«L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro!». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, commentando un articolo del Guardian intitolato “L’Italia nega l’uso della base area in Sicilia agli aerei americani che trasportano armi per la guerra in Iran“. La vicenda com’è noto, risale a fine marzo, e anche l’articolo il pezzo del quotidiano britannico: post a scoppio ritardato per Trump.
Gli altri attacchi di Trump all’Italia (e a Meloni)
Una manifestazione per chiedere «pace e sicurezza» e dare la sveglia all’Europa affinché permetta ai singoli Stati di agire con sostegni economici per imprese e famiglie prima che sia troppo tardi. La Lega scende in piazza per la prima grande manifestazione da quando è al governo.
Matteo Salvini a un gazebo della Lega (Imagoeconomica).
A Milano tornano anche i trattori
Il partito di Matteo Salvini rincorre l’eco del passato. In piazza Duomo a Milano con i Patrioti europei, “Senza paura” cerca di replicare le grandi manifestazioni degli anni scorsi, come quella del 2014, “Stop invasione”, sempre nel capoluogo lombardo, contro il governo Renzi, l’operazione Mare nostrum e l’immigrazione irregolare. Oppure quella del febbraio 2015 a Roma, sempre contro Renzi, per la prima volta insieme con CasaPound. O ancora l’8 dicembre del 2018, “L’Italia rialza la testa”, nella Capitale, per celebrare i successi del governo con i 5 stelle. E la più nota, quella della chiusura della campagna elettorale delle Europee del 2019, con il giuramento di Salvini sul Vangelo davanti a un’affollata piazza Duomo milanese. Il tragitto è sempre lo stesso: si parte da piazza Oberdan alle porte dell’area C e si arriva sotto la Madonnina. Tornano persino i trattori (20 ne ha annunciati Salvini) con gli agricoltori, azzoppati dal caro energia, ad aprire e chiudere il corteo.
È scattata l’operazione riempi-piazza
«Ma altro che trattori», è lo sfogo di un big che interpreta il sentimento di segretari regionali, provinciali e tutti gli eletti, martellati da settimane. «Qui per far ‘schiodare’ la gente da casa ci servivano le gru», aggiunge. «Sarà per la guerra e perché la gente fa fatica ad arrivare alla fine del mese, ma mai avevo incontrato così tante resistenzea partecipare tra i nostri». Da settimane il tam tam di via Bellerio è assillante: Salvini chiama, chiede, pretende un censimento accurato di chi sarà presente. Il partito certo non è arrivato con le gru, ma ha messo a disposizione centinaia di pullman gratuiti da tutte le province. La macchina si è messa in moto soprattutto al Nord. E il segretario non si è risparmiato, impegnandosi nelle ultime ore prima della manifestazione in un tour de force di interviste a radio e tv.
Matteo Salvini durante una conferenza stampa in via Bellerio (Imagoeconomica).
Il momento no dell’internazionale sovranista
Il risultato di questa campagna dovrebbe portare a un afflusso di almeno 5.000 persone in piazza, è stato calcolato dalla Lega. Insomma, non un pienone (piazza Duomo contiene 10 mila persone) ma, viste le premesse, per i leghisti sarebbe una sfida vinta. Anche perché non è facile organizzare manifestazioni di questo tipo quando si è al governo, e non all’opposizione, soprattutto quando ci sono due guerre in corso, è il commento generale. Se poi sul palco si alterna l’internazionale sovranista, che, con Donald Trump, ha portato a questo caos, la manifestazione leghista sembra quasi un miracolo.
Matteo Salvini durante una conferenza stampa in via Bellerio (Imagoeconomica).
Dal Veneto di Stefani scarseggiano le adesioni
E forse lo è se si origlia alle porte delle stanze del partito. Per esempio, c’è chi fa notare che dal Piemonte dovrebbero arrivare circa 500 militanti. Più del doppio le presenze dalla Lombardia. E dal Veneto? Ecco, dalla Regione presieduta dal pupillo di Salvini, Alberto Stefani, fino a pochi giorni fa le adesioni arrivate erano solo 300. Uno scandalo per i leghisti non veneti. Se ne sarebbe lamentato anche il segretario.
Il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani (Ansa).
Quel sospetto di boicottaggio interno…
E poi c’è quella storia della “squadra di controllo” che avrebbe messo su la fronda anti-Romeo in Lombardia. I tre componenti del team avrebbero proceduto a un lungo giro di telefonate ai militanti lombardi per verificare la loro presenza o i motivi dell’eventuale assenza alla manifestazione. Telefonate già fatte dai segretari provinciali e da quello regionale, il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo. Di cui evidentemente non si fidano. Non è chiaro se l’operazione ‘Stasi’ sia stata ispirata da Salvini o sia autonoma. Nel primo caso sarebbe grave se il segretario avesse pensato che qualcuno in Lombardia stia remando contro di lui tanto da cercare di boicottare la manifestazione. Ma queste ormai sono storie di ordinario veleno in via Bellerio.
Dal Camerun, seconda tappa del suo viaggio apostolico in Africa, papa Leone XIV ha lanciato (senza citarlo) una frecciata a Donald Trump, criticando i «leader che spendono miliardi in guerre» e denunciando inoltre che il mondo «è devastato da una manciata di tiranni». Il pontefice ha anche detto: «Guai a coloro che manipolano la religione nel nome stesso di Dio per il loro guadagno militare, economico o politico, trascinando ciò che è sacro nell’oscurità e nella sporcizia». Insomma, il pontefice non ha fatto “quel” nome, ma è come se l’avesse fatto.
