Tra calcio e Nba c’è aria di vera Superlega: benvenuti nel turbocapitalismo sportivo

Una fase di stallo. Il primo passaggio del negoziato tra la National basketball association (Nba) e l’Eurolega si è concluso con un mancato accordo. Ma le parti riprenderanno il dialogo: devono farlo per forza, se vogliono evitare un conflitto che avrebbe conseguenze dannose per entrambe le parti. Soprattutto per l’Eurolega, che nei fatti è un esperimento europeo di Nba e che rischierebbe di pagare il confronto in casa propria con l’originale. Ma ciò che più inquieta la lega d’élite del basket continentale è la prospettata saldatura d’intenti e interessi tra la Nba (e la Fiba, la federazione internazionale del basket) e i colossi del calcio europeo: un’alleanza che aprirebbe una fase inedita del turbocapitalismo sportivo, nel segno di un superleghismo al cui confronto lo sgangherato tentativo di Superlega calcistica europea di aprile 2021 è roba da tornei aziendali.

A Cernobbio rigettata la proposta avanzata dalla Nba

Il primo tentativo di giungere a un’intesa è dunque andato a vuoto. È stato il 5 ottobre, quando i rappresentanti di Eurolega si sono ritrovati a Cernobbio, sul lago di Como. Un luogo quanto mai appropriato, vista la lunga consuetudine di ospitare l’annuale Forum Ambrosetti e di misurarsi con gli scenari della finanza globale. Ma il contesto non è bastato a favorire la coincidenza d’interessi. Sicché i 13 soci permanenti dell’Eurolega (Anadolu Efes Istanbul, Baskonia Vitoria-Gasteiz, Cska Mosca che però è attualmente sospeso per la guerra in Ucraina, Olimpia Milano, Barcellona, Bayern Monaco, Fenerbahçe Istanbul, Asvel Villeurbanne, Maccabi Tel Aviv, Olympiacos Pireo, Real Madrid, Panathinaikos Atene e Žalgiris Kaunas) hanno rigettato la proposta avanzata dalla Nba. Nella quale, fra le altre cose, è stata espressa la richiesta di fermare l’espansione dell’Eurolega ad altri membri permanenti.

Tra calcio e Nba c’è aria di vera Superlega: benvenuti nel turbocapitalismo sportivo
Una partita di Eurolega tra Real Madrid e EA7 Emporio Armani (foto Ansa).

È questo uno degli aspetti che maggiormente hanno provocato malumori tra i partecipanti al meeting di Cernobbio, poiché proprio il progetto di allargare i ranghi dei soci permanenti (fino a 24) è quello sul quale si è maggiormente speso di recente Chus Bueno, che da gennaio 2026 è l’amministratore delegato di Eurolega.

Retrogusto colonialista e quella sorta di superiority complex

In linea generale, l’offerta della Nba è stata giudicata colonialista, cioè segnata da una sorta di superiority complex alimentato dalla lega del big business rispetto alla sua versione europea (ed europeizzata). E tuttavia, al di là delle posizioni unitarie di facciata, emerge che non tutti i 13 soci di Eurolega sono stati d’accordo nel respingere la proposta proveniente dagli Usa. Anzi, c’è stato parecchio malumore cui ha dato voce il proprietario del Panathinaikos Atene, Dimitris Giannakopoulos, che ha accusato la maggioranza sfavorevole di non avere interesse verso lo sviluppo del basket.

Tra calcio e Nba c’è aria di vera Superlega: benvenuti nel turbocapitalismo sportivo
Il proprietario del Panathinaikos Dimitris Giannakopoulos (foto Ansa).

Inoltre, club come il Real Madrid dell’eterno Florentino Pérez potrebbero dare una sgradita sorpresa mollando l’organizzazione europea per trasferirsi in Nba Europe.

Tra calcio e Nba c’è aria di vera Superlega: benvenuti nel turbocapitalismo sportivo
Florentino Perez, presidente del Real Madrid (Ansa).

Patto sempre più solido coi grandi del calcio europeo

Dal canto suo, la Nba continua a manifestare un atteggiamento flemmatico. Il commissioner Adam Silver insiste a dire che le trattative proseguono. Può contare sul fatto che un accordo fra le due parti dovrà per forza essere trovato, oltreché sull’appoggio della Fiba, che non vede l’ora di chiudere definitivamente i conti con la lega europea degli scissionisti. Ma la vera carta vincente nelle mani della Nba è un’altra. E riguarda il patto sempre più solido che si sta costruendo coi grandi del calcio europeo.

Tra calcio e Nba c’è aria di vera Superlega: benvenuti nel turbocapitalismo sportivo
Adam Silver (foto Ansa).

Il potere di Nasser Al-Khelaïfi arriva fin qui

L’evoluzione dei fatti è stata ben raccontata da alcuni articoli apparsi su The Athletic e The Guardian che mettono in evidenza il gran lavoro diplomatico che sul versante europeo viene svolto dal vice commissioner della Nba, Mark Tatum. Che il 30 settembre è stato ospite a Copenaghen di un meeting di altro genere: la 33esima assemblea generale dell’European Football Club (Efc, l’ex Eca).

Tra calcio e Nba c’è aria di vera Superlega: benvenuti nel turbocapitalismo sportivo
Mark Tatum (foto Ansa).

Ospite di Nasser Al-Khelaïfi (presidente Efc), che nell’occasione ha lanciato un progetto di riforma mondiale del calcio di club che è una sua Opa personale sul potere calcistico globale. In questo quadro si consumano gli abboccamenti con la Nba: che sta guardando ai grandi club europei come possibili titolari di franchigie Nba Europe, in un mix tra calcio e basket che è una mossa quantomeno audace e sottrarrebbe ai club del grande basket europeo ampio margine di manovra.

Tra calcio e Nba c’è aria di vera Superlega: benvenuti nel turbocapitalismo sportivo
Nasser Al-Khelaifi (foto Ansa).

I club recalcitranti dell’Eurolega si troverebbero improvvisamente nell’angolo, a rischio di essere sostituiti da altri club allocati nella loro stessa città o area metropolitana. È proprio il motivo del patto tra grande calcio europeo e grande basket nordamericano, che ha possibilità di essere stretto a scapito del basket d’élite europeo, a dare il senso dell’operazione: a contare sono innanzitutto gli affari, l’ortodossia di disciplina sportiva passa in secondo piano. Si sta preparando la Superlega del big business. E nessuno le sbarrerà la strada.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree

La chiamano Zona demilitarizzata (Dmz) ma in realtà è una delle frontiere più armate del mondo. Nella penisola coreana, a ridosso del 38esimo parallelo, corre il confine invalicabile e fortificato che separa la Corea del Nord di Kim Jong-un dalla Corea del Sud. Questa striscia di terra, larga 4 chilometri e lunga 248, piena di torri di guardia e fortificazioni, divide due Paesi tecnicamente in guerra dal 1953. Nel corso degli anni la Dmz ha ospitato saltuari incontri diplomatici tra Pyongyang e Seul, ed è stata scossa anche da diversi incidenti, tra cui diserzioni di soldati nordcoreani, scontri a fuoco e, soprattutto, esplosioni di ordigni.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Kim Jong-un (Ansa).

