Caro benzina, il Cdm verso un decreto ad hoc

Un Consiglio dei ministri è previsto nella serata del 18 marzo. Sul tavolo possibili provvedimenti su carburanti e rincaro dei prezzi dell’energia dovuti al conflitto in Iran: si va verso il varo di un decreto legge ad hoc.

Caro benzina, il Cdm verso un decreto ad hoc
Palazzo Chigi (Imagoeconomica).

Meloni ha visto Giorgetti e Pichetto Fratin a Palazzo Chigi

In mattinata la premier Giorgia Meloni ha visto a Palazzo Chigi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin: sul tavolo il dossier carburanti, con un focus sulle misure per contrastare le possibili speculazioni. Da giorni imprese e associazioni dei consumatori chiedono al governo un intervento per mitigare il rialzo del prezzo dell’energia e quello dei carburanti.

Salvini: «Stanno prendendo corpo le proposte della Lega»

«C’è un Cdm questa sera e le proposte che stiamo avanzando come Lega da giorni, quindi un tetto al prezzo, un intervento sulle accise, anche una discussione a Bruxelles su altre forme di tasse come gli Ets che in questo momento non hanno senso, il Green Deal che è veramente un suicidio, stanno prendendo corpo», ha detto Matteo Salvini. A chi gli chiedeva di quantificare il tetto massimo al distributore, il ministro dei Trasporti ha risposto: «Assolutamente sotto i 2 euro. Una riduzione di 5-10 centesimi non sarebbe sicuramente sufficiente, l’obiettivo è scendere sotto l’1,90 per il diesel». Servirebbe dunque un taglio «da almeno 20-25 centesimi al litro», ha spiegato Salvini.

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Generali, The human safety net presenta la nuova collab con Marinella Senatore

Un progetto artistico che parla di inclusione e resilienza, speranze e potenziale, che nasce non come gesto individuale, ma come esperienza condivisa. Si tratta di We rise by lifting others, la nuova mostra di Marinella Senatore realizzata per la Casa di The human safety net a Venezia, in dialogo con la mostra interattiva permanente A world of potential al terzo piano delle Procuratie di piazza San Marco, hub di cultura e inclusione sociale. L’esposizione aprirà al pubblico dal 7 maggio 2026 – fino al 22 marzo 2027 – in concomitanza con la vernice della 61esima Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia.

Un movimento attivo in 25 Paesi al fianco di quasi 100 ong

The human safety net è un movimento di persone che aiutano persone, fondato da Generali, la cui missione è liberare il potenziale di coloro che vivono in condizioni di vulnerabilità, affinché possano migliorare le condizioni di vita delle loro famiglie e comunità. È attivo al fianco di 98 ong, in 25 Paesi, attraverso due programmi – uno per famiglie vulnerabili con bambini 0-6 e uno per l’integrazione dei rifugiati attraverso il lavoro e l’imprenditorialità. Marinella Senatore è un’artista multidisciplinare la cui pratica è caratterizzata da una forte dimensione collettiva e partecipativa sia nella metodologia che nei contenuti delle sue opere. Nel suo lavoro la ricerca estetica è al servizio del potere trasformativo dell’impegno sociale.

La creazione come processo partecipativo e trasformativo

La mostra We rise by lifting others nasce da un processo partecipativo che ha coinvolto famiglie a rischio di esclusione sociale accompagnate da The human safety net e da alcune delle sue ong partner a Varsavia, Mestre e Palermo. Concepita prima di tutto come un’esperienza collettiva, l’esposizione si articola in una monumentale luminaria e in una serie di arazzi che intrecciano immagini e testi nati dall’esperienza dei laboratori con le famiglie, segnando insieme una nuova fase nella ricerca dell’artista e ampliandone il vocabolario formale nel dialogo tra luce, parola e tessile. Attraverso momenti di scrittura, racconto e movimento del corpo, Salvatore ha creato spazi di condivisione per immaginare nuove forme di relazione in piena libertà. I laboratori hanno offerto ai genitori un’esperienza profondamente trasformativa, nel segno dell’inclusione e dell’ascolto reciproco. Nel corso degli incontri, l’artista ha attivato il potenziale creativo dei partecipanti attraverso un percorso in cui l’arte diventa un dispositivo relazionale capace di attivare processi di autoconsapevolezza e far emergere risorse individuali e collettive. I laboratori hanno creato uno spazio di ascolto e di relazione in cui i genitori hanno potuto riflettere sulla propria esperienza e immaginare nuove forme di connessione con i figli. Le parole, i pensieri e le narrazioni emersi sono diventati la base creativa del progetto, dando forma ai testi e alle immagini che compongono le opere presentate in mostra.

Una mostra in dialogo con l’esposizione permanente A world of potential

Come accennato sopra, We rise by lifting others dialoga naturalmente con la mostra interattiva permanente A world of potential, curata da Orna Cohen e progettata dallo Studio Migliore+Servetto, che offre ai visitatori della Casa di The human safety net un viaggio di scoperta del proprio potenziale attraverso 16 installazioni multimediali che incarnano i valori della Fondazione e li connettono alla sua missione attraverso i racconti dei suoi protagonisti. La Casa di The human safety net è aperta tutti i giorni tranne il martedì dalle 10 alle 18 (orario invernale) e dalle 10 alle 19 (orario estivo). L’ingresso è libero.

Cosa prevede il Jones Act, in vigore dal 1920 e sospeso da Trump per 60 giorni

Nel tentativo di arginare l’aumento del prezzo del petrolio causato dalla guerra contro l’Iran, l’Amministrazione Trump ha sospeso per 60 giorni il Merchant Marine Act (noto anche come Jones Act), legge marittima in vigore dal 1920 che impone diversi paletti al trasporto di merci negli Stati Uniti.

