Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi

Sono anni che in Italia si prova a creare un unico operatore per la gestione delle infrastrutture di trasmissione radiotelevisiva, ossia, in gergo, delle torri di trasmissione. E si è tentato in mille modi di integrare Rai Way con EI Towers. Prima con un’Opa lanciata da EI Towers su Rai Way nel 2015: «ci è stata stoppata dalla politica», ha spiegato qualche sera fa Pier Silvio Berlusconi, ceo del gruppo Mfe-Mediaset (azionista al 40 per cento di EI Towers). Poi con lunghissime trattative tra le parti, che però hanno portato a un nulla di fatto, con la rottura definitiva del tavolo il primo luglio 2026.

Di chi è la colpa dell’affare saltato?

Ufficialmente l’amministratore delegato della tivù di Stato, Giampaolo Rossi, ha dichiarato: «L’operazione di fusione di Rai Way con EI Towers non è andata in porto per dinamiche di negoziazione e di visioni strategiche diverse. Noi cercavamo un percorso industriale e strategico di lungo periodo. Ora ragioniamo solo sul consolidare industrialmente un’azienda che è un asset importante per la Rai e che sta anche diversificando il suo business».

Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi
L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi (foto Ansa).

Mentre Berlusconi ha commentato: «Un’occasione mancata, era una grande opportunità. L’Italia resta il solo Paese in Europa senza un’unica rete di distribuzione. E, prevedo, adesso arriverà l’ennesimo operatore straniero che si porterà via un altro pezzo di Italia. Noi ci abbiamo provato in tutti i modi: prima con un’Opa, poi dialogando con pazienza. Ma le richieste di Rai Way ci hanno stoppato».

Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi
Pier Silvio Berlusconi, presidente e amministratore delegato di Mfe-Mediaset (foto Ansa).

In realtà la creazione di un unico player delle torri, al 50,1 per cento Rai, interessava di più a EI Towers: Mfe avrebbe trovato una collocazione a un asset, quello delle torri, non core, mentre il fondo F2i, che controlla il restante 60 per cento di EI Towers, avrebbe potuto monetizzare un investimento fatto nel 2018.

Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi
I ripetitori Rai di Corso Sempione a Milano (foto Imagoeconomica).

Il fatto è che, invece, alla Rai la diluizione di Rai Way in un altro soggetto conveniva poco, e il mercato ha avuto sentore della rottura già a inizio maggio: il titolo Rai Way, infatti, era trattato a 6,13 euro ad azione il 7 maggio, e da allora è crollato di circa il 25 per cento, a 4,6 euro.

Un gioiello di società che fa comodo

Giusto per ricordare un paio di numeri, Rai Way ha portato alla televisione pubblica dividendi per 59 milioni di euro nel 2025 e per 56,9 milioni di euro nel 2024. Rai ora controlla il 65 per cento di Rai Way (il resto è flottante trattato in Borsa), un gioiello di società che nel 2025 ha realizzato 282,8 milioni di ricavi (di cui 249,5 milioni versati da Rai) con un Ebitda di 191,8 milioni di euro e utili netti per 88,6 milioni.

Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi
Roberto Cecatto, ad di Rai Way (foto Imagoeconomica).

Insomma, Rai Way è determinante per i conti Rai e per la comunicazione dell’ad Rossi, che da settimane vanta un ritorno all’utile per il consolidato Rai. Però, come evidenziato dai documenti, il bilancio di esercizio 2025 in realtà si è chiuso con 21,1 milioni di euro di perdite. E il consolidato riesce invece a invertire la rotta con utili per 9,3 milioni di euro anche (e soprattutto) grazie all’utile di Rai Way e ai benefici fiscali del consolidamento.

C’era anche il rischio di legarsi mani e piedi al digitale terrestre

Quindi il management del broadcaster pubblico, dopo lunga e attenta riflessione, ha deciso che Rai Way può proseguire da sola: le sinergie con EI Towers erano ormai limitate (hanno entrambe un parco torri più che sufficiente); c’era un rischio sul fronte debiti, consolidando i 600 milioni di euro di indebitamento in dote a EI Towers; infine, Rai avrebbe dovuto legarsi mani e piedi al digitale terrestre, una tecnologia a forte rischio di diventare obsoleta nei prossimi anni.

Nordio avvia l’istruttoria per la concessione della grazia a Roggero

«Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha avviato l’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia in favore di Mario Roggero». È quanto comunicato direttamente da Via Arenula in riferimento al caso del gioielliere 72enne di Gallo di Grinzane (Cuneo), che il 28 aprile 2021 uccise due rapinatori e ne ferì un terzo in seguito a un colpo nel suo negozio, per il quale ieri è arrivata dalla Cassazione la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere.

La mobilitazione del governo per la grazia

Per la grazia a Roggero si sono mobilitati diversi esponenti del centrodestra – che ha avviato una raccolta firme in parlamento – e anche del governo, da Matteo Salvini ad Antonio Tajani, fino a Guido Crosetto. Il segretario della Lega ha affermato sui social: «Un padre, un nonno, un marito e un lavoratore per una vita, che arriva a 72 anni per essere mandato in carcere perché ha reagito a un’aggressione, a un furto, a una rapina nel suo negozio, nel negozio di famiglia, con moglie e figlia presenti e a rischio. Ritengo ingiusta questa condanna».

Crosetto, invece, ha dichiarato: «La giurisprudenza che le leggi al punto di stravolgerle. Ha consentito di mandare in libertà dopo pochi anni anche assassini di servitori dello Stato, per questo ciò che è accaduto a Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare».

Futuro Nazionale, invece, aveva organizzato un sit-in davanti alla Corte di Cassazione, a Roma, in solidarietà a Roggero. Alla richiesta di grazia si è unito anche Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte. Roggero, nonostante gli annunci degli ultimi giorni, non si è ancora costituito.

Sondaggi politici, la Supermedia: Futuro Nazionale sale ancora

L’ultima Supermedia Agi/Youtrend, realizzata sulla base di cinque sondaggi sulle intenzioni di voto condotti realizzati dal 2 al 15 luglio da quattro istituti, evidenzia un nuovo balzo in avanti di Futuro Nazionale, che arriva al 6,5 per cento: +0,6 rispetto a due settimane fa. Continua invece a calare nel complesso la coalizione del governo, mai così in basso nei sondaggi dal momento dell’insediamento.

