Juventus, perché non tornano i numeri dell’«animatore delegato» Carnevali?

Collegandosi all’assemblea degli azionisti della Juventus, il 3 novembre, ci si sarebbe aspettati di ascoltare un amministratore delegato. Invece è come se fosse stata organizzata una serata di benvenuto di un villaggio turistico, con tutto il repertorio: il palco, il microfono, il capovillaggio con il sorriso d’ordinanza, la presentazione dello staff, l’appello a fare gruppo. Mancava solo la baby dance, rinviata per lutto contabile. Giovanni Carnevali, d’ora in avanti “l’animatore delegato”, ha aperto con la formula di ogni domenica di arrivi: «Dobbiamo ritrovare entusiasmo e senso di appartenenza». Poi ha raccontato di aver passato quattro mesi a «studiare il più possibile la nostra società». Giuseppe Garibaldi salpò da Quarto il 5 maggio 1860 ed entrò a Napoli il 7 settembre: in quattro mesi si prese un regno. Carnevali si è preso l’organigramma, scoprendo che la Juventus ha una storia, dei valori e dei tifosi: qualunque bancarella di sciarpe fuori dall’Allianz lo spiega in quattro secondi, resto compreso.

Nel frattempo, ha calcolato Calcio e Finanza, la Juve ha investito 148,9 milioni nei cartellini dei nuovi acquisti. Prima la spesa, dopo la lettura della lista: al villaggio lo chiamano buffet libero. Poi l’applauso per lo staff. L’unica scelta tecnica rivendicata è quella del Chief Football Officer Ricky Massara, reduce da una parentesi da ds del Rennes dove ha comprato giocatori che poi non sono serviti a niente e ha fallito quella che doveva essere una rivoluzione.

Juventus, perché non tornano i numeri dell’«animatore delegato» Carnevali?
Frederic Massara e Giovanni Carnevali (Juventus).

A Torino il suo pezzo forte è stato Kolo Muani, 18,44 milioni l’anno di costo a bilancio, che contro il Napoli le pagelle hanno trovato «confuso». Lo staff si conosce dai tempi delle colonie estive: Carnevali dirigeva il Pavia quando Massara era uno dei ragazzi della rosa, e a giugno c’è stata la rimpatriata a Forte dei Marmi con Luciano Spalletti, Massimiliano Allegri e Adriano Galliani. L’italianità promessa agli azionisti sa di cena di classe. All’istruttore di acquagym, Spalletti, è toccato l’appoggio d’ordinanza: «È l’allenatore e lo sosteniamo».

Juventus, perché non tornano i numeri dell’«animatore delegato» Carnevali?
Luciano Spalletti (foto Ansa).

Lo stesso mister, dopo la sconfitta clamorosa in casa contro la Lazio (0-3), alla domanda se la squadra lo seguisse ancora ha risposto: «Fino a ieri avrei detto di sì, oggi non lo so». Dopo Genova – altra batosta, ko per 2-0 – ha parlato di una squadra che ci ha messo «poco di tutto». In Serie A con la Juventus Spalletti ha vinto 20 partite su 39, poco più della metà. L’istruttore dubita del gruppo e l’animatore garantisce per entrambi. Al villaggio si chiama fidelizzazione.

«Non illudiamoci di vincere domani»: previsioni del tempo nefaste per il futuro

Il 2-0 sul Napoli vale il settimo posto: una vittoria arrivata 48 ore prima dell’assemblea è diventata il consuntivo della stagione. Poi le previsioni del tempo: «Non illudiamoci di vincere domani». È l’animatore che la prima sera annuncia pioggia per tutta la settimana e chiede di saldare il soggiorno in anticipo.

Il direttore finanziario Stefano Cerrato ha confermato la perturbazione: anche il 2026/27 chiuderà in perdita. Il piano strategico prometteva per il 2026/27 utile netto e cash flow positivi. Qui la risata si ferma. Nel 2025/26 la Champions League la Juventus l’ha giocata, ma ha perso lo stesso 66 milioni: nono esercizio consecutivo in rosso. L’indebitamento finanziario netto è salito a 331,1 milioni, 50,9 in più in un anno. Il patrimonio netto consolidato è sceso a 11,5 milioni: a fine dicembre 2025 era 77,9. In sei mesi ha perso 66,4 milioni, quasi esattamente i 67 dell’aumento di capitale chiuso a novembre.

Juventus, perché non tornano i numeri dell’«animatore delegato» Carnevali?
Kolo Muani, attaccante della Juventus, in azione contro il Napoli (foto Ansa).

Ora la delega arriva fino a 250 milioni, più di un terzo del valore di Borsa, quinto aumento dal 2019. Exor coprirà la sua quota e l’eventuale inoptato, ai clienti con il pacchetto base resta in omaggio la diluizione. La delega è passata con il 99,9 per cento dei voti, con la naturalezza di un trenino di Capodanno. Il 27 maggio l’allora amministratore delegato Damien Comolli assicurava che non c’era «nessuna necessità di un aumento di capitale» e prometteva il pareggio nel 2027/28. Due settimane dopo Comolli usciva ed entrava Carnevali. Quattro mesi dopo, 250 milioni.

Juventus, perché non tornano i numeri dell’«animatore delegato» Carnevali?
Damien Comolli (foto Ansa).

Al villaggio cambia l’animatore e si ritocca il listino. Il piano strategico ufficiale elenca quattro obiettivi: competitività sportiva, crescita del brand, equilibrio economico-finanziario, riduzione strutturale del debito. Agli azionisti sarebbe bastato sapere come raggiungerli. L’animatore delegato ha portato gli aggettivi. Poi la frase più grave della giornata: «Abbiamo un settlement agreement con l’Uefa e come una società seria dobbiamo rispettarlo». Il settlement agreement è il patteggiamento che l’Uefa concede ai club che violano le regole finanziarie. La Juventus ne aveva firmato uno nel 2022, non lo ha rispettato ed è stata esclusa dalla Conference League 2023/24, con una multa fino a 20 milioni. Il secondo porta la data del 30 giugno 2026, due settimane dopo l’arrivo di Carnevali, e nasce dallo sforamento della football earnings rule, il tetto Uefa di 60 milioni di perdite nel triennio: multa fino a 20 milioni, sei dei quali subito, e limiti alla Lista A.

