Addio a Tim Curry, attore britannico celebre per aver interpretato il dottorFrank-N-Furter nel cult The Rocky Horror Picture Show e Pennywise nella miniserie televisiva It, morto all’età di 80 anni. Dopo aver iniziato la carriera in teatro, è sbarcato al cinema e in televisione. Vanta svariate interpretazioni, tra le quali quella del Dottor Petrov in Caccia a Ottobre Rosso (1990), quella del cardinale Richelieu ne I tre moschettieri (1993) e l’arguto maggiordomo Wadsworth in Signori, il delitto è servito (1985). Curry, che è stato anche cantante e musicista, viveva a Los Angeles. Non si è mai sposato e non ha avuto figli.
Intesa Sanpaolo è passata al contrattacco dopo la doppia offerta pubblica di scambio di Monte dei Paschi di Siena su Banco Bpm e Banca Generali, messa a punto dal ceo Luigi Lovaglio per bloccare l’avanzata del gruppo guidato da Carlo Messina su Mps. Intesa Sanpaolo ha infatti presentato oggi alla Consob «osservazioni e considerazioni riguardanti criticità emerse da operazioni annunciate dopo il lancio dell’opas su Monte dei Paschi di Siena». L’iniziativa, spiegano fonti a conoscenza del dossier «è finalizzata a tutelare l’integrità del mercato e la corretta informazione verso tutti gli azionisti e a evidenziare in particolare la necessità del rispetto della normativa vigente con riferimento, tra l’altro, alla cosiddetta passivity rule». Quest’ultima è la norma che mira a salvaguardare la contendibilità delle società quotate, impedendo che gli amministratori attuino iniziative difensive per scongiurare offerte e scalate esterne.
Uno dei motori più importanti del consenso trumpiano sembra essersi rotto. Il vasto ecosistema mediatico che ha contribuito al successo elettorale di The Donald nel 2024 sta perdendo visualizzazioni, iscritti, ma soprattutto si sta frammentando in tanti piccoli universi in guerra l’uno con l’altro. Il New York Times ha fatto i conti della grande macchina comunicativa MAGA fatta di creator e influencer, scoprendo che negli ultimi mesi i numeri sono da incubo, o quasi. Il pubblico vorace di contenuti pro-Trump si è assottigliato in particolare verso la fine del 2025, con un calo costante durante i primi sei mesi del 2026. Un fenomeno che preoccupa non tanto il presidente quanto il Partito repubblicano, che si prepara ad affrontare elezioni di metà mandato complesse. Il fronte unito dei creator conservatori in passato si è rivelato molto efficace per il partito nel pungolare gli elettori e spingerli alle urne.
Donald Trump (Ansa).
La galassia MAGA perde appeal
Il Times ha analizzato i numeri di alcuni dei creator di destra più noti comeTucker Carlson, Candace Owens,Steve Bannon, Nicholas Fuentes, Dan Bongino e Ben Shapiro. Il caso di quest’ultimo aiuta a farsi un’idea del clima che si respira. Il cofondatore e volto di The Daily Wire, tra i grandi sostenitori di Trump, di Israele e della guerra contro l’Iran, ha perso circa 60 mila iscritti al canale YouTube solo tra aprile e giugno di quest’anno, rileva la newsletter Chaotic Era. Le visualizzazioni seguono un trend analogo e sono passate dai 27 milioni a settimana del 2024 a circa quattro milioni a settimana negli ultimi mesi. Il calo si nota anche fuori da YouTube. Sul web, ad esempio, The Daily Wireha perso metà del suo traffico rispetto al 2025.
Ben Shapiro (da Instagram).
Giusto per avere un termine di paragone, nel periodo compreso tra giugno 2025 e giugno 2026, Truth Social, il social di Donald Trump, ha perso il 48 per cento del traffico, la CNN il 35 per cento e il New York Times solo il 10 per cento. In casa Shapiro regge meglio il podcast, trainato da un aumento del 50 per cento dei contenuti pubblicati. Dan Bongino, noto creator pro-Trump nominato vicedirettore dell’Fbi, è tornato a caricare video in rete, ma colleziona circa la metà dei numeri realizzati durante la campagna elettorale del 2024.
Dan Bongino (Ansa).
La concorrenza di nuovi personaggi e nuove tendenze
Le ragioni dietro questo calo sono diverse. Alcune sono fisiologiche: passare dall’opposizione al governo riduce l’entusiasmo di elettori e spettatori. In più, come tutti i creator, anche quelli conservatori hanno a che fare con algoritmi che cambiano senza spiegazioni, nuove piattaforme e concorrenza. Ma il problema non è soltanto che il pubblico diminuisce. È che quello stesso pubblico si sta disperdendo tra prodotti, personaggi e sottoculture che non rispondono più a un’unica gerarchia politica. La concorrenza spiega l’altra faccia di questa crisi. Qui intervengono due fattori. Il primo riguarda la comparsa di nuovi personaggi, come gli youtuber legati al fenomeno del looksmaxxing (sottocultura diventata virale che consiste nel miglioramento esasperato del proprio aspetto fisico), che si contendono almeno in parte lo stesso bacino di giovani uomini che in passato aveva alimentato la crescita degli influencer trumpiani. Il secondo aspetto è legato alla frammentazione.
Le rotture della galassia trumpiana
Personalità come Shapiro e Bongino rimangono fedeli a Trump e al suo programma, mentre altri hanno iniziato a dissociarsi dal tycoon in modo plateale, come ha fatto di recente Tucker Carlson, ex conduttore di Fox News, che ha parlato addirittura di fondare un nuovo partito. La deriva dell’amministrazione Trump ha creato moltissime crepe nel mondo MAGA. La guerra con l’Iran, la gestione del caso Epstein, il carovita e persino la spinosa questione dei data center hanno dato fiato a una parte dell’ecosistema. È il caso, ad esempio, di Nicholas Fuentes e Candace Owens. Questi due influencer sono quelli che hanno numeri leggermente migliori. Il primo, un suprematista bianco che ha detto di ammirare Adolf Hitler, è attivo solo sulla piattaforma Rumble e negli ultimi mesi le sue visualizzazioni settimanali medie hanno raggiunto picchi vicini agli otto milioni, contro circa un milione nel 2024. Owens, che ha perso traffico a causa del silenzio social durante la maternità, ha una decina di milioni di visualizzazioni mensili, ma la tenuta deriva almeno da due elementi: la diversificazione nei contenuti, dalla politica al gossip, e il complottismo. Il secondo è particolarmente interessante perché permette anche di individuare uno dei principali momenti di rottura della galassia pro-Trump.
