Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio

Tutto comincia con un orologio che si ferma alle 4:06 del mattino del 19 agosto 2024. In 16 minuti precisi, il Bayesian – uno yacht a vela di 56 metri, gioiello della cantieristica italiana, costruito dai cantieri Perini Navi – si inabissa al largo di Porticello, in Sicilia. Sette persone muoiono. Tra loro Mike Lynch, miliardario britannico della tecnologia, e sua figlia diciottenne Hannah. Sedici minuti. Una nave di quella classe non dovrebbe affondare così. E infatti la Procura di Termini Imerese apre un fascicolo per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, con tre membri dell’equipaggio indagati. A giugno 2025 lo scafo viene recuperato dal fondale a 50 metri di profondità e trasferito nel porto siciliano per gli accertamenti tecnici. Le indagini sono ancora in corso. Perini Navi era confluita in The Italian Sea GroupTISG, cantiere toscano di Marina di Carrara, quotato in Borsa, tra i più importanti del lusso nautico italiano. Da quel momento in poi, per TISG, è andata sempre peggio. 

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
Le ricerche per recuperare il corpo della figlia di Mike Lynch, dopo il naufragio del Bayesian (Ansa).

I conti che non tornano

Avanziamo velocemente di un anno e mezzo. Siamo a febbraio 2026. TISG comunica al mercato qualcosa che non si dovrebbe mai leggere in un comunicato ufficiale di una società quotata: la cassa non c’è più. Non è un eufemismo. Settanta, ottanta milioni di euro che avrebbero dovuto essere lì, il cuscinetto operativo di un cantiere con ordini pluriennali da decine di milioni l’uno, sono spariti. La causa, si dice, è un sistema di costi extra budget costruito nel tempo da alcune «figure apicali» per scavalcare i controlli interni. In parole semplici: qualcuno, dentro l’azienda, ha aggirato sistematicamente il sistema di approvazione delle spese. L’amministratore delegato Giovanni Costantino (fondatore, primo azionista con il 53,6 per cento e ora anche presidente dopo le dimissioni di tre quarti del consiglio), mette mano al portafoglio personale: 25 milioni di euro versati dalla sua GC Holding il 19 febbraio. Non bastano. Otto giorni dopo, gli stipendi dei 500 dipendenti arrivano in ritardo per insufficienza di liquidità. Gli operai scendono in sciopero. Il Cda esplode. Il presidente Filippo Menchelli e il vicepresidente Marco Carniani si dimettono contestando la gestione degli ultimi anni. Costantino li accusa a sua volta. KPMG viene chiamata a fare una forensic due diligence. Il titolo in Borsa crolla del 55 per cento in due settimane. La società vale oggi una frazione di quello che valeva un anno fa.

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Giovanni Costantino (Imagoeconomica).

Il “salvagente” lanciato da Leonardo Maria Del Vecchio

È a questo punto, con TISG a terra, che entra in scena Leonardo Maria Del Vecchio. Trent’anni. Quartogenito del fondatore di Luxottica. Presidente di Ray-Ban, Chief Strategy Officer di EssilorLuxottica, e da qualche anno protagonista di una stagione di investimenti personali che ha dell’incredibile. Nel 2022 ha fondato LMDV Capital, il suo family office, guidato dall’ex banker Marco Talarico. In tre anni ha accumulato una ventina di partecipazioni: il Twiga di Briatore, ristoranti a Brera, Acqua di Fiuggi, il 30 per cento de Il Giornale, l’80 per cento di Editoriale Nazionale (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino), una start-up di grafene, una di fintech, una di gin giapponese. Ha provato a comprare Repubblica. Non ci è riuscito. Qual è il filo conduttore? Nessuno riesce a trovarlo. Ristorazione, media, tecnologia verde, lusso, distillati. LMDV prende quello che attira l’attenzione, senza un piano industriale riconoscibile. E ora vuole comprare un cantiere navale.

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Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

I numeri di un castello di carte

Parliamo di soldi veri, perché è qui che la storia diventa inquietante. A gennaio 2026, LMDV Capital allarga la linea di credito con UniCredit portandola a circa 650 milioni di euro, una cifra che ha sostituito una precedente linea da 350 milioni aperta sei mesi prima con Indosuez, che a sua volta aveva rimpiazzato finanziamenti con Intesa Sanpaolo, Banca Ifis e Mps. Ogni volta la cifra cresce. Ogni volta cambia la banca. Garanzia? L’intero portafoglio di LMDV Capital è in pegno. In altri termini: tutto quello che Del Vecchio ha costruito in tre anni – il Twiga, i giornali, il grafene, il gin – è dato in garanzia alle banche. Se qualcosa va storto, UniCredit può prendere tutto. Ma la cosa più importante è questa: Del Vecchio non ha liquidità propria. Ha credito bancario. E quel credito è già quasi interamente impegnato. Per comprare TISG, ricapitalizzarla, coprire le perdite emerse e rilanciarla operativamente, servirebbero almeno 150-200 milioni di euro freschi. Soldi che non ci sono. Rimane la quota di eredità. Del Vecchio è uno degli otto eredi di Delfin, la cassaforte lussemburghese che controlla EssilorLuxottica, Generali, Mps e altro ancora. Ma da tre anni gli eredi litigano sull’assetto della governance. Nessuna divisione è stata ancora formalizzata. Leonardo Maria investe come se quei soldi fossero già suoi. Non lo sono ancora.

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Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

I rischi di una possibile acquisizione

Ammettiamo per un momento che Del Vecchio riesca a comprare TISG. Cosa succede dopo? TISG non è un ristorante né un giornale. È un cantiere che gestisce commesse su superyacht full custom da 30 a 150 milioni di euro l’uno, con tempi di costruzione pluriennali, decine di subappaltatori, materiali pregiati, armatori internazionali abituati a standard di servizio e comunicazione altissimi. I brand Admiral, Tecnomar e Perini Navi sono nomi che nel mercato globale del lusso nautico godono di reputazione decennale. Rischiano di rovinarsi in sei mesi con un management sbagliato. Chi gestirebbe questa realtà? LMDV Capital ha mostrato di sapere fare deal. Non ha mai dimostrato di saper gestire operativamente nulla di complesso. Talarico viene dalla finanza, come gli altri del family office. Nessuno di loro ha mai gestito un cantiere con centinaia di operai specializzati, ingegneri navali, processi industriali che durano anni. E poi c’è il problema strutturale: TISG entra in questa storia con un’indagine KPMG ancora aperta, un bilancio 2025 non approvato, una causa da 470 milioni legata al Bayesian, un consiglio di amministrazione che si è appena dimesso in blocco e un’immagine sul mercato gravemente compromessa. Chiunque compri oggi compra un cantiere con una bomba a orologeria dentro. La domanda che nessuno fa è quella che invece bisognerebbe porre ad alta voce: chi tutela i lavoratori?

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I cantieri di The Italian Sea Group (Imagoeconomica).

