Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm

In una storica notte elettorale, i vincitori delle Midterm hanno abbattuto barriere di lunga data, segnando traguardi inediti legati all’appartenenza etnica e all’orientamento sessuale. Tra i vincitori figurano infatti Keisha Lance Bottoms, la prima donna nera a diventare governatrice di uno Stato Usa, e il primo senatore dichiaratamente gay, cioè il democratico del New Hampshire Chris Pappas. Ma sono solo alcuni esempi.

Le prime volte tra i governatori

Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta, è diventata la prima donna nera a essere eletta governatrice nella storia degli Stati Uniti, riportando la massima carica della Georgia ai democratici per la prima volta dal 2002 (quando era stato sconfitto Roy Barnes, eletto quattro anni prima). Lance Bottoms, che era stata tra le donne presa in considerazione come candidata alla vicepresidenza da Joe Biden, sul sito della sua campagna si presenta come discendente di una famiglia di schiavi di una piantagione, nel profondo Sud segnato dalla schiavitù e dalla segregazione razziale. Deb Haaland, appartenente alla tribù Laguna Pueblo, è diventata la prima donna indigena a essere eletta governatrice di uno Stato Usa, il New Mexico. In precedenza Haaland aveva ricoperto l’incarico di Segretario agli Interni nell’Amministrazione Biden, diventando la prima nativa americana a guidare un dicastero del governo federale. Gina Hinojosa, prima donna a guidare il Texas dal 1995, è la prima governatrice di origine latina dello Stato: scalzato il repubblicano Greg Abbott, rimasto in carica per tre mandati. Amy Acton, prima esponente del Partito Democratico a conquistare la carica di governatore dell’Ohio dal 2006, è anche la prima donna in assoluto a essere eletta per tale incarico. Lo stesso è successo nel Minnesota con un’altra governatrice democratica: Amy Klobuchar. Storica vittoria del democratico Xavier Becerra in California, primo latino eletto direttamente a ricoprire la carica di governatore: Romualdo Pacheco aveva assunto lo stesso incarico nel 1875, ma non grazie al voto dei cittadini. Byron Donalds, che consolida il predominio del GOP in quello che un tempo era uno Stato in bilico, è invece il primo governatore repubblicano nero della Florida.

Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm
Le storiche prime volte di queste elezioni di midterm

Le prime volte al Congresso

Per quanto riguarda il Congresso, Pappas ha conquistato il seggio vacante del New Hampshire, diventando il primo uomo dichiaratamente omosessuale a essere eletto al Senato degli Stati Uniti. La vicegovernatrice dem del Minnesota Peggy Flanagan, di origini (anche) algonchine, è la prima donna indigena nella storia degli Stati Uniti a essere eletta al Senato. Abdul El-Sayed, tra gli astri nascenti del Partito democratico, ha vinto la competizione elettorale in Michigan e sarà il primo musulmano a sedere in Senato. Sempre in casa dem, Annie Andrews è la prima donna eletta senatrice per la Carolina del Sud, mentre Melat Kiros diventerà la prima donna nera a rappresentare il Colorado al Congresso. Claire Valdez, invece, è la prima donna nativa americana a essere eletta al Congresso per lo Stato di New York. Passando ai repubblicani, Julia Letlow è invece la prima donna del suo partito a essere eletta al Senato in Louisiana.

Elezioni midterm, l’ironia di Musk: «I miei laser per interferire col voto stavolta non hanno funzionato»

«Pare che i miei laser per interferire con le elezioni stavolta non abbiano funzionato». Così Elon Musk ha ironizzato su X dopo il risultato del voto di midterm negli Stati Uniti che ha visto una larga vittoria dei democratici, chiudendo la frase con l’emoji di un uomo che alza le spalle. Poco prima, il miliardario proprietario di Tesla e Space X, alleato del presidente Donald Trump, aveva così scritto: «I data center nello spazio sembrano davvero allettanti in questo momento».

Il magnate aveva investito quasi mezzo miliardo nella campagna elettorale

Il miliardario, che un anno e mezzo fa aveva litigato con il tycoon e voleva fondare un partito per togliere voti ai repubblicani, per questa campagna ha versato ai candidati del partito del presidente almeno 446 milioni di dollari. Si tratta del contributo elettorale più elevato di sempre, quasi il doppio di quello che lui stesso aveva donato a The Donald nelle presidenziali del 2024. Tra i «superdonatori» che hanno investito nella campagna repubblicana più di 100 milioni ci sono stati anche la famiglia Uihlein (spedizionieri del Wisconsin), che ha donato 150 milioni, e il finanziere della Pennsylvania Jeff Yass con 110 milioni. Secondo le stime della Federal election commission e di centri di monitoraggio come AdImpact, questa è stata la campagna più costosa di sempre con almeno 11,6 miliardi di dollari investiti. Più delle presidenziali di due anni prima che erano state, a loro volta, le più costose di sempre.

Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora

L’attesa onda blu ha travolto Donald Trump, infliggendo ai repubblicani una sconfitta storica e cocente nelle elezioni di metà mandato. Il Grand old party ha perso il controllo sia della Camera, ed era previsto, sia del Senato, un risultato questo meno scontato. A perdere sono stati soprattutto i candidati imposti dal Presidente al suo partito, a vincere quelli da lui più dileggiati tra i democratici. Ora, dopo una approfondita analisi del voto, lo sguardo si sposta però sulle mosse del presidente Usa, che non ama le sconfitte, e sulla difficile convivenza che avrà con un congresso ostile.

Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Donald Trump (Imagoeconomica)

La carica dei dem: da Ossoff a Talarico

Indiana 5, non un taxi ma un collegio della Camera, è stato poco dopo la mezzanotte italiana il primo segnale della débâcle repubblicana. Seguito dalla vittoria di larghissima misura dell’astro nascente dem Jon Ossoff in Georgia, e ancora di Roy Cooper in North Carolina, di Annie Andrews in South Carolina, del sindacalista indipendente Dan Osborn in Nebraska, di Adam Hamilton in Kansas dove i dem non vincevano dal 1932. Ce l’ha fatta anche Abdul El-Sayed in Michigan: è il primo senatore di religione musulmana. L’onda blu ha poi travolto il North Carolina, l’Ohio e l’Iowa. Clamorosa la vittoria di James Talarico in Texas dopo 38 anni di digiuno democratico al Senato. Non solo. Nello Stato della stella solitaria, Il governatore Greg Abbott ha ammesso la sconfitta contro la democratica Gina Hinojosa.

Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora

Le ragioni del tracollo repubblicano

Ad aver voltato le spalle all’Elefantino sono stati soprattutto i giovani. Stando alla Cnn, il 65 per cento degli elettori tra i 18 e i 29 anni avrebbe votato per i democratici. Due anni fa si erano divisi nel sostegno a Trump e Kamala Harris. Tra gli ispanici la percentuale sfiorerebbe il 62 per cento. A pesare sono stati soprattutto l’aumento del costo della vita, della benzina, i dazi e l’attacco all’Iran, poi le drastiche misure anti-immigrazione e una politica estera troppo interventista. Ma anche i favori fatti alle lobby, soprattutto ai paperoni delle big tech, a scapito di quella classe media che due anni fa lo aveva premiato, il dilagare dei data center, il timore che l’Intelligenza artificiale possa mangiarsi i posti di lavoro dei blue collar, le nostre tute blu. Ma anche la subalternità al governo di Benjamin Netanyahu. Non a caso, martedì pomeriggio Trump aveva annunciato la fine degli aiuti militari a Tel Aviv. Insomma, molti di coloro che due anni fa avevano votato The Donald perché aveva promesso di aiutare i più deboli, si sono sentiti traditi dalla vicinanza a multimiliardari percepiti come al di sopra di ogni regola.

Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Festeggiamenti dem in Michigan (Ansa).

La partita dei democratici in vista del 2028

Fin qui la cronaca di una notte durante la quale si sono ribaltati equilibri rimasti stabili, in alcuni casi, da decenni. Ora le incognite sono due: cosa farà Trump e cosa faranno i democratici. I dem infatti da domani potranno bloccare le nomine del presidente, decidere il calendario del Congresso, e potranno addirittura promuovere un impeachment contro il tycoon (difficile però che passi). E soprattutto dovranno capitalizzare un voto che è una bocciatura per l’inquilino della Casa Bianca. Per trasformarlo in una cambiale in bianco nel 2028 servirà però un ottimo candidato e una linea politica meno divisa tra moderati e progressisti. Come del resto ha ricordato Barack Obama. «Questa sera, il popolo americano ha lanciato un messaggio chiaro», ha postato su X l’ex presidente, «vuole una politica capace di unire le persone anziché dividerle e leader che propongano soluzioni concrete alle sfide che deve affrontare».

Mr VETO pronto a collaborare?

Trump dal canto suo ha commentato al New York Times che è «pronto ad accettare il risultato»: «Collaboreremo con i democratici; non vediamo l’ora di lavorare insieme a loro. Probabilmente troveremo un’intesa». Sui social, però, i toni erano stati decisamente meno concilianti. Il presidente nella serata aveva postato su Truth l’immagine di un berretto rosso con la scritta «VETO». «Il mio nome non era sulla scheda elettorale. Se lo fosse stato, avremmo vinto CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE!», aveva tenuto a precisare. Trump si è poi scagliato persino contro Fox News, definendo i sondaggi dell’emittente «un attacco premeditato, una stronzata (Bullshit)».

Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Il post di Trump su Truth.

L’incognita di un nuovo attacco all’Iran

Al di là dei commenti a caldo, il tycoon potrebbe, come ha già annunciato, mettere il veto sulle norme proposte dai dem, a cominciare da una maggiore assistenza sanitaria. Secondo gli analisti, però, questo non farebbe che mettere l’accento su progetti apprezzati dalla base. In politica estera il presidente ha poteri molto ampi, ma il Congresso potrebbe bloccare i fondi necessari, ad esempio, per proseguire gli attacchi in Iran, ma non potrà fermarli. Ora bisogna capire se Trump userà le prossime settimane se non i prossimi giorni per sferrare un attacco a Teheran o se rientrerà entro i confini come gli chiedono i sostenitori Maga. «La prima luce dell’alba è all’orizzonte», ha commentato il neo-eletto Ossoff, nuovo idolo democratico. Di certo lo schiaffone per il presidente è stato secco. Se sarà un’alba per i democratici lo si vedrà nel 2028: nel mezzo ci sono due anni di braccio di ferro tra Trump e Congresso e un presidente ferito che venderà cara la pelle.

Bollette, vola il prezzo del gas: a ottobre +9,1 per cento

Per il mese di ottobre le quotazioni all’ingrosso del gas hanno subito un deciso rialzo e, pertanto, la spesa totale dell’utente tipo aumenterà del 9,1 per cento rispetto al mese precedente. Lo ha reso noto Arera, spiegando che dunque, per i 2,3 milioni circa di clienti ancora nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas sarà pari a 88,36 euro al megawattora. Nel dettaglio, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente precisa che in ottobre il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (famiglia con consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è pari a 176,80 centesimi di euro per metro cubo.

Le reazioni delle associazioni dei consumatori

«Un record storico. Mai il prezzo del gas, imposte incluse, è stato così alto», commenta Marco Vignola, vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori, che evidenzia come il +9,1 per cento registrato dall’Arera significhi spendere 163 euro in più su base annua, nell’ipotesi di prezzi costanti per i prossimi 12 mesi. «Si conferma la stangata sui consumi energetici degli italiani», afferma il Codacons commentando l’aggiornamento tariffario per il gas. «Si tratta di un vero e proprio allarme in vista dei prossimi mesi, quando cioè aumenteranno i consumi da parte delle famiglie», avverte Assoutenti, parlando di «nuova mazzata per gli italiani».

Midterm, l’ultima di Donald Trump su Israele

«Se la gente si dovesse mai stancare di me negli Stati Uniti, mi trasferirei in Israele e diventerei primo ministro». Lo ha dichiarato – chissà scherzando fino a che punto – Donald Trump raggiunto al telefono da Fox News, sostenendo peraltro di godere di un consenso straordinario nello Stato ebraico: «Il 99 per cento, un record». La battuta (?) di Trump è arrivata nel giorno delle elezioni di midterm, considerate una sorta di referendum sul suo operato alla Casa Bianca. Cosa ne penserà Benjamin Netanyahu, in bilico come premier dopo le recenti elezioni nello Stato ebraico?

Trump annuncia lo stop agli aiuti militari a Israele

Intervistato da Fox News, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in base al quale Washington interromperà l’erogazione di 4 miliardi di dollari di finanziamenti a Tel Aviv a partire dalla fine di quest’anno. Nel giorno delle elezioni di midterm, Trump ha affermato che lo Stato ebraico («ora un Paese prospero») non ha più bisogno di tali fondi, aggiungendo poi che alcuni esponenti del Partito democratico stanno utilizzando il sostegno finanziario degli Stati Uniti a Israele come pretesto per criticare i Repubblicani. Tel Aviv, ha aggiunto Trump, avrà l’opzione di acquistare le armi americani: «Possono comprare quello che vogliono. Anche l’Europa può farlo. Produciamo le migliori armi al mondo».

Trump annuncia lo stop agli aiuti militari a Israele
Donald Trump (Ansa).

