Webuild sale al 27,69 per cento del capitale di Trevi, l’ad Salini: «Solido progetto industriale»

Le grandi opere dei prossimi anni, dalle metropolitane alle dighe, dalle ferrovie ad alta velocità alle infrastrutture idriche ed energetiche, chiedono all’Italia di fare sistema. È la logica dell’operazione su Trevi, che Webuild ha rafforzato salendo al 27,69 per cento del capitale e diritti di voto, diventando il primo azionista della società cesenate davanti a Cdp Equity, che detiene il 21,3 per cento. Alla base c’è, ha spiegato l’amministratore delegato Alessandro Salini, un solido progetto industriale. «L’obiettivo è valorizzare Trevi, darle accesso a una piattaforma da 13,6 miliardi di ricavi e 54 miliardi di portafoglio ordini, far crescere l’occupazione in Italia e all’estero e costruire una soluzione integrata, più competitiva nelle grandi gare». L’idea è integrare le competenze di Trevi nelle fondazioni speciali con la scala, i mercati e la capacità realizzativa del Gruppo Webuild, per offrire una soluzione completa dove oggi le fasi di lavoro a maggior valore aggiunto sono spesso affidate anche a soggetti terzi. Le due realtà hanno peraltro già lavorato insieme su opere come la diga di Rogun in Tagikistan e la Linea C della metropolitana di Roma.

Il corrispettivo offerto agli azionisti sale a 5,165 euro per azione

Un progetto di lungo periodo che risponde alle attese dei territori, a partire da Cesena, su occupazione e sviluppo. Webuild ha infatti indicato l’obiettivo di far crescere l’occupazione, mantenendo la sede e l’identità di Trevi, a beneficio dei suoi lavoratori e della filiera. Sul progetto si sono espressi anche gli analisti di Intermonte, che hanno giudicato «solido» il razionale per Webuild e Trevi. Sempre secondo Intermonte, le valutazioni del consiglio di Trevi sul precedente prezzo di 4,50 euro sono superate dall’aumento del corrispettivo offerto, ora pari a 5,165 euro per azione. La cifra è riconosciuta a tutti gli aderenti, anche a chi ha aderito in precedenza. Rientra nell’intervallo di valori indicato dagli advisor del Consiglio di Trevi, equivale a un premio di circa il 49 per cento sul prezzo ufficiale del 26 giugno 2026 ed è sostenuto da linee di credito già attivate. Il periodo di adesione resta aperto fino al 20 novembre 2026, e la soglia di efficacia è ridotta al 50 per cento+1 dei diritti di voto.

Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?

Non un’imponente protesta di studenti esasperati, ma «un’invasione islamica di massa»: questo per Donald Trump è quanto sta avvenendo a Parigi e in Francia. Al netto della deriva paranoica e razzista, il Grande Vecchio (rincoglionito) dell’internazionale autocratica ha dato la linea, e possiamo prevedere che, se la mobilitazione della jeunesse en colère contagerà le scuole italiane – a Roma, Torino e Bologna le prime avvisaglie -, il governo Meloni adotterà con entusiasmo l’approccio trumpiano, stemperandone appena l’aspetto psicopatologico. Magari i manifestanti non verranno bollati come orde musulmane tout court, ma come maranza, teppaglia da centri sociali ed estremisti pro-Pal. L’importante è ignorare il reale disagio degli studenti italiani, i cui problemi sono analoghi a quelli dei compagni francesi (scuole fatiscenti, classi pollaio, carenza di personale), e giustificare la mano pesante della polizia.

Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?

La tradizionale ostilità della destra per giovani e studio

Repressione e voce grossa appaiono tanto più necessarie al governo in periodo pre-elettorale, con il generale Vannacci che ruba consensi alla coalizione meloniana a colpi di proclami alla Farinacci e di fascist-brainrot virale (gradassate digitali al limite del nonsense e della violazione della legge Mancino: il video in stile Gladiatore è stato solo il primo esempio e, retrospettivamente, il meno scocomerato). La destra italiana sa di poter contare sulla sorda ostilità del suo elettorato verso gli studenti, categoria che unisce due delle cose che dànno tradizionalmente più sui nervi all’italiano medio: la gioventù e lo studio. La prima stimola in lui un rosicamento che nel caso migliore si traduce in condiscendenza, nel peggiore in sfiducia e diffidenza. Lo studio è impopolare perché chi studia oggi, domani rischia di diventare «uno che ha studiato», lo spettro più temuto in tutti gli ambienti, nel nostro Paese, dalla politica all’industria all’amministrazione, e a volte perfino nella scuola e nell’università.

Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Quale fuga di cervelli, l’unica minaccia sono gli stranieri

Chi «ha studiato» ha delle aspirazioni, vorrebbe far valere il suo impegno e le sue competenze, e magari non si accontenta delle briciole; in ultima analisi, è uno che crede di valere (e magari di meritare) più dell’analfabeta funzionale. La disoccupazione intellettuale e la fuga all’estero dei laureati (e ormai anche dei diplomati) ne sono l’inevitabile conseguenza. Ma per il governo l’unica minaccia per la patria è l’immigrazione straniera, non l’emigrazione dei giovani italiani istruiti che cercano stipendi decenti e rispetto. Anzi, se ne vadano pure. E se la scuola, malgrado gli sforzi del ministro Valditara, riesce ancora a sfornare teste in grado di pensare, di criticare, di osare, mandiamogli contro i nuclei anti-sommossa.

Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara (Imagoeconomica).

In Italia gli insegnanti scenderebbero in campo con gli studenti?

Per questo temo che la nostra jeunesse en colère, anche se non appiccherà il fuoco ai licei, non potrà aspettarsi nemmeno le modeste aperture mostrate dal governo Lecornu, che, pur condannando le violenze, ha riconosciuto la legittimità di alcune richieste degli studenti e si è detto disposto ad affrontare i problemi più urgenti. Ed è difficile che i presidi e gli insegnanti italiani, pur incompresi e malpagati, scendano massicciamente in strada al fianco dei loro alunni, come accade in Francia. Su di loro incombe lo spettro delle ispezioni del ministero e dei provvedimenti disciplinari che potrebbero complicargli ulteriormente la vita. Oggi basta così poco per incorrere nell’accusa di “indottrinamento“, come testimonia il caso del liceo di Novi Ligure, oggetto di ispezione solo per l’incidentale menzione, nel registro elettronico, di una manifestazione contro i massacri a Gaza, in programma ad Alessandria. Un edificio scolastico su tre richiede interventi urgenti per essere messo in sicurezza, ma per i partiti di governo il vero allarme è la sparizione dei salumi dai menù di una primaria piacentina. Dalla scuola fascista libro e moschetto a quella sovranista libro e prosciutto? Ancora per poco: i prossimi tagli alla spesa pubblica prevedono l’eliminazione del libro.

