Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps

C’è un filo che unisce la crisi di una piccola multiutility ligure nei primi Anni 2000 alle acrobazie finanziarie di una società di energie rinnovabili quotata all’AIM di Borsa Italiana, a Mps. Quel filo ha un nome: Pierluigi Tortora.

Il caso Acam, i derivati e la crisi del 2008

Derivati, sindaci e azioni di responsabilità: Acam era la società partecipata dal Comune di La Spezia che gestiva i servizi pubblici locali per i comuni della provincia: acqua, gas, rifiuti, insomma una multiutility. Tortora ne era l’amministratore delegato. Nel marzo 2008, in piena euforia finanziaria pre-crisi subprime, la società sottoscrisse contratti derivati che, come è facile intuire, non sono proprio il core business per una società di servizi pubblici locali. Quando i mercati crollarono all’indomani del fallimento di Lehman Brothers, quei contratti si dimostrarono rovinosi e Acam si trovò esposta a perdite difficilmente recuperabili, con un bilancio sostanzialmente avviato verso il dissesto. La reazione dei Sindaci della società non tardò. E nell’aprile 2010, l’assemblea dei soci deliberò la denuncia nei confronti dell’ormai ex amministratore delegato, avviando un’azione di responsabilità proprio per la vicenda dei contratti derivati. L’assessore alla Riorganizzazione delle società partecipate Davide Natale e il sindaco di La Spezia Massimo Federici riferirono in commissione consiliare della volontà di verificare anche gli altri anni della gestione Tortora, affidando l’incarico a tre professionisti esterni con il mandato di esaminare bilanci e atti gestionali alla ricerca di ulteriori responsabilità. Il consigliere comunale Giacomo Gatti, nel gennaio 2011, presentò una formale interrogazione chiedendo aggiornamenti: quando fosse stato presentato l’atto di citazione nei confronti di Tortora per la vicenda dei derivati, quante udienze si fossero tenute, e quando i tre professionisti incaricati di verificare i bilanci degli anni passati avrebbero consegnato i loro risultati. La domanda sottintendeva un’insoddisfazione: i tempi si allungavano, le risposte scarseggiavano e intanto, come detto, il denaro della gestione Tortora appariva difficilmente recuperabile. Nel frattempo furono avviate diverse azioni di responsabilità, anche da Iren che ha poi acquisito alcune attività di Acam, conclusesi nel 2023 senza il riconoscimento dei danni richiesti a Tortora.

Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps
Pierluigi Tortora nel 2008 (Imagoeconomica).

Il ritorno nelle rinnovabili con PLT Energia

Crescita, debiti e leva finanziaria chiusa (o congelata) la stagione ligure, Tortora è riemerso nel settore delle energie rinnovabili. Fonda a Cesena PLT Energia, holding di partecipazioni attiva nello sviluppo e nella gestione di impianti eolici, fotovoltaici e a biomasse, e nel 2014 arriva a quotarla sull’AIM di Borsa Italiana. L’83,6 per cento del capitale sociale risultava intestato alla Sired, fiduciaria del gruppo Intesa Sanpaolo. Il modello di business era ambizioso: decine di impianti distribuiti tra Basilicata, Calabria e Puglia, ricavi cresciuti grazie agli incentivi pubblici, e una capacità installata che nel 2017 superava i 200 megawatt. Ma era la struttura finanziaria a destare perplessità. A fine 2017 l’indebitamento finanziario netto consolidato raggiunse 226 milioni di euro contro un patrimonio netto di circa 42 milioni: i debiti erano pari a circa cinque volte i mezzi propri.

La nuova holding PLT Wind

Nel 2018 arrivò l’operazione che peggiorò ulteriormente la situazione. PLT Energia costituì una nuova holding, PLT Wind, cui conferì nove impianti eolici da 110,6 megawatt, e la finanziò con uno strumento ibrido da 162 milioni strutturato da UniCredit: un project bond da 60 milioni a 15 anni e un prestito bancario da 102 milioni. Entrambe le operazioni erano classificate come senior secured, riservate cioè a soggetti il cui merito di credito è considerato non investment grade, ovvero rischioso. I numeri di PLT Wind erano eloquenti. La posizione finanziaria netta della società era negativa per 160 milioni a fronte di un patrimonio netto di 24 milioni: per ogni euro di capitale proprio, la società aveva contratto 6,6 euro di debito. Nel novembre 2021 la holding sottoscrisse sempre con UniCredit, la Bei e Cdp un contratto di finanziamento per 92,3 milioni per la realizzazione di progetti eolici per una capacità pari a 95 MW. A rendere il quadro ancora più colorito, PLT Energia era anche lo sponsor principale del Cesena Calcio tramite la controllata PLT Puregreen, e aveva ricevuto in passato finanziamenti dalla ex Cassa di Risparmio di Cesena. Calcio, incentivi pubblici e debiti a leva: un combinato disposto, del resto simile a quello sperimentato a Siena prima della grande crisi, che non mancò di suscitare commenti critici nell’ambiente finanziario locale. Una storia di rapporti e intrecci finanziari che fa riflettere.

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La sfida a Mps con la lista Lovaglio

La vicenda di Tortora attraversa due stagioni diverse della finanza italiana. Quella dei derivati nei bilanci delle società partecipate pubbliche degli anni 2000, e quella della finanza di progetto applicata alle rinnovabili nel decennio successivo. Comun denominatore la capacità di attrarre risorse, accedere a strumenti finanziari complessi e gestire asset pubblici, para-pubblici o comunque collegati a concessioni e finanziamenti pubblici, in condizioni di indebitamento strutturalmente elevato. Che dalla Acam di La Spezia alla PLT Wind di Cesena il protagonista sia lo stesso uomo merita più di una riflessione. Non tanto per stabilirne responsabilità, su cui peraltro la magistratura ha fatto il suo corso, quanto per interrogarsi sui meccanismi di selezione nella concessione di finanziamenti: come si fa a guidare una multiutility pubblica verso il dissesto da derivati e, qualche anno dopo, presiedere una società quotata in Borsa con debiti molto superiori al patrimonio, continuando a essere interlocutore riconosciuto di banche e istituzioni? La risposta, probabilmente, dice qualcosa di scomodo non solo su Tortora, ma sul sistema che lo ha reso possibile e che, ancora di recente, ha continuato a finanziarlo. I ben informati dicono che Tortora e la sua PLT hanno circa 150 milioni di affidamenti con Mps. Sarà forse questo il motivo per cui è stato l’unico a rendersi disponibile in vista dell’elezione del nuovo cda a sostenere una lista Lovaglio dopo i tentativi che l’ex ad del Monte aveva fatto con molti fondi che però gli avevano chiuso la porta.

Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco

La crisi energetica che sta sconquassando i mercati mondiali, con grandi interrogativi sull’approvvigionamento e i costi futuri, soprattutto per Europa e Asia, è la seconda nel giro di pochi anni: se nel 2022 l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte di Mosca aveva dato il via al disaccoppiamento tra i Paesi dell’Ue e la Russia, il conflitto in Medio Oriente sta nuovamente rimescolando le carte ovunque, evidenziando la vulnerabilità delle vie per le forniture dagli Stati del Golfo. In questo contesto, da un lato Mosca è riemersa come produttrice ed esportatrice di gas e petrolio, pronta a supplire ai deficit in Cina e in India, dall’altro è cresciuta l’importanza strategica dei Paesi dell’Asia centrale, come Turkmenistan e Kazakistan, che già da tempo hanno avviato una politica energetica multivettoriale, con un occhio all’Europa e uno all’Asia. I due Stan più ricchi di idrocarburi, insieme all’Uzbekistan, sono ormai al centro del Grande Gioco, non solo energetico, cominciato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Una raffineria in Germania (Ansa).

Il Kazakistan e le relazioni con la Russia

Da oltre tre decenni, le autocrazie centroasiatiche hanno sviluppato stabili rapporti a Est e a Ovest, mantenendo comunque buone relazioni con la Russia, e il loro ruolo per i rifornimenti energetici su tutte le direttrici è progressivamente aumentato. Il Kazakistan, insieme con i più poveri Kirghizistan e Tagikistan, è tra le ex repubbliche sovietiche più vicine a Mosca, a cui è legata attraverso la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), l’Unione Economica Eurasiatica (Uee) e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), dove è presente anche la Cina. Con circa 30 miliardi di barili è al 12esimo posto per le riserve di petrolio a livello mondiale.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Da sinistra, il bielorusso Lukashenko, il kazako Tokaev, il kirghizo Sadyr Japarov, Vladimir Putin, il tagiko Rahmon e il segretario generale del CSTO Imangali Tasmagambetov (Ansa).

Buona parte dell’export turkmeno è indirizzato a Pechino

Il Turkmenistan, più isolato, rigido e orientato a una politica estera di neutralità permanente, detiene invece circa 19.500 miliardi di metri cubi di riserve accertate di gas naturale, principalmente nel giacimento di Galkinish, ed è tra i primi Paesi produttori al mondo dopo Russia, Iran e Qatar. Attualmente la maggior parte dell’export turkmeno è destinata a Pechino, mentre quantità minori finiscono agli Emirati Arabi Uniti, all’Oman e alla Turchia.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov e Xi Jinping a Pechino, settembre 2025 (Ansa).

La regione ex sovietica dell’Asia centrale è entrata nella sfera di interesse dell’Unione europea e dell’Occidente proprio perché ricca di risorse e lo scorso anno si è tenuto il primo vertice tra Asia centrale e Ue a Samarcanda, in Uzbekistan, che ha segnato l’avvio di un partenariato strategico. Bruxelles ha promesso investimenti per 12 miliardi di euro per accelerare la cooperazione in vari settori, dall’energia alle infrastrutture.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov (Ansa).

Il ruolo centrale degli Stan nel Corridoio medio

Gli Stan sono fondamentali anche per il cosiddetto Corridoio medio, la rotta di trasporto internazionale transcaspica che collega la Cina e l’Europa aggirando la Russia. Rilevanti per l’Ue, in particolare per le questioni di gas e petrolio, sono tra il Caspio e il Mediterraneo altre due ex repubbliche sovietiche, la Georgia e l’Azerbaigian, dove già passano pipeline come la Btc (Baku-Tbilisi-Cheyan), e anche la Turchia. Negli ultimi anni si è assistito a un’intensificazione della cooperazione fra Azerbaigian e i Paesi dell’Asia centrale su progetti energetici, con il rafforzamento della regione come snodo di transito tra Asia ed Europa.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il terminal turco della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Ansa).

L’Asia centrale torna al centro del Great Game

La guerra nel Golfo ha insomma ha rilanciato il Great Game di kiplinghiana memoria in versione Terzo millennio, con Russia, Cina ed Europa a contendersi l’influenza e le risorse di un’area che è, relativamente, periferica rispetto agli accadimenti sulla scacchiera mondiale, ma che racchiude il potenziale per nuovi conflitti, militari ed economici. Gli stessi Stan sono regimi autocratici destinati a trasformarsi, seguendo esempi anche non propriamente pacifici, come già accaduto nei decenni passati tra rivoluzioni e guerre civili: i cambiamenti degli equilibri interni potranno riflettersi quindi anche su quelli internazionali, condizionandoli a favore e sfavore degli attori esterni. Resta quindi da capire chi sul lungo periodo avrà la meglio: al momento sono Cina e Russia a stare davanti all’Europa, poi si vedrà.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Arduo oggi dire se fa ridere o piangere l’esortazione di Jack Weinberg, attivista radicale e leader nel 1968 del Free Speech Movement di Berkeley, visto che il potere politico è nelle mani di ultra settantenni. E non va meglio in altri campi. Dalla finanza allo spettacolo, in prima fila ci stanno molti uomini e qualche donna che di abdicare proprio non ne vogliono sapere.

Un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50

I giovani, si tratti di posizione lavorativa o reddito, scontano un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50, quando nemmeno la musica contemplava generi e interpreti giovanili. La musica cambiò negli Anni 60. A tempo di rock e di pop. Ma fu sulla spinta del movimento del ’68 che i giovani divennero pienamente adulti. Liberati dal mercato e dall’economia dei consumi. Ma in grado presto di affermare una propria autonomia, che ebbe peso rilevante nella modernizzazione politica e sociale del Paese.

