Via libera alla consultazione del materiale istruttorio inviato dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi alla Camera assieme alla lettera indirizzata al presidente Lorenzo Fontana, relativo al caso dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e delle sue chat con il ristoratore prestanome del clan Senese Mauro Caroccia. Lo ha deciso il presidente della Giunta per le autorizzazioni Davis Dori (deputato di Avs), dopo lo slittamento tra le polemiche del voto previsto oggi in aula alla Camera.
Dori: «La maggioranza non vuole, ma devo consentire l’accesso alla documentazione»
«La maggioranza non vuole consentire l’accesso alla documentazione e alle chat inviate dalla Procura di Roma. Io invece ho il dovere, come Presidente, di tutelare il diritto di tutti i membri Giunta di poter prendere visione della documentazione per avere un quadro completo. Non c’è motivo perché la Giunta inibisca a se stessa tale accesso, pur entro gli usuali limiti di divulgabilità», ha dichiarato Dori: «Pertanto darò agli uffici, avendo anche vari precedenti, il via libera alla visione della documentazione a partire da domani mattina per consentire di organizzare la visione con criteri di non divulgabilità. Mai la Giunta ha limitato l’accesso a se stessa. Ci sono precedenti in tal senso e non intendo compromettere i diritti dei commissari e violare le prerogative parlamentari».
Andrea Delmastro e Mauro Caroccia (TIKTOK/BISTECCHERIA DA BAFFO).
I membri della Giunta potranno visionare il materiale dalle 10 del 31 luglio
I membri della Giunta potranno visionare il materiale, che dovrebbe contenere le chat tra Delmastro e Carocci, a partire dalle ore 10 del 31 luglio, con il vincolo di riservatezza. Dori ha spiegato che, dopo la lettera inviata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi alla Camera sull’uso delle chat, la Giunta dovrà esprimersi sulla necessità di una integrazione istruttoria. Quando all’accesso al materiale della Procura di Roma la maggioranza in Giunta si è espressa in modo contrario.
Entra nel vivo l’esodo dell’estate 2026. A partire dal primo fine settimana di agosto è infatti atteso un progressivo aumento dei flussi di traffico lungo la rete di Autostrade per l’Italia. In particolare, a partire dalla mattinata di sabato 1° agosto, inizieranno a intensificarsi gli spostamenti in uscita dai principali centri urbani verso le località di villeggiatura. Il picco degli spostamenti si registrerà nel fine settimana del 7 e il 9 agosto. Complessivamente, nei due weekend più intensi dell’esodo, secondo le stime di Autostrade saranno circa 16 milioni i veicoli in transito lungo i 3 mila km di rete gestiti dal Gruppo. Le direttrici maggiormente interessate saranno, come di consueto, l’A1 Milano-Napoli e l’A14 Bologna-Taranto. A partire dalla seconda metà di agosto, inizieranno invece a registrarsi i rientri verso i grandi centri urbani, concentrati prevalentemente nelle giornate di sabato e domenica.
Sospesi i cantieri più impattanti e potenziati i presidi di uomini e mezzi
Per accompagnare gli spostamenti estivi, Autostrade per l’Italia ha predisposto un piano straordinario per la gestione della viabilità che prevede, tra le principali misure, la sospensione dei cantieri maggiormente impattanti lungo le principali direttrici autostradali. Il piano punta a garantire la massima disponibilità delle corsie possibile nei periodi caratterizzati dai maggiori volumi di traffico. Le attività riprenderanno progressivamente entro la prima metà di settembre, una volta esauriti anche i flussi legati al controesodo. A supporto della viabilità sono stati inoltre potenziati i presidi di uomini e mezzi nei punti strategici della rete, pronti a intervenire in caso di necessità e a fornire assistenza agli utenti, e il rafforzamento dei servizi di pronto intervento e dei presidi meccanici e sanitari lungo le tratte gestite da Aspi.
Monitoraggio in tempo reale dalla Control room
Anche per l’esodo estivo 2026, un ruolo centrale nella gestione dei flussi sarà svolto dalla tecnologia e dal monitoraggio in tempo reale della rete. Il cuore del sistema è la Control room di Autostrade, il centro per il monitoraggio del traffico, degli impianti e delle infrastrutture con sede nella direzione generale di Roma. La struttura, disegnata e realizzata da Movyon, polo tecnologico del Gruppo, ha raccolto e gestito nell’ultimo anno oltre 3,5 miliardi di dati provenienti dalla rete – dal funzionamento della viabilità, alla gestione delle emergenze, anche in caso di eventi meteorologici significativi, oltre al monitoraggio costante dello stato delle infrastrutture. Informazioni, dati e immagini arrivano in tempo reale, 24 ore su 24, dalle nove direzioni di tronco distribuite lungo tutti gli asset autostradali. All’interno della Control room opera il Centro operativo viabilità, attivo 24 ore su 24, sette giorni su sette, nel quale confluiscono le informazioni relative agli eventi in corso e a quelli previsti sull’intera rete. In un anno il Centro ha registrato e gestito circa 400 mila eventi legati alla viabilità, assicurando la diffusione delle informazioni attraverso i diversi canali di infomobilità. A supporto del monitoraggio della rete sono attive quasi 5 mila telecamere, di cui circa 3 mila installate nelle gallerie, oltre 900 sensori per la rilevazione dei flussi di traffico e 400 centraline meteorologiche. Un sistema tecnologico diffuso che consente di seguire costantemente l’evoluzione della viabilità e supportare la gestione tempestiva di eventuali criticità.
Tornano le iniziative dedicate all’assistenza dei viaggiatori
Oltre alla tecnologia, a favorire gli spostamenti per le vacanze tornano le iniziative dedicate all’assistenza ai viaggiatori e alla promozione della sicurezza stradale. Autostrade per l’Italia, in collaborazione con la Polizia di Stato e altri enti e associazioni, attiverà presidi medici e veterinari in quattro aree di servizio situate lungo le principali direttrici dell’esodo e del contro esodo, come Teano Ovest e Casilina Est in A1 e La Pioppa Ovest e Sillaro Est in A14. Sarà inoltre possibile informarsi sulle condizioni del traffico, oltre che verificare le regole inderogabili per un viaggio in sicurezza. Per tutta l’estate sarà inoltre potenziato il sistema di infoviabilità di Autostrade, attraverso aggiornamenti costanti sull’app e sul sito autostrade.it, oltre al numero unico 803.111.
Aveva rotto con Donald Trump, ma in occasione delle elezioni di metà mandato in programma a novembre Elon Musk tornerà a sostenere il presidente Usa. Axios riporta infatti che l’uomo più ricco del mondo sta riattivando il suo America PAC, political action committee che aveva raccolto e speso la somma record di 260 milioni di dollari per contribuire all’elezione di Trump nel 2024.
Elon Musk (Ansa).
Musk in soccorso di Trump in crisi nei sondaggi
Come spiega Axios, il nuovo investimento di Musk andrà ad accrescere l’enorme vantaggio finanziario del Partito repubblicano su quello Democratico, in una fase in cui i bassi indici di gradimento di Trump (in particolare sui temi dell’economia e della guerra con l’Iran) sembrano mettere a rischio il controllo del Grand Old Party sulla Camera e persino al Senato. I PAC repubblicani hanno un vantaggio di oltre 300 milioni di dollari rispetto alle loro controparti democratiche. E questo senza contare i 400 milioni di dollari depositati nel super PAC MAGA Inc. di Trump.