Indispettito dalla parole di Prevost contro la guerra all’Iran, Trump lo aveva definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», aggiungendo che non sarebbe in Vaticano senza di lui alla Casa Bianca. Il pontefice aveva replicato di non aver paura dell’Amministrazione Trump, aggiungendo che avrebbe continuato a «parlare del Vangelo e quindi ad alta voce contro la guerra». Il presidente Usa a quel punto aveva rincarato la dose: «Qualcuno può per favore dire a papa Leone che l’Iran ha ucciso almeno 42 mila manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi, e che per l’Iran possedere una bomba nucleare è assolutamente inaccettabile?». Al fianco del capo della Casa Bianca si è schierato il vicepresidente JD Vance, cattolico convertito (e pure ricevuto dal papa in Vaticano), il quale è arrivato a dire che «il papa dovrebbe essere cauto quando parla di teologia», aggiungendo poi: «Come si può dire che Dio non sia mai dalla parte di chi impugna la spada? Non era forse dalla parte degli americani che liberarono i campi di concentramento?».
Mi si nota di più se attacco Donald Trump a muso duro o se mi smarco parzialmente? L’Ecce Bombo di Matteo Salvini va avanti da settimane. Almeno da quando il capo della Casa Bianca ha iniziato quella «stramaledetta guerra» contro l’Iran, come l’ha definita il leghista. Da lì tutto è cambiato.
Matteo Salvini in versione Ecce Bombo (Immagine realizzata con l’IA).
La solidarietà tardiva a Giorgia Meloni
In via Bellerio, ancor prima di perdere il referendum, erano certi che il centrodestra sarebbe stato fortemente danneggiato dagli effetti dell’escalation in Medio Oriente. E quindi via all’operazione di smarcamento progressiva, ancor prima che fosse costretta ad avviarla Giorgia Meloni. Ora che la premier è stata netta dopo l’attacco di Trump al Papa, Salvini smorza un po’. Pochi se ne sono accorti ma il leader leghista è stato l’ultimo a esprimere solidarietà a Meloni per l’intervista al Corriere della Sera in cui il presidente Usa si diceva «scioccato» dal mancato coraggio della premier. Martedì, il giorno dell’intervista, il leghista è rimasto in assoluto silenzio. La solidarietà a Meloni è arrivata solo in conferenza stampa a mezzogiorno del giorno dopo, sollecitata dalla domanda di un cronista.
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Ansa).
La Lega è divisa sulla linea da tenere con Trump
Questo perché sulla linea da adottare con Trump il dibattito nel partito è ancora acceso. Se ne è parlato nella riunione del consiglio federale. I big si sono divisi tra quelli più tranchant dopo l’attacco al Papa, come il presidente della Camera Lorenzo Fontana, e quelli che vorrebbero adottare una linea più soft, come i capigruppo di Camera e Senato. Insomma – è il ragionamento di Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo – abbiamo sostenuto Trump fin dal 2016, festeggiato l’approdo di un sovranista alla Casa Bianca, e ora che si comporta da sovranista non possiamo rinnegare di punto in bianco la nostra collocazione. Occorre essere più cauti. La discussione è aperta nel partito. Ed è così che se ci sono giornate in cui il segretario si lascia andare alla critica, poi cerca di rimediare nelle ore successive.
Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).
Salvini ha preso le distanze anche dall’amico Bibi
Diversamente dai vertici di Fratelli d’Italia e di Forza Italia, allo stato molto assorbiti dalle vicende interne di partito, gli ex lumbard hanno ancora un confronto assiduo con il territorio, il mondo produttivo, le partite Iva, gli artigiani, la ‘vecchia’ base. E dai sondaggi delle settimane scorse il verdetto è arrivato inappellabile: contro Trump e contro la guerra. La sentenza contro chi appoggia il conflitto è così netta che Salvini, premiato meno di un anno fa come politico «miglior amico di Israele» da alcune associazioni ebraiche alla presenza dell’ambasciatore di Tel Aviv, ha preso le distanze persino da Benjamin Netanyahu. Dall’amico israeliano, il capo leghista era volato a febbraio 2025, quando già da un anno la Corte internazionale di giustizia parlava di «genocidio» della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza (più prudente Meloni che non si è fatta fotografare con Netanyahu dal 2023).
Matteo Salvini e Benjamin Netanyahu nel 2025 (Imagoeconomica).
Mentre il sovranismo arranca, a Milano si ritrovano i Patrioti
Ma ora, appunto, tutto è cambiato. Meloni ha annunciato la sospensione del rinnovo del memorandum di collaborazionecon Israele nel settore della difesa e la giravolta si è completata. Messo in un cassetto l’impopolare Trump con la scusa dell’attacco al Papa, e abbandonato anche Netanyahu, di amici ‘scomodi’ al leghista resta Viktor Orbán, azzoppato però dalla sconfitta alle elezioni in Ungheria. E in un contesto di grande difficoltà del sovranismo mondiale, in tempi in cui le guerre alle porte dell’Europa stanno producendo gravi conseguenze alle economie del Continente, non è facile mobilitare i militanti sotto la bandiera dei Patrioti europei il 18 aprile. Con quale messaggio, idea o progetto, poi? La manifestazione era stata lanciata da Salvini al raduno di Pontida, lo scorso settembre. Parola d’ordine: «Difesa dei valori dell’Occidente», dopo l’uccisione del ‘trumpista’ Charlie Kirk. L’evento avrebbe dovuto tenersi il giorno di San Valentino, poi è stato posticipato per la coincidenza con le Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Col passare dei mesi tutto è cambiato e di Kirk, in Italia, non parla più nessuno. Ma la manifestazione organizzata dal gruppo a Strasburgo era convocata e si deve tenere.
