Inchiesta Equalize, chiesto il rinvio a giudizio per 74 indagati

La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per 74 degli 81 indagati nella maxi inchiesta Equalize su dossieraggi e accessi abusivi alle banche dati delle forze dell’ordine. Tra loro figurano Leonardo Maria Del Vecchio, il banchiere Matteo Arpe, il fratello di Filippo Tortu, Giacomo, manager di multinazionali e vari avvocati di diversi studi legali internazionali che si sarebbero rivolti alla società per svolgere controlli attraverso pratiche ritenute illecite a persone di loro interesse. Ad aprile i pm milanesi avevano già chiesto il processo per Enrico Pazzali, che sarebbe stato a capo dell’associazione per delinquere, e altre 13 persone (tecnici informatici e appartenenti alle forze dell’ordine) accusati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati informatici, come l’accesso abusivo a banche dati sensibili come lo Sdi, Serpico e Punto Fisco. Sono oltre 832 in totale le persone offese, presunte vittime degli spionaggi, tra cui Ricky Tognazzi, Alex Britti, Selvaggia Lucarelli, Fabrizio Corona, Marcell Jacobs (lo spionaggio sarebbe stato commissionato dal fratello del compagno di staffetta Tortu), Stefano Boeri e Paolo Scaroni. Questa seconda richiesta di rinvio a giudizio sarà valutata da un gup, dopo essere stata riunita alla prima tranche. L’inizio dell’udienza preliminare dovrebbe essere a ottobre.

De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo

Nel giornalismo c’è gente che va e gente che viene. Anzi, per la precisione gente che ritorna. In via del Tritone, quartier generale del gruppo Caltagirone, gli spifferi non mancano: «Per un Rosario Dimito che se ne va, c’è un Osvaldo De Paolini pronto a rientrare alla base», si sente dire. Dimito, come anticipato da Lettera43, lascia il quotidiano romano e dal primo settembre va a La Stampa del nuovo corso Sae come vicedirettore vicario. Mentre De Paolini che fa? Lui è rimasto nel cuore dell’ingegnere Francesco Gaetano Caltagirone, che ne ha sempre apprezzato la passione per il lavoro. Dopo anni con Calta era passato agli Angelucci. Ma adesso è arrivato l’addio a il Giornale, anche per colpa di confronti accesi proprio con l’editore e di quell’indigesto approdo di Lirio Abbate. Adesso ad attenderlo quale ruolo ci sarà? Le testate del gruppo sono diverse: oltre a Il Messaggero non dimentichiamo Il Mattino e Il Gazzettino

De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo

L’attore Pippo Di Marca morto precipitando dal terrazzo di casa

L’attore e regista Pippo di Marca è morto a Roma dopo essere precipitato dalla terrazza della sua abitazione al quinto piano nel quartiere Trastevere. Sono ancora in corso le indagini sull’accaduto e si ipotizza o una caduta accidentale o il gesto volontario. Secondo quanto riportato dal Corriere, avrebbe lasciato un biglietto alla moglie e al figlio con scritto «Scusate, non ce la faccio più» a causa della malattia. Nato a Catania nel 1939, è stato attivo dagli Anni 60 nell’ambito della sperimentazione teatrale, ed è stato tra i protagonisti dell’avanguardia teatrale italiana, sviluppando una ricerca artistica influenzata dalle avanguardie storiche e collaborando con figure quali Carmelo Bene, Leo de Berardinis e Julian Beck. Ha fondato il Meta-Teatro, compagnia e spazio teatrale dedicati alla produzione e alla promozione del teatro contemporaneo.

L’Agenzia Ue per la cultura taglia 2 milioni di euro alla Biennale 

A seguito della valutazione giuridica e della raccomandazione della Commissione, l’Agenzia europea per la cultura e l’educazione ha deciso di interrompere la sovvenzione in corso di 2 milioni di euro a favore della Fondazione La Biennale di Venezia. L’ha reso noto un portavoce della Commissione Ue. «Gli eventi culturali, finanziati con il denaro dei contribuenti europei, dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione — valori che non vengono rispettati nella Russia odierna».

Il caso del padiglione russo

La vicenda riguarda il padiglione russo della mostra. Nonostante la contestazione del ministro della Cultura Alessandro Giuli, la Fondazione aveva deciso di ospitarlo. La struttura non è mai stata aperta al pubblico e la Biennale ha sempre sostenuto che la sua presenza non violasse le sanzioni europee. Ma la polemica già a marzo era arrivata a Bruxelles, che aveva chiesto chiarimenti e avvertito che la prosecuzione dell’iniziativa avrebbe potuto comportare la perdita dei fondi. E così è stato.

Stellantis, due nuovi ceo per Ram e Jeep

Stellantis ha nominato due manager di lunga esperienza nel settore automobilistico alla guida dei marchi Ram e Jeep. Si tratta di Matt VanDyke, nominato ceo del marchio Ram con effetto dal 20 luglio, e di Branden Coté, nominato ceo del marchio Jeep dal 3 agosto.
VanDyke succede a Tim Kuniskis, che nel luglio 2025 è stato nominato responsabile dei marchi americani, della strategia di marketing e retail di Stellantis North America, mantenendo al contempo la guida del marchio Ram. Coté succede invece a Bob Broderdorf, il quale prenderà un congedo per malattia. Al suo rientro, Broderdorf assumerà un nuovo ruolo di leadership all’interno dell’azienda.

Chi sono VanDyke e Coté

VanDyke vanta una consolidata esperienza nel settore automotive. Di recente ha ricoperto il ruolo di presidente di Shift Digital, una delle principali società di marketing digitale che ha lavorato con alcuni noti marchi automobilistici. In precedenza è stato ceo di FordDirect e ha ricoperto diversi incarichi presso Ford Motor Company. Coté entra in Jeep forte di 20 anni di esperienza alla guida delle attività retail. Recentemente, con AutoNation ha ricoperto il ruolo di brand president guidando diversi marchi di alto livello. Prima ha occupato ruoli di leadership in Aston Martin Lagonda, Canoo e Mercedes-Amg/Mercedes-Benz Usa e in altre aziende automobilistiche e della distribuzione.

