Ranucci, il cortocircuito del femminismo e il patriarcato in camicia bianca

Breaking news: sembra che la destra ora apprezzi le femministe “di sinistra”, quelle arrabbiate. O meglio, le apprezzerebbe se invece di arrabbiarsi per l’insufficienza della prevenzione dei femminicidi o il depotenziamento della legge antistupro se la prendessero con il giornalista d’inchiesta Sigfrido Ranucci, tombeur e trombeur confesso e impenitente, oltre che vittima del torbido «attentato d’amore» (copyright Paolo Mieli) ordito dall’amico Valter Lavitola.

Ranucci, il cortocircuito del femminismo e il patriarcato in camicia bianca
Sigfrido Ranucci (Ansa).

Descriversi come un pussy magnet non è stata una grande idea

«Dove sono coloro che in altre circostanze hanno denunciato maschilismo, patriarcato e squilibri di potere?», si è chiesta la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Campione, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta su femminicidio e violenza di genere, riferendosi alle spericolate (sia deontologicamente sia umanamente) relazioni con fonti e stagiste, descritte da Ranucci nel suo La scelta, classificabile come autofiction più che come autobiografia. «Parti romanzate trasformate in gossip» da giornali e piattaforme social, ha lamentato il giornalista su Facebook, senza considerare che sarebbe stato lui il primo a non fare un gran favore a se stesso, descrivendosi come un pussy magnet stile James Bond vecchia maniera (anche se nemmeno il Bond più sciovinista avrebbe liquidato la tragica morte di una sua amante con la frase «ahò, dopo la vita di merda che faccio, una trombata me la fate fare?», pronunciata da Ranucci in un’intervista con Alessandro Masala).

Il j’accuse di Camuso e quel «non ero l’Olgettina di turno»

Ma mettiamo anche che gli idilli di Sigfrido con colleghe e informatrici fossero per lo più del tipo raccontato al Tempo dalla giornalista Angela Camuso, che nel 2018 lo contattò per una possibile collaborazione al suo programma: zero interesse per le qualità professionali, ma molti apprezzamenti fisici, avance, vocali conditi di baci, messaggi in orari inappropriati, inviti a cena, insomma, tutto l’arsenale del capo provolone o del produttore viscido alle prese con una candidata giovane e carina. E Camuso, che il lavoro a Report lo voleva, per un po’ fece buon viso a cattivo gioco, ma poi mise in chiaro che non le interessavano profferte di tipo non professionale («non ero l’Olgettina di turno», sottolinea con spiacevole sussiego retrospettivo), e Ranucci si defilò, per cercare altrove momenti di distrazione alla sua «vita di merda». Non era quello che Camuso si aspettava da un eroe popolare, un’icona del giornalismo senza macchia e senza paura, che si paragona a Moro, Falcone, Borsellino, e ultimamente pure a Guccini, da poco scomparso.

Ranucci, il cortocircuito del femminismo e il patriarcato in camicia bianca
L’intervento di Angela Camuso su Il Tempo.

Un «patriarcato mediterraneo» in camicia bianca

Ma torniamo alla domanda di Susanna Campione: perché nessuna voce da sinistra depreca l’atteggiamento prevaricatore e patriarcale di Ranucci-uomo? Al di là della malafede (è un po’ come quando la destra rimprovera alla sinistra di manifestare per Gaza e non per i dissidenti iraniani oppressi, senza pensare che ogni tanto anche il popolo di destra potrebbe darsi una mossa e scendere in piazza per un motivo non egoistico e spregevole), la questione è pertinente: non ci si può scandalizzare per il «patriarcato mediterraneo» in camicia nera e nel contempo minimizzare quello in camicia bianca.

Ranucci, il cortocircuito del femminismo e il patriarcato in camicia bianca
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).

Forse le donne di sinistra sono già in assetto pre-elettorale

L’unica ad avere rotto il silenzio è Selvaggia Lucarelli. Dall’alto di Vale tutto, la sua newsletter su Substack, una delle più lette del mondo, ha vivisezionato puntigliosamente il caso Ranucci anche sotto il profilo delle avventure amorose, evidenziandone la multiforme scorrettezza, tanto da guadagnarsi un grossolano attacco pubblico da parte del giornalista («Siamo al punto che perfino Selvaggia Lucarelli mi imputa rapporti spregiudicati: sarebbe interessante citare i suoi»). «So che sto facendo un favore alla destra», avvertiva Lucarelli nel suo articolo, «ma voglio essere intellettualmente onesta». Ecco, appunto. In Italia essere intellettualmente onesti è un lusso che ben pochi possono concedersi, specie a una manciata di mesi dalle elezioni. E anche le donne di sinistra devono essere già in assetto pre-elettorale, «il nemico del mio nemico è mio amico, fosse anche un predatore narcisista con tendenze mitomani e privo del senso del ridicolo».

Mps, la decisione del cda sulle offerte di scambio su Bpm e Banca Generali

Il cda di Monte dei Paschi di Siena, dopo oltre sette ore, ha approvato il piano sottoposto dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio di promuovere due offerte di scambio separate su Banco Bpm e Banca Generali, nel tentativo di costruire un’alternativa all’offerta lanciata a giugno su Rocca Salimbeni da Intesa Sanpaolo. E dunque di evitare il piano che prevede lo smembramento e la divisione di Mps tra Intesa Sanpaolo e Unipol/Bper.

Mps, la decisione del cda sulle offerte di scambio su Bpm e Banca Generali
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Hanno detto sì nove consiglieri su 13, quattro gli astenuti

La proposta di Lovaglio sarebbe stata approvata con nove voti su 13, oltre a quattro astensioni da parte dei consiglieri espressi dalle liste di minoranza. Mps si prepara dunque a lanciare due offerte – da pagare in proprie azioni – con l’obiettivo di creare il terzo polo nel credito nazionale, con una capitalizzazione vicina ai 70 miliardi di euro. Nel caso di Banca Generali si profila un’offerta in cui entrerebbe in gioco la quota del 13,2 per cento del Leone di Trieste detenuta da Mps attraverso Mediobanca. La doppia operazione renderebbe i francesi di Crédit Agricole (che detiene il 29,3 per cento di Banco Bpm) e Generali tra i principali azionisti del nuovo polo. Il piano d Lovaglio prevederebbe inoltre l’ipotesi della distribuzione di un dividendo straordinario agli azionisti di Siena, per invogliarli a rinunciare all’opas di Intesa Sanpaolo.

