Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio

Il giorno dopo l’inizio dei raid sul suolo iraniano, come rivelato dal New York Times, emissari del ministero dell’Intelligence di Teheran avevano cercato un contatto indiretto con la CIA, passando attraverso i servizi di un Paese terzo. Un segnale di disponibilità a discutere una via d’uscita dal conflitto. Apertura poi ritrattata il 5 marzo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha infatti chiarito a NBC News che l’Iran non ha chiesto un cessate il fuoco: «Non vediamo alcun motivo per cui dovremmo impegnarci di nuovo con coloro che lo hanno fatto, che non sono onesti nei negoziati, e non lo fanno e non entrano nei negoziati in buona fede». La posizione americana era già stata chiarita su Truth Social. Donald Trump aveva scritto che ormai era «troppo tardi» per trattare. E ha aggiunto una frase che dice più di qualsiasi briefing dell’intelligence: «La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte». Non è retorica. È una descrizione letterale.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Il post di Donald Trump su Truth Social.

La CIA stessa ha fornito a Israele l’intelligence ad alta fedeltà sulla posizione della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso in un raid insieme ad altri vertici del regime. Tel Aviv ha esortato Washington a proseguire con una campagna progettata per indebolire drasticamente le capacità militari dell’Iran. Tutto chiaro. Ma se elimini gli interlocutori, con chi negozi?

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Ali Khamenei (Ansa).

Il rischio dell’annientamento dei vertici

Le guerre di decapitazione – che comportano cioè l’azzeramento dei vertici di un regime – hanno sempre lo stesso problema. Più distruggi la catena di comando (ora tra i possibili successori dell’Ayatollah c’è il figlio 56enne Mojtaba Khamenei) più il potere si ridistribuisce verso il basso, verso chi ha le armi, non verso chi ha l’autorità politica per firmare e far rispettare un accordo. «Vogliamo ripulire tutto», ha ribadito Trump in un’intervista all’Nbc. Aggiungendo di avere in mente nomi per un «buon leader». «Non vogliamo qualcuno che porti avanti la ricostruzione per 10 anni. Abbiamo persone che penso farebbero un buon lavoro». Il tycoon ha quindi paragonato lo scenario iraniano al Venezuela, suggerendo un modello in cui la pressione militare produce un esito politico controllabile. Tanto che ha bocciato l’ipotesi della nomina di Khamenei jr: «Stanno sprecando il loro tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come nel caso di Delcy (Rodriguez, ndr) in Venezuela», ha dichiarato ad Axios. Ignorando che in Iran non c’è un solo uomo da sostituire, ma un intero apparato. La Repubblica islamica ha infatti catene di comando parallele, istituzioni ideologiche radicate e un apparato di sicurezza progettato per sopravvivere all’azzeramento della leadership ridistribuendo l’autorità verso il basso.

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Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa il 28 febbraio (Ansa).

I Pasdaran, lo Stato dentro lo Stato

Si può immaginare il potere iraniano come un sistema a doppia elica. Da un lato c’è la struttura politica formale: presidente, parlamento, leadership religiosa. È la facciata istituzionale, quella con cui l’Occidente ha sempre cercato di negoziare. Dall’altro c’è un apparato parallelo che è il vero scheletro del Paese: i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran. Non sono soltanto un corpo militare. Sono contemporaneamente esercito, servizio segreto, conglomerato industriale e sistema finanziario. Lo dimostra il fatto che stiano spingendo per la successione forzata del figlio di Khamenei. Le stime occidentali gli attribuiscono il controllo di una quota dell’economia iraniana che va da un terzo a quasi due terzi del Pil. Telecomunicazioni, energia, costruzioni, import-export, cantieristica, finanza. Il loro budget militare, stimato tra 6 e 9 miliardi di dollari, rappresenta circa il 40 per cento della spesa militare ufficiale del Paese. Ecco il punto che cambia tutto. L’Iran di oggi non è quello del 1979. La maggioranza dei giovani iraniani è secolarizzata, distante dall’ideologia religiosa della rivoluzione, connessa al mondo. Chiedono solo la normalità. Ma il sistema costruito dai Pasdaran non si regge sull’ideologia. Si regge sull’organizzazione. Controlla reti di sicurezza, catene logistiche, posti di lavoro, infrastrutture. È un sistema clientelare armato. Cosa succede quando una guerra distrugge la leadership politica — i mullah, i diplomatici, gli interlocutori — ma lascia intatto quest’apparato? Succede che il baricentro del potere si sposta. Non verso una transizione democratica. I giovani iraniani la vorrebbero, ma non hanno gli strumenti per imporla. Il potere si sposta verso chi controlla reti, infrastrutture e uomini armati. Verso i Pasdaran, appunto. L’esito più probabile, se la traiettoria attuale continua, non è un Iran libero. È un Iran più militarizzato, più nazionalista e più imprevedibile. Un regime dove la componente ideologica religiosa cede il passo a un nazionalismo militare che potrebbe rivelarsi ancora più difficile da contenere.

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Maxi manifesti contro Stati Uniti e Israele a Teheran (Ansa).

La vulnerabilità delle monarchie del Golfo e la strategia di Teheran

Dall’altro lato dello Stretto c’è un’altra fragilità che la narrazione ufficiale nasconde con cura. Le monarchie del Golfo possiedono arsenali tecnologicamente avanzatissimi. L’immagine pubblica è quella di potenze invulnerabili. La realtà operativa è diversa. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne hanno spesi tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari.

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Immagini satellitari di un attacco in Bahrain (Ansa).

La guerra nello Yemen lo aveva già dimostrato: superiorità tecnologica schiacciante, risultati sul campo modesti. Oggi quella lezione si ripresenta su scala più ampia, con un avversario più sofisticato. La strategia iraniana sfrutta esattamente questa vulnerabilità. Teheran non deve vincere una guerra convenzionale. Deve rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte. Non è conquista. È coercizione multilivello: se il prezzo della solidarietà con Washington diventa troppo alto, saranno le monarchie stesse a chiedere che l’escalation si fermi.

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Elicotteri a Doha, Qatar (Ansa).

Le tre variabili da tenere d’occhio

Lo scenario che si sta consolidando non è una guerra lampo né un cessate il fuoco imminente. È qualcosa di più insidioso: un conflitto a bassa intensità e lunga durata, senza un obiettivo politico finale definito. Le variabili da monitorare sono tre. Il canale negoziale Iran-Usa. L’apertura iraniana verso la CIA è stata ritrattata, ma Trump l’ha respinta e Israele preme per continuare. Finché la campagna di decapitazione elimina gli interlocutori potenziali, la finestra diplomatica resta chiusa. E con essa qualsiasi prospettiva di de-escalation controllata. La tenuta delle monarchie del Golfo. I costi di difesa sono nell’ordine dei miliardi a settimana. La strategia iraniana punta a trasformare la solidarietà con Washington da scelta strategica a peso insostenibile. Il giorno in cui Riad o Abu Dhabi decideranno che il prezzo è troppo alto, l’intera architettura della coalizione cambierà. Il futuro del potere in Iran. Se la leadership politica continua a essere eliminata e i Pasdaran consolidano il controllo, l’Occidente si troverà di fronte un interlocutore più opaco, più militarizzato e meno interessato a negoziare. Un Iran dei generali, non dei diplomatici. Le guerre senza strategia non producono ordine. Producono il vuoto. E il vuoto, in Medio Oriente, non resta mai vuoto a lungo.

