Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks

È tutto in una tabella. Date, causali, importi. E poi una cifra che fa scattare la miccia: 49.174.987 euro. Open il 2 febbraio la raccontava così: tra il primo luglio e il 24 dicembre 2025 la gestione commissariale di Ilva avrebbe versato ad ArcelorMittal — mentre è in causa con il gruppo per cifre enormi — quasi 50 milioni di euro per attività di decontaminazione previste dal contratto d’affitto degli impianti (articolo 20.4). A stretto giro è arrivata la smentita dei commissari che ha spento la prima fiamma: non è stata pagata ArcelorMittal, dicono. Il destinatario è Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, cioè la società che oggi gestisce gli impianti. La confusione è nata da un refuso rimasto in un allegato, dove comparirebbe ancora la vecchia denominazione “ArcelorMittal Italia”.

Passi per il refuso, ma quei rimborsi esistono

Fine? No. Perché il punto non è il nome sbagliato. Il punto è che quei pagamenti esistono, sono ricorrenti e si inseriscono in un assetto che assomiglia a un paradosso amministrativo: due amministrazioni straordinarie che si incastrano. Da un lato Ilva, commissariata, che gestisce un conto pubblico destinato a spese ambientali e voci collegate (il “conto speciale 6055”). Dall’altro Acciaierie d’Italia, commissariata, che gestisce gli impianti e riceve rimborsi e sostegni per non fermare tutto. I documenti ufficiali del conto 6055 parlano chiaro. Nel secondo semestre 2022 risultano rimborsi per «decontaminazione» ex art. 20.4 pari a 47.184.785 euro. Nel secondo semestre 2023 la stessa voce vale 39.129.067 euro. Nel secondo semestre 2024 cambia il beneficiario, coerentemente con la nuova gestione, e compaiono «rimborsi ad Acciaierie d’Italia in A.S.» per 33.003.520 euro. Sempre nel 2024 appare un’altra riga che pesa più di molte dichiarazioni pubbliche, perché tradotta in italiano corrente significa: tenere in piedi l’autorizzazione ambientale senza la quale lo stabilimento non può operare. Sono 23.594.600 euro per la garanzia finanziaria legata all’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
L’ex Ilva (Imagoeconomica).

Dove sono finiti esattamente i soldi?

A questo punto però sorgono tre domande. Questi soldi, voce per voce, che cosa hanno pagato? “Decontaminazione” non è una parola magica. Vuol dire cantieri, fornitori, stati di avanzamento, controlli, collaudi, tempi. Vuol dire anche risultati misurabili. Se esiste un elenco dettagliato — e deve esistere — la domanda è semplice: perché non pubblicarlo in modo leggibile, progetto per progetto? In seconda battuta, chi certifica che ogni tranche corrisponda a lavori reali e verificati? Chi valida, con quale procedura e con quali responsabilità? Finché la risposta resta nei circuiti chiusi, ogni cifra diventa opaca, anche quando è formalmente “vincolata”. Infine: che effetto ha prodotto tutto questo sulla crisi complessiva? Perché il conto speciale è un binario; l’altro binario è la sopravvivenza industriale. Nel luglio 2024 il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha annunciato l’ok europeo al prestito ponte da 320 milioni per Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, con tasso annuo 11,6 per cento, presentandolo come un passaggio chiave per la continuità. Eppure a febbraio 2026 si torna a parlare di proroga della cassa integrazione straordinaria fino a 4.450 lavoratori. Se questa è la traiettoria dopo rimborsi, garanzie e prestiti, la domanda non è ideologica, è industriale: dov’è il piano che chiude il cerchio tra produzione, investimenti, ambiente e lavoro? E dov’è scritto con date, soldi e obiettivi verificabili? A rendere tutto più fragile c’è poi lo scontro legale: richiesta di danni da 7 miliardi contro ArcelorMittal e amministratori, e contro-pretesa da 1,8 miliardi contro l’Italia. Cause enormi mentre la gestione quotidiana continua a bruciare cassa.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

L’Ilva secondo Flacks

Nel frattempo si apre la partita della vendita. Il Mimit ha dato mandato ai commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia di negoziare in esclusiva con Flacks Group, citando anche possibili partenariati industriali. Qui non è una questione di tifoserie. È una questione di numeri, garanzie, scadenze. Ed è qui che l’ultima intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno diventa utile. Flacks dice di voler cominciare da una produzione di 4 milioni di tonnellate di acciaio per arrivare a 6 milioni, legando tutto alla ripartenza del «secondo forno». Dice di voler «elettrificare due forni in due anni». Parla di «una nuova fonte di approvvigionamento energetico» da costruire a Taranto confrontandosi con il governo. Manca però un vero piano con costi, tempi, permessi, fabbisogni energetici, tappe obbligate. Anche sull’occupazione si limita a snocciolare qualche numero: all’inizio ci saranno 6.500 dipendenti, poi 8 mila e 10 mila. Bene. Ma dove sono le basi? Quali assunzioni, quali profili, quali tempi, quale formazione? Anche qui siamo a semplici slogan, senza un cronoprogramma. Sul rapporto con la città propone un comitato «indipendente» con esponenti politici e la Chiesa; dice che bisogna capire «perché ci si ammala» e garantire che non accada più. Parole che intercettano una ferita reale, ma senza dati, monitoraggi terzi, obiettivi e scadenze restano teatro. E poi ci sono frasi che, in un negoziato di questo livello, non sono folclore: sono un test di credibilità. Evoca i Beatles (Quando visiterò Taranto? «Se ve lo dicessi, succederebbe come quando i Beatles sono andati in America, accolti da folle oceaniche. Quando avrò le chiavi dal governo, verrò in visita») e Dio («Non si tratta di fortuna, è Dio che decide […] voglio solo che tra tutti noi ci sia il dialogo, che siamo tutti amici»). È comunicazione, si dirà. Ma quando i numeri mancano, la comunicazione non basta.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
L’intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno.

Sui soldi serve chiarezza

Infine, la questione più semplice: i soldi. Flacks afferma che lo Stato non farà parte della società, salvo ipotizzare un piccolo ingresso futuro di partner industriali. Benissimo. Allora la domanda pubblica è aritmetica: quanta equity cash mette il privato, quando, con quali garanzie? E quali obblighi vincolanti accetta su produzione, investimenti, ambiente e occupazione? E cosa succede se non li rispetta? Il refuso ha acceso la miccia. Ma la sostanza resta lì: dal conto 6055 escono decine di milioni da anni; dal bilancio pubblico arrivano prestiti ponte; e intanto la cassa integrazione ritorna. Fino a prova contraria, questa non è strategia: è gestione del tempo. E il modo per smentirlo è uno solo: trasparenza operativa, rendicontazione comprensibile e un piano industriale verificabile mese per mese.

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica

Papa Leone XIV, il primo pontefice statunitense, deve vedersela con un presidente megalomane e per alcuni pericoloso come Donald Trump. Forse anche per questo è stato eletto dai suoi confratelli cardinali l’8 maggio scorso, un po’ come avvenne con Giovanni Paolo II all’epoca della Cortina di ferro. Il paragone non è azzardato, considerati gli attriti crescenti fra la Chiesa cattolica e la Casa Bianca, e la posizione assunta dalla Santa Sede sulla politica estera Usa, sulla quella migratoria e sui tagli agli aiuti internazionali, al settore sanitario e ai servizi sociali. Fra l’altro il gelo fra Chiesa cattolica e Casa Bianca rischia di diventare un serio problema per il partito repubblicano in vista delle elezioni di midterm, soprattutto se si tiene presente che il voto cattolico favorì in modo determinante Trump nella corsa elettorale del 2024. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Donald Trump (Ansa).

