Oltre il referendum c’è di più. I dati definitivi e ufficiali devono ancora essere certificati, è vero, ma una prima analisi del voto amministrativo che avrebbe dovuto portare alle urne 6 milioni di italiani (e invece ne ha portati poco più della metà) consegna la foto di un pareggione tra centrodestra e centrosinistra, con una città che spariglia, Venezia, e fa pendere la bilancia politica a favore di Giorgia Meloni.
La vittoria di Venturini suona come una sberla al campo largo
I dati saranno poi pesati, letti e valutati in controluce, ognuno canterà vittoria, nessuno pronuncerà la parola sconfitta. Ma quando sui desk delle redazioni è arrivata la prima notizia della possibile e non prevista vittoria in Laguna di Simone Venturini, civico di centrodestra, sul compassato dem Andrea Martella, la lettura che ha prevalso è stata quella di una sberla al campo largo. O perlomeno, di un sano bagno di realismo dopo la sbornia del referendum.
Simone Venturini (Imagoeconomica).
Le battaglie nazionali alle Comunali contano poco
Perché troppi nei palazzi avevano fatto una facile equazione: Meloni sconfitta al referendum vuol dire Meloni sconfitta alle Politiche tra un anno. E invece oltre al No al referendum c’è di più. Innanzitutto chi bazzica un po’ la politica sa che le elezioni amministrative anticipano i trend politici ma non si fanno anticipare da loro. Chi spera di conquistare i Comuni grazie alle battaglie nazionali spesso sbaglia. Contano i candidati forti e non piazzati a fine carriera (e in questa tornata hanno vinto o i giovani o i capipopolo, come Vincenzo De Luca pronto a tornare regnante della sua Salerno per la quinta volta), contano i programmi più puntuali, dal futuro dei bus alla realizzazione di un marciapiede.
Vincenzo De Luca (Imagoeconomica).
Al campo largo non basta che il centrodestra combini guai
Eppure tutti a Venezia, dopo i disastri del trio Nordio-Venezi-Buttafuoco/Giuli, si aspettavano la vittoria del senior Andrea Martella sul giovane braccio destro dell’uscente Brugnaro. La vittoria del diligente e ordinato centrosinistra però non è arrivata nemmeno a fronte di un centrodestra pasticcione e scombussolato. Perché evidentemente non basta al campo largo che il centrodestra combini guai, nemmeno guai di rango internazionale, per vincere le elezioni. Un promemoria, questo, arrivato abbastanza in tempo per correre ai ripari, se Elly Schlein e Giuseppe Conte capiscono il messaggio.
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
La scelta di un sindaco scalda meno del No al referendum
Martedì con calma si cercherà anche di capire perché l’affluenza continua a calare; si cercherà di capire se, come molti temono, quei giovani corsi in massa a votare No al referendum sulla giustizia siano rimasti invece a casa quando si trattava di scegliere un sindaco. Ma intanto il messaggio degli elettori è arrivato forte e chiaro: servono programmi concreti e non ambigui, alleanze certe, candidati brillanti, insomma un progetto con la P maiuscola. Gli errori degli altri, l’antipatia degli italiani per Trump, la timidezza del governo nel criticare Israele, i salari bassi, le ristrettezze della sanità pubblica, non bastano. Per vincere, oltre al No, serve di più.
Secondo i suoi detrattori più incalliti è più bravo ad allenare i giornalisti che i giocatori. Nel senso che Massimiliano Allegri, reduce da un cocente fallimento alla guida del Milan, è forse il tecnico della Serie A che più gode di buona stampa. Difficilmente finisce sul banco degli imputati, spesso viene assolto anche di fronte a risultati modesti. Che farebbero rotolare la testa di qualsiasi altro collega meno protetto. Insomma, una narrazione benevola, alimentata in particolar modo da una nutrita e agguerrita schiera di opinionisti che popolano le tivù e i salotti in cui si litiga sul pallone difendendo la posizione del 58enne livornese con un trasporto che tradisce amichettismo. Questa volta però, almeno involontariamente, anche la carta stampata ha teso un imprevedibile agguato a Max. E per di più su La Gazzetta dello Sport, il quotidiano più letto d’Italia e di certo nella lista di quelli indulgenti con Allegri.
“Meglio di una vittoria di corto muso c’è solo un colpo sul muso”
A pagina 4 della Rosea, infilata proprio tra gli articoli che raccontavano la disfatta rossonera in casa contro il Cagliari, lunedì 25 maggio è comparsa un’enorme pubblicità sul wrestling che sponsorizzava la Wwe trasmessa in esclusiva su Netflix. Peccato che il claim fosse questo: “Meglio di una vittoria di corto muso c’è solo un colpo sul muso”, con tanto di immagine di un calcione in faccia tra due combattenti sul ring. Beffardo, quasi canzonatorio per l’allenatore del Milan che aveva metaforicamente appena sbattuto il muso fortissimo, mancando in modo clamoroso la qualificazione alla Champions League 2026-2027 per colpa della sconfitta a San Siro, dopo essere stato tra le prime quattro posizioni praticamente per tutto il campionato.
La beffarda pubblicità sul wrestling.
Per chi fosse sbarcato da Marte nel weekend, quella del corto muso è una filosofia teorizzata da Allegri il 13 aprile 2019, quando allenava la Juventus, dopo una partita persa a Ferrara contro la Spal: «Sei intenditore di ippica?», chiese a un giornalista in conferenza stampa. «Nelle corse dei cavalli non c’è bisogno di vincere di cento, basta mettere il musetto davanti. Fotografia: corto muso».
Game over per i “risultatisti” senza risultati
Pragmatismo e vittorie speculative al fotofinish, senza dare spazio allo spettacolo: il neologismo divertì tutti tantissimo e finì sulla Treccani nel 2021, ma dopo quel campionato il tecnico non ha vinto (quasi) più nulla, eccezion fatta per una Coppa Italia nel 2023-2024. A dimostrazione che il modo sparagnino e “risultatista” di intendere lo sport (e la vita) è stato superato dalla storia e dall’evoluzione del calcio, che va nella direzione dei “giochisti” alla Cesc Fabregas (Como), chiamati con disprezzo «filosofi» dalla claque allegriana, ma che alla fine guarda caso hanno superato il Milan all’ultima curva, per un punto. Di corto muso.
L’allenatore del Como Cesc Fabregas (foto Ansa).
Da “Solo Max” alla rivoluzione che gli costerà la panchina
E pensare che fino a tre giorni prima la stessa Gazza titolava in prima pagina “Solo Max”, profetizzando per lui un contratto allungato fino al 2028 con ingaggio alzato da cinque a sei milioni di euro l’anno più bonus. Poi è arrivato lo sgambetto cagliaritano e la probabile rivoluzione degli assetti societari che non risparmierà nemmeno l’allenatore: secondo Sky Sport il proprietario Gerry Cardinale vuole accompagnare alla porta l’amministratore delegato Giorgio Furlani, il responsabile dell’area scouting Geoffrey Moncada, il direttore sportivo Igli Tare oltre allo stesso Allegri. Che forse, secondo radio mercato, potrebbe però trovare subito una nuova sistemazione al Napoli, chiamato dal presidente Aurelio De Laurentiis. Un altro che rischia così di farsi abbindolare dalla grancassa mediatica dei tirapiedi di Max. Fino al prossimo colpo sul muso.
La prima pagina de La Gazzetta di giovedì 21 maggio 2026.
Due persone residenti in provincia di Como e da poco rientrate dall’Uganda sono in isolamento all’ospedale Sacco di Milano per sospetta ebola, virus che sta colpendo in modo grave alcuni Paesi dell’Africa: si tratta di un 30enne di Lurate Caccivio e di una 31enne di Bulgarograsso. Entrambi hanno accusato sintomi e, prelevati dalle loro abitazioni, sono stati portati in isolamento all’ospedale Sacco di Milano.
