Si è tenuto lunedì 26 ottobre 2026 a Milano l’evento Società Benefit: dalla competitività all’interdipendenza, durante il quale è stata presentata la nuova edizione della ricerca nazionale sulle Società Benefit 2026. Attraverso gli interventi dei partner del progetto – Nativa, il Research department di Intesa Sanpaolo, InfoCamere, l’Università di Padova, la Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit – è emerso un quadro aggiornato su competitività, relazioni di filiera e rapporto con i territori. Si ricorda che Società Benefit è uno status giuridico adottato da imprese che, oltre allo scopo di distribuire gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, ambiente e stakeholder, impegnandosi a valutare in maniera trasparente il proprio impatto.
Presentazione della ricerca sulle Società Benefit (Intesa Sanpaolo).
L’adozione del modello Benefit concorre a una migliore performance delle imprese
L’analisi sulla competitività abbina circa 2 mila Società Benefit ad altrettante imprese non-benefit con profili il più possibile omogenei per dimensione, settore, territorio e coorte di età. L’analisi evidenzia un’associazione positiva tra qualifica Benefit e crescita d’impresa, con uneffetto stimato risulta pari a circa +13 per cento per il fatturato, +17 per cento per il costo del lavoro e +12 per cento per il valore aggiunto. L’adozione del modello Benefit risulta quindi uno degli elementi che concorrono alla migliore performance delle imprese. Il vantaggio si rafforza quando l’identità Benefit si accompagna a strategie orientate alla qualità, alla sostenibilità ambientale e all’apertura internazionale.
Filiere più stabili
Le filiere delle Società Benefit sono più stabili. Il 27,4 per cento degli acquisti è destinato a fornitori con cui esiste un rapporto continuativo negli ultimi nove anni, contro il 21,8 per cento delle non-benefit. Questo dato offre uno spunto di riflessione sulla tenuta delle supply chain. In una fase caratterizzata da elevata volatilità dei mercati e da frequenti tensioni nelle catene di fornitura globali, la capacità di mantenere relazioni stabili con i fornitori potrebbe rappresentare un elemento di forza. La stabilità delle relazioni può tradursi in un vantaggio competitivo, favorendo non solo l’efficienza e la continuità degli scambi, ma anche la diffusione di conoscenze, pratiche e valori condivisi tra le imprese coinvolte e la gestione delle criticità. L’ecosistema include anche le imprese più piccole. Quando l’impresa ordinante è una microimpresa Società Benefit, la quota di fornitori Benefit di pari dimensioni è pari al 57 per cento, quasi il doppio rispetto a quanto osservato quando gli acquirenti sono le società non-benefit. Il dato indica un ecosistema diffuso, in cui anche le realtà più piccole riescono a consolidare relazioni commerciali con imprese che condividono valori simili.
Non si vive solo di piani industriali. Dopo l’arrivo della nuova proprietà e il rilancio editoriale, c’è tempo persino per un po’ di team building a tema sportivo. E se sei a Roma, cosa c’è di più praticato e popolare del padel? Così il Gruppo Gedi ha deciso di organizzarci un torneo per dipendenti. Appuntamento nella Capitale domenica 29 novembre, in un centro sportivo dedicato. La nuova gestione delle Risorse umane ci tiene. E ha chiamato a raccolta tutti: «L’obiettivo? Passare qualche ora insieme, divertirci e fare squadra. Non serve essere campioni, né aver mai preso in mano una racchetta: si gioca in coppia e, se vuoi partecipare ma non hai un partner, pensiamo noi agli abbinamenti».
Partecipazione gratuita, iscrizione entro il 15 novembre
Dunque, dopo la trasferta ad Atene del cdr di Repubblica a caccia del piano strategico di Theo Kyriakou, ecco un’altra iniziativa del nuovo corso greco che travalica i confini del Gruppo e diventa una curiosità dal magico mondo dei giornali. La partecipazione è gratuita e aperta a chiunque. Per le iscrizioni c’è tempo fino al 15 novembre. Con tanto di messaggio motivazionale finale: «Che tu sia un giocatore esperto o alla prima partita, l’importante è esserci. Ci farebbe davvero piacere incontrarvi in campo. Ci vediamo a padel!». Allora che fa, batti lei?
La Sala Stampa della Santa Sede, in un comunicato diffuso oggi, ha reso noto che «il viaggio apostolico di papa Leone XIV in Uruguay, Argentina e Perù, previsto dal 6 al 17 novembre 2026, si svolgerà secondo il programma precedentemente pubblicato». A due settimane dall’intervento chirurgico al quale è stato sottoposto, il recupero del pontefice procede «in linea con le valutazioni favorevoli comunicate dall’équipe medica che lo segue». In particolare il dottor Luigi Carbone, medico personale del papa e chirurgo che l’ha operato il 13 ottobre al Policlinico Gemelli, ha confermato che il recupero postoperatorio di Leone XIV «continua a progredire e gli ultimi esami medici confermano la buona salute e le condizioni cliniche favorevoli». Non ci sono dunque controindicazioni, «visto il quadro clinico attuale, gli esami strumentali e di laboratorio eseguiti, che impediscano di intraprendere il prossimo viaggio apostolico in America Latina come programmato».
La dichiarazione di Leone XIV
«Sono felice di poter tornare nel continente nel quale ho vissuto tanti momenti della mia vita. Possa questo viaggio essere un’occasione per aprire i nostri cuori gli uni agli altri, rafforzare la nostra comunione come fratelli e sorelle e rinnovare il nostro impegno ad annunciare il Vangelo con gioia», ha dichiarato Leone XIV. I successivi accertamenti medici dopo l’intervento per la rimozione di un adenocarcinoma hanno confermato che la patologia era localizzata e che per il pontefice non sono necessari trattamenti oncologici.
In Noi uomini duri Renato Pozzetto è Silvio, banchiere milanese finito in una scuola di sopravvivenza, che risolve ogni guaio tirando fuori il portafoglio: «Vabbè cià, quanto costa la baracca?».
Leonardo Maria Del Vecchio ha rifatto la scena con il Fatto Quotidiano. Domenica sera Lmdv Media ha annunciato una due diligence in vista di un’Opa totalitaria su Seif, l’editrice del giornale, garantendo che Marco Travaglio resterebbe direttore e la linea inalterata. Leonardino paga e il Fatto continua a fargli le pulci con i suoi soldi. La notizia più gustosa riguarda la paternità dell’idea. Negli ambienti della finanza milanese si racconta che la mossa sia stata suggerita al giovane erede da casa Angelucci, sua socia nel Giornale, di cui Lmdv possiede il 30 per cento. È un’indiscrezione, e come tale la riportiamo. Trova però un riscontro curioso in edicola: lunedì mattina i quotidiani degli Angelucci sono schierati come un sol uomo a favore dell’operazione, con lo slancio che si riserva ai rigori all’ultimo minuto.
Un’Opa morta in poche ore
Che l’offerta non potesse andare da nessuna parte lo sapeva chiunque avesse letto lo statuto di Seif: nessun socio può superare il 17 per cento, e per far saltare il tetto Lmdv chiedeva adesioni all’82,9 per cento. La maggioranza sta in mano ai fondatori, che in poche ore si sono detti non interessati a cedere. Lo 0,286 euro per azione, 7,1 milioni più circa quattro stimati per la ricapitalizzazione, è rimasto sul tavolo. La “baracca”, gli hanno spiegato, non è in vendita. Il 22 ottobre Leonardino aveva chiamato i cronisti del Fatto «ratti del giornalismo». Tre giorni dopo ha provato a comprarsi la colonia, garantendo per iscritto che avrebbe continuato a rosicchiare.
Continua la campagna diffamatoria nei miei confronti da parte del Falso quotidiano, li vedo molto restii invece a dare spiegazioni sulle intercettazioni che hanno coinvolto il direttore del Fatto online Peter Gomez,
Colto con le mani nella marmellata trattare articoli su commissione per un grande colosso che a sua volta si troverà a restituire il favore pagando fior di quattrini allo stesso Fatto quotidiano.