I richiami del Papa: da Cuba al trattato sulle armi nucleari

Il clima insomma è tutt’altro che sereno. Lo si è visto anche domenica scorsa quando all’Angelus il Papa ha parlato della crisi fra gli Stati Uniti e Cuba, invitando «tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano». Il riferimento era alla decisione della Casa Bianca di impedire a qualsiasi petroliera di raggiungere Cuba. Una stretta che sta mettendo in ginocchio la già fragile economia dell’isola caraibica. Trump ha successivamente accennato a un possibile accordo con L’Avana, ma di certo dopo l’operazione Maduro, la preoccupazione Oltretevere che si possa arrivare a un’escalation militare con conseguenze pesanti per la popolazione civile è tangibile. Tanto che nelle prossime settimane i vescovi cubani saranno ricevuti in visita ad limina apostolorum da Leone. Pressoché inascoltato è stato poi l’appello del pontefice per il rinnovo del New Start, l’ultimo trattato sulle armi nucleari rimasto in vigore tra Russia e Stati Uniti. Giovedì 5 febbraio è scaduto, anche se ci sarebbero ancora margini per una proroga. «È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti», aveva detto Leone.

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Parolin in difesa del diritto internazionale

Non solo. Il Segretario di Stato Pietro Parolin aveva chiesto a più riprese ai leader mondiali di rispettare il diritto internazionale e di non rinunciare al multilateralismo, considerati requisiti essenziali per risolvere le crisi globali. L’esatto opposto della politica trumpiana, volta ad affermare la supremazia americana in termini economici e militari. Anche la richiesta arrivata dagli Usa al Vaticano di entrare a far parte del board of pace ha lasciato piuttosto fredda la Santa Sede, non ultimo per via del progetto – in sé discutibile – di trasformare la Striscia in una riviera turistica di lusso. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Il cardinale Pietro Parolin (Imagoeconomica).

Le critiche della Chiesa dopo le violenze dell’Ice

Al di là dei problemi internazionali, è all’interno degli Stati Uniti che il conflitto con la Chiesa sta diventando dirompente, in particolare dopo le operazioni condotte dall’Ice (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. Le violenze hanno suscitato proteste in tutto il Paese, e la voce di vescovi, cardinali ed esponenti del laicato cattolico si è levata con decisione contro la Casa Bianca, tanto che 300 leader cattolici hanno chiesto al Congresso che l’agenzia paramilitare non venga rifinanziata. Un appello che si aggiunge alla critica di tre cardinali statunitensi – Robert McElroyBlase Cupich e Joseph Tobin, arcivescovi di Washington, Chicago e Newark – contro l’aggressiva politica estera del tycoon. «È chiaro che dobbiamo tornare a comprendere cosa significhi la dignità umana», ha affermato Cupich all’emittente Ms Now affrontando poi il nodo della crisi interna degli Stati Uniti scaturita dalle violenze dell’Ice contro i migranti o chiunque è sospettato di esserlo in base al colore della pelle. «Insultare, riferirsi alle persone come parassiti, animali o spazzatura», ha aggiunto il porporato, «ci mette davvero in una posizione molto difficile in questo Paese». Il cardinale si è quindi spinto a un parallelo con il nazismo. Parlando in occasione del Giorno della Memoria, ha ricordato che l’Olocausto «non è iniziato con i campi di concentramento, ma con le parole. Penso che dobbiamo tenerlo a mente e imparare dalla storia che le parole contano».

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico

Già si parla di «figuraccia olimpica». Il commento della cerimonia delle Olimpiadi Milano Cortina affidato al direttore di RaiSport – ipermeloniano – Paolo Petrecca sta diventando un caso politico. Nonostante il successo di pubblico: hanno seguito la diretta 9 milioni e 272 mila spettatori, per uno share del 46,2 per cento pari.

Vigilanza Rai: l’attacco dei cinquestelle

Le gaffe, le battute fuori luogo e le “censure” – leggi Ghali – non sono sfuggite al pubblico dei social. Ma nemmeno agli esponenti del M5s in commissione di Vigilanza Rai. «Se la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina è stata spettacolare», sottolineano i cinque stelle, «la telecronaca Rai è sembrata la parodia dell’evento che avrebbe dovuto raccontare. Alla guida del racconto il direttore di RaiSport Paolo Petrecca, protagonista di una sequenza di errori e gaffe culminate con lo scambio tra lo Stadio Olimpico e San Siro, tra Matilda De Angelis e Mariah Carey e quello tra la presidente del Cio e la figlia di Mattarella, momento che riassume perfettamente il livello di preparazione mostrato in diretta». Insomma, per i cinque stelle la prima medaglia d’oro di questi giochi diffusi va proprio a Petrecca. Specialità? «Sciatteria televisiva». «Come tutti sanno in azienda, sarebbe bastato non prepensionare Franco Bragagna per avere un commento all’altezza dello spettacolo», continuano i 5s. «In un’Olimpiade organizzata in casa, il servizio pubblico riesce nell’impresa di essere l’anello più debole dello spettacolo. D’altronde Petrecca non è nuovo alle polemiche ed è stato destinatario di proteste prima dalla relazione di RaiNews e poi proprio da quella di RaiSport. In un Paese normale si sarebbe già dimesso, purtroppo invece Giampaolo Rossi continuerà a difendere Petrecca demolendo la reputazione della Rai. Quand’è che questo amministratore delegato deciderà di assumersi la responsabilità dei suoi errori? L’amichettismo è lo strumento per dimostrare che il privato sia meglio del pubblico. Noi la pensiamo diversamente, che il servizio pubblico, la principale azienda culturale del Paese, vada affidato ai migliori».

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Paolo Petrecca (Imagoeconomica).

Usigrai: «Petrecca ci metta la faccia fino in fondo»

Un’indignazione condivisa da Usigrai. «L’importante è partecipare, ma fino a un certo punto. Petrecca e vertici aziendali sono responsabili della figuraccia Rai alla cerimonia di apertura dei Giochi», commentano il sindacato, il CdR e il fiduciario di Milano di RaiSport. «Ai vertici dell’azienda non sarà sfuggita l’impressione generale offerta dalla telecronaca della cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina. Autoassegnarsi un incarico e poi rivelarsi completamente inadatti a portarlo a termine è solo l’ultima fallimentare iniziativa di un Direttore sfiduciato dalla sua precedente testata e, nonostante questo, premiato dalla Rai in vista dell’importantissimo appuntamento olimpico affidandogli la guida di RaiSport, dove è stato sfiduciato altre due volte» si legge nella nota. Insomma il motto “l’importante è partecipare”, secondo l’Usigrai, non può valere per chi «invece di premiare il merito, con la sua iniziativa ha causato una bruciante sconfitta per l’immagine del Servizio Pubblico e di chi ci lavora. I vertici aziendali, che da tempo continuano a difenderlo nonostante le ripetute mobilitazioni delle redazioni, sono consapevoli dei danni causati alla reputazione della Rai da questa iniziativa? Alla vigilia della cerimonia di apertura dei Giochi, a fronte dei dubbi del Cdr per la sua auto assegnazione dell’incarico di telecronista, Petrecca ha risposto ‘io ci metto sempre la faccia’. Sarebbe ora di farlo fino in fondo».

«Mi sembra di aver riconosciuto Egonu»: le gaffe di Petrecca

Ma vediamo l’elenco parziale degli strafalcioni inanellati da Petrecca & Co durante la cerimonia di apertura.

Calma olimpica. «Buonasera dallo Stadio Olimpico». Tecnicamente anche la pagina ufficiale dei Giochi definisce il Meazza «San Siro Olympic Stadium», ma detta così pareva l’Olimpico di Roma. Per dovere di cronaca, “Stadio Olimpico” era già stato usato dalla TgR nell’edizione delle 19 e 30.

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
dal profilo Instagram Milano Cortina.

Scambi di persona. «Ecco Mariah Carey», mentre la telecamera inquadra Matilda De Angelis. «Inquadrati ora Sergio Mattarella con la figlia», ma l’obiettivo è su Kirsty Conventry, presidente del Cio.

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico

Indovina il tedoforo. Uno degli ultimi passaggi della fiaccola olimpica a San Siro è stato affidato ai campioni del volley tra cui la capitana della nazionale femminile Anna Danesi e il capitano della maschile Simone Giannelli. Entrambi campioni del mondo in carica. Ma l’unica a essere riconosciuta (e a malapena: «Mi sembra di aver riconosciuto…») è Paola Egonu mentre Danesi e Giannelli sono liquidati con «alcuni tedofori».

