Trump e il miraggio americano della jobless growth

Nel 1996 Paul Krugman pubblicò su Harvard Business Review un saggio dal titolo tanto semplice quanto rivoluzionario: A Country Is Not a Company. Un Paese non è un’azienda. Dietro quella formula c’era un avvertimento preciso: applicare alla gestione di uno Stato la logica di una corporation porta a errori sistemici. Un’impresa massimizza il profitto, difende quote di mercato, chiude stabilimenti improduttivi. Una nazione no. Una nazione deve massimizzare redditi reali, occupazione diffusa, stabilità sociale e crescita sostenibile nel tempo. Krugman metteva in guardia contro la tentazione di leggere il deficit commerciale come una “perdita” e la bilancia dei pagamenti come un conto economico. In macroeconomia, spiegava, il saldo commerciale riflette equilibri tra risparmio e investimento, non la bravura o l’incapacità di un leader nel negoziare. Eppure, 30 anni dopo, la politica economica di Donald Trump sembra costruita proprio su quella fallacia: trattare gli Stati Uniti come se fossero una società impegnata in una trattativa permanente.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Paul Krugman (Ansa).

Il boomerang dei dazi e lo stop della Camera

I dazi ne sono l’esempio più evidente. Quando si colpiscono a livello tariffario partner come Canada e Messico, non si sta punendo un concorrente esterno, ma si stanno aumentando i costi di una filiera profondamente integrata. L’industria automobilistica, l’energia, la componentistica nordamericana funzionano come un ecosistema unico. Introdurre barriere significa rendere più costosa la produzione interna. Non a caso la questione è diventata così controversa da portare, l’11 febbraio, la Camera dei Rappresentanti a bloccare i dazi al Canada, un gesto politico raro che segnala quanto l’impatto economico sia percepito come problematico anche dentro gli Stati Uniti.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Il Congresso degli Stati Uniti d’America (Ansa).

Gli Stati Uniti nella trappola della jobless growth

Quando i costi salgono e l’incertezza aumenta, le imprese reagiscono in modo prevedibile: rallentano le assunzioni. È qui che si inserisce il secondo grande elemento di questa fase economica, la cosiddetta febbre da investimenti nell’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti stanno vivendo un’ondata massiccia di CapEx (investimenti in conto capitale per acquistare o mantenere immobili, macchinari ma anche software e brevetti) destinata a data center, semiconduttori, infrastrutture energetiche e reti. JPMorgan stima che la spesa in data center possa aggiungere fino a 20 punti base al Pil, mentre Bridgewater parla di un impatto macroeconomico significativo nel biennio 2026-27. Ma la crescita degli investimenti non coincide automaticamente con la crescita dell’occupazione. Gran parte di questa spesa è capital intensive, non labour intensive. Molti miliardi finiscono in hardware, chip, supply chain globali. Barron’s e analisti di JPMorgan hanno parlato apertamente di un disaccoppiamento tra investimenti e lavoro: CapEx in aumento, assunzioni in rallentamento. È la dinamica della jobless growth, cioè crescita senza occupazione diffusa. Finché la costruzione di data center e infrastrutture procede a ritmo sostenuto, il Pil appare solido. Ma se il mercato del lavoro non accelera, l’economia si regge su una base fragile.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Un’agenzia per il lavoro a Los Angeles (Ansa).

Il mix fatale di lavoro stagnante ed elevato costo della vita

La fragilità diventa evidente guardando le famiglie. Negli Stati Uniti i tassi medi sulle carte di credito si aggirano attorno al 21 per cento. Significa che milioni di famiglie finanziano la spesa quotidiana a costi finanziari estremamente elevati. Se i prezzi dei beni restano alti, anche per effetto dei dazi e delle tensioni commerciali, e le assunzioni non crescono in modo significativo, il reddito reale si erode. Non è necessario che si verifichi una disoccupazione di massa per generare stress economico. È sufficiente una combinazione di lavoro stagnante e costo della vita elevato per comprimere i consumi. Quando i consumi rallentano, le imprese iniziano a tagliare davvero. Ed è qui che si materializza la hard landing. Non come un crollo improvviso e spettacolare, ma come una sequenza progressiva e non lineare. I costi aumentano, le assunzioni si congelano, le famiglie riducono la spesa, il ciclo degli investimenti rallenta, e ciò che sembrava semplice prudenza si trasforma in contrazione occupazionale. La transizione da poche assunzioni a licenziamenti può avvenire in pochi trimestri se la fiducia si incrina. A complicare il quadro contribuisce il contesto geopolitico. Politiche commerciali aggressive, tensioni con alleati storici, frizioni nel Nord America e posture internazionali controverse aumentano il premio di rischio. In un’economia moderna la fiducia è un moltiplicatore potente. Se l’incertezza cresce, gli investimenti diventano più cauti e le decisioni di assunzione più conservative.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Un supermercato a New York (Ansa).

Cosa succede se la spinta si ferma?

Krugman non sosteneva che il commercio fosse irrilevante. Sosteneva che interpretarlo come una gara tra aziende fosse un errore concettuale. Governare una nazione come se fosse un’azienda può produrre politiche che alzano i costi interni, comprimono i redditi reali e aumentano la vulnerabilità sistemica. Oggi gli Stati Uniti non sono formalmente in recessione. Ma mostrano segnali di squilibrio: investimenti concentrati e poco intensivi di lavoro, mercato occupazionale che non accelera, famiglie fortemente indebitate a tassi elevati, politiche tariffarie che aumentano i costi domestici. Questa combinazione può reggere finché la spinta del CapEx sostiene il Pil. Il problema è cosa accade quando quella spinta si attenua. Il rischio ora non è il fallimento in senso contabile. È l’erosione progressiva della base economica e sociale che sostiene la crescita. Quando si governa una nazione come fosse un bilancio aziendale, il pericolo non è perdere una trattativa. È perdere l’equilibrio macroeconomico che tiene insieme un sistema complesso.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere

Non è da tutti essere un politico e ritrovarsi circondato da persone che vogliono un selfie. Certo, magari aiuta essere un volto noto della musica che ha appena scelto di scendere in campo. È quello che è successo lo scorso autunno a Washington, come raccontato dal New York Times, a Bobby Pulido, 52enne star della musica Tex-Mex. Uno che sul comodino ha non uno, ma ben due Latin Grammy. E ora ha deciso di stoppare la carriera da cantante per tentare l’impresa di conquistare con il Partito democratico il 15esimo distretto del Texas, dal forte dna repubblicano. Non è l’unico profilo che sorprende tra gli outsider dem in vista delle elezioni di metà mandato in programma a novembre del 2026. Oltre a Pulido ci sono anche un agricoltore e un 31enne paracadutista antincendio. Tutti in corsa in circoscrizioni dove nel 2024 Donald Trump ha (stra)vinto con almeno una decina di punti percentuali di vantaggio. Mission impossible. O forse no.

«Poca esperienza? Non è un problema in un’elezione come questa…»

Per qualcuno la scarsa esperienza di questi candidati potrebbe diventare un’arma a favore. Il deputato newyorkese Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, ha detto al Nyt: «Questo aspetto non è un problema in un’elezione che privilegia il cambiamento. Anzi, potrebbe essere un punto di forza». Il suo ottimismo si basa sulla serie di risultati positivi che i dem hanno ottenuto alle urne negli ultimi mesi. Alcuni davvero a sorpresa, come la performance di Taylor Rehmet che alle elezioni speciali di fine gennaio si è portato a casa un seggio al Senato del Texas, vincendo in una circoscrizione in cui nel 2024 Trump aveva battuto Kamala Harris di 17 punti. E mentre i repubblicani parlano di «campanello di allarme», i democratici appaiono galvanizzati e convinti dell’opera di scouting iniziata subito dopo le Presidenziali del 2024 per inquadrare profili adatti a competere in aree dove sembravano spacciati.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere
Il democratico Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera (foto Ansa).

Proprio come quella in cui si presenta Pulido. Il Texas è uno Stato profondamente e storicamente conservatore. Una condizione che i repubblicani hanno provato a blindare ridisegnando i collegi elettorali nel 2025. Nonostante questo, gli strateghi del partito democratico credono che il cantante abbia tutte le carte in regola per mettere in discussione il colore di un seggio che Trump ha vinto con 18 punti di scarto.