Nicholas J. Fuentes (Ansa).
È lotta per riempire il vuoto lasciato da Charlie Kirk
Owens, infatti, è stata una delle più vocali sostenitrici delle teorie del complotto intorno alla morte dell’attivista Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre 2025. Da quel momento le fratture interne al sistema mediatico trumpiano sono diventate molto più evidenti. Per Owens dietro l’omicidio del fondatore di Turning Point Usa ci sarebbe una cospirazione che intreccia il governo israeliano e quello americano.
Candace Owens (Ansa).
Al di là delle stramberie dell’influencer, la morte di Kirk ha creato un vuoto importante nella destra americana, un vuoto che qualcuno vuole colmare. In una lunga conversazione su Pod Save America, il giornalista Will Sommer, che da anni segue l’estrema destra e l’ecosistema mediatico conservatore, e il conduttore Tommy Vietor hanno analizzato le anime di questo universo. Nel dialogo tra Sommer e Vietor emerge come ormai non ci sia più un «sistema mediatico conservatore», ma piuttosto «mondi in competizione» cristallizzati intorno a identità e sensibilità diverse: populisti, complottisti, nazionalisti, appartenenti alla manosphere e conservatori tradizionali. Queste fazioni si raggruppano in due macro insiemi: quelli che lottano per la sopravvivenza economica, chiedendosi se riusciranno a generare visualizzazioni e ricavi senza il traino di Trump, e quelli che combattono per essere i depositari dell’ideologia conservatrice e per orientare il Partito repubblicano.
Un memoriale dedicato a Charlie Kirk (Ansa).
La radicalizzazione della nuova destra online
In un contesto simile le fazioni si contendono un’audience in calo e demotivata. Per questo i messaggi finiscono con il radicalizzarsi, come dimostra il successo di Fuentes, ma non solo. Sempre Sommer e Vietor spiegano come si stiano affermando creator che alzano il livello delle provocazioni in un’escalation sempre più marcata. A questi si aggiungono fenomeni come il looksmaxxing e la manosphere, non necessariamente politici in senso stretto ma capaci, in alcune delle loro declinazioni, di sovrapporsi a contenuti reazionari, antifemministi e misogini. Se da un lato la disgregazione della gioiosa macchina di propaganda MAGA può indebolire Trump e il Partito repubblicano, dall’altro la guerra civile comunicativa rischia di produrre effetti deleteri. La competizione per catturare l’attenzione può trasformare idee un tempo relegate in qualche anfratto della rete in parole d’ordine capaci di uscire dai social ed entrare nel dibattito politico. È il caso dei contenuti antisemiti diffusi da Fuentes e, su un altro terreno, della crescente circolazione del concetto di “remigrazione”. I contenuti che ruotano attorno a figure come Greg Bovino mostrano bene l’intreccio tra comunicazione e politica. L’ex comandante della Border Patrol e uno dei volti della stretta migratoria dell’amministrazione Trump, il 30 maggio ha partecipato al Remigration Summit a Figueira da Foz, in Portogallo. Una visita che rimarca le connessioni tra un pezzo della destra americana e i movimenti nazionalisti europei e mostra come il concetto di “remigrazione”, un tempo confinato agli ambienti più radicali, stia conquistando nuovi spazi nel dibattito della destra. Citofonare Vannacci (e non solo).
Pur negando qualsiasi illecito, Meta ha accettato di pagare fino a 17,1 miliardi di dollari nell’ambito di un patteggiamento con 29 Stati Usa, che avevano accusato il colosso di Menlo Park di aver progettato Facebook e Instagram con meccanismi capaci di creare dipendenza nei minorenni, pur essendo consapevole dei possibili effetti negativi. Analoghe accuse, peraltro, sono state rivolte a Meta anche dall’Ue.
Meta ha preferito patteggiare anziché rischiare sentenze più pesanti
L’accordo pone fine a un processo iniziato poco più di una settimana fa a Oakland, in California, nato da causa intentata nel 2023 da 29 Stati Usa, che contestavano numerose violazioni delle leggi federali e statali a tutela dei minori, come il Children’s Online Privacy Protection Act, normativa volta a proteggere gli under 13 anni dal diventare bersaglio delle attività commerciali online. Meta, che continua a respingere ogni addebito, ha preferito pagare e accettare nuove regole federali, piuttosto che rischiare una sentenza potenzialmente devastante: i 29 Stati erano arrivati a prospettare sanzioni nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari.
Mark Zuckerberg (Ansa).
Il colosso di Menlo Park continua a respingere le accuse
«Respingiamo con decisione queste accuse e siamo certi che le prove dimostreranno il nostro impegno di lunga data a sostegno dei giovani», ha dichiarato una portavoce di Meta. L’azienda di Mark Zuckerberg ha spesso citato numerose misure adottate a tutela dei minorenni, come il parental control, le funzionalità di sicurezza e l’impostazione predefinita degli account degli adolescenti come privati. Nell’ambito del patteggiamento, si è comunque impegnata ad apportare modifiche a Facebook e Instagram a livello nazionale, tra cui l’introduzione di limiti giornalieri e blocchi notturni.
