Novità in casa Gedi. Il nuovo piano industriale comincia a prendere forma. Le linee guida sono state illustrate a Roma dall’ad Mirja Cartia d’Asero al Cdr di Repubblica, durante un incontro definito «disteso». L’editore, il greco Theo Kyriakou, punta sul coinvolgimento della direzione, del management giornalistico e delle redazioni nella trasformazione del gruppo. Insomma un primo gesto di condivisione, non usuale dalle parti di largo Fochetti.
Mirja Cartia d’Asero (foto Imagoeconomica).
A ottobre previsto il lancio di Repubblica Europe
Il piano 2027-2030 ruota attorno a tre direttrici: internazionalizzazione, innovazione e interazioni. L’obiettivo è portare i contenuti oltre i confini nazionali, rafforzare digitale, video e podcast e sviluppare una maggiore integrazione tra giornali, radio, piattaforme, eventi e community. Ed è proprio l’internazionalizzazione il primo vero banco di prova del nuovo corso. A ottobre è previsto il lancio di Repubblica Europe, una sezione in inglese dedicata a chi ha un legame con l’Italia ma non parla italiano. Nei piani, non si tratta di una semplice traduzione del giornale, ma di una selezione di articoli a cura della redazione e adattati per un pubblico internazionale. L’avvio sarà seguito da una campagna internazionale e dal lancio degli abbonamenti ad hoc.
Theodore Kyriakou (Facebook).
Nessun nuovo licenziamento o prepensionamento in vista
Nel corso della riunione è stato presentato anche un bilancio dei sei mesi della gestione Antenna. Sono state rafforzate le funzioni finanza e controllo, fondamentali in un gruppo con grosso debito e un buco annuo crescente. I primi segnali economici dovrebbero vedersi già quest’anno, con un contenimento delle perdite rispetto al 2025. Parallelamente, il gruppo prevede investimenti nell’innovazione e nel rilancio delle attività digitali, anche attraverso l’ingresso di Veronica Diquattro, manager con esperienze in Spotify e Google. Qualche segnale positivo arriva anche dalle vendite in edicola. Da marzo Repubblica registra un andamento migliore rispetto al Corriere della Sera, con una differenza (in termini di copie perse) diventata più evidente da luglio e ulteriormente ampliata ad agosto. Non si tratta ancora di una crescita, ma di un primo cambiamento di tendenza. Non sono invece previsti né licenziamenti né prepensionamenti aggiuntivi rispetto a quelli già ipotizzati dalla gestione precedente, che potrebbero anzi essere ridotti. La loro attuazione resta comunque incerta, perché al momento non sono disponibili risorse nelle casse del governo.
Il Gruppo Sae ha soppresso la posizione di vice direttore editoriale con delega a banche e finanza ricoperta da Rosario Dimito. Il giornalista aveva lasciato a giugno Il Messaggero per passare al Gruppo di Alberto Leonardis, che a maggio aveva acquisito La Stampa. Dimito aveva iniziato a settembre con il nuovo incarico, volto a curare un progetto editoriale sul mondo bancario e finanziario da distribuire con le testate del gruppo. Ma dopo soli 21 giorni, per «sopraggiunte esigenze organizzative», il Gruppo ha soppresso la posizione formulando a Dimito «i migliori auguri per il prosieguo del suo percorso professionale».
Sei dei nove indagatiper l’esplosione al deposito Eni di Calenzanodel 9 dicembre 2024, costata la vita a cinque persone, hanno chiesto di patteggiare. Sono tutti dipendenti dell’azienda. Spetterà al gip decidere: la Procura di Prato ha già dato il suo consenso. Per gli altri indagati, un dipendente Eni (Enrico Cerbino) e due della società Sergen (Francesco Cirone e Luigi Murno), è stato invece chiesto il rinvio a giudizio.
Sopralluogo al deposito Eni di Calenzano (Ansa).
Chi sono gli indagati che hanno chiesto il patteggiamento
I sei principali imputati, spiega la Procura di Prato, «hanno manifestato la disponibilità a vedersi applicati complessivamente» oltre 14 anni per i reati di omicidio e disastro colposo, «rinunciando a difendersi, il che costituisce, allo stato, un importante risultato raggiunto». Le pene per le quali è stato chiesto il patteggiamento vanno da 2 anni a 2 anni e 9 mesi. In cinque (Luigi Cullurà, Carlo Di Perna, Emanuela Proietti, Marco Bini, Andrea Strafelini) hanno chiesto di patteggiare sostituendo la pena con lavoro di pubblica utilità. Un altro (Elio Ferrara) ha fatto richiesta della sospensione condizionale e della non menzione della condanna nel casellario giudiziale. All’iscrizione dei nove indagati nel registro assieme all’Eni, ritenuta responsabile di non aver saputo intercettare e correre gli errori di pianificazione e realizzazione nei lavori di manutenzione tra la linea 6 e 7 dell’impianto, il procuratore di Prato Luca Tescaroli aveva parlato di «evento prevedibile e evitabile», ma soprattutto di «errore grave e indiscutibile». Nell’esplosione, come detto, morirono cinque persone. Ci furono inoltre 27 feriti e gravissimi danni a veicoli e edifici del circondario. Eni, proprietaria dell’impianto, ha deciso di smantellare e riconvertire la struttura da deposito di carburanti a hub per l’energia solare.
«Credo che una maggiore umiltà da parte del cancelliere sarebbe in realtà opportuna», ha detto Manuela Schwesig, governatrice socialdemocratica del Meclemburgo, dopo che Friedrich Merz ha confermato di voler rimanere alla guida del governo e continuare con la stessa linea tenuta fino a oggi. «Il cancelliere deve chiedersi criticamente se può semplicemente continuare come prima», ha proseguito Schwesig, girando il coltello nella piaga di una Cdu che non è riuscita a sorpassare la soglia del 5 per cento ed è rimasta fuori dal parlamento regionale a Schwerin. Una débâcle storica, che lo stesso Merz ha definito «un disastro», ma di fronte alla quale ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia ignorando ancora il messaggio arrivato forte e chiaro dalle urne. Avanti come se nulla fosse, con la propria formazione che finge unità per mancanza di alternative e il partner della Große Koalition, la Spd, che medita il da farsi, magari seguendo proprio la linea dettata da Schwesig.
Friedrich Merz (Ansa).
