Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa

«Non ho né titoli né intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell’autorità giudiziaria né tanto meno voglio giustificare lo stile di vita di Nathan e Catherine (Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori al centro dell’ormai gettonatissimo caso della famiglia nel bosco, n.d.r.). Spero possa essere utile invitare tutti, con la mia moral suasion, affinché vengano eliminate le rigidità di tutti e tutte le rigidità in modo da favorire il più possibile il ritorno a una famiglia unita». Così ha dichiarato il presidente del Senato Ignazio La Russa in un video diffuso dopo l’incontro con i due cittadini stranieri al centro della controversa vicenda, ricevuti il 25 marzo a Palazzo Giustiniani

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa

Un Presidente del Senato tuttologo

Detto che il presidente del Senato ha tutto il diritto di incontrare chi vuole e quindi esprimersi sull’argomento che vuole, colpisce comunque questo suo ennesimo esercizio di eclettismo, un eclettismo che lo ha portato, e lo porta ormai con sempre più frequenza, a rilasciare dichiarazioni pubbliche (esternazioni, si sarebbe detto al tempo del presidente Cossiga) su qualsiasi tema e argomento, quasi in maniera compulsiva. La sua si potrebbe definire una sorta di incontinenza verbale. Dalla politica estera al problema dell’immigrazione, con annessi e connessi (dal diritto d’asilo alla lotta a scafisti e trafficanti), dalla proposta di alleggerire il sistema carcerario alla difesa del sottosegretario Andrea Delmastro («Non conosco la vicenda, ma per una foto non si è mai dimesso nessuno», ha commentato qualche giorno fa) ai femminicidi, dalla storia patria ad argomenti meno istituzionali, come Sanremo – il Festival – o San Siro – lo stadio -, non vi è praticamente giorno che la seconda carica dello Stato non si esibisca in qualche commento. Peraltro non sempre inappuntabile.

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Uno sguardo, distorto, sul fascismo

Non sono per esempio inappuntabili alcune uscite sulla più o meno recente storia patria, spesso proposta in versione opportunamente rivisitata ad usum Delphini (leggi ad usum Mussolini). Come è accaduto martedì. Nel giorno dell’82esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, ha pubblicato un post sui social in cui, ricordando «una delle pagine più drammatiche della nostra Nazione», ha parlato di «crimine nazista» evitando di citare le responsabilità dei fascisti.

Nel dicembre 2025, in un video, celebrando la fondazione del Msi – Movimento Sociale Italiano, diretto erede del fascismo salotino, cioè la versione più incarognita, se possibile, dell’avventura politica mussoliniana, – l’ha definito una forza che aveva «accettato la democrazia per sensibilità d’animo», e qualificato come un partito che «marciava verso il futuro». Mentre l’anno precedente, discettando sull’opportunità di mantenere nel simbolo di FdI la fiamma, aveva sostenuto che il Msi non fosse fascista. E sempre in tema di revisionismo è celebre la sua uscita (aprile 2023) sull’eccidio di via Rasella, dove, a sprezzo del ridicolo era riuscito a definire la vicenda «una pagina non nobilissima della Resistenza», dato che «quelli che vennero uccisi non erano biechi nazisti delle SS, ma era una banda di semipensionati, una banda musicale». 

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Tra patriarcato e gaffe

Tra una dichiarazione e l’altra contro i femminicidi e le violenze di genere, c’è anche tempo per qualche esternazione non proprio in linea col femminismo, per esempio quella del gennaio 2024, quando, intervistato in tv da Nunzia De Girolamo, disse che Giorgia Meloni, «non è la classica donna che ha avuto bisogno di un uomo per emergere; non ha avuto bisogno di Pigmalioni, non ha avuto bisogno d’aiuto». Comunque un passo avanti rispetto a qualche anno prima. Era il 2011 e da ministro della Difesa, La Russa a proposito della presenza femminile nelle file del centrodestra a trazione berlusconiana, dichiarò: «Con Berlusconi solo donne belle? Non è vero, ci sono donne non belle anche da noi, anche se non raggiungiamo l’apice della sinistra». Ma almeno sulla bellezza, non si può mettere in discussione la competenza del presidente del Senato che, ancora di recente, a margine dell’inaugurazione della mostra a Palazzo Madama Il volto delle Donne – 80 anni di Repubblica: Storie di ingegno fino alle madri costituenti, si è rivolto a Roberta Benvenuto, giornalista di Piazzapulita, con un: «E tu chi sei? Sei carina», salvo poi correggere il tiro: «Ma soprattutto brava. Perché oggi le donne valgono soprattutto se brave».

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Un cuore nero (azzurro)

Tra una commemorazione di Craxi e un intervento sulla vicenda del poliziotto di Rogoredo, La Russa trova spesso il tempo per esternare sulla sua materia prediletta: il calcio. Di incrollabile fede interista, il presidente del Senato non perde occasione per prendersela con la Juventus, antagonista storica della squadra milanese (e che nel 2012 aveva addirittura osato chiedere che ai nerazzurri venisse impedito di disputare la Championship, per le note vicende legate a Calciopoli) o con gli arbitri, accusati di mettere spesso l’Inter nel mirino. Mentre definisce un orrore la decisione di un eventuale abbattimento dello stadio di San Siro. Oltre al nerazzurro, anche l’azzurro diviene fonte di intervento, e così, nel novembre 2025 Ignazio La Russa trova il tempo per polemizzare con il neo CT della nazionale, Rino Gattuso che si era lamentato per i fischi ricevuti dalla sua squadra durante l’incontro con la Moldavia, definendoli una vergogna. «Mai dire vergogna a chi fischia», aveva detto pubblicamente La Russa, anzi «va ringraziato».

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Ignazio La Russa e Giorgia Meloni (Ansa).