Le mine della discordia (circa 2 milioni) sul confine coreano

All’interno della Zona demilitarizzata ci sono circa 2 milioni di mine. Sono sepolte nell’area per scongiurare eventuali incursioni nemiche e spesso feriscono i militari che pattugliano il confine. L’ultimo episodio risale al 21 settembre, quando tre ufficiali sudcoreani in servizio nei pressi di Paju sono rimasti contusi a causa della deflagrazione di una mina. Per Seul sarebbe stata piazzata dai soldati di Pyongyang a Sud della cosiddetta linea di demarcazione militare, la vera separazione tra Nord e Sud, nel settore della Dmz situato nella parte sudcoreana.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Ricerca di mine nella Dmz (foto Ansa).

Il retaggio più evidente di un conflitto congelato

Il ministro della Difesa della Corea del Sud, Kang Shin-chul, al termine delle indagini preliminari sull’accaduto, ha detto che «si tratta di una chiara violazione dell’accordo di armistizio. Adotteremo le misure conseguenti». La Corea del Nord ha invece respinto le accuse descrivendo l’incidente come una «farsa meschina» orchestrata da Seul. La frontiera coreana è il retaggio più evidente di un conflitto congelato. Sui due lati i soldati sono infatti pronti a entrare in guerra in qualsiasi momento.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Soldati sudcoreani presidiano i confini con la Zona demilitarizzata (foto Ansa).

Tra propaganda e provocazioni

È questa tensione asfissiante che nel 1993 spinse l’allora presidente statunitense Bill Clinton a definire la Dmz come «il luogo più spaventoso della Terra». Ma cosa succede sul confine? Le truppe di Pyongyang e Seul si osservano a vicenda. Fino al 2025 enormi altoparlanti disposti su entrambi i lati del confine trasmettevano a tutto volume: dalla Corea del Sud risuonavano musica K-pop ed elogi alla democrazia, dalla Corea del Nord propaganda pro-Kim e attacchi contro il governo sudcoreano. La guerra psicologica è stata alimentata anche da particolari palloni aerostatici usati dagli attivisti sudcoreani per trasportare oltre frontiera volantini e materiale anti-regime.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Soldati nordcoreani (foto Ansa).

Un Luna park turistico

In Corea del Sud alcune aree della Zona demilitarizzata sono diventate gettonate mete turistiche. I visitatori, oltre 1,2 milioni all’anno, possono osservare da vicino la frontiera, visitare i tunnel scavati dalla Corea del Nord per attaccare Seul, acquistare t-shirt, spille e souvenir marchiati Dmz, e scattare foto ricordo da punti panoramici. Anche Pyongyang, prima della pandemia e della chiusura del Paese ai viaggiatori stranieri, effettuava tour organizzati lungo il confine.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree

Ma anche culla della biodiversità

Nei 73 anni trascorsi dalla fine della guerra la Dmz si è trasformata per puro caso anche in un paradiso ecologico. Il vasto territorio comprende habitat distinti. Le zone umide del settore occidentale, per esempio, offrono rifugio alle gru migratrici, mentre le montagne orientali ospitano il cervo muschiato siberiano e l’orso nero asiatico. L’Istituto nazionale di ecologia sudcoreano ha documentato nell’area la presenza di quasi 6 mila specie, tra cui oltre 100 considerate a rischio estinzione. Tra queste figurano l’orso della Luna, la gru coronata di rosso, la spatola dalla maschera nera, il leopardo dell’Amur e la lince eurasiatica.

Fanta-Quirinale: con Schlein premier, il M5s punterebbe al Colle?

Il rischio è la carambola. Nel Pd, mentre i più si arrovellano sul tema primarie, su come, dove e quando farle, alcuni più lungimiranti guardano già al dopo, anzi al dopo-dopo. Il discorso è di lungo respiro ma molto semplice. Se, e il se è grande come una casa, Elly Schlein vincesse le primarie e se, e qui il se è alto come un grattacielo, il campo largo vincesse le elezioni, la leader Pd diventerebbe premier. Fin qui tutto bene: brava, hai resistito, hai portato a casa il risultato, te lo meriti dunque governa. Al netto dei litigi che già tutti mettono in conto con il M5s sulle politiche di governo, qualcuno guarda a uno scenario biennale. Se cioè Schlein andasse a Palazzo Chigi, come si farebbe a dire di no a una candidatura M5s per il Quirinale, per cui si dovrebbe votare a gennaio 2029? Giuseppe Conte ha già messo le mani avanti, mettendo in guardia il Pd dalla tentazione di fare il pigliatutto.

Fanta-Quirinale: con Schlein premier, il M5s punterebbe al Colle?
Elly Schlein alla Camera (Imagoeconomica).

Di leader spendibili per il Colle il M5s ne ha pochi

Pochi tra i dem osano dirlo a voce alta, anzi nessuno, ma davanti ai taccuini chiusi il malumore si concretizza. «Non potremmo dire di no ai grillini, e in effetti se loro ci proponessero Giuseppe Conte come faremmo a dire: “Ma noi vogliamo sia Chigi sia il Colle?”». I dilemmi sono molti. Il M5s infatti potrebbe a buon diritto aspirare alla prima carica istituzionale: è in Parlamento dal 2013, ha raggiunto in passato il 30 per cento dei voti, ha espresso due volte un premier (anche se era sempre lo stesso), una volta un presidente della Camera, diversi sindaci e due presidenti di Regione. Il problema è che in realtà se nel Pd ci sono più candidati al Quirinale che iscritti, il M5s di leader spendibili ne ha pochi, forse il solo Conte.

Fanta-Quirinale: con Schlein premier, il M5s punterebbe al Colle?
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

I nomi di mediazione: da Bersani a Boldrini

L’altro problema è che per eleggere un capo dello Stato non bastano numeri risicati. Se anche il Pd ufficialmente votasse per un candidato grillino, molti sarebbero i franchi tiratori. Qualcuno spera che Conte sarebbe disposto a un bagno di realtà per aprire la strada a un nome di mediazione (si va da Pierluigi Bersani a Laura Boldrini) ma è chiaro che il passo indietro avrebbe ripercussioni sui rapporti all’interno della maggioranza di governo. Ripercussioni che sarebbero mortali per l’esecutivo in caso di accordo, magari sottobanco, tra il Pd e aree dell’opposizione.

Fanta-Quirinale: con Schlein premier, il M5s punterebbe al Colle?
Pierluigi Bersani (Imagoeconomica).

La soluzione migliore sarebbe un nome super partes, un profilo altissimo, ma è difficile che tutti facciano un passo indietro davanti a un bottino che fa gola a ognuno e che è la vera posta in gioco della prossima legislatura. Dunque mentre si decide se quando e come andare a primarie, nel campo largo già tutti pensano non solo a Palazzo Chigi ma anche al Quirinale. E la partita a scacchi del gran gioco del Colle prosegue.

Social, IA e potere: Hollywood torna ai film di impegno civile, ma hanno ancora senso?

Finalmente Hollywood ha ritrovato il coraggio dei bei film americani di impegno civile, quelli che ci avevano fatto innamorare del cinema a stelle e strisce e che da un po’ di tempo mancavano in sala. C’è però la consapevolezza che le cose sono un po’ cambiate rispetto a qualche decennio fa, quando la stampa era considerata davvero, al di là dei luoghi comuni, un cane da guardia della democrazia, in grado di soverchiare i poteri.