Tra Usa e Israele è in vigore un protocollo d’intesa firmato durante la presidenza Obama

Come spiega Reuters, al momento tra i due Paesi è in vigore un protocollo d’intesa in scadenza nel 2028, siglato ai tempi di Barack Obama presidente Usa, che prevede l’erogazione da parte degli Stati Uniti di 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari annui a Israele. Secondo quanto riferito da Trump, il pacchetto non solo non verrà terminato, ma gli aiuti verranno stoppati con un anno di anticipo sulla scadenza. Al momento manca un commento ufficiale da parte di Netanyahu: in un’intervista alla CBS rilasciata a maggio, Bibi aveva auspicato le fine della dipendenza militare del suo Paese dagli Usa nel giro di un decennio. In una lettera inviata a giugno a un membro del Congresso americano, Netanyahu aveva poi scritto che per Israele era giunto il momento di «passare da beneficiario di aiuti a partner». Un alto funzionario degli apparati di sicurezza israeliani, in forma anonima, ha però dichiarato a Channel 11: «Non ci aspettavamo questo annuncio, certamente non oggi. Abbiamo un dialogo costante con gli americani, quindi possiamo dire di essere rimasti sorpresi. Analizzeremo le implicazioni di questa decisione, che non è ancora pervenuta agli organi competenti».

Tensioni nella maggioranza sulla legge Fornero, le parole di Salvini

«Siccome leggo cose varie ed eventuali, l’uscita anticipata per chi vorrà è una scelta, non è un obbligo. Per chi vorrà andare in pensione a 64 anni dal 2027 il fondo per la previdenza per quello è stato disegnato, non per altro. Quindi come io rispetto gli altri, conto che tutti rispettino quella che è la priorità della Lega, che è il superamento della legge Fornero, che è quota 64 a partire già dal 2027». Lo ha detto Matteo Salvini al suo arrivo all’inaugurazione di Eicma, l’esposizione internazionale del ciclo, motociclo e accessori a Rho Fiera Milano, evidenziando le tensioni nel centrodestra: «Lo dico anche agli amici della maggioranza, col totale rispetto per tutti gli interventi che ci sono in Manovra, il taglio dell’Irpef, l’aumento della flat tax per le partite Iva».

Tensioni nella maggioranza sulla legge Fornero, le parole di Salvini
Matteo Salvini all’Eicma (Imagoeconomica).

Salvini: «Non sapevamo dei tagli alla scuola»

Salvini, parlando con la stampa, ha poi evidenziato anche le crepe all’interno del suo stesso partito. «Dei tagli alla scuola non sapevamo nulla. Sicuramente, in questo momento, è qualcosa su cui ragionare. Come Lega faremo qualche proposta», ha detto il segretario del Carroccio rispondendo a chi gli ha chiesto se non sia strano che il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, leghista, non sapesse delle sforbiciate previste dalla Manovra. «Salvini non solo è vicepremier, ma è anche segretario della Lega, lo stesso partito del ministro dell’Economia Giorgetti e del ministro dellIstruzione Valditara. Quindi o non lo hanno informato dei tagli oppure sapeva e sta cercando di prendere le distanze. Di fatto Salvini sta sfiduciando i suoi stessi ministri, oltre a se stesso», ha dichiarato Barbara Floridia, senatrice del M5s.

Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole

Sono bastati gli annunci social di Sigfrido Ranucci per far volare gli ascolti di Spotlight, programma di approfondimento di RaiNews24. La prima puntata realizzata dopo l’ingresso nella rete all news dell’ex conduttore di Report, nella serata di lunedì 2 novembre, ha proposto un interessante servizio di Luca Gaballo sulla crisi degli affitti in Spagna. Niente inchieste esplosive, eppure i numeri sono schizzati: 82 mila telespettatori e lo 0,5 per cento di share, contro una precedente media di 27 mila spettatori e lo 0,16 per cento. Pubblico triplicato e share più che triplicato. Sui social la “chiamata alle armi” era suonata quasi esagerata: «Scattatevi una foto mentre guardate l’inchiesta di #Rainews. Postate la foto sui vostri social taggando @rainews e @sigfirdo ranucci» (con refuso scappato nel nome del conduttore). Intanto Report prepara la prima puntata de-ranuccizzata, prevista per domenica 8 novembre, e ricorre all’immagine di Milena Gabanelli per promuovere il ritorno su Rai3. Ma sui social, anziché gli applausi, piovono insulti e accuse di tradimento rivolte alla vecchia squadra. Due programmi, due campagne social e, per ora, due reazioni decisamente diverse. In attesa della sentenza dell’Auditel.

Anvedi come balla Chiocci

Giro di valzer per Gian Marco Chiocci: ma quello vero, nel senso del ballo. E tutti potranno dire «anvedi come balla Chiocci». Tutta colpa di “Vienna sul lago”, un progetto di formazione, cultura e solidarietà che coinvolge giovani donne provenienti dall’Italia e dall’estero, promuovendo valori di impegno, confronto e inclusione, con il patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri, del ministero della Difesa, della Cultura, della Regione Piemonte, delle Ambasciate d’Austria in Italia e presso la Santa Sede, oltre che della città di Vienna. Evento che si conclude con la serata di charity intitolata “Il Gran ballo della Venaria Reale”, nella reggia sabauda, il 21 novembre. Che c’entra Chiocci? Durante la serata verrà conferito il Premio Costanzo, riconoscimento dedicato a “Donne, uomini e istituzioni che hanno saputo offrire un contributo importante al Paese con il proprio impegno”: quest’anno il premio sarà assegnato al direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci per la categoria “Stampa”, come «riconoscimento per aver interpretato con rara competenza e professionalità le tematiche di attualità che caratterizzano il nostro tempo. Memorabile l’intervista fatta a Sua Santità papa Francesco». L’evento vedrà la partecipazione, in qualità di partner, di Rai Canone, promotore della campagna “Un abbonato in prima fila”, iniziativa volta a valorizzare la cultura e il patrimonio italiano attraverso un coinvolgimento diretto del pubblico. Chi saranno i presentatori? I giornalisti Roberta Ammendola, RaiNews24 e volto ufficiale di Rai Italia, e Maurizio Martinelli del Tg2. Al termine si ballerà, con Chiocci protagonista. In attesa di diventare amministratore delegato della Rai, secondo le intenzioni di Palazzo Chigi.

Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole
Il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci (foto Imagoeconomica).

