Luigi Brugnaro, ex sindaco di Venezia (dal 2015 al 2026), è stato rinviato a giudizio per la presunta violazione della legge sulle spese elettorali relativamente alla campagna per le Amministrative del 2020. Al centro dell’inchiesta che ha portato al processo, un presunto “sforamento” del tetto di spesa elettorale attorno ai 300 mila euro. Con Brugnaro andranno a processo – a vario titolo per falso e finanziamento illecito – anche l’ex capo di gabinetto Morris Ceron, il mandatario delle spese elettorali Adriano Giugie e Walter Bianchi, del Consorzio produzione e sviluppo Nordest. Il processo inizierà il 21 settembre.
Il gup di Roma ha rinviato a giudizio quattro medici che ebbero in cura il giornalista Andrea Purgatori, morto il 19 luglio 2023. Al radiologo Gianfranco Gualdi, l’assistente Claudio Di Biasi e la dottoressa Maria Chiara Colaiacomo, entrambi appartenenti alla sua equipe, e il cardiologo Guido Laudani, viene contestato il reato diomicidio colposo. Il processo inizierà il 12 gennaio 2027.
La richiesta di rinvio a giudizio era arrivata a marzo 2025
La procura di Roma aveva aperto un fascicolo di indagine per omicidio colposo in relazione alla morte di Purgatori a seguito di una denuncia della famiglia, che aveva chiesto di per fare chiarezza sulla correttezza della diagnosi refertata al giornalista e delle cure a cui era stato sottoposto. La richiesta di rinvio a giudizio per Gualdi, Di Biasi, Colaiacomo e Laudani era arrivata a marzo del 2025: secondo i pm i quattro avrebbero in effetti commesso errori diagnostici e somministrato terapie non adeguate.
Andrea Purgatori (Imagoeconomica).
La morte sarebbe stata causata da una catena di errori
Purgatori, affetto da tumore polmonare, è infatti morto a causa di un’endocardite infettiva (ovvero un’infiammazione delle valvole del cuore) non riconosciuta in tempo: l’errata diagnosi iniziale di metastasi cerebrali, formulata da Gualdi dopo una risonanza magnetica, avrebbe portato a cure inutili e debilitanti. A questo si aggiungono errori di valutazione su una grave ischemia. La catena di errori sarebbe iniziata addirittura un mese prima della morte del giornalista.
È morto all’età di 93 anni Giuseppe “Peppo” Sacchi, di fatto inventore della televisione privata e libera in Italia con il lancio nel 1972 di Telebiella, creata assieme alla moglie Ivana Ramella. Con lui lavorarono Enzo Tortora e Bruno Lauzi. E da questa emittente è partita inoltre la carriera di Ezio Greggio.
Il lancio di Telebiella e la sentenza della Corte Costituzionale
Nato a Como, Sacchi si era trasferito nel Biellese negli Anni 50, dopo aver lavorato in Rai, dove aveva realizzato alcune trasmissioni anche in ambito musicale. In Piemonte fondò nel 1971 Telebiella, primo esperimento di emittente locale in Italia, che iniziò le sue trasmissioni via cavo il 6 aprile 1972 lanciando lo spunto a Silvio Berlusconi per la creazione dei network televisivi privati. La novità, che sfidava il monopolio Rai, portò a un braccio di ferro legale, terminato nel 1974 con la sentenza della Corte Costituzionale che dette il via libera a Telebiella dopo un’iniziale chiusura forzata delle trasmissioni.
Il ricordo del ministro Pichetto Fratin: «Pioniere della tv privata italiana»
Questo il ricordo di Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica: «Sacchi è stato un pioniere della televisione privata italiana: con la sua Telebiella ebbe il coraggio e la determinazione di guardare oltre il modello del tempo, aprendo una nuova pagina del rapporto tra tv e cittadini nel Paese. La sua scomparsa mi addolora, perché prima di un grande professionista e di un innovatore è stato un vero amico, profondamente legato al Biellese, suo territorio di adozione».
Gli Stati Uniti hanno consegnato alla Nato un documento che contiene un piano per la riduzione della presenza militare americana in Europa, inclusi aviazione e marina. A rivelarlo è il quotidiano tedesco Welt, che ha analizzato il testo presentato all’Alleanza, secondo cui il motivo di questo disimpegno sarebbe lo spostamento dell’attenzione strategica degli americani verso la regione del Pacifico. Per quanto riguarda i mezzi schierati, le prime riduzioni riguardano le forze aeree. Il numero di aerocisterne KC-135 fornite dagli Stati Uniti all’Alleanza verrebbe ridotto da 71 a 63. Gli otto moderni KC-46 sarebbero completamente rimossi dalla pianificazione, i caccia F-16 passerebbero da 99 a 63 unità e gli F-15E da 54 a 36. Washington prevede inoltre di eliminare dalla pianificazione Nato tutti i droni da ricognizione strategica a lungo raggio e di ridurre quasi della metà il numero dei droni d’attacco MQ-9. Riduzioni anche per la componente navale, per gli aerei da pattugliamento marittimo e per l’aviazione bombardiera. Il quotidiano tedesco sottolinea che la questione di come colmare le lacune sarà discussa a metà giugno dai ministeri della Difesa dei Paesi alleati.
