Ampio spazio sui media internazionali al trionfo di Kimi Antonelli nel mondiale di Formula 1, diventato a soli 20 anni il campione iridato più giovane della storia grazie al terzo posto nel Gran Premio del Messico. L’Équipe titola «L’avvento» e «Un gigante così giovane», definendo poi Antonelli «un eterno Peter Pan che possiede già i riflessi e la maturità di un campionissimo». Per Le Figaro questo Mondiale di F1 ha visto «l’incoronazione di un prodigio di precocità». Per la BBC la vittoria del pilota italiano è «un incredibile ventata di aria fresca per la Formula 1». La tedesca Bild, che lo incorona «re», nel racconto dei festeggiamenti in Messico scrive di «lacrime, champagne, tequila», esaltando poi anche la vittoria nel campionato piloti della Mercedes. Il Frankfurter Allgemeine, mettendo l’accento sulla precocità di Antonelli, lo definisce «campione bambino».
«Il bambino che si addormentava sulle piste ha realizzato il suo sogno»: è questa l’immagine scelta da Marca per celebrare la vittoria di Antonelli: «Bravissimo Kimi», titola poi in italiano il giornale sportivo spagnolo. Anche il Mundo Deportivo applaude al successo del «re più giovane».
Non sapete dove mettere quei due o tre crisantemi che vi avanzano dopo la tradizionale visita al cimitero a trovare i vostri cari trapassati? La soluzione più saggia, con quel che costano, è rivenderli sul posto ad altri dolenti. La più generosa, deporli sulle tombe ancora fresche di alcuni illustri scomparsi alla cui perdita abbiamo dovuto rassegnarci. Ecco qualche suggerimento.
Un cimitero (foto di Rodion Kutsaiev via Unsplash).
RIP diritto internazionale
Tutti abbiamo avuto una nonna o un’anziana zia autorevole e amante della concordia familiare, davanti alla quale ci vergognavamo di spintonare il cuginetto piccolo o di scofanarci da soli tutte le pastarelle per la festa della mamma. Bastava il suo «non si fa!» a scoraggiarci, o almeno a negare le marachelle più gravi. Finché un giorno alcuni nipoti gradassi si sono rotti le scatole e l’hanno scaraventata giù per le scale con la sedia a rotelle, stile Goodfellas. Per quanto giudicassimo la povera vecchietta ingenua, pedante e alla fin fine ininfluente, da quando non c’è più lei a bandire la legge della giungla, la famiglia si è sfasciata e al cenone di Natale è meglio nascondere i coltelli. Se ogni tanto ci tocca rimpiangere quella benintenzionata parente, quest’anno non potremo esimerci dal portare un fiore e una prece anche sulla tomba del suo equivalente politico, il diritto internazionale, calpestato a morte dagli stivali di Putin, dai mocassini fetish di Donald Trump e dalle scarpe di Benjamin Netanyahu (magari quelle al cioccolato che nel 2018 il premier israeliano fece servire come bizzarro dessert all’omologo nipponico Shinzo Abe, provocando un clamoroso incidente diplomatico: in Giappone le scarpe sono considerate oggetti disgustosi e nauseanti, più o meno come lo scopino del wc per noi, o gli attivisti della Global Sumud Flotilla per la destra israeliana).
RIP contratto sociale
A dire il vero, l’entità teorizzata da Jean-Jacques Rousseau è morta da un pezzo: la sentenza capitale l’aveva pronunciata ben 40 anni fa Margaret Thatcher col suo «non esiste la società, esistono gli individui».
Margaret Thatcher (Ansa).
In seguito i governi, come nipoti inetti e disonesti che occultano nel congelatore il cadavere del prozio per continuare a percepirne la pensione, hanno fatto finta che il contratto sociale fosse ancora vivo e vegeto, in modo da convincere il popolo a starsene buono, a non girare armato e soprattutto a pagare regolarmente tasse sempre più alte. In cambio lo Stato, più suadente del Battiato de La cura, prometteva ai cittadini di superare le correnti gravitazionali e di guarirli da tutte le malattie, perché erano esseri speciali e lui avrebbe avuto cura di loro. Dai e dai, la truffa è venuta a galla, e le manifestazioni dei giovaniche infiammano Milano, Parigi, Tirana e Nuova Delhi in realtà sono disperati cortei funebri per un patto sociale irrecuperabilmente decomposto, anche perché oggi gli Stati, più che il welfare, preferiscono finanziare il warfare. Gli under-30 possono sempre sperare nel contratto social: se sbancano su TikTok e su Instagram qualche soldo lo portano a casa.
Manifestazione degli studenti francesi (Ansa).
RIP woke
Il terrore che il woke, alias politicamente corretto, torni dall’aldilà con le sue irricevibili pretese di rendere la cultura occidentale un po’ meno androcentrica, omofoba, razzista e abilista continua a perseguitare l’opinione pubblica, malgrado i contriti autodafè arrivati perfino da paladine della prima ora come Alexandria Ocasio-Corteze Chiara Valerio. Del resto “woke” significa “desto e vigile“, condizioni antitetiche all’eterno riposo, e così gli anti-woke invocano pallottole d’argento e paletti di frassino (possibilmente falliformi) per prevenire il risveglio dell’odiato spettro dell’inclusione. I pochi sostenitori rimasti sono entrati in clandestinità, e per prevenire vandalismi e tentativi di profanazione da parte dei fan di Cruciani e del generale Vannacci, hanno tumulato il politicamente corretto in una catacomba segreta, rintracciabile solo seguendo simboli esoterici incisi sui muri: lo schwa, l’asterisco, l‘arcobaleno. Chi nonostante tutto si sente orfano del woke e vuole rendergli un omaggio postumo, tenga presente che il 2 novembre inclusivo si chiama Dead Pride e celebra tutte le identità della sfaccettata community dei non-vivi: defunti, defunte, bidefunti, transdefunti e interdefunti.
Andrea Kimi Antonelli è campione del mondo di Formula 1. Il pilota della Mercedes ha conquistato matematicamente il titolo 2026 con il terzo posto nel Gran Premio del Messico. Una doppia soddisfazione: a soli 20 anni, il bolognese è il più giovane campione del mondo della storia della F1 («Der Bambino-Champion», titola non a caso la tedesca Faz) ed è riuscito a riportare il titolo in Italia dopo 73 (l’ultimo azzurro era stato Alberto Ascari nel 1953. Prima di lui c’era riuscito solo Giuseppe Farina nel 1950). L’impresa è stata ovviamente celebrata anche dalla politica, a partire da Giorgia Meloni. «Un successo che riporta un pilota italiano sul tetto del mondo, premiando talento, impegno, determinazione e dedizione», ha commentato la premier sui social. «Un motivo di grande orgoglio per la nostra Nazione».
Kimi Antonelli è campione del mondo!
A soli 20 anni conquista un traguardo straordinario, diventando il più giovane campione del mondo nella storia della Formula 1.
Un successo che riporta un pilota italiano sul tetto del mondo, premiando talento, impegno, determinazione e dedizione. Un motivo di grande orgoglio per la nostra Nazione.
Complimenti, Kimi!
«Kimi Antonelli campione del mondo!», twitta il presidente della Camera Lorenzo Fontana. «Il più giovane nella storia della Formula 1. Dopo 73 anni un pilota italiano torna a conquistare il titolo mondiale. Un’impresa straordinaria, un orgoglio per tutto il Paese. Congratulazioni».
Kimi Antonelli campione del mondo! Il più giovane nella storia della Formula 1. Dopo 73 anni un pilota italiano torna a conquistare il titolo mondiale. Un’impresa straordinaria, un orgoglio per tutto il Paese. Congratulazioni! https://t.co/1LQJqgurBT
Giubilo anche per il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Kimi Antonelli a soli 20 anni diventa il più giovane campione del mondo nella storia della Formula 1. Il primo nato negli anni 2000. Un italiano vince il titolo mondiale dopo 73 anni. Sei un fenomeno Kimi tutta l’Italia è orgogliosa di te».
Kimi Antonelli a soli 20 anni diventa il più giovane campione del mondo nella storia della Formula 1. Il primo nato negli anni 2000. Un italiano vince il titolo mondiale dopo 73 anni. Sei un fenomeno Kimi, tutta l’Italia è orgogliosa di te! https://t.co/rUsnV2ppPb
Immancabile l’altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini. «Immenso Kimi, orgoglio italiano! Un’emozione straordinaria! A soli 20 anni, Andrea Kimi Antonelli scrive la storia della Formula 1: il più giovane campione del mondo di sempre, che riporta il titolo iridato in Italia dopo 73 anni. Grazie Kimi, sei nella storia».
Immenso Kimi, orgoglio italiano!
Un’emozione straordinaria! A soli 20 anni, Andrea Kimi Antonelli scrive la storia della Formula 1: il più giovane campione del mondo di sempre, che riporta il titolo iridato in Italia dopo 73 anni.
Grazie Kimi, sei nella storia! https://t.co/s3HCNEP0Q5
Il trionfo di Antonelli riesce a mettere d’accordo anche il campo largo, con i complimenti social di Elly Schlein e Giuseppe Conte. «Kimi Antonelli oggi scrive due volte la storia della Formula 1», commenta la segretaria del Pd. «A soli 20 anni è il più giovane campione del mondo di sempre e il primo pilota italiano a conquistare il titolo dopo 73 anni. Congratulazioni, Kimi!».
