Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni

Alfredo e Giovanni Di Bruno sono due relitti lucidissimi della vecchia Milano: baffi, frezza bianca, qualche anno di galera e una memoria piena di piazze, bische, rapine e nobildonne. Vivono ancora insieme a Lambrate, in una casa enorme e decadente, e guardano il presente come due reduci che non hanno mai smesso di diffidare dei conformisti. Sono gli autori di Riocontra, un libercolo di parole parlate all’incontrario, nato in quella stessa Milano tra la fine degli Anni 70 e gli 80, nelle compagnie di quartiere, tra paninari, bar, sale giochi e piazze dove il linguaggio serviva insieme a riconoscersi e a non farsi capire dagli altri. Non era una lingua con regole fisse, ma un gergo mobile, costruito rovesciando e deformando le parole secondo il suono, rimasto poi in vita in piccoli gruppi e trasformato oggi in memoria di una città scomparsa.

Negli ultimi 10 anni il Riocontra è cambiato. Come Milano

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
La nuova edizione di Riocontra.

«Una regola appena la scrivi, non vale più»

Il Riocontra vuoto usa la parola come un cappellino: la metti, fai la foto e sembri venire dalla strada

In questi anni il Riocontra è finito nei pezzi dei rapper, nei podcast e persino nella pubblicità. «Se un rapper viene dalla piazza e parla così, parla così», dice Alfredo. «La lingua non è nostra e non siamo noi a distribuire le licenze». Il problema, spiegano, nasce quando il Riocontra viene utilizzato come un certificato istantaneo di autenticità. «Una drepa qui, una foba là», fa Giovanni. «Poi nel ritornello metti Lambrate anche se sei cresciuto davanti al golf club. È come mettere il rumore del tram dentro una canzone e dire che hai raccontato Milano».

Insomma, non parlano di un Riocontra falso, ma di un Riocontra vuoto. «Il falso almeno prova a imitare qualcosa», continua Giovanni. «Quello vuoto usa la parola come un cappellino. La metti, fai la fotografia e sembri subito uno che viene dalla strada». Alcuni rapper, riconoscono, hanno tenuto in vita parole che rischiavano di scomparire. Altri le hanno trasformate in accessori. «Prima la parola serviva a non farti capire», dice Alfredo. «Adesso serve a farti riconoscere dall’algoritmo».

Lo stesso è accaduto con i podcast, la pubblicità, i nomi dei locali e perfino le operazioni immobiliari. Giovanni racconta che un nuovo palazzo avrebbe dovuto chiamarsi La Drepa. «Gli appartamenti costavano talmente tanto che la drepa non poteva entrarci». Le parole, secondo i fratelli, vengono consumate per eccesso di utilizzo. «Prima finiscono nella canzone», dice Alfredo. «Poi sulla maglietta, poi sulla tote bag». «Poi le usa il Comune», conclude Giovanni. «A quel punto sono morte». In 10 anni sono comparsi anche studiosi, collezionisti ed esperti capaci di distinguere un’inversione autentica da una sbagliata. «L’Accademia della Crusca della rapina», li definisce Alfredo. «Vogliono mettere le regole a una cosa nata per scappare dalle regole», aggiunge Giovanni. «Fanno i convegni e decidono che una parola si gira così e non cosà». Alfredo taglia corto: «Se suona di merda, suona di merda. Non puoi salvarla con una commissione».

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
Lazza (Ansa).

«A Milano quello che prima era un quartiere è diventato un marchio»

Ma come è cambiata Milano rispetto alla prima edizione? «È diventata Monte Carlo senza il mare», risponde Alfredo. «E senza il casinò», aggiunge Giovanni. «Il casinò è l’immobiliare». Secondo i fratelli, dopo Expo tutti si aspettavano una città più aperta, più equa e internazionale. «Pensavano che sarebbe diventata Berlino», dice Giovanni. «È diventata un Autogrill a cielo aperto. Entri, consumi, fai una fotografia e riparti».

Le officine sono diventate caffetterie, le ferramenta spazi multifunzionali e le case delle nonne affitti brevi. Quello che prima era un quartiere diventa un marchio; quello che era un panettiere diventa un’esperienza urbana. Il simbolo di tutto è la casa ereditata.

«Uno dice: con l’affitto normale non ci campo», spiega Alfredo. «Allora la mette su Airbnb». «Così si alza da solo il fitto», aggiunge Giovanni. «L’affitto». «Fitto è più Riocontra». Il proprietario pensa di essersi salvato, ma altre cento persone fanno la stessa scelta e alla fine nessuno riesce più ad abitare in città. «L’uno su mille ce l’ha fatta», dice Alfredo. «Ma quello che ce l’ha fatta aveva già la casa della nonna». La responsabilità, precisano, non è soltanto della politica. «La gente fa il 25 aprile, canta Bella ciao e poi torna a casa ad alzare l’affitto», continua Alfredo. «Il capitalismo suo va bene perché è artigianale». «A filiera corta», interviene Giovanni. «Sfrutta uno che abita vicino». La cosa che li irrita di più è l’assenza di autocritica. «Puoi anche fare il tuo business», dice Alfredo. «Ma non raccontarti che stai liberando il quartiere mentre lo rendi inabitabile».

Che fine hanno fatto le piazze e la Milano popolare raccontata nel primo libro? «Le piazze ci sono ancora», dice Giovanni. «Solo che sono piene di tavolini». Per sedersi bisogna ordinare qualcosa. Una volta, ricordano, la piazza era il luogo dove si poteva perdere tempo senza doverlo giustificare. «Adesso se resti fermo 10 minuti arriva uno con il menu», dice Alfredo. «Oppure pensa che stai aspettando il rider». Il nuovo libro vuole restituire voce al «sapie». «Che cos’è il sapie?». «La piazza». «Ma non è il contrario». «Suona bene».

«Il maranza non era una provenienza, era un curriculum»

Ricordano i campetti di via Dezza, dove si incontrano ancora ragazzi, adulti, vecchi e maranza.

Ai loro tempi, precisano, il maranza poteva essere italianissimo. «Era quello di 30 anni che viveva di espedienti», racconta Alfredo. «Tuta, motorino, cugino con la Golf e sempre un amico che gli doveva dei soldi». «Non era una provenienza», aggiunge Giovanni. «Era un curriculum». Oggi, invece, la parola viene usata quasi automaticamente per indicare un ragazzo nordafricano con il borsello. «È diventata una parola razzista», dice Alfredo. «Prima descriveva un modo di stare al mondo. Adesso descrive una faccia».

I fratelli non credono neppure che Milano sia diventata più violenta. «Negli Anni 90 era peggio», sostiene Giovanni. «Solo che i rapinatori erano italianissimi, quindi oggi li ricordano come folklore». Rievocano via Padova, Calvairate e Cimiano: coltelli, motorini rubati, automobili bruciate. «A nostro padre rubarono il cofano della macchina», racconta Alfredo. «Soltanto il cofano?» «Era un bel cofano». Poco dopo provarono a rivenderglielo. «Era lo stesso?» «Aveva ancora dentro i documenti». «I documenti erano nel cofano?». «Erano altri anni».

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Una rissa a Milano (Ansa).

«Il problema è fare business e continuare a chiamarlo lotta»

Perché ve la prendete tanto con i compagni che hanno aperto i bar? L’intervista continua davanti a una parmigiana, due vitelli tonnati e due friselle.

«Il problema non è che aprono un bar», spiega Giovanni. «Il problema è che trasformano tutto in business e continuano a chiamarlo lotta». «Dodici euro un cocktail», dice Alfredo. «Quindici con la scorza d’arancia resistente». Dietro il bancone restano la falce e martello, le fotografie delle occupazioni e i manifesti contro la speculazione. Ma si accetta American Express.