Matteo Salvini a un gazebo della Lega (Imagoeconomica).
L’Europa torna a essere il nemico
A sostegno del leghista saranno presenti, tra gli altri, il primo ministro ceco Andrej Babis, tra gli uomini più ricchi del Paese, una sorta di Silvio Berlusconi di Bratislava (dove è nato), l’anti-Islam Geert Wilders e il francese Jordan Bardella che, da poco “paparazzato” da Paris Match con l’ereditiera Maria Carolina di Borbone, potrebbe essere il candidato del Rassemblement National alle prossime presidenziali francesi. Attesi i messaggi di Marine Le Pen e Santiago Abascal di Vox, la manifestazione dovrebbe essere incentrata sui temi dell’economia e sulla richiesta di maggiore flessibilità europea in questo momento di difficoltà economica. Nel dubbio se smarcarsi troppo o troppo poco da Trump, intanto si preferisce attaccare l’Europa.
Il giudice monocratico del tribunale di Roma ha assolto Roberto Saviano dall’accusa di diffamazione nei confronti di Matteo Salvini. Il segretario della Lega aveva denunciato l’autore di Gomorra per averlo chiamato «ministro della malavita» nel 2018, in risposta ad alcuni post in cui l’allora titolare del Viminale polemizzava sulla scorta allo scrittore. A distanza di otto anni, il tribunale di Roma ha stabilito che il fatto non costituisce reato.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Cosa aveva detto Saviano a Salvini nel 2018
«Le parole pesano, e le parole del ministro della malavita, eletto a Rosarno con i voti di chi muore per ‘ndrangheta, sono parole da mafioso. Le mafie minacciano. Salvini minaccia», aveva detto Saviano, che avrebbe poi ripetuto negli anni la stessa espressione. Lo scrittore ha sempre affermato che la sua critica a Salvini nasceva da una posizione culturale e politica ben precisa, citando Gaetano Salvemini per sottolineare la tradizione di denuncia morale nei confronti del potere.
Saviano: «Salvini mi ha perseguitato per anni»
Dopo la sentenza, Saviano ha dichiarato: «Salvini per anni mi ha perseguitato letteralmente, facendo campagne elettorali su di me. Soprattutto, lo ricorderete, continuando a dichiarare che avrebbe tolto la mia scorta. Questa sentenza ci dimostra che lui aveva preso in considerazione la possibilità di consegnarmi ai clan. Chi chiede di togliere la scorta a chi è scortato dallo Stato, senza tra l’altro addurne una motivazione, sta accettando di consegnare la persona ai clan. Questa sentenza per me, soprattutto, va a sottolineare questo».
Gli Stati Uniti sono pronti a riprendere le operazioni militari nel caso in cui l’Iran rifiuti un accordo. Lo ha affermato il capo del Pentagono Pete Hegseth a pochi giorni da un possibile secondo round di negoziati. Hegseth ha inoltre sostenuto che gli Usa stiano controllando il traffico nello Stretto di Hormuz, affermando che Teheran «non ha più una marina militare», aggiungendo che Washington manterrà il blocco navale «per tutto il tempo necessario», a meno che gli iraniani «non scelgano saggiamente». «Se sceglieranno male, allora si troveranno di fronte a un blocco e a bombardamenti contro infrastrutture, energia e settore energetico». Quindi la minaccia diretta: «Prego che scegliate un accordo alla vostra portata, per il bene del vostro popolo e del mondo».
Mondo del calcio in lutto per la morte dell’ex portiere della Juventus e della Nazionale austriaca Alex Manninger, travolto da un treno mentre con la sua auto attraversava un passaggio senza barriere nei pressi di Salisburgo. Aveva 48 anni. Illesi circa 25 passeggeri del treno locale che si è scontrato col minivan di Manninger, così come il macchinista. Da verificare se il segnale rosso in corrispondenza del passaggio a livello fosse attivo o meno.
La carriera di Manninger con i club e l’Austria
Nato nel 1977 a Salisburgo, Manninger dopo gli esordi in patria si era trasferito all’Arsenal, militando nel club londinese fino al 2001, anno in cui si era trasferisce in prestito Fiorentina. Aveva poi terminato la stagione successiva, iniziata in Spagna con l’Espanyol, vestendo la maglia del Torino. In seguito aveva difeso la porta di Bologna, Brescia e Siena, con un intermezzo nel Salisburgo. Poi l’ingaggio, nel 2008, da parte della Juventus: quattro le stagioni vissute in bianconero. Nel 2012 era passato all’Augusta, in Germania, dove era rimasto per altri quattro anni. Aveva poi chiuso la carriera nel 2017 dopo una stagione al Liverpool. Come detto, Manninger ha giocato anche in Nazionale: 33 le presenze collezionate tra il 1999 e il 2009.
Oggi è un giorno tristissimo. Se n'è andato non solo un grande atleta, ma un uomo dai valori rari: umiltà, dedizione e una serietà professionale fuori dal comune.
Juventus esprime il proprio cordoglio per la scomparsa di Alex Manninger e si stringe alla famiglia in questo… pic.twitter.com/lLZnKs4tvg
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, funzionari del Pentagono hanno avuto colloqui con alti dirigenti del settore automobilistico, tra cui l’amministratore delegato di Ford, Jim Farley, e la presidente e ceo di General Motors, Mary Barra, nel croso dei quali hanno chiesto la disponibilità a passare rapidamente alla produzione militare.