Elon Musk e Donald Trump (Ansa).
Musk è il maggior donatore politico individuale nella storia Usa
L’America PAC, scrive Axios, punterà su attività di porta a porta, pubblicità digitale e invii di materiale informativo diretto, con l’obiettivo di mobilitare la base conservatrice, inclusi gli elettori solitamente meno propensi a votare negli anni in cui non si tengono le Presidenziali. I rappresentanti di Musk non hanno voluto precisare l’entità esatta della spesa prevista. Ma, guardando al recente passato, tutto lascia supporre che si tratterà di una somma ingente: le donazioni a favore di Trump effettuate tramite l’America PAC nel 2024 hanno reso Mr Tesla il più grande donatore politico individuale in un singolo ciclo elettorale nella storia degli Stati Uniti.
Nella giornata di oggi a Montecitorio non è slittato solo il voto sull’utilizzabilità delle chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, ma anche quello della commissione Affari Ue della Camera sullo schema di decreto legislativo in materia di riconoscimento facciale, tema su cui si è espressa anche l’Unione europea, bacchettando l’Italia.
Cosa prevede il decreto legislativo
L’Italia ha accelerato sul decreto che recepisce l’AI Act europeo, ma con una sbandata. Se l’articolo 8 prevede il riconoscimento facciale in tempo reale nei casi più estremi – come terrorismo e ricerca di persone scomparse – con l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, a far discutere è l’articolo 10. Che, a differenza dei momenti successivi a gravi reati o sparizioni, disciplina la quotidianità. Il decreto legge, infatti, introduce la raccolta preventiva dei dati biometrici di chi entra in un’area ritenuta sensibile, per una sorta di “sorveglianza generalizzata” che ha fatto drizzare le antenne del centrosinistra e pure di Bruxelles.
Telecamere di sorveglianza (Ansa).
La strigliata dell’Unione europea all’Italia
In base all’articolo 10 del decreto, i dati biometrici di chi passa davanti a una telecamera potranno in un’area sensibile potranno restare in memoria per sette giorni. Se nel frattempo verrà commesso un reato, diventeranno materiale d’indagine. Altrimenti saranno cancellati. Il trattamento automatizzato e generalizzato dei dati biometrici, che suona molto simile a una profilazione di massa stile Grande Fratello (tipica dei regimi) non è però coerente con le norme introdotte da Bruxelles due anni fa con l’AI Act, firmato dagli allora commissari Margrethe Vestager e Thierry Breton. Rispondendo a una domanda decreto legislativo, il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier ha dichiarato: «Il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è una pratica vietata dalla legge Ue sull’intelligenza artificiale: questo divieto vige già dall’anno scorso. Non vogliamo che con l’IA ci sia un controllo pubblico su dove ci spostiamo quotidianamente».
Palazzo Chigi: «L’Italia rispetta le norme Ue»
«Sul riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili l’Italia continuerà a rispettare la normativa europea, a partire dall’AI Act, come fatto finora, in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà, la cui verifica spetta all’Autorità giudiziaria», hanno dichiarato fonti di Palazzo Chigi, aggiungendo che «l’Italia si pone all’avanguardia nella governance dell’intelligenza artificiale». Le stesse fonti hanno poi affermato: «Siamo stati i primi in Europa ad adottare una normativa di sistema e a darne rapida attuazione. Il Governo continuerà a lavorare in questa direzione, nel rispetto della visione che porta avanti fin dall’inizio, per uno sviluppo e un’applicazione dell’IA centrata sull’uomo e governata dall’uomo». Dopo il via libera della commissione Politiche Ue del Senato, arrivato ieri, il provvedimento è approdato oggi anche all’esame delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia di Camera e Senato per i rispettivi pareri. In tali sedi al momento l’iter prosegue senza rinvii.
Va bene raccogliere «lo scarto, la feccia, i figli di nessuno» ed essere «orgogliosi», anzi «fierissimi» di farlo, come ha sempre detto il Roberto Vannacci. Ma forse il generalissimo non si aspettava che il suo uomo forte a Milano inciampasse in una bega giudiziaria. E così il responsabile vicario di Futuro nazionale per la Lombardia, con delega su Milano, è già saltato per aria. Luca Carleo, imprenditore milanese classe 1981, si è dimesso dopo un giorno. Nominato il 28 luglio, ha salutato tutti il 29. È durato meno di Paolo Maldini e Leonardo alla guida della rivoluzione calcistica italiana. Carleo è indagato per presunte frodi da oltre 30 milioni di euro: è uno degli amministratori delle società del gruppo Ops finita al centro di un’inchiesta finanziaria della procura di Milano, che oltre a lui coinvolge altre otto persone. Tra le varie ipotesi di reato contestate ci sono: ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza, false comunicazioni sociali per le società quotate, formazione fittizia di capitale, malversazioni di erogazioni pubbliche, responsabilità amministrativa delle società per reati commessi a loro vantaggio da parte degli amministratori. Come ha riportato Il Giorno, Carleo nel suo curriculum si definiva un «manager creativo e visionario», con un’esperienza ventennale nello sviluppo di brand a livello internazionale, soprattutto nei settori del retail e dell’editoria locale lombarda. Su Instagram il suo motto è «Crederci fino in fondo! Crederci ad ogni costo!». Ci aveva creduto anche Vannacci, ma è durata solo un giorno. Il coordinatore nazionale di Fn, Massimiliano Simoni, ha commentato così provando a togliersi dall’imbarazzo: «Mi auguro che possa essere fatta piena luce e lo ringrazio per il senso di responsabilità nel fare un passo indietro in un momento così delicato. Nei prossimi giorni il partito provvederà a una nuova nomina all’altezza dell’incarico». Nel 2018 Carleo era stato presentato come candidato dell’Udc nella lista Noi con l’Italia. Dal centro è poi giunta la virata verso l’estrema destra. Però si è bruciato in fretta.
Luca Carleo nel 2018 ai tempi dell’Udc (foto Imagoeconomica).
Tra papa Leone e Trump sbuca… Bocelli
È sempre in viaggio, Andrea Bocelli: il cantante non conosce soste, e nella serata di mercoledì 29 luglio era da papa Leone XIV, a Castel Gandolfo. Il pontefice, appena tornato a Roma dopo quasi un mese di vacanza, è rientrato apposta nella villa vaticana per partecipare all’incontro di preghiera e fraternità “Cantico di Pace” a Borgo Laudato si’, nei Giardini Pontifici, insieme a Bocelli e al coro formato da voci bianche provenienti da Uganda, Terra Santa e Italia. Già, ma quale ruolo ha Bocelli? A Castel Gandolfo si spiffera di un compito molto delicato, ossia addirittura quello di “ponte” tra papa Leone XIV e Donald Trump. Non è un mistero che Bocelli abbia praticamente “libero accesso” alla Casa Bianca, e infatti molte volte appare al fianco del presidente degli Stati Uniti nello Studio Ovale, anche grazie alle tante iniziative benefiche che vedono come protagonista il cantante italiano vivente più famoso al mondo con la sua fondazione. Un ambasciatore di lusso, che si somma alla vastissima rete diplomatica vaticana, e che però ha il vantaggio di parlare “a tu per tu” con Trump. E visto il contesto attuale, dove le guerre non si contano più, aver ospitato Bocelli proprio nel luogo più amato da papa Leone XIV, Castel Gandolfo, fuori dal caos romano e lontano dai “sacri palazzi”, aumenta il valore dell’iniziativa nel Borgo Laudato si’. È stata promossa dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ e dalla Andrea Bocelli Foundation, rappresentata dallo stesso tenore, inserita nel programma delle celebrazioni per l’ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi.
