Paramount ha presentato una nuova offerta per Warner Bros. Discovery

Nuovo colpo di scena nella sfida tra Netflix e Paramount Skydance per l’acquisizione di Warner Bros. Discovery. Nella notte tra lunedì 23 e martedì 24 febbraio è scaduto il periodo di una settimana concesso da Netflix a Warner per interloquire con Paramount e ricevere un’ultima offerta dopo l’accordo vincolante da 82,7 miliardi di dollari siglato col gigante dello streaming. La nuova offerta di Paramount è infatti arrivata, esattamente allo scadere del periodo concesso e, anche se non è state rese note cifre, si tratta di una proposta superiore a quella di Netflix.

La proposta di Paramount supera quella di Netflix

WBD non ha reso noto il valore della nuova proposta, ma secondo quanto riportato da Reuters l’ultima offerta di Paramount è superiore alla precedente da 30 dollari per azione in contanti, per un totale di 108,4 miliardi di dollari incluso il debito per l’intera Warner Bros. La proposta di Netflix prevede 27,75 dollari per azione e lo scorporo delle attività via cavo prima dell’acquisizione, mentre Paramount (che aveva portato l’accordo in tribunale) punta invece a rilevare l’intero gruppo.

Il comunicato di Warner Bros. Discovery

«Aggiorneremo i nostri azionisti in seguito alla revisione del cda. L’accordo di fusione di Netflix rimane in vigore e il board continua a raccomandarsi a favore della transazione Netflix. Si consiglia agli azionisti di WBD di non intraprendere alcuna azione in questo momento rispetto all’offerta pubblica modificata di PSKY», si legge in un comunicato di Warner Bros. Discovery. Secondo la prassi di questo tipo di operazioni, Netflix avrà quattro giorni di tempo per pareggiare l’offerta rivale o rilanciare.

Sondaggi, Maim investe in Only Numbers ed Euromedia Research

Maim, società di consulenza per le relazioni istituzionali e con i media, investe nel capitale di Only Numbers, società proprietaria del brand di sondaggi, ricerche di mercato e analisti demoscopiche Euromedia Research, fondato da Alessandra Ghisleri. La nota sondaggista assumerà la carica di presidente e amministratore delegato della società, nel cui consiglio di amministrazione entreranno Fabio Perugia e Daniel Funaro di Maim. «Questa operazione ci permetterà di rafforzare la struttura aziendale e accelerare il nostro processo di innovazione, ponendo al centro l’indipendenza scientifica e la qualità delle nostre analisi. Grazie a questa partnership, Euromedia Research potrà ampliare la gamma dei servizi offerti e investire ulteriormente in metodologie avanzate, tecnologie digitali e nuovi ambiti di ricerca», ha dichiarato Ghisleri.

Perugia: «Ghisleri e la sua squadra valore aggiunto per il nostro team»

«Maim si proietta verso la nascita di un operatore integrato nei segmenti della comunicazione, relazioni istituzionali, data analysis, ricerca di mercato e sondaggi di opinione, sviluppo di prodotti e soluzioni digitali per l’analisi dei dati», ha dichiarato Fabio Perugia. «Abbiamo fortemente voluto questo investimento in una delle più importanti realtà nel mercato della ricerca e dell’analisi. Alessandra Ghisleri e il suo team di ricercatori saranno un valore aggiunto per tutto il nostro gruppo di lavoro».

Funaro: «Così rafforziamo il nostro posizionamento competitivo»

Gli ha fatto eco Daniel Funaro: «L’integrazione tra le competenze di ricerca e analisi e l’esperienza di Maim nelle media relations e nei public affairs consente di rafforzare il posizionamento competitivo della società in un mercato caratterizzato da una crescente domanda di analisi quantitative e qualitative a supporto delle decisioni strategiche di imprese e istituzioni».

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo

Recentemente a Stoccarda la Cdu ha rieletto Friedrich Merz come suo presidente. Al congresso il cancelliere ha incassato il 91,2 per cento dei voti, migliorando il risultato rispetto al 2024. Una cifra molto positiva, che arriva esattamente un anno dopo la vittoria dei conservatori alle elezioni anticipate del 2025. In realtà all’interno del primo partito di governo le cose non vanno proprio come dovrebbero, anche se Merz è riuscito nel mantenere unite le correnti, salvando la facciata. Gli ultimi 12 mesi sono stati per la Cdu e la Spd, che guidano il Paese a braccetto nella Große Koalition, non privi di difficoltà e la Germania, nonostante le promesse di cambiamento e rilancio, è ancora ferma al palo.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Friedrich Merz (Ansa).

Merz assicura che il 2026 sarà l’anno della ripartenza

Lo stesso cancelliere a Stoccarda ha ricordato di essere finito nel mirino per obiettivi definiti eccessivamente ambiziosi e per non aver soddisfatto le aspettative. «Forse non abbiamo chiarito abbastanza rapidamente, dopo il cambio di governo, che non saremmo stati in grado di realizzare questo enorme sforzo di riforme dall’oggi al domani», ha ammesso Merz, cercando di giustificare l’immobilità politica e le difficoltà economiche attuali. Così ha ri-promesso che questo sarà l’anno della ripartenza. Il problema è che sino a ora a livello concreto poco è stato fatto e le riforme annunciate, dalla sanità alle pensioni, passando per il fisco e tutti i provvedimenti teorizzati per rilanciare l’economia, devono ancora essere messe in atto.