Varriale perde il ricorso contro la Rai, confermato il licenziamento per giusta causa

Il Tribunale di Roma ha respinto il ricorso del giornalista Enrico Varriale contro il licenziamento della Rai per giusta causa, ritenendo infondata la tesi secondo cui il provvedimento sarebbe stato una ritorsione legata alle precedenti cause per il demansionamento. Secondo il giudice, la Rai ha fondato il licenziamento su fatti concreti e documentati, tra cui la condanna a 10 mesi per atti persecutori e lesioni personali e le vicende emerse in un secondo procedimento penale, considerate incompatibili con il ruolo ricoperto dal giornalista e lesive dell’immagine dell’azienda.

Il licenziamento motivato dalla gravità dei fatti contestati

Il Tribunale ha inoltre escluso che la tempistica del licenziamento fosse sufficiente a dimostrare una ritorsione, osservando che la Rai, in precedenza, aveva adottato nei suoi confronti solo una sanzione conservativa per un diverso procedimento disciplinare e aveva anche valutato possibili soluzioni organizzative per il suo reinserimento professionale. Per il giudice, quindi, il recesso non era una reazione alle iniziative giudiziarie del lavoratore, ma era motivato dalla gravità dei fatti contestati.

Bologna, Meloni: «Inaccettabile, accertare la verità con rigore»

La premier Giorgia Meloni è intervenuta sui fatti di Bologna, dove domenica 19 luglio 2026 un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, è morto durante un fermo di Polizia. «Quanto accaduto è inaccettabile. Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno», ha scritto sui suoi canali social. «Ma nulla può giustificare la violenza contro le forze dell’ordine. Chi ha scelto di usare questa vicenda come pretesto per mettere a ferro e fuoco la città, aggredire gli agenti e seminare violenza, mettendo a rischio anche l’incolumità di cittadini del tutto estranei ai disordini, non cercava la verità, cercava lo scontro», ha aggiunto con riferimento alla manifestazione di lunedì sera che, da protesta, si è trasformata in guerriglia urbana con auto bruciate, cassonetti divelti e aggressioni agli agenti. «Alimentare un clima di odio e di delegittimazione verso un intero corpo dello Stato è un atto di grave irresponsabilità. Trasformare migliaia di donne e uomini in divisa in un bersaglio significa colpire chi ogni giorno serve l’Italia con professionalità, sacrificio e coraggio», ha concluso.

Trump impone nuovi dazi al 50 per cento al Canada

Donald Trump ha annunciato nuovi dazi del 50 per cento contro le importazioni di alcuni prodotti dal Canada. La presidenza degli Stati Uniti ha detto di voler imporre le tariffe, che entreranno in vigore fra 30 giorni, come ritorsione per le misure adottate da Ottawa contro le merci statunitensi, considerate discriminatorie. Ha citato i dazi canadesi del 25 per cento su alcune auto statunitensi, il presunto trattamento di sfavore riservato al formaggio americano rispetto a quello europeo e il divieto di vendita di alcolici prodotti negli Stati Uniti imposto in molte province canadesi. Si tratta in gran parte di misure introdotte in risposta proprio ai primi dazi imposti da Trump sulle merci canadesi. I nuovi dazi riguarderanno prodotti che vanno dal vino ai bastoni da hockey al cemento, e anche prodotti che dovrebbero essere esclusi dai dazi secondo l’accordo commerciale fra Stati Uniti, Canada e Messico. Saranno esclusi invece il pesce, le terre rare (metalli fondamentali per moltissime produzioni tecnologiche), i sali di potassio (usati in agricoltura) e prodotti già sottoposti a dazi.

Morto a Bologna, scontri e guerriglia durante la protesta: 11 feriti

È di almeno 11 feriti, tra poliziotti e manifestanti, il bilancio della protesta che si è tenuta lunedì 20 luglio 2026 a Bologna per chiedere verità e giustizia sulla morte di Abderrahim Fakir, il 43enne deceduto durante un intervento della Polizia. La manifestazione, nata pacificamente, è degenerata in ore di tensione con lanci di bombe carta, auto date in fiamme, cassonetti divelti e atti vandalici. Un agente e un civile sono stati portati in ospedale, e il 118 ha soccorso sul posto altri cinque agenti e quattro civili. Ma il dato potrebbe cambiare. Il Coisp, sindacato di Polizia, parla infatti di 56 agenti feriti di cui 15 del reparto mobile di Padova, 26 di quello di Firenze e 15 di quello di Bologna, con prognosi fino a 15 giorni. «Sono rimasti feriti perché colpiti da enormi pietre, bottiglie di vetro e bombe carta lanciate dai violenti gruppi di antagonisti e anarchici», ha spiegato il segretario Pianese. È stata anche incendiata un’auto del Comune.

Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine

Dalla piazza gremita si sono alzati slogan come “Tout le monde deteste la police” e “Giustizia, giustizia” e in breve tempo la tensione è salita fino a sfociare in violenza. Oltre ai lanci di oggetti, gli agenti hanno ricevuto insulti e calci, rispondendo con manganellate e scudi. Poi la situazione è degenerata, con continui tentativi di respingere e disperdere la folla con lacrimogeni e idranti. Gli attivisti hanno usato le barriere del cantiere del tram per difendersi, distruggendo le bici del servizio sharing e lanciando anche le sedie dei dehor.

Daniele Compatangelo, chi era il giornalista di La7 morto a Washington

È morto improvvisamente, all’età di 50 anni, Daniele Compatangelo, giornalista e corrispondente dagli Stati Uniti per La7. Il cronista è stato trovato senza vita nel suo appartamento di Washington e sarebbe deceduto per un malore. Nato a Savona nel 1975, da anni viveva negli Usa da dove aveva curato corrispondenze per varie testate italiane, tra cui anche Sky TG24.