I 650 operai dei cantieri vanno tutelati

Ci sono 650 operai nei cantieri di TISG. Saldatori, falegnami, tappezzieri, elettricisti navali, verniciatori. Mestieri specializzati che in pochi luoghi in Italia si praticano ancora ad alto livello. Quegli operai hanno aspettato lo stipendio otto giorni a febbraio. Hanno scioperato. Si sono chiesti cosa stesse succedendo. Nessuno lo ha loro spiegato con chiarezza. Continuano a non saperlo. Quello che sappiamo è che sopra le loro teste si è scatenato un conflitto tra un amministratore delegato accusato di irregolarità contabili, un consiglio di amministrazione che si è dimesso lanciando accuse gravi, e ora un giovane miliardario che vuole comprare tutto a debito per aggiungere un cantiere nautico alla sua collezione di asset. In Italia esiste un ministero del Lavoro. Esistono le organizzazioni sindacali. Esistono le prefetture. Qualcuno, in questa catena, dovrebbe alzare la mano e dire: prima di cambiare di mano un’azienda che ha centinaia di lavoratori e una crisi di liquidità conclamata, bisogna avere un piano industriale credibile. Bisogna avere i soldi. Bisogna avere le competenze. Non una collezione di gin, quote di giornali e cantieri navali tenuta insieme con finanziamenti bancari in pegno.

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Uno yacht di TISG in banchina di carenaggio (Imagoeconomica).

Se la guerra è un videogame: per la Casa Bianca l’Iran è come Call of Duty

L’Iran come Call of Duty. Mentre in Medio Oriente va in scena un’escalation del conflitto dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele e la contestuale risposta di Teheran, l’account social della Casa Bianca si diverte a montare le immagini dei raid in Iran alternate a quelle del celebre videogame. Il video è stato pubblicato su X ed è stato realizzato mischiando le scene di Call of Duty Modern Warfare III, un titolo del franchise di sparatutto in prima persona, con le azioni reali dei militari statunitensi contro obiettivi iraniani. Il post è accompagnato dalla scritta «per gentile concessione di Red, White & Blue», con riferimento al pacchetto che si può acquistare nel gioco per equipaggiare il proprio personaggio di armi che lanciano proiettili con diverse scie di colore. La mossa è stata ritenuta di cattivo gusto da numerosi utenti, che non si capacitano di come la Casa Bianca possa paragonare a un videogioco una guerra che ogni giorno causa morti e feriti. «Quello che manca nel video sono le scolare iraniane uccise nell’esplosione e i soldati americani uccisi», ha fatto notare Cornell William Brooks, docente di Harvard.

Pochi giorni prima il video dell’operazione Epic Fury a ritmo di Macarena

Ma non è l’unico filmato del genere comparso sui social della Casa Bianca da quando gli Usa hanno deciso di attaccare Teheran. Già nei giorni scorsi lo stesso account aveva condiviso un video che mostrava alcuni momenti dell’operazione Epic Fury contro l’Iran con una musica in sottofondo che richiamava le prime note della Macarena, celebre hit del 1993. Le immagini mostravano caccia militari decollare e sganciare bombe su Teheran, con immagini a rallentatore. Anche in quel caso non era mancata l’ira degli utenti: «Non posso credere che la Macarena è diventata la colonna sonora della Terza guerra mondiale».

L’Europa si mobilita per Cipro dopo l’attacco alla base britannica di Akrotiri

«Dobbiamo rivalutare i nostri assetti nella regione e rispondere alle richieste dei Paesi amici in difficoltà. Intendiamo dispiegare un dispositivo multidominio in Medioriente, con sistemi di difesa aerea antidrone e antimissilistica». Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando alla Camera: nelle sue comunicazioni ha peraltro riconosciuto che le operazioni militari di Stati Uniti e Israele, che hanno provocato la reazione (forse sottovalutata) dell’Iran, non rientrano nel quadro del diritto internazionale. Crosetto ha poi aggiunto che l’Italia fornirà «assieme a spagnoli, francesi e olandesi un aiuto a Cipro», dove si trova la base militare britannica di Akrotiri, colpita il 2 marzo da un drone iraniano (o forse di Hezbollah). Il punto sugli aiuti europei all’isola.

L’Europa si mobilita per Cipro dopo l’attacco alla base britannica di Akrotiri
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

La Francia schiererà la portaerei Charles de Gaulle

L’Eliseo ha riferito che, «in uno spirito di solidarietà europea», il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto colloqui telefonici con Giorgia Meloni e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis: nel corso delle chiamate è stato concordato «di coordinare l’invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale». La telefonata è stata confermata da Palazzo Chigi: i due leader, si legge in una nota, «hanno discusso le implicazioni del conflitto in Iran sia sul quadro regionale mediorientale che a livello globale». La portaerei Charles de Gaulle sarà dispiegata nel Mar Mediterraneo (si trovava nel Baltico) e Macron ha anche ordinato il dispiegamento della fregata Languedoc. L’isola verrà anche aiutata con la fornitura di mezzi antiaerei.

L’Europa si mobilita per Cipro dopo l’attacco alla base britannica di Akrotiri
Emmanuel Macron (Imagoeconomica).

Gli aiuti di Italia, Spagna, Paesi Bassi e Grecia

L’Italia fornirà sistemi di difesa aerea, antidrone e antimissile a Cipro: Crosetto ha parlato di «assetti navali», senza però andare nei dettagli. La Spagna invierà la fregata Cristoforo Colombo, utilizzata per la difesa aerea. La nave supporterà il sistema intercettore missilistico Patriot, che la Spagna schiera in Turchia. Il governo dei Paesi Bassi fornirà ha dichiarato che sta valutando come supportare Cipro. La Grecia ha già dispiegato le due fregate Kimon e Psara, che ora si trovano in acque cipriote.

L’Europa si mobilita per Cipro dopo l’attacco alla base britannica di Akrotiri
Caccia britannici nella base di Akrotiri (Ansa).

Il Regno Unito manderà anche elicotteri antidrone

Per quanto riguarda il Regno Unito, di fatto oggetto dell’attacco, Londra invierà a Cipro il cacciatorpediniere Hms Dragon e elicotteri Wildcat dotati di capacità anti-drone. La decisione è stata presa da Keir Starmer dopo un colloquio col presidente cipriota Nikos Christodoulides. Il premier britannico ha anche annunciato che il Regno Unito invia altri quattro caccia Typhoon in Qatar.

Rinviate o da remoto le riunioni informali del Consiglio Ue

A causa delle tensioni in Medio Oriente e delle ripercussioni sui voli verso Cipro, la presidenza cipriota di turno dell’Ue ha comunicato che tutte le riunioni informali del Consiglio Ue previste sull’isola nel mese di marzo verranno rinviate o si svolgeranno virtualmente.

L’IDF continua a martellare in Libano: caos a Beirut dopo l’avviso di evacuazione

Panico nella zona meridionale di Beirut dopo l’appello lanciato dall’IDF per l’evacuazione del sobborgo di Dahieh, storica roccaforte di Hezbollah, in vista di imminenti attacchi. Decine di migliaia i residenti in fuga: secondo L’Orient le Jour, la strada che collega la capitale libanese con Damasco, in Siria, è imbottigliata di auto. Il ministero della Salute libanese ha reso noto che gli attacchi israeliani degli ultimi giorni hanno ucciso un totale di 102 persone.

L’IDF continua a martellare in Libano: caos a Beirut dopo l’avviso di evacuazione
Famiglia libanese in fuga da Beirut (Ansa).