Giorgia Meloni ha annullato all’ultimo la sua partecipazione al summit Ue-Balcani di Tivat, località del Montenegro affacciata sulle Bocche di Cattaro. Il motivo? Ufficialmente, la premier si è attardata alla presentazione di un francobollo a Reggio Calabria. Ma forse dietro c’è altro.
Meloni ha espresso «rammarico» per la disdetta
Il summit Ue-Balcani, che vedeva sul tavolo temi cruciali come l’allargamento dell’Unione europea e l’Ucraina era iniziato ieri sera, con la cena dei leader dei Paesi membri. Ed è proseguito questa mattina. Meloni era attesa alle 15, decisamente in extremis visto che il vertice si sarebbe dovuto concludere alle 15:30. Ma alle 14 è arrivata la disdetta: «A causa del protrarsi della cerimonia, Giorgia Meloni non potrà più partecipare al Vertice Ue-Balcani Occidentali. Meloni ha informato personalmente il presidente montenegrino Jacov Milatović e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, esprimendo il proprio rammarico per l’impossibilità di raggiungere in tempo la riunione».
Giorgia Meloni accanto a Guido Crosetto alla cerimonia per il 212esimo anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri (Ansa/X Arma dei Carabinieri).
Cosa ci sarebbe dietro il forfait di Meloni
Ufficialmente, Palazzo Chigi ha attribuito la mancata partecipazioni di Meloni al vertice Ue-Balcani alle lungaggini della cerimonia per il 212esimo anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri, iniziata alle 11, a cui la premier ha preso parte assieme ai ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi. Meloni ha però poi deciso di partecipare anche alla presentazione di un francobollo dei Carabinieri ed è stato questo, di fatto, a impedirle di arrivare in tempo in Montenegro. Secondo quanto filtra da Roma, la presidente è molto scettica riguardo al coordinamento di Francia, Regno Unito e Germania con l’Ucraina, in vista delle trattative con la Russia, sia per l’esclusione dell’Italia, sia per la mancanza al tavolo degli Stati Uniti. Come riporta Bloomberg, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friederich Merz hanno in programma di incontrare nel fine settimana il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
«Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti». Lo ha detto Jessica Moretti, rendendo una dichiarazione spontanea in apertura dell’interrogatorio a Sion nell’ambito dell’inchiesta sul rogo del Constellation, il locale di Crans-Montana di cui è proprietaria insieme al marito Jacques. Presenti la procuratrice generale aggiunta del Cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di avvocati delle parti civili. L’imprenditrice ha assicurato di voler collaborare con gli inquirenti e ha evidenziato di aver sempre risposto alle domande. Nelle sue dichiarazioni, si è anche detta “dispiaciuta” dell’aggressione subita il 12 febbraio scorso con il marito Jacques da parte di un gruppo di genitori della vittime. «Siamo disposi a incontrare le famiglie, se lo vorranno», ha assicurato. Presente anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile. Sono numerosi gli aspetti da chiarire durante il processo, a partire dalla gestione della serata, dal tema della formazione dei dipendenti, dal perché sono state chiuse le porte di sicurezza al perché c’era un solo ingresso per fare accedere e defluire le persone. E poi i temi economici legati ai profili di anti riciclaggio.
Il gup di Roma ha condannato in rito abbreviato a 6 anni e 4 mesiTancredi Antoniozzi, figlio del deputato di Fratelli d’Italia Alfredo, vicecapogruppo meloniano alla Camera: il 22enne, che faceva parte di una banda dedita alle rapine di orologi di lusso ai danni di coetanei nel quartiere Parioli, è stato anche ritenuto responsabile del reato di tentata estorsione. Il gup ha inoltre disposto una condanna a 5 anni e 8 mesi per David Cesarini e a 3 anni per Manuel Fiorani. Assolto invece «per non aver commesso il fatto» Michael Giuliano, indicato inizialmente dall’accusa come uno dei membri del gruppo. Le indagini sulla “banda dei Rolex” era nata da un colpo messo a segno l’11 dicembre 2024: il gruppo aveva rapinato un ragazzo in via Cavalier d’Arpino, sottraendogli – sotto la minaccia di un coltello da cucina – un orologio modello Daytona da 20 mila euro. Antoniozzi avrebbe orchestrato il “colpo”, tentato poi di estorcere denaro al legittimo proprietario del Rolex in cambio della restituzione dell’orologio.