Logo di General Motors a Wall Street (Ansa).
Sta aumentando la preoccupazione per l’esaurimento delle scorte di armi
I colloqui del Dipartimento della Difesa con aziende come Ford e General Motors si inseriscono in un contesto di crescente preoccupazione per l’esaurimento delle scorte di armi americane, che ha spinto i funzionari statunitensi a cercare alternative ai tradizionali appaltatori per incrementare la produzione di armi e altre forniture militari. Le fonti del Wsj hanno spiegato che i colloqui sono iniziati prima dell’inizio della guerra con l’Iran, alla fine di febbraio, e che al momento hanno carattere preliminare.
La “chiamata alle armi” del settore automotive sarebbe qualcosa di già visto
Un funzionario del Pentagono ha spiegato al Wsj che il Dipartimento della Difesa «si sta impegnando a espandere rapidamente la sua base industriale, sfruttando tutte le soluzioni e tecnologie commerciali disponibili per garantire che i militari mantengano un vantaggio decisivo». La “chiamata alle armi” del settore automotive sarebbe qualcosa di già visto: durante la Seconda guerra mondiale, infatti, le case automobilistiche statunitensi interruppero la produzione di veicoli civili per realizzare bombardieri, motori per aerei e camion.
Donald Trump e Pete Hegseth, capo del Pentagono (Ansa).
Trump aveva chiesto aiuto alle case automobilistiche già durante la pandemia
Non è la prima volta che Donald Trump si rivolge direttamente alle case automobilistiche americane. Durante le prime fasi della pandemia di Covid, infatti, GM e Ford avevano collaborato col settore sanitario per produrre decine di migliaia di ventilatori.
Le giornaliste e i giornalisti italiani scioperano, il 16 aprile, per la terza volta. Non lo facciamo a cuor leggero, ma riteniamo che sia necessario informare i lettori, la società e la politica di ciò che sta accadendo nel nostro settore, tanto fondamentale per la democrazia quanto fragile.
Il contratto stipulato con gli editori della Fieg per regolare il lavoro dei giornalisti dipendenti è scaduto da 10 anni, anni in cui gli editori hanno goduto di aiuti pubblici, mentre i nostri stipendi sono stati erosi dall’inflazione. Non esiste alcuna regola per l’uso dell’intelligenza artificiale e per il giusto riconoscimento economico agli autori dei contenuti ceduti agli Over the top.
E va anche peggio alle migliaia di colleghe e colleghi collaboratori e a partita Iva che da anni attendono la determinazione dell’equo compenso e che per questo motivo hanno redditi che sono sotto la soglia di povertà.
Gli editori si sono garantiti tagli del costo del lavoro ricorrendo a pratiche di dumping contrattuale attraverso l’uso smodato del lavoro precario. Con il nostro lavoro e i nostri sacrifici quotidiani, siamo gli azionisti di maggioranza di molte aziende editoriali.
Per la Federazione nazionale della Stampa italiana dignità e futuro dell’informazione passano attraverso il rinnovo contrattuale, il recupero salariale e la difesa dei diritti che non sono privilegi, ma il modo con cui possiamo resistere alle minacce, dentro e fuori dalle redazioni.
La dignità del nostro lavoro incide pesantemente sulla qualità dell’informazione che arriva a voi cittadini. Per questo riteniamo anche che il settore debba essere finanziato di più e meglio, che i finanziamenti non possano produrre la distruzione e l’appiattimento dell’informazione, ma riportare ricavi alle testate. Noi giornalisti siamo pronti a parlarne e a confrontarci. Ma gli editori?
Alla fine è saltata l’alleanza tra la Cisl e Giorgia Meloni. E pure male. «Tutta colpa del referendum», sibilano nei corridoi di Palazzo Chigi: da parte governativa pare infatti che ci siano state pesanti lamentele (per non dire di peggio) nei confronti di quello che viene considerato «lo scarsissimo apporto della Cisl nella campagna referendaria sulla giustizia». Luna di miele terminata, dunque. E chi ci rimette, in questo caso? L’ex numero uno del sindacato cattolico, Luigi Sbarra, chiamato alla corte della premier con un incarico da sottosegretario con delega al Sud. «Se la Cisl non ci porta voti, allora cosa ci facciamo?», è la domanda che circola tra quelli di Fratelli d’Italia. Senza capire però che alla base della mancanza di interesse sindacale c’era l’orientamento della Chiesa cattolica, che non vedeva certo di buon occhio il referendum. Fatto sta che anche con il cosiddetto decreto Primo maggio il governo non ha voluto pacificare gli animi, in vista della festa dei lavoratori, con il risultato che la Cisl è tornata a battagliare insieme alla Cgil e alla Uil, lasciando Meloni con il cerino in mano.
Così Maurizio Landini, Pierpaolo Bombardieri e Daniela Fumarola ora parlano continuamente tra loro. Anche davanti a tutti, non solo nelle stanze private e al telefono. Un plateale “ritorno nella Triplice” da parte della Cisl è avvenuto, oltretutto, in occasione del tradizionale evento organizzato da Confcommercio nella romana Villa Miani, officiato da Carlo Sangalli detto Carluccio, classe 1937, il quale è impegnato nella battaglia contro il “dumping contrattuale”, mettendosi così pure lui insieme al fronte dei sindacati.