Ratti del giornalismo
Resta da capire che cosa intendesse comprare, visto che promette di mantenere sia il direttore sia la linea. L’Opa in realtà serviva a dire in pubblico che il Fattoha bisogno di soldi: il comunicato lega la due diligence ai richiami sulla continuità aziendale che Kpmg ha messo nelle relazioni sui conti di Seif, e stima che per tenere in piedi il quotidiano servano fino a quattro milioni. Mario Seminerio ha proposto su X l’esperimento mentale giusto: che succede se la due diligence non conferma la cifra e l’Opa viene ritirata? Resta in circolo un solo messaggio: i conti del Fattosono peggio del previsto. Missione compiuta e a costo zero. La crisi delle copie riguarda mezza editoria, compreso il Giornale di cui Lmdv è socio, che ha chiuso nel 2025 con tre milioni di perdita. Per il 30 per cento di quel Giornale, il rampollo ha pagato 30 milioni, per tutto il Fatto ne offre sette. I giornali “amici” evidentemente costano di più. E un favore al Fatto l’ha fatto comunque: ora i soci sanno di dover trovare liquidità, e quattro milioni, per una testata radicata come quella di via di Sant’Erasmo, sono alla portata di molti. Generosità pura.
Marco Travaglio (Imagoeconomica).
Un family office alla Stanlio e Ollio
Poi ci sono i consiglieri. Le intercettazioni dei Ros depositate nel fascicolo stralcio di Equalize raccontano un family office che pare uscito da un film di Stanlio e Ollio. Il 4 maggio l’amministratore delegato di Lmdv Capital, Marco Talarico, e il consigliere Gabriele Benedetto, entrambi non indagati in quel filone, ragionano sulla direzione di Qn. Benedetto propone: «E se gli rubiamo Orfeo?». Con lui avrebbero la sinistra in mano, e se vincesse Meloni le direbbero di averlo preso «al guinzaglio». Orfeo, estraneo a quelle conversazioni, da settembre dirige davvero Qn. Poi Talarico passa ai conti: «500 milioni di penali», «c’abbiamo l’aria fritta», «Stiamo bluffando con tutti». Domenica il bluff è diventato strategia ufficiale, con tanto di comunicato. Talarico dice anche di capire il detto «rido per non piangere». Viene da Beaumarchais, che lo mise in bocca a Figaro, barbiere e faccendiere di Siviglia. Figaro, però, i guai li risolveva. Dietro le risate resta un fatto serio: un family office che tratta le direzioni dei giornali come fiches da puntare sulle Politiche voleva comprarsi il quotidiano che ha reso pubbliche quelle conversazioni.
Marco Talarico con Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).
Fedez starebbe mettendo mano alla comunicazione
Il resto della corte non va meglio. In città raccontano che Fedez stia rimettendo in ordine la comunicazione dell’erede, e domenica è arrivato un indizio: Pulp Podcast è stato il primo a rilanciare l’Opa, spiegando che Leonardino, «stupito delle difficoltà economiche del Fatto», ha deciso di salvarlo. Lui ha ripostato tutto su Instagram.
Dal profilo Instagram di Pulp Podcast.
Due settimane prima, a quel microfono, ne era uscito come un pugile alla quindicesima ripresa, tra la droga che riempiva il buio e le 2 mila donne, regalando a Selvaggia Lucarelli un pezzo intitolato «Del Vecchio jr fa harakiri da Fedez». A Milano si sussurra anche che quel podcast non porti una gran fortuna agli ospiti: Giorgia Meloni ci andò il 19 marzo a perorare la causa del Sì al referendum, e quattro giorni dopo vinse il No. Ora il podcast vuole salvare il Fatto, e in via di Sant’Erasmo sono partiti gli scongiuri.
Leonardo Maria Del Vecchio ospite di Fedez e Mr. Marra a Pulp Podcast.
Prima di chiedere quanto costa la “baracca” altrui…
Poi c’è l‘azienda di casa. Lmdv dichiara 950 milioni di debiti, il Fatto ne conta 1,3 miliardi, e Lmdv Media, il veicolo dell’Opa, è in pegno alle banche che hanno finanziato le acquisizioni. Il 14 settembre l’erede aveva risposto su X: «Il Fatto parla di debiti. Il punto è un altro». Il punto, si è capito domenica, era comprarselo. Le banche il miliardo glielo hanno prestato, e hanno una memoria da elefante: prima o poi lo rivogliono indietro. Selvaggia Lucarelli gli ha suggerito una cura più economica: «Prova a cambiare vita. Costa meno che comprarti i giornali». Ci permettiamo di aggiungere un consiglio gratuito. La regola Leonardino la conosce: i manager che non funzionano si cambiano, e di recente qualcuno l’ha cambiato davvero. Tra il podcast, le intercettazioni, l’Opa morta in poche ore, non sarebbe forse il caso di dare un’occhiata a quelli che ha in casa? Prima di chiedere quanto costa la baracca degli altri, conviene sapere quanto costa la propria. Le banche il prezzo lo conoscono già.
Leonardo Maria Del Vecchio, editore di Qn (Imagoeconomica).
Jannik Sinner, ai box per un problema al ginocchio destro che l’ha costretto a saltare praticamente tutta la seconda metà di stagione, tornerà in campo al Six Kings Slam, il ricchissimo torneo-esibizione a Riad posticipato a fine dicembre (27-30) per la crisi in Medio Oriente. Il tennista azzurro ha infatti repostato sui suoi canali social la locandina del torneo arabo, in cui è stata annunciata anche la sua presenza.
Sinner non scende in campo dal 12 luglio
L’ultima partita disputata da Sinner, ovvero la finale di Wimbledon vinta sul tedesco Alexander Zverev (che gli soffierà la prima posizione del ranking), risale al 12 luglio. Il Six Kings Slam si sarebbe dovuto tenere a fine ottobre e il fenomeno altoatesino aveva dato forfait per colpa dell’infortunio al ginocchio: gli organizzatori lo avevano sostituito con lo statunitense Learner Tien. Ma, visto che il torneo è stato posticipato, potrà invece prendervi parte assieme a Carlos Alcaraz, Novak Djokovic, Zverev, Alex De Minaur e Taylor Fritz.
A voler essere maligni si potrebbe insinuare che ricevere il sostegno di Donald Trump in vista delle elezioni non sia esattamente di buon auspicio per un candidato. Dopo la débâcle di Viktor Orban in Ungheria dello scorso aprile, nel fine settimana sono infatti usciti sconfitti dalle tornate elettorali in Serbiae Brasileil presidente uscente Aleksandar Vučić, battuto dalla Lista degli studenti, e Flavio Bolsonaro, che non è riuscito a spodestare Luiz Inácio Lula da Silva. Che tre indizi facciano davvero una prova?
Donald Trump (Ansa).
Trump accusa Lula: «Ha usato il manuale di Biden»
Lula, 81enne leader della sinistra brasiliana, al ballottaggio ha ottenuto il quarto mandato (non consecutivo) come presidente con quasi il 52 per cento dei voti, prevalendo su Bolsonaro, senatore e candidato del Partito liberale, che invece aveva vinto il primo turno. Cristiano Zanin Martins, giudice del Supremo Tribunal Federal, con una decisione arrivata a pochi minuti dalla chiusura prevista dei seggi ha disposto il prolungamento delle operazioni elettorali di due ore, circostanza che lo stesso figlio di Jair Bolsonaro e Trump hanno colto al balzo per contestare l’esito delle urne. «È impossibile riconoscere il risultato di questo voto in queste condizioni. Chiederò l’annullamento del voto. Per la prima volta nella storia del Brasile un giudice ha cambiato le regole in corso», ha dichiarato Bolsonaro. Zanin, ex avvocato di Lula, ha posticipato la chiusura dei seggi dalle 17 alle 19 in seguito alle segnalazioni di difficoltà nei trasporti pubblici e alle richieste presentate dalle campagne dei due candidati, ma tant’è. Alle rimostranze si è unito Trump, che ha paragonato la vittoria di Lula a quella ottenuta da Joe Biden nel 2020, risultato che continua a non riconoscere. «Hanno semplicemente applicato il manuale di Biden in Brasile. Bolsonaro aveva un grande vantaggio al primo turno ed era il chiaro favorito per vincere il secondo. Ma i comunisti non cedono il potere una volta che lo ottengono», ha dichiarato il capo della Casa Bianca senza fornire alcuna prova di irregolarità. Mai, nella storia politica del Brasile, il vincitore del primo turno era uscito poi sconfitto dal ballottaggio.
