha assicurato, non c’è «mai stato alcuno strappo. Sono stato io, senza che nulla fosse programmato, a riuscire a convincere il Capo dello Stato a venire in campo a fare la premiazione, nel minuto immediatamente successivo alla vittoria di Jannik. Tutti gli italiani avrebbero voluto che fosse lui a premiare Sinner. Gli ho detto che anche Jannik sarebbe stato molto emozionato di essere premiato da lui. Il presidente ci ha pensato un attimo, è venuto in campo e credo sia stato un enorme regalo per Jannik, per noi, per il pubblico e per tutti gli italiani». Tutto bene quel che finisce bene, dunque. Anche perché è stato lo stesso numero 1 al mondo in collegamento con Fabio Fazio, ad ammettere parlando dell’appuntamento mancato al Quirinale: «Non ero partito con il piede giusto un po’ di tempo fa…».
Prima di dare appuntamento al Roland Garros – «Noi, con il nostro squadrone e non solo con Jannik, andiamo a Parigi per vincere» – Binaghi è tornato sul pasticcio della sovrapposizione con il derby. «Spostare la finale avrebbe significato far perdere credibilità al torneo a livello internazionale», ha detto ricordando che gli Internazionali d’Italia sono «gestiti dall’ATP. I diritti televisivi non sono venduti da noi e decine e decine di Paesi erano programmati per quell’ora. Quindi sarebbe stato un danno enorme per la credibilità del torneo e del Paese». E già si guarda all’edizione 2028, quando sarà in funzione il nuovo Centrale da 12.500 posti (60 milioni arrivano da Sport e Salute), una struttura polifunzionale attiva tutto l’anno, con copertura semovibile a prova di maltempo. L’unica macchia di questo torneo.
Sergio Mattarella con Angelo Binaghi (Imagoeconomica).
Una riconferma per Bordoni
Davide Bordoni è stato per anni uno degli elementi di spicco dei berluscones a Roma. Consigliere comunale, era arrivato alla poltrona di assessore alle Attività produttive e al Lavoro al tempo della Giunta Alemanno. Uscito da Forza Italia nel 2019, nel 2020 è stato co-fondatore del gruppo consiliare Lega-Salvini premier. Dopo la mancata elezione a consigliere per soli 38 voti alle Amministrative del 2021, è in Campidoglio l’anno successivo al posto di Simonetta Matone, eletta in Parlamento. Già consigliere del ministro dei Trasporti, dal 2022 al 2023 ha assunto la carica di esperto per i rapporti con gli enti territoriali e pochi giorni fa è stato riconfermato amministratore unico di Ram Spa (Rete Autostrade Mediterranee, società in house del MIT) per il triennio 2026-2028. «La riconferma rappresenta per me motivo di orgoglio e uno stimolo a proseguire con impegno e responsabilità il lavoro al servizio del Paese e del sistema logistico e infrastrutturale nazionale. Desidero esprimere la mia gratitudine al Mef e al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, per la fiducia e l’attenzione dimostrate nei confronti del lavoro svolto e degli ottimi risultati raggiunti in questi anni da Ram», ha dichiarato Bordoni.
Davide Bordoni (Imagoeconomica).
Giachetti smuove la Vigilanza Rai
Il renziano Roberto Giachetti si è ammanettato alla Camera – con manette acquistate in un sexy shop come lui stesso ha raccontato («l’unico posto in cui si possono vendere…», ha detto a Un giorno da pecora) – per protestare contro l’eterno rinvio delle votazioni, a causa della mancanza del numero legale, per la presidenza della Rai.
Il deputato di Iv Roberto Giachetti ammanettato alla Canera (Ansa).
Una protesta che ha spinto la presidente della commissione di Vigilanza Barbara Floridia a intervenire: «Prendo atto della disponibilità della maggioranza a garantire il numero legale della Vigilanza Rai e convoco la commissione per il prossimo mercoledì 27 maggio. L’auspicio è che l’apertura della maggioranza a riaprire i lavori non sia limitato solo alla prossima seduta, ma che si possa ripartire con le attività ordinarie. È opportuno evidenziare che l’ordine del giorno non lo decide di certo Antonio Tajani. Dispiace molto che si sia dovuti arrivare al gesto estremo di Giachetti per avere una cosa normale come una seduta della commissione». Lo stallo sulla nomina è dovuto all’ostinazione di Simona Agnes che, nonostante il muro delle opposizioni, non ha ritirato la propria candidatura.
Il consiglio di amministrazione e il consiglio di sorveglianza di Commerzbank raccomandano agli azionisti della banca di non accettare l’offerta pubblica di acquisto volontaria sotto forma di offerta di scambio da parte di Unicredit, perché quest’ultima «non offre loro un premio adeguato e non ha presentato un piano strategico coerente e credibile per l’aggregazione». Lo si legge in una nota stampa pubblicata dalla banca tedesca, da cui emerge che «entrambi gli organi sono convinti che, implementando la strategia “Momentum 2030”, Commerzbank crei maggiore valore autonomamente rispetto alla proposta di Unicredit». L’istituto ha aggiunto che «il valore implicito dell’offerta costituisce uno sconto significativo rispetto al potenziale di creazione di valore a lungo termine di Commerzbank, nonché rispetto agli attuali parametri di mercato». Inoltre, «l’offerta di acquisizione di Unicredit non offre un premio adeguato ai nostri azionisti». «Quella che viene descritta come una fusione è in realtà una proposta di ristrutturazione che avrebbe un impatto enorme sul nostro modello di business collaudato e redditizio», ha dichiarato l’amministratore delegato Bettina Orlopp.
Commerz: «Rischi considerevoli dalle proposte di Unicredit»
E ancora: «Le proposte speculative di Unicredit comportano rischi considerevoli, che minacciano le relazioni con i clienti che Commerzbank ha costruito sulla base della fiducia e dell’affidabilità, nonché la motivazione dei suoi dipendenti. Poiché l’offerta è strutturata come uno scambio di azioni Unicredit, gli azionisti di Commerzbank che accettassero l’offerta si assumerebbero questi rischi in qualità di futuri azionisti di Unicredit. Ciò sottolinea ulteriormente perché raccomandiamo agli azionisti di non accettare l’offerta».
I liquidatori di Evergrande Group, il colosso dell’immobiliare cinese andato in fallimento, hanno chiesto a PwC un risarcimento danni pari a 8,4 miliardi di dollari, accusando la società di revisione di negligenza nello svolgimento della propria attività di controllo contabile. È quanto emerge dall’udienza di lunedì 18 maggio 2026 al tribunale di Hong Kong, che si è concentrata su quanta responsabilità debba assumersi PwC. I potenziali risarcimenti si aggiungerebbero alle ingenti multe imposte dalle autorità della Cina continentale e di Hong Kong dopo il crollo di Evergrande, che ha lasciato dietro di sé passività per oltre 300 miliardi di dollari, uno dei più grandi buchi finanziari del settore immobiliare cinese. Richard Handyside, avvocato che rappresenta PwC International, ha sostenuto che la società non avrebbe dovuto essere parte in causa poiché il colosso della revisione è composta da diverse società e le entità di Hong Kong e Cina non erano sue filiali. Non vi furono comunicazioni tra PwC International ed Evergrande, e quest’ultima non aveva alcun «obbligo di diligenza» in relazione alle revisioni contabili del costruttore cinese. Dal canto suo, l’avvocato dei liquidatori, Adrian Beltrami, ha sostenuto che PwC International si trova al vertice del gruppo ed è responsabile del mantenimento degli standard delle società che ne fanno parte. S
Soldati dell’Idf hanno preso il controllo delle imbarcazioni della Sumud Flotilla al largo delle acque di Cipro. In una diretta streaming mostrata dal Times of Israel si vedono dei commando della marina militare israeliana che abbordano una delle navi della missione, che ha dichiarato di avere perso i contatti con una delle sue navi dopo l’intervento di Israele sostenendo che questo sia avvenuto in acque internazionali. «La Flotilla, a 250 miglia da Gaza in acque internazionali, ha iniziato a essere fermata dai soldati israeliani. L’imbarcazione Sadabad, appartenente alla flottiglia, è stata sequestrata dalle forze di occupazione israeliane», si legge in un comunicato della Global Sumud Flotilla. Partita ad aprile dalla Spagna e diretta a Gaza, la Flotilla era stata già intercettata da Israele in acque internazionali nei pressi di Creta, ma la scorsa settimana un nuovo convoglio di 54 imbarcazioni con circa 500 attivisti era ripartito alla volta della Striscia dal porto di Marmaris, località costiera della Turchia sud occidentale.
