Osvaldo De Paolini dice addio alla condirezione del Giornale e alla direzione di Moneta. «La direzione ci ha comunicato che, da domani (21 luglio), il nostro condirettore lascia, per motivi personali, la nostra testata», si legge nel comunicato del Cdr. «Così come la direzione del settimanale economico Moneta» che verrà assunta ad interim da Tommaso Cerno. «Il Cdr coglie l’occasione per ringraziare, assieme alla redazione, Osvaldo De Paolini per il grande lavoro svolto, non solo nella mera fattura del quotidiano, anche nell’ambito degli “eventi del Giornale“, per il rilancio della testata e il risanamento della sua situazione economica».
Tommaso Cerno (Imagoeconomica).
La discussione con Angelucci e l’arrivo di Abbate
Arrivato al Giornale dal Messaggero nel 2023, De Paolini aveva assunto prima la carica di vicedirettore poi, dal dicembre 2025, aveva affiancato Tommaso Cerno alla direzione. Nel 2024 aveva lanciato Moneta di cui sabato scorso ha firmato l’ultimo numero. Secondo i ben informati, la decisione di andarsene (qualcuno spiffera addirittura «sbattendo la porta») sarebbe maturata dopo mesi di maretta con l’editore sfociati qualche giorno fa in un confronto molto acceso con Giampaolo Angelucci. A fronte di alcuni rilievi dell’editore su un articolo del settimanale economico, De Paolini avrebbe risposto stizzito che nessuno poteva insegnargli il mestiere. Il rapporto con Cerno inoltre pare non sia mai stato idilliaco e l’arrivo di Lirio Abbate alla vicedirezione non ha contribuito a rasserenare il clima.
Il primo nome che il caso di Abderrahim Fakir mi riporta alla mente non è quello di George Floyd, l’uomo ucciso dalla polizia americana con modalità così simili a quelle immortalate nell’insostenibile video girato al Pilastro: la sopraffazione fisica, lo schiacciamento dell’uomo già a terra, l’indifferenza ai suoi lamenti. Mi rammenta un caso apparentemente opposto, ma sotto certi aspetti simile, e con un esito ancora più tragico: quello del genovese Alberto Scagni, un giovane dalla personalità disturbata che terrorizzava i genitori e i vicini con minacce ed «escandescenze». Malgrado le 60 telefonate dei familiari all’Ausl e alla polizia, nessuno era intervenuto per fermarlo. Un mese dopo Scagni, lasciato a se stesso, uccise a coltellate sua sorella.
Nel riquadro, Abderrahim Fakir (Ansa).
Scagni e Fakir, due facce dell’inadeguatezza dello Stato
Secondo le ricostruzioni, anche Fakir stava «dando di matto» domenica scorsa, in un garage del quartiere bolognese del Pilastro, forse aveva problemi psichiatrici, forse aveva assunto sostanze. Le telefonate dei vicini, stavolta, hanno richiamato polizia e Ausl, ma i risultati sono quelli del video. Da una parte, sottovalutazione delle condizioni del soggetto (anche se nel caso di Genova il procedimento contro i poliziotti e le autorità sanitarie è stato successivamente archiviato), dall’altra un intervento tempestivo, ma brutale e manchevole dal punto di vista medico. Due facce dell’inadeguatezza dello Stato di affrontare il disagio psichico (o presunto tale), una situazione che non guarda il colore del passaporto né quello della pelle, e non ha bisogno di permessi per insediarsi in una capoccia e rendere il suo proprietario un pericolo per se stessi e per gli altri, compresi i suoi familiari.
La sorella di Abderrahim Fakir (Ansa).
La sicurezza non può prescindere dal rispetto per la vita umana
L’inchiesta in corso accerterà le responsabilità degli agenti – non indagati, grazie alle norme del nuovo decreto sicurezza – e dei soccorritori. Il video si interrompe prima di mostrarci se, constatato che l’uomo era privo di coscienza, abbiano tentato di rianimarlo. Ma non ci risparmia la visione di una terza persona, presumibilmente non opportunamente addestrata alla contenzione di un fermato, che collabora con i poliziotti per immobilizzare Fakir, con gli agenti che glielo lasciano fare: quindi, le forze dell’ordine possono affidare l’incolumità fisica di una persona, magari malata, al primo che passa? Fakir, riferiscono i suoi conoscenti, soffriva d’asma ed era cardiopatico. Era un uomo con molte fragilità, che andava messo in sicurezza con professionalità, oltre che con il rispetto per la vita umana che è scritto nella nostra Costituzione ma che oggi, a quanto pare, solo la Chiesa cattolica continua a considerare un valore non negoziabile.
Un fermo immagine dell’intervento delle forze dell’ordine e dei sanitari (Ansa).
Più si avvicinano le elezioni più il mostro social dovrà essere nutrito
E mentre il governo riduce i fondi per la cura e la prevenzione delle malattie psichiche, e destina alle forze dell’ordine non finanziamenti, aumento di personale e tecnologie più efficaci ma, demagogicamente, un goffo scudo penale, abbiamo solo una certezza: più si avvicinano le elezioni, più si moltiplicherà la strumentalizzazione di episodi come quello del Pilastro, il cibo preferito dal mostro dei social. La barbarie si avvicina, tweet dopo tweet, reel dopo reel, TikTok dopo TikTok. Di questo passo, quando arriveremo al voto i partiti della destra avranno inserito nei programmi il rogo sulla pubblica piazza, l’ordalia dell’acqua e lo squartamento mediante quattro cavalli. Molto peggio del Medioevo vero, quando almeno c’erano anche Dante, Giotto e san Francesco.
È polemica sull’edizione serale della Tgr Emilia-Romagna di domenica 19 luglio 2026. Sotto i riflettori c’è il racconto del caso di Abderrahim Fakir, il 43enne morto al quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento della polizia. Nonostante il servizio sulla vicenda fosse pronto e montato, ai telespettatori sono arrivati soltanto due spezzoni video e poche righe lette dalla conduttrice. La decisione di non trasmetterlo integralmente, presa dalla direzione della testata, ha fatto scattare la protesta del Comitato di redazione, sostenuto dal coordinamento dei Cdr della Tgr, da Usigrai, dall’Associazione Stampa Emilia-Romagna e dalla Federazione Nazionale della Stampa.
La direzione aveva chiesto di rimuovere parte del video
«Il montaggio mostrava le immagini e la voce dell’uomo immobilizzato e colpito dagli agenti mentre chiedeva ripetutamente aiuto, immagini che da ore circolavano sul web e sulle principali testate e che oggi sono l’apertura di tutti i principali quotidiani», si legge in una nota del Cdr. «Come di consueto, il collega ha inviato il servizio in visione al responsabile di turno che gli ha chiesto, su indicazione della direzione, di rimuovere parte del video in cui si vedeva Fakir ormai senza vita e soprattutto cancellare l’espressione “intervento violento”. Una modifica non condivisa dal redattore, che ha chiarito di voler ritirare la firma come previsto dal contratto». Nel corso del telegiornale, il servizio, che era stato annunciato dal primo titolo, è stato fatto slittare sempre più in basso, comunicando man mano alla line di turno che erano in corso trattative per la messa in onda. Fino a quando, a telegiornale iniziato da 12 minuti, è stata consegnata alla conduttrice una breve notizia da leggere accompagnata da una parte del video.