L’industria accusa la Groko di perdere tempo

Intanto la protesta dell’industria si fa sempre più forte e, come ha ben sintetizzato Jörg Krämer, capo economista della Commerzbank, «lo Stato spende molti soldi, ma le aziende non ottengono le riforme di cui hanno bisogno». Il rischio maggiore per la crescita economica tedesca sta proprio nella mancanza di consenso all’interno del governo federale sull’urgenza delle riforme strutturali. Insomma, Cdu e Spd stanno perdendo tempo, mentre il Paese barcolla.

L’incognita delle regionali e l’avanzata dell’AfD

Non solo: le elezioni regionali in vista quest’anno, le prime in Baden Württenberg l’8 marzo, potranno intaccare la già precaria stabilità della Grande Coalizione. L’avanzata della destra radicale dell’Alternative für Deutschland, a Est come a Ovest, pone pesanti incognite sul futuro. Finora l’AfD è rimasta ai margini dei giochi politici, con i partiti tradizionali fermi nella sua esclusione da ogni alleanza, ma è proprio nella Cdu di Merz che da tempo serpeggiano i dubbi sulla conventio ad excludendum; il cancelliere durante il congresso ha respinto categoricamente qualsiasi ammorbidimento della posizione attuale nei confronti dell’AfD, ma non ha affrontato il vero problema: secondo gli ultimi sondaggi delle elezioni regionali autunnali in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e in Sassonia-Anhalt, i partiti centristi (Cdu, Spd, Verdi e Liberali) non avrebbero la maggioranza senza l’AfD o la Linke, il partito della sinistra estrema. Per Merz, che ha escluso qualsiasi cooperazione con entrambe le formazioni, il rebus dunque rimane.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).

La Spd arretra in Baden-Württenberg e per Merz non si mette bene

Per l’appuntamento in Baden Württenberg le prospettive sembrano migliori. I numeri della vigilia che danno la Cdu stabile intorno al 29 per cento, anche se il vantaggio rispetto ai Verdi, molto forti nella regione, è andato via via sfumando e dai 16 punti del 2024 è passato alla manciata attuale, con i Grünen che viaggiano sul 23 per cento, trainati dal candidato di punta Cem Özdemir, ex leader dei Verdi e ministro Federale dell’Agricoltura, che mira a succedere a Winfried Kretschmann, collega di partito e attuale governatore a Stoccarda.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Cem Ozdemir (Ansa).

Se i Verdi in Baden-Württemberg sono lontani dal loro risultato record del 32,6 per cento alle elezioni del 2021, anche qui l’AfD, sebbene non pericolosa per le alleanze locali, è data in ascesa e col 20 per cento e raddoppierebbe il risultato del partito rispetto a quattro anni fa quando prese il 9,7 per cento. Gli estremisti di destra non sono ai livelli dell’Est, dove il partito di Chrupalla e Weidel velegfia oltre il 30-35 per cento, ma hanno costituito ormai uno zoccolo duro che va oltre la semplice protesta. Le Regionali dell’8 marzo segneranno con grande probabilità un altro arretramento dei socialdemocratici, in caduta libera sotto il 10 per cento, e un indebolimento ulteriore del secondo partito di governo a Berlino. Per il cancelliere Merz non è proprio un buon viatico per i progetti di coalizione che in autunno, in caso di due trionfi dell’AfD in Meclemburgo e Sassonia, potranno saltare definitivamente con la fine della Groko. 

Meta sigla un accordo con Amd sui chip per l’AI: cosa prevede

Meta Platforms ha stretto un accordo con Amd, multinazionale statunitense produttrice di semiconduttori, per l’acquisto di 6 gigawatt di infrastrutture data center basate sui nuovi processori dell’azienda. L’intesa, che si estenderà per cinque anni a partire dalla seconda metà del 2026, vale decine di miliardi di dollari per gigawatt (oltre 100 miliardi complessivi secondo alcune fonti), come ha dichiarato la ceo di Amd Lisa Su. L’accordo prevede anche l’assegnazione a Meta di warrant per acquistare fino a 160 milioni di azioni Amd, che matureranno al raggiungimento di specifici obiettivi tecnici e di prezzo del titolo. Se esercitati, trasformerebbero Meta in uno dei principali azionisti del chipmaker.

L’intesa segue quella con Nvidia

La mossa si inserisce nella strategia di Mark Zuckerberg di accelerare gli investimenti in intelligenza artificiale, con l’obiettivo dichiarato di costruire decine di gigawatt di capacità computazionale entro il decennio e centinaia di gigawatt nel lungo periodo. L’accordo con Amd segue infatti un’altra partnership annunciata da Nvidia. Meta riceverà versioni personalizzate dei futuri acceleratori Amd, tra cui il MI450 e i suoi successori, ottimizzati per i carichi di lavoro di inferenza. L’azienda continuerà comunque a sviluppare chip proprietari e a utilizzare hardware Nvidia, in un approccio multimarca reso necessario dalla scala dei progetti in corso.

Salvini nel 2021 aveva difeso l’ex assessore regionale leghista condannato per omicidio

Massimo Adriatici, ex assessore leghista di Voghera (Pavia) che nel 2021 uccise il senzatetto Youns El Boussettaoui, è stato condannato in primo grado a 12 anni di carcere per omicidio volontario. Potrà contare sullo sconto di pena di un terzo per aver scelto il rito abbreviato, ma dovrà anche versare 380 mila euro totali di risarcimenti alla famiglia della vittima. Ebbene, così come Matteo Salvini si era affrettato a difendere «senza se e senza ma» Carmelo Cinturrino, ovvero il poliziotto che ha ucciso il pusher Abderrahim Mansouri – poi arrestato – allo stesso modo cinque anni fa il segretario della Lega si era subito schierato dalla parte di Adriatici.