La partecipazione giovanile ha colto di sorpresa tutti

La prospettiva storica offre illuminanti chiavi di lettura del presente e del futuro prossimo, all’indomani del voto referendario che ha registrato il decisivo apporto dei giovani alla vittoria del no. Ma partiamo dal dato che ha visto la generazione 18-34 anni votare contro la riforma della giustizia con il 61,10 per cento dei voti. La partecipazione giovanile (la loro affluenza è stata del 67 per cento, nonostante le difficoltà dei fuorisede, a fronte di un dato nazionale del 58,9 per cento) e in quelle proporzioni di opposizione alla proposta governativa ha colto di sorpresa tutti. Dal governo alla politica nel suo complesso, passando per i media tradizionali, la cui interpretazione e narrazione della società è ben lontana da quella che vive la Generazione Z.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
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Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

Lo si immaginava, ma la novità è che in questa occasione gli interessati, anziché restarsene sul divano e rifugiarsi in un mondo ideale, hanno deciso di mettersi le scarpe e uscire di casa. E di dire no ai quesiti giudiziari, ma senza troppo curarsi del merito. Certo, in difesa della Costituzione, ma ancor più dei diritti e delle libertà civili e di espressione sotto attacco governativo con i vari provvedimenti restrittivi e i decreti sicurezza degli ultimi tre anni.

No alla società paternalistica e repressiva di Meloni

Quella società paternalistica e repressiva teorizzata e praticata dalla premier Giorgia Meloni non coincide con sentimenti e desiderata giovanili. Come peraltro indicano i report più recenti e informati: dal Deloitte Global Gen Z e Millennial Survey 2024 al Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z che mappa il pensiero, i gusti, le opinioni, le aspettative di utenti di età compresa fra i 14 e i 20 anni.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’intera classe politica non ha capito l’universo valoriale giovanile

Se poi si considerano altri fenomeni di ribellione pacifica dei giovani ambientalisti (dai Fridays for future a Extinction rebellion), vediamo che l’universo valoriale giovanile è molto lontano da quello che ha in mente l’intera classe politica, finanziaria e imprenditoriale. Una cosa confermata dall’annuale rapporto di Reuters Institute, che ribadisce ciò che ormai era ampiamente noto a tutti: i bisogni informativi dei giovani hanno poco a che fare con i media e i commentatori mainstream, si rivolgono perlopiù a figure nuove come creator e podcaster che si esprimono su YouTube e TikTok.

Una generazione che non è di sinistra in senso tradizionale

Ma la cosa sorprendente, tornando al voto referendario, è che l’immaginario della Gen Z si è materializzato nelle cabine elettorali. Un’inattesa mobilitazione politica, anche se informale e non dichiarata. Che però i leader progressisti farebbero bene a non considerare acquisita alla loro causa in modo automatico. Perché quella generazione non è di sinistra in senso tradizionale, ma ideologicamente anti-autoritaria.

Vi ricordate le Sardine? Era il 2019 e sparirono in fretta

Non va però dimenticato che nel 2019 prese vita il movimento delle Sardine, che riempì strade e piazze dell’Emilia-Romagna nell’imminenza delle elezioni regionali che ipotizzavano come probabile la vittoria del candidato leghista. Quella mobilitazione giovanile fu imponente e decisiva per l’affermazione del governatore progressista Stefano Bonaccini. Ma il Covid-19, con la stessa rapidità con la quale era montato, spense e poi cancellò quel movimento nascente del quale è rimasto a malapena il ricordo.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un flash-mob delle Sardine nel 2019 (foto Ansa).

Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive

Quella falsa partenza però, affinché non si ripeta, sollecita gli interessati a considerare alcune questioni fondamentali che la prospettiva storica evocata agli inizi consente di mettere a fuoco. Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive. Da soli, come portatori di rivendicazioni e istanze giuste ma particolari, non si va da nessuna parte. I movimenti si formano su obiettivi di lotta condivisi da varie e ampie categorie sociali.

I problemi e le emergenze non riguardano più il sistema, bensì gli individui

Mi rivolto dunque siamo è una celebre esortazione nonché libro di Albert Camus che risalta con più forza in una società oggi dispersa, polverizzata e dove i problemi e le emergenze (si parli di ambiente o di disuguaglianze economiche) non riguardano più le istituzioni, il sistema, bensì gli individui. Non esiste più la povertà, bensì i poveri. La differenza non è di poco conto, visto che le riforme vere, cioè capaci di incidere sul corpo della società e sulla vita delle persone, si sono fatte sulla scia del ‘68, dopo una stagione di lotte collettive condotte sulle piazze, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale alla chiusura dei manicomi, passando per il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto: siamo nel decennio Settanta. Del 1970 è lo Statuto dei lavoratori.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Il libro di Albert Camus.

Può sembrare banale ricordare conquiste sociali fondamentali, che oggi peraltro sono sotto attacco. Non lo è sottolineare che opporsi, ribellarsi, dire no è fondamentale, ma non è sufficiente. Serve un progetto e un movimento politico che traduca in azione valori e aspettative di Millennial e soprattutto zeerers. E metta per esempio fine a stipendi da fame e riequilibri il rapporto fra salari dei giovani e pensioni.

Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati

Secondo i dati 2024-25, l’assegno pensionistico risulta essere mediamente superiore alla retribuzione netta d’ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli nel trascorso decennio era il 36 per cento in meno di quello dei padri. Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati; e alla disoccupazione crescente nella classe d’età 18-34 ha fatto riscontro l’aumento dell’occupazione degli over 55.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un cameriere impegnato nell’allestimento di una sala da pranzo (foto Ansa).

Ma, concludendo, per provare a riformare un sistema così sgangherato servono due pre-condizioni fondamentali. Che i giovani tornino a fare politica e cerchino leader generazionali. Ossia leadership in grado di rappresentare gli interessi e le istanze della loro generazione. Perché è evidente anche a un cieco che i ventenni e trentenni di oggi non possono essere rappresentati e guidati da boomer. A maggior ragione se anziché essere vecchi saggi come Bernie Sanders sono vecchi e irreparabili narcisti come Donald Trump.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra

La “cenciata” ricevuta da Giorgia Meloni è stata notevole. In cambio la presidente del Consiglio ha riversato la sua furia contro se stessa, o meglio contro il suo governo. Teste che saltano, richieste di dimissioni pubbliche dopo non essere riuscita a ottenerle in privato. Sembra una prova di forza ma è un’inevitabile prova di debolezza.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni nel suo messaggio post sconfitta referendaria (Fb).