Quell’iconica scena finale de I tre giorni del Condor

Qualcuno ricorderà infatti il finale de I tre giorni del Condor, film di Sydney Pollack del 1975: Robert Redford consegna al New York Times un dossier sullo scandalo che coinvolge la Cia. Ma l’agente Higgins, che incrocia Redford sul marciapiede, gli chiede: «Ehi, sei sicuro che lo stampano?». Titoli di coda, senza rivelare se il giornale pubblicherà, facendo crollare i vertici dei servizi segreti americani, o insabbierà.

Il problema è che adesso la pubblicazione o meno dei dossier è diventata sostanzialmente irrilevante. Ed è più o meno il sunto di The Social – Il prezzo della verità (The Social Reckoning), il nuovo film di Aaron Sorkin in sala dall’8 ottobre.

Si tratta di una sorta di sequel di The Social network, pellicola di David Fincher del 2010 (ma Sorkin era lo sceneggiatore) in cui si raccontava la nascita di Facebook.

La storiaccia di Facebook e le manipolazioni dell’algoritmo

Il blockbuster si candida agli Oscar 2027, con Jeremy Allen White (il novello Sean Penn del cinema americano, protagonista della serie tivù di successo The Bear) nei panni di un giornalista di inchiesta del Wall street journal e Mikey Madison (l’attrice di Anora, premio Oscar 2025) che interpreta una data scientist di Facebook pentita per le manipolazioni dell’algoritmo.

Social, IA e potere: Hollywood torna ai film di impegno civile, ma hanno ancora senso?
Jeremy Allen White e Mikey Madison in una scena del film.

Un social che favorisce polarizzazioni e fake news

Viene raccontato nei dettagli il cambio di rotta del social network creato da Mark Zuckerberg: da piattaforma per connettere persone a luogo nel quale le audience, le interazioni e l’engagement si espandono polarizzando le posizioni, concentrandosi sugli estremismi e sulla diffusione senza controllo delle fake news, fino a epiloghi come gli eventi di Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

Social, IA e potere: Hollywood torna ai film di impegno civile, ma hanno ancora senso?
Jeremy Strong nei panni di Mark Zuckerberg.

Il Wall Street journal pubblica le inchieste, Zuckerberg viene perfino interrogato dal Senato americano, nel marzo del 2021 cambia nome all’azienda (che diventa Meta) e, nonostante lo scandalo, gli effetti della campagna stampa sono sostanzialmente nulli: il 66 per cento degli americani continua tuttora a informarsi avendo come fonte privilegiata le piattaforme social, con tutti i difetti del caso.

Social, IA e potere: Hollywood torna ai film di impegno civile, ma hanno ancora senso?
Il regista Aaron Sorkin (foto Ansa).
Social, IA e potere: Hollywood torna ai film di impegno civile, ma hanno ancora senso?
La locandina del film.

Se il giornalismo e l’editoria in generale rimangono spuntati davanti al mondo dei social, quasi peggio vanno le cose per il cinema di fronte all’intelligenza artificiale.

Guadagnino e le difficoltà col film su Sam Altman

Gli Mgm Studios di Amazon, infatti, avevano deciso di realizzare Artificial, un film su Sam Altman e la nascita di OpenAI. Una specie di novello The Social network 16 anni dopo, e dedicato alla nuova forza creatrice-distruttrice dell’universo digitale.

Social, IA e potere: Hollywood torna ai film di impegno civile, ma hanno ancora senso?
Sam Altman (Ansa).

Perché Jeff Bezos si è tirato indietro?

Ma, una volta finito il film, affidato a Luca Guadagnino e costato 40 milioni di dollari, ecco che Amazon si è tirata indietro: non lo distribuiremo, abbiamo scherzato, cercate altrove. Il motivo? Jeff Bezos ha iniziato a fare affari proprio con OpenAI e ha preferito quindi non disturbare troppo il manovratore.

Social, IA e potere: Hollywood torna ai film di impegno civile, ma hanno ancora senso?
Luca Guadagnino (foto Imagoeconomica).

Così Guadagnino & co. per circa un anno sono andati in giro tra proiezioni private e incontri con uomini di business, alla ricerca di un distributore valido per uno dei prodotti cinematografici più attesi. Netflix, Searchlight Pictures, A24 hanno visto il film, si sono sperticati in complimenti, ma si sono congedati con un «grazie, ma no, grazie».

Social, IA e potere: Hollywood torna ai film di impegno civile, ma hanno ancora senso?
Jeff Bezos (Ansa).

E alla fin fine, per 15 milioni di dollari, il film è stato comprato dalla casa di distribuzione Neon che lo porterà in sala dal 25 dicembre. Perché gli studios sono certamente molto focalizzati sul futuro del cinema, ma sanno bene che il loro business sarà strettamente legato alle strategie dell’intelligenza artificiale, con conflitti di interessi che è meglio non sollecitare.

Se poi lo stesso Jeff Bezos inizia a coltivare ambizioni alla Donald Trump e pensa di potersi candidare alla presidenza degli Stati Uniti, ecco allora che tutta la nuova strategia di Amazon è più chiara: Guadagnino, Andrew Garfield e Yura Borisov (pure lui, come Mikey Madison, ex del cast di Anora) facciano pure il loro irrilevante filmetto. Lasciamo giocare i ragazzini, che alle cose serie ci pensiamo noi.

Melonellum, l’incognita del 42 per cento: se salta il premio si torna alla Prima Repubblica

Uno, due, tre: flop. Mentre votavano tre fiducie e un voto finale sulla legge elettorale, i deputati, ma anche i senatori, di centrodestra e di centrosinistra non sfoggiavano sorrisi di trionfo o bronci da disfatta. Erano tutti soprattutto molto, molto mogi. Tanti i motivi: c’è il rischio bocciatura della Consulta, per la legislatura è partito il countdown, molti parlamentari torneranno a casa per sempre. Ma c’è uno spettro che agita i sonni dei leader.

Melonellum, l’incognita del 42 per cento: se salta il premio si torna alla Prima Repubblica
La protesta delle opposizioni dopo il voto finale sulla legge elettorale (Ansa).

Aiuti esterni cercasi

Perché il Melonellum ha come scopo principale dichiarato quello di dare cinque anni di stabilità a Palazzo Chigi per chi vince le elezioni. A questo serve il premio di maggioranza di 35 senatori e 70 deputati alla coalizione che ottiene il 42 per cento sia alla Camera sia al Senato, fino ad arrivare a quasi il 55 per cento dei parlamentari. Però, c’è un però. Se infatti nessuno raggiunge la soglia minima del 42 per cento il premio di maggioranza salta e il risultato delle elezioni si trasforma in un proporzionale puro. La prima conseguenza è che nemmeno la coalizione prima arrivata potrebbe dar vita a un governo senza aiuti esterni. Si aprirebbe insomma uno scenario da Prima Repubblica con lunghe consultazioni al Quirinale, estenuanti trattative con i partiti minori lasciati fuori dalle coalizioni al momento del voto (come potrebbero essere Roberto Vannacci e Carlo Calenda), fino ad arrivare, alle brutte, a trattative con i proxy, con i partiti più affini a scapito della compattezza della coalizione. Un sogno per chi ipotizza una riedizione delle larghe intese, un incubo per Giorgia Meloni ed Elly Schlein.

Melonellum, l’incognita del 42 per cento: se salta il premio si torna alla Prima Repubblica
Roberto Vannacci e Carlo Calenda.

Se l’asticella fosse troppo alta?