La deroga è stata definita dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt «un altro passo per mitigare le perturbazioni a breve termine del mercato petrolifero mentre l’esercito americano continua a raggiungere gli obiettivi dell’operazione Epic Fury».

Cosa prevede il Jones Act, in vigore dal 1920 e sospeso da Trump per 60 giorni
Una petroliera statunitense (Ansa).

Cosa prevede il Jones Act

In base al Jones Act, che non riguarda esclusivamente il petrolio, qualsiasi merce trasportata tra due porti degli Stati Uniti deve viaggiare su navi costruite negli Usa, di proprietà americana, battenti bandiera a stelle e strisce e con equipaggio prevalentemente statunitense.

Cosa prevede il Jones Act, in vigore dal 1920 e sospeso da Trump per 60 giorni
Donald Trump (Ansa).

I pro e i contro della legge

La legge, pilastro della politica commerciale americana per oltre un secolo, è stata introdotta dopo la Prima guerra mondiale per rafforzare l’industria marittima Usa, tutelando l’occupazione nel settore e la sicurezza del Paese. Il numero di petroliere conformi ai requisiti del Jones Act è però ridotto: ciò riduce la flessibilità del sistema logistico. Inoltre i costi di costruzione e gestione negli Usa sono molto più elevati rispetto a quelli sostenuti dalle compagnie straniere. Tutte dinamiche che incidono sul prezzo finale dei carburanti, soprattutto nelle aree più isolate. Di fatto, è spesso più conveniente (anche per le tasche dei comuni cittadini) importare petrolio dall’estero, piuttosto che trasportarlo da una località all’altra degli Stati Uniti. In virtù della sospensione del Jones Act, le petroliere straniere potranno rifornire le raffinerie della East Coast con carburante proveniente dalla costa del Golfo e da altre zone del Paese.

Pier Silvio Berlusconi: «Al referendum voterò convintissimamente sì. Corona? Ci siamo dovuti difendere»

Pier Silvio Berlusconi a tutto campo su referendum, Corona e Signorini. In un incontro con la stampa a Cologno Monzese, il group chairman e ceo di Media for Europe ha affrontato i temi più caldi del momento, dalla politica alla televisione.

«Questo voto è un passaggio importante per un Paese democratico, civile e moderno»

«Parlo da editore, non voglio eccedere nell’esprimere la mia opinione. E da editore diamo voce a entrambi gli schieramenti», ha detto inizialmente sul voto del 22 e 23 marzo. Su questo punto, va sottolineato che i parlamentari Pd in Commissione di Vigilanza Rai hanno chiesto un intervento dell’Agcom denunciando una mancata par condicio dopo la trasmissione, in prima serata su Rete 4, di un’intervista alla premier Meloni relegando i sostenitori del No in orario notturno. «Ma siccome sono anche un cittadino», ha continuato Berlusconi jr, «vi dico senza problemi che votare in questo caso è davvero importante, perché parliamo di una questione fondamentale per il futuro del nostro Paese, e che io voterò convintissimamente Sí». «Non per motivi politici», ha spiegato, «ma per motivi di civiltà e modernità, considero il voto un passaggio importante per essere al passo con i tempi, per un Paese democratico, civile e moderno».

«Signorini? Non lo sento da tempo. Da Corona menzogne e odio gratuito»

Pier Silvio ha poi affrontato il tema Alfonso Signorini, affermando che «ultimamente non l’ho sentito, ma non lo sento da molto prima che partissero le questioni che riguardano anche la magistratura». Il riferimento è alla querelle nata tra il giornalista e Fabrizio Corona. «Per quanto riguarda il suo futuro», ha aggiunto, «ritengo doveroso non dare risposte, perché c’è un procedimento in corso e aspettiamo. Abbiamo apprezzato il suo gesto di auto sospendersi». Dopo le uscite dell’ex re dei paparazzi su un presunto “sistema Signorini”, con persone costrette a subire le avances del conduttore per un posto al Grande fratello, quest’ultimo aveva infatti deciso di auto sospendersi da Mediaset. A tal proposito, Berlusconi ha anche specificato che «sul Gf abbiamo fatto tutti i controlli, noi ed Endemol, ma non c’è niente. Vedremo dove porteranno poi le indagini della magistratura». Quanto a Corona, «non abbiamo perso tempo e non vogliamo perderlo oggi». «Di fronte a menzogne, insulti e odio gratuito», ha sottolineato, «l’azienda si è dovuta difendere e di questo si parla».

Forte vento sulle Alpi, in Svizzera precipita la cabina di un’ovovia: un morto

A causa del forte vento la cabina di un’ovovia è precipitata vicino a Engelberg, nel cantone di Obwalden in Svizzera, ribaltandosi più volte lungo il pendio della montagna. Morta l’unica persona che si trovava a bordo. Secondo quanto riferito dalle autorità, la vittima è stata soccorsa e rianimata sul posto per circa mezz’ora, ma è poi deceduta a causa delle gravi ferite riportate. Resta da chiarire come mai l’impianto fosse in funzione nonostante le raffiche di vento.

Legami con la famiglia Carroccia, scoppia un nuovo caso-Delmastro

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, al pari di altri politici di Fratelli d’Italia tra cui la vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, era socio di un ristorante romano assieme a un’esponente della famiglia di Mauro Carroccia, che in base a una sentenza definitiva è legato alla famiglia camorristica di Michele Senese. Lo ha rivelato Il Fatto Quotidiano. Una vicenda molto imbarazzante per il partito di Giorgia Meloni, subito attaccata dalle opposizioni.

