La strategia del Pd per arginare Conte

Nel Pd l’entusiasmo per la vittoria referendaria è stato parzialmente congelato dalla sortita di Giuseppe Conte immediatamente successive al risultato. Le primarie rilanciate, l’idea di farsi carico di una nuova riforma della giustizia (per conto di chi e in nome di cosa non è chiaro), quel tono da aspirante ri-presidente del Consiglio. No, non sono piaciute quelle frasi da apprendista stregone, pardon, da apprendista leader del campo largo (se non qualcosa di più). Da qui sembra venire l’idea di provare a non dar seguito alle iniziative contiane, rischiando però che diventino – in ogni caso – materia di dibattito pubblico giornalistico-televisivo.

La strategia del Pd per arginare Conte
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il balletto delle primarie oscura la vittoria al referendum

I giornali parlano delle primarie, quando Elly Schlein vuole continuare a parlare di salario minimo, delle difficoltà dei giovani, eccetera eccetera.Per questo, anche per Matteo Orfini, deputato del Pd, è bene lasciare che Conte dica la sua, certo, ma senza dargli seguito. «Noi ci occupiamo d’altro», spiega, convinto che la strategia del Pd di questi mesi sia stata giusta. Per esempio sull’essere in piazza per Gaza. È anche da lì che arriva l’apporto dei giovani alla causa del No. Perché smettere proprio adesso?, ragiona l’ex presidente dem.

La strategia del Pd per arginare Conte
Matteo Orfini (Imagoeconomica).

Sembra condividere anche l’ala riformista del Pd: «A sinistra, siamo incredibili: neanche passate 24 ore dalla vittoria del No, ci siamo già infognati nella faida delle primarie. Coso il più lesto a sparigliare e buttarla in caciara. A ruota tutti, commentatori e umarell, cinture nere di candidature», scrive Filippo Sensi – che al referendum ha votato No – su X.

Conte, risorsa e spauracchio del Pd

Resta da capire se lo schema identitario del Pd possa funzionare alle elezioni politiche. D’altronde non di soli rider può vivere il dibattito pubblico a sinistra, anche se per Schlein è senz’altro un buon punto di partenza. Il caso Conte però non può essere liquidato. Anche perché dentro il Pd c’è chi non disprezza affatto il capo dei cinque stelle. E nell’elettorato di sinistra Conte rimane un leader credibile, persino autorevole. I sondaggi dicono che sarebbe persino competitivo in uno scontro diretto con Giorgia Meloni, ma nel Pd si fa notare anche che c’erano sondaggisti che dicevano che con un’affluenza alta sarebbe cresciuto il consenso per il Sì (e invece no). Conte dunque sembra essere diventato un po’ una risorsa un po’ uno spauracchio; lo si evoca e lo si scaccia, ma in ogni caso non sembra poterne fare a meno, il Pd, anche per via della logica testardamente unitaria costantemente richiamata dalla segreteria Schlein. Un tentativo comunque verrà fatto: provare a ignorare quelle che qualcuno chiama «le provocazioni di Conte».

La strategia del Pd per arginare Conte
Elly Schlein e sullo schermo Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il No congela le ambizioni delle Picierno e dei centristi

Il risultato del referendum congela anche le ambizioni dei riformisti, non solo quelli che hanno votato Sì (Pina Picierno) ma anche quelli che hanno votato No. Schlein vuole intestarsi una battaglia che è stata vinta anche con la collaborazione straordinaria dei magistrati, che magari l’anno prossimo non parteciperanno alle Politiche. Senz’altro la sua leadership, almeno sul fronte interno, ne esce rafforzata ed è difficile che qualcuno, dentro il partito, abbia voglia di sfidarla. Diventa sempre più difficile anche cercare spazi fuori dal Pd, almeno in questa fase. Già prima le formazioni centriste non erano appetibili, ora forse lo sono ancora meno.

La strategia del Pd per arginare Conte
Pina Picierno (Imagoeconomica).

Sondaggi politici, sorpasso del campo largo sul centrodestra

La prima Supermedia Agi/Youtrend dopo il referendum costituzionale che ha visto la vittoria del No, e dunque dell’opposizione, fotografa il sorpasso del campo largo (Pd-M5s-Avs-Iv e +E) sul centrodestra. In termini aggregati, l’attuale coalizione di governo mette insieme un 44,6 per cento, perdendo mezzo punto percentuale. Il campo largo si spinge invece al 45,4 per cento, guadagnando quasi un punto (+0,9).

Le intenzioni di voto ai partiti

In base alla media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto che include sondaggi realizzati dal 12 al 25 marzo, Fratelli d’Italia registra un calo dello 0,6 per cento, scendendo al 28,2 per cento: si tratta del dato peggiore dalle Europee del 2024. Forza Italia sale all’8,9 per cento (+0,2) e di contro la Lega scende al 6,3 (-0,2). Il Partito democratico sale invece al 21,8 per cento (+0,2). Balzo del Movimento 5 stelle, che arriva al 13,2 per cento (+0,8). Stabili Alleanza Verdi e Sinistra (6,7 per cento) e Italia Viva (2,2 per cento). Azione cala al 3 per cento (-0,3) e +Europa all’1,5 per cento (-0,1). Cresce Futuro Nazionale, che sale al 3,6 per cento (+0,4). Noi Moderati si attesta all’1,2 (+0,1).

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Sondaggi politici, sorpasso del campo largo sul centrodestra
Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Elly Schlein (Imagoeconomica).

Mundys, Alessandro Benetton nuovo presidente

Nomine in dirittura d’arrivo in Mundys. Alessandro Benetton sale al vertice e diventa presidente della società attiva nel settore delle infrastrutture autostradali e aeroportuali. Andrea Mangoni verrà invece riconfermato amministratore delegato. È quanto filtra da fonti vicine all’azienda (precedentemente Atlantia e già Autostrade) in vista dell’assemblea del 30 marzo. Il presidente uscente Giampiero Massolo “scalerà” a vicepresidente, restando dunque nel team di Mundys.