Sondaggi politici, la Supermedia: Futuro Nazionale sale ancora
Giorgia Meloni (Ansa).

Il campo largo avanti di oltre due punti sul centrodestra

Fratelli d’Italia è ancora largamente il principale partito del Paese, ma scende al 27 per cento (-0,6). Pur restando stabile al 21,3 per cento si avvicina dunque il Partito democratico. Il Movimento 5 stelle registra lo stesso calo dei meloniani e arretra al 12,8 per cento. Forza Italia sale all’8,1 per cento, guadagnando un quinto di punto. Si tratta dello stesso incremento di Alleanza Verdi e Sinistra, che al 6,5 per cento si vede però raggiunta da Futuro Nazionale. Prosegue il calo di consensi della Lega, ora data al 5,9 per cento (-0,3). Azione e Italia Viva sono in leggero aumento (+0,1), rispettivamente al 3,1 e 2,4 per cento. +Europa scende all’1,3 per cento (-0,2), mentre Noi Moderati sale all’1,2 per cento (+0,1). Per quanto riguarda le coalizioni, la Supermedia vede il campo largo (44,3 per cento) avanti di oltre due punti sul centrodestra (42,2 per cento), mai così in basso dalle Politiche del 2022.

Ponte Morandi: 12 anni per Castellucci, ex ceo di Autostrade per l’Italia

Sono arrivate le sentenze di primo grado per crollo del ponte Morandi di Genova, avvenuto il 14 agosto 2018 e costato la vita a 43 persone. Giovanni Castellucci, all’epoca amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, è stato condannato a 12 anni di carcere. Era il principale imputato nel processo: la Procura aveva chiesto 18 anni e 6 mesi.

Ponte Morandi: 12 anni per Castellucci, ex ceo di Autostrade per l’Italia
Il ponte Morandi dopo il crollo (Imagoeconomica).

Le condanne per gli altri imputati

Il tribunale di Genova ha inoltre condannato altri ex vertici di Autostrade per l’Italia, così come di Spea Engineering: le due società che avrebbero dovuto tenere sotto controllo lo stato di usura del ponte Morandi e commissionare interventi di manutenzione. Michele Donferri, ex capo delle manutenzioni di Aspi, è stato condannato a 11 anni di carcere (il pm aveva chiesto 15 anni e 6 mesi). Paolo Berti, ex direttore centrale operazioni di Autostrade per l’Italia, è stato condannato a 5 anni e 6 mesi (erano stati chiesti 12 anni e sei mesi). Stessa condanna per Antonino Galatà, all’epoca dei fatti amministratore delegato di Spea (il pm aveva chiesto 7 anni). È stato poi condannato a 5 anni di reclusione Mauro Coletta, ex direttore della vigilanza sulle concessioni autostradali del Ministero dei Trasporti.

Ponte Morandi: 12 anni per Castellucci, ex ceo di Autostrade per l’Italia
Abbraccio tra parenti delle vittime dopo la lettura della sentenza per il crollo del Ponte Morandi (Ansa).

Tutti gli imputati erano accusati di diversi reati, tra cui omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, crollo doloso, omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso e omissione dolosa di dispositivi di sicurezza sui luoghi di lavoro. Le motivazioni della sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Genova verranno depositate entro sei mesi

Poste accelera su Tim, Labriola al capolinea: le pillole del giorno

Dopo l’ok della Consob all’offerta su Tim, Poste anticipa i tempi e lancia il periodo di adesione dal 20 luglio all’11 settembre. Si punta a raccogliere il 100 per cento delle azioni e procedere al delisting della società dalla Borsa. L’obiettivo minimo è il 66 per cento del capitale. Asati, associazione che rappresenta una parte dei piccoli azionisti Tim e da sempre vicina all’attuale management, secondo voci maliziose su input di qualche manager interno all’ex monopolista dei telefoni ha chiesto un rialzo del prezzo dell’offerta visto il valore attuale del titolo che però riflette la sinergia che si realizzerebbe tra Tim e Poste nel momento in cui Tim diventerà un’azienda di Poste. Va ricordato che questa è una operazione strategica per il Paese sponsorizzata dal governo e che darebbe un futuro solido a Tim. Nel momento in cui a settembre Poste presumibilmente prenderà il controllo totale di Tim, avvierà un repulisti del management attuale andando a cambiare sicuramente i vertici a partire dall’ad Pietro Labriola e la maggior parte delle prime linee come è comprensibile visto che da quel momento tutto ciò che accadrà in Tim sarà responsabilità di Poste.

Poste accelera su Tim, Labriola al capolinea: le pillole del giorno
L’ad di Tim Pietro Labriola (foto Imagoeconomica).

Centrodestra in fibrillazione pure sulla grazia a Roggero

Non solo la legge elettorale. In un centrodestra sempre più sfilacciato ormai ogni terreno è buono per piantare bandierine e scavalcare gli alleati o presunti tali. Anche sul caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato definitivamente a 14 anni e nove mesi per aver ucciso due rapinatori nel 2021, è partita la corsa tra Lega e Forza Italia per richiedere la grazia. Il primo è stato Matteo Salvini che si è appellato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Roggero, ha dichiarato il vicepremier, è «un padre, un nonno, un marito e un lavoratore per una vita, che arriva a 72 anni per essere mandato in carcere perché ha reagito a un’aggressione, a un furto, a una rapina nel suo negozio, nel negozio di famiglia, con moglie e figlia presenti e a rischio. Ritengo profondamente ingiusta questa condanna».

Il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari giovedì ha rincarato la dose annunciando una raccolta firme tra i parlamentari per sollecitare il ministro della Giustizia Carlo Nordio ad avviare un percorso per la grazia. «In una situazione come questa», ha aggiunto Molinari, «lo Stato deve dare un messaggio chiaro: lui è la vittima». Dall’altra parte della coalizione, si è mosso il governatore azzurro del Piemonte Alberto Cirio che ha depositato un ordine del giorno da discutere in Aula. «Mario Roggero è un cittadino piemontese, il Piemonte non lo lascia da solo ed è al fianco suo e della sua famiglia se vorranno avviare il percorso di richiesta della grazia», ha ricordato Cirio con toni meno barricaderi e più istituzionali, trovando sostegno immediato nel capogruppo leghista Fabrizio Ricca.