Per il governo si tratta di una disfatta totale se pure i commercianti si mettono a remare contro Palazzo Chigi. In cima a Monte Mario l’esecutivo ha inviato come rappresentante Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro ed ex sindacalista dell’Ugl che però non ha convinto nessuno dei presenti, a proposito del decreto che dovrebbe riscrivere le regole della rappresentanza sindacale: si è messo a parlare di un «incentivo alla contrattazione», poi ha detto che di soldi ce ne sono pochi, ma che «come Lega pensiamo che si debba sforare il patto di stabilità». Insomma, «acqua fresca», per usare un commento della sala.
Da sinistra Pierpaolo Bombardieri, Claudio Durigon, Carlo Sangalli, il suo vice Mauro Lusetti, Maurizio Landini e Daniela Fumarola (foto Imagoeconomica).
Glaciale la frase pronunciata da Landini, per mettere alle corde il governo e dare l’idea del rinnovato clima d’intesa tra i sindacati, con la Cisl pronta a fare la propria parte insieme a Cgil e Uil: «Riabituatevi a vederci insieme». Senza dimenticare di dire che «il governo sta discutendo dell’ennesimo decreto Primo maggio senza le parti sociali, come ha già fatto, e non ci sono stati risultati importanti per chi lavora. Dovrebbero imparare dall’esperienza: sarebbe meglio si fermassero». La festa dei lavoratori segnerà un punto di non ritorno, tagliando ogni rapporto con il governo. Un fatto che, in vista delle prossime elezioni politiche, si può tradurre in un serio problema per Giorgia Meloni.
Mazzi, un ministro coi piedi per terra
Il 16 e il 17 aprile i ministri del Turismo dell’Ue si sono dati appuntamento in quel di Lefkosia, a Cipro, per un incontro informale per favorire la collaborazione tra i 27 e stabilire linee d’azione comuni. Pare però che il neo nominato Gianmarco Mazzinon parteciperà al meeting, almeno non in presenza. Il motivo? La sua notoria paura di volare. Alquanto bizzarro per chi si occupa di promuovere le mete italiane all’estero…
Gianmarco Mazzi in versione (improbabile, vista la sua paura) pilota d’aereo.
Sciopero dei giornalisti, ma a Rai 2 c’è Federico Rampini
Sciopero dei giornalisti, con la Rai che non propone telegiornali: però, nonostante la serrata dell’informazione, al mattino c’è Rai2 Social Club, con Luca Barbarossa, che per tantissimo tempo ospita Federico Rampini, invitato a parlare degli Stati Uniti d’America, ovviamente con il suo ultimo libro da promuovere…
Martelli alla Camera, Amato alla Fondazione Besso
I socialisti sono scatenati: nella giornata di giovedì, a Montecitorio, nella sala della Regina, per “Cultura socialista” è in programma il quarto appuntamento del ciclo di sei seminari organizzati dalla Camera dei deputati sulle culture politiche in occasione dell’80esimo anniversario dell’elezione dell’Assemblea Costituente, con guest starClaudio Martelli. Alla Fondazione Marco Besso, sempre per parlare della Costituzione, ecco l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato. E alle riunioni dei socialisti di solito si presentano in tanti…
È morto Emmanuele Emanuele
Nella notte tra il 15 e il 16 aprile è morto Emmanuele Francesco Maria Emanuele: nato nel 1937, ha guidato per tanti anni la Fondazione Roma. Voleva essere ricordato come «mecenate e filantropo», per le innumerevoli manifestazioni artistiche realizzate e i musei creati nella Capitale.
Emmanuele Francesco Maria Emanuele con Sergio Mattarella nel 2019 (foto Imagoeconomica).
Passaggio di testimone ai vertici della comunicazione di Regione Lombardia e alla direzione di Lombardia Notizie: al posto di Pierfrancesco Gallizzi è subentrato Davide Bertani. In Regione da più di 22 anni, Bertani dal 2019 al 2024 è stato condirettore del sito dell’agenzia di stampa ufficiale della Giunta e poi dirigente responsabile della comunicazione di Areu, l’Agenzia regionale emergenza urgenza fino alla promozione dello scorso aprile. Inoltre è consigliere nazionale della Fnsi. Gallizzi, che ha lasciato l’incarico a due anni dalla fine naturale della consiliatura, come aveva anticipato Lettera43, è passato in ACI dove ha trovato come presidente Geronimo La Russa, del cui padre Ignazio era stato portavoce ai tempi in cui l’attuale presidente del Senato era ministro della Difesa.
Giovedì 16 aprile 2026 i soci di Banco Bpm si sono riuniti a Milano per rinnovare la governance, confermando l’amministratore delegato Giuseppe Castagna e il presidente Massimo Tononi per un nuovo mandato. La lista del cda ha infatti ottenuto il 58,87 per cento dei voti, accaparrandosi 10 posti in Consiglio. Quattro sono andati ai francesi di Credit Agricole, che hanno ottenuto il 30,9 per cento delle preferenze, e uno ad Assogestioni, che ha registrato l’8 per cento. Dopo la notizia della riconferma dei vertici, il titolo di Banco Bom ha registrato un rialzo di quasi tre punti percentuali a Piazza Affari. Alla votazione era presente il 72,32 per cento del capitale. Il nuovo Consiglio di Piazza Meda che sarà in carica fino alla primavera del 2029 risulta così composto: Massimo Tononi (presidente), Giuseppe Castagna (amministratore delegato), Marina Mantelli, Luigia Tauro, Alberto Oliveti, Costanza Torricelli, Eugenio Rossetti, Giovanna Zanotti, Francesco Mele, Silvia Stefini (lista del cda), Domenico Siniscalco, Frederic de Courtois, Rossella Leide, Alessio Foletti (Credit Agricole) e Giampiero Massolo (Assogestioni).
