Scade la tregua di 60 giorni tra Usa e Iran: i timori per una nuova escalation

Scade oggi 17 agosto la tregua di 60 giorni prevista dal memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran a Islamabad, lasso di tempo che i due Paesi si erano dati per negoziare un accordo definitivo per porre fine alla guerra. L’intesa, com’è noto, non è arrivata. Nel frattempo si sono invece verificati attacchi reciproci, mentre non è mai terminato il braccio di ferro riguardante lo stretto di Hormuz. Stessa situazione sul tema del nucleare. E adesso il timore è quello di una nuova escalation.

L’Iran avrebbe aumentato la produzione di missili e droni

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita funzionari iraniani e arabi, Teheran avrebbe usato questi due mesi per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni. Dalla firma del memorandum, inoltre, sono arrivate le nomine in posizioni chiave di figure più intransigenti rispetto ai predecessori, come quelle di Ali Abdollahi come capo di Stato maggiore delle Forze armate iraniane, e del generale Ahmad Vahidi come capo dei pasdaran.

Gli avvertimenti e le possibili «sorprese strategiche»

Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha affermato che la scadenza di 60 giorni stabilita il 17 giugno in Pakistan tra Teheran e Washington non ha più alcuna rilevanza, in quanto gli Stati Uniti hanno violato l’accordo poche settimane dopo la sua firma. «La Repubblica Islamica dell’Iran non formula mai le proprie politiche sotto pressione, ultimatum o scadenze temporali. Tutte le decisioni vengono prese esclusivamente sulla base di valutazioni degli interessi nazionali e della sicurezza nazionale. Quello che era previsto nel memorandum era semplicemente una finestra temporale di 60 giorni per i colloqui su due temi – l’allentamento delle sanzioni e la questione nucleare – che avrebbe potuto essere prorogata qualora non fosse stato raggiunto un risultato», ha dichiarato. Nelle stesse ore il generale Yadollah Javani, alto comandante dei Guardiani della rivoluzione islamica, ha affermato che l’assetto difensivo dell’Iran è pronto a trasformarsi in un assetto offensivo, citando anche possibili «sorprese strategiche». Inoltre il comandante in capo dell’esercito iraniano, il generale Amir Hatami, ha promesso 30 mila dollari a chi uccida o catturi un militare americano.

Paramount-Warner Bros, soddisfatte tutte le condizioni dell’accordo ma resta ostacolo California

Paramount Skydance ha dichiarato che la fusione in corso con Warner Bros Discovery ha ottenuto tutte le autorizzazioni normative richieste dall’accordo. Il processo di revisione, durato otto mesi, ha coinvolto 68 giurisdizioni tra cui Stati Uniti, Unione Europea e Cina, e le autorità di regolamentazione «non hanno mai riscontrato motivi per impedire che la transazione vada avanti», si legge in una nota. Tuttavia, Paramount deve ancora affrontare una causa antitrust intentata da un gruppo di 12 Stati guidati dal procuratore generale della California, «l’ultimo ostacolo al completamento di una fusione che creerà un concorrente più forte con una maggiore capacità di investire in contenuti di alta qualità», ha dichiarato l’amministratore delegato David Ellison.

La causa intentata in California

La causa intentata sostiene che la fusione da 110 miliardi di dollari tra le due realtà danneggerebbe la distribuzione cinematografica e televisiva e comporterebbe una riduzione dei posti di lavoro nel settore dei media e dell’intrattenimento. Il processo dovrebbe iniziare a marzo. «Pur rimanendo fiduciosi che la legge e i fatti siano dalla nostra parte, abbiamo offerto impegni e concessioni e restiamo aperti a collaborare in modo costruttivo con i procuratori generali dello Stato per trovare una via da seguire nell’interesse dei nostri dipendenti e della comunità creativa in California e in tutto il mondo, proprio come abbiamo fatto con gli enti regolatori di 68 paesi a livello globale», ha spiegato Ellison.

SpaceX completa l’acquisizione di Cursor per 60 miliardi di dollari

SpaceX ha completato l’acquisizione di Cursor, startup specializzata nella programmazione nel settore dell’intelligenza artificiale, per 60 miliardi di dollari. Secondo un documento depositato presso le autorità di regolamentazione, si legge su Bloomberg, l’accordo è entrato in vigore il 14 agosto, due mesi dopo che l’azienda fondata da Elon Musk ha annunciato formalmente di aver raggiunto l’intesa per rilevare la società. L’operazione, una delle più grandi nel settore tecnologico di sempre, dovrebbe supportare SpaceX nello sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale più avanzati in grado di semplificare diverse attività, tra cui la programmazione. L’assistente di intelligenza artificiale di Cursor, lanciato nel 2023, è stato progettato per aiutare i programmatori a scrivere ed eseguire il debug dei codici in modo più efficiente.

Figc, indagine del Coni sull’elezione di Malagò: il motivo e cosa può succedere

Non sembra esserci pace nella Figc targata Giovanni Malagò. Dopo il caso Pirlo, le dimissioni di Maldini, la contestata scelta di Mancini come ct e il presunto conflitto di interessi per Bianchedi capodelegazione della Nazionale maschile, la Procura del Coni ha infatti avviato un’indagine riguardante l’effettiva possibilità della sua candidatura alla presidenza della Federcalcio.

L’indagine è partita dal ricorso di un mancato candidato

Lo scrive La Stampa, spiegando che l’inchiesta è partita dopo il ricorso presentato dall’avvocato Renato Miele, che aveva tentato a sua volta di candidarsi senza però trovare alcun appoggio: da mesi quest’ultimo chiede di sapere se Malagò fosse in regola con il tesseramento. L’articolo 29 comma 1 dello Statuto della Figc, infatti, dice che bisogna essere iscritti per poter fare il presidente della Federcalcio.