Poste accelera su Tim, Labriola al capolinea: le pillole del giorno
Alberto Cirio (Imagoeconomica).

I due sfidanti però sono stati superati da tempo a destrissima. Roggero infatti è ormai un cavallo di battaglia dei vannacciani. Lo scorso 28 giugno, sul palco del teatro comunale di Vicenza, il generale e Giuseppe Cruciani avevano addirittura indossato una t-shirt con la scritta “Siamo tutti Mario Roggero”. Il conduttore de La Zanzara in quell’occasione aveva poi lanciato l’idea di candidare il gioielliere con Fn alle prossime Politiche… da qui al voto sulla sicurezza se ne vedranno delle belle.

Poste accelera su Tim, Labriola al capolinea: le pillole del giorno
L’imprenditore Alberto Filippi, Giuseppe Cruciani e Roberto Vannacci a Vicenza (Ansa).

Casagit-Gemelli, accordo in alto mare

Panico tra i giornalisti romani, che hanno ricevuto una preoccupante mail: «Lo scorso 30 giugno è giunta a naturale scadenza la convenzione tra Casagit Salute e la Fondazione Policlinico Gemelli, che prevedeva l’erogazione di prestazioni sanitarie in forma diretta. Non avendo raggiunto un accordo sul costo delle prestazioni, che ci permettesse di tutelare anche economicamente i nostri soci, il confronto tra le parti prosegue». Urge dunque trovare un accordo. «Nel frattempo», continua la missiva, «saranno applicate in forma indiretta le medesime condizioni economiche previste dall’accordo scaduto: l’assistito anticiperà il pagamento e presenterà la fattura a Casagit Salute per ottenere il rimborso sulla base del nomenclatore tariffario. Nella città di Roma e nel Lazio sono presenti più di 40 altre strutture sanitarie convenzionate in forma diretta per i ricoveri». Sono tanti i giornalisti che nella Capitale usufruiscono dei servizi del Gemelli, c’è il rischio di vedere scene di proteste davanti alla sede Casagit…

Lite Zangrillo-Brunetta: cos’è successo

Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo e il suo predecessore Renato Brunetta sono stati protagonisti di uno scontro verbale molto acceso, arrivando persino a strattonarsi. È successo a margine dell’assemblea nazionale dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi), dove è stato rieletto presidente Antonio Patuelli.

Lite Zangrillo-Brunetta: cos’è successo
Renato Brunetta (Ansa).

La rabbia di Brunetta per l’intervista di Zangrillo

Motivo del contendere un’intervista rilasciata la settimana scorsa da Zangrillo a La Stampa, in cui il ministro aveva rivolto dure critiche alla riforma della Pubblica Amministrazione targata Brunetta e risalente al 2009, con Silvio Berlusconi premier. Affermazioni che, evidentemente, l’attuale presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) non ha gradito.

Il botta e risposta tra l’ex ministro e il suo successore

Brunetta avrebbe strattonato per un braccio Zangrillo, ammonendolo per quanto detto a La Stampa. A quel punto il ministro avrebbe sottolineato che, in effetti, «quella riforma ha fallito». Da qui la replica dell’ex forzista: «Certe cose si possono anche pensare, ma non è bello dirle». Lo scambio sarebbe proseguito con Zangrillo a sottolineare di dover rispondere solo agli italiani e non all’interlocutore, e con un Brunetta ancor più inviperito: «Non sai quello che dici. Hai raccolto i frutti del lavoro che ho fatto io». L’attuale ministro della PA gli avrebbe detto: «Non penso e non lo pensa neanche la Corte dei Conti, visto che ha rilevato come il 90 per cento dei dipendenti pubblici aveva risultati eccellenti». A quel punto Brunetta avrebbe dato la colpa ai ministri venuti dopo di lui. E a Zangrillo, che gli aveva fatto notare di essere stato a capo della PA anche con Mario Draghi: «In quel periodo avevo altre cose da fare».

Lite Zangrillo-Brunetta: cos’è successo
Paolo Zangrillo (Ansa).

La lettera di Brunetta a Zangrillo con i numeri a suo favore

l battibecco non è però finito qui. Brunetta avrebbe spedito una lettera al «caro Paolo» Zangrillo, suffragando le critiche all’intervista con i numeri e, in particolare, mettendo a confronto alcuni dati delle rispettive gestioni della Pubblica Amministrazione: «I dirigenti valutati con punteggio inferiore a 100/100 sono passati dal 13 per cento del 2023 all’11 per cento del 2024. Nel biennio 2021-2022, invece, sotto la mia gestione, quella quota aveva raggiunto il 33 e il 22 per cento, i valori più elevati dell’intera serie storica». E poi: «Il fenomeno che denunci si è dunque accentuato proprio sotto la tua guida. Ti invito a riflettere su entrambe le circostanze: la prima consegna alla tua diagnosi il valore di un’autocritica; la seconda dice qualcosa sullo stato presente di quella trasparenza che il 2009 aveva voluto totale. A mancare, in questi 17 anni, sono stati gli orchestrali e gli arrangiatori».

Food delivery, Uber acquisisce Delivery Hero

La società tedesca di consegna di cibo a domicilio Delivery Hero ha annunciato di aver accettato un’offerta di acquisizione da parte del colosso statunitense della mobilità Uber. L’operazione ha un valore di 12,7 miliardi di euro. «La piattaforma globale di mobilità e consegna di Uber, unita al nostro comune impegno per l’innovazione, rende questa partnership la scelta giusta per valorizzare i punti di forza di Delivery Hero nella consegna locale di cibo e nel quick commerce», ha dichiarato Niklas Ostberg, ceo e co-fondatore di Delivery Hero.