Mercoledì, a Tor Bella Monaca, periferia romana, è stato inaugurato un campetto da basket. A un primo sguardo una non notizia, una cosuccia da niente che nemmeno meritava una brevina nelle pagine locali dello sport. E invece c’erano da leccarsi i baffi visti i partecipanti: tutti big della politica sono accorsi al piccolo evento che si è ‘celebrato’ in via Gabbiani, Municipio VI, il cui presidente Nicola Franco è di FdI. Con i fondi del Viminale, è stato tagliato il nastro di un campetto da basket. Assente il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri che ha delegato la presidente dell’Assemblea Capitolina, Svetlana Celli. Presenti il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, il prefetto di Roma Lamberto Giannini, e poi alti gradi della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Pure la banda. Guest star: Arianna Meloni, capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia.
«Scende in campetto», si sentiva bisbigliare tra i presenti. Discorso alato quello del numero uno del Viminale: «Questa iniziativa è sostenuta da un concerto di istituzioni che qui vuole portare condizioni di sicurezza non solo attraverso l’ineludibile azione delle forze dell’ordine, ma anche attraverso la sollecitazione degli elementi della coesione sociale». Ovvero, lo sport. E qui arriva la lezione, che a molti è sembrata in versione Istituto Luce del ventennio in orbace: «Occorre dare ai giovani una disciplina, insegnare loro che darsi delle regole, che si fondono sul rispetto del prossimo e sulla capacità anche di piegare la testa quando arriva una sconfitta, predisponendosi al riscatto e preparandosi per la successiva vittoria, significa prepararsi alla vita». Non mancavano, tra il pubblico, gli atleti dei gruppi sportivi militari. Per Arianna Meloni è già cominciata la campagna elettorale sul territorio, nelle periferie, a cominciare da “Torbella”. In molti sono pronti a scommettere su una sua candidatura alle prossime Politiche. Una cosa è certa: quando la sorella della premier presenzia a un evento, i vip governativi accorrono in massa. Sarà anche perché «nel partito le liste dei candidati le fa lei», come malignano a via della Scrofa.
Fratoianni a Milano per Tax the rich
Si parla sempre di tasse, di imposte sulle successioni, accise e tutto ciò che fa fisco: ed ecco che venerdì a Milano spunta Nicola Fratoianni per un appuntamento targato The Left, ovvero il gruppo parlamentare europeo di cui fanno parte, per l’Italia, Sinistra Italiana e il M5s. Il titolo dell’incontro già la dice lunga: “Tax the rich”, ovvero tassa il ricco. E il Frato, come lo chiamano a Roma, la tocca piano: «Da quando è stata diffusa la notizia del meeting che come Alleanza della Sinistra Europea terremo a Milano si è scatenata una vera e propria tempesta mediatica da parte della destra e dei suoi giornali che ha dell’incredibile per virulenza, ossessione, manipolazione della verità. Ci dicono che vogliamo fare l’inutile caccia ai ricchi, che vogliamo graziare gli evasori fiscali e punire l’esausto ceto medio, che vogliamo mettere le mani nelle tasche degli italiani. Assurdo». E ancora: «Sono loro che da decenni in realtà mettono le mani delle tasche di quegli italiani che pagano fino all’ultimo centesimo e che vengono tassati ben oltre le loro capacità contributive». Inutile dire che nel governo di Giorgia Meloni i “meeting” come questi e l’idea di patrimoniali vengano salutati con favore e sono molto ben visti…
Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).
Addio a Ettore Torri
Se n’è andato Ettore Torri, classe 1931, magistrato di lunghissimo corso che ha seguito inchieste “pesanti” durante la sua carriera, impegnandosi anche nella giustizia sportiva. Entrò in magistratura nel 1959, e per 47 anni è stato in forze alla Procura di Roma, assumendo gli incarichi più importanti. Le sue dichiarazioni sul doping fecero rumore, aprendo a tutti gli occhi su pratiche che venivano nascoste ma che in realtà erano troppo frequenti. Non aveva peli sulla lingua, quando doveva dire qualcosa non ci pensava due volte. I funerali si svolgeranno nella mattinata di sabato, a Roma, nella chiesa di San Gioacchino in Prati.