Mps, la decisione del cda sulle offerte di scambio su Bpm e Banca Generali
Intesa Sanpaolo (Imagoeconomica).

Palermo, bambina di quattro anni muore per difterite: i genitori sono no vax

Una bambina di quattro anni è morta all’ospedale Civico di Palermo per difterite. La piccola non era stata vaccinata subito dopo la nascita per volontà dei genitori. Il padre e la madre erano convinti, hanno raccontato i medici, che l’autismo di un loro cugino fosse dipeso dal vaccino trivalente. Come ha spiegato a Repubblica Domenico Cipolla, direttore sanitario dell’Arnas Civico, si tratta del primo caso di morte per difterite negli ultimi 10 anni: «L’ultimo in Europa era stato accertato quattro anni fa in un villaggio no vax della Spagna». La Procura palermitana ha aperto un’inchiesta.

Che cos’è la difterite

Come si legge sul sito del Ministero della Salute, la difterite è una malattia infettiva acuta, potenzialmente fatale, a notifica obbligatoria, che si contrae per via aerea. La tossina difterica, oltre a indurre necrosi tessutale locale, può diffondere attraverso il circolo sanguigno e raggiungere organi vitali causando gravi complicanze. Nella forma più classica e grave, la difterite si presenta come malattia respiratoria che si manifesta a livello delle vie aeree superiori (naso, faringe, laringe, trachea), caratterizzata dalla formazione di pseudomembrane che, aderendo alle mucose, ostruiscono il passaggio di aria e causano la morte del paziente per soffocamento. Nel caso della bambina di Palermo, i genitori l’avrebbero scambiata per una normale tonsillite. Rara nei Paesi industrializzati, la difterite è endemica in altre zone del mondo: in Italia dal 2000 sono stati segnalati sei casi.

Bergamo, misure di sicurezza eccezionali per Atalanta-Hapoel Tel Aviv

Sono state messe in campo misure di sicurezza eccezionali a Bergamo, dove alle 20:30 di giovedì 20 agosto 2026, presso la New Balance Arena, l’Atalanta si scontrerà con l’Hapoel Tel Aviv nella partita di andata delle qualificazioni di Conference League. Secondo quanto riporta il Corriere, saranno schierati 350 agenti (anche se i numeri non sono ufficiali). Il ministero dell’Interno ha poi concesso che arrivino rinforzi anche da altre città, l’utilizzo di un elicottero e di apparecchiature anti drone. L’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac) ha inoltre emesso un Notam (Notice to air mission), cioè un avviso speciale ai piloti che prevede il divieto di sorvolo sopra lo stadio a ogni tipo di velivolo, compresi i droni. Il divieto è iniziato già nel pomeriggio di mercoledì 19 agosto e resterà valido fino a quando lo stadio non sarà vuoto.

Controlli più rigidi agli ingressi dello stadio

Oltre alla consueta ordinanza contro la vendita di alcolici, il comune ne ha emesse altre. Una riguarda il divieto di sosta, con rimozione forzata, su tutte le vie attorno allo stadio. Un’altra ordina la chiusura dalle ore 17.00 di viale Giulio Cesare da piazzale Oberdan e di via Lazzaretto nel tratto compreso tra via Crescenzi e via Baioni (tutte vie vicine allo stadio), per evitare che la tifoseria locale e quella ospite entrino in contatto e per garantire corridoi d’uscita liberi da auto. Più rigidità anche per entrare allo stadio. La questura ha chiesto all’Atalanta di aumentare il numero degli assistenti agli ingressi e i controlli anche su striscioni e bandiere, comprese quelle della Palestina, che sono state vietate. I cancelli apriranno alle 18.30, due ore prima dell’inizio.

Malumori leghisti pure per il Gran Premio di Monza: le pillole del giorno

«Ma quale Pontida, qua a settembre pensiamo tutti a Monza, alla Formula 1», commentano a denti stretti i leghisti incalzati sulla crisi del partito e del segretario Matteo Salvini. Visto che il pratone caro a Umberto Bossi quest’anno potrebbe trasformarsi in una conta tra i fedelissimi del capo e i riottosi nordisti, meglio pensare alle gioie dei motori. Gioie per modo di dire, però. Come riporta Monza Today, infatti, nella città natale del “nostalgico sognante” Massimiliano Romeo, i lumbard masticano amaro. La segretaria cittadina Roberta Gremignani, ex campionessa di rally, ha criticato duramente il Monza fuori Gp, una sorta di Fuori Salone che accompagna la gara, a causa della drastica limitazione dei dehor dei locali nel centro storico. Ma oltre il danno – con i commercianti «in ginocchio» – c’è pure la beffa: la tradizionale conferenza stampa di presentazione della gran premio il primo settembre non si terrà come sempre all’autodromo ma a Milano. Dove? Nella sede Aci, cioè a “casa” di Geronimo La Russa. Un affronto doppiamente insopportabile, perché arrivato da un alleato. Sullo “scippo” è intervenuta con un video sui social pure Martina Sassoli consigliera regionale e comunale di Noi Moderati di cui è pure vice-coordinatrice lombarda. «Mi aspetto che tra un po’ non ci sarà più la Monaca di Monza, ma quella di Brera o di Isola», commenta sarcastica. «Con l’organizzazione della storica conferenza di presentazione non più nella sala stampa dell’Autodromo, ma a Milano nella sede dell’Aci, Monza decide di abdicare al proprio ruolo centrale anche per il suo Gran Premio. Dimostrazione della debolezza del sindaco Pilotto, che decide di non essere primo cittadino ma gregario. Dispiace, un po’ alla volta stiamo perdendo la nostra monzesità». Sassoli si complimenta con La Russa jr che l’ha spuntata: «Probabilmente con una guida di centrodestra della città di Monza, non sarebbe stato questo l’epilogo».

