La nuova app P di Poste Italiane continua a superare record. Con 16 milioni di utenti attivi e più di 4 milioni di utenti giornalieri, è diventata ormai la prima app italiana. Un fatto sottolineato anche dall’amministratore delegato Matteo del Fante durante la presentazione dei risultati del 2025. «Con l’ultimo trimestre del 2025 abbiamo finito la migrazione di tutte le nostre app sulla nostra super app, sulla nostra app unica», ha spiegato. «La somma degli utenti delle app che avevamo prima è inferiore agli utenti che abbiamo oggi sulla nostra super app, quindi vuol dire che, nella migrazione, non solo non abbiamo perso utenti, ma ne abbiamo guadagnati. Questo ci fa molto piacere e oggi siamo di gran lunga l’app italiana di un’azienda italiana più utilizzata nel Paese, con oltre 4 milioni di utenti giornalieri. Per darvi un’idea, la seconda app di un’azienda italiana ne ha circa la metà».
L’app permette anche di ottimizzare il lavoro degli uffici postali
Un risultato che conferma la solidità del progetto che dall’anno scorso ha riunito tutta l’offerta di Poste italiane in un’unica piattaforma, dando vita a un unico punto di accesso digitale per i prodotti del Gruppo. Uno strumento che, come ha ricordato Del Fante, affianca il lavoro degli uffici postali, in linea con la strategia omnicanale di Poste. «La cosa che sta funzionando benissimo della nostra app», ha continuato Del Fante, «è che ci sta aiutando a far lavorare meglio gli uffici postali. Ci serve a prendere gli appuntamenti in ufficio, ma anche a dare delle informazioni base ai clienti che poi vengono in ufficio a chiudere il contratto. Quindi stiamo arrivando a delle percentuali di clienti che noi chiamiamo “scaldati” dall’app molto significative. Il 30/40 per cento di quello che noi chiudiamo nell’ufficio postale viene preparato dall’app, e questo vuol dire aver supportato l’ufficio postale attraverso la tecnologia». Con un voto medio di 4.7 su 5 e oltre 500 mila recensioni, l’app P è stata tra le tre applicazioni più scaricate per iPhone sull’app store nel 2025. Oggi conta 16 milioni di utenti, di cui più di 300 mila con più di 80 anni, a conferma del ruolo giocato da Poste italiane nell’innovazione del Paese e nella chiusura del divario digitale.
Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza. Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran. Sono i tre bersagli centrati con una serie di freccette da Benjamin Netanyahu in un video postato su X dal suo consigliere Topaz Luk. In cui non si può notare un particolare: le freccette sono contrassegnate da due bandiere, quelle statunitense e britannica. Se per gli Usa di Donald Trump la guerra è un videogioco, per il primo ministro di Israele a quanto pare è una partita a freccette.
Elon Musk consolida il primo posto nella classifica di Forbes dei più ricchi al mondo, con una fortuna stimata di 839 miliardi di dollari. Dietro a Mr Tesla sul podio ci sono Larry Page (257 miliardi) e Sergey Brin (237), cofondatori di Google. Al 22esimo posto un italiano: Giancarlo Devasini, creatore della criptovaluta Tether, con quasi 90 miliardi. L’elenco dei miliardari cresce ancora come numero: nel 2025 erano 3.028 e adesso sono passati a 3.428, per un patrimonio complessivo da record di 20.100 miliardi di dollari, 4 mila in più rispetto all’anno scorso. La lista di Forbes resta dominata dagli Stati Uniti, con 989 super-ricchi di cui 15 dei primi 20. Seguono Cina (610) e India (229). Sono 20 i paperoni che fanno ormai parte del cosiddetto “Club dei 100 miliardi”: tra le nuove entrate spicca Changpeng Zhao, fondatore di Binance. Sono 390 i nuovi miliardari entrati in classifica quest’anno. Alcuni nomi? Dr. Dre, Beyoncé, Roger Federer.
Aumentano le donne e il 67 per cento dei miliardari ha costruito la propria fortuna da zero
La tecnologia e l’IA hanno creato nuove fortune a una velocità senza precedenti, spiega Forbes: almeno 86 miliardari devono gran parte della loro ricchezza all’intelligenza artificiale e il 67 per cento ha costruito la propria fortuna da zero. Cresce anche la presenza femminile, con 481 donne miliardarie nel mondo. È donna, ma certo non si è fatta da sola la più giovane della lista: la brasiliana Amelie Voigt Trejes, appena 20 anni, erede del colosso WEG. Ecco nella gallery i primi 22 della classifica di Forbes, fino a Devasini.
In uno scenario fluido e mai immobile, il compassato Conte rischia di condannarsi all’irrilevanza. I malumori di alcuni dei suoi sono riapparsi in maniera plastica pochi giorni fa alla vigilia dell’elezione del nuovo direttivo al Senato. Nonostante l’ufficializzazione di Luca Pirondini come capogruppo e Stefano Patuanelli come vicepresidente del Movimento, le tensioni e la maretta che hanno preceduto l’evento hanno dipinto il quadro di un Conte che, lungi dall’essere il monarca indiscusso come spesso viene percepito all’esterno, deve fare i conti con una fronda interna che non disdegna di far sentire la propria voce. Le ‘sconfitte’ di questo direttivo sono Dolores Bevilacqua che si è dovuta ‘accontentare’ della tesoreria invece che della vicepresidenza e Alessandra Maiorino, costretta a fare un passo indietro (aveva presentato un suo gruppo di fedelissimi) dopo essersi “vivacemente confrontata” con Paola Taverna.