Sono rientrati da una zona non lontana da Congo e Ruanda
Come ha spiegato Guido Bertolaso, assessore al Welfare di Milano, i pazienti «appartengono a due nuclei familiari diversi di persone che lavorano come cooperanti in Uganda» e sono rientrati «da una zona non lontana da Congo e Ruanda, dove sono rimasti tre mesi». La notte scorsa i due hanno avuto sintomi che possono anche essere riconducibili all’ebola: da qui l’attivazione del protocollo. Dei due pazienti, quella in condizioni più serie è a donna: «I sintomi in realtà fanno pensare più alla malaria, che aveva avuto anche la figlia prima di rientrare in Italia. Attendiamo a breve l’esito dei primi test». L’uomo portato al Sacco ha invece febbre non elevata e sintomi gastrointestinali lievi. I familiari dei due pazienti sono in isolamento fiduciario nelle loro abitazioni.
«I negoziati con la Repubblica Islamica dell’Iran stanno procedendo bene! O si raggiungerà un ottimo accordo per tutti, oppure non ci sarà alcun accordo: si tornerà al fronte, ma più forti e determinati che mai, e nessuno lo vuole!». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, a stretto giro dalle affermazioni del segretario di Stato Marco Rubio, che ha fatto intendere di un accordo in dirittura di arrivo. Il presidente Usa, sempre sulla sua piattaforma social, ha legato le trattative con Teheran agli Accordi di Abramo a cui, ha spiegato, dovrebbero aderire anche Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania.
Trump: «Arabia Saudita e Qatar dovrebbero firmare subito»
Trump, nel suo post, ha scritto di aver parlato con leader e ministri dei vari Stati citati, a cui ha spiegato che «dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre questo puzzle molto complesso, dovrebbe essere obbligatorio per tutti questi Paesi, come minimo, firmare simultaneamente gli Accordi di Abramo». Il presidente Usa ha poi aggiunto: «Può darsi che uno o due abbiano una ragione per non farlo, e ciò sarà accettato, ma la maggior parte dovrebbe essere pronta, disposta e in grado di rendere questo accordo con l’Iran un evento di portata ben maggiore rispetto a quanto sarebbe altrimenti». Arabia Saudita e Qatar, ha sottolineato Trump, dovrebbero «firmare immediatamente» e «tutti gli altri dovrebbero fare altrettanto». E in futuro, ha aggiunto il tycoon, sarebbe auspicabile anche l’adesione dell’Iran.
Delegazione iraniana di alto livello a Doha per nuovi colloqui
Intanto, secondo quanto riferito all’Afp da una fonte, una delegazione iraniana di alto livello, comprendente il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il governatore della Banca Centrale Abdolnaser Hemmati, è giunta a Doha, in Qatar, per discutere l’accordo di pace con gli Stati Uniti e lo sblocco dei fondi congelati, «contemplata nel Memorandum d’intesa come parte di un eventuale intesa finale».
Si sono chiuse alle ore 15 le urne per le elezioni amministrative che hanno visto chiamati al voto oltre 6,6 milioni i cittadini chiamati in un totale di 895 Comuni, di cui 121 superiori a 15 mila abitanti e i 18 capoluogo: Venezia, Mantova, Lecco, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Avellino, Salerno, Andria, Trani, Crotone, Reggio Calabria, Agrigento, Enna e Messina. Affluenza al 61 per cento, in calo di oltre 4 punti percentuali rispetto ai precedenti.
Venezia
A Venezia gli exit poll Opinio per Rai danno avanti Simone Venturini, candidato del centrodestra, con una forbice tra 47 e 51 per cento. Per il candidato del campo largo Andrea Martella la forbice va dal 40 al 44 per cento.
Schede elettorali (Ansa).
Reggio Calabria
Il candidato del centrodestra, in questo caso Francesco Cannizzaro, è dato come vincitore – con ampio margine – anche a Reggio Calabria: forbice tra 64 e 68 per cento. Nettamente staccato Domenico Battaglia (21-25 per cento), nome del campo largo.
Donna al voto per le elezioni amministrative (Ansa).
Gli altri capoluoghi
A Messina gli exit poll danno in testa il candidato civico Federico Basile (51-55 per cento) su Marcello Scurria del centrodestra (27-31 per cento). A Salerno gli exit poll vedono avanti l’ex governatore campano Vincenzo De Luca (56-60 per cento), nettamente dietro Gherardo Maria Marenghi del centrodestra: forbice del 14-18 per cento, la stessa di Franco Massimo Lanocita, sostenuto da M5s e Avs. A Prato ampiamente avanti l’ex sindaco Matteo Biffoni (centrosinistra) con una forbice tra 49,5 e 53,5 per cento, staccato Gianluca Banchelli (centrodestra) con una forbice tra 26 e 30 per cento. A Chieti econdo il primo exit poll Giovanni Legnini, candidato del centrosinistra, è in vantaggio nella corsa a sindaco con il 46-50 per cento, davanti ai due candidati di centrodestra Cristiano Sicari (22-26 per cento) e Mario Colantonio (17-21 per cento).
Il generale si gonfia. Anche nei territori. Questa volta il campo di battaglia è la Lombardia. Due consiglieri regionali sono entrati nelle schiere di Futuro Nazionale. E lo scippo stavolta non è ai danni della Lega. I due nuovi parà-cadutati sono infatti Luca Daniel Ferrazzi da Gallarate e il meloniano Pietro Macconi da Bergamo. Ferrazzi, per anni portabandiera di Alleanza Nazionale nel Varesotto, entrò per la prima volta in Consiglio regionale nel 1995. Rieletto nel 2000 e nel 2005, dal 2008 al 2010 fu assessore all’Agricoltura. Nel 2013 passò alla Lista Maroni e alle Regionali del 2023 venne rieletto nella circoscrizione di Varese con la lista Lombardia Migliore, la civica a sostegno di Letizia Moratti dalla quale si allontanò dopo il ritorno dell’ex sindaca di Milano in Forza Italia, per passare nel Misto. Strappo quanto mai lungimirante, visto che Moratti ha recentemente ribadito il suo no a un eventuale ingresso di Vannacci nel centrodestra, per incompatibilità valoriale.
Luca Daniel Ferrazzi (Imagoeconomica).
Macconi, 75 anni, è un ex alpino, e come Ferrazzi ha un passato in AN. È stato eletto alle Regionali 2023 con FdI nella circoscrizione di Bergamo, accreditato nella corrente dei La Russa (soprattutto Romano). Al Pirellone nascerà così la prima componente politica dei vannacciani. «L’ingresso di Ferrazzi e Macconi rappresenta un importante rafforzamento del progetto politico di Futuro Nazionale in Lombardia, all’interno di un percorso volto a consolidare una presenza sempre più radicata sui territori e nelle istituzioni», commentano da Futuro Nazionale. I due verranno annunciati martedì 26 maggio, all’incontro in programma alle ore 11 nella Sala Ghilardotti del Pirellone, e ovviamente sarà presente anche Vannacci per la presentazione della nuova componente politica in Consiglio regionale.
Pietro Macconi (Imagoeconomica).
E potrebbero non essere gli unici a fare il salto, mentre il generale si vanta di aver raggiunto quota 60 mila iscritti al partito a livello nazionale, di cui 10 mila solo negli ultimi cinque giorni. La campagna acquisti in terra lombarda potrebbe continuare. Oltre alle due new entry Ferrazzi e Macconi, negli ultimi tempi hanno aderito a FN Massimiliano Bastoni, ex leghista (il suo slogan ai tempi del Carroccio era “Bastoni contro gli immigrati”), poi passato a Forza Italia in cui era stato nominato responsabile degli enti territoriali per la città di Milano. Sempre da Forza Italia arrivano anche altri due recenti ingressi a Bresso: la consigliera comunale Cheyenne Pagano e il padre Mario, ex consigliere comunale e vicesegretario cittadino di Bresso. Fino all’ingresso vip di Laura Ravetto, ex pasionaria salviniana, cuneese ma eletta alle Politiche 2022 nel collegio uninominale Lombardia 1-05 di Legnano.
Laura Ravetto in un’immagine realizzata con l’IA.
Intanto, alle Amministrative del 24-25 maggio 2026, Vannacci testerà il suo peso politico a livello locale a Vigevano, dove molto si è speso per il candidato Furio Suvilla di Vigevano Futura. Mentre l’altro front runner vannacciano è Luigi Corò di Futuro per Venezia.