Il ristorante e la società Le 5 Forchette

Il ristorante in questione, Bisteccherie d’Italia, si trova in via Tuscolana. E la società a cui fa capo, Le 5 Forchette, fino a meno di un mese fa aveva come soci Delmastro, Chiorino, Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore in Comune a Biella, e Davide Eugenio Zappalà, consigliere FdI in Regione Piemonte. Il “problema” risiede nell’identità dell’amministratrice unica: Miriam Caroccia, appena 18enne al momento della nomina, figlia del “ras” della ristorazione Mauro, in carcere con una condanna definitiva a 4 anni per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa, per aver ripulito i soldi dei Senese con i suoi locali.

Legami con la famiglia Carroccia, scoppia un nuovo caso-Delmastro
Elena Chiorino (Imagoeconomica).

La cessione delle quote della società

Le 5 Forchette, società con un capitale di 10 mila euro e la sede nel centro di Biella, è stata costituita lì il 16 dicembre 2024. Miriam Caroccia ne deteneva il 50 per cento. Delmastro aveva il 25 per cento. L’impiegata Donatella Pelle il 10 per cento, poi Chiorino, Franceschini e Zappalà col 5 per cento. Delmastro aveva già ceduto a novembre 2025 metà delle sue quote a una società di cui lui stesso è l’unico proprietario, la G&G. La sentenza nei confronti di Mauro Caroccia è diventata definitiva il 18 febbraio scorso: nove giorni dopo il sottosegretario ha passato il 25 per cento a Pelle. Il 5 marzo tutti i soci si sono poi liberati insieme delle loro quote a favore di Miriam Caroccia, diventata unica proprietaria.

Opposizioni all’attacco: «Meloni che dice?»

«Era opportuno che Delmastro, già condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, avesse certe frequentazioni considerato il ruolo ricoperto?», domanda Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale del Pd. I parlamentari del Movimento 5 stelle in commissione Antimafia hanno anticipato la presentazione di una richiesta «affinché la commissione d’inchiesta chieda tutti gli atti e faccia ogni approfondimento necessario». Così Marco Grimaldi di Avs: «Siamo rispettosi del lavoro che sta svolgendo la magistratura, quella a cui FdI cerca di spuntare le armi, perché se i fatti fossero confermati, sarebbero di una gravità inaudita. Nel mentre, la Presidente del Consiglio non ha nulla da dire?».

Legami con la famiglia Carroccia, scoppia un nuovo caso-Delmastro
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

La difesa di Delmastro e degli altri meloniani

«La mia storia antimafia è chiara ed evidente, le mie battaglie contro la mafia sono chiare ed evidenti. Il mio II livello di scorta certamente non nasce per altri motivi se non per la battaglia contro la mafia che stiamo facendo: questo parla per me». Così Delmastro, a margine della cerimonia di celebrazione del 209esimo annuale di fondazione del corpo di polizia penitenziaria che si è svolta a Napoli. Il sottosegretario ha evidenziato poi di essere entrato in società «con una ragazza non imputata, non indagata, che poi si scopre essere la figlia di». E di essersi poi tolto da Le 5 Forchette «per il rigore etico e morale» che lo contraddistingue nella battaglia contro la mafia. Sulla stessa linea i compagni di partito Chiorino, Franceschini e Zappalá: «Abbiamo scelto, come già evidenziato dal sottosegretario Delmastro, di uscire immediatamente dalla società costituita un anno fa nel momento stesso in cui siamo venuti a conoscenza della posizione relativa al padre della giovane ex socia, che risulta tutt’ora incensurata. Una decisione non formalmente dovuta, ma netta, che nasce da un principio non negoziabile: il rispetto della legalità».

L’Iran ha giustiziato un cittadino svedese: chi è

Un cittadino svedese è stato giustiziato in Iran, secondo quanto riferito dalla ministra degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard. «È con profondo sgomento che ho appreso dell’esecuzione di un cittadino svedese in Iran. Il mio pensiero va ai familiari in Svezia e in Iran in questo momento difficile», ha affermato la politica, definendo la pena di morte una punizione «disumana, crudele e irreversibile». Stoccolma, insieme al resto dell’Unione europea, ne condanna l’applicazione in ogni circostanza. «Quando ieri sera ho appreso che l’esecuzione era imminente, ho immediatamente cercato un colloquio con il ministro degli Esteri iraniano per protestare con la massima fermezza. Purtroppo, però, il mio omologo non si è reso disponibile per un incontro», ha aggiunto Malmer Stenergard, che ha convocato l’ambasciatore iraniano in Svezia.

Chi è il cittadino giustiziato

Secondo il sito iraniano Mizan Online, a essere giustiziato all’alba di mercoledì 18 marzo 2028 è stato Kourosh Keyvani, arrestato a giugno 2025 e condannato a morte per «spionaggio a favore di Israele». In particolare, era accusato di aver trasmesso immagini e informazioni su luoghi sensibili ad agenti del Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana. Fermato a Savojbolagh il quarto giorno della cosiddetta Guerra dei 12 giorni, stando all’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim era stato trovato in possesso di contanti (pare 30 mila euro), veicoli e «sofisticate apparecchiature di comunicazione e sorveglianza». Secondo il rapporto annuale di HRA sulla situazione dei diritti umani in Iran, nel 2025 almeno 2.063 persone sono state giustiziate nel Paese (+ 119 per cento rispetto al 2024).