Anche se non è ancora terminata, la guerra in Iran ha già un vincitore ed è l’uomo più ricco d’Africa, il nigeriano Aliko Dangote che proprio grazie alla crisi in Medio Oriente è diventato ancora più ricco. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, il suo patrimonio netto è aumentato di circa 4,86 miliardi di dollari da inizio 2026, e ora è stimato intorno ai i 35 miliardi di dollari. Il 69enne nigeriano ha costruito gran parte della sua fortuna sui beni di prima necessità: dal sale allo zucchero, fino al cemento. Il vero salto di scala, però, è arrivato con la raffineria di petrolio che possiede a Lagos. Valutato 20 miliardi di dollari ed entrato a pieno regime solo nel 2026 (650 mila barili di petrolio greggio lavorati al giorno), lo stabilimento ha beneficiato della crescita esponenziale della domanda di prodotti petroliferi fin dall’inizio della guerra. Da febbraio, infatti, i fornitori slegati dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz sono diventati un’ancora di salvezza per il mercato.
Aliko Dangote e il banchiere nigeriano Aigboje Aig Imoukhuede (Ansa).
Il boom dell’esportazione di carburante per aerei
Nonostante le abbondanti riserve di greggio, l’Africa dipende ancora fortemente dalle importazioni di petrolio a causa di pesanti deficit infrastrutturali. La stragrande maggioranza dei circa 9 milioni di barili al giorno prodotti nel continente viene esportata per essere raffinata. D’altronde la maggior parte delle raffinerie nazionali, in maggioranza di proprietà statale, sono inattive. La Nigeria, ad esempio, negli ultimi anni ha investito quasi 3 miliardi di dollari nella riabilitazione delle sue tre raffinerie statali. Nessuna di esse però è attualmente attiva. I conflitti globali non hanno aiutato. Da una parte gli attacchi ucraini contro le raffinerie e le petroliere russe hanno drasticamente ridotto le forniture di Mosca all’Africa, dall’altra la chiusura di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, ha rallentato drasticamente i flussi provenienti dall’Europa e dal Golfo Persico. Mentre l’inevitabile rincaro di cibo, fertilizzanti e carburante alimenta la povertà, Dangote e la sua raffineria però fanno affari d’oro. La sua società «è stata la più grande esportatrice mondiale di carburante per aerei nei mesi di aprile e maggio», ha spiegato al New York Times Daniel Evans, vicepresidente di S&P Global Energy, società di ricerche di mercato. Dato confermato da Devakumar Edwin, vicepresidente di Dangote Industries: nel 2026 le spedizioni di carburante per aerei provenienti dalla raffineria nigeriana hanno raggiunto per la prima volta il mercato statunitense. «A luglio», sottolinea Edwin, «l’azienda è stata il principale fornitore europeo di carburante per aerei e gasolio».
La quotazione record in Borsa e i piani di sviluppo in Kenya
Le ambizioni del miliardario non si fermano qui. Il 18 agosto, la Dangote Refinery ha annunciato di aver ottenuto un miliardo di dollari da un gruppo di investimento con sede a Dubai (col proposito di raccoglierne altri cinque nelle prossime settimane) per sostenere la quotazione alla Borsa nigeriana, puntando a una valutazione intorno ai 50 miliardi di dollari che rappresenterebbe la più grande offerta pubblica iniziale nella storia africana. Mentre si pensa a un possibile sbarco a Wall Street, l’obiettivo principale è raddoppiare la capacità di raffinazione anche attraverso l’apertura di un altro polo in Kenya, come ha annunciato il presidente William Ruto. Per l’impianto, la cui costruzione dovrebbe iniziare a settembre, è previsto un investimento complessivo di circa 20 miliardi di dollari. Il gruppo ha inoltre offerto ai Paesi dell’Africa orientale una quota complessiva del 30 per cento. Al Kenya è stata proposta una partecipazione del 10 per cento, mentre Etiopia e Ruanda hanno manifestato interesse a entrare nel capitale. Oltre alla raffineria, che dovrebbe avere una capacità di lavorazione fino a 700 mila barili di greggio al giorno, nei piani della società c’è anche la realizzazione di un oleodotto che attraversi 11 Paesi del continente. In Nigeria però c’è chi frena gli entusiasmi. La raffineria avrebbe dovuto mettere fine alla dipendenza dal carburante importato abbassando i costi. Ma i prezzi sono aumentati. Dangote, già nel mirino per la sua posizione di monopolio e per condotte antisindacali, è accusato di mancanza di trasparenza: grazie ai rapporti con la politica avrebbe infatti ottenuto sussidi e agevolazioni fiscali.
Allerta all’aeroporto di Francoforte, il più grande della Germania e uno dei maggiori in Europa, dove un dipendente è morto di malaria e altri cinque lavoratori dello scalo sono risultati positivi alla malattia. Secondo il Robert Koch Institute (RKI), che a metà luglio aveva confermato un focolaio di quattro casi di malaria tra i dipendenti dell’aeroporto, tutti addetti al carico e allo scarico delle merci, l’infezione potrebbe essersi verificata tra il 4 e il 6 di quel mese. E, con ogni probabilità, è avvenuta tramite la puntura di zanzare infette che avevano viaggiato in stiva, inavvertitamente “importate” da Paesi tropicali. Non ci sarebbe stata, dunque, una trasmissione da uomo a uomo. All’interno dell’aeroporto sono state piazzate delle trappole e alcuni esemplari di zanzare sono già stati catturati. L’ultimo caso di malaria aeroportuale, spiega il Robert Koch Institute, era stato rilevato in Germania nel 2023, sempre a Francoforte.
La Figc (Federazione italiana gioco calcio) ha deciso di ritirare il sostegno alla candidatura di Gianni Infantino per le elezioni alla presidenza della Fifa in programma a marzo 2027. Una scelta, spiega la Federcalcio, che intende esprimere in maniera chiara e trasparente la posizione della Federazione, in piena condivisione con la Uefa e con il suo presidente Aleksander Čeferin, rispetto alle recenti iniziative promosse dal presidente della Fifa in materia di governance e sviluppo delle competizioni internazionali. «Continueremo a lavorare al fianco dell’Uefa e delle altre federazioni europee per promuovere un modello di calcio fondato su merito, solidarietà, sostenibilità e centralità dei tifosi», ha dichiarato il presidente della Figc Giovanni Malagò. «Ci riconosciamo in un modello di confronto, di ascolto e di corresponsabilità che ha fino ad ora consentito al calcio di crescere, innovare e al tempo stesso difendere i propri principi fondanti».