Flavio Bolsonaro (Ansa).
Trump e quel legame con Vucic, oltre la politica
In Serbia è stata la Lista degli studenti a porre fine all’era-Vucic. Il Partito Progressista Serbo, che però a dispetto del nome è di destra e a lungo forza politica dominante nel Paese, si è fermato al 39 per cento (104 seggi in Parlamento su 250) cedendo il passo al movimento di massa che da novembre del 2024, ovvero da quanto il crollo di una pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad provocò la morte di 16 persone, ha portato in piazza milioni di serbi contro il sistema di Vucic, caratterizzato da episodi di corruzione e opacità negli appalti pubblici. Se in Brasile la vicinanza al candidato di destra è soprattutto ideologica, in Serbia il legame di Trump con lo sconfitto – che fu ministro dell’Informazione dei tempi di Slobodan Milosevic – risulta ancora più stretto.
Aleksandar Vucic (Ansa).
Secondo quanto rivelato dal Guardian, Vucic sarebbe intervenuto personalmente per promuovere i progetti per la controversa Trump Tower a Belgrado, mega-hotel e complesso residenziale di lusso che il genero del presidente Usa, Jared Kushner, tramite la sua Affinity Global di Development avrebbe voluto costruire sulle macerie dell’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo, bombardato dalla Nato nel 1999. L’edificio, da allora sventrato, gode dello status di patrimonio culturale e delle relative tutele. Ma Vucic avrebbe fatto pressione su alcuni membri dell’esecutivo per cedere il generalštab in comodato d’uso gratuito per 99 anni alla società di Kushner: l’inchiesta ha fatto saltare il banco e il ministro della Cultura, Nikola Selaković, è stato incriminato assieme ad altri tre funzionari per abuso di ufficio e falsificazione di documenti ufficiali. La rabbia dei serbi di fronte alla svendita del monumento nazionale era scattata anche perché era emerso che la società di Kusher avrebbe trattenuto il 78 per cento dei ricavi, mentre alla Serbia sarebbe toccato solo il 22 per cento: non è mai stato ammesso apertamente, ma l’obiettivo di Vucic era far sì che Trump togliesse le sanzioni imposte al gruppo petrolifero Nis, dovute al fatto che il colosso energetico russo Gazprom ha la maggioranza della proprietà.
Protesta a Belgrado contro l’abbattimento dell’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo (Ansa).
In Ungheria sosteneva Orban, che ora vorrebbe segretario delle Nazioni Unite
Molto vicino a Trump era (e lo è ancora) Orban, primo ministro ungherese per 16 anni, che ad aprile ha dovuto cedere il passo all’ex fedelissimo Péter Magyar, non a caso uno dei primi a congratularsi con la Lista degli studenti. The Donald, che non ha mai fatto mancare il sostegno a Orban, ricevuto più volte alla Casa Bianca, avrebbero incoraggiato direttamente l’ex premier ungherese a entrare nella corsa per succedere ad António Guterres, il cui mandato termina il 31 dicembre, come segretario generale della Nazioni Unite. Lo scrive il Wall Street Journal, spiegando che sulla base di precedenti colloqui diplomatici Orban potrebbe raccogliere anche l’appoggio di Russia e Cina. Insomma, mentre Bolsonaro e Vucic si leccano le ferite, per Orban – ai box da qualche mese – si stanno almeno aprendo prospettive interessanti.
Donald Trump e Viktor Orban (Ansa).
I “patrioti” amici di Matteo Salvini
Dopo tanto girovagare, torniamo in Italia. Anche la politica nostrana ha il suo Trump, ovvero una figura vicina a Orban, Bolsonaro e Vucic. Si tratta, ovviamente, di Matteo Salvini: ad aprile, dopo le elezioni in Ungheria il segretario della Lega, arrendendosi al fatto che «chi vota ha sempre ragione» aveva rivolto «un abbraccio e un grande ringraziamento all’amico Viktor, vero patriota». Nel fine settimana, in occasione del congresso straordinario del Carroccio che ha visto la sua rielezione, Salvini ha rivolto un doppio in bocca al lupo proprio a Bolsonaro e Vucic: «Quello che può diventare il presidente del Brasile era a Pontida l’anno scorso, con la maglietta dell’Alberto da Giussano, e quello che può essere riconfermato in Serbia è un amico».
come porta sfiga Salvini nessuno mai ieri li ha nominati tutti e due "quello che può diventare il Presidente del Brasile era a Pontida e quello che può essere riconfermato in Serbia è un amico"
grazie Matteo, filotto
#Salviniportasfiga #Bolsonaro #Vucic #26ottobre https://t.co/pEjRX9yN1Q
La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex presidente del consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia (l’ex Ilva) per Alessandro Labile, già direttore dello stabilimento siderurgico, e per Francesco Astorri, responsabile Ispra della sezione per la valutazione e i controlli degli impianti di interesse strategico nazionale. Le richieste sono arrivate nell’ambito delle indagini sul presunto inquinamento provocato dalle emissioni dello stabilimento tra il 2019 e il 2024. Nel complesso sono state chieste misure interdittive per 10 persone.
Lucia Morselli (Imagoeconomica).
Complessivamente risultano indagate 28 persone
Morselli amministrava Acciaierie d’Italia nell’ambito di una gestione che vedeva la multinazionale ArcelorMittal come socio di maggioranza, poi superata a febbraio 2024 con l’immissione di AdI nell’amministrazione straordinaria, tuttora vigente. Complessivamente risultano indagate cinque società e 28 persone: in otto rispondono – secondo l’impostazione accusatoria – di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione: la gestione dello stabilimento di Taranto, infatti, sarebbe stata orientata a massimizzare profitti e produzione a scapito della tutela ambientale.
La Procura di Milano ha chiesto la convalida del fermo con l’applicazione della custodia cautelare in carcere per Youssef Siher, il ricercatore di origini marocchine ritenuto dagli investigatori della Digos e dai pm la mente del Movimento 17 ottobre, nato sui social dopo gli scontri e i saccheggi avvenuti nel centro del capoluogo lombardo. Siher è stato fermato sabato 24 ottobre con le accuse di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, tramite la creazione e gestione di canali social e chat, anche su Telegram, per alimentare la mobilitazione nelle piazze. Assieme a Youssef è indagata per istigazione a delinquere in concorso anche la moglie Sagia Hammoud.
Sagia Hammoud.
Il pericolo di fuga e il rischio di reiterazione del reato
Secondo i pm Siher deve restare in carcere perché sussistono il pericolo di fuga e il rischio di reiterazione del reato. Il politologo e attivista pro Pal, spiegano, ha assunto «un profilo di spicco nel movimentismo» ed era a «conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone». Le istruzioni fornite agli utenti «denotano un chiaro disegno strategico nel senso che le piazze indicate come luogo di concentramento risultavano per l’appunto strategiche al fine di impedire i controlli delle forze dell’ordine». La Procura di Milano ritiene poi insufficiente la misura degli arresti domiciliari perché «appare evidente la sussistenza» del pericolo di fuga: Siher, infatti, «ha dimostrato di avere particolari abilità e capacità di muoversi e di aver contatti relazionali che lo potrebbero aiutare a far perdere le sue tracce». L’interrogatorio di convalida del fermo è in programma martedì 27 ottobre nel carcere milanese di San Vittore davanti al gip Tiziana Landoni.