Conte l’equilibrista in perenne rincorsa
L’avvocato del popolo divenuto leader di un Movimento 5 stelle in perenne mutamento sembra aver assunto il ruolo dell’equilibrista. Un ruolo che, a giudicare dalle recenti evoluzioni, si sta rivelando più precario di quanto si potesse immaginare, con tanto di funambolismi interni e rincorse affannose all’esterno. Elly Schlein, sua sparring partner, sembra aver innescato in Conte una sorta di “rincorsa” politica. Una dinamica che lo vede spesso costretto a inseguire, a posizionarsi in relazione alle mosse altrui, perdendo forse un po’ di quella spinta propulsiva e originale che lo aveva caratterizzato. Il rischio è quello di trasformarsi da protagonista a spalla, in un duetto dove il ritmo lo detta qualcun altro.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il nodo primarie e i rischi di un’intesa col Pd
E poi ci sono le primarie, quelle benedette primarie che dovrebbero definire la leadership del centrosinistra. Qui, l’ironia della sorte si fa ancora più pungente. Nonostante i buoni uffici e le mediazioni del padre nobile del Pd romano Goffredo Bettini, la sicurezza di primeggiare per Conte appare tutt’altro che garantita. Anzi, l’intervento di Bettini, figura di spicco e tessitore di alleanze, sembra quasi un tentativo di tenere insieme i cocci di un’intesa che, per Conte, potrebbe rivelarsi un boomerang. Un aiuto, insomma, che sa più di stampella che di trampolino di lancio. In definitiva, Giuseppe Conte si trova a navigare in acque agitate, tra la gestione di una base parlamentare irrequieta tutta concentrata sulle candidature delle prossime elezioni, e la necessità di affermare la propria leadership in un campo largo dove gli spazi si fanno sempre più stretti. Un compito arduo, che richiede non solo abilità politica, ma anche una buona dose di autoironia (che a lui manca totalmente) per non soccombere sotto il peso delle aspettative e delle continue, piccole, grandi sfide quotidiane.
Elly Schlein con Goffredo Bettini (Imagoeconomica).
Negli ultimi anni il turismo in Italia è tornato a crescere con intensità, riportando il Paese tra le principali destinazioni globali. Secondo i datidel ministero del Turismo, nel 2025 si è registrato un nuovo record storico con oltre 480 milioni di presenze, in aumento del 3 per cento rispetto al 2024. Una crescita che rappresenta un motore economico strategico, con un impatto rilevante su occupazione e Pil, ma che pone anche una questione strutturale, vale a dire la gestione dei flussi. In questo contesto, infatti, la competitività turistica non dipende più soltanto dall’offerta culturale o ricettiva, ma dalla qualità della mobilità: spostarsi facilmente, accedere ai servizi senza attriti, evitare code e congestioni è diventato parte integrante dell’esperienza di viaggio.
Dalla crescita dei flussi alla sfida della mobilità turistica
Per affrontare queste sfide, risulta fondamentale investire nelle infrastrutture digitali della mobilità – dai sistemi di pagamento integrati come i mobility wallet, che centralizzano in un’unica soluzione il pagamento e l’accesso a svariati servizi di trasporto pubblico e privato (bus, treni, bike/car sharing, monopattini), fino all’automatizzazione degli accessi,con tornelli intelligenti, check-in digitali, prenotazione degli slot di entrata e sistemi di controllo dei flussi, e a servizi di infomobilità in tempo reale che forniscono indicazioni su traffico, tempi di percorrenza, disponibilità dei mezzi, ritardi e alternative di percorso. Queste soluzioni permettono di gestire in modo dinamico i picchi di domanda, particolarmente rilevanti nelle destinazioni turistiche ad alta concentrazione di visitatori, evitando code, sovraffollamento e congestioni. La digitalizzazione degli accessi consente inoltre di raccogliere dati in tempo reale, fondamentali per monitorare e regolare i flussi in modo proattivo così da governare la domanda senza limitare l’offerta, rendendo il turismo più sostenibile e competitivo senza snaturare i luoghi.
I servizi Telepass per viaggiare in modo più semplice e accessibile
In questo contesto, il contributo di operatori come Telepass si inserisce come fattore abilitante di una mobilità più semplice e integrata. Grazie al noto dispositivo, infatti, è possibile usufruire del telepedaggio – che consente di saltare le file ai caselli autostradali – e dell’accesso a parcheggi convenzionati, oltre che a servizi come il traghetto per lo stretto di Messina. Grazie all’app, inoltre, è possibile pagare i parcheggi con strisce blu – oltre che i rifornimenti di carburante, il bollo, l’assicurazione e la revisione della propria auto – ma anche avere l’accesso prioritario ai controlli di sicurezza in aeroporto, acquistare biglietti e/o abbonamenti ai mezzi pubblici, noleggiare scooter, biciclette e monopattini elettrici e prenotare taxi. Tutti servizi che concorrono a rendere l’esperienza turistica più fluida e accessibile, riducendo tempi di attesa, passaggi intermedi e complessità per l’utente. Soluzioni integrate come queste non si limitano a semplificare la fruizione individuale dei luoghi, ma contribuiscono a migliorare l’efficienza complessiva del sistema di mobilità, favorendo una gestione più sostenibile e intelligente dei turisti.
Il Parlamento Ue ha confermato la nomina di Boris Vujcic, dal 2012 governatore della Banca nazionale croata e uno dei principali protagonisti del percorso che ha portato il suo Paese nell’eurozona, come nuovo vicepresidente della Banca centrale europea. Prende il posto dello spagnolo Luis De Guindos, che aveva lasciato l’incarico il 31 maggio 2025. Vujcic ricoprirà un mandato non rinnovabile di otto anni, che inizierà il primo giugno.
