Legge elettorale, il voto finale alla Camera sarà a scrutinio segreto

Il voto finale sulla riforma della legge elettorale, approdata oggi alla Camera, avverrà a scrutinio segreto. Lo ha annunciato il presidente di turno Fabio Rampelli, deputato di Forza Italia, spiegando inoltre che – a fronte della richiesta arrivata dalle opposizioni – verranno votati a scrutinio segreto tutti gli emendamenti alla legge elettorale con i requisiti previsti dal regolamento di Montecitorio: 114 sugli oltre 200 presentati.

Il post di Meloni sull’emendamento sulle preferenze

«Oggi pomeriggio si voterà l’emendamento, proposto da Fratelli d’Italia e condiviso dai partiti della maggioranza, per introdurre le preferenze nella legge elettorale, come in molti, anche tra le opposizioni, hanno chiesto», aveva scritto Giorgia Meloni sui social, facendo intendere di temere i franchi tiratori: «A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto».

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero

A Roma i ristoranti hanno sostituito le sezioni di partito di una volta: le riunioni per decidere le strategie elettorali si svolgono tra un piatto di branzino su crema di patate e il classico sauté di cozze e vongole, per evocare un “re del pesce” come Valter Lavitola, impegnato a scegliere il futuro leader del campo largo. Ecco così che nel pieno dei commenti sul caso Ranucci spunta un appuntamento voluto da un finissimo politico, il kingmaker della sinistra romana, il nobile nato nel Pci che ha deciso di consegnare le sue fortune familiari e personali per creare la fortezza capitolina del Partito democratico, un monolite che solo Gianni Alemanno riuscì a disintegrare: Goffredo Bettini.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero

Anche in questo caso, un ristorante: a Vigna Pia, distante dal centro tradizionale, e si chiama “La carovana”. Un nome che sembra scelto apposta per rendere l’idea di un gruppo indisciplinato, composto da profili diversi, e che a molti fa venire in mente L’armata Brancaleone di Mario Monicelli, con gente raccattata in giro. Ma chi ci sarà con Bettini nella serata del 27 luglio, a Roma, quando ormai si saprà tutto della nuova legge elettorale?

Presente il miglior “spiccia faccende” disponibile sulla piazza romana

Alla sua destra apparirà Claudio Mancini, «il vero sindaco di Roma», «l’uomo senza il quale Roberto Gualtieri non saprebbe nemmeno accendere la luce della sua stanza in Campidoglio» (la battuta è di un dirigente del Comune, che ovviamente ha preteso l’anonimato per tutta la vita), «il general contractor che stipula accordi con l’opposizione», insomma il miglior “spiccia faccende” disponibile sulla piazza romana, e che è parlamentare del Pd.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
Claudio Mancini (foto Imagoeconomica).

La candidata giusta per la Cultura?

Non solo per una questione di quote rosa, sarà presente al tavolo dei relatori anche Laura Delli Colli, storica presidente del sindacato dei critici cinematografici italiani, erede della dinastia Delli Colli che ha segnato con altissima professionalità la qualità del grande cinema (Tonino Delli Colli è stato un gigante come direttore della fotografia dei massimi registi mondiali). Già, perché nelle segrete stanze romane si parla di Laura Delli Colli come potenziale futura ministra della Cultura nel caso di una vittoria “de sinistra” alle Politiche 2027, oppure, male che vada, come assessora alla Cultura del Comune di Roma, in caso di (probabile) conferma di Gualtieri alle Amministrative.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
Laura Delli Colli (foto Imagoeconomica).

«Non è faziosa, è molto intelligente, conosce come pochi altri il settore dello spettacolo. Pensate che compra i vestiti all’Ovs di corso Francia», così la raccontano i suoi amici più stretti. La classica “risorsa” da spendere sul mercato della politica che può venire in mente solo a Bettini, il quale già la convinse a diventare presidente della Fondazione Cinema per Roma, con l’unanimità del collegio dei soci fondatori composto da Roma Capitale, Regione Lazio, Camera di Commercio di Roma, Fondazione Musica per Roma, Istituto Luce Cinecittà – Mibac (regnante, al ministero, Dario Franceschini).

L’occasione: il primo numero su carta di Rinascita

Ma qual è il motivo di questa singolare convocazione? La pubblicazione del primo numero su carta (altra vecchia passione bettiniana) di Rinascita, che Goffredo ha voluto riportare in vita per creare un dibattito all’interno (e non solo) della sinistra. Saranno ovviamente ben accette le presenze dei vari Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e compagnia, magari pure Francesco Rutelli, ma la scena avrà un protagonista assoluto, Goffredo Bettini da Jesi, con tutta la sua cultura, la sua immaginazione, quella sapienza distillata nei secoli e che è visibile nell’enorme archivio gentilizio di famiglia depositato presso la Biblioteca Comunale Planettiana della città marchigiana.

Si parlerà di sinistra: voti, interessi, energie…

E quando parla Bettini, Roma si ferma per comprendere quale sarà il futuro della città: dalle sue parole si capirà quali sono le prospettive della sinistra, la sua capacità di attrarre voti, interessi, energie, oltre che di mobilitare il mondo della cultura, del cinema, dello spettacolo «per la causa del bene comune, per creare una nuova società, per accompagnare i giovani verso un futuro di ideali e di speranze», per usare una terminologia bettiniana. E dopo la cena del 27 luglio non si potrà certo andare in vacanza, perché comincia la campagna elettorale: senz’altro quella comunale, per quella nazionale chissà…

Incendio in un edificio nel centro di Bruxelles: numerose vittime

Un incendio si è sviluppato nella torre Oxy, complesso residenziale del centro di Bruxelles la cui ristrutturazione si era conclusa recentemente: le vittime accertate sono quattro. Ma ci sono anche diversi dispersi. Secondo quanto riportato da Le Soir, nella mattinata era divampato un piccolo rogo al secondo piano dell’edificio, poi spento: ma le fiamme sarebbero riuscite a propagarsi nel vano ascensore, provocando un incendio al suo interno. Alcune persone, infatti, sono state rinvenute senza vita proprio in un ascensore del complesso. Proseguono le ricerche dei dispersi: potrebbero trovarsi in un secondo ascensore che i vigili del fuoco non sono ancora riusciti a raggiungere. Diversi i feriti: due persone con ustioni sono state trasportate all’Ospedale Militare di Neder-over-Heembeek. Le cause dell’incendio sono ancora in fase di accertamento.