Assalto alla Cgil, confermate in Appello le condanne a Fiore e Castellino

I giudici della prima sezione della Corte d’Appello di Roma, nell’ambito del filone principale sull’assalto alla Cgil del 2021, hanno confermato le sette condanne di primo grado. In particolare hanno ribadito la condanna, tra gli altri, a otto anni e sei mesi per il leader di Forza Nuova Roberto Fiore e a otto anni e sette mesi di carcere per Giuliano Castellino, leader romano del movimento di estrema destra. Per l’ex Nar Luigi Aronica confermata la richiesta di otto anni e sei mesi, mentre per Luca Castellini, Lorenzo Franceschi, Pamela Testa e Salvatore Lubrano di otto anni e due mesi. Per la Corte l’assalto alla Cgil durante la manifestazione No Green Pass è stato una devastazione aggravata in concorso, con le accuse anche di resistenza a pubblico ufficiale pluriaggravata e istigazione a delinquere. Quel giorno, si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado, Giuliano Castellino istigò la folla riunita in piazza del Popolo «verso condotte criminali non solo con l’esortazione “andiamo ad assediare, andiamo a prendere la Cgil”, ma anche con espressioni di attacco frontale alle istituzioni».

Fiore: «Situazione simile a Garlasco»

«È una situazione simile a Garlasco. Tra 10 anni qualcuno dirà: “Com’è possibile che siano arrivati a questo? Che le prove siano state nascoste?”», ha detto Fiore all’inizio dell’udienza. Per lui il processo è stato segnato da una «disparità di trattamento mediatico già evidenziata dal ministro Piantedosi, ma che è continuata a salire e ha raggiunto il culmine negli scorsi giorni». Parole respinte dal sostituto procuratore generale Francesco Scavo che in aula ha assicurato all’imputato che mai trasmissioni televisive e articoli hanno influenzato il pensiero dei magistrati.

Caro carburanti, il governo valuta le accise mobili

Rispondendo a una domanda sul caro carburanti a margine vertice Med9 a Spalato, la premier Giorgia Meloni ha chiarito che il governo è «sempre pronto a intervenire di nuovo, particolarmente con il meccanismo delle accise mobili». «Al mese di settembre abbiamo circa 160 milioni che possono essere spesi per questo obiettivo. Ci stiamo però interrogando se sia più efficace spendere queste risorse in questo momento, in cui comunque ci sono misure di contenimento, o tenerle come provvista per quando dovessero terminare quelle misure», ha spiegato. «Dipende anche dalla tenuta del cap. Vediamo cosa accade nelle prossime ore ma io auspico che si possa ripristinare pienamente il price cap. Poi la valutazione andrà fatta a valle».

La richiesta di maggior flessibilità all’Ue

Sulla richiesta all’Unione europea di maggiore flessibilità per l’inflazione, «mi pare che ci sia interesse perché è una questione di buon senso ovviamente». «Poi è ancora un dibattito lungo, perché per arrivare a risposte di questo tipo si deve trovare una convergenza tra la Commissione, gli Stati membri, il Consiglio ma sicuramente c’è interesse ad ascoltare», ha sottolineato spiegando di aver «avuto modo di parlarne con la presidente von der Leyen durante le nostre discussioni», e che il tema «non l’ha posto solamente l’Italia, l’ha fatto ad esempio anche la Grecia».

Esselunga, al via in anticipo il mandato del nuovo ceo Claude Sarrailh

Esselunga ha inaugurato due nuovi negozi a Roma, salendo così a cinque punti vendita nella Capitale. Le nuove aperture, una in via Lattanzio 33, nel quartiere Balduina, e l’altra in Corso d’Italia 32, strada che collega Porta Pinciana a Porta Pia lungo il tratto esterno delle Mura Aureliane, coincidono con l’avvio del mandato del nuovo amministratore delegato, Claude Sarrailh, già in carica a ottobre 2026 nonostante il suo ingresso fosse stato annunciato per l’inizio di novembre. «Sono orgoglioso di assumere la guida di Esselunga in un momento che testimonia la vitalità e le prospettive di sviluppo dell’azienda», ha detto Sarrailh. «Le nuove aperture di Roma raccontano la capacità e la volontà di crescere rispondendo alle esigenze dei clienti. Inizio questo percorso con grande entusiasmo e con l’obiettivo di valorizzare le solide competenze presenti, rafforzare ulteriormente le performance e accompagnare la prossima fase di crescita».

La presenza di Esselunga a Roma

Il negozio di via Lattanzio ha aperto con insegna Supermarket mentre quello di corso d’Italia è un LaEsse, il format di vicinato dell’azienda ideato per una spesa veloce. Entrambi acquisiti nei mesi scorsi da Esselunga, riaprono dopo gli interventi realizzati per introdurre la nuova offerta. Esselunga, inoltre, ha assunto direttamente i 47 dipendenti dei due precedenti esercizi, 37 persone di via Lattanzio e 10 di corso d’Italia, garantendo la continuità occupazionale. Il marchio ha inaugurato il suo primo negozio nella Capitale nel 2017, nel quartiere Prenestino. Sono seguiti quelli in viale Liegi, via Tomacelli e il superstore di Prenestino.

È morta Barbara Spinelli, giornalista ed ex europarlamentare

Addio a Barbara Spinelli, ex europarlamentare della sinistra e giornalista, morta all’età di 80 anni. Figlia di Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann, è stata tra i fondatori del quotidiano Repubblica. Collaborò anche con il Corriere della sera e La Stampa, sia come corrispondente da Parigi, dove visse per un periodo, sia come editorialista. Negli ultimi anni ha scritto per il Fatto quotidiano.