Ucraina, il rimpasto di Zelensky va avanti: Koretsky nuovo primo ministro

La Verkhovna Rada ha approvato la nomina di Sergiy Koretsky come nuovo primo ministro dell’Ucraina, proposta dal presidente Volodymyr Zelensky. Il via libera del parlamento di Kyiv è arrivato con il voto favorevole di 289 deputati. Koretsky succede alla dimissionaria Yulia Svyrydenko, che ha guidato il governo ucraino per un anno esatto (aveva assunto l’incarico il 17 luglio 2025).
Koretsky non ha una carriera politica alle spalle: viene infatti dal mondo degli affari. Il suo ultimo incarico è stato quello amministratore delegato della compagnia energetica statale Naftogaz (dal 2025) e prima ancora era stato ceo di Ukrnafta. Secondo i media ucraini, Koretsky è stato scelto da Zelensky per la sua reputazione di efficace gestore delle crisi.

Ucraina, il rimpasto di Zelensky va avanti: Koretsky nuovo primo ministro
Sergiy Koretsky.

Proteste in Ucraina per la rimozione del ministro della Difesa

Il rimpasto di governo annunciato da Zelensky, iniziato nei mesi scorsi non si fermerà con la nomina di Koretsky. Il capo della Bankova ha infatti deciso di non confermare nell’esecutivo il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, estremamente popolare aver trasformato in soli sei mesi ha l’approccio di Kyiv alla guerra, tramite l’automazione e l’uso di droni e robot (in precedenza aveva guidato il ministero per l’Innovazione tecnologica). Zelensky non ha ancora motivato la sua rimozione, ma da tempo si parlava di rapporti tesi tra il capo delle forze armate Oleksandr Syrskyi e Fedorov, che sarà sostituito da Ihor Klymenko, ministro degli Interni uscente.

Ucraina, il rimpasto di Zelensky va avanti: Koretsky nuovo primo ministro
Mykhailo Fedorov (Ansa).

Fedorov, dal canto suo, con un messaggio sui social ha elencato i principali risultati raggiunti, tra cui il blocco dei sistemi Starlink per le forze di Mosca e la campagna contro la logistica russa in Crimea. La decisione di Zelensky e il successivo passo indietro di Fedorov non è stato accettato da buona parte della società civile: numerosi gli ucraini scesi in strada a Kyiv come in altre città del Paese per protestare contro il presidente.

Via libera della Camera alla nuova legge elettorale

La Camera dei deputati ha approvato in prima lettura la riforma della legge elettorale con 217 voti a favore, 152 contro e 2 astenuti. La votazione della norma targata centrodestra è avvenuta con scrutinio segreto. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. L’esito del voto è stato accolto da un applauso di esultanza della maggioranza, reduce dalla sconfitta sulle preferenze.

LEGGI ANCHE: Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale

Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini

Paura a Bolzano, dove è crollata un’importante porzione del Tribunale: nell’edificio, risalente al Ventennio, erano in corso lavori di ristrutturazione e ampliamento. Il cedimento, che ha coinvolto almeno un quarto del palazzo, per fortuna non ha causato vittime: al momento del crollo all’interno dell’edificio erano presenti tre persone (addette alle pulizie) e solo una è rimasta lievemente graffiata.
Come ha spiegato all’Ansa la presidente del Tribunale di Bolzano Francesca Bortolotti, «a cedere sono stati i pilastri portanti nell’area che era interessata dai lavori di ristrutturazione». Tutta la parte centrale dell’edificio è completamente inagibile: a seguito del crollo sono andate distrutte diverse aule, tra cui quella principale e quella della Corte d’Assise, così come vari uffici.

Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
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Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
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Saverio Valentino nominato presidente dell’Antitrust

I presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, hanno nominato l’avvocato Saverio Valentino presidente dell’Antitrust, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Avvocato, attualmente componente dell’Autorità, Valentino si è prevalentemente occupato di diritto della concorrenza italiano ed europeo, patrocinando dinanzi alle corti dell’Unione europea, a quelle amministrative e civili italiane, nonché alla Commissione europea, all’Autorità garante e ad altre autorità di concorrenza in diversi Paesi del mondo. Classe 1971, si è laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma conseguendo poi un master in diritto comunitario presso il Collegio d’Europa di Bruges, nonché un Master in legge presso la University of Chicago Law School. Ha inoltre collaborato per un periodo di sei mesi con l’allora direzione generale I della Commissione europea, nell’unità che si occupava di politiche commerciali multilaterali e di questioni legate all’Organizzazione mondiale del commercio e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Arbitri, le lamentele di Rocchi per le pressioni dell’Inter e la telefonata scomparsa

La posizione dell’Inter è stata archiviata perché, secondo i pm di Milano, gli elementi raccolti nel corso delle indagini sulle presunte «inteferenze» nelle scelte degli arbitri da parte dell’ex designatore Gianluca Rocchi non sarebbero stati solidi al punto da reggere in un eventuale processo per frode sportiva. A corroborare l’ipotesi di reato c’erano però diverse intercettazioni, alcune dal contenuto anche piuttosto “pesante”.

Rocchi si lamentava delle pressioni nerazzurre

Il Corriere della Sera ha pubblicato il contenuto di una telefonata del 29 aprile 2025 tra Rocchi e l’allora supervisore degli arbitri Andrea Gervasoni, in cui l’ex designatore dice: «Siccome questi dell’Inter ci stanno rompendo il cazzo pesantemente, stavo pensando… Ma se noi invertissimo, e su Inter-Verona mettessimo Piccinini invece che Sozza?». Dello stesso tenore un’altra chiamata intercettata, che vede Rocchi al telefono con Riccardo Pinzani, fino allo scorso anno coordinatore dei rapporti con le società di calcio per l’Aia. Quest’ultimo riferisce a Rocchi di un colloquio telefonico con Giorgio Schenone, addetto agli arbitri dell’Inter. «Lo so, rompono il cazzo per questo motivo», replica l’ex designatore riferendosi allo scarso gradimento dei nerazzurri per Sozza. A questo punto Pinzani aggiunge: «Schenone mi ha detto: “Guarda, so che Marotta (presidente dell’Inter, ndr) ne stava parlando con Viglione” (capo dell’ufficio legislativo della Federcalcio ndr)». Questa l’ulteriore risposta di Rocchi: «Sì, mi hanno chiamato, mi hanno rotto i coglioni, te lo dico io».