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Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue

La partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia non ha solo innescato lo scontro tra il presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Ha infatti travalicato i confini italiani ed è diventata un caso di respiro internazionale: 26 eurodeputati hanno infatti firmato una lettera indirizzata a Buttafuoco e al cda della Biennale, chiedendo la revoca della «inaccettabile» partecipazione della Federazione Russa.

Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue
Pina Picierno (Ansa).

Cosa hanno scritto gli eurodeputati nella lettera

Tra i firmatari della lettera, di vari schieramenti politici, c’è anche l’italiana Pina Picierno del Pd, vicepresidente del Parlamento europeo. La riammissione della Russia, si legge nella documento, «rischia di danneggiare la reputazione e la statura morale della Biennale stessa», che «rappresenta da sempre un luogo simbolico di libertà artistica e cooperazione internazionale». Permettere la presenza ufficiale della Federazione Russa, spiegano gli europarlamentari, porterebbe «inevitabilmente con sé un significato simbolico e di legittimazione». Tutto questo dopo quattro anni di «bombardamenti, distruzione di infrastrutture e attacchi sistematici al patrimonio culturale ucraino».

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno

Nuova puntata dell’infinita telenovela laziale, con il presidente della società, Claudio Lotito, che ha accusato l’intelligenza artificiale di produrre telefonate fake, dove si ascoltano «parole che vengono diffuse con la mia voce». Insomma, roba da tifosi hacker, gente che sarebbe capace di produrre audio imitando alla perfezione anche i funamboleschi concetti, oltre al modo di parlare, di Lotito. Intanto la tifoseria continua a protestare, e anche al prossimo turno il raduno è fissato a Ponte Milvio, senza entrare nello stadio Olimpico. Lotito ha commentato così: «Lo sciopero del tifo? Che problema c’è? Mica vi ho chiesto i soldi, se voglio faccio un aumento di capitale e chiudo la pratica». C’è però l’allenatore Maurizio Sarri che sbuffa, dicendo che i giocatori da far scendere in campo li sceglie lui. Così il presidente ha ricominciato a parlare: «La società c’ha un nome e un cognome: Claudio Lotito. Non è di Sarri, se la vuole Sarri se la compra. L’allenatore deve prendere i giocatori che c’ha a disposizione e farli giocare, se è un buon allenatore. Se no di che parliamo? Castellanos non lo faceva giocare: 30 milioni. Guendouzi se n’è voluto andare. Noslin è un buon giocatore? Mi hanno offerto 20 milioni, ma mi hanno bloccato perché mi hanno detto che non bisognava venderlo. Sarri lo fa giocare? No. Belahyane, 14 milioni: hai visto la partita? Ha giocato bene, mica male. Eppure non lo fa giocare».

Nessuno sa quanto potrà ancora durare questo clima, visto che in mezzo c’è pure il referendum sulla giustizia, dove la destra vota per il “sì” e i tifosi promettono che alle urne voteranno “no”, pur di fare un dispetto a Lotito, eletto con Forza Italia al Senato nel collegio del Molise.

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno
Ignazio Marino (foto Ansa).

Ma pure l’altra squadra, in città, ha problemi, e qui la grana è tutta interna alla sinistra: per l’ex sindaco Ignazio Marino, «il progetto di un nuovo stadio a Pietralata sembra strumentale solo agli interessi economici della Roma, e non agli interessi urbanistici dei cittadini e dei tifosi». E «l’impatto ambientale sarà notevolissimo: 29 mila metri quadrati di verde in meno, viabilità e trasporti inadeguati per gestire flussi di oltre 60 mila spettatori. E il governo della città che fa? I partiti come reagiscono? Nessuna risposta puntuale e chiarificatrice, ma solo propaganda. Tutti dovrebbero ricordare che l’obbligo per gli amministratori pubblici è difendere sempre l’interesse pubblico». Il 13 marzo la delibera dedicata alla Roma approda all’assemblea capitolina: il sindaco Roberto Gualtieri, che cerca la riconferma in Campidoglio, punta tantissimo sull’effetto positivo di un nuovo stadio per portare alle urne elettorali i tifosi giallorossi. Se anche una parte del Partito democratico dovesse mettersi di traverso, la situazione romana diventerà incandescente su tutti i fronti calcistici.

Referendum, lunedì di fuoco con Landini

Referendum, scende in campo la Cgil. Lunedì 9 marzo, nel pomeriggio, appuntamento a Roma al Teatro Palladium per un’iniziativa organizzata dai comitati di Roma e del Lazio per il “no” in vista del referendum del 22 e 23 marzo «a difesa della Costituzione», a cui parteciperà il segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Interverranno Silvia Albano, giudice di Magistratura democratica, Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, Francesca Rispoli, presidente di Libera, e la scrittrice e conduttrice radiofonica Benedetta Tobagi. A moderare Luca Telese. Nel Pd romano non tutti hanno gradito la partecipazione di Gualtieri, dato che nel partito non mancano i favorevoli al “sì”.

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno
Maurizio Landini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Nextalia toglie Raffaello a Leonardo, che ha Michelangelo

Strana sfida nel nome dei geni del Rinascimento italiano (o delle Tartarughe ninja). Leonardo, il colosso della difesa, ossia l’ex Finmeccanica che nel 2017 cambiò nome per volontà dell’allora amministratore delegato Mauro Moretti, ha inventato lo scudo anti-missili chiamandolo Michelangelo. All’appello mancava solo Raffaello, per realizzare il trittico perfetto, però Nextalia ha voluto denominare proprio con il nome del Sanzio il suo nuovo fondo, l’ottavo, specializzato in crediti deteriorati. E nei salotti della finanza si sente dire, con una battuta, che «Francesco Canzonieri batte Roberto Cingolani uno a zero». Il vantaggio è che non ci sono diritti da pagare: a meno che un giorno il ministero della Cultura non richieda il suo parere obbligatorio, con pagamento di diritti, a tutti coloro che vogliono utilizzare il nome di un gigante dell’arte italiana del passato per utilizzarne il nome a fini commerciali…

Delfin, Leonardo Maria Del Vecchio vicino a rilevare le quote di due fratelli

Leonardo Maria Del Vecchio, intervistato dal Financial Times, ha affermato di essere vicino all’accordo per l’acquisto delle quote dei fratelli Luca e Paola nella holding di famiglia Delfin, che controlla EssilorLuxottica e ha un pacchetto di partecipazioni finanziarie in UniCredit, Generali e Mps. L’operazione metterebbe fine a una lunga disputa ereditaria, rafforzando la sua influenza nel capitalismo italiano, che è già notevole viste le numerose partecipazioni accumulate negli ultimi tre anni.

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Delfin, Leonardo Maria Del Vecchio vicino a rilevare le quote di due fratelli
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Il capitale di Delfin è detenuto in quote uguali da otto persone

Dalla scomparsa del fondatore Leonardo Del Vecchio nel 2022, il capitale di Delfin è detenuto in quote uguali del 12,5 per cento da otto eredi: i sei figli dell’imprenditore (ai tre citati vanno aggiunti Claudio, Marisa e Clemente), la moglie Nicoletta Zampillo e il primo figlio di lei, Rocco Basilico.