La ricetta della vittoria (a metà) della governatrice del Meclemburgo
La governatrice del Meclemburgo, pur non essendo riuscita a fermare l’ondata di Alternative für Deutschland, primo partito alle urne con oltre il 38 per cento, è stata protagonista di una rincorsa che ha portato la Spd a più del 35 per cento, dal 19 a cui la davano i sondaggi solo qualche mese fa: merito della sua presa di distanza proprio dal partito nazionale che, insieme con la Cdu al governo, non ha saputo raddrizzare la barra, accumulando ritardi ed errori che hanno portato i due partiti tradizionali a cedere consistenti fette di elettorato alla destra radicale dell’AfD. Schwesig ha raggiunto il successo che le consentirà di continuare a governare, insieme ai verdi e alla Linke, grazie all’alta popolarità personale, con una netta presa di distanza dalla politica federale e una campagna elettorale fortemente polarizzata: ha contestato apertamente i piani di Berlino sull’abolizione della pensione a 63 anni e i tagli alla sanità, chiedendo inoltre aiuti concreti contro il caro carburante, riuscendo così a sganciarsi dal trend negativo del partito a livello nazionale.
Manuela Schwesig (Ansa).
Il pragmatismo nei confronti di Mosca
Con lo slogan Frau gegen Blau (La donna contro il blu, il colore dell’AfD), è stata inoltre capace di attrarre una massiccia quota di elettori moderati e di sinistra dai bacini della Cdu e della Linke, pur perdendo quote in favore dell’estrema destra. Ha puntato su temi strategici per il futuro, in particolare il mercato del lavoro, l’economia, la scuola e lo sviluppo delle infrastrutture e in politica estera, pur non andando apertamente contro la linea del governo, ha raccolto voti proprio per le sue posizioni storicamente moderate e pragmatiche, anche nei confronti della Russia. Manuela Schwesig, come altri colleghi di partito e non solo, ha sempre suggerito di non rompere definitivamente il dialogo con Mosca. Pur rinnegando certe sue passate posizioni sul Nord Stream, ha sì escluso una ripresa delle importazioni di gas dalla Russia ma solo finché Vladimir Putin sarà al potere.
Manuela Schwesig ai seggi (Ansa).
La storica vittoria della Linke a Berlino
In Meclemburgo, come in altri Länder dell’Est, l’elettorato, sia a sinistra sia a destra, è molto più conciliante verso la Russia di quanto non sia a Ovest e nella capitale, dove però la linea dura del cancelliere ha portato al partito più danni che benefici. E non è un certo un caso che nel voto locale a Berlino il primo partito sia adesso la Linke, erede diretta della Pds e prima ancora della Sed, il partito unico della Ddr. Quasi 40 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, l’estrema sinistra ritornerà quindi al potere, con grande probabilità in coalizione con Spd e Verdi. Anche qui l’artefice del colpo alla Cdu di Merz, finora ai vertici cittadini, è stata una donna figlia di immigrati turchi, Elif Eralp, che è stata capace di mobilitare una buona quota di astensionisti concentrandosi soprattutto sulla grave emergenza abitativa, con la richiesta netta di un blocco degli affitti e dell’espropriazione-socializzazione delle grandi multinazionali immobiliari. Non solo: il successo della Linke è dovuto anche in questo caso alle posizioni del partito in politica estera, in particolar modo alla dura critica di Israele. Vicino al variegato mondo propalestinese, legato talvolta a movimenti islamisti e antisemiti, il partito di Eralp, in una capitale multietnica e multireligiosa, ha approfittato paradossalmente proprio della politica a senso unico di Merz, l’unico leader europeo che negli ultimi tre anni è andato a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, classificato criminale di guerra dalla Corte criminale dell’Aja al pari di Vladimir Putin.
Elif Eralp (Ansa).
La lezione di Schwesig ed Eralp
Il cancelliere, che da un lato vorrebbe sconfiggere la Russia sul campo e dall’altro ha affermato che Israele fa in Medio Oriente «il lavoro sporco» che gli occidentali non vogliono fare, ha subito insomma a Berlino e a Schwerin due cocenti sconfitte, anche a causa di una politica estera unilaterale, guidata più che altro da ragioni ideologiche ed economiche trasversali: Manuela Schwesig e Elif Eralp sono in questa prospettiva il monito di cui il governo tedesco deve tener conto se non vuole acuire ancor di più i conflitti interni e naufragare ben prima della fine della legislatura, prevista nel 2029.
È stata fissata per il 20 ottobre 2026, davanti al Tribunale civile di Milano e alla giudice Stefania Novelli, la prima udienza della maxi causa contro Fabrizio Corona intentata a febbraio dal gruppo Mediaset, da Pier Silvio e Marina Berlusconi e da Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi e Samira Lui. Chiesti danni reputazionali e patrimoniali per una campagna di odio e diffamazione da 160 milioni di euro in totale in relazione alla puntata del 26 gennaio del podcast Falsissimo dell’ex agente fotografico. In una memoria, depositata nei giorni scorsi dai legali dei promotori della causa, gli avvocati Andrea Di Porto, Giulia Bongiorno, Salvatore Pino e Aldo Baldaccini, vengono confermate le richieste danni a carico di Corona e si replica alla «assoluta inconsistenza degli argomenti» dei legali di quest’ultimo. L’ex re dei paparazzi, si legge nella memoria, «si pone deliberatamente al di fuori di qualsivoglia contesto regolamentato, sfruttando i vuoti normativi connessi ai nuovi mezzi di comunicazione, per provare ad operare legibus solutus, svincolato da qualsiasi regola etica e deontologica».
«Da Corona accuse e insinuazioni diffamatorie costruite sul nulla»
Il «resoconto edulcorato», si legge ancora, «offerto nella difesa avversaria non ha nulla a che fare, ma proprio nulla, con le affermazioni gravemente lesive realmente propalate nel corso della puntata. Corona ha spacciato per verità assoluta accuse e insinuazioni gravemente diffamatorie, costruite sul nulla». E «fuori da qui, sui social, in televisione e nei locali, continua, con lo stesso accanimento, la stessa violenza verbale, la stessa prepotenza, a propalare le medesime invettive, accuse e insinuazioni». Gli eventuali risarcimenti, aveva già spiegato il gruppo di Cologno Monzese, serviranno alla creazione di un fondo per la copertura delle spese di assistenza legale delle vittime di stalking, dei reati rientranti nel cosiddetto Codice rosso e di tutti i fenomeni di cyberbullismo.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha assegnato al suo stilista Domenico Vacca l’incarico di consigliere per il cinema e gli audiovisivi. Si tratta di un ruolo che non prevede alcun compenso, ma – spiega Repubblica – la nomina ha comunque destato perplessità al Collegio Romano: Vacca, amico di vecchia data di Giuli, ha vestito diverse star del cinema ma non è mai stato coinvolto in prima persona nella produzione o promozione di film e serie tv.