Fabrizio Biasin demansionato a Libero: cosa farà ora

Sarà un po’ meno Libero di spaziare da un argomento all’altro. Fabrizio Biasin – giornalista, volto noto nei salotti tivù calcistici litigarelli e twittatore compulsivo – è stato ridimensionato. Meglio si occupi solo di sport, calcio in particolare, Inter ancora più in particolare. E non di spettacoli, come faceva ora (ha timbrato il cartellino pure all’ultimo Sanremo 2026 vinto da Sal Da Vinci). Il suo quotidiano, Libero, dove è caporedattore e grazie al quale viaggiava persino in giro per il mondo assieme ai lettori, gli ha messo dei paletti. Tramite un rimpastino firmato dal direttore Mario Sechi: il settore Spettacoli verrà associato alla Cultura, sotto il coordinamento di Lucia Esposito. Mentre Alessandra Menzani farà parte del settore e continuerà a seguire le pagine degli Spettacoli. Alessandro Dell’Orto cambia servizio e avrà il compito di supportare e sostituire nell’ideazione e fattura delle pagine di Spettacoli la collega Menzani in caso di assenza, ferie o altre incombenze. Come si nota, il nome di Biasin è stato depennato. Pare per aver pestato un… piede che non doveva pestare.

Fabrizio Biasin demansionato a Libero: cosa farà ora
Fabrizio Biasin demansionato a Libero: cosa farà ora
Fabrizio Biasin demansionato a Libero: cosa farà ora
Fabrizio Biasin demansionato a Libero: cosa farà ora
Fabrizio Biasin demansionato a Libero: cosa farà ora

E pensare che per Biasin lo spettacolo era (anche) questione di famiglia. Visto che la moglie Gabriella Mastronardi, sorella dell’attrice Alessandra Mastronardi, lavora nell’ufficio stampa di Mediaset (dove spesso Biasin è ospite, nella trasmissione Pressing). Ora il giornalista, nerazzurro sfegatato, potrà consolarsi con i suoi 239 mila follower su Instagram e 253 mila su X, l’ex Twitter, titillandoli per fare salire l’engagement, come gli piace tanto fare. Chissà se si sarà almeno un po’ pentito di non aver affondato il colpo nella trattativa che a giugno 2025 lo vide vicino al trasferimento a La Gazzetta dello Sport. Saltò tutto, merito di una controproposta e della libertà di girare per ospitate tivù e podcast vari. Adesso però niente più Ariston. Lo spettacolo è finito.

Gita a Londra per Lovaglio e la giustizia «tra capo e collo» di Tajani: le pillole del giorno

Giovedì mattina di fuoco, a Londra: il 19 marzo nella Capitale inglese andrà in scena la Morgan Stanley European Financials Conference, prestigioso appuntamento che riunisce i vertici delle più importanti istituzioni finanziarie europee, investitori e analisti. Attesi anche il Ceo di UniCredit Andrea Orcel e Luigi Lovaglio, nonostante sia l’ad uscente di Montepaschi. Negli ambienti finanziari internazionali del resto Lovaglio gode di sincera stima, e qualcuno sussurra che potrebbe anche accettare un incarico all’estero. E Londra è una piazza perfetta per incontrare le persone che contano. Specie a Canary Wharf, nell’East End, distretto di Tower Hamlets, in quella che una volta era la zona portuale e che è diventata il centro degli affari londinesi.

Gita a Londra per Lovaglio e la giustizia «tra capo e collo» di Tajani: le pillole del giorno
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Per il No in Piazza del Popolo si stimano 7 mila presenze…

La chiusura della campagna referendaria organizzata dal comitato Società Civile per il No nel referendum costituzionale si terrà dalle 17 alle 20 di mercoledì in piazza del Popolo: centrosinistra presente con Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Parteciperanno anche Roberto Gualtieri, Maurizio Landini, Rosy Bindi, Gianfranco Pagliarulo dell’Anpi. Sul sito di Roma Capitale, nelle informazioni alla mobilità, è prevista la partecipazione di 7 mila persone. Chissà chi ha fatto la stima…

Gita a Londra per Lovaglio e la giustizia «tra capo e collo» di Tajani: le pillole del giorno
Elly Schlein a un comizio in favore del no al referendum a Napoli (Ansa).

Tajani e la giustizia «tra capo e collo»

Almeno Silvio Berlusconi si era inventato TikTokTakAntonio Tajani, suo “erede” («sì, je piacerebbe», dicono a Roma) alla guida di Forza Italia ha prodotto un video che sta sbancando sui social dedicato al referendum sulla giustizia. L’astuto Tajani esce dal portoncino del suo condominio ai Parioli e in mezzo al giardino recita il suo appello per il Sì. Mettendo in guardia gli elettori: «Voglio mandarvi un messaggio da casa mia», perché «riguarda la vita di ciascuno di noi», dato che «può capitarvi tra capo e collo di vedervi arrivare qualcosa di strano mentre state a casa». Una busta verde? Le forze dell’ordine, nel bel mezzo della notte, alle tre del mattino, che svegliano di soprassalto la vittima di turno? Tajani sottolinea che «la persona che è chiamata a giudicare chi ha ragione e chi ha torto non deve essere amica di nessuna delle due parti in causa». Berlusconi sarebbe orgoglioso.