Pulido ha chiamato il figlio come il suo fucile preferito

Cinque candidature e due vittorie ai Latin Grammy, Pulido è figlio di un bracciante agricolo immigrato, ha appoggiato l’espulsione dei criminali dal Paese e ha chiamato il suo primogenito Remington, in omaggio al suo fucile preferito tra le decine e decine di armi che possiede. Insomma, un po’ lontano dallo stereotipo del classico dem. E ancora di più da quello del neosocialista sulla scia di Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere
Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez (da Fb).

«Mi ascolterà anche chi ha sempre votato i repubblicani, perché abbiamo un legame culturale», ha spiegato lui in attesa della formalità delle Primarie di marzo. Effettivamente la sua fama e la sua musica potrebbero rappresentare una sorta di lasciapassare di cui i dem non avevano mai goduto in terra texana.

Ager, l’agricoltore che «non ha l’aspetto giusto»

Anche Jamie Ager, 47 anni, a una prima occhiata non matcha granché con l’immagine del dem per antonomasia. «Non sono tanti i democratici tra gli agricoltori bianchi delle zone rurali», ha ammesso lui stesso, super favorito alle Primarie per la candidatura in un distretto della Carolina del Nord. Gli elettori di quell’area da vent’anni premiano solo i repubblicani e sono rimasti sorpresi quando Ager ha svelato a quale partito appartiene: «Dicono che non ho l’aspetto giusto», ha aggiunto prima di ricordare la storica militanza politica della sua famiglia: il fratello è un deputato statale, mentre il nonno, decenni fa, è stato eletto al Congresso. «Fa parte di ciò che sono», ha concluso riferendosi alla sua casacca blu dell’Asinello.

Forstag, il paracadutista contro i tagli voluti da Musk

E se Ager pensa di ottenere la poltrona facendo leva sul malcontento della gestione repubblicana dopo l’uragano Helene, nel Montana (dove Trump ha battuto Harris di una ventina di punti percentuali) Sam Forstag, un paracadutista antincendio poco più che trentenne, ha deciso di fare il grande passo perché frustrato dall’attuale amministrazione dopo i tagli nel settore forestale voluti da Elon Musk quando era al Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge). «Sono i poveri lavoratori che vengono fregati mentre qualcun altro si arricchisce. È sempre la solita dannata storia», ha attaccato Forstag, che è anche leader sindacale.

Secondo il già citato deputato Jeffries, il progressivo calo dell’approvazione nei confronti di Trump darebbe un’ulteriore spinta ai candidati democratici: «Fin dall’inizio, la nostra teoria era che ci sarebbero state opportunità di espansione. Sapevamo che il presidente e la sua amministrazione si sarebbero spinti troppo oltre e così stanno facendo», ha spiegato al New York Times. La vede diversamente Mike Marinella, portavoce della sezione elettorale dei repubblicani alla Camera: «Inseguono miraggi politici. Fantasticano di conquistare distretti in cui non vinceranno mai, mentre sprecano soldi per difendere una lunga lista di seggi, molto vulnerabili, su cui siedono i loro membri più radicali». Basta aspettare nove mesi per scoprire chi ha ragione.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi

Il mercato è libero e concorrenziale soltanto se a vincere la competizione è il più forte. Non servirebbero test dimostrativi per verificare questa verità di fatto. Ma giusto a beneficio dei più recalcitranti, di coloro che insistono nel credere nel mito della libera concorrenza, bisogna raccontare il pasticciaccio brutto sorto intorno all’attribuzione, per il mercato francese, dei diritti audiovisivi sul Mondiale di calcio in Canada-Messico-Usa, programmati per l’estate del 2026. Una vicenda che si risolve in un mero atto di forza, grazie all’esercizio di un potere fuori scala sia sul piano finanziario sia sul piano politico. Davanti a un tale sfoggio muscolare, le regole del mercato possono tranquillamente essere messe fra parentesi. Sempre che parlare di regole abbia ancora un senso.

Mercato dei diritti audiovisivi sul calcio, che sofferenza

Per inquadrare la vicenda bisogna partire da una premessa: lo stato di sofferenza denotato dal mercato dei diritti audiovisivi sul calcio. Una condizione che comincia a manifestarsi in modo diseguale, ma che comunque fa da monito anche per i mercati più ricchi, che da questa crisi crisi potrebbero essere investiti in un secondo tempo. Come a più riprese evidenziato in passato da Lettera43, il caso francese fa da avanguardia di uno stato di sofferenza che per contagio potrebbe toccare altre leghe nazionali europee. Leghe accomunate da una struttura dei ricavi in cui le entrate dai diritti audiovisivi assorbono una quota nettamente maggioritaria.

La sfida ambiziosa e rischiosa del canale tivù della Lega francese

E tuttavia, proprio in Francia è stata cercata una soluzione: la creazione di un canale televisivo della Ligue de Football Professionnel (Lfp), la lega che raduna i club di Ligue 1 e Ligue 2. È nata così Lfp Media. Una sfida tanto ambiziosa quanto rischiosa, quella di autoprodurre e distribuire il prodotto televisivo. Soprattutto, una sfida che dalla dirigenza della Lfp è stata etichettata come riuscita. Si parla di 1,2 milioni di abbonati, cifra che negli auspici potrebbe crescere man mano che il progetto si consolida.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
Il Psg festeggia il titolo del 2024/2025 (Ansa).

Forte di questo progetto industriale che ha margini di crescita, la Lfp ha azzardato la mossa del cavallo: acquisire i diritti televisivi del Mondiale in calendario per i prossimi mesi di giugno e luglio. Una scommessa che, oltre a garantire a Lfp Media un incremento di abbonati stimato in 200 mila nuovi utenti, permetterebbe di dare al progetto un posizionamento strategico nell’ecosistema mediatico francese. Rispetto a questa offerta, tutto quanto sembrava andare per il meglio. Le fonti della Lfp hanno riferito che dalla Fifa sono giunti segnali positivi e pareva che la forma dell’accordo fosse a un passo. Ma a quel punto è entrata in gioco la variabile che cambia completamente le carte in tavola: quella del Qatar.

La forza dell’emiro che azzera la competizione

La storia del massimo campionato francese andrebbe divisa in due epoche: avanti-Qsi e dopo-Qsi. Perché l’irruzione del fondo sovrano Qatar sports investments come proprietario del Paris Saint-Germain, a partire dal 2011, ha completamente cambiato il panorama e creato una condizione di massima anomalia. La potenza finanziaria dell’emirato ha di fatto azzerato la competizione nel campionato francese, monopolizzato dal Psg. Che dal 2013 in poi ha lasciato alle avversarie soltanto due titoli su 13.

Il Qatar e il canale specializzato beIN Sports

Ormai in Ligue 1 si corre soltanto per il secondo posto, con grande disappunto dei tifosi degli altri club che sul web hanno riformulato la sigla Psg in Qsg (Qatar Saint-Germain). Le polemiche sul fatto che un club sportivo sia controllato da uno Stato-nazione, con lo squilibrio di forza finanziaria che tocca patire alle concorrenti, sono già passate di moda. Sostanzialmente silenziate. Inoltre, tramite il plenipotenziario dell’emirato per le questioni sportive Nasser Al-Khelaïfi, Qsi è entrato pesantemente nel mercato dei diritti audiovisivi tramite il canale specializzato beIN Sports, emanazione del colosso globale Al Jazeera. E proprio qui sta il punto attorno al quale è scoppiato il caso dei diritti televisivi per il Mondiale 2026.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
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L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi

Il canale tematico del Qatar è già titolare per il mercato francese dei diritti televisivi sulla successiva edizione del Mondiale, quella che nel 2030 si svolgerà in MaroccoPortogalloSpagna. Il suo management ha temporeggiato nel trattare i diritti dell’edizione 2026, ma con l’ingresso in scena del canale televisivo della Lfp si è svegliato e ha organizzato la reazione.

