Il punto debole di Meloni? Non saper perdere

La legislatura è politicamente finita ed è iniziata la campagna elettorale. Giorgia Meloni è unchained, bastava ascoltare giovedì in Parlamento il suo intervento sullo stato dell’Unione, pardon, dell’Italia. Lei non ha sbagliato niente, le opposizioni non collaborano con l’esecutivo e le sue grandi idee, la bocciatura della riforma Nordio è stata una grande occasione persa per il Paese, nessun altro si dimetterà, non ci saranno rimpasti, Donald Trump è un camerata che sbaglia, e via così. Meloni è tutta schierata in difesa, è tornata in modalità opposizione. Solo che è ancora al governo e si vota fra un anno. Sarà lunga. Sarà dura per lei resistere altri 12 mesi così, ma anche per tutto quello che le sta attorno. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’informativa alla Camera (Ansa).

A Meloni manca la “leggerezza” tipica di Berlusconi

In quasi un’ora di discorso non ha preso atto della situazione post-referendaria, semmai ha rilanciato. Lo faceva anche Silvio Berlusconi, che però non si è mai così imbruttito, nemmeno quando gridava: «Siete ancora oggi, e come sempre, dei poveri comunisti» ai contestatori in piazza o quando spolverava la sedia su cui si era seduto Marco Travaglio prima di lui, ospite di Michele Santoro. Erano momenti di situazionismo, c’era l’allegria del potere divertito e divertente. Meloni invece non ha leggerezza, serve anche quella a un leader di governo che deve, inevitabilmente, anche saper perdere.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Marco Travaglio e Silvio Berlusconi ad Anno zero nel 2013 (Imagoeconomica).

Le purghe (tardive) dopo la sconfitta del Sì

E invece no. È dal referendum che la presidente del Consiglio si accanisce contro il suo esecutivo. Prima con le defenestrazioni tardivamente manettare di chi avrebbe potuto o dovuto essere cacciato da tempo – Andrea Delmastro per l’incompetenza sulle carceri, Giusi Bartolozzi per il caso Almasri, Daniela Santanchè per traffico di borsette (si scherza, signor maresciallo, ma soprattutto si scherza, signora Santanchè). Poi l’ultimo atto è arrivato giovedì in tarda serata, con un comunicato stampa firmato dal Mef, che ha depositato le liste per il rinnovo degli organi sociali di Enel, Enav, Eni e Leonardo. E a leggere l’elenco colpisce, anche se non stupisce, visto che era attesa, la defenestrazione di Roberto Cingolani, fin qui amministratore delegato di Leonardo. Fra le colpe che gli vengono attribuite, quella di aver fatto adontare, diciamo così, il governo americano. Alla faccia dell’indipendenza rivendicata da Meloni nei confronti dell’amministrazione Trump nell’ora di intervento in Parlamento. 

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Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Intanto l’opposizione si incarta sulle primarie

Nonostante il momento di rabbia, che rischia di protrarsi per mesi, Meloni continua a mantenere un vantaggio invidiabile, che è garantito dall’opposizione. C’è poco da fare. La presidente del Consiglio s’incrudelisce, sbotta, taglia teste, e loro? Si incartano sulle primarie. Giuseppe Conte dopo un’ora dalla chiusura delle urne era già lì a disegnare traiettorie, le primarie, il programma, la leadership, dopo aver fischiettato allegramente per settimane, prima del referendum. Poi è andata a votare un sacco di gente, più del previsto, e contrariamente a quello che dicevano i sondaggisti, più gente è andata a votare e più il No è cresciuto, sicché Conte s’è convinto che c’è del materiale per il suo ritorno a Palazzo Chigi. Il Pd, dopo una fase iniziale di smarrimento, adesso è entrato in quella della negazione. Primarie chi? Quando? Come? Perché? Un fiorino! Insomma, con questo tipo di dirigenti, direbbe Nanni Moretti aggiornando il suo sfogotto memorabile, Meloni governerà cent’anni.

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Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa).

Il gran ritorno di Salvini sulle barricate

Sempre che con questa rabbia atavica la leader di Fratelli d’Italia non trovi il verso di autodistruggersi. E sempre che Matteo Salvini le dia tregua. Perché il capo della Lega ha lasciato passare qualche giorno e ha già riconquistato la sua verve nel corso di un incontro con la stampa estera: «Non c’è allo studio nessun piano sul razionamento di carburante, né sulla chiusura di scuole, uffici, fabbriche e negozi», ha detto a proposito del caro energia. E lo smart working? «Non è da prendere in considerazione». Sarà Meloni a dover però prendere Salvini in considerazione. 

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Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Netanyahu punta il dito contro la Spagna: cosa è successo

Dopo aver confermato l’esclusione dei rappresentanti spagnoli dal Centro di Coordinamento Civile-Militare (CMCC) di Kiryat Gat, istituito per monitorare il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato Madrid di «ipocrisia» e «ostilità» nei confronti dello Stato ebraico. «La Spagna ha ripetutamente scelto di schierarsi contro Israele. Chi ci attacca invece di contrastare i regimi terroristici non sarà nostro partner nel plasmare il futuro della regione», ha dichiarato Bibi in un videomessaggio.

Netanyahu punta il dito contro la Spagna: cosa è successo
Pedro Sanchez (Imagoeconomica).

Sa’ar: «Ossessione anti-israeliana del governo Sanchez»

Ad annunciare l’esclusione della Spagna dal centro multinazionale che sovrintende al cessate il fuoco a Gaza era stato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. «Il governo Sanchez ha un pregiudizio anti-israeliano così palese da aver perso ogni capacità di essere un attore utile nell’attuazione del piano di pace del presidente Trump e nel centro CMCC che opera nell’ambito di tale piano», aveva spiegato Sa’ar, riferendosi al rifiuto da parte del premier spagnolo di concedere agli Stati Uniti l’uso delle basi militari di Rota e Morón de la Frontera per operazioni di attacco contro l’Iran. Il ministro del governo di Tel Aviv, parlando di «ossessione anti-israeliana», aveva inoltre sottolineato che Washington era già a conoscenza della decisione. Una decisione, questa, che Donald Trump aveva messo in chiaro di non aver gradito.