La minaccia del ministro israeliano Smotrich

«Due anni fa abbiamo dovuto far sgomberare gli abitanti del nord. Oggi abbiamo diffuso avvisi per l’evacuazione dal sud del Libano e dalla zona di Dahieh, mentre dalla parte israeliana del confine le comunità tornano a prosperare». Lo ha dichiarato ministro israeliano delle Finanze, Bezalel Smotrich, aggiungendo che «molto presto Dahieh somiglierà a Khan Yunis», città della Striscia di Gaza devastata dai bombardamenti dell’IDF.

L’IDF continua a martellare in Libano: caos a Beirut dopo l’avviso di evacuazione
Palazzo sventrato da un missile nella zona sud di Beirut (Ansa).

Hezbollah schiera la Forza Radwan

Sempre per quanto riguarda il Libano, secondo quanto riferito a Reuters da tre fonti, Hezbollah ha dato ordine ai combattenti d’élite della Forza Radwan di unirsi alla battaglia nel sud del Paese, da dove si erano ritirati dopo la guerra del 2024. L’obiettivo è bloccare l’avanzata dei carri armati israeliani, che sono già entrati in Libano. Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha dichiarato in un discorso televisivo che il gruppo avrebbe affrontato il piano israeliano di «occupazione ed espansione».

Beirut vieta le attività dei pasdaran

Prendendo le distanze da Teheran, che foraggia Hezbollah, il governo di Beirut ha deciso di vietare tutte le attività militari dei Guardiani della rivoluzione islamica in Libano «in vista del loro arresto e rimpatrio in Iran». Lo ha annunciato il ministro dell’Informazione Paul Morcos, presentando una nuova stretta nei confronti delle attività dei pasdaran nel Paese dei cedri.

Il monito delle Nazioni Unite

Commentando l’ordine di evacuazione israeliano Janine Hennis, coordinatrice speciale Onu per il Libano, ha scritto su X che il Paese «sta vivendo un nuovo incubo» e che «nessuna delle parti può imporre una soluzione permanente con la forza».

Intesa Sanpaolo, inaugurata l’Ala Formula del Collegio Einaudi a Torino grazie al sostegno della banca

È stata inaugurata la nuova Ala Formula nella sezione Valentino della Fondazione Collegio Universitario Einaudi, grazie al progetto Spazio al merito sostenuto da Intesa Sanpaolo attraverso il Programma Formula in collaborazione con Cesvi, che ha permesso di creare 12 nuovi posti letto per studentesse e studenti universitari meritevoli, dai 18 ai 25 anni, allievi degli Atenei torinesi, studenti internazionali e allievi di Scuole d’eccellenza convenzionate con il Collegio Einaudi. Il progetto, selezionato da Intesa Sanpaolo nell’ambito della divisione Banca dei territori guidata da Stefano Barrese, è stato sostenuto attraverso una raccolta fondi su For Funding, la piattaforma di crowdfunding della banca dedicata a sostenibilità ambientale, inclusione sociale e accesso al mercato del lavoro per persone in difficoltà. In quattro mesi, sono stati raccolti oltre 100 mila euro grazie alla generosità di cittadini, imprese e della banca stessa che ha partecipato attivamente contribuendo con 2 euro per molti dei prodotti acquistati dai clienti in modalità online.

Il progetto nasce per fornire una risposta alla carenza abitativa

A Torino, come in tante altre città italiane, trovare una camera a tariffe accessibili è una sfida quotidiana per migliaia di studenti universitari. Secondo uno studio di Ires Piemonte del 2021, a fronte di circa 2.200 posti letto disponibili, oltre 6 mila borsisti fuori sede ne avrebbero bisogno. Questo significa che più di 3.800 giovani che inseguono il proprio sogno universitario si trovano a fare i conti con una grave carenza abitativa. Il progetto di ampliamento della Sezione Valentino del Collegio Einaudi, nel cuore del quartiere San Salvario, nasce per fornire una risposta concreta al fabbisogno del territorio di accoglienza degli universitari, andando così a rafforzare l’impatto sociale e a investire nel futuro degli studenti che si impegnano per raggiungere grandi obiettivi.

Creati anche 40 nuovi posti di studio

Grazie al progetto di riqualificazione edilizia e di ridestinazione d’uso degli spazi, è stato possibile creare anche 40 nuovi posti di studio, contribuire allo sviluppo dell’offerta residenziale universitaria della Città di Torino a favore degli studenti meritevoli e valorizzare il patrimonio architettonico della città. Nel dettaglio, i fondi raccolti hanno permesso di sostenere i costi di realizzazione, non coperti dal finanziamento pubblico, della porzione del piano denominata Ala Formula, composta dalle camere da letto, di una sala condivisa per attività di gruppo e l’acquisto dell’arredamento.

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43

Tocca Napoli e poi muori. Mediaticamente, si intende. Lo sa bene Aldo Cazzullo che ha osato criticare Sal Da Vinci, fresco vincitore di Sanremo con Per sempre sì. Ormai diventata tormentone su TikTok et similia. Il vicedirettore del Corriere della sera, proprio perché ama «Napoli e i napoletani», ha bocciato Sal. Perché, a suo dire, rappresenta «la Napoli che pensano e che vorrebbero coloro che la detestano». Nella sua difesa della tradizione partenopea degli Eduardo, dei Troisi e dei Totò, dei Senese dei Pino Daniele e via dicendo, Cazzullo però è andato oltre, definendo Per sempre sì una canzone «adatta a un matrimonio della camorra».

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Aldo Cazzullo (Imagoeconomica).

Parole che non sono andate giù al sindaco di Napoli Gaetano Manfredi: «Devo dire che per come erano state formulate le parole di Cazzullo erano chiaramente inopportune, perché sebbene ogni valutazione artistica sia assolutamente personale e accettabile, l’associazione fatta a stereotipi della città non può essere valutata positivamente», ha detto il primo cittadino, cercando però di spegnere la futile polemica: «Mi affido alle parole di Cazzullo che ha detto che la sua era semplicemente una provocazione alla Checco Zalone e la prendiamo per quella che era».

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Gaetano Manfredi (Ansa).

Finita qui? Proprio per nulla. Perché a rincarare la dose ci ha pensato l’ex sindaco partenopeo Luigi De Magistris che ha liquidato il commento di Cazzullo come «un giudizio fondato su un pregiudizio, sull’assenza di conoscenza della città di Napoli». E ancora: «Valutare in modo così negativo e inaccettabile una canzone, come quella dei “matrimoni della camorra”, mi pare davvero fuori luogo».

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Luigi De Magistris (foto Imagoeconomica).