Proprio per questo Fratelli d’Italia a un certo punto aveva ipotizzato di presentare una modifica allo Stabilicum per abbassare al 41 per cento la soglia. Più affrontabile, soprattutto considerando i sondaggi che non danno alcuna coalizione in netto vantaggio, ma entrambe vicine al pareggio e soprattutto entrambe non stabilmente sopra il 42 per cento. Ma la lettura ragionata delle sentenze della Consulta in materia elettorale, rammentate al governo da Sergio Mattarella, ha fatto capire che si rischiava una bocciatura non solo di qualche codicillo ma di tutto l’impianto da parte della Corte Costituzionale. E dunque 42 per cento sia, ma con la grande incognita che l’asticella fissata sia troppo alta per le gambe delle due coalizioni e ci si ritrovi dopo il voto a un tana liberi tutti che rimescolerebbe le carte e i partiti. Tutto molto Prima Repubblica.

Melonellum, l’incognita del 42 per cento: se salta il premio si torna alla Prima Repubblica
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Il tribunale del Lavoro respinge il ricorso di Ranucci contro la Rai

Il tribunale del Lavoro di Roma ha rigettato l’istanza presentata dal giornalista Sigfrido Ranucci per il reintegro alla conduzione della trasmissione Report. Il 5 ottobre la Rai aveva sospeso il giornalista per 10 giorni. La motivazione dell’ordinanza si fonda sulla esistenza di un malessere della redazione di Report derivato dal clamore mediatico della vicenda e dall’accertato clima conflittuale instauratosi tra la squadra e l’ex conduttore. Questo, si spiega, ha reso opportuna la riorganizzazione della redazione e l’avvicendamento del conduttore.

Il tribunale del Lavoro respinge il ricorso di Ranucci contro la Rai
Sigfrido Ranucci (Ansa).

La decisione della Rai di «procedere a una riorganizzazione della redazione con avvicendamento autorale e di conduzione», si legge nell’ordinanza, «appare, a un esame sommario, sganciata dalla parallela vicenda disciplinare e adottata quale mezzo di risoluzione della situazione di tensione interna creatasi tra i membri della redazione e, come tale, strumento di tutela del sereno operare di questa nel rispetto della normativa di legge».

La risposta dei legali di Ranucci

«Prendiamo atto della decisione del tribunale di Roma, che rispettiamo ma che non condividiamo», commentano i legali di Ranucci, Franco Focareta, Franco Scarpelli, Stefano Rossi e Roberto De Vita. «La decisione cautelare non esaurisce una vicenda che pone questioni centrali sul rapporto tra potere organizzativo, autonomia professionale e libertà dell’informazione nel servizio pubblico. Valuteremo il provvedimento e le ulteriori iniziative da assumere nelle sedi competenti. Le decisioni dei giudici si rispettano. Le battaglie di principio, quando si ritengono giuste, si continuano».

Enel protagonista nello sviluppo della geotermia avanzata

L’innovazione come alleata principale della risorsa geotermica, con Enel a fare da capofila. Dalla Toscana all’Islanda, passando dal cuore della Terra, il Gruppo ha infatti rafforzato ulteriormente il proprio ruolo internazionale nello sviluppo della geotermia avanzata, portando competenze e tecnologie sulle nuove frontiere della cosiddetta “geotermia superhot”. Il nuovo progetto del Gruppo è stato protagonista nel corso della celebrazione del 25esimo anno di fondazione dell’Unione geotermica italiana, occasione per sottolineare una volta di più la crescente rilevanza della geotermia, ormai riconosciuta unanimemente come tecnologia strategica per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, come da traguardi europei fissati nel Net-zero industry act.

Il progetto Shift per ampliare il potenziale della geotermia

Nel corso del congresso si è discusso delle opportunità e delle prospettive del settore, a partire dalla semplificazione normativa dei processi autorizzativi, i modelli finanziari e l’esigenza di un’azione coordinata e condivisa dell’intero settore nazionale, si è aggiunta la disamina delle nuove tecnologie in sperimentazione per la geotermia profonda, che permetteranno di valorizzare risorse geotermiche che fino a pochi anni fa non erano considerate utilizzabili. Capofila di questo settore è Enel, che già aveva conquistato i riflettori nell’ottobre 2025 al Superhot geothermal summit di Reykjavik, nell’ambito dell’Assemblea del Circolo polare artico 2025, dove sono stati condivisi i risultati del progetto europeo Descramble dedicato alla perforazione in ambienti geotermici ad altissima temperatura.

Enel protagonista nello sviluppo della geotermia avanzata
Geotermia (Enel).

Tra il 19 e il 20 maggio Enel ha ospitato a Larderello, capitale mondiale della geotermia, il Kick-off meeting tecnico del progetto Shift (Superhot geothermal – Integrated demonstration and flow testing). Il programma, guidato da Reykjavík Energy e finanziato dal programma Horizon Europe con 10 milioni di euro su un investimento complessivo di 28 milioni, coinvolge 17 partner europei e punta a sviluppare tecnologie per l’utilizzo di fluidi geotermici oltre i 400°C, attraverso pozzi più profondi e performanti, con l’obiettivo di ampliare in modo significativo il potenziale della geotermia. Già Descramble, guidato da Enel come capofila, aveva segnato un passaggio chiave per lo sviluppo delle tecnologie nelle superhot rocks, raggiungendo temperature fino a 515°C, tra le più alte registrate a livello mondiale in sistemi idrotermali, e contribuendo ad aprire orizzonti innovativi di ricerca e sviluppo per materiali e attività di perforazione in condizioni estreme.

L’impegno di Enel

Il contributo di Enel si fonda sulla consolidata esperienza industriale dell’azienda a livello internazionale. In Toscana è attivo il più antico e innovativo complesso geotermico al mondo con 34 centrali che, tra le province di Pisa, Siena e Grosseto, producono ogni anno quasi 6 miliardi di kWh, pari al 33 per cento del fabbisogno elettrico regionale e utili a riscaldare 13 mila utenti nonché 26 ettari di serre grazie ai teleriscaldamenti geotermici, alimentando anche un’importante filiera turistica con oltre 60 mila visite annue. La partecipazione al summit islandese e l’impegno nel progetto Shift confermano il valore della collaborazione europea tra industria, ricerca e istituzioni per accelerare lo sviluppo della “geotermia supercalda” e il suo ruolo chiave nella transizione energetica.

Le sfide per l’Italia

L’Italia è uno dei Paesi Europei con le maggiori potenzialità entro i primi 5 km di profondità, tali da rendere la geotermia una risorsa strategica chiave del Paese per accelerare la transizione. Diversi strumenti normativi e misure specifiche sono attualmente in vigore ed in itinere, ma è assolutamente urgente un ulteriore sforzo per mettere a terra un piano d’azione nazionale per la geotermia e una roadmap al 2030 e 2050 che permettano di ridurre il divario che ci divide dagli altri Paesi Europei e, allo stesso tempo, di offrire un’opportunità di crescita ed innovazione agli investitori, alla filiera nazionale di settore e al contesto socioeconomico dell’Italia.