Dalle battaglie contro Berlusconi all’esperienza in Ue

Nel 2013, in seguito alle elezioni politiche italiane di quell’anno, è stata protagonista insieme ad altri della petizione per impedire l’eligibilità di Silvio Berlusconi a senatore per conflitto d’interessi. L’anno successivo, in occasione delle elezioni europee, è stata tra i fondatori e promotori della coalizione L’Altra Europa con Tsipras, una lista unica della sinistra italiana mirante ad avallare – tra le altre cose – la candidatura di Alexīs Tsipras quale nuovo presidente della Commissione europea. Spinelli diede il proprio contribuito per la stesura delle liste elettorali in qualità di membro del collegio dei garanti e si candidò in tre circoscrizioni come capolista, venendo eletta in due di queste. Nonostante in campagna elettorale avesse detto di voler rinunciare al seggio, alla fine lo accettò e approdò al Parlamento europeo. Nel 2015 abbandonò la lista, dichiarandola un «progetto fallito», e rimase per il resto del proprio mandato come membro indipendente all’interno del gruppo Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica.

Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno

Contraerea schierata, dall’interno della sinistra, contro il progetto di proporre la sindaca di Genova Silvia Salis come candidata premier alle prossime elezioni. «Troppo elegante», è il commento unanime, ipotizzando una «coalizione da Tiffany» se fosse lei a guidare lo schieramento. Ci manca poi che a proporla sia il pentastellato Giuseppe Conte, in coppia con Matteo Renzi, e il disastro è servito: Elly Schlein non ci pensa due volte e si mette di traverso, agitando i suoi. La diretta interessata comunque continua a dirsi disponibile solo a dare una mano al Pd, nient’altro.

Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno

Salis però non perde un minuto, tanto che è pronto il suo libro È già domani, un vero e proprio «manifesto politico» secondo i suoi numerosi fan («una graziosa sceneggiatura per un film», sostengono i suoi detrattori, ipotizzando una regia di Fausto Brizzi). Con il volume, in uscita con Feltrinelli, ci sarà l’inevitabile corollario di presentazioni (Fazio compreso) in ogni parte d’Italia. Che poi è quello che sta facendo Renzi, con la Leopolda trasformata in un firmacopie di Quando c’era Lei. Salis poi non dimentica di impegnarsi anche con i libri degli altri: il 9 ottobre a Genova sbarcherà Massimo D’Alema per la presentazione del suo Eravamo comunisti. L’incontro è organizzato dalla Fondazione Diesse in collaborazione con i Giardini Luzzati e vedrà le partecipazioni della sindaca Salis, del consigliere regionale Andrea Orlando e del giornalista Matteo Macor.

Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Massimo D’Alema (Imagoeconomica).

Va tutto in Malara

Malara tempora currunt. Mentre Filorosso sprofonda di nuovo al 2,6 per cento di share, Giuseppe Malara, vicedirettore Approfondimenti Rai e grande sponsor della trasmissione di Antonino Monteleone, si fa un bel selfie con Tommaso Cerno e il marito Stefano Balloch. La didascalia è una risposta (sacrosanta) agli insulti di Roberto Vannacci a Cerno. Detto ciò c’è poco da stare allegri: la pubblicità a tratti, come risulta dai dati, va meglio della trasmissione. A questo punto, maligna qualche addetto ai lavori, alla Rai converrebbe mandare in onda solo gli spot. Evidentemente tra l’altro continuare a martellare su Sigfrido Ranucci non premia…

Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Il selfie di Malara con Cerno e Balloch (dal profilo Instagram)

Il tour del Prof Cazzullo

«Prof. Aldo Cazzullo, storico e giornalista»: così era stata annunciata del vicedirettore ad personam del Corriere della Sera alla convention della CNA tenutasi all’Auditorium Antonianum di viale Manzoni a Roma. L’accademico (di quale ateneo, non si sa) Cazzullo poi pare aver preso gusto a partecipare agli eventi delle associazioni di categoria: sarà protagonista anche all’evento di Confesercenti che occuperà per quasi una settimana la centralissima piazza del Popolo, per presentare il suo libro Quando l’Italia rinacque – Il nostro Rinascimento, il 12 ottobre, e la serata si chiuderà con il concerto di Noemi.

Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
La locandina dell’incontro organizzato dalla CNA.

La classe G a Palazzo Chigi

La classe G è il sogno di tanti appassionati di Mercedes. Si tratta del suv «più bello del mondo», a sentire gli amanti delle quattro ruote, e anche di uno dei più «assetati» di carburante, visto che con un litro di benzina fa poco più di 5 km. Un bel problema, soprattutto di questi tempi. Fatto sta che alle spalle di Palazzo Chigi si è fatto notare, parcheggiato, uno splendido Mercedes classe G di colore nero, un gioiello, con tanto di paletta “ministero dell’Interno – Polizia” e vetri posteriori perfettamente oscurati.

Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Il Mercedes parcheggiato vicino a Palazzo Chigi (L43).

Mica come quei Land Rover Defender 130 blindati che sono a disposizione ormai di numerosi ministri del governo di Giorgia Meloni, a cominciare da quello degli Affari Esteri Antonio Tajani, un mezzo che tutti già riconoscono da lontano, con il lampeggiante sul tetto…

Silvia Salis pronta al tour delle presentazioni del libro e le altre pillole del giorno
Il Mercedes classe G parcheggiato vicino a Palazzo Chigi (L43).

Legge elettorale, la Camera approva la fiducia anche sull’articolo 3

L’Aula della Camera ha approvato, con 228 voti a favore, 144 contrari e tre astenuti, la fiducia posta dal governo sull’articolo 3 della legge elettorale (l’ultima). L’articolo in questione ridisegna alcuni collegi dell’Alto Adige, ovvero Merano, Bressanone e Bolzano. Ieri l’assemblea aveva già approvato la fiducia sugli articoli 1 e 2. La maggioranza si è confermata compatta contro il no di Futuro nazionale di Vannacci e dei partiti di centrosinistra.

Approvato anche l’articolo 8 sul voto dei fuori sede

La Camera ha anche approvato, con 214 sì e nessun contrario, l’articolo 8 della legge elettorale, su cui il governo non aveva posto la fiducia. L’articolo in questione estende il diritto di voto ai fuori sede ai caregiver familiari. Le opposizioni, che non avevano presentato emendamenti, si sono astenute. Ora manca solo il voto finale sul provvedimento, che si terrà giovedì 8 ottobre dalle 10.30 a scrutinio segreto.