Da San Siro a Sanremo

Da un paio d’anni, anche la kermesse sanremese sembra attrarre l’attenzione di Ignazio La Russa che anche su questo ha trovato tempo e modo di esibirsi. Nel 2023, per esempio, il bacio tra Rosa Chemical e Fedez e qualche testo non proprio ortodosso di alcuni brani avevano sconcertato una buona parte del pubblico più conservatore e benpensante, e così il presidente del Senato chiese un intervento riparatore, o, almeno riequilibratore. Ottenne così uno spazio per ricordare la tragedia delle foibe (tema principe del revisionismo storico della destra), senza però esserne completamente soddisfatto perché il conduttore Amadeus aveva tralasciato di dire che i titini erano comunisti. Nel febbraio 2026 come da tradizione è scoppiata una nuova polemica: a pochi giorni dall’inizio del Festival, è storia nota, il comico – considerato di destra – Andrea Pucci ha rinunciato a partecipare, e la seconda carica dello Stato che ha fatto? Ha esternato, ovviamente. In un video pubblicato sui propri canali social, La Russa ha definito «intollerabili accuse, minacce e aggressioni» le pressioni e le ostilità pubblicate sui social contro il comico. Di più: gli ha espresso la propria solidarietà, dicendo di «comprendere la sua scelta di non voler mettere a rischio il proprio equilibrio», rivolgendosi allo stesso tempo al conduttore Carlo Conti per chiedere una sorta di gesto riparatore. Un altro.

Daniela Santanchè si è dimessa da ministra del Turismo

Dopo il pressing di Giorgia Meloni, che aveva auspicato pubblicamente le sue dimissioni, la ministra del Turismo Daniela Santanché ha ceduto e si è dimessa. Nonostante avesse confermato la sua agenda di mercoledì 25 marzo per dar prova di non voler lasciare la poltrona, alla fine ha deciso di farsi da parte. Di seguito la lettera integrale che ha scritto alla premier.

La lettera integrale con cui Santanchè ha rassegnato le dimissioni

«Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione. Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del Turismo. Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta. Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto, solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio. Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio. Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Delmastro che pure paga un prezzo alto. Chiarito questo non ho difficoltà a dire “obbedisco” e a fare quello che mi chiedi. Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento».

Applauso delle opposizioni in Aula

Alla notizia delle dimissioni di Santanchè, è scattato un applauso dai banchi delle opposizioni in Aula alla Camera. «Non capivo, pensavo applaudiste me…poi ho visto le agenzie e ho capito», ha detto il vicepresidente di turno Giorgio Mulè. Intanto sono arrivati anche i primi commenti da parte degli esponenti del centrosinistra. Parlando con i cronisti davanti a Montecitorio, Nicola Fratoianni di Avs ha affermato: «Finalmente si è concluso questo indegno teatrino con le dimissioni della ministra del Turismo che per oltre un giorno e mezzo ha tenuto sotto scacco l’intero governo Meloni e l’intera maggioranza di destra. Un altro segno della crisi politica che in tutta evidenza si è aperta dopo la batosta referendaria».

L’Iran respinge la proposta di Trump e rilancia: le cinque condizioni per il cessate il fuoco

L’Iran ha respinto la proposta degli Stati Uniti in 15 punti definendola «eccessiva», rilanciando le sue cinque condizioni per un eventuale cessate il fuoco. Lo ha riferito la televisione iraniana, citando un alto funzionario del regime di Teheran. La prima condizione è «uno stop completo ad aggressione e uccisioni» da parte di Usa e Israele. La seconda è «l’istituzione di meccanismi concreti per garantire che una guerra non sia nuovamente imposta alla Repubblica Islamica». Seguono «il pagamento garantito e chiaramente definito dei danni e delle riparazioni di guerra» e «la fine dei combattimenti su tutti i fronti che coinvolgono gruppi alleati». Quinta e ultima condizione il «riconoscimento internazionale e garanzie in merito al diritto sovrano dell’Iran di esercitare l’autorità sullo Stretto di Hormuz». L’Iran «porrà fine alla guerra quando lo deciderà e quando saranno soddisfatte le sue condizioni». Prima, fa sapere Teheran, «non si terranno negoziati».

President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump

Donald Trump ha annunciato i primi 13 membri del nuovo President’s Council of Advisors on Science and Technology (PCAST), comitato consultivo composto da esperti esterni che forniscono consulenza diretta al presidente degli Stati Uniti su questioni cruciali di scienza, tecnologia, istruzione e innovazione. Deciso a spingere sull’intelligenza artificiale, Trump ha reclutato alcuni tra i nomi più influenti dell’industria tecnologica e della finanza a stelle e strisce. Nelle prossime settimane saranno annunciati altri membri del PCAST, fino a un massimo di 24, assieme alla data della prima riunione del consiglio. Da Sergey Brin a Mark Zuckerberg, fino a Jensen Huang, ecco le prime 13 figure scelte da The Donald.

President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump
President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump
President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump
President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump
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President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump

Nordio: «La frase sul Csm paramafioso il rammarico più grande»

Il «rammarico più grande» di Carlo Nordio non è stata la sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia, ma la frase sul Csm «paramafioso». L’ha affermato lo stesso Guardasigilli durante il question time alla Camera. «Ho smentito almeno una cinquantina di volte quella frase, che non era affatto mia ma di un magistrato del Consiglio superiore della magistratura (Nino di Matteo, ndr) di cui ho citato parola per parola la dichiarazione. Quella frase è stata attribuita a me e diciamo costituisce un rammarico, forse il rammarico maggiore di questo momento referendario, forse anche peggiore della riconosciuta sconfitta che abbiamo subito», ha detto.

«Fiducia confermata dal governo e dalla premier»

Nordio ha poi affrontato il tema delle dimissioni, nel suo ministero, del sottosegretario Andrea Delmastro e del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, rispondendo a chi vorrebbe anche le sue: «Non è previsto in nessun ordinamento che il ministro della Giustizia si dimetta a seguito di un esito negativo di un referendum di questo tipo. La fiducia è già stata confermata dal governo e in prima persona dal presidente del Consiglio. Bartolozzi ha svolto le sue funzioni con dignità e onore e il suo gesto spontaneo dimostra un grande senso di responsabilità. Confido che cessino definitivamente le polemiche strumentali che hanno investito la sua persona e tutto il ministero».