Possibili disagi lunedì 18 maggio 2026 a causa di uno sciopero generale che coinvolge i lavoratori di diverse categorie, dai trasporti alla sanità alla scuola. L’agitazione nazionale di 24 ore è stata indetta dall’Unione sindacale di base (Usb) per chiedere l’interruzione del coinvolgimento italiano nei conflitti e il blocco delle filiere economiche e industriali legate al riarmo, rivendicando risorse a «salari, servizi pubblici, pensioni, sicurezza nei luoghi di lavoro, diritto alla casa». «La guerra entra nei salari che perdono valore, nella sanità pubblica svuotata, nella scuola impoverita, nel welfare tagliato, negli affitti che aumentano, nei prezzi che corrono, nella benzina che pesa sempre di più sulle famiglie», si legge nel comunicato sindacale.
Treni
Il Gruppo Fs ha avvertito che la protesta interessa il proprio personale dalle ore 21 di domenica alle ore 21 di lunedì. Trenitalia, tenuto conto delle possibili ripercussioni sul servizio, invita i passeggeri a «informarsi prima di recarsi in stazione» consultando l’app, la sezione Infomobilità del sito e i canali social e web. Coinvolta anche l’Alta velocità, con alcune tratte garantite indicate qui. Stessi orari per Italo, che ha anch’esso pubblicato l’elenco delle corse garantite, e Trenord. Per il trasporto regionale le fasce di garanzia sono le consuete, dalle 6.00 alle 9.00 e dalle ore 18.00 alle ore 21.00.
Bus, tram e metro
Lo stop riguarda anche il trasporto pubblico locale. A Roma Atac ha avvisato che «durante lo sciopero il servizio sarà garantito esclusivamente durante le fasce di legge, da inizio servizio alle ore 8.29 e dalle 17.00 alle 19.59». A Milano, invece, dopo l’agitazione del 15 maggio, la circolazione delle linee metropolitane e dei mezzi di superficie sarà regolare. Anche in questo caso, l’invito è quello di tenere monitorati i siti delle singole aziende.
Sanità, scuola e uffici pubblici
Lo sciopero coinvolge anche i lavoratori della sanità e della scuola. Nella giornata di lunedì, le visite specialistiche programmate, gli esami di laboratorio e gli interventi non urgenti potrebbero essere rimandati. Per quel che riguarda gli istituti scolastici, le eventuali chiusure dipenderanno dal tasso di adesione di insegnanti e personale Ata. Anche uffici comunali, sportelli Inps e Agenzia delle entrate potrebbero andare incontro a chiusure o riduzioni d’orario.
La premier Giorgia Meloni ha scritto una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen chiedendo che la deroga al Patto di stabilità valga, oltre che per la difesa, anche per la crisi energetica. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», ha scritto Meloni, aggiungendo che, «in assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica uneventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste».
«Anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea»
«La crisi in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz, che si aggiungono agli effetti dell’aggressione russa dell’Ucraina, stanno già producendo effetti pesantissimi e spesso asimmetrici sui prezzi dell’energia, sui costi per famiglie e imprese, sulla competitività del nostro sistema produttivo e sul potere d’acquisto dei cittadini». ha continuato Meloni. «In Italia e in molte nazioni europee cresce la preoccupazione di dover affrontare un nuovo shock economico e sociale dopo gli enormi sacrifici sostenuti negli ultimi anni. Per questo ritengo che l’Europa debba dare un segnale di coerenza, di buon senso e di vicinanza ai cittadini. Se consideriamo giustamente la difesa una priorità strategica tale da giustificare l’attivazione della National escape clause, allora dobbiamo avere il coraggio politico di riconoscere che oggi anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea», ha concluso Meloni.
La replica: «Posizione non cambia»
Alla lunga lettera di Meloni è arrivata una replica stringata di Bruxelles. «La posizione della Commissione europea non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica», ha detto il portavoce della Commissione Ue Olof Gill. «Al momento non stiamo includendo la Clausola di salvaguardia nazionale tra queste opzioni, perché riteniamo che la gamma di strumenti presentata debba restare entro un quadro di vincoli fiscalmente responsabili. Naturalmente osserviamo l’evoluzione della situazione».
«Per l’Iran il tempo stringe, ed è meglio che si muovano velocemente, altrimenti di loro non rimarrà nulla». L’ha scritto Donald Trump sulla sua piattaforma social Truth. Subito dopo, intervistato dall’emittente israeliana Channel 12, ha aggiunto: «Se non verranno da noi con un’offerta migliore, li colpiremo più duramente di come abbiamo fatto finora». Secondo la Cnn, il tycoon ha convocato al suo golf club in Virginia i suoi massimi consiglieri per la sicurezza per discutere della guerra. All’incontro erano presenti il vice presidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il direttore della CiaJohn Ratcliffe e l’inviato speciale Steve Witkoff. Martedì 19 maggio, informa Axios, convocherà invece la Situation Room per esaminare le possibili opzioni militari. Secondo alcuni media, Trump avrebbe ottenuto dalla Cina l’impegno a non fornire armi a Teheran.
La foto AI nella «stanza dei bottoni»
Su Truth ha anche pubblicato una foto realizzata con l’intelligenza artificiale in una sorta di «stanza dei bottoni» nello spazio mentre è intento a schiacciare un pulsante di colore rosso. Alle sue spalle, su vari schermi, si vedono diverse esplosioni con la scritta «target destroyed».
Operazione governatori. Nessuno lo conferma in pubblico e pochi ne parlano in privato, ma, per risollevare una Lega sempre più in picchiata nei sondaggi, Matteo Salvini sarebbe pronto a calare quattro carichi pesanti nella partita delle Politiche del 2027. L’idea del capo leghista sarebbe quella di candidare i presidenti di Lombardia e Friuli Venezia Giulia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, il presidente del Consiglio regionale veneto, Luca Zaia, e il presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti.
Matteo Salvini con Maurizio Fugatti, Luca Zaia e Attilio Fontana (Imagoeconomica).
La carta per rilanciare il nordismo leghista
Il progetto, di cui Salvini avrebbe parlato con alcuni di loro, servirebbe a rilanciare il partito al Nord e a recuperare consensi tra i delusi. Insomma, far correre quel ‘partito dei governatori’, cuore del ‘nordismo’ leghista e a tratti critico nei confronti di certe istanze sovraniste da anni predominanti nella Lega salviniana. Massimo esempio del radicamento sul territorio e del buongoverno di via Bellerio, i “governatori” (così vengono chiamati anche se Zaia è un ex) da tempo si coordinano, collaborano, spesso assumono posizioni simili sulle questioni più delicate che riguardano il partito. Hanno tenuto anche a sigillare i loro rapporti con un pranzo che si è tenuto prima della scadenza del mandato di Zaia, subito denominato «patto del sushi». L’ipotesi è di usare i consensi dei ‘governatori’ come si è usato il gradimento per la novità di Roberto Vannacci alle Europee.