È stata riconosciuta l’aggravante della premeditazione per Alessandro Impagnatiello nel processo d’appello bis per l’omicidio della fidanzata Giulia Tramontano, incinta di sette mesi e uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023 a Senago, nel Milanese. La Corte d’Assise d’Appello di Milano è stata chiamata a rivalutare l’aggravante, esclusa nel precedente giudizio di secondo grado, su indicazione della Cassazione. Impagnatiello è già stato condannato all’ergastolo ed è in carcere a Pavia. Il riconoscimento della premeditazione comporta un isolamento diurno di tre mesi sulla condanna all’ergastolo. Dopo la lettura del verdetto, i familiari della vittima hanno applaudito in aula. Ci sono poi stati abbracci tra la madre, la sorella e il fratello di Giulia e il loro legale Nicodemo Gentile. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 45 giorni.
La sorella di Giulia: «Alessandro dovrebbe solo chiedere scusa»
Chiara Tramontano, sorella di Giulia, ha così dichiarato dopo la sentenza: «Mi appello alle nuove generazioni. Se volete un esempio da non seguire scrivete su Google “Alessandro Impagnatiello” e vedrete che è una persona che nella vita non si è mai pentita. È entrato in quest’aula credendo di avere il diritto che non gli fosse riconosciuta la premeditazione, quando dovrebbe avere solo il dovere di chiedere scusa, non necessariamente a parole, ma con un atteggiamento che dimostri di sentirle».
Urlare in continuazione dev’essere faticoso, si rischia di danneggiare le corde vocali. Meglio, almeno ogni tanto, abbassare la voce. Un suggerimento di buon senso che Silvia Sardone sembra ignorare. Vicesegretaria della Lega ed europarlamentare, la pasionaria di via Bellerio è nota per le sue indubbie capacità polmonari. Finché si tratta di comizi e talk show, poco male. Il problema è che adesso si candida a diventare la prossima sindaca di Milano. Matteo Salvini ci crede al punto da minacciare, se gli alleati non si rassegnano, primarie nei gazebo, terreno sul quale la sua candidata gioca in casa.
Più che confrontarsi con l’interlocutore, punta a demolirlo
Sardone appartiene a quella categoria di persone alle quali il dubbio non ha mai rovinato una giornata. Qualunque sia l’argomento ha la risposta pronta, e sempre per dare la colpa a qualcun altro. Nei talk televisivi che frequenta con assiduità, più che confrontarsi con l’interlocutore punta a demolirlo prima che riesca a finire una frase, riducendo il dibattito a una chiassosa lite condominiale.
Il suo modello, va da sé, è il Capitano, del quale ha assimilato l’intero repertorio, con una differenza: il maestro ha imparato a dosare le provocazioni, l’allieva no. Ogni fatto di cronaca diventa un caso politico, possibilmente da trasformare in un video per i social. Come a giugno a Torino, quando ha fermato una donna con il niqab che spingeva un passeggino per chiederle se fosse costretta a coprirsi e se potesse sollevare il velo. Un’opera di emancipazione femminile condotta con lo smartphone in mano, benché l’interessata chiedesse di non essere ripresa. Versione persino più aggressiva delle citofonate bolognesi di Salvini a caccia di spacciatori.
Sottovalutarla, però, sarebbe un errore. Dietro questa idea rudimentale del confronto democratico c’è una professionista che conosce il suo pubblico. Le oltre 75 mila preferenze raccolte alle Europee del 2024 le sono valse la promozione ai vertici della Lega. Sardone ha capito che una parte dell’elettorato non cerca tanto chi risolve i problemi, quanto chi dà voce alla sua insofferenza. E lei lo fa senza lasciarsi distrarre dalla fastidiosa abitudine di ascoltare le ragioni degli altri.
I problemi a Milano sono reali: meritano qualcosa di più di un volantino
Il suo cavallo di battaglia è la sicurezza, tema in cui riesce a far confluire pressoché ogni questione milanese. Non che Milano sia un’isola felice, ci mancherebbe. Il degrado e la criminalità sono problemi seri, sui quali l’amministrazione uscente ha responsabilità che non può liquidare sciorinando qualche statistica rassicurante. Ma proprio perché reali, quei problemi meriterebbero qualcosa di più di un volantino. Nel racconto di Sardone, invece, la città è perennemente sull’orlo del precipizio, in attesa di qualcuno che venga a salvarla. Ovvero lei, la proto vannacciana (copyright Corriere) della Lega.
Sardone non convince Forza Italia
A nutrire i dubbi più seri sulla sua candidatura è Forza Italia, dove Sardone è cresciuta prima di trasferirsi armi e bagagli nella Lega. O forse proprio per questo. Antonio Tajani le preferisce Matteo Perego di Cremnago, mentre Maurizio Lupi, sostenuto da Ignazio La Russa, coltiva un’ambizione tutta sua. Le perplessità si capiscono: Sardone è una specialista della campagna elettorale permanente, mentre amministrare una metropoli richiede attitudini che difficilmente trovano spazio in un comizio.
Matteo Perego di Cremnago (foto Imagoeconomica).
La capitale economica, del resto, deve buona parte del proprio successo alla capacità di accogliere energie provenienti dall’esterno, senza badare troppo all’origine. Non per generosità d’animo, ma per quel pragmatismo un po’ cinico che è tra le migliori qualità dei milanesi: se porti idee, lavoro o denaro, sei il benvenuto, e poco importa quale lingua parli.
Certo, la città più cosmopolita convive con disuguaglianze e periferie trascurate, né la sinistra può vantare un diritto ereditario a governarla. Ma che senso avrebbe affidarla a una politica che ha costruito la propria fortuna alimentando la diffidenza verso chi viene da fuori? In città gli immigrati non sono soltanto i maranza delle cronache, ma anche gran parte di giovani studenti, manager e professionisti che quotidianamente contribuiscono alla sua fortuna.
Milano ha sempre avuto un’alta considerazione di sé, talvolta eccessiva, ma le va riconosciuta una discreta familiarità con il mondo. Le è già capitato di scegliere sindaci che non le somigliavano, ma stavolta il contrasto sarebbe stridente. L’idea che a governarla sia Sardone fa un certo effetto. Un po’ come affidare il podio della Scala a qualcuno convinto che la musica migliore sia quella che, indipendentemente dallo spartito, l’orchestra suona più forte.
Dopo il documentario di Walter Veltroni presentato alla mostra del Cinema di Roma, nuova vita per la Gialappa’s. Anche se, nonostante la popolarità del trio, il film ha avuto per ora un’accoglienza gelida in sala.
Ma torniamo alla tv. Lunedì sera, per il secondo appuntamento della nuova stagione di GialappaShowad affiancare il Mago Forest sarà la modella e conduttrice Bianca Balti, ma c’è chi nota anche la presenza di un fedelissimo di Veltroni: l’attore Stefano Fresi.
Stefano Fresi (Ansa).
Non solo. Anche l’imitazione di Aldo Cazzullo portata in scena da Edoardo Ferrario desta qualche sospetto. I maligni sibilano che sotto sotto ci sarebbe la rivalità tra il giornalista e Veltroni (Fresi, tra l’altro, è stato anche protagonista di C’è tempo uscito nel 2019). Al Corriere della Sera sembra ci sia una gara tra i due a chi occupa più spazio con interviste e altre amenità, fatto sta che la concorrenza esiste. E, curiosamente, nel programma osannato da Veltroni arriva il “perculamento” di Cazzullo…
Giacomo Poretti chi ringrazia? Veltroni
Giacomo Poretti, protagonista della nuova puntata di Stories, il ciclo di interviste ai principali interpreti dello spettacolo di Sky Tg24, ospite del vicedirettore Omar Schillaci, che cosa fa? Ringrazia Walter Veltroni. Nella puntata di lunedì, Poretti spiega la nascita e il successo di Tafazzi: «Stavamo costruendo uno sketch dei supereroi. Ad Aldo e Giovanni erano venute due belle idee: Aldo faceva Superman, Giovanni faceva Flash. E io avevo solo il vestito. Quando sei umiliato, sei vicino al fallimento. Ho visto la bottiglia lì sul tavolo, che casualmente era lì, e ho cominciato a battermela addosso. Loro sono morti dal ridere. Tafazzi non aveva proprio un testo, non aveva battute, non aveva niente». La fortuna del personaggio è arrivata grazie a Walter Veltroni, allora direttore de L’Unità, che fece scrivere a Sandro Veronesi un articolo in prima pagina: «Mi telefonò dicendo che era un personaggio geniale. Io devo questa fortuna anche a lui». Se non ci fosse Veltroni, cosa sarebbe la televisione italiana?