Sul sito del nuovo consigliere di Giuli, fondatore (nel 2002) e direttore creativo del marchio del lusso che porta il suo nome, si legge che Vacca è «uno degli stilisti più amati da Hollywood». Nel corso degli anni ha «creato il guardaroba degli attori protagonisti di più di cinquanta film e serie televisive tra cui Denzel Washington in American Gangster, Al Pacino in The Son of No One, Dustin Hoffman in Stranger Than Fiction, Harrison Ford in Morning Glory, Glenn Close in Damages». Tanti poi gli attori che lo hanno scelto per i red carpet: da Daniel Day Lewis a Mickey Rourke, fino Steve Carrell, Will Farrell e Jack Black. «Questo nuovo incarico mi offre la possibilità di mettere a frutto l’esperienza maturata in oltre 25 anni di attività nel cinema e nell’audiovisivo a livello internazionale, ponendola al servizio del ministro nell’individuazione di strategie e iniziative capaci di valorizzare e promuovere l’industria cinematografica, l’audiovisivo e la creatività italiana nel mondo», ha dichiarato Vacca.
Il deputato Tommaso Calderone lascia Forza Italia e va con Futuro nazionale. La presentazione ufficiale è prevista per martedì 22 settembre in una conferenza stampa alla Camera alla quale parteciperanno, oltre a Roberto Vannacci, il capogruppo Edoardo Ziello e il coordinatore Massimiliano Simoni. Calderone, vicepresidente della commissione Giustizia, è il terzo deputato di Forza Italia ad aderire a Futuro nazionale. Con questo passaggio le truppe del generale alla Camera salgono salgono a quota nove deputati. Si tratta di Davide Bergamini, Gianangelo Bof, Domenico Furgiuele, Attilio Pierro, Emanuele Pozzolo, Laura Ravetto, Rossano Sasso, Edoardo Ziello e, appunto, Tommaso Calderone.
Nell’ultima puntata di Pulp Podcast, pubblicata oggi, Beppe Grillo ha detto a Fedez e Mr. Marra di non essere intenzionato a fondare un nuovo partito, dopo essere stato “scippato” del Movimento 5 stelle da lui stesso fondato nel 2009 assieme a Gianroberto Casaleggio. L’indiscrezione era circolata nei giorni scorsi: «Come faccio io a fondare un partito, a organizzarlo? Non ho il potere, le facoltà di farlo, mi dispiace. Io posso dare degli input, delle idee straordinarie sull’ambiente o sulla religione».
Nessuna nuova discesa in campo per Grillo, dunque. Ma altri attacchi a Giuseppe Conte sì. Il comico ha definito il presidente pentastellato «l’uomo che sussurrava ai cavilli», bocciando ancora il suo M5s: «Di progressista questo movimento ha solo la paralisi progressiva della mente. Non c’è nessuno che prospetta come sarà la società nel 2050». Pollice verso dunque per il piano in 20 punti votato nell’ambito di Nova: «Ma chi è che legge un programma elettorale? Se io mi dovessi candidare, direi: “Sono Grillo, fidatevi”. Io non dico più niente, perché ho già detto tutto, che volete da me? Datemi il voto e basta».
Giuseppe Conte con Beppe Grillo (Imagoeconomica).
Grillo: «Mi sento postumo di me stesso»
«Sono stato estromesso ma non ho rimpianti», ha poi inoltre Grillo tornando sul passato: «Posso aver sbagliato in fiducia, ma di colpe io me ne do meno. Il M5s doveva essere compostabile, non biodegradabile». Poi: Io mi sento postumo di me stesso da vivo, perché tutte le cose che dicevo 20 anni fa, come le comunità energetiche, l’idrogeno e le stampanti 3D, devono ancora arrivare qua. Questo è il disagio che sento io, non posso sempre andare e parlare delle stesse cose che mi sentivi dire».
Su Vannacci: «È come una decalcomania»
Fedez e Mr. Marra hanno inoltre chiesto a Grillo un parere su Roberto Vannacci. Questo il commento dell’ex garante del M5s: «È come una decalcomania. Più gli sputi, lo inumidisci, più si appiccica. Ci buttiamo nel fascismo, nel nazionalismo, sulla bandiera, la patria, sono malattie infantili, come gli orecchioni. Il pensiero si sta rattrappendo un po’, oggi le persone intelligenti si nascondono, hanno paura di confrontarsi. Il suo futuro sono le domande stupide, con un sottile astio».
Il gruppo Google è stato condannato a pagare una multa di 403 milioni di euro dall’autorità irlandese per la protezione dei dati per aver violato le norme europee sull’utilizzo dei dati di geolocalizzazione dei propri utenti. Si tratta della quarta sanzione più elevata inflitta dalla Commissione irlandese per la protezione dei dati, l’ente che vigila su Google a livello europeo (la sede della società per l’Europa si trova a Dublino). L’indagine era stata avviata nel febbraio 2020. Un portavoce di Google ha precisato: «Questo caso riguarda policy precedenti che sono state nel frattempo aggiornate. A partire dal 2019, abbiamo notevolmente migliorato le nostre procedure e introdotto strumenti efficaci che semplificano la gestione dei dati di localizzazione».
Ministro Valditara, che fa? Copia? Proprio lei! Qualcuno ha notato il titolo non proprio originalissimo del libro di Giuseppe Valditara, leghista e titolare del dicastero dell’Istruzione e del Merito nel governo Meloni. La rivoluzione del buonsenso – Per un Paese normale è uscito nel 2025, edito da Guerini e Associati, e se la prende, tra le altre cose, con gli eccessi del wokismo, tanto per cambiare. Forse Valditara avrà preso ispirazione da una stretta collega di governo, quasi una compagna di banco, cioè la forzista Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca. Il cui padre – Giorgio Bernini, giurista all’Onu e ministro del Commercio con l’estero nel primo governo Berlusconi, morto a 91 anni nel 2020 – scrisse nel 1993 La rivoluzione del buonsenso: il risveglio dell’impolitico, all’epoca prendendosela con «l’onnipresente e monolitica partitocrazia», nella quale l’autore «ha rifiutato di identificarsi». Di qui «il ruolo di impolitico, spettatore impegnato ma estraneo al sistema del potere». Oltre 30 anni dopo, insomma, Valditara ritenta un’altra rivoluzione, ma chiamandola alla stessa maniera. A giudicare dai commenti su Amazon, non ha scatenato particolare entusiasmo tra i lettori. Sul sito compare infatti una sola recensione, intitolata, che non usa troppi giri di parole «Buono per il camino. Libro delirante di un ministero che finanzia le scuole private e trascura la scuola di cui dovrebbe essere rappresentante».