Interviene anche il ministro della Pa, Paolo Zangrillo. «Ci sono imprese sportive che vanno oltre una vittoria e diventano patrimonio di un intero Paese. Quella di Kimi Antonelli è una di queste. A soli 20 anni, questo straordinario talento italiano entra nell’Olimpo dei grandi dello sport, scrivendo una pagina indimenticabile della nostra storia», sottolinea il forzista. «Dopo 73 anni, dal lontano 1953 in cui Alberto Ascari conquistò il suo secondo titolo mondiale, il Tricolore di un pilota torna sul tetto della Formula 1. Un’attesa lunghissima, interrotta dal talento e dalla determinazione di un ragazzo che ha saputo trasformare un sogno in realtà». E, ancora: «Come tutti i grandi campioni, Kimi ci ricorda che nessun traguardo è irraggiungibile quando il talento incontra il sacrificio e la dedizione. La sua impresa è un messaggio straordinario per le giovani generazioni: credere nelle proprie capacità, non arrendersi davanti alle difficoltà e avere il coraggio di inseguire i propri sogni. Oggi festeggiamo un campione del mondo, ma soprattutto un giovane italiano che ha dimostrato al mondo intero di cosa e’ capace il nostro Paese. Grazie Kimi, hai fatto la storia!».
Oggi festeggiamo un campione del mondo, ma soprattutto un giovane italiano che ha dimostrato al mondo intero di cosa è capace il nostro Paese. Grazie Kimi, hai fatto la storia! https://t.co/0yK5qifX8a
Festeggia comprensibilmente anche il ministro dello Sport, Andrea Abodi. «Con lui l’Italia è ancora una volta al centro del mondo!! Il più giovane campione iridato, a vent’anni è italiano, dopo 73 anni dall’ultima vittoria tricolore del Campionato F1 di Alberto Ascari. La vittoria finale di Kimi lascerà un segno indelebile nella memoria di tutti noi, grazie a un talento cristallino, a una feroce determinazione, a una genuina semplicità, tipica dei grandi campioni. Kimi è la conferma che in Italia, nello sport e non solo, abbiamo giovani di straordinario valore: dobbiamo saperli riconoscere, accompagnare e sostenere, creando le condizioni perché possano esprimere tutto il loro valore».
Andrea Kimi Antonelli è Mondiale @F1 e con lui l’Italia è ancora una volta al centro del mondo!! Il più giovane campione iridato, a vent’anni è italiano, dopo 73 anni dall’ultima vittoria tricolore del Campionato F1 di Alberto Ascari. La vittoria finale di Kimi lascerà un segno indelebile nella memoria di tutti noi, grazie a un talento cristallino, a una feroce determinazione, a una genuina semplicità, tipica dei grandi campioni. Kimi è la conferma che in Italia, nello sport e non solo, abbiamo giovani di straordinario valore: dobbiamo saperli riconoscere, accompagnare e sostenere, creando le condizioni perché possano esprimere tutto il loro talento. La Formula 1 ci insegna che per vincere un Gran premio e ancor di più il Mondiale non basti la velocità : bisogna saper scegliere le traiettorie giuste, affrontare al meglio le curve più difficili, trovare un equilibrio tra coraggio e incoscienza, saper “ascoltare” la macchina, dialogare con il team e ispirare la telemetria. A lui, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno contribuito a questa straordinaria impresa vanno le mie congratulazioni e il mio grazie : grazie Kimi, adorabile ragazzo italiano, vincente ! @Palazzo_Chigi
«La Formula 1», aggiunge, «ci insegna che per vincere un Gran premio e ancor di più il Mondiale non basti la velocità: bisogna saper scegliere le traiettorie giuste, affrontare al meglio le curve più difficili, trovare un equilibrio tra coraggio e incoscienza, saper ‘ascoltare’ la macchina, dialogare con il team e ispirare la telemetria. A lui, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno contribuito a questa straordinaria impresa vanno le mie congratulazioni e il mio grazie: grazie Kimi, adorabile ragazzo italiano, vincente».
Fin dai tempi di Aristotele, la politica conosce molto bene l’utilità delle passioni. Suscitarle, indirizzarle, trasformarle in azione collettiva è una parte essenziale del mestiere. Ogni epoca ha avuto luoghi e strumenti per farlo: le piazze, i giornali, le sezioni di partito, la televisione, i social. Oggi una parte di questo lavoro si svolge dentro comunità apparentemente lontane dalla politica, dove si discute di dischi e concerti, canzoni e classifiche. Comunità che hanno imparato a organizzarsi intorno a una passione – l’essere “fan” di qualcuno, soprattutto cantanti – e possono decidere di mettere quell’organizzazione, e il suo enorme potenziale di mobilitazione, al servizio di qualcosa d’altro.
Un concerto (foto di Nainoa Shiruzu via Unsplash).
La mobilitazione dei fandom in Brasile
È successo nelle ultime settimane in Brasile, dove, come ha raccontato il Guardian, oltre 600 gruppi di fan – da quelli per Billie Eilish, a Lady Gaga, da Demi Lovato a Harry Styles, Katy Perry, Selena Gomez, ma anche star locali come Anitta, Marina Sena e Ludmillasi – sono mobilitati a sostegno di Lula. Pagine nate per seguire le attività di cantanti e gruppi musicali hanno offerto i propri canali alla campagna elettorale del presidente rieletto. In diversi casi senza che gli artisti avessero chiesto, o indicato, alla loro ‘base’ di fare alcunché. La circostanza merita attenzione: siamo abituati a domandarci quanti voti possa spostare una celebrità (ne parleremo più avanti), mentre forse il vero potenziale politico risiede nell’autonomia e nella capacità di coordinazione del suo pubblico.
Supporter di Lula (Ansa).
Attività e competenze offerte gratis
Un fandom, in fondo, è anche una sorta di agenzia di comunicazione e propaganda con una efficiente divisione del lavoro. Per sostenere un artista occorre infatti coordinare persone che non si conoscono, distribuire incarichi, rispettare scadenze, mantenere l’entusiasmo anche quando il risultato (spesso misurato sulla base del riconoscimento dell’oggetto dell’adorazione) tarda ad arrivare. All’interno di un fandom si trovano così persone che, per pura passione, passano le giornate a tradurre testi e interviste, preparare foto e video, analizzare i numeri e l’andamento dei contenuti di maggiore successo. Attività che accomunano la routine di un fandom a quelle di una campagna elettorale e competenze che, nel caso dei fandom, vengono spesso esercitate gratuitamente.
Una questione di fiducia
Ma il capitale più prezioso di cui dispongono queste comunità è la fiducia. Un messaggio politico pubblicato dalla pagina fan del proprio artista preferito si inserisce in una relazione già esistente con chi lo riceve, che ne conosce il linguaggio e le battute. Spesso conosce persino gli amministratori che animano la comunità. Per una campagna elettorale una simile familiarità è una risorsa dal valore inestimabile, superiore a decine di generiche pubblicità. Un fandom può infatti offrire un accesso privilegiato a persone che ignorerebbero il messaggio se arrivasse direttamente da un partito.
I casi di Taylor Swift e Bruce Springsteen
Naturalmente il giochino non funziona sempre. Taylor Swift e Bruce Springsteen hanno sostenuto Kamala Harris contro Donald Trump nel 2024, senza contare gli endorsement della maggior parte delle star hollywoodiane da sempre su posizioni dem. Il Boss si è persino esibito durante la campagna ad Atlanta. La democratica Harris ha comunque perso. Il che dovrebbe smontare la convinzione che le oceaniche platee dei tour si traducano direttamente in voti. Non dimostra, tuttavia, che il contributo sia stato nullo: per stabilirlo bisognerebbe sapere con assoluta precisione come, e se, avrebbero votato i fan delle due star in assenza di quegli appoggi. Una sconfitta misura l’esito complessivo di una campagna, non l’efficacia di ogni singolo ingrediente.
L’appartenenza culturale si può scontrare con altri interessi
La sconfitta di Harris nonostante gli endorsement di di Swift e Springsteen ci ricorda tuttavia che esiste una differenza sostanziale tra le due forme di partecipazione: lo show e la politica. Non è solo una differenza psicologica ma sistemica. Una classifica di ascolti premia la ripetizione: si può ascoltare una canzone mille volte, cliccare su un contenuto, moltiplicarne la circolazione. La passione (a volte maniacale) lascia un segno tangibile sui dati. Un’elezione invece assegna un voto a ogni elettore. L’intensità dell’entusiasmo dei fan non viene registrata. In questo caso la passione incontra quindi un limite strutturale. Inoltre, si può amare una cantante e dissentire dalle sue idee (Matteo Salvini e la destra che cantano De Andrè e Guccini sono lì a ricordarlo, con annesse polemiche), oppure condividere quelle idee senza considerarle decisive quando si entra nella cabina elettorale. L’appartenenza culturale, o passionale, a una comunità di fan incontra altre appartenenze, o altre logiche di interessi, che possono prevalere.
Kamala Harris, Taylor Swift e Donald Trump (Ansa).
