Intervistato da Cbs News, Huang ha respinto le «narrazioni apocalittiche» sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale. «Comunque la si voglia descrivere, c’è lo 0 per cento di possibilità che nel 2030 ci sia la fine del mondo», ha assicurato il ceo di Nvidia, produttore di chip per l’IA da 5 miliardi di dollari. «Spaventare le persone è inutile e irresponsabile», ha aggiunto Huang commentando le affermazioni dell’ex ricercatore di Anthropic (e con un passato in OpenAI) Jacob Coxon, secondo cui l’IA potrebbe eliminare l’umanità entro il decennio.
Jensen Huang (Imagoeconomica).
Anche Trump allontana la paura, ma i big frenano
Di recente, Trump ha liquidato l’ultimo allarme di Dario Amodei di Anthropic secondo cui l’IA si sta sviluppando a un ritmo esponenziale e, senza un rallentamento, nel giro di 6-12 mesi, potrebbe essere in grado di guidare uno sciame di agenti capaci di prendere il controllo dell’intero Internet: il presidente Usa ha puntato il dito contro le «forze negative» che tirano in ballo «cose che non accadranno». Amodei ha lanciato sul suo blog un appello per rallentare il ritmo di sviluppo dei modelli più avanzati dell’IA per motivi di sicurezza. La proposta ha trovato l’immediato sostegno di due protagonisti indiscussi in America del settore: Elon Musk, che con SpaceX controlla xAI, e Sam Altman, ceo di OpenAI, l’azienda che ha lanciato la corsa globale ai chatbot.
Leelezioni farsa nella Federazione Russa per il rinnovo della Duma di Stato, “legittimate” da un pool di esperti internazionali (anche italiani), sono andate come dovevano andare. La Commissione elettorale centrale prevede infatti che Russia Unita, ovvero il partito di Vladimir Putin, conquisterà 355 seggi su 450: si tratta di un record. Nell’ultima legislatura la formazione politica dello zar era rappresentata da 310 deputati. In precedenza, la fazione più numerosa di Russia Unita era stata quella formatasi dopo le elezioni del 2016, con 343 deputati. I putiniani – non era in dubbio – hanno pertanto mantenuto la maggioranza dei due terzi dei deputati alla Duma (bastava quota 301), che consente di modificare la Costituzione.
Voto in Russia (Imagoeconomica).
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti. Il Partito Comunista della Federazione Russa si è avvicinato al 14 per cento, seguito dal Partito Liberal Democratico di Russia attorno al 9 per cento e da Nuovo Popolo, che ha riscosso l’8 per cento dei consensi. Russia Giusta non ha invece ancora la sicurezza di aver raggiunto il 5 per cento, che rappresenta la soglia di sbarramento. Yabloko, il solo partito che si era schierato contro la guerra in Ucraina, era stato escluso dalle elezioni.
Da record anche l’affluenza, arrivata al 59,32 per cento
Quelle andate in scena sono state le prime elezioni per la Duma dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: il voto si è svolto anche nei territori occupati e annessi dalla Russia. E, come ha sottolineato Ella Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale, hanno visto un’affluenza record del 59,32 per cento. Un netto aumento rispetto alle tornate precedenti: nel 2016 era stata del 48 per cento e nel 2021 del 52 per cento.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
Kadyrov confermato capo della Cecenia col 99,85 per cento dei voti
A proposito di farse, contestualmente a quelle della per la Duma si sono tenute in otto regioni anche le elezioni dei governatori. Ebbene, Ramzan Kadyrov è stato confermato capo della Repubblica Cecena col 99,85 per cento dei voti. Un risultato ancora migliore di quello del 2016 (94,8 per cento) e del 2021 (99,7 per cento).
The so-called Duma elections marked another major setback for Russian democracy. Their outcome was never in doubt.
The Kremlin silenced dissent, barred the only registered party that opposed its war in Ukraine, and shut out international election monitors.
«Le cosiddette elezioni della Duma hanno segnato un altro importante colpo per la democrazia russa. Il loro esito non è mai stato in dubbio», ha scritto sui social Kaja Kallas. «Il Cremlino ha soffocato il dissenso, ha escluso l’unico partito registrato che si opponeva alla sua guerra in Ucraina e ha impedito l’accesso agli osservatori elettorali internazionali. In Russia rimane solo la parvenza di democrazia», ha poi aggiunto l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, spiegando di aver «proposto misure contro coloro che facilitano queste elezioni fittizie nei territori ucraini occupati».
Il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi è stato nominato vicepresidente nazionale dell’Anci, l’Associazione nazionale comuni italiani, dal presidente Gaetano Manfredi. A Biondi sono affidate le deleghe alla formazione degli amministratori e del personale degli enti associati e ad Anci Comunicare. Tra le priorità del nuovo incarico ha indicato la rappresentanza delle città medie, dei piccoli Comuni e delle aree interne, richiamando anche l’esperienza maturata nel capoluogo abruzzese con la ricostruzione. Secondo Biondi, le città medie «sono la spina dorsale del Paese» e svolgono un ruolo di collegamento tra le grandi aree metropolitane e i territori interni. Sono «decisive per la coesione e lo sviluppo» e per questo devono trovare maggiore spazio nelle politiche nazionali. Il primo cittadino aquilano ha inoltre sottolineato il ruolo dei Comuni nell’attuazione degli investimenti e dei servizi finanziati attraverso il Pnrr: «Sono il primo presidio dello Stato per i cittadini, il loro protagonismo va riconosciuto e rafforzato».
La montagna di Rocca Salimbeni rischia di partorire un topolino, e per giunta tassato. Nel frattempo la guerra tra Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi è arrivata ormai a un punto in cui non si combatte più soltanto con miliardi, Opas, assemblee e comunicati alla Consob. Sono entrati in campo i professori di Diritto tributario. E quando una battaglia bancaria finisce nelle mani dei tributaristi, le strategie cedono il posto alla calcolatrice.
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).
I rilievi di Paparella sul “prodigio tributario” di Mps
Il primo a farlo è stato Franco Paparella, ordinario alla Sapienza, che sul Sole 24 Ore è intervenuto sul punto più delicato della controffensiva escogitata da Luigi Lovaglioper sottrarre Mps all’abbraccio della banca guidata da Carlo Messina. Il suo ragionamento è molto semplice: Intesa mette sul tavolo soldi propri e riconosce agli azionisti del Monte un premio rispetto alle quotazioni precedenti l’offerta. Mps invece, per rendere più appetibile la propria strategia, distribuisce ai soci 1,208 euro per azione fra contanti e titoli Generali. Solo che quei soldi, osserva Paparella, non arrivano da fuori: erano già dentro la banca e dunque appartenevano già, indirettamente, agli azionisti. Fin qui siamo ancora nella finanza, ma è quando si passa alla fiscalità che il discorso si fa più interessante. Paparella infatti calcola che per una persona fisica residente in Italia la distribuzione straordinaria può generare un’imposta di circa 31,4 centesimi per azione, addirittura superiore ai 30,2 centesimi ricevuti in contanti. Una specie di prodigio tributario: il socio si vede restituire una parte di ciò che era già suo e, nel tragitto da una tasca all’altra, incontra lo Stato che presenta il conto. Non esattamente il genere di argomento con cui si vincono le assemblee. E così, mentre Lovaglio continua a presentare la doppia operazione su Banco Bpm e Banca Generali come l’alternativa industriale allo “spezzatino” attribuito al progetto di Intesa, il terreno dello scontro si è spostato su una domanda molto meno epica: alla fine della fiera, quanto resta davvero in tasca all’azionista di Rocca Salimbeni?
