Tablet, bambini e sensi di colpa: il governo si ricorda delle madri ma solo per accusarle
Poi dicono che il primo governo guidato da una donna non ha fatto nulla per le donne. È vero, in quattro anni la maggioranza di centrodestra non ha alzato un dito per aumentare i servizi sociali per bambini e anziani e per sostenere l’occupazione femminile, ha affossato il prolungamento del congedo di paternità, ha messo una pietra sopra alla riduzione dell’Iva sugli assorbenti, ha peggiorato la legge sulla violenza sessuale e, per scrupolo, ha pure sabotato l’educazione affettiva nelle scuole, che poteva contribuire alla prevenzione delle violenze. Ma, quasi fuori tempo massimo, il governo Meloni si è finalmente ricordato delle donne e, con la sensibilità che lo contraddistingue, ha individuato ciò di cui avevano davvero bisogno: un altro senso di colpa.

Quel tablet che distoglie la donna dalla sacra funzione materna
Nella fattispecie, quello di ricorrere troppo a telefoni e tablet quando espletano la sacra funzione materna. Il risultato è la campagna “Non è mai troppo presto”, promossa dal dipartimento delle Politiche contro la droga e le altre dipendenze per disincentivare l’uso di telefoni e tablet in tenera età. Per inciso: viene il sospetto che, quando hanno licenziato la campagna, i suoi promotori fossero distratti da telefoni e tablet, perché non si sono accorti che il titolo suona come un invito in senso opposto. Forse era più chiaro “non è mai troppo tardi” per mettere in mano dispositivi ai bambini, o per imparare ad autoregolarsi come genitori. Ma può anche darsi che al governo sembrasse pericoloso rievocare la famosa trasmissione in cui Alberto Manzi negli Anni 50 alfabetizzava efficacemente gli italiani illetterati, dopo tutta la fatica che il centrodestra ha fatto per incoraggiare l’analfabetismo funzionale, da Berlusconi in poi.
La depressione post-partum? Solo una bufala woke
Da un altro punto di vista, la campagna è perfettamente coerente con l’anatema anti-digitale: si articola in uno spot televisivo e in un opuscolo cartaceo – sì, un pieghevole, un volantino, bentornati negli Anni 70 — distribuito nelle maternità e nei reparti pediatria. Se questo non bastasse a capire che sono le madri il vero target della campagna, lo ribadisce lo spot, che si apre con una mamma dall’aria sfinita che allatta rispondendo a un vocale delle amiche, incurante degli occhioni del bebè che cercano i suoi. «Sei con lui, il telefono non serve», ammonisce una caption. Ora, esperti e associazioni denunciano la solitudine e l’isolamento delle neo-mamme, e la vera e propria stampella rappresentata dalle reti amicali in mancanza di altri tipi di supporto emotivo, psicologico e anche pratico, in un momento così delicato, ma il dipartimento diretto dal sottosegretario Alfredo Mantovano non transige: negli occhi del neonato c’è tutto ciò di cui una donna ha bisogno nella vita, e la depressione post-partum è solo una bufala woke.

Se le trasgressioni materne sono sfogarsi con le amiche e cercare di tenersi un lavoro
Torniamo allo spot. Flashforward, il piccolo Olly è cresciuto e gioca nel salotto cercando invano di attirare l’attenzione della madre, che sta smanettando al pc con lo sguardo sconsolato di una frescona che ha creduto che lo smartworking le permettesse di conciliare lavoro e genitorialità. A un certo punto la poveraccia, spazientita, chiede al papà, che se ne sta in un’altra stanza (non deve conciliare niente, lui), di mettere buono il piccino con il tablet. «Ha bisogno di te, non di uno schermo», la gela un altro severo monito. Praticamente siamo di fronte alla versione digitale di Balocchi e profumi, la canzone strappalacrime del 1928 oggetto di innumerevoli parodie. Solo che lì, almeno, la mamma trascurava la sua bambina per spassarsela fra cosmetici e tresche illecite, mentre un secolo dopo le trasgressioni materne sono a) sfogarsi con le amiche e b) cercare di tenersi uno straccio di lavoro dopo la maternità. Manca solo un parallelo con il tragico finale della vecchia canzone: un ultimo salto temporale in cui si vede la madre, pentita, sbattere con i pugni contro la porta chiusa di Olly, ora adolescente hikikomori, che si è tolto la vita secondo le istruzioni ricevute da un chatbot. «Ma il capo già reclina, e già richiude gli occhi, / piange la mamma pentita stringendolo al cuor». Zum, zum.

Un’Eva 4.0 introduce nell’Eden la velenosa mela digitale
Un momento. E se la matrice dello spot fosse ancora più antica? Fateci caso: è la madre che dà il cellulare al marito perché scatti un selfie di famiglia, o gli chiede di tacitare il pargoletto con il tablet. È attraverso di lei, l’Eva 4.0, che la velenosa mela digitale viene introdotta nell’Eden del focolare domestico e lo distrugge dall’interno. E l’Adamo digitale è solo un pisquano incapace di resistere alla tentazione; incapace, soprattutto, di partecipare attivamente all’educazione e all’intrattenimento dei propri figli. Del resto, nessuno glielo chiede, nessuno del governo, almeno. Accidenti, l’obiettivo dell’iniziativa – educare a non dare dispositivi digitali ai troppo piccoli – era anche giusto. Caro dipartimento delle Politiche contro la droga, se per qualcosa «non è mai troppo presto», sarebbe imparare a costruire una campagna multimediale degna di un Paese europeo nel 2026, che parli a padri e madri vere. Sotto questo profilo, però, va riconosciuto che lo spot contiene almeno un po’ di verità, nel senso che è interpretato da attori reali, e non realizzato interamente con l’IA, come quello per il rinnovo della carta d’identità. Ma chissà se al dipartimento se ne sono accorti.






























