Figc, indagine del Coni sull’elezione di Malagò: il motivo e cosa può succedere
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

La Figc: «Malagò ritenuto candidabile dagli uffici»

Finora i tribunali federali hanno respinto la richiesta di Miele, giudicandola «inammissibile» perché non aveva legittimazione per contestare la candidatura. Dello stesso parere è stato il Collegio di Garanzia dello Sport. Tuttavia la Procura generale dello Sport ha scritto alla Procura federale della Figc invitandola «a iscrivere il fascicolo di un procedimento nel rispetto di quanto disposto ex art. 47, comma 1, del Codice della Giustizia Sportiva, al fine di poterne accertare la veridicità di quanto sostenuto dal ricorrente, acquisendo il tesseramento di cui trattasi con i relativi termini di decorrenza, ai fini delle conseguenti valutazioni». La Figc ha risposto che Malagò «è stato ritenuto candidabile dagli uffici», ma il modulo relativo all’attuale presidente non figurerebbe nell’anagrafe federale S400.

Figc, indagine del Coni sull’elezione di Malagò: il motivo e cosa può succedere
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Cosa può succedere in caso di “non tesseramento”

Adesso, spiega La Stampa, il procuratore della Figc Giuseppe Chiné dovrà aprire un fascicolo sulla questione. Se dovesse essere verificato il non tesseramento al momento delle elezioni, la candidatura di Malagò risulterebbe non valida e sfocerebbe in una decadenza, con rischio di annullamento delle elezioni o di commissariamento della Figc. Oltre alla posizione dell’attuale presidente della Federcalcio, sarebbe a rischio anche la nomina di Roberto Mancini come commissario tecnico della Nazionale, decisa proprio da Malagò.

Trump ordina di ridurre le esercitazioni militari Usa-Corea del Sud

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato al Pentagono di ridurre la portata delle prossime esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, che si tengono ogni anno e in cui viene simulato un attacco da parte della Corea del Nord. L’ha annunciato egli stesso su Truth, giustificando la decisione con i suoi «ottimi rapporti» con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il tycoon ha sostenuto che le esercitazioni sono troppo costose e «mandano un segnale completamente inappropriato e ostile» alla Corea del Nord, definita un Paese «non minaccioso e rispettoso» degli Stati Uniti. Al contrario, ha accusato la Corea del Sud di non aver aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran. Le esercitazioni si tengono ogni anno e inizieranno martedì 18 agosto 2026. Troppo tardi per cancellarle del tutto, motivo per cui Trump ha chiesto al dipartimento della Difesa di ridurne la portata. Non è chiaro in che modo avverranno, né se ci saranno effetti a lungo termine sul loro ruolo nell’alleanza fra Stati Uniti e Corea del Sud.

Morta l’attrice Hayden Panettiere, star di ‘Heroes’ e ‘Nashville’

È morta a 36 anni l’attrice statunitense Hayden Panettiere, che aveva raggiunto la fama internazionale interpretando Claire Bennet nella serie Heroes. Nel memoir This Is Me: A Reckoning, pubblicato quest’anno, aveva raccontato le difficoltà vissute durante gli anni in cui era un’attrice bambina a Hollywood, così come della depressione post partum, della dipendenza dagli oppioidi e dall’alcol, di episodi di violenza domestica. Lascia una figlia, Kaya Evdokia, nata nel 2014 dalla relazione con l’ex pugile ucraino Volodymyr Klyčko.

Morta l’attrice Hayden Panettiere, star di ‘Heroes’ e ‘Nashville’
Morta l’attrice Hayden Panettiere, star di ‘Heroes’ e ‘Nashville’
Morta l’attrice Hayden Panettiere, star di ‘Heroes’ e ‘Nashville’
Morta l’attrice Hayden Panettiere, star di ‘Heroes’ e ‘Nashville’
Morta l’attrice Hayden Panettiere, star di ‘Heroes’ e ‘Nashville’
Morta l’attrice Hayden Panettiere, star di ‘Heroes’ e ‘Nashville’
Morta l’attrice Hayden Panettiere, star di ‘Heroes’ e ‘Nashville’
Morta l’attrice Hayden Panettiere, star di ‘Heroes’ e ‘Nashville’

La carriera di Hayden Panettiere

Nata a Palisades il 21 agosto 1989, Panettiere aveva cominciato a lavorare nel mondo dello spettacolo a soli 11 mesi, comparendo in uno spot pubblicitario per un trenino giocattolo. A quattro anni aveva ottenuto il ruolo di Sarah Roberts nella soap opera della ABC Una vita da vivere, interpretato dal 1994 al 1997. A nove anni era arrivato il primo ruolo al cinema con una piccola parte nel film L’oggetto del mio desiderio. La notorietà internazionale era arrivata nel 2006 con Heroes, in cui interpretava una cheerleader dotata del potere della rigenerazione cellulare. Nel 2011 aveva vestito i panni di Amanda Knox nell’omonimo film per la tv. Nello stesso periodo era tornata al cinema nel quarto capitolo della saga Scream nel ruolo di Kirby Reed, personaggio poi ripreso nel sesto. Dal 2012 al 2018 era stata tra i protagonisti di Nashville, serie ambientata nel mondo della musica country. Negli ultimi anni aveva notevolmente ridotto la presenza in film e serie televisive.

Etna, all’aeroporto di Catania voli limitati fino alle 14

A causa dell’attività eruttiva dell’Etna e della contestuale emissione di cenere vulcanica in atmosfera, sono state disposte nuove limitazioni all’aeroporto di Catania. In particolare, sono stati chiusi gli spazi corrispondenti ai settori B1 e B2, con le attività di volo in arrivo ridotte a cinque aerei ogni ora, fino alle 14 di lunedì 17 agosto. Nessuna restrizione è invece prevista per i voli in partenza. La Sac, società di gestione dello scalo catanese, ha invitato i passeggeri a verificare lo stato del proprio volo direttamente con le compagnie aeree prima di recarsi in aeroporto.

Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola

Il caso Ranucci-Lavitola si sta rivelando una miniera di informazioni, anche collaterali. Si è saputo, per esempio, che Paolo Mieli ama gli spaghetti alle vongole, ma non i gusci. E così da quando Valter Lavitola, titolare del ristorante Cefalù, ha cominciato a servirgliele già sgusciate, grato per tanta sollecitudine vi è tornato spesso. Lo ha raccontato al Corriere della Sera, che ha diretto due volte e sul quale ancora scrive. Una confessione in famiglia, dunque. Lavitola si sedeva al suo tavolo, raccontava facezie e storie di potenti che per lui, amante dei retroscena, erano come l’olio sul companatico. Ascoltarlo, ha spiegato, era «un godimento». 

Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Valter Lavitola (Ansa).

La storiella delle vongole è mielismo in purezza

La vicenda finisce qui. O meglio, da qui comincia quella che ci interessa. Perché nella storiella delle vongole c’è molto del Mieli che da oltre mezzo secolo attraversa il giornalismo italiano: abbastanza vicino al potere da conoscerne protagonisti e segreti, mai tanto, assicura, da confondersi con esso. Nella stessa intervista spiega infatti che quando Lavitola cominciava a parlargli dei suoi affari «spegneva l’interruttore dell’attenzione». Giusta distanza insieme a una capacità di astrazione davvero notevole. Insomma, mielismo in purezza. Il termine nacque molti anni fa, quando dirigeva i giornali e non come ora solo il proprio personaggio. Su di lui alla guida del Corriere l’avvocato Agnelli coniò una definizione rimasta famosa: «Ha messo la minigonna a una vecchia signora». Alludeva alla contaminazione tra politica e costume, cultura e intrattenimento, ma soprattutto tra pubblico e privato, una novità assoluta per gli allora paludati assetti dell’editoria. Ma la vera specialità dello sgusciante Mieli era un’altra: non farsi mai trovare là dove il lettore si aspetta. Una furbizia intellettuale che, affinata negli anni, è diventata vera e propria paraculaggine: perché sposare il bianco o il nero quando in mezzo c’è un’infinita varietà di grigi? 

Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola

Bastian contrario per vocazione, Mieli ha trovato la sua seconda giovinezza nei talk show

Alla crisi dei giornali e del giornalismo Mieli è sopravvissuto trovando una seconda giovinezza nei talk show. Ormai in televisione, tra programmi suoi e ospitate, più che andarci ci abita. E non c’è argomento che lo scoraggi. Nel passaggio da direttore a soubrette dei palinsesti si è ritagliato un ruolo preciso. Gli altri ospiti vengono chiamati sapendo più o meno cosa diranno, sono maschere in commedia che recitano la loro parte. Lui invece serve a sparigliare. Se tutti prevedono che il governo cadrà, eccolo snocciolare i motivi per cui invece potrebbe durare. Se lo danno per solidissimo, ricorda che maggioranze ben più robuste sono finite per molto meno. Bastian contrario per vocazione, possiede una risorsa che manca a quasi tutti gli astanti: conosce la storia, e ne fa uso. Per lui quello che accade oggi è sempre già accaduto ieri, magari sotto altre forme. Così l’interlocutore che arriva davanti alle telecamere convinto di discutere del campo largo dopo cinque minuti si ritrova a parlare di Giolitti. Oppure pensa di aver liquidato il fascismo con un paio di battute e viene mandato a rileggersi De Felice. È anche un modo elegante per stabilire chi comanda nella conversazione. 

Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli con Bruno Vespa e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

A forza di spiegare il presente con il passato, si avventura pure nel futuro

Il Mieli televisivo ha poi una prossemica collaudata. Ascolta, inclina la testa da tartaruga, sorride a mezza bocca tra il divertito e il beffardo. Lascia che chi gli sta davanti finisca e magari si illuda di averlo convinto, per poi piazzare il fatidico «sì, però» che sposta la discussione dove vuole lui. Con quel tono sornione di chi sembra dire: la faccenda è un po’ più complicata di come la racconti. Del resto Mieli è un narciso che non si nasconde, innamorato della parola almeno quanto del personaggio che negli anni si è costruito, e che ormai interpreta con consumata naturalezza. A forza di spiegare il presente con il passato, ha finito per avventurarsi anche nel futuro. Profetizza governi, crisi, leadership, alleanze, cadute e spesso improbabili resurrezioni. Qui il mestiere lo aiuta. Le previsioni sono pronunciate con il tono grave di chi sa o finge di sapere. Se ci azzecca aveva visto lungo, altrimenti sono gli altri ad averlo preso troppo sul serio. E questa rappresentazione di sé tracima anche nella vita privata. Tre mogli e un contorno di giovani ammiratrici, sue e della professione: materia sulla quale ha sempre esercitato la stessa falsa ritrosia riservata al resto.  

Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli (Imagoeconomica).

L’uomo che spalancò i giornali alla tv alla fine ci è finito dentro

Il punto è che Mieli ha capito prima di molti altri che al talk show non bastano le opinioni, servono i protagonisti. E lui lo è diventato fino in fondo. Ha cultura, mestiere, e soprattutto sa quando piazzare la frase che il giorno dopo farà notizia. Al termine di una carriera non avara, è questo l’ultimo approdo del mielismo che, nato nei giornali, ora coincide in pieno con il suo inventore. L’uomo che spalancò i giornali alla televisione alla fine ci è finito dentro. Senza aver opposto, va detto, una strenua resistenza. 

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione

Turisti della vita e turisti per la vita. Si può giocare sulle parole affidandoci al saggio Turisti della realtà, dove Francesco Marino racconta come «il mondo finì per diventare un contenuto social». Ossia come un selfie sullo sfondo della Torre Eiffel o della Torre di Pisa traduca un comportamento che anche nella vita quotidiana ci vede sempre più intenti a consumare emozioni di passaggio, collezionare immagini e cercare continuamente novità.