I sondaggi in picchiata rendono difficile un’eventuale contrattazione con gli alleati
Gli ostacoli a questa operazione però non sono irrilevanti. In primo luogo, se candidi Fontana, Fedriga, Zaia e Fugatti poi non puoi parcheggiarli in Parlamento come semplici deputati o senatori, è il ragionamento che fa qualcuno. Se hai buoni piloti, questi ultimi si aspettano quantomeno di guidare auto importanti. E questo è un tema non da poco, visto che i leghisti temono di scendere ancora nei sondaggi nei prossimi mesi (oggi la Lega è attorno al 6 per cento), penalizzati dall’ascesa di Vannacci. Un partito con consensi così limitati, si commenta, non può pretendere molto nell’eventuale contrattazione con gli alleati di centrodestra per la suddivisione dei futuri posti di governo. Soprattutto se si tiene conto che Salvini vorrà ritornare all’Interno, e Giancarlo Giorgetti potrebbe essere confermato all’Economia. Ed ecco che le poltrone pesanti sono già esaurite.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
L’ostacolo tempo e il pressing di FdI
Ma lo scoglio più grosso sarebbe temporale. Se volessero candidarsi con l’intenzione di essere eletti, e non solo come una mossa di bandiera, Fedriga, Fontana e Fugatti dovrebbero dimettersi con almeno un anno di anticipo rispetto alla scadenza dei loro mandati. Un’eventualità che sarebbe vista con grande favore da parte degli alleati di Fratelli d’Italia che da prima della vittoria del leghista Alberto Stefani in Veneto fremono per conquistare la presidenza di una Regione del Nord. In Friuli Venezia-Giulia il pressing di FdI sui leghisti è evidente e ha portato nei mesi scorsi a una mini-crisi di maggioranza, subito rientrata. Qui, infatti, il partito di Meloni spinge per far eleggere Alessandro Ciriani, fratello del ministro per i Rapporti con il Parlamento. Nei prossimi mesi, si vedrà se Fedriga accetterà o meno la proposta di Salvini. Chi invece proprio non ne vuole sapere di dimettersi un anno prima è Fontana. Sempre più autonomo dal segretario nelle sue decisioni, l’Attilio da Varese non ha alcuna intenzione di lasciare prima della scadenza la Giunta finora guidata dalla Lega. Dopo che il presidente di Coldiretti Ettore Prandini si è ufficialmente tirato indietro, nel partito di Giorgia Meloni stanno già litigando tra coloro che vogliono candidare Carlo Fidanza e quelli che tifano per Alessio Butti.
I gravissimi fatti di Modena restituiscono un’immagine plastica delle spaccature all’interno della maggioranza e forniscono un assaggio dei toni che assumerà la lunga campagna elettorale per le Politiche del 2027. Da una parte ci sono il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni che visitano i feriti a Modena e Bologna, ringraziano i medici e i cittadini che hanno bloccato Salim El Koudri. Dall’altra c’è Matteo Salvini.
Il Presidente Sergio Mattarella con la premier Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Tajani frena Salvini sulla revoca al permesso di soggiorno
Il segretario della Lega e vicepremier ha dato immediatamente fuoco alle polveri chiedendo di revocare il permesso di soggiorno ed espellere chi delinque. La proposta di legge, ricorda Salvini, è da tempo in commissione Affari Costituzionali della Camera, «se commetti un reato grave un Paese serio ti espelle immediatamente. È legittima difesa». Sta all’altro vicepremier, il segretario di FI Antonio Tajani, a frenarlo: Salim El Koudri «non aveva un permesso di soggiorno. È un cittadino italiano, nato, cresciuto e laureato in Italia…».
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Sempre da Forza Italia il ministro Paolo Zangrillo ha ricordato che la revoca della cittadinanza «è una decisione che non può prendere da sola la Lega. Dobbiamo stare attenti a non assumere decisioni sull’onda dell’emotività». La battaglia del partito berlusconiano per lo Ius Italiae non sembra più di stretta attualità, ma le sensibilità tra gli alleati di governo restano distantissime. Frena anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: espellere i migranti che delinquono? «Ci stiamo lavorando ma qui stiamo parlando di altro», cioè di un caso di disagio psichiatrico. Salvini però non molla: «È già in discussione alla Camera unaproposta di legge, a prima firma Iezzi per la revoca della cittadinanza agli stranieri che commettono gravi reati», ha tuonato dalla scuola di formazione politica di Armando Siri. E vale «sia per il permesso di soggiorno che per la cittadinanza data a stranieri che hanno una doppia cittadinanza. La cittadinanza non può essere a vita».
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
L’uscita scomposta di Bignami
Meloni, rientrata da Cipro per far visita ai feriti insieme con il capo dello Stato, non entra nella giostra delle polemiche e lo stesso Fratelli d’Italia. A eccezione di Galeazzo Bignami. «Stiamo iniziando a sentire quello che non vogliamo sentire dai soliti ipocriti e benpensanti: che si tratta di un italiano, di una persona che va capita e compresa, del gesto di un folle», ha commentato in un video sui social il capogruppo di FdI alla Camera. «Chiariamo le cose, non è un italiano, ma un immigrato di seconda generazione, e non c’è nulla da capire e da comprendere; certo che è un folle, perché solo un folle fa una cosa simile, ma deve pagare per quello che ha fatto e lo deve fare a casa sua che, per quanto mi riguarda, non è l’Italia ma in Marocco dove ha le sue origini». «Se non siamo chiari su quello che è accaduto», ha aggiunto, «rischiamo che possa riaccadere perché questo è il frutto di una cultura immigrazionista che, per quanto ci riguarda, non ha motivo di esistere». L’altra accusa è contro «il fallimento dei servizi sociali a Modena», comune di centrosinistra. «Gravissimo che un individuo psichiatricamente instabile come Salim El Koudri sia stato abbandonato a se stesso portando così ai tragici fatto di sabato», ha attaccato il deputato Riccardo De Corato.
Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).
Vannacci all’attacco sulla remigrazione
Tra i meloniani si derubricano gli ululati leghisti a tentativi di arginare la minaccia vannacciana. L’ex generale spinge infatti per una legge sulla remigrazione. «La smettano anche i giustificazionisti che vogliono derubricare il caso a follia di uno psicopatico. Le dinamiche sociali e ideologiche valgono sempre o solo quando fa comodo?», ha attaccato Vannacci sui social. «Se una donna viene uccisa, si parla subito di patriarcato e mascolinità tossica. Se una vittima è straniera o nera, si parla immediatamente di odio razziale e clima culturale. Se un omosessuale o un trans viene picchiato non vi è dubbio: si tratta di omotransfobia. Ma se un uomo islamico, magrebino di seconda generazione travolge civili innocenti usando modalità identiche a quelle usate dagli islamici in decine di attentati già visti in Europa, allora improvvisamente spariscono tutte le analisi sociali, culturali e ideologiche. Restano solo i ‘problemi psicologici’. Perché, allora, le spiegazioni culturali valgono sempre, oppure non valgono, solo quando la realtà mette in crisi una certa ideologia?».
A metà maggio la fotografia dell’ex Ilva è desolante: gara di vendita non chiusa, scadenza di aprile disattesa, due offerenti formali ancora in campo, un piano B governativo che si sgonfia già nella settimana in cui è stato annunciato. E un dossier che ha cambiato scrivania.