Giovanni Grasso live show

Un palco, un ospite, la musica dal vivo e un pubblico chiamato a partecipare, intervenire e confrontarsi: è questa la formula di “Riflessi”, il live show del martedì, il progetto ideato da Fondazione Roma che trasforma il Museo del Corso – Palazzo Cipolla in un luogo di incontro tra idee, linguaggi artistici e persone. Martedì 3 novembre, alle sette di sera, il format inaugura una nuova tappa del suo percorso, dedicata alla parola “Pace”, con Giovanni Grasso, giornalista, scrittore e consigliere per la stampa e la comunicazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A condurre la serata saranno il direttore artistico Daniele Pitteri e Gioia Salvatori, mentre per la musica ci penseranno la ricerca jazz e le architetture vocali dei LeePuma Quartet. L’incontro con Grasso partirà dalla sua produzione letteraria, che spazia dalla narrativa storica al romanzo, con titoli come Il segreto del tenente Giardina, Il caso Kaufmann e Il volo di Icaro, e dalle esperienze di adattamento teatrale di alcune sue opere. La serata offrirà l’occasione per riflettere sul valore della memoria, sul peso del potere, sul coraggio civile attraverso lo sguardo dello scrittore e dell’uomo delle istituzioni, maturato durante una lunga esperienza al servizio dello Stato. Tutti gli incontri sono pensati come occasioni di partecipazione culturale e solidarietà. L’intero incasso derivante dalla vendita dei biglietti sarà devoluto all’Associazione Andrea Tudisco Together Home, che accoglie bambini affetti da gravi patologie e le loro famiglie, offrendo loro ospitalità e sostegno durante il periodo delle cure. Fondazione Roma aggiungerà un contributo di pari importo, raddoppiando così la somma destinata all’associazione. La serata del 3 novembre sarà accessibile al pubblico previo acquisto del biglietto e potrà essere seguita anche in diretta streaming sul sito del Museo del Corso. Il calendario di novembre proseguirà martedì 17 con Giancarlo De Cataldo, per un appuntamento dedicato alla giustizia, alle ferite sociali e alle contraddizioni urbane, accompagnato dalle armonie folk e jazz del trio vocale August Sienna. Martedì 24 novembre sarà protagonista il maestro Nicola Piovani, tra i più importanti compositori della scena contemporanea, in una serata arricchita dalla ricerca sonora intima ed evocativa di Martha Deribe e Simone Maggio.

Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole
L’evento con Giovanni Grasso.

Cardinaletti all’Opera senza il suo Bechis

Ormai Giorgia Cardinaletti è sposata, ma al Teatro dell’Opera ci va da sola, senza la sua metà. Così per la prima romana del Falstaff, l’ultimo capolavoro di Giuseppe Verdi, con la direzione di Michele Mariotti, la giornalista del Tg1 si è fatta accompagnare da Simona Sala, direttrice di Radio 3 Rai, e non dal marito, Francesco Bechis, con il quale è appena convolata a nozze. «Si sa, al quotidiano Il Messaggero si lavora tanto, mica è la Rai», ha commentato sussurrando un invitato eccellente. Che poi di politici ce n’erano, eccome: il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, il sottosegretario alla Cultura Pietro Cannella, il sottosegretario al Mef Federico Freni, il presidente della commissione cultura della Camera dei Deputati Federico Mollicone, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, addirittura il presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso. Per chi si occupa giornalisticamente di politica come Bechis jr, è stato davvero un peccato “bucare” un evento del genere…

Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole
Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole
Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole
Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole
Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole
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Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole
Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole

Al via lo spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto

Sono iniziate questa mattina le operazioni di spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto. Lo rendono noto i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb, che hanno ricevuto una comunicazione dall’azienda. La ditta Liz Italia sta provvedendo a spegnere i bruciatori utilizzati per mantenere in preriscaldo i Cowpers di Afo: le si concluderanno entro questa settimana.

La decisione della Corte di Cassazione sull’area a caldo

Pochi giorni fa le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno rigettato sia il ricorso principale proposto da Ilva in Amministrazione Straordinaria sia il ricorso incidentale di Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding S.p.A. in Amministrazione Straordinaria contro il decreto della Corte d’Appello di Milano, che aveva accolto il reclamo promosso da 11 cittadini aderenti all’associazione Genitori Tarantini, ordinando la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento pugliese. Per quanto concerne l’area laminazione, è prevista la ripartenza del treno nastri fino al 14 dicembre, quando si fermerà nuovamente. Ripartirà poi da gennaio e rimarrà in marcia per circa un mese.

La cordata italiana di Federacciai si ritira dalla gara?

Intanto, facendo riferimento alle indiscrezioni secondo cui la cordata italiana di imprese che ha presentato una manifestazione d’interesse per l’ex Ilva di Taranto avrebbe rinunciato a presentare un’offerta per la parte a freddo, il vicepresidente di Confindustria e presidente di Federacciai Antonio Gozzi ha dichiarato che «la decisione non è ancora presa». L’ultimo giorno per la presentazione delle offerte vincolanti è fissato per l’8 novembre. Con l’uscita delle imprese italiane, l’attenzione tornerebbe a concentrarsi sugli indiani di Jindal.

Sondaggi Swg 2 novembre 2026: il centrosinistra allunga, giù Fdi e Fi

Si allarga leggermente la distanza tra maggioranza e opposizione nel sondaggio Swg per il Tg La7 diffuso lunedì 2 novembre 2026. Il centrosinistra guadagna lo 0,1 per cento e sale al 45 per cento, mentre il centrodestra perde lo 0,3 e scende al 43,8 per cento. A calare maggiormente è Fratelli d’Italia, che cede lo 0,3 per cento e scende al 29, ma resta di gran lunga il primo partito. Cala anche Forza Italia, che perde lo 0,2 per cento e scende al 7,2. Guadagnano invece un decimo la Lega, al 5,5 per cento, e Noi Moderati, all’1,1 per cento, mentre resta stabile all’1 per cento Sud chiama Nord. Nel centrosinistra, il Partito democratico è stabile al 20,6 per cento, mentre il Movimento 5 Stelle sale dello 0,2 e arriva al 12,6 per cento. Perdono un decimo Alleanza Verdi e Sinistra (6,2 per cento), Italia viva (2,2 per cento) e Più Europa (1,3 per cento). Fuori dalle coalizioni cresce dello 0,2 per cento Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che sale al 5,8. Azione di Carlo Calenda resta stabile al 3,1 per cento.

Manovra, se i ministri scoprono i tagli dopo averla approvata

Un po’ ministri, un po’ Alice nel Paese delle Meraviglie. Anche quest’anno, poche ore dopo averla approvata in una riunione lampo del Consiglio dei ministri, i titolari dei principali dicasteri di spesa giurano di non aver mai visto quella manovra lì, quella che taglia i conti, riduce, lima e comprime. E allora c’è da chiedersi dov’erano, benedetti figliuoli, mentre si varava la legge a Palazzo Chigi, si scrivevano le norme, si computavano le tabelle. Tutti distratti? Tutti discalculici? Tutti in pausa pranzo?

Manovra, se i ministri scoprono i tagli dopo averla approvata
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’incomprensibile irritazione per i tagli

Piccolo riassunto. La manovra viene varata dal Consiglio dei ministri mercoledì 28 ottobre in una riunione che dura dalle 15,15 alle 16,56. sono 175 pagine, 157 articoli, più la relazione tecnica di 198 pagine. I giornali mettono in luce le insufficienti risorse alla sanità, i tagli alla scuola e alla rivalutazione delle pensioni. Dalle diverse categorie si levano critiche, dalle Regioni pure, comprese alcune di centrodestra (l’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso ha parlato di «tagli insostenibili»). Da lunedì sui giornali spuntano retroscena in cui i ministri, da Giuseppe Valditara a Orazio Schillaci fino a diversi big leghisti, si dicono «sorpresi» e «irritati» con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, autore della stretta. Si attendono sviluppi, la manovra è appena approdata in Parlamento e solitamente qualche modifica viene approntata. Vedremo quali.