Il video pubblicato da Salvini dopo l’omicidio di Voghera

«Altro che far west a Voghera», affermava Salvini in un video pubblicato nel 2021 sui social, nel quale spiegava che Adriatici era stato «vittima di un’aggressione» e che «accidentalmente» aveva fatto partire un colpo, fatale per «un cittadino straniero già noto in città e alle forze dell’ordine per violenze, aggressioni e atti osceni in luogo pubblico». Salvini, invocando pazienza «prima di condannare una persona perbene» che si sarebbe solo difesa, chiosava: «A fronte di un’aggressione, come extrema ratio la difesa è sempre legittima. E se fosse vero che il soggetto, che purtroppo è morte, fosse già arcinoto alla polizia evidentemente non si è trattato di un regolamento di conti».

Intesa Sanpaolo sostiene la raccolta fondi “Centro Hygge: armonia e cura” di Borgo Rubens

Intesa Sanpaolo sostiene il progetto Centro Hygge: armonia e cura dell’associazione Borgo Rubens grazie al Programma Formula, dedicato al sostegno di iniziative distintive su sostenibilità ambientale, inclusione sociale e accesso al mercato del lavoro per le persone in difficoltà. Selezionato dalla Banca nell’ambito della divisione Banca dei territori guidata da Stefano Barrese, in collaborazione con Cesvi, Centro Hygge vuole creare un luogo sicuro per adolescenti e giovani adulti con fragilità psicologiche, offrendo percorsi di socializzazione, supporto e ascolto. Tutti possono partecipare fino al 30 aprile alla raccolta fondi con una donazione su For Funding, la piattaforma di crowdfunding di Intesa Sanpaolo, con l’aggiornamento in tempo reale delle somme raccolte. Anche la banca parteciperà attivamente al traguardo dei 100 mila euro, contribuendo con 2 euro per molti dei prodotti acquistati dai clienti in modalità online.

Il progetto coinvolgerà 50 ragazzi tra i 13 e i 22 anni

I fondi raccolti permetteranno di ristrutturare e allestire il Centro Hygge, trasformando uno spazio oggi inutilizzato e immerso nella natura di Superga in un ambiente accogliente e funzionale, dedicato ad adolescenti e giovani che vivono fragilità psicologiche legate ad ansia, depressione e isolamento sociale. Il Centro sarà articolato in tre aree: uno spazio protetto per la socializzazione e la gestione delle emozioni, un laboratorio creativo e manuale per attività espressive e a contatto con la natura e una sala polifunzionale per incontri, eventi e momenti formativi aperti alla comunità. Il progetto coinvolgerà circa 50 adolescenti e giovani tra i 13 e i 22 anni di Torino e provincia, di cui 20 inseriti in un percorso dedicato, oltre ad almeno 80 familiari e circa 200 partecipanti tra scuole, realtà educative e professionisti del territorio, con l’obiettivo di promuovere benessere, inclusione e una maggiore attenzione alla salute mentale giovanile. L’iniziativa rientra nell’ambito del contributo alla riduzione dei divari sociali realizzato da Intesa Sanpaolo a favore della crescita del Paese, un obiettivo strategico inserito nel Piano di impresa dal 2018 e sviluppato dalla struttura Intesa Sanpaolo per il Sociale.

L’Iran è vicino all’accordo per l’acquisto di missili antinave dalla Cina

Secondo fonti a conoscenza del dossier, proprio mentre gli Stati Uniti stanno schierando una vasta forza navale nel Mar Arabico in vista di possibili attacchi alla Repubblica Islamica, l’Iran è vicino a un accordo con la Cina per l’acquisto di missili supersonici antinave. Lo riporta Reuters.

Le caratteristiche dei missili CM-302

L’accordo riguarda la fornitura di missili CM-302: di fabbricazione cinese, hanno una gittata di circa 290 chilometri e sono progettati per eludere le difese navali volando bassi e veloci. Il loro dispiegamento, evidenziano gli esperti, aumenterebbe significativamente le capacità d’attacco dell’Iran e rappresenterebbe una minaccia per le forze navali statunitensi nella regione. I missili CM-302, scrive Reuters, sarebbero tra i più avanzati equipaggiamenti militari mai trasferiti all’Iran dalla Cina e rappresenterebbero una sfida all’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite per la prima volta nel 2006, sospeso nel 2015 e poi reintrodotto a settembre del 2025.

I negoziati vanno avanti da almeno due anni

I negoziati con la Cina per l’acquisto di sistemi d’arma missilistici, secondo le fonti di Reuters, sono iniziati almeno due anni fa e hanno subito una forte accelerazione dopo la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran di giugno 2025, grazie al viaggio a Pechino di Massoud Oraei, viceministro della Difesa iraniano. Le fonti non hanno rivelato il numero di missili coinvolti nel potenziale accordo, né quanto l’Iran abbia accettato di pagare e nemmeno se la Cina abbia in qualche modo cercato di frenare l’intesa, viste le crescenti tensioni nella regione.