Denunciato il militante di Futuro Nazionale che ha picchiato un migrante a San Benedetto del Tronto

Giuseppe Barboni, imprenditore e militante di Futuro Nazionale che aveva buttato a terra e picchiato un cittadino iracheno a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), peraltro postando sulla propria pagina Facebook il video di quanto accaduto, è stato denunciato dalla vittima dell’aggressione. Il migrante, malmenato da Barboni perché stava occupando indebitamente una strada di San Benedetto del Tronto, bloccando il traffico con la sua bicicletta, assieme alla denuncia ha presentato un certificato con 14 giorni di prognosi: con ogni probabilità la procura di Ascoli Piceno aprirà un fascicolo contro il militante di Futuro Nazionale per lesioni personali.

Chi è il vannacciano Giuseppe Barboni

Barboni, 38 anni, è figlio di un avvocato e nipote di un ex senatore di Forza Italia. Vicecampione italiano master di lotta greco-romana nella categoria oltre i 100 chili (ma pratica anche arti marziali miste, jiu-jitsu brasiliano, pugilato e judo), si definisce un «imprenditore del lusso» con la sua società Luxury Private Group, che offrirebbe – il condizionale è d’obbligo – a facoltosi clienti viaggi su jet privati, ville e yacht. Ex ufficiale di Marina, Barboni era stato persino inserito nel 2022 da Forbes tra i primi 100 manager italiani ed è molto attivo sui social, dove nel corso degli anni ha pubblicato foto con star del calibro di Robert De Niro e Sharon Stone. Ma anche con l’ambasciatore statunitense Tilman Fertitta e i ministri Matteo Salvini e Guido Crosetto. Vannacciano con tanto di tessera e personaggio noto anche per le sue ospitate a La Zanzara, nei mesi scorsi Barboni aveva tentato di candidarsi a sindaco di San Benedetto del Tronto. Senza appoggi di rilievo nella destra locale, aveva deciso di correre da solo creando la lista “Tolleranza 0”. Arrivando a coinvolgere a sua insaputa persino il cardinale Pietro Parolin, dal quale era riuscito ad avere un saluto video destinato ai suoi concittadini, spacciato per endorsement politico. Peccato che il Segretario di Stato Vaticano si sia poi dissociato pubblicamente da Barboni, il quale poi si è arreso rinunciando alla candidatura.

I lefebvriani hanno fatto ricorso contro la scomunica del Vaticano

La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha presentato al Dicastero per la Dottrina della Fede una richiesta di revoca del decreto con cui la Santa Sede ha dichiarato la scomunica latae sententiae dei quattro vescovi lefebvriani Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, così come di Alfonso de Galarreta che il primo luglio li ha ordinati in assenza di mandato pontificio, e di Bernard Fellay, che ha partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come co-consacrante.

Su cosa si basa la richiesta dei lefebvriani

L’istanza, che è stata depositata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X l’11 luglio, si fonda sul canone 1734 del Codice di diritto canonico, che consente a chi si ritenga leso da un decreto di chiederne, entro 10 giorni dalla notifica, la revoca o la modifica prima di poter proporre un eventuale ricorso gerarchico. In un comunicato diffuso dalla Casa generalizia di Menzingen (quartier generale internazionale della Fraternità Sacerdotale San Pio X), i lefebvriani sostengono di aver agito «in spirito di rispetto verso l’autorità ecclesiastica». Tutto questo dopo aver proceduto con le consacrazioni nonostante l’opposizione del Vaticano, dunque sostanzialmente rifiutandone l’autorità. A scisma avvenuto, il Superiore generale Davide Pagliarani aveva definito le sanzioni della Santa Sede «oggettivamente ingiuste e invalide». Adesso la richiesta di revoca delle scomuniche, tramite gli strumenti previsti dal diritto canonico.

Caso Regeni, sentenza a fine settembre: chiesti un ergastolo e tre condanne a 17 anni

È stata fissata per il 28 settembre, nell’aula Occorsio di piazzale Clodio a Roma, l’ultima udienza del processo per il rapimento e la morte di Giulio Regeni, sequestrato al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato poi senza vita il 3 febbraio successivo, con segni di torture sul corpo. Per quella data è prevista la sentenza di primo grado. Alla sbarra quattro ufficiali dei servizi segreti egiziani: il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha sollecitato un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di carcere.

In Rai il caso Ranucci è diventato il caso Report

Non è facile la situazione per Sigfrido Ranucci. Col passare dei giorni, ogni sua dichiarazione contribuisce a rendere il quadro della vicenda dell’attentato sotto casa sua sempre più nebuloso. E la relazione di amicizia con Valter Lavitola, indagato per essere il mandante, sempre più ambigua. Tanto che, in Rai, Ranucci è considerato ormai un giornalista dimezzato. Intendiamoci, in queste ore sono scattate difese d’ufficio del conduttore e del programma, ma l’unico a dire ciò che molti pensano è stato Paolo Corsini, che per la prima volta ha separato Report dal suo conduttore. «È un programma storico della tv pubblica, un brand importante, che andrà avanti con o senza Ranucci», ha dichiarato il direttore degli Approfondimenti Rai.

In Rai il caso Ranucci è diventato il caso Report
Paolo Corsini (Imagoeconomica).