Boris Vujcic (Ansa).
La nomina definitiva spetta al Consiglio Europeo
Il voto, che ha confermato il parere favorevole già espresso dalla Commissione per i problemi economici e monetari dell’Europarlamento, si è svolto in sessione plenaria a Strasburgo: 460 gli eurodeputati a favore, 68 i contrari e 91 gli astenuti. Il passaggio parlamentare rappresenta una fase consultiva del processo di designazione: la nomina definitiva spetta infatti al Consiglio Europeo, che decide a maggioranza qualificata dopo aver consultato sia l’Eurocamera sia il Consiglio direttivo della Bce, che aveva già dato il via libera a fine febbraio, definendo il governatore della Hrvatska narodna banka «una figura di riconosciuta levatura ed esperienza professionale in materia di politica monetaria o bancaria».
Le opposizioni: «Come può il governo girarsi dall’altra parte?»
Anche Angelo Bonelli di Avs ha chiesto «un’informativa urgente di Nordio perché le dichiarazioni del suo capo di gabinetto sono indecenti, inaudite». «Facciamo fatica a comprenderle», ha spiegato. È come se il capo di gabinetto del ministro degli Interni dicesse che bisogna sbarazzarsi della Polizia. Facciamo fatica a comprendere come Nordio ritenga che Bartolozzi debba rimanere al suo posto. Cosa nasconde? Credo che a questo punto ci sia qualcosa che il Parlamento non sa». Della stessa opinione anche il dem Federico Gianassi: «Come può il governo fare spallucce e girarsi dall’altra parte? Bartolozzi non può rimanere un secondo di più in quel luogo». Secondo Roberto Giachetti di Iv, che si è associato alla richiesta dell’informativa, «l’intergruppo per il sì dovrebbe citare per danni il capo di gabinetto del ministro Nordio». «Chiediamo le dimissioni di un magistrato fuori ruolo, perché quella che vuole spazzare via la magistratura è un magistrato. Cominci ad andarsene lei!», ha aggiunto.
Nordio tira dritto: «Bartolozzi non deve dimettersi»
Ma, per il Guardasigilli, Bartolozzi non deve dimettersi. «Si riferiva a una piccola parte di giudici politicizzati, non avrà alcuna difficoltà a scusarsi per parole che, sono certo, non rispecchiano il suo pensiero e la stima che ha della magistratura di cui, tra l’altro, lei stessa fa parte. Non deve dimettersi», ha detto in un incontro a Torino.
Continua lo scontro a distanza tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco sulla partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, decisa – ha fatto sapere il MiC – «nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano». Giuli ha infatti disertato la presentazione ufficiale del padiglione Italia al MiC, inviando però un videomessaggio nel quale ha puntato il dito contro Buttafuoco.
Alessandro Giuli (Ansa).
Il videomessaggio di Giuli
«L’arte è una delle migliori espressioni dell’identità plurale di un popolo: è libera quando è libero il governo che la mette in condizioni di esprimersi. L’Italia appartiene al mondo libero ed è felice di valorizzare qualsiasi forma artistica, anche l’arte dissidente», ha detto Giuli. Poi la frecciata a Buttafuoco: «Non si può dire lo stesso delle autocrazie che, all’interno della Biennale di Venezia, sono titolari di padiglioni come quello della Federazione Russa che verrà aperto, contrariamente all’opinione del governo italiano che rappresento, per la libera e autonoma scelta della Biennale di Venezia che siamo tenuti a rispettare». E poi: «Come ministro della Cultura, ritengo che l’arte di un’autocrazia sia libera soltanto nella misura in cui sia dissidente rispetto a quella autocrazia. Quando è scelta dai vertici di uno Stato autocratico, non ha la libertà consentita alla pura espressione artistica quell’espressione che il popolo ucraino vede ogni giorno calpestata dalle bombe della Russia che, da oltre quattro anni, ne ha invaso i confini, le case, le famiglie, la libertà».
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa).
La replica di Buttafuoco
Questa la replica di Buttafuoco: «La diversità delle regole, delle procedure e delle leggi, persino internazionali, conclama l’autonomia di un’istituzione che da 130 anni, in una città speciale e particolare come Venezia, costruisce un sentiero in cui, ancora una volta, chiusura e censura sono fuori dall’ingresso della Biennale».
Il caso è arrivato anche al Parlamento Ue
Il caso della partecipazione della Russia alla 61esima Biennale, che si svolgerà dal 9 maggio al 22 novembre, è peraltro arrivato fino al Parlamento Ue: 26 eurodeputati, tra cui Pina Picierno, l’hanno definita «inaccettabile» e ne hanno chiesto la revoca in una lettera indirizzata al presidente Buttafuoco e al cda .
L’Europa ha aumentato le sue importazioni di armi del 210 per cento tra il 2021 e il 2025, diventando il maggiore compratore mondiale. Il legame con la guerra in Ucraina è evidente, visto che è proprio Kyiv il maggiore acquirente su scala internazionale, mentre gli Stati Uniti, che fino all’avvento di Donald Trump erano stati i più generosi supporter dell’ex repubblica sovietica nel conflitto con la Russia, hanno consolidato la loro posizione di principale esportatore. Questi sono i risultati principali del rapporto annuale del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), che ha evidenziato come i trasferimenti globali di armamenti siano aumentati del 9,2 per cento tra il 2021 e il 2025 rispetto allo stesso periodo dal 2016 al 2020. Una delle novità più importanti riguarda la Germania, diventata il quarto esportatore al mondo, superando la Cina e dietro Francia e Russia. L’industria bellica tedesca ha saputo reagire in maniera rapida alla guerra in Ucraina grazie alla flessibilità di colossi come Rheinmetall, accompagnando la tendenza al riarmo nelle capitali europee voluta con fermezza dalle élite politiche continentali.