Andrea Bocelli con Donald Trump nello Studio Ovale (foto Imagoeconomica).
Parliamo delle prigioni di Alemanno?
Nella giornata di venerdì 31 luglio, alla Regione Lazio, va in scena la relazione annuale del Garante regionale delle persone detenute, Stefano Anastasia. Oggetto dell’incontro, la presentazione della relazione di fine mandato, “Bilancio di un decennio (2016-2026)”. Si parlerà anche della storia carceraria di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e amico da sempre del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca? Si vedrà. A ruota, si prevedono i commenti del ministro della Giustizia Carlo Nordio, potenzialmente perfetti per alimentare una polemica sulla situazione carceraria italiana che può durare, grazie al sostegno dei media, almeno fino al prossimo lunedì.
Gianni Alemanno all’uscita da Rebibbia (Ansa).
Cinghiali in vacanza
Sono ormai un classico del panorama di Roma nord: i cinghiali ormai fanno parte dell’habitat dell’Olgiata, ma anche del Fleming, di Vigna Clara, della via Cassia, della Giustiniana, e qualcuno si è affacciato anche in zona piazzale Clodio, dalle parti del tribunale. E chi ha una casa al Circeo o a Sabaudia adesso se li ritrova pure lì: le famigliole di ungulati stanno dominando il territorio, vagano quando non fa caldo, di sera, e hanno tanta sete. Ma mentre nella Capitale si “attaccano” alle fontanelle dell’acqua potabile, in campagna e al mare i cinghiali scavano forsennatamente in cerca dei tubi, spesso di plastica, rompendoli per riuscire a bere. Così nelle ville lungo la costa, quelle dei veri vip, spesso manca l’acqua perché i cinghiali di turno hanno spaccato le tubature. C’è chi ha messo delle grandi trappole dove far cadere i cinghiali, ma si muovono numerosi e al massimo riescono a prenderne un paio, mentre gli altri scappano. Non si contano le Smart che di notte vengono prese “a testate” dagli ungulati, con gravi danni. Una situazione che sembra essere sfuggita di mano e che non pare risolvibile, a breve. Intanto qualche ristorante annuncia con enfasi, tra i piatti del menù, “cacciagione di giornata”: qualcuno ha dei dubbi sulla provenienza, temendo una carne a “chilometro zero”, appena trovata su qualche strada di campagna, nei pressi del locale che offre secondi piatti succulenti e molto saporiti…
A Sabaudia arriva Piantedosi
Non solo cinghiali, a Sabaudia: venerdì 31 luglio, di sera, arriva l’incontro “L’Italia delle imprese: le sfide per la crescita”, per “Sabaudia Incontra – Dialoghi in Corte”, rassegna estiva condotta dal vicedirettore del Tg La7 Andrea Pancani. Non mancheranno le “autorità”, ossia il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e poi il leghista Alessandro Morelli in qualità di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla programmazione e al coordinamento della politica economica, il presidente dell’Anac Giuseppe Busia insieme agli amministratori delegati di Anas Claudio Andrea Gemme e della Società Stretto di Messina Pietro Ciucci, e molti altri ancora.
In occasione della cerimonia del Ventaglio con i giornalisti, iI presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato il mondo politico a portare «reciproco rispetto, senza inopportuna aggressività verbale, spesso immotivata e, a mio avviso, anche controproducente». Un appello ad abbassare i toni e a lasciare da parte le tensioni elettorali che, con le urne lontane mesi e mesi, gli sembrano «per la verità piuttosto intempestive» e tolgono attenzione «ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini». Un monito che arriva dopo lo scontro sul caso Roggero, sulla morte di Fakir e sulle violenze in Val di Susa.
Mattarella: «Inaccettabile esitazione nel condannare le violenze in Val di Susa»
Su quest’ultimo punto, il capo dello Stato è stato netto: «La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale. Aggredisce la Costituzione chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica». Per questo ha chiesto alle forze politiche «maggiore responsabile attenzione» per fermare un fenomeno allarmante, «una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui». «Non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza». Gli scontri in Val di Susa da chi contesta la Tav sono per Mattarella un fatto grave e «inammissibile». Per questo, velato richiamo alla sinistra, «non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi».
Il voto sull’utilizzabilità delle chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il ristoratore prestanome del clan Senese Mauro Caroccia, che era atteso oggi a Montecitorio, è stato rinviato nella giunta per le autorizzazioni della Camera, che si riunirà quanto prima. Tale decisione è stata presa perché i membri devono analizzare una lettera inviata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi, che chiede di autorizzare anche per il diritto alla difesa la visione delle chat.
Il rinvio dopo la lettera del procuratore Lo Voi
Lo voi ha inviato una lettera al presidente della Camera Lorenzo Fontana dopo che il legale di Caroccia, l’avvocato Fabrizio Gallo, ha depositato in procura una memoria con le chat tra Delmastro e il suo assistito, indagato per il caso della Bisteccheria d’Italia, che sta già scontando una condanna definitiva per intestazione fittizia di beni, chiedendone l’acquisizione. Nella lettera, anticipata ieri sera da alcune testate, Lo Voi ha spiegato che l’accesso al contenuto del dispositivo non risponderebbe soltanto a esigenze investigative, ma anche a finalità di garanzia, in quanto permetterebbe di verificare integralmente il materiale presente nel telefono e di confrontarlo con quanto già prodotto dalla difesa.
Assieme alle opposizioni protesta anche Forza Italia
Il rinvio del voto è stato criticato dalle opposizioni: dal Pd al M5s, fino a Avs. Ma anche da Forza Italia. «Il presidente della Camera ha detto di aver ricevuto un’ora prima della riunione dei capigruppo la lettera del procuratore di Roma, peraltro annunciata dalle agenzie già ieri sera. È una procedura anomala, non è possibile riaprire l’istruttoria solo perché la Procura pensa di mandare ulteriori documenti», ha dichiarato il capogruppo azzurro Enrico Costa: «Se noi apriamo un precedente che un’ora prima della votazione, si manda un documento e si blocca l’Aula…».
Un missile russo è penetrato nei cieli polacchi durante il massiccio attacco compiuto da Mosca contro l’Ucraina, schiantandosi poi a terra nei pressi di Lublino, in quella che di fatto rappresenta una grave violazione dello spazio aereo della Nato.
La violazione dello spazio aereo e lo schianto
Come ha spiegato il premier Donald Tusk su X, alle 3:40 di notte il Comando operativo delle forze armate polacche ha rilevato «un oggetto non identificato diretto a ovest». A quel punto Varsavia ha fatto decollare un F-16. Il contatto radar è stato però perso pochi minuti dopo, facendo scattare le ricerche nel voivodato di Lublino.
W trakcie rosyjskiego zmasowanego ataku rakietowego na zachodnią Ukrainę doszło do naruszenia polskiej przestrzeni powietrznej. Zwołałem w związku z tym zespół koordynacyjny z udziałem Ministra Obrony i odpowiednich służb, które od wielu godzin pracują na miejscu zdarzenia i…
Successivamente un elicottero Mi-24, recatosi nell’ultima posizione dell’oggetto, ha individuato il luogo dello schianto in un’area rurale vicino ai villaggi di Tarnawa-Kolonia e Tokary, a circa 95 chilometri dal confine con la Russia: un cratere dal diametro di circa 10 metri, circondato da detriti. Dato che la Russia ha lanciato missili da crociera Kh-101 durante la notte contro l’Ucraina (facendo almeno 13 morti), è altamente probabile – come sostiene Kyiv – che quello entrato nello spazio aereo della Polonia fosse proprio un razzo di questo tipo.