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Il passaggio della fiaccola a Simone Giannelli.

Sul palco anche i non citati Carlotta Cambi, Simone Anzani e Luca Porro. E per fortuna che Petrecca dirige RaiSport. Giannelli ha reagito con ironia: «Grazie ai telecronisti, solo Paola Egonu è famosa. Ma non prendiamocela… è stato bello lo stesso», ha commentato sotto un post Instagram. Non per essere esterofili a tutti i costi ma la telecronaca della Bbc ha nominato correttamente tutti e sei i nostri campioni.

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Il commento di Simone Giannelli.

Figli delle stelle. Toccante l’omaggio durante la cerimonia a Margherita Hack con Samantha Cristoforetti. L’astrofisica «ci sta guardando», il commento. Una cosa è certa: la signora delle stelle si è sempre dichiarata atea e non le avrebbe fatto piacere essere evocata sotto forma di spirito immortale o angelo. Forse invece le avrebbe strappato una risata la somiglianza che molti commentatori hanno con il “mascherone’ di Gioacchino Rossini. Del resto Puccini pareva Massimo D’Alema e Verdi Beppe Vessicchio.

Battute cringe. Restando ai su citati mascheroni, non è sfuggita la freddura cringe: «Se Puccini si fosse chiamato Bianchini avremmo avuto Rossini, Bianchini e Verdi a rappresentare i colori della nostra bandiera». Nemmeno all’asilo.

Ghali e dispari. Qui non si tratta di gaffe o di errore, ma di una scelta editoriale. Durante la performance di Ghali su Promemoria di Gianni Rodari, il rapper (che aveva animato le polemiche della vigilia), non solo non è stato citato ma nemmeno inquadrato a dovere (a differenza di Sabrina Impacciatore, incensata come star internazionale ma a detta di molti assolutamente fuori luogo nel musical revival dei Giochi che furono).

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
La performance di Ghali (Ansa).

Logorrea: Petrecca ha ben pensato di parlare pure sopra l’esibizione di Andrea Bocelli. Mentre Fabio Genovesi, suo compagno di sventura, raccontava dei suoi problemi cervicali. Lo stesso è accaduto per il delizioso momento di Brenda Lodigiani. Un bel tacer…

L’ultima di Corona: Falsissimo diventa uno spettacolo teatrale

Bloccato sui social a seguito dopo la causa intentata da Mediaset e impossibilitato a fare ospitate nei locali visti i problemi legati a cui andrebbero incontro i gestori, Fabrizio Corona tenta ora la strada del palcoscenico: su Ticketone sono infatti partite le prevendite di Falsissimo a Teatro (sottotitolo “Scacco matto al potere dei media”). Cinque le date di maggio già messe in cartellone: Milano il 7 maggio (all’Eco Teatro), Catania il 14, Napoli il 21, Roma il 22 e Padova il 23, con biglietti che vanno da 30 a 45 euro. «Nel 2026 Falsissimo sale sul palco. Fabrizio Corona porterà in scena un racconto senza filtri. Potere mediatico, informazione, gossip, intoccabili. Falsissimo espone ciò che resta nascosto. Disturba. Divide. Ma rimane. La libertà di parola non si chiede. Si esercita», si legge nella descrizione dell’evento.

LEGGI ANCHE: Il caso Corona-Signorini e la frattura insanabile tra media tradizionali e social

Continua la guerra Mediaset-Corona

Il 3 febbraio gli account ufficiali di Corona su Instagram, Facebook e YouTube sono stati rimossi dopo una serie di diffide dell’ufficio legale di Mediaset, che ha segnalato violazioni riguardanti il copyright, contenuti diffamatori e messaggi di odio diffusi tramite il format Falsissimo. Sui social sono poi ricomparsi nuovi profili riconducibili a Corona, poi chiusi di nuovo a seguito di altre segnalazioni. Per quanto riguarda le ospitate nei locali, Mediaset ha invitato i gestori «a presidiare adeguatamente i contenuti contumeliosi oggetto di diffusione da parte degli ospiti, diretti nei confronti delle Società, dei loro manager, dei soci e dei volti più rappresentativi, proprio al fine di evitare di concorrere nelle predette condotte quali organizzatori e promotori dei citati eventi». Insomma, a vietare qualsiasi critica a Mediaset, ai suoi manager e ai suoi programmi durante gli eventi con Corona.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani

Azzoppato dall’uscita di Roberto Vannacci, Matteo Salvini prende tempo. Si mostra impegnato nell’azione di governo e torna a parlare coi vecchi media (prima è andato da Bruno Vespa poi addirittura da Lilli Gruber su La7, un luogo “ostile” per i suoi) mentre sui social si scatenano critiche e meme non proprio teneri.

Per molti l’unica strada percorribile è nel segno di Zaia

Con un partito ormai balcanizzato, da tempo Salvini procedeva a fatica tra l’incudine del ‘liberale’ Luca Zaia e il martello destrorso di Vannacci. Ora che il generale non c’è più, l’unica strada che il partito può prendere è quella indicata dall’ex governatore veneto, ritengono in molti. Giancarlo Giorgetti glielo ha detto durante la riunione del consiglio federale: trasforma l’uscita del generale in una opportunità, usa il posto lasciato vacante da Vannacci per fare una nomina che dia impulso al partito e segni una direzione verso le Politiche del 2027. Il ministro non ha fatto nomi, ma tutti hanno pensato a Zaia. Al termine della riunione – apprende Lettera43 – è proprio al veneto, infatti, che Giorgetti ha fatto la prima telefonata. «Luca», è il senso del ragionamento, «gli ho detto di fare una nomina e intendevo te».

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Caos Vannacci? «Chi è causa del suo mal pianga se stesso»

Da tempo l’uomo di Cazzago Brabbia commenta la gestione del caso Vannacci con una frase usata anche da Gianfranco Fini per respingere il paragone con il generale fatto da Salvini (mossa molto verdinaniana, secondo diversi nel partito): «Chi è causa del suo mal pianga se stesso», ripete il ministro a chiunque in privato gli chieda una lettura della fase politica. E infatti Salvini ha fatto tutto da solo: ha coinvolto il generale, lo ha candidato alle Europee, giovando delle 500 mila preferenze ottenute, e lo ha fatto entrare nella Lega dalla porta principale con tanto di tappeto rosso di tessera consegnata sul palco del congresso e nomina a vicesegretario un mese dopo. Solo che un generale non si accontenta di una nomina vuota ma vuole «autorità», per usare un termine utilizzato da Vannacci. Ed ecco la rottura a meno di 10 mesi dalla nomina. Salvini, come tutti, sapeva che Vannacci sarebbe uscito a breve. Da tempo “pregava” il generale di rallentare il passo verso la fondazione di Futuro nazionale, racconta un ex leghista molto vicino a Vannacci.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Roberto Vannacci e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La falange del Nord per arginare il calo nei sondaggi

Poi c’è stata una accelerazione. Il segnale del ‘no’ vannacciano al decreto Ucraina e l’assenza alla conferenza leghista di Roccaraso con Francesca Pascale. Già agli inizi di gennaio, il capo di via Bellerio – viene rivelato – parlava coi suoi dei deputati Edoardo Ziello e Rossano Sasso come «in uscita» perché «andranno con Vannacci». E così è stato. Ora gli rimane un partito comunque diviso tra i dirigenti storici, ‘nordisti’ moderati, salviniani orfani di Vannacci e l’ala più a destra guidata dall’altra vicesegretaria, la pasionaria Silvia Sardone. Nel frattempo la Lega è scesa al 7,7 per cento nei sondaggi. E potrebbe scendere ancora. La via più logica per recuperare consensi alle Politiche sembra essere la candidatura dei governatori (Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti), una sorta di falange al Nord. Nelle scorse settimane Salvini avrebbe manifestato di essere interessato a questa opzione parlando direttamente con l’ex Doge.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Luca Zaia, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti (Imagoeconomica).