L’Azerbaigian si è ritrovato inaspettatamente (e suo malgrado) al centro dei due principali conflitti in corso. Secondo quanto riferito dalle autorità di Baku, cinque marinai azeri sono rimasti uccisi in un attacco di droni contro due navi cargo provenienti dalla Turchia e dirette in un porto russo, che si trovavano nel Mar d’Azov. Il raid, presumibilmente, è stato condotto dalle forze ucraine.
Le presunte operazioni di Israele in Azerbaigian
La notizia segue a stretto giro l’indiscrezione riportata dalla Cnn, secondo cui Israele – nell’ambito di una rete di siti clandestini in tutto il Medio Oriente – ha segretamente dispiegato unità militari e di intelligence d’élite in Azerbaigian nella sua guerra contro l’Iran. Le forze di Tel Aviv, spiega l’emittente americana, hanno operato da diverse località nell’Azerbaigian meridionale, cioè vicino al confine con la Repubblica Islamica, conducendo missioni di raccolta informazioni e operazioni con droni.
Al via Mgi Italia, una società nata dalla joint venture tra un’azienda britannica, la Mgi Engineering Ltd, e una italiana, la Vigilar Group Spa, per la produzione di droni. La prima è una società di ingegneria con sede nell’Oxfordshire specializzata nell’ingegneria di sistemi ad alte prestazioni nei settori aerospaziale, della difesa e automobilistico. La seconda opera nei settori intelligence, sicurezza e servizi avanzati. «Crediamo che questa partnership rappresenti un passo importante verso la costruzione di un ecosistema di innovazione più forte e l’affermazione dell’Italia come hub strategico per il futuro sviluppo tecnologico e industriale», ha dichiarato Francesco Castro, ad di Vigilar Group. La sede della nuova società è a Modena. Il focus sarà quello di sviluppare soluzioni avanzate per la difesa, la sicurezza, l’aerospaziale e altri settori ad alto valore aggiunto.
In attesa di un volo Ita Airways nella lounge dell’aeroporto di Fiumicino, il senatore meloniano Roberto Menia si è scagliato contro una coppia omosessuale che, durante una videochiamata con amici, si era lasciata andare – a suo modo di vedere – a qualche carezza e abbraccio di troppo. «Questo è un posto pubblico, non potete fare quello che volete», ha urlato l’esponente di Fratelli d’Italia alla coppia, formata da due uomini sulla quarantina: «Le effusioni fatevele a casa vostra, non qui». Vista l’ira di Menia, che non accennava a calmarsi, la coppia è stata costretta a chiamare una hostess di Ita Airways per chiedere aiuto.
Menia non si pente: «Sono stati poco civili»
«Sono stati poco civili. Si abbracciavano, si accarezzavano, ma si possono fare queste cose in un aeroporto? Non cambio idea. Questi signori non possono fare quello vogliono. È cattiva educazione», ha detto Menia raggiunto da Repubblica, senza dimostrare alcun pentimento. Il senatore ha poi smentito di aver aggredito verbalmente la coppia perché omosessuale: «Vale anche per un uomo e una donna, vale per tutti. Non c’è una categoria superiore a un’altra. E dopo tutto questo si sono permessi di fare un’altra videochiamata e hanno ricominciato a toccarsi». Sul posto era presente anche il senatore del M5s Luca Pirondini: «Ho detto a Menia che non doveva permettersi, l’omofobia nel nostro Paese non è ammessa».
È morta a 89 anni Vania Traxler, Signora del cinema d’autore italiano. Milanese cresciuta a Bologna, di origine ebraica, erede di una importante famiglia di esercenti, produttori e distributori, nel 1976 fondò la società di distribuzione Academy Pictures, con la quale iniziò a distribuire film d’essai facendo conoscere al grande pubblico importanti registi come Peter Greenaway, Wim Wenders, Éric Rohmer, Jim Jarmusch, Atom Egoyan, Pedro Almodóvar, Krzysztof Kieślowski e Spike Lee. La metodologia di lavoro consisteva nella fidelizzazione del pubblico attraverso la promozione del film e l’attivazione di un rapporto di fiducia con gli esercenti, i quali finivano per dare spazio anche ai film considerati più deboli del loro listino. Negli anni successivi ha continuato il lavoro di distributrice di cinema d’autore internazionale fondando prima la Lady Film e poi la Archibald Enterprise Film.