Lo scontro Vespa-Provenzano diventa un caso politico e accende la polemica tra sindacati Rai

A campagna elettorale già cominciata non si spreca un colpo. Tantomeno se c’è di mezzo Bruno Vespa. È infatti diventato un caso politico lo scatto d’ira del giornalista, che durante l’ultima puntata di Porta a Porta si è avvicinato minacciosamente al deputato dem Giuseppe Provenzano, reo di aver ironizzato sulla parzialità del padrone di casa, da cui era stato appena ripreso per aver interrotto il senatore meloniano Lucio Malan.

Usigrai contro Unirai sul caso Vespa-Provenzano

Oltre ai partiti politici, su quanto visto a Porta a Porta si sono scontrati pure i sindacati. «Che Vespa da tempo si sia spogliato dei panni del giornalista per indossare quelli del tifoso del governo di turno è pacifico per chiunque. È inaccettabile però che i vertici Rai gli garantiscano uno status di intoccabile»: è quanto si legge in una nota di Usigrai. E poi: «Dalle gaffe sui social, alle arringhe a difesa del governo sul caso Almasri (la Corte Penale internazionale la pensava in modo opposto), agli insulti agli attivisti della Global Sumud Flottilla, solo per citare i casi degli ultimi tempi. Il tutto profumatamente pagato con i soldi degli italiani». Unirai sostiene invece che la reazione di Vespa «è stata provocata da un intervento di un parlamentare Pd che, con una battuta infelice e non corrispondente al vero, ha messo in discussione una professionalità riconosciuta e una firma storica della Rai», che «non ha padroni» e la cui credibilità «passa dalla capacità di offrire un confronto serio, rispettoso e completo».

Montaruli: «L’epoca dei diktat è finita, non siamo a Telekabul»

Tra gli esponenti di Fratelli d’Italia che hanno difeso Vespa c’è Augusta Montaruli, vicecapogruppo alla Camera dei deputati: «Con la risposta alla volgarità di Provenzano, Vespa ha difeso non solo i professionisti ma il pluralismo e lo stesso Servizio pubblico. La sinistra si proclama paladina della libertà di stampa, ma poi usa il manganello mediatico contro chiunque non si pieghi al loro pensiero unico e alla loro arroganza nell’imporsi nel dibattito. L’epoca dei diktat è finita, non siamo ai metodi di Telekabul». Così Raffaele Speranzon, vicepresidente vicario dei senatori di Fratelli d’Italia: «Il comportamento sopra le righe di Provenzano a Porta a Porta è la prova lampante che TeleMeloni non esiste. Ma rappresenta uno strumento di propaganda in mano alla sinistra per avvelenare il dibattito politico e strumentalizzare la comunicazione. L’affronto dell’esponente dem contro un professionista serio come Vespa dimostra tutta la bassezza di una certa parte politica». Parlando di «tentativo di delegittimazione che rischia solo di danneggiare il Servizio pubblico», Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati e commissario in Vigilanza Rai, ha detto che «i dati sulle presenze a Porta a Porta e la storia professionale di Vespa dimostrano un equilibrio che è evidentemente mancato a Provenzano nel corso della puntata».

Lo scontro Vespa-Provenzano diventa un caso politico e accende la polemica tra sindacati Rai
Giuseppe Provenzano (Imagoeconomica).

Il Partito democratico punta il dito contro la Rai

Marco Sarracino, deputato dem e componente della Segreteria del Pd, ha affermato che «qualsiasi telespettatore del servizio pubblico, e tutti coloro che ne pagano il canone, si sono fatti un’idea chiara dell’incredibile episodio avvenuto ieri sera nello studio di Porta a Porta». E poi: «I vertici della più grande azienda culturale del Paese dovrebbero porsi con maggiore forza il tema del rispetto del codice etico interno alla Rai chiedendo a chiunque dei dipendenti e dei collaboratori, incluso Vespa, di attenersi ai criteri di correttezza, imparzialità, trasparenza e responsabilità».

Malan: «I dem hanno un concetto asimmetrico della democrazia»

Ha detto la sua anche Malan, motivo del contendere – per così dire – tra Vespa e Provenzano: «Nel Pd hanno un concetto asimmetrico della democrazia. La realtà è che Vespa aveva redarguito Provenzano che mi stava interrompendo ripetutamente. L’esponente del Pd reagiva dicendogli che doveva sedersi “da quella parte”, cioè dalla parte della destra. A quel punto Vespa si è inevitabilmente alterato e Provenzano ha peraltro ha continuato a interrompermi anche fino all’ultimo minuto della trasmissione, un atteggiamento poco rispettoso, innanzitutto verso il pubblico che ha il diritto di ascoltare entrambe le opinioni».

Lo scontro Vespa-Provenzano diventa un caso politico e accende la polemica tra sindacati Rai
Bruno Vespa (Imagoeconomica).

Vespa: «Il Pd è abituato a non avere controparti in tv»

Infine è arrivata anche una nota di Vespa: «Come sanno bene Agcom e Rai, Porta a Porta ha sempre fatto dalle origini della par condicio costante la sua forse stupida religione (in questa stagione il Pd è da noi numericamente presente più di ogni altro partito). Ma comprendo perfettamente il disagio dei componenti Pd della commissione di Vigilanza Rai. Abituati nella televisione d’oggi a non avere quasi dappertutto controparte se non talvolta in misura simbolica, capisco che trovino normale che l’onorevole Provenzano – che ha avuto un tempo di parola superiore al senatore Malan interrotto costantemente – rivolga la più grave delle offese a un giornalista che già prima che Provenzano nascesse aveva dimostrato quanto doveva in fatto di correttezza professionale».

Il caso dell’ereditiera scomparsa per cui l’Fbi ha offerto una ricompensa di 25 mila dollari

L’Fbi di Miami ha offerto una ricompensa fino a 25 mila dollari per chi possa fornire informazioni che portino al ritrovamento dei resti umani di Ana Maria Henao Knezevic, l’ereditiera quarantenne statunitense di origini colombiane scomparsa a Madrid il 2 febbraio 2024, le cui ricerche si svolsero anche nel Vicentino, nei pressi di Cogollo del Cengio. Sospettato della morte della donna era stato l’ex marito, David Knezevich, 37 anni, imprenditore americano di origini serbe trovato morto in carcere ad aprile 2025.