Il caso della chiamata “scomparsa” con qualcuno dell’Inter

In un’intercettazione, insomma, Rocchi si lamenta con Pinzani per una telefonata che vedeva dall’altro capo qualcuno dell’Inter: forse l’addetto agli arbitri Schenone, forse direttamente il presidente Beppe Marotta. Non è dato saperlo, perché la chiamata non è stata intercettata e dunque non è agli atti. Il motivo? La telefonata in questione potrebbe essere avvenuta su altre utenze non individuate oppure – molto semplicemente -tramite una piattaforma come WhatsApp. Quel che è sicuro è che, alla fine, Rocchi per Inter-Verona del 3 maggio 2025 non designò Simone Sozza, bensì Gianluca Manganiello.

Ok della Consob, l’opas di Poste Italiane su Tim inizierà il 20 luglio

La Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) ha approvato il documento d’offerta per l’offerta pubblica di acquisto e scambio (opas) di Poste Italiane su Tim. Il periodo di adesione avrà inizio alle 8:30 del 20 luglio e terminerà alle ore 17:30 dell’11 settembre, con pagamento del corrispettivo il 18 settembre. Qualora ricorrano i relativi presupposti, il periodo di adesione potrà essere riaperto tra il 21 e il 25 settembre, con pagamento del corrispettivo il 2 ottobre. L’opas è un’operazione con cui un soggetto propone agli azionisti di una società quotata di acquistare i loro titoli offrendo, in cambio, una combinazione di denaro e azioni del soggetto offerente. Per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’offerta, il gruppo guidato dall’amministratore delegato Matteo Del Fante riconoscerà un corrispettivo costituito da una componente in denaro, pari 1,67 euro, e una componente in azioni, rappresentata da 0,218 azioni ordinarie di Poste Italiane di nuova emissione.

Ok della Consob, l’opas di Poste Italiane su Tim inizierà il 20 luglio
Logo di Tim (Imagoeconomica).

Cosa prevede l’intesa sui droni tra Ue e Ucraina

La presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno siglato un Drone Deal, un accordo di sinergia industriale per la produzione di droni. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, Kyiv ha ottenuto dall’Ue una deroga per una parte della tranche da 6 miliardi di euro del prestito da 90 accordato da Bruxelles per acquistare componenti per droni dalla Cina. Su questo sviluppo, ha osservato il foglio britannico, ci sono due aspetti da sottolineare. Il primo è che l’Europa non ha le capacità industriali per soddisfare le richieste dell’Ucraina. Il secondo è che la deroga mette in evidenza il ruolo di Pechino nella fornitura di armamenti a entrambe le parti nel conflitto che dura ormai da oltre quattro anni, sebbene l’Ue abbia accusato la Cina di essere il principale facilitatore della guerra della Russia contro l’Ucraina. Interpellato a riguardo, l’esecutivo Ue ha cercato di derubricare la questione, ricordando che tali deroghe rappresentano un’eccezione limitata e non la regola. Nell’ambito del nuovo partenariato, la Commissione, sempre sulla base del prestito da 90 miliardi di euro, ha sborsato un ulteriore miliardo all’Ucraina per l’acquisto e la produzione di droni. L’intesa punta ad avviare entro la fine del 2026 la produzione congiunta di droni e sistemi anti-drone e ad estendere la cooperazione alla produzione di missili antibalistici entro il 2028.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)

La Germania è il grande malato d’Europa e Friedrich Merz non è certo il cancelliere che può curarla. Così la pensano tre tedeschi su quattro: solo il 18 per cento degli elettori ritiene che l’erede di Angela Merkel stia facendo un buon lavoro. La politica tedesca è impantanata fra la necessità di riforme interne che vengono solo abbozzate e la realtà del contesto internazionale che acuisce l’impressione di quanto il governo di Berlino sia incapace di ritrovare il ruolo guida avuto con Frau Merkel e, ancor prima, con Helmut Kohl. E poi c’è l’economia che ristagna, il Pil che crescerà meno dell’1 per cento nel 2026, con i pilastri dell’industria nazionale che vacillano. Su tutti quello dell’automobile, con la Volkswagen a simboleggiare la grandezza in declino.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Il Ceo di Volkswagen Oliver Blume (Ansa).

Le stime parlano di 50 mila posti di lavoro in meno

In questi giorni Oliver Blume, amministratore delegato della casa di Wolfsburg, ha quantificato per la prima volta la portata del ridimensionamento già ampiamente annunciato: si tratterebbe della perdita di circa 50 mila posti di lavoro in tutto il mondo, una cifra conseguente al piano di riduzione dei costi amministrativi, infrastrutturali e di supporto alle attività principali. Costi che al momento sono ancora superiori del 20 per cento rispetto alla media delle aziende internazionali comparabili. Perciò il mercato sta diventando insostenibile. Già qualche settimana fa il consiglio di sorveglianza dell’azienda aveva respinto la prima proposta di Blume per un ulteriore pacchetto di riduzione dei costi che prevedeva la possibile perdita fino a 100 mila occupati in tutto il mondo. Anche secondo i nuovi numeri comunque quattro stabilimenti in Germania potrebbero essere a rischio chiusura: Hannover, Emden, Zwickau e quello Audi di Neckarsulm. Un disastro. 

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Una manifestazione davanti al quartier generale Volkswagen a Wolfsburg (Ansa).

I tedeschi hanno smesso di spendere

La crisi della Volkswagen non è certo una novità, come non lo è l’indebolimento dell’economia tedesca dovuto prima alla pandemia e poi all’avvio del conflitto fra Russia e Ucraina. Senza contare l’avvento di Donald Trump e la ridefinizione dei rapporti transatlantici, fra dazi e guerre energetiche. In Germania l’inflazione ha portato negli ultimi anni a un calo dei consumi. L’aumento dei salari avrebbe dovuto compensare la crescita dei prezzi e stimolare il mercato, ma oggi i tedeschi anziché spendere di più preferiscono risparmiare. Secondo l’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw), il tasso di risparmio, pari al 10,8 per cento, è significativamente più alto rispetto a quello registrato nei 10 anni precedenti la pandemia. Così anche l’industria automobilistica ha dovuto affrontare le difficoltà legate alle vendite deludenti e ai costi della transizione ai veicoli elettrici.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Merz e Trump (fImagoeconomica).