Nell’ambito dei colloqui con gli Stati Uniti, l’Iran potrebbe valutare la possibilità di consentire alle navi di attraversare liberamente lo Stretto di Hormuz dal lato omanita senza rischio di attacchi, a condizione che i negoziati con Washington producano un’intesa capace di scongiurare una nuova escalation. Lo riporta Reuters, citando un funzionario di Teheran. La fonte non ha specificato se la Repubblica Islamica è intenzionata o meno a consentire l’attività di bonifica dalle mine navali posizionate nel tratto di mare e nemmeno se il libero transito verrebbe consentito a tutte le imbarcazioni, comprese quelle collegate a Israele.
Da Hormuz passa un quinto dei flussi di greggio e gnl
La guerra intrapresa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha causato la più grande interruzione di sempre delle forniture globali di petrolio e gas a causa del blocco del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20 per cento dei flussi mondiali di greggio e gnl, oltre un’enorme quantità di altre merci strategiche, tra cui i fertilizzanti. La proposta di libero passaggio dal lato omanita – l’architettura dei transiti nello stretto si fonda sul sistema di separazione del traffico a doppio senso adottato nel 1968 – rappresenterebbe il primo passo indietro di Teheran rispetto alle idee più aggressive emerse nelle scorse settimane. Tre esse l’imposizione di pedaggi alle navi per il transito attraverso la via navigabile internazionale e l’affermazione della sovranità su Hormuz, considerate dall’industria navale globale misure unilaterali senza precedenti e in violazione delle convenzioni marittime.
Intanto prosegue il blocco navale imposto dagli Stati Uniti
A complicare ulteriormente la situazione, dal 13 aprile le forze armate statunitensi stanno mettendo in atto un blocco navale nei confronti delle imbarcazioni di tutte le nazioni che (adeguandosi alle richieste di pedaggio) entrano o escono dai porti iraniani, compresi quelli affacciati sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman. L’esercito di Teheran ha avvertito di essere pronto a bloccare il traffico commerciale nel Mar Rosso, se tale azione da parte degli Usa dovesse proseguire.
Nella notte tra il 15 e il 16 aprile 2026 la Russia ha lanciato una nuova ondata di attacchi su larga scala contro l’Ucraina, colpendo diverse città con centinaia di droni e decine di missili. Il bilancio provvisorio è di almeno 16 morti e circa 100 feriti. Tra le vittime anche un ragazzo di 12 anni, ucciso a Kyiv. Proprio nella capitale sono scoppiati numerosi incendi e diversi edifici sono stati danneggiati, per un totale di quattro vittime: Squadre di emergenza hanno lavorato per ore tra le macerie e diversi paramedici sono rimasti feriti, come reso noto dal sindaco Vitali Klitschko. Tra le altre città colpite figurano Odessa, dove sono morte nove persone e sono state danneggiate infrastrutture portuali e civili, e Dnipro, dove si sono registrate due vittime. Secondo l’aeronautica ucraina, gran parte dei droni e dei missili è stata intercettata, ma una quota degli ordigni ha raggiunto i bersagli.
Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato sul suo canale Telegram un elenco di aziende europee che, secondo Mosca, sarebbero coinvolte nella produzione di droni d’attacco per Kyiv. Le liste sono in realtà due: quella delle “filiali di aziende ucraine in Europa” comprende 11 aziende, mentre sono 10 le “aziende straniere produttrici di componenti”. Degli elenchi fanno parte anche alcune ditte italiane.
Medvedev: «Sono potenziali obiettivi per le forze armate russe»
Mosca ha giustificato la pubblicazione delle due liste spiegando che «l’opinione pubblica europea non solo deve comprendere chiaramente le vere cause delle minacce alla propria sicurezza», ma anche «conoscere gli indirizzi e le sedi delle imprese ‘ucraine’ e ‘congiunte’ che producono droni e componenti per Kyiv sul territorio dei loro Paesi». Dmitry Medvedev, ex presidente e primo ministro, oggi il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, ha scritto su X: «L’elenco degli stabilimenti europei che producono droni e altre attrezzature rappresenta un elenco di potenziali obiettivi per le forze armate russe. Quando gli attacchi diventeranno realtà dipenderà da cosa accadrà in seguito. Dormite sonni tranquilli, partner europei!».
Russian Defense Ministry’s statement must be taken literally: the list of European facilities which make drones & other equipment is a list of potential targets for the Russian armed forces. When strikes become a reality depends on what comes next. Sleep well, European partners!
Per l’Italia citati prodotti in quattro stabilimenti, uno a Venezia
Secondo il Ministero della Difesa russo, componenti per i droni ucraini sono prodotti da aziende in Germania, Turchia, Israele, Spagna, Italia e Repubblica Ceca. In Germania, i motori a pistoni verrebbero prodotti nella città di Hanau. In Spagna, a Madrid verrebbero realizzati i ricevitori di segnali di radionavigazione satellitare. In Repubblica Ceca, la produzione si concentrerebbe a Praga; in Israele a Haifa e Or Yehuda; in Turchia, a Ankara e Yalova. Per quanto riguarda l’Italia, Mosca sostiene che i componenti per i droni ucraini vengono prodotti in quattro stabilimenti, uno dei quali si trova a Venezia. L’elenco comprende poi società di Londra, Monaco di Baviera, Riga e Vilnius.