Intesa Sanpaolo sigla un patto per la crescita delle pmi di commercio, artigianato e turismo

Intesa Sanpaolo, attraverso la divisione Banca dei Territori, ha lanciato un piano dedicato alle piccole e piccolissime imprese di commercio, artigianato e turismo per favorire ricadute economiche e stabilità occupazionale nelle diverse aree del Paese. Un’iniziativa in linea con la missione del Gruppo di dare vicinanza e attenzione ai territori, sostenere l’economia di prossimità e le famiglie lavoratrici, compiere azioni a tutela dell’occupazione, e stringere relazioni con il mondo associativo e imprenditoriale verso una strategia comune che risponda alle esigenze di crescita e alle preoccupazioni per il futuro. In particolare, Intesa Sanpaolo mette a disposizione 20 miliardi di euro per nuovi finanziamenti in innovazione, digitalizzazione e riqualificazione, oltre ad agevolazioni sui sistemi di pagamento digitali con l’azzeramento delle commissioni per importi fino a 20 euro effettuati con il pos fisico. Misure con cui la banca punta a rispondere ai bisogni reali del tessuto produttivo, offrendo un sostegno concreto agli imprenditori che nel corso del tempo hanno ridefinito priorità ed esigenze, trasformando il proprio approccio culturale al fare impresa.

Nuovo patto di sistema con Confcommercio, Federalberghi e Confartigianato

Le misure nascono dal confronto e dalla continua collaborazione con le principali associazioni di categoria dei settori commercio, artigianato e turismo. Sono infatti stati rinnovati gli accordi con Confcommercio, Federalberghi e Confartigianato ed è stato consolidato un nuovo patto di sistema per rafforzare la competitività e affrontare alcune tra le attuali sfide, dai costi energetici agli strumenti digitali fino alla formazione specializzata e alla difesa dell’occupazione. I nuovi interventi sono destinati al segmento delle piccole e piccolissime aziende che alimentano l’economia di prossimità con negozi, servizi, strutture ricettive, laboratori. Un bacino di circa 800 mila imprese clienti della divisione Banca dei Territori, che sostiene quotidianamente il tessuto economico delle comunità locali in cui opera, ascoltando da vicino le varie esigenze grazie ad un presidio costante del territorio. Un’attenzione che dal 2020 al giugno 2026 si è tradotta in oltre 20 miliardi di euro di finanziamenti erogati alle aziende di questo segmento.

Santanchè accusata di diffamazione, tribunale ricorre alla Consulta

Il giudice monocratico di Roma, nell’ambito del processo a carico dell’ex ministro Daniela Santanchè, ha sollevato alla Consulta conflitto di attribuzione in riferimento al voto del Senato che ha riconosciuto insindacabilità delle affermazioni fatte in Aula dall’imputata. La vicenda riguarda l’accusa di diffamazione ai danni di Giuseppe Zeno, un azionista di minoranza della società Visibilia Editore Spa.
Il voto del Senato, che ha negato l’autorizzazione a procedere, è del luglio scorso. Il giudice Emilia Conforti ha disposto l’invio degli atti alla Corte costituzionale chiedendo di dichiarare che non spettava al Senato la valutazione della condotta addebitabile alla senatrice Santanchè. La difesa di Santanchè aveva chiesto il non luogo a procedere alla luce del voto parlamentare.

La tela del candidato unico Malagò, fra intrecci e trame

Da presidente della Figc a commissario: un caso unico, quello di Giovanni Malagò. Ma la tela dell’ex numero uno del Coni è, come sempre, ambiziosissima. Tra le sfide importanti per la Figc conta parecchio il piano di rinnovamento dello stadio Olimpico, in vista di Euro 2032, con un investimento di 150 milioni di euro e l’inizio dei lavori nell’estate del 2027 per concludersi, si spera, entro il 2030. Un progetto che è di Sport e Salute, in accordo con la Figc e la Struttura commissariale per Uefa Euro 2032. E chi è il presidente di Sport e Salute? Marco Mezzaroma, stretto parente di Claudio Lotito (che ha sposato la sorella, Cristina Mezzaroma).

La tela del candidato unico Malagò, fra intrecci e trame
Giovanni Malagò e Marco Mezzaroma (foto Imagoeconomica).

Il (contestatissimo) patron della Lazio è anche il solito “signor no” che non ha mai avuto buoni rapporti con Malagò (e con una gran parte del mondo): riuscirà Giovannino a convincere pure lui? Un gioco di incastri dove le famiglie hanno un ruolo fondamentale, come è stato dimostrato dal caso Buonfiglio (con l’ombra del conflitto di interessi per gli incarichi del figlio Marco).

La tela del candidato unico Malagò, fra intrecci e trame
Claudio Lotito (foto Imagoeconomica).

Intanto viene data per imminente l’uscita del segretario generale della Figc Marco Brunelli, tagliato: era lui l’autore della certificazione della candidabilità di Malagò.

La tela del candidato unico Malagò, fra intrecci e trame
Marco Brunelli (foto Imagoeconomica).

E adesso? Ci sono due mesi per indire le elezioni, la prima data utile era quella del 7 dicembre. «Ma così finiamo per infastidire i milanesi, visto che quel giorno festeggiano Sant’Ambrogio e hanno pure il classico appuntamento con la prima del teatro La Scala», dice un fedelissimo del presidente-commissario rispolverando le vecchie ruggini e la solita rivalità sull’asse Roma-Milano. Allora è scattato il 14 dicembre come prima data fattibile. Magari facendo un salto alla Scala, per stringere gli ultimi accordi con i meneghini.

La tela del candidato unico Malagò, fra intrecci e trame
Il ministro dello Sport Andrea Abodi (in video) e Giovanni Malagò (foto Imagoeconomica).

Ma qual è l’ambizione di Malagò? Semplice: non avere candidati concorrenti. Tutti uniti sul nome del commissario, unico elemento da votare nella gara per diventare (di nuovo) presidente della Figc. Lavorare ai fianchi i possibili competitor, smontandone ogni velleità: cercare un protagonismo, oggi, non avrebbe senso (lo sfidante di giugno, Giancarlo Abete, ha già detto che non si ripresenterà). Fatto sta che il vero vincitore è lui, e mettersi in guerra contro Malagò vuol dire rischiare di fare la figura di Tafazzi. In troppi, negli anni, hanno provato a scalzarlo, ma non ne è rimasta traccia…

Nobel per la Pace a Pillay, Israele: «Goebbels applaude dall’inferno»

«Assegnare il Premio Nobel per la Pace a Pillay non è un atto di giustizia, ma la grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele. Ora che la commissione del Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno». L’ha scritto in una nota il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar dopo l’assegnazione del premio a Navanethem “Navi” Pillay, giurista sudafricana nota per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. E per aver chiaramente definito “genocidio” quello che sta accadendo a Gaza. «Mi hanno reso omaggio per il mio coraggio. E potete immaginare quanto fossi sorpresa. Perché ci vorrebbe coraggio per dire la verità? Si interpreta la legge, si esaminano tutti i fatti, quindi si tratta di un processo decisionale imparziale», ha detto, a tal proposito, nel suo primo discorso dopo la proclamazione.