Borgonzoni e Smargiassi, da Bologna a Roma
Bologna per un giorno trasloca a Roma: tutta “colpa” della sottosegretaria alla Cultura, Lucia Borgonzoni, leghista, già candidata senza successo alla guida della Regione Emilia-Romagna. Bisogna dare il via al convegno intitolato “La fotografia ai tempi della I.A.”, nella sede della Biblioteca nazionale centrale di Roma, a Castro Pretorio: il primo incontro sarà “Tra testimonianza e forma. Fotografia di reportage e fotografia d’arte nel dibattito contemporaneo”, in programma nella mattinata di mercoledì 27 maggio. Prevista la presenza di due veterani della fotografia come Elio Vergati e Marcellino Radogna, oltre che dei bolognesi Claudio Marra, già docente al dipartimento delle arti dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, del moderatore della tavola rotonda, il giornalista Michele Smargiassi, esperto di treni e di orari ferroviari (nel senso che ha scritto molti articoli sul tema dei ritardi, ma non ditelo al ministro dei Trasporti, il leader della Lega Matteo Salvini) e “critico visuale”, e soprattutto storica colonna della redazione bolognese del quotidiano la Repubblica. Che poi a parlare di immagini la storia appare piena di connessioni, dato che il geometra Luigi Ghirri, emiliano, dalla casa di Roncocesi divenne poi un grande fotografo grazie alla spinta della moglie Paola Borgonzoni. Da ricordare sempre che “donna Lucia”, come qualcuno la chiama al Collegio Romano, è ormai la veterana tra i politici al MiC, dato che è sottosegretaria dal 2018, quando c’era il primo governo del pentastellato Giuseppe Conte. Poi, dopo una parentesi di un paio d’anni, è tornata con Mario Draghi presidente del Consiglio e ha trovato un posto anche con Giorgia Meloni, lottando col titolare del Mef Giancarlo Giorgettiper le sforbiciate sul cinema e venendo in un certo senso esautorata proprio sui suoi temi…
La sottosegretaria alla Cultura, Lucia Borgonzoni (Ansa).
Da Rai Cinema un film su Gaza. Qualcuno storcerà il naso…
Rai Cinema racconta la politica. E pure i… Servizi. Di sicuro i filo-israeliani non saranno per niente contenti. Cosa succede? È stato annunciato il progetto di Linea di difesa – Gaza, un film action ispirato a fatti reali che tratta «il lavoro dell’intelligence italiana, delle forze speciali d’élite e dell’Unità di Crisi della Farnesina, impegnate in un’operazione ad alto rischio per evacuare da un ospedale di Gaza un gruppo di bambini palestinesi feriti dai bombardamenti israeliani». Un progetto «dall’alto profilo istituzionale nato in collaborazione con la presidenza del Consiglio dei Ministri, il Dipartimento informazioni e sicurezza (Dis), l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise), il ministero della Difesa, il ministero degli Affari Esteri. Nel cast c’è l’attrice Sara Serraiocco, nella parte di un’analista dell’intelligence proveniente dalla polizia di Stato, Stefano Accorsi, in quella di un veterano delle forze speciali, passato all’Aise come agente sotto copertura, e Vinicio Marchioni nel ruolo di Twist, al comando del Nono reggimento dell’esercito, gli incursori del reparto d’élite. Il film sarà girato in italiano, inglese e arabo; le riprese avranno inizio in estate. Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, ha detto che il film nasce «da una collaborazione tra cinema e istituzioni dello Stato per raccontare il lavoro silenzioso di chi opera nelle aree di crisi. Il dialogo con gli enti coinvolti ha permesso di costruire un racconto autentico, che restituisce la complessità delle operazioni umanitarie e il senso profondo della cooperazione tra apparati civili e militari. È un progetto ispirato a fatti realmente accaduti che mette al centro il valore della vita e il coraggio di chi opera in scenari estremi. Crediamo che questo film possa parlare a un pubblico ampio, riuscendo a costruire una storia dal forte impatto emotivo e civile».
Ma una targa per Pannella dove la mettiamo?
«Intitoleremo proprio nell’area antistante la casa circondariale di Rebibbia una piazza come Largo Marco Pannella», ha detto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri parlando del leader dei Radicali a 10 anni dalla morte. Ma non solo: «Ricorderemo Marco Pannella con una targa commemorativa a Palazzo Braschi». E due. Sotto la storica sede radicale di via di Torre Argentina intanto è apparsa una targa di cartone, affissa al muro del palazzo. Una in marmo non si è ancora riusciti a piazzarla a Montecitorio. Pure in via della Panetteria è arrivata una targa cartonata, proprio dove abitava Pannella. Martedì al Senato ci sarà il presidente Ignazio La Russa a ricordare «Giacinto detto Marco». Nella sala della biblioteca intitolata a Giovanni Spadolini interverranno Giulio Terzi di Sant’Agata in qualità di presidente Commissione Politiche dell’Ue del Senato della Repubblica, e poi Fausto Bertinotti, Francesco Rutelli, Mirella Parachini, vicesegretaria Associazione Luca Coscioni, Gian Domenico Caiazza, Claudio Velardi e molti altri.
Marco Pannella è morto nel 2016 (foto Imagoeconomica).
Mattarella per Confindustria. E le banche
Nuovi impegni per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Due appuntamenti in particolare, nell’agenda presidenziale, sono da sottolineare. Si comincia martedì 26 maggio, di mattina, nel centro congressi La Nuvola, dove il capo dello Stato parteciperà all’assemblea generale di Confindustria. E poi il 28 maggio, nel pomeriggio, Mattarella è atteso a Palazzo Altieri, per la cerimonia di intitolazione di due sale delle Scuderie in memoria dei presidenti emeriti dell’Associazione bancaria italiana, Piero Barucci e Maurizio Sella. Tante strette di mano in vista con i vertici delle banche italiane.
A Roma i vip per il concerto di Lang Lang
La serata di lunedì è attesissima dai vip a Roma: va in scena a Santa Cecilia il pianista cinese Lang Lang, classe 1982, con un repertorio che partirà dal classicismo viennese per arrivare alle sonorità iberiche. La prima volta arrivò a Roma nel 2003, e torna dopo poco più di due anni dalla sua ultima apparizione. A tre anni, racconta sempre, fu la visione di un cartone animato di Tom & Jerry al pianoforte. Ha anche fondato la “Lang Lang International Music Foundation” per sostenere giovani talenti. Il programma della serata, trasmessa in diretta su Rai Radio 3, si apre nel segno del classicismo con il Rondò in re maggiore K 485 di Wolfgang Amadeus Mozart. Chiusura affidata al virtuosismo romantico di Franz Liszt, e l’impegnativa Tarantella da Venezia e Napoli.
Pubblicata la prima enciclica di papa Leone XIV, intitolata Magnifica Humanitas e dedicata alla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Il testo è stato firmato da Prevost il 15 maggio, nel 135esimo anniversario della promulgazione dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, risposta del Vaticano alla rivoluzione industriale, accostata dall’attuale pontefice proprio alle nuove sfide poste dall’IA. Per la prima volta nella storia, alla presentazione dell’enciclica ha presenziato anche il papa. Tra i relatori chiamati a presentare il testo nell’Aula del Sinodo, assieme (tra gli altri) al cardinale Victor Manuel Fernandez, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e al cardinale Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, pure Christopher Olah, cofondatore di Anthropic.
Papa Leone XIV (Ansa).
L’incipit di Magnifica Humanitas
Questo l’incipit della prima enciclica di Leone XIV, che conta 231 pagine e cinque capitoli: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”. Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza». Nell’enciclica, Leone XIV scrive che occorre «disarmare» l’IA «per sottrarla alla logica della competizione militare, economica e cognitiva; per rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare; per sottrarla ai monopoli e impedirle di dominare l’umano». Tale compito, spiega il pontefice, «è etico, tecnico ed ecologico» in quanto l’intelligenza artificiale «è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti».
La presentazione di “Magnifica humanitas” (Ansa).