Quei 60 milioni sul piatto che hanno fatto cambiare idea a Infantino

È stata effettuata una manovra di inserimento nella trattativa quando l’accordo tra Fifa e Lfp era quasi chiuso. Sul tavolo è stata piazzata un’offerta più alta: 27 milioni di euro, che aggiunti ai circa 34 milioni di euro per l’edizione 2030 permettono di sfondare il tetto dei 60 milioni di euro iniettati nelle casse Fifa. A quel punto i gentiluomini della confederazione calcistica mondiale hanno scelto di rimangiarsi l’accordo quasi raggiunto con la lega francese. Fine della storia.

Qatar Airways guarda caso è pure nella rosa dei main sponsor Fifa

Ovvio che quelli della Lfp non l’abbiano presa bene. A partire da Nicolas de Tavernost, direttore generale di Lfp Media. Che per la rabbia ha rassegnato le dimissioni dall’incarico. Lui può farlo. Un po’ meno possono mostrare rimostranze gli altri dirigenti della Lfp, perché c’è una situazione di promiscuità irrisolvibile: il Psg è membro della Lfp, dunque il nemico è in casa. E ha alle spalle un soggetto economico-finanziario che, se gli gira, si compra l’intera lega. Soprattutto, c’è la questione del rapporto diretto fra Al-Khelaïfi e il presidente della Fifa, Gianni Infantino. Con tanto di presenza di Qatar Airways nella rosa dei main sponsor Fifa.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
Gianni Infantino (Ansa).

Ci prendono anche per i fondelli…

Facile pensare che all’uomo forte di Qsi sia bastato alzare il telefono e chiamare l’amico Gianni per cambiare l’esito delle trattative sui diritti per il Mondiale 2026. Al cospetto di questa ipotesi, fonti vicine ad Al-Khelaïfi hanno smentito: il boss di Qsi non si sarebbe interessato al dossier, che invece è stato gestito direttamente dal presidente di BeIN, Yousef Al-Obaidly. Cioè il braccio destro di Nasser Al-Khelaïfi. Che almeno ci evitino la presa per i fondelli, su.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Sicuramente è una storia di successo. Parliamo del Como Calcio 1907, tornato in Serie A nella stagione 2024-2025 e subito proiettato verso l’élite del calcio italiano con la prospettiva di affermarsi anche nello scenario internazionale. Altrettanto indiscutibile è che la squadra allenata dal tecnico catalano Cesc Fabregas stia giocando un calcio di alta qualità, che ne legittima lo statuto emergente. Ma il Como può essere anche proposto come un modello? Be’, qui il discorso cambia.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
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Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare l’equità competitiva

Il Como è un esperimento che si sottrae a qualsiasi tipizzazione. Lo è sotto diversi punti di vista, a partire da una peculiare pretesa di essere il principale agente di un progetto di sviluppo territoriale al cui tavolo la società politica e quella economica si stanno “attovagliando” in modo parecchio succube. Ma questo è un piano della questione che andrebbe affrontato a parte. Ciò che qui interessa è la dimensione economico-finanziaria del club lariano. Che rispetto al suo bacino d’utenza è un Ogm, un organismo geneticamente modificato: un soggetto che una volta di più certifica nel calcio lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare qualsiasi traccia di equità competitiva. Basta illustrare le cifre dell’ultimo esercizio di bilancio per comprendere l’abnormità del caso.

Un’inesauribile iniezione di soldi da parte della proprietà

Già i dati del precedente esercizio, quello chiuso il 30 giugno 2024, fornivano un’istantanea efficace. Quei numeri facevano riferimento alla stagione della promozione dalla Serie B alla Serie A. Passando in rassegna l’analitico delle voci sul valore della produzione, è sufficiente lasciare parlare le cifre.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Ricapitolando: nella stagione 2023-24 i ricavi da botteghino (abbonamenti più biglietti) ammontavano a 1,546 milioni di euro e contribuivano al fatturato per il 15,75 per cento. La somma delle voci da sponsorizzazioni, pubblicità e proventi commerciali offriva numeri poverissimi: 652 mila euro, il 6,64 per cento del fatturato. C’era quindi una voce residua e generica etichettata come “altri ricavi e proventi diversi”, che fruttava la marginale cifra di 261 mila euro, incidendo per il 2,66 per cento.

I fratelli indonesiani Hartono e il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso

I proventi da movimento calciatori (plusvalenze, prestiti, premi di valorizzazione et similia) si attestavano a zero. Insomma, un valore della produzione che non toccherebbe i 2,5 milioni di euro: livello da bassa Serie B/alta Lega Pro. Ma poi, a completare il quadro, ecco la voce “contributi in conto esercizio”. Che sono i versamenti dell’azionista di riferimento, la Sent Entertainment, emanazione dei ricchissimi fratelli indonesiani Hartono che controllano il Como attraverso il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso.

LEGGI ANCHE: I ricchissimi padroni indonesiani del Como, gli affari con le sigarette e il progetto nel calcio

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Il presidente del Bologna Joey Saputo con Mirwan Suwarso (foto Ansa).

Pompato nelle casse del club tre quarti del valore della produzione

E già il fatto che questa iniezione di denaro sia stata inserita sotto la rubrica del valore della produzione è indicativo. A ogni modo, durante l’esercizio 2023-24 la proprietà ha pompato nelle casse del club lariano 7,356 milioni di euro, corrispondente al 74,95 per cento del valore della produzione. Proprio così: stiamo parlando dei tre quarti del totale.

Copertura delle perdite e aumento dei diritti televisivi

Inoltre è stata predisposta una riserva per copertura perdite da 49 milioni 698 mila 453 euro che di fatto ha permesso di assorbire le perdite di esercizio, che toccavano quota 47 milioni 756 mila 634 euro. Le cifre relative al penultimo esercizio fanno da premessa, anche perché il salto dalla Serie B alla Serie A comporta una serie di cambiamenti nella struttura dei ricavi che deve tenere conto innanzitutto dei diritti televisivi. Proprio questa voce ha contribuito a fare impennare il valore della produzione, che è passata dagli 8,27 milioni dell’ultima stagione di Serie B ai 49,476 milioni della prima stagione di A.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Nico Paz, trascinatore del Como (foto Ansa).

Il totale del valore della produzione nel 2024-25 ha toccato quota 55,397 milioni di euro, coi “proventi da cessione dei diritti televisivi” che hanno contribuito per 31,782 milioni, il 57,3 per cento. Il valore della cessione delle prestazioni, pur balzando da 1,546 milioni di euro a 5,921 milioni di euro, è rimasto un decimo nella struttura dei ricavi. Si segnala la conferma della voce “contributo in conto esercizio”: 4,671 milioni, in chiara diminuzione rispetto all’anno precedente.

Il Como spende il triplo di ciò che produce

Tuttavia, c’è un’altra voce che richiama l’attenzione. Si trova nella rubrica del passivo e riguarda i “versamenti a copertura perdite”. Nel bilancio al 30 giugno 2024, come si è visto, ammontavano a oltre 49 milioni. Nel bilancio al 30 giugno 2025 sono balzati a 135 milioni 491 mila 818 euro. Una cifra sensazionale, così come è eclatante lo scarto tra valore della produzione e costo della produzione: 55 milioni 396 mila 617 euro contro 156 milioni 610 mila 937 euro, con una differenza in negativo di 103 milioni 214 mila 320 euro. Il Como spende il triplo di ciò che produce.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Di fatto, il Como si mantiene in equilibrio e costruisce una crescente competitività sportiva grazie alla continua provvista di denaro dell’azionista di riferimento. Quanto continua? Lasciamocelo dire dal testo della nota integrativa al bilancio, paragrafo dedicato alla continuità aziendale.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Come si evince dalla lettura, tutti i santi mesi (e spesso due volte al mese) c’è stata iniezione di denaro nelle casse della società. In particolare, vanno segnalati i due versamenti del mese di giugno, quello della chiusura di esercizio: 3,6 milioni di euro il giorno 6 e poi 8,5 milioni di euro il giorno 23, per un totale di 12,1 milioni di euro. C’è da aggiungere che, come è prassi nelle note integrative, è stato dato conto anche di alcuni fatti rilevanti avvenuti nel periodo compreso fra la data di chiusura dell’esercizio annuale e quella dell’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci (fine ottobre 2025).