«Una volta nei bar un piatto di minestra non si negava a nessuno», dice Alfredo. «Adesso te lo portano in una ciotolina», aggiunge Giovanni. «Due cucchiai, una spruzzata di burrata e una foglia traumatizzata». «Venti euro». «Pane escluso». Quello che contestano è la trasformazione di ogni cosa in un prodotto: la casa, la piazza, il quartiere, la protesta e perfino il Riocontra. «Mettono una parola al contrario nel nome del locale», dice Alfredo. «Poi il cocktail costa 16 euro e lo chiamano popolare».

Non risparmiano nemmeno chi critica la gentrificazione. «C’è quello che denuncia Milano dal suo appartamento di 200 metri quadri», dice Giovanni. «Con la governante». «Non Big Mano. Una governante progressista». Il povero, concludono, piace finché rimane abbastanza lontano da poter essere raccontato. «Appena prende il tuo stesso ascensore», dice Alfredo, «diventa un problema di sicurezza».

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
Un rider in Porta Venezia (foto di L43).

Che fine ha fatto Giulio?

E Giulio? È ancora in Audi? Giulio, il vecchio mecenate del tabacco e storico editore dei fratelli, compare ancora nelle appendici del libro. Ma oggi non lavora più con le sigarette: si occupa di data center. «Prima riempiva il mondo di fumo», dice Alfredo. «Adesso lo riempie di calore». La sua vecchia azienda sostiene di voler costruire un futuro senza sigarette. «Ma continua a venderle?». «Per finanziare la transizione». Tra Giulio e i Di Bruno ci sarebbe stato uno scazzo. Lui sostiene che il tabacco appartenga al passato. Loro considerano questa posizione un tradimento personale. «Uno lavora tutta la vita nel fumo e poi vuole un mondo senza fumo», dice Giovanni. «È come se un rapinatore aprisse un corso sulla sicurezza domestica». I fratelli continuano a fumare. Alfredo sigarette, Giovanni pipa, sigari e qualunque cosa riesca ad accendere. «Una volta ha fumato una pizza», racconta Alfredo. «Era sottile», si difende Giovanni. Ma sigarette elettroniche, mai. «Abbiamo dei principi». Nonostante lo scazzo, Giulio conserva una pagina nella nuova edizione. «Ai mecenati non si nega una nota a piè di pagina», dice Alfredo. «Soprattutto se hanno ancora i server». Il cameriere prova a dividere la frisella. Si spezza in cinque parti irregolari. Giovanni la guarda. «Ecco la sinistra». Il conto è di 87 euro. «La rivoluzione è finita», dice Alfredo. «Perché?». «Il pane era escluso». Prima di salutarli ripeto la domanda di 10 anni fa. «Che fine ha fatto Giulio?». Alfredo si tiene la pancia. «Giulio è sempre lì». «In Audi?». Giovanni indica il cielo: «No. Adesso è nel cloud».

L’Europa boccheggia, Pechino vende: il boom dei condizionatori cinesi

Temperature record, caldo estremo, notti tropicali. L’Europa è alle prese con un’estate torrida ma soltanto il 20 per cento delle famiglie del continente dispone di un condizionatore per combattere la canicola. Molte persone stanno correndo ai ripari acquistando in extremis dispositivi refrigeranti di vario tipo. La maggior parte di questi prodotti arriva dalla Cina, che oggi rappresenta circa il 40 per cento delle esportazioni globali di condizionatori. Per l’Unione europea, impegnata a ridurre il deficit commerciale con Pechino, non è un problema da poco.

La corsa europea ai condizionatori cinesi

L’Europa dipende fortemente dai prodotti cinesi e la corsa all’acquisto dei condizionatori Made in China ne è un chiaro esempio. Tra i modelli più richiesti spicca il PortaSplit realizzato dal colosso degli elettrodomestici Midea. Costa circa 900 euro ed è un apparecchio portatile che non richiede né l’installazione permanente né fori sui muri, consentendo di aggirare le norme a tutela del patrimonio storico in vigore in molte città europee. La domanda di prodotti simili è salita alle stelle. Sui social media cinesi sono addirittura comparsi numerosi annunci di spedizionieri che pubblicizzano rotte aeree ad hoc per accelerare le consegne ai rivenditori europei.

Perché il caldo rallenta i piani dell’Unione europea

Bruxelles vuole ridurre il suo deficit commerciale con la Cina. Nel 2025 il disavanzo nei confronti di Pechino è aumentato del 15 per cento, raggiungendo i 360 miliardi di euro. Nel primo trimestre del 2026 si è ulteriormente ampliato, toccando i 98 miliardi, il livello più alto mai raggiunto dal 2022. Il caldo estremo, almeno a giudicare dai dati, non farà altro che alimentare l’import di condizionatori cinesi contribuendo ad ampliare il deficit dell’Ue con il Dragone.

Un mercato che entro il 2034 potrebbe valere 35 miliardi di euro

Nella prima metà del 2026 le esportazioni di condizionatori dalla Cina verso l’Ue hanno raggiunto i 3,2 miliardi (+43,2 per cento su base annua). Nessuno dei cinque marchi di condizionatori più venduti in Europa appartiene a un’azienda continentale. La top 5 stilata da Euromonitor International comprende i produttori cinesi Haier, Gree Electric Appliances e Midea seguiti da Beko (Turchia) e Daikin (Giappone). I primi tre controllano circa il 32 per cento del mercato europeo in termini di volumi di vendita al dettaglio: un mercato che vale circa 27 miliardi e che le proiezioni danno in crescita fino a oltre i 35 miliardi entro il 2033/2034.

L’Europa boccheggia, Pechino vende: il boom dei condizionatori cinesi
Caldo torrido a Milano (Ansa).

Tra affari e propaganda: Pechino gioca la sua partita

Il paradosso per l’Ue è servito. Dopo aver accusato Pechino di inondare il mercato europeo con merci a basso costo e adottato misure protezionistiche, Bruxelles scopre che i cittadini non possono fare a meno dei condizionatori del Dragone. La singolare situazione in cui si trova l’Europa non è passata inosservata in Cina, un Paese che utilizza l’aria condizionata persino per refrigerare gli animali nelle fattorie. Il sito Wenxuecity ha osservato con ironia quanto sta accadendo in Francia chiedendosi se «i francesi vivono davvero peggio dei maiali cinesi». Per i media la narrazione è semplice: i condizionatori Made in China stanno salvando l’Europa da un’estate di fuoco. Per l’Unione europea saranno invece mesi infernali. Non solo a causa delle temperature estreme ma anche per le tensioni commerciali con il gigante asiatico destinate ad aggravarsi.


C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto

«Per quel che riguarda il pane la cosa è chiara, per quel che riguarda la pace anche. Ma la questione cardinale della primavera va risolta a ogni costo». Vladimir Majakovskij scrive questi versi in anni in cui in Europa stanno montando paure e smarrimenti collettivi che preparano l’ascesa dei regimi totalitari. Tempi che assomigliano molto a quelli che stiamo vivendo noi ora.

L’utopia concreta lanciata da Bifo

Corsi e ricorsi. Suggestioni. Che ripropongono «la questione cardinale della primavera», nella sua invocazione di bellezza, di invito a superare le contingenze materiali e politiche, per abbracciare un cambiamento radicale. A proporre questo esercizio di “utopia concreta“, di sfida temeraria a un sistema incapace di sopire un bellicismo trionfante e di ristabilire un clima sociale positivo, è Franco Berardi detto Bifo. Lo storico agitatore politico e digitale che dalle proteste del ’77, che ebbero il loro epicentro a Bologna (Radio Alice e gli Indiani metropolitani), a oggi non ha mai smesso di fare sentire la sua voce eretica e ripropone ora la questione della primavera. Non una primavera simbolica, bensì quella che ci attende il prossimo anno. La primavera del 2027.