Continua a salire il bilancio delle vittime della vasta alluvione che ha colpito un’area del Nepal al confine col Tibet (regione autonoma della Cina), spazzando via villaggi e infrastrutture nelle zone di Syapru Besi e Timure, nel distretto montuoso di Rasuwa. I morti accertati sono più di 20, ma il numero è destinato a incrementare. In base alle informazioni fornite da 10 agenzie turistiche e di viaggio, le autorità di Kathmandu hanno identificato 384 viaggiatori, tra cui 291 cittadini stranieri e 93 nepalesi, come irreperibili dopo l’alluvione.
These visuals from the floods in Rasuwa, Nepal are absolutely horrific. The scale of the destruction looks unreal, almost like a scene from a disaster movie.The entire Himalayan belt needs to seriously work on better early warning systems for such flash floods. Prayers for… pic.twitter.com/7iiupXXIzT
Tra i 291 stranieri 105 sono indiani: la maggior parte di essi era in pellegrinaggio sul Monte Kailash. Nell’elenco figurano inoltre cittadini di Australia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Malesia, Regno Unito e Sudafrica. Dispersi anche otto sudcoreani che lavoravano in una centrale idroelettrica.
Floods in Nepal wreak havoc, sweeping away several villages and leaving over 1,000 people missing. Bridges and power plants destroyed. Army deployed.
Per diversi altri viaggiatori stranieri la nazionalità non è stata ancora confermata: la Farnesina è al lavoro per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani e assicurare, ove necessario, assistenza ai connazionali presenti nell’area. In base alla piattaforma “Dove siamo nel mondo”, sono circa 90 gli italiani che si trovano al momento in tutto il Nepal e nell’intera regione tibetana.
A massive mudslide struck Gyirong Port on the China-Nepal border, with CCTV footage showing a wall of debris slamming through the crossing in seconds, tossing vehicles and buses.
Nepal reports at least 8-16 dead with hundreds of travelers listed as missing, including 291… pic.twitter.com/ZXfDIUaGsC
In Lombardia c’è stato il primo caso di suicidio assistito interamente gestito dal servizio sanitario regionale. Si tratta di Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva, morto il 25 agosto 2026 dopo aver ottenuto l’assistenza da parte della sanità regionale. Come spiega l’associazione Luca Coscioni, è la terza persona in Lombardia ad accedere alla morte volontaria, e il primo caso nel quale il servizio sanitario regionale ha organizzato l’intera fase attuativa, compresi l’assistenza sanitaria, il farmaco e la strumentazione necessari e l’individuazione del luogo nel quale procedere. L’uomo ha disposto la donazione del proprio corpo alla ricerca scientifica.
L’associazione Luca Coscioni: «Servono tempi più brevi»
Domenico, che era di Giussano nel Milanese, aveva presentato la richiesta di accedere alla morte assistita all’Asst Ovest Milanese l’8 novembre 2025. Dalla richiesta all’effettiva attuazione sono trascorsi 290 giorni, oltre nove mesi, nonostante le linee guida regionali prevedano un termine massimo complessivo del procedimento di 145 giorni. «Per evitare che la procedura sia condotta in tempi così lunghi, e anche per evitare che un futuro assessore alla Salute possa disfare tutto con un tratto di penna, è fondamentale che il Consiglio regionale approvi la legge di iniziativa popolare “Liberi subito“», hanno sottolineato Filomena Gallo e Marco Cappato, segretaria nazionale e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni.
A Roma la rete politica di Roberto Vannacci cresce ogni giorno: nella Capitale Futuro Nazionale, secondo i sondaggi “local”, viene accreditato con un consenso del 12 per cento. Una vera e propria spina nel fianco per la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. E lui, il generalissimo, è pronto a offrire una nuova prova di forza. Sta infatti cominciando a girare la voce di una «cena strategica» organizzata per la sera del 10 settembre in un albergo dietro il Teatro dell’Opera, per presentare «importanti nuovi arrivi», in particolare da Forza Italia. Già, perché Antonio Tajani «perde pezzi ogni giorno», sibilano i fedelissimi di Vannacci e pure quelli del fu Cavaliere. Tra l’altro, l’appuntamento gastronomico futurista si terrà al termine della kermesse romana voluta dal leghista Claudio Durigon alle Officine Farneto, con l’obiettivo di “contare” gli ultimi salviniani rimasti nell’Urbe, un banco di prova prima della celebrazione dei fasti (di una volta) di Pontida.
Roberto Vannacci (Ansa).
Il generalissimo punta sui calabresi
Ma c’è di più: Roma ha un ruolo centrale anche nelle suppletive in Calabria del 27 e 28 settembre per sostituire il forzista Francesco Cannizzaro eletto sindaco di Reggio. Vannacci, com’è noto, ha candidato Domenico Giannetta, capogruppo azzurro in Regione, strappandolo al partito berlusconiano.
Domenico Giannetta (Facebook).