Diesel, l’Eni riabbassa il prezzo a 2,21 euro

Dopo la risalita dei prezzi legata allo stop del taglio delle accise, torna a calare il prezzo alla pompa per i distributori Eni. Il prezzo consigliato è calato a 2,21 euro al litro per il diesel. Lo riportano i dati elaborati da Staffetta Quotidiana, secondo cui il calo arriverebbe «probabilmente anche sulla scia del nuovo tonfo delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati». Guardando ai dati complessivi, al 6 ottobre erano 11.018 i punti vendita con prezzo della benzina sotto i 2 euro al litro su un totale di oltre 21 mila, e 8.733 i punti vendita con prezzo del gasolio sotto sotto 2,200. Il 7 ottobre, il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,040 euro al litro per la benzina (-3 millesimi rispetto al giorno prima), 2,261 euro al litro per il gasolio (+17), 0,766 euro al litro per il Gpl (+3) e 1,907 euro al kg per il metano (+2).

Assegnato il Nobel per la Chimica 2026

L’Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il Nobel per la Chimica 2026 al francese Henri B. Kagan e al giapponese Kenso Soai «per la scoperta degli effetti non lineari e dell’autocatalisi nella sintesi organica assimetrica». Alcune molecole come gli amminoacidi, si legge nel comunicato stampa che annuncia i vincitori del premio, esistono in due varianti che sono l’una l’immagine speculare dell’altra. Tuttavia, gli organismi viventi contengono solo una di queste immagini speculari. Come potesse essersi formata un’asimmetria chimica di questo tipo è stato a lungo un mistero per gli studiosi. Kagan e Soai hanno invece scoperto una soluzione a questo enigma.

L’omochiralità e il mistero su come si formasse

La chimica della vita è ciò che i chimici chiamano omochirale, dal greco “stesso” e “mano”. Come le mani, tutti gli amminoacidi esistono in due varianti speculari, ma solo una di esse si trova nelle proteine ​​delle nostre cellule. L’altra è raramente presente in natura. Per lungo tempo, i chimici si sono interrogati su come potesse emergere l’omochiralità. Quando iniziarono a sperimentare reazioni chimiche in grado di formare due molecole speculari, ottennero sempre proporzioni uguali di entrambe nelle provette. Tuttavia, i chimici si sforzarono di produrre una sola di queste immagini speculari, perché nello sviluppo di molecole destinate a interagire con gli esseri viventi – come nel caso dei farmaci – solo una delle due immagini speculari avrà l’effetto desiderato. Henri Kagan e Kenso Soai hanno fornito una soluzione a questo mistero chimico, ovvero come può l’omochiralità emergere spontaneamente.

Le scoperte di Kagan e Soai

Kagan compì il primo passo decisivo nel 1986, quando scoprì un nuovo modo di manipolare le reazioni chimiche. Questo gli permise di creare un eccesso maggiore di una delle immagini speculari rispetto a quanto si ritenesse possibile in precedenza. Soai fece il passo successivo. Nel 1995, una pubblicazione fondamentale descrisse come avesse progettato la prima reazione chimica in assoluto con il potenziale di essere omochirale. Nel 2003, finalmente ci riuscì. Presentò una reazione in cui si formava solo una delle due possibili immagini speculari. A parte la vita stessa, nessuno aveva mai raggiunto un simile risultato. Grazie ai due scienziati, ora sappiamo come può emergere l’omochiralità. Le loro scoperte sono state decisive per i chimici che progettano reazioni per la produzione di farmaci.

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol

Fino a qualche mese fa Luigi Lovaglio era l’uomo che aveva rimesso in piedi il Monte dei Paschi. Oggi la domanda è un’altra: che cosa resta di quella reputazione dopo un’estate trascorsa a costruire una linea di difesa contro l’Opas di Intesa Sanpaolo che, pezzo dopo pezzo, sembra essersi smontata da sola? E soprattutto: quanto può durare alla guida della banca? 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La controffensiva spuntata di Lovaglio

Lovaglio quella poltrona l’aveva conservata per il rotto della cuffia, grazie alla lista Tortora e all’appoggio decisivo di Delfin, contro il volere dell’altro socio forte, Francesco Gaetano Caltagirone. Oggi anche Delfin ha cambiato campo e il mercato considera molto probabile il successo di Intesa. Eppure a Siena la macchina continua a girare. Avvocati, consulenti, advisor: si parla di decine di milioni spesi per una controffensiva che ha prodotto molti annunci e risultati più modesti. Ora si valuta persino il rinvio dell’assemblea del 29 ottobre e contemporaneamente la distribuzione agli azionisti del 4,5 per cento di Generali, se non dell’intero pacchetto posseduto dal Monte. L’effetto è suggestivo, la sostanza meno. Quelle azioni fanno già parte del patrimonio di Mps e quindi del valore attribuito alla banca. Si distribuirebbe agli azionisti qualcosa che indirettamente è già loro, con in più il problema della tassazione. È forse questo il filo che lega le mosse di Lovaglio: non la mancanza di idee, semmai la tendenza ad annunciarle prima di avere verificato le condizioni per realizzarle. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Carlo Messina (Imagoeconomica).

Gli ostacoli alle Ops su Banco Bpm e Banca Generali

Il primo caso è Banco Bpm. Il progetto si scontra subito con Crédit Agricole, che possiede il 29,3 per cento della banca milanese e non è d’accordo. Il 20 agosto Mps rilancia addirittura con due Ops, su Banco Bpm e Banca Generali, per circa 34 miliardi complessivi, accompagnate da una distribuzione straordinaria da 4 miliardi. L’ambizione non manca. Il problema sono ancora una volta i soci delle banche bersaglio. L’offerta su Banco Bpm non prevede premio e Crédit Agricole la giudica poco attraente e non sufficientemente creatrice di valore. Con Banca Generali cambia poco. Generali possiede il 50,2 per cento dell’istituto, mentre l’offerta Mps è condizionata al raggiungimento del 50 per cento più un’azione. Senza il Leone, dunque, l’operazione diventa assai difficile. Alberto Nagel aveva tentato una strada difensiva simile e, verificatane l’impraticabilità, aveva preferito abbandonarla. Quel precedente avrebbe forse meritato qualche riflessione. Se non altro per scaramanzia. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il nodo della passivity rule

Poi c’è la passivity rule, questione meno spettacolare ma più delicata. Le Ops vengono annunciate ad agosto, mentre l’autorizzazione degli azionisti è rinviata all’assemblea del 29 ottobre. Intesa presenta un esposto alla Consob sostenendo che il via libera avrebbe dovuto precedere iniziative potenzialmente in grado di ostacolare la sua offerta. Si aggiunge quindi un problema di numeri. Per liberare Mps dai vincoli della passivity rule occorre il 66,67 per cento dei voti presenti. Con un azionariato frammentato, una maggioranza tutt’altro che scontata. Prima di dichiarare battaglia, forse, conveniva contare i soldati.