La reazione dell’Ue

«Se esistesse un premio per le menzogne, l’odio e le accuse infamanti, Pillay sarebbe la favorita assoluta. Il suo ruolo nell’incessante demonizzazione di Israele, con motivazioni politiche, e nella promozione delle accuse di genocidio è eloquente», ha aggiunto Sa’ar nella sua nota. L’attacco del ministro israeliano arriva dopo che diverse personalità del mondo della politica, della cooperazione internazionale e della cultura hanno commentato in termini positivi la scelta del comitato del Nobel. Tra queste la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen («pochi hanno dedicato la loro vita alla giustizia, alla pace e alla dignità umana come ha fatto lei»), il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa («il suo impegno di una vita a favore dei diritti umani, della giustizia e del diritto internazionale ci ricorda che la pace può durare solo se vengono tutelati la dignità, la responsabilità e lo Stato di diritto») e il premier spagnolo Pedro Sanchez («dal governo spagnolo ci uniamo al riconoscimento, al plauso al suo lavoro e ribadiamo, ora più che mai, il nostro sostegno agli organismi internazionali che si occupano di vegliare per la pace»).

Ue, Carlo Comporti nominato presidente dell’Esma

Il Consiglio dell’Ue ha formalmente nominato Carlo Comporti presidente dell’Esma, l’Autorita’ europea degli strumenti finanziari e dei mercati. Comporti assumerà l’incarico l’1 novembre 2026, con un mandato di cinque anni rinnovabile una sola volta. Comporti è attualmente commissario della Consob e membro del Consiglio delle autorità di vigilanza e del Consiglio di amministrazione dell’Esma. La nomina conclude un iter avviato con la presentazione al Consiglio, da parte del Consiglio delle autorità di vigilanza dell’Esma, di una rosa di due candidati. Dopo i colloqui con entrambi, gli ambasciatori dell’Ue avevano raggiunto un accordo provvisorio sulla nomina di Comporti nel luglio 2026. Il Parlamento europeo aveva dato il proprio via libera il 15 settembre. L’Esma, che ha sede a Parigi, ha il compito di rafforzare la tutela degli investitori e promuovere mercati stabili e ordinati. Opera nell’ambito del sistema europeo di vigilanza finanziaria, in collaborazione con le altre autorità europee e con le autorità nazionali competenti per i mercati mobiliari.

Tajani: «Successo per l’Italia»

Così il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato la nomina: «Un ulteriore successo per l’Italia e motivo di orgoglio che un italiano sia alla guida di un’autorità così strategica per i mercati finanziari europei».

Anthony Vaccarello lascia la direzione creativa di Yves Saint Laurent

Anthony Vaccarello lascia la direzione creativa di Yves Saint Laurent dopo 10 anni. L’ha annunciato la maison, sottolineando che «ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo del brand, contribuendo a rafforzarne l’identità e l’influenza nel mondo della moda e della cultura» e aggiungendo che a breve svelerà il nome del suo successore. L’annuncio è giunto al termine di una Settimana della moda di Parigi dominata dalle speculazioni sulla possibile conclusione del mandato decennale del 44enne stilista belga. La sua sfilata primavera 2027, interamente dorata, è sembrata a molti addetti ai lavori del mondo della moda una sorta di addio. La favorita per la successione è Chemena Kamali, attuale direttrice creativa di Chloè. Una figura non nuova per la maison, dove aveva ricoperto il ruolo di direttrice del design del pret-à-porter femminile sotto la guida di Vaccarello dal 2016 al 2023.

De Meo: «Ha contribuito a rafforzare l’influenza del marchio»

Queste le dichiarazioni di Luca de Meo, ceo di Kering, il Gruppo francese che possiede il marchio: «Desidero esprimere la mia sincera gratitudine ad Anthony per il contributo offerto a Saint Laurent negli ultimi 10 anni. Grazie alla sua visione creativa e ai suoi standard rigorosi, ha contribuito a rafforzare la duratura influenza di una delle più grandi maison di haute couture francesi, mentre ci prepariamo ad aprire un nuovo capitolo della sua storia».

L’ex arbitro Gianluca Rocchi diventa opinionista su Dazn

L’ex arbitro Gianluca Rocchi, fino ad aprile responsabile della Can per la Serie A e la Serie B, diventa opinionista ed entrerà a far parte della squadra di Dazn per il programma Fuoriclasse, lo show della domenica sera condotto da Diletta Leotta. Un nuovo ruolo per lui dopo i mesi trascorsi al centro dell’inchiesta sul sistema arbitrale italiano. Il debutto è previsto per l’11 ottobre 2026 in occasione di Cagliari-Juventus delle 20:45. «Non vedo l’ora di ripartire e di mettermi alla prova in un ruolo diverso da quello a cui sono abituato, accompagnando i tifosi anche nella lettura più tecnica delle dinamiche di gioco che possono influenzare le decisioni arbitrali», ha commentato.

L’indagine per frode sportiva conclusasi con l’archiviazione

Qualche mese fa, Rocchi è rimasto coinvolto in un’indagine della procura di Milano per frode sportiva in concorso con l’ipotesi che, in qualità di designatore arbitrale, avesse influenzato sia le designazioni sia l’attività del Var, anche attraverso interventi nella sala di Lissone. Gli episodi contestati riguardavano partite di Serie A e Coppa Italia della stagione 2024/25 e avrebbero potuto produrre vantaggi sportivi indebiti. In particolare, la procura aveva ipotizzato che Rocchi potesse aver favorito l’Inter, evitando di assegnargli l’arbitro Daniele Doveri nelle gare più importanti. Dopo l’emersione dell’inchiesta, Rocchi si è autosospeso. L’inchiesta si è poi conclusa con un’archiviazione.

Assegnato il Nobel per la Pace 2026

Il Comitato norvegese per il Nobel ha deciso di assegnare il Nobel per la Pace 2026 a Navanethem “Navi” Pillay «per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale». Sudafricana di origini indiane tamil, è stata la prima donna non bianca a ricoprire il ruolo di giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica. Ha inoltre prestato servizio come giudice della Corte penale internazionale e come presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Nell’aprile 2015, Pillay è diventata il 16esimo commissario della Commissione internazionale contro la pena di morte. Dal 2008 al 2014 ha anche ricoperto la carica di alto commissario delle Nazioni Unite.

È morto Federico l’Olandese Volante, storica voce della radio italiana

È morto a 76 anni lo storico speaker radiofonico Federico l’Olandese Volante, all’anagrafe Federico Van Stageren. «Le radio italiane piangono la scomparsa di una delle voci più riconoscibili dell’etere», si legge in un post di Rtl 102.5. «Ieri la notizia del suo ricovero in terapia intensiva in Puglia, presso l’ospedale di Monopoli, oggi fonti vicino a lui hanno confermato la sua dipartita. Dalle prime radio libere a oggi, Federico ha dedicato tutta la sua vita all’intrattenimento radiofonico, condividendo con noi del gruppo Rtl 102.5 tanti anni di dirette e di musica». Tante le emittenti nelle quali gli italiani hanno sentito la sua voce, da Radio 105 a Radio Norba fino a R101.

Da RMC a Radio 1015 e Rtl 102.5

Dopo gli inizi a Radio Monte Carlo, dove grazie al Federico Show divenne noto come L’Olandese volante, ha lavorato per Rai Radio 2 e, alla fine degli Anni 70, ha iniziato a collaborare con Radio 105 dov’è rimasto come conduttore del pomeriggio per 12 anni. Poi l’esperienza a Rtl 102.5, dove ha dato vita al programma The Flight che ha condotto per 16 anni. Nel 2010 si è trasferito a R101, radio del gruppo Mondadori, mentre dal 2015 al 2024 è stato all’emittente pugliese Radionorba. Tra le ultime esperienze, nel 2025, l’approdo a RadioFreccia con il programma 0 anni a tutto rock.

