L’ultima sparata di Vannacci: «Andremo a prendere i delinquenti casa per casa»

«Con Futuro Nazionale saremo noi a terrorizzare i delinquenti e i criminali, li andremo a prendere uno a uno nelle case, nelle scuole e gli faremo pagare i danni». Lo ha detto Roberto Vannacci durante la conferenza stampa di presentazione di una proposta di legge in materia di sicurezza da parte di Futuro Nazionale, commentando i disordini andati in scena a Milano: «La libertà di manifestazione è sacrosanta, ma è subordinata al rispetto della sicurezza e della salute pubblica».

La proposta di legge di Futuro Nazionale

«Chi prepara attacchi alla polizia con azioni paramilitari porta il terrorismo in piazza. Per noi questo è terrorismo e per noi la risposta deve essere il pugno duro», ha dichiarato inoltre Vannacci in videocollegamento. Tra le misure che il Futuro Nazionale intende proporre l’ex generale ha citato l’introduzione di pene pecuniarie per risarcire i danni, il potenziamento delle forze dell’ordine con maggiori poteri, la revoca della cittadinanza per i non italiani che delinquono, la tutela delle forze ordine attraverso «il vero scudo legale» e non quello proposto dalla «ipodestra».

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Vannacci, su Facebook, aveva presentato le misure adottate dal governo «contro baby gang, devastazioni e violenze» come «una vittoria di Futuro Nazionale», in quanto il suo partito le aveva proposte già mesi fa. Tuttavia, aveva osservato l’ex generale invocando «pene più severe per chi distrugge e provvedimenti preventivi nelle situazioni più gravi», questo passo avanti non è sufficiente: «L’ordine pubblico non si garantisce con annunci e misure tampone. Serve una riforma organica che tuteli davvero chi difende lo Stato e chi rispetta la legge».

Fabrizio Corona attaccato da Ben: il video-denuncia del suo ex braccio destro

Come ha scritto qualcuno nei commenti, «si sta ribaltando la situazione». Ben, ex braccio destro di Fabrizio Corona, ha pubblicato un video di 15 minuti, registrato dallo studio di Coronasland, in cui, tramite alcune registrazioni fatte in segreto, mostrerebbe «tutta la verità» sui metodi adottati dall’ex re dei paparazzi per i suoi “scoop”, proponendo la sua versione dei fatti e mettendo in discussione tutto il sistema di Falsissimo. Nel filmato, postato su YouTube e rilanciato tramite una storia dall’account Instagram di Coronasland proprio nel giorno in cui Corona si è presentato in tribunale di Milano per la prima udienza della maxi causa intentata contro di lui dal gruppo Mediaset, Ben si rivolge a più riprese direttamente al volto di Falsissimo, accusandolo – tra le altre cose – di dire bugie e di non pagare compensi pattuiti. Come risponderà Corona?

Revolut down, pagamenti digitali e prelievi bloccati: cosa è successo

Revolut ha registrato un problema tecnico che ha paralizzato l’accesso ai conti, i pagamenti con le carte, i bonifici e le conversioni di valuta sull’app e i prelievi agli sportelli in diversi Paesi europei, compresa l’Italia, dove la banca digitale ha da poco raggiunto i 5 milioni di clienti. Numerose le segnalazioni: Revolut ha confermato le anomalie e ha comunicato che i tecnici sono al lavoro per ripristinare il servizio.

I servizi Revolut sono fuori uso a causa di un problema legato a Google Cloud

I servizi Revolut non sono utilizzabili per via di un problema legato a Google Cloud, a cui si appoggia la banca digitale, che ha subito una grave interruzione di rete presso il data center europeo situato a Londra. I problemi hanno coinvolto anche altre aziende del settore finanziario con sede nel Regno Unito, come Lloyds Bank, HSBC e Halifax. «Stiamo lavorando alla soluzione del problema da quando è stato identificato questa mattina. Possiamo confermare che i dati e i soldi di tutti i nostri clienti sono al sicuro», ha detto all’Afp un portavoce di Revolut.

Scontri a Milano, Crosetto: «Frutto della guerra ibrida»

«I fatti di Milano e di altre parte d’Italia sono profondamente diversi da quelli vissuti in altre epoche e sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, Youtube, senza che l’Occidente se ne renda conto ed in qualche modo reagisca». Così il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo al Defense procurement forum a Roma in merito alle devastazioni avvenute nel weekend del 17 e 18 ottobre nel capoluogo meneghino. «Se tre ragazzi su 10 hanno partecipato a quelle manifestazioni», ha sottolineato Crosetto, «non parliamo di maranza, di italiani di seconda generazione. Se sei su 10 le condividono è perché in questi anni hanno subito una controeducazione da qualche parte, non dalla famiglia o dalla scuola, che gli ha dato valori, ambizioni, una visione del mondo e dei punti di riferimento che è in conflitto con la società in cui viviamo e con le regole democratiche».

Il timore di influenze attraverso l’analisi dei comportamenti sui social

Secondo Crosetto, la minaccia risiede nell’uso mirato di algoritmi, dati comportamentali e tecnologie avanzate: «La mia più grande preoccupazione oggi è la capacità che hanno alcune Nazioni dopo aver studiato con gli algoritmi le menti dei nostri giovani di conoscere molto meglio di noi come influenzarli. Perché quando hai avuto a che fare con contenuti che interessano, con le reazioni a quei contenuti, hai raccolto dati per anni e anni, hai visto le reazioni e con l’intelligenza artificiale hai la possibilità di studiarle, magari aumentando le capacità di analisi attraverso le tecnologie quantistiche, tu disponi di un‘arma potentissima: quella di instillare nelle mente delle persone dei modi di pensare che credono essere loro ma che derivano da una manipolazione molto sofisticata. E quando vedo cose come quelle di Milano la mia preoccupazione aumenta».

Salvini: «Nessuna regia, su russi ho letto cose strambe»

Di segno diametralmente opposto la posizione di Matteo Salvini: «No, ho letto cose strambe, i russi… No, basta: è per questo che chiedo un patto fra tutti per difendere e proteggere Milano. Molti di questi vengono da fuori Milano. Ne parlavo con il questore, la polizia ferroviaria li può intercettare a casa loro, quando vengono dalle province, quando vengono da Crema, da Pavia, da Lecco, da Varese, da Cinisello, li devi intercettare là e devi controllare le stazioni. Ripeto, quello che non si può più fare è concedere Piazza Duomo, perché vedere le fiamme in Piazza Duomo è un simbolo di resa che non possiamo».