Le difficoltà di Volkswagen in Cina e negli Usa

Per il gruppo Vw, oltre all’Europa, i mercati di vendita più rilevanti sono la Cina e gli Stati Uniti e c’è poco da stare allegri. La piazza europea è debole e probabilmente smetterà di crescere, su quella statunitense i profitti si stanno erodendo a causa delle tariffe doganali. In Cina poi i tedeschi dovrebbero recuperare il terreno perduto nel settore della mobilità elettrica, ma l’impresa è persa in partenza: i cinesi si sono ormai concentrati sulla produzione di veicoli elettrici grazie a consistenti sussidi, non hanno bisogno di importare, mentre i bassi salari, i costi energetici e i prezzi di acquisto contenuti offrono un ulteriore vantaggio competitivo. Volkswagen, a lungo leader di mercato in Cina, con una quota di mercato vicina al 40 per cento, si ritrova adesso con le braghe calate. Pechino controlla i due terzi del mercato e la concorrenza cinese sta penetrando sempre più nel mercato europeo.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Uno stabilimento Volkswagen (Ansa).

Quali sono le cause del tracollo?

Il suicidio è dovuto a vari fattori. I vertici di Vw si sono adagiati sugli allori dopo i successi passati, ne ha raccolto i frutti e si sono addormentati davanti alle sfide del futuro. Il dieselgate del 2015 è stato un duro colpo al quale si è aggiunta l’incapacità di previsione: secondo gli analisti, Volkswagen si è concentrata troppo sullo sviluppo di veicoli nei segmenti di prezzo medio-alto, prestando poca attenzione ai veicoli più piccoli e accessibili, si è aggrappata al diesel per troppo tempo e ha sottovalutato il potenziale della mobilità elettrica. In un contesto in cui i pagamenti di dividendi, pari a circa 28 miliardi di euro tra il 2021 e il 2025, non hanno rispecchiato granché la salute del gruppo.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Uno stabilimento Volkswagen (Ansa).

L’ipotesi di riconversione dall’automobilistico al militare

Per il futuro, anche prossimo, qualcuno ai piani alti di Wolfsburg vede un’ancora di salvezza nella riconversione dal settore automobilistico a quello militare, con la benedizione di Merz, secondo il quale la Germania fra un paio d’anni dovrebbe costituire l’esercito convenzionale più ampio e forte d’Europa: all’ultima fiera della sicurezza e della difesa Enforce Tac di Norimberga, Vw ha presentato due prototipi di veicoli militari, entrambi sviluppati presso la fabbrica di Osnabrück. Qui viene ancora prodotta tra l’altro la T-Roc Cabriolet, almeno fino al 2027, poi arriverà forse il momento delle versioni militari di Amarok e Crafter. Dalla decappottabile per le vacanze al pick-up in versione bellica il passo è breve. Bisognerà vedere se davvero questa sarà la soluzione per salvare il gigante tedesco.

Chiusa un’altra inchiesta su Santanchè, l’ex ministra verso un nuovo processo

Si aggravano i problemi giudiziari per Daniela Santanchè. La Procura di Milano ha notificato un avviso di conclusione delle indagini a carico dell’ex ministra del Turismo e di altre 15 persone, tra cui la sorella Fiorella Garnero e l’ex compagno Giovanni Canio Mazzaro. L’inchiesta riuniva tre fascicoli distinti, relativi ai fallimenti delle aziende di Santanchè: ipotizzati i reati di bancarotta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato per i fallimenti di Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl. L’avviso è stato notificato anche a una società. La chiusura dell’inchiesta prelude alla richiesta di rinvio a giudizio per la senatrice di Fratelli d’Italia, già a processo per la vicenda Visibilia e per la presunta truffa ai danni dell’Inps.

Iran: nuovi raid Usa, a Teheran spunta un enorme manifesto con Trump in una bara

Le forze statunitensi hanno condotto una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. I raid sono iniziati alle ore 12 italiane e sono andati avanti fino alle 13:30. Gli Usa, ha spiegato il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) «hanno lanciato munizioni di precisione contro i sistemi di difesa costiera e i siti di stoccaggio e lancio di missili da crociera sull’isola di Grande Tunb». I raid, ha evidenziato il Pentagono annunciandone l’avvio, hanno avuto l’obiettivo di «degradare ulteriormente le capacità militari che le forze iraniane hanno utilizzato per attaccare le navi commerciali nello stretto di Hormuz».

Teheran punta il dito contro Washington

Esmaeil Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha affermato che i nuovi attacchi Usa hanno ulteriormente rafforzato la determinazione dell’Iran a ottenere giustizia e a chiamare i responsabili a risponderne: «La lista dei crimini di Washington si allunga di giorno in giorno».

Lo stretto di Hormuz resta bloccato

In tutto questo, lo stretto di Hormuz resta chiuso: nelle ultime 24 ore, scrive l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, almeno due navi sono state fermate in seguito a colpi di avvertimento sparati dalla Marina dei Guardiani della rivoluzione. Inoltre i pasdaran, a seguito della reintroduzione del blocco navale da parte degli Stati Uniti, hanno minacciato di interrompere tutte le esportazioni di energia dal Medio Oriente.

Il manifesto con Trump dentro una bara

Intanto, mentre prosegue l’escalation militare nel Golfo, in piazza Enghelab, nel centro di Teheran, è stato svelato un nuovo enorme manifesto raffigurante Donald Trump all’interno di una bara, accompagnato da minacce di morte per il presidente americano. In altri manifesti, posti in diversi luoghi della città, si vedono invece la Casa Bianca avvolta dalle fiamme e le bare di Trump e di altri esponenti dell’amministrazione Usa.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot

C’è un momento preciso, leggendo la lectio magistralis che Leonardo Maria Del Vecchio ha pronunciato il 9 luglio a Villa Mondragone per il conferimento della laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità dell’Università di Roma Tor Vergata (notizia data in anteprima da Lettera43), in cui si smette di seguire il filo e si comincia a contare. Succede più o meno alla terza occorrenza di quella costruzione retorica che ormai chiunque frequenti un chatbot riconosce a occhi chiusi: la negazione seguita dalla correzione. «Il privilegio non è una sentenza. È una prova». «Non è un gesto. È un cantiere». «Il limbo non ti distrugge. Ti conserva». «Non è poco. È tutto».