I principi del fair play finanziario ormai ridotti a simulacro

Anche durante questo lasso di tempo c’è stato un continuo apporto di liquidità. Impressionante quello del mese di ottobre, con tre versamenti rispettivamente da 2 milioni di euro (il giorno 2), da 15,5 milioni di euro (il giorno 10) e da 10,5 milioni di euro (il giorno 24). Il totale fa 28 milioni di euro. In un solo mese. Un indice di costi crescenti che nemmeno le società metropolitane da Champions League riuscirebbero ad affrontare in questa misura. Il Como può. Tanto più che i sacrosanti principi del fair play finanziario sono ormai ridotti a simulacro.

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie


Matteo Salvini vuole diventare la terza mascotte di Milano-Cortina 2026. Dopo Milo e Tina, il segretario leghista – da una vita ‘Teo’ per gli amici – vuole essere il politico più visto delle Olimpiadi invernali in corso. Ed è così che, mentre precetta ottenendo il rinvio dello sciopero del trasporto aereo, ha i piedi ancorati alle piste sulle Dolomiti.

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Matteo Salvini alla mostra Dal sogno alla realtà (Imagoeconomica).

Il segretario della Lega cavalca i Giochi

Mercoledì a Roma c’è stata la riunione del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alle nuove norme sull’immigrazione ma lui non c’era: la priorità era la pista del bob, tanto criticata dagli avversari politici, che ha regalato due medaglie d’oro all’Italia nel doppio maschile e femminile di slittino. Giovedì Salvini ha rilanciato sui social un video con Federica Brignone dopo il trionfo nel SuperG.

Insomma, in questa prima settimana di Giochi ha abbandonato piste e stadi solo per visitare la mostra allestita nella stazione centrale di Milano, Dal sogno alla realtà. Sulle Olimpiadi, appunto. Ma c’è da giurare che anche la prossima sarà così. Salvini lo ha spiegato bene venerdì ai suoi, riuniti per il consiglio federale della Lega. «È solo grazie al lavoro della Lega che l’Italia ha ottenuto queste Olimpiadi», ha rivendicato, «ed è mia intenzione occupare lo spazio che ci spetta per tutta la durata dell’evento. L’immagine delle Olimpiadi deve essere l’immagine della Lega».

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
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Stefani in secondo piano mentre Zaia è una trottola

Ed è così che il segretario di via Bellerio non ha intenzione di togliere le tende fino alla fine della manifestazione, Paralimpiadi comprese. «Non crediate che mi diverta», ha detto ai suoi, «ma è il mio dovere». E la presenza di Salvini non è passata inosservata sulle piste. Qualche calice di buon vino in mano, un super pass per arrivare ovunque, sarebbe stato visto spesso in compagnia dell’amico albergatore veneziano, Fabio Depietri. Più sotto traccia la presenza del governatore veneto, Alberto Stefani. Quanto a Luca Zaia, che con l’idea di schierare Cortina ha avuto un ruolo centrale nella candidatura, è una trottola: riceve Sergio Mattarella e Giovanni Malagò (che aveva anche inaugurato Il Fienile, il videopodcast dell’ex Doge), fa video e selfie con gli atleti e i turisti venuti da tutto il mondo, cucina gli gnocchi della Lessinia, mentre il suo successore non sembra puntare troppo sull’evento, limitandosi a qualche post di congratulazioni per le medaglie sui social.

E, raccontano, non era tra le autorità a ricevere il capo dello Stato al suo arrivo giovedì a Cortina. Per tifare Brignone, la cittadina veneta poteva contare su Mattarella e le Frecce Tricolori. E su un governatore arrivato con 20 minuti di ritardo.

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci

Chissà se a un certo punto Giorgia Meloni prenderà il telefono e chiamerà Elly Schlein per chiederle consiglio: ma tu come fai a tenere tutti insieme (o quantomeno a provarci)? Sì, perché con i suoi primi vagiti, la creatura politica vannacciana – che questa settimana ha esordito in Parlamento con tre deputati (gli ex leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e l’ex FdI Emanuele Pozzolo) che hanno votato sì alla fiducia al governo e no all’invio di armi a Kyiv – rischia di rimescolare e stravolgere completamente il centrodestra così come l’abbiamo conosciuto finora e trasformarlo in una sorta di campo largo in versione destrorsa.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Edoardo Ziello, Rossano Sasso, Emanuele Pozzolo (Ansa).

Il centrodestra monolitico è destinato a finire?

Se questa coalizione ha avuto un pregio, fin dai tempi di Silvio Berlusconi, era quello di essere (o mostrarsi) molto più unita del centrosinistra. Anche per il minor numero di forze al suo interno: Forza Italia, Lega, prima An e oggi FdI, prima i centristi di Casini e Follini e oggi Maurizio Lupi. Vuoi mettere con l’infinita serie di partiti e sigle che hanno sempre contraddistinto il centrosinistra? Il record si toccò con l’Unione di Romano Prodi nel 2006 (oltre 10 partiti) e infatti arrivò una vittoria risicatissima e la caduta solo due anni dopo.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

Vannacci potrà dire ciò che Meloni e Salvini non possono

Ora con Roberto Vannacci molto cambierà. Innanzitutto perché per la prima volta Lega e Fratelli d’Italia si troveranno una concorrenza da destra, con Futuro Nazionale che potrà dire e fare tutto quello che Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per ovvie ragioni, non possono dire e fare. La cosa disturberà moltissimo l’ex Capitano, che non avrà più il copyright sulle sparate: ci sarà il generale a superarlo in questo campo. E infatti più di una fonte leghista descrive il segretario assai abbattuto. Non sarà più lui il protagonista delle intemerate a destra, dalla sicurezza alla stretta sui migranti. Ma Vannacci infastidisce anche Meloni, perché qualcuno del suo elettorato potrà ritrovare in Futuro Nazionale alcuni degli slogan che lei urlava dai banchi dell’opposizione. Insomma, Vannacci pescherà voti nella Lega, in FdI e pure nel primo partito d’Italia: l’astensionismo.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Matteo Salvini e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Se FN si stabilizza al 3 per cento difficilmente Meloni chiuderà la porta

I primi sondaggi non sono tranquillizzanti per la maggioranza, col generale che viaggia tra il 2,5 e il 3,5 per cento e con un elettorato potenziale del 4,9 per cento, secondo un sondaggio di Izi per La7. Il calo più sostanzioso per ora è della Lega, registrata poco sopra al 7 per cento, ormai lontana da Forza Italia, tra l’8 e il 9. Ma a rimetterci sarà anche il partito della premier. «Se Vannacci nei sondaggi si assesta sul 3 per cento, Meloni farà di tutto per tenerlo all’interno della coalizione, perché le due compagini risultano piuttosto appaiate e per vincere le elezioni tutto fa brodo. Salvini dovrà abbassare la cresta e ingoiare l’amaro calice…», sussurra a Lettera43 una fonte frequentatrice di Via della Scrofa. E infatti, se la premier sul tema tace, il generale non ha mai chiuso al centrodestra: fin dalle sue prime dichiarazioni si è detto disponibile a dialogare col governo. Tanto da mettere in campo una mossa parlamentare assai astuta, definita bizantina e democristiana: votare la fiducia al governo e contro l’invio di armi. Tanto che in molti ormai considerano Futuro Nazionale abile e arruolato nella maggioranza. «Valuteremo caso per caso come votare, se i provvedimenti ci convincono oppure no», hanno spiegato in coro Ziello, Sasso e Pozzolo. «Non so se faremo parte della coalizione, potremmo anche andare da soli, è presto per decidere…», ha frenato per prudenza, e tattica, Vannacci. Anche perché per entrare formalmente nel centrodestra vorrà essere corteggiato a suon di seggi sicuri per i suoi.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Stretto tra Zaia e l’ex generale, Salvini rischia di finire in un cul de sac