I sospetti di appropriazione indebita
Il problema peraltro si presenta anche nella direzione opposta: quanto può cambiare una comunità prima di perdere di vista le ragioni che la tenevano insieme? Chi segue una pagina per sapere quando uscirà un disco non ha necessariamente accettato di partecipare a una campagna elettorale. Gli amministratori possono considerare naturale un certo endorsement, vederlo come una scelta politica coerente con i valori dell’artista. Una parte dei fan può invece viverla come un’appropriazione indebita di uno spazio comune e soprattutto apolitico. La fiducia che rende un fandom interessante per la politica è insomma anche ciò che la politicizzazione rischia di compromettere: per mobilitare una comunità, la politica deve prima conquistarsi il diritto di entrarci.
Per fortuna nessuno ha ancora capito bene gli ingredienti di un successo al cinema. È una magia che a volte avviene e altre no. E non c’è nulla di più inutile di ascoltare quelli che, ma solo ex post, sciorinano la ricetta magica. Nella stagione autunnale 2026, in effetti, i casi di flop clamorosi e successi insperati sono diversi. E allo stesso modo inspiegabili.
The social reckoning, gli ingredienti per funzionare c’erano tutti
The social reckoning, cioè quello che veniva presentato come sequel di The social network, aveva tutti i crismi per sfondare al botteghino: critica feroce al mondo delle piattaforme e al potere dell’algoritmo; un regista famoso e di culto come Aaron Sorkin (che, peraltro, aveva sceneggiato proprio The social network); cast formato dalle stelle giuste della nuova Hollywood, ossia Jeremy Allen White (quello della serie The Bear, il novello Sean Penn del cinema americano), Mikey Madison (l’attrice di Anora, premio Oscar 2025), Jeremy Strong (già visto in Succession e The Apprentice – Alle origini di Trump).
Eppure: uscito in Italia l’8 ottobre, con una notevole promozione un po’ ovunque, il film da noi ha incassato 286 mila euro, una miseria. Nel mondo il box office è arrivato a malapena a 17 milioni di dollari complessivi, nonostante la sola produzione della pellicola fosse costata 40 milioni, a cui poi bisogna sempre aggiungere i costi di marketing e promozione.
Iñárritu voleva regalare a Tom Cruise l’Oscar, e invece…
Qualcosa di analogo è accaduto a Digger, diretto dal messicano Alejandro González Iñárritu e interpretato da Tom Cruise. Arrivato nelle sale il primo ottobre, doveva essere il film che finalmente avrebbe portato l’attore di Top Gun ad aggiudicarsi un Oscar. Ed era stato scelto Iñárritu proprio perché in passato aveva sfornato capolavori come 21 grammi, Babel, Birdman e Revenant: il regista era stato premiato con Oscar a raffica e aveva anche rotto l’incantesimo che non portava mai la statuetta a Leonardo DiCaprio, facendogliela invece vincere con Revenant.
Al pubblico, però, il mix di Digger non è piaciuto molto: 1,6 milioni di euro al box office in Italia, 17,8 milioni di dollari negli Stati Uniti, 28,8 milioni nel resto del mondo. Insomma, poco più di 46 milioni di dollari per un film costato circa 300 milioni tra produzione e promozione. Nessuno probabilmente voleva vedere Tom Cruise conciato così, e in pochi avevano voglia di un film grottesco e di denuncia della società capitalista occidentale.
A chi interessa L’assurda storia della Gialappa’s Band?
Più di recente, venendo alla industry italiana, ecco il documentario L’assurda storia della Gialappa’s Band: pure qui gli ingredienti sembravano perfetti, con la regia di Walter Veltroni, intervistato ovunque, soggetti popolari come i tre della Gialappa’s (pure loro ospitati dappertutto), gran tappeto rosso e battage alla Festa del cinema di Roma, distribuzione Medusa film in 300 sale. E invece: dopo il debutto al cinema il 22 ottobre, nel primo fine settimana, fino cioè a domenica 25, ha incassato appena 80 mila euro. Gli esercenti, perciò, lo hanno liquidato abbastanza velocemente, con un flop colossale al botteghino.
Lo stesso è successo a La città dei vivi, il film tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia sull’omicidio di Luca Varani. La pellicola, presentata in pompa magna alla Mostra del cinema di Venezia, con interviste a ripetizione a Valerio Mastandrea, è poi arrivata in sala il primo ottobre, incassando appena 350 mila euro.
Eppure c’è chi, senza promozioni, ha sbancato
Al contrario, ecco documentari e film che quasi per caso, e senza particolari promozioni, sono entrati nel famoso circuito del passaparola, diventando dei benchmark al botteghino: per esempio Je so’ pazzo, opera biografica su Pino Daniele, uscita in sala il 15 ottobre e già arrivata a 3,2 milioni di euro al box office.
Ancor più incredibili i risultati del documentario Naza, premiato a Venezia e poi esploso dal 28 settembre nelle sale, con oltre 5,3 milioni di euro di incassi.
E infine L’estranea, grazie soprattutto alla candidatura per l’Italia alla corsa degli Oscar 2027, sta arrivando a 3 milioni di euro al botteghino. È in sala dall’8 ottobre. La ricetta magica? Rassegnatevi, non esiste.
Che Vox abbia un problema col cinema spagnolo non è un segreto. «Sovvenzionato». «Elitario». «Film che nessuno guarda». Sono solo alcuni degli attacchi che il partito di estrema destra ha lanciato al settore nel corso degli anni. «Era ovvio che non appena Santiago Abascal e i suoi ne avessero avuto l’occasione, avrebbero colpito la nostra industria dei film», ha scritto il quotidiano elDiario.es commentando la decisione del ministero della Cultura della Castiglia e León, comunità autonoma nelle mani di Vox da giugno 2026 come conseguenza delle elezioni di marzo 2026, di tagliare i sussidi a film e serie che «comportano indottrinamento ideologico, propaganda di parte o sostegno a specifiche opzioni politiche». Un provvedimento che non sorprende. D’altronde i fondi destinati al cinema sono sempre stati nel mirino della destra estrema spagnola. Qualcosa contro cui scatenare l’indignazione dell’opinione pubblica.
Santiago Abascal (Ansa).
E poco importa se l’uomo di Abascal, il consigliere alla Cultura, al Turismo e allo Sport della Castiglia e León, José Alberto Díaz Pico, non abbia ancora specificato i criteri per stabilire a quali produzioni spetteranno i sussidi. Il ministero della Cultura nazionale ha già annunciato la decisione di presentare ricorso in tribunale.
Cosa si intende per cinema «ideologizzato»?
«Devono rispettare principi di obiettività, neutralità istituzionale, pluralismo e servizio all’interesse pubblico», ha commentato Díaz Pico, per poi spiegare che «verrà istituito un comitato composto da tecnici ed esperti per valutare il significato ideologico dei progetti». E di fronte a chi l’ha incalzato su cosa si intenda per cinema «ideologizzato», si è limitato a rispondere con un classico appello al non meglio precisato «buon senso».
I sussidi per Woody Allen e José Luis Garci però vanno bene
I quotidiani spagnoli, intanto, hanno fatto notare il rapporto «asimmetrico» della destra con i sussidi: «Vox non ha sollevato alcuna obiezione sui 3 milioni di euro concessi (50 per cento dal Comune di Madrid e 50 per cento dall’omonima comunità autonoma) senza alcuna gara d’appalto al nuovo film (ancora senza titolo) di Woody Allen». E non solo: «Mentre si lamentano dei fondi destinati al cinema, sono capaci di elargire 17 milioni di euro a una singola pellicola che al botteghino non ha incassato nemmeno 745 mila euro (Sangre de mayo di José Luis Garci, ndr)», ha scritto elDiario.es.
Il regista spagnolo José Luis Garci (foto Ansa).
Dal canto loro, le testate della destra radicale sostengono da tempo la narrazione secondo cui il ministero della Cultura e l’Icaa (l’Istituto cinematografico spagnolo) finanzino prioritariamente opere legate all’ormai leggendaria cultura woke. Peccato che i fondi statali vengano assegnati tramite rigidi criteri definiti per legge e un punteggio che non valuta trame né orientamento politico, ma principalmente la fattibilità economica del progetto.
Attacchi continui a registi queer e attrici impegnate
Sempre elDiario.es spiega che «l’intento del partito di Abascal è censurare i film che trattano gli argomenti che a loro non piacciono: la memoria storica del franchismo, il femminismo e i diritti Lgbtqia+». Non è scritto da nessuna parte, ma lo scenario è scontato. Basta guardare la raffica di attacchi arrivati in passato a registi queer come Eduardo Casanova o ad attrici politicamente impegnate tipo Alba Flores.
Il regista Eduardo Casanova (foto Ansa).
Non hanno dubbi nemmeno artisti e addetti ai lavori. Molti dei quali sono presenti in questi giorni alla Seminci, la Settimana Internazionale del Cinema di Valladolid, una delle rassegne più importanti del Paese. Da lì il settore ha parlato chiaramente del tentativo di mettere un bavaglio all’industria.