Voghera, l’ex assessore Adriatici condannato a 12 anni per omicidio volontario

Massimo Adriatici, l’ex assessore di Voghera che nel 2021 uccise il senzatetto Youns El Boussettaoui, è stato condannato in primo grado a 12 anni di carcere per omicidio volontario. Potrà contare sullo sconto di pena di un terzo per aver scelto il rito abbreviato. La procura aveva chiesto 11 anni e quattro mesi di detenzione, la difesa l’assoluzione per legittima difesa. Adriatici dovrà anche versare 380 mila euro totali di risarcimenti – 90 mila ai genitori del 39enne marocchino e 50 mila per ogni fratello e sorella, quattro in totale, tutti costituitisi parte civile.

La ricostruzione dei fatti

Nella serata del 20 luglio 2021, in piazza Meardi a Voghera, l’allora assessore alla Sicurezza, avvocato ed ex poliziotto, sparò un colpo di pistola verso Youns, reo di star infastidendo i clienti seduti all’esterno del bar Ligure. I due avevano avuto un’iniziale colluttazione, con la vittima che aveva sferrato ad Adriatici un pugno in faccia. A quel punto quest’ultimo, caduto a terra, ha impugnato l’arma e colpito al petto il senzatetto. Costui fu dichiarato morto un’ora e mezza dopo «per choc emorragico acuto a causa della lacerazione della vena cava inferiore e dei vasi renali contigui». La procura ha parlato di «una vera e propria ronda armata», sostenendo che Adriatici fosse uscito di casa apposta per capire cosa stesse facendo Youns. Inizialmente aveva ipotizzato l’eccesso colposo di legittima difesa, chiedendo una condanna di tre anni e sei mesi. Ma quel processo non si è mai concluso e la giudice Valentina Nevoso, nel novembre del 2024, ha chiesto di riqualificare il reato nell’omicidio volontario. Capo d’imputazione accolto, con le attenuanti generiche, perché «Adriatici avrebbe potuto valutare meglio la situazione e sparare alle gambe, anche per il suo ruolo di ex poliziotto».

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno

Tensione alle stelle tra fratelli in casa Elkann. Lapo non ha preso bene il fatto che, sulla vicenda Repubblica, John abbia chiuso la porta in faccia al suo amico Leonardo Maria Del Vecchio senza nemmeno incontrarlo. Il giovane LMVD era entrato a gamba tesa nella trattativa tra Gedi e il gruppo Antenna (secondo le voci di corridoio giunta faticosamente alle battute finali) offrendo sull’unghia 140 milioni di euro, cioè molti più soldi di quelli che verserà l’armatore-editore greco Theo Kyriakou a Exor per rilevare la casa editrice. Lapo, secondo le voci di corridoio, avrebbe perorato fino all’ultimo la causa del suo amico. Ma John è stato irremovibile.

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
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E da Bettini arriva D’Alema, il decostruttore

Arriva Massimo D’Alema alla corte di Goffredo Bettini: all’evento romano per la rivista Rinascita, il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte appare solo in collegamento ed elogia il suo vice Mario Turco, destinato a contare sempre di più nella geografia politica pentastellata. C’è Elly Schlein, la segretaria del Partito democratico, poi ecco tutto il quartier generale di Alleanza Verdi e Sinistra con Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Ma il più atteso è lui, “Baffino”, che ha tanta voglia di parlare: «Oggi da pensionato posso offrire un contributo di idee e di passione», dice Max. «Bisogna lavorare ancora per allargare il nostro campo ad altre forze democratiche, anche decostruendo quello della destra». Citando come esempio il 1996, quando lui stesso lavorò per far divorziare Umberto Bossi da Silvio Berlusconi. Chissà da chi vuol cominciare questa “decostruzione”, D’Alema…

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
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Ma che Fao? Candidi proprio lui?

Il governo di Giorgia Meloni ha dovuto candidare chi guiderà la Fao. Una personalità di destra? Macché. Il dem Maurizio Martina. Proprio l’ex segretario del Partito democratico – in quel periodo del 2018 da reggente, a cavallo tra i regni di Matteo Renzi e Nicola Zingaretti – è stato candidato dal governo italiano e dai ministri Francesco Lollobrigida e Antonio Tajani alla guida dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, a partire dal 2027. Martina ricopre già il ruolo di vicedirettore generale dell’agenzia specializzata delle Nazioni Unite. E dal 2014 al 2018 è stato ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali nei governi Renzi e Gentiloni. Chi ha festeggiato per questa decisione? Coldiretti, che ha espresso grande apprezzamento per la decisione attraverso il presidente Ettore Prandini e il segretario generale Vincenzo Gesmundo: «La candidatura di Martina rappresenta un’opportunità strategica e ci auguriamo che l’Europa prenda una posizione unitaria su una nomina di tale rilievo». A destra, invece, polemiche a non finire: non c’era proprio nessuno da candidare dei “nostri”?

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
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Zuppi da “papa” Carlin Petrini

Lo hanno sempre chiamato “il papa di Slow Food”, Carlin Petrini. E il presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), il cardinale Matteo Zuppi, è andato dal papa. Dicendo che «oggi stiamo rimettendo in discussione diritti e sistemi che sembrerebbero acquisiti, ma non lo sono. È il tempo della forza che li sminuisce, i diritti, si dice che ce ne sono troppi, che la logica della produzione e del mercato è quella che guida le scelte. Ma il “buono pulito e giusto” di Slow Food in realtà è l’unico modo per sopravvivere, non è una cosa per poche persone per bene, è l’unico modo per andare avanti. Il tempo della forza è pericoloso, serve consapevolezza». Non solo: «Scegliere il buono, pulito e giusto, e soprattutto il giusto, è una buona strada, l’unica. È l’unico modo in cui si guadagna tutti, solo così ci può essere futuro. La solidarietà non è un lusso, è l’unico modo sostenibile di vivere. Il senso della vita, per chi crede, si trova anche nella religione, ma per tutti c’è quando costruiamo la comunità». E poi tutti a bere…