Famiglia nel bosco, gli effetti della vittoria del No su La Russa

Alla fine Ignazio La Russa ha accolto a Palazzo Giustiniani i genitori della cosiddetta famiglia nel bosco. Faccia a faccia che era stato annunciato in piena campagna referendaria con scia di polemiche annessa. Già perché come Garlasco, gli stupratori liberi, l’invasione di immigrati, pure il caso dei Trevallion è finito nel minestrone della propaganda. Argomento buono per attaccare una magistratura che nel caso di Nathan e Catherine e dei loro tre figli «ha dimenticato i suoi limiti» (cit. Giorgia Meloni), si è accanita ingiustamente (cit. Lucio Malan), e produce ordinanze assurde (cit. La Russa).

Famiglia nel bosco, gli effetti della vittoria del No su La Russa
Ignazio La Russa con i Trevallion (Ansa).

La Russa voleva solo «stemperare il clima»

Poi è arrivata l’inaspettata sconfitta al referendum. Davanti ai 15 milioni di No, Giorgia Meloni è corsa ai ripari spingendo alle dimissioni i finora intoccabili (almeno per Carlo Nordio) Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. E chiedendole in modo esplicito alla ministra del Turismo Daniela Santanchè che ora, ironia della sorte, per difendere il suo posto si aggrappa alla “Costituzione più bella del mondo”. Ma l’effetto del No deve avere colpito anche la seconda carica dello Stato. Che dopo l’incontro con i Trevallion ha dichiarato: «Era mia intenzione cercare di stemperare il clima che si è creato intorno a questa vicenda». Il presidente del Senato ha quindi ammesso candidamente di non avere «né titoli né l’intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell’autorità giudiziaria né tanto meno voglio giudicare lo stile di vita di Nathan e Catherine». Toni ben diversi da quelli usati durante la campagna elettorale. La Russa si è limitato a una moral suasion: «Quello che spero possa essere utile è invitare tutti affinché vengano eliminate le rigidità di tutti in modo da favorire il più possibile il ritorno a una famiglia unita con i figli che come è naturale possano stare con il padre e la madre».

Famiglia nel bosco, gli effetti della vittoria del No su La Russa
Catherine Birmingham e Nathan Trevallion con Ignazio La Russa (Ansa).


 

Cosa succede se la ministra Santanchè non si dimette

Nonostante il pressing della premier Meloni, che ha auspicato pubblicamente le sue dimissioni in un comunicato, la ministra Daniela Santanché non sembra intenzionata a farsi da parte. Mercoledì 25 marzo 2026 si è regolarmente presentata in ufficio e se ne è andata senza rilasciare dichiarazioni. Cosa succede se non si dimette? La presidente del Consiglio ha la facoltà di rimuoverla dal suo incarico?

Il premier non può chiedere al capo dello Stato la revoca di un ministro

Secondo l’articolo 92 della Costituzione, «il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri». La Carta non prevede però la possibilità opposta, ovvero che il premier proponga al capo dello Stato la revoca di un ministro. Dunque, se non riuscirà a ottenere il passo indietro della titolare del Turismo, Giorgia Meloni ha una sola via per sollevarla dalla poltrona senza passare per una crisi di governo, ovvero votare una mozione di sfiducia individuale in Parlamento. Le opposizioni l’hanno già presentata e la discussione in Aula inizierà lunedì 30 marzo. Potrebbe passare o con l’astensione dei gruppi di maggioranza oppure, addirittura, con un voto favorevole degli stessi.

Il precedente di Mancuso

Non sarebbe la prima volta. Nel 1995 Filippo Mancuso, già procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma e ministro della Giustizia del governo Dini, venne sfiduciato dalla coalizione che sosteneva l’esecutivo. In quel caso fu la stessa maggioranza a presentare la mozione, che fu approvata in Senato con 173 voti favorevoli, tre contrari e otto astenuti. Nel mirino erano finite le sue ispezioni giudiziarie sul pool di Mani Pulite e le sue contestazioni alle mancate indagini della procura di Palermo sulla mafia, che avevano scatenato polemiche e critiche da parte della maggioranza. Mancuso si era rifiutato di dimettersi sostenendo di essere nel giusto e di aver svolto indagini che gli erano concesse secondo il suo ruolo dalla Costituzione. Il suo è il primo e unico caso di membro del governo costretto a farsi da parte a seguito dell’approvazione di una mozione di sfiducia da parte dal Parlamento. Nessun’altra mozione di sfiducia ha infatti mai ottenuto i voti necessari per essere approvata.

Santanché, la mozione di sfiducia in Aula da lunedì

La mozione di sfiducia delle opposizioni a Daniela Santanché approderà in Aula alla Camera lunedì 30 marzo 2026 per la discussione generale. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Intanto da Fratelli d’Italia sono molte le voci che si uniscono a quella della premier Meloni, che ha chiesto le dimissioni della ministra del Turismo.

Donzelli: «Un ministro segue le indicazioni del premier»

«Un ministro segue le indicazioni del presidente del Consiglio», ha detto il responsabile organizzativo di Fdi Giovanni Donzelli, convinto che Santanché farà un passo indietro. «Meloni è concentrata a governare e dare le risposte agli italiani, senza alcun tipo di rallentamenti», ha aggiunto.

Procaccini: «Richiesta di Meloni legittima»

«C’è la necessità, da parte del presidente del Consiglio, all’indomani dell’esito referendario, di fare un’operazione di trasparenza nei confronti del popolo italiano», ha dichiarato l’europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei conservatori al Parlamento europeo. «Credo che sia legittimo da parte del presidente del Consiglio, che è persona sempre attenta ad avere un rapporto con gli italiani il più trasparente possibile, chiedere alle persone che lei ha nominato di poter garantire questa trasparenza nella maniera maggiore possibile», ha concluso.