L’ipotesi di un ricambio generazionale per preparare la successione

Ma bisogna vedere se il segretario leghista sarà nel tempo disposto a percorrere una strada che prevede come ‘dazio’ da pagare l’attribuzione all’ex governatore di un incarico di partito. O se invece ascolterà i consigli di chi preme perché affidi la Lega a un altro veneto, un giovane, stavolta. Perché in via Bellerio c’è chi non vede il dettaglio del voto, le oltre 200 mila preferenze incassate da Zaia, ma pensa che il successo di Alberto Stefani alle Regionali debba spingere il partito verso un ricambio generazionale e preparare la successione con un giovane. Proprio come l’ex sindaco di Borgoricco, vicinissimo tra l’altro a Francesca Verdini.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Alberto Stefani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

In quest’ottica, tra i possibili nuovi vice, spunta anche il nome di Luca Toccalini, attualmente coordinatore della Lega Giovani. Ma per la sua promozione occorrerebbe mettere mano alle regole, visto che di rappresentanti lombardi in segreteria c’è già Sardone.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
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Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
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Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani

«Meglio maiale che sionista»: il post pubblicato (e poi cancellato) dai Giovani Democratici di Bergamo

I Giovani Democratici di Bergamo hanno cancellato, con tanto di scuse, un post Instagram che conteneva un’immagine di Porco Rosso, personaggio iconico di Hayao Myazaki, e la citazione: «Meglio maiale che sionista» (anziché «fascista»). E a corredo: «Questo non è antisemitismo. E chi si ostina a sostenere il contrario ha un progetto politico ben preciso».

Fiano: «Sono queste le nuove leve del Pd?»

Il post aveva causato la reazione di Emanuele Fiano, ex deputato del Pd di fede ebraica, che il 25 novembre – come ha sottolineato – era stato contestato anche dai Giovani Democratici di Bergamo in occasione di un dibattito con Luciano Bellipaci e Gabriele Eschkenazi: «Ma io vorrei sapere, queste sono le nuove leve del Pd? Qualcuno vi dirige? Qualcuno di voi ha letto un libro sull’argomento? Li hanno letti i vostri responsabili? Sapete cosa sia il sionismo? C’è un partito che si occupa di voi?».

La cancellazione del post e le scuse

Dopo le inevitabili critiche, I Giovani Democratici di Bergamo hanno appunto rimosso il post su Instagram, spiegando di «sentire il dovere di esprimere scuse sincere e senza riserve a tutte le persone e le comunità ferite, offese o colpite» da quanto pubblicato. E poi: «Ci assumiamo quindi la piena responsabilità di non aver valutato con la necessaria cura l’impatto comunicativo del messaggio, storpiandone lo spirito. Ribadiamo la nostra natura di realtà antifascista e in quanto tale categoricamente opposta a qualsiasi forma di antisemitismo».

Schlein: «Inaccettabile, ma si sono scusati»

Sulla questione si è espressa anche la segretaria del Pd Elly Schlein, che ha definito «inaccettabile» il post Giovani Democratici di Bergamo. In ogni caso, ha aggiunto, «è stato rimosso e ci sono state scuse da parte loro».

Olimpiadi, cosa si sono detti Meloni e Vance nel vertice a Milano

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance è stato accolto in prefettura a Milano dalla premier Giorgia Meloni, con cui ha avuto un incontro bilaterale a poche ore dalla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali. «Italia e Stati Uniti intrattengono rapporti molto significativi da sempre, stiamo lavorando su molte questioni bilaterali ovviamente di rafforzamento della nostra cooperazione ma anche sugli altri dossier internazionali che sono aperti», ha detto la premier. «Ci siamo incontrati col vicepresidente l’ultima volta a Roma in occasione dell’inaugurazione del papato di papa Leone e oggi ci incontriamo di nuovo per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, che tengono insieme l’Occidente, che è alla base ovviamente della nostra cooperazione, della nostra amicizia e del futuro che vogliamo costruire insieme», ha aggiunto.

Cosa prevede il ventesimo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia

«La Russia si siederà al tavolo delle trattative con intenzioni sincere solo se costretta a farlo». Lo ha scritto su X la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, annunciando il ventesimo pacchetto di sanzioni a Mosca dall’invasione dell’Ucraina, riguardante l’energia, i servizi finanziari e il commercio.

Le sanzioni per ridurre le entrate energetiche russe

Per quanto riguarda l’energia, il pacchetto introduce «un divieto totale sui servizi marittimi per il greggio russo». Questo, spiega Von der Leyen in un comunicato, «ridurrà ulteriormente le entrate energetiche della Russia e renderà più difficile trovare acquirenti per il suo petrolio». Altre 43 navi verranno inserite nella flotta ombra di Mosca, per un totale di 640. La Commissione Ue ha pensato poi a «divieti generalizzati sulla fornitura di manutenzione e altri servizi per le petroliere GNL e le navi rompighiaccio, per danneggiare ulteriormente i progetti di esportazione del gas». Von der Leyen evidenzia che «le entrate fiscali della Russia derivanti da petrolio e gas sono diminuite del 24 per cento nel 2025 rispetto all’anno precedente, al livello più basso dal 2020».

Cosa prevede il ventesimo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

Le misure riguardanti i servizi finanziari di Mosca

Il secondo blocco di misure punta a «limitare ulteriormente il sistema bancario russo e la sua capacità di creare canali di pagamento alternativi per finanziare l’attività economica», che è «il punto debole» di Mosca. Verranno sanzionate «altre 20 banche regionali russe» e anche altre di Paesi terzi che spalleggiano la Russia. Inoltre, ha aggiuge Von der Leyen, l’Ue adotterà «misure contro le criptovalute, le società che le scambiano e le piattaforme che consentono il trading di criptovalute, per impedire qualsiasi tentativo di elusione».

Cosa prevede il ventesimo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia
Ursula von der Leyen (Imagoeconomica).

I provvedimenti pensati per il commercio russo

«Inaspriremo le restrizioni all’esportazione verso la Russia con nuovi divieti su beni e servizi, dalla gomma ai trattori e ai servizi di sicurezza informatica, per un valore di oltre 360 milioni di euro», spiega Von der Leyen illustrando le sanzioni commerciali, che comprendono anche nuovi divieti all’importazione di metalli, prodotti chimici e minerali essenziali, non ancora soggetti a sanzioni, per un valore di oltre 570 milioni di euro, così come restrizioni all’esportazione di prodotti e tecnologie utilizzati per l’impegno bellico russo, come i materiali impiegati per la produzione di esplosivi (come l’ammoniaca). La presidente della Commissione europea aggiunge poi: «Abbiamo proposto maggiori garanzie legali per le aziende dell’Ue, per proteggerle dalle violazioni dei loro diritti di proprietà intellettuale o da espropriazioni ingiuste in Russia».

Futuro nazionale, la lite sul marchio «già registrato nel 2011»

Roberto Vannacci ha lanciato il suo partito da pochi giorni ed è già polemica sul marchio. Marina Caprioni, vedova di Riccardo Mercante, ex consigliere regionale M5s morto nel 2020, ha infatti reclamato la paternità del brand “Futuro nazionale“, sostenendo che l’aveva già depositato e registrato suo marito nel 2011 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese. Dopo la sua morte, ha spiegato in un’intervista al Fatto Quotidiano, il marchio è entrato nella successione ereditaria andando a finire nelle mani sue e dei figli. Che non intendono cederlo a Vannacci. «La nostra famiglia arriva da sinistra, poi ci siamo avvicinati al mondo dei Cinque Stelle. Essere associati a una persona che ha tutt’altri ideali ci ha dato anche fastidio. Per me quel marchio non è una questione di soldi. È una cosa che riguarda mio marito, la sua storia, quello che era e quello in cui credeva», ha detto Marina. Anche la figlia Allegra, di 19 anni, ha fatto sapere che «la notizia ci ha stupiti, considerate le idee liberali e progressiste di mio padre, che ci tengo vengano ricordate».

Vannacci tira dritto e fa sapere che continuerà a usarlo

Ma Vannacci non ha intenzione di cedere. «Finché non c’è nulla di diverso continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare», ha detto all’Ansa. Il portavoce del movimento Il Mondo al Contrario Massimiliano Simoni ha aggiunto: «Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che il simbolo non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».