Le offerte sul tavolo: pro e contro
La proposta di Flacks group
I due pretendenti in campo sono Flacks Group e Jindal Steel International. Il primo, family office di Miami fondato dal britannico Michael Flacks, ha depositato l’offerta l’11 dicembre 2025: 5 miliardi di investimenti, 8.500 posti garantiti, asset a un euro simbolico, Stato al 40 per cento del capitale. Il 30 dicembre 2025 il Mimit dà mandato di trattativa esclusiva. Sulla carta, le cifre piacciono al pubblico. Ma sotto le cifre, il curriculum siderurgico è semplicemente assente. La storia di Flacks Group del resto è fatta di real estate, retail, chimica, immobili. Sui metalli, al massimo, qualche partita di trading. Gestire un mostro come l’ex Ilva non si fa da un ufficio di Miami con un cv di vernici e palazzi. E i numeri lo dicono: a fine marzo i commissari chiedono coperture bancarie pluriennali, per Flacks sono condizioni «irricevibili» e chiede un vendor loan statale a fare da ponte. Tradotto: prima i soldi pubblici, poi vediamo.
Michael Flaks.
I numeri di Jindal Steel
Jindal Steel International, attraverso il presidente Naveen Jindal – accompagnato a Roma, Taranto e Genova dal figlio Venkatesh – ha presentato un’offerta vincolante il 21 marzo scorso: forno elettrico da 2 milioni di tonnellate a Taranto, dismissione del ciclo integrato entro il 2030, capacità a regime 6 mln di tonnellate di acciaio prodotte, investimento fino a 1 miliardo nei propri impianti, 3.600 dipendenti. Sulla carta garantisce una presenza globale nella siderurgia e la dotazione tecnica. Sotto la carta: se i soldi li mette lo Stato, la presenza globale non vale nulla. Il governo italiano deve mantenere la proprietà degli impianti di Taranto sino alle bramme, restare proprietario delle centrali, accollarsi forza lavoro e oneri CO2. Jindal prende solo i laminatoi di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi, Paderno Dugnano, Legnaro e Marghera, e i porti. E acquisterà fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti del governo, per tre anni, a prezzi di mercato. Quei prezzi non coprono i costi di un’area a caldo che brucia 50-100 milioni al mese: lo Stato venderà bramme in perdita a Jindal finché lei non avrà le sue dall’Oman. Game over per Taranto come ciclo integrato. Si aggiunga che lo stesso Naveen Jindal aveva provato a comprare Thyssenkrupp Steel Europe in Germania, ma le trattative sono state sospese il 2 maggio per costi pensionistici e investimenti. A Berlino la due-diligence è stata fatta sul serio.
Sajjan Jindal con Aldolfo Urso (Imagoeconomica).
Cosa si muove (e cosa no)
Negli ultimi giorni è circolata la voce di una cordata di Flacks con Danieli e Metinvest. Va letta con calma. Non c’è nulla di firmato: c’è un tavolo tecnico e ci sono colloqui. Danieli ha sempre detto di essere un fornitore di tecnologia, non un acquirente di brownfield; un eventuale ingresso in equity, secondo le ricostruzioni più precise, sarebbe limitato al 10 per cento (5 per cento Danieli e altrettamto Metinvest) e rinviato a una “seconda fase”. Dettaglio non secondario, a confermare il quadro è stato il presidente Danieli Alessandro Brussi: è il governo che ha messo Flacks in contatto con Metinvest e con Danieli. Tradotto: non è un’iniziativa industriale autonoma del fondo di Miami, è un puntellamento ministeriale a un offerente impallato sulle garanzie. Sull’altro lato del tavolo: Metinvest a Piombino è ancora in stallo. Domanda di VIA ripresentata ad aprile, dopo 36 quesiti inevasi sulla precedente; accordo di Programma non firmato, cantiere previsto entro fine 2026 ma in ritardo di un anno su un investimento da 3,2 miliardi. Chiedere a chi non ha ancora avviato Piombino di farsi carico dell’ex Ilva è un esercizio da retroscenisti. Sul fronte governativo, l’ipotesi Arvedi circolata la settimana scorsa è data per non più in piedi; l’ipotesi Qatar Steel resta sullo sfondo. Federmeccanica (Simone Bettini) ha rilanciato: Occorre «mantenere la produzione siderurgica e l’indipendenza degli approvvigionamenti». Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, chiede società mista Stato-privato e la nazionalizzazione: «Il pubblico investe attraverso Fincantieri e Leonardo, non vedo perché non possa investire in un settore strategico».
L’ex Ilva di Taranto (Imagoeconomica).
Il piano vecchio, archiviato da Urso
Vale la pena tornare al vecchio piano Jindal datato ottobre 2024 e archiviato dal ministro Adolfo Urso. È intestato a Jindal Steel (International) con un indirizzo che ricorre su ognuna delle 25 pagine: «Two Tribeca, Trianon 72261, MAURITIUS». La più grande acciaieria d’Europa offerta da una società domiciliata in una giurisdizione che per l’Ue resta nella zona grigia della pianificazione fiscale aggressiva. Condizioni: investimento fino a 3,01 miliardi entro il 2030, di cui 1,67 miliardi di grant pubblici già richiesti, più 606 mln per gli EAF e 660 per il secondo DRI. Due miliardi su tre li mette lo Stato. E a pagina 12, in chiaro, c’è la richesta di un decreto che garantisca immunità penale, civile e amministrativa all’offerente e ai suoi dirigenti per le responsabilità pregresse. Un Salva-Ilva prima di entrare. EBITDA in rosso cinque anni di fila, pareggio al 2030 solo grazie alle sovvenzioni. Urso lo archiviò. La nuova versione chiede meno contributi ma ha la stessa filosofia: lo Stato tiene il problema, Jindal tiene la rendita.
Adolfo Urso a Taranto (Imagoeconomica).
Il fatto politico: il dossier è in mano a Palazzo Chigi
Veniamo all’unico vero fatto politico di queste settimane, e va detto senza cuscinetti. Il 6 maggio Urso ha dichiarato in pubblico che «l’ultima parola spetta a Palazzo Chigi». Tradotto: questa pratica non la chiudo io. Le ricostruzioni nella maggioranza e nel Mimit sono concordi: il dossier ex Ilva sarebbe passato nelle mani di Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi. Avvocato di Bisceglie, classe 1965, formato tra Tesoro di Tremonti, Consob e ministero del Turismo, Caputi è un funzionario amministrativo, non un decisore industriale. Affidare a lui la regia di un dossier da oltre 20 mila lavoratori, otto miliardi di debito e tre regioni significa una cosa: la maggioranza ha deciso di non scegliere più.
Gaetano Caputi (Imagoeconomica).
Il piano industriale fantasma
Il problema dell’Ilva non sono i compratori che mancano: è il piano industriale che lo Stato non ha mai voluto avere. Quando un piano c’era – il business plan Bain, 8 mln di tonnellate al 2030, 3,6 miliardi di investimenti, decarbonizzazione – è stato messo nel cassetto. Quando Invitalia poteva salire al 60 per cento di Acciaierie d’Italia versando 680 milioni, non li ha versati. Da allora il governo Meloni ha versato comunque: prestiti ponte (320+100 milioni nel 2024, altri 149 nel 2026), DL 3/2025 (circa 480 mln tra continuità e bonifiche), DL 92/2025 (200 milioni più la cassa integrazione), DL 180/2025, rimborsi dal conto bonifiche, garanzie SACE per altri 220 mln di rischio pubblico. Il tutto per un totale stimato in circa 2,3 miliardi di euro dal 2023 a oggi, più di tre volte i 680 milioni che sarebbero serviti per prendere il controllo. Oltre il triplo, per non comandare. E nel solo 2025 Acciaierie d’Italia ha perso 1,376 miliardi, oltre 100 milioni al mese che bruciano. Non si vende ciò che non si è prima governato. E ora, dopo il piano archiviato di Mauritius, dopo il puntellamento ministeriale al fondo di Miami, dopo il «piano B» qatarino che vacilla e l’Arvedi che non c’è mai stata, il fascicolo è uscito dalle mani del ministro che lo ha gestito per tre anni. È in un’altra stanza.