A Russian Kh-101 missile crashed in Poland during a massive strike on Ukraine
The missile flew roughly 100 kilometers into Polish territory before vanishing from radar and coming down in the Lublin region.
Luca Zaia è pronto a portare il suo podcast Il Fienile — che in rete conta 110 milioni di utenti unici al mese sui vari social — in televisione, a Mediaset. Lo riporta Repubblica, spiegando che il format potrebbe andare in onda su Rete 4 o su Italia 1. Non c’è ancora nulla di scritto, ma le trattative sarebbero in corso. Se l’ipotesi andasse in porto, la trasmissione verrà impostata stile Maurizio Costanzo show, sostituendo alle balle di fieno dell’ambientazione attuale salotto e poltrone. Lo studio resterà comunque lo stesso, ovvero un capannone della “H Farm” all’interno del campus di Roncade che si allunga per 50 ettari tra l’hinterland di Venezia e il Trevigiano.
Continua l’offensiva social mediatica di Beppe Grillo contro Giuseppe Conte. Dopo il post al vetriolo di mercoledì con cui il co-fondatore del M5s ha accusato la sua creatura di aver «perso la sua identità e la sua diversità» e la replica del presidente pentastellato («Il Movimento ha perso identità? Con tutte le nostre battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Lui aveva detto che Draghi è un grillino, fate un po’ voi»), il comico è tornato alla carica contro l’ex premier. Lo ha fatto rispolverando un filmato del 2022 (con la formula “sblocchiamo un ricordo”), in cui si vede Conte affermare: «Nessuno si permetta di dire che il Movimento 5 Stelle dice no Draghi. Il M5s dice sì a Draghi e rafforza il suo sì», difendendo strenuamente la permanenza dell’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi.
Replicando all’ex garante del M5s, Conte aveva fatto riferimento a quanto affermato da Grillo il 9 febbraio 2021 dopo un incontro con Mario Draghi, che era stato incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella di formare un nuovo esecutivo a seguito della caduta del governo Conte II. «Mi aspettavo il banchiere di Dio invece è un grillino. Mi ha dato ragione su tutto, era d’accordo su tutti i temi, però aspettiamo un attimo a votare su queste cose. Aspettiamo che pubblicamente dica cosa vuol fare, non ha ancora le idee chiare, poi sarete voi a decidere se mandare a fanculo questo o quell’altro», disse il cofondatore del M5s ai cronisti, sancendo di fatto un avvicinamento tra quella che era nata come una forza anti-sistema e uno dei maggiori simboli viventi dell’establishment europeo. In pratica, secondo Conte, il M5s aveva cambiato la sua identità quando sullo sfondo c’era ancora Grillo.
Lo sblocco anch'io un ricordo: ci fu una votazione online sulla piattaforma Rousseau l'11 febbraio 2021 per appoggiare il governo Draghi. Il capo politico era Crimi. Il 9 settembre, due giorni prima delle votazioni, uno a caso, se ne uscì con questa dichiarazione. Colpa di Conte? pic.twitter.com/HUApzwxYVW
Il cda di Webuild ha approvato il lancio di un’offerta pubblica di acquisto volontaria sulla totalità delle azioni ordinarie di Trevi Finanziaria Industriale, quotate su Euronext Milan. L’opa si qualificherà come offerta concorrente rispetto all’offerta pubblica di scambio sulle azioni Trevi annunciata da Icop il 28 giugno 2026. Webuild riconoscerà un corrispettivo interamente in contanti di euro 4,50 per ciascuna azione di Trevi portata in adesione all’offerta, corrispondente a una valorizzazione complessiva di Trevi pari a circa 295 milioni di euro, superiore a quella sottesa all’offerta Icop. Il corrispettivo, infatti, incorpora un premio pari al +29,8 per cento rispetto al prezzo di Trevi rilevato alla chiusura del 26 giugno 2026 (ultimo giorno di Borsa aperta anteriore alla data di annuncio al mercato dell’offerta Icop) pari a 3,5 euro.
Le motivazioni dell’offerta
Il successo dell’offerta consentirà al Gruppo Webuild di:
valorizzare Trevi come soggetto specializzato capace di accrescere la propria presenza sul mercato nei settori della progettazione e realizzazione di fondazioni speciali e nell’ingegneria del sottosuolo, che rivestono un ruolo critico per i grandi progetti infrastrutturali, core business di Webuild;
garantire un maggiore controllo dell’esecuzione — in termini di processo, qualità e rischi di consegna — sul portafoglio ordini del Gruppo, pari a circa 54 miliardi di euro;
rafforzare il posizionamento competitivo nelle gare per i grandi progetti complessi e ad alto contenuto geotecnico, differenziandosi attraverso una soluzione integrata end-to-end, più efficiente e competitiva anche in termini di pricing;
generare rilevanti sinergie industriali e commerciali, articolate su più direttrici, sia di ricavo sia di costo.
Per Trevi, si legge in un comunicato di Webuild, l’ingresso nel Gruppo aprirebbe un nuovo percorso di crescita per la società, per le sue persone e per il suo know-how. L’azienda manterrebbe la propria identità italiana, con il centro direzionale saldamente radicato in Italia, e conserverebbe il patrimonio di competenze tecniche, progettuali e manageriali al servizio sia dei progetti del Gruppo, sia del mercato terzo. L’appartenenza a uno dei principali operatori mondiali delle grandi infrastrutture, continua la nota, ne amplierebbe il perimetro commerciale e l’accesso a nuove geografie, clienti e gare di maggiore dimensione e complessità, valorizzando l’eccellenza italiana nei mercati internazionali. Complessivamente, Webuild ha identificato un potenziale di sinergie pari a circa 80-90 milioni di euro di Ebitda all’anno a regime, tale da rendere l’operazione accrescitiva sull’Ebitda di Webuild per 150-170 milioni (incluse le sinergie).
Tempistiche e condizioni di efficacia dell’offerta
L’offerta è subordinata al verificarsi di condizioni di efficacia secondo la prassi di mercato, tra cui:
l’ottenimento delle autorizzazioni di natura regolamentare da parte delle autorità competenti;
il conseguimento da parte di Webuild di una partecipazione almeno pari al 66,7 per cento dei diritti di voto;
l’assenza di eventi straordinari che comportino mutamenti significativamente negativi nella situazione di Webuild, di Trevi o del mercato.
L’obiettivo dell’offerta è acquisire l’intero capitale dell’emittente e, ove ricorrano le condizioni, conseguire la revoca delle azioni di Trevi dalla quotazione su Euronext Milan nell’ottica di favorire gli obiettivi di creazione di sinergie tra Webuild e Trevi e di crescita dei due Gruppi. Il periodo di adesione all’offerta – che sarà concordato con Borsa Italiana e avrà una durata compresa tra un minimo di 15 e un massimo di 40 giorni di Borsa aperta, salvo proroga – sarà avviato successivamente alla data di pubblicazione del documento d’offerta. Il perfezionamento dell’opa è previsto nel corso del secondo semestre 2026, subordinatamente all’avveramento delle predette condizioni di efficacia.