Le ricerche non hanno mai portato a nulla

Ana Maria Henao era arrivata a Madrid a dicembre 2023, in fuga dopo la separazione da Knezevich dopo 13 anni di matrimonio, e di lei si erano perse le tracce dal 2 febbraio successivo. L’ex marito fu arrestato all’aeroporto di Miami all’arrivo di un volo da Belgrado, per il presunto coinvolgimento nel sequestro di persona e nella sparizione della moglie, in un tragitto tra Madrid e la Serbia. Il 10 giugno 2024 era comparso davanti al giudice dello stato della Florida per la lettura formale delle accuse a suo carico. Dagli Usa era arrivato un input alle polizie spagnole e italiane di dare il via alle ricerche della 40enne in un’area boschiva lungo la “strada del Costo”, a Cogollo del Cengio. Le ricerche erano state avviate anche dopo alcune testimonianze sulla presenza di un uomo nella zona in quel periodo, ma non hanno mai portato a nulla. A gennaio 2025 erano state trovate alcune ossa, che si sono però rivelate di origine animale.

Stretto di Hormuz, l’allarme degli aeroporti Ue sul rischio di «carenza sistemica» di carburante

«Se il transito attraverso lo Stretto di Hormuz non riprenderà in modo significativo e stabile entro le prossime tre settimane, la carenza sistemica di carburante per aerei è destinata a diventare una realtà per l’Ue». È quanto si legge in una lettera inviata dall’associazione Aci Europe (che rappresenta gli aeroporti dell’Ue) al commissario europeo ai trasporti Apostolos Tzitzikostas, visionata dal Financial Times. Le riserve di carburante per aerei si stanno esaurendo, spiega Aci Europe, mentre «l’impatto delle attività militari» sta mettendo a dura prova le forniture.

Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi dell’alta stagione turistica

L’Europa finora non ha registrato carenze diffuse, anche se i prezzi del carburante siano raddoppiati e le compagnie aeree hanno avvertito della possibilità di cancellazioni. Aci Europe, nella lettera a Tzitzikostas, sottolinea che l’avvicinarsi dell’alta stagione estiva, «quando il trasporto aereo alimenta l’intero ecosistema turistico su cui fanno affidamento molte economie» ha intensificato preoccupazioni in tal senso.

Il rebranding dell’Università Pegaso argento ai Transform awards Europe

La nuova identità visiva di Università Pegaso, ateneo digitale del Gruppo Multiversity, ha vinto la medaglia d’argento ai Transform awards Europe 2026, tra i più autorevoli riconoscimenti internazionali dedicati al branding, nella categoria Best visual identity from the education sector. A firmare il progetto è FutureBrand che ha accompagnato l’ateneo in un percorso che ha tradotto in modo chiaro e lineare la visione di un’università accessibile, innovativa e capace di rispondere alle esigenze del presente.

L’ateneo conferma il proprio ruolo nel panorama nazionale e internazionale della formazione

Al centro del rebranding il cavallo alato, simbolo storico di Pegaso, oggi ripensato con linee essenziali e dinamiche, che esprimono apertura, dinamicità e orientamento al futuro. La nuova visual identity si inserisce in una più ampia strategia di sviluppo dell’ateneo, con l’obiettivo di rafforzarne il posizionamento nel panorama dell’education digitale, e traduce in modo efficace la missione dell’Università Pegaso, orientata alla creazione di opportunità e alla diffusione di un modello formativo vicino alle esigenze delle persone. Ogni anno i Transform awards Europe premiano i progetti più significativi nel campo dello sviluppo e della gestione del brand, riconoscendo le migliori realizzazioni in termini di qualità progettuale, coerenza e impatto. Con questo risultato, Università Pegaso conferma il proprio ruolo nel panorama nazionale e internazionale della formazione.

La nuova mina vagante dopo Claudia Conte, i retroscena sulle nomine e le altre pillole

Dopo anni di intensissima attività tra i politici, alla fine è arrivato il semaforo rosso per Claudia Conte, che ha reso nota a tutti la sua presunta relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, scatenando un caso politico che ha messo in difficoltà il governo Meloni. Ma tra i corridoi del potere c’è ancora allarme, per «un’altra mina vagante in giro», si sente dire davanti a Palazzo Chigi. Già, perché da tempo si agita una scalpitante presenza a Roma, che chiede incontri diretti ai ministri, con alcune nette somiglianze nei metodi che evocano la “strategia Claudia Conte”. Viene persino definita «bellissima e vistosissima, molto più di CC». Di sicuro ha più follower sui social (oltre il triplo, e la giornalista ciociara sfonda comunque la soglia dei 300 mila), ma la stessa implacabile attitudine al collezionismo di selfie col potente di turno. Fatto sta che le antenne sono alzate al massimo livello da parte delle potenziali “vittime”. Dopo gli scandali scoppiati attorno a Maria Rosaria Boccia e Claudia Conte, è pronto a esploderne un altro a breve? Intanto è arrivata la giornata di venerdì, e nella romana piazza del Popolo è andata in scena la festa della polizia di Stato, con la presenza del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, alla sua prima uscita pubblica dall’inizio della vicenda Conte, sulla quale l’ex capo di gabinetto di Matteo Salvini non ha ancora detto una parola.

La nuova mina vagante dopo Claudia Conte, i retroscena sulle nomine e le altre pillole
La nuova mina vagante dopo Claudia Conte, i retroscena sulle nomine e le altre pillole
La nuova mina vagante dopo Claudia Conte, i retroscena sulle nomine e le altre pillole
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Monteduro, l’Enel e la «Chiesa che soffre»

Sta facendo molto discutere la nomina di Alessandro Monteduro nel consiglio di amministrazione di Enel. Fedelissimo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, è il suo capo di gabinetto. Nel curriculum, Monteduro sottolinea il ruolo svolto come direttore della fondazione internazionale di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che soffre”. È il modo in cui spiega l’incarico che preoccupa molti: «Cura le attività di fundraising incrementando la raccolta progressivamente di oltre il 200 per cento, sviluppa le attività di advocacy a livello nazionale e sovranazionale collegate alla tutela della libertà religiosa, struttura relazioni consolidate con le più alte gerarchie della Chiesa cattolica, incontra sistematicamente i rispettivi vescovi nelle diverse diocesi italiane, partecipa a conferenze nazionali e internazionali nella veste di relatore, organizza eventi di sensibilizzazione dalla eco mondiale, visita ripetutamente le aree di maggiore sofferenza per le comunità cristiane, Egitto, Iraq, Siria, Pakistan, Venezuela, Sri Lanka, Burkina Faso, Libano, Ucraina, sviluppando una relazione strutturata con i principali rappresentanti delle Chiese locali». Insomma, con l’Enel tutto questo cosa c’entra?