Nono bilancio in rosso, con un patteggiamento Uefa in corso…

Il 30 giugno si chiudeva un esercizio con 66 milioni di rosso. Al villaggio è come appendere in sala da pranzo il verbale dei Nas e presentarlo come una stella Michelin. Gianluca Ferrero, presidente della Juventus, fa il commercialista e il revisore legale da oltre trent’anni. Ha passato la vita a controllare che i numeri tornino. Questa volta ha definito l’intervento del suo amministratore delegato un «inizio scoppiettante». A scoppiettare qui c’è solo un patrimonio netto passato da 77,9 a 11,5 milioni in un semestre. Un revisore che trova scoppiettante il nono bilancio in rosso, con un patteggiamento Uefa in corso, somiglia al sommelier che davanti a una bottiglia andata in aceto la trova frizzante.

Juventus, perché non tornano i numeri dell’«animatore delegato» Carnevali?
John Elkann e Gianluca Ferrero (foto Ansa).

Un presidente di società quotata, davanti a un discorso così, ferma l’animatore e gli ricorda dove si trova: sul palco di un’assemblea, davanti a soci ai quali sta chiedendo 250 milioni. Al villaggio turistico il cliente sa cosa compra, cioè di solito sole, mare, buffet. Chi investe nella Juventus compra vittorie, perché da lì passano sponsor, diritti televisivi, maglie vendute in Asia e negli Stati Uniti, il valore stesso del marchio.

Con un brand così, gli sponsor ritoccano il listino al ribasso

Il quarto posto paga soltanto l’iscrizione alla Champions. Il resto si incassa vincendo: ottavi, quarti, finali, scudetti. Un marchio che rinvia la vittoria a data da destinarsi diventa un marchio da quarto posto, e gli sponsor ritoccano il listino al ribasso. In platea c’era chi attaccava John Elkann e chi invocava Alessandro Del Piero: al villaggio, quando il servizio delude, i clienti chiedono del direttore. Chiusura con lo spettacolo finale e i fuochi d’artificio. Scoppiettanti. Dal palco l’arrivederci alla prossima stagione: stesso animatore, stesso presidente, nuovo aumento di capitale. Sarà il sesto. Carnevali ha chiesto tempo e niente chiacchiere. Le chiacchiere le ha portate lui. Il tempo invece lo pagano gli azionisti.

Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma

Tra l’archiviazione dell’Opa giuliva sul Fatto e l’offerta per Delfin, è arrivato il gran giorno romano di Leonardo Maria Del Vecchio. Alla presentazione del nuovo Qn, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, è attesa anche Giorgia Meloni, oltre a una schiera di ministri e direttori convocati per i festeggiamenti. Del resto il fascino esercitato dalla premier su Lmdv è noto. «È una donna fantastica e molto sexy. Mi ha fatto avvicinare alla politica», disse Leonardino ai microfoni di Pulp Podcast dell’amico (e comunicatore?) Fedez. Insieme all’editore ci saranno l’ad Gabriele Benedetto, il direttore editoriale Mario Orfeo e la direttrice responsabile Agnese Pini pronti a illustrare le linee guida del progetto che ha l’obiettivo di «costruire un grande gruppo editoriale europeo, capace di competere sui mercati esteri». Leonardino è gasatissimo e qualcuno sussurra che potrebbe chiudere la giornata alla cena organizzata al Museo nazionale delle arti del XXI secolo in occasione del MAXXI Bulgari Prize 2026.

Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma
Mario Orfeo presenta il nuovo Qn a Sergio Mattarella. Con lui, Agnese Pini e Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Fatto sta che l’uso della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea come location per feste ed eventi da tempo fa storcere il naso. Così c’è chi ricorda le polemiche scoppiate due anni fa per la presentazione del libro di Italo Bocchino Perché l’Italia è di destra, seguite da quelle per per la festa degli 80 anni del Tempo (anche in quel caso Giorgia Meloni era tra gli ospiti).

Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma
Giorgia Meloni all’evento per gli 80 anni del Tempo (Ansa).

L’evento conquistò le cronache per l’«infame» scappato al direttore degli Approfondimento Rai Paolo Corsini intercettato da una cronista di Piazzapulita. Tutti pensarono che si trattasse di un insulto a Corrado Formigli, ma il dirigente di viale Mazzini spiegò che era indirizzato a un gradino su cui aveva rischiato di inciampare. Travolta dal polverone, la direttrice della Galleria Renata Cristina Mazzantini rispose che «la cultura è libera e di tutti». E aggiunse. «Spero che il museo, che è sempre stato un luogo di massima espressione della cultura, lo continui a essere. Benvenuta la sinistra, benvenuta la destra e benvenuti tutti. Come sapete se chiedono di fare una festa, si può fare una festa per tutti. Sarei molto felice che qualche altro giornale me lo chiedesse». Ad accontentarla ci ha pensato Leonardino. Comunque, con tutte le location che ci sono a Roma, dagli hotel a cinque stelle alla ville private nel centro storico, Lmdv alla sua giovane età è già finito in un museo…

Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma
Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma
Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma
Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma
Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma
Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma
Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma
Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma
Leonardino va al museo: gran festa per Qn alla Galleria nazionale di Roma

LEGGI ANCHE: L’unico giocattolo che Lmdv non può comprare

Calenda annuncia la nascita della lista Il Centro

Carlo Calenda ha annunciato la nascita de Il Centro, lista di stampo «liberale e pragmatico» che – in vista delle elezioni politiche del 2027 – federerà il suo partito Azione, l’associazione Spazio Pubblico dell’ex dem Pina Picierno, la Fondazione Einaudi e alcune componenti dell’area Libdem.

Calenda annuncia la nascita della lista Il Centro
Carlo Calenda e Pina Picierno (Imagoecononomica).

Obiettivo dichiarato scardinare il bipolarismo italiano: «Non possiamo costringere il Paese a scegliere tra Giorgia Meloni e Elly Schlein, vertici di coalizioni cariche di contraddizioni e fallimenti. Se saremo decisivi, dovranno accettare i nostri paletti su Europa federale, sostegno all’Ucraina e rilancio dell’industria energetica», ha detto Calenda intervistato dal Foglio.