Con queste tensioni, qualcuno tra i leghisti andrà a caccia di inviti per il Gp per vie alternative, pur di non chiedere il pass per il settore autorità a La Russa jr. «Che poi ci si mette a parlare di politica, e con quello che sta succedendo adesso nella Lega è meglio di no», si sibila. «In questo clima di sospetto, basta un niente per essere accusati di voler cambiare casacca e passare a Fratelli d’Italia». Meglio andare a chiedere un posto in tribuna vip agli sponsor, non c’è dubbio.

Mulè e Antonello da Messina

Voleva portare l’Ecce Homo di Antonello da Messina in Sicilia: Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei Deputati, aveva avuto una buona idea, chiedendo di riportare l’opera acquistata dallo Stato sull’Isola, ma l’incredibile furto avvenuto a Messina ha congelato la proposta. Il colpo, per il forzista, è stato pesante: «Ho aspettato alcuni giorni per intervenire sul caso dei capolavori di Antonello da Messina rubati dal Museo regionale della città dello Stretto come si fa quando bisogna elaborare un lutto. Il furto delle opere del genio siciliano corrisponde, infatti, per quanto mi riguarda ad aver perso una persona cara. L’amore verso Antonello mi aveva spinto, solo un paio di mesi fa, a sollecitare e ottenere dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che l’Ecce Homo ospitato nel museo dell’Aquila dopo essere stato acquistato meritoriamente dallo Stato Italiano venisse trasferito a Palermo per trovare posto accanto all’Annunciata di Antonello», ha scritto sui social Mulè. Meglio lasciare l’opera a L’Aquila, al momento.

Anche la Finlandia è pronta a rimandare in Italia i “dublinanti”

Dopo Germania, Svizzera e Austria, anche la Finlandia si prepara a rimandare in Italia i “dublinanti”, ovvero i migranti che non sono di sua competenza: il ministero dell’Interno di Helsinki ha fatto sapere che «i trasferimenti sulla base del nuovo Patto Ue per l’asilo sono attualmente in fase di preparazione». Si allunga così la lista dei Paesi che intendono riprendere i trasferimenti dei richiedenti asilo che, secondo le regole Ue, devono essere presi in carico dall’Italia. Dal 5 dicembre 2022 – data della circolare del Viminale che ha bloccato i rientri – al 31 dicembre 2025 sono state in tutto 80 mila le richieste all’Italia di presa in carico dei cosiddetti “dublinanti”. Domande che sono state perlopiù inevase.

Cosa si intende per “dublinanti”

Il termine “dublinanti” identifica i richiedenti asilo che, dopo avere presentato domanda di protezione nel primo Stato in cui sono stati identificati si spostano in un altro Paese. Il Regolamento di Dublino II del 2003 prevede che i migranti debbano essere riportati nello Stato in cui sono stati identificati la prima volta e a cui spetta la gestione della domanda. Nel 2025 l’Italia è risultata il Paese europeo destinatario del maggior numero di richieste di trasferimento.

San Paolo camerata, sacerdoti contro Vannacci: «Rispetti le Sacre scritture»

11 sacerdoti italiani hanno scritto una lettera contro Roberto Vannacci che aveva etichettato San Paolo come “camerata”, chiedendogli di non piegare l’apostolo a logiche totalitarie e portare più rispetto per la storia della Chiesa. Le Sacre scritture, sostengono, non devono prestarsi ad alcun manifesto politico. Il leader di Futuro nazionale, ricordano, aveva definito l’apostolo Paolo come un camerata richiamando «un fantomatico principio economico paolino che troverebbe fondamento sulle parole dell’apostolo delle genti “chi non vuol lavorare neppure mangi” per giustificare l’abolizione o il forte ridimensionamento dei sussidi sociali».

Il testo della lettera

«Egregio generale Vannacci», si legge nella lettera , «Le scriviamo come sacerdoti, quotidianamente impegnati a servire il Vangelo, per esprimere il nostro profondo dissenso e sconcerto di fronte alle sue recenti dichiarazioni». «Orbene, – scrivono – associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte – per di più all’interno del programma di una fazione politica – rappresenta una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede. Si tratta di una lettura anacronistica che nega la natura profonda della missione dell’apostolo». «Come sacerdoti – aggiungono – non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale, né di vederli accostati a slogan di partito pronunciati nelle aule delle istituzioni. La figura di San Paolo appartiene a tutti ed è un patrimonio di salvezza universale che scuote le coscienze, non un simbolo da piegare alle retoriche di parte». Di qui l’invito a «rispettare la sacralità delle Scritture e la storia della Chiesa, ricordando le parole stesse dell’apostolo: “Nessuno cerchi il proprio interesse, ma ciascuno quello degli altri”. Le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico».

Mps, nel piano di Lovaglio anche una supercedola per i soci

in corso a Siena il consiglio di amministrazione di Mps chiamato ad analizzare le opzioni strategiche messe a punto dal ceo Luigi Lovaglio e dagli advisor della banca (Ubs, Goldman Sachs, Kbw e Vitale) per trovare un’alternativa all’opas da 30,6 miliardi di euro di Intesa Sanpaolo. Come filtra da ambienti finanziari, oltre alla doppia offerta su Banco Bpm e Banca Generali – nel secondo caso potrebbe entrare in gioco la quota del 13,2 per cento di Generali detenuta da Mps attraverso Mediobanca – c’è anche l’ipotesi della distribuzione di un dividendo straordinario agli azionisti del Monte.