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Delfin, Leonardo Maria Del Vecchio vicino a rilevare le quote di due fratelli
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Del Vecchio jr: «Voglio portare avanti la volontà di mio padre»

«Sono stato molto chiaro sul fatto che voglio rilevare le loro quote per diventare primo azionista di Delfin e portare avanti la volontà di mio padre. Siamo vicini a un accordo sul prezzo», ha detto Leonardo Maria Del Vecchio. Secondo il Ft, l’imprenditore sta negoziando per portare la sua quota al 37,5 per cento tramite un leveraged buyout sostenuto da un gruppo di banche. L’indebitamento verrebbe poi finanziato con i dividendi attesi dalla società: Del Vecchio jr ha indicato in oltre 7 miliardi di euro le riserve potenzialmente distribuibili, prevedendo inoltre una politica di dividendi superiore a un miliardo l’anno.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi

Rai sempre più paralizzata. Non solo la commissione di Vigilanza bloccata da un anno e mezzo, ora ci si mette pure il Mef a stoppare la riforma della tv pubblica. Dunque, accade che questa settimana il testo base della maggioranza sulla riforma della Rai elaborato nell’VIII commissione di Palazzo Madama doveva arrivare in Aula dove sarebbe cominciato il suo iter legislativo. Testo assai criticato dalle opposizioni, che hanno presentato parecchi emendamenti, ma che almeno formalmente rispetta i criteri chiesti dall’Europa con l’European Media Freedom Act (Emfa), che, tra le altre cose, impone che i vertici delle tv pubbliche non siano nominati dall’esecutivo.

Lo stop del Mef al testo

Detto fatto: il nuovo cda immaginato prevede sei membri nominati dal Parlamento (tre dalla Camera e tre dal Senato) più uno in rappresentanza dei dipendenti e tra questi dovranno poi essere scelti l’amministratore delegato e il presidente. Giancarlo Giorgetti però sembra essersi accorto solo ora che questo nuovo sistema esautora totalmente il Mef, che oggi indica i vertici. «Ma come, noi siamo azionisti della Rai al 99,56 per cento e veniamo totalmente tagliati fuori dal meccanismo di nomina della governance? Non se ne parla…», è il ragionamento che i tecnici dell’Economia hanno rivolto al ministro, che infatti ha bloccato tutto. Per arrivare in Aula, infatti, il testo avrebbe dovuto avere il via libera del Mef tramite la commissione Bilancio, relazione che non è mai arrivata.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il cortocircuito sull’abbassamento del canone

Ma c’è un altro punto su cui Giorgetti è contrario. La riforma prevede un abbassamento del canone del 5 per cento ogni anno, per almeno cinque anni, e poi si vedrà. Novità tra l’altro chiesta proprio dalla Lega, che della lotta al canone Rai ha fatto una bandiera. Ebbene, si sono chiesti al Mef, se il canone diminuisce, poi va a finire che i soldi nella Rai per non farla andare a catafascio dobbiamo metterli noi, magari togliendoli ad altri comparti. E no! Così è andato in scena un surreale cortocircuito all’interno della maggioranza, con il Mef, cioè il governo, che blocca un testo proposto dai parlamentari del centrodestra. Tanto che nei giorni scorsi è intervenuto pure Maurizio Gasparri per difendere il testo della maggioranza, auspicando che il governo non si mettesse di traverso.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Pure la presidente della Vigilanza, Barbara Floridia, a La Notizia ha ricordato che occorre «applicare al più presto il Media Freedom Act per rompere il legame tra nomine e governo». Per ora, dunque, la riforma si ferma, col rischio sempre più concreto che alla fine da Bruxelles parta una procedura d’infrazione verso l’Italia per mancato rispetto dell’Emfa.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Barbara Floridia (Imagoeconomica).

Il balletto sulla convocazione di Rossi in Vigilanza

L’altra impasse riguarda ancora la Vigilanza. Nelle ultime due settimane si era finalmente giunti a una convocazione straordinaria di Giampaolo Rossi, mai audito in commissione da quando guida la Rai. Convocazione appunto “straordinaria” che è consentita dal regolamento se a farne richiesta è tutta l’opposizione. Anche Ignazio La Russa si era detto favorevole. Quindi l’audizione è stata fissata per mercoledì 11 marzo. Il centrodestra, però, questa cosa l’ha subìta e, se all’inizio ha fatto buon viso a cattivo gioco per non andare contro il presidente del Senato, nell’ultimo ufficio di presidenza ha posto una condizione: ci stiamo solo se la richiesta parte da noi. A quel punto l’opposizione ha risposto: se parte da voi, allora la seduta non è più “straordinaria” ma diventa “ordinaria” e questo significa che da parte vostra ci deve essere un impegno a continuare con l’attività della Vigilanza anche dopo, sbloccando l’impasse. No, hanno ribattuto dalla maggioranza: chiediamo la convocazione di Rossi, ma dopo l’audizione da parte nostra non cambia nulla e se non accettate di votare Simona Agnes tutto torna come prima. Insomma, un caos. Per ora l’audizione di Rossi resta in agenda, ma a questo punto non è affatto detto che avvenga davvero e per farla saltare il centrodestra ha già un asso nella manica: mercoledì sarà il gran giorno di Giorgia Meloni in Parlamento a riferire sulla crisi in Medio Oriente e quindi la scusa per far saltare l’audizione è già bella e pronta.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).

Intanto parte la nuova striscia di Cerno su Rai2

Sembra una commedia degli errori, o degli orrori, che dir si voglia, e invece è il magico universo parallelo di mamma Rai. Dove intanto giovedì è stata presentata la nuova striscia quotidiana di Tommaso Cerno. Si chiamerà Due di Picche: cinque minuti da lunedì 9 marzo alle 14 su Rai2. Nel progetto iniziale sarebbe dovuta andare in onda prima del Tg2 delle 13, ma poi la rivolta dei giornalisti contro un programma condotto da un “esterno” prima del telegiornale ha portato al cambio di orario.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Tommaso Cerno (Imagoeconomomica).

Washington Post: «La Russia aiuta l’Iran ad attaccare le forze Usa»

Secondo quanto riportato dal Washington Post, la Russia sta fornendo all’Iran informazioni di intelligence per aiutarlo a colpire le forze statunitensi in Medio Oriente, tra cui la posizione di navi da guerra e aerei americani. Il quotidiano ha citato tre funzionari a conoscenza della questione. Se venisse confermato, sarebbe un’indicazione che un importante avversario degli Stati Uniti sta partecipando, anche indirettamente, alla guerra. L’entità dell’assistenza russa all’Iran non è però del tutto chiara. La capacità dell’esercito iraniano di localizzare le forze statunitensi è infatti già diminuita dopo sei giorni di guerra. Gli analisti hanno affermato che la condivisione di informazioni di intelligence sia legata al sostegno che gli Usa stanno dando all’Ucraina. «I russi sono più che consapevoli dell’assistenza che stiamo fornendo agli ucraini, penso che siano molto contenti di cercare di ottenere una qualche rivincita», ha affermato uno dei funzionari americani citati dal Wp.