I due libri con lo stesso titolo.
Conte fa la spesa all’Esselunga per monitorare l’inflazione
Venerdì sera, a Roma. Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio, se ne va solo soletto a fare la spesa alla piccola Esselunga in pieno centro, quella di via Tomacelli: camicia sopra i pantaloni, niente giacca con la pochette d’ordinanza, è in libera uscita, ma viene riconosciuto dai passanti. Il leader del Movimento 5 stelle esce dal supermarket e con una classica busta gialla inizia a percorrere via Condotti e le altre strade del centro mentre è impegnato in una lunga telefonata. Avrà voluto testare con mano a che punto è arrivato il caro vita che attanaglia gli italiani? Del resto anche Giorgia Meloni, rispondendo al Partito democratico durante un’interrogazione in Senato a maggio, aveva confessato di fare la stessa cosa: «L’ultima volta che ho fatto la spesa al supermercato è stato sabato scorso. Io non rinuncio a stare in mezzo alla gente, non rinuncio a fare una vita normale, capisco che intorno a questo governo tanto affetto dopo quattro anni e qualcosa significherà». “Giuseppi” forse sta provando a imitarla…
Vannacci, Alemanno e quella presenza calabrese
Ma quanta paura fa il generale Roberto Vannacci alla destra di governo? I sondaggi vedono crescere ogni giorno i consensi per Futuro Nazionale, e a Orvieto tra una scatenata Laura Ravetto e l’economista Antonio Maria Rinaldi, entrambi ex leghisti, ecco arrivare anche Gianni Alemanno. Sì, l’ex sindaco di Roma, l’ideologo del movimento, tanto che qualcuno ha inventato una sintesi della coppia, “Alemannacci”, crasi perfetta tra Alemanno e Vannacci. C’è chi comunicava in diretta cosa stava accadendo a Orvieto a quelli di Fratelli d’Italia, e molti sono saltati sulla sedia quando hanno saputo della presenza in platea della figlia di donna Assunta Almirante, Giuliana de’ Medici. Un bel segnale per Vannacci, specie in vista delle elezioni suppletive a Reggio Calabria, dato che la consorte di Giorgio Almirante era calabrese al 100 per cento. E il giorno 23 settembre sono tutti convocati a Reggio, per sostenere il candidato Domenico Giannetta, il medico chirurgo, dirigente ospedaliero, che ha sempre militato in Forza Italia per poi abbracciare la causa di Futuro Nazionale. Giannetta è anche cittadino onorario di Cuiabà, la capitale dello Stato del Mato Grosso, in Brasile, e non gli mancherà il sostegno dei carioca.
Giuliana de’ Medici Almirante con donna Assunta nel 2013 (foto Imagoeconomica).
Te c’hanno mai Mamdami…
Roberto Gualtieri in visita a New York. Il sindaco di Roma ha incontrato il collega statunitense, Zohran Mamdani, nel corso di un faccia a faccia all’Urban 20 Mayors Summit 2026, ospitato e organizzato proprio dal primo cittadino della Grande Mela. Mettendo in allerta i costruttori romani, dato che Gualtieri ha pronunciato queste parole: «Abbiamo deciso di mettere in contatto i nostri rispettivi staff per approfondire delle forme, degli esperimenti, delle modalità di gestione delle questioni abitative di Roma che loro vogliono studiare. E, viceversa, noi studieremo approfonditamente alcuni elementi del loro piano casa, proprio per imparare ciascuno dall’esperienza dell’altro con uno spirito di grande amicizia e collaborazione». Gualtieri insomma pare pronto ad attaccare le politiche nazionali, dell’Italia e degli Stati Uniti: «I sindaci e le città stanno provando a dare risposte, spesso non aiutati dai governi o dovendo trovare soluzioni con strumenti limitati».
Toh, Guerri è a favore degli occupanti dello Spin Time
Ennesima spaccatura a destra, con un altro intellettuale protagonista: non bastava Pietrangelo Buttafuoco con il caos provocato alla Biennale di Venezia con l’apertura ai russi, ora anche Giordano Bruno Guerri ha trovato il modo di mettersi al centro di una polemica, stavolta tutta romana. Sì, perché Guerri ha avuto l’idea di difendere gli occupanti dello Spin Time, parlando alla trasmissione di RaiTre L’Elefante, condotta da Peter Gomez. Cosa ha detto Guerri? «Sullo Spin Time il sindaco di Roma ha provato a comprare lo stabile, a lanciare un’offerta, ma forse lo Stato potrebbe intervenire con maggiore autorità per proteggere questo bene, che è il nostro». Non solo: «La proprietà privata è un fondamento della nostra società e quindi va rispettata. Dall’altra parte vi sono gli espropri. Lo Stato si attribuisce il diritto di prendere la proprietà per costruire un’autostrada o un ponte. E qui è possibile violare la proprietà privata. Adesso bisogna chiedersi se in questo caso vale la pena di farlo. Secondo me sì. Perché quello è un miracolo, perché senza politica, senza sacerdoti, senza benefattori, hanno creato una struttura sorprendente, una sorta di città ideale dove vivono in comunità, hanno risolto problemi e hanno creato arte. Hanno riempito questo edificio, che era un mattatoio, di bellezza, dove vanno artisti a portare e creare nuova bellezza». Ma come, con tutti gli anni che ci ha messo la destra per liberarlo? Con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in prima linea? Ormai, dicono dalle parti di Fratelli d’Italia, «anche Giordano Bruno Guerri lo dobbiamo dare per perso. Che poi magari ce lo ritroviamo in parlamento, con Buttafuoco, eletto con qualcun altro…».
Politico, Cnn e MS Now hanno annunciato un’azione legale contro Donald Trump e tre suoi stretti collaboratori (la capo di gabinetto Susie Wiles, il direttore della comunicazione della Casa Bianca Steven Cheung e il direttore del Secret Service Sean Curran) dopo la revoca dei pass di accesso per la Casa Bianca decisa per i giornalisti delle tre testate.