Intesa alza l’offerta e Delfin cambia campo

Lovaglio sostiene inoltre che il 29 ottobre non sarà un referendum tra lui e Intesa: approvare le Ops, spiega, significa soltanto mantenere aperta la possibilità di esplorarle. Fino a quando, lo scorso 3 ottobre, Intesa cambia la partita aumentando di 800 milioni la componente cash dell’offerta, portandola da 1 a 1,25 euro per azione, ma ribadisce che, se gli azionisti approveranno le operazioni difensive, potrà ritirarsi. Il referendum che Lovaglio aveva escluso finisce così per materializzarsi. L’ultimo colpo di scena arriva la sera dello stesso giorno. Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, titolare del 17,6 per cento di Mps e decisiva a suo tempo per la conferma dello stesso Lovaglio, si impegna a conferire l’intera partecipazione all’Opas di Intesa e a votare in coerenza con le condizioni dell’offerta. È il colpo più pesante. Lovaglio perde il maggiore azionista proprio mentre gli servono i due terzi dei voti. Caltagirone era già sull’altro fronte. Insieme, Delfin e Caltagirone rappresentano circa il 31 per cento del capitale. Poiché basta il 33,34 per cento dei presenti per bloccare una delibera che richiede il 66,67 per cento, il margine si è fatto strettissimo. Quasi inesistente. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Palazzo Rocca Salimbeni a Siena, sede di Mps (Imagoeconomica).

Il paradosso prodotto dalla resistenza di Lovaglio

I sostenitori di Lovaglio hanno però ancora un argomento: la sua resistenza ha contribuito a far mettere a Intesa altri 800 milioni sul tavolo. Per gli azionisti Mps è una buona notizia. Ma qui sta anche il paradosso: la strategia costruita per difendere il Monte dall’offerta di Intesa rischia di avere ottenuto soprattutto il risultato di renderla più conveniente. Una specie di eterogenesi dei fini applicata alla finanza. Resta, come si diceva, il conto della battaglia, mentre il mercato considera l’esito dell’Opas sempre meno incerto. E qui il Cda prima o poi dovrà porsi una domanda: fino a quando si difende un progetto industriale e quando diventa difficile distinguere quel progetto dalla permanenza di chi lo ha costruito? Lovaglio intanto continua il road show e prova a convincere investitori e mercato che la partita sia ancora aperta. È il suo mestiere e, finché resta amministratore delegato, anche il suo diritto. Solo che la Lovaglieide sembra arrivata ai titoli di coda. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).

La battaglia ormai è finita, quando Siena ne prenderà atto?

Banco Bpm si è fermata davanti a Crédit Agricole, Banca Generali davanti a Generali. La passivity rule ha complicato il percorso, Intesa ha trasformato il 29 ottobre nel referendum che Lovaglio non voleva e Delfin ha cambiato campo. Resta quell’aumento di 800 milioni strappato a Intesa. Per gli azionisti Mps non è poco. Per Lovaglio, però, è una vittoria singolare: dopo mesi trascorsi a cercare un’alternativa a Intesa, il risultato più concreto potrebbe essere stato quello di rendere Intesa più conveniente. A questo punto la domanda non è più se la battaglia sia finita. Ma quanto tempo occorrerà perché a Siena ne prendano atto. 

Ft: «SpaceX punta a raccogliere 40 miliardi per comprare chip Nvidia»

SpaceX, la società di Elon Musk, punta a raccogliere 40 miliardi di dollari per acquistare chip Nvidia, rafforzando così la sua scommessa sulla tecnologia avanzata dell’azienda di Santa Clara. Lo riporta il Financial times, secondo cui SpaceX sta cercando di raccogliere circa 10 miliardi di dollari in prestiti bancari e 30 miliardi di dollari in obbligazioni con rating di investimento per finanziare l’ordine.

L’operazione rafforzerebbe i rapporti tra le due realtà

L’accordo rafforzerebbe i legami tra SpaceX e Nvidia, dopo che Musk si è impegnato a investire massicciamente nella tecnologia del gruppo per le sue iniziative nel campo dell’intelligenza artificiale. Rappresenterebbe inoltre un successo per Nvidia, che si trova a fronteggiare una crescente concorrenza da parte dei produttori di chip che mirano a sfidare il suo dominio nel settore dei semiconduttori avanzati. «Abbiamo deciso di basarci esclusivamente su Nvidia perché riteniamo che l’architettura Vera Rubin sia la migliore», ha affermato Musk durante la presentazione dei risultati finanziari di SpaceX ad agosto, riferendosi alla piattaforma di intelligenza artificiale all’avanguardia di Nvidia.

Peste in Siberia, gli Usa esortano la Russia a fornire informazioni

Dato che l’amministrazione Trump sta faticando a ottenere risposte chiare sulla morte della ricercatrice russa impiegata presso un istituto dedicato allo studio della peste, che ha fatto scattare l’allarme per un possibile caso di peste polmonare, ha emesso una comunicazione diplomatica formale, detta démarche, esortando Mosca a rilasciare informazioni sull’accaduto. «Abbiamo richiesto ufficialmente ulteriori informazioni al governo russo», ha dichiarato un portavoce del Dipartimento di Stato secondo quanto riportato dalla Cnn. «Siamo inoltre in contatto ufficiale con altri Paesi in tutto il mondo per condividere informazioni». Anche il segretario di Stato Marco Rubio ha evidenziato che «è dovere della Russia condividere maggiori informazioni con il mondo». Ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca, Trump ha annunciato di avere in programma una telefonata con Putin per parlare della questione.

Intanto l’ambasciata Usa in Russia invita a lasciare il Paese

Intanto l’ambasciata Usa in Russia ha diramato una nota affermando di star seguendo la situazione da vicino, ammettendo che «il governo degli Stati Uniti ha capacità limitate di assistere i cittadini statunitensi in Russia, specialmente al di fuori di Mosca». Ha quindi ricordato che «l’avviso di viaggio di livello 4 del dipartimento di Stato (Non Viaggiare) per la Russia rimane in vigore e afferma che i cittadini statunitensi attualmente in Russia dovrebbero partire immediatamente». I cittadini statunitensi che pianificano un viaggio in Russia «sono nuovamente fortemente invitati a non recarsi in Russia a causa del rischio di detenzione ingiustificata e di preoccupazioni per la sicurezza». L’avviso era stato emesso in relazione alla guerra in Ucraina.