Giornata memorabile, quella di martedì 27 ottobre a Roma. Nel pomeriggio, presso la sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, edificio del Senato, si terrà un prezioso convegno intitolato “Motorismo storico, patrimonio vivo d’Italia”, organizzato dall’Automotoclub Storico Italiano (ASI) per celebrare i 60 anni dell’associazione. L’iniziativa, coordinata da Francesco Giorgino, docente di Comunicazione e Marketing alla LUISS, vedrà l’intervento di Ignazio La Russa. Il presidente del Senato poi passerà la parola al numero 1 dell’ACI, cioè suo figlio Geronimo. Parteciperanno anche Alberto Scuro in qualità di presidente Asi e Fiva, il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, Cristina Rossello, presidente dell’intergruppo parlamentare Patrimonio Italiano e fedelissima della famiglia Berlusconi, Remo Chiodi dg per l’ippica del ministero per l’Agricoltura, Maria Pace Odescalchi, presidente dell’Associazione Dimore Storiche Italiane.
Il Senato premia le eccellenze italiane. Ma pare esserci una sfida tutta interna al centrodestra per stabilire chi è più attento alla gastronomia. Il ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida è “insidiato” dal leghista e vicepresidente di Palazzo Madama, Gian Marco Centinaio che qualche giorno fa è stato protagonista del Premio Luxury Food 2026, per premiare gli chef che con il loro percorso sono gli “Alfieri del nuovo lusso Made in Italy”. Una vera e propria sfida lanciata al ministro di Subiaco, paladino dell’italianità a tavola. La tavola rotonda dell’evento è stato da Angelo Mellone, direttore del Day Time della Rai.
Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu, partito politico israeliano appartenente alla destra nazionalista, ha reso noto su X di aver scritto una lettera alla procuratrice generale di Israele Gali Baharav-Miara chiedendo di avviare un’indagine penale contro il primo ministro Benjamin Netanyahu per tradimento, in seguito alle notizie secondo cui starebbe per riaprire le ostilità con l’Iran. «Il tentativo di trascinare lo Stato di Israele in una guerra alla vigilia delle elezioni, insieme alla volontà di sacrificare i soldati dell’esercito israeliano per il solo timore di perdere le elezioni, costituisce un tradimento dello Stato, della sua sicurezza e dei soldati dell’Idf», ha scritto Liberman nel suo messaggio. «Nell’ultimo mese, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta facendo pressione sui vertici dell’apparato di sicurezza affinché adottino misure che potrebbero provocare un errore di valutazione nei confronti dell’Iran».
פניתי הבוקר ליועצת המשפטית לממשלה בדרישה לפתוח בחקירה פלילית נגד בנימין נתניהו באשמת בגידה.
בחודש האחרון ראש ממשלת ישראל, בנימין נתניהו, לוחץ על ראשי מערכת הביטחון לנקוט צעדים שעלולים לייצר מיסקלקולציה מול איראן.
Il tema della guerra contro la Repubblica islamica continua a tornare, a ridosso delle elezioni della Knesset del 27 ottobre. Netanyahu ha giocato la carta della “minaccia atomica” per sostenere che ci sono ancora due anni «per finire il lavoro con l’Iran», ovvero quelli che mancano al presidente americano Donald Trump per terminare il suo mandato.
תקראו את הדברים החשובים של יובל בלומברג:
מדינת ישראל נמצאת בסכנה קיומית אמיתית ומוחשית. אם האיראנים ישיגו גרעין, שום דבר כבר לא ישנה יותר. הכל כל כך טפל אל מול הסכנה הקיומית של איראן והציר השיעי.
הסערות המבוימות והמומצאות חדשות לבקרים נועדו להסיט את תשומת הלב מהדבר האחד שהוא… pic.twitter.com/v6L73s0bFO
— Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) October 25, 2026
All’indomani del congresso straordinario della Lega a Milano, dove Matteo Salvini è stato riconfermato segretario federale, Simonetta Matone (che non ha partecipato) ha deciso di lasciare il Carroccio e passare a Forza Italia. «Me ne vado per tre motivi. Non sono stata valorizzata dal partito, il progetto del segretario sembra non contemplare più il Centro e il Sud e soprattutto non sono d’accordo con la deriva giustizialista, di estrema destra e antieuropeista di Salvini», ha spiegato. Prima di lasciare la Lega ha scritto due lettere, una indirizzata a Salvini e l’altra al vicesegretario Durigon.
Durigon: «Si accorge solo ora che siamo sovranisti»
Questo il commento di Durigon: «Simonetta è una persona molto preparata e una grande professionista, mi spiace che si accorga soltanto adesso ora, a pochi mesi dalle elezioni, che siamo un partito sovranista con una posizione chiara in Europa da anni, da quando venne candidata con la Lega in Parlamento».
Dopo aver rilevato QN, cioè i quotidiani degli eredi Riffeser, ed essere salito al 30 per cento del Giornale, Leonardo Maria Del Vecchioha messo nel mirino pure il Fatto Quotidiano: la società LMDV Media (società di investimento dedicata all’editoria riconducibile al family office LMDV Capital) ha avviato un’attività di due diligence su SEIF (Società Editoriale Il Fatto) al fine di promuovere un’offerta pubblica di acquisto finalizzata al delisting. Una mossa a sorpresa, quella dell’erede di EssilorLuxottica, considerando che solo pochi giorni fa aveva pubblicato via social un durissimo attacco ai «ratti del giornalismo» del Fatto Quotidiano dopo la pubblicazione di una serie di intercettazioni riguardanti l’indagine su un’estorsione ai suoi danni. Lo stesso giornale ha poi ripreso un’inchiesta del New York Times che riguarda le accuse dell’ex fidanzata di Del Vecchio nei suoi confronti.
Pronto un investimento complessivo di oltre 7 milioni
Come spiega una nota di LMDV Capital l’offerta – subordinata all’esito positivo della due diligence l’offerta – verrebbe promossa al prezzo di 0,286 euro per azione per un controvalore complessivo di 7.152.860 euro per il 100 per cento delle azioni di SEIF: l’ultimo prezzo fatto segnare sul mercato è stato 0,22 euro. L’offerta è subordinata anche a precise condizioni di efficacia, tra cui il raggiungimento di una partecipazione complessiva almeno pari o superiore all’82,9 per cento del capitale votante nell’assemblea ordinaria. Tale soglia è ritenuta indispensabile per rendere inoperante il limite statutario interno che vieta a un singolo azionista di possedere più del 17 per cento del capitale sociale della società.
I soci fondatori fanno sapere di non essere interessati
Le quote di SEIF sul mercato sono pari al 40 per cento del totale. Il resto è invece detenuto da giornalisti e manager: Antonio Padellaro e Cinzia Monteverdihanno il 16,25 per cento a testa, Francesco Alibertipossiede il 5 per cento, mentre Marco Travaglio, Peter Gomez, Luca D’Aprile e Marco Lillohanno meno del 5 per cento. Tramite un comunicato, SEIF ha fatto già sapere che le persone in possesso della maggioranza del capitale sociale «hanno manifestato l’intenzione di non cedere la propria quota» e, dunque, di non voler aderire all’eventuale offerta di acquisto.
Dopo la tregua ottenuta con autotrasportatori, agricoltori e pescatori, si scalda di nuovo il fronte contro il caro carburante con mobilitazioni e assemblee di tassisti e Ncc. Al momento la protesta si sostanzia con un presidio davanti al ministero dei Trasporti, senza blocchi o interruzioni di servizio. Numerose sigle sindacali che rappresentano i tassisti confluiranno poi martedì 27 ottobre 2026 a Firenze per una maxi assemblea di categoria. Un rappresentante di Federtaxi Cisal ha spiegato che la richiesta del settore riguarda il credito d’imposta che «anno dopo anno si è ridotto ai minimi». «Si tratta di una misura facilmente praticabile e può avere effetto sui costi di gestione che da quando è cominciata la crisi sono aumentati del 25-30 per cento. Siamo determinati e tra le varie forme di protesta sul piatto c’è anche lo sciopero», ha evidenziato. Alcune sigle chiedono anche l’estensione del gasolio professionale (ma i taxi ormai sono quasi tutti a benzina o ibridi o elettrici) e quella di un fondo di compensazione straordinario.