E qui torna l’appuntamento romano di Futuro Nazionale: nella Capitale non si contano, per quanti sono, i calabresi, e in particolare i reggini che ovviamente mantengono relazioni e rapporti con la terra natale. Una forza notevole, ben radicata nei ministeri e nella pubblica amministrazione romana, nelle forze armate e nelle forze dell’ordine e che può fare la differenza nelle urne. Molti calabresi gravitavano nel gruppo dell’ex sindaco Gianni Alemanno. Non va dimenticato che Alemanno era sposato con Isabella Rauti, attuale sottosegretaria alla Difesa e figlia del destrissimo Pino, nato a Cardinale, in provincia di Catanzaro. E vogliamo dimenticare la rivolta di Reggio Calabria del 1970 guidata da Ciccio Franco, sindacalista, capopopolo, senatore del Movimento Sociale Italiano? Il voto reggino, insomma, rischia di diventare uno tsunami per Forza Italia che ha preferito candidare (si dice per volontà di Marina Berlusconi) l’avvocato della Fininvest Fabio Roscioli. E un trampolino di lancio per le Politiche del 2027. Tanti calabresi che lavorano a Roma hanno ancora la residenza nella loro terra di origine. La cena romana di Vannacci si preannuncia gustosa, indipendentemente dai piatti che verranno serviti a tavola…
È stato convocato per domani, giovedì 27 agosto, il consiglio d’amministrazione straordinario di Generali chiamato a un primo esame dell’offerta del Monte dei Paschi di Siena per Banca Generali, controllata del Leone di Trieste. Disponendo del 50,2 per cento delle quote, la posizione della compagnia di assicurazioni sarà determinante per l’esito dell’offerta di Mps, parte del piano ideato dal ceo Luigi Lovaglioper bloccare l’avanzata di Intesa Sanpaolo su Siena. La validità dell’ops da 8,72 miliardi di Rocca Salimbeni è infatti subordinata al conseguimento di almeno il 50 per cento più un’azione del capitale di Banca Generali.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Le perplessità già espresse dal cda di Banco Bpm
Si è invece già tenuto il cda di Banco Bpm, che per ora ha sostanzialmente bocciato il matrimonio con Monte dei Paschi di Siena. L’offerta di scambio da 25 miliardi lanciata da Mps, «non concordata» e neppure «sollecitata», come ha evidenziato l’istituto guidato da Giuseppe Castagna, «per sua natura rappresenta un’operazione strutturalmente diversa» da quella proposta da Bpm a inizio giugno, «in quanto si configura come un’acquisizione e non una fusione tra le due banche». Inoltre «non presenta un premio per gli azionisti». Crédit Agricole, che detiene il 29,3 per cento del capitale di Bpm, aveva già manifestato dubbi sulla creazione di valore da una combinazione con Mps.
Nefertari Mancini, 32enne figlia di Antonio Mancini e Fabiola Moretti, storici appartenenti alla banda della Magliana, è stata arrestata dopo essere evasa dai domiciliari per andare a incontrare il fidanzato nel carcere di Viterbo. I fatti risalgono al 23 agosto, quando la donna si è fatta accompagnare in auto nel penitenziario da un coetaneo senza patente (poi denunciato). Arrivata all’interno, al momento dell’identificazione per l’accesso alla sala colloqui, la giovane Nefertari ha esibito una carta d’identità elettronica intestata a un’altra persona. Gli agenti hanno notato una palese difformità tra la foto sulla carta plasticata e il cartellino anagrafico originale. Ispezionandola, si sono accorti che anche gli ologrammi (cioè gli elementi ottici di sicurezza che impediscono la contraffazione) mostravano differenze. All’uscita dal colloquio, la donna è stata quindi fermata e, dopo aver continuato a mentire, ha infine ammesso la propria identità. Le forze dell’ordine l’hanno arrestata in flagranza di reato con le accuse di evasione dai domiciliari, fabbricazione e uso di documento di identificazione falso valido per l’espatrio e sostituzione di persona. Su disposizione della procura di Viterbo, è stata trasferita nel carcere di Civitavecchia, in attesa dell’udienza di convalida.
Non si arresta la corsa al rialzo dei prezzi dei carburanti. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy rende infatti noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, lunga la rete stradale nazionale la benzina in modalità self service costa in media 2,017 euro al litro (ieri 2,015), mentre il gasolio è arrivato a 2,137 euro al litro (ieri 2,136). Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio della verde è di 2,092 euro al litro per la benzina (da 2,091) e di 2,208 euro al litro per il diesel (da 2,207). Oggi alle 18 è prevista la riunione del Consiglio dei ministri che, come hanno anticipato fonti di Palazzo Chigi, dovrebbe prorogare per alcuni giorni il taglio delle accise sul gasolio.
Volodymyr Zelensky ha conferito a Elon Musk l’importante onorificenza dell’Ordine della Libertà «per l’eccezionale merito personale nella protezione della vita e della libertà umana e nello sviluppo delle relazioni tra i popoli dell’Ucraina e degli Stati Uniti d’America», come si legge nel decreto presidenziale diffuso dalla Bankova. L’Ordine della Libertà è una delle più alte onorificenze del Paese, superata solo dal titolo di Eroe dell’Ucraina e dalla Croce al Merito Militare.
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).
L’Ucraina vorrebbe utilizzare Starlink per compiere attacchi in Russia
Musk ha avuto un ruolo rilevante nella guerra in Ucraina per l’uso di Starlink, costellazione di satelliti di SpaceX per l’accesso a internet satellitare globale in banda larga a bassa latenza. E questo in diversi momenti del conflitto: prima ha donato a Kyiv terminali che hanno permesso di sostenere le comunicazioni militari, e successivamente, all’inizio del 2026, ha bloccato l’accesso al sistema alle forze di Mosca, che lo utilizzavano per gestire droni sul campo di battaglia. Le autorità ucraine stanno cercando di persuadere Musk a consentire alle forze armate di Kyiv di utilizzare Starlink per colpire il territorio russo, ma il magnate ha ancora concesso l’autorizzazione: il conferimento dell’Ordine della Libertà a Musk può essere interpretato come un tentativo da parte di Zelensky di convincerlo.
Huawei e Hp hanno annunciato la firma di un accordo pluriennale di licenze incrociate globali sui brevetti, che include la concessione a HP Inc. di licenze per alcuni brevetti WiFi di Huawei. L’intesa, si legge in una nota, non solo riflette la cooperazione tra le due aziende nel campo delle licenze di proprietà intellettuale, ma riconosce anche le capacità innovative e la forza tecnologica di base di Huawei, nonché la posizione di Hp come leader globale nel settore dei computer e delle periferiche. «Si tratta di una licenza di brevetto essenziale per lo standard, relativa alla tecnologia Wi-Fi, ampiamente utilizzata nel settore e prassi comune per le aziende i cui prodotti si connettono al Wi-Fi. Non è una novità e non rappresenta una relazione strategica o commerciale più ampia, una partnership o una collaborazione con Huawei», ha dichiarato Hp. L’accordo giunge dopo una controversia sui brevetti che ha coinvolto Hp, Huawei e altre aziende e che si è conclusa lo scorso autunno con un’intesa che consente alla società statunitense di accedere a un pool di 2 mila brevetti relativi alla connettività di rete wireless. Huawei è stata uno dei membri fondatori del pool di brevetti, denominato Sisvel WiFi 6.