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Alfredo Mantovano e Alessandro Monteduro (foto Imagoeconomica).

Belloni, l’ennesima sconfitta

Era stata candidata al Quirinale, ma un fuoco di sbarramento ha bloccato ogni ambizione. Con Ursula von der Leyen tutti sanno com’è finita, dopo pochi mesi di collaborazione. Di cariche importanti ne sono sfumate tante, all’improvviso. Ora si parlava di lei per la presidenza dell’Eni, ma alla fine a vincere la partita è stata Giuseppina Di Foggia, che così lascia il posto di ad di Terna a favore di Pasqualino Monti. A Elisabetta Belloni non ne va bene una. E tanti si chiedono: «Ma davvero Matteo Renzi è così potente da riuscire a stopparla sempre? Oppure è la stessa Belloni che ci mette del suo?».

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Fiorini all’Eni. Aveva bocciato il film su Regeni…

Promozione improvvisa per Benedetta Fiorini, che è stata catapultata nel consiglio d’amministrazione di Eni. L’ex deputata di Lega e Forza Italia, che si trovava nel cda di Enac, era diventata famosa qualche giorno fa in qualità di componente della commissione cinema del ministero della Cultura per la bocciatura del finanziamento del film dedicato alla tragedia di Giulio Regeni, ucciso in Egitto. E pochissimi giorni fa era apparsa una notizia: «Scoperto gas in Egitto. Stimati 56 miliardi di metri cubi. Eni ha scoperto gas e condensati in Egitto, a seguito della perforazione con successo del pozzo esplorativo Denise W1 nella concessione Temsah». Che strani intrecci offre a volte la cronaca politica…

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Benedetta Fiorini (foto Imagoeconomica).

Macron a Roma passeggia e… soccorre

Emmanuel Macron nei panni del buon samaritano. A Roma il presidente francese, tra un incontro e l’altro, un omaggio al beato Floribert Bwana Chui, il giovane congolese martire della Comunità di Sant’Egidio, una sosta nella basilica di Santa Maria in Trastevere, ha cercato di depistare il luogo dove cenare, optando alla fine per il ristorante di piazza del Popolo “Al Bolognese”. Macron voleva il bagno di folla, con selfie e saluti: ma passeggiando per via del Corso, ecco un anziano steso per terra. Accasciato su un gradino, ha avuto la fortuna di essere visto da Macron, che ha ordinato al suo staff di soccorrerlo. I suoi medici personali hanno impiegato un quarto d’ora a rimettere in sesto il malcapitato, e Macron lo ha salutato stringendogli la mano, tra le foto. Un prologo perfetto della visita a papa Leone XIV in Vaticano

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Trump e Starmer hanno discusso di opzioni militari per Hormuz

Il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato di aver discusso di «opzioni militari» per rendere nuovamente navigabile lo Stretto di Hormuz nel corso di una telefonata con il presidente americano Donald Trump. «Stiamo mettendo insieme una coalizione di Paesi, lavorando a un piano politico e diplomatico, ma anche valutando le capacità militari e la logistica per il transito effettivo delle navi attraverso lo Stretto», ha dichiarato Starmer, che si trova in visita in Qatar. Il premier ha anche ricordato al leader Usa la necessità di coinvolgere gli alleati del Golfo rispetto alle trattative con l’Iran sulla tregua tra Washington e Teheran. «Gli Stati del Golfo sono i vicini dell’Iran. Se il cessate il fuoco deve reggere, e ci auguriamo che regga, deve coinvolgerli. Hanno posizioni molto nette sullo Stretto di Hormuz».

Il comunicato di Downing Street: «Al centro dei colloqui un piano concreto per ripristinare il traffico marittimo»

Il contenuto della telefonata era stato anticipato, nella serata del 9 aprile 2026, in un comunicato diffuso da Downing Street: «Il primo ministro ha parlato con il presidente Trump dal Qatar questa sera. Il primo ministro ha illustrato le sue discussioni con i leader del Golfo e i responsabili della pianificazione militare nella regione sulla necessità di ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nonché gli sforzi del Regno Unito per riunire i partner al fine di concordare un piano fattibile. Hanno convenuto che ora che è in vigore un cessate il fuoco e c’è un accordo per riaprire lo Stretto, siamo alla fase successiva di trovare una soluzione. I leader hanno discusso della necessità di un piano concreto per ripristinare il traffico marittimo il più rapidamente possibile. Hanno concordato che si parleranno di nuovo presto».

Audio di Sangiuliano a Report, archiviata l’inchiesta su Ranucci

È stata archiviata dal Tribunale di Roma l’inchiesta che vedeva indagati il conduttore di Report Sigfrido Ranucci e il giornalista Luca Bertazzoni per interferenze illecite nella vita privata, in relazione alla diffusione di un audio tra l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, durante un servizio sul caso-Boccia.

Audio di Sangiuliano a Report, archiviata l’inchiesta su Ranucci
Federica Corsini e Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica)

Secondo la gip è stato esercitato il diritto di cronaca

Secondo la gip Rosamaria De Lellis «nel caso in analisi non vi è alcun elemento per ritenere che i giornalisti di Report fossero consapevoli del luogo in cui avveniva la conversazione privata, intercorsa tra i coniugi Sangiuliano-Corsini», mandata in onda l’8 dicembre 2024. La diffusione dell’audio, pertanto, si configura come «una condotta espressione del diritto di cronaca, rispettosa dei canoni di veridicità della notizia riportata, della continenza espositiva e dell’interesse pubblico».

Audio di Sangiuliano a Report, archiviata l’inchiesta su Ranucci
Maria Rosaria Boccia (Imagoeconomica).