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Turisti a Parigi (foto Unsplash).

La situazione è preoccupante, ma diventa inquietante se consideriamo la velocità con la quale procedono automazione e applicazioni di intelligenza artificiale. Se infatti macchine e agenti bot lavoreranno per noi, ci troveremo presto, in gran numero, disoccupati? Gli esperti scongiurano scenari apocalittici, forse per rasserenarci, ma potremmo comunque essere costretti a cercare non più occasioni di distensione e divertimento, bensì di occupazione del tempo liberato dal lavoro.

Turisti per sempre, ma non ditelo a Vannacci

Turisti forever ha un suono sinistro e distopico. A meno che non lo si voglia accogliere con l’entusiasmo provocatorio del movimento antagonistico degli Anni 70: che agli slogan “tutto e subito” e “chiediamo l’impossibile” fecero seguire un “lavoro zero, reddito intero” che ci proietta, appunto, in un futuro in cui le macchine hanno preso il posto del lavoro umano. Nel frattempo il povero generale Roberto Vannacci cosa farà, lui che nel suo programma 2027-2037 ha inserito il principio economico di San Paolo: «chi non vuole lavorare neppure mangi»?

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Turisti in partenza ad agosto (foto Unsplash).

Ma stiamo al presente, che turisticamente lancia proclami trionfalistici, con Federalberghi che annuncia che ad agosto vanno in vacanza 17,5 milioni di italiani, e 4,7 milioni lo saranno a settembre; e che l’Italia, con 32.943 hotel, 1,1 milioni di camere e 2,3 milioni di posti letto, è il primo Paese europeo per capacità ricettiva alberghiera. A questo si aggiungono due interessanti notizie. In Puglia si registra la crescita più sostanziosa degli hotel di lusso, anche per l’effetto destination wedding che l’ha vista diventare meta di matrimoni di celebrity mondiali e di grandi eventi internazionali (come il G7 del 2024).

L’idea che il lusso possa migliorare le infrastrutture è sbagliata

L’aumento di posti letto in hotel 5 stelle ha fatto sì che quest’anno è nel Salento che ci sono stabilimenti balneari che contendono alla Versilia e alla Costa Smeralda il primato delle strutture più costose. Si può gioire di questi primati, ma senza avventurarsi nelle ricadute positive per il territorio. Perché è suggestiva l’idea che il lusso possa migliorare infrastrutture e servizi pubblici (strade, scuole e ospedali) e l’economia locale. Ma in realtà non è così.

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Turismo di massa = inquinamento umano (foto Unsplash).

Il turismo, infatti, è un’industria estrattiva che ormai è vicina al punto in cui, se non si mette mano a interventi strutturali, gli svantaggi per le popolazioni residenti saranno presto maggiori dei benefici. In termini di distruzione ambientale, svuotamento dei centri storici, aumento del costo della vita per i residenti, crescita di rumori, disagi e rifiuti. Come nel caso dell’invasione turistica delle Dolomiti in corso, segnata dall’assalto fuori controllo ai bagni e servizi igienici dei rifugi alpini.

Al momento non c’è stato rimedio all’overtourism

È sull’impatto economico e sociale dell’overtourism che si concentra una recente analisi a tutto campo di The European Correspondent. Il fenomeno è ormai ampiamente presente nel dibattito politico, nei provvedimenti delle amministrazioni locali, nelle lotte degli attivisti e ambientalisti, nei resoconti dei media in occasione dei grandi eventi mondiali. La notizia, ossia il dato nuovo, è che al momento non c’è stato rimedio (divieti d’accesso, balzelli d’entrata, arginamento del B&B selvaggio, limitazione delle aree di sviluppo turistico) che abbiano efficacemente contrastato il fenomeno.

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Vacanzieri agostani (foto Unsplash).

Scrive Nathan Domon: «Ogni anno, prima dell’estate, sento sempre le stesse storie. Gli abitanti di Amsterdam, Barcellona, ​​Venezia e di una dozzina di altre città da cartolina si lamentano del disagio, dei prezzi delle case e del sovraffollamento. Le città annunciano una serie di provvedimenti per “contrastare” la situazione. E ogni anno, il numero dei turisti continua ad aumentare, come se nulla fosse accaduto». Il problema vero, dunque, non è se sono poveri o ricchi, giovani o no. È che sono troppi. Un’onda che nei vari momenti clou dell’anno diventa un’orda incontenibile.

La vera invasione è questa, altro che quella dei migranti

Prendiamo per esempio Amsterdam: nel 2010 ha registrato 9,7 milioni di pernottamenti; nel 2025 sono diventati 23,7 milioni. Entro due anni si stimano quasi 28 milioni: per una città con meno di un milione di abitanti, si tratta di un’invasione, rispetto alla quale ogni intervento correttivo ha spostato il problema o ne ha creato uno nuovo. Nel 2021 l’amministrazione locale ha annunciato l’obiettivo di limitare i pernottamenti a 20 milioni all’anno. Un blocco alla costruzione di nuovi hotel è stato introdotto nel 2017, ma il numero di camere ha continuato ad aumentare a causa di scappatoie esistenti.

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Scritte sui muri contro i turisti (foto Unsplash).

La città ha inoltre intensificato i controlli sugli affitti brevi: gli annunci su Airbnb sono crollati da 28.400 nel 2019 a meno di 5 mila oggi. Ma il risultato è stato l’impennata dei prezzi degli hotel e il sostanziale aumento del valore degli immobili alberghieri che hanno arricchito i proprietari e portato alla costruzione di grandi alberghi appena fuori dai confini cittadini. Al di fuori della portata del divieto.