Chiocci prossimo ad della Rai dopo la riforma? Le pillole del giorno

Altro che Palazzo Chigi, dove da tempo viene indicato come prossimo comunicatore della presidenza del Consiglio, senza però mai arrivare al dunque: Gian Marco Chiocci, il giornalista di cui Giorgia Meloni si fida ciecamente, attuale direttore del Tg1, con la riforma della Rai pare essere destinato a diventare l’amministratore delegato della televisione pubblica. L’attesa per la nuova governance sta facendo scaldare gli animi: al Senato il 26 novembre inizia la discussione generale dedicata alla riforma della Rai, con la Lega che punta a vendere politicamente la possibilità di ridurre il canone. Prevista la durata di quattro anni per il consiglio di amministrazione e per l’amministratore delegato, la nomina del presidente e dell’ad da parte del cda e la continuità del contratto di servizio oltre la sua naturale scadenza: ma sono in programma anche le “barricate” da parte del Partito democratico, anche se con Elly Schlein non si sono viste grandi battaglie per difendere le postazioni dirigenziali, cosa che invece è sempre accaduta in passato, toccando l’apice con Walter Veltroni che aveva sempre sotto controllo l’organigramma della sede centrale e di Saxa Rubra e ci teneva ad avere uno schieramento di “amici” nel servizio pubblico. Con la promozione di Chiocci alla carica di ad si libera un posto, quello di capo del Tg1, e qui i direttori del gruppo editoriale della famiglia Angelucci sono pronti alla chiamata, a cominciare da Tommaso Cerno, ora alla guida del Giornale e al quale non manca l’ambizione di essere messo al comando dell’ammiraglia dell’informazione pubblica. Come seconda scelta c’è Daniele Capezzone, direttore del Tempo, anche lui molto apprezzato da Meloni e ritenuto «efficace mediaticamente». La riforma della Rai serve anche per avvicinarsi alle prossime elezioni politiche…

Chiocci prossimo ad della Rai dopo la riforma? Le pillole del giorno
Chiocci prossimo ad della Rai dopo la riforma? Le pillole del giorno
Chiocci prossimo ad della Rai dopo la riforma? Le pillole del giorno

Mercoledì arrivano i vandali anche a Roma?

Roma esente dai vandalismi? Aspettiamo la giornata di mercoledì 21 ottobre, quando sono annunciate contestazioni in occasione di un convegno dove si parlerà di investimenti immobiliari, nello scenario dell’Ara Pacis: nel mirino c’è la partecipazione dei proprietari dello Spin Time, il palazzo che era stato occupato da centinaia di persone e che è stato sgomberato dopo un incendio. InvestiRe Sgr, Coima e tanti altri saranno protagonisti di un evento del Sole 24 Ore, con la presenza annunciata del sindaco Roberto Gualtieri e dell’assessore Tobia Zevi. Su Instagram girano gli inviti a partecipare: «Chi vive e lavora a Roma non è stato invitato a un incontro dove vogliono decidere il futuro della città», fa notare qualcuno, e «i grandi investitori e la giunta capitolina stanno trasformando i nostri quartieri in patrimonio da mettere a rendita». La rigenerazione urbana viene indicata come «parte integrante del modello capitalista di governo del territorio, che viene portato avanti da Gualtieri in collaborazione con la Regione di Rocca». Sono attesi Mario Abbadessa, ceo e fondatore di Add Capital, Domenico Bilotta, managing director di InvestiRe Sgr, Gabriele Bonfiglioli, di Coima Sgr, ossia la società di Manfredi Catella impegnata nel progetto di rigenerazione delle ex caserme di via Guido Reni, quelle situate nella strada dove c’è il museo Maxxi. Gualtieri è chiamato a chiudere la kermesse, sul tema “Real Estate nella Capitale: la rivoluzione post-Giubileo”. La mattinata di mercoledì, comunque, si preannuncia piovosa: e gli acquazzoni a Roma capitano sempre quando ci sono manifestazioni potenzialmente pericolose…

Chiocci prossimo ad della Rai dopo la riforma? Le pillole del giorno
Chiocci prossimo ad della Rai dopo la riforma? Le pillole del giorno
Chiocci prossimo ad della Rai dopo la riforma? Le pillole del giorno

Totti, spopola la gag sulla prostata

Serata romana al Teatro Brancaccio con Francesco Totti che ha presentato il suo libro, ammettendo candidamente di non averlo letto. Il romanista più sfegatato della città, che risponde al nome di Giovanni Floris, ha esultato, anche perché il libro esce per i tipi di Cairo Editore, che è anche il proprietario di La7, la rete dove da anni conduce la sua trasmissione il martedì. Il teatro era pieno, qualcuno ha contato oltre 1.500 presenti, e Totti non ha nascosto la sua commozione: «Facevo un lavoro che ho sempre voluto, una mia passione e un mio divertimento. Ho cercato sempre di dare e trasmettere quello che io provavo quando giocavo a calcio. Questo per me è stato un amore vero, non è semplice trasformare quello che pensi. In quei momenti ero sicuro di me stesso e spero che sia entrato dentro alle persone l’amore che avevo dentro». Oggi pensa al basket, con la sua società Maxima. Guardando Oltre, come il titolo del libro. Anche se uno dei momenti più memorabili della serata è stato il racconto di una traumatica visita alla prostata. Con battute e tempi comici da consumato attore. Forse il futuro dell’ex Pupone potrebbe essere quello…

Coldiretti, brutta gaffe su Arditti

Forum Internazionale dell’Agricoltura a Roma, per due giorni, nello scenario incantevole del Casino dell’Aurora Pallavicini, a due passi dal Quirinale. Leggendo su internet il programma, però, qualcuno ha fatto un salto sulla sedia, guardando attentamente i nomi dei relatori: l’annuncio vede un lungo elenco nel quale appare anche Roberto Arditti, che però è morto ad aprile. Come errore è da matita blu, davvero.

I rapper che si sono espressi sugli scontri di Milano e cosa hanno detto

I disordini di Milano sono stati condannati dalla coalizione di governo e, tutto sommato, anche dalle opposizioni. Di diverso avviso alcuni rapper, provenienti nella maggior parte dei casi proprio dalla scena milanese, che invece si sono schierati a favore dei manifestanti. Ecco gli artisti che hanno espresso la propria posizione e cosa hanno detto.

Marracash: «Con le buone non cambi le cose»

«Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose», ha scritto Marracash su Instagram, riferendosi anche proteste degli autotrasportatori: «Chi mi conosce sa bene da che parte sto. Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita». «Con le buone non cambi le cose». Hanno messo like al post del rapper milanese, tra gli altri, i colleghi Guè e Sayf.

Ghali: «Continuate a lottare per ciò in cui credete»

«A tutti i ragazzi che scendono in piazza, a quelli che hanno il coraggio di affrontare discorsi scomodi e a chi, nel silenzio, cerca la pace con sé stesso. Continuate a lottare per ciò in cui credete, anche a costo di sembrare pesanti», si legge in una storia ricondivisa da Ghali (che è di Milano) su Instagram. E poi: «La libertà di pensiero è l’unica di cui possiamo disporre in questa vita».

I rapper che si sono espressi sugli scontri di Milano e cosa hanno detto
La storia di Ghali sui disordini di Milano (Instagram).