Saviano tra i premiati del Sarzanini

La quinta edizione del premio giornalistico Mario Sarzanini, dedicato alla memoria del decano della cronaca giudiziaria scomparso nel 2021, si tiene il 18 marzo a Roma alla Casa del Cinema. La giuria, presieduta da Andrea Balzanetti e composta da Massimo Martinelli, Guido D’Ubaldo, Andrea Cappelli, Davide Desario, Andrea Pucci, Emma D’Aquino, Luigi Contu e Flavio Natalia, ha scelto i vincitori delle diverse categorie: web, Roberto Saviano; radio, Giorgio Zanchini; Tv, Veronica Fernandes; quotidiani, Niccolò Zancan; agenzie, Assunta Cassiano; podcast, Malcom Pagani; uffici stampa, Medici Senza Frontiere. Premio speciale al film 40 secondi, dedicato alla storia di Willy Monteiro Duarte. Attese autorità civili e militari, in grande numero, come nelle passate edizioni.

Gita a Londra per Lovaglio e la giustizia «tra capo e collo» di Tajani: le pillole del giorno
Roberto Saviano (Imagoeconomica).

Annunciata la Capitale italiana della Cultura 2028

La giuria di selezione ha indicato Ancona quale Capitale italiana della Cultura 2028. L’ha annunciato il ministro Alessandro Giuli al Collegio romano esprimendo le sue congratulazioni alla città «per la qualità del progetto presentato e per il traguardo raggiunto», che pone la cultura al centro come motore di rigenerazione e sviluppo. Città-porto e città-parco, crocevia del Mediterraneo, Ancona riceverà un contributo di un milione di euro destinato alla realizzazione delle iniziative previste nel dossier di candidatura. Le altre città finaliste erano Forlì, Anagni, Catania, Colle di Val d’Elsa, Gravina in Puglia, Massa, Mirabella Eclano, Sarzana e Tarquinia.

Le motivazioni della giuria: «Modello di progettazione culturale innovativa e sostenibile»

Queste le motivazione per cui Ancona è stata selezionata, indicate dalla giuria: «Il dossier propone un modello di valorizzazione culturale solido e coerente, capace di coniugare identità territoriale e apertura internazionale in una visione che connette le politiche culturali con più ampie dimensioni di rigenerazione urbana, inclusione sociale e partecipazione. Il programma di eventi e interventi è solido e interdisciplinare ed è adeguato per attrarre un pubblico ampio e diversificato lungo l’intero arco dell’anno. La strategia di investimento appare solida e coerente con gli obiettivi, con un impatto atteso significativo sul tessuto socio-economico. Apprezzata, inoltre, l’integrazione tra istituzioni culturali, sistema della ricerca, realtà associative e operatori del territorio, che garantisce una rete strutturata, partecipativa e orientata alla crescita». Rilevante infine, agli occhi dei giurati, «l’attenzione alla dimensione europea e mediterranea, che rafforza il posizionamento internazionale del progetto, così come il coinvolgimento attivo delle comunità locali e degli enti territoriali, nonché dei giovani, considerati non solo come fruitori ma come protagonisti dei processi creativi e culturali». Quindi la conclusione: «Il dossier soddisfa pienamente gli indicatori del bando, ponendosi come un modello di progettazione culturale innovativa, sostenibile e condivisa. Il giudizio è eccellente».

La Nato schiererà un nuovo sistema Patriot nel sud della Turchia

Dopo l’abbattimento di tre missili provenienti dall’Iran nello spazio aereo della Turchia, Ankara ha annunciato che un nuovo sistema Patriot verrà schierato nella base militare di Incirlik, situata nei pressi della città di Adana nel sud-est del Paese, non lontano dal confine con la Siria. La base rappresenta uno dei principali hub strategici della Nato nel Mediterraneo orientale.

Nella base c’è già un sistema Patriot fornito dalla Spagna

Rafforzata dunque ulteriormente la copertura antimissile del sud della Turchia, in risposta alle tensioni regionali legate al conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele. «Oltre alle misure nazionali adottate per garantire la sicurezza del nostro spazio aereo e dei nostri cittadini, un ulteriore sistema Patriot, assegnato dal Comando aereo alleato di Ramstein, in Germania, è in corso di dispiegamento ad Adana, in aggiunta al sistema Patriot spagnolo già presente nella base», ha spiegato il ministero della Difesa turco.

Grande Fratello Vip, Ilary Blasi al debutto fa peggio di Alfonso Signorini

La nuova edizione del Grande Fratello Vip, che vede al timone Ilary Blasi e Selvaggia Lucarelli al fianco di Cesara Buonamici come opinionista, non è iniziata in modo brillante. La prima puntata, andata in onda il 17 marzo su Canale 5, non è infatti andata oltre il 18,4 per cento di share (2.146.000 spettatori): peggio del debutto dell’ultima edizione condotta da Alfonso Signorini, che l’11 settembre 2023 era partita col 23,01 per cento di share (2.994.000 spettatori).

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La sfida agli ascolti tv del prime time ha visto trionfare la serie Le Libere Donne – andata in onda su Rai 1 – con 3.046.000 spettatori, pari al 18,7 per cento di share.

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Israele: «Ucciso il ministro dell’Intelligence iraniano»

Nella notte Israele ha condotto un raid aereo su Teheran con l’obiettivo di eliminare il ministro dell’Intelligence iraniano Esmaeil Khatib, che nominato nel 2021 ha ricoperto l’incarico sia nel governo di Ebrahim Raisi che in quello di Masoud Pezeshkian. E l’attacco è andato a buon fine (dalla prospettiva di Tel Aviv): Israel Katz, ministro della Difesa, ha infatti affermato che Khatib «è stato eliminato». Del suo decesso si era parlato già dopo un raid del 28 febbraio, ma la notizia era poi risultata infondata. Al momento non risultano conferme ufficiali da parte delle autorità iraniane.