Franco Paparella in una foto del 2012 (Imagoeconomica).
La risposta di Fransoni, vecchia conoscenza di Siena
A rispondere alle tesi di Paparella è arrivato, sempre sul quotidiano di Confindustria, Guglielmo Fransoni, ordinario di Diritto tributario all’Università di Foggia. Un nome che, nella storia recente di Montepaschi, non è esattamente quello di uno sconosciuto. Fransoni ha infatti assistito la banca in controversie tributarie arrivate fino in Cassazione. Il rapporto è documentato da atti giudiziari nei quali compare come suo difensore. Nulla di irregolare, naturalmente. Ma nella battaglia feroce che si sta combattendo attorno al Monte è un dettaglio che merita di essere conosciuto. Perché il professore chiamato oggi a misurarsi con la tesi che mette in difficoltà la strategia di Lovaglio conosce Mps non soltanto dai bilanci. E conosce anche altre stagioni della finanza italiana. Nel febbraio del 2005 venne infatti fermato dalla Guardia di Finanza alla frontiera di Chiasso mentre viaggiava insieme a Luigi Gargiulo, uno stretto collaboratore di Stefano Ricucci. Con loro c’erano documenti relativi alle società e alle operazioni finanziarie dell’immobiliarista che proprio allora stava diventando uno dei protagonisti della stagione dei “furbetti del quartierino”, e del quale il professore era stato uno dei collaboratori più stretti. Sono passati più di 20 anni, Ricucci appartiene ormai all’archeologia della finanza italiana e Fransoni è da tempo professore ordinario a Foggia, dove coordina anche il dottorato in Diritto e sicurezza. Ma certi incroci hanno la curiosa abitudine di ricomparire quando meno te li aspetti.
Guglielmo Fransoni (Imagoeconomica).
Gli ostacoli al piano di Lovaglio
Il punto, tuttavia, non è lui. È Lovaglio. Perché il numero uno di Mps si trova davanti a un problema che nessuna sottigliezza tributaria riesce a cancellare. La sua controffensiva contro Intesa deve convincere contemporaneamente il mercato, gli azionisti del Monte, quelli di Banco Bpm – Crédit Agricole in testa – e infine le autorità. Non proprio una passeggiata in Piazza del Campo. Mps ha lanciato in agosto offerte su Banco Bpm e Banca Generali per circa 34 miliardi complessivi, trasformando quella che era una difesa dall’assalto di Intesa in una controffensiva su due fronti. Ma su quello di Banco Bpm c’è seduto al tavolo il Crédit Agricole che ne possiede quasi il 30 per cento e parla francese, il quale considera poco attraente l’offerta di Siena e ha fatto capire di avere idee diverse sul futuro dell’istituto di Piazza Meda. Dall’altra parte Intesa non è rimasta a guardare. Messina aveva chiarito fin dall’inizio che Ca’ de Sass sarebbe andata avanti anche in presenza di una controfferta e l’aumento di capitale necessario all’operazione è stato approvato a larghissima maggioranza dall’assemblea. Ivass ha dato il suo via libera, mentre l’Antitrust ha aperto un’istruttoria sugli effetti dell’operazione sulla concorrenza.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
La matrioska di interessi dietro la battaglia tra Intesa e Mps
È questa la vera partita. Non Fransoni contro Paparella, ma Intesa contro Mps. Da una parte una banca che vuole comprare il Monte, dall’altra quest’ultimo che, per non essere comprato, tenta a sua volta di comprare Banco Bpm e Banca Generali. Una matrioska nella quale ogni volta che si apre una scatola ne compare un’altra. Lovaglio sostiene che il suo progetto tiene insieme ciò che Intesa vorrebbe dividere. Intesa replica, nei fatti, mettendo sul tavolo un premio per convincere gli azionisti a consegnarle il controllo. Nel mezzo ci sono miliardi di capitalizzazione, il futuro di Mediobanca e Generali, gli equilibri del sistema bancario italiano e soprattutto gli azionisti Mps, che a fine ottobre saranno chiamati ad approvare la duplice offensiva del loro ad. Ed è proprio qui che l’aritmetica diventa più insidiosa della finanza. Perché Paparella ha sollevato una questione dirimente: se una banca restituisce al socio una parte del patrimonio che già gli appartiene e quella restituzione viene tassata, quanto vale davvero il regalo? Si può discutere per paginate di diritto tributario, inoltrarsi in distinguo tra imponibile, valore fiscale, distribuzione e realizzo, magari chiamando a raccolta altri professori e fiscalisti. Alla fine, però, l’azionista del Monte farà una cosa molto meno accademica. Confronterà quanto aveva prima con quanto gli rimane dopo e deciderà se chiamarlo premio.
L’Amministrazione Trump ha preparato sanzioni contro l’intera Corte penale internazionale (Cpi) e potrebbe annunciarle già questa settimana, in concomitanza con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo hanno riferito alla Reuters due fonti a conoscenza del dossier: Washington ha già imposto sanzioni contro singoli giudici e procuratori della Cpi, ma non aveva mai deciso di colpire direttamente l’organizzazione.
Perché Trump vuole sanzionare la Cpi
Essenzialmente, Trump accusa il tribunale con sede all’Aia di prendere di mira ingiustamente gli Stati Uniti e Israele. La Casa Bianca chiede infatti da tempo alla Cpi di ritirare i mandati d’arresto spiccati contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità nella Striscia di Gaza. Inoltre contesta anche la precedente indagine sulle forze Usa in Afghanistan. A luglio il segretario di Stato Usa Marco Rubio aveva lanciato una campagna per isolare la Corte penale internazionale, invitando altri Paesi ad abbandonarla. Le nuove sanzioni rappresenterebbero una significativa escalation dello scontro con l’istituzione con sede all’Aia.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Le ripercussioni delle misure statunitensi
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le sanzioni vieterebbero la maggior parte delle transazioni con la Cpi dopo un periodo di grazia di 6-7 mesi. In particolare Washington – tramite il Dipartimento del Tesoro – potrebbe vietare a cittadini e imprese statunitensi di fornire fondi, beni o servizi alla Cpi senza un’autorizzazione dell’Office of Foreign Assets Control. L’iniziativa rischia di paralizzare le attività della Corte, che impossibilitata all’uso del dollaro risulterebbe isolata dal circuito finanziario globale e in difficoltà per l’assunzione di investigatori e l’acquisto di servizi informatici e assicurativi.
Cosa è la Corte penale internazionale
La Cpi, istituita nel 2002 e di cui gli Stati Uniti hanno mai fatto parte, è un tribunale la cui competenza è limitata ai crimini più seri che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme: genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a cui di recente si è aggiunto anche il crimine di aggressione. La Cpi non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite, anch’essa con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi: la prima giudica le persone fisiche, mentre la seconda gli Stati.
Il procuratore generale della California e Paramount hanno discusso una serie di potenziali concessioni nell’ambito di trattative avanzate per un accordo transattivo e tra queste figura un investimento di 1,5 miliardi di dollari da parte dell’azienda nella produzione in California per superare gli ostacoli relativi alla fusione con Warner. Lo scrive il Wall street journal. I dirigenti di Paramount e una coalizione di Stati, che hanno fatto causa per bloccare la fusione da 81 miliardi di dollari con Warner Bros Discovery, hanno trascorso il fine settimana a definire i dettagli di un possibile accordo. Tale intesa spianerebbe la strada a un’operazione capace di riunire sotto un’unica proprietà Hbo, Cbs, Cnn, servizi di streaming e celebri case di produzionecinematografica.