Scontri Askatasuna, perquisizioni in tutta Italia: chieste 19 misure

La polizia di Stato di Torino sta eseguendo perquisizioni domiciliari in diverse parti d’Italia nei confronti di militanti antagonisti, nell’ambito delle indagini sui fatti avvenuti durante la manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna. Le perquisizioni sono state delegate dall’autorità giudiziaria. Nell’ambito dell’inchiesta, il pubblico ministero ha richiesto 19 misure cautelari per reati che sarebbero stati commessi, a vario titolo, in occasione del corteo. Il 31 gennaio, a margine della manifestazione organizzata contro lo sgombero del centro sociale di Torino, avvenuto il 18 dicembre, si erano verificati violenti scontri tra antagonisti e forze dell’ordine. Gli agenti erano stati attaccati con razzi, bengala, bombe carta, pietre e bottiglie. I disordini erano proseguiti per circa due ore. Durante gli scontri, concentrati soprattutto nella zona di corso Regina Margherita, alcuni gruppi di manifestanti a volto coperto avevano incendiato cassonetti e un mezzo della polizia. Un agente era stato inoltre accerchiato e aggredito da un gruppo di antagonisti e colpito con un martello.

La fucilazione dell’autore della strage di Fort Hood sarà pubblica e in diretta streaming

Il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth ha dichiarato che la fucilazione dell’autore della strage di Fort Hood, in programma per il 3 dicembre, sarà pubblica. Nidal Hasan «affronterà un plotone d’esecuzione composto da soldati, com’è giusto che sia, e faremo in modo che la gente possa assistervi, che sia pubblica, perché la gente deve capire che ci sono serie conseguenze per questo tipo di cose», ha spiegato. Sarebbe la prima esecuzione pubblica degli Stati Uniti in 90 anni. I media hanno inoltre riferito che, in base a quanto detto da un funzionario del Pentagono, sarà trasmessa in diretta streaming. Hasan è stato condannato per l’uccisione di 13 persone e il ferimento di altre 32. I fatti risalgono al 2009, quando fece irruzione nella base militare di Fort Hood, in particolare in un’affollata sala d’aspetto dove decine di soldati aspettavano di fare una visita medica. Qui aprì il fuoco al grido di Allah Hakbar. Ex psichiatra, musulmano di origini palestinesi, aveva detto di aver agito per proteggere i ribelli islamici all’estero dall’aggressione degli Stati Uniti.

Occhiate, silenzi e tatticismi: il gelo tra Conte e Schlein alla Camera

«Cosa fa Giuseppe?». «Cosa ha detto Elly?». Ormai nel campo largo si ragiona così: i leader di M5s e Pd si studiano di sottecchi e i loro fedelissimi si marcano a vista, pronti a intercettare ogni minimo segnale in un senso o nell’altro, verso le aperture o le chiusure.

Anche in Aula tra i due leader il clima è gelido

Per rendersene conto, bastava osservare i movimenti e gli sguardi durante il voto di fiducia sulla legge elettorale, giovedì mattina alla Camera. Aula strapiena, come pure le tribune della stampa, tutti lì a osservare soprattutto loro due, tentando di captarne gesti e mimica. E così si annota che mentre parla Conte, Schlein non lo degna di uno sguardo, piegata a rivedere il suo intervento che sarebbe arrivato poco dopo. E naturalmente non ha mai applaudito l’Avvocato del popolo, così come del resto ha fatto tutto il Pd. Ma questa è una prassi in Parlamento: ogni partito applaude i suoi e basta. Poco dopo prende la parola Schlein. Ma Conte dov’è? Eccolo laggiù, in piedi sotto l’emiciclo, da solo. Almeno, però, lui Elly la guarda, segue il suo intervento, in un paio di occasioni accenna un timido applauso. Verrebbe quasi da canticchiare Gianni Morandi, «la mia nemica amatissima…». Tra i due, però, il clima resta gelido.

Occhiate, silenzi e tatticismi: il gelo tra Conte e Schlein alla Camera
Elly Schlein alla Camera (Imagoeconomica).

Conte e quel terzo nome che ha irritato Schlein

Schlein non ha mandato giù il fatto che Conte abbia svelato di averle proposto un passo indietro per lasciare il campo a un terzo nome. «Non è vero che ha avanzato questa ipotesi, mi ha solo chiesto se si andava dritti alle primarie o no», ha confidato la segretaria ai suoi. Dallo staff dell’ex premier, invece, insistono: lui quella possibilità l’ha avanzata e l’aveva fatto anche in passato. Chi dice la verità e chi mente? La questione, però, è che con questa mossa il leader pentastellato ha messo in difficoltà l’alleata, facendola sembrare l’unica rimasta ferma sulle primarie senza considerare altre ipotesi. Scavando un solco, oltretutto, tra la segretaria e la parte del Pd che le primarie non le vuole. Con il seguente sottotesto: Schlein non vuol sentire ragioni sulle primarie perché è convinta di vincerle e di poter battere pure Giorgia Meloni, puntando dritta su Palazzo Chigi. Tatticismo puro, soprattutto se si pensa che ‘Giuseppi’ è stato il primo a lanciare le primarie a urne referendarie ancora aperte, spiazzando i suoi alleati. «Ora invece ha cambiato linea, così lui passa per quello generoso, pronto al passo indietro e a sacrificarsi per il campo largo, mentre lei passa per ‘poltronara’, quella che ambisce solo a Palazzo Chigi. Quando ad ambire a Chigi è soprattutto lui…», è il ragionamento che si fa sui divanetti dove stazionano i deputati dem.

Occhiate, silenzi e tatticismi: il gelo tra Conte e Schlein alla Camera
Giuseppe Conte (Ansa).

Pranzi, chat e tattiche tra alleati

Poi ci sono le manovre di piccolo cabotaggio. Il pranzo di mercoledì tra Conte, Bonelli e Fratoianni al ristorante di Montecitorio, a cui però Schlein non ha partecipato perché aveva già lasciato la Camera e forse non si sentiva bene. O la chat su WhatsApp in cui i quattro leader (senza Matteo Renzi) si scrivono e si dovrebbero confrontare ma che evidentemente non aiuta a concordare quasi nulla. Giovedì la dem si è intrattenuta a lungo a parlare con Fratoianni nel corridoio dei fumatori di Montecitorio, poi ha interloquito in Aula anche con Bonelli.

Occhiate, silenzi e tatticismi: il gelo tra Conte e Schlein alla Camera
Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Il timore, nel Pd, è che AVS, che le primarie non le vorrebbe, possa portare più voti a Conte, con cui c’è maggiore sintonia, che a Schlein. A meno che Bonelli e Fratoianni non si presentino con un loro candidato. I dem lo sperano, convinti che un nome di AVS sottrarrebbe più voti a Conte che a Schlein. Insomma, questo è l’unico argomento di cui si parla nel centrosinistra e sarà così ancora per mesi, fino a quando si terranno queste benedette consultazioni per il leader. Ma anche su questo Elly e Giuseppe divergono: lui le vorrebbe il prima possibile, lei più tardi, a ridosso del voto. Ma, come mette in guardia Bonelli: «Attenzione, perché se Meloni decide di andare a votare ad aprile-maggio, saremmo presi in contropiede, senza programma e senza candidato premier».

Occhiate, silenzi e tatticismi: il gelo tra Conte e Schlein alla Camera
Giuseppe Conte con Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).