Mundys, Alessandro Benetton nuovo presidente
Andrea Mangoni (Imagoeconomica).

Finora era vicepresidente

Benetton, che nel board uscente ha ricoperto il ruolo di vicepresidente, sarà presidente di Mundys per il prossimo triennio nell’ambito di una riorganizzazione complessiva del gruppo «allo scopo di accelerarne la realizzazione dei piani di crescita e sviluppo», come riporta Ansa. Il nuovo incarico sarà affiancato a quello di numero uno di Edizione, la holding di famiglia che controlla appunto Mundys.

Mundys, Alessandro Benetton nuovo presidente
Giampiero Massolo e Alessandro Benetton (Imagoeconomica).

I nomi indicati per il nuovo cda

Sempre sulla base delle designazioni di Edizione, il cda che guiderà Mundys sarà composto da Enrico Laghi (ceo), Ermanno Boffa (membro del board), Christian Coco (chief investment officer), Stefania Dotto (investment director). Blackstone ha indicato i nomi di Peter Joseph Guarraia (senior managing director), Adam Neil Kuhnley (senior managing director) e Scott Schultz (managing director). Fondazione Crt ha indicato l’economista Carlo Cottarelli.

Zelensky in Arabia Saudita: il motivo della visita a sorpresa

Visita a sorpresa di Volodymyr Zelensky a Riad. «Arrivati in Arabia Saudita. In programma importanti incontri. Apprezziamo il supporto e sosteniamo coloro che sono disposti a collaborare con noi per la sicurezza», ha scritto il presidente ucraino sui social.

Il motivo del viaggio di Zelensky in Arabia Saudita

Nei giorni scorsi, Zelensky ha annunciato l’invio da parte dell’Ucraina di specialisti militari in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, per condividere l’esperienza maturata in quattro anni di guerra con la Russia e aiutare le forze armate locali a intercettare i droni iraniani Shaed. Secondo Zelensky, Mosca avrebbe iniziato a fornire velivoli a pilotaggio remoto a Teheran e ne starebbe potenziando le difese aeree. Proprio oggi, giovedì 26 marzo, Zelensky ha confermato l’invio di 200 specialisti anti-drone in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Kuwait.

Zelensky era stato in Arabia Saudita anche a marzo 2025

Zelensky era stato in Arabia Saudita anche un anno fa, in quell’occasione non a Riad ma a Gedda, in occasione dei colloqui tra funzionari ucraini e statunitensi su un’eventuale tregua nella guerra con la Russia. Il capo della Bankova non aveva preso parte ai colloqui, ma aveva incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.

L’idea del Pentagono: dirottare in Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina

Il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti sta valutando la possibilità di dirottare verso il Medio Oriente armamenti destinati all’Ucraina. Lo scrive il Washington Post, citando tre fonti vicine al Pentagono secondo cui la guerra in Iran sta riducendo le scorte di munizioni più cruciali delle forze armate americane.

Quali armi potrebbero finire in Medio Oriente

Tra le munizioni più richieste nel conflitto in Medio Oriente ci sono gli intercettori ad alta tecnologia per la difesa aerea, compresi i sistemi Patriot e Thaad, ordinati da Kyiv tramite un programma Nato avviato nel 2025, in base al quale sono i Paesi partner a pagare le armi Usa per l’esercito ucraino. Separatamente, il Pentagono ha notificato al Congresso l’intenzione di dirottare circa 750 milioni di dollari di fondi forniti dai Paesi Nato attraverso il programma Purl (Prioritized Ukraine requirements list) per ricostituire le scorte militari nazionali, anziché destinarli a Kyiv.

Gli Usa hanno già speso più di 30 miliardi di dollari

Anche se non è stata ancora presa una decisione definitiva, il solo fatto che gli Usa stiano valutando una mossa del genere non fa che mettere in luce i crescenti compromessi necessari per sostenere la guerra contro l’Iran, dove il Comando Centrale degli Stati Uniti ha colpito oltre 9 mila obiettivi in poco meno di quattro settimane di combattimenti, con un enorme esborso economico, già superiore (secondo le stime) a 30 miliardi di dollari. Secondo Axios, che cita due funzionari statunitensi, Washington sta lavorando a opzioni militari contro Teheran che potrebbero includere l’uso delle forze di terra e una massiccia campagna di bombardamenti.

Ior, Pauly nominato presidente del Consiglio di Sovrintendenza

L’Istituto per le Opere di Religione (Ior) ha annunciato che il lussemburghese François Pauly è stato nominato prossimo presidente del Consiglio di Sovrintendenza: la scelta è stata approvata dalla Commissione Cardinalizia il 28 gennaio. Succederà a Jean-Baptiste Douville de Franssu, che ricopre l’incarico dal 2014: l’attuale presidente resterà in carica fino alla riunione del Consiglio prevista per il 28 aprile, quando saranno approvati i risultati finanziari dello Ior al 31 dicembre 2025.

Chi è François Pauly

Pauly è membro del Consiglio di Sovrintendenza dal 2024 e, come sottolinea lo stesso Ior in una nota, «vanta una solida esperienza nel settore finanziario». Ha iniziato la carriera in ambito bancario alla fine degli Anni 80, ricoprendo nel corso dei decenni incarichi di primo piano in diversi Paesi europei. In Italia è stato vice amministratore delegato di Dexia Crediop nel biennio 2002-2003. In seguito è stato ceo di Banque Internationale à Luxembourg (2011-2016) e membro del cda del Fondo Pensioni Vaticano (2017-2021). Nel board di diverse società nei settori assicurativo, bancario e dell’asset management in Lussemburgo, Svizzera e Belgio, Pauly è attualmente presidente di La Luxembourgeoise Group e fa parte della Commissione per gli Affari Economici dell’Arcidiocesi di Lussemburgo.