Imbarazzo tra gli alleati del Partido popular
Una situazione che ha creato confusione anche negli alleati del Partido popular. Se da un lato i vertici nazionali hanno difeso la misura di Vox, sul territorio la spaccatura è emersa con evidenza. Il sindaco di Valladolid, l’esponente del Pp Jesús Julio Carnero, ha preso le distanze dalle posizioni dell’estrema destra: «Ci sono film buoni e film pessimi, alcuni che o piacciono o non piacciono. Ma il cinema è una manifestazione culturale e artistica e, pertanto, per definizione e antonomasia, è libertà».
La scure si abbatterebbe anche su film come La bola negra
E la libertà porta sempre con sé una visione del mondo. Per trovare un esempio, il più lampante, basta pensare a uno dei maggiori successi del cinema spagnolo degli ultimi 10 anni: La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi. Premiato per la miglior regia al Festival di Cannes e candidato per la Spagna agli Oscar 2027, parla di Guerra civile, del poeta Federico García Lorca, di amore gay e identità trans. Temi sui quali la scure di Vox si sarebbe abbattuta irrimediabilmente.
Diversamente, l’Icaa ha deciso di concedere 1 milione di euro di contributi statali. Una scommessa vinta, considerando i 4,5 milioni di spettatori che si sono presentati in sala. Tra questi però non c’è Díaz Pico, che ha detto di non aver visto il film per eludere l’inevitabile domanda: «Quindi non avreste finanziato La bola negra?». La stessa sorte sarebbe toccata, tra i tanti, anche a La stanza accanto di Pedro Almodóvar, Leone d’Oro a Venezia e sgradito alla destra per la sua aperta difesa del diritto a morire con dignità.
La strategia di Vox non è una novità nel panorama globale: ricalca fedelmente il modello “motosega” imposto da Javier Milei in Argentina. Anche a Buenos Aires l’estrema destra ha attaccato l’Instituto Nacional de Cine y Artes Audiovisuales (Incaa) – l’ente pubblico che promuove, regola e finanzia la cinematografia nazionale – bollandolo come «un covo di sovvenzionati di sinistra in deficit».
Javier Milei in Spagna (foto Ansa).
Peccato che i numeri dicano altro. Del resto, succede lo stesso anche in Spagna dove, a fronte di 92 milioni di euro di sussidi, gli incassi al botteghino hanno già superato i 103 milioni a due mesi dalla fine dell’anno. Nel Paese di Milei la retorica del definanziamento ha fatto precipitare la produzione di film ai suoi minimi storici. Un campanello d’allarme rispetto a quello che potrebbe succedere se Vox conquistasse il ministero della Cultura alle elezioni del 29 novembre.
A Macao la parola d’ordine è diversificazione. Il governo cinese vuole che l’economia della sua Regione amministrativa speciale si smarchi dalla dipendenza dal gioco d’azzardo. L’ultimo piano quinquennale ha delineato una strategia per portare al 60 per cento la quota di Pil generata da comparti alternativi entro il 2030. Per centrare l’obiettivo è stato istituito anche un fondo pubblico alimentato dai sei principali gestori dei casinò per sostenere nuove attività produttive. Cambiare pagina, per l’ex colonia portoghese, non sarà tuttavia semplice.
Il Wynn Palace casinò a Macao (Ansa).
Macao, il paradiso del gioco d’azzardo
Nel 2025 i casinò di Macao hanno incassato 247,4 miliardi di patacas, circa 30,9 miliardi di dollari, più del doppio dei 13,7 miliardi di ricavi generati da Clark County, l’intera contea del Nevada che comprende Las Vegas e la sua area metropolitana. I dati ufficiali parlano di 20 casinò, 6 mila tavoli da gioco e 12 mila slot machine in un’area cittadina di poco più di 33 chilometri quadrati, circa un terzo del territorio comunale di Livorno. L’industria del gioco d’azzardo di Macao è controllata da sei grandi operatori in competizione tra loro: Sands, Galaxy, SJM, Melco, Wynn e MGM. In base agli accordi di concessione stipulati con il governo locale devono sviluppare anche attrazioni alternative ai casinò, valorizzare il patrimonio culturale cittadino e contribuire alla riqualificazione del centro storico. Devono inoltre versare nelle casse statali il 35 per cento dei ricavi lordi da gioco, oltre a un ulteriore 5 per cento destinato a finanziare iniziative di interesse pubblico.
Lo skyline di Macao (Ansa).
Il piano quinquennale 2026-2030 e la strategia 1+4
Il piano quinquennale 2026-2030 di Macao ha individuato quattro grandi priorità. La prima è rafforzare l’integrazione con Hengqin, l’isola della vicina provincia del Guangdong che ospita una zona di cooperazione speciale. Seguono il rinnovamento urbano e il potenziamento dei collegamenti con Hong Kong e la Greater Bay Area, la grande area economica del delta del Fiume delle Perle. Il quarto obiettivo è la diversificazione economica da perseguire attraverso la cosiddetta «strategia 1+4». Macao dovrà affiancare al gioco d’azzardo lo sviluppo di quattro comparti: servizi finanziari moderni, tecnologie avanzate, medicina tradizionale cinese e un settore che riunisce convegni, fiere, commercio, cultura e sport. A sostenere la diversificazione economica contribuirà anche il Fondo di orientamento governativo n. 2, gestito dalla Macao Investment and Management Company, una società sostenuta dalle autorità locali. I sei concessionari dei casinò di Macao stanzieranno oltre un miliardo di dollari nel contenitore, in aggiunta ai circa 1,4 miliardi del governo.
L’interno di un casinò a Macao (Ansa).
Non si tratta propriamente di un contributo volontario. Gli investimenti costituiscono infatti una condizione delle concessioni, valide fino alla fine del 2032, che autorizzano i gruppi a gestire i casinò. L’accordo è stato firmato alla presenza dei rappresentanti degli operatori, del capo dell’esecutivo di Macao, Sam Hou-fai, e di Zheng Xincong, rappresentante di Pechino. La Cina sogna di rendere Macao attraente per le industrie emergenti e le start-up tecnologiche ma il gioco d’azzardo continua a rappresentare una fetta consistente delle entrate economiche. Le previsioni del governo locale stimano 29,2 miliardi di dollari entrate lorde dal settore per la fine del 2026. Il piano quinquennale, spiegano le autorità, punta tuttavia a far crescere questa industria «in modo ordinato e sano, nel rispetto della legge», diversificando al contempo l’offerta turistica attraverso la cultura, l’intrattenimento, lo sport e gli eventi. «Il prossimo anno? Sarà cruciale per l’attuazione della nostra strategia», ha dichiarato Sam Hou-fai, fiducioso di riuscire nell’impresa.
Una lotta commovente, entusiasmante per chi crede che le lotte impossibili possano essere vinte. Ma solo se c’è la consapevolezza di essere dalla parte giusta. La vittoria della Lista degli studentialle elezioni politiche in Serbia è una di queste imprese collettive che lasciano ammirati e stupiti. Soprattutto nel contesto attuale dove a ogni latitudine va di gran moda l’uomo solo al comando. Capi di governo autoritari, miliardari narcisi, politicanti furbastri e tycoon fuori di testa sono i protagonisti di storie e società che stanno andando a male. Che lasciano il sapore amaro della rassegnazione, dell’incapacità di guardare oltre l’orizzonte personale.
Effettivamente c’è solo da prepararsi al peggio, se si pensa alla comparsa segnalata da The Guardian dello «psicopatriarcato», una «reazione contraria ai progressi che abbiamo fatto su tutti i fronti (…), una realtà autoritaria e fascista, che sta avvelenando il nostro ambiente sociale e psicologico con violenza, crudeltà e precarietà terrificanti». Gli studenti universitari serbi ci dicono però che c’è ancora speranza se si riescono a riportare al centro della società i temi della democrazia, della partecipazione e della responsabilità. Come è accaduto dopo il crollo della pensilina nella stazione ferroviaria di Novi Sad nel 2024, che causò la morte di 16 persone. Una tragedia che è stata la scintilla per lo scoppio di proteste, rapidamente estesesi a tutto il Paese. E alimentate dalle accuse di negligenza o dolo nei lavori pubblici rivolte al governo locale e nazionale.
Protesta contro il governo a Belgrado (Ansa).
Una lotta condotta tra la gente
A guidare la mobilitazione popolare e a trasformarlain una sfida vincente al sistema di potere costruito da Aleksandar Vucic sono stati gli studenti universitari. Sin qui la storia che tutti i media hanno raccontato in questi giorni, all’indomani della fine di un sistema autoritario e corrotto che sembrava incrollabile. C’è però tanto altro di più interessante in questa storia, cioè il modo in cui è stato pensato e costruito il movimento che ha alzato la bandiera della trasparenza, del funzionamento delle istituzioni pubbliche, della lotta alle infiltrazioni criminali. Un modo che è tanto più sorprendente e anomalo quanto più si è allontanato dalla pratiche digitali e social, che oggi identificano di fatto la politica, e si è ripreso la realtà, mettendosi materialmente in marcia. Questo è il primo elemento che va segnalato a quanti, studenti ma anche cittadini comuni, pensano che è tempo di risveglio e azione, non di proclami e parole vuote, bensì di lotte rivendicative fatte da individui in carne e ossa e non solo sul web. Gente, popolo, masse di persone – chiamatele come volete – che tornano a scendere in strada e ritrovarsi in piazza non per un concerto ma per affermare una comune identità.