«Ci vorrebbe una puntata di Report sul caso Report»

Sono più o meno le stesse parole che nei corridoi, a microfono spento, pronunciano quasi tutti. Anche gli estimatori del giornalista. Insomma, questa vicenda ha fatto sì che ora Ranucci non sia più nel mirino solo della destra o di chi ce l’ha con lui per qualche inchiesta. «Cosa vuoi che ti dica, più si va avanti e più si sputtana la trasmissione. Come farà l’anno prossimo Report a realizzare inchieste in cui si parla di relazioni e rapporti pericolosi tra politici e imprenditori o altri quando abbiamo in seno la vicenda Lavitola?», è la risposta tipo di quasi tutte le fonti contattate da L43, anche le più vicine a Ranucci. Il programma e il brand ne escono così parecchio indeboliti. La battuta più citata è che ci vorrebbe una puntata di Report sul caso Report. Mentre si continuano a offrire assist a tutti coloro che in questi anni hanno messo il programma nel mirino, da Maurizio Gasparri ad Adolfo Urso, da Daniela Santanchè e Ignazio La Russa a Matteo Renzi. Pure Giorgia Meloni in passato non è stata tenera con il giornalista e la trasmissione.

In Rai il caso Ranucci è diventato il caso Report
Valter Lavitola (Ansa).

La redazione è spaccata e c’è chi chiede a Ranucci un passo indietro

Qualcuno ha consigliato al conduttore di fare un passo indietro, farsi da parte per salvare il programma. In fondo non sarebbe un grande sacrificio: tra due anni Ranucci, 65 anni il 24 agosto, andrà in pensione e ha almeno un anno di ferie arretrate. Quindi, a meno che non gli riesca un colpo alla Monica Maggioni che si è licenziata ottenendo un mega contratto da collaboratrice, avrebbe ancora circa un anno di lavoro davanti. Non molto. Anche la redazione su questo è spaccata. Ci sono quelli, forse la maggior parte, che difendono il conduttore senza se e senza ma. Poi ci sono coloro che invece nutrono dubbi. Sono gli stessi che non erano sempre d’accordo con i metodi usati nelle inchieste, per esempio con la precedenza accordata a quelle in cui erano coinvolti personaggi politici. Perché, si sa, sono i politici a fare più clamore e a dare visibilità. Anche i vertici Rai ora sperano nel passo indietro di Ranucci. Se lo augurano l’ad Giampaolo Rossi, che però sulla vicenda è molto cauto, e pure il già citato Corsini, che invece col conduttore ha un rapporto assai più burrascoso. «La differenza tra Ranucci e l’ideatrice e prima conduttrice del programma Milena Gabanelli? Con lei si parlava delle inchieste di Report, con lui invece si parla di Report. Report è diventato la notizia…», fa notare con un pizzico di amarezza una fonte autorevole. Intanto sta per partire il lavoro sui servizi e sulle inchieste della prossima stagione, che inizierà un po’ più in là, a novembre. Un lasso di tempo che potrebbe aiutare.

In Rai il caso Ranucci è diventato il caso Report
Giampaolo Rossi e Maurizio Gasparri.

Fioccano denunce e minacce di querela

Nel frattempo fioccano le denunce. Il giornalista minaccia di querelare per diffamazione tutti coloro che parlano di «finto attentato». La redazione invece ha presentato una denuncia per rivelazione del segreto di ufficio e del segreto investigativo per alcuni articoli pubblicati da La Verità e Domani. Ma in queste ore si stanno consumando parecchie vendette. Per esempio La Russa ha preteso le scuse di Elly Schlein per aver accusato il governo di essere il mandante morale dell’attentato, mentre il ministro Adolfo Urso ha scritto a Rossi per chiedere che si intensifichino i controlli sulle fonti e sui consulenti delle trasmissioni d’inchiesta. Prese di distanze arrivano anche da persone da sempre vicine al programma, come Gaetano Bellavia che ha espresso perplessità non solo sull’amicizia tra Ranucci e Lavitola, ma pure sulle, a dir suo, inchieste a senso unico. Insomma, un gran caos.

In Rai il caso Ranucci è diventato il caso Report
Sigfrido Ranucci.

Ai piani alti della Rai si studia un piano B

Ai piani alti di Via Asiago e Via Severo si attende l’evolversi degli eventi, ma intanto si studia un piano B, ossia una nuova conduzione nel caso si decida di sostituire Ranucci. Si stanno vagliando alcuni volti Rai, come anche un paio di giornalisti interni a Report. Ma non si esclude nemmeno una conduzione collettiva della redazione, a turno. Una strada difficilmente percorribile perché nella tv ogni programma ha bisogno di identificarsi con un volto forte. O che forte lo diventa. Lo è stato per Milena Gabanelli ed è stato così pure Ranucci. Anche fin troppo, forse, per quanto riguarda Sigfrido.

Cos’è “Pickaxe Mountain”, il sito iraniano che Trump minaccia di attaccare

«Colpiremo Pickaxe Mountain. Dite agli iraniani di tenersi pronti». Lo ha detto Donald Trump, avvertendo che gli Stati Uniti intendono continuare a infliggere duri colpi alla Repubblica Islamica: «Lo stiamo tenendo d’occhio. Probabilmente faremo un tentativo relativamente presto». Dopo le affermazioni del presidente Usa, Teheran ha affermato di essere pronta a «dare una risposta devastante» agli Stati Uniti: «A pagare il prezzo saranno i soldati americani e i loro partner regionali», ha detto una fonte iraniana alla Cnn. Ecco cos’è il sito conosciuto come “Pickaxe Mountain”, che Trump ha messo nel mirino.

Dove si trova Pickaxe Mountain e i tunnel al suo interno

Pickaxe Mountain, in italiano “Montagna del Piccone”, è il nome con cui Washington indicano il monte Kuh-e Kolang Gaz (in farsi “Cappello del giudice”), che si trova a 30 chilometri a sud di Isfahan, nei pressi dell’impianto iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanz: si tratta di un sito fortemente fortificato, che ospita due complessi di tunnel situati a grande profondità (fino a quasi mille metri) nel sottosuolo.