Gli altri temi affrontati nell’enciclica
In Magnifica Humanitas, il papa affronta anche altri temi, come la guerra: «Assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso». Nel testo il pontefice evidenzia inoltre che «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile». C’è spazio anche per l’aborto e l’eutanasia: «Il primo diritto umano è il diritto alla vita, dal concepimento alla sua conclusione naturale, senza il quale è impossibile esercitare qualsiasi altro diritto. Quando questo diritto fondamentale viene negato, come accade nell’aborto provocato, nell’uccisione di innocenti e nell’eutanasia, ci si trova davanti a scelte che la Chiesa giudica gravemente illecite». Infine la condanna per gli abusi nella Chiesa: «Le comunità cristiane devono impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti. Purtroppo, non sempre è stato così. Abbiamo assistito con vergogna alla faticosa scoperta di verità dolorose anche su membri della Chiesa e su realtà ecclesiali».
Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, ovvero i due cittadini italiani appartenenti al convoglio internazionale Global Sumud Land Convoy, fermato nella città libica di Sirte mentre era diretto verso la Striscia di Gaza, sarebbero stati trasferiti a Bengasi dalle autorità della Libia orientale e al momento sarebbero trattati come possibili immigrati clandestini. La Farnesina, attraverso l’Unità di crisi, ha avviato verifiche sul caso e segue gli sviluppi in contatto con le autorità competenti.
Il Global Sumud Land Convoy è partito dalla Tripolitania occidentale
Del Global Sumud Land Convoy, partito dalla Tripolitania occidentale, facevano parte circa 200 persone, sette ambulanze e 10 camion di aiuti per la popolazione di Gaza. La missione terrestre, che puntava a raggiungere la Striscia dopo aver attraverso Libia ed Egitto, è stata però fermata a Sirte, uno dei principali punti di transizione tra le aree occidentali, controllate dal Governo di unità nazionale di Tripoli, e la Cirenaica orientale sotto influenza dell’Esercito nazionale libico (Enl), guidato dal feldmaresciallo Khalifa Haftar.
Le negoziazioni al checkpoint e l’interruzione delle comunicazioni
Centrone e Alberizia facevano parte di una delegazione di 10 persone che si era diretta verso un checkpoint per negoziare il passaggio. Poco dopo si erano interrotte la diretta streaming delle operazioni e le comunicazioni con il gruppo, che sarebbe appunto stato trasferito a Bengasi, principale città dell’est del Paese. Trattati come possibili clandestini, gli attivisti potrebbero essere presto espulsi dalla Libia dopo un processo per direttissima, hanno riferito fonti informate sulla vicenda. Al momento non risultano comunicazioni ufficiali da parte delle autorità della Libia orientale né sulle ragioni del fermo (sarebbero stati accusati di ingresso illegale), né sullo status giuridico degli attivisti.
Si chiama Marco Leonardo Basoccu il tifoso juventino rimasto gravemente ferito alla testa prima del derby della Mole andato in scena il 24 maggio. Trentaseienne, è un commercialista originario di Casale Monferrato, che lavora e vive a Milano: fa parte del gruppo ultras Viking del capoluogo lombardo, con cui era arrivato a Torino per assistere alla partita.
Operato, Basoccu è in coma farmacologico
Trasportato all’ospedale Molinette di Torino, Basoccu è stato sottoposto a un delicato intervento neurochirurgico a causa del gravissimo trauma cranico riportato. Attualmente è in coma farmacologico e la prognosi resta riservata. Oggi verrà sottoposto a una tac di controllo.
Cosa è successo: le ipotesi e la smentita della Questura
La dinamica esatta di quanto accaduto a Basoccu resta ancora al vaglio degli investigatori. C’è l’ipotesi, sostenuta dagli ultras juventino, che sia stato raggiunto da un lacrimogeno lanciato dalle forze dell’ordine: la Questura di Torino ha però smentito questa ricostruzione. In alternativa, Basoccu potrebbe essere stato colpito da un oggetto contundente, verosimilmente una bottiglia di vetro. I disordini sono esplosi nel tardo pomeriggio nei pressi di piazzale San Gabriele da Gorizia, dove si sono incrociati i cortei dei tifosi bianconeri e granata: le forze dell’ordine sono intervenute con cariche di alleggerimento e il lancio di lacrimogeni. Durante gli scontri sono rimasti feriti quattro agenti. Dopo la notizia di un compagno di tifo in codice rosso, gli ultras juventini hanno protestato a lungo salendo sulle balaustre dello stadio Olimpico Grande Torino e minacciando l’invasione di campo: un tentativo di non far disputare l’incontro, poi iniziato con un’ora di ritardo.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio, in visita in India, ha dichiarato che «sono stati compiuti progressi significativi, sebbene non definitivi» nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, aggiungendo: «Forse c’è la possibilità che nelle prossime ore il mondo riceva delle buone notizie». Il ministro degli Esteri Usa, citato dai media indiani, ha parlato di «proposta piuttosto solida in termini di capacità di far riaprire gli stretti», che «ha molto sostegno nel Golfo». Rubio ha però anche dichiarato: «O raggiungeremo un buon accordo, oppure dovremo trovare un’altra soluzione».
Trump aveva ridimensionato le aspettative di un’intesa immediata
Le dichiarazioni di Rubio sono arrivate a stretto giro da quelle di Donald Trump, che ha ridimensionato le aspettative di un’intesa immediata, spiegando di aver detto ai suoi negoziatori di «non affrettarsi». Il presidente Usa «non concluderà un cattivo accordo, quindi vediamo cosa succede», ha detto ancora Rubio: «Daremo alla diplomazia ogni possibilità di successo prima di esplorare le alternative». Parlando con India Today, il segretario di Stato americano ha spiegato che «la prima fase» da affrontare sarà la riapertura completa di Hormuz e che, nella seconda, «l’Iran deve avviare negoziati seri su tre punti: il suo impegno a non possedere mai armi nucleari, restrizioni a lungo termine sulle sue capacità di arricchimento e cosa fare con l’uranio altamente arricchito». Qualsiasi accordo, ha sottolineato riprendendo le affermazioni di Benjamin Netanyahu, «garantirà a Israele il diritto di difendersi».
Donald Trump (Ansa).
Cosa prevederebbe la bozza di accordo tra Washington e Teheran
I media Usa scrivono che Washington e Teheran hanno concordato in linea di principio gli aspetti principali di un’intesa che potrebbe porre fine alla guerra in Medio Oriente. La bozza dell’accordo contempla la riapertura dello stretto di Hormuz e l’ok di Teheran a smaltire le proprie scorte di uranio altamente arricchito, con modalità ancora oggetto di negoziazione. Un funzionario statunitense, in forma anonima, ha però dichiarato che manca ancora l’approvazione definitiva da parte di Trump e della Guisa suprema iraniana Mojtaba Khamenei, che potrebbe richiedere giorni.
Un enorme manifesto su Hormuz a Teheran (Ansa).
Teheran frena: «Fatti progressi, ma accordo non è imminente»
L’alto diplomatico iraniano Hossein Nooshabadi, citato dall’agenzia di stampa Isna, ha bollato come «una menzogna assoluta» la «voce secondo cui l’Iran si sarebbe impegnato con la parte americana nella bozza presentata per un accordo preliminare sulla questione nucleare e sull’uranio, nonché sulla sospensione ventennale dell’arricchimento». Smentendo la notizia di un accordo di pace imminente, Nooshabadi ha comunque ammesso che sono stati compiuti progressi su molte questioni con gli Usa. La bozza proposta dall’Iran, ha aggiunto, prevede «la fine della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, lo sblocco di miliardi di dollari di beni iraniani congelati, la revoca del blocco navale statunitense e l’apertura di Hormuz, il ritiro delle forze statunitensi dal perimetro della Repubblica islamica e la libertà di vendere il petrolio iraniano».
Hanno riaperto alle 7 i seggi per la seconda giornata di votazioni per le Amministrative che coinvolgono quasi 750 Comuni e 18 capoluoghi (oltre 6 i milioni di cittadini chiamati alle urne), ultimo grande appuntamento elettorale prima delle Politiche del 2027. Sarà possibile votare fino alle 15. Subito dopo inizierà lo spoglio.