La marcia degli studenti in ogni villaggio
Questo viaggio degli studenti serbi al centro della democrazia è riassunto sul loro sito web. «Studente in ogni villaggio» (SUSS) è l’unità interna al movimento studentesco che si è mossa per tutta la Serbia, visitando nell’ultimo anno oltre 400 località, più di 40 mila famiglie e parlato con oltre 20 mila persone. «Da Est a Ovest, da Nord a Sud, abbiamo cercato di essere ovunque. Da Jagoštica e Krupanj a Korbovo e Velika Vrbica, da Palić e Bajmok a Vranje e Grdelica, abbiamo cercato di essere presenti. Durante il nostro viaggio in Serbia, ci siamo convinti della sua bellezza e, parlando con la gente, abbiamo capito quanto sia importante il dialogo». Un lavoro di condivisione ascoltando le persone e le loro sfide quotidiane e percependo la responsabilità, ma anche la forza che deriva dal connettersi. «Il dialogo ha offerto non solo la possibilità di cambiare le condizioni di vita, ma anche la sensazione che nessuno sia solo. È proprio qui che risiede il suo valore più grande: nel creare fiducia, nel ripristinare la speranza e la convinzione che insieme possiamo fare di più».
Studenti serbi in marcia (Ansa).
Il coinvolgimento di chi non si riconosceva più nei partiti
Obiettivo raggiunto. Missione compiuta. Le manifestazioni che chiedevano giustizia si sono trasformate in un movimento nazionale che ha messo in discussione la legittimità del governo. Come analizzato da EU Today, le proteste hanno messo in luce un conflitto più profondo tra la società serba e le istituzioni, percepite dai manifestanti come a servizio di interessi politici piuttosto che del pubblico. A differenza dei partiti di opposizione consolidati, il movimento studentesco non si è basato su un leader politico noto o sulla tradizionale struttura partitica. Ha mobilitato le comunità universitarie, gli accademici, i professionisti e i cittadini che in precedenza erano rimasti al di fuori dell’attività politica organizzata. La sua principale rivendicazione è stata la responsabilità istituzionale, piuttosto che un programma ideologico onnicomprensivo. Tale distinzione è stata cruciale. Concentrandosi sulla corruzione, sugli standard democratici e sul funzionamento dello Stato, il movimento ha attratto elettori con diverse visioni su nazionalismo, politica estera e integrazione europea.
Corteo della Lista degli studenti a Belgrado (Ansa).
Riannodare i fili di una società smarrita è vincente
Certo ora la stessa diversità che ha contribuito alla vittoria elettorale potrebbe rappresentare un’incognita per il nuovo governo. I candidati devono infatti concordare sulle priorità economiche, sulle nomine ministeriali, sulle relazioni estere e sull’entità delle riforme istituzionali. Questo ovviamente lo si vedrà. Certo è che la lezione e le indicazioni di metodo e di contenuti che la lotta vincente del movimento serbo offre alla protesta degli studenti europei e italiani sono principalmente due. La mobilitazione non può restare circoscritta al mondo della scuola e dell’università, ma deve porsi obiettivi politici più generali. Allargarsi e coinvolgere quella parte di cittadini e di elettori che sono in sofferenza economica ma che hanno da tempo abbandonato pratiche di resistenza attiva e di militanza partitica e sindacale. Sono i delusi, gli sconfitti, gli sfiduciati che vanno recuperati con un’idea di partecipazione e militanza, di cambiamento non velleitario, che non resti prigioniero della protesta violenta di piazza. Parlare, spiegare, ascoltare, cercare il dialogo, come hanno fatto gli studenti serbi, andando fisicamente in piazza ma anche casa per casa, serve a riannodare i fili di una socialità smarrita e ritrovare quel senso di appartenenza che consenta concretamente a ogni persona di non sentirsi abbandonata a se stessa.
La Byd Dolphin G Dm-i supera la nuova Renault Clio in un confronto pubblicato dal settimanale britannico Autocar il 28 ottobre 2026. Un risultato significativo perché riguarda uno dei segmenti storicamente più presidiati dai costruttori europei, quello delle utilitarie, e uno dei suoi modelli simbolo. Nel confronto tra le rispettive versioni ibride, la Dolphin G conquista il primo posto grazie a un giudizio complessivamente superiore in termini di comfort, silenziosità, qualità percepita degli interni, abitabilità e risposta della motorizzazione. La Clio mantiene il vantaggio nel design, nella precisione dello sterzo e nell’agilità di guida, ma non riesce a prevalere nella valutazione finale. Tra gli elementi distintivi della Byd figura la tecnologia ibrida plug-in, con un’autonomia dichiarata fino a 105 km in modalità elettrica, abbinata a un bagagliaio da 425 litri e a un posizionamento di prezzo competitivo. Il risultato assume un significato che va oltre il confronto tra due modelli. L’industria automobilistica cinese dimostra di poter competere con i marchi europei anche nelle categorie più tradizionali, non soltanto sul prezzo o sull’elettrificazione, ma anche sulla qualità complessiva del prodotto. Un segnale dell’evoluzione degli equilibri competitivi nel mercato automobilistico europeo.
La Sala Stampa della Santa Sede ha reso noto che, «in linea con questa consolidata prassi di partecipazione civica, il papa ha inviato la propria scheda elettorale per posta a Chicago», esprimendo dunque la propria preferenza per le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Non essendoci mai stato in precedenza un pontefice statunitense, Prevost è entrato nella storia in quanto primo papa ad aver votato per un’elezione negli Usa.
Leone XIV è iscritto nelle liste elettorali a New Lenox, in Illinois
Come precisa la Cnn la scheda elettorale di Leone XIV, iscritto nelle liste elettorali a New Lenox, sobborgo di Chicago dove vive il fratello John, dovrebbe comprendere il voto per le elezioni del Senato e del governatore in Illinois, oltre a quelle per la Camera dei Rappresentanti e per le cariche a livello statale e di contea. Ma per chi avrà votato il papa? Secondo i registri elettorali consultati da Cbs News e i dati dell’Illinois State Board of Elections, l’attuale pontefice ha partecipato sia alle primarie repubblicane che a quelle democratiche (l’ultima volta è successo nel 2016): questo fa capire come non abbia una vera fede politica. Prevost, non ancora papa, aveva votato l’ultima volta negli Usa alle elezioni generali del 2024, anche se non è noto per quale partito abbia espresso la propria preferenza.
Si è svolta giovedì 29 ottobre 2026 al Palazzo del Quirinale, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del presidente del Consiglio di amministrazione di Eni Giuseppina di Foggia e dell’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, la cerimonia di premiazione degli Eni Award. Giunto alla sua 18esima edizione, il premio è riconosciuto a livello internazionale nel mondo della ricerca e si contraddistingue per il focus sull’energia e sull’ambiente, argomenti su cui è sempre più necessario e urgente promuovere la collaborazione all’interno della comunità scientifica. Dall’istituzione di Eni Award nel 2008 ad oggi, la commissione scientifica, che valuta le ricerche candidate, ha visto la partecipazione di scienziati che appartengono ai più avanzati istituti di ricerca a livello mondiale, tra cui anche sei premi Nobel.
Transizione Energetica
Il premio Transizione Energetica, uno dei tre riconoscimenti principali, che valorizza le migliori innovazioni per la decarbonizzazione dell’attuale sistema energetico, è stato assegnato alla professoressa Véronique Gouverneur della University of Oxford (Regno Unito).Il suo lavoro pionieristico ha aperto nuove prospettive nella chimica del fluoro, sviluppando processi più sicuri e sostenibili per produrre composti utilizzati nelle batterie, ma anche nei farmaci e nei prodotti per l’agricoltura. Queste tecnologie consentono infatti di evitare la produzione di acido fluoridrico, una sostanza altamente critica, riducendo i consumi energetici e l’impatto ambientale. Gouverneur ha inoltre dimostrato che è possibile recuperare il fluoro dai rifiuti industriali, in un’ottica di economia circolare.
Frontiere dell’energia
Il premio Frontiere dell’energia, per ricerche che rivoluzioneranno il paradigma energetico del futuro, è stato assegnato alla professoressa Laura Gagliardi della University of Chicago (Stati Uniti). La ricerca di Laura Gagliardi ha sviluppato modelli matematici avanzati, basati sulla meccanica quantistica, che permettono di prevedere le proprietà dei materiali prima ancora di realizzarli in laboratorio, accelerando la sperimentazione. Il suo lavoro si concentra sulla progettazione di materiali innovativi per l’energia e l’ambiente, tra cui le strutture reticolari, vere e proprie “spugne molecolari” capaci di catturare l’anidride carbonica direttamente dall’aria e raccogliere acqua dall’umidità atmosferica. Questi studi contribuiscono inoltre a migliorare l’efficienza dei processi catalitici, aprendo nuove prospettive per lo sviluppo di tecnologie energetiche più sostenibili.