Via libera dell’Eurocamera alla direttiva anticorruzione: tra gli italiani solo Vannacci vota contro

Il Parlamento europeo, con 581 voti a favore 21 contrari e 42 astenuti, ha dato semaforo verde alla direttiva che stabilisce a livello comunitario le fattispecie dei casi di corruzione che devono essere qualificate come reati dai Paesi Ue. Tra esse, oltre alla corruzione nel settore pubblico e in quello privato, figurano l’appropriazione indebita, l’ostruzione della giustizia, il traffico di influenze. Presente nella lista anche un articolo dedicato all’abuso d’ufficio, definito «esercizio illecito di funzioni pubbliche», reato che dunque l’Italia dovrà reintrodurre.

L’obiettivo della direttiva anticorruzione

Il nuovo quadro adottato dall’Ue mira a colmare le lacune nell’applicazione delle norme, in particolare nei casi transfrontalieri, modernizzando le regole, allineando le definizioni giuridiche e introducendo livelli comuni di sanzioni.

Via libera dell’Eurocamera alla direttiva anticorruzione: tra gli italiani solo Vannacci vota contro
Bandiere dell’Ue all’esterno di Palazzo Berlaymont (Ansa).

Tra gli italiani solo Vannacci ha votato contro

La direttiva anticorruzione approvata dal Parlamento di Strasburgo ha ottenuto il voto favorevole di tutti gli eurodeputati italiani, tranne uno: Roberto Vannacci. In generale, gli unici a schierarsi contro sono state alcune delegazioni del gruppo dei Patrioti e in particolare quelle spagnole, belghe, portoghesi e polacche.

Parlamento europeo, via libera con condizioni all’accordo Ue-Usa sui dazi

Via libera dell’Eurocamera all’accordo Ue-Usa sui dazi, ma con delle condizioni. I deputati di Strasburgo, riuniti in sessione plenaria, hanno adottato a larga maggioranza la loro posizione su due proposte legislative che attuano gli aspetti tariffari dell’accordo commerciale Ue-Usa stretto nell’estate del 2025 al golf resort di Turnberry, in Scozia, da Ursula von der Leyen e Donald Trump. In vista delle trattative con i Paesi Ue sono stati introdotti tre paletti: una clausola di sospensione in caso di introduzione da parte degli Stati Uniti di nuove tariffe; una clausola “sunrise” che ne subordina l’entrata in vigore al rispetto degli impegni da parte di Washington; una clausola “sunset” che fissa le scadenze al 31 marzo 2028, salvo rinnovo.

Parlamento europeo, via libera con condizioni all’accordo Ue-Usa sui dazi
Ursula von der Leyen e Donald Trump (Ansa).

Cosa cambierà con l’adozione dei due atti legislativi

I due atti legislativi sono stati adottati con 417 voti a favore e 154 contrari, con 71 astensioni (adeguamento dei dazi doganali e apertura di contingenti tariffari per l’importazione di alcuni beni originari degli Stati Uniti); e con 437 voti a favore e 144 contrari, con 60 astensioni (non applicazione dei dazi doganali sulle importazioni di alcuni beni). Se concordati con i governi dell’Ue, i due testi elimineranno la maggior parte dei dazi sui beni industriali Usa e garantiranno un accesso preferenziale al mercato per un’ampia gamma di prodotti ittici e agricoli statunitensi, in linea con gli impegni assunti nell’estate 2025 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. La missione diplomatica degli Stati Uniti presso l’Ue, si legge in una nota, ha accolto «con favore il voto odierno del Parlamento europeo», che «garantisce la stabilità e la prevedibilità richieste dalle parti interessate americane ed europee, favorendo la crescita economica e la competitività» di entrambe le economie.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno

Il terremoto scatenato dalla vittoria del No al referendum dopo Fratelli d’Italia (dove è in corso una guerra tra correnti dopo le dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè), ha colpito pure Forza Italia. La delusione per la mancata riforma in nome del padre avrebbe spinto Marina Berlusconi a intervenire per accelerare quel cambio di passo più volte evocato da Arcore. La prima vittima in casa azzurra è Maurizio Gasparri che ha lasciato la poltrona di capogruppo al Senato.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno

Il passo indietro è arrivato dopo la lettera con cui 14 senatori azzurri (su 20 del gruppo) – compresi, a quanto pare, i ministri Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati – chiedevano di sostituire il capogruppo a Palazzo Madama per salvaguardare l’unità del partito. Per sostituirlo è stata Stefania Craxi, che ha battuto la concorrenza di Licia Ronzulli. Gasparri, a sua volta, potrebbe prendere il posto della figlia di Bettino, come presidente della Commissione Esteri al Senato.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Licia Ronzulli e Stefania Craxi (Imagoeconomica).

Nel mirino degli eredi del Cav c’è dunque il cerchio magico laziocentrico di Antonio Tajani che, per il momento, non sembra coinvolto nel repulisti. Il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, fedelissimo e consuocero del vicepremier, alla domanda di Repubblica se tema un’iniziativa analoga contro di lui a Montecitorio si è limitato a rispondere: «Mi sto occupando di altre cose. Non ho notizie, a me non hanno detto niente». E, come Alberto Sordi nei panni dell’attore fallito Gastone, nell’omonimo film di Mario Bonnard, che a ogni disgrazia commentava «a me m’ha rovinato la guerra», Barelli assicura: «Colpa della guerra se ha vinto il no».

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Paolo Barelli, capogruppo Forza Italia alla Camera (Imagoeconomica).