Farin puntati in particolare su Venezia, fortino della Lega dove potrebbe affermarsi il centrosinistra, e su Reggio Calabria, dove la situazione è diametralmente opposta. Gli altri 16 capoluoghi chiamati al voto sono Lecco e Mantova in Lombardia, Arezzo, Pistoia e Prato in Toscana, Fermo e Macerata nelle Marche, Chieti in Abruzzo, Avellino e Salerno in Campania, Andria e Trani in Puglia, Crotone in Calabria, Messina, Enna e Agrigento in Sicilia. L’eventuale ballottaggio, nei Comuni con più di 15 mila abitanti, si svolgerà il 7 e 8 giugno.
Affluenza in lieve calo
Affluenza in lieve calo. Alle 19 di domenica aveva votato il 34,5 per cento degli aventi diritti: due punti percentuali e mezzo in meno rispetto all’affluenza media delle precedenti Comunali di riferimento. Alla chiusura dei seggi alle 23 l’affluenza era del 46,31 per cento: il dato precedente, alla stessa ora, è del 50,2 per cento. C’è però un dato da considerare: la maggior parte dei centri urbani interessati (529 secondo i dati del Viminale) l’ultima volta aveva rinnovato le amministrazioni a settembre del 2020, ovvero in concomitanza con alcune Regionali, circostanza che potrebbe aver sostenuto la percentuale di votanti. Il calo dell’affluenza non è stato inoltre uniforme: in Emilia-Romagna il dato è sceso di circa 10 punti percentuali, in Lombardia e Toscana di circa 8, in Piemonte e Veneto di 7.
La parola d’ordine è pareggio. Malgrado gli oltre 6,6 milioni di italiani al voto, maggioranza e opposizione a Roma faticano a dare un significato politico alle Comunali del 24 e 25 maggio, probabilmente le ultime elezioni prima delle Politiche del 2027. Tra i palazzi della politica nessuno intravede possibilità di cogliere segni precursori del mood elettorale in vista del voto nazionale. Seppur importanti, tra i quasi 900 Comuni al voto, solo 18 sono capoluoghi – due di Regione: Venezia e Reggio Calabria – e circa 700 hanno meno di 15 mila abitanti.
Due i capoluoghi di Regione al voto: Venezia e Reggio Calabria.
Venezia e Reggio Calabria: obiettivo 1 a 1
Tutti gli occhi sono puntati su Venezia. In laguna suonano le note di Gustav Mahler e l’atmosfera è quella di una Morte a Venezia. Ma in questo film non ci sono compositori né giovani dalla bellezza efebica. La trama crepuscolare ha come protagonista il centrodestra locale. Dopo 10 anni alla guida della città con Luigi Brugnaro – noto per aver introdotto la tassa di ingresso e per le numerose gaffe – la coalizione formata da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati guarda con una punta di pessimismo il voto. Certamente non hanno aiutato il caos e le polemiche degli ultimi mesi tra governo e due istituzioni culturali come la Biennale e il Teatro La Fenice. Il centrosinistra è determinato a riprendersi la città. Per questo ha schierato Andrea Martella, senatore e segretario regionale dem già sottosegretario all’Editoria nel Conte II. Il centrodestra invece è confluito su una scelta di continuità decidendo di far correre Simone Venturini, 38 anni, assessore uscente al Turismo per la lista Brugnaro, margherino doc trasferitosi a Venezia.
Combo di Simone Venturini e Andrea Martella al voto (Ansa).
A Reggio Calabria, lo scenario è inverso. Dopo 12 anni di amministrazione di Giuseppe Falcomatà, il centrosinistra rischia di perdere il Comune. Il candidato è Domenico Battaglia che ha preso il posto – in qualità di facente funzioni – di Falcomatà, eletto in Consiglio regionale. Contro di lui, Francesco Cannizzaro, coordinatore regionale di FI e vice capogruppo alla Camera. Con cui il centrodestra spera di conquistare la città.
Nel centrodestra lo sport più gettonato è finire all’opposizione
«Al massimo la sinistra si prenderà Venezia e noi Reggio Calabria, non mi sembra che cambi molto», ha profetizzato il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli. Insomma, obiettivo: pari e patta. Ovvero un modo per sminuire la portata del test elettorale ma anche la tensione verso il pessimismo propria del centrodestra in questa fase post referendaria. Tra i corridoi di Montecitorio, nella maggioranza sono ormai pochissimi quelli che ancora continuano a credere in una vittoria alle Politiche. Ormai lo ‘sport’ più gettonato è sperare di finire all’opposizione in caso di pareggio e nell’eventuale formazione di un governo di larghe intese. In FdI dicono sia Matteo Salvini a sperarci, nella Lega gli alleati di via della Scrofa. Una sorta di rincorsa per ‘rifarsi la verginità’, mentre per ora ci si accontenta dell’1-1, appunto, a Venezia e Reggio Calabria.
Sparare sulla burocrazia di Bruxelles è l’esercizio retorico preferito da populisti e sovranisti di ogni Paese europeo. Probabilmente molti anti-europeisti – che sono di norma anche no-vax – rimpiangono l’Europa delle piccole patrie, degli staterelli pre-unitari in Italia e Germania, delle enclave che ancora alimentano irredentismi irriducibili (dalla Scozia alla Catalogna, dalla Corsica alla regione basca). Se uno pensa a figure come il politico britannico di destra Nigel Farage – ritornato in auge nelle elezioni amministrative di maggio 2026, benché i danni della Brexit, di cui da sempre è grande sostenitore, siano conclamati – si rende conto di un paradosso drammatico. Che la percezione diffusa sui guai e gli svantaggi che i singoli Paesi subiscono facendo parte della comunità europea non corrisponde alla realtà. Ma anche che i cittadini europei sono di gran lunga meglio di chi li rappresenta a Bruxelles e Strasburgo.
Nigel Farage (Ansa).
L’Italia batte tutti i record di lungaggini amministrative
Di certo sostenere che la macchina comunitaria viaggi spedita è una sciocchezza. Allo stesso modo è innegabile che interventi che non tengano conto delle differenze esistenti fra 27 Stati sono destinati a produrre documenti ponderosi ma inefficaci. Però c’è da ridere quando i sovranisti, soprattutto i nostri, inveiscono contro i burocrati di Bruxelles. Dimenticando che siamo il Paese che batte tutti i record in Europa e nell’area Ocse di lungaggini amministrative. In Italia le pratiche burocratiche sottraggono infatti in media 300 ore all’anno a ciascun cittadino, i tempi medi si traducono in 600 giorni per risolvere dispute commerciali e in circa 36 mesi per la liquidazione di un’attività insolvente. Bisogna aggiungere poi che da noi l’84 per cento della popolazione considera gli apparati amministrativi un ostacolo primario, rispetto a una media europea del 60 per cento.
Siamo il continente dei diritti civili e politici
In ogni caso, e a prescindere dalle varie diatribe burocratiche, l’Europa anche nella percezione dei cittadini europei è più vitale di chi ci rappresenta, cioè apparati, funzionari e politici. Ma non serve evocare le retoriche dello spirito europeo o della cristianità, passando per la comunanza culturale che ci rende eredi di Dante, Shakespeare, Cervantes, Goethe, Mozart. Basta limitarsi a ricordare tre fatti recenti che indicano come lo spazio europeo non sia un’espressione geografica. Ma un dato di realtà sul quale riflettere. A partire dalla consapevolezza che siamo il continente dei diritti civili e politici; e l’unico al mondo a garantire ai suoi cittadini accesso universalistico alle cure, all’istruzione, alla pensione.
Preferite gli esempi di Trump o Ben-Gvir?
Il sistema di welfare, benché ammaccato, tiene ancora. Tant’è che le aspettative di vita sono complessivamente le più alte al mondo. Chi ha dubbi sul trovarsi o meno nel continente giusto, può in questi giorni considerare le bizzarrie minacciose di Donald Trump o l’atteggiamento irridente esibito dal ministro israeliano Itamar Ben-Gvir di fronte ai volontari della global Flotilla inginocchiati, ammanettati e vittime di violenza.
Itamar Ben-Gvir (Ansa).
L’Eurovision e il successo in termini di audience
Ma voltiamo pagina, decisamente più leggera. L’Eurovision song contest ha un’audience televisiva (il dato del 2025 è di 166 milioni di spettatori stimati a livello globale) che il Super Bowl (124 milioni di spettatori, soprattutto concentrati negli Usa), i Grammy (circa 20 milioni) e la cerimonia degli Oscar (17 milioni) messi assieme non totalizzano. Un prodotto dell’industria culturale interamente made in Europa. Al momento non si sa se quel record di un anno fa sarà superato, perché in questa edizione per protesta contro la presenza di Israele cinque Stati (Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda) hanno disertato la manifestazione e tre di loro hanno proprio annullato la diretta.