Un uso massiccio dell’antitesi che farebbe impallidire Cicerone

Nel testo integrale pubblicato dal Corriere della Sera, la formula ricorre più di 30 volte. Trenta. In 21 minuti di discorso. Cicerone, che pure di antitesi campava, a quel ritmo avrebbe chiesto una pausa. Bisogna dirlo subito, per correttezza: nessuno può dimostrare in modo incontestabile che un testo sia stato scritto da un’intelligenza artificiale. Ma è anche impossibile non notare che la lectio esibisce, con una densità probabilmente mai vista in alcun discorso pronunciato da un essere umano, l’intero campionario stilistico della prosa generata dai modelli linguistici.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
La moltitudine di “non” presenti nella lectio magistralis.

Ciascuno tragga le proprie conclusioni, magari dopo aver chiesto a un chatbot «scrivimi un discorso ispirazionale per una laurea honoris causa, sul modello di Steve Jobs a Stanford». Provateci. Vi verrà restituito qualcosa di sorprendentemente familiare. Perché sì, c’è anche un passaggio su Jobs in quel calderone. Nel suo discorso, il neolaureato mette le mani avanti: «Lo schema non l’ho inventato io: lo usò Steve Jobs, a Stanford, nel 2005. Ve lo dico io, prima che lo scriva qualcun altro».

Raggiunte vette di involontario umorismo

Ma Jobs a Stanford raccontava fatti. Il corso di calligrafia seguito da imbucato al Reed College, il licenziamento dall’azienda che aveva fondato, la diagnosi di tumore. Cose successe, con date, luoghi, nomi. In 21 minuti di discorso autobiografico di Del Vecchio invece non compare un solo aneddoto circostanziato, a parte il bambino per mano al padre in fabbrica. E poi c’è il momento in cui il testo si supera, raggiungendo una vetta di involontario umorismo che nessuna penna umana avrebbe osato: il passaggio sull’intelligenza artificiale. «Una macchina produce risposte. Non può assumersi le conseguenze morali di una scelta. Nel tempo dell’IA, la difficoltà giusta sarà restare umani senza diventare lenti, e diventare veloci senza diventare vuoti».

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Leonardo Maria Del Vecchio mentre legge il suo discorso (foto Imagoeconomica).

Chiunque abbia posto a un chatbot la domanda «cosa resta all’uomo nell’era delle macchine?» ha ricevuto, pressoché parola per parola, questa risposta, chiasmo finale compreso. Se davvero la lectio è farina del sacco del suo autore, si tratta della più straordinaria imitazione involontaria della prosa artificiale mai prodotta da mente umana, e allora la laurea in innovazione tecnologica sarebbe pure meritata.

L’eredità e il riferimento a LMDV Capital

Fin qui la forma. Il contenuto, volendo, è anche meglio. Viene raccontato di come, alla morte del padre, l’autore sia «ripartito da uno zero che i numeri non registrano». Precisazione doverosa, perché i numeri registravano in effetti tutt’altro: una quota di Delfin, la holding di famiglia che controlla partecipazioni in EssilorLuxottica, Generali, Monte dei Paschi e UniCredit, menzionata 16 righe più in basso («Ho ereditato una quota in Delfin»), dopo aver dichiarato tre paragrafi prima che «il mio percorso non l’ho ereditato». Il percorso non ereditato ha per veicolo LMDV Capital, fondata nel 2022 con capitali sulla cui provenienza la lectio sorvola con l’eleganza di chi sa che certe domande, a Villa Mondragone, non le fa nessuno.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Da sinistra Carlo Nucci, prorettore vicario di Tor Vergata, il ministro della Salute Orazio Schillaci, la presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane Laura Ramaciotti, Leonardo Maria Del Vecchio, la ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini e il magnifico rettore Nathan Levialdi Ghiron (foto Imagoeconomica).

C’è poi la dichiarazione d’amore. «Ti amo, Italia. Nei fatti». I fatti: Delfin, la cassaforte di famiglia da una quarantina di miliardi, ha sede in Lussemburgo dal 2006, dove il capostipite la piazzò per godere della riservatezza e della tassazione agevolata che il Granducato riserva alle holding. Quanto alla «partita nell’ordine dei 15 miliardi» che l’oratore rivendica di aver «provato a riportare in Italia», le cronache finanziarie registrano un’operazione lievemente diversa: l’acquisto, con una decina di miliardi da prendere in prestito dalle banche, delle quote dei fratelli Paola e Luca in una holding lussemburghese, acquisto che avrebbe portato lui – non l’Italia – dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte, facendone l’azionista di riferimento.

I dubbi dei manager vicini al padre sulle capacità del rampollo

Negli atti, nessuna traccia di traslochi verso la madrepatria. E la «scelta fermata nel punto in cui avrebbe dovuto trovare custodia», formula sibillina degna di un oroscopo, ha in realtà nome e indirizzo: il consiglio di amministrazione di Delfin, che a giugno ha rifiutato di autorizzare il pegno delle quote richiesto dalle banche finanziatrici, facendo saltare tutto anche perché, pare, i manager più vicini al padre non sono proprio convinti delle capacità di Leonardo Maria.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Insomma un patriota fermato non dal mercato, non dallo Stato, ma dal cda della holding di famiglia, all’assemblea della quale, il 30 giugno, ha preferito non presentarsi. Con un souvenir: circa un miliardo di debiti personali verso le banche che, riferisce il Corriere, fatica a restituire. Nove giorni dopo Del Vecchio saliva sul palco di Villa Mondragone a spiegare agli studenti che «il limbo delle decisioni non prese è una delle forme più eleganti della paura».

Non parla ai media, però se li compra

E il capolavoro finale: «Io oggi non parlo ai media. Parlo al futuro dell’Italia». Frase pronunciata davanti ai media, consegnata ai media e pubblicata integralmente dal primo quotidiano italiano cinque giorni dopo, con firma dell’autore e copyright in calce. Detta, per giunta, da un uomo che dei media è editore: primo azionista di Editoriale Nazionale, la casa di QN, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, socio al 30 per cento del Giornale, e con un’offerta ventilata in passato perfino per il gruppo Gedi. Non parla ai media nel senso tecnico dell’espressione: semmai li compra.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
La cerimonia del conferimento della laurea honoris causa a Leonardo Maria Del Vecchio (foto Ansa).