Il Cdr: «Decisione che squalifica credibilità e autorevolezza della Tgr»
«Il direttore, al limite, avrebbe potuto dare indicazione di tagliare parti del servizio e contestualmente togliere la firma del collega – i tempi tecnici e il contratto lo consentivano – ma la scelta di non mandarlo in onda del tutto e di trasmettere solo due spezzoni delle immagini, che erano ormai online e in onda dappertutto, è un autogol», ha denunciato il Cdr. «La scelta della direzione squalifica la credibilità e l’autorevolezza della Tgr e del servizio pubblico. Le immagini e le voci raccolte dal giornalista e dalla troupe regionale sono state poi utilizzate dal Tg1 per un proprio servizio, ma non è stato possibile mostrarle ai telespettatori dell’Emilia-Romagna. Anche sul sito web gli spezzoni del video dell’intervento di polizia non sono apparsi fino a oltre le 22:30, quando è stato inserito – al posto del servizio del collega – un redazionale».
Le motivazioni della direzione
E ancora: «A fronte di nostre richieste di spiegazioni, il direttore ha motivato la mancata messa in onda del servizio riferendo che il giornalista non avesse fatto verificare il testo come previsto da ordine di servizio. Il testo è stato inviato al responsabile di turno alle 19.05. A nostra richiesta di spiegazioni, il direttore ha contestato che nel servizio mancava la posizione della questura di Bologna. La nota stampa della polizia è stata inviata alle 19.22 (orario incompatibile con l’inserimento nel servizio montato) e comunque poteva essere letta dalla conduttrice al termine del pezzo».
A New York la Spagna ha vinto la Coppa del Mondo. In Italia l’hanno guardata milioni di persone, e tra queste ci sono ragazzi di vent’anni che ne avevano otto l’ultima volta che gli Azzurri hanno giocato un Mondiale. Cioè Brasile 2014 (un fallimento, usciti ai gironi). Poi sono arrivati i disastri contro Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia ai rigori a Zenica. Se l’appuntamento buono sarà il 2030, quei giovani avranno attraversato l’intera adolescenza senza un giugno Azzurro. Il direttore tecnico della Figc e presidente del Club Italia Paolo Maldini e l’advisor strategico Leonardo hanno passato a Barcellona il fine settimana in cui finiva il Mondiale, per offrire a Pep Guardiola la panchina della Nazionale. Tre giorni di lavoro, un piano quadriennale, pieni poteri tecnici. In attesa della risposta, nella short list restano Roberto Mancini e Andrea Pirlo. Come finirà?
Va riconosciuto: il tentativo per l’allenatore catalano è il più ambizioso che la Federazione potesse fare e smentisce chi ha letto la nuova area tecnica come un esercizio di potere interno. Ma il dettaglio che conta è un altro, e lo ha riferito Sky Sport. Per Guardiola l’ostacolo non è tanto l’ingaggio, quanto le prospettive del progetto, lo stato del movimento italiano e le riforme che servirebbero per farne nascere uno nuovo. Il miglior tecnico del mondo, a cui i soldi in questo momento interessano poco, sta esitando sul prodotto. È la diagnosi più autorevole disponibile e arriva da qualcuno che non ha alcun interesse in gioco.
I conti piangono: un danno diretto da oltre 50 milioni
Un po’ di numeri. Il contratto con Adidas, sponsor tecnico dal 2023, vale circa 30 milioni e conteneva un malus da 9,6 milioni per la mancata qualificazione. Telepass non ha rinnovato. Nel budget 2026 la Figc aveva già iscritto una riduzione dei corrispettivi commerciali di 9,5 milioni e un risultato negativo per 6,6, costruito ipotizzando esattamente ciò che è poi accaduto. Tra premio Fifa, malus, merchandising e accordi mai firmati, Unimpresa stima un danno diretto oltre i 50 milioni.
Paolo Maldini (Ansa).
Poi c’è il danno che non entra in nessuna riga di bilancio. La fedeltà sportiva di un ragazzino si forma tra i 10 e i 16 anni, e in quella fascia c’è una fetta intera di italiani che ha allocato altrove tempo, abbonamenti e magliette. Ogni ciclo perso brucia clienti futuri, probabilmente per sempre.
La data che non si può bucare: l’Europeo 2032 in casa
C’è una scadenza che molti dimenticano o sottovalutano: nel 2032 l’Europeo si gioca in Italia, che organizza l’evento assieme alla Turchia, e il presidente federale Giovanni Malagò l’ha già indicato come priorità. Da Paese ospitante l’Italia sarà qualificata di diritto (almeno quello).
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).
Qui sta la trappola. Gli Azzurri scenderanno in campo davanti al proprio pubblico, con la massima esposizione internazionale e i massimi ricavi potenziali, a prescindere da quanto saranno forti. Se arriveranno a quell’appuntamento senza aver giocato un Mondiale dal 2014, il torneo di casa diventerà la certificazione del declino, trasmessa in 80 Paesi. Sei anni sono il tempo che serve a una riforma dei vivai per dare i primi effetti. E sono anche il tempo che resta a quella fatidica data.
Il cv di Pirlo non convince: una scelta al risparmio
Se Guardiola dice no, la scelta si restringe. Il curriculum di Pirlo piange. A Dubai ha ottenuto la promozione dalla First Division con lo United FC, club fondato nel 2022. La First Division è la seconda serie di un Paese che schiera 14 squadre nel massimo campionato e 14 in quello immediatamente sotto: 28 club professionistici in tutto, contro i 100 che l’Italia mette in campo tra A, B e C. Il professionismo emiratino esiste da 18 stagioni, e nella divisione da cui Pirlo è salito ogni club può registrare due soli stranieri con contratto professionistico, mentre tutti gli altri tesseramenti possono essere non professionistici.
Andrea Pirlo (Imagoeconomica).
Prima, nella carriera di Pirlo c’è stata una stagione alla Juventus con vittoria di Coppa Italia, Supercoppa e quarto posto. Quindi l’esonero al Karagümrük, in Turchia (squadra lasciata al nono posto in classifica), e quello alla Sampdoria dopo un punto in tre giornate, in Serie B. Non si intravede nulla di ciò che serve a un commissario tecnico: gestire giocatori forti, visti 40 giorni l’anno, in partite secche sotto pressione totale.
Sul piano economico il ragionamento è impietoso. Un ct con questo profilo produce zero riprezzamento commerciale il giorno dell’annuncio. Nessun partner ritocca una voce di listino per il vincitore della cadetteria emiratina. Il ritorno, ammesso arrivi, matura solo a risultato conseguito, nel 2028 nell’ipotesi migliore.
L’intervento di Puma che servì per portare Conte in Azzurro
In cambio, la Federazione risparmia qualche milione. Gennaro Gattuso, il volto del tracollo ai playoff 2026, guadagnava 800 mila euro, prima di lui Luciano Spalletti 2,8 milioni. Antonio Conte al Napoli percepiva tra gli 8 e i 9 netti e oggi fa sapere che sotto i 4 non è disposto ad aprire la trattativa. Nel 2014, per portarlo in azzurro la prima volta, servì l’intervento di Puma, allora sponsor tecnico, che coprì circa metà di un ingaggio intorno ai 3,5 milioni.
Sull’altro ex ct Roberto Mancini pesa un precedente che riguarda proprio la tenuta di un progetto lungo: lasciò la Nazionale a ciclo aperto, nell’agosto 2023, per la ricca panchina dell’Arabia Saudita.
Roberto Mancini (Ansa).
Quindi l’opzione Pirlo porterebbe a un risparmio di tre o quattro milioni, scegliendo però di non investire proprio quando l’asset costa meno rilanciarlo.