Sayf: «Non crediamo alla propaganda degli infiltrati»

Sayf (che è di Genova), sempre su Instagram, ha invece puntato il dito contro chi utilizza gli episodi di violenza per screditare le proteste: «Non crediamo alla loro propaganda, è la tecnica più vecchia del mondo. Sono loro che si infiltrano nelle manifestazioni per renderle violente. Sono loro che accendono il faro sulla violenza di pochi, sono loro che la istigano in primis. E in ogni caso, la violenza delle manifestazioni non è e non sarà mai paragonabile alla violenza con cui si permettono di togliere dignità alle vite delle persone». Poi: «Non c’è destra o sinistra, c’è un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto».

I rapper che si sono espressi sugli scontri di Milano e cosa hanno detto
La storia di Sayf sugli scontri di Milano (Instagram).

Cosa hanno detto Artie 5ive, Luchè, Nayt e Kid Yugi

Così Artie 5ive, rapper cresciuto in zona Bicocca: «Abbiamo insegnato ai ragazzi a distruggere e questo è il risultato. Mettiamoci tutti una mano sulla coscienza, perché il problema più grande di questo Paese è l’incapacità di comprendere un discorso di più di 10 secondi. E siete privilegiati se vi potete lamentare di non poter prendere i mezzi o di non poter fare l’aperitivo, perché nel mondo reale si lotta ogni giorno per arrivare a fine giornata». Il rapper napoletano Luchè, per riaffermare le necessità sociali del conflitto, ha richiamato i versi del suo brano Se non ci fosse la rabbia. Nayt, lucano, non ha commentato esattamente gli scontri di piazza, limitandosi a criticare l’indifferenza e i meccanismi del consumismo e più in generale il sistema economico in cui viviamo, in cui «ogni individuo non vede più a un metro di distanza da sé». Kid Yugi, pugliese, ha parlato dei blocchi di camionisti agricoltori nel Sud: «Strade bloccate, supermercati vuoti, stazioni di benzina senza neppure una goccia di carburante, file interminabili di camionisti e agricoltori che chiedevano in ginocchio tutele che gli sono state negate e la dignità di cui sono stati privati». E poi: «La mia gente non merita questo, la Puglia non merita questo, il meridione non merita questo. Lo Stato italiano è ormai fallito».

Il lungo post “controcorrente” di Fedez

E Fedez, che è di Rozzano? Il rapper ha rilanciato quanto detto a Pulp Podcast sulla disparità di trattamento mediatico tra le manifestazioni del Nord e il blocco totale del Sud, che non avrebbe trovato adeguata copertura sugli organi di informazione: «Al Sud è apocalisse da giorni nel silenzio dei media, un giorno di scontri a Milano ed è emergenza nazionale. Un pugno di maranza e i loro danni oscurano i motivi per cui si manifesta in tutta Italia». Successivamente ha pubblicato un altro lungo intervento, in cui ha sia solidarizzato con i manifestanti (riconoscendone le frustrazioni), che criticato i colleghi pronti a celebrare le proteste.

Salvini incontra l’autotrasporto: sul tavolo 430 milioni di credito d’imposta

Al via a Milano l’incontro tra le associazioni dell’autotrasporto, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il suo vice Edoardo Rixi, per trovare una soluzione alla protesta portata avanti dal comparto contro il caro carburanti e contro le carenze che stanno interessando il settore, in aggiunta ad altre criticità strutturali. In un’intervista a Rtl 102.5, Salvini ha confermato l’arrivo di 430 milioni sotto forma di credito d’imposta per il settore. Ha anche aggiunto di aver avuto un colloquio con i singoli autotrasportatori e alcune realtà del Sud, in Sicilia, Campania e Puglia, da cui è maturata la disponibilità a rimuovere i blocchi autostradali sull’A1 e su altre importanti arterie, per permettere di rifornire negozi, farmacie e supermercati. I 430 milioni che sono già a bilancio, quindi sono già stanziati, sono disponibili. Tuttavia, per superare gli ostacoli burocratici, ci siamo imposti di erogarli a partire da questa settimana, perché molte imprese non possono aspettare. Stiamo costruendo ora per ora un puzzle complicato e quindi non voglio anticipare nulla, ma ci saranno sicuramente risorse aggiuntive», ha spiegato.

Vance si smarca da Trump e non appoggia apertamente Netanyahu

Probabilmente con un occhio già alle Presidenziali Usa del 2028, JD Vance ha scelto di non appoggiare ufficialmente la rielezione del premier Benjamin Netanyahu in vista del voto in Israele del 27 ottobre, smarcandosi così dalla linea di Donald Trump. Nel corso di un’intervista con il giornalista Mark Halperin, pur ricordando che «ha ottenuto il sostegno più influente nella storia politica americana e internazionale», ha affermato di non essere «né contro né a favore» della sua permanenza al potere di Netanyahu: «Appoggio i candidati americani ed è su questo che mi concentrerò in vista delle elezioni di midterm. Non mi intrometterò in quelle israeliane».

Vance è il principale critico di Israele all’interno dell’Amministrazione Usa

Le elezioni di metà mandato per il rinnovo di Camera e parte del Senato si terranno negli Stati Uniti a inizio novembre. Vance, isolazionista e principale critico di Israele all’interno dell’Amministrazione Trump, a giugno aveva puntato il dito contro alcuni membri del governo di Tel Aviv che, aveva sottolineato, si erano opposti agli sforzi di Trump per porre fine alla guerra con l’Iran. Il mese successivo il vicepresidente Usa ha sostenuto che membri dell’esecutivo israeliano abbiano cercato di influenzare l’opinione pubblica americana per far fallire i negoziati. Le dichiarazioni di Vance arrivano all’indomani della visita a sorpresa in Israele del segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth: il capo del Pentagono ha incontrato Netanyahu presso la base aerea di Ovda, nel contesto dei colloqui tra i due Paesi sulla possibile ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.

Vance si smarca da Trump e non appoggia apertamente Netanyahu
JD Vance e Benjamin Netanyahu (Imagoeconomica).

Picierno inizia uno sciopero della fame per i civili ucraini di Oleshky

Pina Picierno ha iniziato uno sciopero della fame per chiedere una tregua e la protezione dei civili ucraini di Oleshky, cittadina ucraina sulla sponda sinistra del Dnipro occupata dall’esercito russo nel primo giorno dell’invasione, il 24 febbraio 2022, dove è in corso una grave crisi umanitaria. Anche se è formalmente occupata, di fatto i russi hanno abbandonato Oleshky, oggi una terra di nessuno costantemente bombardata.

Picierno: «Tragedia umanitaria di proporzioni enormi»

«A Oleshky migliaia di persone sono intrappolate in un territorio occupato dall’esercito russo, senza accesso regolare a cibo e medicine. Le aree minate rendono estremamente pericolosa la fuga: chi resta rischia di morire di fame, chi tenta di andarsene rischia la vita», ha scritto sui social Picierno, annunciando lo sciopero della fame e chiedendo di aderire «a questa grande azione nonviolenta». La vicepresidente del Parlamento europeo e leader di Spazio Pubblico ha poi aggiunto: «Con questa mobilitazione vogliamo sostenere l’azione di papa Leone XIV e di quanti, in queste ore, stanno facendo tutto il possibile per evitare una tragedia umanitaria di proporzioni enormi». A Oleshky, che contava oltre 20 mila abitanti prima della guerra, sono rimasti ancora tra i 1.500 e i 2 mila civili.