Il logo Rheinmetall (Ansa).
La guerra in Medio Oriente darà nuovo impulso ai produttori
Secondo il Sipri il conflitto fra Kyiv e Mosca ha provocato la reazione dei Paesi europei, che stanno acquistando ancora più armi di quanto avessero già pianificato prima del 2022. E a questo si aggiunge la preoccupazione per gli sviluppi in altre parti del mondo, con l’incertezza sulla misura in cui gli Usa difenderebbero i loro partner della Nato in caso di crisi allargata. Complessivamente, il 32 per cento di tutte le forniture di armi è andato agli Stati europei e, secondo gli analisti svedesi, è improbabile che la situazione cambi, visto che comunque l’acquisto di armi a stelle e strisce contribuisce a rafforzare le relazioni transatlantiche a lungo termine. Le crescenti tensioni internazionali e l’attuale guerra in Medio Oriente aumenteranno ulteriormente la domanda di armi, con nuovo slancio per i produttori.
Le quotazioni in Borsa a Francoforte: da Gabler a Vincorion
La Germania, con il cancelliere Friedrich Merz che ha più volte ripetuto di voler allestire entro il 2030 il più forte esercito convenzionale in Europa, Rheinmetall rappresenta solo la punta di un iceberg la cui base si sta facendo sempre più larga. E Armin Pappenberg, il ceo del gigante di Düsseldorf che ha già pronosticato in maniera interessata che la guerra in Ucraina non finirà quest’anno, sta facendo scuola. All’inizio di questa settimana il Gruppo Gabler, fornitore di equipaggiamenti per sottomarini, è entrato in Borsa a Francoforte, settima azienda del settore della difesa a essere quotata, dopo Rheinmetall, Hensoldt, Renk, Airbus, Knds e Thyssenkrupp Marine Systems. Si tratta in realtà di una piccola società, attualmente valutata circa 266 milioni di euro, le cui azioni emesse a 44 euro sono salite del 10 per cento al primo giorno di contrattazioni. Secondo la società di consulenza Ey si prevedono altre entrate sulla piazza di Francoforte nei prossimi mesi, tra cui quella di Vincorion, azienda che fornisce soluzioni per i sistemi di alimentazione di carri armati e aerei. L’offerta pubblica iniziale (Ipo) è prevista prima di Pasqua e secondo fonti interne è valutata oltre 1 miliardo di euro.
Armin Papperger (foto Ansa).
Merz si è allineato con Trump e Netanyahu
Berlino continua inoltre a esportare armi verso Israele, dopo lo stop parziale dello scorso anno che era durato un paio di mesi; la ripresa delle forniture era stata già criticata da Amnesty International, che aveva evidenziato come il traffico continuasse a violare il diritto internazionale, dato che secondo l’organizzazione umanitaria la comunità mondiale, e quindi anche il governo di Merz, ha l’obbligo legale di impedire il genocidio nella Striscia di Gaza e deve adottare misure per porvi fine. Il cancelliere tedesco però pare essere sordo agli appelli di Amnesty e con l’avvio della nuova guerra in Medio Oriente, come ha dimostrato la sua ultima visita alla Casa Bianca, si è messo in linea con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, dando poco peso alle questioni del diritto internazionale e la precedenza invece alla legge del più forte. Facendo così l’ennesimo favore a Papperger e ai piccoli Lords of War che in Germania si stanno moltiplicando.
Friedrich Merz stinge la mano a Donald Trump (foto Ansa).
Valerio Sarcone è stato nominato vice capo di gabinetto del ministero della Cultura. Nel suo nuovo ruolo, che ha validità dal 16 febbraio 2026, contribuirà al coordinamento delle attività istituzionali del Mic, supportando la gestione delle relazioni tra il dicastero, le altre amministrazioni pubbliche e gli organismi istituzionali. Prima della nomina è stato direttore della direzione Gestione operativa emergenze e grandi eventi del dipartimento della Protezione civile di Roma Capitale.
Ha un passato al ministero della Salute e alla presidenza del Consiglio
Laureato in Scienze politiche presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha successivamente conseguito un master in Management pubblico e comunicazione di pubblica utilità e un dottorato in Diritto amministrativo. Dopo aver lavorato presso la Polizia di Stato, nel 2006 è passato al ministero della Salute prima come collaboratore amministrativo e poi come funzionario giuridico. Dal 2020 al 2022 ha collaborato anche con la presidenza del Consiglio dei ministri per poi svolgere l’incarico di dirigente presso Roma Capitale.
Il referendum, dicono gli stessi promotori del quesito sulla giustizia, «è una corsa ad ostacoli». E in effetti proprio domenica 22 marzo, nella prima giornata di voto, Roma sarà bloccata perché si corre la maratona. Quella vera, con decine di migliaia di iscritti, che gireranno in lungo e in largo per 42 chilometri, toccando ogni parte della città. La classica manifestazione podistica che fa arrabbiare i negozianti romani del centro, innanzitutto, e che invece fa godere chi ha uno store in un centro commerciale situato fuori dal raccordo anulare. Si chiama esattamente “Acea Run Rome The Marathon”, con partenza dai Fori Imperiali e un percorso che fatalmente blocca una quantità enorme di mezzi pubblici, con bus fermi per la durata della corsa, vigili urbani impegnati a tenere a bada gli automobilisti e pure i pedoni che vorrebbero semplicemente attraversare una strada ma non possono farlo.