La formazione di un gusto e di un potenziale mercato europeo
Però lo share medio è stato attorno al 30 per cento. In Italia l’Eurovision, con oltre 5 milioni di telespettatori, si è aggiudicato la serata. Ma il dato su cui meditare, per la varietà di generi e interpreti, è la formazione di un gusto e di un potenziale mercato europeo. E qui il momento simbolico della manifestazione è stato Celebration!, il medley dei 70 anni del concorso con finale, con il pubblico di Vienna che ha cantato all’unisono sulle note di Nel blu, dipinto di blu di Domenico Modugno.
È il pubblico giovane che sta disegnando questo processo di convergenza musicale, sicuramente alimentato dal sentimento no borders al quale hanno contribuito in modo decisivo i quasi 40 anni (che cadono nel 2027) del progetto Erasmus. Il programma di interscambio universitario ha presentato il report 2025. Più di un milione gli studenti europei coinvolti: 36 mila gli universitari italiani andati all’estero e 43 mila quelli stranieri venuti in Italia, paese che è il secondo più gettonato. Ma se si considerano anche l’istruzione superiore e la formazione degli adulti, oltre 2.300 sono i progetti attivati e più di 92 mila le persone coinvolte.
«Un’infrastruttura culturale e civile condivisa»
Il dato saliente però, per riprendere le parole del direttore di Indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) e dell’Agenzia Nazionale Erasmus+, Flaminio Galli, è che «Erasmus è molto più di un programma di mobilità: è uno spazio concreto in cui prende forma l’identità europea delle nuove generazioni e delle comunità educative. Investire nel programma significa investire nella capacità dell’Europa di restare unita, aperta, capace di formare cittadini consapevoli e di costruire una vera infrastruttura culturale e civile condivisa».
Tra le città più felici al mondo nessuna italiana nella top 50…
Musica, maestro!, per dirla con una battuta azzeccata, visto che parliamo di Europa felix. Alla faccia dei super nazionalisti nostrani, con in testa il generale Roberto Vannacci e la sua truppa, che non si rendono conto che forse sono proprio loro, con la faccia truce che mostrano agitando un primato nazionale tutto da dimostrare, che deprimono e rendono infelici tanti connazionali. Nel recente ranking delle città più felici al mondo non ce n’è una italiana nella top 50. Le sole che vengono citate (Bologna, Parma e Milano) si posizionano alle caselle 73, 77 e 80. A grande distanza, non solo statistica, dall’Italia della dolce vita e della “Milano da bere” di 40 anni fa.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
… ma 39 sono europee!
Naturalmente l’esistenza di un Happy City Index conferma che la mania di dare premi e riconoscimenti è pari alla smania con la quale i premiati esibiscono le medaglie. A uso prevalentemente mercantile e turistico. Però, stando al tema, la notizia è che nella top 50 mondiale ci sono 39 città europee. Mentre degli Usa ne compare una sola: San Francisco. Città grandi come Copenaghen, che è la vincitrice, medie (Grenoble) e piccole (Klagenfurt) testimoniano che l’Europa è il luogo dove tutti, potendo (anche americani, russi e cinesi!), verrebbero di corsa ad abitare. E allora: teniamoci cara e stretta la nostra Europa.
Gli editori di quotidiani hanno sempre avuto un po’ il complesso di inferiorità nei confronti della televisione. E perciò, quando la tecnologia digitale ha abbattuto le barriere all’ingresso, ci si sono spesso buttati. Picchiandoci però frequentemente la testa. Ed è quello che potrebbe succedere di nuovo.
Crisi immediate, agonie e chiusure definitive
Ancora viene ricordato, per esempio, il bagno di sangue di 24ore.tv, canale televisivo de Il Sole 24 Ore che Confindustria fece debuttare nell’aprile 2001 sul digitale terrestre, con palinsesto ricco e investimenti importanti. Crisi quasi immediata, agonia durata qualche stagione, chiusura definitiva al termine del 2006.
Il vecchio logo di 24ore.tv.
Repubblica radio Tv dove scalpitavano Zucconi e Giannini
Nel frattempo, il 10 aprile 2006, esattamente 20 anni fa, nasceva Repubblica radio Tv. Un canale televisivo che si vedeva al 50 del digitale terrestre, e nel cui palinsesto, due ore al giorno in replica a nastro, esondavano Vittorio Zucconi e l’ambizioso Massimo Giannini, talk su talk. Nel novembre 2011 il canale cambiava nome: solo Repubblica tv. E nel 2013 chiudeva i battenti, per mancanza di pubblico e di risorse, sostituito da LaEffe tv (canale di Feltrinelli, anch’esso con vita breve).
Quel progetto di Warner Bros Discovery poi andato in fumo
Nel 2024, quando Warner Bros Discovery sembrava ancora avere grandi ambizioni di broadcaster generalista televisivo, tra Fabio Fazio, Maurizio Crozza e Amadeus, erano corse voci di un’operazione Cnn (marchio internazionale del gruppo WBD) in Italia: o con pezzi di palinsesto brandizzati Cnn su Nove, oppure con l’acquisizione di La7. Avrebbe dovuto essere coinvolto pure Enrico Mentana. Tutto si risolse, però, in tanto fumo e niente arrosto. E nulla accadde.
Il logo di Warner (Ansa).
Il difficile equilibrio economico-finanziario dei canali all-news
Soprattutto perché in Italia ci sono già tre canali all-news – Rai News, Tgcom, SkyTg24 – e poi una radio di news col video, ossia La7. Il panorama, quindi, sembra già piuttosto affollato, con il dilemma di una rete all-news che, per definizione, fa fatica ad andare in equilibrio economico-finanziario, e acquisisce senso o in offerte pay o in grandi gruppi come Rai o Mediaset.
I giornalisti e la smania di andare in video…
Ma, si sa, editori e giornalisti, cioè gli esseri più vanitosi del Pianeta, impazziscono per andare in video. Dal 19 giugno 2025 in Confindustria ci hanno riprovato, col lancio di Radio 24-IlSole24oreTv, disponibile sul digitale terrestre al canale 246. È passato quasi un anno e, a dire il vero, in pochi se ne sono accorti.
Il Sole 24 Ore Tv.
Ora nella nuova Gedi alla greca targata Antenna group (in cui comincia a rotolare qualche testa…) c’è voglia di un ritorno di qualcosa di simile a Repubblica tv, però targata Cnn che fa più figo, stringendo una collaborazione con WBD, proprietaria del brand. Perché i nuovi azionisti di Gedi ritengono che in un’offerta complessiva di contenuto crossmediale, oltre alla radio, a Repubblica e alla sua proposta video e assieme al resto degli asset, ce ne debba essere una di tipo televisivo tarata sull’informazione.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontra Theodore Kyriakou, presidente di Antenna Group (foto Imagoeconomica).
Questa nuova piattaforma informativa, con la parte video preponderante, dovrebbe essere distribuita in primis su Dazn dall’11 giugno, in concomitanza con il debutto del Mondiale di calcio americano trasmesso integralmente dalla piattaforma in streaming.
Urbano Cairo (foto Imagoeconomica).
Cairo aspetta sul fiume, in attesa di occasioni
Una sorta di sperimentazione, prima di arrivare alla fase due, cioè il lancio di un canale televisivo sul digitale terrestre, approfittando di uno slot su Persidera che dovrebbe essere lasciato libero da Warner Bros Discovery Italia, in fase di razionalizzazione del suo portfolio canali. Immaginiamo già le folle di telespettatori adoranti. Nel frattempo Urbano Cairo, che tanti corteggiano per La7 ma che non vende a nessuno, guarda sornione. E aspetta sul fiume, in attesa di qualche buona occasione. Magari proprio a Repubblica.