«Punto di svolta per la distribuzione indipendente del miglior cinema d’autore in Italia»
«Addio indimenticabile Vania, donna forte, bellissima e dal temperamento inimitabile. Autentica donna di cinema e abile cuoca». Così la casa editrice Edizioni Sabinae con cui aveva pubblicato Sognavamo al cinema, che raccontava la sua avventura imprenditoriale. «Con lei se ne va un punto di svolta per la distribuzione indipendente del miglior cinema d’autore in Italia», ha aggiunto la Federazione italiana cinema d’essai. «La sua Academy Pictures, fondata assieme al marito, ha contribuito allo sviluppo del cinema d’essai in Italia, a partire da Il matrimonio di Maria Braun di Fassbinder nel 1978, proseguendo con Il cielo sopra Berlino, il cinema di Eric Rohmer, Peter Greenaway e una miriade di altri autori, maestri ed esordienti che hanno impreziosito la programmazione di un numero sempre crescente di sale che hanno creduto nella qualità autoriale e nella diffusione della cultura cinematografica. A lei, che oggi ci ha lasciati, va la nostra gratitudine per una vita di amore per il cinema».
Un drone navale è stato individuato nel porto di Costanza, sulla costa romena del Mar Nero, provocando l’immediata evacuazione dell’area da parte delle autorità. Pochi minuti dopo il ritrovamento, una forte esplosione è stata avvertita nella zona portuale. Il ministero della Difesa, confermando i fatti, ha reso noto che non ci sono feriti. Il mezzo senza equipaggio era stato localizzato presso una banchina utilizzata dall’Agenzia romena per il salvataggio della vita umana in mare (Arsvom). Simile a quelli usati nella guerra in Ucraina, è esploso autonomamente e non è chiaro a chi appartenesse. L’episodio arriva a pochi giorni da un altro incidente avvenuto nella Romania orientale, quando un drone russo di tipo Geran-2 si è schiantato contro un edificio residenziale a Galați, provocando un’esplosione, un incendio e il ferimento lieve di due persone.
Romania's Constanța Port cordoned off after an explosion. A naval drone was reportedly discovered nearby earlier this morning. pic.twitter.com/Hscd7XxzLF
Nel governo sono in corso riflessioni su come rimodulare gli aiuti contro il caro energia. Allo studio c’era l’ipotesi di un voucher per le fasce più fragili della popolazione, il cosiddetto bonus anti-rincari che nelle prime settimane della guerra in Medio Oriente era stato archiviato in favore del taglio generale delle accise, che però non sarebbe piaciuto per niente alla Lega. La misura non convincerebbe troppo nemmeno Fratelli d’Italia, nonostante uno degli sponsor di questo strumento fosse stato il ministro Adolfo Urso. Per il momento quindi, non se ne fa nulla, e in Cdm non sono arrivati provvedimenti per ovviare al caro energia. Si proseguirà dunque per qualche altra settimana con un nuovo taglio delle accise.
Confermate le indiscrezioni degli ultimi giorni: Xi Jinping incontrerà Kim Jong-un a Pyongyang la prossima settimana, l’8 e il 9 giugno. Da quando è salito al potere, il presidente cinese ha visitato la Corea del Nord una sola volta finora, nel 2019. Ma, dopo anni di rapporti tiepidi, i due Paesi stanno rafforzando i loro rapporti, come aveva già dimostrato il viaggio di Kim a Pechino dello scorso settembre. Inoltre, ad aprile aveva viaggiato a Pyongyang il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. In più, da qualche tempo sono ripartiti i collegamenti aerei e ferroviari tra le due nazioni asiatiche.
Kim Jong-un (Ansa).
Perché Xi volerà da Kim in Corea del Nord
Negli ultimi anni, la Corea del Nord si è avvicinata alla Russia, stringendo accordi che prevedono la fornitura di petrolio, derrate alimentari e tecnologia in cambio di truppe e munizioni per la sua guerra intrapresa da Vladimir Putin in Ucraina. I due Paesi hanno anche siglato, nel 2024, un patto di difesa reciproca. Con il viaggio alle porte, Xi punta a riaffermare la propria influenza sulla Corea del Nord, anche (e soprattutto) per creare deterrenza contro un eventuale aumento della presenza militare Usa nella penisola coreana (dunque vicino alla Cina) e, in generale, nell’Asia-Pacifico. Inoltre, in uno scenario globale caratterizzato dal caos, Xi punta a presentare la Repubblica Popolare come una grande potenza in grado di dialogare con tutti, a differenza del grande rivale rappresentato dagli Stati Uniti.
Trump nel secondo mandato non ha ancora visto KIm
Durante il suo primo mandato, Donald Trump ha incontrato tre volte Kim in Corea del Nord per discutere del programma nucleare del Paese eremita, ma da quando il tycoon è stato rieletto alla Casa Bianca i due leader non si sono ancora rivisti di persona, nonostante la disponibilità – almeno a parole – a un nuovo bilaterale. Nel frattempo Xi è passato da una posizione intransigente sul nucleare nordcoreano a una più morbida, riavvicinandosi pertanto a Kim.