Una veduta dei Fori Imperiali (Imagoeconomica).
Sul percorso si trovano, più o meno ovunque, tavoli con acqua e spugne, tutto gentilmente donato da organizzatori e sponsor ma che finirà gettato per terra tra una sgambata e l’altra. E in questo scenario complicato, con la maratona nemica del referendum e la città ferma, ci sono i seggi (se gli addetti riescono ad arrivarci) con le urne aperte nelle scuole, che a Roma nelle ultime settimane sono vittime dei vandali: l’ultimo caso riguarda il liceo Righi, con estintori scaricati nelle aule rese così inagibili e lezioni sospese fino al completo ripristino dell’istituto.
Carlo Nordio e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Senza contare che, come da tradizione, ai seggi non mancano mai come scrutatori gli autisti dell’Atac, ossia il servizio dei mezzi pubblici romani, con l’effetto di veder diminuire i bus in circolazione perché mancano i guidatori. Insomma un allarme rosso, dato che al referendum dedicato alla giustizia non serve il quorum: vince chi è andato a votare esprimendo la propria preferenza, sì o no. Nel governo qualcuno vorrebbe “dirne quattro”, per non dire proprio litigare, con il ministro dello Sport Andrea Abodi, una presenza immancabile a eventi come questa maratona. Anche se l’organizzazione è responsabilità delle imprese che gestiscono l’evento, mentre la decisione finale sulla data e il percorso spetta al Comune di Roma (forse il sindaco Roberto Gualtieri ha cucinato lo scherzetto sperando di abbattere l’affluenza, visto che più bassa sarà e più probabilità avrà il no di vincere, dicono i sondaggi).
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).
Forse Abodi potrebbe rimediare quando, posizionato accanto allo starter, con la pistola in mano, potrà urlare: «Appena terminata la maratona andate tutti a votare!». C’è qualcuno che vorrebbe persino rinviare ad altra data la manifestazione, con la motivazione che «impedirebbe l’esercizio regolare del voto». Tra l’altro non bisogna dimenticare le esigenze delle persone con disabilità, che vengono accompagnate ai seggi con mezzi idonei per le loro condizioni che però rischiano di non poter essere utilizzati. Insomma, un caos. Che poi è l’ennesima spinta per rilanciare il voto elettronico, da casa, con ognuno davanti al suo computer a esprimere la preferenza: dicono che con la nuova carta d’identità l’innovazione sarebbe possibile, però si potrà solo fare quando la avranno tutti…
Una targa mette Arianna Meloni a fianco dell’extra-Pd Smeriglio
Massimiliano Smeriglio a Roma è l’assessore alla Cultura che ha preso il posto di Miguel Gotor: “sinistrissimo”, come lo definiscono nel centrodestra, è stato tra i fondatori del partito Articolo Uno, poi parlamentare europeo con la benedizione di Alleanza Verdi e Sinistra, ora in Campidoglio per la generosità di Goffredo Bettini che punta su forze “extra-Pd” per consolidare la rielezione di Roberto Gualtieri a sindaco di Roma. Ebbene, da lunedì sera nella Capitale girano foto di Smeriglio al fianco di Arianna Meloni, postate sui social dalla stessa sorella di Giorgia: tutta colpa della targa toponomastica che è stata creata nel parco Garbatella, zona dell’infanzia meloniana, posta per ricordare la figura di padre Guido Chiaravalli.
Arianna ha scritto che l’oratorio della parrocchia San Filippo Neri è stato «un luogo dove anche noi abbiamo passato davvero tante ore», sottolineando che qui «c’è tutta la sua comunità riunita in modo semplice e autentico». Smeriglio ha ringraziato «le tantissime persone presenti, le autorità, Arianna Meloni per essere qui all’intitolazione del viale a padre Guido Chiaravalli, nel parco Garbatella». Che fu un sacerdote innovatore: cambiò le regole dell’oratorio per permettere anche alle ragazze di partecipare, all’epoca precluse, nel nome della coesione e della solidarietà. Era apprezzato da tutti, dalla sinistra e dalla destra, tanto che Smeriglio ha detto: «Ho ritrovato delle lettere di padre Guido di oltre 20 anni fa che voleva informarsi su come andava la mia vita di presidente di municipio. Ripeteva spesso che è sempre stato a contatto con la vita perché è stato un prete di popolo in mezzo alla sua gente, con gentilezza, coraggio e anche con ruvidità. È sempre stato alla ricerca costante del giusto e del vero, con l’amore per il recupero dei ragazzi di strada e dei fragili». Non solo: «Io non sono cattolico, ma trovo giusto che il quartiere e la città lo ricordi come un eroe popolare, semplice. Uomo molto misurato e schivo, che aveva capito, tra l’altro, il problema della violenza di genere, che 30 anni fa era semi sconosciuto: per questo era un uomo del passato e del futuro». A Roma, si sa, il Partito democratico, anche nella versione “extra”, è sempre più avanti di Elly Schlein. E martedì 10 marzo, per stare in tema di sport, in Campidoglio, nell’aula Giulio Cesare, il sindaco Gualtieri interviene alla cerimonia di presentazione della maglia della Virtus Roma per la prossima Final Four di Coppa Italia di basket.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevendo a Firenze la laurea magistrale honoris causa in Politica, istituzioni e mercato, ha lanciato un appello per non lasciare che si verifichi una delle intuizioni profetiche di Tocqueville, «quella che prevede un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista, cui la moderna scienza del dispotismo suggerisce quell’aspetto filantropico, quelle forme fraudolentemente rappresentative, quel temibile ufficio tutorio dell’individuo». «Non lasciamo che questo avvenga, che si realizzi una simile regressione», ha esortato Mattarella ricevendo una standing ovation.