I sospetti di Washington e la versione di Teheran

I servizi di intelligence americani sospettano che il regime iraniano stia cercando di costruire all’interno di Pickaxe Mountain un impianto per l’arricchimento dell’uranio, che fungerebbe da «garanzia strategica» per il suo programma nucleare. All’avvio dei lavori nel 2020, Teheran ha informato l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che il sito sarebbe stato destinato esclusivamente alla produzione di nuove centrifughe. Da allora l’Iran non ha cambiato versione, ma ha sempre negato all’Aiea l’accesso all’impianto: la circostanza alimenta i sospetti che Pickaxe Mountain sia un sito destinato alla fase più avanzata di arricchimento dell’uranio, fino al raggiungimento della purezza necessaria per la costruzione di bombe nucleari. Si ritiene inoltre che l’Iran vi abbia già trasferito materiali altamente arricchiti.

Il sito sarebbe a prova di bombe guidate anti-bunker

I rapporti dell’intelligence statunitense indicano che la struttura è stata scavata in profondità all’interno della montagna, sotto centinaia di metri di solido granito, in modo da proteggerla dalle potenti bombe guidate anti-bunker Massive Ordnance Penetrator, usate già contro gli impianti atomici di Fordow, Esfahan e Natanz. Secondo la maggior parte degli esperti militari, per “disattivare” il sito di Pickaxe Mountain occorrerebbe piazzare esplosivi ad alto potenziale direttamente dentro al sito, all’interno della montagna.

Legge elettorale, il Pd pronto a chiedere il voto segreto anche sulle preferenze

Inizia oggi 14 luglio alla Camera l’esame della riforma della legge elettorale, che vede i deputati di Montecitorio chiamati a votare oltre 200 emendamenti. Il principale nodo da sciogliere è quello delle preferenze, punto su cui si erano divise sia le opposizioni che la maggioranza. Nel secondo caso, in extremis è arrivato il sì di Lega e Forza Italia. Sul voto si aggira comunque lo spettro dei franchi tiratori: il Partito democratico si prepara infatti a chiedere il voto segreto su tutti gli emendamenti per i quali è consentito dal regolamento, incluso appunto quello sulle preferenze.

Legge elettorale, il Pd pronto a chiedere il voto segreto anche sulle preferenze
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Schlein: «Il Pd continuerà a fare muro»

Durante la sua relazione all’assemblea congiunta dei gruppi Pd, la segretaria dem Elly Schlein ha definito «pessima» e «irricevibile nel metodo e nel merito» la nuova legge elettorale, a suo modo di vedere costruita «su misura» dalla maggioranza «per paura di perdere le elezioni, facendo forzature costanti in Parlamento». Schlein ha spiegato che il Pd continuerà pertanto «a fare muro assieme alle altre opposizioni». E poi: «Con questa destra non voteremo nulla, mentre voteremo tutti gli emendamenti soppressivi e quelli comuni presentati con i nostri alleati. Voteremo anche tutti gli emendamenti dei nostri alleati che pure superano le liste bloccate con collegi uninominali o preferenze».

L’Ue apre nuovo cluster nei negoziati di adesione con l’Ucraina

L’Ue ha aperto il cluster 6, dedicato alle relazioni esterne, nei negoziati di adesione con l’Ucraina. La decisione è stata formalizzata martedì 14 luglio 2026 in occasione della terza Conferenza di adesione Ue-Ucraina. «Con l’apertura del cluster 6, il Consiglio ha dimostrato l’impegno dell’Ue nei confronti dell’allargamento», ha dichiarato il ministro irlandese per gli Affari europei, Thomas Byrne, a nome della presidenza di turno dell’Ue. Byrne ha definito la decisione «un’importante pietra miliare» nel percorso di adesione di Kyiv, ricordando che si tratta del secondo cluster aperto dall’Ue con l’Ucraina, dopo il cluster 1 sui fondamentali.

Kyiv: «Realistico completare il lavoro tecnico per l’adesione Ue entro il 2027»

«Il nostro piano non cambia, entro la fine del 2027 vogliamo adottare e iniziare ad attuare tutta la legislazione necessaria» per aderire all’Ue. Lo ha dichiarato il vice primo ministro ucraino per l’Integrazione europea ed euro-atlantica, Taras Kachka, rispondendo in conferenza stampa a una domanda sui tempi del percorso di adesione di Kyiv. Kachka ha sottolineato che l’Ucraina «non parte da zero», avendo già raggiunto «un elevato livello di recepimento dell’acquis europeo» attraverso l’attuazione dell’Accordo di associazione con l’Ue. Secondo il vicepremier, l’apertura dei cluster rappresenta «l’ingresso nella fase finale dei negoziati», quella in cui l’Ucraina potrà dimostrare di aver soddisfatto tutti i requisiti richiesti. Sull’apertura dei prossimi, ha aggiunto, «tutti i documenti sono pronti» e la decisione dipende ora dall’unità dei 27 Stati membri. «Tutte le istituzioni sono operative e le riforme strutturali stanno producendo risultati», ha affermato, evocando in particolare la riforma della giustizia. «È questo», ha concluso, «il punto di partenza che rende ragionevole la nostra ambizione di completare tutto entro la fine del prossimo anno».

Al via a Roma il nuovo round di negoziati diretti tra Israele e Libano

Al via oggi – 14 luglio – a Roma il nuovo round di negoziati diretti tra Libano e Israele, che si tengono sotto l’egida degli Stati Uniti (si terranno nell’ambasciata Usa). Dopo cinque tornate di colloqui a Washington, Beirut e Tel Aviv hanno raggiunto un accordo quadro per una «pace duratura» il 26 giugno, dopo l’entrata in vigore di un fragile cessate il fuoco tra l’esercito di Israele e Hezbollah: il movimento sciita, sostenuto dall’Iran, ha però respinto l’intesa, soprattutto a causa del nodo del ritiro dell’IDF dal Libano.