L’accusa della giornalista Angela Camuso: avance da Ranucci in occasione di un colloquio

Non c’è pace per Sigfrido Ranucci. La giornalista e scrittrice Angela Camuso – che lavora per Fuori dal coro e collabora con La Verità – ha raccontato a Il Tempo di aver ricevuto da parte del conduttore di Report messaggi vocali e scritti che avrebbero oltrepassato i confini di un rapporto esclusivamente professionale: sarebbe successo tra il 2018 e il 2019, quando aveva cercato di entrare nella squadra della trasmissione di Rai 3, proponendosi come inviata e presentando idee per possibili servizi. Camuso

Camuso: «Da Ranucci abuso di potere»

La denuncia di Camuso è avvenuta tramite una lettera inviata al quotidiano romano e indirizzata, nei fatti, a Ranucci, al quale si rivolge direttamente. «Credo che se sei il conduttore di Report non puoi permetterti di fare delle avance a una bella giornalista venuta nel tuo ufficio in cerca di lavoro. Non lo puoi fare, perché quella giornalista tu non l’hai mica incontrata casualmente, chessò, in un locale notturno o a una festa. L’hai ricevuta nel tuo ufficio alla sede Rai di via Teulada e lei ti ha contattato inviandoti il curriculum, non foto provocanti o altro per sedurti», scrive Camuso: «Si chiama abuso di potere. Si chiama approfittarsi del proprio ruolo. Si chiama, Sigfrido, sfruttare i sogni». Nella lettera Camuso ricostruisce i vari passaggi: «In risposta ai miei messaggi in cui mi proponevo come inviata hai mandato un vocale di complimenti sul mio fisico, commentando la foto del mio profilo WhatsApp, per dirmi che ero in grande forma». E poi: «Non ero esattamente l’Olgettina di turno ma a te, Sigfrido, evidentemente, delle mie qualità professionali non importava. Avevi un ruolo e l’hai sfruttato per altri scopi. Hai chiuso il tuo vocale mandandomi un bacio con voce languida e io feci finta di niente». All’epoca Camuso aveva già collaborato con diverse testate e lavorato con Milena Gabanelli per Reportime su Corriere.it.

L’accusa della giornalista Angela Camuso: avance da Ranucci in occasione di un colloquio
Sigfrido Ranucci (Ansa).

Dopo questo primo approccio, avvenuto a dicembre del 2018, i due si sarebbero incontrati il 9 febbraio 2019 in via Teulada: «La sera, il riscontro del colloquio fu un tuo messaggio in cui mi chiedevi come stavo. Alle 21:30. Scrivevi quindi che avevo gli occhi luminosi e altre cose stupide, per me inutili, tipo che ero l’unica cosa bella che avevi visto quel giorno». Dopo un ultimo messaggio del 23 febbraio 2019, nel quale Ranucci le avrebbe proposto di vedersi «a sera inoltrata», cosa che poi non si era concretizzata, i rapporti tra i due giornalisti – spiega Camuso – erano tornati «sul piano lavorativo, cordiali». A distanza di anni, però, è arrivata la lettera a Il Tempo: «Speravo che tu, Sigfrido, fossi diverso. Invece hai seguito le tue voglie, calpestando i sogni».

Montaruli (FdI): «Fatto gravissimo»

Dopo la pubblicazione della lettera di Camuso sono arrivate le prime reazioni. «Il caso delle pesanti denunce mosse contro Ranucci, pubblicate oggi da Il Tempo, per avances non richieste durante un colloquio di lavoro, è gravissimo. Purtroppo, dobbiamo rilevare che non si tratta di un episodio isolato», ha dichiarato la deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli, vicepresidente della Commissione Vigilanza Rai: «Siamo di fronte all’ennesima ombra su colui che si è sempre posto come un baluardo dell’etica del Servizio Pubblico. Mi chiedo se la sinistra e i collettivi femministi continueranno a voltarsi dall’altra parte».

Dalla Corea del Nord possibile missile balistico verso il Mar del Giappone

La Corea del Nord ha effettuato il lancio di un oggetto che potrebbe essere un missile balistico verso il Mare del Giappone. L’hanno riportato sia l’ufficio del primo ministro giapponese Sanae Takaichi sia il ministero degli Esteri. La premier ha sottolineato che il governo è impegnato nella raccolta e nell’analisi delle informazioni, nel garantire la sicurezza di aerei e navi e nell’adottare misure di sicurezza nell’eventualità di situazioni impreviste. I fatti arrivano a pochi giorni dall’annuncio da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguardo a un suo incontro con il leader di Pyongyang, Kim Jong Un, entro la fine dell’anno. Il tycoon ha ribadito di avere «una buona relazione» con il leader nordcoreano, in nome della quale ha anche ordinato al Pentagono di ridurre la scala delle esercitazioni congiunte Usa-Corea Del Sud.

La benzina torna sopra i 2 euro anche sulla rete stradale

La benzina è tornata sopra quota 2 euro al litro anche sulla rete stradale. È quanto si legge su Osservaprezzi carburanti, il sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy che permette di consultare in tempo reale i prezzi dei carburanti praticati presso gli impianti di distribuzione situati nel territorio nazionale, come comunicati dagli esercenti.

Il prezzo medio “self service”: 2,002 euro al litro

Il prezzo medio self service lungo la rete stradale nazionale sale a 2,002 euro al litro per la benzina (ieri era 1,997) e a 2,116 euro al litro per il gasolio (ieri 2,107). Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self service è di 2,077 euro al litro per la benzina (ieri 2,074) e 2,186 per il gasolio (ieri 2,178). E dalla prossima settimana, a meno di nuove misure varate dal governo, non ci sarà nemmeno più il sollievo del taglio delle accise.

Gli Stati Uniti e la rotta segreta per trasportare petrolio attraverso Hormuz

Secondo quanto riportato da Axios, che cita due funzionari statunitensi, l’esercito americano avrebbe segretamente creato un corridoio di navigazione nello stretto di Hormuz, attraverso la rotta meridionale lungo la costa dell’Oman. Attivo da diverse settimane, consentirebbe a 15-20 petroliere di entrare e uscire ogni notte da Hormuz, per un trasporto quotidiano di circa 10 milioni di barili di greggio: più o meno la metà del volume precedente alla guerra tra Stati Uniti e Iran. «Controlliamo la parte meridionale dello stretto ormai da due mesi ormai. I pasdaran potranno anche essere una seccatura, ma non controllano Hormuz», ha detto una delle fonti di Axios.