Calenda: «Pd alla sbando, domina Conte»

Nel mirino del leader di Azione soprattutto l’assetto del centrosinistra e i tentativi di aggregazione centrista: «Non capisco come Matteo Renzi sia potuto passare dal Terzo polo e dall’eredità di Silvio Berlusconi a confluire nel campo largo: per lui è solo una questione di sopravvivenza per tornare in Parlamento». Quanto alla leadership del campo largo, Calenda ha affermato che «dal punto di vista programmatico il blocco è dominato da Giuseppe Conte, l’unico che detta la linea, mentre il Pd è completamente allo sbando e ne subirà tutti i veti». Tutto questo mentre le primarie «stanno diventando una comica, regalando alla destra le condizioni ideali per rivincere».

Calenda annuncia la nascita della lista Il Centro
Carlo Calenda (Imagoecononomica).

Israele, il partito arabo Ra’am indica Eisenkot come premier

Il partito arabo Ra’am, che dopo le recenti elezioni ha otto seggi alla Knesset, ha indicato Gadi Eisenkot come premier per la formazione di un nuovo governo durante le consultazioni con il presidente Isaac Herzog, trasmesse in diretta streaming dalla residenza presidenziale di Gerusalemme. A seguito del voto, il blocco di Benjamin Netanyahu si è aggiudicato 53 seggi e quello di Eisenkot 48, mentre ai partiti arabi ne sono andati 19. Per la maggioranza in parlamento ne servono 61.

Israele, il partito arabo Ra’am indica Eisenkot come premier
Mansour Abbas, leader di Ra’am (Ansa).

Il leader Abbas punta il dito contro Netanyahu

«Siamo il partito arabo più grande d’Israele», ha dichiarato il leader Mansour Abbas, sottolineando che la Lista Unita (11 seggi), è un’alleanza di tre diverse formazioni palestinesi. «L’affluenza araba durante le elezioni è il dato più rilevante che arriva come risposta dopo quattro anni di marginalizzazione, incitamento, razzismo, perdita della sicurezza personale», ha aggiunto Abbas puntando il dito contro Netanyahu, che peraltro ha anche perso il supporto di Ebraismo Unito, che ha deciso di non indicare nessun candidato per la formazione di un governo. Ebraismo Unito, alleanza tra due partiti ultraortodossi ashkenaziti, è stata parte integrante del governo guidato da Netanyahu fino al luglio 2025 e lo ha poi sostenuto dall’esterno. Ora la decisione di sfilarsi dal blocco di Bibi.

Hsbc, Anna Tavano nuova ceo per l’Italia

Hsbc, colosso bancario britannico, ha annunciato la nomina di Anna Tavano a ceo per l’Italia. Questa nuova carica si aggiunge al suo attuale ruolo di head of Banking continental Europe, nell’ambito del quale guida le attività di banking del Gruppo in 12 Paesi europei. Non è stato fornito aalcun dettaglio su Gerd Pircher, che ricopriva finora il ruolo di ceo per l’Italia. Con quasi 30 anni di esperienza, Tavano ha ricoperto posizioni di crescente responsabilità nella finanza internazionale. Dopo aver iniziato la carriera in Citi e aver poi lavorato nel settore pubblico italiano (in Calabria e Lombardia), è tornata nel settore bancario. Entrata in Hsbc nel 2018 come head of Banking Italy, nel 2021 è stata nominata head of Global banking Continental Europe. Dal 2025 è head of Banking continental Europe e membro del Continental Europe operating committee e del Banking Europe & Americas operating committee.

Come hanno reagito i trumpiani italiani alla sconfitta di The Donald

E adesso? Come faranno tutti gli opinionisti ultra-trumpiani a giustificare la valanga anti-Donald venuta giù negli Stati Uniti? Cosa diranno? Cosa scriveranno? Cosa posteranno? Hanno passato gli ultimi due anni (qualcuno anche i precedenti quattro) a ricordarci quanto fosse bravo, intelligente, furbo, lungimirante, stratega e uomo d’azione il presidente americano, mica come quelle mammolette della sinistra woke. Hanno giustificato ogni fibrillazione, ogni sparata, ogni mossa e giravolta umorale, hanno trovato una spiegazione a tutto e il contrario di tutto, spesso arrampicandosi sugli specchi, ma l’hanno fatto. Il colpo di mano in Venezuela, la folle politica sui dazi, le sparate sulla Groenlandia, le violenze contro gli immigrati a opera dell’Ice (che gli hanno fatto perdere il voto degli ispanici), gli attacchi e gli insulti all’Europa e a Bruxelles, il sostegno politico e il rifornimento di armi fino ai denti a Benjamin Netanyahu (che non a caso Trump a urne aperte ha annunciato di voler interrompere), il bullismo contro Volodymyr Zelensky e il ‘flirtare’ con Vladimir Putin, l’attacco sconsiderato all’Iran, che ha fatto esplodere una crisi mondiale sull’energia e sui prezzi. Tutto giusto, tutto perfetto.

Come hanno reagito i trumpiani italiani alla sconfitta di The Donald
Donald Trump con Volodymyr Zelensky (Ansa).

La fiducia in Trump ha vacillato solo per difendere Meloni

L’unico momento in cui hanno tentennato, ma solo per un momento, è stato quando Trump ha rotto con Giorgia Meloni. Ma si sono ripresi subito. E dire che a destra ci sono pure quelli che Donald l’hanno considerato una sciagura fin dall’inizio, o quantomeno una figura discutibile. Uno di questi è Italo Bocchino, che da tempo nei talk contesta le politiche anti-occidentali e guerrafondaie del presidente Usa, anche se lo fa soprattutto per difendere la premier, il cui rapporto col tycoon è da tempo congelato, sottozero. Prova ne è il fatto che la presidente del Consiglio e i leader del centrodestra hanno preferito chiudersi in un prudente silenzio sulla disfatta. Sul Giornale di Tommaso Cerno, l’analista Lucio Martino, che ripete da mesi quanto è bravo Donald e quanto è bello Donald, ha dovuto arrendersi. Se a caldo aveva sottolineato che pur battuto Donald sarebbe stato vincente, nel day after ha aggiustato il tiro. «I risul­tati delle ele­zioni di Miderm dimo­strano come il ribal­ta­mento della mappa poli­tica ame­ri­cana non sia il frutto di un’improv­visa con­ver­sione dell’elet­to­rato alle idee pro­gres­si­ste, bensì il risul­tato della rot­tura dell’alleanza ori­gi­nale che aveva spa­lan­cato a Donald Trump le porte della Casa Bianca». In altre parole, «i demo­cra­tici hanno bene­fi­ciato della defe­zione di una parte dell’elet­to­rato con­ser­va­tore, delusa da una pre­si­denza che non avrebbe fatto abba­stanza. Insomma, Trump non è stato abba­stanza trum­piano».