Caso Epstein, Trump accusato di aggressione sessuale nei nuovi file

Nei documenti dell’Fbi sul caso Epstein pubblicati il 5 marzo dal Dipartimento di Giustizia Usa ci sono anche descrizioni di alcuni interrogatori condotti dall’agenzia federale nel 2019, in cui una donna accusava il finanziere e Donald Trump di averla aggredita sessualmente quando aveva tra i 13 e i 15 anni.

Caso Epstein, Trump accusato di aggressione sessuale nei nuovi file
Pam Bondi (Ansa).

National Public Radio aveva accusato la procuratrice federale Bondi di insabbiamento

Seguendo l’ordine di numerazione dei documenti diffusi in precedenza dal Dipartimento di Giustizia, l’organizzazione indipendente National Public Radio aveva evidenziato l’assenza di 53 pagine, accusando la procuratrice federale Pam Bondi di insabbiamento. Successivamente, il Dipartimento di Giustizia ha spiegato di non aver diffuso in precedenza i documenti perché erano stati erroneamente contrassegnati come “duplicati”. Il 5 marzo, poi, è arrivata la pubblicazione di 16 delle 53 pagine: non è dato sapere perché ne manchino ancora 37.

Caso Epstein, Trump accusato di aggressione sessuale nei nuovi file
Jeffrey Epstein e Donald Trump (Ansa).

L’abuso, il morso, le telefonate minacciose: la testimonianza

L’accusatrice di Epstein e Trump raccontò di essere stata portata «a New York o nel New Jersey» dal finanziere, morto suicida nello stesso anno degli interrogatori, il quale l’aveva presentata a Trump. Il futuro presidente Usa avrebbe tentato di costringerla a praticargli del sesso orale. A quel punto la ragazza lo avrebbe morso, riuscendo a evitare l’abuso. O, almeno, un abuso ancora peggiore. La donna raccontò inoltre di essere stata raggiunta negli anni successivi da telefonate minacciose che le intimavano di tacere. Trump, da parte sua, ha sempre negato qualsiasi accusa relativa al caso Epstein.

Perché l’Ucraina ha sconsigliato ai propri cittadini di andare in Ungheria

Il ministero degli esteri ucraino ha sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Ungheria «data l’impossibilità di garantire la loro sicurezza a causa delle azioni arbitrarie delle autorità ungheresi». La comunicazione arriva dopo l’arresto a Budapest di sette dipendenti di una banca ucraina accusati di riciclaggio di denaro. Il ministro degli Esteri di Kyiv, Andrii Sybiha, ha infatti accusato il governo ungherese di aver «preso in ostaggio» i banchieri dell’istituto Oschadbank e di aver sequestrato i due veicoli blindati su cui si trovavano per un trasporto internazionale di valori tra Austria e Ucraina. I sette cittadini ucraini sarebbero stati fermati giovedì 5 marzo 2026. Sybiha ha accusato il governo ungherese di «terrorismo di Stato e racket» e chiesto l’immediato rilascio dei dipendenti. La Banca centrale ucraina ha chiesto all’Ungheria di fornire spiegazioni ufficiali e informazioni su dove si trovino i veicoli, i cui sistemi di localizzazione indicherebbero una posizione nel centro di Budapest.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma

Lunedì 9 marzo è previsto uno sciopero generale su scala nazionale che coinvolgerà sia il pubblico che il privato. La mobilitazione, proclamata in occasione della Giornata Internazionale dei diritti delle donne (che ricorre il giorno precedente), potrebbe causare disagi in diversi settori: dai trasporti alla scuola e all’istruzione, fino alla sanità e alla pubblica amministrazione. Ecco chi si fermerà.

Nel settore dei trasporti l’agitazione è supportata da Slai-Cobas

Sul fronte dei trasporti, l’agitazione è supportata da Slai-Cobas, mentre non aderiscono Usi e Usb. Lo sciopero durerà 24 ore. Come di norma, verranno comunque garantiti i servizi minimi nel rispetto delle normative vigenti e delle fasce di tutela previste.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma
Treno fermo in stazione (Ansa).

Lo sciopero interesserà anche scuola, università e ricerca

Per la scuola è la Flc Cgil ad aver proclamato un’intera giornata di astensione dal lavoro. L’agitazione interesserà anche università, enti di ricerca e formazione professionale. «Intendiamo riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale, che si traduce in frequenti episodi di violenza e discriminazione delle donne», ha dichiarato il sindacato.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma
Corteo della Cgil durante uno sciopero generale (Ansa).

Sanità: assicurati servizi e prestazioni essenziali

Per quanto riguarda la sanità pubblica, lo sciopero interesserà infermieri, operatori sociosanitari, ostetriche, personale della riabilitazione e altre figure del comparto sanitario, oltre alla dirigenza medica, sanitaria e veterinaria e al personale tecnico, professionale e amministrativo. Saranno assicurati i servizi e le prestazioni essenziali.

Non Una Di Meno: «Un nuovo weekend lungo di lotta»

Il movimento femminista e transfemminista Non Una Di Meno ha chiamato al weekend lungo di lotta (cortei l’8 marzo e sciopero il 9), spiegando che le due giornate di mobilitazione «mettono al centro l’opposizione alle politiche del governo Meloni in tema di contrasto alla violenza sessuale ed economica rivolte alle donne e alle categorie più colpite dall’inflazione dovuta alla guerra». In particolare, continua la nota, «le conseguenze dell’approvazione del ddl Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla violenza sessuale, sarebbero molto gravi nei contesti familiari e coniugali, per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è già esposta a vittimizzazione secondaria».

La Cerimonia delle Paralimpiadi tra portabandiera assenti e boicottaggi tv

È nata con l’intento di unire le nazioni, eppure continua a essere oggetto di dispute. Proseguono infatti le polemiche sulla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali in programma il 6 marzo 2026. Come ha deciso l’Ipc, il Comitato paralimpico internazionale, a portare le bandiere non saranno gli atleti rappresentanti di un Paese ma dei volontari. «Poiché molte delegazioni non hanno inviato atleti alla cerimonia a causa delle gare in programma la mattina seguente, l’Ipc, per garantire la massima uniformità, ha deciso che sarebbero stati i volontari a portare le bandiere durante la cerimonia di apertura». Oltre alla lontananza dai campi di gara, motivo ufficiale della decisione, a pesare è però stata anche la scelta di alcuni Stati di boicottare la cerimonia come gesto di protesta contro la sfilata delle bandiere di Russia e Bielorussia. Tra questi Ucraina, Repubblica Ceca, Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Paesi Bassi, Croazia, Canada e Germania. Un totale di 11 Paesi che, rispetto ai 56 in gara, avrebbero rappresentato un’assenza troppo impattante per poter mantenere la cerimonia così com’era.

Alcuni Stati non trasmetteranno la cerimonia in tv

Immagini pre-registrate degli atleti portabandiera andranno in onda nella trasmissione televisiva della cerimonia, che resta comunque oggetto di ulteriori boicottaggi. Le televisioni di Estonia, Finlandia, Lettonia e Lituania hanno deciso di non trasmetterla, mentre la Polonia interromperà la diretta quando sfileranno le bandiere russa e bielorussa, sostituendo le immagini con un messaggio sullo schermo che ne spiegherà il motivo.