I termini del possibile accordo
Oltre al consistente investimento nella produzione, tra le concessioni discusse dalle parti vi è l’impegno a non vendere nessuno dei due complessi di studi cinematografici e a mantenere le attività nello Stato della California, hanno riferito le fonti. L’azienda aveva valutato l’ipotesi di trasferirsi fuori dallo Stato proprio perchè l’operazione incontrava resistenze. Le parti hanno inoltre preso in considerazione potenziali sanzioni nel caso in cui Paramount non dovesse mantenere la promessa, fatta in precedenza, di produrre 30 film all’anno dopo la fusione. Tra le misure ipotizzate figurerebbe la cessione della quota detenuta in Miramax – casa di produzione nota per film classici come Non è un paese per vecchi e Pulp Fiction – secondo quanto riferito dalle persone informate sulla vicenda. Tra le altre misure esaminate figurano la vendita di alcuni canali via cavo e la creazione di un comitato di garanzia per assicurare che la Cnn mantenga la propria indipendenza editoriale. Va specificato che non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo e non è chiaro quali saranno le condizioni finali su cui le parti potrebbero convergere.
Presley Gerber, figlio della top model Cindy Crawford, è morto all’età di 27 anni. Lo riferiscono i media americani. L’ufficio del medico legale della contea di Los Angeles ha reso noto che Gerber è deceduto mentre si trovava in una struttura di riabilitazione. La causa del decesso non è stata specificata. «La famiglia chiede riservatezza in questo momento estremamente difficile e doloroso», ha detto il portavoce della Crawford. Nato in California nel 1999, Presley era uno dei due figli avuti dalla Crawford con Rande Gerber. Come la sorella Kaia, aveva intrapreso la carriera di modello a soli 16 anni debuttando per Moschino.
Negli ultimi anni aveva parlato apertamente della sua depressione
Nel corso della sua carriera nel mondo della moda, Gerber ha sfilato per marchi quali Burberry, Dolce & Gabbana e Bottega Veneta, oltre che per le griffe statunitensi Tommy Hilfiger e Ralph Lauren. È stato protagonista anche di campagne per Calvin Klein, Celine, Pepsi e Omega, ed è apparso su riviste come GQ Style e The New York Times Style Magazine. Negli ultimi anni aveva parlato apertamente della sua depressione e della dipendenza dalle droghe, condividendo il suo percorso di guarigione su Instagram. «La salute mentale è una questione importante. È una parte fondamentale della mia vita. È un impegno costante, 24 ore su 24, e c’è molto altro dietro», raccontò al podcast Studio 22 tre anni fa.
Mario Adinolfi, che si trovava agli arresti domiciliari (con braccialetto elettronico) in quanto accusato di truffa aggravata e continuata, abusiva raccolta del risparmio ed evasione fiscale, è stato trasferito in carcere Regina Coeli. La gip Giulia Arcieri ha deciso di aggravare la misura cautelare perché il leader del Popolo della Famiglia dalla sua abitazione ha pubblicato numerosi articoli e post su Internet. Adinolfi era stato obbligato, al momento della concessione dei domiciliari, a «non utilizzare in alcun modo, salvo che per contatti con il difensore, i dispositivi telefonici, informatici e telematici».
L’ultimo post su Facebook
«Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano nella storia a subire questo tipo di arresto», ha scritto Adinolfi sulla piattaforma social commentando la decisione della gip.
Perché Adinolfi è stato arrestato
Adinolfi era finito agli arresti domiciliari l’8 luglio nell’ambito dell’indagine della Procura di Roma sulla cosiddetta “scommessa collettiva”, un circuito di raccolta fondi da privati – decine le persone coinvolte – ai quali venivano prospettati rendimenti (fino al 40 per cento annuo) legati al betting sportivo. Ipotizzato un danno vicino ai cinque milioni di euro. A Adinolfi viene inoltre contestata anche una presunta evasione fiscale da 400 mila euro. Nelle 20 pagine di ordinanza di custodia cautelare, la gip aveva evidenziato il «concreto rischio di recidiva rispetto a nuove condotte di truffa, raccolta abusiva di capitali, delitti tributari, verosimilmente già in atto». Il 31 luglio il Tribunale del Riesameaveva rigettato l’istanza della difesa che aveva chiesto l’annullamento della misura cautelare o quantomeno affievolirla con misure meno afflittive, come l’obbligo di dimora nel Comune di residenza o l’obbligo di firma. Come riporta Repubblica, Adinolfi dai domiciliari Adinolfi ha scritto 49 articoli sul suo blog e pubblicato 23 post su Facebook: ben 72 dunque gli interventi sul web, mentre avrebbe dovuto tenersi lontano da telefoni, computer e rete, a meno di comunicazioni col suo legale.
Domenica 20 settembre 2026 si è votato per rinnovare le assemblee regionali dei Länder di Berlino e Meclemburgo-Pomerania, in Germania. Dopo la vittoria in Sassonia-Anhalt, l’ultradestra di Afd ha vinto anche in quest’ultimo land, dove invece la Cdu, per la prima volta nella sua storia, non è entrata nel Parlamento. La Sinistra della Linke ha invece conquistato Berlino, scrivendo una pagina storica con la pasionaria Elif Eralp. Risultati che lo stesso cancelliere Friedrich Merz ha definito un «disastro», aggiungendo però di voler «portare avanti il Paese» rispondendo con le riforme.
I dati in dettaglio
Osservando le percentuali, i dati mostrano un quadro complesso. In Pomerania l’Afd è in testa con il 38,2 per cento, con un incremento del 21,5 per cento rispetto alle elezioni precedenti. Al secondo posto ci sono i Socialdemocratici che, con Manuela Schwesig, ex ministra di Angela Merkel, prenderebbero il 35,5. Terzo posto per la Linke al 6,5 per cento, seguita dai Verdi al 5,7 per cento. Drammatico il dato della Cdu, che è scivolata per la prima volta fuori dal Parlamento regionale di un Land. Ha infatti ottenuto il 4,9 per cento, sotto il limite dell’ingresso che è al 5. A Berlino, invece, i numeri consegnano una vittoria netta alla Linke con il 25,7 per cento (+13,4 per cento rispetto al 2023), mentre la Cdu è calata al 18,8. Cresce molto anche l’Afd, con un 15,8 per cento (+7,2) che la colloca saldamente al terzo posto. Seguono i Verdi al 14,3 e la Spd al 12,1, entrambi in calo rispetto alla tornata precedente rispettivamente del 4,1 e del 6,3.
C’è chi lo ha già ribattezzato «congresso truffa», scelbianamente parlando. Con un coup de théâtre dal palco di Pontida, Matteo Salvini ha annunciato che convocherà un congresso federale straordinario a ottobre. La mossa ha spiazzato il fronte dei ‘nordisti’ che da settimane chiede un suo passo di lato e, invece, si ritroverà un segretario che si presenta all’assise con un vantaggio schiacciante. Non vi sarà, infatti, alcuna elezione di nuovi delegati: i partecipanti saranno gli stessi di Firenze. Il consiglio federale dovrà decidere le modalità e le regole di svolgimento dell’assemblea. Ma è chiaro fin dalla vigilia che, se si tratterà – come sembra – di un’assise elettiva, non dovrebbe esserci spazio per esprimere una candidatura alternativa a quella dell’attuale segretario.
Matteo Salvini a Pontida (Imagoeconomica).