Cnn, MS Now e Politico come immondizia: l’immagine (realizzara con l’IA) pubblicata da Trump su Truth.
Secondo le testate Trump ha violato la Costituzione Usa
Politico, Cnn e MS Now (l’ex MSNBC) accusano l’Amministrazione Trump di aver violato il Primo emendamento della Costituzione Usa, che prevede la libertà di stampa. Le testate evidenziano che il provvedimento è stato adottato dalla Casa Bianca senza preavviso e senza alcuna procedura formale, a seguito di una serie di articoli non graditi al tycoon. La richiesta verrà esaminata da un giudice federale del tribunale distrettuale di Washington D.C. e potrebbe portare a udienze già questa settimana.
Il post di Trump su Truth.
The Donald ha accusato le testate di diffondere fake news
La decisione di escludere i giornalisti era stata annunciata venerdì 18 settembre dallo stesso Trump sulla sua piattaforma social Truth: senza andare nei dettagli, il presidente americano aveva accusato Politico, Cnn e MS Now di diffondere fake news. The Donald si era detto «orgoglioso» di annunciare il ban, spiegando che «gli organi di informazione non dovrebbero poter scrivere o diffondere costantemente invenzioni e menzogne quando si occupano del presidente degli Stati Uniti, dell’Amministrazione Trump o degli Stati Uniti d’America».
Le eccellenze quotate del mercato italiano tornano protagoniste negli Stati Uniti grazie alla nuova edizione della conferenza Italian equity champions, l’iniziativa promossa dalla divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, per favorire il dialogo tra investitori internazionali e società italiane ad alto potenziale di crescita. Ospitato a New York, uno dei principali hub finanziari mondiali, l’evento ha riunito 15 aziende italiane quotate che hanno incontrato oltre 50 tra i maggiori investitori istituzionali statunitensi rappresentanti di 39 case d’investimento, per un totale di circa 150 meeting. L’iniziativa ha visto la partecipazione di Acea, Ariston, Azimut Holding, Banca Ifis, Brembo, Cnh, De Longhi, Eni, Maire, Officina stellare, Ovs, Piaggio, Reply, Sanlorenzo e Technogym, offrendo un’importante occasione di confronto diretto sulle prospettive di crescita di Gruppi italiani con vocazione internazionale e sulle opportunità offerte dal mercato italiano per gli investitori americani.
Intesa conferma l’impegno a favorire il dialogo tra capitale internazionale ed eccellenze italiane
La conferenza conferma il ruolo della divisione IMI CIB come piattaforma di connessione tra il sistema imprenditoriale italiano e i mercati finanziari internazionali, mettendo a disposizione delle aziende competenze specialistiche, relazioni consolidate con la comunità finanziaria globale e una presenza diretta nei principali centri economici mondiali. L’iniziativa rappresenta l’evoluzione naturale del percorso avviato dalla divisione attraverso le conferenze Italian stock market opportunities, che negli ultimi anni hanno coinvolto numerose società quotate nelle principali piazze finanziarie europee, confermando l’impegno del Gruppo nel favorire il dialogo tra capitale internazionale ed eccellenze imprenditoriali italiane.
Consolidata la presenza negli Stati Uniti
Italian equity champions si inserisce nella più ampia strategia della divisione IMI CIB volta a sostenere la crescita dimensionale e l’apertura internazionale delle imprese italiane, grazie a una rete estera articolata e a una presenza consolidata nei principali mercati globali. Il Gruppo Intesa Sanpaolo vanta una presenza storica negli Stati Uniti e la filiale di New York rappresenta uno degli hub strategici del network internazionale della divisione IMI CIB a supporto dei clienti corporate e istituzionali nelle Americhe. Negli ultimi anni la divisione ha inoltre avuto un ruolo di primo piano in alcune delle più rilevanti operazioni infrastrutturali ed energetiche del mercato statunitense, tra cui il progetto solare Cider nello Stato di New York, il finanziamento del sistema di accumulo energetico a batteria Roccasecca in Nevada, e l’impianto solare Big Muddy in Illinois.
La Rai ha pubblicato il regolamento della 77esima edizione Festival di Sanremo, in programma dal 16 al 20 febbraio 2026. Diverse le novità introdotte da Stefano De Martino, dal numero di cantanti alle modalità di voto fino all’introduzione di paletti all’uso dell’intelligenza artificiale e della nuova Serata Performance.
La Serata Performance che decreterà il rappresentante all’Eurovision
La prima novità è, appunto, la Serata Performance che si terrà venerdì 19 febbraio. I concorrenti vestiranno i loro brani in gara in maniera particolarmente spettacolare, dalla messa in scena alle coreografie, richiamando il linguaggio visivo dell’Eurovision Song Contest. L’obiettivo della serata è infatti quello di designare il rappresentante italiano all’Esc, che non sarà più dunque in automatico il vincitore del Festival. Il sistema di voto della Serata Performance sarà coerente con questo scopo e abbinerà il televoto con il voto di una Academy, una giuria di esperti internazionali di varie discipline dello spettacolo (non solo musica ma anche coreografia e scenografia, ad esempio). Il vincitore rappresenterà l’Italia all’Eurovision.
Meno cantanti e in gara tutte le serate
Un’altra novità di rilievo è che quest’anno i cantanti in gara saranno meno del solito (24) e si esibiranno tutti ogni sera. I brani in gara verranno dunque ascoltati quattro volte (una serata resta dedicata all’esecuzione di cover con ospiti o duetti) prima della proclamazione del vincitore.
Cambia il peso del pubblico
Cambia anche il sistema di voto, con modifiche in particolare al peso del pubblico nella scelta del vincitore. Nelle diverse serate, il meccanismo di voto sarà così articolato:
al debutto del martedì voteranno la Giuria popolare (ndr il pubblico che esprime il proprio voto tramite televoto e voto online) e la Giuria della Sala stampa;
mercoledì toccherà alla Giuria popolare e alla Giuria delle Radio;
giovedì, nella serata cover, si esprimeranno congiuntamente Sala stampa, Radio e Giuria popolare;
venerdì, per la Serata Performance, voteranno la Giuria popolare e la Giuria di esperti Internazionali;
sabato sera, per la finale, voteranno di nuovo Sala Stampa, Radio e Giuria Popolare. Al termine, i punteggi della prima, seconda e quinta serata decreteranno la classifica generale, dalla quale emergeranno i finalisti delle prime posizioni, comunicati in ordine casuale in un numero compreso tra tre e cinque. Dopo la riproposizione delle loro canzoni, dal vivo o tramite registrazione, si aprirà la sfida decisiva dove a votare sarà esclusivamente la Giuria popolare per il 50 per cento. Il restante 50 per cento deriverà dalla dote complessiva dei punteggi accumulati nelle serate valide per la gara principale. La combinazione di questi due componenti stabilirà la graduatoria definitiva, incoronando il vincitore di Sanremo 2027.