Sisto: «Mi auguro che il caso si risolva prima della mozione»

«Questa è la stagione delle dimissioni, il tempo in politica ha la sua rilevanza», ha detto il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto (Forza Italia). «La presunzione di non colpevolezza per noi è regina. Resta il fatto che, per motivi di opportunità, la presidente del Consiglio ha tutte le facoltà per chiedere ai suoi ministri di dimettersi. Io mi auguro che il problema possa essere risolto prima della mozione di sfiducia».

Santanchè, da Visibilia alla presunta truffa Inps: tutti i casi giudiziari della ministra

Un processo per falso in bilancio, un’udienza preliminare per una presunta truffa all’Inps e tre indagini per bancarotta. Sono i casi giudiziari che coinvolgono la ministra del Turismo, Daniela Santanchè, di cui la premier Giorgia Meloni ha chiesto pubblicamente le dimissioni dopo quelle di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, rispettivamente sottosegretario e capo di gabinetto del ministero della Giustizia.

Il caso Visibilia e la presunta truffa all’Inps

In dettaglio, la senatrice di Fratelli d’Italia è imputata davanti al Tribunale di Milano per i presunti conti truccati delle società della galassia Visibilia fra il 2016 e il 2022. In particolare, Santanché ne era amministratrice ed è accusata di aver truccato i numeri per mascherare le perdite. La sentenza dovrebbe arrivare entro la fine della legislatura. A livello mediatico il procedimento che più ha intaccato l’esponente di Fratelli d’Italia è però quello per truffa aggravata ai danni dello Stato, in cui Santanchè è indagata insieme al compagno Dimitri Kunz. Al centro del procedimento ci sono 126.468,60 euro versati dall’Inps a 13 lavoratori di Visibilia Editore e Visibilia Concessionaria per 20.117 ore di cassa integrazione Covid, in piena pandemia, mentre in realtà i lavoratori avrebbero «continuato a svolgere le proprie mansioni secondo i contratti in corso e in smart working». L’udienza preliminare è in corso da oltre un anno ed è congelata da settembre 2025 in attesa che la Corte Costituzionale decida se la procura di Milano ha o meno ecceduto dai suoi poteri nel farsi consegnare audio, chat e mail, non intercettate ma registrate da ex dipendenti delle società Visibilia, in cui Santanchè compare direttamente o come mittente/destinatario (anche in copia) delle comunicazioni.

Le tre indagini per bancarotta

Il terzo e ultimo filone riguarda i fallimenti delle società di Bioera-Ki Group. La ministra del Turismo è indagata con l’ipotesi di bancarotta per il crac di Bioera e per quello della Ki Group srl, per la quale è stato accertato un «passivo esposto in ambito concordatario» da 8.625.912,96 euro. I magistrati sono poi ancora in attesa delle carte del liquidatore relative al Ki Group Holding, l’ultima azienda del Gruppo dichiarata fallita per lo stato di insolvenza e gravata da oltre 1,4 milioni di debiti. La relazione dovrebbe essere depositata dal curatore fallimentare entro uno o due mesi, al termine dei quali la procura dovrebbe riunire i fallimenti in un unico maxi fascicolo per chiudere le indagini prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.

L’Iran riapre lo Stretto di Hormuz, ma non per tutte le navi: quali possono passare

Teheran ha comunicato di aver stabilito un «piano amministrativo» in base al quale le «navi non ostili» ora possono attraversare lo Stretto di Hormuz: occorre però coordinare il passaggio in anticipo con le autorità iraniane e in alcuni casi il via libera prevederà un pagamento. Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, tramite il comandante della Marina dei pasdaran Alireza Tangsiri, ha precisato che resta proibito il passaggio a imbarcazioni associate a Israele, agli Stati Uniti e ad altre parti legate al conflitto.

Una petroliera thailandese è passata, semaforo rosso per una portacontainer di Saint Kitts and Nevis

Una petroliera thailandese ha già attraversato senza incidenti lo Stretto di Hormuz dopo un coordinamento diplomatico tra Bangkok e Teheran. I Guardiani della rivoluzione, nella serata del 24 marzo, avevano esercitato in senso contrario l’atto amministrativo, rifiutando il passaggio alla portacontainer Selen, battente bandiera di Saint Kitts and Nevis e di proprietà dell’armatore emiratino Exceed 2 Oceanic Co, a causa del mancato rispetto dei protocolli legali e della mancanza di autorizzazione al transito. L’imbarcazione, che trasporta derrate alimentari, intendeva transitare dal Golfo Arabico al Golfo di Oman, per raggiungere Karachi, in Pakistan. Dopo essersi avvicinata alla corsia di separazione del traffico controllata dall’Iran vicino a Qeshm ha però invertito la rotta, ancorandosi al largo della costa sud-occidentale dell’isola.

Bufera in Aula su Bignami: «No a lezioni da chi si inchina alle mafie»

Polemiche alla Camera per le parole del capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami. «Non accettiamo lezioni da chi fiancheggia chi prende a martellate i poliziotti o da chi è andato a inchinarsi ai mafiosi passando davanti alle loro celle mentre andava da Cospito», ha detto rivolto ai banchi delle opposizioni che hanno chiesto un’informativa della premier Giorgia Meloni sulla «crisi politica evidente» dopo l’esito del referendum sulla giustizia, le conseguenti dimissioni di Delmastro e Bartolozzi e la richiesta del passo indietro a Santanché.