Meloni ricorda il 7 ottobre: «Rinnoviamo l’impegno contro l’antisemitismo»

Tre anni fa, il 7 ottobre 2023, «gli attacchi terroristici di Hamas massacravano uomini, donne e bambini, aggredivano giovani riuniti per ascoltare musica, strappavano persone innocenti alle loro famiglie per trascinarle nella prigionia». Oggi «ricordiamo le vittime di quella barbarie e rinnoviamo la nostra vicinanza ai loro cari, a chi ha subito l’orrore del sequestro e al popolo israeliano». Lo riporta una nota di Palazzo Chigi diramata nel terzo anniversario dell’attacco di Hamas a Israele.

«Italia continuerà a lavorare per la soluzione a due Stati»

«Il tempo trascorso non attenua la gravità di quei crimini. Nessuna causa può giustificare il massacro deliberato di innocenti. Ricordarlo significa anche rinnovare l’impegno contro ogni forma di antisemitismo», continua il comunicato. «Proprio in nome della tutela di tutta la popolazione civile coinvolta, non possiamo restare indifferenti davanti alle drammatiche e inaccettabili sofferenze degli abitanti di Gaza o alla violenza crescente di cui sono vittime i civili palestinesi in Cisgiordania. La spirale di violenza deve essere interrotta». Infine: «L’Italia continuerà a lavorare per una pace che garantisca agli israeliani sicurezza e ai palestinesi un futuro di libertà e dignità, nella prospettiva di due Stati che vivano l’uno accanto all’altro all’interno di confini riconosciuti. Un futuro nel quale il terrorismo non abbia spazio e nessun bambino debba crescere nella paura e nell’odio».

Legge elettorale, il governo incassa la fiducia sugli articoli 1 e 2

Via libera della Camera anche alla seconda fiducia posta dal governo sull’articolo 2 della legge elettorale, relativo al sistema di elezione del Senato. I voti a favore sono stati 227, i contrari 149 e gli astenuti tre. La terza e ultima fiducia, sull’articolo 3, sarà votata mercoledì 7 ottobre – alle 9 le dichiarazioni di voto, mentre il voto per appello nominale non inizierà prima delle 10.50. Al termine e fino alle 13.30 si passerà alla votazione dell’articolo 8. Dalle 16:15, con eventuale prosecuzione notturna, si andrà avanti con gli ordini del giorno. Giovedì l’ultimo passaggio. Dalle 10.30 si svolgeranno le dichiarazioni di voto finale sul provvedimento in diretta tv. La votazione, come chiesto dalle opposizioni, sarà a scrutinio segreto e inizierà non prima delle 12:30.

La Rete contro la riforma: «Depositeremo i ricorsi»

Roberto Zaccaria, coordinatore della Rete contro la riforma della legge elettorale che riunisce organizzazioni, associazioni, comitati di costituzionalisti, giornalisti, avvocati e cittadini, ha annunciato che «i ricorsi sono in via di redazione e saranno pronti per essere depositati nei tribunali non appena entrerà in vigore la legge, con l’obiettivo di un rinvio degli atti alla Corte costituzionale». Lo scopo, ha spiegato, è che «la pronuncia della Corte arrivi nei tempi utili» per le elezioni.

Altri due arrivi pesanti a QN di LMDV: ecco chi sono

A un mese dall’uscita in edicola del nuovo Qn di Leonardo Maria Del Vecchio si completa la squadra con altri due colpi a sorpresa. A fare più scalpore è sicuramente l’arrivo di Carmelo Lopapa, capo del Politico di Repubblica, che guiderà la redazione di Roma con la qualifica di vicedirettore e tornerà a lavorare con Mario Orfeo. Ma inaspettata è anche la scelta di Antonio Atte, cronista dell’Adnkronos caro al meloniano direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci, per seguire Palazzo Chigi e la campagna elettorale del centrodestra.

Voto anticipato: il testacoda di Malan agita gli alleati

Una volta che sembra filare tutto liscio, con la maggioranza che si appresta a dare il via libera finale alla nuova legge elettorale senza grossi incidenti, a inciampare è un big di Fratelli d’Italia, Lucio Malan.

Il Melonellum passa in secondo piano

Il capogruppo meloniano al Senato, politico ‘navigato’ con sei legislature alle spalle – prima un passaggio con la Lega Nord poi con Forza Italia e infine con FdI – parla di Politiche anticipate a maggio, salvo poi correggersi dopo poche ore affermando che si arriverà alla fine della legislatura (autunno 2027). Le dichiarazioni contraddittorie del presidente dei senatori di FdI animano i capannelli del Transatlantico in un giorno in cui la legge elettorale incassa due voti di fiducia su altrettanti articoli della norma. Nessuno però pensa più al Melonellum: tutti riflettono sulla data del voto e sulla ragione di una correzione così repentina da parte di Malan. Non è infatti un mistero che FdI non troverebbe niente di strano nella possibilità di anticipare la fine della legislatura: hanno evocato in passato questa ipotesi alcuni big del partito come il responsabile organizzazione Giovanni Donzelli, l’ex presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama e sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni e, ultimo in ordine cronologico, il presidente del Senato, Ignazio La Russa.

Voto anticipato: il testacoda di Malan agita gli alleati
Voto anticipato: il testacoda di Malan agita gli alleati
Voto anticipato: il testacoda di Malan agita gli alleati

La correzione repentina per rassicurare Lega e FdI

«La scadenza com’è noto è cinque anni, abbiamo votato a settembre e quindi si potrebbe rivotare a settembre», è il ragionamento fatto da Malan. «Il difetto di votare a settembre è che hai poco tempo per la campagna elettorale e poi bisogna fare la legge di bilancio che è una cosa molto delicata, per cui potrebbe esserci l’esigenza di votare a maggio. Potrebbe avere un senso votare insieme alle Comunali». Il dirigente di FdI si corregge subito dopo: «Per quanto ci riguarda, la legislatura va fino in fondo e cioè fino all’autunno del 2027, ferme restando le prerogative del capo dello Stato». La puntualizzazione – forse non a caso – contiene un richiamo al presidente della Repubblica, cui spetta la prerogativa di sciogliere in anticipo le Camere dopo aver constatato l’assenza di una maggioranza parlamentare. Forse, alla vigilia di un voto scivoloso come quello segreto sulla legge elettorale, la correzione serve anche come captatio benevolentiae nei confronti degli alleati riottosi di Lega e Forza Italia, che vedono come fumo negli occhi la possibilità di un voto anticipato.