La novità più evidente dunque il peso del pubblico nel momento più decisivo. Durante la sfida tra i finalisti voterà infatti solo la Giuria popolare. Come scritto sopra, non sarà comunque il pubblico da solo a determinare il vincitore – il risultato di quest’ultima votazione peserà per il 50 per cento e sarà sommato, per l’altro 50 per cento, ai risultati accumulati nelle precedenti serate.
Paletti all’uso dell’intelligenza artificiale
Altra novità è che il regolamento per l’edizione 2027 introduce per la prima volta dei paletti sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa. Testi e musiche dovranno essere frutto esclusivo dell’ingegno dell’uomo, escludendo l’impiego di sistemi di IA che possono sostituire, alterare o snaturare l’apporto creativo primario, riservando alla Rai e alla direzione artistica la facoltà di ricorrere a verifiche tecnologiche per scongiurarne qualsiasi abuso.
Intervistato da Cbs News, Huang ha respinto le «narrazioni apocalittiche» sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale. «Comunque la si voglia descrivere, c’è lo 0 per cento di possibilità che nel 2030 ci sia la fine del mondo», ha assicurato il ceo di Nvidia, produttore di chip per l’IA da 5 miliardi di dollari. «Spaventare le persone è inutile e irresponsabile», ha aggiunto Huang commentando le affermazioni dell’ex ricercatore di Anthropic (e con un passato in OpenAI) Jacob Coxon, secondo cui l’IA potrebbe eliminare l’umanità entro il decennio.
Jensen Huang (Imagoeconomica).
Anche Trump allontana la paura, ma i big frenano
Di recente, Trump ha liquidato l’ultimo allarme di Dario Amodei di Anthropic secondo cui l’IA si sta sviluppando a un ritmo esponenziale e, senza un rallentamento, nel giro di 6-12 mesi, potrebbe essere in grado di guidare uno sciame di agenti capaci di prendere il controllo dell’intero Internet: il presidente Usa ha puntato il dito contro le «forze negative» che tirano in ballo «cose che non accadranno». Amodei ha lanciato sul suo blog un appello per rallentare il ritmo di sviluppo dei modelli più avanzati dell’IA per motivi di sicurezza. La proposta ha trovato l’immediato sostegno di due protagonisti indiscussi in America del settore: Elon Musk, che con SpaceX controlla xAI, e Sam Altman, ceo di OpenAI, l’azienda che ha lanciato la corsa globale ai chatbot.
Leelezioni farsa nella Federazione Russa per il rinnovo della Duma di Stato, “legittimate” da un pool di esperti internazionali (anche italiani), sono andate come dovevano andare. La Commissione elettorale centrale prevede infatti che Russia Unita, ovvero il partito di Vladimir Putin, conquisterà 355 seggi su 450: si tratta di un record. Nell’ultima legislatura la formazione politica dello zar era rappresentata da 310 deputati. In precedenza, la fazione più numerosa di Russia Unita era stata quella formatasi dopo le elezioni del 2016, con 343 deputati. I putiniani – non era in dubbio – hanno pertanto mantenuto la maggioranza dei due terzi dei deputati alla Duma (bastava quota 301), che consente di modificare la Costituzione.
Voto in Russia (Imagoeconomica).
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti. Il Partito Comunista della Federazione Russa si è avvicinato al 14 per cento, seguito dal Partito Liberal Democratico di Russia attorno al 9 per cento e da Nuovo Popolo, che ha riscosso l’8 per cento dei consensi. Russia Giusta non ha invece ancora la sicurezza di aver raggiunto il 5 per cento, che rappresenta la soglia di sbarramento. Yabloko, il solo partito che si era schierato contro la guerra in Ucraina, era stato escluso dalle elezioni.
Da record anche l’affluenza, arrivata al 59,32 per cento
Quelle andate in scena sono state le prime elezioni per la Duma dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: il voto si è svolto anche nei territori occupati e annessi dalla Russia. E, come ha sottolineato Ella Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale, hanno visto un’affluenza record del 59,32 per cento. Un netto aumento rispetto alle tornate precedenti: nel 2016 era stata del 48 per cento e nel 2021 del 52 per cento.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
Kadyrov confermato capo della Cecenia col 99,85 per cento dei voti
A proposito di farse, contestualmente a quelle della per la Duma si sono tenute in otto regioni anche le elezioni dei governatori. Ebbene, Ramzan Kadyrov è stato confermato capo della Repubblica Cecena col 99,85 per cento dei voti. Un risultato ancora migliore di quello del 2016 (94,8 per cento) e del 2021 (99,7 per cento).
The so-called Duma elections marked another major setback for Russian democracy. Their outcome was never in doubt.
The Kremlin silenced dissent, barred the only registered party that opposed its war in Ukraine, and shut out international election monitors.
«Le cosiddette elezioni della Duma hanno segnato un altro importante colpo per la democrazia russa. Il loro esito non è mai stato in dubbio», ha scritto sui social Kaja Kallas. «Il Cremlino ha soffocato il dissenso, ha escluso l’unico partito registrato che si opponeva alla sua guerra in Ucraina e ha impedito l’accesso agli osservatori elettorali internazionali. In Russia rimane solo la parvenza di democrazia», ha poi aggiunto l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, spiegando di aver «proposto misure contro coloro che facilitano queste elezioni fittizie nei territori ucraini occupati».