L’addio di Pina Picierno al Pd è stato salutato persino con gioia dagli schleiniani, che evidentemente non vedevano l’ora di liberarsene. Era già accaduto di recente con Elisabetta Gualmini e con Marianna Madia. Festeggiamenti sui social e nelle chat di partito; insomma viva e vibrante soddisfazione per essersi tolti un peso. Come se Picierno stesse bloccando il dibattito pubblico del Pd, ne impedisse lo svolgimento. Come se l’immagine del centrosinistra fosse stata fin qui appesantita dalla vicepresidente del Parlamento europeo.
L’intervento di Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd, 14 dicembre 2025 (Ansa).
Il renzismo di Schlein
Ragionevolmente non cambierà niente nel Pd, dove il dibattito pubblico è stato normalizzato con l’arrivo di Elly Schlein, la segretaria inclusiva che non sa ben gestire il dissenso politico; in questo ricorda alcuni aspetti deteriori di Matteo Renzi, anche se a nessuno verrebbe di ammettere che la leadership schleiniana è settaria quanto muscolare era quella dell’ex presidente del Consiglio.
È da quando Schlein ha vinto il congresso che la nuova maggioranza brinda e festeggia. Prima per aver ribaltato il risultato nelle primarie nel 2023, poi per aver azzerato la discussione in un partito litigioso nel quale la linea del segretario di turno è sempre stata impallinata sui giornali, in tv, sui social, un giorno sì e l’altro pure. Il risultato principale di Schlein è dunque quello di aver evitato il logoramento quotidiano che i suoi predecessori hanno sperimentato sulla loro pelle. L’assenza di un’alternativa politica forte – lo sconfitto Stefano Bonaccini si è presto unito al coro schleiniano – ha senz’altro aiutato.
Elly Schlein con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).
Ciaoni progressisti anche a un pezzo di elettorato
Epperò, fra tutti questi festeggiamenti e brindisi e stelle filanti e giochi di luce stroboscopici, insomma fra tutti questi “ciaoni” in versione progressista non verrà il dubbio a qualcuno che un pezzo dell’elettorato forse non sarà felice del trattamento ricevuto per interposta Madia, per interposta Picierno?
Percularne uno per educarne cento non sembra essere la soluzione migliore per trattenere elettori che forse faticano a stare nel Pd di oggi e che avrebbero bisogno di incentivi a rimanere.
Non manca poi molto alle elezioni politiche e gli scenari di conflitto politico suffragati dai sondaggi testimoniano una vivace polarizzazione in vista del 2027, quando non ci sarà spazio – è vero – per cose centriste, ma ci sarà sempre tutto lo spazio per restare a casa.
Elly Schlein, Maurizio Landini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).
La trappola identitaria della segretaria
La trappola identitaria di Schlein non è dunque solo programmatica – la solita patrimoniale – ma insiste su un desiderio di autosufficienza politica. Altro che campo largo, insomma, dove tutti coesistono nella pacifica competizione. Pluralismo è infatti cosa decido io, un po’ come capotavola è dove si siede Max D’Alema. Fin qui il Pd ha scambiato il risultato referendario di marzo per una proiezione politica sul 2027, ma già le elezioni di Venezia – con la vittoria del centrodestra al primo turno – hanno riacceso qualche pensiero funesto, come Fantozzi fu colpito da un leggerissimo sospetto: non è che Giorgia Meloni è tutt’altro che morta politicamente?
Elly Schlein con Marta Bonafoni (Imagoeconomica).
Il duello con Conte tornato in casacca gialloverde
In ogni caso, c’è da aspettarsi – come già sta succedendo a destra per via di Roberto Vannacci – che l’offerta politica del Pd si radicalizzi per rispondere alle fuoriuscite riformiste. D’altronde se la prospettiva è quella delle primarie di coalizione, con il duello fra Schlein e Giuseppe Conte, bisogna già acconciarsi alla singolar tenzone. Conte ancora una volta cerca di buttare la palla in tribuna, prima proponendo le primarie dopo aver appena vinto il referendum, poi rispolverando vecchie tematiche gialloverdi sulla sicurezza dopo il primo turno delle Amministrative.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il Pd rischia di non potersi tirare indietro nella gara al rialzo (o al ribasso, dipende dai punti di vista) con il M5s e non avrà molta pietà dei riformisti superstiti, nemmeno di quelli che si sono uniti armi e occhiali a goccia alla causa dello schleinismo, nella composizione delle liste elettorali.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scritto una lettera indirizzata a Vladimir Putin proponendo un incontro per «porre fine a questa guerra attraverso un dialogo diretto tra noi e voi». «Oggi, la linea della guerra è la linea da cui deve partire la diplomazia. L’Ucraina è pronta per un cessate il fuoco completo per tutta la durata dei negoziati», ha aggiunto nella missiva. «Questa è la prassi consolidata e gli attuali sviluppi relativi all’Iran non fanno che rafforzare questo concetto. Il tentativo di instaurare un vero silenzio è il modo migliore per iniziare a dialogare». E ancora: «Dato che la guerra si sta svolgendo in Europa, e dato che l’Ucraina necessita di garanzie di sicurezza, mentre anche voi cercate garanzie di sicurezza per voi stessi, sarebbe logico coinvolgere coloro che possono autenticamente fungere da garanti. Riteniamo che l’Europa debba far parte di questo processo, coloro che hanno realmente la capacità di influenzare la situazione. Riteniamo inoltre che gli Stati Uniti debbano far parte del processo. Questo è ciò che potrebbe aiutare a plasmare una nuova architettura di sicurezza per la nostra parte di mondo».