A febbraio era già uscita l’indiscrezione che la Federtennis e padel, mettendo sul piatto quasi 27 milioni di dollari, si era comprata i diritti del torneo 250 di Bruxelles, per organizzare in Italia, a partire dal 2028, un 250 all’aperto su erba poco prima di Wimbledon. Successivamente, nei primi giorni di maggio, c’era stato un comunicato ufficiale nel quale la Fitp e l’Istituto per il credito sportivo e culturale (Icsc) formalizzavano «un accordo per il finanziamento legato all’acquisizione della licenza (Class Membership) e dei diritti del torneo Atp 250 disputato a Bruxelles. Il torneo, che sarà il primo organizzato sull’erba in Italia nel circuito Atp, entrerà nel calendario internazionale dal 2028. L’operazione, che prevede un finanziamento da 10 milioni di euro concesso da Icsc a sostegno dell’investimento federale, rappresenta un passaggio strategico nel percorso di rafforzamento della presenza italiana nel circuito internazionale e si inserisce in una fase di crescita strutturale del movimento, trainata dall’aumento dei praticanti, dal successo degli eventi e dai risultati sportivi di vertice». Sin da subito il presidente della Fitp, Angelo Binaghi, aveva detto che il nuovo torneo di tennis si sarebbe giocato nel Nord Italia. Sì, ma dove di preciso?
Tutti avevano pensato a Milano, ma…
Poiché a Torino ci sono già le Atp Finals e a Bologna le finali di Coppa Davis, tutti hanno pensato a Milano. In effetti da settimane escono notizie su terreni e soggetti che potrebbero entrare in gioco al fianco di Fitp nel capoluogo lombardo. Per esempio, uomini dell’amministrazione meneghina guidata dal sindaco dem Beppe Sala avevano fatto filtrare che il Comune avrebbe costruito strutture fisse e permanenti (dove si sarebbe insediato anche un centro federale del tennis), e le aree individuate erano la Maura (area dove c’è un importante impianto per il trotto e che viene sempre tirata in ballo, se ne parlava anche per il nuovo stadio del Milan), oppure i terreni attorno al vecchio Lido di Milano, oppure, ancora, un’area in zona Bonfadini (dove ci sono diversi insediamenti rom). Tutte ipotesi che non avevano scaldato molto i cuori.
Angelo Binaghi con Beppe Sala (foto Imagoeconomica).
Negli ultimissimi giorni, invece, sui media si discute molto dell’area cosiddetta “San Francesco” a San Donato Milanese, ossia quei terreni che il Milan aveva comprato per realizzare il nuovo stadio, e che invece ora, con l’acquisto di San Siro insieme con l’Inter, non servono più e vanno valorizzati. Si vorrebbe realizzare, su quella superficie, sia un nuovo palazzetto per il basket (assurdo, perché a Milano-Rogoredo, cioè a un chilometro in linea d’aria da San Donato, è appena stato inaugurato il palazzetto Unipol Dome da 16 mila posti) sia, dicono alcune testate, un centro federale per il tennis. Il tutto per un investimento da 400 milioni di euro.
L’Unipol Dome nel quartiere Santa Giulia di Milano (foto Ansa).
Clima disastroso per quel tipo di superficie
Questi bla bla bla, però, non hanno fatto i conti con l’oste. Perché la Federtennis e padel, in realtà, non ha nessuna intenzione di portare un centro federale e campi in erba a Milano, dove il clima, in primavera ed estate, sarebbe disastroso per quel tipo di superficie. La Federazione, invece, punta al Nord-Est, tra il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia: le condizioni meteo più fresche e umide sono assolutamente migliori per lo sviluppo di una struttura dedicata ai campi in erba, attorno alla quale verrà costruito un centro federale attivo tutto l’anno. E gli sponsor, peraltro, stanno spingendo all’unisono verso questa soluzione, per provare anche ad allontanarsi dalla congestionata Milano in fatto di brand.
Dal 2028 a giugno in mezzo fra Roland Garros e Wimbledon
Il torneo 250, organizzato dal 2028 nelle tre settimane di giugno che separano la fine del Roland Garros dall’inizio di Wimbledon, dovrà giostrarsi tra i due grandi 500 al Queen’s di Londra o ad Halle (in Germania), facendo a spallate con gli altri tornei 250 su erba di Stoccarda, ’s-Hertogenbosch (Paesi Bassi), Maiorca (Spagna) ed Eastbourne (Inghilterra).
Sui muri della metropolitana di Teheran, da qualche giorno, campeggia un manifesto che merita di essere studiato con attenzione. Donald Trump è in ginocchio, in posizione di vassallaggio, mentre porge alla camera un mazzo di banconote. La didascalia, in farsi, recita: «Reddito annuo di 100 miliardi di dollari dallo Stretto di Hormuz per l’Iran». Non è un meme, né la solita propaganda. È l’immagine plastica di quello che, negli ultimi giorni, sta prendendo forma nei canali di mediazione tra Washington e Teheran. La guerra che il presidente americano ha lanciato il 28 febbraio si chiuderà con un assetto in cui l’Iran incasserà royalties sul transito attraverso lo Stretto di Hormuz e l’Oman si dividerà la torta. Con il placet, sotto traccia, della stessa Casa Bianca.
Da quanto risulta a Lettera43, il quadro reale dell’accordo in costruzione è significativamente più avanzato — e più amaro per gli Stati Uniti — di quello che la cronaca internazionale racconta. Ecco i punti principali.
Il comandante pakistano Asim Munir è già a Teheran
Punto 1. Il Field Marshal Asim Munir, comandante delle forze armate pakistane e perno della mediazione, è atterrato a Teheran venerdì pomeriggio. La sua agenda non è quella di un facilitatore di passaggio: è quella di un general contractor che arriva a chiudere un dossier.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi con il capo dell’esercito pakistano Asim Munir (Ansa).
Il rilascio degli asset iraniani congelati
Punto 2. Il documento sul tavolo non sarebbe la controproposta ai 14 punti che Teheran ha trasmesso il 28 aprile e che la stampa anglosassone cita. Esisterebbe una versione rivista, già condivisa attraverso Islamabad, il cui baricentro non è più Hormuz, ma il rilascio degli asset iraniani congelati. Sono fondi che variano nella stima totale — dai conti sudcoreani ai depositi iracheni, dalle linee di credito europee ai fondi bloccati durante il primo mandato Trump — ma che ammontano verosimilmente a decine di miliardi. Per Teheran, ottenere quel rilascio significa una vittoria finanziaria che compenserebbe, almeno in parte, la disfatta militare. L’assassinio del Supremo Leader Ali Khamenei, la distruzione di oltre il 90 per cento della flotta navale, la decapitazione del comando dei Pasdaran: tutto sarà metabolizzato come prezzo accettabile se i conti tornano. E gli iraniani sanno benissimo che i conti torneranno.
Su Hormuz si studia una ripartizione delle royalties tra Iran e Oman
Punto 3. Sullo Stretto di Hormuz, le verifiche di Lettera43 confermano ciò che a Washington non si pronuncia ad alta voce: l’accordo per una ripartizione delle royalties di transito tra Iran e Oman è già in cottura. La Persian Gulf Strait Authority — il dispositivo amministrativo che Teheran ha annunciato il 18 maggio con tanto di profilo X ufficiale — non è la creatura unilaterale che gli Stati Uniti combatteranno fino all’ultimo. È la cornice in cui verrà inserito uno split di entrate, con quote iniziali pesantemente sbilanciate a favore dell’Iran. La motivazione è dichiarata: ricostruzione post-bellica. Nel tempo, il riequilibrio porterà l’Oman a una quota più rilevante, ma nella fase di avvio Teheran porterà a casa il grosso del pacchetto. Il governo omanita, fedele alla sua tradizione, tace pubblicamente e in quel silenzio negozia il proprio prezzo. Gli Stati Uniti, malgrado la dichiarazione di Trump nello Studio Ovale del 21 maggio («Vogliamo lo Stretto libero, niente pedaggi, sono acque internazionali») e malgrado le minacce molto più dure del segretario di Stato Marco Rubio, sono perfettamente consapevoli del meccanismo. E ne hanno preso atto.
JD Vance, Donald Trump e Marco Rubio (Ansa).