Il Gruppo Mondadori ha sottoscritto un contratto per l’acquisizione del ramo d’azienda relativo all’editoria scolastica di Hoepli. L’operazione, si legge in una nota, è attesa perfezionarsi entro il primo semestre dell’esercizio in corso, subordinatamente all’avveramento di specifiche condizioni sospensive. Si ricorda che il 10 marzo 2026 l’assemblea dei soci della storica libreria e casa editrice Hoepli ha deciso per lo «scioglimento volontario della società e la sua messa in liquidazione all’esito di una sofferta e approfondita riflessione sulla situazione complessiva della società stessa».
Dopo l’incontro a livello di ambasciatori tenutosi a Washington, Donald Trump ha annunciato su Truth che Israele e il Libano terranno colloqui oggi, giovedì 16 aprile, a distanza di 34 anni dall’ultima volta. Sebbene il tycoon non abbia esplicitamente nominato i partecipanti alla conversazione prevista, tutto lascia pensare che si riferisse al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e al presidente libanese Joseph Aoun. Nessuno dei due, però, ha ufficialmente confermato l’imminente colloquio.
Gila Gamliel, membro del Gabinetto di Sicurezza e ministra della Scienza e della Tecnologia, ha dichiarato alla radio dell’IDF che Netanyahu e Aoun avranno un colloquio diretto nel corso della giornata. Tuttavia, sia Agence France-Presse che Reuters citano una fonte ufficiale libanese che, commentando l’annuncio di Trump, ha affermato di non essere a conoscenza di alcuna conversazione imminente tra i due leader.
Benjamin Netanyahu (Imagoeconomica).
Gli ultimi colloqui diretti risalgono all’inizio degli Anni 90
Un colloquio diretto tra Netanyahu e Aoun sarebbe in effetti una circostanza peculiare, anche se fosse solo una telefonata. Vero, il 14 aprile a Washington si sono incontrati l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter e l’ambasciatrice libanese Nada Hamadeh Mouawad: le parti, dopo decenni di silenzio diplomatico, hanno concordato di avviare negoziati diretti, i primi dal 1993. Ma l’incontro è stato mediato dal segretario di Stato Usa Marco Rubio.
Joseph Aoun (Ansa).
Beirut chiede un cessate il fuoco prima di avviare negoziati
L’ultimo precedente di colloqui diretti risale alla Conferenza di Madrid del 1991, che aprì a negoziati bilaterali proseguiti per due anni, i quaali non sfociarono però in un accordo di pace. Da allora, i contatti sono avvenuti solo in forma indiretta, anche a causa della legislazione libanese che vieta rapporti con lo Stato ebraico. E poi c’è il fattore-Hezbollah, che ha un enorme peso politico (e non solo) nel Paese dei cedri. La notizia di possibili colloqui diretti arriva in un momento in cui l’IDF ha intensificato le operazioni contro il gruppo islamista nel Libano meridionale. Beirut esige un cessate il fuoco come precondizione per qualsiasi colloquio pubblico e diretto a un livello così elevato, mentre Tel Aviv, in questa fase, rimane riluttante a impegnarsi per una tregua, adducendo la necessità di proseguire gli attacchi contro Hezbollah.
Una giuria di Manhattan ha stabilito che Live Nation, il colosso dei concerti che possiede anche Ticketmaster, ha agito in un regime di monopolio. Il giudice che presiede il caso, Arun Subramanian, stabilirà in un procedimento separato le sanzioni che potrebbero includere disinvestimenti significativi da parte di Live Nation o persino lo smembramento di Live Nation e Ticketmaster, un esito che il governo federale aveva invocato al momento della presentazione del caso, quasi due anni fa, sotto la presidenza di Joe Biden. Il gigante dovrà inoltre far fronte a risarcimenti economici nei 34 Stati americani che hanno intentato la causa. La giuria ha stabilito, infatti, che Ticketmaster ha applicato ai consumatori un sovrapprezzo di 1,72 dollari per ogni biglietto.
Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, il 15 aprile ha negato che gli Stati Uniti siano «formalmente» al lavoro per un’estensione del cessate il fuoco con l’Iran, aggiungendo tuttavia che Washington rimane «molto impegnata in questi negoziati». Secondo quanto filtra dal Pakistan, però, i due Paesi sono già impegnati in colloqui indiretti volti a estendere di due settimane la tregua, in scadenza il 22 aprile. L’Iran, da parte sua, ha ribadito la propria disponibilità a proseguire i negoziati.
Islamabad è pronta a ospitare un nuovo round di colloqui
Un secondo round di colloqui si terrà «molto probabilmente» a Islamabad, ha affermato Leavitt, sottolineando che la Casa Bianca è «fiduciosa sulle prospettive di un accordo» dopo il fallimento dei negoziati per raggiungere la pace. Fonti di Teheran hanno riferito che l’Iran ha chiesto la fine degli attacchi israeliani contro il Libano come precondizione per un nuovo ciclo di negoziati con gli Stati Uniti. Tel Aviv, da parte sua, ha descritto i suoi colloqui col governo libanese a Washington come «un’opportunità storica» per porre fine al controllo sul Paese dei cedri da parte di Hezbollah, proxy dell’Iran.