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
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Il parlamento alle prese con le arti culinarie

Di cosa si occupa questa settimana il parlamento? Di tanti dettagli, secondo il calendario d’Aula della Camera dei deputati. Leggiamone qualcuno. «Modifica dell’intesa tra il governo della Repubblica italiana e le Assemblee di Dio in Italia, in attuazione dell’articolo 8, terzo comma, della Costituzione». Poi: «Modifica dell’intesa tra il governo della Repubblica italiana e la Tavola valdese, in attuazione dell’articolo 8, terzo comma, della Costituzione (approvato dal Senato)». Quindi: «Modifiche al codice penale e al regolamento di polizia mortuaria, di cui al decreto del presidente della Repubblica 10 settembre 1990, n. 285, in materia di disposizione delle spoglie mortali delle vittime di omicidio (approvate dal Senato)». Nelle commissioni, «disposizioni concernenti la denominazione degli anni del corso di studi del liceo classico», «istituzione del Premio Formatore dell’anno», «disposizioni per la celebrazione del quinto centenario della morte di Niccolò Machiavelli». E, tra gli atti del governo, «proposta di nomina del generale di brigata Giovanni Capasso a direttore generale per il supporto all’attuazione dei programmi dell’Unità Grande Pompei», «valorizzazione della canzone napoletana classica». Gran finale con il presidente della commissione Cultura Federico Mollicone per «inserimento delle arti culinarie e dell’ospitalità tra le discipline artistiche tutelate e riconosciute nell’ambito del sistema Afam».

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Federico Mollicone (Imagoeconomica).

Roma, indagati 21 tra poliziotti e carabinieri per furti alla Stazione Termini

44 persone, di cui 21 tra carabinieri e poliziotti, sono indagate per furto aggravato dal pm Stefano Opilio. L’accusa è di aver sottratto oggetti alla Coin di via Giolitti, in Stazione Termini a Roma, causando un buco di 184 mila euro nel fatturato del 2024. Numeri che hanno spinto il negozio a installare telecamere ovunque per indagare sull’origine delle sparizioni, affidandosi a una società investigativa privata. È stata quest’ultima a scoprire il meccanismo: una cassiera della Coin metteva da parte la merce (borse, cappelli, giacche, intimo, cosmetici e profumi), la nascondeva in un armadio, rimuoveva le tacche anti taccheggio e preparava le buste che consegnava poi a militari e agenti.

Chi sono gli indagati tra le forze dell’ordine

Nel registro degli indagati figurano nove membri della Polizia tra cui un primo dirigente della Polfer, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo e un’agente. A questi si aggiungono 12 esponenti dell’Arma dei Carabinieri tra cui un brigadiere, diversi vice brigadieri e appuntati scelti in servizio presso la stazione. In tutte le occasioni non si è mai trattato di colpi eclatanti, perché il meccanismo era stato costruito per non dare nell’occhio con piccoli furti costanti. Oltre alle forze dell’ordine ci sono un’altra ventina di indagati tra cui dipendenti di negozi vicini, tutti sorpresi a fare shopping alla Coin con lo stesso metodo e con la complicità della stessa cassiera.

Festival di Sanremo, l’ordine di uscita dei cantanti nella prima serata

Nella seconda e ultima conferenza stampa prima dell’inizio del Festival di Sanremo, il direttore artistico e conduttore Carlo Conti ha annunciato che sul palco dell’Ariston – oltre a Can Yaman – salirà anche Kabir Bedi: i due attori che più hanno incarnato il personaggio salgariano di Sandokan si ritroveranno insieme nella prima serata della kermesse. Non solo: ha anche comunicato l’ordine di uscita dei cantanti in gara.

L’ordine di uscita dei cantanti in gara

La prima serata del Festival di Sanremo vedrà l’esibizione di tutti e 30 i big in gara. Ecco l’ordine di uscita:

Ditonellapiaga con Che fastidio!
Michele Bravi con Prima o poi
Sayf con Tu mi piaci tanto
Mara Sattei con Le cose che non sai di me
Dargen D’Amico con AI AI
Arisa con Magica favola
Luchè con Labirinto
Tommaso Paradiso con I romantici
Elettra Lamborghini con Voilà
Patty Pravo con Opera
Samurai Jay con Ossessione
Raf con Ora e per sempre
J-Ax con Italia Starter Pack
Fulminacci con Stupida sfortuna
Levante con Sei tu
Fedez & Marco Masini con Male necessario
Ermal Meta con Stella stellina
Serena Brancale con Qui con me
Nayt con Prima che
Malika Ayane con Animali notturni
Eddie Brock con Avvoltoi
Sal Da Vinci con Per sempre sì
Enrico Nigiotti con Ogni volta che non so volare
Tredici Pietro con Uomo che cade
Bambole di Pezza con Resta con me
Chiello con Ti penso sempre
Maria Antonietta & Colombre con La felicità e basta
Leo Gassmann con Naturale
Francesco Renga con Il meglio di me
LDA & Aka7even con Poesie clandestine

Le esibizioni dei cantanti in gara verranno valutate esclusivamente dalla Giuria della Sala Stampa, Tv e Web, che assegnerà i voti necessari a stilare una classifica provvisoria dei 30 brani: al termine della serata, saranno comunicate le cinque canzoni più apprezzate dai giurati, senza però l’ordine di piazzamento.