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Franco Bifo Berardi (da Fb).

Per scongiurare il peggio serve l’imprevedibile 

Si voterà infatti in importanti Paesi europei. In Francia, Spagna, Grecia, Italia, e ovunque è forte il rischio di generalizzata avanzata della destra estrema. «Non possiamo essere sicuri di nulla», scrive Bifo, «neppure del fatto che nella primavera del 2027 ci saremo ancora, né che le condizioni di civiltà minime per svolgere elezioni politiche esisteranno ancora. Il nazionalismo russo e quello ucraino, il nazismo sionista, la mafia guerrafondaia trumpista stringono in una morsa i destini del continente, mentre dall’interno monta un’onda nera e i razzisti si preparano a dare il colpo di grazia in Germania e nel Regno Unito». Supponiamo invece che fra un anno siamo ancora qui, continua, in quel caso nell’area mediterranea dobbiamo attenderci l’accentuazione dei fattori di crisi più importanti: riarmo accelerato, guerra, recessione, dilagare delle aggressioni razziste, deportazioni, sprofondamento delle condizioni sociali. L’incipit è catastrofico, però il seguito prende quota velocemente e con piglio quasi allegro prova a delineare un approccio reattivo e positivo. «Certo se realisticamente si valuta che il peggio sia inevitabile occorre che qualcuno si occupi dell’imprevedibile». 

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Perché fin qui la sinistra ha sbagliato tutto

Sembra un esercizio di prestidigitazione, ma vale la pena seguire il ragionamento di Bifo. La premessa è che non si può rispondere razionalmente a chi è irragionevole. Non si può opporre la ragione a chi fa discorsi di pancia. Ma rifiutando il catastrofismo della destra, come se implicasse venir meno a questioni di stile, la sinistra ha sbagliato completamente, perché i toni catastrofici («siamo invasi», «la nostra civiltà è sotto attacco», «il nostro benessere è a rischio») sono nel sentimento della maggioranza degli europei. Spiace prenderne atto, ma non siamo mai stati così depressi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Bisogna dunque cambiare registro, ma non seguendo il copione della destra, bensì ribaltandolo completamente. Alle cupe narrazioni nordiche che hanno ispirato e ancora ispirano il nazismo, alle mitologie della destra fondate sull’identità, la proprietà, la competizione, la nazione bisogna opporre le solari mitologie mediterranee: conviviali, rilassanti, sensuali.

La terapia paradossale permette di uscire dalla trappola

La “questione della primavera” prossima ed elettorale, nel pensiero di Bifo, si riassume in questo rovesciamento di prospettiva, metodo e contenuti. Ovvero applicando alla politica la «terapia paradossale» che ha i suoi teorici nella Scuola di Palo Alto, nello psicanalista Paul Watzlawick e nell’antropologo Gregory Bateson. È una modalità terapeutica per quelle situazioni in cui sembra impossibile guarire una patologia resistente a ogni cura, che consiste nel ridefinire il campo e modificarne il perimetro, nel non rispettare le regole del gioco e nel confondere le identità: pragmatica paradossale. Watzklawick parla di «ristrutturazione del campo», che significa cambiamento delle premesse e del significato che attribuiamo alle parole, definizione di una cornice imprevista per l’azione, che permetta di uscire dalla trappola costituita dalle regole stabilite. La ristrutturazione non modifica i fatti concreti, ma i significati attribuiti alla situazione, e in tal modo instaura un nuovo gioco.

Il terreno su cui ci si deve confrontare è quello della follia

Se trasferiamo, sempre seguendo il ragionamento di Bifo, questa metodologia del paradosso alla politica e alla competizione elettorale della prossima primavera, il confronto e il programma devono essere di tutt’altro tipo e tono di quelli usati sin qui.

Di fronte a esagitati e fuori di testa, a personaggi che si comportano e dicono cose assurde occorre mettersi sullo stesso piano, ancorché con valori e proposte radicalmente opposti. Ma altrettanto fantastici e paradossali. Perché la ragionevolezza non basta di fronte alla follia. Dunque è sul terreno della follia che occorre misurarsi.

«Quel che occorre», scrive Bifo, «è un programma inverosimile: un limite all’orario di lavoro settimanale di 36 ore con penalità per le aziende che non lo rispettano, aumenti salariali uguali per tutti, azzeramento della spesa militare, penalizzazione economica per chi produce e diffonde plastica, regolarizzazione di cinquecentomila migranti».

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Elly Schlein e Giuseppe Conte (foto Ansa).

Rispolveriamo i vecchi slogan del ’68 e del ’77

Su questo tono si potrebbe continuare, magari riproponendo e ripescando slogan del ’68 e del ‘77. «Vogliamo tutto e subito», «Chiediamo l’impossibile», «Reddito intero lavoro zero: tutta la produzione all’automazione». Ma in realtà la provocazione del contestatore di sempre del sistema capitalistico, che invita a cambiare gioco e campo da gioco, non è così folle come sembra. Cosa fanno infatti e come si comportano i vari Putin, Musk, Trump e compagnia varia di folli, mai così numerosi come in questi ultimi anni? Se ci limitiamo al presidente Usa, vediamo come equilibrio e ragionevolezza siano completamente assenti. Dice cose tremende, parla di amore nei vertici Nato, chiama l’Iran la repubblica islamica del Giappone, minaccia sfracelli se non si fa come dice lui, al mattino dice e al pomeriggio smentisce. In altre parole Trump non gioca sul campo condiviso, ma solo sul campo che decide lui. Sulla base di quel che gli gira o ritiene per lui più conveniente.

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Più che un programma da campo largo ne occorre uno da altro campo

Arduo che in vista della prossima primavera elettorale Schlein, Conte e soci prendano alla lettera i consigli di Bifo. Però una dichiarata propensione a non inseguire la destra sul suo terreno, varando un programma non da campo largo ma da altro campo, aiuterebbe. Proposte sfidanti, progetti ambiziosi e toni conviviali, accoglienti, aperti sarebbero un buon modo di porre la “questione della primavera”. Di rivolgersi, e forse essere ascoltati, da quel 50 per cento di italiani che non va più a votare perché sinistra e destra sono uguali.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo

L’idea da cui nasce I convitati di pietra, vincitore non senza polemiche dell’ultimo Strega, è una di quelle che fanno pensare di avere fra le mani un grande romanzo. Un gruppo di ex compagni della III A del liceo milanese Berchet si ritrova un anno dopo la maturità alla prima di quella che diventerà una lunga sequela di cene di classe. È da lì che parte lo spunto destinato a governare tutto il libro di Michele Mari: una riffa macabra dove, a ogni cena, ciascuno versa una quota e il montepremi andrà diviso soltanto fra gli ultimi tre rimasti vivi. Dentro ci sono tutti gli ingredienti del romanzo: avidità, amicizia, invidia, tempo, morte. Sembra il punto d’incontro fra Georges Simenon, Friedrich Dürrenmatt e il miglior Mari, quello capace di trasformare un artificio narrativo in un esperimento morale. Purtroppo è anche il punto più alto del libro. Da lì in avanti il meccanismo, invece di stringersi, comincia lentamente ad allentarsi.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo

Mari mette in scena una folla di personaggi, ma li lascia vivere tutti alla stessa distanza. Entrano e poi spariscono per decine di pagine. Quando riemergono, in mezzo a una trentina di protagonisti, il lettore deve fare mente locale per ricordarsi chi siano. Hanno nomi che ne sottolineano vizi ed eccentricità, a volte perversioni. Ma la loro fisionomia, invece di farsi carne, resta sagoma. Più che persone sembrano funzioni narrative chiamate a tenere in piedi l’ingranaggio.