Il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver completato una «serie di duri attacchi» contro l’Iran, che hanno colpito «decine di obiettivi del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, tra cui centri di comando militari, installazioni missilistiche e per droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e capacità marittime». I raid delle forze Usa, ha sottolineato il Centcom, «sono stati progettati per ridurre ulteriormente le minacce che l’Iran e i suoi alleati rappresentano per le forze statunitensi, la navigazione commerciale e gli Stati vicini del Golfo». Le operazioni militari, iniziate attorno le 2 italiane, sono terminate poco prima delle 5.
U.S. forces began launching strikes against Iran at 8 p.m. ET today. The strikes are a powerful response to yesterday's attempted Iranian attacks on U.S. forces based in the Middle East.
I media statali iraniani hanno dato notizia di attacchi sull’isola di Qeshm e sulla città meridionale di Abadan. «Un raid statunitense contro un’abitazione nel quartiere di Chah Tangu a Qeshm ha ucciso tre membri di una famiglia: il padre, la madre e il loro figlio di due anni», ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Fars.
L’Iran ha attaccato in Giordania: intercettati cinque missili
Come già accaduto in precedenza, Teheran ha indirizzato missili contro una base americana in Giordania. Il portavoce ufficiale dell’esercito di Amman ha dichiarato che «le difese aeree hanno intercettato cinque missili lanciati dall’Iran e diretti verso il territorio del Regno nelle prime ore di questa mattina», aggiungendo che non ci sono state vittime.
Kuwait, missile iraniano su un’azienda cinese: un morto
Un attacco iraniano ha colpito un edificio di una società cinese nel nord del Kuwait e un lavoratore è rimasto ucciso. Lo ha riferito l’esercito kuwaitiano.
Donald Trump (Ansa).
Il piano sottoposto a Trump per due settimane di raid
Secondo il Wall Street Journal l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom americano, ha presentato a Donald Trump un piano per 10-14 giorni di intensi attacchi all’Iran per ridurre le sue capacità missilistiche. Axios scrive che il presidente americano, il quale ha dichiarato di voler «finire l’Iran molto presto», ha incontrato il 29 luglio il ministro della Difesa dell’Arabia Saudita – ormai entrata in guerra – che gli ha consegnato un messaggio del principe alla corona Mohammed bin Salman sulla guerra in Iran e l’escalation nella regione.
La definizione è di quelle che gridano vendetta. Giovan Battista Brunori, corrispondente Rai da Israele, in un servizio ha definito «escursionisti» i coloni israeliani impegnati in una spedizione punitiva contro un villaggio palestinese. Tanto è bastato per ritrovarsi in mezzo a una guerra che di sicuro non aveva scelto di combattere: quella tra le due tifoserie che nel dibattito pubblico si contendono il Medio Oriente a colpi di comunicati e dichiarazioni, ma che lui stesso, con quell’improvvido termine, ha finito per alimentare.
Al @Tg1Rai e al @tg2rai va in onda un servizio in cui @brunoriRai descrive un assalto di coloni israeliani in Cisgiordania come attacco di palestinesi contro un gruppo di «escursionisti».
La “scorta mediatica” del genocidio in azione. Pagata con i soldi dei contribuenti. pic.twitter.com/nFYmDmDR97
Brunori ha raccontato l’assalto dei coloni armati di Havat Gilad al villaggio palestinese di Tell usando la parola con cui li definisce l’esercito israeliano e, in un attimo, si è ritrovato trasformato nel megafono di Netanyahu. Fino al punto di diventare il protagonista di un anonimo documento intitolato «escurSIONISTA», affisso su una bacheca Rai. Non gli è bastato vivere lì da anni, né l’esperienza accumulata sul campo, come documenta il suo monumentale sito Internet, che avrebbe dovuto suggerirgli almeno una maggiore prudenza. Gli è bastata una parola macroscopicamente sbagliata per diventare il simbolo di una Rai che, a seconda di chi la giudica, è o troppo filoisraeliana o troppo timida nel difendere Israele.
Giovan Battista Brunori (Imagoeconomica).
La Rai ha fatto quadrato intorno a Brunori
Il fatto, ripulito dalla logica delle fazioni, è di brutale evidenza: due israeliani morti, quattro palestinesi uccisi, 70 arresti, due moschee bruciate. Chiamare «escursionisti» uomini che assaltano un villaggio armati è un errore professionale che un cronista non dovrebbe concedersi. Brunori avrebbe dovuto correggersi subito, con la stessa rapidità con cui i social gli hanno cucito addosso l’etichetta di sionista. Ma ormai la frittata era fatta e non poteva che provare a rimediare nei servizi successivi, dove il binomio coloni-violenza veniva scandito più volte. La Rai ha scelto invece la linea della trincea: condanna dell’anonimo manifesto, difesa altrettanto netta del proprio corrispondente, mentre il dibattito nel cda replicava quasi automaticamente quello che divide il Paese: pro o contro, senza alcun distinguo.
NO A VIGLIACCHE INTIMIDAZIONI. SOLIDARIETA’ A BRUNORI. AZIENDA E DIREZIONI AIUTINO A GARANTIRE INFORMAZIONE EQUILIBRATAhttps://t.co/rj9t8gQzin
Il corrispondente, a differenza dell’inviato, paga il prezzo della familiarità
L’episodio che ha coinvolto Brunori rimanda però a una questione più generale: quale debba essere oggi il ruolo di un corrispondente in un teatro di guerra. Chi vive per anni nello stesso Paese ha bisogno del visto, di continui accrediti e deve mantenere rapporti accettabili con chi governa. Il rischio è che, con il tempo, finisca per assorbire il linguaggio dell’ambiente in cui lavora. Non è necessariamente complicità, è uno dei rischi del mestiere. Chi resta troppo a lungo in un luogo finisce spesso per raccontarlo con gli occhi di chi ci vive più che con quelli di chi lo osserva dall’esterno. L’inviato che arriva, confeziona il servizio e poi riparte conserva il privilegio della distanza. Il corrispondente stabile paga invece il prezzo della familiarità. Nessuno dei due è più onesto dell’altro: sono semplicemente due mestieri diversi che la Rai continua a considerare equivalenti, nonostante basti confrontare il lavoro di due suoi giornalisti come Brunori e Lucia Goracci per capire quanto si possa raccontare la stessa guerra in modo profondamente diverso.
Lucia Goracci (Imagoeconomica).
Il rischio, allora, non è tanto quello di sbagliare una parola, ma un altro. Che il corrispondente, per non complicarsi la vita, finisca per trasformarsi in un compilatore: legge i giornali locali, li confronta con le immagini che arrivano dai circuiti video internazionali e cuce insieme un servizio che non scontenta nessuno, ma non aggiunge nulla a ciò che è già noto. È il prezzo della tranquillità. Ma se il mestiere finisce per ridursi a questo, viene da chiedersi perché la Rai debba mantenere una costosa rete di corrispondenti. Lo stesso prodotto potrebbe uscire ogni sera dagli studi di Saxa Rubra, con una spesa infinitamente inferiore. Il problema è che il giornalismo dovrebbe servire esattamente a evitare questo: raccontare ciò che da una scrivania, a migliaia di chilometri di distanza, non si vede.