C’è un’ironia sottile, quasi crudele, in quello che è accaduto mercoledì all’assemblea del Monte dei Paschi. Mentre la Procura di Milano continua a scavare, convinta dell’esistenza di un concerto tra Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri nell’operazione che ha portato la banca senese a mettere le mani su Mediobanca, gli stessi protagonisti si sono presentati all’appuntamento per il rinnovo dei vertici suonando spartiti diversi.
Il vecchio ad defenestrato torna in sella
Concerto che diventa sconcerto, dunque. Per i protagonisti, ma anche per quanti, quasi tutti, avevano scommesso sulla vittoria della lista del cda uscente. Tanto più che il nuovo amministratore delegato, che poi è il vecchio appena defenestrato, torna in sella pur essendo a sua volta toccato dall’accusa di aver partecipato (concorso esterno, bizzarra e assai discutibile formula) a quel medesimo concerto. Luigi Lovaglio, fatto scendere dal podio, ci è risalito nell’incredulità generale. Forse anche nella sua. Ma veniamo ai concertisti, presunti tali. Delfin, cioè la famiglia Del Vecchio, vota contro la lista del cda uscente, quella che aveva in Caltagirone il suo sponsor più convinto. E aggiunge a una storia già piuttosto barocca un elemento quasi teatrale, che i magistrati milanesi faranno fatica a incasellare nelle loro costruzioni. Il mondo al contrario, direbbe qualcuno.
Luigi Lovaglio (Ansa).
Dalla rottura tra Caltagirone e Lovaglio al colpo di scena di Delfin
Breve riassunto delle puntate precedenti. Il governo stoppa UniCredit nel tentativo di scalata a Bpm, invocando un golden powerche grida vendetta per la sua bislaccheria. Nel frattempo spinge Mps a osare l’inosabile: l’assalto a Piazzetta Cuccia, con un occhio a ciò che davvero conta, il controllo delle Generali. L’operazione riesce. Fine della storia? Nemmeno per sogno, perché subito qualcosa si incrina. Lovaglio e Caltagirone, che all’indomani della conquista di Milano si scambiavano affettuosi convenevoli, si dividono sulla gestione della preda. Il consiglio si spacca e si arriva alla resa dei conti. E qui il colpo di scena. Delfin vota contro la lista del cda, quindi contro il suo alleato Caltagirone. Una scelta che riflette la tensione crescente tra gli eredi Del Vecchio e lo stesso Milleri, con i primi che gli avrebbero imposto di votare contro la lista del cda. Cosa che, sorprendentemente, fa anche Bpm.
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).
L’assenza del Mef a Siena pesa più di una presenza
Eravamo tre amici al bar, poi non più. Calta e i signori degli occhiali si dividono e il governo, che su Mps era entrato in scena come azionista forte, decide che non è più il caso di occuparsene. Così a Siena il Mef non si fa vedere. Una scelta che pesa più di una presenza, perché segnala che la sua regia non è più operativa. O forse che ha semplicemente cambiato posizione, defilandosi in un momento in cui, specie dopo il tracollo referendario, l’attenzione giudiziaria consiglia di non venire allo scoperto.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Il voto di Bpm rafforza il progetto di un terzo polo bancario
A questo punto la domanda è inevitabile: come si passa, in poche settimane, da un’operazione percepita come coordinata a una dispersione così evidente delle forze in campo? E ancora: perché anche Bpm, che quel percorso aveva accompagnato, decide di votare Lovaglio? Qui la politica riemerge, ma senza dichiararsi. La banca più sensibile agli umori leghisti potrebbe aver fatto i suoi calcoli: con Lovaglio al timone, l’ipotesi di un terzo polo bancario che unisca Milano e Siena si fa più agibile. Un progetto cui potrebbero frapporsi dinamiche personali, tipo la non irresistibile sintonia tra Lovaglio e Castagna, ma che resta, nel complesso, coerente con un disegno che circola da tempo.
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).
Palermo resta una riserva credibile per le prossime partite
In questo gioco di spostamenti laterali, esce di scena Fabrizio Palermo. Non era l’amministratore delegato uscente, ma quello designato a segnare la discontinuità rispetto alla precedente gestione. Il mercato, ovvero i proxy advisor che ne raccolgono gli umori, avevano indicato in lui un profilo di garanzia per il futuro di Rocca Salimbeni. Resta in Acea, con un secondo mandato davanti. E con un’età, 55 anni, e una rete di relazioni che lo rendono una riserva credibile per le prossime partite pubbliche quando molti degli attuali protagonisti usciranno di scena.
Fabrizio Palermo (Ansa).
La vittoria di Lovaglio fa emergere nuovi equilibri in via di definizione
Tutto finito dunque col ritorno di Napoleone Lovaglio? Difficile crederlo. La politica è già in campagna elettorale e nei prossimi mesi le fibrillazioni aumenteranno. Impensabile che il sistema finanziario ne resti immune. Siena chiude una pagina e ne riapre subito un’altra. Con nuovi equilibri, vecchie logiche e attori pronti a rientrare in gioco. Quella di Lovaglio non è solo una vittoria, è l’emersione di equilibri che stanno altrove: più opachi, più mobili, ancora in cerca di una forma definitiva. Alleanze che fino a ieri venivano raccontate come granitiche si sono rivelate per quello che sono sempre state: costruzioni temporanee, tenute insieme più dalla convenienza che dalla convinzione. Non si rompono davvero, semplicemente smettono di coincidere. E a quel punto ciascuno torna a muoversi lungo la propria traiettoria, su nuovi fronti, come se nulla ci fosse stato prima.