Manovra, se i ministri scoprono i tagli dopo averla approvata
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara (Imagoeconomica).

In tempo elettorale, la manovra è figlia di nessuno

In realtà due sono i limiti dietro cui si nasconde il vero motivo per cui la manovra Meloni 2027 è figlia di nessuno. Il nodo principale è che i soldi sono pochi, i tagli tanti e nessuno vuole assumersi a pochi mesi dalle elezioni la paternità politica di sacrifici e ristrettezze, dunque meglio scaricare sul ministro Giorgetti che ha le spalle larghe, tanta pazienza (Usque tandem, si chiedono in molti) e soprattutto la fiducia della premier e dei mercati. Dietro al nodo politico di una manovra pre-elettorale, però c’è un vizio tutto figlio della attuale politica fast and furious.

Manovra, se i ministri scoprono i tagli dopo averla approvata
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il cambio di passo con Berlusconi

Facciamo un passo indietro. C’era un tempo in cui la manovra si approvava dopo diverse ore di riunione del consiglio dei ministri. Finiva sempre di notte, con conferenza stampa il mattino successivo, occhiaie e facce sbattute. Insomma, poco smart ma molto letta e combattuta. Poi Silvio Berlusconi, uomo del fare, decise che quella scena lì non gli piaceva, non era glamour, e dunque via, una manovra si approva in un’ora, niente maratone, si dà l’ok alle ‘copertine’ delle norme e si va in tv ad annunciare la meraviglia. E dunque i malumori che ogni manovra si trascina dietro, perché mai si accontentano tutti-tutti-tutti, si sono spostati al giorno dopo.

Manovra, se i ministri scoprono i tagli dopo averla approvata
Silvio Berlusconi nel 1994 (Ansa).

Sono passati 30 anni ma va ancora in onda lo stesso show

Sono passati 30 anni ma va ancora in onda lo stesso show. La manovra si approva in un’ora (Meloni ha aggiunto i 41 minuti) e si va in diretta col volto fresco ad annunciarla. Peccato che i ministri molto probabilmente non l’abbiano letta, o per lo meno non abbiano letto tutte le tabelle, oppure non abbiano capito cosa stavano approvando, quanti tagli, quanti trasferimenti. E allora forse, ormai per il prossimo anno, una prece: metteteci il tempo che ci vuole, fate lo sforzo di lavorarci un intero pomeriggio se serve, confrontatevi, usate la calcolatrice, litigate e riappacificatevi, abbiate anche il coraggio di dire al Giorgetti di turno che no, la sanità non si può tagliare, o perlomeno non così. Ma risparmiateci non una manovra così così – capita a ogni coalizione – ma almeno le lacrime di coccodrillo, gli spin freddi e ipocriti ai giornali del tipo «il ministro è irritatissimo», perché davanti a questi esprit de l’escalier, l’interrogativo «allora a cosa serve un ministro?» attraversa la mente di molti.

Com’erano andate nel 2018 le prime elezioni di midterm con Trump alla Casa Bianca

Gli Stati Uniti tornano oggi al voto per rinnovare gran parte del Congresso (l’intera Camera e un terzo del Senato) in occasione delle elezioni di midterm, che si tengono ogni quattro anni a metà – appunto – del mandato presidenziale. Storicamente, il partito che detiene la Casa Bianca perde terreno a Capitol Hill in questa tornata elettorale, considerata un referendum sull’operato del presidente. Essendo al secondo mandato, per Donald Trump quelle in corso saranno le ultime elezioni di midterm: ecco come erano andate quelle del 2018.

Il GOP rafforzò la maggioranza al Senato, ma subì il sorpasso alla Camera

Il boom del voto anticipato (quasi 56 milioni di statunitensi – compreso il papa – hanno votato prima dell’apertura delle urne) fa ben sperare i Democratici, che gli ultimi sondaggi danno in forte vantaggio: prevista un’onda blu senza precedenti. Il Partito repubblicano arriva al voto con una risicata maggioranza nei due rami del parlamento: la conquista della Camera da parte dei dem è data quasi per scontata e anche il Senato potrebbe seguire la stessa sorte. Nel 2018 il Grand Old Party rafforzò la propria maggioranza alla camera alta, mentre subì il sorpasso in quella bassa, incassando inoltre una sonora batosta nelle contestuali elezioni governatoriali.

Com’erano andate nel 2018 le prime elezioni di midterm con Trump alla Casa Bianca
Seggio elettorale negli Usa (Ansa).

Senato Usa: l’esito delle elezioni di metà mandato nel 2018

Nel 2018 furono sottoposti ad elezione tutta la Camera dei rappresentanti e 35 seggi del Senato. Prima del voto, i Repubblicani avevano una maggioranza di 51 senatori su 100: le elezioni determinarono il guadagno di ulteriori due seggi da parte del GOP. Il partito di Trump perse infatti i seggi di Arizona e Nevada, ma soffiò ai dem quelli di Dakota del Nord, Florida, Indiana e Missouri, arrivando ad avere 53 rappresentanti al Senato.

Camera dei rappresentanti: l’esito delle midterm nel 2018

Prima delle elezioni, la Camera dei rappresentanti nel 2018 era controllata dai Repubblicani con una maggioranza di 240 deputati su 435. I Democratici, quota 195, avevano dunque bisogno di conquistare 23 seggi per il controllo della camera bassa del Congresso. L’ondata blu decretò un incremento di ben 40 unità alla Camera per i Democratici, con 43 seggi soffiati ai Repubblicani e appena tre persi. La maggioranza passò quindi in mano ai progressisti.

Com’erano andate nel 2018 le prime elezioni di midterm con Trump alla Casa Bianca
Statunitensi al voto per le elezioni di midterm nel 2018 (Ansa).

Il Partito democratico vinse anche la sfida dei governatori

Contestualmente a buona parte dei parlamentari Usa, furono eletti anche i governatori di 36 Stati su 50. Il voto si tenne in 26 dei 33 Stati a guida repubblicana, in 9 dei 16 con governatori democratici e in uno Stato, l’Alaska, dove invece il governatore era indipendente. I democratici conquistarono sette governatori che in precedenza erano stati ottenuti dai repubblicani; mentre quest’ultimi si dovettero accontentare dell’Alaska, fino a quel momento guidata da un indipendente. La “partita” delle governatoriali finì dunque 20 a 16 per i dem.

Il calciatore Jesùs De Miguel morto dopo uno scontro in campo con il portiere avversario

Tragedia nel calcio spagnolo. L’attaccante del Tenerife Jesús De Miguel è morto dopo un violento scontro in campo con il portiere di Andorra Jesus Owono. L’episodio è avvenuto allo stadio Heliodoro Rodríguez López di Tenerife, dove era in programma il match. Al minuto 98 il portiere (poi espulso dall’arbitro) era uscito dalla propria area di rigore quasi fino a centrocampo, scontrandosi con De Miguel e colpendolo al petto con un ginocchio. L’impatto è stato molto violento, tanto che il giocatore è crollato a terra all’istante, rimanendo immobile. Rianimato in campo e portato in ospedale, non ha mai ripreso conoscenza. Nella notte il peggioramento fatale che ha portato al decesso.