Incidente sul lavoro a Palermo, morti due operai caduti da una gru

Gravissimo incidente sul lavoro a Palermo, dove due operai sono morti dopo essere caduti dal carrello di una gru, che si è ribaltato. È successo in via Ruggero Marturano, all’incrocio con via Ammiraglio Rizzo, dove è in corso la ristrutturazione di un palazzo. Un terzo operaio si è invece salvato, per sua fortuna, finendo sui copertoni di un negozio di ricambio pneumatici. Un dipendente di questa attività è stato trasportato in ospedale con un trauma cranico. Sul posto i vigili del fuoco, i sanitari del 118 e gli agenti della polizia.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino

Alla fine Roberto Cingolani è stato messo fuori da Leonardo. La notizia era nell’aria da settimane, ma fa comunque rumore, perché il manager ex ministro non è un burocrate di complemento: è uno con un profilo internazionale, capace di stare su qualsiasi palcoscenico senza fare figuracce, nonché capo della più grande industria della Difesa del Paese. Cosa che, in questi tempi di guerra, non è un dettaglio. D’accordo, ha un carattere spigoloso con tutti tranne che con i suoi favoriti, cui spiana con troppa disinvoltura le carriere. Ma defenestrarlo è stata una scelta politica, non industriale. Se, come auspicava Guido Crosetto, che di Leonardo è il ministro di riferimento, devono essere i numeri e il mercato a decidere, qui siamo agli antipodi. E si sa che le scelte di Palazzo travestite da scelte industriali hanno una storia che alla lunga non promette niente di buono.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino

Manuale Cencelli e attenzione a soddisfare la propria tribù

Il resto dell’infornata nelle partecipate si è svolto come da copione. Manuale Cencelli in mano e spasmodica attenzione della maggioranza di governo ad accontentare i pretendenti della propria tribù. Nomi di provata fede in un giro di poltrone in cui contano solo gli equilibri di coalizione e l’osservanza dei requisiti di base: fedeltà personali e cambiali da riscuotere. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, dove la tanto evocata meritocrazia resta quasi sempre in ombra. Poi, per carità, le prescelte saranno tutte persone brave e degne, ma non è questo il punto. Il problema, ovviamente, sta nel metodo.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Guido Crosetto e Giorgia Meloni (foto Ansa).

Tutte queste aziende sono quotate in Borsa. Hanno grandi e piccoli azionisti, investitori istituzionali che non votano Fratelli d’Italia, il partito di Berlusconi o la Lega e che, quando vedono arrivare un nome calato dall’alto senza uno straccio di spiegazione, fanno due conti e tirano le loro conclusioni usando la sola arma in loro possesso: massiccio smobilizzo dei titoli e capitali che vanno altrove.

Nessuna spiegazione, nomine immotivate e inappellabili

Giorgia Meloni e il suo governo non hanno sentito il bisogno di spiegare nulla. Nessuna conferenza stampa o comunicato da cui si evinca una logica industriale nelle scelte. Le nomine sono arrivate come decreti del destino, immotivate e inappellabili, nella forma di uno scarno comunicato serale del Mef. Eppure questo è lo stesso governo che, a ogni occasione buona, recita il mantra del mercato e della concorrenza. Lo ha fatto con la voce grossa quando conveniva. Poi, quando le regole avrebbero imposto trasparenza e accountability che però non gli facevano comodo, si è girato dall’altra parte.

Le difficoltà di una quadra spartitoria che plachi gli appetiti

Si è visto nella vicenda Mps, dove si è trasformato da arbitro in giocatore con una disinvoltura che avrebbe fatto arrossire persino la dirigista Mediobanca dei tempi di Cuccia. E ancora bloccando Unicredit su Bpm con argomenti che hanno fatto inorridire gli stakeholders. E ora si ripete sui vertici delle partecipate, decisi all’ultimo minuto a riprova che (soprattutto) tra alleati trovare la quadra spartitoria che plachi gli appetiti di tutti è una fatica di Sisifo.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Rocca Salimbeni, sede di Mps (Imagoeconomica).

Meloni si è chiusa ancora di più nel suo fortino

C’è chi legge questa invasività di Palazzo Chigi come una reazione alla botta del referendum, e l’ipotesi non è peregrina. Una sconfitta così netta lascia il segno, specie su una leader che ha costruito la sua immagine sull’essere invincibile. Il risultato, però, è paradossale: invece di aprirsi, di cercare un dialogo più largo, di ammorbidire i contorni di un profilo che il voto ha dimostrato non essere così granitico, Meloni si è chiusa ancora di più nel suo fortino.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

La sindrome da accerchiamento è una malattia antica della politica italiana. Ne hanno sofferto in tanti, da Bettino Craxi in poi, e non è andata bene a nessuno. Chi si convince di avere il mondo intero contro di sé finisce per vedere nemici anche dove non ci sono, stringendo il cerchio dei suoi fidi fino a soffocare tra sospetti e rancori.

Il mondo esterno trasformato in un perfido complotto da cui difendersi

È la comfort zone di Palazzo Chigi, che trasforma il mondo esterno in un perfido complotto da cui difendersi. Inizialmente, l’intento di Meloni era di confermare tutti gli ad delle partecipate, e lasciar sfogare le brame dei partiti sulle presidenze. La disastrosa sconfitta referendaria le ha fatto subito accantonare gli antichi propositi. Il mercato, nel frattempo, prende nota. Gli investitori stranieri guardano l’Italia e vedono un Paese in cui le partecipate vengono gestite come feudi, dove le regole valgono solo per gli altri e la discontinuità manageriale dipende dagli umori di chi sta al potere e non dai risultati di bilancio.

Un altro piccolo chiodo nella bara di una certa narrazione

Meloni aveva vinto le elezioni con un’idea semplice e potente: un governo che fa quello che dice, la coerenza come arma vincente. Ma quell’idea, che già aveva cominciato a vacillare nei mesi a venire, adesso fatica a reggere. E ogni nomina calata dall’alto senza una riga di motivazione è un piccolo chiodo nella bara di quella narrazione. Il fortino protegge, ma isola. E un leader isolato, prima o poi, smette di leggere la realtà, finendo per leggere solo se stesso.

Chi è l’italiano in carcere negli Stati Uniti per vendita di armi alla Russia

Un cittadino italiano è stato arrestato negli Stati Uniti con l’accusa di aver esportato illegalmente armi in Russia e si trova in un carcere di Brooklyn in attesa di sentenza, dopo essersi dichiarato colpevole. Lo ha reso noto il Dipartimento di Giustizia Usa: il commerciante di armi Manfred Gruber – questo il nome dell’uomo – è stato fermato a ottobre 2025 mentre si stava recando a una fiera di settore a Washington.