Chi era Daniele Compatangelo

Oltre a essere il punto di riferimento e corrispondente da Washington per La7, Compatangelo ricopriva la carica di presidente della White house foreign correspondents’ association, l’associazione che riunisce i giornalisti internazionali accreditati presso la politica governativa statunitense. Nel corso della sua carriera aveva collaborato anche con altre grandi testate e network internazionali. Negli ultimi mesi era salito alla ribalta per la sua intervista telefonica a Donald Trump in cui il tycoon aveva rivelato che la premier Meloni l’aveva implorato di fare un selfie con lui. Una dichiarazione che aveva innescato un rilevante dibattito politico e diplomatico e che aveva fatto deteriorare i rapporti tra Trump e Meloni. La notizia della sua scomparsa ha scosso La7, con il direttore Andrea Salerno che ha così espresso il cordoglio dell’intera emittente: «Siamo attoniti. Tutta La7 si stringe ai suoi cari. Daniele era un collaboratore prezioso e raro. Per la sua voglia di raccontare sempre e con precisione e allegria. Era un bravo giornalista. Mancherà».

La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini

Desalvinizzazione della Lega. È la definizione giornalistica più in voga del momento per descrivere la fase di grande decadenza della leadership di Matteo Salvini.

La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini

Scompare il nome del capo e tornano i vecchi simboli

La nuova terminologia parte da una constatazione reale. L’eliminazione del nome del capo dai simboli usati nelle feste estive del partito. In effetti, sempre meno numerose e sempre meno popolate, nelle tradizionali feste lombarde non solo viene usato il simbolo Lega senza l’aggiunta “Salvini premier”, ma la decisione viene accompagnata da una sorta di movimento nostalgico. Sono tornate le parole “Padania” e “centralismo” nei discorsi di alcuni big come il governatore lombardo Attilio Fontana. Sono tornati il Sole delle Alpi e i tributi a Umberto Bossi e Roberto Maroni. È tornato anche il Va’ pensiero con il militante più celebre, il cosiddetto militante ignoto, Elio Fagioli da Saronno, che sale sul palco a cantare con la mano sul petto e la polo rigorosamente verde.

Un patto con i governatori basterà a risollevare la Lega?

È come se la morte del Senatur e le difficoltà di Salvini abbiano dato il via a un movimento a ritroso. Ma la politica non è amarcord. Come ha ricordato Giancarlo Giorgetti dal palco della festa di Sumirago, nel Varesotto, in politica bisogna sapere «da dove si viene» per indicare «dove si vuole andare». Ed è questo che manca alla Lega di oggi. Erosa a destra da Fratelli d’Italia e, soprattutto, da Futuro nazionale di Roberto Vannacci, il movimento vive in quel prefisso privativo: ‘de’. Desalvinizzare la Lega, ma per andare dove? Lo stesso segretario non è poi così contrario a questa strategia. Parecchi mesi fa lui stesso aveva proposto in un’intervista di togliere il suo nome dal simbolo in vista delle Politiche del 2027 e nelle comunicazioni ufficiali del partito ha imposto da tempo ormai il termine “Lega” (senza la dicitura “Salvini premier”), ma il tema è tutto lì. Salvini ha fatto saltare il patto per dare maggiori poteri a Luca Zaia, quando una bozza di accordo era già stata elaborata con l’ex doge alla guida di una sorta di ‘falange’ del Nord per recuperare consensi nelle zone dove l’elettorato leghista è tradizionalmente forte. Con l’avvicinarsi delle Politiche, probabilmente Salvini proverà comunque a stringere un accordo con alcuni uomini elettoralmente forti al Nord (Zaia, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti e forse Attilio Fontana) per candidarli capolista nelle circoscrizioni settentrionali. Ma basterà ad arginare Vannacci e la perdita di consensi mentre i dirigenti del Sud sembrano essere già con un piede fuori dal partito?

Le responsabilità dei dirigenti yes man

Insomma, anche i principali critici di Salvini sembrano avere le idee molto confuse. Quale è la strategia di Fontana per esempio, che ogni quarto d’ora attacca un esponente di governo, compresi quelli del suo partito? O quella di Roberto Calderoli che si lamenta delle sedie vuote alle feste della Lega? O, ancora, quella di Giancarlo Giorgetti che invita la Lega a «non aver paura» di ritrovare la via ma poi è il primo a riallinearsi e mostrarsi fedele al capo? Insomma, il fallimento attuale non è tanto quello di Salvini che fa Salvini e si arrabatta, anche maldestramente, per rimanere attaccato al potere. Ma di tutti quei dirigenti la cui decennale azione politica si può condensare in una frase: accontentare le direttive del capo. Insensibili al rumore sempre più assordante della base che chiede un rinnovamento della leadership, i big della Lega restano immobili in uno stato di spleen politico. E non è che manca un successore perché di dirigenti che potrebbero prendere il posto di Salvini ce ne sono diversi (gli stessi Zaia, Fedriga, o Riccardo Molinari e Alberto Stefani). Ognuno di loro andrebbe bene a una base ormai troppo insofferente. Ma no: c’è un cordone di seconde linee che blocca tutto. È come se fossero lì, paralizzati a cantare una vecchia filastrocca: «Capo facci cambiare, facci cambiare capo, se non ci fai cambiare, ti romperemo il capo». Ma il capo dice no. E loro buttano via il sogno di cui tanto si riempiono la bocca nei comizi pur di non mettere in discussione il leader.

I motivi dietro l’addio di De Paolini al Giornale

Osvaldo De Paolini dice addio alla condirezione del Giornale e alla direzione di Moneta. «La direzione ci ha comunicato che, da domani (21 luglio), il nostro condirettore lascia, per motivi personali, la nostra testata», si legge nel comunicato del Cdr. «Così come la direzione del settimanale economico Moneta» che verrà assunta ad interim da Tommaso Cerno. «Il Cdr coglie l’occasione per ringraziare, assieme alla redazione, Osvaldo De Paolini per il grande lavoro svolto, non solo nella mera fattura del quotidiano, anche nell’ambito degli “eventi del Giornale“, per il rilancio della testata e il risanamento della sua situazione economica».