Il nodo del ritiro delle truppe israeliane dal Libano

La presidenza libanese ha spiegato che Hezbollah ha chiesto alla delegazione di Beirut «di esigere l’immediato ritiro delle forze israeliane da due zone pilota prima di qualsiasi ulteriore discussione». Una questione, questa, che è stata affrontata nel corso di colloqui che avviati nel fine settimana in Libano da una delegazione militare americana e dall’esercito regolare del Paese dei cedri. Da quanto filtra, Israele è disposto a ritirarsi gradualmente, a condizione che Hezbollah nelle aree evacuate non sia presente Hezbollah e che l’esercito libanese abbia le capacità (e l’intenzione) necessarie per mantenere tali settori demilitarizzati, impedendo qualsiasi ritorno del movimento sciita. Nel frattempo, l’IDF sta proseguendo con i raid nel sud del Libano contro i villaggi occupati da Hezbollah.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente

Dopo quattro mesi di stallo il governo sblocca finalmente la nomina della presidenza Consob: ad occupare la casella lasciata libera da Paolo Savona, il cui mandato settennale è scaduto a marzo, sarà l’economista Guido Stazi, attuale segretario generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) e prima ancora segretario generale proprio presso la Commissione di vigilanza per i mercati e la borsa.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente
Guido Stazi (Imagoeconomica).

Stazi è stato indicato da Forza Italia

La scelta di Stazi, esperto di piattaforme elettroniche e big data, è stata sponsorizzata da Forza Italia e ha ricevuto il via libera anche dalla Lega, che nei mesi scorsi aveva tentato di piazzare alla presidenza della Consob il sottosegretario al ministero delle Finanze Federico Freni. Quest’ultimo però a metà maggio ha fatto un passo indietro a causa delle perplessità all’interno della maggioranza e avanzate in particolare dagli azzurri, che spingevano per una figura più tecnica.

Chi è l’economista che guiderà la Consob

Romano classe 1957, Stazi da marzo del 2022 ricopre l’incarico di segretario generale dell’Agcm, di cui è stato anche responsabile del Comitato valutazioni economiche. L’economista, inoltre, è stato capo di gabinetto dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (2005-2012) e, come detto, segretario generale della Consob (2013-2017). In passato docente di Economia e politica della concorrenza nella facoltà di Scienze economiche e bancarie dell’Università di Siena e editorialista di Milano Finanza, Stazi è autore di volumi in materia di antitrust, regolazione ed economia digitale.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente
Guido Stazi (Imagoeconomica).

La nomina sblocca anche Antitrust e Anac

La nomina di Stazi, che otterrà semaforo verde in Cdm, è destinata a sbloccare anche quelle per le presidenze di Agcm e Anac, che – salvo sorprese – verranno spartite tra i tre partiti di maggioranza. Il vertice della Consob appunto a Forza Italia, quello dell’Antitrust a Fratelli d’Italia e quello dell’Autorità nazionale anticorruzione alla Lega.

Usa-Iran, altra notte di attacchi: colpite due petroliere, un morto

Trump ha annunciato al Congresso americano la ripresa della guerra contro l’Iran: «Sarà molto veloce. Colpiremo tutte le loro capacità che hanno a che fare con Hormuz e anche l’impianto nucleare di Pickaxe Mountain». E ancora: «Hanno rotto l’accordo, hanno scoperto che c’era qualcosa che non gli piaceva e noi non intendiamo accettarlo. Alla fine finiremo per controllare tutto quello che stanno facendo, è folle e molto stupido».

Attacco iraniano contro due petroliere emiratine

Nella terza notte consecutiva di raid americani, Teheran ha attaccato due superpetroliere emiratine causando un morto – un membro dell’equipaggio – e otto feriti. L’ha confermato il ministero degli Esteri degli Emirati in una nota: «Le petroliere nazionali Mombasa e al-Bahiyah sono state colpite da due missili da crociera iraniani mentre transitavano nella rotta di navigazione meridionale dello Stretto di Hormuz, nelle acque territoriali dell’Oman. L’attacco ha causato la morte di un membro dell’equipaggio indiano a bordo della petroliera Mombasa e il ferimento di altri otto, quattro dei quali in modo grave. Tra i feriti, sei sono indiani e due ucraini. Questo flagrante attacco è considerato una grave e chiara violazione del diritto internazionale, che minaccia la sicurezza e la stabilità della regione». Per questo Abu Dhabi si riserva il diritto di rispondere.

Paradosso Google Italia, più ricavi ma tagli al personale

Google Italy nel 2025 ha raggiunto ricavi per 992,8 milioni di euro, in crescita di quasi il 37 per cento sul 2024, che a sua volta era salito del 7,7 per cento sul 2023. E uno penserebbe che, con questo andamento degli incassi, pure il personale decolli. Invece il più grande motore di ricerca al mondo sta tagliando la forza lavoro in Italia: 34 persone a casa nel giro degli ultimi tre anni.

Paradosso Google Italia, più ricavi ma tagli al personale
La sede di Google Italia a Milano, accanto al Bosco verticale.

I dipendenti di Google Italy a fine 2025 erano infatti 250, di cui 44 dirigenti (46 nel 2024), 125 quadri (161) e 81 impiegati (57). Con un processo di riduzioni progressive che ha visto gli organici passare dai 284 del 2022 ai 281 del 2023, fino ai 264 del 2024 e, appunto, ai 250 del 2025.

Costo medio aziendale di 267.600 euro annui per dipendente

Il costo del personale della società guidata dalla country manager e vice president Melissa Ferretti Peretti, inoltre, è sceso a 66,9 milioni di euro dai 70 milioni del 2024, e rappresenta comunque un costo medio aziendale di 267.600 euro annui per dipendente, che non è niente male (in crescita rispetto ai 265 mila euro medi del 2024).

Paradosso Google Italia, più ricavi ma tagli al personale
Melissa Ferretti Peretti, manager di Google Italia (foto Imagoeconomica).

Le entrate della filiale italiana di Google marciano a pieno ritmo, anche se l’applicazione del principio contabile OIC 34 dal primo gennaio 2024 ha di nuovo reso confusi i conti degli over the top, da Google a Facebook, che invece finalmente stavano facendo chiarezza sui loro business effettivi Paese per Paese e, nello specifico, in Italia.