Casa dolce casa. Avercela però non è scontato. Anzi. In Europa nel 2024 si contavanoquasi 1,3 milioni di senzatetto. Negli Usa quasi 900 mila. In Italia, secondo gli ultimi dati, vivono circa 96 mila persone senza dimora, con una forte concentrazione nelle grandi città come Roma e Milano.
Alloggi popolari vuoti e immobili dormienti
Ma se consideriamo le situazioni di povertà abitativa i numeri crescono sensibilmente. Più di un italiano su quattro (il 27 per cento per cento della popolazione, dato Eurostat) vive in una condizione di rischio. Un milione di famiglie vive in affitto con canoni che assorbono buona parte del reddito disponibile. Eppure ci sono oltre 60 mila alloggi pubblici vuoti o non assegnati, a fronte di oltre 250 mila famiglie in lista d’attesa. Appartamenti che da anni si auspica possano contribuire ad alleviare l’emergenza. Ma è noto che di parole e promesse la politica italiana è piena. Mentre le case sfitte – cosiddette “dormienti” – sono 8 milioni e mezzo, il 25,7 per cento del totale delle abitazioni intestate a persone fisiche. Una percentuale che ci posiziona al primo posto in Europa per stock di case vuote. Un immenso patrimonio che si confronta con la scarsa offerta abitativa nelle città e la crescente paura dei proprietari di affittare a inquilini morosi.
Le case bianche di via Salomone, a Milano (Ansa).
Il governo Meloni approva l’ennesimo Piano Casa
Recentemente il governo Meloni ha approvato iI nuovo Piano Casa Italia, che mira a contrastare il fenomeno con oltre 10 miliardi di euro (970 milioni il primo anno nel Documento di finanza pubblica) per creare 100 mila alloggi in 10 anni, focalizzandosi su edilizia sociale, recupero e social housing a canoni calmierati. C’è da sperare che sia la volta buona per avviare politiche abitative concrete. Ma al momento si deve segnalare che si tratta dello stesso numero di abitazioni previste (in un arco di tempo però doppio) dal Piano Casa del governo Berlusconi nel 2009, del quale però si sono perse le tracce. «A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina», diceva spesso Giulio Andreotti. Io mi limiterò a ricordare che l’unico Piano Casa che ne ha data una a più di un milione di italiani è stato quello lanciato dal leader Dc Amintore Fanfani, che dal 1949 al 1963 ha creato 355 mila nuovi alloggi.
Giorgia Meloni (Ansa).
I prezzi corrono in tutta Europa
Trovare casa è un’impresa. Perché i prezzi per l’acquisto o per l’affitto sono cresciuti e continuano a crescere molto più degli stipendi. Tra il 2015 e il 2024, in Europa l’aumento è stato del 53 per cento e si stima una carenza di circa 2,25 milioni di abitazioni adeguate. Solo a Milano, che fra le metropoli europee spicca per rendimenti e sicurezza degli investimenti nel mattone, il costo delle abitazioni è cresciuto tra il 40 e il 50 per cento negli ultimi 10 anni. Lo scorso marzo, il Parlamento Ue ha approvato una risoluzione per una strategia organica contro la crisi abitativa e la creazione del primo Piano Europeo per alloggi a prezzi accessibili. Ma anche qui il rischio è che gli interventi legislativi siano troppo lenti rispetto a un mercato che corre, seguendo le dinamiche economiche, geografiche e demografiche. Che dicono ad esempio che gli stipendi soprattutto dei giovani sono troppo bassi, che la popolazione tende a concentrarsi nelle città, che sono sempre più numerose le famiglie di un solo componente. E qui si evidenzia un altro paradosso: la sottoccupazione degli alloggi, che nel Vecchio Continente è in costante aumento: oggi un europeo su tre (dal 18 ai 64 anni) vive in una casa troppo grande, percentuale che sale al 45 per cento tra gli over 65.
Convegno ‘Emergenza casa. Verso un piano europeo’, a Milano (Ansa).
Il finto affare delle case a un euro
La forza del mercato e della rendita immobiliare favorisce inoltre la concentrazione e lo sviluppo urbano a scapito dei luoghi periferici e ancor più delle zone marginali. Borghi disabitati quando non abbandonati completamente sono un fenomeno in aumento in tutta Europa e nell’Italia intera. La vendita delle case a un euro, ovvero al prezzo di un caffè, è stato un fenomeno in grande auge gli anni passati e ancor oggi c’è qualche Comune che lancia l’offerta e qualche pollo che ci casca. Ma si tratta quasi sempre di case abbandonate da tempo o addirittura di ruderi, in zone spopolate. Così il presunto affare arriva a costare decine di migliaia di euro e alla fine del recupero si spendono cifre che superano il reale prezzo di mercato.
Il Foro Italico non è un luogo: è una metafora. Di una città capitale, di un Paese, di un popolo intero con la sua anima guitta ch’è peso netto anziché tara. Il Foro Italico siamo noi. Per questo dovremmo guardare con serietà a tutto ciò che in questi giorni si è mosso intorno all’epicentro di un pasticciaccio brutto. Perché la vicenda parla di noi: della povera cosa che siamo diventati come Stato. Ma soprattutto perché siamo al cospetto di un vero “foro”: un buco ampio e profondo da cui è stata inghiottita la credibilità italica. Da qui in avanti, quando pronunciate “Foro Italico”, percepite la formula in questo senso.
Le frecce tricolori sopra il Foro Italico (foto Ansa).
Quei 30 minuti di scarto che hanno salvato la situazione
La Lazio e la Roma (più le altre otto squadre che dovevano giocare in contemporanea per ragioni di “regolarità”). La Lega di Serie A e la federazione italiana del tennis (Fit). La prefettura di Roma e il Tar del Lazio, con l’avvocatura dello Stato a fare rinterzo. E poi Jannik Sinner e Maurizio Sarri. E ancora: il pallone e le palline, le scarpe coi tacchetti e le racchette. Una serie di dualismi che potrebbe continuare fino al derby di ritorno e alla finale degli Internazionali, mettendoci dentro anche la domenica alle 12.30 e il lunedì alle 20.45. Alla fine del caos, la decisione si è trovata in mezz’ora. Quei 30 minuti di scarto, l’inezia che ha salvato le capre del calendario e il cavolo di situazione in cui s’erano cacciate. Che a leggerla così era la soluzione più semplice del mondo: partita di domenica alle 12 anziché 12.30. Una cosa così facile che pare di rivedere il Lino Banfi di Fracchia la belva umana mentre si dà manate sulla pelata per certificare quanto è stato abile nella cogitazione. E invece si era stati davvero a mezz’ora dal casino supremo.
Ezio Simonelli, presidente della Serie A (Imagoeconomica).