Circa 8 mila persone sono state evacuate a causa degli incendi che minacciavano una località turistica sull’isola greca di Creta e che continuano a imperversare, alimentati da forti venti. L’evacuazione è stata condotta via terra dalla località turistica di Agia Galini, affacciata sul mare libico, nella costa meridionale dell’isola. Buona parte dei turisti e dei residenti evacuati è stata trasferita al palazzetto dello sport del Comune di Festo, a Mires, mentre altre centinaia di persone sono state temporaneamente ospitate in un edificio scolastico della zona. I venti, con raffiche che raggiungono i 10-11 gradi Beaufort, non consentono l’impiego di mezzi aerei e l’onere di spegnere l’incendio è quindi ricaduto sulle forze di terra, con circa 190 vigili del fuoco e tutti i mezzi disponibili della Regione. Durante le operazioni di spegnimento, un vigile del fuoco è rimasto ferito ed è stato trasportato in ospedale con ustioni, ma le sue condizioni non sono gravi. Due veicoli dei pompieri sono anche stati distrutti dalle fiamme.
La Consob sta studiando da tempo il caso della governance del Monte dei Paschi di Siena. Lo riporta Il Sole 24 Ore Radiocor citando fonti della Commissione nazionale per le società e la borsa, organo di controllo del mercato finanziario italiano. Un’attività, questa, che prosegue mentre sul mercato i fari restano puntati sulle attività del board di Rocca Salimbeni, in vista di una possibile proposta di fusione con Banco Bpm, e – vista l’opas lanciata da Intesa Sanpaolo – sui possibili riflessi della “passivity rule” che limita le iniziative delle società destinatarie di un’offerta pubblica. E proprio a tal proposito, scrive Adnkronos, la Consob starebbe valutando una potenziale manipolazione del mercato: ogni azione difensiva o negoziazione che possa frustrare un’offerta in corso deve obbligatoriamente passare al vaglio preventivo dell’assemblea dei soci e pertanto le trattative portate avanti in solitaria dai vertici di Siena potrebbero configurare una serie di potenziali illeciti. Come se non bastasse, sono anche previsti vincoli ulteriori per le operazioni che riguardano le parti correlate, proprio come sono Mps e Bpm.
La lettera dei quattro consiglieri di minoranza sull’operato di Lavaglio
Non finisce qui. Quattro dei cinque consiglieri di minoranza del cda di Monte dei Paschi di Siena (tutti tranne Corrado Passera) tramite una lettera hanno chiesto conto per punti di una serie di inadempienze attribuite alla gestione dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Al centro delle contestazioni le operazioni straordinarie prospettate con Banco Bpm per un’integrazione, la mancata convocazione di una riunione del cda per la nomina dei consiglieri mancanti, le tempistiche di consegna dei documenti al consiglio e la composizione dei comitati endoconsiliari. Da inizio maggio, dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il boad di Mps è composto da 13 membri: la mancata sostituzione dei due consiglieri viene attribuita alla lentezza nella comunicazione da parte del cda alla Banca centrale europea. Tutto fermo sul piano della governance, denunciano i consiglieri di minoranza, mentre di contro è stato incessante il lavoro di Lovaglio per la fusione con Banco Bpm, operazione alternativa all’ops lanciata da Intesa Sanpaolo.
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).
Messina sull’ops su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti»
Intanto, in una call con gli analisti sui risultati del primo semestre 2026, il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina ha parlato dell’opas lanciata su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti e siamo convinti che sia la migliore opzione per Monte dei Paschi, per gli azionisti e per Intesa Sanpaolo. L’operazione creerà valore senza rischi di integrazione». E poi: «Possiamo creare una situazione normale in termini di governance dell’azienda. È incredibile che l’impresa si trovi in questa situazione, anche in base a quello che è successo negli ultimi mesi. C’è qualcosa che deve esser valutato da parte delle controparti con una solida reputazione che dà agli azionisti di Siena una base solida e un porto sicuro».
Il 26 giugno 2026 – 13 giorni prima che i giudici di Milanoordinassero lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni – il governo con l’articolo 3 del decreto legge 107 aveva trasferito dal ministero dell’Ambiente al Mimit le risorse dell’impianto di preridotto che DRI d’Italia doveva costruire a Taranto. Il preridotto è il ferro ottenuto senza carbone, il pezzo mancante di qualunque piano di decarbonizzazione dello stabilimento: quei soldi ora servono «per finalità di sostegno alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica», via contratti di sviluppo aperti a chiunque, ovunque in Italia. Quanto valgano il decreto non lo dice: 826 milioni per la relazione illustrativa, 726 per quella tecnica.
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso (Ansa).
I giudici di Milano hanno solo certificato il decesso
Il preridotto italiano è morto a giugno, per decreto, quando la sentenza ancora non esisteva: la Corte d’appello, a luglio, ha certificato un decesso già firmato. Ecco perché conviene guardare con occhio asciutto lo scampanellio di indignazione di questi giorni. La causa, va detto, non l’ha fatta una procura. L’hanno promossa 11 cittadini di Taranto dell’associazione Genitori Tarantini, con un’azione inibitoria collettiva davanti alla sezione imprese del tribunale civile di Milano, competente perché lì hanno sede le società. In primo grado, a febbraio, avevano già ottenuto lo stop. Il 9 luglio la Corte d’appello ha confermato: l’area a caldo – altiforni, cokeria, acciaieria, cioè dove il minerale diventa ghisa e poi acciaio liquido, ed è dove si concentra l’inquinamento – va spenta entro 90 giorni, e potrà riaccendersi solo dopo la rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e il rientro delle polveri sottili entro limiti di sicurezza. Resta fuori l’area a freddo: i laminatoi, che prendono i semilavorati e li trasformano in lamiere, bobine e tubi, che possono lavorare anche acciaio prodotto altrove.
Lo stabilimento dell’ex Ilva visto dai tetti del quartiere Tamburi (Ansa).
Un alibi perfetto per il governo
La decisione è stata comunicata alle parti il 27 luglio, alla vigilia del tavolo a Palazzo Chigi. Tutti gridano, nessuno impugna: Palazzo Chigi «prende atto», Giancarlo Giorgetti dice che «le sentenze sono sentenze, valgono per tutti», l’esecutivo valuta. Quello che ha fatto davvero è nel decreto legge 133 del 27 luglio: 100,5 milioni ad Acciaierie d’Italia che, dice il governo, servono «in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo». Dodici ore dopo la sentenza, negli atti, l’area a caldo non c’è più. E quei milioni esauriscono il tetto di 390 che Bruxelles ha autorizzato a febbraio a condizione che fosse l’ultimo salvataggio del decennio. Da ora il governo può dire – e lo dirà – che nell’area a caldo non può più mettere un euro: non perché non voglia, ma perché l’hanno deciso la Commissione e un giudice. È l’alibi perfetto, ed è arrivato gratis.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Perché Jindal ha confermato il suo interesse?