I motivi dietro l’addio di De Paolini al Giornale
Tommaso Cerno (Imagoeconomica).

La discussione con Angelucci e l’arrivo di Abbate

Arrivato al Giornale dal Messaggero nel 2023, De Paolini aveva assunto prima la carica di vicedirettore poi, dal dicembre 2025, aveva affiancato Tommaso Cerno alla direzione. Nel 2024 aveva lanciato Moneta di cui sabato scorso ha firmato l’ultimo numero. Secondo i ben informati, la decisione di andarsene (qualcuno spiffera addirittura «sbattendo la porta») sarebbe maturata dopo mesi di maretta con l’editore sfociati qualche giorno fa in un confronto molto acceso con Giampaolo Angelucci. A fronte di alcuni rilievi dell’editore su un articolo del settimanale economico, De Paolini avrebbe risposto stizzito che nessuno poteva insegnargli il mestiere. Il rapporto con Cerno inoltre pare non sia mai stato idilliaco e l’arrivo di Lirio Abbate alla vicedirezione non ha contribuito a rasserenare il clima.

I motivi dietro l’addio di De Paolini al Giornale
Giampaolo e Antonio Angelucci (Imagoeconomica).


La morte di Fakir, l’inadeguatezza dello Stato e l’avanzare della barbarie

Il primo nome che il caso di Abderrahim Fakir mi riporta alla mente non è quello di George Floyd, l’uomo ucciso dalla polizia americana con modalità così simili a quelle immortalate nell’insostenibile video girato al Pilastro: la sopraffazione fisica, lo schiacciamento dell’uomo già a terra, l’indifferenza ai suoi lamenti. Mi rammenta un caso apparentemente opposto, ma sotto certi aspetti simile, e con un esito ancora più tragico: quello del genovese Alberto Scagni, un giovane dalla personalità disturbata che terrorizzava i genitori e i vicini con minacce ed «escandescenze». Malgrado le 60 telefonate dei familiari all’Ausl e alla polizia, nessuno era intervenuto per fermarlo. Un mese dopo Scagni, lasciato a se stesso, uccise a coltellate sua sorella.

La morte di Fakir, l’inadeguatezza dello Stato e l’avanzare della barbarie
Nel riquadro, Abderrahim Fakir (Ansa).

Scagni e Fakir, due facce dell’inadeguatezza dello Stato

Secondo le ricostruzioni, anche Fakir stava «dando di matto» domenica scorsa, in un garage del quartiere bolognese del Pilastro, forse aveva problemi psichiatrici, forse aveva assunto sostanze. Le telefonate dei vicini, stavolta, hanno richiamato polizia e Ausl, ma i risultati sono quelli del video. Da una parte, sottovalutazione delle condizioni del soggetto (anche se nel caso di Genova il procedimento contro i poliziotti e le autorità sanitarie è stato successivamente archiviato), dall’altra un intervento tempestivo, ma brutale e manchevole dal punto di vista medico. Due facce dell’inadeguatezza dello Stato di affrontare il disagio psichico (o presunto tale), una situazione che non guarda il colore del passaporto né quello della pelle, e non ha bisogno di permessi per insediarsi in una capoccia e rendere il suo proprietario un pericolo per se stessi e per gli altri, compresi i suoi familiari.

La morte di Fakir, l’inadeguatezza dello Stato e l’avanzare della barbarie
La sorella di Abderrahim Fakir (Ansa).

La sicurezza non può prescindere dal rispetto per la vita umana

L’inchiesta in corso accerterà le responsabilità degli agenti – non indagati, grazie alle norme del nuovo decreto sicurezza – e dei soccorritori. Il video si interrompe prima di mostrarci se, constatato che l’uomo era privo di coscienza, abbiano tentato di rianimarlo. Ma non ci risparmia la visione di una terza persona, presumibilmente non opportunamente addestrata alla contenzione di un fermato, che collabora con i poliziotti per immobilizzare Fakir, con gli agenti che glielo lasciano fare: quindi, le forze dell’ordine possono affidare l’incolumità fisica di una persona, magari malata, al primo che passa? Fakir, riferiscono i suoi conoscenti, soffriva d’asma ed era cardiopatico. Era un uomo con molte fragilità, che andava messo in sicurezza con professionalità, oltre che con il rispetto per la vita umana che è scritto nella nostra Costituzione ma che oggi, a quanto pare, solo la Chiesa cattolica continua a considerare un valore non negoziabile.

La morte di Fakir, l’inadeguatezza dello Stato e l’avanzare della barbarie
Un fermo immagine dell’intervento delle forze dell’ordine e dei sanitari (Ansa).

Più si avvicinano le elezioni più il mostro social dovrà essere nutrito

E mentre il governo riduce i fondi per la cura e la prevenzione delle malattie psichiche, e destina alle forze dell’ordine non finanziamenti, aumento di personale e tecnologie più efficaci ma, demagogicamente, un goffo scudo penale, abbiamo solo una certezza: più si avvicinano le elezioni, più si moltiplicherà la strumentalizzazione di episodi come quello del Pilastro, il cibo preferito dal mostro dei social. La barbarie si avvicina, tweet dopo tweet, reel dopo reel, TikTok dopo TikTok. Di questo passo, quando arriveremo al voto i partiti della destra avranno inserito nei programmi il rogo sulla pubblica piazza, l’ordalia dell’acqua e lo squartamento mediante quattro cavalli. Molto peggio del Medioevo vero, quando almeno c’erano anche Dante, Giotto e san Francesco.