Mattarella: «C’è la pretesa di agire al di fuori di organismi sovranazionali»
«Il fondatore della Cesare Alfieri (ndr la scuola di Scienze politiche presso cui ha ricevuto la laurea) esortava i docenti a dare ai giovani buone vettovaglie e di fornirli di buone armi per tutta la campagna della vita militante. Questo proposito appare oggi quanto mai essenziale perché la contemporaneità sta imponendo sfide rivoluzionarie nell’ordine internazionale e in quello economico, con evidenti riflessi sugli ambiti istituzionali», ha aggiunto il capo dello Stato. «I protagonisti degli scenari globali, con grande e crescente influenza sulla vita quotidiana di singoli e comunità, sono soggetti tecnologici e finanziari. Sovente vi si fondono i due aspetti. Non si tratta di fenomeni completamente nuovi. Nuova è la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la Seconda guerra mondiale per dare ordine ai rapporti internazionali su base di parità tra gli Stati. La pretesa, infatti, è di agire al di fuori delle regole di Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi», ha continuato.
«Il popolo iraniano non teme le vostre minacce vuote. Nemmeno il più grande tra voi è riuscito a cancellarlo. Fate attenzione a non essere voi a scomparire». Lo ha scritto su X Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, condividendo un post pubblicato da Donald Trump su Truth, in cui il presidente Usa ha minacciato l’Iran di attacchi più duri in caso di blocco del flusso di petrolio dallo Stretto di Hormuz.
الشعب الإيراني العاشورائي لا يخشى تهديداتكم الجوفاء؛ فقد عجز الأكبر منكم عن محوه… فاحذروا أن تكونوا أنتم من يزول. pic.twitter.com/dmxd4kKTmi
— Ali Larijani | علی لاریجانی (@alilarijani_ir) March 10, 2026
Cosa aveva scritto Trump su Truth
«Se l’Iran facesse qualcosa per fermare il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz, verrebbe colpito dagli Stati Uniti d’America VENTI VOLTE PIÙ FORTE di quanto non sia stato colpito finora. Inoltre, elimineremmo obiettivi facilmente distruggibili, così da rendere virtualmente impossibile per l’Iran ricostruirsi, come nazione, di nuovo: morte, fuoco e furia regnerebbero su di loro. Ma spero, e prego, che ciò non accada!», ha scritto Trump su Truth: «Questo è un regalo degli Stati Uniti alla Cina e a tutte quelle nazioni che sfruttano intensamente lo Stretto di Hormuz. Spero che il gesto sarà molto apprezzato».
La Procura generale iraniana ha invitato le giocatrici della Nazionale femminile di calcio che hanno disputato la Coppa d’Asia in Australia a tornare in patria. «Alcune componenti di questa squadra, involontariamente ed emotivamente eccitate dalla cospirazione e dalle malefatte del nemico, si sono comportate in un modo che ha provocato la gioia delirante dei leader criminali della guerra imposta dagli americani e dai sionisti», si legge in una nota. Sono cinque le calciatrici che hanno chiesto e ottenuto asilodalle autorità di Canberra: temevano di subire persecuzioni in patria per non aver cantato l’inno nazionale prima della partita d’esordio nel torneo.
Last night I was able to tell five women from the Iranian Women’s Soccer team that they are welcome to stay in Australia, to be safe and have a home here. pic.twitter.com/2JQp9q9Z8W
Prima dell’esordio contro la Corea del Sud, le giocatrici erano rimaste in silenzio durante l’inno nazionale iraniano: il gesto era stato interpretato come solidarietà alle proteste scoppiate in Iran e alle vittime della repressione del regime. E, di conseguenza, come un implicito appoggio all’operazione Epic Fury. Poi, contro le padrone di casa dell’Australia, ci avevano “ripensato”, cantando l’inno con tanto di saluto militare. Stessa cosa prima del match contro le Filippine, ultimo per l’Iran (eliminato) in Coppa d’Asia. Più che un ripensamento, un obbligo: le calciatrici avevano infatti ricevuto minacce dal regime, tanto da chiedere aiuto dal pullman in partenza dallo stadio. Poi la fuga dall’hotel e la richiesta d’asilo. Sulla questione è persino intervenuto Donald Trump: il presidente Usa prima ha scritto su Truth che l’Australia avrebbe commesso «un terribile errore umanitario», se non avesse concesso asilo alle calciatrici iraniane, aggiungendo che in tal caso lo avrebbero fatto gli Stati Uniti. Poi si è complimentato col premier australiano Anthony Albanese per aver affrontato nel modo giusto la situazione.
Nella mattina di martedì 10 marzo 2026, la Guardia di Finanza ha effettuato un nuovo blitz negli uffici di Cinecittà a Roma. Lo riporta l’Adnkronos, spiegando che starebbe acquisendo la documentazione relativa ai bilanci 2022 e 2023. Già qualche mese prima le Fiamme Gialle si erano recate negli stessi uffici per acquisire i documenti riguardanti i finanziamenti pubblici di alcuni film. Sotto la lente erano finiti in particolare Siccità, L’immensità e Finalmente l’alba rispettivamente di Paolo Virzì, Emanuele Crialese e Saverio Costanzo. Gli investigatori avevano chiesto di fornire gli atti riguardanti il tax credit, cioè la procedura che consente alle produzioni cinematografiche di recuperare parte delle spese sostenute. Ora, secondo Domani, i finanzieri starebbero controllando i finanziamenti concessi a Queer diretto da Luca Guadagnino (2024) e alla serie M – Il figlio del secolo, adattamento del best seller di Antonio Scurati diretto da Joe Wright (2025).