Il nodo del sostegno economico da parte della Lega Serie A
Giovedì 23 luglio l’assemblea della Lega Serie A discute la proposta annunciata dal presidente e amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta: i club cercheranno una forma di sostegno alle finalità di alto livello della Federazione, in pratica un contributo all’ingaggio del ct. Allo stesso tavolo Malagò, Maldini e Leonardo presenteranno il progetto tecnico.
Beppe Marotta, amminostratore delegato e presidente dell’Inter (Imagoeconomica).
L’obiezione va affrontata prima che la sollevino gli altri. Un ct pagato dai club che gli forniscono i giocatori è un ct catturato, e le clausole di indipendenza sulle convocazioni non valgono niente: la pressione arriverebbe comunque, via telefono.
Uno sponsor non indirizza la scelta di un allenatore piuttosto che di un altro
Malagò ha però indicato lui stesso la via d’uscita, spiegando che uno sponsor non indirizza un sostegno per prendere un allenatore piuttosto che un altro, mentre può dire alla Federazione dove indirizzare il proprio investimento. E sui conti ha aggiunto una frase che vale come metodo: «Prima devi impegnarti e poi trovare le soluzioni».
La Nazionale italiana di calcio (Ansa).
La soluzione può essere questa: club e sponsor conferiscono risorse a una fondazione di partecipazione, il cui scopo statutario è vincolato alle scuole calcio e ai settori giovanili. Il denaro dunque non sfiora la Nazionale maggiore. La Figc vede liberarsi le risorse proprie oggi impegnate su quelle voci e le rialloca dove crede, allenatore compreso. Il precedente contabile esiste: nel 2022 la Federazione destinò 4,9 milioni, il 20 per cento degli utili commerciali, a un fondo vincolato per impianti e vivai.
Perché regga servono tre cose. I conferenti stanno fuori dagli organi di governo, altrimenti si è solo aggiunto un passaggio al problema. Il conferimento è irrevocabile, così nessuno chiude il rubinetto a metà ciclo. La dotazione dura 10 anni contro i due o quattro del contratto dell’allenatore: se il finanziamento sopravvive al ct, non stava pagando il ct, e lo si verifica leggendo due bilanci.
Organizzazione e metodologia: l’esempio Luis de la Fuente
Malagò ha portato l’esempio giusto. Luis de la Fuente, che ha vinto il Mondiale, viene dal settore giovanile spagnolo e quei giocatori li allenava già nelle Under. Il collega argentino Lionel Scaloni ha avuto una carriera modesta da calciatore ed è arrivato alla guida dell’Albiceleste dopo i rifiuti dei grandi nomi. Il presidente federale italiano ne trae dunque la conclusione corretta: prima si sistemano organizzazione e metodologia, poi si discute della persona.
Il ct della Spagna Luis de la Fuente (foto Ansa).
Vale anche al contrario, e spiega perché il nome grosso serve comunque. Una riforma dei vivai produce i primi effetti nel 2032. Fino ad allora qualcuno deve tenere in piedi il negozio, qualificare la squadra a Euro 2028 e riaprire il mercato pubblicitario. Le due leve vanno mosse insieme, e la fondazione è ciò che permette di muoverle senza che la seconda comprometta la prima.
Guardiola serve a “comprare” il tempo che ci serve
Se Guardiola accetta, la Federazione avrà “comprato” il tempo che le serve. Se rifiuta, avrà almeno ricevuto gratis la diagnosi che le mancava, dalla fonte più autorevole del mestiere: il problema del calcio italiano non è chi siede in panchina. L’assemblea è giovedì. L’Italia torna in campo il 25 settembre a Roma contro il Belgio. E ci sono ragazzi di 20 anni che ancora aspettano.
Nel rispetto delle proprie procedure interne e dei principi di correttezza, imparzialità e tutela dell’azienda, la Rai ha disposto l’avvio degli approfondimenti di competenza in relazione alla vicenda riguardante il vicedirettore Sigfrido Ranucci. La commissione per il Codice etico, su impulso dell’amministratore delegato, procederà nei prossimi giorni alle attività istruttorie di propria competenza. «Rai, in coerenza con le linee guida Ebu e nel rispetto del vigente contratto di servizio», si spiega in una nota, «è tenuta ad adottare criteri netti e chiari in relazione al giornalismo investigativo e d’inchiesta, a partire dal principio di imparzialità e indipendenza, a quello di accuratezza nello svolgimento delle inchieste, a quello sulla verifica rigorosa delle fonti e alla gestione corretta di esse». Nello stesso tempo, «Rai intende tutelare la propria immagine e quella del giornalismo del servizio pubblico fondato su professionisti che ogni giorno conducono con serietà, cura, professionalità e rispetto delle regole deontologiche il loro lavoro nelle testate nazionali, nelle redazioni regionali, nelle sedi delle corrispondenze estere, nei teatri che i nostri inviati coprono in tutto il mondo e nei tanti programmi di approfondimento e inchiesta che compongono i palinsesti Rai». «L’attivazione delle verifiche interne», conclude l’azienda, «costituisce un atto dovuto a tutela della Rai, delle persone coinvolte e dei principi che regolano l’attività del servizio pubblico».
Al ministero delle Infrastrutture e trasporti qualcuno, con amara ironia, lo ha ribattezzato «Ente nazionale in autocontrollo». Il riferimento è all’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile (l’autorità unica di regolazione tecnica, certificazione e vigilanza dell’aviazione civile in Italia) che sta vivendo una delicata fase di vacatio della sua governance. I partiti della maggioranza ci hanno ormai abituato ai litigi e agli stalli al momento delle decisioni sulle poltrone di enti, agenzie a authority, ma in un settore strategico come il trasporto aereo la sostituzione del presidente Enac, Pierluigi Di Palma, nominato dal governo Draghi e scaduto il primo luglio scorso dopo cinque anni di mandato, rappresenta una scelta nevralgica. Un passaggio che, anche a valle delle denunce di qualche sindacato, si sta trasformando nell’ennesima crisi di nervi in seno a un centrodestra che ormai fibrilla su ogni dossier in vista del voto dell’anno prossimo.
Pierluigi Di Palma (Imagoeconomica).
Il pasticcio del commissariamento
Il titolare di Porta Pia, Matteo Salvini, infatti, ha proposto il commissariamento dell’ente come soluzione ponte per congelare la situazione e tirare a campare, forzando la norma del decreto legislativo del 1997 che invece contempla la nomina di un commissario come soluzione estrema a fronte di gravi anomalie di funzionamento degli enti. Una scelta che peraltro sarebbe caldeggiata dallo stesso Di Palma, il quale, secondo quanto risulta a Lettera43, non disdegnerebbe in questo modo di restare in sella ancora per diversi mesi o addirittura un anno. D’altronde la Lega, come ricorda anche la Cub Trasporti, ci aveva già provato con un emendamento al decreto Milleproroghe a mantenere il presidente scaduto al vertice Enac fino all’aprile 2027. Ma poi la norma si era arenata ed erano circolate voci circa presunte perplessità a Palazzo Chigi, con un ruolo decisivo di interdizione giocato dal potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
I dubbi sull’interpello per la nomina del nuovo direttore generale della Dgatass
Al pasticcio sul commissariamento, adesso, rischia però di aggiungersi l’ennesimo caso di porte girevoli tra controllore e controllato che, per quanto non vietato dalle norme, rappresenta potenzialmente un nuovo momento di tribolazioni e polemiche al Mit, quantomeno in termini di opportunità. Il ministero, infatti, sta scegliendo il nuovo direttore generale da mettere alla guida della direzione competente per gli aeroporti, il trasporto aereo e i servizi satellitari (la Dgatass), ossia l’articolazione ministeriale chiamata a vigilare sull’Enac, di cui controlla e approva gli atti più rilevanti, cui impartisce direttive e che può anche deciderne lo scioglimento degli organi in caso di gravi violazioni. In ballo ci sono temi sensibili per milioni di passeggeri e per l’economia del Paese: i contratti di programma dei gestori aeroportuali, le tariffe, gli investimenti negli scali, le concessioni, gli oneri di servizio pubblico e la continuità territoriale con le Isole maggiori. Ebbene, secondo quanto alcune fonti qualificate del Mit hanno raccontato a Lettera43, l’interpello per la nomina del direttore generale sembra disegnato su misura per un dirigente dello stesso Enac, che così transiterebbe senza soluzione di continuità dall’ente vigilato alla struttura vigilante.