Quanto sta costando agli Stati Uniti l’operazione Epic Fury

Come ha evidenziato il 4 marzo Pete Hegseth, segretario alla Guerra, la potenza di fuoco scatenata (assieme a Israele) nei primi quattro giorni del conflitto contro l’Iran è stata «sette volte superiore a quella dispiegata nella guerra di giugno». Non stupisce dunque che il costo dell’offensiva attuale sia stia rivelando particolarmente alto per Washington. Quanto? Ebbene, secondo un’analisi del Center for Strategic and International Studies le prime 100 ore della campagna militare contro l’Iran sono costate agli Stati Uniti ben 3,7 miliardi di dollari, ovvero più di 890 milioni al giorno.

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Solo una minima parte della spesa è inclusa nel bilancio del Pentagono

Come sottolinea il Center for Strategic and International Studies, solo una minima parte della spesa (meno di 200 milioni) è già stata inclusa nel bilancio del Pentagono. I restanti 3,5 miliardi e oltre «richiederanno probabilmente ulteriori finanziamenti da parte del Dipartimento della Guerra attraverso uno stanziamento supplementare o un altro disegno di legge».

Quanto sta costando agli Stati Uniti l’operazione Epic Fury
Donald Trump (Imagoeconomica).

In futuro i costi dipenderanno soprattutto dalle munizioni adottate

Gli analisti del think tank spiegano che, oltre ai costi operativi e di supporto, le spese principali per gli Usa derivano dalle munizioni: oltre 3 miliardi. Da non sottovalutare poi la perdita di equipaggiamenti, come i tre caccia F-15 abbattuti dal fuoco amico in Kuwait. In futuro, spiega il Center for Strategic and International Studies, i costi dipenderanno dal tipo di munizioni adottate, così come «dall’intensità delle operazioni e dall’efficacia della rappresaglia iraniana». I problemi principali potrebbero essere legati all’utilizzo di intercettori per arginare i droni Shaed iraniani: gli Usa hanno avviato contatti con l’Ucraina per l’acquisto di sistemi low cost: ogni missile PAC-3 utilizzato nel sistema Patriot costa più di 13,5 milioni di dollari, mentre i velivoli a pilotaggio remoto di Teheran hanno un valore di appena 30 mila dollari. L’offensiva, secondo la deadline indicata inizialmente da Donald Trump, dovrebbe durare 4-5 settimane.

Gli Usa concedono all’India una deroga di 30 giorni per acquistare petrolio russo

Gli Stati Uniti allentano le sanzioni sulla Russia, concedendo all’India una deroga di 30 giorni per acquistare milioni di barili di petrolio russo già caricato sulle petroliere entro il 5 marzo 2026. L’ha riferito il segretario al Tesoro Scott Bessent in un post su X. «Questa misura, deliberatamente a breve termine, non fornirà significativi benefici finanziari al governo russo, poiché autorizza solo transazioni che riguardano petrolio già bloccato in mare, ma allevierà la pressione causata dal tentativo dell’Iran di prendere in ostaggio l’energia globale». L’India, ha aggiunto Bessent, «è un partner essenziale degli Stati Uniti e prevediamo che intensificherà gli acquisti di petrolio statunitense». Poco prima dell’annuncio, Trump aveva anticipato che gli Usa avrebbero preso provvedimenti per «ridurre la pressione sul petrolio» dopo l’impennata dei prezzi dovuta alla guerra contro l’Iran, pari al 15 per cento dall’inizio della settimana.

Giuli-Buttafuoco, scontro a destra sulla Russia alla Biennale: cosa è successo

«In merito alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, si precisa che la partecipazione della Federazione Russa alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano». È quanto si legge in un comunicato stampa del Ministero della Cultura, in cui viene anche evidenziato («come ribadito più volte dal ministro Alessandro Giuli») che l’Italia «sta dedicando grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico ucraino, colpito dai bombardamenti russi che si protraggono ormai da oltre quattro anni, a partire dall’impegno per la ricostruzione di uno degli edifici simbolo dalla storia culturale dell’Ucraina, la grande Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, gravemente danneggiata dal conflitto». Insomma, c’è uno scontro in atto a destra tra Giuli e Buttafuoco: ecco le tappe che hanno portato alla nota del MiC.

L’intervista di Buttafuoco: «Confronto continuo con Giuli»

Intervistato da Repubblica, Buttafuoco aveva spiegato di aver dato incarico ai suoi collaboratori «di accompagnare le giornate della mostra con inviti a personalità provenienti da tutte le zone di guerra», per raccontare «l’altro punto di vista». Da qui il ritorno della Russia, proprietaria di un padiglione ai Giardini dal 1914 e assente dal 2022 (nel 2024 aveva concesso lo spazio alla Bolivia): «Noi ragioniamo sui fatti. Basta con appelli, firme, schemi da Anni 70. Ci muoviamo con l’arte, e l’arte si misura con i fatti. La Biennale è uno spazio di convivenza per tutto il pianeta, sia con le vecchie sia con le nuove geografie». Una scelta, aveva fatto intendere Buttafuoco, avallata da Giuli («Con il ministro abbiamo un confronto continuo») e in generale dal governo, che «rispetta l’autonomia della Biennale», Peccato sia poi arrivato il comunicato del MiC.

Il ritorno della Russia era però noto già dal 3 marzo

La nota è stata diffusa solo dopo l’intervista di Buttafuoco, pubblicata ieri. Ma – come ricostruisce Repubblica – la presenza della Russia alla Biennale era già stata comunicata martedì 3 marzo da Mosca e ufficializzata il giorno successivo. Non solo: nella giornata del 5 marzo, Giuli ha persino incontrato Buttafuoco a Venezia, dove era arrivato per inaugurare a Palazzo Ducale la mostra ‘Etruschi e Veneti’. Insomma, il ministro ha aspettato ben 48 ore per prendere le distanze dalla presenza in Laguna della Russia. E lo ha fatto solo dopo aver visto di persona il presidente della Biennale. Secondo Repubblica, è possibile che Giuli «si sia consultato con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e con elementi del governo che quella autonomia non condividono». Parlando di questa prossima Biennale senza boicottaggi e veti (saranno presenti anche Iran, Israele, Ucraina e Bielorussia), Buttafuoco in pratica l’aveva presentata come una sorta di “tregua” in mezzo ai vari conflitti. Peccato abbia fatto scattare lo scontro con Giuli.

Allarme bomba al Palagiustizia di Milano

La Polizia e i vigili del fuoco stanno intervenendo al Palagiustizia di Milano per un allarme bomba. Secondo le prime informazioni, in questura è arrivata una telefonata, pare con voce straniera, in cui si parlava della presenza di un ordigno in tribunale. I vertici degli uffici giudiziari milanesi hanno subito attivato il piano di emergenza. Tutte le persone presenti all’interno, centinaia, sono state evacuate e le attività, udienze comprese, sono state interrotte. Alcune vie limitrofe sono state chiuse con dei nastri e i cittadini sono invitati ad allontanarsi in attesa delle verifiche delle forze dell’ordine.