Il M5s chiede a Giuli di riferire in commissione Cultura
Il nuovo blitz è stato confermato dalla stessa Cinecittà in una nota: «Questa mattina nell’ambito del filone di indagine risalente al periodo 2022/2023 la Guardia di Finanza si è presentata presso la nostra sede per acquisire documentazione necessaria ad accertamenti. Cinecittà ha come sempre garantito la massima, piena e utile collaborazione». Intanto il deputato del Movimento 5 stelle Gaetano Amato ha chiesto al ministro Alessandro Giuli di riferire in commissione Cultura.
L’espansione della guerra in Medio Oriente – e la minaccia esistenziale al regime di Teheran – stanno probabilmente rafforzando la decisione di Kim Jong-un di dotare la Corea del Nord di un arsenale nucleare, considerato dal leader supremo l’unica via per la deterrenza e, dunque, per la sopravvivenza stessa del regime di Pyongyang. È quanto si legge in un’analisi del Guardian, in viene anche evidenziato che stanno aumentando le speculazioni su un possibile incontro tra Kim e Donald Trump entro fine mese.
Donald Trump e Kim Jong-un (Imagoeconomica).
La Corea del Nord prosegue i test dei suoi missili
«Kim deve aver pensato che l’Iran sia stato attaccato in quel modo perché non aveva armi nucleari», ha affermato Song Seong-jong, professore all’Università di Daejeon ed ex funzionario del ministero della Difesa della Corea del Sud, dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente. Di sicuro, la decisione di dare enorme importanza alla deterrenza nucleare (e di stringere un’alleanza con Russia e Cina) finora ha garantito a Kim di evitare la sorte degli ex leader di Iraq, Libia, Venezuela e appunto Iran. La scorsa settimana, dopo il lancio di un missile dal cacciatorpediniere Choe Hyon – la più grande nave da guerra della flotta nordcoreana – Kim ha affermato che l’armamento con ordigni nucleari «sta facendo progressi soddisfacenti».
Le stime sull’arsenale nucleare di Pyongyang
Pyongyang è impegnata da decenni anni in un programma nucleare (il primo test risale al 2006) e sta continuando a sviluppare tecnologia balistica avanzata nonostante le sanzioni internazionali: a settembre del 2024 la KCNA, ossia l’agenzia di stampa nazionale, ha pubblicato per la prima volta foto di Kim in visita ad un sito di arricchimento dell’uranio. Secondo un rapporto pubblicato nel 2025 dallo Stockholm International Peace Research Institute, la Corea del Nord ha assemblato circa 50 testate e possiede abbastanza materiale fissile per produrne fino a 40 in più. Restano dubbi sulle effettive dimensioni dell’arsenale di Pyongyang e sulla sua capacità di combinare una testata nucleare miniaturizzata con un missile a lungo raggio teoricamente in grado di colpire gli Stati Uniti. Ma Washington non dorme sonni tranquilli.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Possibile la ripresa dei colloqui sul nuclerare: le condizioni
Tornando alla guerra contro l’Iran, Pyongyang – tramite il ministero degli Esteri – ha definito l’operazione Epic Fury come un «atto illegale di aggressione» che ha messo a nudo gli istinti «egemonici e canaglia» degli Stati Uniti, senza però arrivare a “condannare” esplicitamente Trump, mai nominato. Questo lascia la porta aperta a una potenziale ripresa dei colloqui sul nucleare, a condizione che Washington abbandoni la richiesta che Pyongyang rinunci alle sue armi nucleari e accetti la Corea del Nord come uno stato nucleare legittimo.
Salvatore Iacolino, direttore generale del Policlinico di Messina ed ex parlamentare europeo del Pdl, è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. L’accusa è di aver agevolato Cosa nostra nell’ambito di un’inchiesta che, martedì 10 marzo 2026, ha portato all’arresto per corruzione del dirigente regionale Giancarlo Teresi e di un imprenditore. Secondo i magistrati della Dda di Palermo, guidati dal procuratore Maurizio de Lucia, il manager avrebbe messo a disposizione di Carmelo Vetro, boss di Favara suo compaesano, già condannato per associazione mafiosa, l’influenza e la rete di relazioni costruite grazie alla posizione ricoperta alla Regione (come dirigente generale del dipartimento Pianificazione strategica dell’assessorato alla Salute) e la sua esperienza politica, contribuendo al rafforzamento del clan di Favara.
Avrebbe compiuto atti contrari ai propri doveri in cambio di finanziamenti
All’ex deputato, i pm contestano di aver sostenuto gli interessi economici del capomafia e dei suoi uomini, tra cui l’imprenditore Giovanni Aveni, dando loro informazioni su procedure amministrative in corso o agevolando incontri con importanti funzionari regionali. Secondo l’accusa, inoltre, Iacolino, da direttore generale della Pianficazione strategica dell’assessorato alla Salute, avrebbe compiuto atti contrari ai propri doveri d’ufficio, attraverso continue sollecitazioni nei confronti dei vertici amministrativi dell’Asp di Messina su procedimenti amministrativi indicati da Vetro. L’ex eurodeputato avrebbe poi agevolato la creazione di canali riservati tra Vetro e figure di spicco dell’amministrazione regionale, allo scopo di fargli ottenere lavori nel settore pubblico. In cambio, avrebbe ricevuto finanziamenti per campagne elettorali e promesse di assunzioni di lavoratori.