L’apertura sospetta a dirigenti di altre amministrazioni
Il 29 maggio scorso il ministero ha pubblicato un avviso per la copertura di tre incarichi dirigenziali generali, ossia per le caselle di direttore generale (le altre due riguardano la Direzione per lo sviluppo del territorio e i progetti internazionali e la Direzione per il trasporto e le infrastrutture ferroviarie). La procedura era inizialmente riservata ai dirigenti interni al dicastero. Pochi giorni dopo, il 3 giugno, è arrivata tuttavia un’integrazione singolare: l’apertura ai dirigenti di altre amministrazioni è stata prevista esclusivamente per la già menzionata Dgatass. Non per le altre due direzioni interessate dallo stesso avviso. Solo per quella che vigila sull’Enac. Quale esigenza sopravvenuta ha suggerito di modificare in pochi giorni la procedura? Chi ha chiesto l’apertura agli esterni?
La sede del ministero dei Trasporti (Imagoeconomica).
La manina sarebbe nel gabinetto del Mit
Secondo fonti Mit la “manina” sarebbe negli uffici del gabinetto di Porta Pia, dunque a diretto riporto dell’autorità politica. Va ricordato che il ricorso a dirigenti esterni, in questo caso regolato dall’articolo 19 comma 5-bis del decreto legislativo 165 del 2001, la normativa chiave di regolazione del lavoro pubblico, è possibile quando all’interno dei ruoli dell’amministrazione interessata non si rinvengano le competenze adatte alla funzione. Eppure, da fonti Enac, risulterebbe che il dirigente per cui sarebbe stato disegnato l’interpello sarebbe entrato nell’ente soltanto nel 2022, mentre in seno alla Direzione trasporto aereo operano già dei dirigenti con curricula ben più lunghi e strutturati. L’addendum sospetto del 3 giugno all’interpello, naturalmente, ha mandato in fibrillazione gli uffici di Porta Pia. Una fonte qualificata osserva: «Il problema non riguarda la professionalità del possibile candidato. Riguarda l’architettura istituzionale. Un dirigente proveniente direttamente dall’Enac dovrebbe, dal giorno successivo alla nomina, valutare atti, indirizzi e comportamenti del proprio ente di provenienza. Dovrebbe garantire al ministro una lettura autonoma delle proposte dell’ente vigilato, esercitare controlli effettivi e, quando necessario, sostenere una posizione diversa o contraria a quella dei suoi precedenti vertici».
Matteo Salvini (Ansa).
C’è il rischio che il controllato finisca per condizionare il controllore
Peraltro, l’azione di controllo investe anche Enac servizi, società controllata dall’autorità del trasporto aereo che opera come gestore aeroportuale ed è tenuta agli stessi obblighi cui sono sottoposti gli altri operatori. «Formalmente potrebbe non esistere un’incompatibilità automatica, ma la questione politica e istituzionale resta intatta: il Mit sarebbe realmente posto nelle condizioni di esercitare una vigilanza terza oppure il controllato finirebbe per condizionare stabilmente il controllore?», si chiede retoricamente la fonte. Naturalmente ora al ministero in molti auspicano che ci sia trasparenza nei criteri di valutazione e di scelta delle figure interne e circa i motivi della scelta di aprire potenzialmente a esterni. Peraltro la vicenda si incrocia ovviamente con quella del commissariamento Enac. Da Porta Pia fanno notare che «commissariare l’ente e affidare al tempo stesso la struttura vigilante del dicastero a un dirigente dell’autorità vigilata significherebbe disegnare un riassetto complessivo del sistema dell’aviazione civile, con un Enac forte di fronte a un ministero debole e una progressiva sovrapposizione tra controllato e controllore, fino a rendere meno riconoscibile la distinzione tra chi assume le decisioni e chi è chiamato a vagliarle».
La procura generale di Torino ha proceduto al sequestro conservativo di 50 mila euro, a garanzia delle spese di giustizia, su un conto corrente estero intestato a Mario Roggero e alla moglie Mariangela Sandrone. L’ha reso noto la stessa procura in un comunicato «volto a chiarire la questione indicata genericamente in risarcimento danni». La Corte d’Assise di Asti, si spiega, ha condannato Roggero al pagamento di una provvisionale di complessivi 480 mila euro in favore di 14 prossimi congiunti dei due rapinatori da lui uccisi nonché del terzo rapinatore ferito. I documenti processuali avevano delineato un quadro articolato, con una provvisionale totale di 780 mila di euro, con cifre che per i singoli familiari variavano dai 10 mila ai 60 mila euro. Roggero ne ha già pagati 300 mila in sede di udienza preliminare e ne restano da versare, appunto, 480 mila. Quanto ai 50 mila euro sequestrati, si tratta di una somma a garanzia delle spese di giustizia oggetto di un bonifico disposto dal conto corrente del comitato #iostoconmarioroggero verso un conto corrente tunisino intestato a Roggero e a sua moglie in epoca precedente alla celebrazione del giudizio in Appello.
Andy Burnham è ufficialmente diventato premier del Regno Unito. Ex sindaco di Manchester e nuovo leader del partito laburista, è stato ricevuto da re Carlo prima di pronunciare il suo discorso di insediamento. Prima, Keir Starmer aveva pronunciato il suo ultimo discorso al numero 10 di Downing Street per poi recarsi dal sovrano a rassegnare le sue dimissioni. Per re Carlo si tratta del quarto insediamento di un primo ministro in appena quattro anni di regno.