Federalberghi ringrazia la Santa

«Salutiamo la senatrice Santanchè con un ringraziamento per l’impegno al servizio del settore turismo e per l’attenzione che ha dedicato alle esigenze delle imprese». È il commento del presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, alle dimissioni della ministra del Turismo. Non solo: per Bocca, «dinamismo e capacità di ascolto sono i tratti principali che hanno caratterizzato i tre anni e mezzo trascorsi alla guida del ministero». Il terremoto a via di Villa Ada – in attesa del nuovo inquilino – arriva in un momento delicato per il settore turistico che sta pagando caro le conseguenze della guerra in Medio Oriente. Secondo un’analisi realizzata dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoviaggi Confesercenti su un campione di 681 agenzie, dall’inizio delle ostilità a oggi si stimano oltre 7.100 prenotazioni cancellate, riprogrammate o dirottate verso altre destinazioni, con un impatto economico complessivo che, nelle prime settimane, raggiunge già quasi 100 milioni di euro.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Bernabò Bocca e Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

Prodi porta Mario Monti al ristorante

Romano Prodi ama la buona tavola. E lo ha dimostrato portando il senatore a vita Mario Monti al ristorante bolognese Al Cambio, il regno di Piero Pompili. Chissà di che avranno discusso i due professori tra un piatto e l’altro…

Passera a Londra per salutare l’ambasciatore Lambertini

Qualche giorno fa, un nutrito gruppo di ospiti ha affollato la residenza dell’ambasciatore italiano a Londra per salutare Inigo Lambertini che ha festeggiato il suo addio alla Capitale britannica per fine mandato e carriera. Dei tanti invitati – dal politico conservatore Sir Edward Leigh al presidente della Camera di Commercio Italiana nel Regno Unito Roberto Costa – uno solo ha incuriosito tutti: Corrado Passera, volato da Milano a Londra per l’evento. Dopo che Banca Ifis di Ernesto von Fürstenberg Fassio ha acquisito la sua Illimity, Passera era tornato in scena come candidato alla guida di Mps, ma il cda gli ha preferito Fabrizio Palermo.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Corrado Passera (Imagoeconomica).

Domenica delle Palme, Franceschini riunisce i diccì

L’ex ministro dei Beni culturali Dario Franceschini si sta muovendo moltissimo. E si sa, quando si muove Franceschini qualcuno nel Partito democratico trema. Per esempio non è passato inosservato il pranzo con la sindaca di Genova Silvia Salis, che si è detta contraria alle Primarie per il campo largo. Franceschini organizza pure convegni. La sua “officina” situata a poca distanza dalla stazione Termini è sempre operativa e ora è impegnata all’appuntamento di domenica prossima, che poi è quella delle Palme: la celebrazione del cinquantesimo anniversario di Benigno Zaccagnini, segretario della Democrazia cristiana. Per questo Franceschini ha chiamato a raccolta Pier Ferdinando Casini, Rosy Bindi, Leoluca Orlando, Calogero Mannino, Gianfranco Rotondi, Clemente Mastella, Bruno Tabacci, Pierluigi Castagnetti.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Dario Franceschini (Imagoeconomica).

Corruzione: perquisizioni della Finanza al ministero della Difesa, in Terna e Rfi

Sono in corso perquisizioni da parte della Guardia di Finanza presso il ministero della Difesa e nelle sedi di Rete Ferroviaria Italiana, di Terna – società che gestisce la rete elettrica nazionale – e di Polo Strategico Nazionale. Le perquisizioni stanno avvenendo nell’ambito di una indagine della Procura di Roma (sviluppo di quella su Sogei) in cui sono stati ipotizzano i reati di corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio, oltre alla turbativa d’asta e al traffico di influenze illecite. Al centro dell’indagine, che ha portato all’iscrizione nel registro di 26 persone, ci sono presunte irregolarità negli appalti informatici.

Gasparri si è dimesso da capogruppo di Forza Italia in Senato

Maurizio Gasparri, sfiduciato dai senatori del suo partito, si è dimesso da capogruppo di Forza Italia in Senato. Per le 16:30 è stata convocata a Palazzo Madama una riunione dei senatori di FI. Questo l’ordine del giorno, firmato dallo stesso Gasparri: “Dimissioni presidente del gruppo. Elezione nuovo presidente del gruppo”.

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Le firme raccolte (da Claudio Lotito) per far sì che Gasparri lasciare la carica sono in tutto 14, su un totale di 20 senatori azzurri. Tra esse anche quelle dei ministri Maria Elisabetta Alberti Casellati e Paolo Zangrillo. Non ha invece firmato Anna Maria Bernini. A spingere per l’uscita di Gasparri è stata anche la famiglia Berlusconi. A prendere il posto dell’ormai ex capogruppo dovrebbe essere Stefania Craxi.

Gasparri si è dimesso da capogruppo di Forza Italia in Senato
Maurizio Gasparri e Stefania Craxi (Imagoeconomica).

Israele annuncia l’uccisione del comandante della Marina dei Pasdaran

Fonti israeliane hanno annunciato uccisione dell’ammiraglio iraniano Alireza Tangsiri, dal 2018 comandante della Marina del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e, pertanto, tra i principali responsabili della chiusura da parte dei pasdaran del transito internazionale nello Stretto di Hormuz. L’uccisione di Tangsiri sarebbe avvenuta durante un attacco condotto dall’IDF sulla città costiera di Bandar Abbas, affacciata sul Golfo Persico. Tangsiri nel 2019 era stato sanzionato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti come terrorista globale. Nel 2024 gli Usa avevano poi disposto misure secondarie nei suoi confronti a causa della presenza nel cda della Paravar Pars Company, società militare iraniana che sviluppa droni, a sua volta sanzionata dagli Stati Uniti. La morte di Tangsiri è stata poi confermata da Israel Katz. «Le nostre forze armate vi daranno la caccia e vi elimineranno uno per uno», ha detto il ministro della Difesa israeliano rivolgendosi ai pasdaran: «Continueremo a operare in Iran con tutte le nostre forze per raggiungere gli obiettivi della guerra».