Ziello e Sasso lasciano la Lega e passano con Vannacci

Come si era ipotizzato nei giorni scorsi, i deputati Edoardo Ziello e Rossano Sasso hanno deciso di lasciare la Lega per aderire a Futuro nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci. L’hanno comunicato alla presidenza della Camera e al gruppo del Carroccio a Montecitorio oltre che sui loro profili social. «Interpreto la politica come azione e servizio da garantire in una cornice di coerenza e verità. Binomio che non vedo più presente nella Lega Salvini Premier», ha scritto Ziello. «Esco dalla Lega e scelgo di seguire il generale Roberto Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista», ha fatto eco Sasso.

Potrebbero non essere i soli a lasciare la Lega per Futuro nazionale

Un sentore delle divergenze con il partito di Salvini lo si sentiva già dalle scorse settimane, quando entrambi avevano deciso di non votare la risoluzione di maggioranza sull’invio di armi all’Ucraina (sposando di fatto la posizione di Vannacci). Il timore è che alle loro uscite se ne aggiungano altre, soprattutto tra gli eletti del Centro-Sud e tra i peones che, vedendo sfumare l’ipotesi di una candidatura alle prossime Politiche e con il partito che sta perdendo consensi (gli ultimi sondaggi danno la Lega al 7,7 per cento), vedono Futuro Nazionale come ancora di salvezza. Tra gli aderenti al neo partito c’è anche il deputato Emanuele Pozzolo, ex Fdi.

Cerimonia di apertura delle Olimpiadi, il Coni replica a Ghali dopo lo sfogo sui social

Rispondendo alle domande dei giornalisti sullo sfogo di Ghali, che assieme a Mariah Carey, Laura Pausini e Andrea Bocelli sarà tra gli artisti presenti a San Siro alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina, il presidente del Coni Luciano Buonfiglio ha tagliato corto, affermando: «Penso che in questo momento sono portato a leggere solo le cose positive, perché in questi momenti trovo fuori logo fare polemica».

Cerimonia di apertura delle Olimpiadi, il Coni replica a Ghali dopo lo sfogo sui social
Luciano Buonfiglio e Andrea Abodi (Imagoeconomica).

Lo sfogo di Ghali su Instagram

Alla vigilia della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici invernali, Ghali ha affidato a Instagram un lungo messaggio di sfogo – pubblicato in italiano, inglese e arabo – in cui ha fatto capire di essere stato in qualche modo “imbavagliato”, dopo essere stato invitato (per convenienza) dagli organizzatori. «A tutti. Lo so. So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo. So perché vogliono uno come me. So anche perché non mi vorrebbero. So perché mi hanno invitato. So anche perché non ho più potuto cantare l’inno d’Italia», ha scritto il rapper milanese, figlio di genitori tunisini. E poi: «So perché mi hanno proposto di recitare una poesia sulla pace. So che poteva contenere più di una lingua. So che una lingua, quella araba, all’ultimo era di troppo. So che un mio pensiero non può essere espresso. So anche che un mio silenzio fa rumore. So che è tutto un Gran Teatro».

Le polemiche per la scelta di Ghali

La scelta di coinvolgere Ghali nella cerimonia di apertura di Milano-Cortina aveva suscitato critiche, in particolare da parte di alcuni esponenti della Lega, a causa delle posizioni espresse dal rapper in favore della causa palestinese. Sul tema era intervenuto anche il ministro dello Sport Andrea Abodi, spiegando che Ghali avrebbe pronunciato esclusivamente «cose concordate con gli organizzatori» e aggiungendo: «Ritengo che un Paese debba sapere reggere all’urto di un artista che ha espresso un pensiero che non condividiamo, che non sarà espresso su quel palco». In commissione Cultura il Movimento 5 stelle aveva denunciato: «Quando un ministro si permette il lusso di dire che un artista non esprimerà il suo pensiero sul palco non sta parlando di rispetto o di etica: sta rivendicando una censura preventiva».

Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno

Arianna Meloni nell’agosto del 2024 annunciò a un giornale come Il Foglio la fine del suo legame con il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Una notizia ghiottissima. E nella serata di venerdì 6 febbraio che appuntamento romano c’è nell’agenda di Arianna, la “sister” di Giorgia? La presentazione del libro del direttore del Foglio, Claudio Cerasa, nel Teatro de’ Servi, alle spalle di via del Tritone, mentre tutti hanno la testa e l’attenzione dedicata a Milano per l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali. Titolo della fatica letteraria di Cerasa è L’antidoto, pubblicato da Silvio Berlusconi Editore, con la grancassa mediatica di Mondadori. Per Cerasa, oltre ad Arianna, ci saranno Gianni Letta, per competenza aziendale, e il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. A qualcuno sembra un’anticipazione di un prossimo patto politico: Forza Italia, Fratelli d’Italia e Partito democratico. Perché della Lega di Matteo Salvini non si vede nessuno. Tra l’altro il moderatore della serata è David Parenzo, proprio nell’orario in cui deve condurre La zanzara su Radio24 con Giuseppe Cruciani. Uno sgarbo al direttore Fabio Tamburini, del quale si è detto che il successore a Il Sole 24 Ore risponderebbe proprio al nome di Cerasa? Oppure solo un investimento sul futuro da parte del furbissimo David? Ah, saperlo…

Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno
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Il vino non mette d’accordo Lollo e Salvini

Da una parte c’è Francesco Lollobrigida che in qualità di ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare promuove il consumo del vino, dall’altra ecco Matteo Salvini che come ministro dei Trasporti “stanga” gli automobilisti che bevono anche solo un bicchiere di rosso con controlli talebani. Fatto sta che il 15 febbraio parte sulle televisioni e sulle radio nazionali la campagna istituzionale per promuovere e raccontare il valore e la cultura del bere alcolico. “Il Vino è il nostro tempo – Coltiviamo ciò che ci unisce” è il claim della campagna, articolata in due spot: il primo è un racconto istituzionale che celebra il valore della vigna, della storia, della cultura enologica italiana, il secondo un video emozionale, capace di raccontare il vino non solo come prodotto, ma come patrimonio e valore intergenerazionale. Non ditelo a Salvini, pronto a multare gli automobilisti appena usciti da una cena di festeggiamenti…

Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno
Matteo Salvini brinda con Francesco Lollobrigida (foto Ansa).

Olimpiadi a Milano? E Pizzaballa (proprio lui) è a Roma…

In Vaticano dicono che si avvicina la nomina del cardinale Pierbattista Pizzaballa ad arcivescovo di Milano, al posto di Mario Delpini che a luglio 2026 compie 75 anni e diventa pensionabile. Fatto sta che l’alto prelato, nel giorno delle Olimpiadi nel capoluogo lombardo in festa, si trova a Roma per partecipare a un incontro nella chiesa di San Francesco a Ripa. L’appuntamento si inserisce nel cammino delle celebrazioni del VIII centenario (1226–2026), promosse dal Comitato nazionale, con l’obiettivo di divulgare la conoscenza della vita e dell’opera di San Francesco e valorizzare luoghi e cammini francescani attraverso iniziative culturali e formative. L’iniziativa romana, tra l’altro, è realizzata con il sostegno di Enel e PwC. Pizzaballa da tempo è “in tour”, e sta raccogliendo in giro per l’Italia una generosa solidarietà per le sue iniziative, avendo la carica di Patriarca di Gerusalemme. Sabato 7 febbraio la tappa è Assisi. Ma ogni giorno c’è un impegno, nell’agenda del porporato: giovedì 12 febbraio, per esempio, sarà a Cosenza, e nel teatro Rendano sono già prenotate all’evento 800 persone, con protagonista il Rotary Club Rende presieduto da Sergio Mazzuca. Chiarissima l’impostazione dell’evento: «La Calabria si misura con le tensioni del Medio Oriente attraverso un confronto diretto con uno dei protagonisti del nostro tempo, un’occasione unica per ascoltare la viva voce del Patriarca, la complessità dell’attuale situazione a Gaza e riflettere sulla responsabilità condivisa tra popoli, istituzione e società civile». Intanto Milano si avvicina…

Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno
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Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno

Ravasi dai farmaceutici Angelini

Il cardinale Gianfranco Ravasi, in qualità di presidente emerito del Pontificio consiglio della cultura e fondatore del “Cortile dei Gentili”, si è spostato nella periferia romana. Non in una borgata, ma nel quartier generale di Angelini Pharma, in via Amelia, per un “Dialogo sulla salute mentale”, alla corte di Sergio Marullo di Condojanni. Le parole indimenticabili del cardinale? Occorre «riuscire a stabilire un linguaggio comune che permetta di comprendere le situazioni che qualche volta sono di difficoltà e sofferenza profonda e questo esercizio viene fatto non soltanto attraverso l’aspetto strettamente tecnico, medico e scientifico, ma anche un profondo aspetto umano, perché queste sindromi sono quelle che esigono molto più calore nel cuore e non solo nella mente». Amen. E una pillola per dormire.

Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno
Il cardinale Gianfranco Ravasi (foto Imagoeconomica).

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo

Stati Uniti e Iran tornano a confrontarsi in Oman, per i primi negoziati da giugno 2025, quando Israele lanciò attacchi contro la Repubblica Islamica che scatenarono una guerra di 12 giorni segnata da raid aerei reciproci, a cui si unirono anche gli americani, questa volta nel tentativo di scongiurare un altro conflitto. Sul tavolo c’è il programma nucleare iraniano. In vista dell’incontro di Muscat, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – che guida la delegazione di Teheran – ha avvertito: «Siamo pronti a difenderci da qualsiasi richiesta eccessiva o avventurismo Usa». Non è ancora chiaro se le due parti siano d’accordo su cosa sono disposte a negoziare: cosa sappiamo.

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a colloquio con l’omologo omanita Sayyid Badr Albusaidi (Ansa).

L’Iran vuole parlare solo del suo programma nucleare

Teheran ha messo in chiaro che questi colloqui avrebbero riguardato solo il suo programma nucleare, mentre Washington vorrebbe negoziare anche l’uso e la detenzione di missili balistici a lunghissimo raggio. L’Iran è però irremovibile e non intende fare concessioni, ritenendoli fondamentali per la difesa in caso di futuri attacchi di Israele. Haaretz scrive che gli Usa hanno accettato di rinunciare alla condizione di discutere anche di missili balistici e più in generale della sicurezza in Medio Oriente. Secondo quanto emerge da un’analisi di immagini satellitari condotta dal New York Times, l’Iran sembra aver ricostruito diverse strutture missilistiche balistiche danneggiate dagli attacchi del 2025, apportando invece solo riparazioni limitate ai principali siti nucleari colpiti.

La possibile proposta sull’arricchimento dell’uranio

Secondo quanto riportato dal New York Times, che cita fonti diplomatiche, alcuni Paesi vicini all’Iran hanno proposto di limitare le capacità di Teheran di arricchimento dell’uranio a livelli minimi: al 3 per cento o anche meno. Questo basterebbe al regime per salvare la faccia di fronte alla richiesta di Trump di un arricchimento pari a zero. Ma sarebbe comunque una sconfitta, visto che per la maggior parte delle armi nucleari è necessario un arricchimento al 90 per cento.

Gli Stati Uniti posson far leva sulle revoca delle sanzioni

Il Nyt cita poi tre funzionari iraniani, secondo cui Teheran potrebbe anche essere disposta a offrire una sospensione a lungo termine del suo programma nucleare. In cambio chiederebbe a Washington la revoca delle sanzioni americane che hanno contribuito alla crisi economica della Repubblica Islamica e a sua volta alle proteste che hanno scosso il Paese, represse nel sangue dal regime.

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo
Abbas Araghchi e Steve Witkoff (Ansa).

Il nodo del sostegno iraniano agli alleati nella regione

C’è poi un altro tema sul tavolo, ovvero il sostegno dell’Iran ai suoi proxy nella regione, da Hamas e Hezbollah, fino agli Houthi. Gli Stati Uniti, ovviamente, vorrebbero che i pasdaran recidessero i legami con questi gruppi. I funzionari che hanno parlato col New York Times hanno evidenziato che, in ogni caso, sarebbe estremamente difficile concordare un meccanismo per monitorare efficacemente il rispetto del non invio di denaro o armi alle milizie alleate.

Reggia di Caserta, il caso della nomina del coordinatore di Fdi nel cda

Le nomine del cda della Reggia di Caserta finiscono in Parlamento. In particolare, il centrosinistra punta il dito contro il ministro della Cultura Alessandro Giuli per la presenza, nell’organo del sito Unesco, di un esponente politico, ovvero il coordinatore cittadino di Fdi Paolo Santonastaso (è stata nominata anche Nicla Virgilio, candidatasi alle elezioni regionali con la Lega). Il Pd ha presentato un’interrogazione parlamentare per conoscere nel dettaglio i curricula dei neo nominati «che risultano espressione diretta di forze politiche, come nel caso del coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia». I dem intendono così verificare il pieno rispetto delle normative vigenti, che prevedono che nei cda vengano nominate «persone di chiara e comprovata fama nella gestione e nella tutela del patrimonio culturale». La vicenda, sostengono, «assume contorni ancora più allarmanti se si considera che la Reggia è un bene patrimonio dell’umanità Unesco, e i protocolli di gestione Unesco sono estremamente rigidi e impongono una assoluta neutralità gestionale». Per loro, quello messo in campo dal ministro è un «atto politicamente e istituzionalmente irresponsabile». A sottoscrivere l’interrogazione anche M5s e Avs: «Non è accettabile che istituzioni culturali di rilevanza nazionale, come la Reggia di Caserta, vengano strumentalizzate a fini politici».

Reggia di Caserta, il caso della nomina del coordinatore di Fdi nel cda
Paolo Santonastaso ed Edmondo Cirielli (Facebook).

Perplessità anche nel centrodestra

La nomina di Santonastaso ha creato dissidi anche all’interno del centrodestra, con la commissaria provinciale di Forza Italia Amelia Forte che ha dichiarato: «Anche se una nomina è legittima, a volte bisogna fare un passo indietro per questioni di opportunità. Il fatto è che in questo periodo delicato, con all’orizzonte appuntamenti elettorali importanti, bisogna proteggere il centrodestra da attacchi strumentali di un centrosinistra che vuole a tutti i costi trovare spazio in Terra di Lavoro dopo gli innumerevoli errori commessi. Il mio intervento non è dunque contro Santonastaso, che credo però debba scegliere tra il cda della Reggia o la segreteria di Fdi, né tanto meno contro Fratelli d’Italia, nostro alleato, ma per preservare l’unità della coalizione rispetto a quelle che reputo delle vere e proprie aggressioni da parte degli avversari politici».

La replica di Fdi

A difesa del provvedimento si è schierato il sottosegretario Antonio Iannone, commissario regionale di FdI, che ha spiegato: «La scelta del ministro Giuli non poteva essere migliore. Ricordiamo peraltro che si tratta di un incarico a titolo gratuito».

Gli Obama ritratti come scimmie in un video pubblicato da Trump

Donald Trump ha condiviso un video dedicato a presunti brogli elettorali nel Michigan nel 2020, in cui negli ultimi secondi compaiono Barack e Michelle Obama ritratti come due scimmie, che ridono sulle note di The Lion Sleeps Tonight.

Secondo quanto sostenuto nel video da un non meglio identificato esperto, nel corso dello scrutinio il conteggio si è fermato in cinque Stati (tra cui appunto il Michigan) quando Trump era in vantaggio su Joe Biden, per poi ripartire con il candidato democratico all’improvviso in testa.

Newsom: «Comportamento disgustoso da parte di Trump»

Il contenuto, sfacciatamente razzista, è stato condannato su X da Gavin Newsom, governatore democratico della California: «Comportamento disgustoso da parte del Presidente. Non c’è più limite. Ogni singolo repubblicano deve denunciarlo. Adesso». Ben Rhodes, ex consigliere per la sicurezza nazionale e consigliere di Obama, ha scritto: «Che Trump e i suoi seguaci razzisti continuino a tormentarsi pensando che in futuro gli americani considereranno gli Obama come figure amate, mentre studieranno lui come una macchia nella nostra storia». Nel corso del 2025, sempre su Truth, Trump aveva pubblicato un video realizzato con l’intelligenza artificiale in cui Obama veniva arrestato nello Studio Ovale e poi compariva dietro le sbarre con una tuta arancione da carcerato.