Il discorso di insediamento di Burnham
Nel suo primo discorso da primo ministro, Burnham ha detto di voler «mostrare al mondo che la Gran Bretagna può ritrovare la stabilità», evidenziando che la sua elezione rappresenta «un momento di svolta» e promettendo un «nuovo modello economico e politico» con un maggiore controllo pubblico delle risorse e un piano di reindustrializzazione, con forte sostegno per le imprese britanniche. Rivolgendosi direttamente alle persone «stanche della politica», soprattutto nelle «zone dimenticate del Paese», ha promesso un percorso decennale di progresso e miglioramento, impegnandosi a presentare in tempi brevi un piano per ridurre il costo della vita e dare modo alla gente di «riprendere il fiato». Burnham ha solo accennato alle riforme che intende avviare, ma ha toccato i temi a lui più cari, come l’impegno a costruire case popolari e la determinazione a ridurre il potere di Westminster dando maggiore autonomia a città e regioni.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto blinda il palazzo della Marina. L’edificio storico situato a Roma, al Flaminio, è oggetto di interventi per renderlo inespugnabile: una specie di trincea è stata scavata per accedere al parcheggio, sul modello dell’ambasciata americana di via Veneto, piazzando sistemi per bloccare le auto e identificarle. Fino a oggi si vedevano solo garitte blindate, ma le ruspe e gli addetti stanno intervenendo per creare un “limite militare” che selezionerà ancora di più gli accessi. E pensare che quell’area di 1.700 metri quadrati era stata ceduta a titolo gratuito alla Marina, dividendo il consiglio del secondo Municipio di Roma. A suo tempo uno dei più battaglieri consiglieri contrari all’iniziativa era stato Luca Sappino, del gruppo Sinistra l’Arcobaleno, oggi conosciuto dal pubblico come giornalista a La7, nella trasmissione Tagadà: Sappino tuonava, dicendo che «il parcheggio deve tornare alla città perché, al contrario di quel che può sembrare, rappresenta proprio l’idea di città alternativa. Il Flaminio è la miniatura di una città che trova il giusto equilibrio tra trasporto pubblico e trasporto privato: con l’ampia rete tranviaria, con la fermata della metro, con i capolinea degli autobus e la pista ciclabile, rappresenta un felice esempio di città vivibile dotata di una corretta mobilità. Il secondo Municipio ha concesso l’area a titolo gratuito. Nessuna contropartita economica ripagherà la comunità di quanto sarà perso». Vediamo se Sappino intervisterà Crosetto sul tema del parcheggio blindato…
Casimirri e il Nicaragua in guerra con il Vaticano
Il Nicaragua è in guerra con il Vaticano, e alla fine chi ci rimetterà è Alessio Casimirri, ex componente delle Brigate rosse. È una storia complessa quella dell’ex cittadino vaticano, coinvolto anche nel caso Moro, fuggito dall’Italia e protagonista della guerriglia sandinista contro i Contras, con tanto di cittadinanza nicaraguense ottenuta. Alessio è il figlio di uno dei più potenti capi della sala stampa della Santa Sede, Luciano Casimirri, storico funzionario vaticano, che ha lavorato a stretto contatto con tre pontefici, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI, nel settore della comunicazione. Una famiglia con rapporti di altissimo livello in tutto il mondo: Alessio Casimirri, classe 1951, è stato al centro di una richiesta di estradizione che il ministro degli Esteri Antonio Tajani sta spingendo, ma che si scontra con una situazione incandescente in Nicaragua. Lì, a Managua, è in corso una lotta spietata del governo contro la Chiesa cattolica, con sacerdoti e suore oggetto di arresti ed espulsioni, e il Vaticano da ormai tre anni non ha più un nunzio apostolico. Ora che in Vaticano c’è un pontefice americano come papa Leone XIV, l’ostilità è aumentata, tanto da vietare persino le processioni religiose. Ma Casimirri, in qualità di guerrigliero, non ha nulla da temere grazie ai legami strettissimi con il regime al potere, tanto che il Nicaragua ha rigettato la richiesta di Tajani e interrotto le relazioni diplomatiche con l’Italia. Come andrà a finire? Nella lista del presidente americano Donald Trump, dopo il Venezuela che era in mano a Nicolás Maduro, ora rinchiuso nelle galere statunitensi, pare ci sia proprio il Nicaragua…
Ricordando Nicolò Amato
Nella giornata di martedì 21 luglio, nella Scuola di formazione e aggiornamento dell’amministrazione penitenziaria Giovanni Falcone, nella romana via di Brava, l’aula magna verrà intitolata alla memoria di Nicolò Amato, già direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena e capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, a cinque anni dalla sua scomparsa. Sono attesi gli interventi del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Stefano Carmine De Michele, di Giuseppe Amato, procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, a nome della famiglia dello scomparso, e del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè.
L’estate di Allevi
Si comincia il 21 luglio con il Giffoni Film Festival, storico appuntamento estivo, pronto ad accogliere Giovanni Allevi, compositore, filosofo, scrittore e direttore d’orchestra, «in un confronto dedicato ai temi della creatività, della fragilità, del coraggio e della forza trasformativa dell’arte». Tema “Le cose impossibili”. Ma Allevi, tornato in pista dopo problemi di salute, ossia il mieloma multiplo, non si fermerà a Giffoni: il 13 settembre sarà protagonista ad Assisi, nella Basilica Superiore di San Francesco, accompagnato dagli archi dell’Orchestra sinfonica italiana, e il 19 settembre porterà il progetto speciale “Musica dall’Anima” nella Reggia di Caserta, in un concerto-evento che intreccia pianoforte, orchestra e riflessioni sul valore della rinascita e della speranza.
Il problema non è il Vannacci che è in te, ma il Vannacci che è in me. Questo potrebbe doversi dire allo specchio Giorgia Meloni se si trovasse a vincere le prossime elezioni con il generale parte integrante della sua maggioranza. E lo si è visto anche in questi giorni con il caso Roggero, esempio classico di scavalcamento da destra che spinge a posizioni più estreme l’intera coalizione.
Giorgia Meloni (Ansa).
Fuori o dentro, FN sarà un problema per Meloni & Co.
La legge sulla legittima difesa che ora Vannacci chiede di ampliare, seguito a ruota da Lega e FdI, non era stata varata da un governo di “buonisti” ma era stata approvata nel 2019 su input del partito di Salvini dal governo gialloverde. Dunque, mentre tutti sono preoccupati di capire se Futuro Nazionale entrerà organicamente nel centrodestra per aiutarlo a vincere le elezioni, qualcuno pensa già al dopo. Perché se è vero che un Vannacci fuori dal governo sarebbe un pungolo quotidiano all’eventuale Meloni 2, è anche vero che un Vannacci dentro al governo sarebbe un grattacapo non da poco.
Matteo Salvini dopo l’approvazione della legge sulla legittima difesa nel 2019 (Ansa).
L’ipotesi derby per il Viminale tra il generale e Capitano
Certo, meglio avere un grattacapo governando che non averlo stando all’opposizione. Ma il primo dubbio sarebbe: che ministero assegnargli? Se l’ex generale accettasse di farsi incasellare alla guida di un dicastero, probabilmente ne chiederebbe uno di peso. Magari potrebbe mettere in scena un derby per quel Viminale a cui aspira Salvini. Ma una volta sistemato in un ministero, chi garantirebbe a Meloni di non subire un costante logoramento dall’interno? Se Salvini ha sempre calibrato fughe in avanti e ragionevolezza, non arrivando mai a strappi netti e definitivi nemmeno in politica estera né nei voti sugli aiuti all’Ucraina su cui è stato sempre critico, nessuno si sente di scommettere che Vannacci seguirebbe la stessa linea. Il rischio di una costante spina a destra, di scarti e di sgroppate sui temi identitari che lo hanno fatto volare nei sondaggi e su cui è concorrenziale con Fratelli d’Italia e con la Lega è molto alto.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
L’aria romana addomesticherà anche Vannacci?
Il caso Roggero è un classico esempio. Si è accesa una gara a chi più offriva il suo appoggio, fino alla candidatura, al gioielliere condannato per aver freddato due rapinatori, una gara a chi più criticava la magistratura e tirava per la giacca di Sergio Mattarella per la grazia, una gara sulla legge sulla legittima difesa, legge leghista e già definita poco efficace. E questo ha portato i toni del dibattito politico al parossismo mediatico con una rincorsa a scavalcarsi a destra che ha infastidito Forza Italia. Insomma, più che una competizione nel prossimo anno di campagna elettorale, c’è chi teme la competizione nei cinque anni di eventuale governo con Vannacci nel centrodestra. La speranza dei più navigati è che alla fine il clima romano finisca per “addomesticare” anche il generale, ma garanzie non ce ne sono visti i precedenti: la scommessa, persa, di inglobarlo per depotenziarlo finora lo ha solo ringalluzzito. Sarà un anno frizzante, a cui potrebbero seguirne altri cinque molto vivaci.