Insomma l’ex pm dice basta «a questa canea che ogni volta viene lanciata contro Napoli e i napoletani anche a Sanremo. È capitato con Geolier, ora con Sal Da Vinci che ha vinto il Festival. Vorrei che una volta per tutte si interpretasse in maniera autentica una frase del capolavoro Napul’è di Pino Daniele, ossia il passaggio ”Napule è tutto nu suonno E a’ sape tutto o’ munno, Ma nun sanno a’ verità”, cioè questo fatto di pretendere di giudicare una città-mondo, senza confini, che è stata capitale, che ha un sentimento popolare fatto di sensibilità diverse con un giudizio così tranchant non mi pare giusto». Insomma, «nessun napoletano cerca un’immagine patinata di Napoli, che è un teatro vero, in cui c’è il Sal Da Vinci del musical Scugnizzi, come quello di Sanremo». Parafrasando il maestro Bennato, son solo polemichette. Battuta zaloniana o meno, associare automaticamente la napoletanità forse un po’ kitsch, neomelodica e dalle tinte Grecian 2000 che non incontra i gusti sabaudi alla criminalità organizzata è qualcosa che Napoli non merita. E non merita nemmeno Sal Da Vinci.

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
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Stampa Estera, tour nella Ciociaria cara a Tajani

Stampa Estera, tutti in tour nella Ciociaria cara ad Antonio Tajani. Il 15 dicembre era stata presentata a Roma, a Palazzo Grazioli, nella sede dei corrispondenti stranieri, la candidatura della Ciociaria a Capitale italiana della Cultura 2028. Il progetto, denominato “Hernica Saxa“, punta a valorizzare il patrimonio storico e culturale delle città fortificate della provincia di Frosinone. Ora è scattato il viaggio premio, ossia il press tour, alla scoperta delle delizie archeologiche, artistiche, ambientali e soprattutto gastronomiche nei comuni di Anagni, Ferentino, Alatri e Veroli. Giornate piene di eventi, che terranno lontano da Roma molti associati e alla fine, chissà, a stringere le mani dei giornalisti si materializzerà anche un collega, il vicepresidente del Consiglio nonché ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale: sì, proprio lui, il ciociaro per eccellenza, Tajani, sempre che trovi tempo tra una dichiarazione imbarazzata sul collega di governo Guido Crosetto e qualche uscita che ha suscitato ironia sui rimedi anti-droni e sui consigli agli italiani a Dubai che devono prendere il pullman. Meglio dimenticare tutto davanti al piatto tipico di Anagni, il timballo di Bonifacio VIII, con fettuccine all’uovo e animelle…

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Antonio Tajani e, sullo sfondo, una foto di Donald Trump (foto Imagoeconomica).

Valli di lacrime per Pinault

Allarme rosso per François-Henri Pinault: una delle sue maison, Giambattista Valli, è in crisi. Tanto da annullare la sfilata in calendario il 6 marzo, dove era attesa la collezione autunno-inverno del prossimo anno. La situazione appare pessima, per il brand della moda nato a Roma e ora inserito nel portafogli della holding Artémis della famiglia Pinault.

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
François-Henri Pinault con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (foto Imagoeconomica).

Mattarella alla festa del Corriere

Venerdì milanese per i vip: il Corriere della Sera viene celebrato al Teatro alla Scala di Milano con l’evento “Corriere 150 anni. La libertà delle idee”, con la partecipazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Pezzi storici delle firme letti da Cristiana Capotondi e Serena Rossi, testimonianze personali legate al quotidiano con lettori d’eccezione e il presidente di Fondazione Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. Aprono l’evento il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il sovrintendente del Teatro alla Scala Fortunato Ortombina, il direttore del giornale Luciano Fontana e ovviamente il patron, ossia il presidente di Rcs MediaGroup Urbano Cairo. Interventi e testimonianze si alterneranno alle esecuzioni dell’orchestra del Teatro alla Scala diretta da Alexander Soddy, dell’Inno d’Italia e di opere tratte da Norma di Vincenzo Bellini e da Götterdämmerung di Richard Wagner. Programma impegnativo…

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Lazio: Sarri rammaricato, Lotito imbufalito

Dopo il 2-2 della semifinale d’andata di Coppa Italia tra Lazio e Atalanta, l’allenatore biancoceleste Maurizio Sarri ha dichiarato su Italia 1: «Siamo rammaricati per il risultato. La squadra purtroppo si sta addirittura abituando a questo tipo di situazione nello stadio. Brutto a dirsi perché è veramente triste e anche stasera rimane la sensazione che se fossero stati 45 mila si poteva portare a casa la partita. Quest’anno ci siamo trovati spesso in difficoltà numerica in certi ruoli. È una rosa di giocatori da riequilibrare secondo me». Parole che ovviamente non sono piaciute a Claudio Lotito, che ormai viene definito «imbufalito» (e proprio giovedì 5 marzo viene “audito” in commissione Antimafia).

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Una delle proteste dei tifosi della Lazio contro il presidente Claudio Lotito (foto Ansa).

Niederkofler, chef in the Sky

Sta lanciando nuove iniziative, lo chef pluristellato Norbert Niederkofler: non a caso, nella serata di giovedì sarà su Sky, a MasterChef, in qualità di ospite della serata finale. I giudici Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli decreteranno chi, tra loro, sarà il cuoco amatoriale che diventerà il 15esimo MasterChef italiano. Niederkofler ha bisogno di pubblicità; ora arriva a Venezia e, con lui, Nobu Matsuhisa, Jean-Georges Vongerichten e il debuttante in Italia Cédric Grolet, per quello che viene definito «un poker d’assi eccezionale»: apre Airelles Palladio, una destinazione super lusso attesa per aprile 2026 alla Giudecca, con tre ristoranti e una pasticceria.

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Lo chef Norbert Niederkofler in una foto d’archivio del 2015 (Ansa).

La minaccia dell’Iran: «Se l’Ue resta in silenzio ne pagherà il prezzo»

L’Iran ha avvertito che «se l’Europa rimane in silenzio» di fronte agli attacchi di Stati Uniti e Israele, «tutti i Paesi ne pagheranno il prezzo». Lo ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqae, in un’intervista all’emittente spagnola Tve. «Chi rimane in silenzio sarà complice di questa ingiustizia. Se l’Europa rimane in silenzio di fronte a questo attacco al diritto internazionale, tutti i Paesi prima o poi ne pagheranno il prezzo. Nessun paese delle Nazioni Unite può rimanere indifferente», ha sottolineato.

Mps, i 20 nomi per il nuovo cda

Il board di Monte dei Paschi di Siena ha dato il via libera alla lista dei 20 nomi per il rinnovo del consiglio di amministrazione, che il 15 aprile verranno sottoposti all’assemblea dei soci. Com’è noto, della lista non fa parte il ceo uscente Luigi Lovaglio, indagato per azione di concerto assieme ai primi azionisti Caltagirone e Delfin (finanziaria della famiglia Del Vecchio) nella scalata a Mediobanca. Corrado Passera, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi sono stati indicati come possibile nuovo amministratore delegato al suo posto. Nicola Maione figura invece come candidato alla riconferma nel ruolo di presidente.

Mps, i 20 nomi per il nuovo cda
Mps, i 20 nomi per il nuovo cda
Mps, i 20 nomi per il nuovo cda
Mps, i 20 nomi per il nuovo cda
Mps, i 20 nomi per il nuovo cda

LEGGI ANCHE: Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta

La lista completa dei 20 nomi per il nuovo cda

Oltre a Maione, Passera, Palermo e Vivaldi, la lista comprende Paolo Boccardelli, Gianluca Brancadoro, Alessandro Caltagirone, Antonella Centra, Rosa Cipriotti, Elena De Simone, Simonetta Iarlori, Domenico Lombardi, Paola Lucantoni, Fabiana Massa, Gianmarco Montanari, Francesca Pace, Marcella Panucci, Francesca Paramico Renzulli, Renato Sala e Paolo Testi.