Il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi è stato nominato vicepresidente nazionale dell’Anci, l’Associazione nazionale comuni italiani, dal presidente Gaetano Manfredi. A Biondi sono affidate le deleghe alla formazione degli amministratori e del personale degli enti associati e ad Anci Comunicare. Tra le priorità del nuovo incarico ha indicato la rappresentanza delle città medie, dei piccoli Comuni e delle aree interne, richiamando anche l’esperienza maturata nel capoluogo abruzzese con la ricostruzione. Secondo Biondi, le città medie «sono la spina dorsale del Paese» e svolgono un ruolo di collegamento tra le grandi aree metropolitane e i territori interni. Sono «decisive per la coesione e lo sviluppo» e per questo devono trovare maggiore spazio nelle politiche nazionali. Il primo cittadino aquilano ha inoltre sottolineato il ruolo dei Comuni nell’attuazione degli investimenti e dei servizi finanziati attraverso il Pnrr: «Sono il primo presidio dello Stato per i cittadini, il loro protagonismo va riconosciuto e rafforzato».
La montagna di Rocca Salimbeni rischia di partorire un topolino, e per giunta tassato. Nel frattempo la guerra tra Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi è arrivata ormai a un punto in cui non si combatte più soltanto con miliardi, Opas, assemblee e comunicati alla Consob. Sono entrati in campo i professori di Diritto tributario. E quando una battaglia bancaria finisce nelle mani dei tributaristi, le strategie cedono il posto alla calcolatrice.
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).
I rilievi di Paparella sul “prodigio tributario” di Mps
Il primo a farlo è stato Franco Paparella, ordinario alla Sapienza, che sul Sole 24 Ore è intervenuto sul punto più delicato della controffensiva escogitata da Luigi Lovaglioper sottrarre Mps all’abbraccio della banca guidata da Carlo Messina. Il suo ragionamento è molto semplice: Intesa mette sul tavolo soldi propri e riconosce agli azionisti del Monte un premio rispetto alle quotazioni precedenti l’offerta. Mps invece, per rendere più appetibile la propria strategia, distribuisce ai soci 1,208 euro per azione fra contanti e titoli Generali. Solo che quei soldi, osserva Paparella, non arrivano da fuori: erano già dentro la banca e dunque appartenevano già, indirettamente, agli azionisti. Fin qui siamo ancora nella finanza, ma è quando si passa alla fiscalità che il discorso si fa più interessante. Paparella infatti calcola che per una persona fisica residente in Italia la distribuzione straordinaria può generare un’imposta di circa 31,4 centesimi per azione, addirittura superiore ai 30,2 centesimi ricevuti in contanti. Una specie di prodigio tributario: il socio si vede restituire una parte di ciò che era già suo e, nel tragitto da una tasca all’altra, incontra lo Stato che presenta il conto. Non esattamente il genere di argomento con cui si vincono le assemblee. E così, mentre Lovaglio continua a presentare la doppia operazione su Banco Bpm e Banca Generali come l’alternativa industriale allo “spezzatino” attribuito al progetto di Intesa, il terreno dello scontro si è spostato su una domanda molto meno epica: alla fine della fiera, quanto resta davvero in tasca all’azionista di Rocca Salimbeni?
Franco Paparella in una foto del 2012 (Imagoeconomica).
La risposta di Fransoni, vecchia conoscenza di Siena
A rispondere alle tesi di Paparella è arrivato, sempre sul quotidiano di Confindustria, Guglielmo Fransoni, ordinario di Diritto tributario all’Università di Foggia. Un nome che, nella storia recente di Montepaschi, non è esattamente quello di uno sconosciuto. Fransoni ha infatti assistito la banca in controversie tributarie arrivate fino in Cassazione. Il rapporto è documentato da atti giudiziari nei quali compare come suo difensore. Nulla di irregolare, naturalmente. Ma nella battaglia feroce che si sta combattendo attorno al Monte è un dettaglio che merita di essere conosciuto. Perché il professore chiamato oggi a misurarsi con la tesi che mette in difficoltà la strategia di Lovaglio conosce Mps non soltanto dai bilanci. E conosce anche altre stagioni della finanza italiana. Nel febbraio del 2005 venne infatti fermato dalla Guardia di Finanza alla frontiera di Chiasso mentre viaggiava insieme a Luigi Gargiulo, uno stretto collaboratore di Stefano Ricucci. Con loro c’erano documenti relativi alle società e alle operazioni finanziarie dell’immobiliarista che proprio allora stava diventando uno dei protagonisti della stagione dei “furbetti del quartierino”, e del quale il professore era stato uno dei collaboratori più stretti. Sono passati più di 20 anni, Ricucci appartiene ormai all’archeologia della finanza italiana e Fransoni è da tempo professore ordinario a Foggia, dove coordina anche il dottorato in Diritto e sicurezza. Ma certi incroci hanno la curiosa abitudine di ricomparire quando meno te li aspetti.
Guglielmo Fransoni (Imagoeconomica).
Gli ostacoli al piano di Lovaglio
Il punto, tuttavia, non è lui. È Lovaglio. Perché il numero uno di Mps si trova davanti a un problema che nessuna sottigliezza tributaria riesce a cancellare. La sua controffensiva contro Intesa deve convincere contemporaneamente il mercato, gli azionisti del Monte, quelli di Banco Bpm – Crédit Agricole in testa – e infine le autorità. Non proprio una passeggiata in Piazza del Campo. Mps ha lanciato in agosto offerte su Banco Bpm e Banca Generali per circa 34 miliardi complessivi, trasformando quella che era una difesa dall’assalto di Intesa in una controffensiva su due fronti. Ma su quello di Banco Bpm c’è seduto al tavolo il Crédit Agricole che ne possiede quasi il 30 per cento e parla francese, il quale considera poco attraente l’offerta di Siena e ha fatto capire di avere idee diverse sul futuro dell’istituto di Piazza Meda. Dall’altra parte Intesa non è rimasta a guardare. Messina aveva chiarito fin dall’inizio che Ca’ de Sass sarebbe andata avanti anche in presenza di una controfferta e l’aumento di capitale necessario all’operazione è stato approvato a larghissima maggioranza dall’assemblea. Ivass ha dato il suo via libera, mentre l’Antitrust ha aperto un’istruttoria sugli effetti dell’operazione sulla concorrenza.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
La matrioska di interessi dietro la battaglia tra Intesa e Mps
È questa la vera partita. Non Fransoni contro Paparella, ma Intesa contro Mps. Da una parte una banca che vuole comprare il Monte, dall’altra quest’ultimo che, per non essere comprato, tenta a sua volta di comprare Banco Bpm e Banca Generali. Una matrioska nella quale ogni volta che si apre una scatola ne compare un’altra. Lovaglio sostiene che il suo progetto tiene insieme ciò che Intesa vorrebbe dividere. Intesa replica, nei fatti, mettendo sul tavolo un premio per convincere gli azionisti a consegnarle il controllo. Nel mezzo ci sono miliardi di capitalizzazione, il futuro di Mediobanca e Generali, gli equilibri del sistema bancario italiano e soprattutto gli azionisti Mps, che a fine ottobre saranno chiamati ad approvare la duplice offensiva del loro ad. Ed è proprio qui che l’aritmetica diventa più insidiosa della finanza. Perché Paparella ha sollevato una questione dirimente: se una banca restituisce al socio una parte del patrimonio che già gli appartiene e quella restituzione viene tassata, quanto vale davvero il regalo? Si può discutere per paginate di diritto tributario, inoltrarsi in distinguo tra imponibile, valore fiscale, distribuzione e realizzo, magari chiamando a raccolta altri professori e fiscalisti. Alla fine, però, l’azionista del Monte farà una cosa molto meno accademica. Confronterà quanto aveva prima con quanto gli rimane dopo e deciderà se chiamarlo premio.