Lombardia, l’ex assessore Mazzali lascia Fdi

La consigliera regionale lombarda Barbara Mazzali ha lasciato Fratelli d’Italia per aderire a Forza Italia. Ad annunciarlo è stato Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale della Lombardia: «Il nostro gruppo sale così a 11 consiglieri regionali. Alle elezioni del 2023 erano stati eletti sei consiglieri e quello di Barbara Mazzali è il quinto ingresso nel gruppo, a conferma di un percorso di crescita politica e istituzionale costante. Siamo felici della sua scelta, si tratta di una figura di riconosciuto consenso, che in più tornate elettorali ha dimostrato competenza, credibilità e un forte radicamento sul territorio lombardo. Il suo contributo rappresenta un valore aggiunto per l’azione del gruppo e per il progetto politico di Forza Italia in Regione. Il partito continua a crescere e rafforzarsi sul territorio lombardo e a ogni tornata elettorale. Nelle prossime settimane ci saranno altri ingressi». Mazzali, che pare stesse dialogando anche con il partito di Vannacci, Futuro Nazionale, ha dunque scelto di proseguire l’esperienza con Fi anche in vista di una candidatura per le prossime regionali. Nei primi due anni e mezzo di legislatura ha svolto il ruolo di assessore regionale al Turismo prima di essere sostituita in corsa da Debora Massari.

Le parole del poliziotto che ha ucciso lo spacciatore a Rogoredo

Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della Polizia arrestato per l’omicidio a Rogoredo di Abderrahim Mansouri, si è rivolto al suo l’avvocato Piero Porciani con queste parole, riferite dallo stesso legale prima dell’interrogatorio di convalida davanti al gip nel carcere di San Vittore: «Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia».

Le parole del poliziotto che ha ucciso lo spacciatore a Rogoredo
Abderrahim Mansouri e Carmelo Cinturrino (Ansa).

Il legale: «Cinturrino ha sparato perché aveva paura»

Porciani ha inoltre affermato che il suo assistito è «triste, pentito di quello che ha fatto». L’avvocato ha poi ribadito che Cinturrino «ha sparato perché aveva paura» e che «quello che ha fatto dopo è stato un errore», ammettendo di fatto la messinscena orchestrata dal poliziotto. A tal proposito, il legale ha detto che la pistola «era in quello zaino da qualche tempo» e che pertanto il suo collega, andato in commissariato a prenderla, «non poteva non sapere». Per quanto riguarda altre illazioni riguardanti Cinturrino, Porciani ha dichiarato che il suo assistito «non ha mai preso un centesimo da nessuno».

La messinscena per coprire l’omicidio del pusher

Secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini, Cinturrino avrebbe sparato e ucciso Mansouri quando questi era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio. Una messinscena organizzata per coprire l’omicidio resa palese nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata sarebbe avvenuta solo 23 minuti dopo. Il 23 febbraio il consulente nominato dalla difesa, Dario Redaelli, ha lasciato l’incarico: «Non posso pensare di difendere una persona che ha preso in giro non solo il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per 40 anni».

Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad

Mancano ancora alcuni dettagli che le parti, con la diplomazia tipica di chi ha già incassato, si affrettano a definire trascurabili. Questione di giorni, forse di ore, ma la lunga e tormentata telenovela editoriale tra il gruppo Antenna Group del greco Theodore Kyriakou e la Gedi di John Elkann sembra arrivata ai titoli di coda. Ultimo atto di una storia che ha tenuto col fiato sospeso giornalisti e intere redazioni, in attesa tutt’altro che serena di conoscere il proprio destino. Ma la notizia nella notizia riguarda la guida del futuro gruppo. Seguendo le indicazioni dello stesso Kyriakou, a prendere le redini sarà Mirja Cartia D’Asero: ex amministratrice delegata del Sole 24 Ore, oggi presidente di Clessidra Holding e di Clessidra Private Equity SGR. Una manager che conosce bene le stanze dove si decide, che muove un network di potere non trascurabile, ma che ha lasciato la casa editrice di Confindustria dopo un duro scontro con l’allora presidente Edoardo Garrone su un tema di mancati accantonamenti.

Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad

La due diligence che ha preceduto l’accordo è stata di quelle che restano negli annali: definirla accurata sarebbe come chiamare La guerra dei Roses un diverbio condominiale. I consulenti del greco hanno passato al setaccio conti, contratti, passività e probabilmente anche le piante degli uffici. Alla fine, però, le parti sembrano aver trovato la quadra. E così la Repubblica, La Stampa, i pochi periodici superstiti come Limes, le radio e la concessionaria pubblicitaria Manzoni si apprestano a battere bandiera greca. Kyriakou, imprenditore navigato che nel suo Paese controlla un pezzo consistente del sistema mediatico, aggiunge all’impero un asset che in Italia vale ancora qualcosa in termini di influenza, anche se molto meno in termini di bilancio.