Perché Trump ha escluso un’operazione di terra Usa in Iran

Dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, il quale ha affermato che la Repubblica Islamica è pronta in caso di operazione di terra di forze americane e israeliane, Donald Trump ha escluso tale eventualità. In un’intervista telefonica a Nbc News, il presidente Usa ha infatti detto che sarebbe «una perdita di tempo», aggiungendo: «Hanno perso tutto. Hanno perso la loro Marina. Hanno perso tutto quello che potevano perdere».

Perché Trump ha escluso un’operazione di terra Usa in Iran
Donald Trump (Ansa).

Trump ha anche liquidato il «peso piuma» Mojtaba Khamenei

Trump ha anche detto che gli Stati Uniti intendono smantellare l’intera struttura dell’attuale leadership iraniana e di aver in mente alcuni nomi per la guida del Paese, liquidando Mojtaba Khamenei come «un peso piuma». Il presidente americano ha anche affermato che l’esercito Usa sta prendendo misure per assicurarsi che le persone sulla sua lista riescano a sopravvivere alla guerra. «Non vogliamo qualcuno che ricostruisca in un periodo di 10 anni. Vogliamo un buon leader», ha aggiunto. Poco prima, Trump aveva dichiarato: «Gli Stati Uniti stanno continuando a demolire totalmente il nemico, siamo in anticipo rispetto al programma, a livelli mai visti. Stiamo distruggendo la capacità di lanciare missili e droni, ne abbiamo colpiti circa il 60 per cento. La loro Marina è andata, 24 navi in tre giorni sono state distrutte. Non hanno aviazione, non hanno difesa aerea. Le loro comunicazioni sono compromesse».

LEGGI ANCHE: Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?

Trump silura la segretaria per la Sicurezza nazionale Kristi Noem

Donald Trump scarica Kristi Noem, la controversa segretaria per la Sicurezza nazionale, e al suo posto sceglie Markwayne Mullin, senatore dell’Oklahoma. A dare l’annuncio è stato lui stesso via Truth. Noem ricoprirà l’incarico di inviata speciale per The Shield of the Americas, una nuova iniziativa di sicurezza nell’emisfero occidentale. Secondo fonti della Casa Bianca, aveva perso la fiducia di molti conservatori e dello stesso presidente a causa del suo incessante protagonismo.

Era stata soprannominata Ice Barbie dopo le violenze degli agenti

Il colpo di grazia è stata la sua performance durante le audizioni al Congresso della prima settimana di marzo 2026. I democratici l’hanno duramente criticata per le violenze degli agenti dell’Ice e delle guardie di frontiera nelle retate anti-immigrati, cosa che sui media le è valsa il soprannome di Ice Barbie (per la sua riconosciuta attenzione al look). Nel mirino anche una campagna pubblicitaria da 200 milioni che la vede protagonista mentre chiede a chi vive irregolarmente negli Usa di autodeportarsi. Durante l’audizione, Noem ha spiegato che la campagna era stata approvata da Trump, ma così non era. Tra i passi falsi anche la decisione di sospendere i controlli di sicurezza accelerati negli aeroporti in risposta al blocco in parlamento del budget per il suo ministero in mancanza di riforme dell’Ice. Già dall’inizio del suo mandato, comunque, era stata criticata per alcuni episodi presenti nella sua biografia tra cui l’aver ucciso il proprio cane perché restio a ubbidire.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?

Per Giorgia Meloni è arrivato il momento delle decisioni più o meno irrevocabili: esserci. L’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è il battito d’ali che scatena un tornado politico anche in Italia. La presidente del Consiglio ha accuratamente evitato di presentarsi in Parlamento e giovedì ha mandato in Aula i due ministri titolari di Esteri e Difesa a spiegare quello che abbiamo capito bene da prima che ce lo dicessero Crosetto&Tajani: Donald Trump fa quello che vuole senza condividere informazioni e obiettivi con nessuno (sempre che l’obiettivo effettivamente ci sia, il che non è detto).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto e Antonio Tajani in Parlamento (Imagoeconomica).

Non si fida soprattutto degli europei, anche se poi ha bisogno delle basi militari che sono sparse per il continente. Se muove guerra all’Iran, prima lo fa e poi lo twitta, lasciando ai Paesi alleati il compito di raccogliere i cocci e spiegare alle rispettive popolazioni che cosa sta succedendo. Il ragionamento ha una sua pragmatica forza e si fonda su un assunto granitico e strategico: nessuno si mette a discutere per davvero, in Europa, con gli Stati Uniti. È la dottrina di Stephen Miller, feroce vice capo dello staff di Trump. 

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Il capo dello staff di Trump, Stephen Miller (Ansa).

Meloni alla fine parlerà alle Camere prima del Consiglio europeo

Sulla cordialità atlantica Meloni ha scommesso parte della sua politica estera, andando ben oltre le evidenti necessità di un Paese come l’Italia che, insieme al resto d’Europa, mantiene un rapporto di interdipendenza con l’America, «impero irresistibile» per dirla con Victoria de Grazia. Giovedì in Parlamento le opposizioni hanno avuto gioco facile nel chiedere insistentemente a Meloni di intervenire alla Camera e al Senato e il risultato è che mercoledì prossimo, l’11 marzo, la leader di Fratelli d’Italia parlerà, anticipando le comunicazioni in programma il 18 marzo in vista del Consiglio europeo, allargandole anche alla situazione in Medio Oriente.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Giorgia Meloni (Ansa).

Pesa l’assenza della premier su Iran e campagna per il Sì

Si inizia a sentire la mancanza della presidente del Consiglio nei momenti topici; i comitati del Sì, persino quelli in cui c’è un po’ di sinistra, sperano in un’accelerazione meloniana sul referendum sulla giustizia. Speranza forse vana, perché Meloni, a parte qualche polemica chissà quanto produttiva con i magistrati sul post-Sea Watch, si guarda bene dal fare la figura di Matteo Renzi, che offrì la sua testa al grande pubblico che non vide l’ora di punirlo ormai 10 anni fa. Il referendum costituzionale del 2016 è la pietra di paragone fortissima per tutti i leader di governo che non vogliono fare una brutta fine. Questa settimana si è sentita la sua mancanza parlamentare anche sulla questione iraniana, proprio nella settimana in cui Guido Crosetto ha sentito il bisogno di mettersi nei guai con qualche sorprendente dichiarazione di troppo («Da tre anni non viaggio mai con la scorta quando sono con la famiglia, mai», è entrata nella top ten delle cose da NON dire).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto (Ansa).

Meloni paga l’amicizia con Trump e la polarizzazione sul referendum

Il problema è che da un lato – fronte esterno/estero – Meloni paga il suo rapporto con Trump e dall’altro – fronte interno – paga la polarizzazione dello scontro sul referendum gestita e organizzata da altri. A furia di avere paura di fare come Renzi, Meloni rischia di perdere come Renzi senza aver fatto Renzi. La leader di Fratelli d’Italia è l’unica a poter spostare voti sul sì al referendum, ma fin qui ha prevalso la cautela (chiamiamola così). Una cautela che rischia di ritorcersi contro le intenzioni di chi ha promosso la separazione delle carriere: l’Iran rischia di oscurare la già non particolarmente nutrita possibile partecipazione elettorale.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Donald Trump e Giorgia Meloni alla Casa Bianca (Imagoeconomica).