Come hanno reagito i trumpiani italiani alla sconfitta di The Donald
Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa).

Ma quale tirannia, per i filo-Donald il risultato dimostra lo stato di salute degli States

La risposta degli orfani di Trump alla débâcle si muove sostanzialmente su due assunti: il risultato dimostra che gli Usa sono una vera democrazia che si è espressa liberamente e non una sorta di democratura come sostiene la sinistra e il crollo è stato causato della guerra all’Iran e del conseguente aumento dei costi di materie prime ed energia. Come se la guerra all’Iran l’avesse fatta Topolino. Un esempio? «Leggendo certi giornali e ascoltando alcuni opinionisti e politici italiani avevo capito che negli Stati Uniti non ci fosse più la democrazia», ha postato su X Francesco Giubilei. «Invece gli americani hanno democraticamente votato contro Trump che paga la guerra in Iran e le sue conseguenze economiche».

«Trump non è il primo presidente che perde le Midterm e non sarà l’ultimo. Anzi, a Obama durante il primo mandato andò anche peggio», ricorda Paola Tommasi, unica italiana nello staff di Trump nella campagna del 2016, in un’intervista sul canale Youtube di Tag24. «Certamente non è un buon risultato», spiega. Il presidente è stato punito per la guerra all’Iran che ha causato l’aumento dei prezzi del petrolio e dell’inflazione. Ma detto questo «è stata una grande festa per gli Stati Uniti e per tutti noi. Al di là dei risultati quando gli elettori si esprimono è un bel momento e smentisce la narrazione che degli Usa e di Trump è stata fatta negli ultimi due anni» e cioè «di un uomo solo comando e di un dittatore. I dittatori le vincono le elezioni perché controllano il voto…». Come volevasi dimostrare.

Il tycoon ha deluso, «ma i dem sono peggio»

Anche Daniele Capezzone, direttore del Tempo, ammette la delusione: «Avevamo sperato in lui in tanti, e non a caso. Intendiamoci: ci ha fatto godere stroncando il woke e contrastando l’immigrazione irregolare che era fuori controllo […]. Ma le buone notizie che attendevamo da Trump sono purtroppo finite lì. Si compiace di un atteggiamento da zio matto, non si sa la mattina cosa farà il pomeriggio, nel tempo libero insulta gli alleati e poi si stupisce se non lo prendono sul serio». Ma, attenzione, perché «i dem sono ancora peggio. Un partito ostaggio di componenti socialiste forsennate e di una infiltrazione islamista che nemmeno si nasconde più, con candidati che parlano di “decolonizzazione”. Se vinceranno parlamentari su questa linea, immaginatevi cosa diventerà il Partito Democratico Usa da qui al 2028. E immaginate i riflessi anche qui in Europa, con le nostre sinistre che correranno a imitare quelle tendenze, come sempre in ritardo di un’ondata e in anticipo di un disastro». Come a dire che alla fine dei conti forse un guerrafondaio affarista è il male minore.

Insomma, la sconfitta viene ammessa ovviamente ma con molti “però” e qualche “ma”. «Le cose sono molto diverse da quello che vi dicono. Trump ha perso, ma non per questo hanno vinto le idee giuste», alza il tiro Nicola Porro su X.

Altro post degno di nota sullo stesso social è quello di Mario Sechi, direttore della Dire: «Ecco gli Stati Uniti, con il loro impareggiabile sistema democratico, non la dittatura. Il risultato è doppio: in linea con la tradizione del voto di midterm (sconfitta del partito del presidente) e nello stesso tempo di rottura (i repubblicani perdono il controllo di Camera e Senato). La sconfitta di Trump ha due parole: inflazione e guerra. La vittoria dei democratici ha una parola: Trump».

Tagli alla scuola, i sindacati lanciano la mobilitazione

Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Anief hanno annunciato una mobilitazione contro «le disposizioni che prevedono, in legge di Bilancio, il taglio degli organici del personale docente e ATA». Prima iniziativa, un sit-in l’11 novembre a Roma, in piazza Vidoni, dalle 14 alle 17. A seguire, la convocazione di assemblee in orario di servizio nella giornata di lunedì 16 novembre, che coinvolgeranno gli istituti in tutta Italia. Non c’è per il momento l’adesione della Flc Cgil, che scenderà in piazza il 20 novembre per lo sciopero generale proclamato dal segretario Maurizio Landini. I numeri al centro della contestazione sindacale parlano di 4.925 posti in meno per i docenti e di 2.049 unità in meno per il personale ATA, per un totale di 6.974 posti tagliati.

Triplo allarme bomba nei cieli, coinvolti due voli diretti a Roma e uno partito da Malpensa

Triplo allarme bomba sui cieli europei. In tutti e tre i casi sono stati coinvolti voli partiti o diretti in Italia. Il primo riguarda un Airbus A320 della compagnia irlandese Air Lingus in volo da Dublino a Roma, dirottato verso l’aeroporto francese di Évreux. L’aviazione militare francese ha fatto sapere che i suoi caccia si sono levati in volo per intercettarlo e scortarlo fino all’atterraggio. Dopo l’allerta che ha spinto il comandante a tornare indietro e a compiere diversi giri sul nord della Francia prima di atterrare, l’aereo si è posato sulla pista della base militare di Evreux-Fauville con passeggeri e membri dell’equipaggio in sicurezza. Il secondo caso è relativo a un Airbus A321 della compagnia Wizz Air decollato alle 7 dall’aeroporto di Milano Malpensa e diretto a Varsavia. Anche questo è stato dirottato verso l’aeroporto di Vienna a seguito di una minaccia di bomba ricevuta durante il volo. Allarmi anche su un volo Finnair partito da Helsinki, destinato e regolarmente atterrato all’aeroporto di Fiumicino intorno alle 9.30 scortato da jet dell’aeronautica militare. Come da procedura di sicurezza, sono state attivate le operazioni di bonifica previste in queste circostanze, che si sono svolte con regolarità e senza impatti sull’operatività dello scalo.