Il profilo di Esmaeil Khatib, fedelissimo di Khamenei

Religioso sciita nato nel 1961 nella regione di Qaen, Khatib si è formato a Qom, epicentro ideologico della teocrazia iraniana. Funzionario di lungo corso, prima di arrivare al vertice dell’intelligence è cresciuto all’interno del sistema che fonde apparato statale e legittimazione clericale, con legami documentati con i Pasdaran. Considerato inoltre un fedelissimo dell’ayatollah Ali Khamenei, di recente ha sostenuto la candidatura del figlio Mojtaba come nuova Guida Suprema. A novembre, prima dello scoppio delle proteste di massa nella Repubblica Islamica, aveva messo in guardia contro le «condizioni per l’emergere del malcontento pubblico». Il suo ministero, cruciale nella guerra a Israele, si occupa anche della sicurezza interna ed è stato più volte accusato da organizzazioni internazionali di essere coinvolto nella brutale repressione del dissenso e nel controllo degli oppositori, pure all’estero.

Incendio alla Biennale di Venezia, in fiamme il padiglione della Serbia

Un incendio è divampato nel padiglione della Serbia alla Biennale di Venezia, forse a causa di un cortocircuito. Interessato in particolare il tetto della struttura, con le fiamme alimentate dal forte vento, che sta complicando anche l’intervento dei Vigili del fuoco. Una grossa di fumo scuro è visibile sopra la laguna di Venezia. Dai primi accertamenti dovrebbe aver preso fuoco la copertura all’esterno, senza coinvolgere nessuno e senza che i danni si siano estesi agli arredi, all’esposizione o alle altre strutture circostanti.

Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano

L’attacco aereo israeliano che ha ucciso Ali Larijani ha eliminato uno dei più esperti e influenti strateghi politici dell’Iran, che in qualità di segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale era al centro del processo decisionale in materia di guerra, diplomazia nucleare e alleanze internazionali. Pe quanto proveniente da una prestigiosa famiglia clericale, Larijani non era un leader religioso. Ma, fedelissimo di Ali Khamenei, proprio dall’ayatollah aveva ricevuto l’incarico di garantire la sopravvivenza della teocrazia. Secondo gli analisti, negli ultimi mesi aveva concentrato nelle sue mani un enorme potere all’interno del regime, che non era stato intaccato (anzi) dalla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Premesso che qualsiasi nuova figura di alto livello diventerà un bersaglio di Israele e Stati Uniti, chi potrebbe prendere il posto di Larijani a capo del Consiglio di sicurezza iraniano?

Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano

I possibili eredi di Larijani

Uno dei nomi più caldi è quello di Mohsen Rezaei, veterano delle forze armate che ha ricoperto per oltre 15 anni la carica di comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione. Da pochi giorni Rezaei ha assunto il ruolo di consigliere militare di Mojtaba Khamenei, rafforzando così la sua posizione all’interno della struttura di potere iraniana.

Nell’immediato, la morte di Larijani probabilmente conferirà maggiore potere al generale Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento ed ex comandante della polizia iraniana, in passato anche sindaco di Teheran. Ghalibaf ha sostenuto la nomina di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema, posizione condivisa con i pasdaran e alcuni dei religiosi iraniani più intransigenti e ultraconservatori.

Tra i nomi che girano c’è poi quello di Ahmad Vahidi, capo del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dalla morte di Mohammad Pakpour, avvenuta nelle prime ore del conflitto: è lui, ex ministro degli Esteri, a sovrintendere nell’ombra (dalla nomina non ci sono stati né messaggi, né apparizioni) allo sforzo bellico contro gli Stati Uniti e Israele.

Da non scartare poi le “candidature” di Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso (è stato a capo degli Esteri dal 1981 al 1997) che ha servito per decenni come consigliere della Guida Suprema; e quella di Hassan Rouhani, ex presidente ed ex segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale.

Secondo l’esperto di Medio Oriente Vali Nasr, che in passato ha collaborato con la Casa Bianca, il successore di Larijani sarà nominato dai pasdaran. Uno scenario, questo, che non lascia presagire nulla di buono per le speranze di de-escalation. «Con ogni assassinio, Stati Uniti e Israele alimentano una maggiore radicalizzazione della leadership iraniana. Ciò prefigura un futuro fosco per l’Iran, gli iraniani, la regione e, in definitiva, renderà molto più difficile per gli Usa disimpegnarsi da un conflitto senza fine», ha scritto Nasr su X.

Magistratura come un cancro: Zaffini e il copyright di Berlusconi

In questa campagna referendaria i campioni del fronte del No e del purtroppo non si sono risparmiati. Ne abbiamo sentite di ogni: «Csm sistema para-mafioso», magistrati come «plotoni di esecuzione», «mafiosi e massoni» pronti a barrare il Sì, «banditi» che vogliono manomettere la Costituzione. Mancava giusto la vecchia equiparazione magistratura-cancro.

Zaffini: «Finire davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro»

A rispolverarla ci ha pensato il senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, che il 14 marzo, intervenendo a un evento per il Sì in quel di Terni, non ha usato mezzi termini: «Finire davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro». Il meloniano ha pure preso le difese di Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto di Carlo Nordio che «è stata portata su tutte le prime pagine dei giornali perché ha detto che è un plotone d’esecuzione quando caschi davanti alla magistratura. Io aggiungo che è come se ti diagnosticano un cancro. È peggio di un plotone d’esecuzione». Perché, ha spiegato Zaffini, «con un plotone d’esecuzione sai che devi morire e ti chiedi quanto manca…. Dal cancro puoi guarire o morire. Il problema è che ti curano i medici. Se tu vai nelle mani della magistratura invece è un’avventura. Non sai con chi ti combini, chi ha condotto le indagini, non sai cosa di capiterà».