Picierno inizia uno sciopero della fame per i civili ucraini di Oleshky
Pina Picierno (Imagoeconomica).

Su Oleshky il papa ha sentito Putin e Zelensky

Picierno ha citato Leone XIV. Ancora convalescente dopo l’operazione al polmone destro, il pontefice è tornato a occuparsi di Ucraina, e in particolare di Oleshky, chiamando prima Vladimir Putin – al quale ha chiesto di consentire la consegna di cibo e medicine e concedere una via di fuga sicura alle persone rimaste intrappolate nella cittadina – e poi Volodymyr Zelensky. In quanto forza occupante, secondo il diritto internazionale, spetterebbe alla Russia garantire evacuazioni e i rifornimenti: Mosca sostiene che sia Kyiv a impedirli, mentre Zelensky continua a denunciare un blocco imposto dai russi.

Picierno inizia uno sciopero della fame per i civili ucraini di Oleshky
Volodymyr Zelensky e papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Iran, Hormuz e il pallottoliere di Trump: i conti non tornano

Venerdì 16 ottobre Brad Cooper, il capo di Centcom, ha acceso la telecamera e ha letto il suo pallottoliere: 25 miliardi di dollari di petrolio iraniano fermati, 350 milioni in criptovalute congelati, 400 navi passate da Hormuz in sette giorni e «segnalazioni» secondo cui Hezbollah, Hamas e le milizie irachene tratterrebbero lo stipendio ai propri uomini per mandare i soldi ai pasdaran, che a loro volta non pagherebbero i loro. Fonti: nessuna. Numeri tondi, come piacciono alla televisione.

Iran, Hormuz e il pallottoliere di Trump: i conti non tornano
Brad Cooper (Ansa).

I numeri Usa che non tornano

Le navi, almeno, si possono contare. Kpler, società belga che segue le petroliere per mestiere e in questa storia non ha bandiera, ne ha viste 157 nella settimana dal 28 settembre al 4 ottobre, e fra 85 e 100 in quella dopo. Lloyd’s List, 117. Le 400 di Cooper valgono fra due volte e mezzo e quattro volte tanto. Resta che un comandante che vince non ha bisogno di gonfiare il traffico davanti a casa sua. Il resto del pallottoliere regge allo stesso modo. I 25 miliardi sarebbero un mancato ricavo calcolato a prezzi di guerra, che dimentica i 4,5-6 miliardi incassati da Teheran nella finestra di tregua estiva. I 350 milioni in cripto cambiano a seconda di chi parla: Tether ne ha congelati 475 in due riprese, il segretario al Tesoro Scott Bessent ne vantava «un miliardo» a maggio e un secondo miliardo il 9 ottobre, mai identificati in un portafoglio. Sulle paghe dei Pasdaran nessuna fonte, di nessuna lingua, conferma; l’unico bonifico documentato del mese va nella direzione opposta: 200 milioni di dollari da Teheran a Hezbollah, secondo Reuters. L’Iran alla fame paga ancora gli alleati. La propaganda va letta per quello che copre. Il blocco funziona sul petrolio iraniano, che da settembre non esce più via mare, secondo Kpler, che tiene il conto dal 2013, un mese a zero non si era mai visto. Ma il 29 luglio un ufficiale dell’intelligence di Centcom ha scritto a decine di analisti chiedendo «modi nuovi, creativi e non convenzionali per fare pressione sull’Iran e punirlo». Due giorni dopo, Donald Trump prometteva di colpire duro, il giorno dopo ancora sospendeva tutto, e il 3 agosto la CNN pubblicava l’email; Centcom la rivendicava come «lunga storia di pensiero innovativo».

Iran, Hormuz e il pallottoliere di Trump: i conti non tornano
Donald Trump, J. D. Vance e Marco Rubio (foto Ansa).

Il corridoio pare reggere solo con le fregate

Il comando più potente del mondo ha aperto la cassetta dei suggerimenti. Dietro c’è l’inventario del CSIS (Center for Strategic and International Studies): consumati il 65 per cento dei Patriot, oltre l’80 per cento dei THAAD, un terzo degli SM-6; scorte in Europa «oltre il livello critico», secondo l’Associated Press; riserva strategica al minimo dal 1982; un terzo della flotta ferma nel Golfo a 32,5 milioni di dollari al giorno, stima Bloomberg ripubblicata volentieri a Teheran. I raid si sono fermati ad agosto perché, parola di Cooper, senza un’escalation non c’erano più bersagli. Dall’altra parte dello stretto qualcuno ha studiato. Dal 28 settembre l’Iran ha colpito almeno 13 petroliere, il massimo da sette mesi. Il 17 ottobre ha dichiarato chiuso Hormuz, il giorno dopo che Cooper lo aveva dichiarato aperto: due comunicati per uno stretto solo. Il 5 settembre due missili balistici antinave Qasem Basir erano partiti verso la portaerei George Washington; l’hanno mancata, ma il bersaglio è stato scelto. Noleggiare una superpetroliera costa 1,3 milioni di dollari al giorno, assicurarla il 10 per cento dello scafo a transito. Le 400 navi dell’ammiraglio, se esistessero, viaggerebbero tutte sotto scorta americana e senza pagare un dollaro a Teheran: il numero dimostra soltanto che il corridoio regge con le fregate.

Il mancato aiuto di Trump a MBS

A Sud il quadro si completa. In Yemen Ansar Allah ha accerchiato Taiz, dove secondo il World Food Programme la farina è finita, e tiene la costa fino a Bab al-Mandeb. L’Arabia Saudita, colpita all’aeroporto di Riad con 12 morti, ha chiesto aiuto a Washington, al Cairo, a Islamabad e ad Ankara. Ha ottenuto intelligence, aerocisterne e la promessa di difendere il regno. Soldati in Yemen: zero. Mohammed bin Salman ha chiesto a Trump raid su Sanaa e si è sentito dire di no. Un alleato che non ottiene nulla si arrangia, e Riad si sta arrangiando con Teheran.

Iran, Hormuz e il pallottoliere di Trump: i conti non tornano
Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).