Perché la riconferma di Salvini pare già scritta
L’assemblea – stando a quanto risulta a L43 – dovrebbe essere convocata a fine ottobre, al più tardi a inizio novembre. Non essendoci tempo di eleggere nuovi delegati, parteciperanno quelli scelti un anno e mezzo fa, nell’aprile 2025, che rispondono in maggioranza a Salvini. Insomma, il leader della Lega non rischierebbe nulla, anzi sembra aver inaugurato una nuova categoria di congresso: la parola chiave che si usa in queste ore non è infatti assemblea elettiva ma «confermativa». Una sorta di referendum il cui risultato pare già scritto: il segretario si prepara alla riconferma (Salvini ha già parlato di «alzata di mano») per poi autorizzare le “purghe” contro i “ribelli”. Uno scenario che smonta la tesi – sostenuta a gran voce fino a ieri – che la leadership di Salvini non si potesse mettere in discussione in quanto appena rieletto segretario. Se il fu capitano fosse così saldamente al comando del partito, si chiedono i più scettici, perché cercare una riconferma?
La ‘guerra’ dei colori e degli slogan
Allo stesso modo non dà prova di forza un vicepremier e ministro che insiste nell’attacco sguaiato ai media (questa volta è toccato a Paolo Berizzi di Repubblica che si è preso del «prezzolato», «mistificatore» e «inventore») che cercano di restituire la cronaca delle divisioni interne alla Lega, esplicitate peraltro come mai prima d’ora sul palco di Pontida, dai lombardi Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, e da alcuni degli amministratori, come Maurizio Fugatti e Luca Zaia. Divisioni rese plastiche dall’arrivo in squadra sul pratone di Zaia, Fontana, Fugatti e Massimiliano Fedriga, oltre che dalla ‘guerra’ di colori tra t-shirt blu pro-Salvini e magliette verdi con scritto “Lega Nord fino alla morte” e dai cori opposti, con i salviniani Eugenio Zoffili e Fabrizio Cecchetti a scandire al megafono sotto il palco «C’è solo un capitano» e i bergamaschi agguerriti in difesa di Romeo con fumogeni verdi e i cori «secessione». Insomma, un popolo, quello di Pontida, diviso, e apparentemente meno numeroso degli anni scorsi, con i gazebo e i capannoni dell’area ristoro raddoppiati per coprire i vuoti sul ‘sacro prato’.
L’unica mossa dei critici è una mozione di minoranza
Le fratture interne non sono state placate neanche dal commosso omaggio corale a Umberto Bossi, scomparso a marzo, cui è stato dedicato ufficialmente il pratone, né dal ritorno del Va’ pensiero, inno simbolo degli anni del nordismo. Divisioni che riecheggiano anche negli interventi di due big come Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti. Il primo ha avvertito che nella Lega non c’è spazio per i «fratelli coltelli», mentre il secondo ha ribadito che il modello non è quello di «Caino e Abele» ma di «un popolo che ha giurato di stare assieme e di combattere per un risultato». Alla fine, ancora una volta Salvini ha avuto la meglio e si è imposto sui critici ai quali rimane solo – anticipano fonti qualificate a L43 – la presentazione di una «mozione di minoranza» al congresso. Ma quanto potrà durare? E quanto questo immobilismo indebolirà ancora il partito, e, di riflesso, la coalizione di centrodestra e il governo?
Le antiche città dell’impero, le metropoli futuristiche, i paesaggi rurali e i luoghi simbolo della Rivoluzione comunista. La Cina punta forte sul turismo per rilanciare l’economia nazionale e stimolare i consumi interni. Negli ultimi mesi Pechino ha ampliato le politiche di esenzione dal visto, esteso il numero degli Stati beneficiari e lavorato all’apertura di nuove rotte aeree internazionali, oltre ad aver incrementato i collegamenti già esistenti. L’intenzione è chiara: trasformare il Paese in una “potenza turistica” entro il 2030.
Entro il 2030 potrebbero raggiungere il 6,7 per cento del Pil
Nel 2025 la Cina ha registrato 154,5 milioni di arrivi dall’estero (+17,1 per cento su base annua) che hanno generato un giro d’affari pari a 131,1 miliardi di dollari (+39,2 per cento). Nel prossimo quinquennio il Dragone vuole raggiungere i 190 milioni di ingressi internazionali annui, con una spesa complessiva superiore ai 150 miliardi, e almeno 8,3 miliardi di viaggi interni. Questi numeri, nelle intenzioni del governo, dovrebbero rendere il turismo uno dei settori trainanti dell’economia. Morgan Stanley ha stimato che i ricavi complessivi del turismo in Cina, comprendendo sia i visitatori domestici sia stranieri e i viaggi di lavoro, rappresenteranno il 6,7 per cento del Pil entro il 2030 (contro il 4,8 per cento del 2024).
Lo skyline di Shanghai (Ansa).
Più esenzioni dal visto per incrementare gli arrivi stranieri
Una delle misure più importanti adottate dal governo di Xi Jinping per incentivare il turismo è stata l’ampia estensione delle esenzioni dal visto. La misura riguarda oggi oltre il 77 per cento degli arrivi esteri. Nei primi sei mesi del 2026 questa politica ha contribuito a far crescere del 20,4 per cento su base annua il numero di ingressi di cittadini stranieri in Cina, arrivati a quota 22,9 milioni. Pechino spera che questi visitatori spendano il più possibile e che tornino a casa con un’impressione positiva del Paese.
Xi Jinping (Ansa).
La scommessa del “turismo rosso”
I turisti internazionali sono soliti visitare le grandi città, dalla capitale Pechino all’avveniristica Shanghai, passando per la cyberpunk Chongqing, ma anche mete classiche come la Grande Muraglia o l’Esercito di terracotta. I turisti cinesi stanno invece alimentando il cosiddetto hongse luyou, il turismo rosso che richiama milioni di visitatori in siti, musei e località collegate alla storia del Partito, alla Rivoluzione e alla nascita della Repubblica Popolare. Le mete più gettonate includono Yan’an, base del Partito durante la guerra civile, Shaoshan, città natale di Mao Zedong, Jinggangshan, uno dei luoghi simbolo della rivoluzione comunista, e Nanchang, legata alla nascita dell’Esercito Popolare di Liberazione. Non esiste una statistica nazionale omogenea in grado di quantificare il fenomeno nel suo complesso. Il ministero della Cultura e del Turismo lo calcola tra i viaggi domestici che nel 2025 hanno generato una spesa di circa 900 miliardi di dollari.
L’Esercito di terracotta (Ansa).
I viaggiatori spendono ancora troppo poco
Nonostante i numeri incoraggianti, resta un problema: i viaggiatori spendono ancora troppo poco. Secondo una ricerca di Trip.com citata dal Wall Street Journal, nel 2025 i visitatori stranieri hanno speso in media circa 2.200 dollari a testa: una cifra considerevole ma inferiore ai due terzi della spesa media sostenuta dai turisti stranieri negli Stati Uniti. Sul fronte interno non va meglio: nella prima metà del 2026 sono stati effettuati 3,5 miliardi di viaggi domestici, in aumento del 5,4 per cento su base annua, ma la spesa è cresciuta appena del 2 per cento raggiungendo circa 478 miliardi di dollari. Ancora troppo poco per considerare il turismo un vero volano per l’economia.
La notizia è clamorosa, il contesto in cui si inserisce un po’ meno. Stando a quanto riferito dal sito del quotidiano sportivo portoghese A Bola, si starebbe apparecchiando un affare che riguarda il cambio di assetto proprietario di uno fra i principali club del massimo campionato saudita: e a essere coinvolti nel dossier sarebbero Cristiano Ronaldo e il patron del Milan, Gerry Cardinale, boss del gruppo RedBird Capital Partners.