Una petroliera turca è stata attaccata nel Mar Nero: cosa sappiamo

Una petroliera battente bandiera turca, che «aveva caricato petrolio greggio dalla Russia», è stata attaccata nel Mar Nero, probabilmente da «un veicolo di superficie senza equipaggio a livello dell’acqua». Lo ha reso noto Abdulkadir Uraloglu, ministro dei Trasporti turco. Segnalata un’esplosione nella sala macchine, «presa di mira specificamente». Illesi i 27 membri dell’equipaggio.

Una petroliera turca è stata attaccata nel Mar Nero: cosa sappiamo
Abdulkadir Uraloglu (Ansa).

L’attacco è avvenuto a 24 chilometri dall’entrata settentrionale del Bosforo

Secondo l’emittente turca Ntv, al momento dell’attacco la petroliera partita dalla Russia trasportava 140 mila tonnellate di petrolio e si trovava a circa 24 chilometri dall’entrata settentrionale del Bosforo: il raid è avvenuto dunque non troppo lontano da Istanbul.

La petroliera è stata sanzionata da Unione europea, Svizzera, Ucraina e Regno Unito

Il portale turco Haber Denizde scrive che la petroliera è stata sanzionata tra ottobre 2025 e febbraio 2024, nell’ordine, da Unione europea, Svizzera, Ucraina e Regno Unito. La nave, che in precedenza operava nella flotta della Besiktas Maritime con il nome di ‘Besiktas Dardanelles’, è stata acquisita a maggio del 2024 dalla Kayseri Shipping (con sede a Panama) e ribattezzata ‘Kayseri’. A novembre del 2025 la nave è stata comprata dalla Pergamon Maritime, con sede a Istanbul: da allora si chiama ‘Altura‘.

Non solo Malagò: i nomi per il dopo Santanchè

Giovanni Malagò, già presidente del Coni e patron delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, apprezzato al’estero e con agganci importanti non solo nel mondo dello sport, sarebbe perfetto come ministro del Turismo dopo l’addio di Daniela Santanchè, che si è dimessa cedendo al pressing di Giorgia Meloni. Malagò però non è l’unico candidato. E nemmeno il favorito. Ecco chi c’è il pole e gli altri nomi in lizza.

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Il favorito è il deputato meloniano Caramanna

Più che Malagò, al momento è in pole Gianluca Caramanna, deputato di Fratelli d’Italia, considerato una figura di riferimento del partito proprio sulle politiche turistiche e culturali. Classe 1975, nato in Germania e laureato in Economia del Turismo, Caramanna ha lavorato nel settore alberghiero ricoprendo importanti incarichi manageriali, anche nel gruppo Hotel Domus. Eletto alla Camera nel 2022, è attualmente capogruppo di FdI in Commissione X e membro della Commissione di Vigilanza Rai. Finora ha anche ricoperto il ruolo di consigliere di Santanché per i rapporti istituzionali. L’ipotesi forte è quella di interim del Turismo a Meloni, con successivo passaggio del timone del dicastero a Caramanna, nel frattempo promosso sottosegretario.

Non solo Malagò: i nomi per il dopo Santanchè
Non solo Malagò: i nomi per il dopo Santanchè
Non solo Malagò: i nomi per il dopo Santanchè
Non solo Malagò: i nomi per il dopo Santanchè

Gli altri nomi in lizza, da Nembrini a Sallemi

Come riporta Adnkronos, per il ministero del Turismo circola poi il nome di Elena Nembrini, attuale direttrice generale dell’Enit, ovvero l’Agenzia Nazionale del Turismo. Nembrini è componente di organi di controllo e organismi di vigilanza di istituti bancari e società, anche quotate, e di fondazioni. Un altro candidato -seppur con minori possibilità di investitura – è Sandro Pappalardo, che da gennaio 2025 è presidente di ITA Airways. Girano poi altri due nomi, entrambi pescati da Palazzo Madama: Lucio Malan, attuale presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, e Salvo Sallemi.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa

Il rapporto di Donald Trump con la Borsa è da sempre borderline, visti i numerosi interessi finanziati dell’inquilino della Casa Bianca, uomo d’affari prima che presidente degli Stati Uniti, e le possibili ripercussioni a Wall Street (e non solo) di ogni sua singola decisione. Come ha evidenziato il Financial Times, poco prima dell’annuncio da parte di Trump del rinvio degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane – in virtù di «discussioni costruttive», poi smentite da Teheran – investitori non identificati hanno venduto contratti sul petrolio per un controvalore di 580 milioni di dollari, per poi ricomprarli a un prezzo inferiore dopo che la notizia aveva causato un crollo delle quotazioni del greggio. Insomma: o qualcuno ha fatto soldi grazie a un incredibile colpo di fortuna, oppure era in possesso di informazioni privilegiate.

I movimenti del 23 marzo sono stati anomali per volume e tempistica

Aleggia così il sospetto di insider trading, cioè la compravendita di titoli da parte di soggetti che, grazie alla loro posizione lavorativa o societaria, sono venuti in possesso di informazioni riservate, non ancora pubbliche. Si tratta di una pratica illegale, perché altera la trasparenza del mercato, consentendo un profitto sleale a danno degli altri investitori. Quanto accaduto la mattina del 23 marzo appare sicuramente anomalo, se non altro per la tempistica. Tra le 6.49 e le 6.50, ora di New York, sono stati scambiati 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate per un valore di 580 milioni di dollari. Movimenti insoliti per l’orario e anche per il volume. Il fatto è che alle 7.04 è arrivato, puntualissimo, il post di Trump via Truth sulle presunte negoziazioni positive con l’Iran, che ha innescato un flusso di vendite sul greggio, con conseguente calo del prezzo.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Barili di petrolio (Ansa).