La replica di Mosca: «Zelensky è benvenuto per incontrare Putin in ogni momento»
Il Cremlino ha risposto alla lettera dicendo che Zelensky è benvenuto per incontrare Putin a Mosca «in qualsiasi momento». Lo hanno riportato i media statali citando il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, aggiungendo che al presidente russo non era ancora stata mostrata la lettera di Zelensky. In un incontro con i massimi dirigenti delle agenzie di stampa internazionali, Putin ha detto che «non è necessario sospendere le ostilità per avviare i negoziati».
Un addio ampiamente previsto, raccontato, annunciato, costruito nel corso dei mesi. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ha lasciato il Pd, dunque il gruppo dei Socialists and Democrats, per passare al Partito Democratico Europeo, di cui è segretario Sandro Gozi, e che fa parte del gruppo Renew. In questo modo peraltro la delegazione del Pd in S&D si riduce ulteriormente, dopo l’addio di Elisabetta Gualmini a febbraio di quest’anno. Finora i deputati erano 20, come la Spagna, ora diventano 19. Il Pd dunque non è più la delegazione più numerosa dentro il gruppo socialista. Non solo. Il partito di Elly Schlein, garantisce Picierno sbattendo la porta, non è nemmeno più la casa dei riformisti, dunque meglio sloggiare. Prima di lei, a inizio maggio, Marianna Madia aveva salutato la curva per aderire a Italia viva, seppur con toni meno ruvidi.
Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd all’Auditorium Antonianum, dicembre 2025 (Ansa).
Guerini punge Schlein ma resta al suo posto
Ma adesso? Magari ci saranno altri addii, anche se qualche allarme è già rientrato, peraltro da tempo. Lorenzo Guerini, che pure non ha condiviso il passaggio alla maggioranza schleiniana di Stefano Bonaccini, saluta cordialmente la compagna di battaglie riformiste ma rimane al suo posto: «Mi spiace molto che Pina Picierno abbia deciso di lasciare il Pd», dice. «Abbiamo fatto tante battaglie insieme e ne ho sempre apprezzato determinazione e coraggio. Anche quando, come in questo passaggio, avevamo una visione diversa. Le auguro davvero il meglio. Spero che la sua uscita sia valutata con attenzione e con rispetto. Il valore del pluralismo del Pd credo sia una delle sue fondamenta, se si impoverisce ne risente in negativo tutto il partito. Mi auguro che lo si abbia tutti presente». Lui presente lo ha di sicuro visto che nello stesso giorno dell’addio di Picierno, in un’intervista al Corriere della sera, non ha risparmiato stilettate alla segreteria, dai «necessari» investimenti nella difesa che «non possono essere subordinati alle ragioni di un’alleanza», perché «l’unità è importante, ma non può essere l’unica stella polare. Servono responsabilità e visione, non una confusa demagogia», alla patrimoniale recentemente rispolverata da Schlein. «La priorità delle priorità è la crescita», sottolinea Guerini. «E gli stipendi degli italiani, ben sotto la media europea. E gli affanni della produzione industriale. Ce n’è abbastanza, direi, per lavorare a dare risposta su questi fronti».
Lorenzo Guerini (Imagoeconomica).