Chi è Vladimir Alekseyev, generale russo vittima di un attentato a Mosca

Vladimir Alekseyev, tenente generale che ricopre un ruolo di alto livello nello Stato Maggiore russo e vicecapo dell’intelligence militare, è stato trasportato d’urgenza in ospedale a Mosca dopo essere stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco «in un edificio residenziale situato su viale Volokolamskoe». Lo ha reso noto il Comitato Investigativo russo, spiegando che «un individuo non identificato ha sparato più volte» a Alekseyev, prima di fuggire.

Nato nel 1961 a Holodky, in quella che all’epoca era la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, Alekseyev è entrato nella Direzione generale per le informazioni militari (Gru) nel 1980. Dopo aver militato nei corpi speciali Spetsnaz e aver scalato i ranghi del servizio situazioni operative delle Forze armate russe, nel 2011 è stato nominato vicecapo del Gru. Sopra di lui c’è solo il direttore, ovvero l’ammiraglio Igor Kostjukov, responsabile della delegazione di Mosca ai negoziati trilaterali sull’Ucraina negli Emirati Arabi. Nel 2015, durante l’intervento russo nella guerra civile siriana, ha supervisionato l’operato dell’intelligence militare. Identificato nel 2022 come il comandante dei servizi segreti responsabili per l’Ucraina, a giugno dell’anno successivo, assieme al viceministro della Difesa Yunus-Bek Yevkurov, si è occupato dei negoziati con Yevgeny Prigozhin, leader della Wagner, durante l’ammutinamento del gruppo mercenario e la ‘marcia su Mosca’.

Alekseyev è stato oggetto di pesanti sanzioni a livello internazionale. Accusato di aver organizzato attacchi informatici volti a influenzare le elezioni presidenziali, il generale è stato sanzionato dagli Stati Uniti nel 2016. Tre anni dopo, il vicecapo del Gru è stato sanzionato anche dall’Unione europea, in relazione all’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal e di sua figlia Julia a Salisbury, avvenuto nel Regno Unito. Nel 2022 Alekseyev è stato poi sanzionato pure dal Canada, in quanto complice del regime russo nell’invasione dell’Ucraina.

Scontro tra Salvini e Gruber: «Deve occuparsi di treni, non di casa»

Acceso botta e risposta tra Matteo Salvini e Lilli Gruber a Otto e mezzo. Durante la puntata del 5 febbraio 2026, i due si sono scontrati sulla puntualità dei treni, con il ministro dei Trasporti che ha sciorinato l’indice di puntualità del 2024-2025, intorno al 90 per cento, e la giornalista che gli ha fatto notare come, nella quotidianità, gli italiani debbano fare i conti con «ritardi spaventosi». «Sarà sfortunata, mi spiace per lei» la chiosa del leader leghista. Ma vediamo le tappe dello scontro.

Gruber a Salvini: «Chieda scusa agli italiani che hanno ritardi spaventosi»

«Lei ha trovato uno più a destra e filo-russo di lei ed è Vannacci», ha esordito Gruber. «Io non sono filo-russo, sono filo-pace», ha risposto Salvini. «Senta, filo-pace, lei quindi vuole tornare al ministero degli Interni?». «No, io sto benissimo a occuparmi di casa perché stiamo per sistemare 60 mila case popolari». La giornalista insorge: «Ma lei deve occuparsi di treni, ministro». La replica: «Al ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture ci occupiamo anche di casa». Salvini ha quindi mostrato l’indice di puntualità dei treni regionali nel 2024/2025, al 90 per cento. A sua volta, Gruber ha sventolato un foglio con i dati di Trenitalia evidenziati in giallo: «Sì, vada a spiegarlo agli italiani che viaggiano sui treni. Guardi qua che bei dati ho io. Ha un’occasione straordinaria. Vuole chiedere scusa ai tanti italiani che viaggiano su questi treni, che hanno ritardi spaventosi? Sarebbe carino se lei chiedesse scusa, perché quando succede l’apocalisse, lei si occupa di altro».

Salvini insiste: «È il mio lavoro, saprò quello di cui sto parlando?»

Il vicepremier ha risposto snocciolando numeri: «Ci sono 1.300 cantieri aperti sulla rete ferroviaria italiana perché chi c’era prima di me non ce l’aveva come priorità. C’è il massimo dei treni circolanti, 10 mila al giorno, c’è il massimo dei passeggeri circolanti, la puntualità sta crescendo tanto che l’anno scorso è arrivata al 90 per cento. C’è il 10 per cento di treni in ritardo? Sì, me ne dolgo e me ne pento». «Tutti noi prendiamo i treni e tutti noi ogni volta abbiamo ritardi, 9 volte e mezzo su 10», ha risposto Gruber. «Sarà sfortunata lei», ha detto Salvini, «però da un giornalista mi aspetto precisione e numeri, non 9 volte e mezzo in ritardo su 10. Mi faccia vedere i suoi dati. È il mio lavoro, saprò di quello che sto parlando? Il tasso di puntualità dei treni nel 2025 è 90,1 per cento. Mi smentisce?». Quando Gruber ha provato a riportare il confronto sul caso Vannacci, il ministro ha commentato: «Ma io stavo bene sui treni». «Meglio che vada via dai treni», ha ribattuto lei. «Un milione e mezzo di persone al giorno prende il treno. Lei sarà sfortunata, mi spiace per lei», ha insistito Salvini. «Evidentemente ci saranno ritardi dei treni solo per quelli di sinistra».

Approvato il decreto sicurezza: le principali misure

Via libera in Consiglio dei ministri al decreto Sicurezza, frutto di un serrato confronto preventivo con il Quirinale. «Non misure spot», assicura Giorgia Meloni, ma «un ulteriore tassello» della strategia del governo, convinta che serva un «approccio più duro» su questo tema. Dalle piazze vietate ai violenti, al fermo preventivo, fino al divieto dei coltelli ai minori: le principali misure del decreto appena approvato.

Approvato il decreto sicurezza: le principali misure
Giorgia Meloni (Ansa).

Piazze senza violenti: il fermo preventivo e il nuovo daspo

Nel decreto sicurezza è stato inserito il fermo preventivo. «Durante lo svolgimento di una manifestazione, le forze di polizia potranno accompagnare e trattenere nei propri uffici, per non più di 12 ore, le persone ritenute – per fondati motivi – pericolose». Ciò, si legge, «potrebbe avvenire anche per chi ha precedenti e segnalazioni specifiche negli ultimi 5 anni. Il pm, sempre informato, potrà comunque decidere per il rilascio immediato». Sempre a proposito di riunioni o assembramenti in luogo pubblico, viene introdotto un nuovo daspo: il divieto di partecipazione sarà disposto dal giudice nei confronti di chi è condannato per una serie di delitti, che vanno dall’attentato per finalità terroristiche o di eversione, a devastazione e saccheggio, passando per le lesioni contro agenti delle forze dell’ordine, sanitari o arbitri.

Il nuovo registro per i reati con «causa di giustificazione»

Per quanto riguarda il cosiddetto “scudo penale” per agenti e comuni cittadini in determinati casi, il decreto sicurezza vara la creazione di un apposito registro. Nei reati in cui appare evidente una causa di giustificazione (legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), chi ha commesso il fatto non verrà indagato in automatico, ma inserito in un separato modello in cui vengono comunque assicurate le garanzie difensive. Sarà il pm a decidere se inserire un nome nel registro degli indagati o meno. In questo caso di parlerà non di indagato, ma di persona interessata ai fatti.

Approvato il decreto sicurezza: le principali misure
Coltelli e mazze da baseball sequestrate dalle forze dell’ordine (Ansa).