«Meloni va in radio ma non in Parlamento», la polemica delle opposizioni

È polemica da parte delle opposizioni per la mancata presenza in Parlamento della premier Giorgia Meloni per riferire sulla guerra in Medio Oriente. La leader di Fdi, poco prima, aveva rilasciato un’intervista a Rtl 102.5 con focus sulla posizione e le prossime mosse dell’Italia, ma alla Camera e al Senato ha lasciato parlare i ministri degli Esteri Antonio Tajani e della Difesa Guido Crosetto, senza essere presente. Un fatto che ha causato l’irritazione del campo largo, che le recrimina l’assenza in un momento tanto delicato.

Il M5s: «Più comodo fare interviste senza contraddittorio che metterci la faccia in Aula»

«Stamattina Giorgia Meloni ha trovato il tempo per intervenire in radio con una bella intervista senza contraddittorio, l’ennesima. Non ha trovato però il tempo per il Parlamento, cioè il luogo dove un presidente del Consiglio dovrebbe presentarsi quando c’è da parlare davvero al Paese», hanno scritto in una nota i capigruppo M5S di Camera e Senato Riccardo Ricciardi e Luca Pirondini. «In aula oggi non ci sarà lei ma le controfigure Crosetto e Tajani. Alla radio ha annunciato che vuole tassare chi specula sulle bollette, più o meno le stesse promesse fatte sugli extraprofitti delle banche. Poi si è visto com’è finita», hanno continuato. «Nel frattempo la realtà è semplice, le conseguenze economiche della guerra dei suoi amici Trump e Netanyahu finiranno, come sempre, nelle tasche degli italiani. E su ciò che è accaduto nemmeno una mezza parola di condanna per l’attacco unilaterale di Stati Uniti e Israele. Niente. Silenzio totale. Meloni ancora una volta perfettamente allineata a Washington. E, guarda caso, perfettamente lontana dal Parlamento. Perché le interviste senza contraddittorio sono sempre più comode di metterci la faccia in Parlamento davanti agli italiani».

Avs: «Di cosa ha paura e da cosa fugge?»

Non è da meno Angelo Bonelli di Avs: «La presidente Meloni ha rilasciato una lunga intervista a Rtl, fugge dal Parlamento e va in radio. Quando c’è da venire in Aula a riferire al Paese, la presidente del Consiglio non si presenta e manda allo sbaraglio i ministri Crosetto e Tajani. È il Parlamento il luogo dove deve riferire, non uno studio radiofonico. Di cosa ha paura, da cosa fugge?». Critiche anche dal Partito democratico, con la capogruppo alla Camera Chiara Braga che ha accusato la premier di ritenere il Parlamento «meno rilevante di un’emittente radiofonica».

La replica di Tajani: «Meloni non direbbe cose diverse da noi»

Sulla questione è intervenuto il ministro Tajani, spiegando che «non credo che la presidente del Consiglio direbbe cose diverse da quelle che abbiamo detto il ministro Crosetto ed io». «Quindi», ha continuato, «se riterrà opportuno venire prima del dibattito previsto, sarà una sua decisione in base allo sviluppo della situazione. Io credo che si debba continuare a lavorare per impedire che la situazione degeneri, che ci sia un allargamento del conflitto in aree differenti dal Medio Oriente e perché ci possa essere una conclusione nei tempi più rapidi possibili del conflitto».

Smentita dalla Francia: Parigi non ha concesso agli Stati Uniti l’uso delle sue basi in Medio Oriente

La Francia non ospiterà aerei americani nelle sue basi in Medio Oriente. Tuttavia alcuni velivoli statunitensi da supporto operativo, e non jet da combattimento, «sono stati accettati nella base di Istres». Lo ha chiarito lo Stato Maggiore delle Forze Armate francesi, smentendo la notizia del semaforo verde di Parigi a Washington per l’uso delle sue basi e parlando di «procedura di routine nel quadro della Nato». Il portavoce del Capo di Stato Maggiore della Difesa ha inoltre spiegato a France Info: «Dato il contesto, abbiamo preteso che le risorse in questione non partecipassero in alcun modo alle operazioni condotte dagli Stati Uniti in Iran, ma esclusivamente a sostegno della difesa dei nostri partner nella regione». E Parigi «ha ottenuto piena garanzia in tal senso».

Smentita dalla Francia: Parigi non ha concesso agli Stati Uniti l’uso delle sue basi in Medio Oriente
Giorgia Meloni e Emmanuel Macron (Imagoeconomica).

Macron telefona a Meloni

Emmanuel Macron, intanto, «in uno spirito di solidarietà europea» ha telefonato a Giorgia Meloni e al primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, concordando – spiega l’Eliseo – «di coordinare l’invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale e di collaborare per garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso». Il colloquio con Meloni è stato confermato da una nota di Palazzo Chigi: i due leader «hanno discusso le implicazioni del conflitto in Iran sia sul quadro regionale mediorientale che a livello globale», concordando «di mantenersi in stretto contatto sull’evoluzione della crisi».

La Nazionale femminile di calcio iraniana ci ripensa: inno cantato e saluto militare

Dietrofront delle calciatici della Nazionale femminile di calcio iraniana, che prima della partita contro l’Australia in Coppa d’Asia hanno cantato l’inno e fatto anche il saluto militare. Al debutto nel torneo contro la Corea del Sud erano invece rimaste in silenzio: in assenza di spiegazioni – le calciatrici e la ct si erano rifiutate di fare commenti sulla guerra e sulla morte di Ali Khamenei – il gesto era stato perlopiù interpretato come un segno di protesta contro il regime degli ayatollah.

Durante la conferenza stampa alla vigilia di Iran-Australia, l’attaccante Sara Didar e l’allenatrice Marziyeh Jafari hanno parlato della guerra in corso, esprimendo preoccupazione per la situazione nel Paese e per le loro famiglie.

Iran, cosa prevede la risoluzione del centrodestra

Il centrodestra ha presentato una risoluzione sugli “aiuti” militari ai Paesi del Golfo nell’ambito del conflitto mediorientale che da sabato 28 febbraio ha subito un’escalation. In dettaglio, l’Italia è pronta a fornire supporto, in particolare di difesa antiaerea, anti missilistica e antidrone, agli Stati del Golfo minacciati dagli attacchi dell’Iran. È inoltre disponibile a garantire agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, in forza dell’accordo bilaterale del 1954 tra i due Paesi, come ribadito anche dalla premier Meloni. Il testo verrà votato in Parlamento dopo le comunicazioni dei ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani.