Soluzioni ambientali avanzate
Il premio Soluzioni Ambientali Avanzate, dedicato a ricerche per la salvaguardia e l’uso sostenibile delle risorse naturali, è stato assegnato a John F. Hartwig della University of California, Berkeley(Stati Uniti). Il suo contributo rivoluzionario al riciclo della plastica si basa sullo sviluppo di un processo catalitico scalabile e sostenibile, che consente di scomporre il polietilene e il polipropilene, tra le plastiche più diffuse al mondo, nei loro componenti fondamentali, riutilizzabili per produrre nuovi materiali senza perdita di qualità. Un’innovazione che favorisce il riciclo circolare della plastica, riducendo i rifiuti, il consumo di materie prime fossili e le emissioni, contribuendo alla salvaguardia dell’ambiente.
Giovane ricercatore dell’anno
Il premio Giovane ricercatore dell’anno è rivolto a ricercatori che hanno conseguito ildottorato di ricerca in università italiane; i due riconoscimenti sono stati assegnati a Leonardo Magherini e Filippo Trevisi. Leonardo Magherini, del Politecnico di Torino, nella sua tesi di dottorato, ha studiato i meccanismi di trasporto di diverse tipologie di particelle presenti nell’acqua, che possono avere una duplice natura: rappresentare una potenziale criticità per l’ambiente oppure costituire potenti strumenti per la bonifica. Filippo Trevisi, del Politecnico di Milano, ha esplorato una nuova classe di tecnologia eolica, i ventoplani, velivoli vincolati a terra da un cavo, che volano velocemente lungo traiettorie circolari ad alta quota, utilizzabili anche laddove non è possibile installare turbine eoliche tradizionali.
Giovani talenti dall’Africa
La sezione Giovani talenti dall’Africa, istituita nel 2017 in occasione del decennale di Eni Award e dedicata ai giovani talenti dal continente africano, conferisce, in questa edizione, due premi, assegnati a Nosakhare Jeremiah Aigbedion della Pan African University Institute for Basic Sciences, Technology and Innovation (Kenya) e a Gosego Keotshepile Mapula Sedikelo della University of South Africa (Sud Africa). I dottorandi vincitori ricevono un premio per potenziare e arricchire la loro attività di ricerca durante il corso di dottorato che stanno frequentando presso le università di appartenenza. La ricerca di Nosakhare Jeremiah Aigbedion punta a sviluppare nuove leghe metalliche più resistenti e durature per migliorare l’accumulo di energia da impianti solari a concentrazione e consentire la produzione di elettricità anche dopo il tramonto, favorendo un approvvigionamento energetico più stabile e sostenibile in Africa. La ricerca di Sedikelo sviluppa un metodo innovativo e sostenibile che utilizza gli ultrasuoni per recuperare metalli preziosi, come litio, nichel e cobalto, dalle batterie esauste, consentendone il riutilizzo nella produzione di nuove batterie e riducendo l’impatto ambientale.
Eni for Innovation
Per la sezione Eni for Innovation, che elegge i progetti più innovativi sviluppati da ricercatori ed esperti tecnici Eni, sono stati premiati:
Mario Baldassarre, Mauro Burattini, Rosa Carbone, Davide Chianetta, Davide Deriu (Eni) per aver sviluppato un processo innovativo per la valorizzazione degli scarti alimentari, massimizzando la resa a prodotti energetici (categoria: soluzione tecnologica);
Fabio Assandri, Francesco Bonacini, Angelo Ferrando, Ilic Formigoni, Marzia La Barbera, Mirco Nodari, Nicola Vecchini (Versalis) per aver sviluppato una tecnologia avanzata di pirolisi per il riciclo di rifiuti plastici misti a composizione altamente variabile (categoria: soluzione tecnologica);
Francesco Cannarile, Aurora Cerabolini, Roberto Grandi, Lorenzo Lancia, Debora Parisi, Gianmaria Tarantino (Eni) per aver sviluppato una metodologia per la specializzazione efficiente di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) applicabili ai domini aziendali (categoria: soluzione digitale).
Menzione speciale Eni Joule for entrepreneurship
Anche quest’anno Eni, attraverso Joule, la sua Scuola per l’Impresa, ha conferito la Menzione speciale Eni Joule for Entrepreneurship, un riconoscimento rivolto a team, spin off universitari, startup e finalizzato a sostenere l’applicazione, la valorizzazione e il trasferimento delle tecnologie per lo sviluppo di un ecosistema dell’innovazione sostenibile.
Tre le startup che si sono distinte:
Alkelux produce un nanopolimero ecosostenibile impiegato come additivo nel packaging alimentare, valorizzando gli scarti di lavorazione agricola e rendendo la filiera più sostenibile.
Hypermeteo raccoglie, elabora e distribuisce dati e indici meteo-climatici certificati ad alta risoluzione unendo dati osservativi globali a intelligenza artificiale e algoritmi proprietari per trasformare l’informazione meteorologica in valore digitale.
Algae Scope propone alternative sostenibili ai PFAS (sostanze chimiche tossiche e inquinanti) sviluppando e trasformando le alghe marine in una polvere naturale e atossica in grado di rendere i tessuti e i materiali idrorepellenti e ignifughi.
Attualmente sono aperti i bandi per l’edizione 2027 di Eni Award. Il termine per presentare le candidature è fissato al 20 novembre 2026.
Doppia suspense a Washington, nelle cancellerie di mezzo globo e per i malati di politica alla vigilia del voto Usa di midterm di martedì 3 novembre. Oltre alla solita, classica attesa dell’esito elettorale, di quanto questo peserà sulle prossime Presidenziali americane, c’è infatti l’incognita di come Donald Trump accoglierà i risultati nel caso non gli fossero favorevoli.
Donald Trump e Melania alle celebrazioni per Halloween (Ansa).
I fortini Gop in bilico
A metà dei quattro anni di presidenza, infatti, gli Stati Uniti rinnovano un terzo dei senatori e tutti i deputati oltre a 36 governatori. Sono le elezioni di metà mandato e vengono usate per prendere il polso all’elettorato. Spesso portano a un calo della maggioranza che sostiene il presidente di turno e provocano una situazione detta di anatra zoppa, un leader senza voti costretto a trattare ogni suo provvedimento con un Congresso in parte ostile. Il prossimo 3 novembre il rischio per il presidente è proprio questo: la solida maggioranza al Senato e la debole maggioranza alla Camera, stando ai sondaggi, potrebbero sfuggire a Trump, da mesi impopolare anche in aree del Paese in cui due anni fa aveva trionfato. Basti pensare al Texas, dove l’ultimo governatore democratico è stato eletto 36 anni fa (l’ultimo senatore nel 1988), mentre ora il giovanissimo James Talarico è dato stabilmente, seppur di poco, avanti nei sondaggi rispetto al trumpianissimo rivale Ken Paxton. O all’Alaska e al Kansas. Insomma, molti sono le partite in bilico, to close to call o stabilmente assegnati ai dem, dopo anni di dominio repubblicano.
James Talarico con la bandiera del Texas (da Fb).
Trump affossato dal caro-vita e dalle deportazioni di massa
A piombare le ali a Trump (il cui gradimento, attenzione, comunque non scende mai sotto a un 30 per cento fortemente motivato) sono in generale i prezzi in ascesa in questi due anni, in particolare a causa dei dazi e dell’aumento della benzina dopo l’attacco all’Iran. Rincaro, quest’ultimo, particolarmente sentito nell’America rurale, tradizionale bacino elettorale dell’Elefantino e sensibile alla propaganda MAGA. Pesano poi alcune politiche che hanno intaccato il favore di pacchetti ben precisi di voti. Esempio classico il voltafaccia dei latinos, che lo avevano sostenuto nel 2024, delusi dopo le deportazioni di massa di migranti messe in campo dall’Ice. Infine sul gradimento del presidente pesa il malcontento, anche nel suo stesso partito, per la crociata a favore dei data center per l’IA.
Donald Trump nello Studio Ovale (Ansa).
La nouvelle vague di giovani dem liberali
E poi c’è la nouvelle vague di giovani democratici che stanno scalzando nei cuori degli elettori il ‘vecchio’ establishment dei Clinton-Biden-Obama-Pelosi. Di Talarico si è già detto, ma accanto a lui si fa sempre più strada un altro quarantenne senatore della Georgia, Jon Ossoff. Moderato nelle politiche, spietato nell’attaccare Trump, ormai è una star. E ancora le governatrici della Virginia e del New Jersey Abigail Spanberger e Mikie Sherrill. Questi giovani danno voce ai tanti milioni di liberal che erano rimasti muti e annichiliti dalla vittoria di Trump e non avevano trovato nessuno che li rianimasse nemmeno tra i big del partito dell’Asinello. Ora gli elettori dem rialzano la testa, vedono alcuni volti nuovi combattivi e ritrovano la speranza. Martedì si capirà se questo basterà a schiodarli dal divano per portarli ai seggi, perché in America spesso i risultati reali rispetto ai sondaggi sono falsati dall’affluenza molto bassa.
Gli outsider ‘socialisti’ sulla scia di AOC e Mamdani
Accanto ai nuovi moderati si è fatta poi strada una nuova ondata di outsider che si autodefiniscono senza mezzi termini socialisti. Un tempo oltreoceano questa era una bestemmia, ma l’affacciarsi di un modello con ricchi sempre più ricchi e molti nuovi poveri anche tra i giovani ha abbattuto questa barriera. Molti di loro vengono da famiglie di migranti, molti dalle periferie cittadine. Da Alexandria Ocasio-Cortez a Zohran Mamdani, da Abdul El-Sayed – che in caso di vittoria in Michigan sarebbe il primo senatore musulmano negli Stati Uniti – a Ilhan Omar stanno spostando le politiche dem a sinistra.