La trama si ramifica, tra il noir e l’assurdo

È qui che il libro comincia a mostrare il suo limite. Ogni nuova morte dovrebbe restringere il campo dei papabili al premio finale e rendere i superstiti umanamente più interessanti. Accade invece il contrario. La trama si ramifica, si disperde in deviazioni sempre più improbabili, sospese tra il noir e l’assurdo. Così quello che all’inizio sembrava un apologo sul tempo e sul modo in cui consuma le persone diventa progressivamente un esercizio di funambolismo narrativo.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo
Michele Mari (foto Ansa).

A questa dispersione si aggiungono le ossessioni private dell’autore. Il suo alter ego, Lothar Semprini, vive diviso fra la monumentale biografia di Gene Hackman che sta scrivendo e una passione compulsiva per i fumetti (non a caso porta il nome del fedele assistente di Mandrake). Sono pagine che raccontano moltissimo di Mari e poco dei personaggi. Ed è curioso, perché lo scrittore milanese ha sempre saputo trasformare le sue ossessioni in letteratura. Qui invece succede quasi il contrario. È la letteratura che finisce per inseguire le sue ossessioni. Il risultato è che, mentre i morti aumentano, il coinvolgimento del lettore diminuisce. E ci si comincia a chiedere se l’autore riuscirà mai a uscire dal labirinto che lui stesso ha costruito.

Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità

Mari sembra innamorarsi della propria libertà inventiva proprio nel momento in cui il romanzo avrebbe bisogno di disciplina. Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità. Il paradosso, invece di illuminare la realtà, finisce per sostituirla. E quando un personaggio che si chiama Brodo si suicida ingerendo una montagna di dadi Knorr, il gioco smette definitivamente di sorprendere.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo
Michele Mari dopo la vittoria della 80esima edizione del Premio Strega (foto Ansa).

C’è poi un altro limite, forse ancora più decisivo. Una storia costruita attorno alla sopravvivenza regge soltanto se, a un certo punto, il lettore sceglie da che parte stare. Qui invece i personaggi restano figure funzionali alla trama. Se ne conoscono manie e ossessioni, ma non si va oltre la superficie.

Non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa

Mari possiede una scrittura capace di improvvise accensioni che pochi altri saprebbero permettersi senza cadere nel manierismo. Questa volta però anche lo stile sembra rispecchiare il difetto del progetto, con l’autore che finisce per ammirare se stesso più che accompagnare il lettore dentro la storia. Alla fine resta una sensazione paradossale. I convitati di pietra non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa. L’impressione è che Mari avesse trovato un’idea straordinaria, ma che il romanzo non sia stato capace di servirla a dovere.

Attentato a Ranucci, perquisita l’abitazione del factotum di Lavitola

Nell’ambito delle indagini sull’attentato a Sigfrido Ranucci è stata effettuata una perquisizione nell’abitazione di Gomes Clesio Tavares, factotum del presunto mandante Valter Lavitola: l’uomo, ritenuto l’intermediario con la banda che ha piazzato l’ordigno all’esterno della casa del conduttore di Report, si trova al momento in Camerun. Clesio Tavares convive nell’abitazione perquisita assieme alla compagna, che è stata ascoltata dai carabinieri come persona informata sui fatti.

Attentato a Ranucci, perquisita l’abitazione del factotum di Lavitola
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).

Lavitola stava per partire per l’Africa

Intanto emergono nuovi sviluppi riguardanti Lavitola: il presunto mandante dell’attentato a Ranucci, a cui è legato da un rapporto di amicizia, era pronto a lasciare l’Italia in direzione dell’Africa. Il faccendiere aveva infatti già acquistato il biglietto aereo e la perquisizione della sua abitazione, nel corso della quale gli sono stati sequestrati smartphone e pc, è scattata dopo che gli investigatori lo hanno visto uscire di casa con un trolley.

Rai sospende le repliche estive di Report

Intanto, «in attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci», la Direzione Approfondimento della Rai «ha ritenuto opportuno sospendere cautelativamente la messa in onda delle repliche estive della trasmissione televisiva Report, a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico».

Ok dell’Ue a un nuovo capitolo di negoziati: si avvicina l’adesione dell’Ucraina

I 27 Paesi dell’Unione europea hanno deciso all’unanimità di aprire un nuovo cluster di negoziati di adesione con Ucraina e Moldova, in particolare il numero 6 sulle relazioni esterne, segnando un ulteriore passo nel lungo e complesso percorso verso l’ingresso dei due Paesi. Lo ha reso noto l’Irlanda, che detiene attualmente la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. Il sesto capitolo negoziale verrà affrontato dal 14 luglio.

Ok dell’Ue a un nuovo capitolo di negoziati: si avvicina l’adesione dell’Ucraina
Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).

L’accelerata dopo la sconfitta di Orban in Ungheria

La decisione si inserisce sulla scia della spinta generata dal cambio di governo in Ungheria, che sotto Viktor Orban aveva continuato a porre paletti al processo di adesione dell’Ucraina. L’Ue ha avviato ufficialmente i negoziati di adesione con Kyiv e Chisinau a metà giugno con l’apertura del primo cluster, quello dei Fondamentali. Dopo il via libera a capitolo 6, per Kyiv restano ancora in sospeso quattro cluster negoziali: il numero 2 (mercato interno), il 3 (competitività e crescita inclusiva), il 4 (agenda verde e connettività sostenibile) e il 5 (risorse, agricoltura e coesione). Potrebbero essere aperti a partire da settembre.

Ok dell’Ue a un nuovo capitolo di negoziati: si avvicina l’adesione dell’Ucraina
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).

Le chiusure dei cluster per Albania e Montenegro

I Ventisette hanno inoltre deciso di chiudere in via provvisoria i capitoli negoziali 25 (scienza e ricerca), 26 (istruzione e cultura) e 30 (relazioni esterne) per l’Albania; e i capitoli negoziali 8 (politica della concorrenza) e 29 (Unione doganale) per il Montenegro.

Repubblica, l’assemblea dei giornalisti sfiducia il direttore dimissionario Orfeo

L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha accolto con stupore le dimissioni del direttore Mario Orfeo, che da settembre ricoprirà il medesimo ruolo in un’azienda concorrente (Editoriale Nazionale, editore di Qn, Resto del Carlino, Nazione e Giorno). I cronisti l’hanno sfiduciato in nome del conflitto di interessi che si viene a creare tra l’attuale direzione di Repubblica e l’annunciato incarico. «Direttore, riteniamo che non sia opportuno che da oggi faccia il giornale, visto che è stato ufficialmente comunicato il tuo passaggio alla concorrenza», ha detto Matteo Pucciarelli, membro del Comitato di redazione (a nome di tutta la rappresentanza sindacale), durante la consueta riunione del mattino. Orfeo avrebbe replicato preannunciando una denuncia all’Ordine dei giornalisti, continuando poi la riunione. Il Cdr presenterà anche al presidente del cda Mirja Carta D’Asero la richiesta di sospenderlo dalla funzione di direttore, sostenendo che i vicedirettori possono guidare il giornale nell’attesa della nomina del nuovo capo.