A Venezia più posti letto turistici che residenti ufficiali

La situazione è simile a Barcellona, dove i pernottamenti in hotel sono più che raddoppiati in un decennio, passando da 17,1 milioni nel 2014 a 37,2 milioni nel 2025. A Venezia nel 2024 i posti letto turistici nel centro storico (oltre 50 mila) hanno superato il numero dei residenti ufficiali (scesi sotto i 49 mila).

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Turisti scattano foto sul top del ponte di Rialto sul Canal Grande a Venezia (foto Ansa).

Curiosamente, tuttavia, non c’è località turistica che non dichiari di puntare su un’offerta di qualità e la volontà di “destagionalizzare” il flusso turistico. La realtà però ci dice che agosto continua a concentrare gran parte del turismo balneare e che le 10 mete europee top intercettano la gran parte dei viaggiatori. Dopo di che si può affermare che il turismo è «la gallina dalle uova d’oro». Soprattutto per i proprietari delle strutture, che spesso sono catene internazionali e compagnie low cost. Non certo per i lavoratori del settore che sono in gran parte precari, stagionali e mal pagati. A Barcellona, ​​nel 2023, i lavori nel settore turistico offrivano una retribuzione inferiore del 26 per cento rispetto alla media cittadina. Probabilmente nel Salento del luxury e dei proclami di Mister Billionaire la percentuale è maggiore.

Usa, tutti contro i data center per l’IA: populisti di destra e ambientalisti di sinistra

Negli Usa c’è qualcosa che sta agitando le piazze di tutto il Paese: i data center. Le mega strutture necessarie ad alimentare il boom dell’intelligenza artificiale sono al centro di grandi contestazioni, tanto da parte del mondo del lavoro quanto dei singoli comitati civici che si oppongono a specifiche costruzioni (in Italia il più grande verrà costruito a Colleferro, in provincia di Roma). Il movimento è più esteso e trasversale di quanto si pensi, perché tocca sia comunità democratiche sia repubblicane. Ma in cosa consiste?

In tre mesi 75 progetti sono stati bloccati

Il 2026 è stato l’anno cruciale del movimento anti-data center, con quattro momenti cardine. La prima fase è stata quella di gennaio e febbraio. Secondo un rapporto dell’osservatorio indipendente Data center watch, «nelle prime sei settimane del 2026 sono stati presentati oltre 300 progetti di legge statali sui data center, con proposte di moratoria a livello statale introdotte in 14 Stati da entrambi gli schieramenti politici. Solo tra gennaio e marzo almeno 75 progetti sono stati bloccati, con un congelamento delle spese dal valore di 130 miliardi di dollari».

Nello stesso periodo si sono formati i primi gruppi di attivisti sui social. Poi, in primavera, il movimento si è rafforzato ed è apparso un sondaggio nazionale di Gallup, che ha certificato come il 70 per cento degli americani sia contrario alla costruzione di queste strutture nella propria area residenziale.

A Memphis proteste contro l’impianto di Musk

A maggio, terza fase, le proteste sono entrate nel momento più concitato, con le prime manifestazioni e addirittura i primi arresti, come avvenuto a Memphis, in Tennessee, dove un picchetto ha cercato di fermare i lavori intorno al mega-impianto “Colossus”, realizzato da xAI di Elon Musk. In generale, nel Paese si sono registrati diversi arresti legati a forme più o meno organizzate di contestazione dei nuovi impianti. A metà luglio l’organizzazione Humans First ha organizzato 142 manifestazioni in 42 Stati e, in almeno 12 eventi, le forze dell’ordine sono intervenute in via preventiva.

Usa, tutti contro i data center per l’IA: populisti di destra e ambientalisti di sinistra
Elon Musk (Ansa).

La proposta di una “carta dei diritti” dei residenti

La quarta fase ha coinciso con l’inizio dell’estate: da un lato con l’impennata delle manifestazioni, dall’altro con provvedimenti legislativi più strutturati, come una sospensione ufficiale di un anno per i nuovi data center nello Stato di New York e varie proposte al Congresso, tra cui una legge contro la costruzione su terreni federali o una sorta di “carta dei diritti” dei residenti per vietare costruzioni a meno di 800 metri dalle case.

Usa, tutti contro i data center per l’IA: populisti di destra e ambientalisti di sinistra
Data center (foto Unsplash).

In questo momento nel Paese ci sono dei cosiddetti hot spot della resistenza anti-data center. È il caso della già citata Memphis, diventata una specie di centro per l’AI e le criptovalute, in una sorta di esperimento tech, ma anche delle zone rurali e suburbane della Georgia, delle aree tra il Missouri e il Texas e di parti del Midwest, con il Michigan al centro della contesa, in particolare nelle cittadine di Saline, Augusta e Washington Township. Secondo il progetto collaborativo Data center opposition report, oggi oltre mezzo milione di americani è iscritto a uno dei 430 gruppi che popolano Facebook e ogni giorno nel Paese nascono almeno due nuove formazioni. Proprio mentre Meta sta investendo in AI e data center.

In questa battaglia è coinvolta anche l’attivista Erin Brockovich, resa celebre dal film in cui veniva interpretata da Julia Roberts, che ha lanciato un piano di tracciamento open-source per individuare le comunità prese di mira dalla costruzione degli impianti. Il progetto oggi raccoglie informazioni su quasi 9 mila strutture, costruite o in fase di realizzazione, con segnalazioni in tutti i 50 Stati americani.

Per cosa si protesta? Mancanza di trasparenza e impatto ambientale

Ma quali sono le ragioni dietro questa guerra? Diciamo che potrebbero essere definite glocali, perché intrecciano fenomeni globali e territoriali. Da un lato c’è una componente storica dell’Occidente: le proteste Nimby (acronimo di Not in my back yard, «non nel mio cortile»), che indicano la volontà delle persone di non avere grandi opere proprio sotto casa, o comunque nei paraggi. Ma in questo caso si va molto più in là. C’è una contestazione per la mancanza di trasparenza su quello che succede in questi enormi impianti, ma soprattutto per il loro impatto ambientale e i costi per le comunità coinvolte.