L’incaricato d’affari italiano nella Federazione russa, Giovanni Scopa, è stato convocato al ministero degli Esteri russo, dopo l’espulsione di due addetti militari dell’Ambasciata russa a Roma, avvenuta il 9 luglio. Il governo italiano aveva infatti espulso Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, considerandoli responsabili di alcune attività di spionaggio emerse in un’inchiesta della procura di Roma. «Mosca continua a usare le sue armi ibride per attaccare l’Occidente e l’Italia. Un’ingerenza grave e inaccettabile per le Istituzioni italiane e per la sicurezza nazionale», aveva scritto la Farnesina in una nota. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova aveva dichiarato che la Federazione avrebbe dato una risposta adeguata alle espulsioni, senza fornire dettagli. Questa la controreplica del ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Il problema è che i due espulsi dall’Italia facevano attività di spionaggio a danno della sicurezza nazionale. E questo è dimostrato. Non è stato un capriccio dell’Italia. La Russia può fare tutte le ritorsioni che vuole, si tratta di vendette. Devono dimostrare che coloro che espelleranno sono delle spie. La nostra è una scelta basata su fatti, la loro è politica».
Per chiarire quanto è accaduto a Bologna domenica 19 luglio, quando il 43enne Abderahhim Fakir è morto durante un fermo di Polizia, la procura ha iscritto un procedimento nell’apposito registro modello 45 bis nei confronti di quanti hanno preso parte alle diverse fasi del prolungato intervento. Si tratta, in particolare, di due poliziotti e quattro operatori dell’ambulanza. Non ci sono indagati, dunque, ma si tratta dell’applicazione della nuova norma sul registro, separato, destinato alle annotazioni preliminari, dove vengono iscritti i nomi di soggetti cui viene attribuito un fatto di reato commesso in presenza di una causa di giustificazione. Sarebbe la prima volta. Si procede per il reato di omicidio colposo.
I pm: «Fatti sono più estesi rispetto al video diffuso in rete»
Gli accertamenti della procura «terranno conto dell’intero sviluppo dei fatti, di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in rete, e dell’intervento degli operatori sia delle forze dell’ordine sia del personale sanitario». Nel contesto dell’iscrizione nel registro per le annotazioni preliminari, previsto dalle nuove norme del decreto sicurezza, «saranno svolte tutte le necessarie indagini con le dovute garanzie di legge, a partire dagli accertamenti di natura medico-legale, allo scopo di pervenire in tempi rapidi alla completa ed esaustiva ricostruzione dei fatti».
Elon Musk interviene sulla cronaca italiana esprimendo il suo sostegno a Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e nove mesi per aver ucciso due rapinatori e averne ferito un terzo. Rispondendo al post di un utente del social che esprimeva indignazione per la sentenza, il patron di Tesla ha attaccato la magistratura italiana: «Si tratta di una follia! Il giudice e il pubblico ministero in questo caso sono coloro che meritano questa condanna». ll commento del magnate americano è stato poi rilanciato da Andrea Stroppa, indicato come suo referente in Italia, con il messaggio: «Elon Musk dalla parte di Mario Roggero».
This is insane!
The judge and prosecutor in this case are the ones who deserve this sentence.
Non è la prima volta che Musk irrompe sulle vicende italiane. Già in passato, nel 2024, si era schierato contro i giudici del tribunale di Roma che avevano sospeso la convalida del trattenimento per alcuni migranti portati in Albania. «These judges need to go»,«Questi giudici devono andarsene», aveva scritto in merito.
È morto il carabiniere noto come Comandante Alfa, tra i fondatori del Gruppo di intervento speciale (Gis), il reparto d’elite dei Carabinieri. Aveva 75 anni, era nato a Castelvetrano (in provincia di Trapani in Sicilia) e si chiamava Antonio, ma il suo cognome non è stato diffuso neanche dopo la morte. Si era congedato nel 2016 e aveva scritto diversi libri. Il Gruppo di Intervento Speciale venne creato nel 1978 come squadra speciale dei Carabinieri per contrastare il terrorismo e per altre operazioni rischiose. Il Comandante Alfa prese parte anche alla prima operazione del Gis resa pubblica, per sedare una rivolta nel carcere di Trani nel 1980. Partecipò alla liberazione di alcune vittime di noti rapimenti e a diverse missioni militari all’estero. Era uno dei Carabinieri più decorati d’Italia.
Un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, è morto a Bologna durante un fermo di Polizia. Dopo aver ricevuto segnalazione di un uomo che stava dando in escandescenze al Pilastro, quartiere popolare e multietnico della città, gli agenti sono intervenuti fermandolo prima usando lo spray al peperoncino e poi bloccandolo a faccia in giù e legandogli polsi e caviglie. «Basta, aiuto», dice l’uomo in un drammatico video che riprende i suoi ultimi istanti di vita, girato da un residente che ha assistito al fermo dalla finestra della propria abitazione. Dopo pochi minuti, Fakir ha perso i sensi sotto gli occhi degli agenti e di alcuni soccorritori giunti sul posto, per poi non riprendersi più. La questura di Bologna ha fatto sapere che le bodycam dei poliziotti verranno subito messe a disposizione della magistratura per chiarire i dettagli dell’accaduto.
#Bologna Un uomo è morto mentre gli agenti lo avevano ammanettato e bloccato a terra. In un video, Abderrahim Fakir, urlava “Aiuto, basta”, vicini gli operatori del 118. Aperta un’inchiesta dalla Procura. I familiari “Vogliamo la verità”. pic.twitter.com/cTltbmmlxe
La questura ha fornito la sua ricostruzione spiegando che gli agenti erano giunti sul posto su richiesta di alcuni cittadini che avevano segnalato una persona in escandescenza. Una volta arrivati, hanno provato a calmarlo ma l’uomo si è scagliato contro di loro, dando anche alcuni calci all’auto. Hanno quindi usato lo spray urticante per poi bloccarlo a terra tenendogli i polsi dietro la schiena con le ginocchia nel tentativo di ammanettarlo. Mentre l’uomo continuava a dimenarsi, una terza persona, probabilmente un residente, li ha aiutati bloccando le caviglie del 42enne che, poco dopo, sembra perdere i sensi. Uno degli agenti ha provato a sincerarsi delle sue condizioni ma senza risposta. Sul posto c’erano anche i soccorritori del 118, che però nel video non si vedono mai intervenire, se non dopo che l’uomo ormai privo di sensi viene legato a polsi e caviglie. Il sindaco Matteo Lepore e il presidente della Regione Michele de Pascale hanno chiesto che venga fatta piena luce su quanto avvenuto.
Chissà di cosa hanno discusso la scorsa settimana a New York il presidente di Mediobanca Vittorio Grilli e l’ad di EssilorLuxottica Francesco Milleri. Qualche sospetto viene. Dopo che il 17 luglio il cda di Montepaschi ha respinto l’offerta di Intesa Sanpaolo, infatti, le grandi manovre del risiko bancario sono riprese. «Non congrua», è stato il verdetto di Siena. Nel linguaggio felpato dei consigli d’amministrazione significa due cose: o ci si sfila oppure si prova ad alzare il prezzo. Ma questa volta il denaro spiega solo una parte della vicenda. Il resto parla di equilibri di potere, di politicae di quella neutralità che i governi proclamano con convinzione salvo dimenticarsene quando la partita entra nel vivo.