Come si svolge il trasferimento di petrolio lungo la rotta segreta

La task force che sovrintende alle operazioni, scrive Axios, ha sede nella Carolina del Nord. E da coordina le proprie azioni con i partner regionali: ogni giorno viene compilato un elenco delle navi in uscita dal Golfo Persico, così come uno delle petroliere vuote in arrivo dal Mar Arabico per caricare greggio. Le imbarcazioni, spiegano le fonti di Axios, viaggiano in fila indiana per un periodo di tempo prestabilito, protette da aerei da combattimento americani. Già nei giorni scorsi Bloomberg aveva riportato che i Paesi esportatori del Medio Oriente avevano istituito canali di trasporto segreti attraverso lo stretto di Hormuz, tramite navi con i transponder spenti e il successivo trasferimento del greggio su altre petroliere in attesa nel Golfo dell’Oman.

Raid russo notturno su Kyiv: almeno 13 morti e 40 feriti

Nuovo massiccio attacco russo su Kyiv. Nella notte tra mercoledì 19 e giovedì 20 agosto 2026 Mosca ha colpito la capitale ucraina con missili balistici, missili da crociera e droni, causando un bilancio di 13 morti e 40 feriti secondo quanto riportato dal presidente Volodymyr Zelensky. Danni, oltre che nella regione di Kyiv, anche in quelle di Odessa e Chernihiv. «Nella capitale sono stati danneggiati edifici residenziali, tra cui un grattacielo i cui piani superiori sono stati distrutti, oltre a un ospedale pediatrico e una scuola», ha scritto Zelensky su X. Il sindaco della città ha confermato che i piani alti di un condominio di nove piani sono crollati e hanno preso fuoco. Alcune zone dei quartieri di Sviatoshynsky e Solomyansky sono rimaste senza elettricità. «Nella regione di Odessa il nemico ha effettuato un attacco con droni contro un valico di frontiera con la Moldavia. Nella regione di Chernihiv, ha preso di mira le infrastrutture del gas», ha aggiunto Zelensky.

Allerta anche in Polonia e Romania

Gli attacchi su Kyiv hanno provocato reazioni di sicurezza anche negli Stati membri della Nato confinanti. Il comando militare polacco ha dichiarato di aver mobilitato velivoli e attivato le difese aeree per proteggere lo spazio aereo del Paese, in particolare nelle aree al confine con l’Ucraina. Il ministero della Difesa rumeno ha affermato che i sistemi radar hanno rilevato bersagli aerei vicino al confine ucraino durante la notte, provocando il decollo di due caccia spagnoli impegnati in missioni Nato e di un elicottero dell’aeronautica rumena. Il ministero ha aggiunto che un drone è entrato nello spazio aereo rumeno vicino a Galati prima di schiantarsi in una zona disabitata nella contea di Tulcea.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti

La crisi del salvinismo e della Lega è l’argomento politico dell’estate. In molti, fuori e dentro il partito, raccontano e cercano di capire le ragioni dello scontro tra ‘nordisti’ e ‘lealisti’, mai così aspro finora. Da una parte ci sono il vecchio partito, i governatori attuali ed ex – Attilio Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti – insieme alla Lega lombarda e alle segreterie storicamente più rappresentative vale a dire Bergamo, Brescia e Varese. Dall’altra, il nuovo corso, inaugurato da Matteo Salvini nel 2013, partito più ‘leggero’, nazionalista e sovranista, composto in larga parte da fedelissimi al capo.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Lo spartiacque della morte del Senatur

Ma quel che nessuno sottolinea è che questa crisi profonda si consuma a pochi mesi dalla morte di Umberto Bossi, scomparso il 19 marzo scorso. Un po’ come se si fosse creato uno spartiacque: c’è un ‘prima di Bossi’ e un ‘dopo Bossi’. Come se con la morte del fondatore non avessero più retto gli argini. Nella prima estate dell’era d.B (dopo Bossi, appunto) la Lega si è rotta. Si è sfaldata come in quelle famiglie in cui, morto il nonno, improvvisamente saltano psicologicamente tutti i freni, con i cugini che litigano per l’eredità e smettono di parlarsi. Non che il Senatur negli ultimi anni della sua vita godesse di una vera considerazione. Dopo le dimissioni della primavera del 2012, Bossi è stato bistrattato dal partito. Sostanzialmente perdonato dai militanti per gli scandali sui fondi irregolari, il vecchio capo è stato evocato e usato quando faceva comodo, mentre Salvini non gli ha mai perdonato di essersi candidato contro di lui alle primarie del 2013 (che peraltro vinse, 82 per cento contro il 18).

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Matteo Salvini e Umberto Bossi nel 2013 (Imagoeconomica).

Dalla Lega a due teste a partito schizoide

Un tempo formazione leninista, come amava definirla Roberto Maroni per la ferrea gerarchia, da tempo nella Lega convivono due partiti. Il congresso federale dell’anno scorso a Firenze lo ha reso plastico, come L43 fece notare. Nella prima parte dell’assise si erano concentrati gli interventi dei fedelissimi che avevano chiesto a Salvini di tornare al Viminale; nella seconda parte, i governatori e i ministri non avevano minimante accennato alla questione. Ecco, la Lega dei primi mesi d.B non è più a due teste. La Lega post Bossi ha tendenze schizoidi.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Roberto Maroni e Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Salvini chiuso nel bunker mentre i big tentennano

Salvini si è chiuso nel bunker con qualche fedelissimo e non molla la segreteria, resistendo alla discesa nei sondaggi, e agli errori inanellati uno dietro l’altro a partire dal Papeete del 2019. Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli cercano di sopravvivere a questa stagione come sono sopravvissuti a tutte quelle precedenti senza dare un reale contributo da ‘saggi’ quali potrebbero essere. Luca Zaia continua a rinviare ogni decisione sul suo futuro, incollato alla sua comfort zone veneta, e senza alcuna voglia di farsi in quattro per salvare il partito. Ciclicamente si ‘risveglia’ e propone una reazione. Ma alla fine il risultato è sempre lo stesso: lanciare il sasso e tirare indietro la mano. Lo sanno bene i militanti bresciani che avevano cominciato a raccogliere le firme per farlo diventare segretario: un’iniziativa mai decollata perché l’ex doge si è nuovamente tirato indietro.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Romeo pensa al suo sogno, Molinari non tocca palla

Poi c’è Fontana, l’Attilio da Varese, storico amico di Bobo Maroni. Quando era sindaco girava la città giardino in Porsche, e continua a comportarsi da ricco avvocato. Visto che non ha nulla da perdere, è l’unico che ora riporta senza peli sulla lingua quel che sente dire a ogni festa di partito: Salvini ha stufato. E i capigruppo al Senato e alla Camera? Massimiliano Romeo conosce Salvini da una vita (è stato prima di lui fidanzato con Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana e, appunto, ex di Salvini). È uno dei pochi che ha il coraggio di dire le cose in faccia al segretario. Ma si mormora che non pensi ad altro che a realizzare il suo sogno: diventare governatore lombardo. Ha anche accelerato la pubblicazione di un libro sulla Lega, pubblicizzato da un video in cui chiede un ritorno al ‘celodurismo’ con un vistoso Rolex al polso.