Il petrolio Wti, prima dell’annuncio, era quotato a circa 99 dollari al barile e dopo ha pesantemente ritracciato, attestandosi attorno agli 86. Stesso movimento per il Brent che, partito da 112 dollari, è crollato in pochi minuti a 99. La speculazione non si è limitata al greggio: anche i future sull’indice S&P 500 hanno registrato movimenti inconsueti per l’orario, pre-mercato.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Operatori di Borsa (Ansa).

C’erano già stati scambi sospetti in concomitanza con gli annunci di Trump

A questo è seguito il riacquisto a un prezzo più basso. La sensazione è che qualcuno fosse in possesso di questa notizia market sensitive, come si definiscono le indiscrezioni capaci di far schizzare o deprimere i corsi azionari. Il fatto è che non è la prima volta che si verificano scambi sospetti in concomitanza con importanti decisioni o dichiarazioni di The Donald. Che non sempre corrispondono a realtà: da qui le passate accuse di aggiotaggio, cioè la manipolazione dei prezzi di titoli tramite notizie false. Era già accaduto ad aprile 2025 quando il presidente, commentando lo stop ai dazi precedentemente imposti a tutto il mondo, aveva candidamente parlato di «momento giusto per comprare».

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Wall Street (Ansa).

Ma, come ha evidenziato il Financial Times, lo schema si era già verificato il 10 marzo, giorno che ha visto un rimbalzo dei mercati dopo la dichiarazione di Trump sul conflitto iraniano «praticamente finito» e la successiva smentita del segretario alla Guerra Pete Hegseth. Il 20 marzo, Wall Street aveva perso l’1,8 per cento durante la giornata, appesantito dalle indiscrezioni su un possibile intervento di terra in Iran. Poi, poco prima della chiusura degli scambi, sono arrivate la parole del presidente americano sulla riduzione graduale degli attacchi: perdite appianate in pochi minuti. E non si può non citare la scommessa da 32 mila dollari su Polymarket sulla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro: effettuata in un momento in cui era considerata improbabile, ne ha fruttati circa 400 mila.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Donald Trump (Ansa).

La Casa Bianca ha ovviamente smentito: «Accuse infondate»

Sembra esserci un pattern. Ma è difficile, anzi praticamente impossibile, provare il nesso tra il comportamento di Trump e quanto accaduto il 23 marzo nelle compravendite del petrolio. Da parte sua, la Casa Bianca ha – ovviamente – negato l’uso improprio di informazioni privilegiate, parlando di «accuse infondate». Eppure in questo caso specifico, insistono gli analisti, la massiccia vendita dei future sul greggio si è verificata nelle prime ore di una giornata che non prevedeva né la pubblicazione di dati economici importanti, né discorsi da parte di esponenti della Federal Reserve. Mercoledì 25 marzo, dopo l’annuncio da parte dell’Iran della riapertura dello Stretto di Hormuz alle navi ritenute «non ostili» e la trasmissione di un piano di pace Usa all’Iran, i prezzi del petrolio sono continuati a scendere. Nessun sospetto di insider trading. Quanto a due giorni fa, come diceva qualcuno (cioè Giulio Andreotti), a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI

Altro che semplici “pulizie di primavera” per rilanciare l’azione del governo. La battaglia ingaggiata da Palazzo Chigi, all’indomani della sconfitta al referendum, che ha fatto vittime in via Arenula e in via di Villa Ada, ha il suo fulcro in via della Scrofa. La crisi innescata dall’esito deludente della consultazione del 22 e 23 marzo nasconde una “guerra tra bande” all’interno di Fratelli d’Italia, che Giorgia Meloni sta tentando di nascondere e governare.

La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Le condizioni poste da Delmastro

Certamente, è stata la presidente del Consiglio a pretendere le dimissioni di Andrea Delmastro e della fidata Giusi Bartolozzi dal ministero della Giustizia. Il primo ha dovuto lasciare per lo scandalo della società di cui faceva parte insieme alla figlia di Mauro Caroccia, legato al clan Senese. Mentre la capo di gabinetto di Carlo Nordio, nel mirino per il caso Almasri, ha fatto un passo indietro per le parole usate in campagna elettorale contro i pm definiti «plotone di esecuzione», dopo aver promesso che avrebbe lasciato l’Italia in caso di vittoria del Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Alla fine, insieme a Delmastro, non ha lasciato il Paese ma via Arenula.

La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi (Ansa).

L’addio non è stato indolore. Stando a quanto risulta a L43, il sottosegretario di FdI ha posto una condizione netta alle sue dimissioni. Spalleggiato da Giovanbattista Fazzolari e Giovanni Donzelli, Delmastro ha puntato i piedi: «Io non me ne vado se non salta anche la Santanchè» (rinviata a giudizio per falso in bilancio e indagata per truffa aggravata e per due ipotesi di bancarotta). «Se devo lasciare per un fatto per cui non sono neanche indagato, la Santanchè, plurindagata con accuse gravi, deve dimettersi contestualmente».

La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI

Il motivo della resistenza di Santanchè

La richiesta è stata inoltrata al ministero di via di Villa Ada. Probabilmente, Meloni non aspettava altro. Ma la ministra, sostenuta da un pezzo da novanta come Ignazio La Russa, non ha voluto cedere, rifiutando la pretesa, a suo giudizio, scomposta avanzata dalla ‘banda’ di Delmastro & Co. E da qui è nata quella nota assai strana in cui Meloni esprimeva «apprezzamento» per la scelta di Delmastro e Bartolozzi di dimettersi e, contestualmente, auspicava che, «sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta fosse condivisa da Santanchè». Perché tirare in ballo la ministra del Turismo, che non c’entrava nulla con il referendum? Si è trattato – si apprende – di un comunicato nato dalla necessità, avanzata da Delmastro, di tracciare un parallelo tra la sua ‘cacciata’ e quella dell’esponente della corrente avversa. Un parallelo rifiutato poi esplicitamente dalla ministra, che nella lettera di dimissioni presentata il giorno dopo – scritta insieme a La Russa – ha tenuto a sottolineare come il suo certificato penale sia «immacolato».