Chi è Manfred Gruber, che si è dichiarato colpevole

Gruber, altoatesino di 61 anni, è direttore commerciale di un’azienda del nord Italia che produce armi e munizioni. Come spiega l’Eastern District of New York del Dipartimento di Giustizia, il manager è stato arrestato con l’accusa di aver esportato armi per 540 mila dollari in Russia, attraverso il Kirghizistan, violando le rigide normative Usa in materia. «I reati commessi da Gruber hanno contribuito ad alimentare la sanguinosa guerra contro l’Ucraina che ha causato innumerevoli vittime», si legge in un comunicato. Durante una prima udienza, il 30 marzo Gruber si è dichiarato colpevole di cospirazione per commettere violazioni delle norme sul controllo delle esportazioni.

Un presunto socio di Gruber è già stato condannato

«L’ammissione di colpevolezza dimostra le gravi conseguenze della violazione delle limitazioni sulle esportazioni statunitensi e l’impegno dell’Fbi nel perseguire chi alimenta illegalmente gli sforzi bellici dei nostri avversari stranieri», ha dichiarato Roman Rozhavsky, vicedirettore della Divisione spionaggio e controspionaggio dell’agenzia americana, che ha fatto anche riferimento all’utilizzo (per l’export) dell’aeroporto ‘John F. Kennedy’ di New York. A gennaio un presunto socio di Gruber di origine kirghisa, Sergei Zharnovnikov, era stato arrestato per lo stesso motivo: è già stato condannato a 39 mesi di carcere.

Porta a porta, acceso scontro tra Vespa e Provenzano: il video

Duro scontro, durante la puntata di Porta a Porta di giovedì 9 aprile 2026, tra il conduttore Bruno Vespa e il deputato del Pd Giuseppe Provenzano. Quest’ultimo era appena stato ripreso dal padrone di casa per aver interrotto Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato. «Stiamo interloquendo, siamo in uno studio democratico», ha replicato il dem. «Vuole venire al posto mio?», ha controbattuto Vespa indicando scherzosamente la sedia del moderatore. Quando Provenzano ha risposto «forse dovrebbe sedersi da quella parte», indicando il lato di Malan, il conduttore si è infuriato. «Questo non glielo consento. Lei deve trovare una trasmissione, che in maniera isterica, con quello che vedete in giro sulla par condicio… Non glielo consento! Non glielo consento!», ha sbottato alzando il tono di voce. «Ha fatto una battuta, se la poteva risparmiare. La prego adesso stia zitto. Lasci parlare gli altri», ha aggiunto prima di ridare la parola a Malan. Di seguito il video dello scontro.

Stretto di Hormuz, Trump attacca l’Iran per il blocco del petrolio

Donald Trump, che aveva mostrato ottimismo in vista nei negoziati in Pakistan organizzati dopo l’accordo di due settimane di cessate il fuoco con l’Iran, ha fatto un’altra delle sue giravolte accusando Teheran di fare «un pessimo lavoro, alcuni direbbero persino imbarazzante» nella gestione dello Stretto di Hormuz, ancora lontano dall’apertura completa invocata dal presidente Usa come condizione essenziale per lo stop alla guerra. Trump su Truth ha sottolineato che «non erano questi gli accordi», minacciando di tornare a colpire «più duramente di quanto chiunque abbia mai visto».

L’Iran starebbe imponendo dei pedaggi alle petroliere

L’Iran rivendica un ruolo di gestione del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz e, secondo i media locali, starebbe imponendo dei pedaggi alle petroliere che transitano nel braccio di mare, spartendo poi il denaro con l’Oman. «È meglio che non lo facciano e, se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito!», ha avvertito Trump, sempre su Truth. Il presidente Usa si è inoltre scagliato contro il Wall Street Journal, che lo aveva accusato di aver cantato vittoria troppo presto: «Grazie a me l’Iran non avrà mai un’arma nucleare e, molto presto, vedrete il petrolio iniziare a scorrere, con o senza il loro aiuto e, per me, non fa alcuna differenza. Il Wsj, come al solito, dovrà rimangiarsi le sue parole».

Stretto di Hormuz, Trump attacca l’Iran per il blocco del petrolio
Donald Trump (Imagoeconomica).

I pasdaran: «Nuova fase della gestione di Hormuz»

Il Comando Navale delle Guardie Rivoluzionarie ha annunciato che la gestione dello Stretto di Hormuz è entrata in una nuova fase. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Tasnim, citando un comunicato dei pasdaran: «In questi due giorni di silenzio militare, nemici e amici hanno compreso che la gestione dello Stretto di Hormuz è entrata in una nuova fase. Se Dio vuole, ringraziamo Dio».

Ucraina, Putin annuncia una tregua per la Pasqua ortodossa

Il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato una tregua in Ucraina in occasione della Pasqua ortodossa, come proposto dal leader ucraino Volodymyr Zelensky. Il cessate il fuoco durerà dalle ore 16 dell’11 aprile a tutto il 12 aprile. Mosca si aspetta che anche Kyiv segua il suo esempio, ha aggiunto il Cremlino. Il ministro della Difesa Andrej Belousov ha già ordinato al capo di stato maggiore Valeryij Gerasimov che le truppe «sospendano per questo periodo le azioni militari in tutte le direzioni», ma siano «pronte a eliminare tutte le possibili provocazioni da parte del nemico, così come qualsiasi azione aggressiva». Putin aveva dichiarato un cessate il fuoco di 30 ore anche in occasione della scorsa Pasqua, ma entrambe le parti si erano accusate a vicenda di averlo violato.

L’Ucraina: «Tregua duri anche dopo Pasqua»

L’Ucraina è pronta a rispettare il cessate il fuoco, come indicato da Zelensky su Telegram: «Abbiamo ripetutamente dichiarato di essere pronti a compiere passi simmetrici. Abbiamo proposto quest’anno un cessate il fuoco durante le festività pasquali e agiremo di conseguenza. Le persone hanno bisogno di una Pasqua senza minacce e di un reale progresso verso la pace, e la Russia ha l’opportunità di non tornare agli attacchi anche dopo Pasqua».

Incontro Tajani-Marina Berlusconi: i nodi ancora da sciogliere

Dunque, ci siamo. Dopo giorni di attesa, finalmente venerdì, all’ora di pranzo, presumibilmente nella residenza di corso Venezia, Marina Berlusconi e Antonio Tajani, alla presenza di Gianni Letta, discuteranno i nuovi assetti di Forza Italia dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia. E a sorpresa ci sarà anche Pier Silvio Berlusconi, che finora mai si era visto nei summit della sorella col segretario o con gli altri dirigenti forzisti. Un segnale di unità e compattezza della famiglia, con un sotto-testo indirizzato al titolare della Farnesina: i Berlusconi siamo noi e siamo noi che dettiamo la linea al partito. La resa dei conti tra famiglia e segretario pare dunque essere arrivata.