Riccardo Molinari invece sembra affetto dalla sindrome di Stoccolma. Prigioniero di Salvini, che a taccuini chiusi critica da anni, è l’unico dirigente che in questa fase non riesce a toccare palla.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).

Lorenzo Fontana difende il capo ma punta su Stefani

Chi, seppur solitamente silente, questa volta si è sbilanciato è il presidente della Camera Lorenzo Fontana che ha chiesto più rispetto per il segretario. Ma a chi lo incontra privatamente, Fontana confida che Matteo dovrebbe farsi da parte. Quando vivi nel disordine da troppo tempo, è il ragionamento che fa in privato, poi ne subisci le conseguenze. Sarebbe ora di fare spazio ai giovani, afferma spesso Fontana.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

E nella mente del presidente della Camera c’è un nome in particolare: Alberto Stefani da Borgoricco, sua creatura che vorrebbe a tutti i costi come segretario federale. Veniamo poi a Claudio Durigon. Lo scorso giugno ha tentato di portare a termine una difficile trattativa tra Zaia e Salvini. Il testo dell’accordo che avrebbe dovuto dar vita a una formazione nordista è stato stracciato dal segretario. E ora il vicesegretario si trova a criticare gli stessi (Zaia & Co) che cercava di coinvolgere.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Alberto Stefani (Imagoeconomica).

La comunicazione e la “fabbrica del retroscena”

L’altro capitolo riguarda la comunicazione del partito: la nuova gestione, guidata da Davide Vecchi e Cristiano Bosco, è finita nel mirino dei critici per i troppi errori (scivoloni sui provvedimenti approvati e sulla morte di Franco Baresi quando era ancora vivo). Negli ultimi giorni si è arrivato addirittura alla fabbrica del retroscena. È stato chiesto ad alcuni fedelissimi di intervenire in difesa del segretario nella chat usata per le comunicazioni di servizio del consiglio federale. Nessuno dei componenti nordisti è intervenuto, ma lo staff di Salvini ha screenshottato gli interventi costruiti ad hoc girandoli alla stampa. E alcune testate sono cadute nel tranello riportando queste frasi come se fossero un retroscena vero, non un’operazione architettata appositamente. Una mossa che non ha portato a molto mentre il caos aumenta a mano a mano che ci si avvicina alla scadenza del raduno di Pontida. E aumentano anche i nervosismi di Salvini e le pretese sull’operato del governo. Mentre i nordisti rassicurano sulla tenuta dell’esecutivo. Anche se la nuova legge elettorale non piace, per esempio, assicurano che la voteranno perché fedeli ai patti di coalizione. Insomma tanta confusione e nessuna direzione.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Davide Vecchi (Imagoeconomica).

Trump annuncia una «guerra economica contro l’Iran» e minaccia chi aiuta Teheran

Nuova mossa di Donald Trump: alla ricerca di una via d’uscita dal pantano dello stretto di Hormuz, il presidente Usa ha annunciato una «guerra economica» e un «isolamento senza precedenti» contro l’Iran, minacciando «conseguenze tremende» per qualsiasi Paese che aiuti o faccia affari con la Repubblica Islamica. L’annuncio di Trump è arrivato dopo giorni in cui si sono rincorse voci di nuove durissime sanzioni contro Teheran.

Trump annuncia una «guerra economica contro l’Iran» e minaccia chi aiuta Teheran
Il post di Donald Trump su Truth.

«Nessuno ha offerto alla Repubblica Islamica dell’Iran un’opportunità migliore della mia per raggiungere un accordo. Tragicamente per loro, non l’hanno colta. Pertanto, oggi annuncio l’operazione economica più devastante mai intrapresa contro un Paese! Si tratterà di una guerra economica e di un isolamento senza precedenti», ha scritto Trump su Truth. Il presidente Usa ha poi aggiunto: «Qualsiasi Paese che consentirà alle proprie istituzioni finanziarie, imprese, aeroporti o enti governativi di offrire all’Iran un’ancora di salvezza dovrà affrontare a sua volta conseguenze economiche tremende». Trump non ha citato alcun Paese alleato dell’Iran, ma il riferimento è ad altri due storici rivali degli Stati Uniti: Russia e Cina, che hanno consentito a Teheran di aggirare le misure occidentali tramite contrabbando di petrolio, trasferimenti di denaro e società di facciata. «Sapete bene chi siete. Sarà un “D-Day economico” e abbiamo bisogno che tutti i nostri alleati si schierino al fianco degli Stati Uniti per isolare e sconfiggere la minaccia rappresentata dall’Iran», ha scritto The Donald.

Trump annuncia una «guerra economica contro l’Iran» e minaccia chi aiuta Teheran
Donald Trump e Scott Bessent (Ansa).

Tra le ipotesi l’introduzione di sanzioni di secondo grado

Non è ancora chiaro cosa abbia di preciso in mente Trump: negli ultimi mesi il segretario al Tesoro Scott Bessent ha infatti già varato misure volte a colpire valuta, società di comodo e intermediari che aiutano i pasdaran. Tra le ipotesi ci sono il blocco terrestre delle merci e la stretta sulle raffinerie indipendenti cinesi, così come l’introduzione di sanzioni di secondo grado, destinate a colpire soggetti e aziende di paesi Terzi che effettuano transazioni commerciali o finanziarie con stati, entità o individui già sottoposti a misure restrittive. In questo caso verrebbero interessate soprattutto banche e aziende cinesi.