Fornaro (Pd): «Parole da fermare e stigmarizzare»

Durante il suo intervento si sono levate urla di protesta da alcuni deputati delle opposizioni, ripresi dal presidente di turno.
Tra questi il deputato del Partito democratico Federico Fornaro. «Un conto è una dialettica dura, un conto è accusare dei colleghi di essersi inchinati a mafiosi, con riferimento ad una visita dei colleghi del Pd fatta nel diritto delle prerogative parlamentari. Deve fermare queste parole e stigmatizzarle», ha affermato rivolto al presidente di turno.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno

Daniela Santanchè, dopo l’avviso di sfratto di Giorgia Meloni, ha puntato i tacchi 12. La ministra ha ingaggiato con la premier un inedito braccio di ferro per non mollare il Turismo nonostante, ormai, abbia tutti contro. Ma il diktat meloniano è implacabile, tanto che nei Palazzi ha ripreso vita il totoministro. E il nome sulla bocca di tutti è quello di Giovanni Malagò. Già presidente del Coni e patron delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, Malagò ha lavorato a stretto contatto con Luca Zaia (di cui è amico) e Attilio Fontana.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
Maurizio Fugatti, Luca Zaia, Attilio Fontana e Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Certo, in caso di chiamata dovrebbe mettere definitivamente una pietra sopra ai trascorsi burrascosi con Giancarlo Giorgetti, autore dell'”odiata” riforma dello Sport. Ma sono altri tempi. E, si sussurra, a Giorgia Meloni «uno come Malagò serve come il pane, anche perché ha capito che è meglio avere buoni rapporti con i salotti romani se vuole continuare il suo percorso politico». E poi Giovanni «avrebbe anche la funzione di ‘diversivo’, è un piacione nonostante il passare degli anni, ha agganci importanti a livello internazionale e non solo nel mondo dello sport, sa gestire diplomaticamente situazioni difficili e quando sfodera il suo baciamano è imbattibile».

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
Giorgia Meloni e Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Per questo ii bookmaker capitolini indicano lui per il dopo Santanchè: già tutti immaginano che il ministero si trasferirà al Circolo Canottieri Aniene, tra partite di padel, cene estive all’aperto nel magnifico verde del club dove i soci «sono quelli che contano a Roma». Magari ai “duri e puri” della destra romana non piacerà, ma quella di Malagò è una scommessa che vale la pena giocare. E poi, diciamolo, l’ex numero uno del Coni è uno che ti risponde “al volo” su WhatsApp, e quando lo cerchi al cellulare e non risponde, dopo cinque minuti al massimo ti richiama scusandosi. Un dettaglio che conta molto.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
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L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno

Il taglio Delmastro

«Dovevamo farlo fuori prima». «Ci abbiamo messo troppo tempo a mandarlo via». «Uno così non doveva nemmeno fare il sottosegretario». Su Andrea Delmastro, costretto a dimettersi per volere diretto di Giorgia Meloni, i commenti si sprecano: ed è tutto “fuoco amico”, ovvero proveniente da Fratelli d’Italia, per non parlare dei leghisti e dei forzisti. «Certo, se vincevamo il referendum magari restava lì a via Arenula», spiffera un altro. Alla fine è arrivato il taglio Delmastro.

LEGGI ANCHE: Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni

Comunque, di primissima mattina, mercoledì il viceministro Francesco Paolo Sisto già diceva la sua in diretta su RaiNews24. È lui il vero vincitore della partita ministeriale, con Carlo Nordio autoazzoppato dal referendum e dall’uscita del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, è lui, il pugliese principe del foro di Bari, l’insigne penalista che attende ormai da 10 anni di diventare giudice della Corte Costituzionale.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
Giusi Bartolozzi con Andrea Delmastro Delle Vedove (foto Imagoeconomica).

Elezioni, dite a Conte che Ruffini è già pronto

Ernesto Maria Ruffini si è detto pronto a partecipare alle primarie per guidare la coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni politiche: qualcuno dovrà dirlo, e soprattutto farlo capire, a Giuseppe Conte, «uno che ogni volta che parla si autoproclama prossimo presidente del Consiglio facendo incazzare tutto il Pd», borbottano al Nazareno. Potrebbe essere Ruffini il Papa straniero che molti al centro evocano per battere Meloni? Tutto può essere. Colpisce invece che il suo nome non compaia nel programma della giornata dedicata alle celebrazioni per i 25 anni dell’Agenzia delle Entrate. E dire che Ruffini ne è stato direttore per anni, fino alla nomina di Vincenzo Carbone. A parte i saluti istituzionali di Giancarlo Giorgetti e del suo viceministro Maurizio Leo, alla giornata interverranno Luca Antonini, vicepresidente della Corte Costituzionale, Paola Severino, presidente della Scuola nazionale dell’Amministrazione, Giuseppe Arbore, Capo di Stato Maggiore del Comando generale della Guardia di finanza, Nicola Rossi, professore di Economia politica e persino il direttore del Museo egizio di Torino, Christian Greco. Ruffini invece niente, non pervenuto.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomomica).

Per Pomicino le omelie di Zuppi e Damilano

Paolo Cirino Pomicino lo aveva detto: al referendum della giustizia avrebbe votato No. All’appuntamento elettorale però non ci è arrivato, come è stato ricordato al suo funerale nella basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria. C’era la famiglia, la sua Lucia, le figlie Claudia e Ilaria. Presenti il presidente della Camera Lorenzo Fontana, il capogruppo al Senato di Forza Italia Maurizio Gasparri, l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema, Pier Ferdinando Casini e molti altri. Ma l’attenzione era tutta per il cardinale Matteo Maria Zuppi che nell’omelia ha ricordato la passione per la politica e le doti di grande mediatore di Pomicino: «Aveva una passione totale per la politica, nel senso del bene della comunità, sempre pronto a mettersi in gioco, a contatto con la gente, facendosi voler bene», un uomo che «ha vissuto il suo impegno con una particolare passione che condivideva con tante personalità diverse, ma con un’appartenenza che le teneva unite, un’appartenenza a qualcosa di superiore». E ha parlato anche Marco Damilano: pure nella chiesa ha risuonato il suo classico “spiegone”.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
Il cardinale Matteo Maria Zuppi durante i funerali di Paolo Cirino Pomicino (Ansa).