Midterm, dopo la disfatta i Repubblicani scaricano Hegseth

La Camera dei rappresentati degli Stati Uniti, passata a maggioranza democratica dopo le elezioni di midterm, potrebbe votare già la prossima settimana per mettere sotto accusa Pete Hegseth. Come riportano varie testate americane, il capo del Pentagono è finito nel mirino di buona parte dei suoi colleghi di partito, che lo ritengono il principale responsabile del costoso e inconcludente conflitto in Iran, motivo della batosta elettorale. Il deputato repubblicano del Kentucky, Thomas Massie, ha detto alla CNN di voler avviare una votazione per l’impeachment di Hegseth alla ripresa dei lavori del Congresso.

Non è da escludere un siluramento da parte di Trump

Molti big repubblicani, per ora restii a criticare Donald Trump per la guerra all’Iran, ritengono che Hegseth abbia avuto un ruolo chiave nel convincere il presidente Usa ad attaccare la Repubblica Islamica senza una strategia di uscita e un piano per gestire le ripercussioni politiche. Secondo quanto affermato da diversi repubblicani in forma anonima alla CNN, Hegseth avrebbe esagerato le capacità degli Stati Uniti di vincere il conflitto in modo rapido. Trump, che come il suo vice JD Vance ha attribuito il tracollo delle midterm alla guerra in Iran, aggiungendo però di non essersi pentito di aver avviato il conflitto, ha smentito la possibile rimozione di Hegseth dal Pentagono a seguito di pressioni interne. «Sta facendo un buon lavoro», ha assicurato. Non è però da escludere un siluramento da parte della Casa Bianca, anche prima del voto della Camera per l’impeachment. Se Trump cacciasse Hegseth, in pole per sostituirlo ci sarebbe Ron DeSantis, dal 2019 governatore della Florida.

Potrebbero saltare anche due big dell’esercito e occhio a Rubio

La ricerca dei capri espiatori non terminerebbe però con Hegseth. Potrebbero infatti saltare altre teste: su tutte quelle dell’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, e del generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori riuniti. Voci da Washington vogliono poi sulla graticola anche il segretario di Stato Marco Rubio: per la sua sostituzione il nome caldo sarebbe quello di Sergio Gor, ex direttore dell’Ufficio per il personale presidenziale della Casa Bianca e da inizio 2026 ambasciatore degli Stati Uniti in India.

Scontri dopo lo sgombero di Askatasuna, misure cautelari per 16 antagonisti

Eseguite misure cautelari nei confronti di 16 militanti antagonisti indagati, a vario titolo, per reati commessi durante la manifestazione nazionale del 31 gennaio 2026 contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, a Torino, avvenuto il 18 dicembre 2025 dopo circa 30 anni di occupazione.

Scontri dopo lo sgombero di Askatasuna, misure cautelari per 16 antagonisti
Scontri tra attivisti di Askatasuna e forze dell’ordine a Torino (Ansa).

Le misure cautelari

L’ordinanza, emessa dal gip di Torino, prevede misure di custodia cautelare in carcere, arresti domiciliari, divieti di dimora e obblighi di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. A ottobre erano state eseguite 14 perquisizioni in diverse province italiane e la procura di Torino aveva notificato 19 decreti di fissazione di interrogatori preventivi. Tra i reati ipotizzati figurava anche il tentato omicidio, contestato a un antagonista per l’incendio di un mezzo della polizia con un agente a bordo.

Scontri dopo lo sgombero di Askatasuna, misure cautelari per 16 antagonisti
Mezzo delle forze dell’ordine incendiato durante il corteo dopo lo sgombero di Askatasuna (Ansa).

Cosa era successo

Nel corso della manifestazione del 31 gennaio, una parte del corteo si era staccata, dirigendosi verso corso Regina Margherita con l’obiettivo di raggiungere Askatasuna. A poca distanza dal centro sociale sgomberato erano esplosi gli scontri: i manifestanti avevano iniziato un fitto lancio di oggetti, pietre e bombe carta contro le forze dell’ordine, che avevano risposto con idranti e lacrimogeni. Durante i disordini erano stati anche dati alle fiamme cassonetti della spazzatura, utilizzati come barricate, e un mezzo della polizia. Un agente era stato inoltre accerchiato e colpito da un gruppo di persone con il volto coperto.

Ita, accordo con i sindacati: 180 uscite volontarie

Ita Airways ha raggiunto un accordo con i sindacati per 180 uscite che riguarderanno «esclusivamente i lavoratori che manifestino formalmente la propria non opposizione, confermando quindi la natura volontaria del percorso». Si tratta di 46 unità in meno rispetto alle 226 inizialmente prospettate. Sono previste misure di sostegno al reddito, con accesso alla Naspi fino a 24 mesi e all’integrazione del Fondo di solidarietà per il trasporto aereo fino all’80 per cento della retribuzione media. Si aggiunge poi un incentivo aziendale, differenziato in funzione delle tempistiche di uscita, corrisposto in un’unica soluzione, che consentirà di portare complessivamente il trattamento economico fino al 90-92 per cento della retribuzione.

Hong Kong, altri 10 anni di carcere all’attivista Joshua Wong

Un tribunale di Hong Kong ha condannato l’attivista Joshua Wong a ulteriori 10 anni di carcere per collusione con paesi stranieri, al termine di un nuovo processo celebrato in virtù della legge sulla sicurezza nazionale. Wong, che ha appena compiuto 30 anni, è una delle figure più note del movimento pro-democrazia di Hong Kong e delle grandi manifestazioni del 2019. L’ex leader studentesco, già detenuto da quasi sei anni, a settembre si era dichiarato colpevole di nuove accuse di collusione con l’estero. Avrebbe dovuto essere scarcerato a gennaio, dopo aver scontato quattro anni e otto mesi di detenzione per “sovversione” ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale, imposta nel territorio dalla Cina nel 2020. Nel giugno 2025 le autorità di Hong Kong avevano fatto ricorso alla medesima normativa per accusarlo di aver sollecitato paesi ed entità straniere a favorire l’imposizione di sanzioni contro il centro finanziario e la Cina. Per questo capo d’imputazione, Wong rischiava fino all’ergastolo, mentre la difesa aveva chiesto una pena più mite compresa tra i tre e i 10 anni.