Cresciuti i ricavi lordi da pubblicità, ma anche i costi della produzione

Come spiegato in nota integrativa del bilancio di Google Italy 2025, infatti, i ricavi lordi da pubblicità di Google in Italia sono stati pari a 992,8 milioni di euro (+36,8 per cento sul 2024), con costi della produzione saliti però a quota 900,4 milioni (+38 per cento).
«La società riporta i ricavi derivanti dalla raccolta pubblicitaria al netto dei costi diretti di vendita correlati, in quanto l’obbligo di prestazione consiste nell’offrire, rivendere e fornire supporto post-vendita agli inserzionisti per conto di Google Ireland Limited, per la quale la società guadagna una commissione. Nella valutazione di questa decisione, la società tiene conto del fatto che, ai sensi delle linee guida contabili OIC 34, sta agendo per conto di Google Ireland Limited nella transazione in quanto non controlla l’inventario pubblicitario prima del suo trasferimento all’inserzionista».

Paradosso Google Italia, più ricavi ma tagli al personale
La sede californiana di Google (foto Ansa).

Perciò il risultato netto (992,8-900,4), che va a formare il valore della produzione del bilancio di esercizio 2025 di Google Italy, è di 92,4 milioni (72,6 mln nel 2024), da sommarsi ai ricavi da attività di marketing e supporto, 51 milioni (78,2 mln nel 2024), ai ricavi da ricerca e sviluppo, 11 milioni (11,4 mln nel 2024), arrivando quindi ai 154,5 milioni (162,3) di ricavi totali iscritti nel conto economico 2025 di Google Italy, per 22,2 milioni di utili (21,6 mln nel 2024) e un patrimonio netto di 166,2 milioni di euro (143,9 mln nel 2024). In tema di rapporti col fisco, i debiti tributari di Google Italy a fine 2025 risultano pari a 24 milioni di euro, di cui 18,2 milioni di debito per la Digital services tax, ossia l’imposta sui servizi digitali maturata per il 2025.

L’Ice uccide ancora: un morto in una sparatoria nel Maine

A pochi giorni di distanza dall’uccisione dell’immigrato messicano Lorenzo Salgado Araujo a Houston, in Texas, l’Immigration and Customs Enforcement ha fatto un’altra vittima. Una persona è infatti morta nel corso di una sparatoria che ha coinvolto agenti dell’Ice a Biddeford, nel Maine.

«La polizia e il dipartimento di Pubblica sicurezza sono attualmente sul posto, atteso l’intervento dell’Fbi per le indagini», ha fatto sapere sui social Ryan Fecteau, speaker della Camera dei rappresentati dello Stato, il più a nord-est degli Usa.

La morte di Salgado Araujo ha riacceso le polemiche attorno all’Ice, che avevano raggiunto l’apice all’inizio di quest’anno dopo le uccisioni di Rene Good e Alex Pretti durante due operazioni condotte a Minneapolis. Nel caso di Houston gli agenti coinvolti nella sparatoria non indossavano bodycam e i loro veicoli non erano dotati di telecamere di bordo. Adesso un nuovo episodio.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia

Un’Italia un po’ bicefala. In soli quattro giorni il nostro Paese mostrerà plasticamente come la sua politica estera tentenni tra due vertici: da una parte il Quirinale, dall’altra Palazzo Chigi. Sono sfumature, nulla di definitivo, i fondamenti sono salvi. Siamo sempre ancorati all’Onu, all’Occidente, alla Nato e alla Ue. Epperò sul parallelo Washington-Parigi tra lunedì e mercoledì le cancellerie di mezzo mondo si segneranno sulle agende chi c’era di qua e chi c’era di là. E sono agende che restano. A volte, per convenienza, vengono chiuse temporaneamente nei cassetti, anche se chi apre poi quei cassetti cambia alle prossime elezioni.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Giorgia Meloni (Ansa).

Tajani a Parigi e Mattarella alla parata del 14 luglio

Dunque, per fare un breve riassunto, nelle agende sarà segnato che lunedì al vertice dei volenterosi a sostegno dell’Ucraina voluto da Emmanuel Macron a Parigi, il governo Meloni ha mandato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Emmanuel Macron e Antonio Tajani (Ansa).

Politica estera al massimo livello e vicepremier, ma non premier. Mentre martedì alla parata del 14 luglio sugli Champs-Élysées ci sarà Sergio Mattarella, il capo dello Stato.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente francese Emmanuel Macron (Ansa).

L’invito di Rubio al vertice delle polemiche

Cambio di continente: il 16 luglio a Washington, il Segretario di Stato Marco Rubio ha convocato un vertice internazionale di contrasto al terrorismo di sinistra, i cosiddetti Antifa, sono invitati 60 Paesi ma gli europei nicchiano. L’Italia manderà (salvo cambi di programma) il viceministro all’Interno Nicola Molteni (apriti cielo dalle opposizioni). Non il ministro, ma un gradino di sotto, sulla falsariga della partecipazione italiana da osservatori al nascente e poi fallimentare Board of peace

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Marco Rubio (Ansa).

È obbligatorio fare la tara alle due diverse occasioni. Sia Macron sia Trump amano le autocelebrazioni e i trionfalismi, il primo è a fine mandato e sente il fiato sul collo del Rassemblement National di Marine Le Pen; il secondo tra quattro mesi scarsi passerà sotto le forche caudine delle elezioni di midterm mentre i sondaggi crollano. È ovvio che i loro inviti vogliano dare segnali agli elettori e siano un messaggio per rappresentare se stessi al meglio. È altrettanto ovvio che Mattarella abbia accettato l’invito di Macron: sarà seduto accanto ad altri 25 capi di Stato per celebrare un Paese amico e cofondatore della Ue. Da lui mai nessuno dubbio sul sostegno all’Ucraina, alla Ue e a un legame sano e paritario con gli Usa. Più da decifrare l’ok del governo all’invito di Rubio. Per alcuni è un tentativo di non tagliare i ponti con Trump dopo lo scontro delle settimane scorse, per altri è un tentativo di mostrarsi sensibili al tema della sicurezza cavalcato da Roberto Vannacci. Di certo il governo tiene ma a fatica nel suo sostegno all’Ucraina, ha una visione critica della Ue e sta cercando una nuova via per relazionarsi all’America di Trump. L’idea se non di fare da ponte, almeno di non farlo saltare, resiste in attesa di vedere l’effetto che fa. Son sfumature, si sa, ma a volte una sfumatura rende il quadro più nitido. 