La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
Daniela Santanchè con Ignazio La Russa (Ansa).

Di chi sono i conti «pagati per errori degli altri?»

«Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità a una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio», ha scritto nella missiva indirizzata all’amica Giorgia. «Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente e assai diversa che ha riguardato Delmastro che pure paga un prezzo alto», ha continuato. «Chiarito questo, non ho difficoltà a dire ‘obbedisco‘ e a fare quello che mi chiedi. Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri», ha concluso. «I miei conti e quelli degli altri»: una frase al vetriolo. E di chi saranno questi conti che Santanchè dice di pagare per errori degli altri? Di Delmastro? O della stessa Meloni? Di sicuro non è finita qui.

La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa

«Non ho né titoli né intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell’autorità giudiziaria né tanto meno voglio giustificare lo stile di vita di Nathan e Catherine (Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori al centro dell’ormai gettonatissimo caso della famiglia nel bosco, n.d.r.). Spero possa essere utile invitare tutti, con la mia moral suasion, affinché vengano eliminate le rigidità di tutti e tutte le rigidità in modo da favorire il più possibile il ritorno a una famiglia unita». Così ha dichiarato il presidente del Senato Ignazio La Russa in un video diffuso dopo l’incontro con i due cittadini stranieri al centro della controversa vicenda, ricevuti il 25 marzo a Palazzo Giustiniani

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa

Un Presidente del Senato tuttologo

Detto che il presidente del Senato ha tutto il diritto di incontrare chi vuole e quindi esprimersi sull’argomento che vuole, colpisce comunque questo suo ennesimo esercizio di eclettismo, un eclettismo che lo ha portato, e lo porta ormai con sempre più frequenza, a rilasciare dichiarazioni pubbliche (esternazioni, si sarebbe detto al tempo del presidente Cossiga) su qualsiasi tema e argomento, quasi in maniera compulsiva. La sua si potrebbe definire una sorta di incontinenza verbale. Dalla politica estera al problema dell’immigrazione, con annessi e connessi (dal diritto d’asilo alla lotta a scafisti e trafficanti), dalla proposta di alleggerire il sistema carcerario alla difesa del sottosegretario Andrea Delmastro («Non conosco la vicenda, ma per una foto non si è mai dimesso nessuno», ha commentato qualche giorno fa) ai femminicidi, dalla storia patria ad argomenti meno istituzionali, come Sanremo – il Festival – o San Siro – lo stadio -, non vi è praticamente giorno che la seconda carica dello Stato non si esibisca in qualche commento. Peraltro non sempre inappuntabile.

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Uno sguardo, distorto, sul fascismo

Non sono per esempio inappuntabili alcune uscite sulla più o meno recente storia patria, spesso proposta in versione opportunamente rivisitata ad usum Delphini (leggi ad usum Mussolini). Come è accaduto martedì. Nel giorno dell’82esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, ha pubblicato un post sui social in cui, ricordando «una delle pagine più drammatiche della nostra Nazione», ha parlato di «crimine nazista» evitando di citare le responsabilità dei fascisti.

Nel dicembre 2025, in un video, celebrando la fondazione del Msi – Movimento Sociale Italiano, diretto erede del fascismo salotino, cioè la versione più incarognita, se possibile, dell’avventura politica mussoliniana, – l’ha definito una forza che aveva «accettato la democrazia per sensibilità d’animo», e qualificato come un partito che «marciava verso il futuro». Mentre l’anno precedente, discettando sull’opportunità di mantenere nel simbolo di FdI la fiamma, aveva sostenuto che il Msi non fosse fascista. E sempre in tema di revisionismo è celebre la sua uscita (aprile 2023) sull’eccidio di via Rasella, dove, a sprezzo del ridicolo era riuscito a definire la vicenda «una pagina non nobilissima della Resistenza», dato che «quelli che vennero uccisi non erano biechi nazisti delle SS, ma era una banda di semipensionati, una banda musicale». 

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Tra patriarcato e gaffe

Tra una dichiarazione e l’altra contro i femminicidi e le violenze di genere, c’è anche tempo per qualche esternazione non proprio in linea col femminismo, per esempio quella del gennaio 2024, quando, intervistato in tv da Nunzia De Girolamo, disse che Giorgia Meloni, «non è la classica donna che ha avuto bisogno di un uomo per emergere; non ha avuto bisogno di Pigmalioni, non ha avuto bisogno d’aiuto». Comunque un passo avanti rispetto a qualche anno prima. Era il 2011 e da ministro della Difesa, La Russa a proposito della presenza femminile nelle file del centrodestra a trazione berlusconiana, dichiarò: «Con Berlusconi solo donne belle? Non è vero, ci sono donne non belle anche da noi, anche se non raggiungiamo l’apice della sinistra». Ma almeno sulla bellezza, non si può mettere in discussione la competenza del presidente del Senato che, ancora di recente, a margine dell’inaugurazione della mostra a Palazzo Madama Il volto delle Donne – 80 anni di Repubblica: Storie di ingegno fino alle madri costituenti, si è rivolto a Roberta Benvenuto, giornalista di Piazzapulita, con un: «E tu chi sei? Sei carina», salvo poi correggere il tiro: «Ma soprattutto brava. Perché oggi le donne valgono soprattutto se brave».