Condanna dagli Stati Uniti

Il consolato degli Stati Uniti a Hong Kong ha dichiarato di condannare fermamente l’ulteriore pena di 10 anni di carcere e di chiederne l’immediato rilascio. «Wong è ingiustamente incarcerato dal dicembre 2020. Ciò dimostra che Pechino è disposta a spingersi a livelli estremi pur di mettere a tacere chi sostiene le libertà fondamentali a Hong Kong», ha evidenziato un portavoce. Poco dopo queste dichiarazioni, la Cina ha lanciato un avvertimento contro le affermazioni “irresponsabili” riguardanti le questioni giudiziarie di Hong Kong. «Le parti interessate dovrebbero rispettare seriamente la sovranità della Cina e il sistema legale di Hong Kong, e smettere di rilasciare dichiarazioni irresponsabili in merito ai procedimenti giudiziari nella Raehk», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun.

Lega, sfiducia a Romeo e congressi lombardi a rischio

Max Romeo sfiduciato al Senato e stop ai congressi a Varese, Brescia e Bergamo. La scure di Matteo Salvini si abbatte sulla Lombardia. Il segretario leghista, contestato da agosto dai ‘riottosi nordisti’, ha aspettato due settimane e, invece di ‘graziare’ i critici coinvolgendoli in una gestione collegiale del partito, sembra volersi vendicare delle perplessità espresse da chi ha chiesto un suo passo di lato per risollevare i consensi prima delle Politiche del prossimo anno.

Lega, sfiducia a Romeo e congressi lombardi a rischio
Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).

E quindi non solo l’ex amico Max non potrà fare più il capogruppo al Senato (contro di lui ci sarebbero 25 dei 29 senatori leghisti) ma i suoi ‘compagni ribelli’ Andrea Cassani, Fabrizio Sala e Roberta Sisti non potranno ricandidarsi ai congressi provinciali di Varese, Bergamo e Brescia come avrebbero voluto. Perché le assise con tutta probabilità non si terranno.

Lega, sfiducia a Romeo e congressi lombardi a rischio
Lega, sfiducia a Romeo e congressi lombardi a rischio
Lega, sfiducia a Romeo e congressi lombardi a rischio

Sarebbe questo il vero ordine del giorno del consiglio federale convocato per venerdì nella sede di via Bellerio: accontentare i fedelissimi salviniani lombardi e punire i ribelli, in giorni in cui si nota una tensione senza precedenti anche con un big lombardo come Giancarlo Giorgetti.

Lega, sfiducia a Romeo e congressi lombardi a rischio
Giancarlo Giorgetti con Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Giorgetti nel mirino di Salvini: la manovra spacca la Lega e Meloni corre ai ripari

È l’eterno ritorno dell’uguale. Tra condoni, ‘manine’ e assalto alla diligenza del Mef, la discussione sulla manovra si svolge in un tempo circolare: ogni fine anno si ripresentano gli stessi schemi e, a volte, persino gli stessi temi. Ma quella che il Parlamento si accinge a discutere, trattandosi di una manovra pre-elettorale, sembra portare il confronto su piani diversi che offrono una lettura dello stato dei rapporti interni al centrodestra in vista del voto politico del 2027.

Giorgetti nel mirino di Salvini: la manovra spacca la Lega e Meloni corre ai ripari
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il ruolo di Giorgetti nella stabilità del governo Meloni

Diversi ritengono che la stabilità del governo di Giorgia Meloni sia stata costruita, oltre che sulle innegabili capacità politiche e comunicative della presidente del Consiglio, su due architravi: il rapporto tra la premier e i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, e quello con il ministro leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Giorgetti nel mirino di Salvini: la manovra spacca la Lega e Meloni corre ai ripari
Giancarlo Giorgetti e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Nel primo caso, il comune interesse a governare ha garantito la tenuta della maggioranza. Nel secondo, a parte lo scivolone di Giorgetti sull’emendamento sulle preferenze alla legge elettorale (non lo votò in prima lettura alla Camera), l’asse è solido e, soprattutto, ha garantito stabilità al governo davanti ai mercati internazionali. L’ex ministro di Mario Draghi, il bocconiano leghista che ama parlare solo del suo lago (quello di Varese) e dei conti in ordine, è servito alla premier soprattutto per tenere a bada l’hybris salviniana e le bordate dei ‘ventriloqui’ del segretario: prima quelle di Andrea Crippa, poi quelle di Claudio Borghi.

Giorgetti nel mirino di Salvini: la manovra spacca la Lega e Meloni corre ai ripari
Claudio Borghi (Imagoeconomica).

I sospetti di Salvini sul titolare del Mef

Visti i rapporti da sempre altalenanti, il riflesso di Giorgetti su Salvini è servito a Meloni anche per stringere un rapporto personale con il capo leghista. E ha funzionato come colonna portante del governo. Ma negli ultimi mesi è tutto cambiato. Prima c’è stato il mancato voto all’emendamento sulle preferenze presentato da Fratelli d’Italia, che avrebbe incrinato lievemente la fiducia di Meloni in Giorgetti. Poi è arrivata l’estate tumultuosa dei ribelli ‘nordisti’ contro Salvini.

Giorgetti nel mirino di Salvini: la manovra spacca la Lega e Meloni corre ai ripari
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il segretario sospetterebbe che dietro la rivolta per sostituirlo o, comunque, dietro la richiesta di una leadership più collegiale avanzata da Attilio Fontana e Massimiliano Romeo ci sia il ‘suo’ ministro. Del resto, se il primo giorno del congresso leghista si è risolto in un processo al capogruppo al Senato, nel secondo l’imputato era Giorgetti. E non si può dire che l’uomo di Cazzago Brabbia non abbia replicato all’attacco, parlando per la prima volta di «problemi evidenti nella Lega» e del Ponte sullo Stretto che andrebbe progettato tenendo conto che la «politica è l’arte del possibile, non l’arte dell’impossibile».