La favola della Cosa centrista e la lezione di Renzi
Da parecchio si favoleggia di una Cosa centrista, un ircocervo – per metà libdem, per metà cattolico – che vada in doppia cifra e certifichi l’esistenza in vita di un punto di riferimento istituzionale che dia risposte ai delusi di entrambi gli schieramenti. Eppure quell’epoca è finita da tempo, le ambizioni terzopoliste sono state incenerite dalle elezioni politiche del 2022, quando Matteo Renzi e Carlo Calenda entrarono insieme in Parlamento, ma solo per separarsi. Un’alleanza di scopo durata quanto uno yogurt. Un’esperienza che ha segnato dirigenti ed elettori, convinti di non volerla più ripetere. D’altronde questa è un’epoca polarizzante e polarizzata. L’indicatore maggiore dell’assenza di una prospettiva centrista lo fornisce sempre Renzi, che da mesi è entrato saldamente dentro il campo largo e ripete in ogni dove che non ci sono spazi oggi per partitini di centro o esperimenti analoghi. D’altronde la sua Italia viva non si schioda dal 2 per cento (ultimo sondaggio Ipsos di 20 giorni fa) nonostante l’iperattivismo del caro leader.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Picierno sembra seguire la logica calendiana
È dentro la coalizione di centrosinistra che si deve restare, come ha anche detto Madia andandosene dal Pd, quasi a spiegare che niente in fondo è cambiato: sì, me ne vado, ma tanto resto in un partito del campo largo, è soltanto un travaso parlamentare, che volete che sia. È il progetto di chi, bettinianamente parlando, vuole costruire una coalizione in cui c’è la sinistra, autorevolmente rappresentata dal Pd, e poi c’è la “gamba” (non s’è mai capito se terza o quarta, dipende dalle convenienze) riformista. Secondo questo schema, i riformisti sono legittimati a essere inseriti in una quota di rappresentanza, una fascia politico-sociale protetta. Picierno, per come si è mossa e per quello che ha detto in questi mesi, sembra ambire a restare fuori dallo schema Bettini-Franceschini, aderendo alla logica della corsa in splendida solitudine di Carlo Calenda, che non vuole fare un altro Terzo Polo ma andare dritto da solo con Azione. Non a caso, il leader azionista si è subito scapicollato su X, invitando la vicepresidente del parlamento europeo a unirsi alla causa. Così come Luigi Marattin del Partito Liberaldemocratico, pronto ad accogliere Picierno. Per ora, insomma, l’europarlamentare ex Pd ha risolto il problema della collocazione a livello europeo. Ha trovato una casa, Renew. Quello che le manca è però una sistemazione italiana.
Violenza sessuale, concussione e maltrattamenti nei confronti di diversi allievi, almeno sette. Sono questi i reati di cui è accusato un insegnante della scuola militare Teulié di Milano, che è stato arrestato. Secondo le pm Letizia Mannella e Alessia Menegazzo, che coordinano le indagini condotte dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria, il docente avrebbe minacciato di ostacolare gli allievi agli esami di maturità se non avessero soddisfatto le sue richieste.
La Procura: «Assoggettamento psichico degli studenti»
L’inchiesta è nata dalla denuncia di una delle sette vittime maggiorenni, allievi dell’istituto di formazione dell’Esercito Italiano che ha sede in Corso Italia. Come si legge nella nota della procura guidata da Marcello Viola l’uomo, 48enne, da ottobre del 2024 avrebbe creato un «assoggettamento psichico degli studenti, sottoposti a un regime di sopraffazione, vessazione, umiliazione e manipolazione», attraverso il quale avrebbe costretto gli allievi «a subire abusi sessuali e a condividere particolari intimi della loro vita».
Il sindaco Roberto Gualtieri ha firmato l’ordinanza che nomina Barbara Marinali come membro del consiglio di amministrazione e presidente di Atac, l’azienda che gestisce in concessione buona parte del trasporto pubblico locale oltre che i parcheggi a pagamento e di interscambio di Roma. «Abbiamo scelto una figura autorevole e preparata, di cui ho imparato ad apprezzare competenze e professionalità già alla guida di Acea», ha dichiarato Gualtieri. Con Mariali, capace col suo curriculum di mettere d’accordo le varie anime della maggioranza capitolina, si completa così il valzer delle nomine in Campidoglio.
Roberto Gualtieri e Barbara Marinali (Imagoeconomica).
Il curriculum di Marinali: dal 2023 era presidente di Acea
Marinali, che dal 2023 era a capo di Acea, ha di fatto scambiato il posto con Alessandro Rivera, il quale ha appena lasciato la presidenza di Atac per assumere la guida dell’azienda pubblica attiva nei settori idrico, ambientale ed energetico. Prima di Acea (di cui ora è diventata vicepresidente), Marinali è stata membro del cda di Webuild e presidente di Open Fiber, oltre che consigliera per sette anni consigliera dell’ART, l’autorità di regolazione dei trasporti. Prima ancora è stata direttore generale per le infrastrutture stradali presso il MIT. Attualmente è anche nel board di ATM – Azienda Trasporti Milanesi, nonché vicepresidente vicaria di Utilitalia e componente del Consiglio di indirizzo del Teatro dell’Opera di Roma.