Perché OpenAI ha deciso di chiudere improvvisamente l’app Sora

OpenAI ha comunicato la chiusura della sua app di generazione di video per i social media Sora, che era diventata virale nel corso dell’autunno. Alla base della decisione la proliferazione di immagini non consensuali e deepfake realistici realizzati con l’intelligenza artificiale, che ha destato forte preoccupazione a Hollywood e non solo. «Stiamo dicendo addio a Sora. A tutti coloro che hanno creato con Sora, l’hanno condivisa e hanno costruito una community attorno ad essa: grazie. Ciò che avete realizzato con Sora è stato importante e sappiamo che questa notizia è deludente», si legge in un post pubblicato sul profilo X di Sora. Parlando con la BBC, la società guidata da Sam Altman ha spiegato di voler concentrare le proprie attività su altri settori, tra cui la robotica, in vista della quotazione in Borsa prevista per la fine del 2026.

Salta l’accordo miliardario con Disney

L’azienda a cui fa capo ChatGPT aveva lanciato Sora a settembre, nel tentativo di attirare gli introiti pubblicitari generati dalle piattaforme di video brevi su TikTok, YouTube o Instagram e Facebook. Pochi mesi fa era stato annunciato un accordo triennale da un miliardo di dollari – che avrebbe consentito a Sora di generare video a partire da oltre 200 personaggi del catalogo Disney, Marvel, Pixar e Star Wars. Dopo la decisione di OpenAI di chiudere Sora, l’intesa con The Walt Disney Company è di conseguenza saltata. Il colosso dell’animazione, in un comunicato, ha dichiarato di rispettare «la decisione di OpenAI di uscire dal business della generazione di video e di spostare le proprie priorità altrove». OpenAI ha precisato che le funzionalità di ChatGPT per la generazione di immagini non saranno interessate dalla chiusura di Sora.

Bergamo, insegnante accoltellata da uno studente di 13 anni

Uno studente di 13 anni si è presentato a scuola con una maglia recante la scritta “vendetta“, un coltello e una pistola scacciacani e ha accoltellato la sua insegnante di francese. È successo a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, all’istituto comprensivo Leonardo Da Vinci di via Damiano Chiesa, dove ci sono elementari e medie. Secondo le prime ricostruzioni, intorno alle 7.45 di mercoledì 25 marzo 2026, prima che iniziassero le lezioni, il ragazzo si è scagliato contro la prof. Chiara Mocchi, 57 anni, davanti ad altri coetanei. Un professore e due collaboratori scolastici l’hanno poi fermato in attesa dell’arrivo dei carabinieri. Avendo 13 anni, non sarà nemmeno imputabile. La donna, colpita al collo e in altre parti del corpo, è stata trasportata in elisoccorso all’ospedale di Bergamo. È grave ma non in pericolo di vita. Ancora da chiarire il movente che, hanno spiegato i militari, «non è riconducibile a finalità terroristiche» ma a «un gesto isolato».

Valditara: «Gravità sconvolgente, approvare norme sui coltelli»

Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: «Quanto accaduto presso l’Istituto comprensivo di Trescore Balneario è un fatto di una gravità sconvolgente. Esprimo innanzitutto la mia forte vicinanza alla docente, ai suoi familiari, alla scuola. Questo fatto dimostra che è necessario approvare rapidamente le nuove, severe norme predisposte dal governo per contrastare la criminalità giovanile e in particolare la diffusione di armi improprie fra i giovani. Misure necessarie da accompagnare a quelle che abbiano già avviato nelle scuole sulla condotta e l’educazione al rispetto e che a breve saranno avviate come quella sulla assistenza psicologica».

Elezioni in Danimarca, Frederiksen perde terreno ma resterà prima ministra

In Danimarca la prima ministra Mette Frederiksen ha rassegnato le dimissioni durante l’incontro con re Federico X. La premier, però, non lascerà l’incarico: è solo la prassi dopo le elezioni parlamentari che si sono tenute nel Paese. La socialdemocratica Frederiksen, infatti, è destinata a rimanere in sella anche dopo il deludente risultato ottenuto dal blocco di sinistra, che si è fermato a 84 seggi in parlamento su 179: senza maggioranza, servirà però un governo di coalizione.

Elezioni in Danimarca, Frederiksen perde terreno ma resterà prima ministra
Mette Frederiksen (Ansa).

I Socialdemocratici si sono fermati al 21,85 per cento

Frederiksen, che è in carica dal 2019 ed è vicina al terzo mandato consecutivo, aveva deciso di ricorrere a elezioni anticipate per capitalizzare il consenso guadagnato grazie alla decisa opposizione alle rivendicazioni di Donald Trump sulla Groenlandia. Non è andata come auspicato: i Socialdemocratici con il 21,85 per cento (38 seggi al Folketing) hanno infatti registrato i risultati peggiori dal 1903 e, come detto, la coalizione di sinistra non ha ottenuto la maggioranza parlamentare. «Sono sempre pronta ad assumermi le responsabilità di prima ministra della Danimarca per i prossimi quattro anni. Ci aspettavamo un calo, perché è normale quando ci si presenta per la terza volta», ha dichiarato Frederiksen.

Elezioni in Danimarca, Frederiksen perde terreno ma resterà prima ministra
Mette Frederiksen (Ansa).

Per la maggioranza servirà un’allenza coi Moderati

Le elezioni parlamentari del 24 marzo hanno anche visto il calo dello schieramento di destra, che si è fermato a 77 seggi: i liberali di Venstre non sono andati oltre il 10,14 per cento (18 seggi). In generale, all’interno di entrambi i blocchi sono riusciti ad avanzare solo i partiti più estremi. L’ago della bilancia nella formazione di un nuovo governo di coalizione sarà rappresentato dai Moderati del ministro degli Esteri uscente nonché ex premier Lars Lokke Rasmussen, che hanno ottenuto 14 seggi.

Direttore d’orchestra citato negli Epstein Files: il Teatro Massimo di Palermo gli toglie l’Aida

Il Teatro Massimo di Palermo ha deciso di interrompere la collaborazione con il direttore d’orchestra francese Frédéric Chaslin, che avrebbe dovuto dirigere l’Aida a maggio. Il motivo? La presenza del suo nome negli Epstein Files. Com’è emerso dai documenti relativi alle indagini sul finanziere, nel 2013 Chaslin suggerì a Epstein la conoscente Frederika Finkelstein come traduttrice per visitare l’Opera di Parigi e la Reggia di Versailles. L’incaricò poi non si concretizzò. Ma tanto è bastato per generare malumori all’interno del Teatro Massimo, fino a rendere impossibile la collaborazione.