Prima il problema era Salvini, poi Vannacci: ora è il resto d’Italia

La leader di Fratelli d’Italia vuole far vedere chi è che comanda. E visto che non ci riesce di fronte al Paese, è costretta a farlo almeno nel suo esecutivo, soprattutto nel suo partito. Sono di Fratelli d’Italia, o in quota FdI, quelli che hanno perso il posto. Questo potrebbe farci intuire qualcosa su quale sarà il destino della legislatura, che forse è già finita anche se si dovesse votare davvero nel 2027. Meloni non può non radicalizzarsi, perché prima il problema era Matteo Salvini, poi è diventato Roberto Vannacci, ora il problema è il resto dell’Italia. Il popolo sta con i magistrati, e come si fa a dare contro il popolo, quello che ti ha appena bocciato la riforma della separazione delle carriere dei magistrati?

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ex generale ora potrebbe servire e lui rilancia

Con Salvini, Meloni aveva raggiunto un punto d’equilibrio tenendolo a bada, soprattutto sulla politica estera, vera cartina di tornasole per capire se le cose funzionano in un matrimonio politico, cioè in una coalizione. Di Vannacci ha preferito accettarne le contraddizioni; il generale è in piena distonia sulla guerra con l’esecutivo, ma non lo si può mandare a farsi un giro, perché serve tutto, anche un partitino d’estremisti. Non gli si chiede niente, ma neanche gli si dice: arrivederci, grazie. Il generale in pensione stesso lo sa e adesso rilancia, aprendo pure a Firenze la prima sede provinciale italiana di Futuro Nazionale (all’inaugurazione, sabato, in piazza Tanucci, parteciperanno oltre a Vannacci, il coordinatore nazionale e consigliere regionale Massimiliano Simoni e il deputato Edoardo Ziello; sono attese manifestazioni e contestazioni da sinistra).

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La riscoperta del buon vecchio manettarismo di destra

Nell’accettare la presenza del vannaccismo, Meloni cerca di evitare di scoprirsi a destra, ma l’unico modo che ha per contrastarne lo spirito è radicalizzarsi. E qui potrebbe arrivare la novità più grossa dal referendum. La presidente del Consiglio potrebbe persino riscoprire il buon vecchio manettarismo di destra, che qualcuno dentro Fratelli d’Italia le consiglia di recuperare. In fondo aver ghigliottinato Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè appartiene a quello spettacolo splatter che piace alle masse, che non vedono l’ora di vedere cadere i potenti, specie con disonore.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

La premier rischia di autoisolarsi nel suo cerchietto magico

La campagna elettorale è appena cominciata, la presidente del Consiglio rischia di autoisolarsi, chiusa nel suo cerchietto ultra magico. Di Meloni si è sempre detto che è popolare, nel senso di vicina al popolo, di nazionalpopolare, capace di capire gli umori della gente, perché che cosa c’è meglio di essere stati una vita all’opposizione per una che si sente l’underdog della politica italiana? Il problema è che il Palazzo contamina, la prospettiva della presidenza del Consiglio può persino far prendere abbagli. C’è differenza fra il Paese legale e il Paese reale. Quello reale si è abbattuto, domenica e lunedì scorsi, su chi sembrava fosse attrezzata e pronta a tutto, dal cuore gitano di Andrea Giambruno al ciuffo incollerito di Donald Trump che attacca mezzo mondo – il Venezuela, l’Iran – e lei lì a fare l’amica degli americani. E invece Meloni ha scelto la via più semplice, ha scaricato i Fardelli d’Italia che avrebbe dovuto scaricare mesi fa e cerca una difficile riconferma alle elezioni politiche dell’anno prossimo, quando, è vero, non ci saranno i magistrati a dare una mano alla campagna elettorale del centrosinistra (forse), ma senz’altro non sarà tutto in discesa come è stato fin qui.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il consiglio del vecchio maestro Rampelli

Un leader accorto potrebbe anche sentirsi paradossalmente sollevato. In fondo la prima vera sconfitta è arrivata dopo quattro anni di governo e c’è ancora almeno un anno prima di raddrizzare la barca. È stata una sorpresa arrivata non all’ultimo, ma al penultimo momento. Forse Meloni fa in tempo a rispolverare il giustizialismo di destra, come sembra indicarle l’antico maestro Fabio Rampelli quando dice che la gente è interessata ai reati sociali, non a quelli mediatici. E ci siamo intesi.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Fabio Rampelli (Ansa).

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede

La Costa Rica si unisce a un numero crescente di Paesi in Africa e nelle Americhe che hanno firmato accordi controversi (e spesso segreti) con gli Stati Uniti di Donald Trump sul tema migranti. Il governo di San José ha infatti reso noto di aver accettato di ricevere ogni settimana 25 persone espulse dagli Usa.

Cosa prevede l’intesa siglata da Washington e San Josè

In base all’accordo, la Costa Rica potrà accettare o rifiutare i trasferimenti proposti. Una volta arrivati nel Paese, i migranti espulsi dagli Stati Uniti riceveranno un permesso di soggiorno temporaneo: il loro status sarà poi stabilito secondo le leggi che regolano l’immigrazione. San José ha assicurato che eviterà di rimpatriare i migranti che rischiano di essere perseguitati nei Paesi d’origine. Per quanto riguarda i costi, Washington si farà carico delle spese di trasferimento, mentre vitto e alloggio in Costa Rica saranno coperti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ovvero l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata a promuovere la giustizia sociale e i diritti lavorativi internazionalmente riconosciuti.

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede
Rodrigo Chaves Robles, presidente della Costa Rica (Ansa).

I Paesi che hanno già stretto accordi simili con gli Usa

Come detto, la Costa Rica si aggiunge a una serie di Stati che hanno firmato accordi simili con gli Usa, nel tentativo di rafforzare i rapporti diplomatici con l’Amministrazione Trump, a seguito di forti pressioni della Casa Bianca. Tra essi il Sud Sudan, l’Honduras, il Ruanda, la Guyana e diversi Stati insulari caraibici, come la Dominica e Saint Kitts e Nevis.

Calenda contro Conte che attacca Meloni: «Tu scodinzolavi dietro a Trump»

Mentre Elly Schlein cerca di ricompattare le opposizioni, queste si dividono sulla spesa militare. Tutto è partito da un post di Giuseppe Conte che ha attaccato il governo di Giorgia Meloni per aver aumentato gli investimenti nella difesa. «Dopo giorni difficili per il governo», scrive il leader del M5s, «un riconoscimento per la premier: quello di Rutte della Nato per aver superato in un solo anno il 2 per cento del pil sulle spese militari». Conte specifica che si tratta di «45 miliardi» e di un aumento di «12 miliardi in un anno», e poi affonda: «E ora si corre verso il 5 per cento firmato da Meloni su spinta di Trump».