Poche ore dopo l’ordinanza, il gruppo indiano Jindal ha confermato l’interesse «sia per l’area a freddo sia per l’area a caldo». Un compratore a cui hanno appena spento la fabbrica e dice di volerla comprare lo stesso o è un filantropo, o quella fabbrica non gli serviva. Perché non gli serviva è scritto in una lettera visionata da Lettera43: la firma Venkatesh Jindal, il destinatario è il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. Lo schema: «Il governo manterrà la proprietà degli impianti di Taranto che realizzano il ciclo industriale sino alla produzione delle bramme» (i lingotti piatti che escono dall’acciaieria e che i laminatoi trasformano in prodotto finito). E il motivo esplicito: «Questo consente di risolvere anche il problema del finanziamento degli oneri per la CO₂», cioè il costo delle quote di emissione, che così resta allo Stato. Jindal compra laminatoi e concessioni portuali, e si impegna a ritirare «fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti di proprietà del governo, a prezzi di mercato, per un periodo iniziale di tre anni»: impianti che perdono tra i 50 e i 70 milioni al mese, e che quindi venderebbero sottocosto. Poi la frase che spiega i tre anni: «Dopo il periodo iniziale di tre anni, Jindal integrerà progressivamente le proprie bramme a basse emissioni provenienti dagli stabilimenti in Oman nei laminatoi di Taranto». Tre anni è il tempo di rampa di Duqm, in Oman, dove il gruppo ha avviato un impianto da 5 milioni di tonnellate: nel piano di gara la data è scritta, giugno 2026. La sentenza non toglie a Jindal le bramme, gliele fa arrivare subito invece che fra tre anni, e cancella l’unico obbligo che si era assunto verso l’Italia. Nello stesso piano il compratore chiedeva già di non pagare, allo smantellamento dell’area a caldo, alcun costo di «environmental clean-up, removal of hazardous material»: l’amianto dei cowper (le torri usate nelle acciaierie per riscaldare l’aria prima di mandarla dentro l’altoforno), per iscritto, non è affare suo. E chiedeva contributi pubblici per 2,777 miliardi, che non sono i soldi già spesi in questi anni: sono quelli che lo Stato avrebbe dovuto mettere da qui in avanti, in aggiunta.
Sajjan Jindal e Adolfo Urso (Imagoeconomica).
Così si è eliminato un concorrente
E agli altri siderurgici? In pubblico non hanno esultato per la decisione dei giudici: Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha parlato di «clamorosa ingiustizia». Ma contano i numeri. Nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, il 90 per cento da forno elettrico contro una media europea del 46: due soli milioni vengono dal ciclo integrale di Taranto, il 10 per cento della produzione ma il 100 per cento della capacità di fare acciaio primario, quello che nasce dal minerale e non dal rottame. Qui sta il punto. L’autorizzazione ambientale di Taranto consentiva 6 milioni di tonnellate, e tutti i piani in campo, sia quello pubblico sia quello di Jindal, prevedevano di finanziare con soldi dello Stato altrettanta capacità a forno elettrico. Sarebbe stata un’acciaieria sussidiata che produce gli stessi coils dei privati italiani, i quali oggi lavorano da anni sotto la loro capacità installata, e che avrebbe conteso a tutti loro il rottame, di cui l’Italia è importatrice netta per 4-5 milioni di tonnellate l’anno. Quel concorrente adesso non nascerà. Che l’interesse sia reale lo dice un atto formale: a gennaio il Codacons ha depositato all’Antitrust un esposto contro Federacciai, denunciando sul progetto siderurgico di Piombino «il tentativo di tutelare la posizione di vantaggio di poche acciaierie elettriche».
Antonio Gozzi (foto Imagoeconomica).
La spesa si sposta dalla produzione alla demolizione
Di questa catena non risponderà nessuno, perché nessuna delle decisioni che l’hanno prodotta porta una firma politica: l’amianto è rimasto nei cowper per una proroga ministeriale e poi per un’autorizzazione firmata da un direttore generale, il preridotto è sparito dentro un omnibus, lo spegnimento l’ha ordinato un giudice. Adolfo Urso, che i commissari li ha nominati nel 2024, nel novembre 2025 dichiarava: «Nessun piano di chiusura, anzi l’esatto contrario», e che «non è previsto alcun ulteriore ricorso alla cassa integrazione». Oggi in cassa ce ne sono 4.450 e l’area a caldo ha 90 giorni di vita. A maggio ricordava che «il dossier è guidato da Palazzo Chigi»: da allora è del capo di gabinetto. Al tavolo non piange nessuno. Il governo si toglie dal bilancio un impianto che brucia fino a 70 milioni al mese e ha l’alibi per non rifinanziarlo. I commissari passano da un ciclo integrale a un cantiere, e la spesa si sposta dalla produzione alla demolizione, che nessuno misura (a Bagnoli, dopo 36 anni, non è ancora finita). Jindal si prepara a prendere laminatoi, porti e mercato europeo senza l’obbligo triennale e senza il conto dell’amianto.
L’incontro governo-sindacati sull’ex Ilva (Ansa).
I quattro sconfitti: Taranto, lavoratori, contribuenti e industria italiana
A perdere sono in quattro. Taranto, che dopo 14 anni di decreti resta senza fabbrica e senza bonifica. I lavoratori: 4.450 in cassa integrazione, con i soldi che ne integrano lo stipendio in esaurimento a ottobre, lo stesso mese in cui scadono i 90 giorni. I contribuenti, che ci hanno già messo 3,6 miliardi tra prestiti, ricapitalizzazioni, garanzie e ammortizzatori, e non li rivedranno. E l’industria italiana, che l’acciaio primario dovrà comprarlo fuori: il forno elettrico parte dal rottame, e il rottame si porta dietro rame e stagno che la raffinazione non rimuove, perché il rame è più nobile del ferro e resta in soluzione. Per i prodotti di qualità – la lamiera esposta di un’automobile, gli acciai da imballaggio – serve una quota di carica vergine che diluisca i residui: ghisa o preridotto. Arvedi, a Cremona, ne carica quasi un terzo. In Italia quella ghisa si smette di produrre. Il paradosso lo incarna chi si lamenta più forte. Due settimane fa Antonio Marcegaglia denunciava «un’importazione massiccia di semilavorati e prodotti finiti a un costo più basso del nostro». Ad aprile il suo gruppo ha assegnato a Danieli 450 milioni, dentro un investimento da un miliardo, per costruire a Fos-sur-Mer – in Francia, a preridotto e nucleare – un impianto da oltre 2 milioni di tonnellate di acciaio e fino a 3 di coils: il 75-80 per cento prenderà la strada di Ravenna. Anche i semilavorati che arrivano da fuori, insomma, dipende di chi sono. A conti fatti, quel decreto ha tolto al governo l’unico problema che non sapeva come chiudere. Non è giustizia a orologeria. L’orologio ha suonato con puntualità perfetta, e chi doveva sentirlo era sveglio da un mese. Nessuno pagherà pegno, Urso per primo.
La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo con 12 indagati per gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine scoppiati la sera del 20 luglio davanti alla Prefettura, durante la manifestazione organizzata dopo la morte di Abderrahim Fakir, deceduto il giorno prima nel rione Pilastro durante un fermo della polizia. Ipotizzati a vario titolo i reati di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento e lesioni. Tra gli indagati anche un 20enne arrestato la sera dei disordini: il giovane era stato fermato in flagranza, poi il giudice ne aveva disposto la scarcerazione applicando il divieto di dimora nell’intera città metropolitana di Bologna. Andrà a processo il 9 settembre.