Storico risultato elettorale in Serbia: la Lista degli studenti ha infatti vinto le elezioni politiche anticipate indette a settembre dall’ormai ex presidente Aleksandar Vučić con circa il 52 per cento dei voti, ottenendo 138 seggi sui 250 del Parlamento di Belgrado e, dunque, la maggioranza. Il Partito Progressista Serbo, finora la forza politica dominante nel Paese balcanico, si è fermato al 39 per cento (104 seggi) e dunque, per la prima volta dopo quasi 14 anni, si avvia all’opposizione.
Festa a Belgrado dopo le elezioni (Ansa).
Affluenza record: sfiorato il 70 per cento
Il filorusso Vučić, che ha ammesso la sconfitta poco dopo la chiusura dei seggi, aveva indetto le elezioni anticipate dopo quasi due anni di proteste di massa, nate dal crollo di una pensilina presso la stazione ferroviaria di Novi Sad nel 2024, che aveva causato la morte di 16 persone: un disastro attribuito alla corruzione diffusa in Serbia. A premiare la Lista degli studenti, passata da movimento nato dopo mesi di proteste giovanili a principale forza politica del Paese, è stata un’affluenza record che ha sfiorato il 70 per cento: un dato che non si vedeva dalla fine della Jugoslavia e prevista da tempo dagli analisti. Alle elezioni si sono presentate 18 liste: diversi partiti di opposizione avevano scelto di non candidarsi, esortando i propri sostenitori a dare il loro appoggio agli studenti. La maggior parte dei 250 candidati della lista studentesca provengono dall’università e più in generale società civile: il numero uno della Studentska Lista era Ilija Srdanovic, cardiologo di Novi Sad.
Aleksandar Vučić (Ansa).
Le congratulazioni di Bruxelles
«Oggi, il popolo serbo si è mobilitato in numeri record per plasmare il futuro del proprio paese. Congratulazioni alla Lista Studentesca per la sua vittoria nelle elezioni parlamentari», ha scritto su X Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea: «Siamo pronti a sostenere le riforme sullo stato di diritto, la libertà dei media, la lotta alla corruzione e istituzioni democratiche solide, e a lavorare insieme per promuovere il futuro della Serbia nell’Unione Europea».
Today, the people of Serbia turned out in record numbers to shape their country’s future.
Congratulations to the Student List on its victory in the parliamentary elections.
We stand ready to support reforms on the rule of law, media freedom, the fight against corruption and strong democratic institutions, and to work together to advance Serbia’s future in the European Union.
@eucopresident
Lula ha vinto le elezioni in Brasile con il 51,74 per cento dei voti, contro il 48,2 di Flavio Bolsonaro. Uno scarto netto, superiore al testa a testa serratissimo previsto alla vigilia della tornata elettorale. «Ringrazio la generosità dei giovani brasiliani che si sono battuti a difesa della democrazia», ha detto Lula. Bolsonaro, invece, non ci sta e ha già annunciato che chiederà l’annullamento del voto, a suo giudizio falsato dalla decisione del giudice di rinviare di due ore la chiusura dei seggi, misura richiesta anche da lui. «È impossibile riconoscere il risultato di questo voto in queste condizioni. Chiederò l’annullamento del voto. Per la prima volta nella storia del Brasile un giudice ha allungato le operazioni di voto, ha cambiato le regole in corso», ha affermato. Una posizione, la sua, che al momento appare isolata. I due presidenti delle Camere, prima che lui parlasse, avevano infatti già ratificato l’esito elettorale.
Ha ribaltato il risultato del primo turno
Il trionfo di Lula arriva a pochi giorni dalle elezioni di midterm negli Stati Uniti e segna uno stop all’avanzata della destra trumpiana in America Latina. Mai, nella storia della politica brasiliana, un candidato uscito sconfitto dal primo turnoera riuscito a ribaltare il risultato nel ballottaggio. La notte del primo turno era indietro di circa due milioni di voti rispetto al suo avversario, consapevole di avere la vittoria in tasca anche perché convinto di incassare i nove milioni di voti dei candidati esclusi, tutti di centrodestra. Ora Lula avrà il compito di governare un Paese con un Parlamento in mano alla destra, punto che ha già affrontato nel suo primo discorso dopo la vittoria: «Molti dicono che Lula avrà difficoltà a governare, ma questo congresso di destra è stato eletto dal popolo, ed è con loro che lavorerò per approvare le cose».
Nasce la Lega Italia federale e anche la prima minoranza interna al partito fondato da Umberto Bossi. Con il congresso di Milano, il secondo della Lega Salvini premier (con la vecchia Lega Nord trasformata in una sorta di bad company), gli ex lumbard hanno tolto la dicitura ‘Salvini premier’ dal simbolo, affidandosi però alla guida del segretario fino al 2030.
Così Garavaglia ha rovinato i piani plebiscitari di Salvini
La scelta è stata presa a larga maggioranza dai delegati che lo avevano rieletto già un anno e mezzo fa a Firenze per alzata di mano. Il piano, lanciato dal palco di Pontida, era di ripetere il plebiscito per poi mettere a tacere tutte le critiche avanzate quest’estate dai lombardi capitanati da Massimiliano Romeo e Attilio Fontana. Ma stavolta il fu capitano si è dovuto “accontentare” dei voti di 465 delegati su un totale di 619 registrati (su 705 aventi diritto), il 76 per cento dei votanti. Circa il 24 per cento, 146 voti, è andato allo sfidante, l’ex ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Tre sono state le schede bianche, cinque i voti non validi e ben 86 i delegati che non hanno votato. Forse non era esattamente l’esito che Salvini si aspettava quando aveva annunciato il congresso straordinario, con un blitz a sorpresa. «Ritorno al congresso per chiedere se ho la fiducia della mia famiglia, e ve la chiederò alzata di mano», aveva scandito dal palco sul ‘sacro prato’. Non si è potuto votare per alzata di mano grazie alla decisione «folle», come lui stesso l’ha definita, che ha portato Garavaglia a candidarsi.
Chi ha appoggiato e votato lo sfidante
Ex sindaco di Marcallo con Casone, ex braccio destro di Roberto Maroni in Regione Lombardia, il bocconiano amico di Giancarlo Giorgettiè uno che ha fatto il ministro di Mario Draghi e allo stesso tempo è capace di citare i capponi di Renzo Tramaglino nel discorso di presentazione della sua candidatura. È riuscito quasi a raddoppiare i consensi ottenuti con la faticosissima raccolta firme chiusa mercoledì, dopo che la segreteria di via Bellerio gli aveva fornito un elenco dei delegati in rigoroso ordine alfabetico senza i contatti telefonici e la divisione per provenienza regionale (la soglia era di 80 firme divise in quattro regioni). Lo hanno aiutato in diversi, soprattutto Romeo e Fontana e – più riservatamente – lo stesso Giorgetti, stando a quanto viene riferito da fonti ben informate. Non è chiaro se Luca Zaia abbia votato per lui, anche se l’ex doge – riferiscono le stesse fonti – ha detto ai lombardi di averlo fatto (non aveva però sottoscritto alcuna candidatura).
L’intervento di Massimo Garavaglia (Imagoeconomica).
Dei 705 delegati al congresso, circa 400 lo erano di diritto: dirigenti ed eletti, parlamentari, sindaci, consiglieri regionali e comunali. Secondo i ‘nordisti’, questi – sostanzialmente fedeli all’attuale segreteria – avrebbero votato in massa per Salvini. Il che significa che i voti a Garavaglia sarebbero arrivati soprattutto dai delegati eletti, quelli della base, soprattutto lombarda, è l’argomentazione dei “ribelli”. In ogni modo, si è certificata, in una assise di partito, la presenza di una minoranza. E poco importa ai ‘nordisti’ se Salvini va dicendo che la Lega non è come il Pd e che non ci sono ma state correnti (ignorando che la prima e più importante corrente leghista fu quella dei ‘barbari sognanti’ maroniani che scatenò l’ondata che poi portò alle dimissioni di Bossi).