Francesco Milleri (Imagoeconomica).
Mps, Bpm e il ruolo di Crédit Agricole
Luigi Lovaglio aveva immaginato una Mps predatrice. In parte gli è riuscito, con l’operazione su Mediobanca. Adesso l’ad di Rocca Salimbeni cambia spartito e guarda a Banco Bpm, riesumando il vecchio progetto del terzo polo bancario. Un’idea che a Roma non passa mai di moda perché, più che un disegno industriale, è sempre stata un’ossessione politica travestita da strategia. La coerenza, del resto, non è mai stata il requisito fondamentale di questa storia. La stessa Bpm che oggi diventa la sposa ideale di Montepaschi è la banca sulla quale appena un anno fa Palazzo Chigi aveva sventolato unineffabile golden power per fermare Unicredit, invocando la tutela del risparmio nazionale. Nel frattempo, però, quello stesso scudo è rimasto appeso al muro mentre Crédit Agricole saliva silenziosamente fino a sfiorare il 30 per cento di Bpm, la soglia oltre la quale scatterebbe l’obbligo di Opa. Se il matrimonio con Siena andrà in porto, i francesi non saranno gli invitati d’onore ma quelli che pagano il ricevimento. Con una quota tra l’11 e il 12 per cento finiranno infatti per diventare il primo azionista del nuovo gruppo.
Giuseppe Castagna con Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Dietro la banque verte c’è Delfin
Ed è qui che il racconto assume i contorni, come direbbero Oltralpe, di un roman à clef. Dietro Crédit Agricole c’è Delfin, la cassaforte lussemburghese della famiglia Del Vecchio, primo azionista privato di Montepaschi, secondo di Generali e protagonista di buona parte delle grandi partite della finanza italiana. A sua volta Delfin, dentro EssilorLuxottica, divide il tavolo con lo Stato francese attraverso Bpifrance e Caisse des Dépôts, l’equivalente della nostra Cdp. Se poi il ricambio generazionale nella famiglia (progetto per ora in stallo), quello che vedrebbe Leonardo Maria rilevare le quote dei fratelli in un’operazione da 11 miliardi, dovesse essere finanziato da un pool guidato proprio da Crédit Agricole e Bnp Paribas, allora il cerchio si chiude quasi da solo. Tutte le strade del risiko, parafrasando i romani, portano a Parigi.
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).
La vera posta in gioco è Generali
La vera posta in gioco, però, non è Siena. È il 13 per cento di Generali che Montepaschi si è ritrovata in portafoglio grazie all’acquisizione di Mediobanca. È quella la leva con cui si potrebbe orientare il futuro del Leone, magari avvicinandolo ad Axa, che non ha mai smesso di guardare Trieste come oggetto del suo desiderio.
Philippe Donnet (Imagoeconomica).
Una bandiera (francese) e due misure
In tutto questo Giancarlo Giorgetti, dopo essersi oltremodo esposto per fermare Unicredit, ha trascorso l’ultimo anno coltivando l’immagine del ministro neutrale. Il golden power lo teneva nel cassetto senza usarlo, salvo ricordare al Senato che avrebbe potuto valere «anche tra banca italiana e banca italiana». Adesso per il titolare del Mef quella neutralità sembra essersi trasformata di nuovo in regia. Poco importa se il principale beneficiario di un eventuale matrimonio tra Milano e Siena, con annessa partita su Generali, rischia di parlare sempre più francese. Viene quasi da chiedersi se a Via XX Settembre qualcuno abbia finito per confondere il verde della Lega con quello della banque verte, come i francesi chiamano con orgoglio Crédit Agricole. Fa sorridere soprattutto pensando che appena sette mesi fa gli azionisti forti di Generali, Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, avevano combattuto con ogni mezzo il progetto di joint venture con la francese Natixis sul risparmio gestito, denunciando il rischio che una fetta consistente del risparmio italiano finisse sotto controllo straniero. Evidentemente alcune bandiere diventano meno ingombranti quando cambia il vento politico.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Il solito golden power a geometrie variabili
Restano così le domande che a Palazzo Chigi nessuno sembra avere troppa voglia di affrontare. Se il golden power è servito a fermare gli italiani su Banco Bpm, perché non dovrebbe valere anche quando ad avanzare sono i francesi? E se il terzo polo nascerà con la benedizione di Roma ma con gli equilibri che portano sempre più verso Parigi, di quale italianità stiamo davvero parlando? Giorgia Meloni, che negli ultimi mesi forse distratta dall’avvicinarsi delle elezioni è sembrata seguire con minore attenzione i grandi dossier finanziari, farebbe bene a prestare attenzione all’evolversi del risiko. Dove tutti si stanno dando un gran daffare. Come Grilli e Milleri che nella Grande Mela si immagina non abbiano parlato della bellezza dei grattacieli.
Nel giorno in cui è stato proclamato leader del Partito laburista al posto di Keir Starmer, nel suo primo discorso da premier in pectore Andy Burnham (visibilmente commosso) si è detto pronto a governare e a promuovere «una politica di cambiamento» nel Regno Unito, «dopo 40 anni di neoliberalismo che non sono stati gentili» verso «persone e luoghi» che «hanno aspettato troppo a lungo che la politica ridesse loro la speranza».
Burnham non dovrà passare dal voto degli iscritti
Burnham è stato proclamato grazie al sostegno plebiscitario del gruppo parlamentare di maggioranza (350 su 400 circa) e dei sindacati affiliati al Labour. Essendo l’unico concorrente per la leadership del partito, non dovrà sottoporsi al voto degli iscritti e subentrerà automaticamente a Starmer come capo del governo dopo il passaggio rituale di consegne a Downing Street, fissato per lunedì 20 luglio.
Le promesse di Burnham nel suo primo discorso
«Tutti hanno colto l’appello degli abitanti di Makerfield, a nome dei luoghi dimenticati di tutto il Paese, da nord a sud, per un ritorno al Partito Laburista che un tempo conoscevano. E ora noi rispondiamo a quell’appello. Torneremo ad essere quella versione del Partito Laburista», ha assicurato Burnham, facendo riferimento alla circoscrizione in cui si sono tenute le elezioni suppletive che gli hanno permesso di ottenere un seggio a Westminster, conditio sine qua non per poter ricoprire la carica di premier. Nel corso del suo primo discorso da leader laburista, il “Re del Nord” ha inoltre ribadito di non voler inseguire i temi sbandierati dalla destra rampante e da Reform UK, il partito di destra guidato da Nigel Farage. Ha poi invocato l’unità del Labour contro il «frazionismo», ricordando di aver sostenuto tutti i capi del partito nella sua vita politica. Da lunedì a Londra sarà operativa anche una sorta di sede bis del governo, che si occuperà del decentramento evocato dal premier entrante per garantire una strategia politica, economica e sociale più attenta ai territori depressi dell’Inghilterra settentrionale (da dove proviene Burnham, finora sindaco della Greater Manchester), che da decenni lamenta gli effetti dell’abbandono e della deindustrializzazione.
Si poteva superare la bruttezza di Citizen Vigilante, il film tedesco di Uwe Boll (censurato in Germania e tanto apprezzato da Elon Musk) che inneggia alla giustizia fai-da-te come rimedio sovrano ai problemi dell’Occidente meticciato e debosciato? Sì, con il suo spin-off made in Italy, ossia la canonizzazione mediatica e, potenzialmente, anche politica, di Mario Roggero, il gioielliere piemontese 72enne che cinque anni fa sparò a tre rapinatori in fuga, ammazzandone due e ferendone uno. L’uomo, condannato per omicidio volontario, si è visto confermare in Cassazione la pena di 14 anni e 9 mesi comminata in appello, ridotta rispetto ai 17 anni della sentenza di primo grado.