Aiuti militari al Golfo, sostegno ai Paesi Ue e basi Usa

Secondo quanto si legge nel testo, la risoluzione impegna il governo:

  • a rafforzare tempestivamente le capacità di difesa e protezione delle missioni italiane nei teatri operativi del Medio Oriente, con particolare riferimento al mandato di cui alla scheda 04/2025, prorogata, attraverso il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza, nel perimetro di quanto autorizzato nell’area geografica di intervento, a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche presenti nell’area, a tutela degli interessi primari nazionali. Quanto sopra, anche in relazione alla necessità di contrastare una crisi energetica per i cittadini e le imprese italiane;
  • a partecipare con assetti nazionali allo sforzo comune in ambito Unione Europea per sostenere, in caso di richiesta, Stati membri Ue nella difesa del proprio territorio da attacchi missilistici o via droni da parte iraniana;
  • a confermare il rispetto, nell’utilizzo delle installazioni militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi, del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti, che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico.

Referendum sulla giustizia, il “no” allarga il vantaggio nell’ultimo sondaggio Ipsos

Dopo quello condotto da Ixè a un mese dal voto, un altro sondaggio fotografa il vantaggio del “no” sul “sì” in vista del referendum sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo. Ecco che cosa è emerso dall’ultima indagine Ipsos illustrata da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera.

Solo il 37 per cento si è detto certo di andare a votare

La consultazione non sembra attrarre grande interesse. Secondo l’ultimo sondaggio Ipsos per il Corsera, l’affluenza si aggirerà attorno al 42 per cento. E solo il 37 per cento si è detto certo di andare a votare. In questo scenario, che vede una mobilitazione maggiore soprattutto tra gli elettori dell’opposizione, il “no” viene dato in vantaggio con il 52,4 per cento. Il fronte del “sì” si fermerebbe al 47,6 per cento: meno 1,8 per cento rispetto a un mese fa.

Referendum sulla giustizia, il “no” allarga il vantaggio nell’ultimo sondaggio Ipsos
Nando Pagnoncelli (Imagoeconomica).

Con un’affluenza maggiore il “sì” potrebbe vincere

Per Pagnoncelli la tendenza alla crescita della contrarietà sembra acquisita, ma è ancora presto per affermare che vincerà il “no”. Secondo il sondaggista, il “sì” potrebbe infatti spuntarla se l’affluenza raggiungesse (o superasse) il 49 per cento, in virtù di una maggiore partecipazione da parte degli elettori di centrodestra. In tale scenario, la partita si giocherebbe sul filo del rasoio, con una differenza di pochi decimi tra i due schieramenti: il “sì” è dato al 50,2 per cento e il “no” al 49,8.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto

C’è un momento preciso in cui una guerra smette di riguardare solo chi la combatte. Non è quando cadono le bombe. Non è quando si contano i morti. È quando il prezzo del gas europeo esplode del 54 per cento in una seduta. Quando il più grande terminale GNL al mondo viene spento da uno sciame di droni che costa meno di un caccia in manutenzione. Quando un armatore di Rotterdam guarda i premi assicurativi per Hormuz e decide che oggi la sua petroliera non parte. Quel momento è adesso.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Una nave container nello Stretto di Hormuz (Ansa).

Hormuz: il collo di bottiglia del mondo

Lo Stretto di Hormuz — 33 chilometri nel punto più stretto — è il passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota cruciale del GNL globale. L’Iran lo ha chiuso il primo marzo. I transiti di petroliere, che fino a quel giorno erano in media 24, sono crollati a quattro. Non serviva una chiusura formale per produrre effetti sui mercati. Ma una chiusura reale li ha moltiplicati. Il Brent è balzato a 82 dollari al barile, con un rialzo del 9 per cento in una singola seduta. Goldman Sachs stima che se i volumi attraverso Hormuz restano ai livelli attuali per altre cinque settimane, il greggio raggiungerà i 100 dollari. UBS non esclude picchi sopra i 120. Barclays si attesta sui 100. Ma il vero detonatore non è il petrolio. È il gas.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Una nave carica di Gnl del Qatar (Ansa).

Lo shock che l’Europa non si può permettere

Il 2 marzo il Qatar ha chiuso l’impianto di Ras Laffan — il più grande terminale di esportazione di GNL al mondo — dopo un attacco con droni iraniani. Goldman Sachs stima che la chiusura riduca l’offerta globale di GNL del 19 per cento nel breve termine. Il Qatar fornisce tra il 12 e il 14 per cento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto. I futures europei del gas, il Dutch TTF, sono esplosi: +54 per cento in una seduta, +76 per cento nell’arco della settimana, superando i 60 euro per megawattora — il livello più alto degli ultimi tre anni. Le riserve di stoccaggio dell’Unione Europea sono sotto il 30 per cento della capacità, al termine della stagione invernale. Se lo Stretto resta chiuso per un mese, Goldman Sachs prevede un raddoppio dei prezzi del gas europeo. Non sono proiezioni accademiche. Sono scenari che i mercati stanno già scontando.

L’effetto della guerra non si ferma alla bolletta

Quando il prezzo dell’energia sale e resta alto, l’effetto non si ferma alla bolletta. Si propaga lungo l’intera catena industriale. Cemento, acciaio, alluminio, chimica di base: settori che divorano energia. Il cemento richiede forni a oltre 1.400 gradi. La chimica di base usa il gas come materia prima, non solo come fonte energetica. Il bitume — le strade che calpestiamo — è un derivato diretto della raffinazione petrolifera. Il rame, termometro dell’economia globale, ha raggiunto quasi 13 mila dollari a tonnellata. Con energia cara, trasporti costosi e tassi d’interesse ancora elevati, i progetti infrastrutturali si rinviano. Non per scelta politica. Per aritmetica. Strade, ferrovie, porti, edilizia: tutto dipende da materiali il cui costo sta salendo rapidamente.

La strategia di logoramento dell’Iran

Per capire perché questo scenario non si risolverà in fretta, bisogna capire cosa vuole l’Iran. Non vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti — sarebbe impossibile. L’obiettivo è rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne spendono tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte sulle rotte globali. Non è conquista. È coercizione economica. E funziona.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Il lancio di un missile iraniano (Ansa).

Perché l’economia europea è la più vulnerabile

Gli Stati Uniti possono permettersi questa guerra: hanno energia domestica, valuta di riserva, leve che nessun altro possiede. Israele persegue obiettivi securitari propri. L’Iran deve solo reggere abbastanza a lungo. Nel mezzo resta l’Europa. Che non ha deciso questa guerra, non ne controlla l’escalation, non ne definirà la fine. Ma ne paga le conseguenze. Il nostro modello economico dipende da energia importata, rotte commerciali aperte e stabilità nei punti di transito. Tutte e tre sono sotto attacco simultaneo. Le guerre senza un vero obiettivo politico finale non producono ordine. Producono incertezza. E nei mercati globali l’incertezza non è mai neutrale. È un costo. Questa volta il conto sta arrivando a noi.

Mfe-Mediaset diventa una media company, Berlusconi anche presidente

Mfe-MediaforEurope adotta una nuova organizzazione del top management, scelta che segna il passaggio da una holding di controllo finanziario a una media company operativa. Il cda del gruppo ha deliberato di attribuire al ceo Pier Silvio Berlusconi il ruolo di chairman e Group chief executive officer. Fedele Confalonieri, storico presidente di Mediaset prima e di Mfe dopo, rimane statutory chairperson. La nuova struttura, che prevede diverse nomine interne e la creazione di due nuove aree, nasce per «coordinare e indirizzare direttamente le proprie società in tutti i Paesi, valorizzando le migliori risorse e competenze interne al gruppo e rafforzando l’innovazione con nuovi presidi organizzativi e manageriali». Nella pratica, sotto la guida di Pier Silvio Berlusconi, la nuova struttura di vertice di Mfe prevede il passaggio da un’organizzazione verticale a una orizzontale per integrare tutte le funzioni di staff nell’ambito della holding. Nell’ambito della riorganizzazione, Marco Giordani, chief finance e international business officer, avrà la responsabilità della supervisione finanziaria e dello sviluppo internazionale del business. Simone Sole sarà nominato chief financial officer.