Il Cdr: «Urgente nuovo direttore che rispecchi i valori del giornale»

In una nota, il Cdr ha aggiunto che «la redazione, nei mesi di trattativa tra la vecchia e nuova proprietà, non ha mai smesso di avere una posizione critica, pubblica e di grande preoccupazione per il destino editoriale di Repubblica». E ancora: «I primi mesi dopo l’acquisizione di Antenna sono stati sinora di stallo, un tempo di incertezza che non può durare oltre. Pretendiamo un piano industriale, un serio progetto di rilancio e il coinvolgimento della redazione negli investimenti del gruppo Antenna in Italia. È urgente, intanto, la nomina di un nuovo direttore, in grado di rispecchiare appieno i valori fondativi di Repubblica, in linea con la storia e l’identità del giornale e di chi lavora al quotidiano con passione e impegno». Intanto martedì sarà a Roma Theodore Kyriakou, presidente del Gruppo Antenna, anche se al momento non ci sono incontri convocati con il Cdr.

L’Ue contro Meta per il design di Instagram e Facebook: le accuse

Ritenendo che il design di Instagram e Facebook crei dipendenza, la Commissione europea ha contestato in via preliminare a Meta una violazione della legge sui servizi digitali (Dsa). Se le conclusioni verranno confermate, il colosso di Mark Zuckerberg rischia una multa fino al 6 per cento del fatturato annuo mondiale.

L’Ue contro Meta per il design di Instagram e Facebook: le accuse
Le app di Facebook e Instagram (e WhatsApp) su uno smartphone (Ansa).

Perché il design dei due social creerebbe dipendenza

Nel mirino in particolare lo scroll infinito, l’autoplay, le notifiche push e le raccomandazioni altamente personalizzate (grazie ai like): secondo l’esecutivo Ue si tratta di strumenti che favoriscono un uso compulsivo delle piattaforme social, con rischi per il benessere fisico e mentale degli utenti, in particolare minorenni e persone vulnerabili. La Commissione europea ritiene che Meta abbia sottovalutato l’effetto di strumenti e anche ignorato le informazioni disponibili sul tempo trascorso dai minori sulle piattaforme durante le ore notturne, così come sull’impatto di formati come reel e storie. Analoghe criticità riguardano i controlli parentali, giudicati efficaci solo per genitori con adeguate competenze tecniche, e le iniziative di sensibilizzazione sulla salute mentale.

L’Ue contro Meta per il design di Instagram e Facebook: le accuse
Mark Zuckerberg, presidente e ceo di Meta (Ansa).

Meta si difende dalle accuse dell’Unione europea

«Non concordiamo con questi risultati preliminari che non tengono adeguatamente conto delle misure significative che abbiamo adottato per proteggere gli adolescenti», si legge in un comunicato di Meta. «Da quando è stata avviata questa indagine abbiamo lanciato gli account per teenager che proteggono automaticamente i ragazzi e danno ai genitori il controllo consentendo di bloccare accesso a Instagram di notte e limitare il tempo di uso giornaliero a soli 15 minuti». E poi: «Condividiamo l’impegno della Commissione europea nel garantire ai ragazzi esperienze online sicure e positive e continueremo a collaborare con loro in modo costruttivo».

Intesa Sanpaolo presenta il rapporto 2026 Italian maritime economy

Srm, il centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, ha presentato il 13esimo rapporto annuale Italian Maritime Economy, intitolato Stretti e rotte marittime nel nuovo scenario globale. Le crisi dello Stretto di Hormuz, del Mar Rosso e del Canale di Suez, insieme alla riorganizzazione delle catene globali del valore, stanno modificando la geografia del commercio mondiale e il ruolo delle grandi rotte marittime. In questo scenario porti, shipping e logistica diventano sempre più decisivi per la competitività dei sistemi produttivi e per la sicurezza degli approvvigionamenti. Il rapporto analizza questi fenomeni attraverso l’evoluzione degli scenari geostrategici, la trasformazione dei traffici marittimi, il ruolo dei nuovi corridoi logistici — tra cui l’Imec — e la crescente centralità del Mediterraneo come piattaforma di collegamento tra Europa, Asia e Africa. Particolare attenzione è dedicata all’Italia, al contributo della blue economy, alla performance dei porti e al ruolo dell’intermodalità ferro-mare. La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto movimentare più merci, ma connettere meglio porti, reti ferroviarie, infrastrutture, aree produttive e mercati internazionali. In questo quadro, investimenti, ultimo miglio, digitalizzazione degli scali e nuove normative ambientali europee rappresentano leve decisive per rafforzare la competitività del sistema logistico-portuale italiano.

I punti principali del rapporto

  • Hormuz, Suez e Mar Rosso cambiano la geografia del commercio mondiale. Dallo Stretto di Hormuz transitava il 37 per cento del commercio mondiale di greggio. La quasi chiusura ha coinvolto volumi pari al 10 per cento della produzione mondiale di petrolio.
  • Le navi cambiano rotta, le supply chain si ridisegnano. Carrier e operatori logistici hanno risposto alle crisi con deviazioni, transhipment e rotte alternative.
  • Usa e Cina si allontanano, l’Asia si riorganizza. Nel 2025 l’import Usa dalla Cina è sceso del 30 per cento, mentre quello dai Paesi Asean è cresciuto del 29 per cento. Pechino compensa il calo degli scambi con gli Usa aumentando le esportazioni verso Africa (+25,8 per cento) e Sud-Est asiatico (+13,4 per cento).
  • Il Mediterraneo cresce anche con Suez in crisi. Nel 2025 i principali porti container dell’area hanno superato i 72 milioni di Teu, con una crescita del 5,9 per cento.
  • Il Mare Nostrum guarda al 2030. Il traffico container mediterraneo è previsto in crescita del 15 per cento nel prossimo quinquennio, sopra la media mondiale.
  • L’Italia resta una potenza dell’export. Nel 2025 il commercio estero italiano ha superato 1.200 miliardi di euro, con un export pari a 643 miliardi. Via mare si muove circa un quarto dei nostri scambi internazionali in valore.
  • I porti italiani superano quota 500 milioni di tonnellate. Nel 2025 le Autorità di sistema portuale hanno movimentato 511 milioni di tonnellate di merci, in crescita del 3,5 per cento.
  • Container e Ro-Ro trainano la crescita degli scali. I container raggiungono 132 milioni di tonnellate, il Ro-Ro 122 milioni, con tutti i principali segmenti in aumento.
  • Short Sea Shipping, Italia sempre prima in Europa. Il nostro Paese movimenta 304 milioni di tonnellate e detiene una quota di mercato del 15,6 per cento.
  • La nuova sfida dei porti è la connessione con i mercati. Oltre 13 miliardi di euro di investimenti in Italia puntano su ultimo miglio, ferrovia, accessibilità marittima e digitalizzazione.

Saluti romani al corteo per Ramelli: confermate 23 assoluzioni

La Corte d’Appello di Milano ha confermato le assoluzioni di 23 militanti di estrema destra imputati per aver fatto saluti romani e risposto alla chiamata del “presente” al corteo che si era tenuto il 29 aprile 2019 in memoria di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù ucciso a 19 anni da un commando di Avanguardia Operaia nel 1975. I giudici di secondo grado hanno stabilito che «il fatto non sussiste».

La Procura di Milano aveva fatto ricorso ad aprile del 2025

La Procura di Milano aveva presentato ricorso in appello ad aprile del 2025, dopo la sentenza di primo grado che aveva assolto i 23 imputati perché chiamata del “presente” e il saluto romano, messi in atto da un migliaio di persone, non rappresentavano una «condotta potenzialmente idonea alla ricostituzione del partito fascista», ma solo un «omaggio e ricordo del giovane trucidato per le sue idee politiche». Da qui la non applicabilità della Legge Scelba. I cortei dei militanti di estrema destra per Ramelli a Milano, come quella in ricordo dei morti di Acca Larentia a Roma, si tengono ogni anno. Nella continua altalena tra condanne e assoluzioni per le parate neofasciste, in un processo relativo al corteo del 2018 sono arrivate invece condanne (quattro mesi) per 13 militanti.