Dire che adesso siano tutti contenti sarebbe una fake news. Diciamo che sono sollevati. Se avessero l’opportunità di ritrovarsi in un vicolo, e contassero sulla certezza che tutto quanto avvenga lì non sia portato fuori, si accapiglierebbero a morsi e sputi. Ma poiché sono soggetti di pubbliche responsabilità e governance, allora tocca loro indossare la parte di quelli che sono riusciti a venire a capo della situazione. Per il resto, devono incrociare le dita. Perché soltanto il test di questa domenica bestiale potrà dire se la soluzione ha funzionato. Cosa mica scontata, dato che i ceffi abituati ad aggirarsi intorno al derby romano possono fare casino a mezzogiorno della domenica come alle nove di sera del lunedì, e indipendentemente dal fatto che nei dintorni si giochi la finale degli Internazionali di tennis o un Burraco Contest.
Sarri e la Lazio si presenteranno?
Chi vivrà vedrà. E saprà anche quale sarà la soluzione per uno degli interrogativi collaterali: davvero l’allenatore Sarri si rifiuterà di accomodarsi sulla panchina laziale al mezzodì di domenica? Parole forti, quelle da lui pronunciate nel post partita della finale di Coppa Italia persa contro l’Inter. E certo, bisogna riservargli qualche comprensione per la rognosa stagione che gli è toccato affrontare. Ma spararla così grossa, suvvia. Fosse per lui, la Lazio non dovrebbe nemmeno presentarsi in campo per la partita dell’ora di pranzo, «che tanto, anche se ci penalizzano di un punto in classifica, non ci cambia niente». Come no? Ve l’immaginate la situazione in cui una delle due romane diserta il derby concedendo all’altra la vittoria a tavolino, e magari spianandole la strada verso la Champions League? Nemmeno Zdenek Zeman, al tempo in cui sosteneva che il derby è una partita come tutte le altre, avrebbe osato tanto.
L’allenatore della Lazio Maurizio Sarri (foto Ansa).
Ormai si è capito che si può fare soltanto di peggio
Due sole sono le certezze che questo immenso Foro Italico si lascia alle spalle. La prima: che la domenica bestiale, in qualche modo, passerà. La seconda: che la figura di melma rimane a imperitura memoria. Di più: andrebbe solennizzata, calendarizzata. Ricordata come il giorno in cui il Paese si è concesso una botta di grottesco e ancora nemmeno sapeva se sarebbe bastata. Perché ormai s’è capito che si può fare soltanto di peggio, e che gli architetti del caos sono l’unico corpo d’élite sul cui servizio permanente effettivo questo Paese possa contare.
Il presidente della Fitp Angelo Binaghi (Imagoeconomica).
Non c’è stata la minima considerazione per i tifosi
Tenetevi sempre in mente la situazione da commediola di Serie Z: 10 squadre (!) che ancora il giovedì non sapevano se avrebbero giocato la domenica mattina o il lunedì sera; le relative tifoserie messe in sospeso senza la minima considerazione per i loro diritti; la bollinatura dei responsabili del calendario di Serie A che da qui in avanti si porteranno in giro questa vicenda come una macchia di sugo sulla cravatta; il cortocircuito istituzionale; e infine, l’innata simpatia di quel presidente della Federtennis che, come direbbero nelle East Midlands, è «like sand in your underwear». Va’ a vedere che potrebbero farci anche un format, su ‘sta storia qui. Orfani come siamo di Boris, potrebbe anche essere un successone.
La gip del tribunale di Palermo, Ermelinda Marfia, ha accolto la richiesta di patteggiamento – 3 anni da scontare ai servizi sociali – per Salvatore Cuffaro, indagato per corruzione e traffico di influenze illecite in un’inchiesta sulla sanità siciliana. L’ex governatore, che aveva già subito una condanna a sette anni per favoreggiamento personale verso persone appartenenti a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio, verrà dunque liberato dagli arresti domiciliari, misura a cui era sottoposto da quasi sei mesi.
Andranno invece a processo otto coimputati, uno col rito abbreviato
Come gup, sempre Marfa ha rinviato a giudizio sette coimputati di Cuffaro, che a differenza dell’ex presidente siciliano hanno optato per il rito ordinario. Inizierà il 7 settembre il processo per corruzione e traffico di influenze illecite, reati contestati a vario titolo all’ex direttore generale dell’azienda ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello di Palermo, Roberto Colletti, al primario del Trauma Center dello stesso nosocomio Antonio Iacono, all’ex autista e storico collaboratore di Cuffaro Vito Raso, a Mauro Marchese e Marco Dammone della srl Dussman, al legale della società Roberto Spotti e all’imprenditore Sergio Mazzola, titolare della ditta Euroservice. Il faccendiere Ferdinando Aiello, che ha ottenuto il rito abbreviato, verrà invece giudicato a luglio.
Il passo indietro di Federico Freni alla presidenza della Consob ha messo in luce l’ostinazione di chi persiste in una candidatura che sta bloccando un organismo del Parlamento. Quella di Simona Agnes, figlia di Biagio Agnes e consigliera di amministrazione della Rai, che nell’autunno 2024 il centrodestra ha proposto come presidente della tv pubblica, dopo la nomina dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi, e che è ancora lì sul tavolo.
Su Freni è piombato il veto di Forza Italia
Da quattro mesi Freni era candidato alla presidenza dell’organismo che vigila sulla Borsa. Deputato leghista nonché sottosegretario all’Economia, era fortemente sostenuto da Giancarlo Giorgetti. L’accordo tra alleati sul suo nome pareva cosa fatta, ma Forza Italia si è improvvisamente sfilata. Per Antonio Tajani il leghista romano era troppo politico per guidare un’autorità indipendente. Rilievo assolutamente legittimo, anche se nel 2010 alla Consob arrivò Giuseppe Vegas, viceministro di Giulio Tremonti e parlamentare del Popolo della Libertà. Su Freni si era allungata poi l’ombra di un possibile conflitto di interessi: visto che si era occupato di redigere le nuove regole del mercato finanziario, da un giorno all’altro sarebbe passato da giocatore ad arbitro. Il braccio di ferro è andato in scena per quattro mesi fino all’epilogo di mercoledì scorso, quando Freni ha manifestato la volontà di togliersi dalla corsa. «Ho fatto prevalere il dovere istituzionale. Non voglio creare problemi al governo, alla Consob e al Paese», ha spiegato in un’intervista a Repubblica. E in Parlamento, di fronte alle attestazioni di stima dei colleghi, ha commentato: «La vita è altro. Mia moglie e le mie figlie stanno bene. Il resto è solo lavoro…».
Federico Freni (Imagoeconomica).
La candidatura di Agnes tiene in ostaggio la Vigilanza
Un passo indietro, una rarità nel nostro Paese, che rende ancora più evidente la cocciutaggine di Agnes. Non è solo una questione di stile. La sua ostinazione sta lasciando la tv pubblica semi-decapitata (il ruolo di presidente è ricoperto dal facente funzioni Antonio Marano) e al contempo sta bloccando i lavori della commissione di Vigilanza da quasi due anni. Visto che il centrosinistra si rifiuta di votare Agnes per una questione di metodo (il nome, che dovrebbe essere di garanzia quindi bipartisan, è stato proposto dal centrodestra senza alcuna interlocuzione: prendere o lasciare), ogni volta che la commissione decide di riunirsi, la maggioranza fa mancare il numero legale. Fin qui si sono tenute solo alcune audizioni “straordinarie”, come quella a Sigfrido Ranucci dopo l’attentato e all’ad Rai Giampaolo Rossi, per il resto l’attività dell’organismo è congelata. E continua a esserlo nonostante gli accorati appelli del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quelli un po’ meno accorati dei presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, e pure, da ultimo, lo sciopero della fame che sta portando avanti Roberto Giachetti (Iv).