Voto anticipato: il testacoda di Malan agita gli alleati
Lucio Malan.

L’incognita Vannacci e i calcoli del centrodestra

Il problema della data del voto, nella maggioranza, si intreccia a doppio filo con quello della crescita del partito fondato da Roberto Vannacci. I partiti del centrodestra sono divisi, anche al loro interno, tra chi vorrebbe arrivare all’autunno del 2027, per cercare di recuperare terreno, come la Lega di Matteo Salvini scesa al 4,5 per cento nell’ultimo sondaggio del Fatto quotidiano, e chi invece vuole togliere tempo a Vannacci, convinto che il trend del generale sia ancora in crescita. Anche in FdI e ai ‘piani nobili’ di Palazzo Chigi è in corso una riflessione. Ma nell’entourage della presidente del Consiglio ci sono alcuni che ritengono ancora che più passa il tempo più l’ex generale sia destinato a ‘sgonfiarsi’ riducendo, insieme alle percentuali, l’eventuale danno che potrebbe arrecare al centrodestra alle elezioni.

Voto anticipato: il testacoda di Malan agita gli alleati
Matteo Salvini.

Certamente, con il via libera definitivo al Melonellum, i leader della maggioranza faranno il punto, commissioneranno sondaggi, elaboreranno previsioni. E cominceranno a riflettere seriamente sulla data del voto, che comunque dovrà scavallare la metà di aprile per consentire ai parlamentari di maturare il “vitalizio“. E non andare molto oltre la metà di maggio se si vuole fare l’accorpamento con le Amministrative, perché ci deve essere il tempo per fare i ballottaggi entro l’inizio di giugno, data di chiusura delle scuole. Un tema che non depone a favore dello scenario di voto in conclusione della legislatura è poi, nel dibattito interno alla maggioranza e a FdI, quello della tenuta di FI e Lega, in discesa nei sondaggi anche a causa di leader – Salvini e Antonio Tajani – dalle immagini sempre più appannate. Dopo l’ok alla nuova legge elettorale tutto sarà più chiaro.

Vannacci contro Cerno sulle fasce protette in tv: «Ha gusti invertiti»

Fasce protette, gusti invertiti, gusti normali, propaganda gender. Va in scena il duello a distanza tra Roberto Vannacci e Tommaso Cerno. Secondo l’ex generale, il direttore de Il Giornale «si è inventato che Futuro Nazionale voglia proibire a chi ha gusti omosessuali di comparire in tv», ha sbottato all’AdnKronos. «Non so se chi ha gusti invertiti abbia il patentino per sparare corbellerie più grosse rispetto a chi ha i gusti che si inquadrano nella normalità, ma le regole in televisione saranno uguali per tutti: in fascia protetta, quando ci sono i bambini davanti allo schermo, la propaganda gender e omosessualista non deve poterla fare né chi ha gusti omosessuali né chi ha gusti eterosessuali».

Vannacci contro Cerno sulle fasce protette in tv: «Ha gusti invertiti»
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Il casus belli: 2 Di Picche e le fasce protette invocate da FN

Ma da cosa nasce l’attacco? Lunedì Cerno aveva criticato le posizioni di FnV sulle fasce protette in tv. «Pensate che meraviglia, in Rai c’è il pluralismo, e nel pluralismo ci vuole anche Cerno ogni tanto, perché non si capisce perché chiunque può dire tutto e io no», aveva detto il giornalista al debutto della seconda stagione di 2 Di Picche su Rai2. «Ci provano in tutte le maniere: ho sentito dire pure che siccome sono omosessuale dovrei andare in fascia protetta, l’ha detto il generale Vannacci. Io credo che la fascia più protetta di così non possa essere, perché le 14 è protetta dalla democrazia dalle famiglie, dalle persone normali a cui ti rivolgi. E se vogliono ribellarsi si ribellano, la loro protezione viene dalla libertà, caro generale». Anche perché, aveva fatto notare, «se togli tutti i gay dalla televisione dopo non ci resta nessuno, devono mandare la pubblicità praticamente dalle otto di mattina a mezzanotte». Una punzecchiatura, quella del direttore, che non stupisce e che suona come una provocazione per mandare in tilt Vannacci. A metà settembre infatti il quotidiano degli Angelucci aveva sganciato in prima pagina un’inchiesta sui conti che non tornano del «generale super fetecchia» firmata dall’ex Espresso Lirio Abbate. Un modo forse per proteggere Giorgia Meloni dalla minaccia elettorale proveniente da destra.

Vannacci: «Cerno di spazio ne ha dappertutto. Di che si lamenta?»

L’ex generale non ci sta. «Cerno che dichiara di avere una preferenza erotica per i maschietti, di spazio ne ha dappertutto: ha fatto il senatore del Partito Democratico, è stato dirigente di Arcigay, oggi è direttore de Il Giornale e fa il guru del centrodestra, ha addirittura una trasmissione in Rai». «Ma di cosa si lamenta?», ha concluso Vannacci. «A me, per esempio, son sempre piaciute le donne e ciò non mi ha garantito né una citazione eterna nella Commedia di Dante né il patentino di ‘sparare minchiate’, come dice lui, tantomeno sulla pelle dei bambini».

Vannacci contro Cerno sulle fasce protette in tv: «Ha gusti invertiti»
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Il giornalista: «Faccia come crede, decideranno gli italiani»

Cerno non perde tempo e da Il Giornale risponde al generalissimo: «Chi non argomenta ma insulta non ha contenuti, d’altra parte conosco bene questo problema perché è quello che la sinistra ha da sempre. Mi insulta perché non ha nulla da dire nel merito, faccia come crede, decideranno gli italiani».

Vannacci contro Cerno sulle fasce protette in tv: «Ha gusti invertiti»
Tommaso Cerno (Imagoeconomica).



Austria, le fibrillazioni della Spö favoriscono l’estrema destra di Kickl

Un’uscita di scena a tappe, da qui al prossimo anno. È quella annunciata dal vicecancelliere della Spö Andreas Babler, che lo scorso fine settimana ha così messo fine alle speculazioni che da tempo giravano nei palazzi viennesi. Babler è diventato il capro espiatorio alla fine di una lunga lotta interna alla socialdemocrazia austriaca, ormai in caduta libera, secondo un modello che fa scuola un po’ in tutta Europa, a partire dalla vicina Germania. La Spö di Babler è al governo insieme con i conservatori della Övp del cancelliere Christian Stocker e i liberali di Neos, una coalizione a tre che sta subendo la pressione dell’estrema destra. I sondaggi danno la Fpö di Herbert Kickl come primo partito con quasi il 40 per cento, più di Övp e Spö messe insieme. Babler è stato sostanzialmente spinto alle dimissioni alla luce di un quadro che per i partiti tradizionali moderati è alquanto buio. 