Le prossime elezioni diranno se questa corrente sarà in grado di allargare il consenso democratico o se continuerà a rappresentare uno spauracchio per gli elettori moderati, finendo per diventare un autogol.
La vera incognita è la reazione di The Donald
Ma al netto del risultato, mercoledì mattina, la vera incognita sarà la reazione di Trump. Se manterrà la maggioranza al Congresso, molti si attendono un inasprirsi di alcune sue politiche, a cominciare da un possibile nuovo attacco a Teheran. Se invece i repubblicani perdessero il controllo della Camera, e a maggior ragione del Senato, non tutti scommettono sull’aplomb e sul fair play del tycoon. Dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, c’è chi teme che Trump possa tentare di ampliare ulteriormente i propri poteri in caso di sconfitta. Tra le ipotesi c’è addirittura il ricorso alla legge marziale, nonostante gli ostacoli giuridici che comporterebbe. Inevitabilmente una simile iniziativa porterebbe a una dura reazione da parte dei democratici con conseguenze ben oltre i confini americani: quando entra in crisi la principale potenza economica e militare del mondo, a risentirne è anche l’Europa.
Donald Trump (Ansa).
Gli Stati in bilico da tenere d’occhio
Dunque gli appassionati di politica la notte del 3 novembre hanno già annullato ogni appuntamento e sono pronti con take away e thermos di caffè a sintonizzarsi sulle dirette tv e online. Il voto, ora italiana, si chiuderà in un arco temporale compreso tra l’una di notte di martedì e le 7 di mercoledì mattina. Ps. Per non perdere la testa e capire al volo come butta, questi sono i voti in bilico da tenere d’occhio, i seggi toss up che potrebbero spostare gli equilibri del Congresso, degli Usa e un po’ dei prossimi anni per tutti noi: per il Senato Texas, Alaska, Ohio, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Carolina del Nord e del Sud; per la Camera i distretti cruciali saranno 18 distribuiti tra Florida, California, Texas, Ohio, Iowa, Kentucky. Michigan, Montana, North Carolina, Virginia e Pennsylvania. Dunque martedì giornata di relax, perché la nottata sarà lunghissima.
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno trovato l’accordo, almeno sulle tempistiche: dalla prossima settimana «inizierà il confronto per definire il programma della coalizione entro novembre», mentre le primarie «si terranno entro il mese di febbraio». È quanto si legge in una nota congiunta dei leader del campo largo. Per quanto riguarda il programma, «parteciperanno ai tavoli le forze di opposizione rappresentate in Parlamento che condividono l’urgenza di costruire un’alternativa di Governo alla destra». Quanto alle primarie, spiegano Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, c’è il comune «obiettivo di farne un importante appuntamento di partecipazione democratica, in modo da assicurare una leadership che sia pienamente sostenuta da ogni forza del campo progressista».
Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).
Trovato inoltre l’accordo per organizzare a dicembre, «mentre si discute questa pessima manovra», una mobilitazione a carattere nazionale «per l’alternativa a quattro anni di governo Meloni che hanno prodotto carovita, crescita prossima alla zero e aumentato le diseguaglianze».
Sciopero e cortei in tutta Italia nel venerdì di protesta promosso dall’Usb contro carovita e riarmo: come prevedibile non stanno mancando gli incidenti. Cariche in piazza Castello a Torino da parte delle forze dell’ordine contro il corteo degli studenti e degli antagonisti: azionati anche gli idranti per respingere i manifestanti diretti verso la Prefettura. Prima della partenza della manifestazione per lo sciopero generale, un gruppo di agricoltori ha scaricato due bidoni di letame davanti al Municipio.
Corteo lungo la Tangenziale Est di Milano (Ansa).
A Milano occupata la Tangenziale Est
A Milano, dove sono circa 25 mila le persone scese in piazza, il corteo di protesta è arrivato sulla Tangenziale Est (chiusa preventivamente al traffico), rimasta bloccata per un’ora e mezza. I manifestanti sono poi rientrati in città dallo svincolo di Lambrate, per dirigersi verso piazza Leonardo Da Vinci.
Corteo a Roma (Ansa).
Tensioni in Veneto: feriti a Mestre e Vicenza
Tensioni in Veneto nei cortei organizzati contro il carovita. A Mestre (Venezia) sette poliziotti sono rimasti leggermente feriti, riportando contusioni e tagli, dopo il contatto con il corteo che cercava di sfondare il blocco del percorso della manifestazione. Tre invece i feriti tra i partecipanti al corteo di Vicenza: uno sarebbe stato colpito in testa da un lacrimogeno. A Treviso alcune uova colorate sono state lanciate contro la sede di Confindustria.
Tende piantate ai Fori Imperiali a Roma (Ansa).
Roma: tende ai Fori Imperiali e lancio di oggetti al Colosseo
A Roma i manifestanti hanno montato le tende ai Fori Imperiali dopo la conclusione del corteo di protesta. Lanci di oggetti contro le forze dell’ordine quando un gruppo di 300 manifestanti si è staccato ed è andato verso il Colosseo. Nel porto di Napoli i manifestanti hanno invaso pacificamente il varco Bausan. A Genova i manifestanti, come preannunciato, hanno occupato l’area portuale da dove poi raggiungeranno il centro. A Ravenna, come effetto del corteo organizzato dalla Filt Cgil, c’è stato il blocco operativo e del traffico del porto.
Dopo un’avventura lampo, durata giusto il tempo di tre settimane, Rosario Dimito ha già trovato la sua nuova destinazione lavorativa. E quale se non la realtà editoriale da settimane sulla bocca di tutti per l’intesa campagna acquisti del suo padrone, Leonardo Maria Del Vecchio? Sì, anche Dimito entra nella galassia di Qn, assunto con un contratto da editorialista.
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).
Il big delle pagine di economia quest’estate aveva lasciato Il Messaggero per trasferirsi, da settembre, al gruppo Sae di Alberto Leonardis, con l’incarico di fare contenuti per tutto il digital. Dopo appena 21 giorni, però, la brusca separazione. Qualcuno aveva rivisto Dimito nei paraggi di via del Tritone, a Roma, sede del suo vecchio quotidiano. Ma per lui niente ritorno all’ovile. Dopo l’esperienza flash a Torino, si passa alla corte di Lmdv. Al quale consigliamo, attento com’è a ricoprire i giornalisti di benefit e lauti stipendi, di non tralasciare alcun comfort, soprattutto quando si parla di stanze di alberghi…
Arci Milano rischia di chiudere per via del contenzioso col Comune di Sesto San Giovanni. Il casus belli è rappresentato dal debito di quasi 400 mila euro che l’associazione ha accumulato nei sette anni in cui ha gestito il Carroponte, peraltro trasformandolo da area abbandonata a sede dei concerti dei più rinomati artisti internazionali.
La proposta di saldarlo attraverso un piano di rientro in 10 anni
L’arretrato nasce dal consumo di energia elettrica, calcolato solo a posteriori perché con l’amministrazione di centrosinistra non si era pensato a installare contatori separati per spettacoli ed eventi targati Arci. L’associazione inizialmente ha contestato l’ammontare del debito, ma dopo la sentenza sfavorevole della Cassazione si propone di saldarlo attraverso un piano di rientro in 10 anni.
Il logo di Arci Milano.
Tuttavia il Comune – nel frattempo passato al centrodestra, con la storica svolta del 2017 – non sente ragioni. Il sindaco leghista Roberto Di Stefano sostiene di non poter accettare il pagamento a rate, se non vuole essere sanzionato dalla Corte dei conti per danno erariale.
Il sindaco di Sesto San Giovanni Roberto Di Stefano (foto Imagoeconomica).
Arci a sua volta ha presentato un ricorso al Tar e un esposto alla stessa Corte dei conti, affermando che l’amministrazione non verrebbe intaccata nei propri interessi, visto che in caso di mancato pagamento anche di una sola rata scatterebbe la procedura per il saldo del debito residuo. I vertici dell’associazione parlano di «scelta politica» e di un «comportamento da campagna elettorale», visto che nella primavera 2027 si torna a elezioni e, con Di Stefano non ricandidabile, il centrodestra cercherà un terzo successo consecutivo che non è per nulla scontato.
Propaganda, disinformazione e intelligenza artificiale. Un mix esplosivo ha travolto la campagna elettorale delle midterm americane in programma il 9 novembre. Non soltanto un test cruciale per il futuro politico di Donald Trump: queste elezioni di metà mandato sono anche le prime in cui l’IA ha raggiunto una potenza di fuoco tale da poter influenzare davvero le decisioni degli statunitensi. Eppure non è passato così tanto tempo dall’ultima volta in cui i cittadini sono stati chiamati alle urne. Erano le Presidenziali del 2024, Trump contro Kamala Harris. Solo che nel frattempo, in appena due anni, le grandi piattaforme social, dove milioni di elettori si informano, sono pericolosamente progredite a livello tecnologico: oggi YouTube, Facebook, Instagram, TikTok e X possono contare su sistemi avanzati basati sull’intelligenza artificiale. Per non parlare di Google, che con l’IA genera riassunti dei profili dei candidati, mentre chatbot come ChatGPT (di OpenAI) o Claude (Anthropic) sono diventati gli strumenti preferiti di chi cerca notizie sul web. E tutto questo come ha cambiato le regole del gioco?