Le critiche leghiste alla manovra e il nodo del relatore

Quando poi alcuni retroscena hanno dato Giorgetti a rischio ricandidatura alle Politiche, Salvini ha liquidato le ricostruzioni come «bugie» senza però sentire il bisogno di lodare il ministro o di farlo sentire indispensabile. Non solo. Da prima del congresso, nei corridoi di via Bellerio, non si fa altro che parlare di Giorgetti e della sua presunta disponibilità a entrare in un ipotetico governo di larghe intese nel caso le prossime elezioni finissero con un pareggio (non a caso, dal palco del MiCo Salvini ha scandito: «Mai più governi come quello guidato da Draghi»). Ed eccoci alla legge di bilancio più contestata dalla Lega da quando Giorgetti siede alla scrivania di Quintino Sella in via XX Settembre. Mai Salvini si era spinto a criticare così apertamente il Mef come in questi giorni: l’uscita del ministro Giuseppe Valditara che ha affermato di essere sorpreso dei tagli al personale scolastico, le proteste di Claudio Durigon sui fondi insufficienti per le pensioni, i retroscena, non smentiti, in cui si accusa il titolare del Tesoro di aver «tradito» la fiducia.

Giorgetti nel mirino di Salvini: la manovra spacca la Lega e Meloni corre ai ripari
Giuseppe Valditara e Claudio Durigon (Imagoeconomica).

Poi c’è la questione del relatore. Giorgetti avrebbe voluto Silvana Comaroli nella squadra della manovra. Ma la deputata cremonese ha appoggiato Massimo Garavaglia, lo sfidante di Salvini al congresso, e quindi risulta indigesta ai salviniani, che potrebbero costringere il presidente della commissione Attività produttive Alberto Gusmeroli a passare brevemente alla commissione Bilancio per il tour de force parlamentare.

Giorgetti nel mirino di Salvini: la manovra spacca la Lega e Meloni corre ai ripari
Alberto Gusmeroli (Imagoeconomica).

Il paradosso di FdI che difende un leghista

Insomma, pare in atto un insistente tiro al piccione contro il ministro. Una strategia elettorale che però potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Meloni lo ha capito e ha schierato il ‘suo’ Marco Osnato in difesa di Giorgetti. Ma si è arrivati al paradosso: la Lega fa trapelare che i «tecnici e i parlamentari del partito sono al lavoro per individuare le risorse necessarie a evitare i tagli ipotizzati agli organici del mondo della scuola» (scusate, toc-toc, ma non è un vostro collega di partito il ministro dell’Economia?) e – ciliegina sulla torta – FdI difende un leghista. A questo punto che lo candidino loro, potrebbe dire un qualsiasi salviniano ortodosso, se non fosse già stato detto.

Giorgetti nel mirino di Salvini: la manovra spacca la Lega e Meloni corre ai ripari
Marco Osnato (Ansa).

Midterm, anche Vance ‘boccia’ Trump: «Abbiamo perso per colpa della guerra»

A differenza di Donald Trump, che ha subito usato toni poco concilianti per commentare la batosta elettorale delle Midterm, il suo vice JD Vance ci ha messo un po’ a dire la sua sulla sconfitta del Partito repubblicano, travolto da un’onda blu democratica. In un lungo post su X, in cui di fatto ha preso le distanze dal presidente Usa, il numero due della Casa Bianca ha indicato chiaramente la ragione della sconfitta del Grand Old Party: la guerra all’Iran, a cui è stato contrario fin dall’inizio.

Il lungo post di Vance su X

«La ragione per cui abbiamo perso è la guerra. Il presidente stesso lo ha detto ieri sera», ha scritto Vance facendo riferimento all’intervento di Trump su Fox News («La gente è d’accordo con quello che sto facendo, ma probabilmente non era disposta ad affrontare la conseguenza iniziale, di breve durata, di pagare di più la benzina»). Mentre Trump continua a sostenere di aver fatto bene ad attaccare l’Iran, Vance invece è sempre stato contrario ai raid contro la Repubblica Islamica: «Chi vuol sostenere che ne sia valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi sei anni sia valso il prezzo pagato, lo faccia. Sostenga che sia stato un costo che valeva la pena sostenere. Che siate d’accordo o no, almeno sarebbe onesto. Ma tutti sanno perché abbiamo perso. E qualsiasi conversazione onesta su dove andare da qui deve iniziare da lì». E poi: «Resto fiducioso riguardo al nostro Paese. Avete ragione, ce l’avevate detto. Trasformate quell’energia nell’elezione di repubblicani che condividano la vostra visione del mondo. Alle persone che sono semplicemente arrabbiate per il risultato, avete ragione di esserlo. Trasformiamo quella rabbia e torniamo al lavoro per salvare il nostro Paese».

Elezioni Usa, Salvini: «Sconfitta dei repubblicani sia accelerazione verso la pace»

«Cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno e rispettando il voto degli americani, questa è la democrazia. La speranza è che questa sonora sconfitta venga colta come uno stop all’interventismo in giro per il mondo e come un’accelerazione verso la fine dei due conflitti». Così il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini ha commentato i risultati delle elezioni di midterm negli Stati Uniti intervenendo a Point break – Il punto di rottura, il programma condotto da Monica Giandotti e Daniele Ruvinetti su San Marino Rtv. «Io metto sul tavolo una riflessione. Se per quattro anni non ha funzionato l’invio di armi e soldi e le sanzioni, è sulla diplomazia che bisogna investire. Se Trump coglie il senso del non voto di ieri, visto che la prossima settimana ci sono dei colloqui tra Russia, Ucraina e Stati Uniti, conto di non dover arrivare a quella discussione», ha aggiunto rispondendo a una domanda sulla possibilità che la Lega voti contro ulteriori invii di armi e aiuti economici all’Ucraina.

Elezioni Usa, Salvini: «Sconfitta dei repubblicani sia accelerazione verso la pace»
Matteo Salvini a Point Break.