Meloni, dicevamo, per ora non si esprime e osserva. Con all’orizzonte un problema del tutto nuovo per lei: come fare a tenere insieme tutti, da Vannacci a Lupi, passando per Tajani e Salvini. E qualcuno ci butta dentro anche Carlo Calenda che, almeno a livello locale, specialmente in quel di Milano, si sta avvicinando a Forza Italia. Insomma, la premier potrebbe trovarsi a dover gestire un campo largo di centrodestra, con forze politiche assai differenti tra loro e magari pure litigiose, vista l’avversione totale di Salvini verso Vannacci. «Chi esce dalla Lega è da ritenersi fuori dal perimetro del centrodestra», sottolinea il sottosegretario leghista all’Interno, Nicola Molteni. Ma nel partito, Salvini ha anche il problema interno di dove collocare Luca Zaia, che non si candiderà alle suppletive in Veneto ma per ora non sarà nemmeno vicesegretario. «Zaia vice? Un grandissimo, ma ogni cosa a suo tempo», ha detto il segretario arrivando al consiglio federale in via Bellerio.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Insomma, aspettando di conoscere la futura legge elettorale e relativa soglia di sbarramento, il tema di aprire o chiudere a Vannacci rischia di essere un ulteriore elemento di tensione tra Meloni e Salvini. «Su Vannacci la Lega avrà sempre l’ultima parola», ha sottolineato in settimana Antonio Tajani. Ma in pochi, anche tra i leghisti, ci credono davvero. E se il generale sarà della partita – come non ha escluso Francesco Lollobrigida intervistato dal Foglio – avremo di fronte un campo largo di centrodestra. E allora Giorgia potrebbe davvero fare quella telefonata: «Elly, ma come si fa?».  

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani

Non c’è pace per il Louvre. Dopo il clamoroso furto di gioielli avvenuto il 19 ottobre 2025 e la truffa milionaria legata ai biglietti del museo parigino – appena venuta alla luce – ecco un incidente che ha messo a repentaglio diverse opere. La rottura della tubatura della caldaia ai piani superiori ha infatti danneggiato il soffitto della sala 707, affrescata nel 1819 dal pittore Charles Meynier, provocando anche l’allagamento della 706. Si tratta di due stanze dove sono conservate alcuni capolavori italiani come ‘Il calvario con San Domenico in preghiera” del Beato Angelico e ‘Il Cristo benedicente’ di Bernardino Luini.

L’allagamento della Biblioteca delle Antichità Egizie

C’è da dire, che in realtà, il Louvre fa letteralmente acqua da tempo. A inizio dicembre un’altra fuga d’acqua da una tubatura, che era già stata segnalata come difettosa il 26 novembre, aveva causato gravi danni a centinaia di riviste di egittologia e documentazione scientifica utilizzata dai ricercatori, risalenti a fine Ottocento-inizio Novecento.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani
Il Louvre affollato di visitatori (Ansa).

La maxi-frode su biglietti e visite guidate

La procura di Parigi il 10 febbraio ha fermato nove persone, con l’accusa di truffa ai danni del museo del Louvre e della reggia di Versailles, stimati in oltre 10 milioni di euro. Gli arrestati avrebbero messo in piedi una maxi-frode che lucrava su visite guidate e biglietti, riutilizzando più volte i ticket per persone diverse o rivendendoli a prezzi maggiorati, grazie a contatti interni per aggirare i controlli. Tra i sospetti fermati ci sono due dipendenti del Louvre, alcune guide turistiche e una persona che gli inquirenti ritengono essere l’organizzatore della truffa. Nell’ambito delle indagini sono stati sequestrati 957 mila euro in contanti e 486 mila euro in vari conti bancari.

Il clamoroso furto del 19 ottobre 2025

Risale invece al 19 ottobre 2025 il clamoroso furto di alcuni preziosissimi gioielli della Corona d’epoca napoleonica. Tra essi un diadema e una collana dal set di zaffiri delle regine Maria Amalia e Ortensia, una collana di smeraldi e orecchini dal set di Maria Luisa, e un grande fiocco-spilla da corpetto dell’imperatrice Eugenia. Il colpo, avvenuto in pieno giorno nella Galleria d’Apollon e durato appena quattro minuti, ha fruttato un bottino stimato di 88 milioni di euro. Ed evidenziato, ovviamente, enormi falle nella sicurezza del Louvre.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani
Protesta del lavoratori del Louvre (Ansa).

Gli altri problemi del Louvre

Il Louvre, finito nel mirino delle critiche anche per i pochi bagni a disposizione dei moltissimi visitatori e la vetustà delle strutture, è finito nel mirino anche dei suoi stessi dipendenti, che di recente hanno più volte indetto sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro.

Lascia gli incarichi il sultano di Dubai citato negli Epstein Files

Gli Epstein Files continuano a mietere vittime. A stretto giro dalle dimissioni di Kathryn Ruemmler da responsabile legale di Goldman Sachs, ha infatti lasciato gli incarichi di presidente e amministratore delegato del gigante della logistica DP World il sultano Ahmed bin Sulayem. Quest’ultimo, fratello di Mohammed Ben Sulayem presidente della FIA, era finito sotto pressione affinché si dimettesse dopo la pubblicazione di compromettenti messaggi scambiati con Epstein, che avevano portato alcuni possibili partner commerciali alla sospensione di nuovi accordi con DP World.

I messaggi scambiato con Epstein e quel cenno al «video della tortura»

Documenti divulgati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti hanno infatti rivelato che Sulayem nel 2015 inviò un’e-mail a Epstein, dicendogli che due anni prima aveva incontrato una studentessa di un’università americana a Dubai, con cui aveva fatto «il miglior sesso» della sua vita. Sulayem era stato inoltre destinatario di un’e-mail in cui Epstein affermava: «Ho adorato il video della tortura». Sulayem non è stato accusato di alcun illecito penale, ma comunque ha lasciato il timone del più grande operatore portuale di Dubai, di cui era presidente dal 2007 e ceo dal 2016. Il governo dell’emirato ha comunicato che ad assumere i due ruoli saranno rispettivamente Essa Kazim e Yuvraj Narayan.

Petrecca di nuovo nel mirino, stavolta per le sue “spese pazze”

Petrecca di nuovo nei guai. Dopo le critiche per la sua telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026, il direttore di RaiSport è finito nel mirino per le sue spese pazze, segnalate il 3 febbraio durante una riunione con il capo del personale. Lo riporta Repubblica, spiegando che si tratta di assunzioni, promozioni e gratifiche distribuite come mai prima. A ciò si aggiungano consulenze esterne per 640 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2024, il budget delle rubriche — tra cui Domenica sportiva, Dribbling e Il processo — ammontava a 1,7 milioni. Nel 2025, da marzo imputabile all’attuale gestione, è schizzato a 2,34 milioni.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump

«Quello che stiamo facendo è la reazione a un regime». Non usa mezzi termini l’irlandese Dominick Skinner, creatore di ICE List. Put ICE on ice è il claim che riassume l’obiettivo del sito: porre fine alle operazioni della United States Immigration and Customs Enforcement. «Si tratta di un progetto di open journalism con il fine di raccogliere e condividere informazioni che possano essere utili per perseguire legalmente gli agenti dell’agenzia», viene spiegato. Tutto è cominciato a giugno 2025, con le minacce della segretaria alla Sicurezza Usa, Kristi Noem: chiunque negli States avesse reso pubblica l’identità degli uomini dell’ICE sarebbe stato arrestato. «Ho rilanciato la notizia e mi sono detto: “Beh, non siamo negli Stati Uniti, quindi mandateli da noi”», ha raccontato al Guardian il 31enne. Subito contattato da alcuni investigatori privati, Skinner ha cominciato a ragionare su come muoversi. Poi sono arrivati i volontari e le visualizzazioni.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Alcuni agenti dell’Ice in Minnesota (Ansa).