Una delle quattro squadre sotto il controllo del Public Investments Fund
Il club in questione è l’Al-Nassr, quello da cui CR7 è tesserato dagli ultimi giorni del 2022. Per la cronaca, è una delle quattro squadre della Roshan League che a giugno 2023 – cioè sei mesi dopo l’atterraggio di Cristiano nel massimo torneo saudita – sono state portate sotto il controllo del Public Investments Fund (Pif), il principale braccio finanziario del regno saudita, investito della diretta responsabilità di sviluppare il torneo calcistico nazionale.
Gli altri tre club allora coinvolti nell’operazione sono Al-Ahli, Al-Ittihad e Al-Hilal. Quello era il momento in cui il regno dispiegava il massimo sforzo politico ed economico nello sviluppo dello sport nazionale e, più nello specifico, del calcio come principale strumento di una politica di potenza internazionale. Da allora molte cose sono cambiate, sia nell’atteggiamento del governo saudita verso lo sport sia, soprattutto, nella megalomania della progettazione politico-economica della grandezza saudita. E il fatto che si proceda verso la messa sul mercato dei club controllati da Pif è un segnale di questo mutamento. Ma andiamo nel dettaglio.
Un consorzio di cinque investitori
L’articolo pubblicato dal sito del quotidiano portoghese parla di un’operazione da 100 milioni di dollari (92 milioni di euro) che vede la partecipazione di cinque investitori. Oltre a Cristiano Ronaldo e a Cardinale vengono infatti indicati tre imprenditori sauditi: Ibrahim Al-Muhaidib, Mohammed Al-Khereiji e Sharaf Al-Hariri.
Al-Muhaidib è un giovane quarantenne rampante che ha costruito la sua fortuna dapprima col business delle cliniche dentali (le notizie agiografiche narrano che, in questo settore, la trafila sia partita dal ruolo di receptionist all’età di 13 anni) per poi diversificare nei segmenti dell’hospitality e del real estate. A maggio del 2026 la rivista specializzata Forbes gli accreditava un patrimonio personale da 2,1 miliardi di dollari.
Confermata la presenza di CR7 tra gli investitori
Dell’Al-Nassr è stato presidente per un breve periodo, nel 2024. E già a giugno il suo nome era stato fatto come possibile acquirente della quota di maggioranza (70 per cento) che Pif sarebbe intenzionato a vendere. Fra le indiscrezioni che in quella fase erano state fatte c’era anche quella sulla possibile presenza di CR7 tra gli investitori: cosa che, a tre mesi di distanza, verrebbe confermata.
CR7 in azione con la maglia dell’Al-Nassr (foto Ansa).
Per quanto riguarda Al-Khereiji, si tratta di un 38enne a capo di un conglomerato (l’Al-Khereiji Group) il cui settore prevalente è quello della comunicazione e dei media. Da poco più di un anno Al-Khereiji si è radicato nel mondo del calcio, avendo acquisito un club della serie B spagnola: l’Almeria. Manco a farlo apposta, è il club di cui Cristiano Ronaldo ha rilevato una quota del 25 per cento nel mese di febbraio.
Mohamed Al Khereiji, presidente de la UD Almería, con el icono del fútbol Cristiano Ronaldo, uno de los dueños del club, antes del partido amistoso internacional entre la UD Almería y el Al Nassr en Lisboa pic.twitter.com/xFOfGhoyic
Il più anziano dei tre è Al-Hariri (classe 1971), che gestisce un colosso degli investimenti globali (Hozon Holding) e ha la passione per i cavalli, ma non disdegna il pallone.
Il tentativo di disimpegno di Pif nel mondo dello sport
Questa formazione sarebbe pronta a rilevare da Pif il club che ha vinto l’ultima edizione del campionato saudita. Il fatto che uno dei possibili investitori sia anche un suo calciatore tesserato – anzi, il più importante calciatore della sua storia – è un’anomalia che passa abbastanza in secondo piano. Più interessante è comprendere il quadro economico di medio periodo in cui questa operazione avviene. Un quadro che segna il tentativo di disimpegno di Pif nel mondo dello sport.
Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).
La traiettoria dell’Al-Nassr è comune a quella degli altri tre club che erano finiti sotto la sfera d’influenza del fondo sovrano. Tra fine agosto e inizio settembre è stato perfezionato il trasferimento del 70 per cento dell’Al-Hilal (il club che ha affidato la panchina a Simone Inzaghi) a Kingdom Holding Company.
L’Al-Nassr sarebbe il secondo club la cui maggioranza viene alienata. Anche Al-Ahli e Al-Ittihad sono posti sulla stessa rotta. Si tratta di dismissioni programmate che dicono più di quanto il fondo sovrano voglia lasciar trasparire. E il messaggio che se ne può ricavare è alquanto chiaro: dire che si era esagerato con le spese è persino un eufemismo. Adesso bisogna rientrare e gli attori dell’economia privata sono chiamati a farsi carico dei “gioielli di famiglia calcistici”, che si sono rivelati un lusso pacchiano.
Il progetto LIV Golf: un pozzo senza fondo chiuso da un giorno all’altro
Con una specificazione: che parlando di “attori privati”, a proposito dell’economia saudita, si deve usare qualche cautela definitoria. Sono tutti quanti più o meno legati alla mano munifica della corona e alle strutture di un’economia statale non ancora emancipata dal sistema dei clan: ne hanno beneficiato nel corso del tempo, dunque sono chiamati a caricarsi qualche fardello laddove sia necessario. Tornando a Pif, la dinamica del disinvestimento è ancora più chiara se si guarda all’abbandono del delirante progetto LIV Golf: un pozzo senza fondo chiuso da un giorno all’altro.
Why, mister Cardinale?
In questo intreccio di miliardari sauditi, di multiproprietà calcistiche e di ex fuoriclasse del calcio che non vogliono rassegnarsi al fine carriera (l’altra sera CR7, oltre a subire una sconfitta 4-0 nella Champions asiatica per mano dell’Al-Ain, si è reso protagonista di una scena di nervosismo abbastanza ridicola), resta da capire a che pro il proprietario del Milan, Gerry Cardinale, entri nel business. Ha già dovuto costruirsi tutte le scappatoie possibili per sanare la posizione multiproprietaria coi francesi del Tolosa. E adesso vuole prendersi un giocattolo costosissimo in Arabia Saudita. Perché? Forse si sta lasciando ammaliare un po’ troppo dalle sirene portoghesi. Un giorno tirerà le somme e cercherà di capire se gli sarà convenuto.
La mobilità elettrica si sta facendo strada nella quotidianità degli italiani e rappresenta uno dei tasselli della transizione energetica. È in questo contesto che si inserisce la European mobility week, la principale campagna di sensibilizzazione della Commissione europea sulla mobilità urbana, in programma dal 16 al 22 settembre 2026 e dedicata quest’anno al tema Mobility for everyone. Un appuntamento che richiama l’obiettivo di costruire sistemi di trasporto più sostenibili, accessibili e inclusivi.
La situazione in Italia tra punti di ricarica e mercato delle auto elettriche
In Italia la rete di ricarica continua ad ampliarsi. Secondo i dati di Motus-E, al 30 giugno 2026 i punti di ricarica pubblici erano 84.564, con 6.311 nuove installazioni nel solo secondo trimestre e oltre 17 mila nell’arco degli ultimi 12 mesi. La crescita riguarda anche le autostrade, dove le infrastrutture sono salite a 1.516, rispetto alle 1.159 di giugno 2025. Il 59 per cento offre potenze superiori a 150 kW e più della metà delle aree di servizio autostradali dispone ormai di sistemi di ricarica. Parallelamente cresce il mercato delle auto elettriche. A fine agosto il parco circolante italiano di vetture completamente elettriche ha raggiunto 444.863 unità. Nei primi otto mesi dell’anno sono state immatricolate 90.381 Bev, il 68,2 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una quota di mercato salita a circa l’8 per cento.