Il club: «Siamo increduli»

Questo il comunicato del club: «Con il cuore spezzato, con un nodo alla gola e increduli che sia vero, il Cd Tenerife annuncia la tragica scomparsa, avvenuta martedì 3 novembre alle ore 8, di Jesús de Miguel Alameda. Non ci sono parole di conforto, non c’è assolutamente nulla che possa attenuare questa immensa tristezza. Siamo vicini alla sua famiglia in lutto, ai suoi cari, a tutta Tenerife che oggi piange questa crudele perdita».

Rischio escalation in Medio Oriente: attacco Usa contro l’isola di Qeshm

Nonostante l’intensificarsi degli sforzi diplomatici volti a scongiurare un possibile ritorno a un conflitto attivo dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, l’Iran e gli Usa sono ben lontani dal raggiungere un accordo per porre fine alla guerra. Lo ha dichiarato un alto funzionario di Teheran all’agenzia Reuters. In effetti, durante la notte le forze americane hanno lanciato un attacco contro l’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz: c’è il rischio di una nuova escalation.

L’operazione Usa avrebbe preso di mira missili terra-aria iraniani

Funzionari statunitensi hanno detto alla CNN che l’operazione ha preso di mira missili terra-aria utilizzati da Teheran contro risorse americane: sarebbe stato insomma un bombardamento “difensivo”. Secondo fonti di Axios, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha lanciato un missile dall’isola di Qeshm contro un caccia americano in volo sullo Stretto di Hormuz. Il Wall Street Journal scrive che, oltre all’attacco a jet Usa, il 2 novembre i pasdaran hanno lanciato un missile sempre da Qeshm contro navi mercantili: il razzo sarebbe stato intercettato dalle forze Usa. Nel frattempo, i Guardiani della rivoluzione hanno dichiarato di aver abbattuto, sempre durante la notte, un drone statunitense MQ-9 nei cieli a est di Hormuz.

Trump ha detto che le forze Usa potrebbero «dover colpire Fordo»

Dopo il raid contro l’isola di Qeshm, avvenuto alla vigilia delle elezioni di midterm (Benjamin Netanyahu spinge nuovi massicci attacchi dopo il voto), Donald Trump ha affermato che le forze Usa potrebbero «dover colpire Fordo», ovvero il principale e più protetto impianto sotterraneo iraniano per l’arricchimento dell’uranio: «Non sarebbe un problema. Possiamo farlo entro un’ora e in qualsiasi momento», ha detto il capo della Casa Bianca intervistato da Fox News. Secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari statunitensi che hanno richiesto l’anonimato, l’azione contro Qeshm rientra in una serie di attacchi limitati condotti nelle ultime settimane dagli Stati Uniti contro l’Iran.

Ucraina, attacco russo su un centro per gli aiuti: 29 morti e 48 dispersi

Un attacco russo ha colpito l’insediamento di Komyshuvakha, nella regione di Zaporizhzhia, prendendo di mira una scuola utilizzata per scopi umanitari. «Lì la popolazione riceveva aiuti. Dopo il primo bombardamento, è seguito un secondo attacco con altre nove bombe, che hanno colpito specificamente il rifugio dove le persone avevano cercato riparo», ha scritto il presidente ucraino Zelensky sui social. Il bilancio è di almeno 29 morti tra cui due soccorritori e quattro agenti di polizia. Altre cinque persone sono ricoverate in ospedale e altre sono ancora intrappolate sotto le macerie. 48 persone risultano ancora disperse. La maggior parte delle vittime sono civili giunti sul posto per ricevere aiuti umanitari o soccorrere i feriti dopo il primo attacco. «I russi non potevano ignorare che ogni settimana i residenti di Komyshuvakha, rimasti sul posto, ricevevano aiuti umanitari proprio in quel luogo. E questa è un’ulteriore prova che la Russia non vuole né una de-escalation né una vera giustizia», ha aggiunto Zelensky.

Witkoff annuncia un trilaterale Usa-Russia-Ucraina ad Abu Dhabi

Funzionari statunitensi, ucraini e russi terranno un incontro trilaterale ad Abu Dhabi il 10 e l’11 novembre, nel tentativo di «portare avanti la missione del presidente Donald Trump volta a porre fine alla guerra». Lo ha reso noto Steve Witkoff, inviato speciale della Casa Bianca, spiegando che gli Stati Uniti svolgeranno il ruolo di mediatori in negoziati a livello tecnico tra Ucraina e Russia che «si concentreranno sugli accordi di sicurezza per il dopoguerra, sulla de-escalation, sugli interventi umanitari e sui passi successivi verso la pace». Questa settimana, ha poi aggiunto, i negoziatori Usa incontreranno anche rappresentanti di Francia, Germania, Regno Unito, Unione europea e Nato a Bruxelles, per discutere «dell’architettura di sicurezza europea nel dopoguerra e delle opportunità economiche a sostegno della ricostruzione» dell’Ucraina. «Il nostro auspicio è quello di consolidare i progressi già compiuti a Kyiv, Oslo e San Pietroburgo, puntando a un accordo di pace globale e duraturo che garantisca una sicurezza stabile per le generazioni a venire», ha concluso Witkoff.

Attacchi hacker ai supermercati, convocato vertice urgente a Palazzo Chigi

È stata convocata per martedì 3 novembre alle 11.30 a Palazzo Chigi una riunione per fare il punto sull’ondata di attacchi hacker che hanno colpito in Italia e in Europa i sistemi di refrigerazione dei supermercati. A coordinarla il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Parteciperanno il direttore dell’agenzia per la cybersicurezza nazionale e i direttori delle agenzie di intelligence. La notizia è arrivata dopo che sono stati colpiti centri commerciali in mezza Europa, dal Belgio alla Svezia fino a Lussemburgo, Olanda, Finlandia, Irlanda ed Estonia. In particolare, sono state alterate da remoto le temperature degli impianti di refrigerazione che sono arrivati anche a toccare i 50 gradi. L’agenzia per la cybersicurezza nazionale ha lanciato un’allerta agli operatori della grande distribuzione, della logistica alimentare e della filiera del freddo, invitando le imprese a verificare con urgenza l’eventuale esposizione online dei sistemi di controllo e teleassistenza e a isolarli dalle reti aziendali.

Colpiti supermercati anche in Italia

Anche l’Italia è stata interessata dagli attacchi. Guasti si sono registrati in Sicilia, in sei punti vendita, ma segnalazioni sono arrivate anche da un’azienda toscana operante nella ristorazione collettiva e da una dell’Emilia Romagna attiva nella produzione dei surgelati.

Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop

Che fine ha fatto Turning Point Usa? E quale impatto sta avendo sulle midterm 2026? Il suo fondatore, Charlie Kirk, a maggio del 2025 annunciava il suo endorsement ad Andy Biggs in Arizona: «Metteremo a disposizione risorse e attivisti per la sua campagna. Siamo onorati di poterlo fare, ha il mio pieno e incondizionato appoggio». Pochi mesi dopo, a settembre, l’influencer Maga fu ammazzato durante un evento alla Utah Valley University, diventando una sorta di martire per tutte le destre mondiali (compresa quella italiana). Dunque Biggs è stato l’ultimo candidato personalmente sostenuto da Kirk. Ecco perché la sua organizzazione no-profit, lanciata nel 2012 con l’obiettivo di diffondere idee di stampo conservatore nelle scuole e nelle università degli Stati Uniti, ha preso così a cuore la corsa del deputato repubblicano che il 3 novembre mira a diventare governatore dello Stato del Gran Canyon. «È la loro priorità assoluta in questa tornata elettorale», ha scritto il quotidiano Politico. Ma le cose non stanno andando come previsto.

Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop

Turning Point ha speso 18 milioni di dollari

Era stato proprio Kirk a convincere Biggs a scendere in campo. Da allora Turning Point ha speso 18 milioni di dollari, la cifra più alta investita dall’organizzazione su un singolo candidato in queste elezioni di metà mandato. Potrebbe, però, non essere abbastanza. Perché il repubblicano, molto vicino a Donald Trump, arranca nei sondaggi rispetto alla sua rivale, l’attuale governatrice democratica Katie Hobbs. E alcuni attivisti e funzionari locali puntano il dito proprio contro TpUsa che ha speso una barca di soldi, ma con tempistiche pessime.

Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
La democratica Katie Hobbs (foto Ansa).

In uno Stato come l’Arizona, dove un governatore in carica non fallisce la rielezione dal 1966 e circa l’80 per cento degli elettori vota prima dell’election day, è meno probabile che un’ondata di denaro dell’ultimo minuto influenzi il risultato alle urne. Per questo aprire il portafogli solo a settembre, a poche settimane dall’invio delle schede elettorali, a molti è sembrato decisamente troppo tardi.

Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Andy Biggs (foto Ansa).

Hobbs è riuscita a consolidare il suo vantaggio spendendo i soldi fin dall’inizio, quando ancora Biggs era assente dalle trasmissioni televisive. Ma Turning Point ha respinto le critiche: «Siamo un’organizzazione incentrata sulla mobilitazione degli elettori e non sulla tivù. È compito dei gruppi politici nazionali sostenere i candidati e metterli nelle condizioni di andare in onda per primi», ha risposto Tyler Bowyer, direttore operativo del movimento.

Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Donald Trump (foto Ansa).

E ancora: «Siamo ovviamente delusi dal fatto che non ci siano più fondi nazionali destinati ai repubblicani, in egual misura a quelli destinati ai democratici, soprattutto in Stati chiave per le Presidenziali, come l’Arizona». Il riferimento è alla decisione della Republican governors association di non investire nella campagna elettorale. Diversamente dalla controparte democratica, che per Hobbs ha speso almeno 10 milioni di dollari.

Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Attivisti di destra con uno striscione per Charlie Kirk (foto Ansa).

L’eventuale e probabile sconfitta in Arizona, però, diventerebbe un problema serio anche per Turning Point. L’ex deputato repubblicano Matt Salmon ha detto a Politico: «Questo è il loro canto del cigno. Una sorta di tutto o niente». Il risultato di Biggs potrebbe avere infatti importanti implicazioni per la reputazione e la rilevanza dell’organizzazione di Kirk all’interno del Partito repubblicano in futuro.

In ottica 2028 appoggiata la candidatura di JD Vance

In vista del 2028, Turning Point ha già appoggiato preventivamente la candidatura di JD Vance alla presidenza: d’altronde il vicepresidente è sempre stato particolarmente vicino a Kirk. Gina Swoboda, ex capa del Partito repubblicano dell’Arizona, ha usato parole in aperta polemica col movimento di Kirk: «Se il vicepresidente dovesse correre per la Casa Bianca, farebbe bene a riconsiderare qualsiasi idea possa avere sull’utilizzo di Turning Point sul territorio».

Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Il vicepresidente JD Vance (foto Ansa).

Certo, se si guarda al passato i candidati di TpUsa non hanno di certo brillato alle urne. Per diverse tornate elettorali, Kirk e i suoi hanno sostenuto, fin dalle primarie, nomi che poi a novembre fallivano puntualmente. Anche con risultati imbarazzanti. Come quando, nel 2024, puntarono tutto sulla corsa al Senato di Kari Lake. Finì con la giornalista sotto di due punti rispetto all’avversario, in uno Stato, l’Arizona, in cui Trump aveva vinto con cinque lunghezze di vantaggio.

Midterm 2026, perché Turning Point di Charlie Kirk rischia l’ennesimo flop
Kari Lake (foto Ansa).

Insomma, lo stesso scenario in cui si potrebbe ritrovare anche Biggs. Eppure sulla carta era l’uomo perfetto, con esperienza sia al Senato statale sia alla Camera dei Rappresentanti. Spinto da Kirk, ha accettato la sfida, nonostante Trump avesse già dato il suo endorsement all’avvocata e imprenditrice Karrin Taylor Robson. A gennaio il presidente aveva deciso di sposare anche la causa di Biggs che, alle primarie, ha ottenuto una schiacciante vittoria dopo il passo indietro di Robson. Un momento di gloria per Turning Point. Forse l’ultimo?

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla

Non si può certo dire che con Leonardo Maria Del Vecchio ci si annoi, visto che ogni giorno ne pensa una. L’ultima ha preso forma con una lettera ai soci di Delfin e, per non perdere tempo, anche ai lettori di QN. «È la proposta più seria che io abbia mai fatto», assicura Lmdv. Detto da chi in sette mesi ne ha fatte quattro, è lecito nutrire qualche dubbio. Leonardino si propone come acquirente delle quote di tutti i fratelli, in modo tale da salire dal 12,5 all’87,5 per cento della cassaforte che controlla il 32,4 di EssilorLuxottica, il 10 di Generali e un pezzo di UniCredit e Mps, e lo fa grazie alla «disponibilità di un primario istituto di credito internazionale». Milano Finanza che per primo ne ha svelato le intenzioni gli dà un nome: Citigroup, con un finanziamento fino a 22 miliardi. Tutto questo da parte di chi a settembre aveva dichiarato 950 milioni di debiti, precisando che sono pochi.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
L’articolo sulla proposta di Leonardo Maria Del Vecchio e la lettera di Lmdv su Qn.