Calenda: «Dimostri di essere inadatto a fare il premier»

In risposta a queste sue dichiarazioni è arrivato un post di Carlo Calenda: «Magari. Avremmo bisogno di una difesa più forte e moderna. In realtà è una cosmesi contabile. Ti ricordo poi che l’obiettivo del 2 per cento è stato da te confermato quando eri Presidente del Consiglio e scodinzolavi dietro Trump. Questo post mostra chiaramente perché sei del tutto inadatto a ridiventarlo».

La Russia ha designato come agente straniero il co-regista di ‘Mr Nobody Against Putin’

Il ministero della Giustizia di Mosca ha designato come agente straniero il russo Pavel Talankin, co-regista assieme all’americano David Borenstein del documentario Mr Nobody Against Putin, di recente vincitore del premio Oscar. La pellicola racconta di come lo Stato russo indottrini gli scolari in tempo di guerra, tra assemblee, riunioni, serate di gala e lezioni. La pellicola è basata su filmati girati da Talankin in una scuola elementare della città uralica di Karabash (dalla quale proviene) dopo l’invasione dell’Ucraina. Nel 2024 Talankin, che insegnava proprio in quell’istituto, ha lasciato la Russia, portando con sé il materiale video. Da allora vive in Repubblica Ceca. Il 26 marzo un tribunale russo ha vietato la distribuzione del film in tutto il Paese.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio

Mentre in tutta Italia migliaia di imprese, associazioni ed enti sono impegnati nella redazione e nell’approvazione dei bilanci d’esercizio 2025, affiancati dai commercialisti chiamati a garantire correttezza formale, trasparenza e rispetto delle norme, nel cuore della categoria emerge un nodo che sta facendo discutere.

Bilancio non sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale

Al centro del confronto c’è il bilancio del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec), guidato da Elbano De Nuccio, che secondo l’attuale normativa (il decreto legislativo 139/2005) non è sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale. Una situazione che molti, all’interno della professione, giudicano quantomeno paradossale: proprio l’organo che rappresenta i professionisti chiamati ogni giorno a vigilare sui bilanci altrui, infatti, non sarebbe tenuto a passare da quel vaglio assembleare che costituisce uno dei cardini della vita degli Ordini territoriali e delle società.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Elbano De Nuccio, con la premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Malumori e perplessità in diversi settori della categoria

La questione assume un rilievo ancora maggiore alla luce della riforma dell’ordinamento professionale. Nel testo trasmesso dal Consiglio nazionale al parlamento e recepito nel disegno di legge 2628, secondo i critici non sarebbe stata inserita alcuna norma che possa colmare questa lacuna. Un’assenza che ha alimentato malumori e perplessità in diversi settori della categoria.

Problemi di coerenza istituzionale e trasparenza interna

A intervenire, però, sono stati i parlamentari, che hanno presentato 49 emendamenti al ddl. Tra questi, due in particolare puntano a introdurre l’obbligo di approvazione del bilancio del Consiglio nazionale da parte dell’assemblea dei 132 presidenti degli Ordini territoriali, sul modello di quanto avviene da sempre per i bilanci degli Ordini locali. Una misura che, per molti osservatori, rappresenterebbe un elemento minimo di coerenza istituzionale e di trasparenza interna.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

I conti non tornano nonostante l’aumento della quota annuale

Le critiche non si fermano qui. A suscitare discussione sono anche i numeri del bilancio 2025 del Consiglio nazionale, descritto da più parti come caratterizzato da uscite superiori alle entrate per alcuni milioni di euro, nonostante l’aumento della quota annuale di 20 euro. Uno squilibrio che, secondo i contestatori, sarebbe stato coperto utilizzando liquidità accumulata negli anni precedenti, vale a dire risorse provenienti dalle quote versate dagli iscritti.

Alcuni emendamenti sono considerati strategici

Nel dibattito rientrano anche altri emendamenti considerati strategici da Ordini e sindacati di categoria, già sollevati nel corso delle audizioni parlamentari: dalla valorizzazione degli Ordini territoriali alla tutela della sopravvivenza di quelli più piccoli, dal tema delle competenze professionali alla richiesta che eventuali specializzazioni siano accompagnate da ambiti di esclusiva, fino al sostegno ai neo-iscritti e alla garanzia di una quota di minoranza all’interno del Consiglio nazionale.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio col ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).

In questo clima, alcuni Ordini si sono già mossi per sensibilizzare i parlamentari dei rispettivi territori, chiedendo sostegno a quegli emendamenti ritenuti necessari per correggere quelle che vengono definite «dimenticanze» del testo promosso dalla governance nazionale.

Irritazione per l’aumento degli emolumenti

Sul fondo resta una crescente insoddisfazione della base, che giudica la riforma insufficiente e guarda con preoccupazione anche l’andamento delle spese del Consiglio nazionale, compresi gli aumenti degli emolumenti destinati al presidente e ai consiglieri nazionali. Il prossimo passaggio decisivo è fissato per il 15 aprile, quando i presidenti degli Ordini sono chiamati a esprimersi. A quel punto si capirà se prevarrà l’indicazione proveniente dagli iscritti dei territori oppure se, in un ulteriore paradosso tutto interno alla categoria, il voto finirà comunque per rafforzare la leadership di Elbano De Nuccio.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano

Secondo cinque fonti vicine all’intelligence americana, citate da Reuters gli Stati Uniti possono affermare con certezza di aver distrutto solo circa un terzo del vasto arsenale missilistico iraniano, in un mese di attacchi contro la Repubblica Islamica. Lo stato di circa un altro terzo dei missili è meno chiaro, ma è probabile che i bombardamenti statunitensi e israeliani abbiano danneggiato, distrutto o seppellito in tunnel e bunker sotterranei altrettanti missili.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Donald Trump (Ansa).

L’Iran ha ancora una scorta significativa di missili e droni

Una delle fonti ha affermato che le informazioni di intelligence sono simili anche per quanto riguarda i droni. Tale stima dimostra che, nonostante i proclami di Donald Trump, l’Iran possiede ancora una scorta significativa di missili e droni da utilizzare subito. E che potrebbe essere in grado di recuperarne altrettanti, una volta cessati i combattimenti.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Il Pentagono (Imagoeconomica).

Gli attacchi Usa avrebbero colpito 10 mila obiettivi militari

L’Amministrazione Trump ha dichiarato di voler indebolire l’esercito iraniano affondando le navi della Marina, distruggendo le sue capacità missilistiche e di droni e assicurandosi che la Repubblica Islamica non possieda mai un’arma nucleare. Gli attacchi statunitensi, secondo il Comando Centrale, hanno colpito oltre 10 mila obiettivi militari iraniani e hanno affondato il 92 per cento delle grandi navi militari di Teheran. Tuttavia, il Pentagono si è rifiutato di specificare con precisione quanta parte delle capacità missilistiche o di droni dell’Iran sia stata effettivamente distrutta.

Il tribunale di Milano ordina a Corona di rimuovere i video su Signorini

Il tribunale di Milano ha ritenuto i contenuti diffusi da Fabrizio Corona su Alfonso Signorini «lesivi dell’onore, della reputazione e della riservatezza», non «giustificati dal diritto di cronaca o di critica, in assenza dei requisiti di verità, pertinenza e continenza». Pertanto, ha confermato l’ordine all’ex re dei paparazzi di rimuovere dagli hosting provider e dai social media i messaggi audio e video da lui pubblicati durante la sua trasmissione Falsissimo. Dovrà poi pagare 750 euro per ciascuna violazione delle misure indicate e per ciascun giorno di ritardo nell’esecuzione. Il tribunale ha inoltre affermato che non vi è alcun elemento concreto che consenta di ritenere sussistente l’ipotesi di estorsioni sessuali attribuite a Signorini, rilevando come tali accuse siano state diffuse come fatti certi senza adeguata verifica e senza riscontri oggettivi.

Sondaggi politici, chi vincerebbe le primarie del centrosinistra?

Mentre nel centrosinistra si discute delle modalità per designare il leader della coalizione – con le primarie che sembrano essere la via più accreditata -, un sondaggio effettuato dall‘istituto Izi e pubblicato sul quotidiano Domani indica le preferenze degli italiani in merito. In base alla rilevazione, Giuseppe Conte è risultato favorito alle eventuali primarie del campo largo, ottenendo la preferenza del 36,1 per cento degli elettori dell’ala progressista interpellati. Agli intervistati è stato chiesto chi preferissero tra Giuseppe Conte, Silvia Salis, Elly Schlein e Nicola Fratoianni /Angelo Bonelli (questi ultimi due in alternativa). Se poi la rosa dei candidati viene ristretta a tre nomi (Conte, Salis, Schlein), i sostenitori dell’ex premier del M5s salgono addirittura al 42,6 per cento. A sorpresa, in entrambi i casi al secondo posto si piazza la sindaca di Genova Silvia Salis, che batte l’attuale segretaria dem Elly Schlein.

L’Iran minaccia di colpire gli hotel dei Paesi del Golfo dove alloggiano soldati Usa

L’Iran ha minacciato di colpire gli hotel dei Paesi del Golfo che stanno ospitando personale militare degli Stati Uniti. Lo ha detto Abolfazl Shekarchi, portavoce delle forze armate di Teheran, parlando sulla tv statale: «Quando gli americani vanno in un albergo, allora dal nostro punto di vista quell’albergo diventa americano». Molti soldati americani sono stati trasferiti in hotel e altre strutture edifici dei Paesi del Golfo, dopo che le basi militari in cui erano di stanza sono state attaccate dalla Repubblica Islamica. Secondo i media, il Pentagono si prepara a inviare in zona altri 10 mila soldati, cosa che garantirebbe a Donald Trump ulteriore flessibilità nei negoziati con l’Iran. Secondo Axios, una decisione definitiva sarà presa la prossima settimana. Intanto il presidente Usa ha posticipato ancora i paventati raid contro il settore energetico iraniano.

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Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno

La data del 7 aprile era evidenziata bene sull’agenda: doveva essere una grande festa, per il 65esimo compleanno di Daniela Santanchè. E invece tutto è stato rovinato dalle dimissioni «auspicate» dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un numero, quel 65, che nell”immaginario evoca il diritto ad andare in pensione, anche se poi l’addio al lavoro viene spostato sempre più in là. Così pare un “collocamento a riposo”, quello subito dall’ex Pitonessa, che per ora se ne sta in Versilia nel suo buen retiro a Marina di Pietrasanta. Santanchè intanto ha incassato anche l’appoggio ruvido di Vittorio Feltri che sul Fatto Quotidiano la definisce sì una «furbacchiona», ma «detto ciò», aggiunge, «ha ragione: questa cazzata qui del referendum, che cosa c’entra con le sue dimissioni? È un assurdità, una manovra politica insensata». Ma il 7 aprile è una data da cerchiare in rosso anche per Palazzo Chigi, visto che scadrà il taglio delle accise e andrà messo in conto un incremento di 25 centesimi. Ma tanto ormai il referendum è passato, ed è stato pure perso male.

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno
Daniela Santanchè con Vittorio Feltri (Imagoeconomica).

Attenta Daniela, per Ignazio sei una «risorsa»

Ma quale sarà il futuro politico di Santanchè? Nonostante le voci che la vorrebbero in avvicinamento alla formazione di Vannacci, è quasi impensabile che l’ex ministra cambi mise, mollando il movimento a cui tiene tanto, come ha scritto nella missiva a Giorgia Meloni. A sgomberare il campo da retroscena fantasiosi ci pensa anche l’amico dell’ex Pitonessa Ignazio La Russa. Il presidente del Senato al Corriere lo esclude, «perché conosco Daniela e perché lei stessa nella sua lettera — che le rende giustizia e onore — ha scritto che per lei la cosa più importante era preservare l’amicizia con Giorgia e il futuro di FdI. E non si scrivono certe cose se si vuole andare via». La Russa va pure oltre. Daniela, assicura, «non sarà certo un peso» per il partito, ma una «risorsa». Visto l’uso che di quel termine si fa dalle parti della Fiamma (e pure di Via Bellerio), fossimo in Santanchè non dormiremmo sonni proprio sereni.

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno
Daniela Santanchè con Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

La prima scivolata di Stefania Craxi

Appena ricevuto l’incarico di capogruppo al Senato, al posto del “defenestrato” Maurizio Gasparri, in nome di un fantomatico rinnovamento di Forza Italia, Stefania Craxi affrontando i cronisti ha ben pensato di uscirsene con una battuta (o lapsus): «Calma non scappo. C’è un plotone d’esecuzione davanti». Una citazione (involontaria, si spera) di Giusi Bartolozzi, l’ormai ex capo gabinetto di Carlo Nordio epurata proprio per aver usate le stesse parole contro la magistratura. Partiamo bene.

Del Debbio scherza su Vespa

La «cortese e sottomessa preghiera» che nella serata del 25 aprile Bruno Vespa ha rivolto ai vertici Rai perché altre trasmissioni di approfondimento dell’azienda non si sovrapponessero ai suoi spazi, non è passata inosservata. Per lo meno a Mediaset.

Giovedì sera infatti Paolo Del Debbio si è tolto un sassolino dalla scarpa. Anche lui aveva due appuntamenti su Rete4: Quattro di sera nel preserale e Dritto e rovescio in prima serata. E al termine del primo ha detto che non voleva sforare per non far imbufalire il conduttore che veniva dopo di lui. Cioè lui medesimo.

Gaza, cosa prevede il piano che il Board of Peace di Trump ha presentato ad Hamas

Secondo il piano che sarebbe stato presentato ad Hamas la scorsa settimana dal Board of Peace di Donald Trump, l’organizzazione islamista dovrà consentire la distruzione della sua vasta rete di tunnel nella Striscia di Gaza. E non opporsi al disarmo. Lo riporta Reuters, che ha visionato il documento e parlato con due funzionari palestinesi.

Gaza, cosa prevede il piano che il Board of Peace di Trump ha presentato ad Hamas
Donald Trump (Imagoeconomica).

La timeline di otto mesi illustrata nel documento

Il documento presentato a Hamas è sostanzialmente diviso in due parti: un testo in 12 punti intitolato “Passaggi per completare l’attuazione del piano di pace globale di Trump per Gaza” e l’indicazione di una timeline di otto mesi, che dovrebbe iniziare con l’assunzione del controllo della sicurezza nella Striscia da parte di un comitato di tecnocrati palestinesi sostenuto dagli Stati Uniti, e concludersi con il ritiro completo delle forze israeliane una volta «verificata l’assenza di armi a Gaza».

Il disarmo di Hamas è un punto cruciale del piano di Trump

Il disarmo di Hamas è un punto critico nei negoziati per attuare il piano di Trump per Gaza e consolidare il cessate il fuoco iniziato a ottobre 2025, che ha posto (più o meno) fine a due anni di operazioni militari da parte dell’IDF. Hamas è però reticente a deporre le armi, che si ritiene siano state in gran parte trasportate e immagazzinate nei tunnel sotto Gaza. Il documento sottolinea che tutte le fazioni armate della Striscia, compresa la Jihad islamica, dovranno partecipare al processo di disarmo, che sarà supervisionato dai tecnocrati palestinesi del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza.

Sciopero dei giornalisti per il rinnovo del contratto di lavoro, il comunicato della Fnsi

Il 27 marzo 2026 le giornaliste e i giornalisti tornano a scioperare per il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da 10 anni, unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia. Questa è la seconda giornata di sciopero di un pacchetto di cinque, la terza è già proclamata per il 16 aprile. Avere un contratto rinnovato non è un privilegio. Essere pagati in modo dignitoso, dentro e fuori le redazioni, non è un privilegio. Lavorare senza precarietà permanente non è un privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è un diritto. Garantire condizioni dignitose per chi lavora, per chi entra nella professione e per chi ne esce è un obbligo. Assicurare un futuro all’informazione, bene comune tutelato dalla Costituzione, dall’articolo 21 intimamente connesso all’articolo 36, è un dovere sociale.

Gli editori, al contrario, preferiscono scaricare i costi del lavoro sulla collettività. I numeri parlano chiaro: tra il 2024 e il 2026 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; nello stesso biennio altri 66 milioni per 1.012 prepensionamenti; tra il 2022 e il 2025 hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta, tra il 2024 e il 2026 avranno altri 17,5 milioni per investimenti in tecnologie innovative.

Questi sono privilegi per pochissimi e per di più a carico di tutti gli italiani. Dal primo aprile 2016, scadenza dell’ultimo contratto, è cambiato tutto: carichi e ritmi di lavoro aumentati a dismisura, prestazioni su multipiattaforma, redazioni quasi fantasma. Le retribuzioni invece sono rimaste ferme, ulteriormente erose dall’inflazione o addirittura ridotte da forfettizzazioni selvagge.

Riconoscere la dignità del lavoro è il punto di partenza per un confronto serio. Invece viene descritto come un eccesso. È una narrazione sbagliata e pericolosa, che mina dalle fondamenta il lavoro e la qualità dell’informazione. Senza diritti e tutele, il giornalismo muore. E con esso la democrazia. Questo sciopero non difende privilegi. Difende un principio semplice, un diritto: il nostro lavoro vale.

Anthropic, giudice federale blocca le restrizioni imposte da Trump

Un tribunale federale della California ha bloccato temporaneamente le restrizioni imposte da Trump alla società di intelligenza artificiale Anthropic, nota per il chatbot Claude. Dopo aver ottenuto contratti da centinaia di migliaia di dollari con il dipartimento della Difesa statunitense, nelle ultime settimane è stata protagonista di un acceso scontro con il governo americano, dal momento che il segretario alla Difesa Pete Hegseth voleva la massima libertà nell’impiego delle sue tecnologie, minacciando di revocare i contratti, mentre Antrhopic era contraria a certi utilizzi, per esempio per la sorveglianza di massa o in guerra. Come conseguenza, Trump aveva ordinato a tutte le agenzie governative federali di smettere di usare i suoi prodotti e l’aveva esclusa dalle forniture per il dipartimento della Difesa, indicandola come rischio per la catena di approvvigionamento. La società aveva dunque presentato ricorso e la giudice Rita Lin l’ha accolto.

Congelate le decisioni dell’amministrazione Usa

In particolare, Lin si è espressa contro il provvedimento con cui l’amministrazione Usa aveva indicato Anthropic come «supply-chain risk», ovvero come un fornitore del governo che, con le sue attività, comporta possibili rischi per la sicurezza nazionale. Per la giudice, gli organi governativi non possano usare il potere dello Stato «per punire o reprimere pareri sgraditi». Con la sua decisione ha quindi sospeso la designazione di «rischio per la catena di approvvigionamento» e anche il provvedimento che vietava alle agenzie federali di usare le tecnologie dell’azienda. La decisione comunque non è definitiva e il caso può andare avanti.

Andrea Giambruno perde la causa intentata contro tre quotidiani

Il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di risarcimento che Andrea Giambruno aveva presentato al Corriere della Sera, al Fatto Quotidiano e il Manifesto, condannando il giornalista ed ex compagno della premier Giorgia Meloni a pagare le spese legali ai tre quotidiani.

Andrea Giambruno perde la causa intentata contro tre quotidiani
Andrea Giambruno (Imagoeconomica).

La decisione del Tribunale di Roma

Giambruno aveva intentato causa ai tre giornali dopo una serie di articoli sulla nota vicenda dei fuori onda compromettenti diffusi a ottobre 2023 da Striscia La Notizia, che avevano portato Giambruno a lasciare la conduzione di Diario del giorno su Rete 4 e Meloni a ufficializzare (via social) la fine della loro decennale relazione. Per la giudice di Roma, i fuori onda costituiscono però un fatto di «oggettiva gravità», che è «legittimamente criticabile», sia «per il ruolo pubblico» ricoperto da Giambruno che «per il linguaggio e le allusioni utilizzate». L’articolo firmato da Alessandra Pigliaru sul manifesto, pertanto, è stato considerato un libero esercizio di critica per il suo «taglio chiaramente politico culturale, con una forte impronta femminista e simbolica».

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È morto Fabio Roversi Monaco, ex rettore dell’Università di Bologna

É morto a 87 anni Fabio Roversi Monaco, giurista e professore emerito di Diritto amministrativo dell’Università di Bologna. Dal 1985 al 2000 è stato magnifico rettore dell’Alma Mater, contribuendo in modo decisivo al suo sviluppo internazionale attraverso diverse iniziative, tra cui la Magna Charta Universitatum firmata da oltre 400 Rettori (1988) e il Bologna Process, che ha trovato compimento nella partecipazione di 29 ministri dell’Istruzione europei, riunitisi a Bologna nel 1999 per la comparabilità qualitativa dei titoli di istruzione dei vari Paesi e la libera circolazione di studenti e laureati europei. Gli incontri hanno portato alla redazione della Bologna Declaration, sottoscritta da 29 Paesi Europei.

Oltre 20 università gli hanno conferito la laurea honoris causa

Presidente della Fondazione Cassa di risparmio in Bologna dal 2000 al 2013, è stato anche amministratore delegato dell’Istituto Giovanni Treccani per l’Enciclopedia italiana dal 2001 al 2003. Oltre alla laurea ad honorem in Medicina e chirurgia dell’Alma Mater, a Roversi Monaco è stata conferita la laurea honoris causa da oltre 20 università. Il professore è inoltre stato insignito, tra gli altri, dei titoli di Cavaliere di Gran croce della Repubblica italiana e di Cavaliere della Lègion d’honneur dal presidente della Repubblica francese.

Molari: «Una delle figure più autorevoli e rappresentative»

«Con la scomparsa di Fabio Roversi Monaco», ha dichiarato l’attuale rettore di Unibo Giovanni Molari, «l’Università di Bologna perde una delle sue figure più autorevoli e rappresentative. Nel corso del suo lungo rettorato, ha saputo guidare l’ateneo con visione, determinazione e profondo senso delle istituzioni, contribuendo in modo decisivo al suo sviluppo internazionale. A nome di tutta la comunità universitaria, esprimo il più sentito cordoglio alla famiglia e la nostra riconoscenza per l’eredità culturale e istituzionale che lascia».

La guerra in Ucraina sta svuotando le casse di Mosca: Putin chiede soldi agli oligarchi

Durante un incontro a porte chiuse con alcuni oligarchi russi, Vladimir Putin ha proposto loro di contribuire al sempre più esiguo bilancio della Difesa per poter proseguire l’invasione dell’Ucraina. Lo riporta The Bell, citando fonti informate. Nel corso dell’incontro, andato in scena al Cremlino, Putin ha assicurato che Mosca intende continuare il conflitto fino a quanto l’esercito russo non prenderà il controllo delle aree della regione orientale ucraina del Donbass non ancora occupate.

La guerra in Ucraina sta svuotando le casse di Mosca: Putin chiede soldi agli oligarchi
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

Kerimov ha promesso di contribuire con un miliardo di euro

Alcuni oligarchi hanno risposto alla richiesta di Putin direttamente durante l’incontro. Secondo una fonte di The Bell Suleiman Kerimov, uno degli uomini d’affari (e politici) più ricchi della Federazione Russa, ha promesso di contribuire con 100 miliardi di rubli (circa un miliardo di euro). Almeno un altro importante magnate presente all’incontro ha appoggiato l’idea, pur non rivelando l’ammontare del suo contributo. L’idea di «dare una scossa al mondo degli affari in questo momento difficile per il Paese» sarebbe partita da Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, che l’avrebbe illustrata in una lettera a Putin il giorno precedente. La missiva proponeva l’emissione di obbligazioni militari come meccanismo per raccogliere fondi.

Chi è Antonio Mura, nuovo capo di gabinetto di Nordio

Sarà il magistrato in pensione Antonio Mura il nuovo capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio dopo le dimissioni di Giusi Bartolozzi. Quest’ultima, com’è noto, ha fatto un passo indietro dopo le polemiche per le sue frasi sulla magistratura come «plotone d’esecuzione», una volta certificata la sconfitta del centrodestra al referendum.

Chi è Antonio Mura, nuovo capo di gabinetto di Nordio
Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).

Chi è Antonio Mura

Il 72enne Mura, che era già consigliere giuridico di Nordio, diventa così il braccio destro operativo del Guardasigilli. Originario di Sassari, vanta una lunga esperienza nella carriera requirente. Ma ha anche esperienza come giudice. Nel corso dei decenni ha lavorato come sostituto procuratore della Repubblica a Livorno e poi come giudice in Corte d’Assise a Firenze. È stato inoltre componente del Consiglio superiore della magistratura. Successivamente ha ricoperto l’incarico di sostituto procuratore generale in Corte di Cassazione. Il via Arenula ha guidato diversi dipartimenti: giustizia minorile, organizzazione giudiziaria, affari di giustizia. La sua nomina verrà formalizzata nei prossimi giorni.

Chi è Antonio Mura, nuovo capo di gabinetto di Nordio
Antonio Mura (Imagoeconomica).