La notizia del contatto con Epstein ha cambiato il clima

La notizia del contatto Chaslin-Epstein, che ha cambiato il clima all’interno dell’orchestra, è arrivata a febbraio: poco prima del ritorno a Palermo del maestro francese, chiamato a dirigere un concerto su Beethoven. Ritorno, già, perché Chaslin già nel 2025 sempre al Massimo aveva diretto un Faust, facendosi apprezzare a tal punto che l’orchestra lo aveva indicato come un candidato al ruolo – tuttora vacante – di direttore musicale del teatro.

La decisione di interrompere la collaborazione con Chaslin

Percependo un clima teso, Chaslin aveva provato ad affrontare apertamente la questione durante le prove dello spettacolo su Beethoven, chiedendo all’orchestra se avesse qualche domanda da fargli. Che non era arrivata. Il disagio, emerso nelle chat sindacali ed espresso soprattutto dalle musiciste, era però rimasto. E successivamente è stato portato all’attenzione del direttore artistico Alvise Casellati, al quale gli orchestrali hanno spiegato di avere difficoltà nel portare avanti un’opera complessa come Aida in un contesto poco sereno. Da qui la decisione, senza un contratto già formalizzato, di interrompere la collaborazione con Chaslin.

Le email scambiate da Chaslin col sovrintendente Betta

Chaslin, che ha diffuso il contento di alcune email scambiate col sovrintendente Marco Betta, attraverso il suo legale ha sottolineato di non essere mai stato oggetto di indagini o denunce, spiegando che il rapporto con Epstein, nato nell’ambito del Santa Fe Opera e datato 2012, era limitato a un’ipotesi di mecenatismo, senza alcun compenso. Il maestro francese ha inoltre lamentato un danno economico: fidandosi della parola data, ha infatti anticipato di tasca propria 4.200 euro per l’alloggio a Palermo e 1.000 euro per i voli. «Ho sempre sentito dire che l’onore è un valore fondamentale in Sicilia. Confido dunque che esso possa guidare ancora le decisioni presenti», ha scritto Chaslin a Betta. Ma il passo indietro sembra davvero improbabile.

Droni russi negli spazi aerei di Lettonia ed Estonia: colpita una centrale elettrica

Un drone proveniente da territorio russo è entrato nello spazio aereo della Lettonia. A individuarlo è stata l’aeronautica militare. Un altro drone, sempre proveniente dalla Russia, è entrato in Estonia, colpendo una ciminiera della centrale elettrica di Auvere a Ida-Viru. Il governo estone ha annunciato una riunione straordinaria per discutere della sicurezza nazionale. L’azienda elettrica Enefit Power ha affermato che la centrale non ha subito danni e che l’incidente non avrà un impatto significativo sul sistema elettrico estone. «Questi sono gli effetti della guerra di aggressione su vasta scala condotta dalla Russia. Possiamo presumere che assisteremo ad altri incidenti di questo tipo», ha affermato Margo Palloson, direttore generale dell’Iss, il servizio di Sicurezza Interna dell’Estonia.

L’Iran prende in giro Trump: «Gli Usa stanno negoziando con se stessi»

«Gli Stati Uniti stanno negoziando con se stessi». Così un portavoce militare iraniano, citato dai media statali, ha commentato le parole di Donald Trump secondo cui Teheran vorrebbe raggiungere un’intesa per porre fine alla guerra in Medio Oriente. Di fatto, sono stati derisi i tentativi della Casa Bianca di raggiungere un accordo per il cessate il fuoco: l’Amministrazione Trump ha appena inviato all’Iran, tramite il Pakistan, un piano in 15 punti. Secondo il tycoon l’intesa sarebbe stata trovata. Ma, appunto, l’Iran smentisce.

L’Iran prende in giro Trump: «Gli Usa stanno negoziando con se stessi»
Donald Trump (Ansa).

Il messaggio del portavoce militare iraniano

«Chi si autoproclama superpotenza globale si sarebbe già tirato fuori da questo pasticcio se avesse potuto. Non mascherate la vostra sconfitta come un accordo», ha dichiarato il tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari in un video preregistrato trasmesso dalla televisione di Stato: «I vostri conflitti interni sono arrivati al punto in cui state negoziando con voi stessi? La nostra prima e ultima parola è stata la stessa fin dal primo giorno, e tale rimarrà: qualcuno come noi non scenderà mai a compromessi con qualcuno come voi. Né ora, né mai».

Braccio di ferro Meloni-Santanchè: pressing della premier per le dimissioni della ministra

È un pressing sempre più serrato quello che si registra ai piani alti di Palazzo Chigi su Daniela Santanchè. Dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi – rispettivamente sottosegretario e capo di gabinetto del ministero della Giustizia – per cui la premier Meloni ha espresso apprezzamento, ora gli occhi sono puntati sulla ministra del Turismo, a cui la presidente del Consiglio ha espressamente e pubblicamente chiesto di fare un analogo passo indietro in una nota. L’obiettivo di Meloni è quello di chiudere i dossier interni che riguardano esponenti coinvolti in vicende giudiziarie.

La richiesta di dimissioni respinta dalla ministra

Secondo quanto filtra, prima della nota di Palazzo Chigi sarebbe stato recapitato un messaggio a Santanché sulla necessità di un suo passo indietro (non è chiaro se direttamente dalla premier o dai suoi emissari). Ma la risposta sarebbe stata negativa. Di qui la decisione di diffondere un comunicato di fuoco per chiedere pubblicamente di farsi da parte. Una mossa giudicata “insolita” negli stessi ambienti parlamentari.