Morto a Bologna, la Tgr non trasmette il servizio e scoppia la polemica

È polemica sull’edizione serale della Tgr Emilia-Romagna di domenica 19 luglio 2026. Sotto i riflettori c’è il racconto del caso di Abderrahim Fakir, il 43enne morto al quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento della polizia. Nonostante il servizio sulla vicenda fosse pronto e montato, ai telespettatori sono arrivati soltanto due spezzoni video e poche righe lette dalla conduttrice. La decisione di non trasmetterlo integralmente, presa dalla direzione della testata, ha fatto scattare la protesta del Comitato di redazione, sostenuto dal coordinamento dei Cdr della Tgr, da Usigrai, dall’Associazione Stampa Emilia-Romagna e dalla Federazione Nazionale della Stampa.

La direzione aveva chiesto di rimuovere parte del video

«Il montaggio mostrava le immagini e la voce dell’uomo immobilizzato e colpito dagli agenti mentre chiedeva ripetutamente aiuto, immagini che da ore circolavano sul web e sulle principali testate e che oggi sono l’apertura di tutti i principali quotidiani», si legge in una nota del Cdr. «Come di consueto, il collega ha inviato il servizio in visione al responsabile di turno che gli ha chiesto, su indicazione della direzione, di rimuovere parte del video in cui si vedeva Fakir ormai senza vita e soprattutto cancellare l’espressione “intervento violento”. Una modifica non condivisa dal redattore, che ha chiarito di voler ritirare la firma come previsto dal contratto». Nel corso del telegiornale, il servizio, che era stato annunciato dal primo titolo, è stato fatto slittare sempre più in basso, comunicando man mano alla line di turno che erano in corso trattative per la messa in onda. Fino a quando, a telegiornale iniziato da 12 minuti, è stata consegnata alla conduttrice una breve notizia da leggere accompagnata da una parte del video.

Il Cdr: «Decisione che squalifica credibilità e autorevolezza della Tgr»

«Il direttore, al limite, avrebbe potuto dare indicazione di tagliare parti del servizio e contestualmente togliere la firma del collega – i tempi tecnici e il contratto lo consentivano – ma la scelta di non mandarlo in onda del tutto e di trasmettere solo due spezzoni delle immagini, che erano ormai online e in onda dappertutto, è un autogol», ha denunciato il Cdr. «La scelta della direzione squalifica la credibilità e l’autorevolezza della Tgr e del servizio pubblico. Le immagini e le voci raccolte dal giornalista e dalla troupe regionale sono state poi utilizzate dal Tg1 per un proprio servizio, ma non è stato possibile mostrarle ai telespettatori dell’Emilia-Romagna. Anche sul sito web gli spezzoni del video dell’intervento di polizia non sono apparsi fino a oltre le 22:30, quando è stato inserito – al posto del servizio del collega – un redazionale».

Le motivazioni della direzione

E ancora: «A fronte di nostre richieste di spiegazioni, il direttore ha motivato la mancata messa in onda del servizio riferendo che il giornalista non avesse fatto verificare il testo come previsto da ordine di servizio. Il testo è stato inviato al responsabile di turno alle 19.05. A nostra richiesta di spiegazioni, il direttore ha contestato che nel servizio mancava la posizione della questura di Bologna. La nota stampa della polizia è stata inviata alle 19.22 (orario incompatibile con l’inserimento nel servizio montato) e comunque poteva essere letta dalla conduttrice al termine del pezzo».

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

A New York la Spagna ha vinto la Coppa del Mondo. In Italia l’hanno guardata milioni di persone, e tra queste ci sono ragazzi di vent’anni che ne avevano otto l’ultima volta che gli Azzurri hanno giocato un Mondiale. Cioè Brasile 2014 (un fallimento, usciti ai gironi). Poi sono arrivati i disastri contro Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia ai rigori a Zenica. Se l’appuntamento buono sarà il 2030, quei giovani avranno attraversato l’intera adolescenza senza un giugno Azzurro. Il direttore tecnico della Figc e presidente del Club Italia Paolo Maldini e l’advisor strategico Leonardo hanno passato a Barcellona il fine settimana in cui finiva il Mondiale, per offrire a Pep Guardiola la panchina della Nazionale. Tre giorni di lavoro, un piano quadriennale, pieni poteri tecnici. In attesa della risposta, nella short list restano Roberto Mancini e Andrea Pirlo. Come finirà?

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

Va riconosciuto: il tentativo per l’allenatore catalano è il più ambizioso che la Federazione potesse fare e smentisce chi ha letto la nuova area tecnica come un esercizio di potere interno. Ma il dettaglio che conta è un altro, e lo ha riferito Sky Sport. Per Guardiola l’ostacolo non è tanto l’ingaggio, quanto le prospettive del progetto, lo stato del movimento italiano e le riforme che servirebbero per farne nascere uno nuovo. Il miglior tecnico del mondo, a cui i soldi in questo momento interessano poco, sta esitando sul prodotto. È la diagnosi più autorevole disponibile e arriva da qualcuno che non ha alcun interesse in gioco.

I conti piangono: un danno diretto da oltre 50 milioni

Un po’ di numeri. Il contratto con Adidas, sponsor tecnico dal 2023, vale circa 30 milioni e conteneva un malus da 9,6 milioni per la mancata qualificazione. Telepass non ha rinnovato. Nel budget 2026 la Figc aveva già iscritto una riduzione dei corrispettivi commerciali di 9,5 milioni e un risultato negativo per 6,6, costruito ipotizzando esattamente ciò che è poi accaduto. Tra premio Fifa, malus, merchandising e accordi mai firmati, Unimpresa stima un danno diretto oltre i 50 milioni.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Paolo Maldini (Ansa).

Poi c’è il danno che non entra in nessuna riga di bilancio. La fedeltà sportiva di un ragazzino si forma tra i 10 e i 16 anni, e in quella fascia c’è una fetta intera di italiani che ha allocato altrove tempo, abbonamenti e magliette. Ogni ciclo perso brucia clienti futuri, probabilmente per sempre.

La data che non si può bucare: l’Europeo 2032 in casa

C’è una scadenza che molti dimenticano o sottovalutano: nel 2032 l’Europeo si gioca in Italia, che organizza l’evento assieme alla Turchia, e il presidente federale Giovanni Malagò l’ha già indicato come priorità. Da Paese ospitante l’Italia sarà qualificata di diritto (almeno quello).