Sondaggi Swg 23 febbraio 2026, inizia la discesa di Vannacci

Secondo il sondaggio Swg per il TgLa7 del 23 febbraio 2026, il partito di Roberto Vannacci sta già iniziando a calare. Rispetto alla settimana precedente, infatti, Futuro nazionale è sceso dello 0,2 per cento stanziandosi al 3,4 e venendo superato da Azione di Carlo Calenda (al 3,5). Sale invece la Lega, il partito che ha maggiormente sofferto la nascita della forza dell’ex generale, che recupera lo 0,2 e arriva al 6,6 per cento. Tra i partiti di governo, Fratelli d’Italia è stabile al 29,8 per cento, mentre Forza Italia cede lo 0,1 ed è data all’8,3 per cento. Tra le opposizioni, il Partito democratico arriva al 21,9 (-0,1), il Movimento 5 stelle all’11,5 (con un calo dello 0,3), Alleanza Verdi Sinistra al 6,7 (+0,1) e Italia viva al 2,2 (-0,1). Tra i partiti minori, + Europa è all’1,4 per cento e Noi Moderati all’1,1, entrambi stabili.

Sondaggi Swg 23 febbraio 2026, inizia la discesa di Vannacci
Sondaggio Swg 23 febbraio 2026 (X).
Sondaggi Swg 23 febbraio 2026, inizia la discesa di Vannacci
Sondaggio Swg 23 febbraio 2026 (X).

Morto l’attore Robert Carradine

È morto l’attore statunitense Robert Carradine. Aveva 71 anni e da due decenni combatteva con il disturbo bipolare: si sarebbe tolto la vita. A dare l’annuncio è stata la famiglia, con una nota affidata a Deadline: «In un mondo che può sembrare così buio, Bobby è sempre stato un faro di luce per tutti coloro che lo circondavano. Siamo addolorati per la perdita di questa splendida anima e vogliamo rendere omaggio alla coraggiosa lotta di Bobby contro la sua battaglia. Speriamo che il suo percorso possa illuminare la nostra vita e incoraggiarci ad affrontare lo stigma sulla malattia mentale».

In Lizzie McGuire era il papà del personaggio interpretato da Hilary Duff

Membro della famiglia cinematografica dei Carradine, nel corso della carriera ha recitato ne I cavalieri dalle lunghe ombre (1980) con i fratelli David e Keith, e ne I cowboys (1972), al fianco di John Wayne. Famoso anche per aver partecipato ai quattro film della serie La rivincita dei nerds, nel ruolo del protagonista Lewis Skolnick, nella serie Lizzie McGuire aveva interpretato il papà del personaggio interpretato da Hilary Duff. E proprio quest’ultima lo ha ricordato sui social: «Leggere questa notizia fa male. È davvero difficile affrontare una verità del genere su un vecchio amico. Nella famiglia McGuire c’era tanto calore e mi sono sempre sentita amata e protetta dai miei genitori televisivi. Gliene sarò per sempre grata. Sono profondamente triste nel sapere che Bobby stava soffrendo. Il mio cuore è con lui, con la sua famiglia e con tutti coloro che gli hanno voluto bene».

Il videomessaggio di Zelensky nel quarto anniversario dell’invasione russa

Volodymyr Zelensky si è rivolto agli ucraini e al mondo intero nel quarto anniversario dell’invasione russa. Lo ha fatto con un lungo videomessaggio, in cui viene mostrato anche l’ufficio e i tunnel del bunker di Kyiv dove ha trascorso la maggior parte del tempo nelle fasi iniziali dell’operazione militare di Mosca.

Cosa ha detto Zelensky nel videomessaggio

«Oggi sono esattamente quattro anni da quando Vladimir Putin ha conquistato Kyiv in tre giorni». Zelensky avvia così i 19 minuti del video, che inizialmente lo vede seduto alla scrivania del suo ufficio: «Il nostro popolo non ha issato bandiera bianca, ma ha difeso quella blu e gialla. E gli occupanti, che pensavano di essere accolti da file di fiori, hanno visto file agli uffici di reclutamento militare. Il nostro popolo ha scelto la resistenza».

«Ho lavorato qui, poi sono salito di sopra, mi sono rivolto a voi, al popolo. La nostra squadra era qui, il governo, incontri quotidiani con i militari, telefonate, ricerca di soluzioni: tutto il necessario per la sopravvivenza dell’Ucraina», racconta Zelensky. E poi: «Poche cose scaldano i cuori degli ucraini più delle immagini di installazioni militari nemiche e raffinerie di petrolio in fiamme. Quando è successo per la prima volta ha fatto notizia. Oggi è la normalità». Il capo della Bankova è poi passato a un’affermazione a metà tra l’invito e la frecciata a Donald Trump: «Voglio davvero venire qui un giorno con il presidente degli Stati Uniti. Solo visitando l’Ucraina e toccando con mano la nostra gente e questo mare di dolore, solo allora potrà capire cos’è veramente questa guerra. E chi è l’aggressore». Infine: «Tutti vogliamo che la guerra finisca. Ma nessuno permetterà che finisca l’Ucraina. Vogliamo la pace. Una pace forte, dignitosa e duratura».

Vannacci entra ufficialmente nell’Ens, gruppo fondato dall’Afd

Roberto Vannacci entra ufficialmente nel gruppo Ens (Europa delle nazioni sovrane), la famiglia sovranista fondata dall’Afd, dopo essere uscito dai Patrioti per l’Europa in conseguenza del suo addio alla Lega. Lo ha annunciato il capogruppo Rene Aust in conferenza stampa a Bruxelles. «È un onore, mi riconosco totalmente nei principi e ideali di questo gruppo», ha dichiarato l’ex generale. «Sono convinto che assieme lavoreremo benissimo. Seguendo il principio di difendere la sovranità nazionale contro il federalismo europeo, rimuovendo la più grande truffa dell’Ue che è il Green Deal. Ancora, puntiamo a proteggere le tradizioni greco romane che hanno sempre caratterizzando l’Europa e abbiamo una posizione molto chiara in materia di immigrazione, che non è solo importazione di forza lavoro ma anche di cultura e civiltà completamente diverse dalle nostre», ha aggiunto. «Io al momento non faccio parte di nessuna coalizione, il mio partito non fa parte di nessuna coalizione. Il partito è appena nato e sostanzialmente sta per prendere piede. Oggi Futuro Nazionale cammina sulle sue gambe e da solo», ha concluso riguardo al suo posizionamento nel Parlamento italiano.