Il fondatore di Evergrande è stato condannato all’ergastolo

Xu Jiayin, fondatore del colosso immobiliare cinese Evergrande, è stato condannato all’ergastolo da un tribunale cinese per una serie di reati finanziari. L’ha riferito la China central television, secondo cui il Gruppo è stato multato per 8,82 miliardi di yuan (circa 1,3 miliardi di dollari), mentre Evergrande Real Estate dovrà pagare una multa di 7 miliardi di yuan. In totale circa 2,35 miliardi di dollari.
Per Jiayin il tribunale intermedio di Shenzhen ha disposto, oltre all’ergastolo, la revoca a vita dei diritti politici e la confisca di tutti i suoi beni personali.

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?

Luigi Lovaglio gioca come se avesse in mano un asso. O almeno come se fosse convinto di averlo. E così, dopo aver spiegato una decina di giorni fa al cda di Mps che all’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) di Intesa non esisteva una vera alternativa, adesso l’ad del Montepaschi, uomo solo al comando, ne avrebbe trovate addirittura due che potrebbe presentare al cda convocato giovedì 20 agosto. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Luigi Lovaglio con Carlo Messina (Imagoeconomica).

L’ipotesi di doppia Ops su Bpm e Banca Generali

Quando al tavolo non sai più se rilanciare o passare, qualche volta la soluzione è cercare di rovesciarlo con una doppietta. La prima mossa avrebbe il sapore della vendetta. Un’Ops su Bpm, la banca dell’ex amico Giuseppe Castagna, quello che prima lo aveva corteggiato con quella che venne definita una «bella lettera d’amore» in cui proponeva il matrimonio tra i due istituti, e poi lo aveva lasciato al suo destino adducendo la contrarietà del Crédit Agricole, il suo azionista di riferimento. La seconda invece è su Banca Generali. Esattamente ciò che voleva fare Alberto Nagel quando Mediobanca era sotto l’attacco di Mps. Una nemesi quasi perfetta, se non fosse che rischia di assomigliare anche alla dimostrazione che Lovaglio, come Nagel prima di lui, sta cercando di sparare l’ultima cartuccia in un caricatore oramai vuoto. Che l’assalto a Bpm possa riuscire è ipotesi alquanto improbabile, specie pensando che Agricole difficilmente stenderebbe il tappeto rosso senza averci un forte tornaconto. Lato Siena ci sono anche le perplessità che attraversano il stesso consiglio di amministrazione, e poi c’è da fare i con la passivity rule, la regola che impedisce alla società sotto Opas di mettere in campo mosse capaci di ostacolare l’offerta senza passare per la delibera dell’assemblea degli azionisti, a maggioranza qualificata in caso di modifiche al capitale. Solo che Lovaglio, secondo chi conosce il dossier, sarebbe pronto a sostenere che nel suo caso la passivity rule non si applica, dicendosi pronto ad andare in causa per dimostrarlo. Una strada resa ancora più delicata dal fatto che sulla vicenda c’è anche l’attenzione della Procura che nel novembre scorso lo ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di concerto nella vendita di azioni Mps in mano al Mef. Insomma, la partita che fino a ieri sembrava soprattutto finanziaria rischia di diventare anche giudiziaria. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il cda del Monte viaggia a ranghi ridotti

Il paradosso è che Lovaglio prepara le sue contromosse mentre il cda di Mps viaggia ancora a ranghi ridotti. Dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il consiglio è rimasto con 13 membri anziché 15. Quattro consiglieri di minoranza hanno chiesto di reintegrarlo immediatamente attraverso la cooptazione di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro, primi due non eletti della lista del cda. La banca sostiene che la procedura stia seguendo l’iter richiesto dalla Bce. Resta il fatto politico e societario: mentre si ragiona di Ops, contro-Ops e operazioni capaci di ridisegnare gli equilibri del sistema bancario italiano, due sedie del consiglio continuano a essere vuote. E sono proprio due sedie che spetterebbero alla minoranza. Un dettaglio soltanto in apparenza, perché quando si progettano operazioni destinate a cambiare la fisionomia di una banca, la composizione dell’organo chiamato a valutarle diventa parte della sostanza. Soprattutto se attorno al tavolo non regna esattamente l’unanimità. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
La sede del Monte dei Paschi di Siena (Getty Images).

Il jolly di Trieste

Lovaglio però sembra non avere più molto da perdere. E forse proprio per questo continua a comportarsi come l’uomo delle missioni impossibili. È pronto a giocarsi tutto, compreso il patrimonio della banca. Sul tavolo potrebbe finire infatti anche la partecipazione in Generali, ceduta in tutto o in parte per trovare le risorse necessarie a distribuire un dividendo straordinario agli azionisti e rendere meno appetibile l’Opas di Intesa. Solo che quel pacchetto del 13 per cento è nella disponibilità di Mediobanca, visto che la fusione tra Rocca Salimbeni e Piazzetta Cuccia s’ha ancora da fare. Naturalmente, come auspicano anche molti esponenti del governo scottati a suo tempo dall’accusa di tifare per Siena, l’ultima parola dovrebbe averla il mercato. Il condizionale però in questa storia è d’obbligo. Perché un conto è difendere l’autonomia di una banca, un altro è trasformare quella difesa nella battaglia personale di chi la guida. E quando per salvare la casa si cominciano a vendere i mobili di pregio, qualche domanda sul prezzo finale dell’operazione diventa inevitabile. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Imagoeconomica).

Il Pd dimentica il costo della «senesità» del Monte

Ma Lovaglio non ha cercato sponde soltanto nella finanza. Ha bussato anche alla politica. E qui il risultato più sorprendente lo ha ottenuto con il Pd, che per bocca del suo responsabile economico Antonio Misiani è arrivato a invocare il mantenimento della «senesità» del Monte. Una conversione che avrebbe qualcosa di commovente se la memoria non fosse una bestia così fastidiosa.  Perché fu proprio negli anni in cui la sinistra esercitava un controllo ferreo sulla banca che Mps si imbarcò nell’acquisizione di Antonveneta, l’operazione destinata a diventare il simbolo della sua rovina. Un’avventura pagata a carissimo prezzo, che contribuì a trascinare il Monte verso una crisi dalla quale sarebbe stato difficilissimo uscire senza l’intervento dello Stato e quindi dei contribuenti. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Antonio Misiani (Imagoeconomica).