Simona Agnes e Barbara Floridia (Imagoeconomica).
Mesi sulla graticola sono un danno di immagine
Nulla da fare. Agnes, sostenuta da Gianni Letta ma soprattutto da Maurizio Gasparri, non si muove di un millimetro. Resta lì, candidata a una poltrona dove non verrà mai eletta: per il via libera sono necessari i due terzi dei voti in Vigilanza, numeri di cui il centrodestra non dispone. Servirebbe un accordo con l’opposizione o con una parte di essa, ma al momento l’eventualità non esiste. In Parlamento sono in molti a pensare, anche nelle file della destra, che Agnes dovrebbe seguire l’esempio di Freni e farsi da parte. Perché restare sulla graticola dal 2024, lasciando la Rai senza presidente e bloccando la Vigilanza, dimostra poco senso delle istituzioni. «Se si fosse ritirata dalla corsa, com’era logico, a quest’ora probabilmente la tv pubblica avrebbe un presidente e la Vigilanza sarebbe operativa. Anche noi non capiamo perché preferisce stare lì, a farsi rosolare, oltretutto con un notevole danno d’immagine…», sussurrano alcuni parlamentari dell’opposizione in commissione.
Simona Agnes e Gianni Letta (Imagoeconomica).
Rai e Consob: il doppiopesismo di Tajani
In queste ore in Transatlantico il paragone tra i due casi viene evocato da molti, come si evince pure da uno scambio andato in scena giovedì pomeriggio. «Ho apprezzato il passo indietro di Freni dalla corsa per la Consob», ha commentato Tajani, specificando che non c’è mai stato un fatto personale nei suoi confronti. Non è una questione di nome. Pure se fosse stato uno di Forza Italia avrei detto che serve una figura tecnica alla guida della Consob e non di un politico». «L’apprezzamento del ministro degli Esteri per Freni rende inevitabile una domanda: si tratta dello stesso Tajani che, pur di imporre alla presidenza Simona Agnes, contribuisce a bloccare ormai da 20 mesi la Vigilanza Rai?», chiede Davide Faraone, vicepresidente di Italia viva. Mentre il suo collega di partito, Giachetti, è in sciopero della fame da lunedì 4 maggio. Una protesta che finora non ha prodotto alcun risultato.
La digitalizzazione delle imprese italiane cresce, ma resta disomogenea e ancora poco strutturata. Nel 2025 quasi l’80 per cento delle imprese con almeno 10 addetti ha raggiunto un livello base di digitalizzazione, ma solo il 38,1 per cento presenta livelli avanzati. Il divario si amplia tra le pmi e nei territori del Mezzogiorno. Parallelamente, i pagamenti elettronici hanno superato i 518 miliardi di euro, raggiungendo il livello più alto mai registrato e confermando una trasformazione ormai strutturale dei sistemi di incasso. È in questo contesto – crescita del digitale e necessità di rafforzarne qualità e sicurezza – che si inserisce l’accordo tra Unicredit e Confcommercio distretto Salerno.
Innovazione e digitale ma anche protezione e gestione del rischio
L’iniziativa punta a sostenere la diffusione dei pagamenti elettronici e dei servizi digitali tra le imprese locali, affiancandoli a strumenti di protezione e gestione del rischio, in un quadro in cui la crescita tecnologica non è ancora accompagnata da un adeguato livello di sicurezza. Secondo l‘Istat, oltre il 70 per cento delle pmi è digitalizzato a livello base, ma solo una quota limitata dispone di strumenti evoluti, mentre le grandi imprese superano l’83 per cento di digitalizzazione avanzata. Le imprese a bassa digitalizzazione rappresentano inoltre oltre il 70 per cento di quelle attive esclusivamente sul mercato interno. Anche sul fronte tecnologico emergono ritardi. L’adozione di soluzioni di intelligenza artificiale si attesta all’8,2 per cento, ancora sotto la media europea del 13,5 per cento. A questo si aggiunge il tema della protezione. Secondo Ivass, nel Sud Italia la diffusione delle coperture assicurative resta inferiore rispetto al resto del Paese, soprattutto per i rischi operativi e digitali.
Nel corso della riunione annuale dei Ministri degli Affari Esteri del Consiglio d’Europa (composto da 46 membri), che si è tenuta a Chișinău in Moldavia, l’Unione europea e 36 Paesi hanno espresso l’intenzione di aderire a un nuovo Accordo Parziale Allargato che istituisce il Tribunale Speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Tra essi anche l’Italia, rappresentata in Moldavia dal sottosegretario Massimo Dell’Utri.
Il Segretario generale: «Dare seguito all’impegno politico»
«Questi Stati hanno compiuto un passo decisivo verso l’effettiva istituzione del Tribunale speciale e il riconoscimento delle responsabilità per l’aggressione contro l’Ucraina», ha dichiarato il Segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset. «Ora occorre agire per dare seguito a questo impegno politico, garantendo il funzionamento e il finanziamento del Tribunale. Si avvicina rapidamente il momento in cui la Russia dovrà rispondere della sua aggressione. La strada che ci attende è quella della giustizia, che deve prevalere».
Il processo di istituzione annunciato a maggio 2025
I Paesi devono ora completare le proprie procedure nazionali per l’adesione. Successivamente avrà inizio il processo vero e proprio di costituzione di quello che è stato soprannominato “Tribunale di Putin”: selezione dei giudici e del pubblico ministero, approvazione del regolamento interno. Il comitato direttivo dovrà riunirsi almeno una volta all’anno. Così Andrii Sybiha, ministro degli Esteri ucraino: «Le fondamenta morali dell’Europa e del mondo saranno ripristinate solo quando il crimine di aggressione contro l’Ucraina sarà punito. Non è una questione del passato, ma del futuro. Si tratta di ristabilire uno spazio comune di verità, giustizia e fiducia». Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa aveva annunciato l’avvio del processo di istituzione del tribunale a maggio del 2025.
Le altre decisioni prese in Moldavia dai ministri degli Esteri
A Chișinău i ministri hanno inoltre accolto con favore la Convenzione che istituisce una Commissione internazionale per i risarcimenti per Kyiv, seconda parte di un meccanismo di compensazione globale relativo alla guerra di aggressione della Russia, che si baserà sul Registro dei danni per l’Ucraina. Istituito nel 2023, quest’ultimo raccoglie e registra le richieste di risarcimento presentate da individui, organizzazioni ed enti pubblici in Ucraina: adottato finora da 44 Paesi, ha già ricevuto oltre 150 mila richieste.
Nell’ambito dell’indagine sulla diffusione di informazioni riservate e sugli accessi abusivi ai sistemi informatici delle forze dell’ordine e della banca dati della Direzione Nazionale Antimafiae Antiterrorismo, la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per il finanziere Pasquale Striano e l’ex sostituto procuratore della Dnaa Antonio Laudati. In tutto sono a rischio processo una ventina di indagati. Nel procedimento, coordinato dal procuratore Francesco Lo Voi e dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, sono coinvolti anche alcuni giornalisti: per uno di loro i magistrati di piazzale Clodio hanno chiesto l’archiviazione.
Guido Crosetto (Ansa).
L’inchiesta è nata da una denuncia di Crosetto
L’inchiesta era stata avviata dal procuratore di Perugia Raffaele Cantone dopo la denuncia del ministro della Difesa Guido Crosetto sull’eventuale violazione di informazioni secretate a seguito di un articolo del Domani, in cui venivano citati i compensi da lui stesso ricevuti per consulenze a Leonardo e altre aziende.
Raffaele Cantone (Ansa).