Austria, le fibrillazioni della Spö favoriscono l’estrema destra di Kickl
Il cancelliere Christian Stocker e il vice Andreas Babler (Ansa).

La mossa di Zeiler e le resistenze della Spö

La fronda intestina alla Spö, con gli oppositori interni che considerano il leader del partito il principale responsabile dei pessimi risultati al governo, ha subito un’accelerazione quando qualche giorno fa è uscito allo scoperto Gerhard Zeiler – membro del partito, ma soprattutto top manager di successo in patria e all’estero – annunciando di voler imprimere una nuova rotta. Zeiler si è dunque candidato alla successione. Con una lunga intervista rilasciata domenica scorsa alla Kronen Zeitung, il quotidiano popolare più letto e venduto in Austria, Zeiler ha annunciato la sua discesa in campo, anche se all’interno del partito incontra parecchia resistenza. Così, invece di un’incoronazione per acclamazione, la Spö ha approvato il piano di Babler, con una transizione meno traumatica e spettacolare: il passaggio di consegne a Markus Marterbauer, l’attuale ministro delle Finanze, è previsto infatti solo per l’inizio del 2027. La data esatta rimane tuttavia da definire a causa delle cure oncologiche a cui il successore designato si sta sottoponendo. È probabile che Marterbauer raccoglierà anche l’eredità di Babler alla guida del partito, nonostante le ambizioni di Zeiler, che hanno suscitato più di qualche malumore.

Austria, le fibrillazioni della Spö favoriscono l’estrema destra di Kickl
Gerhard Zeiler (da LinkedIn).

L’estrema destra si appella al presidente Van der Bellen

Il 71enne Zeiler, attivo nella Spö sin dagli Anni 80 e successivamente affermatosi nel settore dei media prima in Germania e poi negli Stati Uniti, oggi è presidente della Warner Bros. Discovery International, e potrebbe in teoria dare nuovo slancio e un tocco di respiro internazionale alla sonnecchiante socialdemocrazia austriaca. Dopo aver sfidato apertamente Babler però sembra aver già esaurito la spinta. Quel che è certo è che il governo austriaco si trova nel mezzo di una nuova burrasca che la Fpö di Kickl cerca di cavalcare: l’estrema destra ha infatti chiesto l’intervento del presidente Alexander Van der Bellen, mettendo in evidenza come le turbolenze del partito di coalizione mettano a rischio i meccanismi governativi. Per la Fpö il progetto della coalizione a tre è di fatto fallito e c’è bisogno di un intervento della Hofburg – il Quirinale austriaco – per aprire la strada a nuove maggioranze, più stabili.

Austria, le fibrillazioni della Spö favoriscono l’estrema destra di Kickl
Il Presidente Federale della Repubblica d’Austria, Alexander Van der Bellen con Sergio Mattarella (Ansa).

L’esempio della AfD in Germania

In sostanza, l’opposizione chiede elezioni anticipate che potrebbero portare Kickl alla cancelleria, dopo il fallito tentativo del 2024. In teoria il voto è previsto nel 2029, ma gli austriaci potrebbe essere chiamati alle urne prima della scadenza naturale. La Fpö anche due anni fa era uscita vincitrice dalle elezioni con quasi il 29 per cento, davanti a Övp e Spö, senza riuscire però a formare un governo a causa dell’ostracismo dei conservatori, che avevano preferito l’alleanza con socialdemocratici e liberali. Il prossimo anno si terranno due elezioni regionali, in Tirolo e Alta Austria, oltre a vari appuntamenti locali amministrativi, che potranno ulteriormente scuotere le già fragili basi della coalizione moderata a Vienna. Come in Germania, dove Alternative für Deutschland ha messo in scacco i partiti tradizionali, per ora solo a livello di Länder, cioè di regioni (martedì è stato eletto in Sassonia Anhalt Tobias Rausch, il primo presidente dell’AfD in un parlamento regionale) la Fpö di Herbert Kickl sta allargando il proprio potenziale elettorale grazie all’inefficienza altrui, cavalcando il populismo sovranista: per il futuro prossimo non sembra che né il cancelliere Stocker né i suoi alleati, da Babler a Marterbauer passando per lo stesso Zeiler, potranno ridimensionarne il consenso, per lo meno senza cambiare le politiche di governo.

Austria, le fibrillazioni della Spö favoriscono l’estrema destra di Kickl
Il leader della Fpö, Herbert Kickl (Ansa).

Legge elettorale, ok della Camera alla fiducia sull’articolo 1

Con 226 sì, 147 no e tre astenuti, la Camera ha dato il via libera alla fiducia posta dal governo sull’articolo 1 del testo di riforma della legge elettorale, che disciplina l’elezione della Camera con il nuovo sistema proporzionale con premio di maggioranza e l’introduzione delle preferenze. Si procederà ora a votare, con la stessa modalità, l’articolo 2 (che riguarda analogamente l’elezione del Senato).

Braga (Pd): «Schiaffo al Parlamento e tradimento delle donne»

Le tre fiducie poste dal governo «sono uno schiaffo al Parlamento» secondo la capogruppo del Pd alla Camera Chiara Braga. «Le istituzioni non sono proprietà della maggioranza, sono la casa di tutti. Questa é una legge che sfida la Costituzione e, quindi, l’Italia libera e democratica», ha detto annunciando un no convinto. Ha poi parlato di «tradimento sulla pelle delle donne»: «Già oggi nessuna donna guida una commissione e nessuna donna guida gruppi di maggioranza, perché gli uomini scelgono altri uomini. E con questa legge il quadro sarà ancora più buio».

Baldino (M5s): «Fiducia prova di debolezza del governo»

«Se non vi fidate dei vostri parlamentari perché gli italiani si dovrebbero fidare di voi?». Così Vittoria Baldino, vicepresidente del Movimento 5 stelle, rivolgendosi alla maggioranza durante le dichiarazioni di voto. «Mettete la fiducia perché abbiamo visto cosa succede quando i vostri parlamentari si sentono liberi di votare. Questa fiducia non è una prova di forza ma di un’estrema debolezza politica, è la paura del Parlamento, dei franchi tiratori e dei vostri parlamentari».