La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero

Al momento è solo una scommessa, una suggestione che ritorna, uno scenario da fantapolitica. Ma per le due sorelle Meloni può essere una soluzione politicamente furba. Se da un lato Giorgia vuole concludere la legislatura da presidente del Consiglio, battendo il record da Guinness dei Primati e poi ricandidarsi alle elezioni politiche del 2027, alleati permettendo, dall’altro c’è anche la sorella Arianna che ha un suo ruolo. Oltre a guidare il partito (ma tutti rimpiangono Francesco Lollobrigida, «che come ministro non sarà ricordato negli annali, ma in via della Scrofa metteva tutti in riga», spifferano quelli di Fratelli d’Italia) coltiva ambizioni politiche. E deve condividerle con la sorella Giorgia. Qui esce con tutta la sua virulenza “il problema Roma”.

La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero

Il solito Rampelli e il disturbo di Vannacci

Mentre a sinistra, anzi nel campo largo, è già pronto il candidato al Campidoglio, ossia il sindaco uscente Roberto Gualtieri, ringalluzzito dal successo sui social (fuori dalla Capitale, però, perché quei video in città non piacciono per niente) e dai miliardi per la città elargiti dal governo Meloni, a destra ancora non esiste uno straccio di nome in campo. A parte Fabio Rampelli, il vicepresidente della Camera dei deputati che corre (come sempre) una partita tutta sua, ora c’è pure l’incubo della discesa in campo del generale Roberto Vannacci con il suo partito Futuro nazionale, che potrebbe anche schierare come candidato sindaco l’ex inquilino del Campidoglio Gianni Alemanno, innanzitutto con l’obiettivo di contare le forze nella città e fare uno sgambetto alla destra. Insomma, alla fine Vannacci potrebbe essere il migliore alleato di Gualtieri, una sorta di “campo largo aggiunto” pur facendo parte di uno schieramento situato politicamente dall’altra parte.

La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
Arianna Meloni con Fabio Rampelli (foto Imagoeconomica).

L’elemento chiave: election day sì o no?

In mancanza di candidati, veniamo dunque all’idea: Arianna Meloni candidata sindaca di Roma. Mediaticamente porterebbe un vantaggio: un raddoppio della presenza politica del “brand Meloni”, a livello locale e nazionale, che darebbe vita a un bombardamento comunicazionale, dicono gli esperti, con la moltiplicazione meloniana. E forse proprio per questo Giorgia non vuole l’election day per le Comunali e le Politiche, un tema che scalda il Quirinale dato che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella preferisce evitare spese inutili, facendo notare che due appuntamenti elettorali a breve distanza rappresenterebbero uno spreco di denaro pubblico. Separare le urne, facendo votare una volta per le Politiche e un’altra per le Comunali, consentirebbe però a Meloni di scindere le due campagne elettorali e testare la forza del partito a livello locale, specie nel caso di una candidatura della sorella Arianna a Roma.

Gualtieri rafforzato dall’asse con Caltagirone

Tra i tanti problemi che la Capitale porta in evidenza, oltre all’amministrazione capitolina, c’è anche il comportamento editoriale del gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone, che con Il Messaggero ogni giorno elogia la gestione Gualtieri. Prendiamo come esempio le pagine di giovedì 9 luglio della cronaca romana del quotidiano di via del Tritone. Apertura su una “non notizia”, cioè la ridefinizione delle aree e dei quartieri di Roma che ora sono diventati addirittura 332. «Stilata con metodi scientifici», si legge, la «pianta della Capitale non veniva redatta dal 1961, quando furono individuate 165 aree urbane»: per un costruttore è un argomento vitale, per il lettore normale forse no.

La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero

Seguitiamo: “Atac, terzo bilancio positivo”, dove si sottolinea che per l’azienda municipalizzata è «un bilancio tutto con il segno più», «conti ancora in ordine», con un elenco di elogi che non finisce mai. Sotto, “Rifiuti, via libera al piano, la Tari ritoccata del 5 per cento” con la spiegazione benevola di «rialzi dovuti ma limitati». Se una volta ogni rincaro veniva bacchettato senza pietà dal Messaggero, ora viene giustificato scrivendo di un prossimo «potenziamento dei servizi sul territorio senza precedenti», con l’impegno del Campidoglio a «contenere al minimo l’incremento della tariffa Tari». Nessuna voce dissonante, solo l’azienda cara a Gualtieri che parla e minimizza l’aumento.

Stesso trattamento di favore per il governatore Rocca

Analogo trattamento lo ha la Regione Lazio di Francesco Rocca, con articoli sulle imprese regionali che «investono sempre di più» con una fotona del governatore, e in un’altra pagina la nascita del Garante per i diritti per gli anziani del Lazio. In questo panorama, il patto siglato tra Caltagirone e Gualtieri a Villa Miani, nel corso di un lungo pomeriggio romano, sembra non concedere spazi a un candidato alternativo della destra.

La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).

La tentazione di lanciare Arianna resta comunque forte. Evitando l’election day, se arrivasse prima l’appuntamento con le Politiche, il piano potrebbe portare le due sorelle in parlamento, una alla Camera e l’altra al Senato, e da senatrice Arianna farebbe con grande serenità la sua campagna elettorale per il Campidoglio. Una sorta di paracadute, nel caso l’avventura non andasse in porto: una poltrona a Palazzo Madama, comunque, ci sarebbe.

Caso dei “30 secondi”, condannato il sindacalista che molestò una hostess

La Corte d’Appello di Milano nel secondo grado bis ha condannato a un anno e due mesi Raffaele Meola, imputato per violenza sessuale nel processo scaturito dalla denuncia di una hostess, Barbara D’Astolto, che raccontò nel 2018 di aver subito abusi a Malpensa dall’ex sindacalista, che lavorava all’aeroporto lombardo, durante un incontro fissato per una vertenza. I giudici hanno anche riconosciuto a carico dell’imputato una provvisionale di risarcimento a favore della vittima da 10 mila euro.

Caso dei “30 secondi”, condannato il sindacalista che molestò una hostess
L’aeroporto di Milano Malpensa (Imageconomica).

Il caso aveva suscitato forti polemiche

Meola era stato assolto in primo e secondo grado Meola perché – avevano scritto i giudici nelle sentenze – D’Astolto avrebbe potuto opporsi nei 30 secondi di durata della molestia. Poi, la Cassazione, dopo un ricorso del pg Angelo Renna (che aveva chiesto due anni per Meola), ha annullato con rinvio l’ultimo verdetto per il nuovo giudizio. Il «ritardo nella reazione» della vittima, ovvero «nella manifestazione del dissenso» è «irrilevante» per la configurazione della violenza sessuale, aveva scritto a febbraio del 2025 la Cassazione, motivando l’annullamento con rinvio della doppia assoluzione. Le motivazioni del verdetto di oggi saranno depositate tra 90 giorni.

D’Astolto: «Ho pagato un prezzo molto alto»

«C’è il sollievo per quella che spero sia la fine di una vicenda che in questi anni ha riempito tutta la mia vita. Ho pagato un prezzo molto alto», ha dichiarato D’Astolto. «Difficilmente è passato un giorno senza che la mia testa andasse a questa vicenda. Non c’è mai stata una giornata in cui il mio cervello sia stato libero da questi pensieri». Il suo legale ha parlato di «sentenza spartiacque».