Legge elettorale, depositati oltre 200 emendamenti: cosa prevede quello di FdI sulle preferenze

È scaduto alle 14 il termine per la presentazione degli emendamenti alla nuova legge elettorale, il cui esame alla Camera riprenderà martedì 14 luglio. In tutto ne sono stati depositati oltre 200. Tra essi anche la proposta di modifica, firmata da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Unione di Centro, ma non da Forza Italia e Lega, che prevede il capolista bloccato e a seguire la possibilità di mettere fino a tre preferenze di cui una di genere tra i sei nomi già scritti sulla scheda che saranno alternati in ordine di genere.

Cosa prevede la proposta di FdI, Noi Moderati e Udc

Nella proposta di Fratelli d’Italia, Noi moderati e Unione di Centro (Lega e Forza Italia si sono presi del tempo per riflettere), il comma 4 ex articolo 1 viene sostituito con il seguente: «Ogni elettore dispone di un voto da esprimere su un’unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista, corredato dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale e dei candidati delle liste circoscrizionali presentate ai fini dell’eventuale attribuzione del premio di governabilità». E poi: «Ogni elettore, inoltre, può esprimere fino a tre preferenze in favore di candidati nel collegio plurinominale della lista votata tra quelli che non sono capolista». I seggi ottenuti dalla lista nel collegio sarebbero quindi assegnati partendo dal capolista, mentre per quelli successivi verrebbe seguita la graduatoria determinata dai voti di preferenza. In caso di parità tra due candidati prevarrà l’ordine di presentazione della lista. Quanto alla parità di genere, in caso di più preferenze espresse, «queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza nell’ordine di lista». Sulla scheda, il primo nome dopo il capolista potrà essere dello stesso genere di quest’ultimo. Ma i sei candidati sottoposti alle preferenze dovranno poi seguire un ordine alternato.

Ranucci sporge denuncia per diffamazione aggravata e rivelazione di segreto di ufficio

Mentre continuano le indagini, la vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci si arricchisce di un nuovo capitolo. Come ha fatto sapere il suo legale Roberto De Vita, il conduttore di Report «ha presentato denuncia e querela per diffamazione pluriaggravata e altri reati» in relazione «alla diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni che hanno trasformato, mediante esplicite allusioni, la vittima del grave attentato nel suo presunto beneficiario, attraverso espressioni che affermano o suggeriscono di un “finto attentato” e altre analoghe formulazioni e di vantaggi conseguenti, la cui ricaduta umana e professionale è di inaudita gravità».

L’esposto della redazione di Report per rivelazione di segreto di ufficio

Non solo: De Vita ha inoltre reso noto che Ranucci, assieme ai giornalisti Daniele Autieri, Giorgio Mottola, Paolo Mondani, Giulio Valesini Luca Chianca e altri della redazione di Report hanno sporto denuncia e querela per rivelazione del segreto di ufficio e del segreto investigativo per la pubblicazione su alcune testate di «notizie ed estratti di atti, coperti dal segreto di indagine ed in particolare di contenuti di intercettazioni telefoniche, di brogliacci e di verbali di sommarie informazioni testimoniali, relative all’indagine ancora in corso» sull’attentato dinamitardo di ottobre 2025. La denuncia, ha spiegato il legale, «non riguarda la pubblicazione da parte dei giornalisti, ma la rivelazione fatta da soggetti tenuti al segreto».

FS, l’assemblea nomina il nuovo cda e indica Strisciuglio come ceo

L’assemblea degli azionisti di Ferrovie dello Stato Italiane ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione composto da Tommaso Tanzilli, Gianpiero Strisciuglio, Daniela Rota, Silvia Marzot, Pietro Bracco, Franco Fenoglio e Loredana Ricciotti. Il board rimarrà in carica per il triennio 2026-2028. L’assemblea ha quindi confermato Tanzilli presidente (ricopre l’incarico da giugno 2024) e ha invitato il nuovo consiglio di amministrazione a nominare Gianpiero Strisciuglio come nuovo ceo.

FS, l’assemblea nomina il nuovo cda e indica Strisciuglio come ceo
Tommaso Tanzilli (Imagoeconomica).

Strisciuglio subentra a Donnarumma

Strisciuglio, che subentra a Stefano Donnarumma, sarà chiamato a scegliere i nuovi amministratori delegati delle società controllate Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana. Le nomine sono attese dopo l’estate.

FS, l’assemblea nomina il nuovo cda e indica Strisciuglio come ceo
Gianpiero Strisciuglio (Imagoeconomica).

Per il ruolo di ceo di Trenitalia, lasciata vacante appunto dal nuovo ceo di FS, è in pole Sabrina De Filippis, che dal 2023 ricopre gli incarichi di amministratrice delegata e direttrice generale di FS Logistix e di responsabile del Polo Logistica del Gruppo FS.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Nessuno se l’aspettava: il governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana che attacca il “suo” ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. E lo fa per ragioni tecniche, denunciando con i numeri le poche risorse umane dedicate alla sicurezza che per decisione del Viminale arriveranno nella sua regione: «Politicamente è un segno ulteriore di sottovalutazione delle necessità del Nord produttivo, della Lombardia, di Milano: l’assegnazione del 6 per cento dei nuovi agenti a una regione che rappresenta il 17 per cento della popolazione e il 23 per cento del Pil appare penalizzante e rischia di non rispondere alle crescenti richieste di sicurezza di un territorio così nevralgico per il Paese. Questa scelta riflette una logica che non sa leggere il territorio». Piantedosi, che si fa notare nelle sue visite a Benevento e nel sud del Lazio, a Fondi, ormai è nel mirino della Lega del nord, dove si deve anche cercare un posto alternativo per Matteo Salvini, dato che il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture è solo una “grana” che certo non porta popolarità, ma solo gli improperi dei viaggiatori. «Al Viminale mai più un cosiddetto tecnico, ci deve essere un politico», ripetono, uno dopo l’altro, i comandanti leghisti che vogliono evitare il tracollo del partito, specie adesso che il generale Roberto Vannacci si rafforza con la sua campagna sulla sicurezza. E uno come Fontana, quando parla, non può non essere ascoltato, specie se vuole coltivare l’idea di “scalare” la Lega e trovare un posto a Salvini, al Viminale.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Attilio Fontana con Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