Enel protagonista della transizione
In questo scenario, Enel è tra i principali protagonisti. Il Gruppo guidato da Flavio Cattaneo gestisce una rete di circa 28 mila punti di ricarica pubblici distribuiti sul territorio nazionale, dai centri urbani alle principali direttrici extraurbane. Di questi, 5 mila sono stati installati nell’ambito dei bandi Pnrr. Oltre 1.200 nuovi punti veloci ultimati lo scorso giugno si sono aggiunti ai 3.730 completati entro la fine del 2025, rafforzando la presenza in nove regioni, dalla Lombardia alla Sicilia, con particolare attenzione al Mezzogiorno e alle principali aree metropolitane. A questa infrastruttura si affianca la rete ad alta potenza, con oltre 1.800 punti HPC da 100 a 400 kW in più di 500 stazioni. L’impegno comprende anche la mobilità pesante, con due siti dedicati anche agli e-truck a Piacenza e Noceto. Ewiva, controllata del Gruppo Enel, si è inoltre aggiudicata tre lotti del bando Autostrade per l’Italia per nuove stazioni di ricarica da realizzare entro il 2027 lungo alcune delle principali direttrici autostradali. I nuovi siti prevedono anche sistemi di accumulo, pensiline fotovoltaiche, illuminazione intelligente e soluzioni progettate per facilitare l’accesso alle persone con mobilità ridotta.
Flavio Cattaneo (Enel).
Le soluzioni per una ricarica semplice e integrata
La strategia di Enel, però, non riguarda soltanto il numero delle colonnine. L’obiettivo è costruire un ecosistema che renda l’esperienza di ricarica semplice e integrata. Con Enel on your way, l’app del Gruppo dedicata alla mobilità elettrica, è possibile localizzare i punti disponibili, verificarne in tempo reale lo stato, avviare e interrompere la ricarica, effettuare il pagamento e pianificare gli itinerari. Grazie al roaming interoperabile, l’app consente di accedere a oltre 55 mila punti in Italia e a più di 60 mila complessivamente. La tecnologia Plug&Charge permette invece di iniziare la ricarica collegando direttamente il veicolo alla colonnina abilitata, senza autenticazione manuale, mentre i POS integrati consentono di pagare direttamente con carta. Per la casa, Waybox permette di programmare le ricariche e gestire in maniera intelligente i consumi. A questa si aggiunge Enel Drive, la soluzione che integra veicolo elettrico, tariffa luce dedicata e Waybox con installazione inclusa.
Verso un nuovo modo di muoversi più semplice e accessibile
La prossima sfida sarà accompagnare l’espansione della rete con procedure autorizzative e connessioni alla rete elettrica sempre più rapide, soprattutto nelle aree ancora meno servite. Perché alla crescita del numero di infrastrutture dovrà corrispondere anche una maggiore facilità di utilizzo. Una rete capillare, interoperabile e veloce può contribuire a ridurre le barriere percepite dagli automobilisti e rendere l’auto elettrica una soluzione sempre più concreta per cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. È anche questo il senso della European mobility week: fare dell’elettrificazione non soltanto una questione tecnologica, ma un nuovo modo di muoversi, più semplice e accessibile nella vita di tutti i giorni. Un percorso nel quale Enel punta a rafforzare il proprio ruolo attraverso l’espansione della rete, le soluzioni digitali e i servizi dedicati alla ricarica, contribuendo alla trasformazione della mobilità nel quadro della transizione energetica italiana.
Come le Presidenziali del 2024, che hanno riconfermato senza sorprese Vladimir Putin, anche le elezioni parlamentari che si concluderanno domenica si svolgono in tempo di guerra. Quella che il Cremlino aveva definito “operazione militare speciale” si è trasformata in un confronto sempre più aspro con l’Occidente e la Nato, con riflessi evidenti in Russia: il sistema politico si è irrigidito ulteriormente, si è ridotto lo spazio per il dissenso, l’architettura putiniana – basata sugli equilibri fra i poteri forti, soprattutto quelli legati all’apparato militare e d’intelligence – è stata puntellata, abbandonando gli elementi meno coesivi. In questa prospettiva il voto rappresenta un ulteriore test per l’intero apparato.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
L’esclusione di Yabloko, unica formazione pacifista
L’esito come sempre è scontato. Dominerà Russia Unita, il partito del presidente, e le formazioni della cosiddetta opposizione sistemica, quella che da decenni è inserita nei meccanismi della cosiddetta democratura, si divideranno le briciole. Sono in corsa nove partiti, tra cui quello comunista di Gennadij Zjuganov, i liberaldemocratici del LDPR, Russia Giusta e il più recente Nuova gente, nato nel 2020. Manca all’appello Yabloko, storica formazione liberale fondata agli inizi degli Anni 90, esclusa di forza dalla corsa perché unico partito apertamente pacifista. Alle scorse elezioni si era fermata a poco più dell’1 per cento. Come nel 2024, dunque, per Putin si tratta di certificare una legittimazione alla quale non ci sono alternative.
Un seggio elettorale a San Pietroburgo (Ansa).
La stabilità garantita dai tecnocrati
Oltre quattro anni di guerra e sanzioni hanno inciso sull’economia russa, pur non conducendola al collasso come molti avevano previsto. Il sistema alla fine ha retto, anzi si è addirittura rafforzato, nonostante i contraccolpi e gli imprevisti del conflitto: la rivolta armata del 2023 orchestrata da Evgeni Prigozhin, dipinta lontano da Mosca come una notte dei lunghi coltelli che avrebbe fatto crollare in quattro e quattr’otto il castello di Vladimir Vladimirovich, è rimasta un episodio isolato che però ha dimostrato quanto Putin fosse saldo in sella, malgrado le faide interne, da sempre presenti all’ombra del Cremlino. Anche l’asse tra potere politico e oligarchia si è stabilizzato, grazie ai tecnocrati che governano la macchina, dal primo ministro Mikhail Mishustin alla governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina, passandoper Kirill Dmitriev, presidente del fondo sovrano russo e pedina fondamentale per quel che riguarda gli aspetti economici e finanziari nei colloqui fra Mosca e Washington sulla possibile road map verso la pace.
Il malcontento non fa calare il consenso al sistema
Non è un caso che, al di là delle urne annacquate, gli elettori russi continuino a esprimere fiducia sia nel premier (64 per cento, secondo i dati attuali del Levada Center) sia nei governatori regionali (67 per cento). Lo stesso Putin – dato in leggera risalita dal 74 al 76 per cento dopo i mesi estivi e le difficoltà che hanno toccato la popolazione tra i blackout di Internet e i droni sulle raffinerie – non sembra soffrire di tutti i mali, di salute e politici, che gli vengono attribuiti in Europa. Certo, per i russi le cose non stanno andando per il meglio. ‘Solo’ il 56 per cento dei cittadini pensa che il Paese stia andando nella direzione giusta, mentre il 27 per cento è convinto che la strada imboccata sia quella sbagliata. Ma l’ipotesi che possano scatenarsi rivolte sociali o politiche è lunare.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
La capacità di adattamento del regime
Allo stato delle cose, la Russia è dunque sostanzialmente stabile. I poteri forti fedeli al presidente si sono adattati alla nuova economia di guerra, che più di rivoluzioni necessita di costanti correzioni periodiche. Anche per questo le elezioni non rappresentano certo uno spartiacque, né per la tenuta del regime, né per gli equilibri che si delineeranno successivamente: certo, rimpasti governativi sono possibili e nemmeno Mishustin è al sicuro. Tanto che, in un ottica di cambiamento, sarebbe già pronto il vice Denis Manturov, più legato all’industria militare. E soprattutto sarà interessante capire se il Cremlino ordinerà una mobilitazione per rafforzare l’esercito o se il conflitto proseguirà sui binari attuali, senza scossoni, né al fronte né in casa.