Ne è emersa una maxi operazione di dossieraggio condotta per anni su leader politici, imprenditori, volti noti del mondo dello sport e dello spettacolo, tramite accessi non autorizzati alla banca dati della Direzione nazionale antimafia. Tra i “dossierati” Matteo Renzi e Giuseppe Conte (così come il suo portavoce storico Rocco Casalino), ma anche Giuseppe Valditara, Marta Fascina e Francesco Totti.
Antonio Laudati (Imagoeconomica).
Figura chiave della vicenda il già citato Striano, tenente della Guardia di Finanza in forza al nucleo di Polizia valutaria di Roma, distaccato all’Antimafia. Sarebbe stato lui ad accedere all’ufficio Sos (sigla che sta per Segnalazioni di operazioni finanziarie sospette) per acquisire informazioni finanziarie (movimentazioni bancarie, operazioni di ogni tipo) su vari personaggi, senza una reale giustificazione, girando poi i dati ai giornalisti che ovviamente, visto da dove arrivavano, li ritenevano assolutamente attendibili. Il tutto, secondo Perugia, con la connivenza di Laudati, allora pm della procura Antimafia (oggi in pensione). Da parte sua, Striano ha sostenuto invece di aver fatto ricorso alle banche dati per destinare le ricerche alle procure distrettuali, con l’obiettivo di dare seguito a iniziative investigative.
Mentre il centrodestra sta ancora litigando sulla papabile candidatura di Maurizio Lupi a sindaco di Milano, la partita per il post Beppe Sala che si gioca nel 2027 potrebbe essere meno aperta di quel che si pensi, dopo 15 anni consecutivi di amministrazione di centrosinistra. Proprio la coalizione progressista sarebbe in netto vantaggio, almeno secondo i sondaggi condotti da Youtrend in vista delle prossime elezioni comunali. Le intenzioni di voto indicano il 54,6 per cento degli elettori a favore di Pierfrancesco Majorino, che quindi vincerebbe già al primo turno, e il 40,6 per cento schierato con un generico candidato del centrodestra, il cui nome non è stato indicato. Briciole per eventuali terzi incomodi: giusto un misero 4,8 per cento. La rilevazione è stata eseguita tramite 818 interviste ed è stata commissionata dall’agenzia di stampa Bovindo, quella che segue il Pd in Regione Lombardia, dove cioè proprio Majorino è capogruppo. Guardando le singole formazioni politiche, il 27,3 per cento degli elettori sceglierebbe il Partito democratico, seguito dal 19,8 per cento per Fratelli d’Italia e il 12,4 per cento per Alleanza Verdi-Sinistra. Mentre restando sui singoli nomi, il 35 per cento degli elettori del centrosinistra si orienterebbe su Majorino, consigliere regionale del Pd ed ex assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, mentre il 31 per cento preferirebbe Mario Calabresi, attuale ceo, direttore editoriale e socio fondatore di Chora Media, nonché ex direttore de La Stampa e la Repubblica. Niente dati sulla vicesindaca Anna Scavuzzo, che pure è stata fin qui l’unica a essersi esplicitamente resa disponibile alla corsa per Palazzo Marino. Alessandro Capelli, segretario del Pd a Milano, ha detto che il cavallo su cui puntare sarà scelto dopo l’estate, e che la via delle Primarie sarebbe la migliore possibile. Nel sondaggio c’è anche una valutazione sugli indici di notorietà dei possibili candidati: dopo l’attuale sindaco Sala (91 per cento), i nomi più noti sono quelli di Majorino (76 per cento), Maurizio Lupi (73 per cento), Stefania Craxi (72 per cento), Mario Calabresi (65 per cento) e Umberto Ambrosoli (56 per cento). All’appuntamento con le urne manca un anno, ma i numeri cominciano a dare qualche chiara indicazione.
Valditara molto amato dai presidi delle scuole
Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del merito, quello che ha detto che Piersanti Mattarella, fratello del presidente della Repubblica, fu ucciso dalle Brigate Rosse (anziché da Cosa Nostra, giustificandosi poi dietro la scusa del «lapsus»), è amatissimo dai presidi delle scuole. Il motivo? Il maxi aumento di stipendio che è stato concesso alla “sezione dirigenti” del dicastero, e che comprende proprio i presidi. Per effetto del rinnovo del contratto, gli aumenti medi sono di circa 500 euro al mese, con arretrati che toccano quota 6 mila euro. Cifre che somigliano molto a quelle conquistate dal sindacato dei bancari, e che nel pubblico impiego non si vedevano da tempo. E così Valditara è diventato l’idolo dei presidi delle scuole.
Giuseppe Valditara (Imagoeconomica).
Reale Mutua tra La Stampa e Confagricoltura
Per il futuro del quotidiano La Stampa si parla di un intervento «importante» di Reale Mutua. La compagnia assicurativa in questi ultimi tempi è molto attiva sul fronte della comunicazione e della pubblicità: a parte gli spot con protagonista Lillo, un attore certo lontanissimo dallo standing sabaudo del gruppo, le presenze del board a Roma si sono moltiplicate. L’ultima è avvenuta nella sede nazionale di Confagricoltura, dove insieme alla confederazione guidata da Massimiliano Giansanti è stata promossa l’iniziativa “AGRIcoltura100” con il patrocinio del ministero dell’Agricoltura guidato da Francesco Lollobrigida, «per valorizzare il contributo del settore agricolo alla crescita sostenibile dell’Italia e promuovere un modello di sviluppo responsabile in linea con l’Agenda Onu 2030». Fatto sta che le apparizioni nella Capitale stanno diventando sempre più importanti, per Reale Mutua, specie con il governo presieduto da Giorgia Meloni.
Piepoli prevede anche… il turismo
Nicola Piepoli, classe 1935, storico “re dei sondaggisti”, lavora senza sosta. Nella giornata di lunedì 18 maggio a Roma è chiamato ad annunciare le sue previsioni sulle prossime vacanze, in un focus dedicato a quel turismo che ormai rappresenta la prima industria italiana. “Prospettive e opportunità per l’estate 2026”, è il titolo dell’incontro in programma nella sede della Camera di Commercio di Roma, a piazza di Pietra.
Nicola Piepoli (foto Imagoeconomica).
I regali di Senato e Camera al Salone del Libro
Chi va a Torino al Salone del Libro viene sommerso dai regali del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati. Anche quest’anno le istituzioni partecipano alla manifestazione organizzata all’interno del Lingotto Fiere, e nello spazio ospitato nel padiglione “Oval”, condiviso con il ministero dell’Istruzione e del merito, si tengono incontri dove a tutti viene regalata una copia della Costituzione vigente, con lo speciale logo per gli 80 anni della Repubblica, e la riproduzione anastatica del testo firmato il 27 dicembre 1947, assieme ad altre pubblicazioni come la Dichiarazione universale dei diritti umani e “Il Senato in sintesi”. Non è tutto gratis, però, dato che i visitatori possono acquistare, per esempio, alcuni dei volumi più significativi della produzione editoriale del Senato, anche in collaborazione con alcune case editrici nazionali, come il Codice parlamentare e i cataloghi delle mostre che si svolgono negli spazi di Palazzo Madama. Entusiastico il comunicato del Senato guidato da Ignazio La Russa: «Molto apprezzata la riproduzione fotografica dell’Aula, che è ormai luogo tradizionale di selfie per ragazzi e adulti». Già, perché ormai chi visita Palazzo Madama, e pure Montecitorio, ci tiene tantissimo al selfie, più che seguire i lavori parlamentari e conoscere i meccanismi che regolano la vita parlamentare…