Pechino ha affidato la mediazione al Pakistan
Punto 4. Durante la visita di Trump a Pechino del 15 maggio, Xi Jinping ha messo le carte sul tavolo con una nettezza inusuale anche per i canali diplomatici cinesi più diretti. Il messaggio sarebbe stato in sostanza: la guerra deve finire, lo Stretto deve riaprire, l’economia mondiale è stata sconquassata abbastanza. Pechino ha affidato la mediazione operativa a Islamabad e si attende che entrambe le parti — americani e iraniani — smettano di scombinare le carte sul tavolo. Non è una richiesta. È una direttiva. Questo è il punto che in Europa, e in Italia in particolare, viene letto male o non viene letto affatto. Il Pakistan e la Cina non sono co-mediatori insieme all’Oman o il Qatar. Il Pakistan è il general contractor dell’accordo, la Cina è lo sponsor strutturale. Asim Munir intrattiene rapporti personali eccellenti tanto con Trump quanto con Xi. L’Iran, dal canto suo, rispetta Islamabad come pochi altri attori al mondo: condivide la frontiera del Beluchistan, il pragmatismo religioso, una storia di non-allineamento. Per la prima volta dalla fine della guerra fredda, una potenza emergente di taglia media — sostenuta da Pechino — sta consegnando un accordo di pace che gli Stati Uniti devono firmare in posizione di accettazione. Non di leadership. La crisi di Hormuz, partita come operazione americano-israeliana per smontare l’Iran in nome del controllo dell’energia globale, si chiuderà con un Iran economicamente più solido di come c’è entrato e con un nuovo asse diplomatico nel cuore dell’Asia.
Xi Jinping e Donald Trump a Pechino (Ansa).
I nuovi equilibri regionali a guida non occidentale
E c’è un dettaglio finale che chiude il cerchio. Nell’architettura dell’accordo che si sta cementando a Islamabad è previsto che, una volta riaperto lo Stretto, la sua sorveglianza venga affidata a una forza navale multinazionale di stabilizzazione. Vi parteciperanno Iran, Stati Uniti e altri attori della regione — e non è esclusa, all’orizzonte, una partecipazione italiana, qualcosa che il ministero della Difesa farebbe bene a iniziare a valutare con serietà — sotto il comando operativo della Marina militare pakistana. È la consacrazione tecnica di tutto quanto sopra: una guerra cominciata con la Quinta Flotta americana che bombarda obiettivi iraniani per riaprire il chokepoint, e finita con la marina di Islamabad a fare da arbitro tra Pasdaran e CENTCOM nelle stesse acque. È, plausibilmente, il primo esempio post-guerra fredda di security governance regionale a guida non-occidentale, ed è l’ultimo pezzo del nuovo ordine che il Pakistan sta consegnando al mondo.
Trump e lo spauracchio delle midterm
L’amministrazione Trump, intanto, gioca il proprio tempo. Il presidente alterna minacce di ripresa delle ostilità — «siamo nelle fasi finali, o c’è un accordo o faremo cose un po’ brutte» — a finestre di pazienza calibrate al millimetro. È il copione obbligato: l’opinione pubblica americana è alle prese con un Brent oltre i 107 dollari al barile, un prezzo della benzina che ha rotto la soglia psicologica della rielezione, un indice di consenso ai minimi del secondo mandato e le elezioni di midterm di novembre che si avvicinano. L’Agenzia Internazionale dell’Energia parla di “zona rossa” per luglio e agosto. La FAO avverte che una chiusura prolungata può innescare una crisi alimentare globale. A Teheran, su quel manifesto della metropolitana, Trump consegna i dollari in ginocchio. A breve, in una sala riunioni a Islamabad o a Muscat, dovrà consegnarli davvero. Il manifesto è già lì.
Uscito Roberto Cingolani, e con lui buona parte della squadra di manager che aveva portato in azienda, il nuovo amministratore delegato di Leonardo, Lorenzo Mariani, sta costruendo il suo team. Per la comunicazione, che Cingolani aveva affidato con più di qualche mal di pancia interno all’ex giornalista di Sky Helga Cossu, si sta ragionando sull’ipotesi di dare l’incarico a Stefano Amoroso, che l’arrivo di Cossu aveva messo in ombra e che ora Mariani vorrebbe riportare alla direzione della comunicazione, soprattutto per il lavoro svolto negli ultimi cinque anni sul posizionamento internazionale dell’azienda. Una curiosità: Amoroso, un passato in Dompé Farmaceutica ed Edison prima di trasferirsi nel 2021 in Leonardo, a dicembre 2025 ha giurato come ufficiale della Riserva selezionata dell’esercito.
È bufera su Debora Piazza, segretaria cittadina della Lega a Barzanò e responsabile lombarda del dipartimento tutela animali del partito. Nel mirino il suo commento sotto al video di un comizio di Elly Schlein in cui augura a quest’ultima di essere investita. «Non abbiamo qualcuno che guida con problemi di depressione disoccupato che offende i cristiani che passa di lì e ci fa un favore», ha scritto con riferimento ai fatti di Modena. A far esplodere il caso è stato il segretario provinciale del Pd lecchese, Manuel Tropenscovino, che ha salvato il post e lo ha denunciato pubblicamente. «Ci ha tenuto a fare sapere che si augurava che la segretaria nazionale del Pd venisse investita, come successo a Modena qualche giorno fa», ha scritto. «Mai augureremmo che qualcuno venga investito. Una vergogna, ancora peggiore perché scritta da chi ricopre ruoli politici e amministrativi».
La Lega prende le distanze e sospende Piazza
Nel giro di poche ore è arrivata la risposta della Lega che, si legge in una nota, «prende fermamente le distanze da qualsiasi frase o espressione che possa essere interpretata come un augurio di violenza, odio o danno nei confronti di persone, rappresentanti politici o cittadini». Di qui la decisione di sospendere Piazza da ogni incarico e attività riconducibile alla struttura provinciale del partito «in attesa delle opportune valutazioni interne».
La replica e le scuse: «Non era mia intenzione augurare del male a nessuno»
Alla fine sono arrivate anche le parole della diretta interessata, affidate a una dichiarazione riportata dalla Lega provinciale: «Non era mia intenzione augurare del male a nessuno né alimentare odio politico. Se le mie parole sono state interpretate in questo modo, me ne scuso sinceramente. Credo nel confronto democratico e nel rispetto delle persone, valori che devono sempre prevalere su qualsiasi tensione politica».
Circa una cinquanta di attivisti della Flotilla sono stati ricoverati a Istanbul per lesioni riportate durante il periodo di detenzione in Israele. Lo si apprende da fonti della missione. Tra di loro risulta anche un italiano ricoverato, sulle cui condizioni di salute «stiamo cercando di avere notizie», come spiegato dalla portavoce italiana Maria Elena Delia. «Ci riferiscono che in tanti hanno riportato lesioni serie e alcuni sono sotto shock», ha aggiunto.
La procura analizzerà il video Ben-Gvir
Intanto la procura di Roma che indaga sull’abbordaggio della Flotilla, oltre al reato di sequestro di persona sta valutando anche altri reati, tra cui la tortura e la violenza sessuale. Secondo quanto si apprende i magistrati di piazzale Clodio, dopo aver acquisito il video diffuso dai canali social del ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, in cui si vedono gli attivisti inginocchiati e con le mani legate dietro la schiena, analizzeranno il filmato per verificare la presenza di italiani in quella situazione e valuteranno le parole di scherno rivolte dal ministro.
L’ex governatore della Regione Puglia Nichi Vendola esce dal processo Ambiente svenduto sul presunto disastro ambientale causato dall’ex Ilva di Taranto. Lo ha deciso il collegio della Corte d’Assise del Tribunale di Potenza, presieduto da Marcello Rotondi, durante la terza udienza dibattimentale del processo in corso di svolgimento nel capoluogo lucano. Per Vendola e altri 14 è stato deciso il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. All’ex presidente pugliese era contestato il reato di concussione.
Il 5 giugno la prossima udienza
La prossima udienza dibattimentale è stata fissata per il 5 giugno. Il processo è ricominciato dall’udienza preliminare a Potenza il 21 marzo 2025,dopo l’annullamento, per la presenza di due giudici onorari tra le numerose parti civili, della sentenza di primo grado che il 31 maggio del 2021 aveva portato a 26 condanne per 270 anni complessivi di carcere.