Le scadenze elettorali in Israele e in Usa

Poi c’è il calendario, ed è la parte seria. Il 27 ottobre vota Israele, con il blocco di Netanyahu a 49 seggi sui 61 necessari negli ultimi sondaggi e Lapid che dichiara in pubblico di non fidarsi che il premier rinunci a un attacco capace di rovesciare le urne. Il 3 novembre votano gli americani, e i mercati delle scommesse danno ai democratici la Camera al 90 per cento e il Senato al 60 per cento. Un presidente battuto conserva il comando delle forze armate fino al 3 gennaio e perde il resto: fondi, inchieste, impeachment dei ministri. Benjamin Netanyahu ha chiesto raid prima del voto, Trump li ha rinviati a dopo le midterm promettendo di «finire il lavoro»; una terza portaerei arriva nel Golfo a fine novembre e Keith Kellogg – generale in pensione ed ex capo di gabinetto del Consiglio per la sicurezza nazionale – ha detto in televisione «tenetevi forte dopo le elezioni». A Teheran gli ultimi pagamenti cinesi per il petrolio già consegnato finiscono a metà dicembre, e il regime lo sa: per questo tratta via Qatar e Oman, tiene sul tavolo una riapertura dello stretto in sette giorni e nel frattempo spara alle petroliere. Due governi che combattono per la sopravvivenza dei loro capi e un regime che combatte per la propria si danno appuntamento nelle stesse otto settimane.

Iran, Hormuz e il pallottoliere di Trump: i conti non tornano
Benjamin Netanyahu (Ansa).

L’Italia si prepara a pagare il conto

Il mercato il conto lo ha già fatto. Brent fra 102 e 108 dollari, fisico a 126. Il picco di aprile a 138 fu attutito dalle riserve strategiche americane, oggi a 283,8 milioni di barili, a un passo dal limite di legge (legge Usa sulle riserve strategiche). Un secondo round di raid, con la risposta iraniana sugli impianti del Golfo, porta le banche d’affari a indicare 150 dollari e Wood Mackenzie, società di consulenza riferimento mondiali per i dati su petrolio, gas, rinnovabili e minerari, a 200. Il gas va peggio, perché il metano liquefatto non ha rotte alternative: il Qatar vale il 20 per cento del GNL mondiale e Ras Laffan è già danneggiata per il 17 per cento della capacità, con anni di riparazioni. L’Italia prende da Doha oltre il 40 per cento del suo GNL, Edison è in forza maggiore fino a dicembre, paghiamo l’elettricità più cara d’Europa e il gas ne fissa il prezzo nell’89 per cento delle ore. Gli scaffali vuoti nel Foggiano vengono dalla raffineria di Taranto bloccata e dai camionisti fermi per il gasolio a 2,40 euro: la prova generale di un inverno a 150 euro al megawattora.
Noi europei, intanto, prepariamo due cacciamine, una nave scorta e una logistica in partenza da La Spezia, quattro settimane di navigazione, voto parlamentare nei giorni delle midterm. È la risposta alla domanda che circola nei corridoi atlantici, «e voi che fareste, visto che non avete niente». La risposta vera è che pagheremo comunque, in navi o in bollette, e il conto lo scrivono a Washington, a Tel Aviv e a Teheran. L’ammiraglio Cooper racconta un Iran alla fame perché il suo blocco ha finito gli argomenti prima dei missili. Quattrocento navi, dice. I contatori indipendenti ne hanno viste 157.

Sondaggi Swg 19 ottobre 2026, Vannacci perde due punti

Secondo i sondaggi Swg per il TgLa7 del 19 ottobre 2026, Futuro nazionale registra un ingente calo scendendo al 5,6 per cento, dopo essere stato tra il 7 e l’8 per settimane. Una discesa importante che va a favore di Fratelli d’Italia, che sale al 29,7. L’istituto ha realizzato due rilevazioni, una ipotizzando Elly Schlein come leader del campo largo e una con a capo Giuseppe Conte. Nella prima simulazione, l’alleanza di centrosinistra raccoglie il 44,6 per cento delle intenzioni di voto (escluso Azione), contro il 44 per cento del centrodestra (escluso Futuro nazionale). Il Partito democratico registra il 21,2 per cento, il Movimento 5 stelle l’11,8, Verdi e sinistra il 6,4, Italia viva il 2,4 e Più Europa l’1,3. Dall’altra parte, Fdi è seguita da Forza Italia al 7,2 per cento, dalla Lega al 5,1, da Noi moderati all’1,0 e da Sud chiama Nord all’1 per cento. Azione viene data al 3,1.

Sondaggi Swg 19 ottobre 2026, Vannacci perde due punti
Sondaggio Swg.
Sondaggi Swg 19 ottobre 2026, Vannacci perde due punti
Sondaggio Swg.

Ipotizzando invece Conte come leader del campo largo, il centrosinistra rimane comunque in vantaggio con il 44,5 per cento contro il 44,1 del centrodestra. Il Partito democratico viene dato al 20,5 per cento, il Movimento 5 stelle al 13,1, Verdi e sinistra al 6,5, Italia viva all’1,9 e Più Europa all’1,1. Dall’altra parte, Fdi registrerebbe il 29,8 per cento, seguita da Forza Italia al 7,1 per cento, dalla Lega al 5,1, da Noi moderati all’1,1 e da Sud chiama Nord all’1 per cento. Azione viene data al 3,2 e Futuro nazionale al 5,4.

Sondaggi Swg 19 ottobre 2026, Vannacci perde due punti
Sondaggio Swg.
Sondaggi Swg 19 ottobre 2026, Vannacci perde due punti
Sondaggio Swg.

L’Alberta ha respinto la proposta di secessione dal Canada

Gli abitanti dell’Alberta hanno detto no alla proposta di avviare l’iter legale che potuto portare la provincia canadese all’indipendenza: respinto nettamente il referendum preliminare sostenuto dai separatisti. Il 77 per cento circa degli elettori andati al voto (puramente consultivo) ha indicato di voler rimanere parte del Canada, mentre solo il 23 per cento si è detto favorevole alla secessione.

Il motivi della spinta indipendentista

La spinta a separarsi dal Canada era essenzialmente economica. La provincia centroccidentale dell’Alberta è ricchissima di risorse, soprattutto di petrolio (ospita la maggior parte delle riserve accertate del Paese): i separatisti sostengono di dare più di quanto ricevano indietro, inoltre ritengono che il governo federale interferisca eccessivamente nella politica provinciale.

L’Alberta ha respinto la proposta di secessione dal Canada
Il premier canadese Mark Carney (Ansa).

L’esito del voto rafforza il premier Carney

L’esito del voto rappresenta una vittoria importante per il primo ministro Mark Carney, nativo dei Territori del Nord-Ovest ma cresciuto proprio nell’Alberta, impegnato a compattare il Paese nel mezzo della guerra commerciale con gli Stati Uniti di Donald Trump, che sogna di trasformare il Canada nel 51esimo Stato Usa, circostanza che ha alimentato un certo sentimento patriottico negli abitanti della provincia centroccidentale. Carney ha accolto con soddisfazione la «chiara scelta di unità» manifestata dagli elettori. E lo stesso ha fatto la premier dell’Alberta, Danielle Smith, che pur essendo contraria alla secessione aveva indetto la consultazione cedendo alle forti pressioni degli attivisti separatisti dello United Conservative Party, il partito conservatore al governo, che avevano contribuito a portarla al potere.