L’appoggio leghista a Buttafuoco: fibrillazioni alla Cultura

Ennesima divisione all’interno del ministero della Cultura, per colpa di Pietrangelo Buttafuoco: dopo che l’Europa ha sanzionato la Biennale di Venezia per la partecipazione russa alla kermesse, tagliando il finanziamento già concesso e pari a 2 milioni di euro, ecco che l’intellettuale siculo ha trovato la sponda di due partiti, i pentastellati e i leghisti. Ma se i primi sono all’opposizione, i secondi si trovano nella maggioranza governativa, e per di più con la sottosegretaria Lucia Borgonzoni proprio nel dicastero di via del Collegio Romano. Giusto per creare un altro problema al ministro Alessandro Giuli. Queste le parole di Borgonzoni: «Quanto sta accadendo con il caso Biennale è semplicemente inaccettabile. Un organismo politico, l’Unione europea, raccomanda a un ente tecnico, l’agenzia Eacea, di interrompere i contributi. Prima ancora che venga trovato, nell’eventualità ci fosse, un elemento concreto per giustificare questa decisione. Questa è la fine del diritto, una sentenza prettamente politica che danneggia chi da anni porta avanti un lavoro straordinario a Venezia. L’Italia e i suoi luoghi d’arte sono liberi e democratici, non c’è spazio per i ricatti economici di Bruxelles». La sottosegretaria ha trovato anche come alleato Luca Zaia, l’ex governatore della Regione Veneto, oltre al capogruppo dei cinque stelle al Senato, Luca Pirondini. Che è uno dei più battaglieri oppositori di Giuli…

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Federcasse copia l’Abi

Si sa, a Roma le sedi per ospitare gli eventi non sono tantissime quando è previsto l’afflusso di tanti partecipanti. Occorre fare un’analisi dei costi e dei benefici, con frasi ripetute all’infinito come «no, la Nuvola di Fuksas no, è troppo cara», oppure, «sì, quel centro congressi andrebbe bene, ma è troppo lontano». E allora che si fa? Si va nell’Auditorium della Tecnica di Confindustria, all’Eur, ma meglio di giorno, perché al calar delle tenebre la zona pullula di presenze poco raccomandabili. Quindi, mercoledì 15 luglio, ecco che arriva l’Abi, l’Associazione bancaria italiana, con il presidente Antonio Patuelli, per la classica assemblea dove partecipano il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta e il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Due giorni dopo, il 17 luglio, stessa sede per “Generare futuri. 135 anni della Rerum Novarum, 80 anni di Repubblica, 10 anni dalla Riforma delle Bcc”, ossia il titolo al centro dell’assemblea annuale di Federcasse, l’associazione nazionale delle Banche di Credito Cooperativo, Casse Rurali e Casse Raiffeisen. Qui non ci sarà Panetta, ma la “Lectio Cooperativa 2026” verrà affidata a Piero Cipollone, componente del comitato esecutivo della Banca centrale europea e presidente della Task Force di alto livello dell’Eurosistema per l’euro digitale.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Quelle pellicce di Fendi che non piacciono: Mazzantini nel mirino

I problemi alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea (Gnamc) di Roma non mancano mai: le proteste dei dipendenti contro la direttrice Renata Cristina Mazzantini, innanzitutto, e poi le mostre che fanno discutere. L’ultima è quella di Fendi, con annessa sfilata: per evocare la storia del brand è stata riproposta un’esposizione di una quarantina d’anni fa, dove protagoniste erano anche le pellicce della casa di moda. Pellicce che, se una volta venivano elogiate da quasi tutto il pubblico, ora sono viste come nemiche della sostenibilità: così, ecco che alcune reti televisive non hanno potuto parlare della mostra perché «la policy aziendale non lo permette», per il sostegno alle cause animaliste e per non avere noie con i movimenti green. Qualcuno evoca interrogazioni parlamentari per denunciare la presenza delle pellicce. Fatto sta che l’evento modaiolo non ha permesso di valorizzare il restauro di un giardino della galleria, anche perché tutti erano impegnati a passeggiare con calici di champagne tra le mani…

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Alessandro Giuli e Renata Cristina Mazzantini (foto Imagoeconomica).

De Niro a Roma, tra film e alberghi

Robert De Niro nella Capitale. Lunedì 13 luglio l’attore è presente per gustarsi la versione restaurata di Novecento di Bernardo Bertolucci, nel 50esimo anniversario del film, uscito nel 1976. A dialogare con De Niro – che di Novecento è protagonista, nei panni del possidente terriero Alfredo Berlinghieri, assieme a Gérard Depardieu, che interpreta invece il contadino Olmo Dalcò – sono stati chiamati Antonio Monda e Valerio Carocci. Ma De Niro deve anche controllare il “suo” albergo di via Veneto, Nobu Hotel, di cui è socio proprietario, e valutare le prossime mosse.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Robert De Niro (Ansa).

Persol, quanti occhiali al premio Strega…

Se a Roma vedete un “vip” con dei nuovi occhiali da sole griffati Persol, li ha presi alla cena del premio Strega. Sì, perché in occasione dell’evento mondan-letterario che si è svolto in Campidoglio, nel desco riservato ai personaggioni capitolini al tavolo c’erano degli oggetti, ossia appunto gli occhiali da sole Persol e le agendine Pineider. Ovviamente sono spariti tutti i “gift”, con approcci leggendari per dissimulare la “presa di possesso”, come quella signora che ha utilizzato tovagliolo per occultare all’interno gli occhiali e riporli lentamente nella borsa. Sui siti delle vendite online si trova qualcosa, comunque, di quella razzia “culturale”…