La stretta sui coltelli, con focus sui minorenni

Il decreto prevede poi una stretta sui coltelli, con l’obiettivo di contrastare in particolare la violenza giovanile. Sarà proibito vendere coltelli e oggetti da taglio ai minori, anche su web e piattaforme elettroniche, con sanzioni da 500 a 3mila euro, aumentate fino a 12 mila in caso di reiterazione, e revoca della licenza. Per tutti c’è il divieto assoluto di porto di strumenti con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza oltre i 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di frequente utilizzo. Chi lo viola, è punito con la reclusione da 1 a 3 anni. Se i fatti sono commessi da un minorenne, è prevista una sanzione amministrativa da 200 a mille euro a carico dei genitori. In generale, il porto ingiustificato fuori dalla propria abitazione di strumenti da punta o taglio con lama superiore a otto centimetri è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Fino a 25 anni alle gang in caso di rapina aggravata

Introdotto poi il reato di rapina aggravata commessa da un gruppo organizzato, con pene da 10 a 25 anni. Rientrano nella fattispecie le rapine commesse in istituti di credito, uffici postali, sportelli automatici, veicoli adibiti al trasporto di valori o locali attrezzati per il deposito e la custodia di valori, da un gruppo armato organizzato.

Sicurezza urbana: l’individuazione di zone rosse

Previste nel decreto poi la stabilizzazione delle zone rosse, con la possibilità di allontanare soggetti pericolosi dalle aree più a rischio delle città. Il prefetto, si legge, «può individuare specifiche zone urbane, caratterizzate da gravi o ripetuti episodi di criminalità o di illegalità, nelle quali è disposto l’allontanamento dei soggetti denunciati negli ultimi cinque anni per delitti non colposi contro la persona o il patrimonio».

Le altre misure del pacchetto sicurezza appena varato

Vengono poi introdotte pene più severe per i borseggiatori, con il furto per destrezza che torna procedibile d’ufficio. Previste inoltre misure accessorie per il contrasto allo spaccio di stupefacenti. In questi casi «è ordinata la confisca, altresì, degli autoveicoli o altri beni mobili registrati e non registrati che risultino essere stati utilizzati per la commissione». Misure più severe sono previste poi per l’ingresso in Italia di persone condannate per la fabbricazione di esplosivi.

Kenta Kon nuovo ceo e presidente di Toyota

Toyota ha annunciato la nomina, a partire dal 1 aprile 2026, di Kenta Kon come presidente e amministratore delegato del Gruppo. Attualmente direttore finanziario, prenderà il posto di Koji Sato, che diventerà vicepresidente e direttore della strategia industriale. Un cambiamento di ruoli che «mira ad accelerare il processo decisionale all’interno della direzione in risposta alle evoluzioni dell’ambiente interno ed esterno»ha spiegato la casa giapponese in un comunicato.

L’azienda alza le previsioni di utile netto e risultato operativo

Oltre ad aver annunciato il cambio del proprio amministratore delegato, Toyota ha dichiarato l’aumento delle previsioni di utile netto per l’esercizio 2025/26, rafforzando gli sforzi di redditività per far fronte all’impatto delle sovrattasse doganali statunitensi. L’azienda prevede ora un utile netto annuo di 3.570 miliardi di yen (19,3 miliardi di euro), in calo del 25,1 per cento su base annua ma superiore alle precedenti stime (2.930 miliardi di yen). Il gruppo prevede inoltre vendite annue in crescita del 4,1 per cento su base annua, a 50 mila miliardi di yen (271 miliardi di euro), leggermente riviste al rialzo. Anche il risultato operativo è atteso più alto rispetto alle precedenti previsioni. «Nonostante l’impatto persistente dei dazi americani, la forte domanda, sostenuta dalla competitività dei nostri prodotti, ha portato a un aumento dei volumi di vendita e abbiamo raggiunto un livello di profitto elevato grazie ad aggiustamenti dei prezzi», ha spiegato il costruttore.

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza

Come sanno anche i sampietrini, il campo largo è alla ricerca di un leader per le prossime elezioni politiche. E come non tutti i sampietrini sanno, Giuseppe Conte è uno che potrebbe anche farcela. Il suo partito, intendiamoci, incidentalmente il M5s, è sempre aspirazionale, nel senso che aspira a ricoprire un ruolo centrale laddove il populismo non funziona più come una volta. Quindi, renzianamente, è immerso in un passato mitologico, in una retrotopia perenne. Conte invece, ed è un mistero misterioso, sembra essere sempre competitivo; competitivo dentro il campo largo, ma pure fuori. È più forte Conte del M5s. Sembra aver persino trovato il registro giusto: nella politica estera quello del pacifismo irenico, nella politica interna, invece, c’è un ritorno di fiamma sulla sicurezza

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte tra Nicola Fratoianni ed Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il battage quotidiano del M5s

Sicché gli interventi del M5s sull’argomento sono quasi quotidiani, quasi un’ossessione paraleghista: Giorgia Meloni, ha detto Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, deputata, dopo l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, «ha tradito gli italiani, siamo al settimo decreto sicurezza e abbiamo superato il terzo anno di governo: a essere aumentati sono i reati. È la loro Caporetto». Dovrebbero ascoltare, ha detto Appendino, «le nostre proposte: ripristiniamo la procedibilità d’ufficio per scippi e borseggi, aumentiamo gli stipendi e gli organici delle forze dell’ordine, eliminiamo la norma Nordio che permette agli indagati di dileguarsi, finanziamo i patti con i Comuni, la sicurezza integrata». A tratti spiritoso, persino, lo stesso Conte: «Cercasi vere misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città: con le loro norme i ladri continuano a scappare perché li avvertono dell’arresto e non si fa nulla di concreto e rilevante per investire e aumentare gli agenti, i presidi e i controlli nelle strade». Questa «è la sicurezza che ci chiedono le persone dopo anni di governo in cui sono aumentati furti, scippi e rapine». E poteva mancare Riccardo Ricciardi, sarcastico capogruppo dei cinquestelle alla Camera? «Nel nostro Paese ci sono evidenti problemi di sicurezza che vivono tutti i giorni i pendolari, che arrivano nelle stazioni e si trovano in situazioni veramente critiche, che si vivono nelle metropolitane, nelle periferie, sui luoghi di lavoro. Non crediamo assolutamente che si possa andare verso un ‘modello Ice’ e una svolta repressiva sul diritto sacrosanto a manifestare».

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Chiara Appendino (Ansa).

L’obiettivo è colpire il portafoglio elettorale di Meloni

Insomma, è diventato l’argomento del giorno, per il M5s, quello della sicurezza. Memore forse dei bei decreti ai tempi del Conte 1 e di Matteo Salvini ministro dell’Interno. Anche in quel caso, come in altre circostanze, tuttavia, non mancarono i ripensamenti tardivi: «I decreti sicurezza contenevano delle buone novità e molte soluzioni, si pensi alla gestione più efficace delle procedure di regolarizzazione presso le prefetture, mentre qualche altro profilo obiettivamente non ha funzionato, che già mi aveva lasciato perplesso», ammise nel 2021 Conte. Ma questo è il passato. E ora? E ora c’è da colpire Meloni nel portafoglio elettorale; d’altronde la linea securitaria è prevalente nel governo, far notare agli elettori che tutto questo fascismo promesso non c’è potrebbe essere sì un modo per sollevare le contraddizioni in seno al governo, ma potrebbe anche fornire una copertura allo stesso esecutivo: non è allora tutto stato di polizia quel che tintinna; tutto sommato persino l’Italia è una democrazia!

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte e sullo schermo Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Conte sa che al campo largo non c’è alternativa

Il problema principale però Conte ce l’ha con gli alleati di sinistra. Tutto questo parlare di sicurezza a chi la sicurezza non la vede, non la vuole e pensa sia una parolaccia fascista crea scompensi. Ma il centrosinistra non ha altre alternative a sé stesso, a questa impostazione, a questo campo largo; si regge sulle proprie idiosincrasie, nessun partito può fare a meno dell’altro. Questo in fondo lo sa persino Conte, che punta a ottenere il massimo seppur con un terzo dei voti rispetto al passato, ma senza strappare per davvero. Perché nessuno, nell’Italia del 2026, ha la forza di poter stare da solo.