Rai, la scelta di Ranucci dopo l’addio forzato a Report

«Ho scelto di tornare a Rai News, il porto da cui ero salpato prima di approdare a Report». Lo ha scritto Sigfrido Ranucci sui social, ufficializzando il passo successivo della sua carriera in Rai dopo l’addio forzato alla trasmissione che lo ha visto alla conduzione dal 2017 al 2026. La tv di Stato, ha ricordato, gli aveva proposto tre possibilità: la sede del Cairo in qualità di corrispondente, l’assegnazione al Tg3 oppure Rai News 24 con delega agli approfondimenti. Ed è stata quest’ultima, appunto, la sua scelta: avrà il ruolo di vicedirettore del canale all-news.

Ranucci: «Torno con il sorriso, che nessuna ingiustizia riuscirà a togliermi»

Per Ranucci si tratta di un ritorno, avendo già lavorato a Rai News dal 1999 al 2006, venendo nominato nel 2001 inviato speciale. «All’epoca il mio direttore era Roberto Morrione, il mio maestro. Insieme realizzammo molte inchieste: sull’uso dei proiettili all’uranio impoverito, sulla vera natura della missione militare a Nassiriya e, soprattutto, quella che nel 2000 portò al ritrovamento dell’intervista perduta al giudice Paolo Borsellino», ricorda Ranucci. E poi: «Oggi il direttore è Federico Zurzolo, che ringrazio per la fiducia. Torno da dove sono partito con la certezza di aver fatto tutto ciò che dovevo e di aver contribuito per 20 lunghi anni al successo di una trasmissione come Report. Torno con il sorriso, che nessuna ingiustizia riuscirà a togliermi». Ranucci aveva presentato ricorso d’urgenza chiedendo il reintegro alla conduzione di Report, ma il Tribunale del lavoro di Roma ha respinto l’istanza, sostenendo che la Rai aveva deciso la rimozione per risolvere le tensioni interne sorte dal clamore mediatico intorno all’inchiesta sull’attentato.

Zelensky accusa gli Usa: «Ritarda la consegna di missili già pagati dall’Europa»

Volodymyr Zelensky ha accusato gli Stati Uniti di ritardare deliberatamente la consegna di missili intercettori, già pagati, destinati al suo Paese. «Il Pentagono sta ritardando la consegna di missili già pagati dagli europei», ha attaccato, sostenendo che «manchi la firma di Pete Hegseth». In un colloquio con i senatori americani, il leader ucraino ha inoltre dichiarato che alcuni Paesi europei sarebbero pronti a fornire, attingendo dai propri arsenali, missili intercettori Patriot, ma restano in attesa dell’autorizzazione americana. «I missili sono pronti. Potrebbero già trovarsi in Ucraina. Purtroppo, però, l’autorizzazione non è ancora arrivata. Tutto ciò lascia pensare che sia stata presa una decisione politica per rallentare il sostegno che ci viene fornito», ha aggiunto.

Witkoff a Oslo da Zelensky, poi andrà in Russia

Intanto l’inviato speciale Usa Steve Witkoff incontrerà Zelensky a Oslo insieme a rappresentanti europei per concordare una proposta complessiva di pace da sottoporre alla Russia. Successivamente, Witkoff prevede di recarsi a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin e presentargli le proposte.

Dopo i saccheggi a Milano arrivano i militari: la stretta del governo

Dopo i saccheggi e i disordini di questi giorni, “arrivano i nostri”. Tra le misure anti-devastazioni che verranno approvate martedì in Consiglio dei ministri, una è destinata ad avere un impatto immediato. Il ministro della Difesa Guido Crosetto infatti ha dato il via libera all’invio immediato di 500 militari a Milano, che andranno ad aggiungersi ai contingenti già impegnati nell’operazione Strade sicure. Ma la novità più importante è il cambio delle regole di ingaggio: finora, i soldati che vediamo nei pressi delle stazioni o nei centri storici, servivano per lo più come “deterrente” e non potevano infatti intervenire con le funzioni di pubblica sicurezza. Ora cambia tutto: i militari impegnati a Milano potranno infatti procedere a identificazioni, fermi e anche arresti, in caso di necessità. L’esperimento di Milano naturalmente potrà anche essere ripetuto in altre città.

Dopo i saccheggi a Milano arrivano i militari: la stretta del governo
Dopo i saccheggi a Milano arrivano i militari: la stretta del governo
Dopo i saccheggi a Milano arrivano i militari: la stretta del governo
Dopo i saccheggi a Milano arrivano i militari: la stretta del governo
Dopo i saccheggi a Milano arrivano i militari: la stretta del governo
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Dopo i saccheggi a Milano arrivano i militari: la stretta del governo
Dopo i saccheggi a Milano arrivano i militari: la stretta del governo

Le altre misure sul tavolo

«Abbiamo necessità che il Cdm approvi delle norme che consentano loro di poter agire come le forze di polizia, solo nel tempo necessario per dare supporto a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza (cioè 3 mesi), di fronte a fenomeni come quelli cui abbiamo assistito», ha spiegato su X Crosetto.

Esulta Matteo Salvini che mette il cappello sulla stretta definendola una «Vittoria della Lega».

Sempre dalla Lega, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni e quello alla Giustizia Andrea Ostellari hanno anticipato alcuni contenuti del decreto come l’estensione del fermo preventivo fino a 24 ore, il rafforzamento delle misure di prevenzione, a partire dall’avviso orale di competenza del questore, l’introduzione del reato di danneggiamento aggravato e l’arresto obbligatorio per i reati di devastazione durante le manifestazioni, con la possibilità di arresto differito entro 48 ore. Misure in parte già contenute nel ddl sicurezza approvato lo scorso luglio e ora all’esame in Senato.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota

A furia di spararle grosse, prima o poi le munizioni finiscono, ma chissà se Roberto Vannacci se n’è accorto. Sta di fatto che, dopo un’ascesa che pareva inarrestabile, l’ex generale ha cominciato a perdere quota. L’ultima rilevazione del Tg La7 lo dà al 5,6 per cento, contro l’8 di appena tre settimane prima. Una discesa che comincia a essere preoccupante per chi, fino a poco tempo fa, sembrava conoscere soltanto il segno più.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La provocazione continua prima o poi dà assuefazione

L’autore de Il mondo al contrario ha costruito la propria fortuna politica sulla provocazione, usando spesso toni che la politica tradizionale aveva da tempo abbandonato. Una formula che ha funzionato finché restituiva alla platea il sapore della novità, ma che lo ha anche costretto ad alzare continuamente la posta. Solo che la provocazione, come certi farmaci, dà assuefazione e per ottenere lo stesso effetto servono dosi sempre più massicce.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La trasgressione è diventata routine

All’inizio bastava una dichiarazione per scatenare il putiferio e guadagnarsi i titoli dei giornali, insieme a una presenza fissa nei talk show. L’ex generale incarnava la rivolta contro una destra di governo giudicata troppo timida per dare voce a ciò che una parte del suo elettorato pensava. Col tempo, però, la trasgressione è diventata routine: ormai si sa in anticipo che cosa dirà, e l’effetto sorpresa è svanito. Rimasto a corto di argomenti, sembra così essersi ridotto a giocare partite minori, come la sfida a duello con Matteo Renzi. Nata come una trovata spiritosa, è diventata, tra annunci e rinvii, un canovaccio replicato troppe volte, con gli stessi attori e un pubblico sempre più distratto. Per uno che prometteva di rovesciare i palazzi della politica ritrovarsi a discutere su chi nuota più veloce non risponde esattamente allo scopo.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Roberto Vannacci al Salone nautico di Genova (Ansa).