Chiunque vinca, Citi incassa

La lettera di Citi, datata 31 ottobre, è una highly confident letter. La banca si dice «altamente fiduciosa» di organizzare il finanziamento. Poi elenca le condizioni: accordi separati, approvazione del comitato crediti, intesa sul prezzo, mercati favorevoli. In cambio chiede i ruoli di bookrunner e arranger. Per la banca americana è l’affare perfetto. Su un finanziamento così le commissioni viaggiano intorno al 2,5 per cento: sui 20 miliardi del buyout di Electronic Arts le banche si sono divise 500 milioni di dollari. Con le stesse commissioni, se si chiude, si farebbero circa 550 milioni, una lettera sprecata se salta. Qualunque banca firmerebbe, e Citi ha firmato anche altrove: siede già nel pool che studia con Delfin il riacquisto delle quote, compresa quella di Leonardino. Finanzia il figlio per comprare la holding e la holding per comprare il figlio. Chiunque vinca, Citi incassa. Il giornale dell’editore mette il carro davanti ai buoi e scrive di «certezza di un’offerta finanziata». Il documento su cui poggia quella certezza subordina tutto all’approvazione del credito.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
Il logo di Citigroup.

Il prezzo del ceco Strnad

Il prezzo lo ha fissato Michal Strnad, il produttore ceco di armi la cui offerta da 30 miliardi è stata definita da Lmdv un attacco all’Italia. Ma la cifra deve essere stata considerata congrua, se Lmdv la fa sua offrendo 3,75 miliardi per ciascuna quota posseduta dai fratelli. La madre, Nicoletta Zampillo, è esclusa dalla transazione. Lo scorso aprile aveva firmato con Luca e Paola a 5 miliardi a testa, ora gliene offre 1,25 in meno. A Basilico 10 giorni fa ne ha offerti 3,5 e si è sentito rispondere che la quota vale 4,3. L’italianità si difende al prezzo del ceco con i soldi degli americani. Chi preferisce può incassare il 30 per cento subito e il resto fra un anno in azioni EssilorLuxottica, a un prezzo che nessuno conosce e senza garanzia sul capitale. Il titolo ha perso metà del valore da novembre. Si viene pagati con i titoli della propria holding e ci si tiene il rischio di Borsa. Il debito, infine, lo ripaga Delfin, con riserve per 7 miliardi e l’utile 2026. La cassaforte si compra con i soldi che stanno dentro la cassaforte. Servirà però il pegno sulle quote, la garanzia che il consiglio di Delfin ha già negato a giugno facendo saltare tutto.

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Michal Strnad (Ansa).

Nei panni dei fratelli

Mettetevi nei panni di Luca e Paola. Ad aprile firmano la vendita a 10 miliardi, senza clausola di finanziamento. Le banche chiedono il patronage, Milleri lo nega, l’affare salta e i due si ritrovano un contratto con una penale da 500 milioni, 250 a testa, e un arbitrato avviato l’8 settembre. Sei mesi dopo lo stesso compratore si ripresenta con un prezzo più basso, una formula pagata in azioni e una lettera di una banca che si impegna a nulla. Nel frattempo Lmdv ha lasciato EssilorLuxottica, ha mancato l’acquisto della quota di Basilico e ha lanciato e ritirato un’Opa sul Fatto Quotidiano in tre giorni, dopo aver definito i suoi giornalisti «ratti del giornalismo», salvo poi fare marcia indietro e proclamarsi garante della loro autonomia. La penale spiega la fretta: se i fratelli vendono, i 500 milioni finiscono dentro il prezzo e l’arbitrato si chiude. Le altre scadenze fanno il resto. L’offerta di Strnad scade il 19 novembre, il 16 c’è l’udienza sul sequestro della quota di Basilico, il 30 marzo scade la prelazione di Delfin sulla sua quota. Il 7 novembre, la data proposta per gli incontri, arriva prima di tutte. Le Figaro ha spiegato ai francesi che la crisi di Delfin comincia dalla sua mossa di primavera.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Milleri in scadenza

Ma il suo bersaglio ha un nome e un obiettivo preciso. Il mandato di Francesco Milleri alla guida di EssilorLuxottica scade all’assemblea di primavera, e chi controlla Delfin vota il 32,4 per cento. Del Vecchio lo ha detto in chiaro: Milleri era un «traghettatore con il compito di trovare tre giovani successori, e i tre si attendono ancora». Qualche argomento lo ha: titolo quasi dimezzato dai massimi, minimi di quattro anni a settembre, il proxy advisor ISS che già nel 2024 storceva il naso sul doppio ruolo e sui compensi, la stampa francese che parla di influenza sproporzionata. Dall’altra parte una ventina di dirigenti ha firmato una nota in difesa del capo, Equita giudica negativo un cambio al vertice e Andrea Zappia, presidente del comitato nomine e remunerazione del gruppo, ha replicato che i piani di successione esistono e sono chiari. Ai soci Leonardo Maria chiede di decidere chi guida EssilorLuxottica, pagando con i loro dividendi.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

La comunicazione prima di tutto

La lettera del rampollo ha il tono dei legali: scuse per gli «errori, anche di tono», governance rafforzata, due consiglieri indipendenti. L’articolo che l’accompagna invece ha il tono della fanfara: «Assunzione di responsabilità senza precedenti». Attorno lavora una macchina con un nome: secondo Policy Maker e il Fatto, la comunicazione di Lmdv passa da Fedez e dalla sua Doom Entertainment, mentre i consulenti gli avevano sconsigliato ogni intervista. Le Figaro lo presenta come l’erede «connu en Italie pour ses frasques» e Palazzo Chigi ha messo il dossier sotto osservazione. Resta da chiedersi che cosa pensino Consob e l’Amf di comunicati che presentano come certo un finanziamento condizionato.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
Leonardo Maria Del Vecchio ospite di Fedez e Mr. Marra a Pulp Podcast.

Cigs ex Ilva, il ministero del Lavoro convoca i sindacati il 6 novembre

I sindacati metalmeccanici sono stati convocati dal ministero del Lavoro per il 6 novembre alle ore 10:30 per l’espletamento dell’esame congiunto della richiesta di cassa integrazione guadagni straordinaria per un massimo di 8.622 lavoratori, comunicata da Acciaierie d’Italia (ex Ilva) il 17 ottobre. Intanto, secondo quanto trapela da da fonti a conoscenza della vicenda, Federacciai e la cordata degli industriali italiani del settore avrebbero deciso di non presentare l’offerta per l’acquisizione dell’ex Ilva.

AdI ha già in corso la cassa straordinaria per 4.450 addetti

Acciaierie d’Italia, che ha già in corso la cassa straordinaria per 4.450 addetti (di cui 3.800 a Taranto), ha chiesto la Cigs a causa della fermata produttiva per un massimo appunto di 8.622 lavoratori, di cui circa 6.800 nello stabilimento pugliese. Pochi giorni fa le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno rigettato sia il ricorso principale proposto da Ilva in Amministrazione Straordinaria sia il ricorso incidentale di Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding S.p.A. in Amministrazione Straordinaria contro il decreto della Corte d’Appello di Milano, che aveva accolto il reclamo dei cittadini ordinando la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.