Roberto Maroni e Umberto Bossi nel 2012 (Imagoeconomica).
Le frizioni tra il segretario e Giorgetti
Il congresso sembra aver assopito le polemiche solo apparentemente. Il livello del confronto tra Salvini e Giorgetti – quest’ultimo applauditissimo dall’assemblea – forse non è mai stato così aspro. «Mai nel Ppe, mai al governo coi socialisti», ha scandito il segretario dal palco, anche perché «mi sono pentito di essere entrato nel governo Draghi». Una stoccata, quest’ultima, al ministro dell’Economia, il leghista più vicino all’ex governatore della Bce. I salviniani infatti ritengono – a torto o a ragione – che Giorgetti stia lavorando già per l’ipotesi di un governo tecnicodi unità nazionale nel caso in cui non esca un vincitore chiaro alle Politiche del prossimo anno. Nel suo intervento, Giorgetti non ha rinunciato a lanciare messaggi critici, con una chiarezza a lui poco usuale. A partire dall’appunto sulla natura del partito: «Credo nella Lega nazionale, non in quella nazionalista: sono due cose diverse». E altro che sovranismo, «io sono un conservatore», ha aggiunto citando il filosofo Roger Scruton molto caro anche a Giorgia Meloni.
Senza dimenticare le stoccate a Silvia Sardone, vicinissima a Salvini: «Vuole una Lega all’attacco? Io ho sempre giocato in porta…». Del resto, ha rimarcato il ministro dell’Economia, «è evidente che abbiamo dei problemi». La soluzione «è fare entrare in squadra quelli che sul territorio hanno più consenso». Durissimo, infine, sul progetto del Ponte sullo Stretto, tanto caro a Salvini, e citato come esempio di come la politica sia «l’arte del possibile, non l’arte dell’impossibile»: «Matteo vuol fare il ponte? Non è che uno dice ‘faccio il ponte’ e fa il ponte. No, ci sono una serie di vincoli, ci sono la Corte dei conti, la Corte costituzionale, la Commissione europea», ha rimarcato. Un passaggio che Giorgetti ha legato alla consapevolezza richiesta a chi governa: «Bisogna essere coscienti di questo se si è maturi politicamente».
Giancarlo Giorgetti, ministro dellíeconomia, durante il suo intervento nel secondo giorno di congresso straordinario della Lega per eleggere il nuovo segretario a Milano, 25 ottobre 2026. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI
Il no agli aiuti all’Ucraina e gli attacchi alla stampa
Ecco, del congresso rimangono le promesse salviniane di bloccare armi e aiuti a Kyiv nel prossimo Consiglio dei ministri. Uscita dal sapore elettorale che però mette in difficoltà gli alleati di maggioranza, Meloni in primis. E i rinnovati attacchi ai giornalisti, tenuti lontani dal luogo in cui si svolgeva l’assise e insultati durante il suo intervento dal palco. E poi quel simbolo con Italia (in grande) e federale (più piccolo) sotto la scritta Lega e la sagoma di Alberto da Giussano. Richiama il simbolo di un vecchio progetto di Bossi, che usò questa dicitura e questo simbolo per correre alle Amministrative a Roma nel 1993, con Maria Ida Germontani, e successivamente alle Regionali in Lazio, Puglia, Calabria e Campania. I risultati in tutte le consultazioni furono inferiori all’1 per cento. I salviniani contano di ottenere più consensi alle Politiche.
In Europa i giovani scendono in piazza per protestare contro le condizioni precarie delle scuole, la carenza di insegnanti, le aule fatiscenti e i meccanismi poco trasparenti di accesso alle università. In Cina i media raccontano questo malessere studentesco per esaltare il proprio sistema educativo e sottolineare il declino della competitività europea. Eppure, dietro l’ascesa internazionale degli atenei cinesi e degli eccellenti risultati conseguiti dagli studenti, si nascondono diverse ombre. Una su tutte: Pechino immette troppi laureati in un mercato nazionale del lavoro che non riesce ad assorbirli.
La Southern Medical University a Baiyun, Guangzhou (foto Unsplash).
I disordini europei inquietano gli studenti cinesi
Il Global Times, il tabloid legato al quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, ha scritto che le proteste a Parigi hanno sconvolto la vita degli studenti cinesi nei campus. La chiusura della maggior parte degli edifici universitari e le lezioni spostate online hanno «reso la quotidianità scomoda e i giovani riluttanti a uscire». E ancora: «Vedere la città in cui vivono danneggiata e la vita delle persone comuni sconvolta ha anche creato un senso di inquietudine negli studenti». L’agenzia statale Xinhua ha invece spiegato che i disordini europei rifletterebbero profonde pressioni economiche e sociali, tra crescita debole, margini ristretti di manovra fiscale e un modello di welfare sotto stress.
Livelli eccellenti in matematica, scienze e lettura
La Cina celebra spesso i progressi del suo sistema educativo rilanciando i risultati del Programme for international student assessment (Pisa). Questa indagine promossa dall’Ocse valuta le competenze degli studenti 15enni in diversi Paesi del mondo. Nell’ultimo report del 2025 il gigante asiatico ha ottenuto valori considerevoli: il 55,5 per cento dei suoi alunni ha raggiunto livelli eccellenti (5 o 6, i più alti della scala) in matematica, scienze e lettura. La Francia si è fermata invece al 9,8 per cento. Il divario è ancora più evidente in ambito scientifico. In matematica, in particolare, è arrivato ai livelli più alti il 30 per cento degli studenti cinesi, contro lo 0,7 per cento di quelli francesi.
Peking University a Pechino (foto Unsplash).
Tra propaganda e diplomazia pubblica
I dati Pisa della Cina riguardano soltanto quattro aree tra le più sviluppate del Paese (Pechino, Shanghai e le province del Jiangsu e dello Zhejiang) e non l’intera popolazione studentesca nazionale. Il campione non restituisce quindi un quadro completo del sistema educativo cinese, ma tanto basta al Partito per convincere il mondo della superiorità e dell’efficacia del suo sistema educativo. Nel 2022 il ministero dell’Istruzione di Pechino ha incluso, tra gli obiettivi del suo piano annuale, il «conseguimento di un buon risultato» nel test Pisa. A che fine? Per mettere in mostra i successi dell’istruzione cinese e attirare l’attenzione internazionale.
Studenti cinesi (foto Ansa).
Le università ai primi posti delle classifiche
Gli atenei cinesi hanno raggiunto i vertici delle classifiche globali che misurano la quantità e la qualità della ricerca scientifica. Un esempio emblematico è il Leiden ranking elaborato dal Centre for science and technology studies dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. L’edizione 2025 colloca la Zhejiang University al primo posto – davanti alla Shanghai Jiao Tong University e ad Harvard – e comprende altri sette atenei cinesi tra i primi 10.
Studentesse di Medicina alla Zhejiang University (foto Ansa).
Spesi 781 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo
Questa crescita è stata favorita da investimenti sempre più consistenti. Secondo i dati Ocse, infatti, nel 2023 la Cina ha speso 781 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo contro gli 823 miliardi degli Stati Uniti. Nel 2007 il divario era molto più ampio: 136 miliardi per Pechino, 462 miliardi per Washington. La spesa media per ricercatore ha inoltre raggiunto i 305 mila dollari in Cina, a fronte di una media europea di 268 mila.
Il paradosso: troppi laureati, poco lavoro
L’espansione dell’istruzione superiore in Cina ha portato 270 milioni di cittadini, quasi un quinto della popolazione, a ottenere un titolo di studio universitario o equivalente. Un altro traguardo che il governo di Xi Jinping sbandiera all’estero, ma che nasconde un grave problema interno: paradossalmente ci sono troppi laureati. Quest’anno se ne contano 12,7 milioni, 480 mila in più rispetto al 2025. Il mercato del lavoro fatica ad assorbire una simile domanda. Il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni si aggira non a caso intorno al 15,6 per cento.