Usa, tutti contro i data center per l’IA: populisti di destra e ambientalisti di sinistra
Un data center visto dall’alto (foto Unsplash).

I data center occupano superfici enormi e producono rumori e frequenze che in molti casi sono stati associati a cefalee croniche e nausea. Altri hanno impatti inquinanti e spesso vanno a colpire comunità già svantaggiate. L’impianto di Musk a Memphis, per esempio, usa turbine a gas non autorizzate che inquinano soprattutto la vicina area residenziale a maggioranza afroamericana. Ma i data center hanno un impatto devastante anche sui costi dell’energia e sulle bollette, con consumi di elettricità e acqua che spingono le utility ad alzare i costi di fornitura per tutte le aree interessate.

Joe Allen e Steve Bannon, mondo Maga in fermento

Ci sono pure questioni di secondo livello legate alla lotta contro l’AI per il suo impatto sul mondo del lavoro. Ma è interessante notare che una parte di queste battaglie venga animata in ambienti Maga, i trumpiani più invasati, quelli del Make America great again. In particolare Wired ha avuto una lunga conversazione con Joe Allen, commentatore anti-tech ospitato a War Room, podcast dell’ex stratega di Trump Steve Bannon.

In una puntata i data center vengono descritti proprio come «laboratori di armi» che sono «rivolti contro la popolazione». Per l’influencer politica Hannah Cox il fatto che intorno ai data center si muova una macchina di sorveglianza è un dato di fatto: ormai molte bolle social hanno fatto propria questa sensazione, indipendentemente dall’orientamento politico.

L’influenza del complottismo di estrema destra

Il tech-man di Bannon, Allen, si è spinto a dire che i data center sono un’infrastruttura hardware per qualcosa che va oltre, ossia una sostituzione dell’umanità in un delirio di onnipotenza dei tecno-ottimisti dell’AI. Qui è evidente l’influenza del complottismo di estrema destra, che si è fatto sempre più sofisticato e stratificato. Il punto però è che, un po’ per i deliri dei tech bros come Sam Altman, Elon Musk e Peter Thiel, un po’ per la genuina paura di un impatto devastante dell’AI, sempre più americani vogliono limiti stringenti all’intelligenza artificiale. E su questo punto si saldano populismi di destra e ambientalismi di sinistra.

Usa, tutti contro i data center per l’IA: populisti di destra e ambientalisti di sinistra
Il ceo di OpenAI Sam Altman (Ansa).

Man mano che il movimento si allarga, crescono anche nuove psicosi. Aziende e gruppi pro-AI da settimane lanciano allarmi su come la Cina, attraverso reti di bot, stia inondando i social di messaggi anti-data center. Una sorta di psyop, di guerra psicologica, che Pechino condurrebbe contro gli Stati Uniti per soffiare sul fuoco della protesta e vincere la gara dell’intelligenza artificiale. Il numero di questi post non è quantificabile, ma profili provenienti da Asia, Africa ed Europa pubblicano con costanza messaggi contro le operazioni immobiliari delle aziende AI.

Usa, tutti contro i data center per l’IA: populisti di destra e ambientalisti di sinistra
I data center sono mega strutture che servono a sostenere il boom dell’IA (foto Unsplash).

In tutto questo l’amministrazione Trump cosa fa? Procede spedita. Per il presidente l’AI è un’occasione da non perdere. E infatti non sono mancati momenti di frizione tra i repubblicani del Congresso e i conservatori nei singoli Stati, che spingono per regolamentare il settore. Per la Casa Bianca, al contrario, AI e data center sono questioni di sicurezza nazionale, i blocchi locali vanno superati con il voto di Washington e ogni obiezione viene bollata come anti-americana.

Per la famiglia Trump è anche una questione di affari

I più maliziosi, però, hanno fatto notare che per la famiglia Trump l’accelerazione su AI e impianti è, tanto per cambiare, una questione di affari. Nel portafoglio degli investimenti di Donald e figli ci sono sia aziende che investono nel digitale sia società di costruzioni che stanno materialmente realizzando i data center. Intanto, però, i cittadini sono sempre più arrabbiati e il consenso dei repubblicani scende. Un dato pericoloso per il partito dell’elefantino in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Schlein: «Fake il video con me e Vannacci»

Elly Schlein ha smentito la veridicità di un filmato, cominciato a circolare sui social, in cui si vede la segretaria del Partito democratico a colloquio (e anche piuttosto divertita) con Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale. «Non è mai accaduto. Non ci siamo nemmeno mai incontrati. E quella cena non è mai esistita. Ora, non mi interessa tanto la smentita in sé di un fatto poco credibile già di suo», ha dichiarato Schlein, mettendo poi in guardia sui pericoli legati all’intelligenza artificiale: «Mi interessa riflettere insieme su dove sta portando le democrazie questo tipo di abuso dell’IA. Su cosa può fare ai diritti di tutte e tutti i cittadini. E voglio rilanciare l’appello che ho rivolto a tutte le forze politiche, già raccolto dalla presidente Giorgia Meloni, a un uso responsabile ed etico dell’intelligenza artificiale». Questa vicenda, ha osservato la segretaria dem, «dà l’idea degli enormi rischi di inquinamento della campagna elettorale attraverso deepfake sempre più raffinati». Tutte le forze politiche, ha chiosato, «dovrebbero impegnarsi a non usare l’AI per attribuire agli avversari politici fatti o parole che non sono reali».