Ricordiamo che Del Vecchio ha ottenuto una laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità. Ricapitolando. Diritto: il neolaureato non risulta avere formazioneattività giuridica, se si esclude la raffinata ingegneria societaria lussemburghese della holding di famiglia, che però immaginiamo non fosse il titolo della laudatio. Innovazione tecnologica: LMDV Capital investe in ristoranti, hotel e stabilimenti balneari, settore rispettabilissimo in cui l’ultima grande innovazione risale all’ombrellone. Sostenibilità: l’hospitality italiana detiene stabilmente il primato di stipendi più bassi e stagionalità più selvaggia del Paese, e i «1.500 posti di lavoro» rivendicati come «contabilità concreta» del capitalismo umanista andrebbero pesati anche con quella bilancia.

Quelle mille visite oculistiche gratuite…

La motivazione ufficiale del conferimento della laurea cita il lavoro alla guida della Fondazione OneSight EssilorLuxottica Italia, ossia la fondazione dell’azienda costruita dal padre. E la lectio si apre ringraziando per il «progetto concreto» da cui è nato l’incontro con l’ateneo: il Campus Visivo, mille visite oculistiche gratuite agli studenti di Tor Vergata, con la promessa di molte altre grazie alla Conferenza dei rettori. L’università riceve le visite, il benefattore riceve la laurea, e sull’opportunità di questo elegante circuito di gratitudine reciproca lasciamo volentieri la parola agli organi accademici, al ministero presente in sala e a chiunque, in quell’aula, si occupi per mestiere di conflitti di interessi.

Legge elettorale, bocciato anche l’emendamento dei vannacciani sulle preferenze

Continuano alla Camera i lavori sulla legge elettorale. Dopo la bocciatura dell’emendamento promosso dalla maggioranza, che ha rappresentato una grave sconfitta per Giorgia Meloni, è arrivato anche il semaforo rosso – sempre con scrutinio segreto – per l’ultimo testo rimasto sulle preferenze, firmato dai deputati di Futuro Nazionale. I voti contrari sono 233, mentre quelli favorevoli 139. Dopo il voto, i vannacciani di Montecitorio hanno esposto in segno di protesta cartelloni con slogan come: «Partiti padroni? No! Cittadini sovrani» e «Io voto, io scelgo!».

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Le opposizioni: «Svelata una nuova minoranza di governo Fn-FdI»

Dopo la bocciatura della proposta dei vannacciani, Movimento 5 stelle, Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa e Italia Viva hanno chiesto una conferenza dei capigruppo immediata, in quanto «l’emendamento svela una nuova minoranza di governo fatta da Futuro Nazionale e Fratelli d’Italia», come ha affermato il capogruppo pentastellato Riccardo Ricciardi: «Si è creata una componente politica di chi ci ha messo “la faccia” e ci ha aggiunto “la feccia”, come loro stessi si autodefiniscono. In questo momento non si capisce dove stanno Lega e Forza Italia, che sono state sbattute fuori dalla compagine di governo». Così la capogruppo dem Chiara Braga: «Si è costituita una maggioranza di destra-destra. La maggioranza al governo non c’è più».

Bocciato anche testo di Azione sul 50 per cento di donne nelle liste

Nel corso delle votazioni la maggioranza ha bocciato, con 223 voti contrari e 142 favorevoli, l’emendamento di Azione (sostenuto da tutte le forze di opposizione) che prevedeva la presenza di almeno il 50 per cento di donne nelle liste che assegnano i seggi del premio a chi vince le elezioni. Nel testo della riforma della legge elettorale si dispone che le liste circoscrizionali a livello nazionale devono rispettare la proporzione di genere di 60 e 40.

Fenice di Venezia, ora fa discutere la nomina della nuova direttrice del Coro

Dopo quello molto rumoroso di Beatrice Venezi, al Teatro La Fenice di Venezia ne è appena scoppiato un altro: legato alla nomina di Elena Pierini come nuova direttrice del Coro al posto di Alfonso Caiani, a partire da settembre. L’investitura è stata annunciata il1 4 luglio dal sovrintendente Nicola Colabianchi, che ha ringraziato Caiani per il lavoro fatto nel corso del suo mandato, svolto prima dal 2008-2009 e poi dal 2021 a oggi.

Il comunicato del sindacato

La nomina di Pierini ha però destato perplessità, non tanto per le sue competenze professionali bensì per quelle relazionali. Come riporta il Corriere della Sera, nella chat interna dei lavoratori è stato infatti condiviso un articolo datato 10 aprile 2025, tratto dal quotidiano austriaco Nachrichten, in cui si raccontava che il direttore del teatro di Linz, Hermann Schneider, aveva sospeso per alcuni mesi Pierini (in scadenza nel 2026), con l’accusa di «toni scortesi, caos nell’organizzazione e nella pianificazione delle prove, favoritismi». Così Francesca Poropat della Cgil: «Accogliamo la nuova nomina senza pregiudizi, nonostante non ci sia stata comunicata formalmente. Come parte della Rsu ho comunque il dovere di ricordare che una grande maggioranza del Coro avrebbe sperato che il maestro Caiani rimanesse per poter continuare il percorso di crescita avviato, come io stessa ho fatto presente al sovrintendente lo scorso 3 giugno. Attendiamo comunque di conoscere di persona la nuova Maestra».

Chi è Elena Pierini

Pierini, nata a Firenze, ha conseguito diplomi in pianoforte e percussioni presso il Conservatorio Luigi Cherubini del capoluogo toscano e il Conservatorio di Perugia. Nel 2002 ha completato un master in direzione di coro presso la Florida International University di Miami e da allora ha lavorato come direttrice d’orchestra, direttrice di banda e direttrice di coro sia negli Stati Uniti che in Italia, Bulgaria, Cina e Germania. Dalla stagione 2017/18 è direttrice del coro al Landestheater di Linz, in Austria. Nel 2024 è stata invitata al Teatro Lirico di Cagliari e nel 2025 all’Oper Leipzig, confermando il suo ruolo di riferimento nel panorama operistico internazionale. Il debutto ufficiale di Pierini nel nuovo incarico è fissato per il 18 settembre nella produzione di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, in scena al Teatro Malibran di Venezia.