Le fonti, la verifica dei dati e la pubblicazione

Attualmente ICE List funziona come una piattaforma di crowdsourcing: gli utenti inviano informazioni che poi vengono valutate dai collaboratori del sito. Attualmente sono 500, ma ci sono almeno altre 300 persone che si sono rese disponibili. Una volta verificati i dati, nomi, posizioni, foto di agenti e di altri soggetti coinvolti nella linea dura dell’amministrazione Trump in materia di immigrazione sono messi online. Tranne il domicilio e il numero di telefono. Le fonti, spiega Skinner, sono molteplici: fughe di notizie, vicini di casa, personale di bar e hotel. A una piccola percentuale di nominativi si è arrivati grazie all’intelligenza artificiale e al riconoscimento facciale (gli stessi strumenti utilizzati dall’ICE per localizzare i suoi ‘obiettivi’). La verifica, invece, avviene attraverso dati open source: «Abbiamo identificato il 90 per cento degli agenti attraverso informazioni che loro stessi avevano reso pubbliche sui social network. Noi ci limitiamo a renderle disponibili a un un pubblico più ampio». Certo, il team ha commesso qualche errore e alcuni elenchi sono stati rimossi perché inesatti o perché comprendevano persone che avevano lasciato l’agenzia.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Un’operazione ICE a Minneapolis (Ansa).

I dem contro lo strapotere dell’ICE

L’anonimato e l’impunità con cui gli uomini dell’ICE e della U.S. Customs and Border Protection (responsabili dell’uccisione lo scorso gennaio di Renée Good e Alex Pretti) si muovono nelle strade di Minneapolis indossando maschere e passamontagna è oggetto di un acceso dibattito politico negli Usa. Al Congresso i democratici hanno minacciato di bloccare i finanziamenti al dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) se non saranno apportati cambiamenti radicali: gli agenti dovranno “togliersi la maschera”, indossare bodycam, portare con sé un documento d’identità valido. Il leader dem al Senato, Chuck Schumer, ha ribadito la necessità di «tenere a freno l’ICE e porre fine alla violenza». Richieste che il DHS finora ha rispedito al mittente perché, a suo dire, esporrebbero gli agenti a troppi rischi.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Il leader democratico al Senato Chuck Schumer (Getty).

Il boicottaggio di Meta

Gli americani però hanno le idee più chiare: secondo un sondaggio Ipsos/Reuters di fine gennaio, il 58 per cento degli intervistati giudica le tattiche utilizzate dall’ICE eccessivamente sproporzionate e il 53 per cento non approva la linea dura di Trump sugli immigrati. Solo il 39 per cento continua a sostenere il governo di Washington anche sugli arresti e le espulsioni. Per questo ICE list può funzionare anche da deterrente: secondo Skinner, infatti, ciò che gli agenti vogliono evitare è l’esclusione dalla vita sociale, che sarebbe quasi inevitabile una volta identificati. Per ora, però, a essere boicottato è stato solo il sito. Meta, infatti, ha iniziato a bloccare la condivisione dei link su Instagram, Facebook e Threads (su Whatsapp non sono stati registrati problemi). Una ‘censura’ che non ha certo sorpreso Skinner visto che come ha ricordato Mark Zuckerberg sedeva alle spalle di Trump durante il suo insediamento.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Mark Zuckerberg e Donald Trump (Ansa).

Merz ha detto che «l’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più»

«L’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più». Lo ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza di Monaco, in corso in Baviera, che vede in cima all’agenda l’Ucraina e il rafforzamento delle difese europee in ambito Nato, oltre alle crisi in Medio Oriente e l’Iran. Il tutto sullo sfondo crescenti tensioni tra Europa e Stati Uniti, evidenziate appunto da Merz.

Merz ha dichiarato che «Vance aveva ragione»

«Tra l’Europa e gli Stati Uniti si è aperto un divario. JD Vance lo aveva detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco. E aveva ragione. La lotta culturale del movimento Maga non è la nostra», ha detto Merz, sottolineando che in Europa «la libertà di parola finisce quando questa si rivolge contro la dignità umana e la Costituzione». E poi: «Temo che dobbiamo dirlo in termini ancora più chiari: l’ordine di sicurezza mondiale del dopoguerra, per quanto imperfetto fosse anche nei suoi momenti migliori, non esiste più». Anzi, ha aggiunto, «sta per essere distrutto».

Merz ha detto che «l’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più»
Friedrich Merz (Imagoeconomica).

Merz: «Gli Usa non sono così potenti da farcela da soli»

«L’Europa deve risolvere il problema della sua dipendenza autoinflitta dagli Stati Uniti per riequilibrare le relazioni transatlantiche», in questa nuova «era della rivalità tra grandi potenze». Il Vecchio Continente «non può più dare per scontata l’Alleanza transatlantica», che «va ricostruita su basi concrete». Al tempo stesso, gli Stati Uniti «devono capire che neanche loro sono abbastanza potenti per farcela da soli», ha avvertito Merz.

Il libro di Meloni negli Usa a fine aprile con prefazione di Vance

Uscirà a fine aprile, con un titolo leggermente diverso (Giorgia’s Vision) e una prefazione del vicepresidente J.D. Vance il libro di Giorgia Meloni negli Stati Uniti. Lo ha riferito la giornalista americana Sophia Cai, autrice di West Wing Playbook, la newsletter di Politico dedicata alle notizie sulla Casa Bianca. L’opera, uscita in Italia nel 2023, è una conversazione fra la premier e il giornalista Alessandro Sallusti che affronta diversi temi, dalla guerra in Ucraina alla crisi dell’energia, dalla transizione ecologica all’inflazione. Sulla copertina, che la giornalista ha condiviso su X, c’è una citazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «[Meloni è] uno dei veri leader del mondo».

Nel libro precedente la prefazione del figlio di Trump

Non è la prima volta che un esponente del mondo Maga fa una prefazione a un’opera della premier. Il primo libro, Io sono Giorgia, era uscito negli Usa con un’introduzione scritta dal figlio del presidente americano, Donald Trump Jr. Allora il tycoon stesso le fece uno spot, con tanto di post su Truth in cui aveva scritto: «Meloni ha scritto un nuovo libro, sta svolgendo un bellissimo lavoro».

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno

Ha ragione Luca Bizzarri quando dice che i campioni della campagna referendaria «si stanno sbattendo tantissimo»: «Gratteri per il Sì, e Nordio per il No». Uno scambio di campo per destabilizzare l’avversario e confondere un elettorato già abbastanza confuso di suo sulla separazione della carriere? Ci piace pensare che sia così, che si tratti di una strategia raffinata. Anche perché l’alternativa getterebbe nello sconforto. L’ultimo colpo del procuratore capo di Napoli – «Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente» – ha appiccato l’incendio.

L’intero centrodestra è insorto, a partire dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Mi chiedo se l’esame psico-attitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera», ha commentato l’ex procuratore di Venezia, rispolverando un vecchio adagio di Berlusconi. Il quale, meglio ricordarlo, nel 2003 in un’intervista al britannico The Spectator fu al suo solito ben più tranchant: «Questi giudici sono doppiamente matti!», disse. «Per prima cosa perché lo sono politicamente; secondo, sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dalla razza umana». Gratteri dal canto suo ha cercato di ridimensionare le sue dichiarazioni parlando di «strumentalizzazione», ma ormai la frittata era bella che fatta.

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Nicola Gratteri (Imagoeconomica).

Non che Nordio sia da meno, intendiamoci. È da mesi che il ministro offre (involontariamente) assist allo schieramento opposto. Solo qualche giorno fa, per esempio, ha assicurato che con la riforma si eviterebbero casi «come quello di Garlasco». Sabbia negli occhi e nelle orecchie degli indecisi. Ma è andato anche oltre. Con una spontaneità disarmante ha “svelato” il vero obiettivo della riforma: introdurre un controllo della magistratura. Peccato che l’articolo 104 della Costituzione dica qualcosa di diverso: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».

Non si tratta di uno scivolone isolato. Perché il Guardasigilli, dietro lo scudo di Giuliano Vassalli (che cita a ripetizione a garanzia di ciò che dice), lo sosteneva già lo scorso novembre: la riforma serve a far «recuperare alla politica il suo primato costituzionale», disse al Corriere. «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Vai tu poi a smontare le tesi di Alessandro Barbero o a spiegare, come fa Antonio Di Pietro, che «la separazione renderà la magistratura più indipendente e autonoma, non solo dalla politica ma anche dalle correnti interne»…

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Guidoni lascia Fondazione Ania per Cassa Forense?