Alla fine Giorgia Meloni è scesa in campo per il referendum sulla giustizia. Lo ha fatto – in modo tardivo – con un video di 13 minuti, girato e diffuso «per fare chiarezza e rispondere alle banalizzazioni e alle troppe bufale messe in circolazione». E, ovviamente, spingere gli elettori verso il Sì. Per superare il fronte del No, scrive Repubblica, la premier sarebbe ora pronta ad arruolare persino Sal Da Vinci, trionfatore dell’ultimo Festival di Sanremo col brano Per sempre sì.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Meloni avrebbe già sentito Sal Da Vinci
Fratelli d’Italia vorrebbe infatti usare il tormentone Per sempre sì per i comizi finali in vista del voto del 22 e 23 marzo. Per questo, riporta Repubblica citando due fonti, la premier ha telefonato a Sal Da Vinci nella serata di venerdì 6 febbraio, prima dell’esibizione allo stadio “Diego Armando Maradona” per Napoli-Torino. «La tua “Per sempre sì” è pure un regalo per il referendum», avrebbe detto la presidente del Consiglio al cantautore.
Fan d Sal Da Vinci a Napoli (Ansa).
Il No è dato in vantaggio in Campania
Che a FdI stuzzichi l’idea non è un mistero: il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha già usato Per sempre sì come colonna sonora di una storia su Instagram. Inoltre la Campania, da dove proviene ed è estremamente popolare il napoletano Sal Da Vinci (all’anagrafe Salvatore Michael Sorrentino), il No è dato in vantaggio: usare il suo brano per i comizi potrebbe davvero spostare voti. Infine l’idea, stando a quanto fatto intendere dai meloniani partenopei, non dispiacerebbe nemmeno allo stesso Da Vinci, che dopo il Festival ha smentito di essere intenzionato a votare No, smentendo una fake news sulla questione.
Cala Fratelli d’Italia, salgono M5s e Lega. È questa la fotografia che emerge dal sondaggio politico Swg trasmesso il 9 marzo 2026 durante il TgLa7. Il partito della premier Meloni cede quasi mezzo punto in una settimana (-0,4) e arriva al 29,4 per cento. Resta comunque saldamente il testa alla classifica, davanti al Partito democratico che guadagna lo 0,2 per cento e si porta al 21,8 per cento. In ripresa anche i pentastellati, che salgono al 12 per cento (+0,3). Seguono in trend negativo Forza Italia all’8,2 per cento (-0,2) e Alleanza Verdì Sinistra al 6,8 per cento (-0,2). Quinta posizione per la Lega, che recupera lo 0,2 per cento e si porta ora al 6,8 per cento, a pari merito con Avs. Tra i partiti minori, Futuro nazionale di Roberto Vannacci perde ancora terreno e ottiene il 3,4 per cento (-0,2). Stabile Azione al 3,3 per cento, mentre Italia Viva sale al 2,4 per cento (+0,2). Nessuna variazione invece per +Europa all’1,5 per cento e per Noi Moderati all’1 per cento.
Sondaggio Swg 9 marzo 2026 (X).Sondaggio Swg 9 marzo 2026 (X).
Nuova ondata di attacchi dell’Iran contro i Paesi del Golfo: le sirene di allarme missilistico hanno suonato nelle prime ore del mattino a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Kuwait. «Le difese stanno attualmente rispondendo alle minacce di missili e droni provenienti dall’Iran», ha scritto su X il ministero della Difesa di Riad. Distrutti due droni nella regione orientale degli Emirati, ricca di petrolio. Il Kuwait ha invece abbattuto sei velivoli senza pilota partiti dall’Iran. Un morto e diversi feriti in una zona residenziale di Manama, in Bahrein. I Guardiani della rivoluzione hanno poi annunciato di aver colpito la base aerea americana di Al-Harir, nel Kurdistan iracheno, verso la quale erano stati indirizzati cinque missili.
Iran launched strikes on Manama, Bahrain, hitting a residential high-rise and killing at least one person, with several injured. pic.twitter.com/xnlaI4Wv7e
I Pasdaran: «Siamo noi a decidere la fine della guerra»
Dopo le dichiarazioni di Donald Trump, che nella prima conferenza stampa dall’inizio del conflitto aveva parlato di una guerra che «finirà molto presto», sono arrivate le risposte del governo di Teheran e dei Guardiani della rivoluzione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha detto all’emittente statunitense PBS News che l’Iran è pronto a continuare gli attacchi missilistici e che i negoziati con gli Stati Uniti non sono più all’ordine del giorno. Così i Pasdaran: «Siamo noi a decidere la fine della guerra. Lo stato futuro della regione è ora nelle mani delle nostre forze armate. Non saranno gli americani a porre fine alla guerra». Intanto gli Usa e Israele continuano a martellare Teheran, in Iran: come riporta Al Jazeera almeno 40 civili sarebbero stati uccisi nei raid aerei effettuati nella notte, che hanno colpito zone residenziali della città.
Abbas Araghchi (Ansa).
Schierato in Turchia il sistema di difesa missilistico Patriot
Dopo che il 9 marzo un missile iraniano è stato intercettato dai sistemi di difesa aerea Nato mentre era diretto sullo spazio aereo turco, il sistema di difesa missilistico Patriot è stato montato ed è ora operativo nella base dell’Alleanza atlantica di Malatya, nel sud del Paese. Lo ha annunciato il ministero della Difesa turco. Un primo missile di Teheran (forse diretto a Cipro) era stato intercettato il 4 marzo, sempre nella zona meridionale della Turchia. Ankara non ha concesso l’utilizzo del proprio spazio aereo e delle basi per operazioni militari Usa.