Intanto la segretaria del Pd e il presidente del M5s si studiano, senza fidarsi l’uno dell’altro. In un gioco di mosse, contromosse e tattica che rischia solo di fare del male alla coalizione. Come si è visto anche in queste tre intense giornate parlamentari che hanno segnato l’approvazione della legge elettorale targata Meloni. 

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna

Ridisegnare collegi e circoscrizioni elettorali con l’obiettivo di influenzare il risultato delle elezioni. È una tendenza che sembra contagiosa. Negli Stati Uniti i Repubblicani e Donald Trump ne hanno fatto un vero e proprio metodo, promuovendo iniziative per irrigidire i requisiti di accesso alle urne e rinfocolando la battaglia sul gerrymandering, ovvero la pratica di ridisegnare a tavolino la mappa dei collegi per “impacchettare” o disperdere il voto degli avversari e garantirsi la maggioranza anche con un minor numero di preferenze complessive.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Donald Trump (Ansa).

La logica, insomma, è quella di agire d’anticipo. Una tentazione a cui non riesce a resistere nemmeno la destra radicale spagnola di Vox. Risponde, infatti, a questa strategia il ricorso d’urgenza depositato al Tribunal Supremo (la Corte Suprema di Madrid) con cui la formazione guidata da Santiago Abascal ha chiesto di escludere dai seggi per le elezioni anticipate del prossimo 29 novembre tutti coloro che hanno ottenuto la nazionalità grazie alla cosiddetta Ley de Nietos, la legge dei nipoti.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

Il dibattito sulla Ley de Memoria Democrática del 2022

Per comprendere la portata della contesa, occorre fare un passo indietro e guardare al funzionamento del meccanismo finito nel mirino di Vox. Si tratta di una disposizione aggiuntiva della Ley de Memoria Democrática. In vigore dall’ottobre 2022, la norma nasceva, come suggerisce il nome, con un preciso intento di riparazione storica: consentire l’ottenimento della nazionalità ai nati all’estero con genitori o nonni che l’avevano persa a causa dell’esilio per ragioni politiche, ideologiche, religiose o di orientamento e identità sessuale durante la Guerra Civile e la dittatura franchista. Per guidare il lavoro dei consolati sommersi dalle pratiche, il ministero della Giustizia aveva introdotto una presunzione automatica: chiunque avesse lasciato la Spagna tra il 18 luglio 1936 e il 31 dicembre 1955 veniva considerato a priori un perseguitato. Ai discendenti bastava quindi certificare l’espatrio degli antenati in quell’arco di tempo per ottenere automaticamente il passaporto e quindi il diritto di voto. Secondo i più critici, la circolare ha finito per snaturare lo spirito del testo originario, spalancando le porte a una concessione generalizzata della cittadinanza anche agli eredi di chi era emigrato per meri motivi economici. Lo scorso settembre, il Tribunal Supremo era già intervenuto con un’ordinanza che congelava l’iscrizione al registro elettorale dei residenti all’estero che avevano ottenuto il passaporto tramite la cosiddetta Ley de Nietos. La Corte specificava, tuttavia, che il blocco non si sarebbe applicato alle persone per le quali i funzionari consolari avessero potuto attestare la discendenza da spagnoli esiliati per i motivi previsti dal testo.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Pedro Sanchez (Ansa).

Abascal agita lo spauracchio della frode elettorale

Esattamente qui si inserisce la mossa di Vox, tornato all’attacco per chiedere una drastica inversione dell’onere della prova: invece di far verificare le carte ai consolati, spetterebbe ai singoli cittadini presentare un ricorso individuale e dimostrare con documenti alla mano l’effettivo esilio dei propri avi per poter andare alle urne. Non si tratta di una schermaglia formale, ma di un’offensiva il cui impatto aritmetico sarebbe dirompente. Tra le elezioni del 2023 e l’estate del 2026, gli iscritti al censo estero sono cresciuti di oltre 408 mila unità (+15 per cento), superando quota 2,8 milioni di potenziali aventi diritto. Un bacino che la destra radicale percepisce come strutturalmente ostile e la cui ripartizione sulle circoscrizioni di Madrid e Barcellona (le due città con gli incrementi più significativi) potrebbe spostare seggi decisivi per la futura maggioranza di governo. Agitando lo spauracchio del pucherazo (la frode elettorale), Abascal ha così trasformato la verifica dei registri consolari nel primo scontro frontale della campagna.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Santiago Abascal ospite di Atreju nel 2023 (Imagoeconomica).

La riorganizzazione del Frente Amplio

Questa contesa si innesta sul terremoto politico provocato dalla decisione del premier Pedro Sánchez di sciogliere le Cortes e indire le elezioni anticipate il 29 novembre. Una mossa arrivata al culmine di una fase parlamentare segnata dalla bocciatura dei decreti sull’emergenza abitativa. Certo, la sua riconferma appare poco verosimile. Secondo le rilevazioni di RTVE, la tv pubblica spagnola, il PSOE perderebbe cinque punti percentuali rispetto al 2023 e ben 17 seggi. Per non parlare delle forze alla sua sinistra, attraversate da una profonda riorganizzazione dopo il fallimento del progetto Sumar e il definitivo disimpegno della vicepremier Yolanda Díaz. I partiti dell’alleanza — tra cui Izquierda Unida, i Comuns dell’ex sindaca Ada Colau, Más Madrid e quel che resta di Sumar — cercano di ricompattarsi sotto l’ombrello del Frente Amplio, strizzando l’occhio alle esperienze sudamericane (dall’Uruguay al Cile), più che al campo largo italiano. Inoltre, con tempi strettissimi e tensioni interne alle stelle, manca ancora la convergenza con Podemos.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Pedro Sanchez (Imagoeconomica).

Popolari ed estrema destra in vantaggio nei sondaggi

Mentre il centrosinistra cerca faticosamente di salvare il salvabile per contenere l’onda conservatrice, quest’ultima viaggia a vele spiegate. Il sondaggio di RTVE accredita al blocco formato da Partido Popular e Vox un netto vantaggio: 203 seggi (27 oltre la soglia di 176 necessaria per la maggioranza assoluta). Il PP otterrebbe il 32,5 per cento dei consensi (-0,6 per cento rispetto a tre anni fa), mentre la destra radicale veleggia verso il 18,7 per cento, un dato in crescita del 6,3 per cento se confrontato con i risultati delle ultime Politiche.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Alberto Nunez Feijo (Ansa)

Tra le condizioni poste da Vox c’è anche la remigrazione

Dopo aver riassorbito i contraccolpi di una tentata scissione interna nei mesi scorsi, Abascal ha già dettato le condizioni non negoziabili per sostenere un esecutivo a guida PP: applicazione rigida della «priorità nazionale», drastica deregulation economica, tutele per i lavoratori autonomi e il ricorso esplicito alla “remigrazione” per incentivare i rimpatri. Difficile che Alberto Núñez Feijóo possa rifiutare. D’altronde l’alleanza di governo tra popolari e Vox non costituirebbe una novità assoluta per il Paese, visti i precedenti a livello regionale in Andalusia, Castiglia e León, Aragona ed Estremadura. In questo quadro di fortissima polarizzazione, il tentato blitz di Vox svela la vera posta in gioco della competizione che attende la Spagna: un braccio di ferro non tanto su chi votare, ma per decidere chi ha il diritto di farlo.