Vodafone, Xavier Niel rileva le quote di Etisalat e diventa primo azionista

Emirates Telecommunications Corporation (Etisalat) ha ceduto la sua intera quota del 16,2 per cento in Vodafone all’imprenditore francese Xavier Niel, fondatore del gruppo Iliad e principale azionista di Le Monde, che diventa così il principale azionista della multinazionale britannica operante nel settore delle telecomunicazioni.

Vodafone, Xavier Niel rileva le quote di Etisalat e diventa primo azionista
Logo Vodafone (Ansa).

La partecipazione di Etisalat è stata valutata 5,1 miliardi di euro

La partecipazione della compagnia telefonica emiratina Etisalat è stata valutata 5,1 miliardi di euro, con un premio del 15 per cento rispetto all’ultimo prezzo delle azioni Vodafone: verrà rilevata dalla società veicolo Vega, detenuta dalla famiglia di Niel. L’imprenditore francese aveva peraltro già rilevato una quota del 2,5 per cento in Vodafone nel 2022. Dopo Niel i principali azionisti sono i fondi Blackrock con il 7,1 per cento e Vanguard con il 5,8 per cento, seguiti dall’imprenditore svizzero Martin Ebner, il quale detiene il 3,1 per cento. L’investimento di Vega in Vodafone sarà interamente finanziato da Xavier Niel (che aveva tentato di comprare Vodafone Italia, poi ceduta a Swisscom) e da istituzioni finanziarie, senza alcun ricorso e senza alcun impatto sulla leva finanziaria di alcuna entità controllata dal gruppo della famiglia Niel, si legge in una nota.

Sanità, quali sono le Regioni con l’assistenza migliore (e peggiore)

La Regione italiana capace di offrire la migliore assistenza sanitaria è il Veneto. Lo evidenzia il Nuovo sistema di garanzia allestito dal ministero alla Salute, basata su 88 indicatori suddivisi nelle tre macroaree di prevenzione, assistenza distrettuale e ospedaliera, a cui è stato assegnato un punteggio compreso tra 0 e 100, per un massimo teorico di 300 punti. Subito dietro il Veneto, che svetta con 288 punti, l’Emilia-Romagna (282) riesce a conquistare la seconda posizione, scavalcando la Toscana (280) che scivola così al terzo posto. Il top five poi il Piemonte (272) e la Provincia autonoma di Trento (271).

Lombardia in sesta posizione

I dati si riferiscono al 2024. La Lombardia (270) si trova in sesta posizione, seguita da Umbria (254), Liguria (250), Friuli Venezia-Giulia (248) e Puglia (242), prima Regione del Sud. Scorrendo la classifica troviamo poi appaiate Marche e Lazio (237), seguite da Abruzzo (229), Valle d’Aosta (213), Sardegna (212) e Campania (209).

Ultima in classifica la Calabria

Per quanto riguarda la parte bassa della classifica, in quint’ultima posizione c’è la Provincia autonoma di Bolzano (206, peggior risultato per un territorio del Nord). Appena sotto la Basilicata (205). Terzultima la Sicilia (196), poi il Molise (192). Fanalino di coda la Calabria (189).

Come funziona il calcolo del Ministero

Il Nuovo sistema di garanzia valuta la qualità dell’assistenza sanitaria erogata attraverso un’analisi capillare. Il modello prevede 88 indicatori, a loro volta suddivisi in sottoindicatori, raggruppati in tre macroaree:

Prevenzione collettiva: include parametri come la copertura vaccinale nei bambini e l’efficacia delle campagne di screening.

Assistenza distrettuale: analizza la gestione delle cure sul territorio, l’appropriatezza prescrittiva dei farmaci e la tempestività dei mezzi di soccorso.

Assistenza ospedaliera: monitora l’efficienza dei ricoveri, la percentuale di parti cesarei e i tassi di mortalità a breve termine per patologie acute come l’ictus.

EasyJet, il fondo Apollo rilancia con un’offerta più alta di Castlelake

EasyJet ha ricevuto una nuova offerta dalla società di private equity Apollo Global Management di 5,7 miliardi di sterline. Una proposta di circa il 3,6 per cento superiore all’ultima offerta di Castlelake, che la compagna low-cost «non intende più raccomandare». Al contrario, i termini finanziari dell’offerta di Apollo «sono a un livello tale da indurre la società a raccomandarla agli azionisti». L’improvvisa entrata in gioco del fondo segue diversi round di negoziazione tra EasyJet e Castlelake, che aveva continuamente aumentato la propria offerta per avviare i colloqui. Apollo ha affermato che gli azionisti della compagnia aerea avranno la possibilità di convertire le proprie azioni esistenti in una cosiddetta alternativa di “stub equity“, attraverso la quale i fondi Apollo manterranno il loro investimento nella compagnia aerea. Ha anche dichiarato che si impegnerà a soddisfare la condizione necessaria affinché gli investitori esteri possano controllare una compagnia aerea europea. La normativa prevede che le compagnie aeree siano controllate in maggioranza da un’entità europea, un ostacolo che Castlelake aveva cercato di superare assumendo due dirigenti irlandesi del settore aereo.

L’avvertimento di Israele agli Usa: «L’Iran ha un nuovo piano per uccidere Trump»

L’intelligence israeliana ha condiviso con quella statunitense nuove informazioni che indicherebbero un nuovo piano dell’Iran per uccidere Donald Trump. Lo riporta il Wall Street Journal, spiegando che tale circostanza segnerebbe un’escalation nella guerra tra Washington e Teheran Da anni, evidenzia il Wsj, Teheran ha promesso apertamente di vendicarsi di Trump per l’assassinio di Qassem Soleimani, alto generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, avvenuto durante in un raid su Baghdad il 3 gennaio 2020, durante primo mandato del tycoon. Parlando con i giornalisti a margine del vertice Nato di Ankara, lo stesso Trump aveva fatto riferimento alle minacce contro di lui: «Vogliono eliminare il leader degli Stati Uniti, cioè me. Sono il primo della lista. Finora immagino di essere stato un po’ fortunato, ma forse non durerà a lungo».

L’avvertimento di Israele agli Usa: «L’Iran ha un nuovo piano per uccidere Trump»
Donald Trump (Imagoeconomica).

Spagna, maxi incendio boschivo in Andalusia: 11 morti

Un maxi incendio boschivo nell’area di Los Gallardos, nella provincia andalusa di Almeria in Spagna, ha provocato almeno 11 morti. L’ha reso noto l’assessore regionale alla Presidenza e alle Emergenze, Antonio Sanz, precisando che il numero potrebbe ancora variare, data la complessità delle operazioni di spegnimento sul terreno. Quattro persone di nazionalità britannica sono morte in un’auto, mentre le altre sette vittime sono decedute mentre stavano cercando di fuggire. Si contano inoltre otto feriti, quattro dei quali in gravi condizioni con ustioni. 122 persone sono state trasferite al teatro del municipio di Lubrin e nel palasport della località di Garrucha, tutte provenienti dal Comune di Bedar evacuato. In totale sono un migliaio le persone evacuate.

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?

Giuseppe Conte, Roberto Vannacci, Alessandro Di Battista. La quinta colonna del soft power russo in Italia. Non si tratta di essere prezzolati: aderiscono al filo-putinismo perché ci credono o perché è conveniente crederci. «Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti», dice il leader del M5s sul palco napoletano della prima riunione comiziale del campo largo (o meglio ristretto, non c’era Matteo Renzi), suscitando le comprensibili perplessità di quei riformisti superstiti del Pd che ancora chiedono: ma che davero davero dobbiamo allearci con questo signore?