Quando era Berlusconi a usare la metafora magistratura-cancro

«I giudici ideologizzati sono una metastasi della democrazia»(2008)

Dichiarazione gravissima, si dirà. Certamente non nuova. Il copyright infatti è di Silvio Berlusconi, che negli anni ha associato con costanza e naturalezza le toghe al cancro (con vari emuli, come Maurizio Gasparri nel 2023). Fin dal giugno 2008 quando da presidente del Consiglio, di fronte all’assemblea della Confesercenti, arrivò a definire – tra i fischi – «i giudici ideologizzati» una «metastasi della democrazia». Prima dell’affondo, il Cav aveva ricordato che «molti pm» avrebbero voluto vederlo «legato», con tanto di gesto delle manette e aveva spiegato che un presidente del Consiglio «ha le mani legate di fronte a un’architettura che non è quella di uno Stato moderno ma è quella di uno Stato antico».

«Nella nostra democrazia c’è una patologia che è la peggiore: la magistratura» (2010)

Nel 2010, intervenendo alla cena elettorale di Roberto Formigoni, Berlusconi tornò all’attacco dei giudici. «Abbiamo un grave problema nella nostra democrazia», disse. «C’è una patologia che è la peggiore: è la magistratura con personaggi e correnti che fanno la guerra a chi non vogliono stia in maggioranza e al governo e per queste elezioni hanno fatto vincere il formalismo sul diritto legittimo dei cittadini a votare».

«Magistrati, cancro da estirpare» (2011)

Il refrain si ripetè anche a maggio 2011. Per la chiusura della campagna elettorale di Letizia Moratti a sindaco di Milano (venne sconfitta da Giuliano Pisapia, tra l’altro favorevole al Sì al referendum), Berlusconi, continuando la litania della persecuzione giudiziaria e dei complotti contro di lui, invitò il suo popolo a «estirpare il cancro della magistratura dalla democrazia italiana». Il bersaglio erano i pm milanesi che si occupavano delle sue vicende giudiziarie. Successivamente però spiegò che aveva usato la parola «cancro in modo figurato». Sarà anche vero, ma poi ha continuato sulla stessa linea (figurata o meno).

«Oggi nella democrazia c’è un cancro che si chiama magistratura» (2013)

Nel febbraio 2013, durante un comizio elettorale a Bari, Berlusconi riutilizzò la stessa metafora. «Oggi dentro la nostra democrazia c’è un cancro, una patologia che si chiama magistratura». Un’accusa rivolta «non a tutti i magistrati, ma a una corrente legata da un filo rosso che usa il potere dei giudici contro gli avversari per farli sparire. A me», aggiunse il Cav, «hanno riservato in 20 anni un trattamento che solo io che ho le spalle larghe e uno spirito da guerriero ho potuto sopportare».

«La magistratura è un cancro» (2013)

Solo un mese dopo, a margine del processo Mediaset, B tornò all’attacco: «La magistratura è un cancro, una patologia del nostro sistema. Il 23 marzo scenderemo tutti in piazza contro i magistrati». E, ancora: «C’è una parte della magistratura che utilizza la giustizia per combattere ed eliminare gli avversari politici che non si riescono ad eliminare con il sistema democratico delle elezioni».

«Il cancro peggiore della nostra democrazia è la magistratura italiana così combinata» (2016)

Il leitmotiv tornò nel 2016 quando, intervenendo alla presentazione del libro di Myrta Merlino Madri. Perché saranno loro a cambiare il mondo, Berlusconi si prese come sempre la scena raccontando aneddoti su mamma Rosa. Però non si risparmiò un attacco finale alle toghe rosse: «Il cancro peggiore della nostra democrazia è la magistratura italiana così combinata», sentenziò. «Dal 1994 sono considerato un ostacolo alla presa di potere della sinistra, anche oggi». Per concludere: «Tra i miei rimpianti, c’è non aver fatto la riforma». A rimediare ci ha pensato Giorgia Meloni. Sempre che vinca il Sì.

Al via il bonus moto e scooter: a chi spetta e come funziona l’incentivo fino a 4 mila euro

Da mercoledì 18 marzo 2026 è possibile richiedere il bonus per acquistare moto, scooter e microcar ibridi o elettrici nuovi di fabbrica. Una misura pensata per favorire il rinnovamento del parco moto e motorini con veicoli a minor impatto ambientale. Chi ha intenzione di comprarne uno, dovrà rivolgersi al proprio concessionario di fiducia e scegliere il modello. Sarà direttamente il venditore a prenotare il contributo tramite il portale dedicato del Mimit e applicare lo sconto.

Quali veicoli si possono acquistare e a quanto ammonta l’ecobonus

Le categorie che rientrano nell’incentivo sono L1e, L2e, L3e, L4e, L5e, L6e, L7e, di cui fanno parte ciclomotori e motoveicoli a due, tre o quattro ruote. Sono quindi comprese anche alcune e-car (quadricicli leggeri o pesanti che possono superare i 45 km/h). Il contributo non ha un valore fisso ma vale il 30 per cento del prezzo per gli acquisti senza rottamazione fino a 3 mila euro e il 40 per cento per gli acquisti con rottamazione fino a 4 mila euro. Il veicolo da rottamare deve essere intestato da almeno 12 mesi all’intestatario del nuovo mezzo o a un familiare convivente. A livello di fondi a disposizione, la Legge di Bilancio 2021 aveva previsto uno stanziamento complessivo di 150 milioni di euro – 20 milioni annui dal 2021 al 2023 e 30 milioni annui dal 2024 al 2026.