Italia Viva presenterà una mozione di sfiducia

Qualora la ministra non si dimetterà, Italia viva presenterà una mozione di sfiducia. L’ha annunciato la presidente dei deputati del partito Maria Elena Boschi: «Daniela Santanchè ha perso la fiducia della premier. Ci pare evidente che debba dimettersi». Gli ha fatto eco il vicepresidente di Iv Enrico Borghi: Siamo davanti a un fatto politico di evidente rilevanza. La presidente del Consiglio intende disfarsi della sua ministra del Turismo, che resiste e rimanda al mittente la richiesta. Al punto tale che Meloni è costretta a chiederglielo via comunicato ufficiale. A questo punto delle due l’una: o Santanchè si dimette nelle prossime ore, o Giorgia Meloni è costretta a ricorrere alla mozione di sfiducia individuale. In ogni caso, dopo questa giornata il governo è a pezzi».

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo

Mentre i resti del governo cercano ancora di capire cosa sia successo con l’ultimo referendum, nel quartier generale del campo largo l’aria è diventata improvvisamente frizzantina, per alcuni addirittura irrespirabile. Non è solo il profumo della vittoria, ma quello, ben più pungente, della competizione interna.

Il leader M5s cavalca i sondaggi e lancia la sfida ai dem

Giuseppe Conte, l’uomo che un tempo guardava alle primarie del Pd come a un reperto archeologico della Prima Repubblica, ha deciso di rispolverare il gazebo e ha deciso di farlo non appena si sono chiuse le urne. L’ex avvocato del Popolo, forte della vittoria del No che ha prontamente rivendicato, ha spiazzato tutti. Dopo anni passati a spiegare che il Movimento 5 stelle non è un partito tradizionale e che le primarie sono roba da apparati polverosi, Conte ha improvvisamente trovato una passione travolgente per la consultazione popolare. Il motivo? Semplice: i sondaggi gli sorridono e l’idea di strappare la leadership a Elly Schlein sotto il naso dei suoi stessi elettori è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Conte ha posto però le sue condizioni: niente «primarie di apparato», ma consultazioni aperte e trasparenti.

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Un’idea che piace anche al centro. Ernesto Maria Ruffini, leader del movimento Più Uno, si è detto favorevole a patto che «siano davvero aperte e con regole condivise da tutti i partecipanti», mentre Matteo Renzi non vede alternative. «L’opposizione deve fare le primarie», ha detto il leader di Iv al Foglio. «Siamo stati i primi a proporle. Le primarie sono un elemento identificativo della storia del centrosinistra, sono una grande scommessa culturale. Conte fa bene a rilanciarle e crederci, come pure Elly Schlein. Noi iniziamo con le primarie delle idee, insieme a un gruppo di amministratori e professori, di volontari e giovani. La priorità, oggi, è confrontarci sulle proposte a fronte di un governo che in quattro anni ha brillato per immobilismo».

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

L’apertura di Conte agita il Nazareno

Al Nazareno, la notizia è stata accolta con l’entusiasmo che si riserva a un parente molesto che si autoinvita a Natale. Elly Schlein, testardamente unitaria e maestra nell’arte della resistenza sorridente, si trova davanti a un bel rebus. «Discuteremo di tutto: modalità, tempi», ha sottolineato la segretaria dem, «ho sempre detto che in caso di primarie sarei stata assolutamente disponibile». Il rischio però è di trovarsi Conte che le spiega come si fa opposizione direttamente dal suo ufficio. O da ogni salotto televisivo. Le reazioni interne al Pd sono un mix di panico e rassegnazione e i mal di pancia non si contano. Primi fra tutti i riformisti che non si arrendono all’idea di un’alleanza con l’ex premier, percepito come un nemico.

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per Salis le primarie «fanno male alla coalizione»

Nel Pd sono in molti a non trattenere l’irritazione della fuga in avanti di Conte dopo l’annuncio e la tradizionale foto di gruppo durante la manifestazione post referendum. Il timore è che – dicono fonti interne – le primarie si trasformino in una resa dei conti a cui pochi dicono di essere pronti. E poi c’è la sindaca di Genova Silvia Salis che le ha bocciate senza appello. «Sono sbagliate e fanno male alla coalizione» ha sentenziato, perché «costringono a contrapporre due o più soggetti politici che in realtà fanno parte della stessa alleanza, creando un periodo in cui fai campagna elettorale contro chi poi dovrebbe sostenere il tuo governo». Intanto il primo cittadino di Napoli, Gaetano Manfredi, dato tra i possibili federatori del centrosinistra, si è già sfilato: «Non ci penso assolutamente a candidarmi. Posso dare il mio contributo al progetto, questo sì, ma senza candidarmi alle primarie».

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Fratoianni e Bonelli spiazzati

Spiazzati anche gli altri alleati del campo largo, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Per loro, le primarie non sono esattamente in cima alla lista dei desideri, preferiscono parlare di salario minimo e clima. «Alle ragazze e ai ragazzi che hanno votato al referendum», ha detto Fratoianni, «non interessano le primarie. Mi pare che questi ragazzi e queste ragazze ci chiedano: “Ma voi che proposte avete per cambiare la nostra vita?”». Tuttavia, sanno bene che quando i due “pesi massimi” iniziano a litigare, ai piccoli alleati tocca fare da arbitri o, peggio, da spettatori.

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo
Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Elly Schlein e Roberto Gualtieri festeggiano la vittoria del No (Imagoeconomica).

La grande scommessa del campo largo

In attesa di capire se queste primarie si faranno davvero o se finiranno nel dimenticatoio delle grandi intuizioni politiche mai realizzate, una cosa è certa: Conte ha dimostrato ancora una volta di saper manovrare il timone con la destrezza di un capitano di lungo corso. Resta da vedere se il campo largo riuscirà a diventare una vera coalizione e a catalizzare quei 15 milioni di elettori che hanno detto No al governo Meloni prima che alla riforma della giustizia, o se rimarrà un set cinematografico dove ognuno cerca di rubare l’inquadratura all’altro.