Il termometro dei social

I primi segnali di stanchezza erano arrivati dai social, terreno su cui l’ex paracadutista si è fatto un nome. Su Instagram i nuovi follower sono scesi dai 175 mila di giugno ai 29 mila di settembre, nonostante abbia moltiplicato i contenuti pubblicati. I like mensili si sono quasi dimezzati. Su TikTok le visualizzazioni crescono, mentre a crollare è l’indice di reputazione: molti spettatori, insomma, ma sempre meno applausi.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Futuro Nazionale mostra le prime crepe

Le crepe si vedono anche dentro Futuro Nazionale, il partito che avrebbe dovuto trasformare la popolarità del generale in una forza politica organizzata. Dalla Calabria alla Sardegna, dalla Campania alle Marche, si susseguono abbandoni e liti sulle nomine. Altro che marcia trionfale: la truppa arruolata sull’onda dell’entusiasmo si tiene insieme a fatica quando all’orizzonte non si vedono vittorie. Per quanto Vannacci ami ricorrere al linguaggio militare, comandare un partito non è come comandare una caserma.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Laura Ravetto con Emanuele Pozzolo di FnV (Imagoeconomica).

Anche i media si raffreddano

Giornali e televisioni, che hanno contribuito a fare dell’ex generale un protagonista, ora sono i primi a percepire che l’interesse comincia a scemare. Non occorrono congiure né improvvise ostilità: una provocazione già sentita non fa più notizia. E se il personaggio perde spazio sui media, viene meno anche uno dei principali motori della sua popolarità. Un meccanismo che potrebbe rendere la discesa ancora più rapida della salita.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Roberto Vannacci ospite a Porta a porta (Ansa).

L’ex generale sembra prigioniero di se stesso

Detto questo, sarebbe prematuro dare Vannacci per spacciato. Il leader di Futuro Nazionale conserva un suo elettorato e dà voce a istanze che non spariranno soltanto perché il loro interprete attraversa una fase di appannamento. Raccattare malumori, però, non significa automaticamente trasformarli in un progetto politico capace di durare. Il generale sembra ormai prigioniero del personaggio che si è cucito addosso. Se abbassa i toni perde in riconoscibilità, se li alza rischia di diventare la caricatura di se stesso, una sorta di Giuseppe Tritoni, l’onorevole golpista che in Vogliamo i colonnelli Ugo Tognazzi rese irresistibilmente grottesco.

LEGGI ANCHE: Dal Vaffa a Vannacci, se la politica diventa cupio dissolvi

Poste italiane, superate le 300 mila richieste di passaporto negli uffici postali

Superate le 300 mila richieste di rilascio e rinnovo del passaporto presentate presso gli uffici postali italiani. Il mese di agosto 2026 ha fatto registrare il record di 16.947 passaporti erogati. Il precedente massimo era stato raggiunto nel mese di febbraio dello stesso anno con 15.940 passaporti rilasciati, segnando quindi un aumento delle richieste dallo scorso primato del 6 per cento. Il servizio di rilascio e rinnovo del passaporto è disponibile in 6.932 uffici postali Polis (situati in Comuni con meno di 15 mila abitanti) e in 431 uffici postali di grandi città come Bologna, Verona, Roma, Cagliari, Firenze, Vicenza, Monza, Venezia, Perugia, Ferrara, Milano e Napoli. Oltre a semplificare la burocrazia, l’iniziativa contribuisce a ridurre il divario tra aree urbane e territori meno serviti, portando un contributo rilevante agli abitanti delle località più isolate d’Italia. Ne è un esempio Terranova di Pollino, in provincia di Potenza, dove i cittadini erano costretti a percorrere fino a 150 chilometri per ottenere il passaporto.

I dati in dettaglio

Il progetto nasce con l’obiettivo di valorizzare la capillarità della rete degli uffici postali per rendere i servizi pubblici più vicini e accessibili ai cittadini. A oggi sono state presentate 300.154 richieste di rilascio e rinnovo del passaporto, di cui 236.531 presso gli uffici Polis attivi nei Comuni con meno di 15 mila abitanti, e 63.623 negli altri uffici postali presenti nei grandi centri urbani. Tra i Comuni che fanno parte del progetto Polis spiccano per numeri di richieste quelli della provincia di Bergamo (18.555), Verona (18.418), Vicenza (16.712) e Monza (11.833).

Casseur a Milano, ragazzi senza futuro che saccheggiano il presente

E se qualcuno dei miei figli tornasse a casa da una manifestazione con una bicicletta da 3 mila euro, sneakers ultimo modello e giubbotti firmati? Gli direi: «Accidenti, qualcosina per la mamma, no?». E mentre lo scrivo, mi chiedo se la battuta è solo un attacco scanzonato per questo pezzo o se, sotto sotto, lo penserei veramente, mentre copro il figlio o la figlia di improperi e tremo all’idea che la polizia venga a prenderlo. Proprio io, che restavo impietrita quando, alla fine del giro in centro il sabato pomeriggio, qualche mia amica esibiva il lucidalabbra sgraffignato nel giro al supermercato dove io mi ero limitata a guardare sospirando.

L’unico diritto ancora sacro è quello di proprietà

Così, prima di domandarmi cos’hanno in testa i ragazzi che hanno devastato il centro di Milano saccheggiando i negozi in sprezzo all’unico diritto considerato ancora sacro, quello di proprietà, mi interrogo su cosa passa per la testa a me, adulto e genitore. E a quelli – non pochi, credetemi, anche italianissimi e non diseredati – che pur fra lo sdegno, la rabbia, i timori e il dispiacere, non schiumano di rancore contro i ragazzini e non invocano manganelli e prigione. Magari vanno a riprenderseli e li riportano a casa per un orecchio, come hanno fatto alcuni genitori a Milano, ma sentono che, al di là dei metodi, i pargoli hanno maledettamente ragione. Le stesse forze sovrastanti che hanno stritolato il nostro potere, non solo d’acquisto, hanno distrutto le loro opportunità di costruirsi un avvenire. Non migliore di quello dei loro padri, semplicemente un futuro. Finiti i tempi in cui «anche l’operaio vuole il figlio dottore», come lamentava la Contessa di Paolo Pietrangeli, l’operaio di oggi è in cassa integrazione perché l’industria di Aldo vuole delocalizzare, e spera che il figlio si tenga stretto il lavoro precario da rider.