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Qui sta la trappola. Gli Azzurri scenderanno in campo davanti al proprio pubblico, con la massima esposizione internazionale e i massimi ricavi potenziali, a prescindere da quanto saranno forti. Se arriveranno a quell’appuntamento senza aver giocato un Mondiale dal 2014, il torneo di casa diventerà la certificazione del declino, trasmessa in 80 Paesi. Sei anni sono il tempo che serve a una riforma dei vivai per dare i primi effetti. E sono anche il tempo che resta a quella fatidica data.

Il cv di Pirlo non convince: una scelta al risparmio

Se Guardiola dice no, la scelta si restringe. Il curriculum di Pirlo piange. A Dubai ha ottenuto la promozione dalla First Division con lo United FC, club fondato nel 2022. La First Division è la seconda serie di un Paese che schiera 14 squadre nel massimo campionato e 14 in quello immediatamente sotto: 28 club professionistici in tutto, contro i 100 che l’Italia mette in campo tra A, B e C. Il professionismo emiratino esiste da 18 stagioni, e nella divisione da cui Pirlo è salito ogni club può registrare due soli stranieri con contratto professionistico, mentre tutti gli altri tesseramenti possono essere non professionistici.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Prima, nella carriera di Pirlo c’è stata una stagione alla Juventus con vittoria di Coppa Italia, Supercoppa e quarto posto. Quindi l’esonero al Karagümrük, in Turchia (squadra lasciata al nono posto in classifica), e quello alla Sampdoria dopo un punto in tre giornate, in Serie B. Non si intravede nulla di ciò che serve a un commissario tecnico: gestire giocatori forti, visti 40 giorni l’anno, in partite secche sotto pressione totale.

L’intervento di Puma che servì per portare Conte in Azzurro

In cambio, la Federazione risparmia qualche milione. Gennaro Gattuso, il volto del tracollo ai playoff 2026, guadagnava 800 mila euro, prima di lui Luciano Spalletti 2,8 milioni. Antonio Conte al Napoli percepiva tra gli 8 e i 9 netti e oggi fa sapere che sotto i 4 non è disposto ad aprire la trattativa. Nel 2014, per portarlo in azzurro la prima volta, servì l’intervento di Puma, allora sponsor tecnico, che coprì circa metà di un ingaggio intorno ai 3,5 milioni.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

Sull’altro ex ct Roberto Mancini pesa un precedente che riguarda proprio la tenuta di un progetto lungo: lasciò la Nazionale a ciclo aperto, nell’agosto 2023, per la ricca panchina dell’Arabia Saudita.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Roberto Mancini (Ansa).

Quindi l’opzione Pirlo porterebbe a un risparmio di tre o quattro milioni, scegliendo però di non investire proprio quando l’asset costa meno rilanciarlo.

Il nodo del sostegno economico da parte della Lega Serie A

Giovedì 23 luglio l’assemblea della Lega Serie A discute la proposta annunciata dal presidente e amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta: i club cercheranno una forma di sostegno alle finalità di alto livello della Federazione, in pratica un contributo all’ingaggio del ct. Allo stesso tavolo Malagò, Maldini e Leonardo presenteranno il progetto tecnico.

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Beppe Marotta, amminostratore delegato e presidente dell’Inter (Imagoeconomica).

L’obiezione va affrontata prima che la sollevino gli altri. Un ct pagato dai club che gli forniscono i giocatori è un ct catturato, e le clausole di indipendenza sulle convocazioni non valgono niente: la pressione arriverebbe comunque, via telefono.

Uno sponsor non indirizza la scelta di un allenatore piuttosto che di un altro

Malagò ha però indicato lui stesso la via d’uscita, spiegando che uno sponsor non indirizza un sostegno per prendere un allenatore piuttosto che un altro, mentre può dire alla Federazione dove indirizzare il proprio investimento. E sui conti ha aggiunto una frase che vale come metodo: «Prima devi impegnarti e poi trovare le soluzioni».

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La Nazionale italiana di calcio (Ansa).

La soluzione può essere questa: club e sponsor conferiscono risorse a una fondazione di partecipazione, il cui scopo statutario è vincolato alle scuole calcio e ai settori giovanili. Il denaro dunque non sfiora la Nazionale maggiore. La Figc vede liberarsi le risorse proprie oggi impegnate su quelle voci e le rialloca dove crede, allenatore compreso. Il precedente contabile esiste: nel 2022 la Federazione destinò 4,9 milioni, il 20 per cento degli utili commerciali, a un fondo vincolato per impianti e vivai.

Organizzazione e metodologia: l’esempio Luis de la Fuente

Malagò ha portato l’esempio giusto. Luis de la Fuente, che ha vinto il Mondiale, viene dal settore giovanile spagnolo e quei giocatori li allenava già nelle Under. Il collega argentino Lionel Scaloni ha avuto una carriera modesta da calciatore ed è arrivato alla guida dell’Albiceleste dopo i rifiuti dei grandi nomi. Il presidente federale italiano ne trae dunque la conclusione corretta: prima si sistemano organizzazione e metodologia, poi si discute della persona.

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Il ct della Spagna Luis de la Fuente (foto Ansa).

Vale anche al contrario, e spiega perché il nome grosso serve comunque. Una riforma dei vivai produce i primi effetti nel 2032. Fino ad allora qualcuno deve tenere in piedi il negozio, qualificare la squadra a Euro 2028 e riaprire il mercato pubblicitario. Le due leve vanno mosse insieme, e la fondazione è ciò che permette di muoverle senza che la seconda comprometta la prima.

Guardiola serve a “comprare” il tempo che ci serve

Se Guardiola accetta, la Federazione avrà “comprato” il tempo che le serve. Se rifiuta, avrà almeno ricevuto gratis la diagnosi che le mancava, dalla fonte più autorevole del mestiere: il problema del calcio italiano non è chi siede in panchina. L’assemblea è giovedì. L’Italia torna in campo il 25 settembre a Roma contro il Belgio. E ci sono ragazzi di 20 anni che ancora aspettano.