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Un cuore nero (azzurro)

Tra una commemorazione di Craxi e un intervento sulla vicenda del poliziotto di Rogoredo, La Russa trova spesso il tempo per esternare sulla sua materia prediletta: il calcio. Di incrollabile fede interista, il presidente del Senato non perde occasione per prendersela con la Juventus, antagonista storica della squadra milanese (e che nel 2012 aveva addirittura osato chiedere che ai nerazzurri venisse impedito di disputare la Championship, per le note vicende legate a Calciopoli) o con gli arbitri, accusati di mettere spesso l’Inter nel mirino. Mentre definisce un orrore la decisione di un eventuale abbattimento dello stadio di San Siro. Oltre al nerazzurro, anche l’azzurro diviene fonte di intervento, e così, nel novembre 2025 Ignazio La Russa trova il tempo per polemizzare con il neo CT della nazionale, Rino Gattuso che si era lamentato per i fischi ricevuti dalla sua squadra durante l’incontro con la Moldavia, definendoli una vergogna. «Mai dire vergogna a chi fischia», aveva detto pubblicamente La Russa, anzi «va ringraziato».

Dalla famiglia nel bosco al fascismo fino a Sanremo: l’incontenibile La Russa
Ignazio La Russa e Giorgia Meloni (Ansa).

Da San Siro a Sanremo

Da un paio d’anni, anche la kermesse sanremese sembra attrarre l’attenzione di Ignazio La Russa che anche su questo ha trovato tempo e modo di esibirsi. Nel 2023, per esempio, il bacio tra Rosa Chemical e Fedez e qualche testo non proprio ortodosso di alcuni brani avevano sconcertato una buona parte del pubblico più conservatore e benpensante, e così il presidente del Senato chiese un intervento riparatore, o, almeno riequilibratore. Ottenne così uno spazio per ricordare la tragedia delle foibe (tema principe del revisionismo storico della destra), senza però esserne completamente soddisfatto perché il conduttore Amadeus aveva tralasciato di dire che i titini erano comunisti. Nel febbraio 2026 come da tradizione è scoppiata una nuova polemica: a pochi giorni dall’inizio del Festival, è storia nota, il comico – considerato di destra – Andrea Pucci ha rinunciato a partecipare, e la seconda carica dello Stato che ha fatto? Ha esternato, ovviamente. In un video pubblicato sui propri canali social, La Russa ha definito «intollerabili accuse, minacce e aggressioni» le pressioni e le ostilità pubblicate sui social contro il comico. Di più: gli ha espresso la propria solidarietà, dicendo di «comprendere la sua scelta di non voler mettere a rischio il proprio equilibrio», rivolgendosi allo stesso tempo al conduttore Carlo Conti per chiedere una sorta di gesto riparatore. Un altro.

Daniela Santanchè si è dimessa da ministra del Turismo

Dopo il pressing di Giorgia Meloni, che aveva auspicato pubblicamente le sue dimissioni, la ministra del Turismo Daniela Santanché ha ceduto e si è dimessa. Nonostante avesse confermato la sua agenda di mercoledì 25 marzo per dar prova di non voler lasciare la poltrona, alla fine ha deciso di farsi da parte. Di seguito la lettera integrale che ha scritto alla premier.

La lettera integrale con cui Santanchè ha rassegnato le dimissioni

«Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione. Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del Turismo. Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta. Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto, solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio. Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio. Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Delmastro che pure paga un prezzo alto. Chiarito questo non ho difficoltà a dire “obbedisco” e a fare quello che mi chiedi. Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento».

Applauso delle opposizioni in Aula

Alla notizia delle dimissioni di Santanchè, è scattato un applauso dai banchi delle opposizioni in Aula alla Camera. «Non capivo, pensavo applaudiste me…poi ho visto le agenzie e ho capito», ha detto il vicepresidente di turno Giorgio Mulè. Intanto sono arrivati anche i primi commenti da parte degli esponenti del centrosinistra. Parlando con i cronisti davanti a Montecitorio, Nicola Fratoianni di Avs ha affermato: «Finalmente si è concluso questo indegno teatrino con le dimissioni della ministra del Turismo che per oltre un giorno e mezzo ha tenuto sotto scacco l’intero governo Meloni e l’intera maggioranza di destra. Un altro segno della crisi politica che in tutta evidenza si è aperta dopo la batosta referendaria».

L’Iran respinge la proposta di Trump e rilancia: le cinque condizioni per il cessate il fuoco

L’Iran ha respinto la proposta degli Stati Uniti in 15 punti definendola «eccessiva», rilanciando le sue cinque condizioni per un eventuale cessate il fuoco. Lo ha riferito la televisione iraniana, citando un alto funzionario del regime di Teheran. La prima condizione è «uno stop completo ad aggressione e uccisioni» da parte di Usa e Israele. La seconda è «l’istituzione di meccanismi concreti per garantire che una guerra non sia nuovamente imposta alla Repubblica Islamica». Seguono «il pagamento garantito e chiaramente definito dei danni e delle riparazioni di guerra» e «la fine dei combattimenti su tutti i fronti che coinvolgono gruppi alleati». Quinta e ultima condizione il «riconoscimento internazionale e garanzie in merito al diritto sovrano dell’Iran di esercitare l’autorità sullo Stretto di Hormuz». L’Iran «porrà fine alla guerra quando lo deciderà e quando saranno soddisfatte le sue condizioni». Prima, fa sapere Teheran, «non si terranno negoziati».

President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump

Donald Trump ha annunciato i primi 13 membri del nuovo President’s Council of Advisors on Science and Technology (PCAST), comitato consultivo composto da esperti esterni che forniscono consulenza diretta al presidente degli Stati Uniti su questioni cruciali di scienza, tecnologia, istruzione e innovazione. Deciso a spingere sull’intelligenza artificiale, Trump ha reclutato alcuni tra i nomi più influenti dell’industria tecnologica e della finanza a stelle e strisce. Nelle prossime settimane saranno annunciati altri membri del PCAST, fino a un massimo di 24, assieme alla data della prima riunione del consiglio. Da Sergey Brin a Mark Zuckerberg, fino a Jensen Huang, ecco le prime 13 figure scelte da The Donald.

President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump
President’s Council of Advisors on Science and Technology, chi sono i primi 13 membri annunciati da Trump
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