Casseur a Milano, ragazzi senza futuro che saccheggiano il presente
Casseur a Milano, ragazzi senza futuro che saccheggiano il presente
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Casseur a Milano, ragazzi senza futuro che saccheggiano il presente
Casseur a Milano, ragazzi senza futuro che saccheggiano il presente

Dall’esproprio proletario all’esproprio giovanile

Quando apocalisse climatica e fine del mondo a causa dell’IA sono diventati argomenti di conversazione quotidiana, c’è da stupirsi che alcuni giovanissimi, derubati del futuro, cerchino di sgraffignare almeno qualche spicciolo di presente, sotto forma di oggetti costosi che non potrebbero permettersi né ora né mai? Negli Anni 70 rubare nei supermercati (e mica pane e stracchino, ma caviale e champagne) era chiamato esproprio proletario; oggi impossessarsi di bici e scarpe di lusso potrebbe definirsi esproprio giovanile, perché la classe che si sente oppressa, sfruttata, condannata più di altre dalle ineguaglianze provocate da decenni di non-redistribuzione della ricchezza è quella degli under-20.

Casseur a Milano, ragazzi senza futuro che saccheggiano il presente
Scontri tra polizia e casseur a Milano (Ansa).

Un movimento tutto social e challenge ma senza strutture

Poi, certo, il web, le challenge, i video sui social, dove a darti diritto di cittadinanza basta uno smartphone, e non il “sangue” o una burocrazia insensata e più aderente all’agenda sovranista che alla realtà. La tragica ironia è che il traffico generato sui social dalle proteste dei giovani consolida il potere dei tecnomiliardari globali che hanno ridotto i governi in stato di vassallaggio. Anche perché le chiamate via social che in poche ore radunano in piazza migliaia di ragazzi creano sì masse imponenti in grado di paralizzare e devastare le città, ma politicamente inconsistenti. I giovani pagano facilità e rapidità nel riempire le piazze con la difficoltà di dare al loro movimento una struttura durevole e dei portavoce in grado di sostenere un dialogo con la politica, se questa avesse davvero voglia di ascoltarli.

Casseur a Milano, ragazzi senza futuro che saccheggiano il presente
Scontri a Milano (Ansa).

Alla politica interessa solo l’effetto della rivolta sul voto

Disgraziatamente, siamo alla vigilia di un anno elettorale (non solo in Italia), e ciò che interessa ai partiti è l’effetto delle proteste sulle intenzioni di voto. Dialogare con quella che i media generalisti presentano invariabilmente come un’orda di «maranza» e «teppisti» fa perdere consensi, e non solo nell‘elettorato di destra, che vorrebbe una gioventù irreggimentata, umile e disposta a dare presto figli (bianchi) alla patria. Nemmeno la sinistra vuole inorridire le sue contesse della Ztl, appoggiando quelli che gli incendiano la macchina sotto casa. Ma i giovani aspettano che qualcuno dal campo largo risponda alla domanda: «State dalla parte di chi ruba nei supermercati, o di chi li ha costruiti rubando?». Sono versi di una vecchia canzone di De Gregori, ma starebbero bene anche nel brano di un trapper contemporaneo.

Paura di nuovi disordini a Milano, molti negozi restano chiusi

Dopo le scene di guerriglia urbana e i saccheggi del fine settimana, diversi negozi del centro di Milano – soprattutto del lusso – oggi hanno tenuto le serrande abbassate per il timore di nuovi disordini. Anche alcuni supermercati non hanno riaperto. Intanto si sono intensificati i controlli nella zona di piazza del Duomo da parte di poliziotti in borghese e carabinieri. Oggi inoltre a Roma si è tenuto un vertice sull’ordine pubblico, convocato dalla premier Giorgia Meloni.

Il bilancio degli scontri del 18 ottobre

Sono state 271 le persone accompagnate in questura a Milano per i disordini del 18 ottobre, di cui 60 stranieri e 220 minori. In totale sono 32 gli arrestati, di cui 13 stranieri e 23 minori. La Procura di Milano ha chiesto il carcere nei confronti di cinque maggiorenni arrestati per devastazione e saccheggio e resistenza pluriaggravata, che «hanno dato prova di una assoluta disinvoltura ad improvvisare azioni distruttive di rara violenza». Deciderà il gip sulla convalida. Le persone denunciate sono state 28, di cui 15 stranieri e 23 minori. Dei 271 accompagnati in questura per 174 è scattato il fermo di prevenzione di polizia introdotto dall’ultimo decreto sicurezza. Negli scontri sono rimasti feriti 14 operatori delle forze dell’ordine.

La stretta del governo contro i violenti

Per quanto riguarda il vertice sull’ordine pubblico, il governo è al lavoro per una stretta: alcune misure sono già previste nel ddl sicurezza all’esame del Senato. Ma si ragiona anche a eventuali blocchi stradali i vista della manifestazioni già annunciate per i prossimi sabati dal “Movimento 17 ottobre“. Inoltre, spiegano fonti di Palazzo Chigi, c’è la concreta possibilità che in tempi brevi – forse già domani – venga varato un decreto legge da esaminare in Consiglio dei ministri. Gli uffici legislativi, inoltre, stanno approfondendo anche misure proposte delle forze di polizia per individuare altri interventi per rendere più efficaci le attività di prevenzione e contrasto.

Israele, perché Gantz ha ritirato la candidatura a pochi giorni dalle elezioni

A otto giorni dalle elezioni in programma il 27 ottobre in Israele l’ex capo dell’IDF ed ex ministro della Difesa Benny Gantz, leader del partito Blu e Bianco, ha annunciato il ritiro della sua candidatura. La notizia arriva dopo mesi di sondaggi secondo cui la formazione politica nata nel 2019 (che attualmente ha otto seggi alla Knesset) non sarebbe riuscita a superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento. Nonostante la decisione di Gantz di non candidarsi alle elezioni, il suo partito (in israeliano Kahol Lavan) rimarrà sulla scheda elettorale. Verrà tuttavia rimosso qualora tutti i candidati decidessero di non partecipare alla competizione.

Gantz: «Continuerò a lottare per l’unità»

«Non mi candiderò alle prossime elezioni, ma continuerò a lottare per l’unità», ha dichiarato Gantz, che si è fatto da parte a seguito delle pressioni dei principali partiti di opposizione, i quali temevano la dispersione di voti preziosi. L’ex ministro della Difesa ha definito il passo indietro «l’unica soluzione in grado di prevenire un altro disastro e proteggere Israele da tutte le sfide, sia interne che esterne». Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, ha ringraziato Gantz per essersi ritirato dalla competizione elettorale, scrivendo su X che si è trattato di una decisione «corretta e responsabile». Anche il leader dei Democratici, Yair Golan, che quello dell’opposizione, Yair Lapid, hanno lodato la scelta di Gantz.