Non ha mai mostrato ripensamento, e tantomeno pentimento o dispiacere, per avere spento due vite in un raptus di esasperazione. Nei suoi videomessaggi esprime rammarico solo per gli effetti negativi che il suo atto (o meglio, la «persecuzione» scatenata su di lui dai magistrati) ha avuto sulla sua famiglia, e su Instagram ha invitato i follower a essere «la sua voce» sottolineando che, vista l’età, la pena che gli hanno inflitto equivale all’ergastolo.
Mario Roggero con la moglie Mariangela Sandrone.
Un po’ meno testosteronico del messaggio che Sanders, il Citizen Vigilante interpretato dal dolicocefalo biondo Armie Hammer (l’attore di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino), trasmette ai bianchi perbene dopo aver corcato di botte adolescenti molesti, soppresso giudici troppo tolleranti e soprattutto dopo aver ammazzato a sangue freddo dozzine di migranti: «Vi sto solo mostrando come fare, finché non sarete in grado di farlo da soli».
Un frame di Citizen Vigilante.
Roggero, il cover boy per le politiche securitarie delle destre
Ma siamo sulla stessa linea: Roggero è uno che quella lezione l’aveva già appresa e messa in pratica, e sa di avere un folto fan club, grazie anche alla campagna a suo favore promossa da Giuseppe Cruciani dai microfoni de La Zanzara. Le destre, da Roberto Vannacci al pacioccone Antonio Tajani, lo hanno ufficialmente scelto come cover boy per le loro politiche securitarie, già pensando alle prossime elezioni: finora l’unico aspetto del fascismo da cui “Evita Melon” e camerati hanno preso apertamente le distanze, vedi il post della premier, riguarda i principi della legittima difesa stabiliti dal guardasigilli di Benito Mussolini, Alfredo Rocco, nel codice del 1930 (proporzionalità, necessità della reazione, attualità del pericolo).
Una foto d’archivio di Benito Mussolini (Ansa).
Però aiutare a morire un malato terminale consenziente è un crimine
Nemmeno ai tempi del Duce la difesa della “roba” valeva una vita umana, compresa quella di un delinquente, figuriamoci due o tre. I post-fascisti, invece, riconoscono a ogni Mazzarò il diritto di diventare Robocop. Agli occhi dell’attuale maggioranza, aiutare a morire un malato terminale consenziente è un crimine, mentre prendere a calci un ladro agonizzante dopo avergli sparato nella schiena è moralmente giustificabile. A lasciarli fare, lo sarebbe anche legalmente. Nel frattempo, vogliamo negargli almeno la grazia del presidente della Repubblica?
Giuseppe Cruciani e Roberto Vannacci con le maglie pro-Ruggero (foto Ansa).
La solidarietà della Canalis (che pure senza armi da fuoco neutralizza i cattivi!)
E poi ci sono quelli e quelle che, più che a tenersi il posto in parlamento, sembrano puntare a riaverlo in televisione. La solidarietà a Roggero coagula più celebrities di una copertina di Chi o di un’edizione del Grande Fratello Vip, da Melissa Satta a Elisabetta Gregoraci, da Sabrina Salerno a Elisabetta Canalis (che pure, essendo esperta di Krav Maga, kickboxing e Muay thai, potrebbe neutralizzare orde di rapinatori anche senza bisogno di armi da fuoco).
Elisabetta Canalis sul ring durante una gara di di kickboxing (foto Ansa).
E se tornasse in auge il gesto della P38?
Per il gioielliere che ha vendicato sul posto e sanguinosamente l’assalto al suo negozio eseguito con un coltello e una pistola giocattolo, da parte di queste signore non c’è solo comprensione, ma una vera e propria identificazione. E tutto questo in uno dei Paesi europei dove si commettono meno rapine (ci battono Francia, Spagna e Germania). In un prossimo futuro, potrebbe tornare in auge il gesto della P38. Solo che a farlo non saranno gli autonomi o gli antagonisti, ma le soubrette vigilantes.
Una manifestazione pro Palestina e contro la politica sulla scuola del governo italiano (foto Ansa).
Mariangela Sandrone, moglie del gioielliere Mario Roggero, ha presentato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella la domanda di grazia per il marito, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver ucciso due rapinatori. Il provvedimento di clemenza per Roggero, dopo la sentenza della Cassazione, è finito al centro del dibattito politico. E non solo. Per la grazia si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un’istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale. Senza dimenticare Giorgia Meloni. Pro Ruggero anche Roberto Vannacci: l’ex generale ha comunque escluso una candidatura in Futuro Nazionale per il gioielliere («Lasciamo alla sinistra queste pratiche»). Dalla parte del gioielliere, invocando il provvedimento di clemenza, si sono schierati anche diversi vip: da Simona Ventura a Emis Killa, fino a Leonardo Bonucci e Melissa Satta. Intanto, dopo la firma dell’ordine di carcerazione da arte della Procura di Asti, Roggero si è diretto verso il carcere di Bollate (Milano).
Per la grazia a Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un’istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale. Ma non solo: dalla parte del gioielliere, invocando il provvedimento di clemenza, si sono schierati anche diversi vip.
I “like” e i post dei vip pro-Roggero
Al post di Salvini in cui il vicepremier chiedeva la grazia per Roggero hanno messo “mi piace” Elisabetta Canalis, Melissa Satta, Enrico Ruggeri, Leonardo Bonucci, Carolyn Smith, Elisabetta Gregoraci, Sabrina Salerno, Simona Ventura e Clizia Incorvaia.
«Prima di decidere e confermare una sentenza così al povero signor Roggero i signori\e dovrebbero mettersi nei suoi panni…. Fatevi una bella domanda, ma se fosse successo a voi? Ma se con le mani legate ci fosse stata vostra figlia o figlio? Ma se avessero preso a pugni vostra moglie?», ha scritto Melissa Satta sui social. In un post successivo ha scritto di «Paese di pagliacci», dove «tutti possono venire e fare i delinquenti». In un altro ancora l’ex velina si è lamentata della sicurezza a Milano, spiegando di aver detto di no al figlio 12enne che gli aveva chiesto di poter fare una passeggiata con i suoi amici. Tra i vip che sono andati ben oltre i like c’è poi Giuseppe Cruciani, che durante La Zanzara ha definito la condanna inflitta a Roggero un «dramma assoluto», invocando una candidatura in parlamento per il gioielliere piemontese. Emanuele Filiberto di Savoia, invece, ha scritto su Facebook: «Un uomo che ha visto irrompere nel proprio negozio chi minacciava la vita di sua moglie e di sua figlia, e che in pochi istanti si è trovato a reagire a un pericolo reale e non ipotetico, non può essere giudicato con lo stesso metro riservato a chi delinque per calcolo o per abitudine». E poi: «Non posso tacere il mio dissenso di fronte a una sentenza che, pur nel rispetto dovuto alla magistratura e al suo giudizio tecnico, appare a molti italiani, e appare anche a me, distante dal comune sentire di giustizia». Emis Killa, che aveva definito l’Italia «una barzelletta», ha poi dichiarato sui social: «Non pensate che io credo che questo signore sia un eroe, non si può legittimare il gesto altrimenti diventa il Far West. Ma in questa circostanza è paradossale che lo Stato non ti tuteli».