La guerra potrebbe oscurare pure la vittoria del Sì, ma meglio non farci affidamento

Le guerre d’altronde non fanno bene agli affari, creano speculazione montante (come si vede già alle pompe di benzina) e distraggono un elettorato già abbastanza pigro da non volersi alzare dal divano, come ha spiegato Nando Pagnoncelli sul Corriere, nemmeno quando favorevole alla riforma. Quasi che desse per scontato il risultato, quando invece il fronte del No ha trovato la chiave giusta per interpretare questa campagna elettorale, come dimostrano le sortite populiste di Nicola Gratteri e Tomaso Montanari contro i sostenitori del Sì.

È anche per questo che potrebbe vincere chi vuole affossare la riforma. Certo, la guerra in Iran, che potrebbe non essere breve, così come oscura il referendum potrebbe oscurarne anche il risultato eventualmente negativo, ma se fossimo in Giorgia Meloni non ci faremmo troppo affidamento, diciamo. 

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio

Tutto comincia con un orologio che si ferma alle 4:06 del mattino del 19 agosto 2024. In 16 minuti precisi, il Bayesian – uno yacht a vela di 56 metri, gioiello della cantieristica italiana, costruito dai cantieri Perini Navi – si inabissa al largo di Porticello, in Sicilia. Sette persone muoiono. Tra loro Mike Lynch, miliardario britannico della tecnologia, e sua figlia diciottenne Hannah. Sedici minuti. Una nave di quella classe non dovrebbe affondare così. E infatti la Procura di Termini Imerese apre un fascicolo per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, con tre membri dell’equipaggio indagati. A giugno 2025 lo scafo viene recuperato dal fondale a 50 metri di profondità e trasferito nel porto siciliano per gli accertamenti tecnici. Le indagini sono ancora in corso. Perini Navi era confluita in The Italian Sea GroupTISG, cantiere toscano di Marina di Carrara, quotato in Borsa, tra i più importanti del lusso nautico italiano. Da quel momento in poi, per TISG, è andata sempre peggio. 

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
Le ricerche per recuperare il corpo della figlia di Mike Lynch, dopo il naufragio del Bayesian (Ansa).

I conti che non tornano

Avanziamo velocemente di un anno e mezzo. Siamo a febbraio 2026. TISG comunica al mercato qualcosa che non si dovrebbe mai leggere in un comunicato ufficiale di una società quotata: la cassa non c’è più. Non è un eufemismo. Settanta, ottanta milioni di euro che avrebbero dovuto essere lì, il cuscinetto operativo di un cantiere con ordini pluriennali da decine di milioni l’uno, sono spariti. La causa, si dice, è un sistema di costi extra budget costruito nel tempo da alcune «figure apicali» per scavalcare i controlli interni. In parole semplici: qualcuno, dentro l’azienda, ha aggirato sistematicamente il sistema di approvazione delle spese. L’amministratore delegato Giovanni Costantino (fondatore, primo azionista con il 53,6 per cento e ora anche presidente dopo le dimissioni di tre quarti del consiglio), mette mano al portafoglio personale: 25 milioni di euro versati dalla sua GC Holding il 19 febbraio. Non bastano. Otto giorni dopo, gli stipendi dei 500 dipendenti arrivano in ritardo per insufficienza di liquidità. Gli operai scendono in sciopero. Il Cda esplode. Il presidente Filippo Menchelli e il vicepresidente Marco Carniani si dimettono contestando la gestione degli ultimi anni. Costantino li accusa a sua volta. KPMG viene chiamata a fare una forensic due diligence. Il titolo in Borsa crolla del 55 per cento in due settimane. La società vale oggi una frazione di quello che valeva un anno fa.

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
Giovanni Costantino (Imagoeconomica).

Il “salvagente” lanciato da Leonardo Maria Del Vecchio

È a questo punto, con TISG a terra, che entra in scena Leonardo Maria Del Vecchio. Trent’anni. Quartogenito del fondatore di Luxottica. Presidente di Ray-Ban, Chief Strategy Officer di EssilorLuxottica, e da qualche anno protagonista di una stagione di investimenti personali che ha dell’incredibile. Nel 2022 ha fondato LMDV Capital, il suo family office, guidato dall’ex banker Marco Talarico. In tre anni ha accumulato una ventina di partecipazioni: il Twiga di Briatore, ristoranti a Brera, Acqua di Fiuggi, il 30 per cento de Il Giornale, l’80 per cento di Editoriale Nazionale (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino), una start-up di grafene, una di fintech, una di gin giapponese. Ha provato a comprare Repubblica. Non ci è riuscito. Qual è il filo conduttore? Nessuno riesce a trovarlo. Ristorazione, media, tecnologia verde, lusso, distillati. LMDV prende quello che attira l’attenzione, senza un piano industriale riconoscibile. E ora vuole comprare un cantiere navale.

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Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

I numeri di un castello di carte

Parliamo di soldi veri, perché è qui che la storia diventa inquietante. A gennaio 2026, LMDV Capital allarga la linea di credito con UniCredit portandola a circa 650 milioni di euro, una cifra che ha sostituito una precedente linea da 350 milioni aperta sei mesi prima con Indosuez, che a sua volta aveva rimpiazzato finanziamenti con Intesa Sanpaolo, Banca Ifis e Mps. Ogni volta la cifra cresce. Ogni volta cambia la banca. Garanzia? L’intero portafoglio di LMDV Capital è in pegno. In altri termini: tutto quello che Del Vecchio ha costruito in tre anni – il Twiga, i giornali, il grafene, il gin – è dato in garanzia alle banche. Se qualcosa va storto, UniCredit può prendere tutto. Ma la cosa più importante è questa: Del Vecchio non ha liquidità propria. Ha credito bancario. E quel credito è già quasi interamente impegnato. Per comprare TISG, ricapitalizzarla, coprire le perdite emerse e rilanciarla operativamente, servirebbero almeno 150-200 milioni di euro freschi. Soldi che non ci sono. Rimane la quota di eredità. Del Vecchio è uno degli otto eredi di Delfin, la cassaforte lussemburghese che controlla EssilorLuxottica, Generali, Mps e altro ancora. Ma da tre anni gli eredi litigano sull’assetto della governance. Nessuna divisione è stata ancora formalizzata. Leonardo Maria investe come se quei soldi fossero già suoi. Non lo sono ancora.

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

I rischi di una possibile acquisizione

Ammettiamo per un momento che Del Vecchio riesca a comprare TISG. Cosa succede dopo? TISG non è un ristorante né un giornale. È un cantiere che gestisce commesse su superyacht full custom da 30 a 150 milioni di euro l’uno, con tempi di costruzione pluriennali, decine di subappaltatori, materiali pregiati, armatori internazionali abituati a standard di servizio e comunicazione altissimi. I brand Admiral, Tecnomar e Perini Navi sono nomi che nel mercato globale del lusso nautico godono di reputazione decennale. Rischiano di rovinarsi in sei mesi con un management sbagliato. Chi gestirebbe questa realtà? LMDV Capital ha mostrato di sapere fare deal. Non ha mai dimostrato di saper gestire operativamente nulla di complesso. Talarico viene dalla finanza, come gli altri del family office. Nessuno di loro ha mai gestito un cantiere con centinaia di operai specializzati, ingegneri navali, processi industriali che durano anni. E poi c’è il problema strutturale: TISG entra in questa storia con un’indagine KPMG ancora aperta, un bilancio 2025 non approvato, una causa da 470 milioni legata al Bayesian, un consiglio di amministrazione che si è appena dimesso in blocco e un’immagine sul mercato gravemente compromessa. Chiunque compri oggi compra un cantiere con una bomba a orologeria dentro. La domanda che nessuno fa è quella che invece bisognerebbe porre ad alta voce: chi tutela i lavoratori?