Sufian Abu Zaida, ex ministro dell’Autorità nazionale palestinese, si è fatto avanti affermando di essere la fonte citata nell’articolo di Haaretz che riportava come Benjamin Netanyahufosse stato avvertito dei piani di Hamas dal presidente emiratino Mohammed bin Zayed, poco prima del 7 ottobre 2023. L’articolo di Haaretz si basava su alcuni passaggi del libro in uscita Kidnapped: 843 Days of Abandonment, scritto dai giornalisti Shlomi Eldarand e Ruth Yuval.
Benjamin Netanyahu (Ansa).
L’ammissione in un video pubblicato su Facebook
In un video su Facebook, Abu Zaida ha spiegato di aver svolto all’epoca dei fatti raccontati nel volume il ruolo di intermediario tra Israele e Hamas, trasmettendo agli Emirati e ai servizi di intelligence di Tel Aviv un avvertimento sui piani di Yahya Sinwar (allora leader di Hamas a Gaza) per una grande offensiva: scopo dell’operazione far deragliare gli Accordi di Abramo e gli equilibri in Medio Oriente. Haaretz aveva ipotizzato inizialmente che l’intermediario fosse Mohammed Dahlan, ex leader di Fatah nella Striscia di Gaza, o una persona che agiva per suo conto.
Chi è Sufian Abu Zaida, ex ministro dell’Anp
Esponente di Fatah, il 66enne Abu Zaida è stato ministro per gli Affari dei Detenuti dell’Anp dall’inizio del 2005 a quello del 2006, quando le elezioni legislative palestinesi videro la vittoria di Hamas. Originario di Jabalia e parte di una fazione di Fatah che sostiene Dahlan, nel tempo ha collaborato strettamente con Tel Aviv (nonostante avesse trascorso 12 anni in una prigione dello Stato ebraico) e intrecciato legami con importanti esponenti di Hamas, mantenendo anche contatti regolari con giornalisti israeliani. Au Zaida ha lasciato l’enclave palestinese alla volta dell’Egitto all’inizio della guerra: da allora risiede al Cairo.
Netanyahu, la smentita e l’attacco a Haaretz
L’ufficio di Netanyahu si era affrettato a smentire quanto scritto nel libro e riportato da Haaretz: «Una menzogna totale. Il primo ministro non ha parlato con il presidente degli Emirati durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua». Successivamente lo stesso Netanyahu, ha inviato una lettera di diffida alla testata di sinistra, da sempre una spina nel fianco dell’attuale premier israeliano. Questa la risposta del direttore Aluf Benn: «Non siamo spaventati dalle minacce del primo ministro e dai suoi tentativi di strangolarci finanziariamente. Continueremo a difendere i diritti umani e civili e denunciare le irregolarità e i crimini di guerra del governo».
San Marino Rtv presenta la nuova stagione televisiva 2026-2027. Un palinsesto profondamente rinnovato che rafforza l’identità del servizio pubblico sammarinese e consolida la presenza dell’emittente nel panorama televisivo italiano e internazionale. La nuova programmazione sarà presentata martedì 29 settembre, dalle ore 11 alle 13, con un evento in diretta realizzato contemporaneamente da due sedi – a San Marino, presso gli studi di San Marino Rtv in Piazza J.F. Kennedy, e a Roma, presso lo studio Roma Montecitorio, in Piazza Montecitorio 116. A condurre l’appuntamento saranno Vittoriana Abate da Roma e Silvia Pelliccioni da San Marino.
I protagonisti della nuova offerta
La stagione segna un ulteriore passaggio nel percorso di trasformazione di Rtv con più produzioni originali, nuovi programmi e nuovi protagonisti, maggiore spazio all’informazione e all’approfondimento, all’attualità, alla cultura, alla musica, allo spettacolo, allo sport e ai grandi eventi. Una squadra ampia e autorevole che vede tra i protagonisti Dario Fabbri, Monica Giandotti, Daniele Ruvinetti (i due su San Marino Rtv conducono assieme il programma Point Break, su attualità nazionale e internazionale, che nelle prime 10 puntate ha ottenuto ottimi ascolti), Giovanni Terzi, Myrta Merlino, Mauro Mazza, Simona Ventura, Red Ronnie, Roberto Giacobbo, Mirko Casadei, Andy Luotto, Fabrizio Maffei, Eraldo Pecci, Senhit, Luciano Onder, Angelica Amodei, Giovanni Anversa, Marco Carrara e Giordano Fatali, insieme ai volti e ai giornalisti di San Marino Rtv.
Rafforzate le aree di informazione, approfondimento e intrattenimento
Il nuovo palinsesto rafforza l’area dell’informazione e dell’approfondimento, con uno sguardo aperto sui principali temi italiani e internazionali, ma anche sulla società, sulla cultura, sull’economia e sui territori. Una programmazione che vuole offrire confronto, pluralismo e libertà, valorizzando al tempo stesso la specificità e l’identità della Repubblica di San Marino. Crescono anche gli spazi dedicati all’intrattenimento, alla musica, allo sport, alla cultura e alla memoria televisiva, con produzioni originali, nuovi format e il coinvolgimento di personalità provenienti da esperienze e linguaggi differenti.
Spazio all’Eurovision per otto mesi
Un capitolo strategico sarà dedicato al mondo Eurovision. Un percorso continuativo accompagnerà il pubblico per otto mesi, dal Junior Eurovision Song Contest di ottobre, passando per Dreaming San Marino Song Contest da ottobre a febbraio, fino alle tre serate del San Marino Song Contest di marzo e all’Eurovision Song Contest di maggio 2027. Una vera filiera editoriale, musicale e produttiva che lega San Marino al più grande evento televisivo musicale internazionale e che accompagnerà il pubblico, senza interruzioni, dall’autunno 2026 alla primavera 2027.
È iniziato alle 14 e terminerà allo stesso orario di domenica 20 settembre il voto online degli iscritti pentastellati sulla “Alleanza per la Costituzione”, in pratica il programma del M5s, che si tiene in concomitanza con la due giorni di Nova a Milano. Il documento, «sintesi politica che tiene conto dei contributi degli oltre 17 mila cittadini coinvolti negli eventi sul territorio», è diviso in 20 aree tematiche, che vanno dalla sanità al lavoro, fino alle pensioni e alle tasse, passando per scuola, ambiente e sicurezza, senza dimenticare l’immigrazione e diritti Lgbt. Tra tutti i punti che il partito di Giuseppe Conte porterà «al tavolo della coalizione» spicca quello al numero 17, dedicato alla guerra. O, meglio, al suo ripudio.