Sulla manovra: «Superamento legge Fornero centrale anche per i giovani»

Durante l’intervento sono stati toccati anche altri temi, a partire dalla manovra economica. «La Lega non ha ecceduto nelle sue richieste. Il superamento della legge Fornero è centrale, anche per i giovani. Siamo uno dei Paesi più virtuosi d’Europa, siamo in equilibrio e abbiamo governato con prudenza per quattro anni. Il diritto alla pensione, al lavoro e alla casa non sono spese, sono diritti. Penso quindi che un investimento di questo genere sia affrontabile dallo Stato», ha evidenziato. E ancora: «Abbiamo previsto un fondo di partenza da 850 milioni di euro per chi sceglie di andare in pensione a 64 anni, senza penalizzazioni sull’assegno. Il nostro impegno è stabilizzare questa misura».

Il monito della Casa Bianca: «Trump è ancora il vostro presidente»

All’indomani della disfatta delle elezioni di midterm, che hanno visto di Democratici conquistare il Congresso e diversi fortini rossi (come il Texas) anche con i governatori, la Casa Bianca ha pubblicato su X un’immagine di Donald Trump con uno sguardo minaccioso e i pugni puntati sulla scrivania dello Studio Ovale. «Comunicazione di servizio: Trump è ancora il vostro presidente», si legge sulla card. E sopra: «Grazie per la vostra attenzione sul tema».

I toni poco concilianti di Trump dopo la batosta elettorale

Intervistato dal New York Times, Trump – annusando la sconfitta – si era detto «pronto ad accettare il risultato» delle urne: «Collaboreremo con i Democratici, non vediamo l’ora di lavorare insieme a loro. Probabilmente troveremo un’intesa». Sui social, però, ha poi avuto toni decisamente meno concilianti. A fronte dell’onda blu che lo ha travolto, Trump ha infatti postato su Truth l’immagine di un cappellino rosso con la scritta «VETO», rivendicando la facoltà di bloccare le leggi del parlamento a lui non gradite in ragione della “presentment clause”, che prevede la necessità della sua firma su qualsiasi legge approvata dal Congresso. «Il mio nome non era sulla scheda elettorale. Se lo fosse stato, avremmo vinto CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE!», ha inoltre tenuto a precisare The Donald, che si è anche scagliato contro Fox News, definendo i sondaggi sfavorevoli dell’emittente «un attacco premeditato».

Rafa Nadal entra nel cda del Real Madrid

Dal tennis al calcio: Rafa Nadal entrerà a far parte del consiglio di amministrazione del Real Madrid. Lo ha reso noto il club spagnolo in un comunicato, aggiungendo che la questione verrà sottoposta al voto della prossima assemblea generale dei soci, che si terrà sabato 21 novembre. «È motivo di grande orgoglio che una figura della sua levatura sportiva e umana, punto di riferimento dello sport spagnolo e mondiale, entri a far parte del nostro consiglio di amministrazione e contribuisca, da questa posizione di responsabilità, al presente e al futuro del nostro club», si legge nella nota.

Il tifo per il Real Madrid nonostante lo zio giocatore del Barcellona

Nadal, nativo di Maiorca e vincitore di 22 titoli del Grande Slam, di due medaglie d’oro olimpiche e di cinque Coppe Davis con la Spagna, è da sempre tifoso del Real Madrid. E questo nonostante la lunga militanza nel Barcellona dello zio Miguel Ángel: a dimostrazione della sua fede la tessera di socio numero 67.778. «Voglio ringraziare il presidente Florentino Pérez e il consiglio di amministrazione per aver proposto il mio ingresso nel consiglio di amministrazione del Real Madrid», ha scritto Nadal in un post su X, allegando una foto di quando era piccolo, che lo ritrae con la divisa bianca del club. Al momento non è chiaro quali responsabilità Nadal dovrebbe ricoprire all’interno del consiglio di amministrazione. Definito da Perez come «il miglior ambasciatore possibile del Real Madrid e dei suoi valori», Nadal in passato non ha escluso la possibilità – un giorno – di poterne ereditare il ruolo.

Crans Montana, la Svizzera rinuncia al rimborso delle spese mediche dei feriti italiani

Il governo svizzero ha deciso di rinunciare al rimborso delle spese mediche sostenute per la cura dei feriti italiani nell’incendio di Capodanno a Crans-Montana, che ammontano a 1,5 milioni di franchi. Il presidente della Confederazione Guy Parmelin ha informato della decisione la presidente del Consiglio dei ministri italiano Giorgia Meloni. «Il governo svizzero è pienamente cosciente dell’immenso dolore che grava sulle famiglie delle vittime e sulle persone che soffriranno per tutta la vita delle sequele delle gravi ferite subite», ha evidenziato Parmelin.

Meloni: «Grazie per la sensibilità dimostrata»

«Accolgo con grande soddisfazione la notizia, comunicatami dal presidente Guy Parmelin, della rinuncia della Svizzera a chiedere il rimborso delle spese mediche dei feriti italiani della tragedia di Crans-Montana curati negli ospedali elvetici», ha detto la premier Meloni. «Sono felice di questa soluzione, nessun onere ricadrà sulle famiglie o sull’Italia. Il mio pensiero va, ancora una volta, alle famiglie delle vittime e dei ragazzi feriti, che affrontano con straordinaria dignità e forza un dolore immenso. A loro rinnovo la più sincera vicinanza del governo italiano, che continuerà a stare al loro fianco. Ringrazio il Presidente Parmelin per la sensibilità dimostrata. Questa decisione conferma la solidità del rapporto tra le nostre nazioni».

Midterm, El-Sayed prende in giro Trump e Vance dopo la vittoria in Michigan

Stanno diventando virali (anche in Italia) le immagini di Abdul El-Sayed, primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti (per il Michigan), che prende in giro JD Vance dopo la vittoria ottenuta alle elezioni di Midterm. «JD, mio caro, c’è una deliziosa ironia nel fatto che tu sia costituzionalmente obbligato a farmi giurare a gennaio», ha detto El-Sayed, togliendosi un bel sassolino dalla scarpa. In vista del voto, Vance lo aveva attaccato durante un comizio definendolo «una piccola donnola che dovrebbe chiudere la bocca e mostrare un po’ di gratitudine» e anche Donald Trump aveva puntato il dito contro di lui, usando una retorica anti-musulmana e storpiando il suo nome. «Donald, senti, so che hai avuto qualche difficoltà con il mio nome, quindi dopo che JD mi avrà fatto prestare giuramento a gennaio potrai semplicemente continuare a chiamarmi senatore».