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giuseppe Conte a Napoli (Ansa).

Si inserisce, nel dibattito sulla Russia, pure il generale in pensione: «Non sono d’accordo con Conte, è lui che è d’accordo con me». E non è un modo di dire, visto che questa settimana le delegazioni di Lega, M5s e FN hanno votato contro la relazione del 2025 del Parlamento europeo sull’Ucraina, testo in cui vengono accolti positivamente gli sforzi del Paese verso l’adesione ai Ventisette.

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Le litanie anti-europeiste di Dibba

Insomma non ce la vogliono proprio l’Ucraina nell’Unione, d’altronde per codesti signori Putin ha delle sue solide ragioni per volere la conquista di Kyiv. A dare manforte alle preziose opinioni putiniste ovviamente c’è anche Di Battista. Paper First, casa editrice del Fatto Quotidiano, ha inaugurato qualche tempo fa la collana SmartBook e la prima uscita è stata La Russia non è il mio nemico firmato Dibba, nel quale viene descritto un Paese immaginario a uso e consumo del Cremlino. La linea editoriale è la stessa del Fatto, come dimostrano gli editoriali travaglisti che ormai si sono sintonizzati su due standard: Renzi è un fellone e deve stare a casa sua, Putin ha delle ragioni che voialtri europeisti da strapazzo non vedete. Con una pubblica opinione così a che serve spendere milioni per comprare la gente? C’è gente che lo fa gratis, per l’engagement. Dibba lo fa forse per farci sghignazzare, anche quando è troppo serio e si lancia nelle litanie antieuropeiste nei suoi libercoli: «Basti pensare che finora l’Unione europea ha sostenuto il regime di Zelensky con quasi 200 miliardi di euro di denaro pubblico. Non solo. La folle strategia europea, sostenuta evidentemente dalla massiccia campagna denigratoria nei confronti di tutto quel che è russo, è servita a far accettare alle pubbliche opinioni del vecchio continente non solo i maxi-finanziamenti a Kyiv e le consegne di armamenti (molti dei quali spariti e presumibilmente finiti sul mercato nero), ma anche la sostituzione del gas russo, economico e di ottima qualità, con il gnl statunitense (gas naturale liquefatto), peggiore, più caro e molto più inquinante, dato che arriva in Europa non attraverso un gasdotto ma trasportato da immense navi-cisterne», scrive Dibba. Se la «denigrazione della Russia e dei russi» servisse almeno «ad arricchire l’Europa, non dico che arriverei ad approvarla ma almeno a comprenderla; ma la strategia Nato/Ue sta invece impoverendo l’Europa e contemporaneamente sta riducendo drasticamente le possibilità per l’Ucraina di restare un Paese sovrano».

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

Pd e FdI sono pronti a gestire i filoputiniani di area?

Ora, tutti questi signori saranno impegnatissimi in vista delle elezioni politiche del 2027. Conte, Vannacci, Travaglio con i suoi editoriali in cui condiziona la direzione politica del M5s. Dibba pure, visto che pare stia meditando di fare un partito suo. Conte, Vannacci e Dibba rischiano comunque di essere un serio problema per le coalizioni, perché rappresentano delle sacche di propaganda in lotta con la democrazia liberale. Tutti hanno buone possibilità di fare danni. Soprattutto chi è già saldamente in campo. Conte può far deragliare il campo largo, magari riuscendo persino a diventarne il capo in caso di primarie. Vannacci può condizionare il dibattito pubblico della destra al contempo bastonando e offrendosi al destra-centro. Pd e Fratelli d’Italia sono pronti a gestire i filo-putiniani di area? Fin qui parrebbe di no. 

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giorgia Meloni ed Elly Schlein (Ansa).


Consap e quell’affidamento per le Risorse umane che solleva una serie di domande

Un affidamento diretto da 53.680 euro oltre Iva, della durata di quattro anni e prorogabile per altri quattro. È il contratto con cui Consap (Concessionaria servizi assicurativi pubblici), società totalmente partecipata dal ministero dell’Economia che agisce come “braccio operativo” dello Stato per gestire fondi di garanzia, servizi assicurativi pubblici e indennizzi a tutela dei cittadini, ha assegnato a Deal srl la gestione delle presenze dei dipendenti attraverso la piattaforma di Risorse umane “Wel-Don”. Il documento, datato 22 settembre 2025, è firmato per Consap da Leonardo Francesco Nucara, responsabile della Direzione stazione appaltante. Ed è proprio sul ruolo di Nucara che si concentrano le principali domande.

Consap e quell’affidamento per le Risorse umane che solleva una serie di domande
Leonardo Francesco Nucara.

Servizio prorogabile per altri 48 mesi, con spesa di 28.800 euro più Iva

L’importo comprende 9.880 euro per la licenza, 6 mila euro per la configurazione, 600 euro mensili per assistenza e manutenzione e fino a 9 mila euro per personalizzazioni e integrazioni. È prevista inoltre la possibilità di prorogare il servizio per ulteriori 48 mesi, con una spesa aggiuntiva di 28.800 euro oltre Iva.

Sono interrogativi ai quali la direzione guidata da Nucara dovrebbe rispondere con atti e dati, soprattutto considerando la durata potenziale del rapporto, che potrebbe arrivare a otto anni.

Consap si avvale già dello Studio Donati per paghe e adempimenti fiscali

Deal srl è la società tecnologica collegata allo Studio Donati: ha sviluppato materialmente e gestisce a livello tecnico la piattaforma Wel-Don. Non è un caso: Consap si avvale già dello Studio Donati, riferibile a Corinna Donati, per attività relative alle paghe e agli adempimenti fiscali.

Il punto comunque resta politico e amministrativo: chi gestisce una società pubblica deve rendere comprensibili le proprie decisioni, soprattutto quando ricorre ad affidamenti esterni.

Non c’è chiarezza sulla valutazione della congruità economica

Nucara, in qualità di responsabile della Stazione appaltante e firmatario del contratto, dovrebbe quindi fare chiarezza sugli eventuali preventivi acquisiti, sulla motivazione dell’affidamento e sulla valutazione di congruità economica. Finché questi nodi non verranno sciolti, resterà il dubbio di una gestione poco trasparente, nella quale incarichi esterni, competenze interne e rapporti professionali sembrano sovrapporsi senza una spiegazione pubblica adeguata.

Prima condanna per gli insulti social a Liliana Segre

Si è chiuso a Milano il primo processo derivato da uno dei filoni di una maxi inchiesta sugli insulti social a Liliana Segre: il procedimento vedeva imputate otto persone in totale, accusa di diffamazione aggravata dall’odio razziale alla senatrice sopravvissuta alla Shoah. Un imputato, l’unico che aveva scelto il rito abbreviato, è stato condannato a 4 mesi con pena sospesa e a un risarcimento di 1.500 euro. Per un secondo imputato, invece, sono stati disposti 12 mesi di lavori di pubblica utilità alla Caritas, il versamento di 300 euro alla Fondazione Memoriale della Shoah e un percorso psicologico. Nelle scorse udienze alcuni imputati si erano scusati con delle lettere e avevano fatto pervenire risarcimenti, versati sempre al Memoriale della Shoah, con somme dai 500 fino ai 2 mila euro. Passaggi che avevano portato alla remissione delle querele da parte di Segre. Altri, invece, tra cui l’imputato in udienza oggi, sono stati ammessi all’istituto della messa alla prova: per l’unico che aveva scelto di essere giudicato con rito abbreviato è arrivata appunto la condanna.