Elly Schlein e, sul maxischermo, Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il punto 17: “L’Italia ripudia la guerra”
Nessuno sconto al Pd, tantomeno giri di parole nell’affrontare il tema più discusso all’interno della coalizione progressista, cioè il sostegno militare a Kyiv. «Cambiare radicalmente l’approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa nei confronti della guerra in Ucraina. Continuare a inviare armi significa allontanare la pace», si legge al punto 17. E poi: «È necessaria una svolta negoziale che tuteli le ragioni del paese aggredito, con il coinvolgimento dell’intera comunità internazionale». Questa parte del documento ribadisce inoltre i “no” al piano Rearm Eu e all’innalzamento della spesa per la difesa al 5 per cento del Pil in sede Nato. Sì invece al riconoscimento dello Stato della Palestina.
La Procura di Monza ha inoltrato all’Ufficio Gip la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulle “bussate” alla sala Var di Lissone, filone dell’indagine sugli arbitri che vedeva indagati per concorso in frode sportiva l’ex designatore Gianluca Rocchi, l’ex supervisore Var Andrea Gervasoni e gli ex varisti Luigi Nasca e Rodolfo Di Vuolo. Secondo la Procura monzese, dagli atti dell’indagine non sono emerse condotte «di natura fraudolenta» né il «dolo» per l’alterazione dei risultati del campo, ma solo la volontà di «correggere gli errori arbitrali» degli addetti al Var. Ora il fascicolo passerà alla giustizia sportiva, che nei prossimi 60 giorni deciderà se archiviare o procedere.
La spiegazione della Procura di Monza
La Procura di Monza ritiene che la nozione di “atto fraudolento” «non coincida con qualsiasi violazione di una regola sportiva o organizzativa». La frode, viene spiegato, «richiede un quid pluris di artificiosità, inganno, dissimulazione o abuso strumentale idoneo a incidere sul corretto svolgimento della competizione al fine di alterarlo». Altrimenti, «ogni errore arbitrale intenzionale nella sua dimensione decisionale, ogni inosservanza del protocollo Var e persino ogni indebita interlocuzione interna verrebbero automaticamente attratti nell’area penale con una sovrapposizione incompatibile con il principio di offensività tra illecito sportivo, responsabilità tecnica e delitto».
L’archiviazione per il filone delle designazioni
I Pm di Milano già a luglio avevano chiesto di archiviare l’accusa di frode sportiva per Rocchi e l’Inter in merito al filone sulle designazioni arbitrali per quattro partite dei nerazzurri, avvenute su presunte pressioni della società milanese (circostanza dunque esclusa). Non trovano invece per il momento riscontro le anticipazioni uscite su alcuni quotidiani in merito alla richiesta di archiviazione da parte della Procura Federale.
Aquanexa, piattaforma integrata di servizi per l’industria idrica acquisita da Acea, ha annunciato il perfezionamento delle acquisizioni di Danphix ed Ecoris, due realtà italiane d’eccellenza specializzate nelle tecnologie trenchless per la riabilitazione delle condotte. Le due società entrano a far parte del Gruppo confluendo nella nuova business unit Trenchless Technologies, che concentra sotto un’unica regia industriale — insieme a Dinamica Project — tutte le competenze di Aquanexa dedicate al rinnovo infrastrutturale senza scavo, dando vita a uno dei poli più solidi del panorama nazionale nelle tecnologie di relining con un fatturato aggregato 2025 che supera i 20 milioni di euro. Il Gruppo Aquanexa conta 14 aziende e un ecosistema di collaborazioni strategiche che copre l’intero ciclo dell’acqua, con circa 350 professionisti e oltre 140 milioni di euro di fatturato, unendo infrastruttura, IoT, ingegneria di rete e piattaforme digitali al servizio dei gestori idrici.
Gli ambiti di azione delle due società
Danphix, fondata nel 2016 e con sede a Reggio Emilia, opera nell’ingegneria civile con specializzazione nella riabilitazione trenchless di condotte idriche, fognarie e in pressione, utilizzando tecnologie avanzate come il Cipp (Cured in place pipe) e il sistema Primus line, e offrendo servizi di videoispezione e prove di tenuta in pressione a clienti pubblici e privati in Italia e all’estero con specifico riferimento anche al settore Oil & Gas. La società può contare su un team di circa 14 professionisti e nel 2025 ha realizzato ricavi per circa 13 milioni di euro, con un Ebitda reported di circa 4,8 milioni di euro. Ecoris, fondata nel 1992 a Viareggio, opera nel relining e nella manutenzione di reti idriche e fognarie, con attività di videoispezione, mappatura delle condotte e risanamento non distruttivo. La società può contare su un team di circa 15 professionisti e nel 2025 ha realizzato ricavi per circa 4,8 milioni di euro, in crescita del 49 per cento rispetto all’anno precedente, con un Ebitda reported di circa 2,0 milioni di euro. Le due aziende si affiancano a Dinamica Project, che entra nella nuova business unit portando 40 anni di esperienza, 16 mezzi allestiti con sistemi di relining, videoispezione e robot, e la divisione North sea project dedicata alle tecnologie no-dig per il risanamento e la ricostruzione non distruttiva di condotte fognarie e idriche.
Il ruolo strategico delle tecnologie no-dig
La nuova business unit nasce per rispondere a una domanda che, in un Paese con reti tra le più vecchie d’Europa, non è più se rinnovare le infrastrutture, ma come farlo con la minore invasività possibile. Dopo la stagione straordinaria del Pnrr, il settore è chiamato a garantire continuità agli investimenti programmati — oltre 21,2 miliardi di euro per il sessennio 2024-2029 secondo i programmi degli interventi approvati dagli enti di governo d’ambito — senza gravare eccessivamente sulle tariffe e senza immobilizzare le città in cantieri aperti per mesi. In questo contesto le tecnologie no-dig assumono un ruolo strategico poiché consentono il recupero funzionale delle condotte interrate esistenti senza scavi a cielo aperto, eliminando demolizioni, ripristini stradali e disagi per cittadini e attività commerciali, con una riduzione significativa di emissioni di CO₂, consumi di carburante, materiali di scarto e rumore rispetto allo scavo convenzionale, come dimostrato dalle analisi del ciclo di vita condotte con le principali utility italiane.
La tecnica del relining
La tecnica principale è il relining. All’interno del “tubo ospite” viene inserito un liner in materiale composito a base di resine termoindurenti che, attraverso processi come il Cipp nelle varianti termica, Uv e Uv-Led, si polimerizza aderendo alle pareti interne e creando un nuovo tubo strutturalmente autonomo, per diametri da DN80 a DN1500, anche in presenza di curve accentuate e accessi difficoltosi. A queste competenze Aquanexa affianca la tecnologia brevettata Talr (Trenchless automated leakage repair) di una società del Gruppo, Pipecare, per la riparazione massiva delle perdite, offrendo ai gestori una copertura completa — oltre 100 mezzi sul territorio e l’intera gamma delle tecnologie di relining — che nessun altro operatore garantisce oggi con la stessa profondità.
Warren Buffett lascia la presidenza di Berkshire Hathaway, il colosso che ha guidato per oltre 60 anni. Il suo posto sarà preso dal figlioHoward, 71 anni, nel cda della holding dal 1993 e amministratore di una delle tre fondazioni a cui il padre ha già destinato in eredità il suo immenso patrimonio. In passato è stato anche membro del consiglio di amministrazione di Coca-Cola, uno dei principali investimenti di Berkshire Hathaway. Warren resterà nel consiglio di amministrazione e assumerà il titolo di presidente emerito. La holding ha un portafoglio azionario del valore di oltre 300 miliardi e capitalizza a Wall Street più di 1.000 miliardi di dollari. Fra le sue principali partecipazioni per valore figurano i pacchetti in Apple, Alphabet-Google, Bank of America e American Express.