Incontro Tajani-Marina Berlusconi: i nodi ancora da sciogliere
Gianni Letta con Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

Il futuro di Barelli, Costa in pole per sostituirlo alla Camera

Marina B. aveva colto al balzo il repulisti messo in pratica da Giorgia Meloni nei confronti di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè, per avviare finalmente qualche cambiamento, come si è visto con la sostituzione di Maurizio Gasparri con Stefania Craxi alla presidenza dei senatori azzurri. Ma alla numero uno di Fininvest non basta. Tocca pure al capogruppo dei deputati, Paolo Barelli, fedelissimo di Tajani nonché suo consuocero, presidente della Federazione nuoto, abile nuotatore pure tra i marosi del Transatlantico. Oggi si deciderà per il cambio a Montecitorio: fuori Barelli, che dovrebbe (o vorrebbe) andare a fare il sottosegretario al Mimit di Adolfo Urso, ma è libera anche una casella alla Cultura, al posto di Gianmarco Mazzi, nominato ministro del Turismo. Per sostituirlo alla Camera si scalda invece Enrico Costa. Indietro e assai lontana l’ipotesi del deputato sardo Pietro Pittalis, considerato troppo vicino a Tajani. Nelle ultime ore è ricomparso anche il nome di Andrea Orsini, colui che scriveva i discorsi per il Cavaliere, ma è stato lui stesso a togliere l’ipotesi dal campo: «È una fervida fantasia».

Incontro Tajani-Marina Berlusconi: i nodi ancora da sciogliere
Enrico Costa (Imagoeconomica).

Le condizioni poste da Tajani a Marina B

All’incontro con Marina e Pier Silvio si arriva dopo una trattativa serrata, dove le parti hanno già interloquito tramite la mediazione di Letta, fiduciario dei Berlusconi nella Capitale, tornato finalmente al centro della scena dopo un periodo in cui era stato un po’ messo da parte. Dunque, Tajani ha accettato il doloroso cambio di Barelli, ma a condizione di non subire una disfatta totale, un’umiliazione difficile da digerire. Due le condizioni poste: Barelli deve entrare nella squadra di governo, promoveatur ut amoveatur, e alla guida dei deputati non dovrà andare un esponente della minoranza. Niente Giorgio Mulè, né Deborah Bergamini, per intenderci. Semaforo verde, invece, per Costa, pasdaran garantista, figlio dell’ex ministro della Sanità Raffaele Costa, nel cui ufficio del Partito Liberale muoveva i primi passi in politica un giovanissimo Tajani. Sembra dunque superata qualche perplessità sul deputato forzista a causa dei suoi passati passaggi nel Ncd di Angelino Alfano e in Azione di Carlo Calenda. Quella sul capogruppo, però, è stata la trattativa più dolorosa ma più semplice.

Incontro Tajani-Marina Berlusconi: i nodi ancora da sciogliere
Giorgio Mulè e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Resta da sciogliere il nodo dei congressi

Più complicato affrontare l’altro tema sul tavolo: i congressi. La minoranza vuole eliminare quelli locali, perché li reputa ostaggio dei signori delle tessere, tutti fedelissimi del segretario. Che così arriverebbe al congresso nazionale con una leadership blindata. Roberto Occhiuto, che avrebbe voluto sfidare Tajani, quando a dicembre ha capito l’antifona s’è subito defilato. Ora, però, la minoranza torna alla carica: niente assise locali e rinvio della kermesse nazionale dopo il voto politico del 2027, mentre il ministro degli Esteri avrebbe voluto tenerlo prima. «Tajani leader fino al voto, poi solo dopo faremo un vero congresso. Non dobbiamo diventare il partito delle tessere, Silvio Berlusconi non lo avrebbe mai voluto», ha dichiarato il governatore della Calabria al Foglio. Sul tema la trattativa sarà serrata: è possibile che Tajani accetti di rinviare il congresso nazionale al 2028, ma almeno qualche congresso locale lo vorrà celebrare. La questione divide anche il territorio: in Sardegna litigano Ugo Cappellacci (contro le assise) e Pittalis (a favore), mentre in Campania, Puglia e Piemonte salgono le voci di chi vorrebbe frenare. Poi c’è il caos in Sicilia, col segretario Marcello Caruso, uomo di Renato Schifani, sulla graticola, ma quell’Isola, visti i guai della Giunta, è un capitolo a parte.

Incontro Tajani-Marina Berlusconi: i nodi ancora da sciogliere
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Da Arcore, però, arriva l’alt: se si rinvia il congresso nazionale, non avrebbe alcun senso tenere le assise locali. E alla fine, forse, anche su questo punto il segretario sarà costretto a cedere. Insomma, serviva la sconfitta al referendum per far partire quel rinnovamento che i figli del Cavaliere chiedono da almeno un anno e mezzo e mai fin qui avevano ottenuto. Segno che non tutti i mali (la sconfitta referendaria) vengono per nuocere. Almeno per gli eredi di B.

Netanyahu annuncia negoziati diretti col Libano

Benjamin Netanyahu ha annunciato a sorpresa di aver «incaricato il governo di avviare al più presto negoziati diretti con il Libano». I colloqui, ha spiegato il premier israeliano, «si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche» tra Tel Aviv e Beirut. Netanyahu ha dunque accettato la richiesta ricevuta dal governo libanese, che il suo esecutivo aveva invece respinto a marzo. Il primo incontro, a livello di ambasciatori, dovrebbe avere luogo la prossima settimana a Washington, al Dipartimento di Stato. Bibi ha messo in chiaro che, nel frattempo, «non ci sarà alcuna tregua» con Hezbollah.

Netanyahu annuncia negoziati diretti col Libano
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa).