In una lettera pubblicata sul Financial Times, il ceo di Monte dei Paschi di Siena Luigi Lovaglio ha risposto a quanto scritto nella rubrica Column Lex del quotidiano britannico, in cui ladoppia offerta da 34 miliardi di euro lanciata dal Monte dei Paschi di Siena su Banco Bpm e Banca Generali era stata definita «un’idea decisamente stravagante» e, soprattutto, «una fusione a quattro» visto il coinvolgimento di Mediobanca.
Palazzo Rocca Salimbeni a Siena, sede di Mps (Imagoeconomica).
La spiegazione di Lovaglio: perché le opas sono diverse
Column Lex aveva titolato: “Mps in Italia ritiene che tre acquisizioni siano meglio di una”. Lovaglio ha spiegato che il Ft «ha travisato» il piano di Siena. Innanzitutto, ha precisato, «l’operazione con Mediobanca è già in corso», quindi «considerarla come una nuova operazione sovrastima in modo significativo sia le attività ancora da svolgere sia il rischio complessivo di esecuzione». Quanto a Banco Bpm e Banca Generali, i due istituti «non sono imprese equivalenti, e pertanto non dovrebbero essere considerate come un’unica sfida di integrazione». L’opas sull’istituto guidato da Giuseppe Castagna, spiega Lovaglio, sarebbe «una fusione tradizionale tra due banche commerciali con reti complementari e una chiara logica industriale». Con la controllata del Leone, invece, Rocca Salimbeni metterebbe a segno «un’acquisizione strategica complementare nel wealth management caratterizzata da modello operativo e una base di clientela distinti». Smentendo poi l’osservazione del Ft sulla supposta stravaganza del suo piano, ritenuto strettamente difensivo di fronte all’ops di Intesa Sanpaolo, Lovaglio nella lettera al quotidiano parla di un «progetto industriale» animato da «una forte visione di crescita volta a servire meglio le famiglie, le imprese e l’economia italiana nel suo complesso» attraverso la creazione di un gruppo leader nel settore bancario italiano (sarebbe il terzo polo del credito), con un mix di attività «paragonabile a quello dei principali modelli bancari europei».
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Il cda di Banco Bpm ha bocciato l’offerta di Lovaglio
Intanto, il cda di Bpm ha per il momento bocciato l’offerta pubblica di scambio da 25 miliardi lanciata da Mps sulla totalità delle azioni, in quanto «per sua natura rappresenta un’operazione strutturalmente diversa» da quella proposta dal Banco a inizio giugno, «in quanto si configura come un’acquisizione e non una fusione tra le due banche». Inoltre «non presenta un premio per gli azionisti di Banco Bpm».
Come promesso dal premier Mark Carney, Ottawa ha risposto ai dazi imposti da Donald Trump sui prodotti canadesi con controtariffe fino 50 per cento su oltre 700 beni statunitensi, per un valore complessivo di 20 miliardi di dollari.
Le tariffe entreranno in vigore l’8 settembre
A partire dall’8 settembre, il Canada applicherà dazi del 15 per cento, del 20 per cento e del 50 per cento su oltre 700 prodotti importati dagli Usa: le tariffe interesseranno una serie di beni che vanno dai fogli di alluminio ai componenti per il settore ferroviario, fino alle motociclette e alle motoseghe, così come prodotti alimentari tipo formaggio fuso, vongole e polpo congelato. Ma anche elettrodomestici come lavastoviglie e lavatrici. Le autorità di Ottawa hanno inoltre annunciato un pacchetto di aiuti da 5,4 miliardi di dollari destinato alle imprese e ai lavoratori colpiti dalle nuove tariffe imposte dagli Usa sulle merci canadesi.
Gli Stati Uniti hanno sospeso in tutto il mondo gli appuntamenti per il rilascio dei visti di immigrazione. Chi aveva già fissato un colloquio presso un’ambasciata o un consolato statunitense ha ricevuto un’email che comunicava il rinvio dell’incontro. La decisione è stata presa per consentire al dipartimento di Stato di formare i funzionari consolari su nuove procedure di valutazione dei richiedenti. La sospensione è stata confermata martedì 25 agosto 2026 da un portavoce del dipartimento, secondo cui è stata avviata una «iniziativa globale di formazione» per assicurare che i funzionari siano in grado di valutare ogni richiedente «in modo completo e coerente». L’obiettivo è rendere più rigorosi i controlli sulle persone che fanno richiesta del visto per individuare coloro che potrebbero diventare dipendenti dall’assistenza pubblica statunitense.
Lalettera di Leonardo Maria Del Vecchio è arrivata lunedì sera sul tavolo di Francesco Milleri e del consiglio di EssilorLuxottica, ed è un piccolo trattato di umanesimo aziendale: la gestione «distante» e «impersonale», le persone che «devono tornare al centro», la Luxottica di 20 anni fa dipinta come un paradiso perduto. La prosa della lettera sembra uscita dalla stessa officina digitale che avevamo già riconosciuto nella memorabile lectio magistralis di Tor Vergata. Il mercato ha archiviato tutto con un ribasso da prefisso telefonico; le dimissioni seguono di un anno quelle del fratellastro Rocco Basilico e chiudono la presenza operativadella famiglia in azienda. Il contenuto vero però sta nei numeri che la lettera si guarda bene dal citare.
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).
Il divorzio si è consumato due mesi fa
Primo numero: il titolo. EssilorLuxottica ha perso circa il 40 per cento in 12 mesi e quasi il 50 per cento dal massimo di 322 euro dello scorso novembre. Ai 160 euro di questi giorni la capitalizzazione è precipitata da circa 150 a poco più di 74 miliardi. Su quel valore poggiava il progetto di LMDV: rilevare il 25 per cento di Delfin dai fratelli Luca e Paola e salire dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte di famiglia. Un’operazione da 10 miliardi, benedetta dall’assemblea del 27 aprile con sei voti su otto e affidata a un pool guidato da UniCredit con Bnp Paribas e Crédit Agricole. Poi il collaterale si è squagliato insieme al titolo, le banche hanno preteso manleve e una lettera di patronage da Delfin, e il consiglio della holding ha rifiutato di impegnare gli attivi di tutti per l’ascesa di uno solo. Al voto sulla patronage, Milleri si è espresso a favore insieme al notaio Mario Notari; contro, il ceo Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardoe Aloyse May. Milleri ha provato ad aiutare il suo alleato e ha scoperto di aver perso il proprio consiglio; Leonardo Maria ha scoperto a giugno che il patto aveva smesso di produrre risultati. La lettera di lunedì certifica un divorzio consumato due mesi fa.