Così oggi il partito che vide la banca precipitare quando la «senesità» era garantita soprattutto dalla presa della politica sul Monte riscopre proprio quella senesità come valore da difendere. Lovaglio è riuscito nel piccolo miracolo di trasformare una delle pagine che il Pd senese avrebbe interesse a dimenticare nell’argomento con cui chiedere che tutto resti com’è. Ed è forse questo il bluff più riuscito dell’intera partita. Perché il punto non è stabilire se Siena debba perdere il Monte o se Mps debba necessariamente finire nelle mani di qualcun altro, ma è capire dove finisca la difesa della banca e dove cominci quella di chi la guida. E soprattutto perché, ogni volta che qualcuno pronuncia la parola «senesità», ci si dimentichi di chiedere quanto sia costata l’ultima volta che la politica decise di difenderla. Il poker ha una regola che vale anche quando sul tavolo ci sono miliardi: si può bluffare fino all’ultima carta. Il problema arriva quando qualcuno chiede di vederla. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Elicottero precipitato in Kenya: un italiano tra le sette vittime: chi è

C’è anche un cittadino italiano tra i sette turisti morti nello schianto di un elicottero in Kenya, avvenuto per cause ancora da accertare nella riserva nazionale del Samburu, nei pressi del monte Ololokwe. Si tratta del 44enne Michele Sensi Contugi, figlio di padre italiano e madre ecuadoriana. Nato in Italia, era un imprenditore molto noto in Ecuador (Paese di cui aveva la cittadinanza) ed era arrivato a far parte del governo guidato da Daniel Noboa: da gennaio del 2024 ricopriva la carica di presidente del Centro Nazionale di Intelligence. Sull’elicottero viaggiava anche la moglie Stephany Vasconez.

Anche l’Austria rimanda i migranti in Italia

Dopo Germania e Svizzera, anche l’Austria ha deciso di applicare il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo (Geas): in merito ai possibili trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia, il ministero dell’Interno di Vienna ha riferito che dal 12 giugno, utilizzando mezzi di trasporto pubblico, sono state trasferite nel nostro Paese già quattro persone. «Con il Patto sull’asilo c’è ora la possibilità che, in caso di collaborazione da parte dello straniero di cui è competente uno Stato membro dell’Unione europea, quest’ultimo possa recarsi nello Stato membro in questione con un mezzo di trasporto pubblico», ha spiegato il ministero: «Nella pratica, l’autorità mette quindi a disposizione della persona straniera un biglietto del treno o dell’autobus». E con queste modalità, appunto, quattro migranti sono stati trasferiti in Italia.

I precedenti annunci di Germania e Svizzera

Ieri un annuncio analogo era arrivato dalla Svizzera. Berna ha fatto sapere di aver prenotato i primi voli (niente treno o bus dunque) per i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo che si sono spostati sul territorio elvetico dopo essere sbarcati sulle nostre coste. Il rientro dalla Svizzera all’Italia dei cosiddetti “dublinanti”, ha spiegato la Segreteria di Stato della migrazione, riprenderà dalla fine di agosto. Il primo Paese ad annunciare la ripresa delle espulsioni in Italia dei richiedenti asilo sbarcati sulle coste della Penisola, nell’ambito del nuovo Patto Ue che ha modificato il precedente quadro normativo mantenendo però il principio della responsabilità dello Stato di primo arrivo, è stata la Germania. «Abbiamo chiuso accordi bilaterali con Italia e Grecia stabilendo che le norme di Dublino sarebbero state nuovamente applicate dall’entrata in vigore del sistema europeo comune di asilo a giugno 2026», ha spiegato il ministero dell’Interno.

L’IDF chiede un’inchiesta penale sulla morte di Hind Rajab

L’IDF ha annunciato di aver richiesto l’avvio un’indagine penale sulle centinaia di colpi di arma da fuoco sparati contro un veicolo della famiglia Hamada e un’ambulanza della Mezzaluna Rossa, che il 29 gennaio 2024 nella città di Gaza provocarono la morte di nove persone, tra cui la piccola Hind Rajab che era rimasta intrappolata in un’auto. L’episodio provoco un’ondata di indignazione internazionale dopo pubblicazione dell’audio della telefonata alla Mezzaluna Rossa in cui la bambina, di soli cinque anni, chiedeva disperatamente aiuto. Il film La voce di Hind Rajab, che racconta proprio questa vicenda, nel 2025 ha vinto il Leone d’argento a Venezia. Un’altra inchiesta è stata aperta sulla morte di 15 palestinesi, tra cui personale medico e un dipendente dell’Onu a Tel al-Sultan, avvenuta il 23 marzo 2025.

Tre episodi sono stati invece archiviati

L’esercito di Tel Aviv ha spiegato di aver completato le indagini su diversi «incidenti operativi eccezionali» di alto profilo avvenuti nella Striscia di Gaza e di aver preso «decisioni legali riguardo a cinque incidenti che hanno ricevuto ampia attenzione e copertura da parte dei media». Detto dei due che saranno oggetto di indagini penali, altri tre sono stati archiviati. Non scatterà alcuna inchiesta sul caso dell’uccisione di sette dipendenti della World Central Kitchen a Deir al-Balah, avvenuta il primo aprile 2024. Secondo l’esercito israeliano, «nonostante le gravi carenze nel processo che aveva portato alla valutazione secondo cui nei veicoli viaggiassero operatori di Hamas, le decisioni assunte dai comandanti non sollevano un ragionevole sospetto di condotta criminale». Nessun approfondimento poi su altri due attacchi, in cui sono morti quattro membri di Medici senza frontiere. Dall’inizio della guerra, il Meccanismo di accertamento e valutazione dello stato maggiore dell’IDF ha completato l’esame di circa 150 incidenti, trasmettendoli poi alla procura militare.