Due droni iraniani si sono schiantati in Azerbaigian

Due droni Arash 2 lanciati dall’Iran si sono schiantati in Azerbaigian. Uno ha raggiunto un edificio dell’aeroporto di Nakhchivan, mentre un altro è esploso nei pressi di una scuola nell’adiacente villaggio di Shakakabad, nella regione di Babek.

L’aeroporto di Nakhchivan si trova a 10 chilometri dal confine con l’Iran

L’aeroporto si trova a una decina di chilometri dal confine con la Repubblica Islamica: si tratta dello scalo internazionale che serve la Repubblica Autonoma di Nakhchivan, exclave azera confinante con Armenia, Turchia e, appunto Iran (per 179 chilometri). Non ci sono stati morti, ma due persone sono rimaste ferite. Baku ha condannato quanto accaduto, evidenziando il «comportamento inadeguato dell’Iran» e che l’Azerbaigian «si riserva il diritto di rispondere a questa azione». Il ministero degli Esteri ha inoltre convocato l’ambasciatore iraniano. Secondo il media indipendente Qazetchi, le Forze armate dell’Azerbaigian sono state poste in stato di allerta e dispiegate lungo il confine con l’Iran. Secondo alcuni esperti il rafforzamento militare potrebbe essere legato anche alla gestione di un possibile afflusso di rifugiati in caso di ulteriore deterioramento della situazione nella Repubblica Islamica.

Mario Ruoso, chi era il patron di TelePordenone ucciso a sprangate in casa

Il patron di TelePordenone Mario Ruoso è stato ucciso nella sua abitazione nella mattinata di mercoledì 4 marzo 2026. Figura di spicco nel mondo imprenditoriale e automobilistico, aveva 87 anni ed era anche lo storico proprietario del Garage Venezia, concessionaria di automobili in posizione strategica sulla Pontebbana. Cavaliere del Lavoro, era stato tra i fondatori dell’emittente televisiva che ha fatto la storia di Pordenone dal 1980 al 2024, quando il segnale è stato spento.

La dinamica dell’omicidio

Mario è stato trovato morto nella sua abitazione dal nipote Alessandro, pilota di enduro, che ha subito lanciato l’allarme ai soccorsi e alle forze dell’ordine. Secondo le prime analisi, sarebbe stato colpito più volte con un oggetto contundente, probabilmente una spranga. Nella caduta avrebbe battuto la testa contro lo spigolo di un mobiletto. A quel punto l’assassino avrebbe infierito con altri colpi al capo, fino a provocarne la morte. La ricostruzione, fondata sulle ferite riscontrate e sui primi accertamenti tecnici, delineerebbe un’aggressione improvvisa e feroce.

Una persona sospettata del delitto

Non è ancora noto chi sia l’autore del delitto, ma le autorità hanno portato in questura a Pordenone una persona «sulla quale si nutrono forti sospetti». L’ha riferito il procuratore della Repubblica Pietro Montrone all’Ansa. «Tecnicamente non è ancora in stato di fermo», ha precisato, «stiamo completando gli accertamenti. Non abbiamo ancora elementi sul possibile movente».

Petroliera americana colpita al largo del Kuwait, greggio in mare

Una petroliera all’ancora nelle acque al largo del Kuwait è stata oggetto di un attacco, che è stato di fatto rivendicato dall’Iran: i pasdaran hanno infatti affermato di aver colpito una nave americana di questo tipo nel nord del Golfo Persico. L’equipaggio dell’imbarcazione è in salvo. La petroliera ha però imbarcato acqua e dal serbatoio del carico è stata rilevata una fuoriuscita di greggio, con possibili conseguenze ambientali. L’agenzia britannica per la sicurezza marittima Ukmto spiega che il comandante «ha udito una grande esplosione a babordo, per poi vedere una piccola imbarcazione allontanarsi». Il ministero degli Interni del Kuwait ha dichiarato che l’esplosione è avvenuta «al di fuori delle acque territoriali» dell’emirato, ad almeno 60 chilometri dal porto di Mubarak Al-Kabeer.

Si tratta della sesta nave colpita in 24 ore

La petroliera colpita al largo del Kuwait è la sesta imbarcazione attaccata nelle ultime 24 ore nelle acque del Mar Arabico e del Golfo Persico. La prima nave a essere stata colpita è stata la portacontainer Safeen Prestige, al largo dell’Oman. Dove si trovava, ma ben più lontana (a 137 miglia nautiche dalla costa) anche la portarinfuse Pelagia. Al largo di Dubai, nel Golfo Persico, è stata colpita la nave cargo MSC Grace. Due gli incidenti nelle acque di Fujairah, Emirati Arabi Uniti: coinvolte la portarinfuse Gold Oak, battente bandiera panamense, e la petroliera VLCC Libra Trader, battente bandiera delle Isole Marshall.

La minaccia dei Guardiani della rivoluzione

I Guardiani della rivoluzione, che hanno dichiarato di avere il controllo completo dello Stretto di Hormuz, hanno spiegato che il passaggio attraverso il budello chiave per il commercio mondiale di petrolio è precluso solo alle navi provenienti da Stati Uniti, Israele, Europa e altri alleati dell’Occidente. E queste imbarcazioni, se individuate nel Golfo Persico, «verranno sicuramente colpite».

Meloni: «Sulle basi Usa valgono gli accordi, per altre richieste deciderà il Parlamento»

La premier Giorgia Meloni si è detta preoccupata per le ripercussioni sull’Italia del conflitto mediorientale che, «in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, che sta bombardando tutti i Paesi vicini compresi quelli che si erano spesi per un accordo sul nucleare iraniano, comporta un rischio di escalation che può avere conseguenze imprevedibili». Intervenuta al programma radiofonico Non stop news su Rtl 102.5, ha ribadito che «non siamo in guerra e non vogliamo entrarci».

Per l’utilizzo delle basi americane l’Italia si attiene agli accordi bilaterali

Per quanto riguarda l’utilizzo delle basi militari americane, Meloni ha affermato che l’Italia si attiene agli accordi bilaterali. Nel nostro Paese ce ne sono sono tre, concesse agli americani in virtù di accordi del 1954 che sono sempre stati aggiornati. «Ci sono delle autorizzazioni tecniche quando si parla chiaramente di logistica e di cosiddette operazioni non cinetiche, semplificando, operazioni di non bombardamento. Se poi arrivassero richieste uso basi italiane per fare altro, la competenza sarebbe del governo decidere se concedere un nuovo utilizzo più esteso, ma io penso che in quel caso dovremmo decidere noi insieme al Parlamento», ha aggiunto.