Romolo Bardin (Imagoeconomica).
La via d’uscita negoziata con Apollo resta in standby
Secondo numero, il più eloquente: il debito. L’esposizione complessiva sfiora 1,3 miliardi: circa 650 milioni personali verso UniCredit, 350 riconducibili a Indosuez-Crédit Agricole, 110 di leasing. Il servizio del debito è stimato tra 80 e 100 milioni l’anno, mentre i dividendi Delfin, bloccati da Luca, Clemente e Paola, portano a ciascun erede meno di 19 milioni lordi. Il buco supera i 60 milioni l’anno e si allarga da solo. La via d’uscita negoziata a fine luglio con Apollo Global Management, un rifinanziamento con interesse vicino all’8 per cento, resta in standby: l’accordo è condizionato alla transfer notice, il trasferimento del suo 12,5 per cento di Delfin al veicolo Lmdv Fin, che l’assemblea della holding ha bocciato e che ora pende davanti ai giudici del Lussemburgo. Gli stessi giudici hanno già autorizzato un mini-trasferimento a Basilico applicando uno sconto-holding del 30 per cento: un precedente che deprime il valore di qualsiasi quota in uscita. Sul tavolo pesa infine la penale da 500 milioni dei contratti di prevendita con Luca e Paola, scaduti il 30 giugno. E nel frattempo, sussurrano ambienti vicini alla partita, i fratelli che dovevano farsi comprare starebbero studiando lo schema inverso: liquidare lui.
La partita di UniCredit
Ed è qui che entra in scena il regista. Secondo indiscrezioni raccolte da L43, UniCredit, con il costo del denaro in salita, ha chiesto a Leonardo Maria una rinegoziazione dei termini del debito. La banca di Andrea Orcel tiene dunque in mano il credito personale del socio più fragile di Delfin, e contemporaneamente corteggia da mesi gli asset della holding: a inizio anno i colloqui sul 17,5 per cento di Mps, respinti come speculazioni; a giugno la proposta di farsi conferire il 10 per cento di Generali in cambio di azioni proprie, operazione da quasi 20 per cento del Leone, rifiutata; a luglio la rassicurazione che su Mps trattative non ce n’erano. Il fatto che un fondo come Apollo gli prezzi il rischio all’8 per cento dice a chiunque sieda dall’altra parte del tavolo quale sia il suo prezzo di riserva. Nulla consente di affermare un uso improprio del credito, e la cautela è d’obbligo. Resta la fotografia: Orcel tiene i fili di ogni tavolo che conta, e Leonardo Maria balla.
Andrea Orcel (Imagoeconomica).
Il ruolo di Delfin nell’operazione di Mps su Bpm e Banca Generali
Il calendario, poi, sembra scritto da un drammaturgo. Il 29 ottobre l’assemblea straordinaria di Mps vota, con maggioranza dei due terzi, la doppia ops da 34 miliardi su Banco Bpm e Banca Generali e la maxi-cedola da 4 miliardi, di cui 3 in azioni Generali: Delfin, primo azionista del Monte con il 17,5 per cento, è uno degli aghi della bilancia, e ai valori annunciati le spetterebbero circa 700 milioni tra contanti e titoli del Leone. C’è però un dettaglio magnifico: quel denaro entra nella holding e lì si ferma. Con i dividendi murati, l’ossigeno viene pompato nella stanza accanto mentre il debitore resta dietro una porta chiusa. Il 30 ottobre, secondo fonti vicine a LMDV, scade il termine entro cui il Lussemburgo dovrebbe pronunciarsi sul valore delle partecipazioni. Quarantott’ore in cui si decidono, insieme, il risiko bancario italiano e la sua libertà di manovra.
Francesco Milleri (Imagoeconomica).
Ora per Milleri Leonardo Maria è diventato un fattore di rischio
Resta Parigi, che ha la posizione più comoda di tutti. Il sistema pubblico francese è entrato nel capitale negli anni scorsi attraverso Caisse des Dépôts e Bpifrance; soprattutto, EssilorLuxottica è una società francese, i diritti di voto di Delfin sono plafonati per statuto al 31 per cento e nel 2027 scadono i mandati di Milleri e di Paul du Saillant. I francesi, reduci dalla guerra di governance del 2019 contro l’ascesa italiana, hanno solo bisogno che Delfin arrivi divisa a quell’appuntamento. Ogni veto incrociato lavora per loro, gratis. La morale della favola capovolge la nota ufficiale sui «nuovi progetti imprenditoriali». Il figlio che doveva garantire a Milleri il controllo politico della famiglia è diventato il suo principale fattore di rischio. E dalla crepa aperta lunedì sera guardano dentro, contemporaneamente, Orcel e Parigi.
La democrazia ucraina è bloccata dalla guerra e le elezioni, presidenziali e parlamentari, non ci saranno finché il conflitto sarà in corso. Il quadro è chiaro e la valutazione è sostanzialmente unanime a Kyiv dove, come è già accaduto nel corso degli ultimi anni – quando la situazione sul campo per le forze ucraine è peggiorata e gli equilibri interni hanno dato segno di cedimento – i poteri forti alle spalle di Volodymyr Zelensky hanno preso posizioni sempre più definite. Per il capo di Stato sono cresciute le difficoltà, sia a livello militare sia politico: da un lato c’è stato il fallimento della cosiddetta campagna estiva dei quaranta giorni, che ha finito per fare la stessa fine dell’offensiva del 2023 e dell’operazione di Kursk del 2024-25; dall’altro le cicliche faide interne con i relativi scandali per corruzione e i giri di poltrone hanno assottigliato il cerchio magico della Bankova.