Aust: «Puntiamo su un’eccellente collaborazione»

«Per noi è un grande onore poterti accogliere nel nostro gruppo e puntiamo su un’eccellente collaborazione», ha detto Aust. «Avremmo accolto solo deputati fedeli ai loro principi, non c’è dubbio in questo caso. Nelle prossime settimane e mesi questa resterà la situazione per fare un lavoro importante al Parlamento europeo e in patria. Abbiamo discusso su punti comuni e differenze e il risultato è che abbiamo pochissime differenze ma possiamo trovare un denominatore comune per la politica economica e migratoria».

Rilasciato su cauzione l’ex ambasciatore britannico Mandelson: di cosa è accusato

La polizia britannica ha rilasciato su cauzione Peter Mandelson, l’ex ministro ed ex ambasciatore negli Stati Uniti che era stato arrestato il 23 febbraio il suo coinvolgimento nel caso Epstein. Era finito dietro le sbarre con la stessa accusa dell’ex principe Andrea: condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche. Mentre era al potere nei primi Anni Duemila, Mandelson – considerato l’eminenza grigia dei governi laburisti di Tony Blair – avrebbe girato a Jeffrey Epstein (così come ad altri finanzieri) informazioni governative segrete, utilizzabili a scopo di lucro.

Rilasciato su cauzione l’ex ambasciatore britannico Mandelson: di cosa è accusato
La sede di Scotland Yard (Ansa).

Di cosa è accusato Mandelson, ex eminenza grigia Labour

Il fermo per Mandelson era scattato dopo le perquisizioni nelle sue proprietà a Londra e nel Wiltshire, sud-ovest dell’Inghilterra: dalle email pubblicate negli Stati Uniti sul caso Epstein sono emerse fughe di informazioni riservate, risalenti al biennio 2009-2010, relative alla stretta fiscale ai bonus dei banchieri e al maxi-intervento da 500 miliardi di euro dell’Ue per il salvataggio degli istituti di credito dopo il crac di Lehman Brothers.

Rilasciato su cauzione l’ex ambasciatore britannico Mandelson: di cosa è accusato
Peter Mandelson e Jeffrey Epstein (Ansa).

Mandelson non è più ambasciatore da settembre

L’arresto di Mandelson era arrivato a pochi mesi la rimozione dall’incarico diplomatico a Washington, avvenuta a settembre, dopo che erano venuti alla luce maggiori dettagli sul legame con Epstein, morto suicida in carcere nel 2019: in alcune email il diplomatico espresse solidarietà e vicinanza all’uomo d’affari dopo il suo arresto per traffico di minori. All’inizio di febbraio, Scotland Yard ha poi avviato un’indagine su Mandelson: quest’ultimo si era dimesso anche dal Partito Laburista (di cui è stato a lungo uno degli esponenti più importanti) e dalla Camera dei Lord.

Il governo di Starmer è sempre più sotto pressione

Ovviamente, l’arresto di Mandelson sta mettendo sotto enorme pressione il governo di Keir Starmer, che peraltro ha già perso dei pezzi. Domenica 8 febbraio si è dimesso infatti il capo di gabinetto Morgan McSweeney, che aveva fortemente insistito col premier affinché Mandelson (suo amico ed ex ministro) ottenesse l’incarico di ambasciatore a Washington, nonostante i conclamati rapporti intrattenuti da quest’ultimo con Epstein anche dopo la prima condanna inflitta al finanziere americano per traffico sessuale.

In vigore i nuovi dazi voluti da Trump

Alle 6 di martedì 24 febbraio 2026 sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10 per cento annunciati dal presidente statunitense Donald Trump. Questa nuova imposta, introdotta con un decreto firmato venerdì dopo la sentenza della Corte suprema che ha bocciato le tariffe preesistenti, sostituisce le cosiddette reciprocal tariffs e i balzelli legati al flusso di fentanyl (per Canada, Messico e Cina) stabiliti citando la legge di emergenza economica e bocciati dalla giustizia Usa. Non sostituisce invece i dazi doganali cosiddetti settoriali, che vanno dal 10 al 50 per cento su una serie di settori come il rame, l’automobile o il legno da costruzione, che non erano interessati dalla decisione della Corte. L’agenzia per la protezione delle dogane e delle frontiere ha interrotto la riscossione dei dazi imposti ai sensi dell’International emergency economic powers act dichiarati illegali dai giudici. I nuovi dazi resteranno in vigore per 150 giorni, fino alla fine di luglio. Se Trump decidesse di prolungarli dovrebbe a quel punto ricorrere al Congresso.

Dazi al 10 e non al 15 per cento

Dopo la firma del decreto con dazi al 10 per cento, il tycoon aveva annunciato su Truth che avrebbe alzato l’aliquota al 15 per cento. Questo aumento, però, non è ancora stato formalizzato, quindi per ora vale il provvedimento firmato con tariffe al 10 per cento.