Semestre record per Banca Generali, chiuso con un utile netto e un utile ricorrente ai livelli più elevati di sempre grazie alla leva operativa e ai mercati favorevoli. Nei primi sei mesi dell’anno, il primo dato è stato pari a 278,7 milioni di euro, in crescita del 39 per cento sullo stesso periodo del 2025, mentre il secondo a 291,9 milioni (+15 per cento), sostenuto dalla normalizzazione delle dinamiche operative, dal distintivo posizionamento della banca e da un modello di business diversificato ed ulteriormente rafforzato dalle più recenti iniziative strategiche. Il margine di intermediazione è salito del 28,4 per cento su base annua a 606,8 milioni di euro, spinto dal contributo di tutte le sue voci, tra cui le commissioni nette ricorrenti (291,9 milioni) e il margine finanziario (189 milioni). Il margine d’interesse è aumentato a 167,4 milioni (+3,5 per cento), trainato dalla spinta dei volumi dei depositi da clientela retail. I primi sei mesi del 2026 hanno visto anche una netta accelerazione della raccolta netta, che ha raggiunto i 4,4 miliardi di euro. Alla luce di questi risultati, Banca Generali ha deciso di rivedere al rialzo i propri obiettivi di crescita puntando a realizzare una raccolta netta per l’anno in corso a circa 7,5 miliardi.
L’ad Mossa: «Miglior semestre della nostra storia»
Queste le dichiarazioni di Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali: «Chiudiamo il miglior semestre della nostra storia, con una crescita a doppia cifra delle principali voci operative, una raccolta record e masse ai nuovi massimi. Un risultato che conferma la solidità del nostro modello e la capacità di creare valore attraverso la crescita della clientela, l’evoluzione dell’offerta e il continuo rafforzamento della qualità dei ricavi».
Tutta colpa di Vannacci. E questa volta non si parla di Lega. L’ex generale ha combinato guai anche in Democrazia Sovrana Popolare, il partito da uno-virgola di Marco Rizzo e Francesco Toscano. La scissione dell’atomo si è consumata pubblicamente domenica scorsa: al congresso romano, l’ex comunista non si è nemmeno presentato. La “mozione” Toscano – classe 79, giornalista e già candidato con DSP alla presidenza della Regione Calabria (dove ha ottenuto l’1,01 per cento) – è passata quasi all’unanimità: niente alleanze di sorta, né con il centrodestra né tantomeno con Futuro Nazionale.
Marco Rizzo (Imagoeconomica).
Rizzo assente è finito in minoranza
«All’indomani dello strepitoso successo del Congresso di Democrazia Sovrana Popolare del 26 luglio che ha visto riunirsi a Roma oltre 500 persone provenienti da ogni angolo d’Italia per ribadire una linea politica che conferma le nostre intenzioni iniziali, impreziosito dalla presenza di illustrissimi ospiti italiani e stranieri, arriva la fuga di Marco Rizzo», ha commentato sui social con una certa enfasi Toscano.
Francesco Toscano (Imagoeconomica).
«Paventando fantomatici possibili scontri, che sicuramente non fanno parte del nostro ethos, Rizzo riconosce di fatto di non essere in sintonia con il popolo di Democrazia Sovrana Popolare che in questi anni lo ha sostenuto con grandissima generosità e intensità. L’agibilità politica di Rizzo in questi ultimi anni è stata il risultato dell’impegno di una comunità che il 26 luglio ha chiesto di vedere rispettata una linea politica che non cede di fronte all’opportunismo di tipo elettoralistico». Rizzo, che forte del suo “patrimonio mediatico” ha indetto un proprio congresso il 3 e il 4 ottobre, è accusato di aver abbandonato la “comunità” perché finito in minoranza. «Anziché accettare il risultato di un Congresso libero e democratico, che ha volutamente e irresponsabilmente disertato, decide di andare via, una volta resosi conto che non era possibile soffocare la passione e il sentimento della base attraverso un tentativo di colpo di mano partorito e realizzato insieme a quattro amici nel buio di una stanza», continua Toscano. Rizzo dal canto suo ha risposto a distanza pubblicando un nuovo manifesto politico, il suo «programma per l’Italia». Un video istituzionale, quasi quirinalizio, in giacca e cravatta, con stampante e pianta sullo sfondo.
Le accuse reciproche e la tentazione Vannacci
Alla base della rottura, come detto, la figura del generalissimo. Toscano da settimane accusava Rizzo di voler entrare in Futuro Nazionale in modo da garantirsi un seggio alle prossime Politiche, mentre Rizzo denunciava le simpatie del presidente del partito per Alessandro Di Battista e per il movimento Agorà lanciato dal professor Angelo D’Orsi. Insomma un duumviro era più tendente al bruno e l’altro al rosso. Resta da capire chi alla fine di questa tarantella fatta di congressi e veleni la spunterà. Intanto va registrato il passaggio da DSP a FN di Nicolas Gabrielli. Quello che Rizzo definiva «la meglio gioventù» e che da qualche tempo posa orgoglioso con il generalissimo.
Il consiglio di amministrazione di Terna, riunitosi sotto la presidenza di Stefano Cuzzilla, ha approvato i risultati del primo semestre 2026. Un periodo caratterizzato da un contesto macroeconomico incerto, con tensioni geopolitiche che hanno aumentato la volatilità dei mercati energetici e delle materie prime, rallentato la crescita globale e alimentato pressioni inflazionistiche in Europa. Pur in questo scenario, il Gruppo ha registrato una crescita dei principali indicatori economico-finanziari e, in particolare, ha accelerato gli investimenti a favore della decarbonizzazione, dell’indipendenza energetica e della competitività del Paese.
2,1 miliardi di ricavi, utile netto a 591 milioni
Da gennaio a giugno del 2026, infatti, Terna ha investito oltre 1,58 miliardi di euro, con una crescita del 19,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I ricavi, pari a 2,1 miliardi, hanno registrato un aumento dell’+11,6 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2025. Tale risultato è dovuto, in parte, alla crescita delle attività regolate, sostenuta dall’incremento della base asset regolata a seguito delle nuove entrate in esercizio e dell’ampliamento del perimetro di consolidamento dopo l’acquisizione della società Rete 2 a fine settembre 2025. L’Ebitda del primo semestre 2026 si attesta a 1,4 miliardi di euro, in crescita del 7,9 per cento rispetto al dato dei primi sei mesi del 2025. L’Ebit, a valle di ammortamenti e svalutazioni pari a 505,6 milioni di euro, è invece pari a 961,4 milioni di euro (+5,3 per cento). L’utile netto di Gruppo del periodo è pari a 591,2 milioni di euro, in crescita dello 0,6 per cento rispetto al primo semestre del 2025.
L’ad Monti: «Conferma dell’impegno e della solidità del Gruppo»
Queste le dichiarazioni di Pasqualino Monti, amministratore delegato e direttore generale di Terna: «I risultati del primo semestre ribadiscono la solidità di Terna e la capacità del Gruppo di generare valore per il Paese attraverso investimenti, innovazione e competenze distintive, a conferma del nostro ruolo fondamentale di abilitatori della trasformazione energetica e digitale del sistema elettrico. Sono risultati che nascono dall’impegno e dalla professionalità delle nostre persone, il patrimonio più prezioso dell’azienda. In un contesto energetico e tecnologico in rapida evoluzione, continuiamo a investire con determinazione in infrastrutture che consentiranno all’Italia di affrontare con successo le sfide dei prossimi decenni. Stiamo realizzando una rete elettrica sempre più moderna, resiliente e digitale, capace di integrare quote crescenti di energia rinnovabile. In questo modo potremo favorire la riduzione del costo delle bollette per famiglie e imprese, sostenere l’elettrificazione dei consumi e garantire sicurezza, qualità ed efficienza del servizio di trasmissione, supportando l’indipendenza energetica, la crescita e la competitività del Paese».