L’Amministrazione Trump ha preparato sanzioni contro l’intera Corte penale internazionale (Cpi) e potrebbe annunciarle già questa settimana, in concomitanza con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo hanno riferito alla Reuters due fonti a conoscenza del dossier: Washington ha già imposto sanzioni contro singoli giudici e procuratori della Cpi, ma non aveva mai deciso di colpire direttamente l’organizzazione.
Perché Trump vuole sanzionare la Cpi
Essenzialmente, Trump accusa il tribunale con sede all’Aia di prendere di mira ingiustamente gli Stati Uniti e Israele. La Casa Bianca chiede infatti da tempo alla Cpi di ritirare i mandati d’arresto spiccati contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità nella Striscia di Gaza. Inoltre contesta anche la precedente indagine sulle forze Usa in Afghanistan. A luglio il segretario di Stato Usa Marco Rubio aveva lanciato una campagna per isolare la Corte penale internazionale, invitando altri Paesi ad abbandonarla. Le nuove sanzioni rappresenterebbero una significativa escalation dello scontro con l’istituzione con sede all’Aia.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Le ripercussioni delle misure statunitensi
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le sanzioni vieterebbero la maggior parte delle transazioni con la Cpi dopo un periodo di grazia di 6-7 mesi. In particolare Washington – tramite il Dipartimento del Tesoro – potrebbe vietare a cittadini e imprese statunitensi di fornire fondi, beni o servizi alla Cpi senza un’autorizzazione dell’Office of Foreign Assets Control. L’iniziativa rischia di paralizzare le attività della Corte, che impossibilitata all’uso del dollaro risulterebbe isolata dal circuito finanziario globale e in difficoltà per l’assunzione di investigatori e l’acquisto di servizi informatici e assicurativi.
Cosa è la Corte penale internazionale
La Cpi, istituita nel 2002 e di cui gli Stati Uniti hanno mai fatto parte, è un tribunale la cui competenza è limitata ai crimini più seri che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme: genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a cui di recente si è aggiunto anche il crimine di aggressione. La Cpi non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite, anch’essa con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi: la prima giudica le persone fisiche, mentre la seconda gli Stati.
Il procuratore generale della California e Paramount hanno discusso una serie di potenziali concessioni nell’ambito di trattative avanzate per un accordo transattivo e tra queste figura un investimento di 1,5 miliardi di dollari da parte dell’azienda nella produzione in California per superare gli ostacoli relativi alla fusione con Warner. Lo scrive il Wall street journal. I dirigenti di Paramount e una coalizione di Stati, che hanno fatto causa per bloccare la fusione da 81 miliardi di dollari con Warner Bros Discovery, hanno trascorso il fine settimana a definire i dettagli di un possibile accordo. Tale intesa spianerebbe la strada a un’operazione capace di riunire sotto un’unica proprietà Hbo, Cbs, Cnn, servizi di streaming e celebri case di produzionecinematografica.
I termini del possibile accordo
Oltre al consistente investimento nella produzione, tra le concessioni discusse dalle parti vi è l’impegno a non vendere nessuno dei due complessi di studi cinematografici e a mantenere le attività nello Stato della California, hanno riferito le fonti. L’azienda aveva valutato l’ipotesi di trasferirsi fuori dallo Stato proprio perchè l’operazione incontrava resistenze. Le parti hanno inoltre preso in considerazione potenziali sanzioni nel caso in cui Paramount non dovesse mantenere la promessa, fatta in precedenza, di produrre 30 film all’anno dopo la fusione. Tra le misure ipotizzate figurerebbe la cessione della quota detenuta in Miramax – casa di produzione nota per film classici come Non è un paese per vecchi e Pulp Fiction – secondo quanto riferito dalle persone informate sulla vicenda. Tra le altre misure esaminate figurano la vendita di alcuni canali via cavo e la creazione di un comitato di garanzia per assicurare che la Cnn mantenga la propria indipendenza editoriale. Va specificato che non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo e non è chiaro quali saranno le condizioni finali su cui le parti potrebbero convergere.
Presley Gerber, figlio della top model Cindy Crawford, è morto all’età di 27 anni. Lo riferiscono i media americani. L’ufficio del medico legale della contea di Los Angeles ha reso noto che Gerber è deceduto mentre si trovava in una struttura di riabilitazione. La causa del decesso non è stata specificata. «La famiglia chiede riservatezza in questo momento estremamente difficile e doloroso», ha detto il portavoce della Crawford. Nato in California nel 1999, Presley era uno dei due figli avuti dalla Crawford con Rande Gerber. Come la sorella Kaia, aveva intrapreso la carriera di modello a soli 16 anni debuttando per Moschino.
Negli ultimi anni aveva parlato apertamente della sua depressione
Nel corso della sua carriera nel mondo della moda, Gerber ha sfilato per marchi quali Burberry, Dolce & Gabbana e Bottega Veneta, oltre che per le griffe statunitensi Tommy Hilfiger e Ralph Lauren. È stato protagonista anche di campagne per Calvin Klein, Celine, Pepsi e Omega, ed è apparso su riviste come GQ Style e The New York Times Style Magazine. Negli ultimi anni aveva parlato apertamente della sua depressione e della dipendenza dalle droghe, condividendo il suo percorso di guarigione su Instagram. «La salute mentale è una questione importante. È una parte fondamentale della mia vita. È un impegno costante, 24 ore su 24, e c’è molto altro dietro», raccontò al podcast Studio 22 tre anni fa.