Volodymyr Zelensky (Ansa).
Una campagna elettorale senza voto all’orizzonte
Il supporto militare occidentale ormai è rimasto a carico dell’Unione europea e dei cosiddetti volenterosi. E, come certificano i dati dell’Ukraine support tracker di agosto, è sì cresciuto, ma è rimasto in buona parte sulla carta, con oltre 390 miliardi di euro stanziati complessivamente dall’inizio del conflitto e 160 ancora da allocare effettivamente. Mentre gli aiuti militari nel primo semestre del 2026 sono rimasti all’incirca al livello dello scorso anno, quelli finanziari e umanitari sono scesi del 41 per cento. Al netto della propaganda tra Kyiv e Bruxelles, gli effetti si ripercuotono sulla situazione politica interna: le discese in campo, più o meno fattuali, dell’ex generale Valery Zaluzhny, ora ambasciatore a Londra, e dell’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, hanno segnato l’inizio della campagna elettorale, anche se il voto non sembra essere all’orizzonte. Solo con un trattato di pace o con una tregua consolidata e duratura gli ucraini potranno essere in futuro chiamati alle urne. E per ora di entrambi non v’è traccia.
Valery Zaluzhny (Ansa).
Il paradosso ucraino: sì al cambiamento, no a elezioni immediate
Indicativo è comunque il fatto che i sondaggisti abbiano iniziato a testare sia i possibili sfidanti di Zelensky per il voto presidenziale sia il peso degli eventuali e rispettivi partiti, dato che il sistema politico ucraino è misto e i poteri sono distribuiti fra capo di Stato e Parlamento, almeno in tempo di pace. Il paradosso elettorale, certificato dagli istituti di ricerca come il KIIS (Kyiv International Institute of Sociology), è che nonostante la richiesta di cambiamento sia molto forte, con circa il 67 per cento degli ucraini che vuole un’altra leadership e una rotazione al potere una volta terminato il conflitto, è accompagnata dal no deciso al voto immediato, con l’80 per cento dell’elettorato che si oppone categoricamente allo svolgimento di elezioni durante la guerra e la legge marziale ancora in vigore.
Zelensky e il miraggio di un secondo mandato
Le percentuali di gradimento dei candidati sono altrettanto netti. Negli ultimi mesi Zelensky e Zaluzhny si sono contesi il favore degli elettori, seguiti da new entry come Kyrylo Budanov, ex 007 ora a capo dell’amministrazione presidenziale, e Fedorov. Ma i possibili duelli del secondo turno, quello decisivo, sono tutti a sfavore dell’attuale presidente. Secondo il sondaggio agostano dell’istituto Socis, ad esempio, Zelensky perderebbe nettamente sia contro Zaluzhny (34 per cento contro il 66) sia contro Fedorov (36 a 64) e Budanov (40 a 60). Il presidente vincerebbe solo in un possibile ballottaggio contro Andrei Biletsky, capo del terzo corpo d’armata e fondatore del battaglione Azov, poi inquadrato nella Guardia nazionale ucraina. Insomma, un secondo mandato alla Bankova per Zelensky pare stando a questi numeri assai improbabile. Il consenso generale del capo dello Stato, secondo il Rating Group, è sotto il 60 per cento, sempre dietro agli altri tre candidati, con Zaluzhny in pole position con oltre il 70 per cento.
Kyrylo Budanov (Ansa).
Zaluzhny può contare sull’appoggio dall’esercito
Un possibile partito dell’ex generale raggrupperebbe oggi circa il 20 per cento dell’elettorato, stando ai dati ponderati di Politpro, e sarebbe davanti a Servitore del popolo di Zelensky, secondo con il 13 per cento. Zaluzhny può contare sulla fetta di popolazione che spinge per una linea realistica sulla guerra basata sul rifiuto di inutili offensive di logoramento, sul riarmo strutturale e sulla difesa del capitale umano, ed è supportato anche da una parte dell’esercito, dalle associazioni di veterani e ovviamente dalla rete internazionale politica, diplomatica e d’intelligence, allargata dalla sua base di Londra. In patria può contare invece sul sostegno dell’ex presidente Petro Poroshenko, rimasto uno degli oligarchi più influenti nel Paese. I legami con l’opposizione politica istituzionale potrebbero essere in questo senso un vantaggio per Zaluzhny, anche se di fronte a un concorrente come Fedorov, c’è il rovescio della medaglia.
Valery Zaluzhnyi (Ansa).
Fedorov gioca la carta del nuovo che avanza
L’ex ministro della Difesa ed ex ministro per la Transizione digitale è considerato l’astro nascente proprio per il fatto di aver strutturato la sua avanzata non legandosi ai vecchi poteri forti, eccetto Zelensky, considerando quest’ultimo una figura ibrida, un uomo nuovo uscito dal sempreverde cesto degli oligarchi nel 2019. Fedorov guida la fazione giovane, tecnocratica e anticorruzione, associata all’ala delusa da Zelensky e supportata da vari partner occidentali, politici e industriali, legati soprattutto alle big tech, da Space X a Palantir: i grandi investitori lo considerano non tanto un politico tradizionale da finanziare sottotraccia ma un partner operativo, attraverso il quale finanziare l’hub d’innovazione militare più avanzato al mondo nel settore dei droni e dell‘intelligenza artificiale. In questa prospettiva Fedorov sarebbe ideale come presidente, ma anche in altre posizioni chiave di governo, sarebbe utile alla causa.
Mykhailo Fedorov (foto Ansa).
La corsa alla Bankova ruota dunque intorno a queste tre-quattro figure, considerando Budanov allo stato attuale un alleato di Zelensky, sia al primo sia al secondo turno, o un suo sostituto trainato dallo stesso gruppo che ora regge il Paese. Il punto da chiarire è se davvero sul breve o medio periodo potrà esserci un accordo tra Russia e Ucraina, condiviso da Usa e volenterosi, che permetta lo svolgimento del voto. Nel frattempo il conflitto continuerà e Zelensky rimarrà al suo posto.