A Colleferro sorgerà un maxi data center per l’intelligenza artificiale

Colleferro sarà il primo Comune del Centro-Sud a ospitare un data center di ultima generazione per l’intelligenza artificiale con 150 megawatt di potenza elettrica assegnata dal gestore di rete Terna. Il campus sorgerà nell’area di circa 76 ettari compresa tra l’autostrada A1, la via Casilina e la linea ferroviaria dell’alta velocità, a soli 3 chilometri dal centro logistico di Amazon. L’hub, con circa 57.800 metri quadrati coperti, sarà dotato di impianti fotovoltaici. L’energia utilizzata sarà fornita da fonti rinnovabili attraverso contratti con gestori green. Nel data center saranno impiegate circa 700 persone contemporaneamente in fase di costruzione e 220 circa, tra diretti e indiretti, in fase di gestione. Si tratta di occupazione di alta specializzazione per cui il Comune di Colleferro avvierà programmi di formazione in loco ai fini delle future assunzioni. Il progetto architettonico è stato realizzato dallo studio Lombardini 22 di Milano, mentre Telecom Sparkle ha progettato l’infrastruttura di connessione dati alla rete fotonica nazionale.

Non mancano le polemiche

Sebbene la costruzione del polo sia stata approvata dal Consiglio comunale senza alcun voto contrario, in città non tutti sono d’accordo. È infatti già sorto un comitato cittadino contro il progetto a suo dire «approvato tramite variante urbanistica al piano regolatore generale, con cambio di destinazione d’uso da agricolo non urbanizzato a produttivo». Il gruppo, rappresentato da Ina Camilli, ha sottolineato che il progetto non è stato sottoposto, su decisione della Regione, a valutazione ambientale strategica «nonostante la relazione istruttoria di accompagnamento contenga numerosi pareri dei soggetti competenti fortemente critici».

Cosa sappiamo del progetto politico di Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate

Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e attualmente alla guida del comitato civico Più Uno, ha annunciato un suo progetto politico di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2027. La presentazione ufficiale avverrà il 10 ottobre. Ruffini ha spiegato di avere voglia di «provare a unire e dialogare», ma solo «con chi ci starà».

Cosa sappiamo del progetto politico di Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica).

Secondo Ruffini serve «un nuovo Ulivo»

«Sono passati quattro anni di governo Meloni e ora vedo che i leader del centrosinistra rimandano a settembre il momento della sintesi: questo mi sorprende e mi dispiace», ha detto Ruffini intervistato da La Stampa, parlando poi della necessità di «un nuovo Ulivo», ovvero la coalizione guidata da Romano Prodi che riuscì a battere il centrodestra nel 1996. A tal proposito, Ruffini – escludendo velleità di leadership – ha criticato la lentezza con cui il Partito democratico di Elly Schlein e il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte stanno costruendo un’alleanza politica.

Francia, il Consiglio costituzionale boccia il divieto di social network per gli under 15

Il Consiglio costituzionale francese ha bocciato la legge che puntava a introdurre il divieto dei social network ai minori di 15 anni, misura voluta fortemente dal presidente francese Emmanuel Macron. I giudici dell’equivalente transalpino della nostra Corte costituzionale hanno ritenuto che il provvedimento avrebbe rappresentato «una violazione sproporzionata della libertà di espressione e di comunicazione» dei minori.

Francia, il Consiglio costituzionale boccia il divieto di social network per gli under 15
Emmanuel Macron (Imagoeconomica).

Macron incarica Lecornu di riscrivere la legge

La massima istituzione giurisdizionale francese era stata chiamata in causa a fine luglio da un gruppo di deputati socialisti e de La France Insoumise sull’articolo 1 della legge. Pur riconoscendo «l’esigenza costituzionale della protezione dell’interesse superiore del minore», i giudici hanno dato parere negativo. Appresa la decisione di bocciare alcune parti della legge adottata dal parlamento, Macron ha incaricato il premier Sébastien Lecornu, di procedere a una nuova redazione del provvedimento per arrivare ad una soluzione «entro la primavera 2027». Lo ha reso noto l’Eliseo.

OpenAI, fatturato 2026 oltre i 40 miliardi in vista dell’Ipo

OpenAI potrebbe superare nel 2026 i 40 miliardi di fatturato, in base delle attuali prestazioni del gruppo, raddoppiando il tasso di crescita previsto a partire dalla fine del 2025 e rafforzando il piano per il debutto a Wall Street. Lo scrive Bloomberg citando fonti informate sulla questione. Il fatturato di OpenAI ha registrato un’accelerazione negli ultimi mesi, trainato dalla crescita del suo software di programmazione basato sull’Ia, dalle vendite degli abbonamenti e dalla recente attività pubblicitaria.

Attacco di Netanyahu alla «Repubblica islamica di Gran Bretagna»

Nel corso di un’intervista alla radio dell’Idf, Benjamin Netanyahu ha definito il Regno Unito «la Repubblica islamica di Gran Bretagna», descrivendo inoltre il Paese come la «prima repubblica islamica a dotarsi di armi nucleari». L’attacco frontale è arrivato mentre Bibi stava parlando del giornalista britannico Randolph Churchill (figlio di Winston a lungo premier), che coprì la Guerra dei sei giorni – avvenuta nel 1967 tra lo Stato ebraico e una coalizione di Paesi arabi – «in modo molto positivo» per Israele. «Provate a trovare oggi qualcosa di simile nel Regno Unito, che potremmo chiamare la Repubblica islamica di Gran Bretagna», ha affermato Netanyahu, riferendosi all’atteggiamento sempre più critico assunto negli ultimi anni da Londra nei confronti di Tel Aviv. E anche all’aumento delle comunità musulmane nel Paese. «È già così in tutta Europa, no?», gli ha chiesto a quel punto l’intervistatore. «Sì», ha risposto Netanyahu rincarando poi la dose: «La prima repubblica islamica nucleare sarà la Repubblica islamica di Gran Bretagna. Ci stiamo assicurando che non ce ne sia un’altra in Iran». “Piccolo” appunto alle parole di Bibi: il Pakistan è una potenza atomica dal 1998, anno in cui condusse i test sotterranei di Chagai in risposta a quelli dell’India. Quindi la sua battuta del premier israeliano, oltre che infelice, si basa anche su presupposti errati.