Boccia a processo per truffa, slitta a giugno l’udienza a Pisa

È slittata a giugno l’udienza del processo che vede Maria Rosaria Boccia imputata a Pisa per truffa, con l’aggravante del danno patrimoniale di rilevante entità, ai danni di un amico. A causare lo slittamento è stato un legittimo impedimento del difensore dell’imprenditrice. Secondo l’accusa, Boccia avrebbe approfittato dell’amicizia di vecchia data con un coetaneo originario della provincia di Napoli, ma residente nel pisano per lavoro, per “spillargli” 30 mila euro. Come “trappola”, secondo quanto ipotizzato dalla procura, gli avrebbe proposto di investire i suoi risparmi nell’apertura di un locale di lusso, una terrazza bar affacciata sul golfo di Napoli che avrebbe compreso ai piani inferiori anche altre attività. Progetto che, in realtà, non sarebbe mai esistito.

Le indagini dopo la denuncia dell’uomo

La vicenda risale a dicembre 2021. Le indagini erano partite dalla denuncia del quarantenne, il quale ha sostenuto di essersi fidato della Boccia proprio per l’amicizia che li legava. A conferma della serietà del progetto, lei avrebbe anche fatto i nomi di altre persone note e facoltose già coinvolte nell’operazione. Sarebbe partito a breve, per questo i soldi servivano subito. L’uomo, di fronte all’insistenza di quella che considerava una persona fidata e allettato dall’idea di poter guadagnare molto più di ciò che avrebbe investito, si sarebbe quindi convinto a mandarle quei 30 mila euro. Salvo, poi, accusa, accorgersi di essere stato ingannato. Non avendo ricevuto indietro i soldi, si è rivolto al tribunale di Pisa ottenendo un decreto ingiuntivo che obbliga la Boccia a restituirgli i 30 mila euro più gli interessi. Decreto che, però, non sarebbe stato adempiuto dalla diretta interessata. Questo processo si aggiunge a quello che l’imprenditrice dovrà affrontare a Roma per stalking, lesioni, interferenze illecite nella vita privata e diffamazione ai danni dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.

Dopo il guasto ai bagni, l’incendio a bordo: la USS Ford torna a Creta per riparazioni

Dopo aver preso parte all’operazione per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro, è stata utilizzata per il decollo di decine di caccia F18 Hornet, carichi di bombe da sganciare sull’Iran. Adesso la portaerei USS Gerald Fordla più grande e potente al mondo – si prende una pausa forzata. L’ammiraglia della Marina Usa, al momento nel Mar Rosso, farà infatti rotta verso Creta per delle riparazioni dopo un serio incendio scoppiato a bordo la scorsa settimana.

I bagni in tilt e la prima sosta a Creta, poi il rogo

Durante lo spostamento dai Caraibi al Mediterraneo si era verificato un primo problema sulla fortezza galleggiante, lunga 333 metri: erano infatti andati in tilt i servizi igienici, cosa che aveva causato – ovviamente – grossi disagi. Il guasto era stato parzialmente risolto durante una sosta nel porto cretese di Souda. Poi erano iniziate le operazioni contro l’Iran, continuate anche mentre la USS Ford si spostava attraverso il canale di Suez nel Mar Rosso. Successivamente si è verificato il problema più serio: l’incendio.

Dopo il guasto ai bagni, l’incendio a bordo: la USS Ford torna a Creta per riparazioni
La USS Ford (Ansa).

L’incendio, partito da una lavanderia, è durato più di 30 ore

Come riportano diversi quotidiani statunitensi, l’incendio è durato più di 30 ore e decine di soldati sono rimasti intossicati dal fumo. Il rogo, partito da una ventola della lavanderia di poppa (forse per un cortocircuito), si è rapidamente esteso a diversi locali della portaerei, compresi gli alloggi, costringendo la Marina a prelevare mille materassi dalla futura USS John F. Kennedy a Norfolk, in Virginia, per inviarli alla Ford. Inoltre, la distruzione della lavanderia principale sta impedendo di lavare gli indumenti di buona parte dei militari a bordo, circa 4.500. Funzionari dell’esercito Usa, che hanno parlato con Reuters a condizione di anonimato, non hanno specificato per quanto tempo la nave da 13 miliardi di dollari rimarrà a Creta.

Medio Oriente, due morti a Tel Aviv: vittime anche a Beirut

Due morti a Tel Aviv a causa di un lancio di missili dall’Iran. Teheran ha rivendicato l’attacco affermando che è stato effettuato in vendetta per l’assassinio, da parte di Israele, di Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, e del generale Gholam Reza Soleimani, capo della forza Basij, la milizia paramilitare di volontari che fa parte della Guardia rivoluzionaria islamica. Le vittime sono un uomo e una donna di circa 70 anni. Si trovavano nella scala del loro palazzo quando è stato colpito, mentre tentavano di raggiungere il rifugio antiaereo dell’edificio.

Almeno sei morti e 24 feriti a Beirut

Dall’altra parte, lo Stato ebraico continua a prendere di mira il Libano e la capitale Beirut, dove si contano sei morti e 24 feriti. Nella notte tra il 17 e il 18 marzo 2026 l’Idf ha preso di mira, senza preavviso, i quartieri di Basta e Zoqaq el Blat, due aree centrali della città, e nella mattina anche il quartiere Bashoura. Questa sfilza di attacchi ha distrutto l’illusione di zone sicure nella capitale. «Oggi Beirut non è diversa dai sobborghi meridionali», ha commentato il capitano dei vigili del fuoco Neshat Berri.

Medio Oriente, due morti a Tel Aviv: vittime anche a Beirut
Edificio in fiamme a Beirut (Ansa).