Trump aveva chiesto a Netanyahu una de-escalation in Libano

Dopo i violenti raid dell’IDF su Beirut con centinaia di vittime, oltre alle varie cancellerie europee e ai governi di Mosca, Ankara e Islamabad, anche Donald Trump aveva chiesto a Netanyahu una de-escalation in Libano di ridurre gli attacchi in Libano per garantire il successo dei negoziati in Pakistan tra Usa e Iran. In vista dei colloqui, Teheran ha condannato gli attacchi israeliani su Beirut, chiedendo di confermare l’inclusione del Libano nell’accordo di cessate il fuoco. «Continueremo a colpire Hezbollah con forza e determinazione, ovunque sarà necessario», aveva scritto Bibi. Resta da capire quale accordo possa essere raggiunto tra Israele e il Libano. Tel Aviv non ha mai mostrato interesse per colloqui con Beirut che non coinvolgessero anche Hezbollah. E l’organizzazione antisionista ha sempre affermato di non voler negoziare con lo Stato ebraico, soprattutto se sotto attacco.

LEGGI ANCHE: Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?

Stefano Gabbana lascia la presidenza di D&G

Stefano Gabbana ha lasciato la presidenza di D&G, assunta da Alfonso Dolce (fratello di Domenico, già ceo del marchio). Lo riporta l’agenzia Bloomberg, secondo cui il gruppo, alle prese con il rallentamento del lusso, si prepara a negoziare con le banche una ristrutturazione di circa 450 milioni di euro di debito, con la richiesta di nuovi fondi fino a 150 milioni. Sul tavolo, sempre secondo Bloomberg, anche la possibile cessione di asset immobiliari e il rinnovo di licenze per rafforzare la liquidità. Gabbana starebbe vagliando diverse ipotesi su come gestire la sua partecipazione, pari al 40 per cento, nel capitale sociale della maison. Tra queste ci potrebbe essere anche la cessione della sua quota. Ne possiede una equivalente anche Domenico Dolce, mentre la restante percentuale del capitale è ripartita tra i fratelli Dolce.

Sciolto il nodo Leonardo: tutte le nomine del Mef

Habemus nomine. Dopo settimane turbolente, il governo ha sciolto le riserve sui vertici di Leonardo, Eni, Enav ed Enel. Ora manca solo Terna, ma pare sia questione di giorni. Dopo la conferma a Poste di Matteo Del Fante nel ruolo di ad e Silvia Rovere in quello di presidente, gli alleati della maggioranza hanno così trovato la quadra.

Leonardo: Lorenzo Mariani al posto di Roberto Cingolani

Partiamo da Leonardo, dove Giorgia Meloni ha voluto sostituire sia il capo azienda sia il presidente. Al posto di Roberto Cingolani, arriva Lorenzo Mariani, manager di lungo corso e condirettore del gruppo di Piazza Monte Grappa nonché capo della costola italiana di Mbda, il consorzio europeo che produce missili.

Sciolto il nodo Leonardo: tutte le nomine del Mef
Da sinistra Stefano Pontecorvo, Roberto Cingolani e Lorenzo Mariani (Imagoeconomica).

Mentre la poltrona di presidente passa da Stefano Pontecorvo a Francesco Macrì, consigliere d’amministrazione del colosso della Difesa dal 2023, in quota FdI.

Sciolto il nodo Leonardo: tutte le nomine del Mef
Francesco Macrì (Imagoeconomica).

Eni: confermato Descalzi, alla presidenza arriva Giuseppina Di Foggia

In Eni resta saldo per il quinto mandato consecutivo l’ad Claudio Descalzi mentre alla presidenza – al posto del generale della GdF Giuseppe Zafarana, arriva da Terna Giuseppina Di Foggia. L’ipotesi Andrea De Gennaro era sfumata dopo che il governo, con un emendamento al decreto Sicurezza, ha prorogato il suo incarico alla guida delle Fiamme Gialle di sei mesi, fino al 31 dicembre 2026. A quel punto sembrava che la favorita fosse Elisabetta Belloni, battuta però da Di Foggia.

Sciolto il nodo Leonardo: tutte le nomine del Mef
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica).

Terna verso Pasqualino Monti ad e Stefano Cuzzilla presidente

A Terna, Di Foggia dovrebbe lasciare il posto a Pasqualino Monti, attuale ad di Enav, dato in quota FdI, che a sua volta cederebbe la poltrona di Ceo dell’Ente Nazionale per l’Assistenza al Volo a Igor De Biasio, presidente di Terna di area leghista. Alla presidenza di Terna invece dovrebbe andare Stefano Cuzzilla, vicino a Forza Italia, mentre in quella di Enav è stato designato l’attuale presidente di Ita Airways Sandro Pappalardo (vicino a FdI).

Sciolto il nodo Leonardo: tutte le nomine del Mef
Pasqualino Monti (Imagoeconomica).

Enel: confermati Cattaneo e Scaroni

Nessun cambiamento ai vertici di Enel: restano al loro posto sia l’ad Flavio Cattaneo sia il presidente Paolo Scaroni (quota FI). Nel cda entra però Alessandro Monteduro, capo di gabinetto di Alfredo Mantovano.

Sciolto il nodo Leonardo: tutte le nomine del Mef
Paolo Scaroni e Flavio Cattaneo (Ansa).

Supermedia Agi/Youtrend 9 aprile 2026: salgono Lega e Pd

La Supermedia dei sondaggi Agi/Youtrend del 9 aprile 2026 fotografa un balzo della Lega, che in due settimane è cresciuta di quasi un punto percentuale tornando sopra il 7 per cento, un buon risultato anche per il Partito democratico, salito di oltre mezzo punto, e un calo del Movimento 5 stelle. Secondo l’analisi, che è una media ponderata dei sondaggi nazionali realizzati da Demopolis, Emg, Eumetra, Ipsos, Only numbers, Swg e Tecné, Fratelli d’Italia rimane saldamente primo partito con il 28,1 per cento, segnando un leggero calo (-0,1) rispetto al 26 marzo. Seguono sul podio il Pd con il 22,4 per cento (+0,6) e il M5s al 12,7 (-0,5). Forza Italia scende dello 0,3 stanziandosi all’8,6 per cento, seguita dalla Lega al 7,2 per cento (+0,9) e da Alleanza verdi sinistra al 6,4 per cento (-0,3). Tra i partiti minori, Futuro nazionale si ferma al 3,3 per cento (-0,3), Azione rimane stabile al 3 per cento (=), Italia Viva sale al 2,3 per cento (+0,1), Più Europa mantiene l’1,5 per cento (=) e Noi Moderati cala all’1 per cento (-0,2).