La Rai avvia verifiche interne sul caso Ranucci

Nel rispetto delle proprie procedure interne e dei principi di correttezza, imparzialità e tutela dell’azienda, la Rai ha disposto l’avvio degli approfondimenti di competenza in relazione alla vicenda riguardante il vicedirettore Sigfrido Ranucci. La commissione per il Codice etico, su impulso dell’amministratore delegato, procederà nei prossimi giorni alle attività istruttorie di propria competenza. «Rai, in coerenza con le linee guida Ebu e nel rispetto del vigente contratto di servizio», si spiega in una nota, «è tenuta ad adottare criteri netti e chiari in relazione al giornalismo investigativo e d’inchiesta, a partire dal principio di imparzialità e indipendenza, a quello di accuratezza nello svolgimento delle inchieste, a quello sulla verifica rigorosa delle fonti e alla gestione corretta di esse». Nello stesso tempo, «Rai intende tutelare la propria immagine e quella del giornalismo del servizio pubblico fondato su professionisti che ogni giorno conducono con serietà, cura, professionalità e rispetto delle regole deontologiche il loro lavoro nelle testate nazionali, nelle redazioni regionali, nelle sedi delle corrispondenze estere, nei teatri che i nostri inviati coprono in tutto il mondo e nei tanti programmi di approfondimento e inchiesta che compongono i palinsesti Rai». «L’attivazione delle verifiche interne», conclude l’azienda, «costituisce un atto dovuto a tutela della Rai, delle persone coinvolte e dei principi che regolano l’attività del servizio pubblico».

Mit-Enac, il rischio di porte girevoli che imbarazza Porta Pia

Al ministero delle Infrastrutture e trasporti qualcuno, con amara ironia, lo ha ribattezzato «Ente nazionale in autocontrollo». Il riferimento è all’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile (l’autorità unica di regolazione tecnica, certificazione e vigilanza dell’aviazione civile in Italia) che sta vivendo una delicata fase di vacatio della sua governance. I partiti della maggioranza ci hanno ormai abituato ai litigi e agli stalli al momento delle decisioni sulle poltrone di enti, agenzie a authority, ma in un settore strategico come il trasporto aereo la sostituzione del presidente Enac, Pierluigi Di Palma, nominato dal governo Draghi e scaduto il primo luglio scorso dopo cinque anni di mandato, rappresenta una scelta nevralgica. Un passaggio che, anche a valle delle denunce di qualche sindacato, si sta trasformando nell’ennesima crisi di nervi in seno a un centrodestra che ormai fibrilla su ogni dossier in vista del voto dell’anno prossimo.

Mit-Enac, il rischio di porte girevoli che imbarazza Porta Pia
Pierluigi Di Palma (Imagoeconomica).

Il pasticcio del commissariamento

Il titolare di Porta Pia, Matteo Salvini, infatti, ha proposto il commissariamento dell’ente come soluzione ponte per congelare la situazione e tirare a campare, forzando la norma del decreto legislativo del 1997 che invece contempla la nomina di un commissario come soluzione estrema a fronte di gravi anomalie di funzionamento degli enti. Una scelta che peraltro sarebbe caldeggiata dallo stesso Di Palma, il quale, secondo quanto risulta a Lettera43, non disdegnerebbe in questo modo di restare in sella ancora per diversi mesi o addirittura un anno. D’altronde la Lega, come ricorda anche la Cub Trasporti, ci aveva già provato con un emendamento al decreto Milleproroghe a mantenere il presidente scaduto al vertice Enac fino all’aprile 2027. Ma poi la norma si era arenata ed erano circolate voci circa presunte perplessità a Palazzo Chigi, con un ruolo decisivo di interdizione giocato dal potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.  

Mit-Enac, il rischio di porte girevoli che imbarazza Porta Pia
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

I dubbi sull’interpello per la nomina del nuovo direttore generale della Dgatass

Al pasticcio sul commissariamento, adesso, rischia però di aggiungersi l’ennesimo caso di porte girevoli tra controllore e controllato che, per quanto non vietato dalle norme, rappresenta potenzialmente un nuovo momento di tribolazioni e polemiche al Mit, quantomeno in termini di opportunità. Il ministero, infatti, sta scegliendo il nuovo direttore generale da mettere alla guida della direzione competente per gli aeroporti, il trasporto aereo e i servizi satellitari (la Dgatass), ossia l’articolazione ministeriale chiamata a vigilare sull’Enac, di cui controlla e approva gli atti più rilevanti, cui impartisce direttive e che può anche deciderne lo scioglimento degli organi in caso di gravi violazioni. In ballo ci sono temi sensibili per milioni di passeggeri e per l’economia del Paese: i contratti di programma dei gestori aeroportuali, le tariffe, gli investimenti negli scali, le concessioni, gli oneri di servizio pubblico e la continuità territoriale con le Isole maggiori. Ebbene, secondo quanto alcune fonti qualificate del Mit hanno raccontato a Lettera43, l’interpello per la nomina del direttore generale sembra disegnato su misura per un dirigente dello stesso Enac, che così transiterebbe senza soluzione di continuità dall’ente vigilato alla struttura vigilante.

L’apertura sospetta a dirigenti di altre amministrazioni

Il 29 maggio scorso il ministero ha pubblicato un avviso per la copertura di tre incarichi dirigenziali generali, ossia per le caselle di direttore generale (le altre due riguardano la Direzione per lo sviluppo del territorio e i progetti internazionali e la Direzione per il trasporto e le infrastrutture ferroviarie). La procedura era inizialmente riservata ai dirigenti interni al dicastero. Pochi giorni dopo, il 3 giugno, è arrivata tuttavia un’integrazione singolare: l’apertura ai dirigenti di altre amministrazioni è stata prevista esclusivamente per la già menzionata Dgatass. Non per le altre due direzioni interessate dallo stesso avviso. Solo per quella che vigila sull’Enac. Quale esigenza sopravvenuta ha suggerito di modificare in pochi giorni la procedura? Chi ha chiesto l’apertura agli esterni?