In Ania ha collezionato poltrone: è segretario generale della Fondazione, co-direttore generale (responsabile dei servizi Auto e Card, Antifrode, Distribuzione, Danni non auto, Consumatori, Innovazione, Vita e Welfare), e vicepresidente del forum Consumatori. Eppure c’è chi vede il futuro di Umberto Guidoni lontano dal mondo delle assicurazioni, prevedendone un trasloco in Cassa Forense, l’ente che gestisce la previdenza e l’assistenza degli avvocati italiani. Vedremo…

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Umberto Guidoni (Imagoeconomica).

Covip, c’è un medico

Quando alla guida della Covip, la strategica commissione di vigilanza sui fondi pensione, nel febbraio 2025 venne nominato l’ex forzista Mario Pepe – grazie si disse ai buoni uffici del deputato leghista, editore e re della sanità privata Antonio Angelucci e del vicesegretario salviniano Claudio Durigon – molti avevano storto il naso perché medico e non economista, come l’altro candidato, il leghista Antonio Maria Rinaldi (lo stesso che la Lega ha candidato a sindaco di Roma). Evidentemente in pochi erano al corrente di cosa stava accadendo: l’ultima versione del decreto Semplificazione e Pnrr affida infatti alla Covip la vigilanza sui fondi sanitari integrativi del Servizio sanitario nazionale. Il cv di Pepe ora calza a pennello.

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Mario Pepe (Imagoeconomica).

Tutti a ricordare Andrea Barbato. E Agnes

Nonostante una pioggia torrenziale, a Roma, nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani molti sono accorsi per ricordare Andrea Barbato, giornalista di lungo corso e pure parlamentare. Presenti tra gli altri, Romano Prodi, Gianni Letta e Simona Agnes – destinata ormai a dimenticare la presidenza Rai dopo l’ennesima fumata nera in Vigilanza – che ne approfittato per parlare di tv pubblica. «Ancora oggi, e questa è sì continuità con quelle radici, la Rai è una colonna portante per il mercato dell’audiovisivo italiano e primeggia tra i Servizi pubblici europei», ha detto Agnes. «Vanta, unica in Europa per capillarità e lavoro di inchiesta, la Testata Giornalistica Regionale, a me particolarmente cara perché legata alla storia di mio padre, oltre a una rete autorevole e competente di corrispondenti esteri che raccontano conflitti e crisi geopolitiche». «Ma l’incontro non era per ricordare Biagio Agnes…», ha bofonchiato malignamente qualcuno in sala. 

Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale

Per la prima volta nella storia del Festival di Sanremo, il cast della kermesse – conduttori e cantanti in gara – è stato ricevuto al Quirinale da un presidente della Repubblica. È successo oggi, venerdì 13 febbraio. Quasi tutti in completi e cappotti scuri per la grande occasione dell’incontro con Sergio Mattarella. Ma le “deroghe” ci sono state, eccome: J-Ax si è presentato con il cappello da cowboy e i pantaloni con le frange, le Bambole di Pezza in shorts e anfibi, Dargen D’Amico con occhiali fuxia e Ditonellapiaga con la minigonna blu. La coconduttrice Laura Pausini ha scelto un look total white, così come Elettra Lamborghini.

Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
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Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale

Mattarella ha ricordato il “suo” primo Festival di Sanremo

«Avevo 10 anni, la ricordo bene. Ricordo tra l’altro la voce inconfondibile, trascinante del presentatore Nunzio Filogamo. La voce, come sapete, si diffondeva soltanto attraverso la radio e tutti si chiedevano ma che volto avesse quella voce così trascinante del presentatore del Festival», ha detto Mattarella rievocando il “suo” primo Saremo: «Ricordo soprattutto quanto il Festival anche allora registrasse un amplissimo coinvolgimento popolare nel nostro Paese. Un coinvolgimento che è rimasto costante grazie alla Rai, che ha accompagnato anno per anno il Festival, conducendolo nelle case degli italiani».

Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Foto di gruppo al Quirinale con Sergio Mattarella e il cast di Sanremo (Ansa).

Conti: «Mattarella presidente molto pop»

All’uscita da Quirinale, Conti ha definito l’incontro «bellissimo, molto emozionante» e Mattarella «un presidente molto pop». Il capo di Stato «ha detto parole straordinarie sulla musica», ha aggiunto il conduttore. «Sono commossa. Spesso veniamo definiti giullari, la musica è anche divertimento, ma facciamo questo lavoro sinceramente, cercando di dare qualità, con la consapevolezza di rappresentare l’Italia», ha detto Pasini, ricordando che Mattarella ha evidenziato quanto la musica sia una parte importante della cultura popolare del Paese.

Olimpiadi, Italia seconda in classifica ma per il Nyt è prima: perché

Stando al medagliere aggiornato al 13 febbraio 2026, l’Italia è seconda in classifica alle Olimpiadi di Milano Cortina con sei medaglie d’oro, tre medaglie d’argento e otto di bronzo. Come mai, dunque, il New York Times sulle sue pagine colloca la nazionale azzurra al primo posto? La risposta è presto detta ed è basata sulla modalità di calcolo delle posizioni.

Le modalità di calcolo

Il regolamento del Comitato olimpico internazionale vuole che la classifica si faccia in base alle medaglie d’oro. Avendone l’Italia ottenute sei e la Norvegia sette, va considerato primo del medagliere il Paese scandinavo. C’è però chi, come il Nyt, è rimasto al calcolo “alternativo” rispetto a quello ufficiale (che si faceva decenni fa) basato sul numero di medaglie complessive ottenute da uno Stato. Dunque, dato che l’Italia ne ha conquistate 17, più di ogni altra nazione, ecco spiegato perché viene collocata prima in classifica, seguita dalla Norvegia e dagli Stati Uniti che sono a quota 14.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo

Sale ancora la tensione tra Stati Uniti e Iran. Con l’obiettivo di costringere la Repubblica Islamica a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo: la USS Gerald R. Ford, che va dunque ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln, da tempo presente nel Mar Arabico, rafforzando la potenza di fuoco statunitense nella regione.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo
Donald Trump (Ansa).

Trump rafforza la potenza di fuoco dopo i colloqui in Oman

Il primo round di colloqui tra gli Stati Uniti e l’Iran si è tenuto il 6 febbraio a Muscat, in Oman. Ma il vertice, a cui hanno preso parte il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, non ha portato risultati di rilievo. Teheran, tramite Mohammad Eslami, capo dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran, ha messo sul tavolo la diluizione dell’uranio arricchito al 60 per cento, in cambio della revoca delle sanzioni Usa che stanno mettendo in ginocchio l’economia del Paese.

La USS Ford era ai Caraibi per l’operazione in Venezuela

La USS Ford e le sue navi di scorta erano state dispiegate nel Mar dei Caraibi mentre era in corso la campagna contro il Venezuela: proprio dal suo gruppo d’attacco si erano alzati in volo i caccia impegnati nell’operazione per la cattura di Nicolas Maduro. Secondo quanto riportato dal New York Times la USS Ford, che ha ricevuto l’ordine di salpare verso il Medio Oriente, non rientrerà negli Stati Uniti prima di aprile.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo
Caccia sulla USS Gerald R. Ford (Ansa).

Rappresenta il vertice della tecnologia navale Usa

Lunga 337 metri, con oltre 100 mila tonnellate di dislocamento e una velocità massima di 30 nodi, la USS Ford può ospitare fino a 90 velivoli e rappresenta il vertice della tecnologia navale americana grazie ai suoi reattori nucleari più potenti e al sistema di lancio elettromagnetico, che consente di lanciare aerei più rapidamente, pesantemente armati e con più carburante, rispetto alle tradizionali catapulte. Trasporta inoltre un equipaggio di oltre 4 mila uomini, incluso il suo stormo di volo. Costruita a partire dal 2005 e varata nel 2013, la USS Gerald R. Ford nella Marina Usa ha sostituito la USS Enterprise, messa fuori servizio dopo 51 anni di attività.