L’invio di aiuti ai Paesi del Golfo e l’attenzione sulla minaccia terroristica

«L’Italia, come Regno Unito, Francia, Germania, intende inviare aiuti ai Paesi del Golfo. Parliamo chiaramente di difesa aerea, non solo perché sono nazioni amiche ma perché in quell’area ci sono decine di migliaia di italiani, e circa 2 mila militari che dobbiamo proteggere. E il Golfo è vitale per gli approvvigionamenti», ha continuato la Meloni. Sul terrorismo islamico, infine, «non bisogna mai abbassare la guardia, siamo totalmente mobilitati, sono mobilitati tutti i servizi di sicurezza». «Il ministro Piantedosi ha già convocato il comitato per l’ordine e la sicurezza, il comitato analisi strategica antiterrorismo si riunisce in modo cadenzato, abbiamo delle eccellenze. Non siamo distratti, la guardia è altissima».

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale

La Stampa, il quotidiano torinese fondato nel 1867 e per oltre un secolo custodito dalla famiglia Agnelli come uno scrigno di rispettabilità borghese e potere sabaudo, viene ceduta quasi in sordina ad Alberto Leonardis, patron del gruppo Sae, un pugno di giornali locali e agenzie di comunicazione. Un nome che fino a ieri conoscevano solo gli addetti ai lavori. Suona un po’ il necrologio del giornalismo vecchio stile, quello che aveva piantato le radici nel Novecento e che nell’era digitale, nonostante i proclami (Digital First, era il refrain con cui John Elkann preannunciava il ritorno al futuro), non ha mai saputo rinnovarsi.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Alberto Leonardis (Imagoeconomica).

Cedere così un giornale dice molto sul valore che oggi si attribuisce all’informazione

I colleghi della Stampa giustamente non si capacitano e molti ne fanno innanzitutto una questione di stile. Venduti sì, ma questi modi spicci fanno male. L’Avvocato avrebbe storto il naso: lui la Fiat, nonostante le pressioni, non la vendette mai agli americani. Ma non è questo il punto. Anche se, va detto, di eleganza in questa vicenda se n’è vista poca. Vendere un giornale così, con la fretta e la discrezione che di solito si riservano alle pratiche scomode, dice qualcosa di definitivo sul valore che oggi si attribuisce all’informazione. Lo sa bene chi ha avuto il privilegio, oggi tramutatosi in dispiacere, di fare per molti anni il mestiere quando ancora era in spolvero. Non è un tramonto romantico, foriero di nuove magnifiche sorti. È una demolizione per abbandono: lenta, grigia, senza che nessuno voglia assumersene la piena consapevolezza.  

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Un ritratto di Gianni Agnelli (Imagoeconomica).

Da tempo il patto con il lettore è morto 

Il mestiere del giornalista ha perso peso, status e senso. E non per colpa del digitale, o dell’intelligenza artificiale. È che il patto con il lettore si è rotto. Per decenni i giornali hanno intermediato la realtà dall’alto della loro riconosciuta autorevolezza: il loro compito era raccogliere i fatti, selezionarli, dare loro una gerarchia e consegnare il tutto ogni mattina in edicola. Un servizio prezioso, in cambio del quale editori e giornalisti chiedevano fiducia, attenzione e un paio di euro a copia, meglio ancora il più fidelizzante abbonamento. Oggi quel patto non esiste più. Il pubblico giovane ha disertato le edicole, sceglie on demand. Il vecchio si estingue progressivamente per ovvi motivi generazionali. La realtà arriva direttamente, cruda, non filtrata: su TikTok, Instagram, X o Substack. Chi ha voglia di aspettare una redazione che la rielabori per i suoi lettori? E soprattutto: chi ha più voglia di pagare per questo? 

L’ascesa di Corona e il crollo dei quotidiani 

Lo mostra bene il fenomeno Fabrizio Corona, personaggio per anni trattato dalle redazioni come un pregiudicato, uno scandalo, un poco di buono da maneggiare con le pinze. Sta di fatto che oggi l’”impresentabile” ha un esercito di follower il cui aumento è direttamente proporzionale al calo dei lettori sui media tradizionali, e un numero iperbolico di visualizzazioni che hanno stravolto le classifiche. Non è un caso. È un sintomo. Corona fa quello che i giornali non sanno o non possono più fare: parlare direttamente, senza mediazioni o liturgie. Magari sbaglia, spesso esagera, ma non annoia mai. E nell’economia dell’attenzione questo, non l’informazione, è il primo requisito.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Fabrizio Corona (foto Ansa).

La fuga in tivù e la polverizzazione del mercato 

Il giornalismo tradizionale si è innamorato di sé stesso. Ha confuso la forma con la sostanza, ha prodotto oceani di carta in cui la notizia annegava nel commento e nella ricostruzione posticcia, mentre fuori il mondo correva. Così i giornalisti bravi, quelli con l’istinto e il carattere, hanno cominciato a emigrare. I più lungimiranti sul web, gli altri in televisione. Come se mostrare la faccia fosse una soluzione, una salvezza, e il teleschermo potesse restituire loro quella visibilità che la firma sul giornale non garantiva più. È una fuga comprensibile, ma è anche una resa. Il volto in video non è un’idea, è una performance. E insieme una sudditanza a un media alle cui regole ti sottometti. Confondere le due cose è esattamente il problema da cui si sta cercando di scappare.​ La scena si è nel frattempo polverizzata. Influencer, creator, podcaster, autori di newsletter, commentatori che in un thread di 10 post dicono più cose sensate di un’intera pagina di quotidiano. Non tutti, certo. Ma abbastanza da spostare l’interesse, e con esso la pubblicità, e di conseguenza la sempre più schiacciante invasività che essa esercita con soddisfazione degli editori cui non par vero di trasformare più spazi possibili in contenuti sponsorizzati.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Jeff Bezos, John Elkann, Maurizio Molinari allora direttore della Stampa nel 2017 (Imagoeconomica).

Fine di una concezione del giornalismo 

La Stampa che passa di mano racconta tutto questo. Non è la fine di un giornale: è la fine di una concezione del giornalismo come presidio, istituzione e contropotere. L’autorevolezza, il rapporto con i lettori, la capacità di orientare l’opinione pubblica si stanno ineluttabilmente dissolvendo, senza che nessuno senta il bisogno di versarci sopra più lacrime se non quelle di circostanza. Elkann, a cui preservare la tradizione di famiglia evidentemente interessa poco, si è mosso nella logica imprenditoriale di quando un asset ha smesso di rendere: lo ha venduto. Senza sentimentalismi o appelli a un passato glorioso. Un lusso che ci si può permettere quando i conti tornano, meno quando il modello di business non regge più. Anche se ciò suona come ammissione di essere stato un pessimo editore. ​Il giornalismo del futuro, ammesso lo si possa chiamare ancora così, esiste già, e ha poco a che spartire con quello del passato: è più veloce, diretto, personale. Ha bisogno di voci più che di testate, di autori più che di redazioni. Chi saprà adattarsi sopravviverà. Come in tutte le rivoluzioni, del resto. Solo che questa non la celebra nessuno. Avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica, tra una svendita e l’altra, tra il vecchio mondo che passa e il nuovo in piena caotica trasformazione.​