Mit-Enac, il rischio di porte girevoli che imbarazza Porta Pia
La sede del ministero dei Trasporti (Imagoeconomica).

La manina sarebbe nel gabinetto del Mit

Secondo fonti Mit la “manina” sarebbe negli uffici del gabinetto di Porta Pia, dunque a diretto riporto dell’autorità politica. Va ricordato che il ricorso a dirigenti esterni, in questo caso regolato dall’articolo 19 comma 5-bis del decreto legislativo 165 del 2001, la normativa chiave di regolazione del lavoro pubblico, è possibile quando all’interno dei ruoli dell’amministrazione interessata non si rinvengano le competenze adatte alla funzione. Eppure, da fonti Enac, risulterebbe che il dirigente per cui sarebbe stato disegnato l’interpello sarebbe entrato nell’ente soltanto nel 2022, mentre in seno alla Direzione trasporto aereo operano già dei dirigenti con curricula ben più lunghi e strutturati. L’addendum sospetto del 3 giugno all’interpello, naturalmente, ha mandato in fibrillazione gli uffici di Porta Pia. Una fonte qualificata osserva: «Il problema non riguarda la professionalità del possibile candidato. Riguarda l’architettura istituzionale. Un dirigente proveniente direttamente dall’Enac dovrebbe, dal giorno successivo alla nomina, valutare atti, indirizzi e comportamenti del proprio ente di provenienza. Dovrebbe garantire al ministro una lettura autonoma delle proposte dell’ente vigilato, esercitare controlli effettivi e, quando necessario, sostenere una posizione diversa o contraria a quella dei suoi precedenti vertici».

Mit-Enac, il rischio di porte girevoli che imbarazza Porta Pia
Matteo Salvini (Ansa).

C’è il rischio che il controllato finisca per condizionare il controllore

Peraltro, l’azione di controllo investe anche Enac servizi, società controllata dall’autorità del trasporto aereo che opera come gestore aeroportuale ed è tenuta agli stessi obblighi cui sono sottoposti gli altri operatori. «Formalmente potrebbe non esistere un’incompatibilità automatica, ma la questione politica e istituzionale resta intatta: il Mit sarebbe realmente posto nelle condizioni di esercitare una vigilanza terza oppure il controllato finirebbe per condizionare stabilmente il controllore?», si chiede retoricamente la fonte. Naturalmente ora al ministero in molti auspicano che ci sia trasparenza nei criteri di valutazione e di scelta delle figure interne e circa i motivi della scelta di aprire potenzialmente a esterni. Peraltro la vicenda si incrocia ovviamente con quella del commissariamento Enac. Da Porta Pia fanno notare che «commissariare l’ente e affidare al tempo stesso la struttura vigilante del dicastero a un dirigente dell’autorità vigilata significherebbe disegnare un riassetto complessivo del sistema dell’aviazione civile, con un Enac forte di fronte a un ministero debole e una progressiva sovrapposizione tra controllato e controllore, fino a rendere meno riconoscibile la distinzione tra chi assume le decisioni e chi è chiamato a vagliarle».

Roggero, la procura sequestra 50 mila euro su un conto in Tunisia

La procura generale di Torino ha proceduto al sequestro conservativo di 50 mila euro, a garanzia delle spese di giustizia, su un conto corrente estero intestato a Mario Roggero e alla moglie Mariangela Sandrone. L’ha reso noto la stessa procura in un comunicato «volto a chiarire la questione indicata genericamente in risarcimento danni». La Corte d’Assise di Asti, si spiega, ha condannato Roggero al pagamento di una provvisionale di complessivi 480 mila euro in favore di 14 prossimi congiunti dei due rapinatori da lui uccisi nonché del terzo rapinatore ferito. I documenti processuali avevano delineato un quadro articolato, con una provvisionale totale di 780 mila di euro, con cifre che per i singoli familiari variavano dai 10 mila ai 60 mila euro. Roggero ne ha già pagati 300 mila in sede di udienza preliminare e ne restano da versare, appunto, 480 mila. Quanto ai 50 mila euro sequestrati, si tratta di una somma a garanzia delle spese di giustizia oggetto di un bonifico disposto dal conto corrente del comitato #iostoconmarioroggero verso un conto corrente tunisino intestato a Roggero e a sua moglie in epoca precedente alla celebrazione del giudizio in Appello.

Regno Unito, Andy Burnham è diventato premier

Andy Burnham è ufficialmente diventato premier del Regno Unito. Ex sindaco di Manchester e nuovo leader del partito laburista, è stato ricevuto da re Carlo prima di pronunciare il suo discorso di insediamento. Prima, Keir Starmer aveva pronunciato il suo ultimo discorso al numero 10 di Downing Street per poi recarsi dal sovrano a rassegnare le sue dimissioni. Per re Carlo si tratta del quarto insediamento di un primo ministro in appena quattro anni di regno.

Il discorso di insediamento di Burnham

Nel suo primo discorso da primo ministro, Burnham ha detto di voler «mostrare al mondo che la Gran Bretagna può ritrovare la stabilità», evidenziando che la sua elezione rappresenta «un momento di svolta» e promettendo un «nuovo modello economico e politico» con un maggiore controllo pubblico delle risorse e un piano di reindustrializzazione, con forte sostegno per le imprese britanniche. Rivolgendosi direttamente alle persone «stanche della politica», soprattutto nelle «zone dimenticate del Paese», ha promesso un percorso decennale di progresso e miglioramento, impegnandosi a presentare in tempi brevi un piano per ridurre il costo della vita e dare modo alla gente di «riprendere il fiato». Burnham ha solo accennato alle riforme che intende avviare, ma ha toccato i temi a lui più cari, come l’impegno a costruire case popolari e la determinazione a ridurre il potere di Westminster dando maggiore autonomia a città e regioni.