L’altra mossa degli Stati Uniti: i kit Starlink introdotti in Iran

Sempre a proposito delle tensioni tra Usa e Iran, un funzionario statunitense ha detto al Wall Street Journal che Washington ha introdotto clandestinamente nella Repubblica Islamica circa 6 mila kit Internet satellitari Starlink, per consentire agli attivisti di rimanere online dopo la brutale repressione delle proteste da parte del regime.

Gaitana, la prima candidata alle elezioni legislative creata con l’intelligenza artificiale

In Colombia una candidata generata dall’intelligenza artificiale concorrerà per un seggio riservato alle comunità indigene alle elezioni legislative dell’8 marzo 2026. Si chiama Gaitana, nome della leggendaria figura indigena associata alla resistenza contro la conquista spagnola, si presenta come una donna dalla pelle blu che indossa un abito piumato e si definisce “ambientalista” e “attivista per i diritti degli animali”. Durante un’intervista a Caracol Radio, con una voce generata artificialmente, ha promesso che, se eletta, ogni proposta di legge al Congresso sarà prima sottoposta a consultazioni online aperte al pubblico. Il sistema è stato sviluppato da giovani appassionati di intelligenza artificiale provenienti da diverse etnie.

Referendum, Gratteri chiarisce le sue affermazioni ma non arretra

Dopo le polemiche seguite alle sue dichiarazioni in merito al referendum sulla giustizia, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri è intervenuto a Piazzapulita su La7 per chiarire la sua posizione. «Voteranno No le persone perbene, che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente», aveva detto al Corriere della Calabria suscitando l’ira del centrodestra e dei comitati per il Sì. Intervistato da Corrado Formigli, ha spiegato: «Io non ho detto, come strumentalmente si vuole far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti ai centri di potere, alla ‘ndrangheta e alla massoneria deviata. Quindi chi interpreta diversamente quello che ho detto è in malafede e vuole – lui sì – alzare lo scontro. Ma io non ho nessun tipo di problema, perché il senso della paura l’ho superato 35 anni fa. Quindi state tranquilli tutti, non è con questi attacchi, con queste minacce, interrogazioni parlamentari, procedimenti disciplinari annunciati, che mi si mette a tacere».

Gratteri: «Miei interventi parcellizzati e letti in modo disorganico»

«Quello che io ho detto nell’intervista è chiaro», ha continuato. «Continuerò a battermi per il No. Davanti a gente che scientificamente prende un pezzettino di intervista e la mette in rete pensando di scatenare chissà cosa, di intimidirmi o delegittimarmi dico che si sbagliano, stiano tutti tranquilli». Anche al Corriere della sera ha ribadito che: «I miei interventi non possono essere parcellizzati e letti in modo disorganico. Ho detto che a mio parere voteranno Sì certamente le persone a cui questo sistema conviene, quindi tutti i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura. Non ho detto, come strumentalmente vogliono far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di potere».

Nordio sconcertato propone test psicologici per i magistrati a fine carriera

Ma intanto lo scontro si era già allargato. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è detto «sconcertato» e ha evocato persino un test psicologico: «Mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera». Al Csm, il consigliere laico di Forza Italia Enrico Aimi ha detto che chiederà di «valutare il requisito dell’equilibrio» del magistrato e di sollecitare un’azione disciplinare.

Perché stato accolto il ricorso di Rebecca Passler, riammessa a Milano-Cortina

Accolto il ricorso della biatleta azzurra Rebecca Passler, che è stata dunque riammessa ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina: l’altoatesina di Anterselva era stata sospesa dopo una positività al letrozolo riscontrata nel corso di un controllo antidoping effettuato il 26 gennaio.

Riconosciuto il “fumus boni iuris”

La Corte Nazionale d’Appello di Nado Italia ha riconosciuto il “fumus boni iuris“, ossia l’apparente fondatezza dell’assunzione involontaria o della contaminazione inconsapevole della sostanza in oggetto. Passler, che potrà dunque prendere parte alle Olimpiadi, si aggregherà alle compagne di squadra a partire da lunedì 16 febbraio, giorno in cui sarà a disposizione dello staff tecnico per le successive competizioni del programma a cinque cerchi. «Sono stati giorni molto difficili. Ho sempre creduto nella mia buona fede. Adesso posso finalmente tornare a concentrarmi al 100 per cento sul biathlon», ha dichiarato Passler, ringraziando le persone che le sono state vicine e la Federazione Italiana Sport Invernali.

Cos’è il letrozolo

Il letrozolo è un farmaco che viene usato prevalentemente in casi oncologici e in particolare nel trattamento di donne in postmenopausa con tumore al seno iniziale positivo ai recettori ormonali. Il letrozolo non ha effetti dopanti di per sé, ma può essere usato per ridurre gli alti livelli di estrogeni dovuti agli anabolizzanti, motivo per cui è vietato dalla Wada. Le rare positività in archivio (in passato mise nei guai anche la tennista Sara Errani) sono spesso dovute a contaminazioni o incauta assunzione.

Caso Epstein, la responsabile legale di Goldman Sachs si dimette per i legami col finanziere

Kathryn Ruemmler, responsabile legale della banca d’affari Goldman Sachs ed ex consulente della Casa Bianca durante la presidenza di Barack Obama, ha annunciato le dimissioni a seguito della diffusione da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di una serie di email che hanno dimostrato stretti rapporti con Epstein, che lei chiamava affettuosamente “zio Jeffrey“. Ruemmler, che scrivendo al finanziere minimizzava i suoi reati sessuali, lascerà l’incarico il 30 giugno.

Caso Epstein, la responsabile legale di Goldman Sachs si dimette per i legami col finanziere
Colloquio tra Barack Obama e i suoi consulenti legali alla Casa Bianca: tra essi anche Kathryn Ruemmler (Ansa).

Lo stretto rapporto con Epstein

Ruemmler aveva ripetutamente cercato di prendere le distanze da Jeffrey Epstein, allontanando l’ipotesi di dimissioni dal ruolo in Goldman Sachs che ricopriva dal 2020. Era persino arrivata a definirlo «un mostro», ma da quanto emerso di recente aveva mantenuto uno stretto legame col finanziere anche dopo la prima condanna per reati sessuali risalente al 2008. Durante il periodo in cui ha esercitato la professione privatamente, dopo aver lasciato la Casa Bianca nel 2014, Ruemmler ha ricevuto diversi regali costosi da Epstein, tra cui borse di lusso e una pelliccia. In generale, i file resi pubblici hanno mostrato che tra i due c’era una fitta corrispondenza: nel 2019 il finanziere chiese alla legale come comportarsi di fronte alle pressioni dei media e, quando fu arrestato il 6 luglio di quell’anno, Ruemmler fu una delle persone che chiamò per prime. In alcune email lei lo chiamava «tesoro», in altre ancora ammetteva di adorarlo. Al di là dello stretto rapporto con un personaggio del genere, c’è un altro aspetto da considerare: storicamente (e per ovvi motivi) a Wall Street sono di fatto proibiti i regali tra clienti e banchieri o avvocati. Per non violare le leggi anticorruzione, il codice di condotta aziendale di Goldman Sachs richiede propri dipendenti di ottenere previa approvazione prima di fare o ricevere regali.

Caso Epstein, la responsabile legale di Goldman Sachs si dimette per i legami col finanziere
Kathryn Ruemmler (Goldman Sachs).

La carriera di Ruemmler

Come si legge sul sito di Goldman Sachs, prima di entrare nella banca d’affari la 54enne Ruemmler è stata a lungo global chair della divisione White Collar Defense and Investigations di Latham & Watkins, incarico che aveva messo in standby quando era stata chiamata a prestare servizio alla Casa Bianca come consulente legale di Obama. In questa veste ha consigliato il presidente americano «su tutte le questioni legali relative alla politica interna ed estera e alla sicurezza nazional». Ruemmler è stata inoltre procuratrice federale per sette anni. All’inizio della sua carriera ha ricoperto inoltre il ruolo di avvocata associata di Bill Clinton nel suo periodo alla Casa Bianca e ha lavorato presso la Corte d’appello degli Stati Uniti.