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
I cantieri di The Italian Sea Group (Imagoeconomica).

I 650 operai dei cantieri vanno tutelati

Ci sono 650 operai nei cantieri di TISG. Saldatori, falegnami, tappezzieri, elettricisti navali, verniciatori. Mestieri specializzati che in pochi luoghi in Italia si praticano ancora ad alto livello. Quegli operai hanno aspettato lo stipendio otto giorni a febbraio. Hanno scioperato. Si sono chiesti cosa stesse succedendo. Nessuno lo ha loro spiegato con chiarezza. Continuano a non saperlo. Quello che sappiamo è che sopra le loro teste si è scatenato un conflitto tra un amministratore delegato accusato di irregolarità contabili, un consiglio di amministrazione che si è dimesso lanciando accuse gravi, e ora un giovane miliardario che vuole comprare tutto a debito per aggiungere un cantiere nautico alla sua collezione di asset. In Italia esiste un ministero del Lavoro. Esistono le organizzazioni sindacali. Esistono le prefetture. Qualcuno, in questa catena, dovrebbe alzare la mano e dire: prima di cambiare di mano un’azienda che ha centinaia di lavoratori e una crisi di liquidità conclamata, bisogna avere un piano industriale credibile. Bisogna avere i soldi. Bisogna avere le competenze. Non una collezione di gin, quote di giornali e cantieri navali tenuta insieme con finanziamenti bancari in pegno.

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
Uno yacht di TISG in banchina di carenaggio (Imagoeconomica).

Se la guerra è un videogame: per la Casa Bianca l’Iran è come Call of Duty

L’Iran come Call of Duty. Mentre in Medio Oriente va in scena un’escalation del conflitto dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele e la contestuale risposta di Teheran, l’account social della Casa Bianca si diverte a montare le immagini dei raid in Iran alternate a quelle del celebre videogame. Il video è stato pubblicato su X ed è stato realizzato mischiando le scene di Call of Duty Modern Warfare III, un titolo del franchise di sparatutto in prima persona, con le azioni reali dei militari statunitensi contro obiettivi iraniani. Il post è accompagnato dalla scritta «per gentile concessione di Red, White & Blue», con riferimento al pacchetto che si può acquistare nel gioco per equipaggiare il proprio personaggio di armi che lanciano proiettili con diverse scie di colore. La mossa è stata ritenuta di cattivo gusto da numerosi utenti, che non si capacitano di come la Casa Bianca possa paragonare a un videogioco una guerra che ogni giorno causa morti e feriti. «Quello che manca nel video sono le scolare iraniane uccise nell’esplosione e i soldati americani uccisi», ha fatto notare Cornell William Brooks, docente di Harvard.

Pochi giorni prima il video dell’operazione Epic Fury a ritmo di Macarena

Ma non è l’unico filmato del genere comparso sui social della Casa Bianca da quando gli Usa hanno deciso di attaccare Teheran. Già nei giorni scorsi lo stesso account aveva condiviso un video che mostrava alcuni momenti dell’operazione Epic Fury contro l’Iran con una musica in sottofondo che richiamava le prime note della Macarena, celebre hit del 1993. Le immagini mostravano caccia militari decollare e sganciare bombe su Teheran, con immagini a rallentatore. Anche in quel caso non era mancata l’ira degli utenti: «Non posso credere che la Macarena è diventata la colonna sonora della Terza guerra mondiale».

L’Europa si mobilita per Cipro dopo l’attacco alla base britannica di Akrotiri

«Dobbiamo rivalutare i nostri assetti nella regione e rispondere alle richieste dei Paesi amici in difficoltà. Intendiamo dispiegare un dispositivo multidominio in Medioriente, con sistemi di difesa aerea antidrone e antimissilistica». Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando alla Camera: nelle sue comunicazioni ha peraltro riconosciuto che le operazioni militari di Stati Uniti e Israele, che hanno provocato la reazione (forse sottovalutata) dell’Iran, non rientrano nel quadro del diritto internazionale. Crosetto ha poi aggiunto che l’Italia fornirà «assieme a spagnoli, francesi e olandesi un aiuto a Cipro», dove si trova la base militare britannica di Akrotiri, colpita il 2 marzo da un drone iraniano (o forse di Hezbollah). Il punto sugli aiuti europei all’isola.

L’Europa si mobilita per Cipro dopo l’attacco alla base britannica di Akrotiri
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

La Francia schiererà la portaerei Charles de Gaulle

L’Eliseo ha riferito che, «in uno spirito di solidarietà europea», il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto colloqui telefonici con Giorgia Meloni e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis: nel corso delle chiamate è stato concordato «di coordinare l’invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale». La telefonata è stata confermata da Palazzo Chigi: i due leader, si legge in una nota, «hanno discusso le implicazioni del conflitto in Iran sia sul quadro regionale mediorientale che a livello globale». La portaerei Charles de Gaulle sarà dispiegata nel Mar Mediterraneo (si trovava nel Baltico) e Macron ha anche ordinato il dispiegamento della fregata Languedoc. L’isola verrà anche aiutata con la fornitura di mezzi antiaerei.

L’Europa si mobilita per Cipro dopo l’attacco alla base britannica di Akrotiri
Emmanuel Macron (Imagoeconomica).

Gli aiuti di Italia, Spagna, Paesi Bassi e Grecia

L’Italia fornirà sistemi di difesa aerea, antidrone e antimissile a Cipro: Crosetto ha parlato di «assetti navali», senza però andare nei dettagli. La Spagna invierà la fregata Cristoforo Colombo, utilizzata per la difesa aerea. La nave supporterà il sistema intercettore missilistico Patriot, che la Spagna schiera in Turchia. Il governo dei Paesi Bassi fornirà ha dichiarato che sta valutando come supportare Cipro. La Grecia ha già dispiegato le due fregate Kimon e Psara, che ora si trovano in acque cipriote.

L’Europa si mobilita per Cipro dopo l’attacco alla base britannica di Akrotiri
Caccia britannici nella base di Akrotiri (Ansa).

Il Regno Unito manderà anche elicotteri antidrone

Per quanto riguarda il Regno Unito, di fatto oggetto dell’attacco, Londra invierà a Cipro il cacciatorpediniere Hms Dragon e elicotteri Wildcat dotati di capacità anti-drone. La decisione è stata presa da Keir Starmer dopo un colloquio col presidente cipriota Nikos Christodoulides. Il premier britannico ha anche annunciato che il Regno Unito invia altri quattro caccia Typhoon in Qatar.

Rinviate o da remoto le riunioni informali del Consiglio Ue

A causa delle tensioni in Medio Oriente e delle ripercussioni sui voli verso Cipro, la presidenza cipriota di turno dell’Ue ha comunicato che tutte le riunioni informali del Consiglio Ue previste sull’isola nel mese di marzo verranno rinviate o si svolgeranno virtualmente.