Xi Jinping (Ansa).
Eliminate le (inutili) discipline umanistiche
Le università cinesi stanno adattando i programmi di studio in linea con l’esigenza governativa di trasformare il Paese in leader mondiale nell’alta tecnologia. Tra il 2021 e il 2025 gli atenei hanno così eliminato oltre 12 mila corsi di laurea considerati obsoleti, per lo più in discipline umanistiche, introducendone al contempo 10.200 in settori emergenti. La discrepanza tra le competenze offerte dai laureati e quelle richieste dalle aziende è però sempre più evidente. Toccherà al Partito trovare un modo per risolvere il problema. Ed evitare che il malcontento dei giovani sfoci in proteste come in Europa.
«È un impresentabile dittatore. Non vado a incontrare un delinquente ladro come lui». È sempre il solito Javier Milei quello sbarcato a Madrid per la sua settima visita ufficiale in Spagna. Ufficiale sì, ma senza incontrare né re Felipe né Pedro Sánchez, vittima dei suoi insulti pronunciati durante il Forum Nueva Economía. Da lì, oltre alle offese personali nei confronti del premier iberico, il presidente argentino – che in patria ha tagliato la spesa pubblica con la motosega, a discapito dei ceti più vulnerabili – ha esortato gli spagnoli a «cacciare a calci» la sinistra al potere, rea di aver favorito gli arrivi di massa di migranti a Ceuta a fine luglio per meri fini elettorali. D’altronde «ogni immigrato equivale a un voto», ha detto entrando a gamba tesa nella campagna elettorale in vista del voto in programma il 29 novembre.
Persino Santiago Abascal si è tenuto alla larga
E se Milei ha snobbato le istituzioni spagnole per cercare unicamente il facile bagno di folla tra i sodali della destra, l’impressione è che questi ultimi abbiano fatto lo stesso con lui, cercando di tenersi alla larga. Cautela in vista dell’appuntamento con le urne, scrivono alcuni giornali. Quindi niente photo opportunity con il leader di Vox, Santiago Abascal, che, pur confermando la vicinanza con l’«amico», ha schivato lo scatto a causa di comizi già fissati in Galizia.
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).
Certo, la visita di Milei non poteva essere ignorata: quindi ecco che all’appuntamento si è presentato Ignacio Garriga, il segretario generale del partito di estrema destra. Si è dimostrata prudente anche Isabel Díaz Ayuso: la governatrice della Comunità di Madrid (ala dura del Partido popular) ha sì incontrato il capo di Stato argentino, ma evitando un’accoglienza in pompa magna.
Isabel Díaz Ayuso, governatrice della Comunità di Madrid (foto Ansa).
Il governo spagnolo contro l’«indegno» comportamento di Milei
Chi non ha snobbato Milei è stato, invece, il governo spagnolo. La cui reazione ufficiale non si è fatta attendere. Attraverso un comunicato stampa, il ministero degli Esteri ha espresso la «più ferma condanna» per gli «insulti e le calunnie» rivolti a Sánchez, alla Spagna e ai suoi cittadini, bollando come «indegno» il comportamento del presidente con la motosega. «È vergognoso che il capo di Stato di una nazione sorella visiti il nostro Paese con il solo obiettivo di fomentare il clima di polarizzazione e violenza», si legge.
Pedro Sánchez (foto Imagoeconomica).
Non ci ha girato tanto intorno nemmeno il Partito socialista di Sánchez, il Psoe, che ha rivestito la facciata della sua sede nazionale con un grande striscione su cui campeggia la scritta: “Ciao, Milei. Noi di sinistra ti diamo il benvenuto in Spagna, il Paese che cresce di più in Europa”.
Dal canto suo, Sánchez aveva già scelto la strada dell’ironia ancora prima dell’arrivo del presidente argentino, diffondendo sui social un video in cui si appropriava dell’insulto preferito da Milei: zurdo (sinistro). «C’è chi pensa di offenderci chiamandoci così», dice. «Se aumentare le pensioni ti rende uno zurdo, allora sono uno zurdo. Se dare ai genitori più tempo per godersi i propri figli ti rende uno zurdo, allora sono uno zurdo. Quindi sì, sono uno zurdo e ne vado fiero».
Il contropiede pop di Sánchez grazie alla canzone Fanático
Poi, dopo qualche ora, è arrivato un nuovo contropiede squisitamente pop. «Approfittando del fatto che sono in macchina, ascolto questo pezzo argentino. Mi piace tantissimo!», ha scritto il premier spagnolo postando uno screenshot del suo telefono mentre riproduceva Fanático, brano della cantante Lali Espósito.
Aprovechando que voy en el coche, camino de Burgos, para escuchar este temazo argentino.
La scelta non è casuale. Lali Espósito, l’Annalisa di Buenos Aires, è da mesi al centro di un duro scontro ideologico con il presidente del suo Paese. Dopo le primarie del 2023, l’artista aveva commentato la vittoria del leader ultra-liberista con un post («Che pericoloso, che triste»), scatenando la reazione di Milei, che l’aveva ribattezzata con disprezzo “Lali Depósito” per poi accusarla di essere a libro paga della sinistra.
La cantante argentina Lali Espósito (foto Ansa).
La risposta dell’artista è arrivata nel 2024 proprio con Fanático, che ha raggiunto il quinto posto in hit-parade. «Viene a cercarmi, mangia i miei avanzi. Ce l’ho addosso, è come la mia ombra. È il mio fanatico, mi fa impazzire. Sogna di me tutta la notte e si tocca», recita il ritornello della canzone il cui videoclip è interpretato da un uomo con basettoni e giacca di pelle nera che parla e gesticola alla maniera di Milei.
La schermaglia sull’asse Madrid-Buenos Aires riapre una ferita mai sanata. Già nel maggio 2024, ospite a Madrid di un evento di Vox, Milei aveva definito «corrotta» Begoña Gómez, moglie di Sánchez, provocando il richiamo dell’ambasciatrice spagnola in Argentina e l’inizio di un gelo diplomatico permanente.
Begoña Gómez col marito Pedro Sánchez (foto Ansa).
Non che il premier spagnolo sia l’unico finito nel mirino del presidente argentino che, fin dai primi mesi di mandato, ha collezionato incidenti diplomatici con i principali governi dell’America Latina: ha dato del «lurido delinquente socialista» al presidente brasiliano Lula, sostenendo l’ipotesi di brogli in vista delle elezioni; ha definito il colombiano Gustavo Petro un «assassino terrorista»; ha apostrofato come «ignorante» l’allora presidente messicano López Obrador, si è scontrato duramente con il regime venezuelano di Nicolás Maduro e con il boliviano Luis Arce.
Il leader del Psoe ha sottolineato la complicata situazione argentina
Intanto, consapevole che non sarà un po’ di pop a farlo salire nei consensi, Sánchez ha avvertito il Paese che se il Pp e Vox dovessero vincere le elezioni, imporranno in Spagna le stesse politiche che Milei ha adottato in Argentina. Il leader socialista ha ricordato gli «11 milioni di argentini» che sopravvivono nell’economia sommersa, mentre in Spagna ci sono 22,6 milioni di occupati grazie, sostiene, alla riforma del lavoro promossa dal suo governo. E ancora la riduzione del 40 per cento del salario minimo in Argentina, a fronte dell’aumento del 66 per cento voluto dal suo esecutivo.
Il leader del Partido popular, Alberto Núñez Feijóo (foto Ansa).
D’altronde la priorità è provare a invertire il trend segnalato dai sondaggi. Secondo le ultime rilevazioni di Rtve, la tivù pubblica spagnola, il Psoe scenderebbe a 106 seggi (contro i 121 del 2023). Con l’appoggio dei partiti che hanno sostenuto Sánchez nel 2023, si arriverebbe a 148 seggi, troppo sotto rispetto ai 176 necessari per avere la maggioranza. Di contro, il Partido popular di Alberto Núñez Feijóo otterrebbe 135 seggi che, sommati al boom di Vox (accreditato di 65 seggi, 32 in più rispetto al 2023), porterebbero la destra a quota 200 parlamentari.