«Ci stiamo addentrando in un territorio sconosciuto»
I politici e i loro staff ricorrono ormai sistematicamente all’intelligenza artificiale per creare contenuti propagandistici. Col rischio (e in alcuni casi proprio la spudorata intenzione) di somministrare agli utenti una dose massiccia di fake news, minacciando così l’integrità del voto. Frances Haugen, l’ex ingegnera di Facebook che ha svelato la tossicità della piattaforma di Mark Zuckerberg, ha spiegato al Guardian che «ora è possibile condurre una campagna d’informazione con una qualità che nel 2016 era impossibile, e a un prezzo molto, molto basso». L’esperto di politica digitale Deen Freelon ha detto al New York Times che «ci stiamo addentrando in un territorio sconosciuto».
Mark Zuckerberg (Ansa).
I soldi spesi nell’IA sono passati da 50 mila dollari a 137 milioni…
Sarà pure sconosciuto, ma, a quanto pare, questo territorio non spaventa i candidati alle midterm, specialmente i repubblicani di Trump. Del resto, nell’IA hanno trovato un’arma micidiale per plasmare la percezione che i cittadini hanno dei loro antagonisti alle urne. Così, come segnala Wesleyan Media Project, che monitora la pubblicità politica negli Usa, soltanto nel 2026 i candidati di entrambi i partiti hanno speso più di 137 milioni di dollari per generare, tramite l’intelligenza artificiale, oltre 220 annunci, il 70 per cento dei quali senza alcuna etichetta che avvertisse della creazione attraverso l’IA. E pensare che l’investimento in questo campo era quasi nullo nella tornata precedente: meno di 50 mila dollari.
L’80 per cento di questo materiale è di produzione repubblicana
Non sorprende constatare, poi, che l’80 per cento di questo materiale è di produzione repubblicana. Certo, Trump (o chi per lui del suo staff) da tempo inquina il dibattito pubblico con le sue clip provocatorie che periodicamente danno forma alla sua visione del mondo. Da quella che promuoveva la costruzione del lussuoso resort a Gaza, sopra i cadaveri dei palestinesi uccisi, a quelle in cui umiliava chi ha osato manifestare contro la sua deriva autoritaria. Fino al video in cui il presidente si è trasformato in un personaggio dei Lego che, a tempo di rap, si vanta dei presunti risultati del suo secondo mandato. In tutto, di questi assurdi filmati ne sono stati contati almeno 60.
Intanto, la normalizzazione dell’IA ci ha messo poco a travalicare i confini dell’accettabile. Una delle vittime è stato il democratico James Talarico, che aspira a strappare ai repubblicani del Texas uno dei loro seggi più preziosi al Senato. Il suo rivale, Ken Paxton, ha fatto ricorso all’intelligenza artificiale per creare uno spot in cui gli fa rivisitare, con parole sue, la Bibbia.
NEW AD: James Talarico is weaponizing faith to sell a radical agenda, and he even brags about hating Christianity. pic.twitter.com/Wa2nQ3vsIq
Talarico è finito nel mirino anche di Ryan Amacher, un provocatore di estrema destra nostalgico della Germania nazista, che ha pubblicato un audio deepfake in cui sembrava che il democratico fosse stato ricoverato in un centro di salute mentale.
Insomma, video e vocali iperrealistici, montaggi satirici e ibridi utilizzati in modo spregiudicato. Colpa anche dell’assenza di una legge federale che regoli l’uso della slopaganda – termine coniato dalla crasi fra propaganda e AI slop, cioè la “sbobba” o il contenuto digitale di bassa qualità prodotto con l’IA – e della profonda frammentazione delle norme a livello statale.
Senza dimenticare l’inadempienza dei doveri da parte dei colossi tech, che negli ultimi anni, specialmente dopo la vittoria alle Presidenziali di Trump, hanno ridotto gli sforzi per individuare e neutralizzare i contenuti manipolati. Per esempio sia Meta sia YouTube, di proprietà di Google, hanno eliminato nel 2023 le politiche contro le bufale che sostenevano la tesi della frode nella vittoria di Joe Biden nel 2020.
Donald Trump e Elon Musk (Ansa).
Musk, il più grande finanziatore della storia delle midterm
Come sottolineato da uno studio del Brennan Center for Justice, quei pochi meccanismi adottati da alcune aziende di intelligenza artificiale per arginare la disinformazione falliscono: sebbene smentiscano la teoria del complotto sulle elezioni rubate a Trump, la maggior parte dei chatbot non è in grado di identificare i deepfake, «nemmeno quando erano stati loro stessi a crearli». D’altronde, molte di queste società sono accusate di conflitto d’interessi per aver donato miliardi di dollari ai candidati in campo. L’esempio di Elon Musk è il più eclatante: il proprietario di X è il più grande finanziatore della storia delle midterm, avendo investito una cifra record compresa tra i 366 e i 446 milioni di dollari complessivi a sostegno della causa conservatrice.
Gli avvocati Francesco Di Deco e Francesco Petruzzi, legali di Maria Rosaria Boccia, hanno presentato una querela alla Procura di Torre Annunziata (Napoli), in cui viene ipotizzata una possibile manomissione del telefono cellulare dell’imprenditrice e dei dispositivi collegati.
Boccia dice di non riuscire a ricevere chiamate dal giornalista Carlo Tarallo
Boccia, stando alla querela, non riesce a ricevere chiamate dal giornalista Carlo Tarallo, assieme a lei coimputato davanti al Tribunale di Roma nel processo scaturito dalla denuncia per interferenze illecite presentata dall’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e dalla moglie, la giornalista Federica Corsini. Boccia ha pertanto chiesto di verificare se il suo smartphone sia stato oggetto di manomissioni eseguite da remoto e dunque l’eventuale sussistenza del reato di intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche attraverso l’uso di software malevoli. Alla querela sono state allegate una serie di schermate di chat su WhatsApp e la documentazione relativa al procedimento penale che vede imputati Boccia e Tarallo.
Riorganizzazione del team di comunicazione di Stellantis in Italia, diretto da Claudio D’Amico, tramite la redistribuzione degli incarichi tra cinque manager (operativi dal primo novembre) e l’accorpamento della gestione delle relazioni con la stampa di diversi marchi del gruppo.
I movimenti nel team di comunicazione di Stellantis in Italia
Dal primo novembre Marco Freschi, finora PR Manager di Fiat, Abarth, Fiat Professional, Stellantis Pro One, Stellantis Fleet & Business, assumerà l’incarico di PR Manager di Citroen e DS Automobiles. Andrea Gualano, già PR Manager di Jeep, Dodge e Ram, assumerà lo stesso ruolo per Fiat, Abarth, Fiat, Fiat Professional e Lancia. Marco Pontida entrerà in carica come PR Manager di Peugeot, mantiene lo stesso ruolo per Alfa Romeo. Stefano Virgilio diventerà PR Manager di Pro One e di Stellantis B2B, mantenendo l’incarico per Opel. Erika Camelin, che resterà PR Manager di Leapmotor, assumerà pure l’incarico di PR Manager di Parts & Service.
Sono stati presentati i risultati dei primi nove mesi del 2026 del gruppo Crédit Agricole in Italia, che ha conseguito un utile netto pari a 1,526 miliardi di euro, confermando l’Italia come secondo mercato domestico per Crédit Agricole, con una crescita dei ricavi pari a 4 miliardi di euro (+4,5 per cento a/a). La performance del Gruppo guidato da Hugues Brasseur, amministratore delegato di Crédit Agricole Italia e senior country officer, si riflette nel sostegno all’economia reale con un totale finanziamenti pari a 105 miliardi di euro (+3,9 per cento a/a) e una raccolta complessiva stabile a 348 miliardi di euro. Il Gruppo ha in Italia oltre 6 milioni di clienti e 16 mila collaboratori.
Utile netto di Crédit Agricole Italia a 708 milioni
Anche Crédit Agricole Italia ha presentato i risultati relativi ai primi nove mesi del 2026. L’utile netto consolidato si attesta a 708 milioni di euro, in crescita del 2,1 per cento su base annua. La banca ha continuato ad affiancare famiglie e imprese con un’offerta di prodotti e servizi ampia e completa, facendo leva sulle sinergie con tutte le società del Gruppo presenti in Italia. Il dinamismo commerciale è confermato dall’espansione della base clienti (+3 per cento a/a), con 152 mila nuove acquisizioni, risultato sostenuto dal costante contributo del canale digitale (38 per cento). La patrimonializzazione si conferma solida. Common equity tier 1 e total capital ratio si attestano, rispettivamente, a 13,3 per cento e 18,1 per cento, mantenendo un ampio margine rispetto ai requisiti minimi assegnati dalla Bce. A livello globale, il Gruppo Crédit Agricole ha ottenuto nei primi nove mesi del 2026 un utile netto di 8,302 miliardi, con ricavi pari a 31,378 miliardi di euro.