Le relazioni tra Regno Unito e Israele sono sempre più tese

Negli ultimi mesi le relazioni tra Regno Unito e Israele si sono fatte sempre più tese, in particolare da quando Andy Burnham è approdato a Downing Street al posto di Keir Starmer. Poco prima di assumere la carica di primo ministro, l’ex sindaco di Manchester si è scusato per l’appoggio iniziale del Labour all’azione militare israeliana a Gaza, affermando che il partito «ha sbagliato» e «dovrà fare meglio» sotto la sua guida, segnando così un cambiamento significativo nell’approccio del Regno Unito alla crisi in Medio Oriente.

Villaggio palestinese assediato da coloni israeliani, evacuati cinque italiani

Ci sono anche cinque italiani nel villaggio palestinese di Qusra, a sud di Nablus, in Cisgiordania, assediato dai coloni israeliani. Lo scrivono Il Fatto Quotidiano e Repubblica e lo confermano fonti della Farnesina. Gli italiani si troverebbero adesso in una casa palestinese non assediata, secondo quanto si apprende da fonti informate. Le stesse hanno spiegato che i cinque sono usciti «tranquillamente» dall’abitazione assediata, «senza uso di forza o di violenza». Hanno età compresa tra i 20 e i 40 anni. Stando al Fatto si troverebbero insieme a Qusai Abu Rida, che ha la cittadinanza statunitense e il cui fratello ha denunciato l’assedio dagli Stati Uniti. La Farnesina, attraverso l’Unità di crisi e in collegamento con il consolato di Gerusalemme e l’ambasciata di Tel Aviv, sta seguendo la vicenda.

Ponte Morandi, Silvia Salis annuncia la richiesta di un maxi-risarcimento per Genova

Il Comune di Genova «chiederà un risarcimento molto, molto importante per i danni patrimoniali e di immagine che ha subito con il crollo del ponte Morandi». Lo ha annunciato la sindaca Silvia Salis nel suo intervento alla Radura della Memoria, durante l’ottavo anniversario della commemorazione delle 43 vittime del disastro, avvenuto il 14 agosto 2018: «Qualsiasi risorsa riusciremo a ottenere, verrà interamente dedicata a un programma di cura, manutenzione, decoro e messa in sicurezza della città. Lo dobbiamo alle persone che hanno perso la vita e lo dobbiamo alla nostra città». La cifra indicata dal Comune in sede di risarcimento civile potrebbe oscillare tra i 100 e i 150 milioni di euro.

Ponte Morandi, Silvia Salis annuncia la richiesta di un maxi-risarcimento per Genova
Il ponte Morandi dopo il crollo (Imagoeconomica).

Meno di un mese fa la sentenza di primo grado e le scuse di Autostrade per l’Italia

L’annuncio di Salis arriva a meno di un mese dalla sentenza di primo grado con cui il Tribunale di Genova ha condannato la maggior parte degli imputati nel processo per il crollo del Ponte Morandi, accusati di omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, crollo doloso, omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso e omissione dolosa di dispositivi di sicurezza sui luoghi di lavoro. A Giovanni Castellucci, all’epoca amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e principale imputato, è stata inflitta una pena di 12 anni di carcere. Condannati anche altri ex vertici di Aspi e Spea: 11 anni per Michele Donferri Mitelli, 5 anni e mezzo per Paolo Berti e Antonino Galatà. Cinque anni per Mauro Coletta, ex direttore della vigilanza sulle concessioni autostradali del Ministero dei Trasporti. Alla vigilia della sentenza, Autostrade per l’Italia aveva rotto un silenzio lungo quasi otto anni, chiedendo scusa con una lettera in cui il ceo Arrigo Giana ha scritto di «ferite indelebili per le azioni e le scelte di alcuni».

Caccia italiani abbattono in Lettonia un drone probabilmente ucraino

Giovedì 13 agosto 2026 un drone sui cieli della Lettonia è stato abbattuto da un caccia italiano che partecipa alla missione di difesa aerea della Nato dei Paesi Baltici. A dare la notizia è stata la ministra degli Esteri di Riga Blaze in un post su X: «Siamo grati ai nostri alleati italiani per il loro contributo e per il mantenimento dell’integrità dello spazio aereo alleato. Un velivolo senza pilota straniero è stato abbattuto sopra la Lettonia orientale». Si è trattato probabilmente di un drone ucraino diretto in Russia che aveva deviato dalla sua rotta. Nelle stesse ore Kyiv ha infatti nuovamente attaccato il porto russo di Ust-Luga, vicino a San Pietroburgo, il cui percorso più breve passa per i confini orientali di Lettonia ed Estonia.

Trump impone dazi del 100 per cento sulle importazioni di droni

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato dazi doganali sui droni importati con lo scopo di tutelare la sicurezza nazionale e difendere l’industria domestica in questo settore. L’imposta sarà del 100 per cento sui droni con peso al decollo superiore ai 25 kg, per quelli dotati di telecamere termiche, per le stazioni di ricarica e per alcuni componenti. Il dazio scende al 25 per cento per i droni dimensioni inferiori. Tariffe più basse verranno applicate sui prodotti provenienti dall’Unione europea, dal Giappone, dal Liechtenstein, dalla Corea del Sud, dalla Svizzera e da Taiwan, mentre sui droni provenienti dal Regno Unito viene applicato un dazio del 10 per cento a condizione che tutto l’hardware, il software e la tecnologia provengano da questi paesi e dagli Stati Uniti. Le tariffe entreranno in vigore 21 giorni dopo la firma del decreto (quindi il 3 settembre), mentre per le componenti non ritenute sensibili dopo 180 giorni. L’obiettivo, ha detto Trump, è quello di incoraggiare la produzione di droni negli Stati Uniti e ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri.