Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin

Lovaglio ha vinto. Il 15 aprile, l’assemblea dei soci di Mps ha sancito il ritorno dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio alla guida della banca senese, con il voto determinante di Delfin – la holding della famiglia Del Vecchio, prima azionista con il 17,5 per cento -, di Banco BPM con il 3,76 per cento e anche grazie al Mef che non si è presentato. Così la lista presentata da Plt Holding ha avuto la meglio contro quella del board uscente, appoggiata dal 13,5 per cento di Francesco Gaetano Caltagirone. Per la prima volta dalla morte di Leonardo Del Vecchio, avvenuta nel giugno 2022, i due pilastri del patto che aveva conquistato Mediobanca e puntava al controllo di Generali si sono fronteggiati in assemblea. Una rottura clamorosa, che segna la fine di un’alleanza durata anni e che ridisegna gli equilibri del nascente terzo polo bancario italiano.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro la decisione di Delfin la pressione della famiglia Del Vecchio

Ma il voto di mercoledì racconta una storia diversa da quella che appare in superficie. La decisione di Delfin di schierarsi con Lovaglio non è stata una scelta strategica di Francesco Milleri, presidente della holding e Ceo di EssilorLuxottica. Ma è stata imposta dalle dinamiche interne alla famiglia. Da tre anni e mezzo gli otto eredi di Del Vecchio – la moglie Nicoletta Zampillo e i sette figli compreso Rocco Basilico (nato dal primo matrimonio di Zampillo col banchiere Paolo Basilico), ciascuno con il 12,5 per cento di Delfin – non riescono a chiudere la disputa sulla successione. I dividendi sono bloccati al 10 per cento dell’utile netto secondo lo statuto che richiede l’unanimità per le decisioni strategiche. Milleri governa per inerzia, non per mandato. E la pressione degli eredi, che vogliono risposte su come viene gestito un patrimonio che ai valori attuali supera i 40 miliardi di euro, si è scaricata anche sul voto in assemblea. Alla fine i figli spalleggiati dalla madre hanno dettato la linea a Milleri che avrebbe invece votato per la lista del board.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Milleri (Ansa).

La rottura dell’asse con Caltagirone

Lovaglio è l’uomo che ha risanato Mps e ha condotto la scalata vincente su Mediobanca. In realtà ha sempre avuto buoni rapporti con Milleri. La sua estromissione dalla lista del cda, decisa a inizio marzo, non era piaciuta né al numero uno di Delfin né – secondo fonti finanziarie – alla Bce. Ma la scelta di votare contro Caltagirone ha un costo enorme: spacca l’asse che teneva insieme il sistema, dall’acquisizione di Mediobanca al posizionamento su Generali.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Gaetano Caltagirone (Ansa).

Le mire di LMDV tra inchieste e piani di acquisizione

Il dissidio interno a Delfin è profondo e ha radici che vanno ben oltre Mps. Leonardo Maria Del Vecchio, il quarto figlio del fondatore e chief strategy officer di EssilorLuxottica, è indagato dalla procura di Milano con il coordinamento della Dda nell’ambito dell’inchiesta Equalize per presunto spionaggio ai danni di quattro fratelli. È inoltre in causa con la madre e Basilico. A marzo ha rilasciato un’intervista a Les Echos, il principale quotidiano finanziario francese, annunciando di voler comprare le quote di due fratelli per arrivare al 37,5 per cento di Delfin, un’operazione a leva su una holding che potrebbe trovarsi di fronte a imprevisti di natura fiscale. A dicembre 2025, Rocco Basilico ha lasciato il ruolo di Chief Wearables Officer di EssilorLuxottica. Era stato lui ad avviare i contatti con Mark Zuckerberg che hanno portato alla partnership con Meta sugli smart glasses. Lo stesso Milleri è a sua volta indagato dalla procura di Milano per il presunto concerto nell’acquisizione di Mediobanca, insieme a Caltagirone e allo stesso Lovaglio che oggi, per una di quelle ironie che solo il capitalismo italiano sa produrre, torna alla guida della banca grazie proprio al voto di Milleri.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

La possibile grana francese sull’ultima residenza del fondatore

Ma all’orizzonte della famiglia Del Vecchio si potrebbe profilare una partita al confronto della quale le faide di oggi rischiano di essere derubricate a un dettaglio. Nel 2023 il fisco francese ha avviato verifiche sulla residenza effettiva di Leonardo Del Vecchio al momento della morte, con particolare riferimento a Villa La Leonina, la proprietà di Beaulieu-sur-Mer che, nel suo testamento, il fondatore definisce «la residenza più amata» e che l’inventario dell’eredità valuta 47 milioni di euro. Se la residenza francese fosse accertata, l’applicazione dell’articolo 750 ter del Code général des impôts sull’intero patrimonio mondiale degli eredi avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti per l’assetto azionario di EssilorLuxottica, società del CAC 40 di cui Delfin controlla il 32 per cento. Contattati in merito, da Delfin si sono limitati a un «no comment».

La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…

Fermi tutti: la redenzione ora è totale. Prima Giorgia Meloni, ora il Capitano. Addio infatuazione per il despota della Casa Bianca. Dopo aver puntato il dito contro Donald Trump per le dure parole rivolte a Leone XIV («la situazione è già complicata di suo senza che uno si alzi la mattina attaccando il Santo Padre»), persino Matteo Salvini sembra aver voltato definitivamente le spalle al presidente Usa, udite udite. Durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento milanese dei Patrioti, il segretario della Lega ha preso le distanze dal presidente americano per quanto detto su Giorgia Meloni («è stata una caduta di stile») e, per quanto riguarda la «maledetta e disgraziata guerra» in Iran, ha ironizzato: «Stando a Trump è già finita parecchie volte, e non è ancora finita…». Aggiungendo: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso aiuti la pace nel mondo o aumenti la credibilità di nessuno». E pensare che, fino a poco tempo fa, Salvini era uno dei più accesi sostenitori di The Donald…

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Il passato MAGA di Salvini, dall’incontro nel 2016 in poi

Nel 2016 Salvini volò a Filadelfia e, a margine dell’ultimo comizio elettorale di Trump in vista delle Primarie repubblicane in Pennsylvania, incontrò l’ex palazzinaro nel backstage, dopo aver assistito al suo discorso tenendo in mano come tutti gli altri un cartello blu con lo slogan “Trump. Make America Great Again”. E The Donald arrivò a dirgli: «Matteo, ti auguro di diventare presto primo ministro in Italia». L’innamoramento salviniano raggiunse il culmine nel 2020, quando il leader leghista sostenne la sua rielezione alla Casa Bianca (fu poi sconfitto da Joe Biden) sfoggiando il cappellino rosso MAGA e, a più riprese, una mascherina – era tempo di Covid – da sostenitore repubblicano. Il giornale inglese Independent arrivò a definirlo «cheerleader di Trump», sottolineando la diffusione di «false teorie complottiste riguardo le elezioni americane».

La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…

Durante gli anni dell’Amministrazione Biden, il filo tra i due non si era interrotto: nell’estate del 2024 il presidente ringraziò Salvini per le parole di solidarietà che il vicepremier aveva espresso su X nei suoi confronti dopo le recenti vicende giudiziarie. A febbraio 2025, dopo la sua rielezione, Salvini arrivò a dire: «Chi critica Trump o rosica o non capisce». Poi lanciò la candidatura di The Donald al Premio Nobel per la Pace: «Sta facendo più lui in poche settimane che Biden in quattro anni». Concetto ribadito il mese successivo.

A ottobre 2025, dopo la tregua nella Striscia di Gaza, Salvini aveva esaltato l’operato di Trump, citandolo sui social: «La guerra è finita».

Da Gaza all’Ucraina, a dicembre, in vista dell’incontro previsto a Mar-a-Lago tra il padrone di casa e Volodymyr Zelensky, Salvini aveva detto: «Ringrazio come tutti dovrebbero ringraziare il presidente Trump per lo sforzo che sta facendo. Spero non ci siano guastatori occidentali a cui conviene la continuazione della guerra con la produzione e la vendita delle armi magari per riconvertire settori industriali messi in ginocchio da Bruxelles».

Le prime crepe dopo il blitz Usa in Venezuela

Le prime crepe a gennaio 2026, dopo il blitz statunitense a Caracas: Salvini aveva voluto precisare che, pur mantenendo l’apprezzamento da sempre manifestato nei confronti di Trump, non riteneva una soluzione efficace l’esportazione della democrazia, dando già allora ragione al papa, «che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo Stato di diritto». Adesso la definitiva (?) presa di distanza. E guarda caso c’è sempre il pontefice di mezzo.

Meloni dopo l’incontro con Zelensky: «L’Occidente diviso sarebbe un regalo alla Russia»

Nel corso del bilaterale andato in scena a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky hanno fatto «un punto della situazione sullo stato di avanzamento del processo negoziale, i prossimi passi da compiere per arrivare alla fine della guerra in Ucraina e su come continuare il sostegno» alla nazione invasa dalla Russia nel 2022. Lo ha detto la presidente del Consiglio nelle dichiarazioni congiunte dopo l’incontro, sottolineando che «in questi quattro anni la posizione dell’Europa e dell’Italia è stata sempre la stessa al fianco di Kyiv, del suo popolo e delle sue istituzioni».

Meloni: «In gioco c’è anche la sicurezza dell’Europa»

Sostenere l’Ucraina, ha detto Meloni, «non è solo un dovere morale, ma una necessità strategica» perché «è in gioco anche la sicurezza dell’Europa». Un Occidente diviso o un’Unione europea spaccata, ha aggiunto la premier, «sarebbe un regalo a Mosca». La presidente del Consiglio ha poi spiegato che l’Italia è interessata alla produzione dei droni con l’Ucraina.

Le parole di Zelensky dopo l’incontro con Meloni

«La guerra è cambiata e ora senza una difesa veramente solida e sicura da tutti i tipi di droni e nessuno può sentirsi al sicuro. L’Ucraina ha sviluppato un formato speciale di accordo sulla sicurezza, lo chiamiamo formato “Drone deal” ed è importante che ci sia interesse da parte dell’Italia in merito», ha detto Zelensky confermando le parole di Meloni. E poi: «Possiamo lavorare insieme per la produzione di sistemi di contraerea, perché dobbiamo assolutamente evitare la normalizzazione di queste azioni della Russia».

Ribaltone a Mps, vince la lista Lovaglio che resta ceo

Si è riunita mercoledì 15 aprile 2026 a Siena l’assemblea degli azionisti di Banca Mps per decidere il rinnovo della governance per il prossimo triennio. La sfida per conquistare la maggioranza del Consiglio, e i posti di vertice, era tra la lista promossa dal Consiglio uscente, che proponeva come amministratore delegato Fabrizio Palermo e la riconferma del presidente uscente Nicola Maione, e quella promossa dal piccolo azionista Plt Holding guidata da Luigi Lovaglio, amministratore delegato uscente di Mps, e Cesare Bisoni, ex Unicredit. C’era poi la lista di Assogestioni. A spuntarla è stata, a sorpresa, la lista Lovaglio con il 49,95 per cento dei voti. Quella del cda ha raccolto il 38,79 per cento dei consensi mentre quella di Assogestioni il 6,94.

A2A, un libro che immagina come comunicheranno le imprese da qui al 2035

Che cosa significherà comunicare da qui al 2035? In un contesto segnato da diffusione dell’intelligenza artificiale, sovrabbondanza informativa, competizione per l’attenzione e pubblici sempre più frammentati, la comunicazione d’impresa non può più limitarsi a inseguire strumenti e piattaforme. Deve imparare a leggere il futuro, a interpretare i segnali del cambiamento e a costruire senso. Da qui nasce l’esigenza di interrogarsi non solo su come evolveranno i canali, ma anche su quali profili professionali, competenze, attitudini e strumenti serviranno alle imprese per restare rilevanti. A queste domande prova a rispondere I comunicatori del futuro, volume curato da Alberto Mattiacci – professore ordinario di Economia e gestione delle imprese alla Sapienza Università di Roma e senior fellow in Luiss Business School – e Carlotta Ventura – chief Communication, Regional affairs & Sustainability officer di A2A e chairwoman di Amsa – edito da Egea, casa editrice dell’Università Bocconi, e dal 17 aprile in libreria.

Il metodo dei future studies per capire come sarà la comunicazione aziendale

Il progetto prende forma da una collaborazione tra A2A e Sapienza Università di Roma e affronta la comunicazione come una leva strategica del management contemporaneo, applicando i metodi dei future studies al settore della comunicazione aziendale. Non per prevedere rigidamente il futuro, ma per esplorarne scenari possibili, individuare forze di cambiamento e offrire una mappa utile a navigare l’incertezza. Il lavoro si fonda su un approccio interdisciplinare e intergenerazionale ispirato alla Bauhaus, che ha coinvolto docenti, ricercatori, manager e professionisti under 30 provenienti da funzioni diverse del Gruppo A2A.

I comunicatori dei prossimo decennio dovranno essere figure sempre più ibride

Il punto di partenza è semplice: chi comunica dovrà farlo in un mondo più difficile da decifrare. Per questo riuscire a porre domande rilevanti diventa una competenza strategica primaria. La crescita delle organizzazioni dipende sempre più dalla capacità di interrogare il presente con continuità, chiedendosi cosa sta cambiando, perché sta accadendo e con quali implicazioni per i diversi stakeholder. Queste domande aprono uno spazio di confronto in cui la strategia diventa un processo di sensemaking collettivo. In un contesto in cui cresce il dialogo con le macchine, l’attenzione diventa la vera moneta del mercato, le audience si frammentano, le identità generazionali cambiano e i messaggi vengono continuamente filtrati, rilanciati, reinterpretati. Per questo i comunicatori del prossimo decennio non potranno essere solo produttori di contenuti ma essere figure sempre più ibride, capaci di muoversi tra strategia, tecnologia, relazioni umane e cultura. Le competenze più ricercate non saranno più legate a una iper-specializzazione, ma alla resilienza operativa, cioè a quella capacità di reinventarsi costantemente.

Le competenze e i profili professionali del futuro

Al centro del volume si pone uno strumento operativo originale, ovvero la Tavola delle competenze dei comunicatori 2035. Costruita sul modello della tavola periodica di Mendeleev, identifica 31 competenze-atomo organizzate in tre domini – Business, Human, Tech – che possono combinarsi in modi diversi per dare forma ai profili professionali del futuro. Da questa architettura prendono forma profili differenti, che restituiscono la natura sempre più ibrida dei comunicatori del futuro. Tra questi:

  • il digital humanist, che unisce sensibilità culturale e competenze tecnologiche e interpreta il cambiamento senza separare umanesimo e innovazione;
  • lo strategic orchestrator, che governa la complessità, tiene insieme visione, processi e stakeholder diversi e trasforma la comunicazione in una leva di coordinamento e indirizzo;
  • l’innovatore AI-powered, che lavora invece sul confine tra creatività, dati e automazione, integrando l’intelligenza artificiale nei processi comunicativi senza rinunciare al giudizio umano;
  • l’architetto di cultura, che presidia la dimensione simbolica e valoriale delle organizzazioni, contribuendo a dare forma a identità, reputazione e senso di appartenenza.

Figure diverse, dunque, ma tutte riconducibili a una stessa meta-identità: quella dell’architetto di senso, chiamata a costruire coerenza, orientamento e significato condiviso in un ambiente segnato da rumore informativo, polarizzazione e incertezza.

Premio Guido Carli, alla kermesse di Liuzzo c’è anche Piantedosi (da remoto)

Se ne è andato Guglielmo Pepe, e nella redazione di Repubblica i “vecchi” ricordano con affetto un giornalista che ha dato molto al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Ma nelle stesse ore si torna a parlare di un’altra firma che ha scritto per anni a piazza Indipendenza, avendo a che fare proprio con Pepe quando era alla guida della redazione di Roma. La giornalista poi cambiò testata, si dice su interessamento di Gianni Letta, per non doversi trasferire nella nuova sede di largo Fochetti, su via Cristoforo Colombo, lontana dal centro storico. Si parla di Romana Liuzzo, che entrò nella redazione capitolina di Panorama, in via Sicilia, settimanale allora del gruppo Mondadori.

Premio Guido Carli, alla kermesse di Liuzzo c’è anche Piantedosi (da remoto)
Guglielmo Pepe (Imagoeconomica).

I saluti e video saluti istituzionali

Liuzzo, definita «l’anima del premio Guido Carli», torna in scena con una nuova edizione, la numero 17, della manifestazione dedicata allo storico governatore della Banca d’Italia. La kermesse si terrà l’8 maggio presso la sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma. Ad aprire la cerimonia sarà il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, dopo il saluto iniziale della stessa Liuzzo, cui seguiranno il video saluto istituzionale del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e un video intervento del vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Raffaele Fitto.

Premio Guido Carli, alla kermesse di Liuzzo c’è anche Piantedosi (da remoto)
Romana Liuzzo e Matteo Piantedosi nel 2023 (Imagoeconomica).

Premiato un tris di donne: Cuccarini, Fagnani e Ferzetti

Dopo i saluti da remoto, verrà dato il via allo spettacolo vero e proprio: una live performance di Leo Gassmann, in prima linea contro bullismo e cyberbullismo. Tra le 12 “eccellenze” premiate, spicca un tris di donne: Lorella Cuccarini, per i 40 anni di carriera e la vicinanza ai malati oncologici e alle loro famiglie con Trenta ore per la vita; Francesca Fagnani, conduttrice di Belve e autrice di inchieste sulla criminalità romana, e Anna Ferzetti, interprete di La Grazia di Paolo Sorrentino, di Domani interrogo di Umberto Carteni e del dramma sulle dipendenze People, Places & Things di Duncan Macmillan, per la regia del marito di Ferzetti, ossia Pierfrancesco Favino. Auliche le parole di Liuzzo: «La forza dell’impegno sociale e del sogno europeo di pace e prosperità in un mondo segnato dal maggior numero di conflitti dal Dopoguerra è il valore che vogliamo onorare, in memoria di Carli, coniugando leggerezza e profondità». In giuria siedono due ex premiati: il fondatore di PizzAut, Nico Acampora e Gino Cecchettin, il papà di Giulia, vittima di femminicidio. Chi condurrà l’evento? Veronica Gentili, direttamente da Le Iene. Le solite malelingue spifferano che sarebbe stata prevista anche la partecipazione di Claudia Conte, ma dopo i noti fatti il suo nome sarebbe stato “espunto” dalla lista. Mah. Intanto Piantedosi si limiterà come detto a un video saluto. Non è però ancora esclusa la sua partecipazione alla tradizionale cena a porte chiuse che viene organizzata alla fine del premio Carli, nella Coffee House di Palazzo Colonna, proprio davanti a via IV Novembre dove, a Palazzo Valentini, si trova la sede della Prefettura guidata da Lamberto Giannini.

Vance al Papa: «Dio con gli americani quando hanno liberato la Francia dai nazisti»

Continua lo scontro tra la Casa Bianca e la Santa Sede, con JD Vance che ha invocato la Seconda Guerra mondiale per difendere i bombardamenti contro l’Iran dalle critiche del Papa. Il vicepresidente americano, secondo quanto riportato dal New York Times, sostiene che il pontefice abbia sbagliato nel dire che i discepoli di Cristo non sono «mai dalla parte di chi un tempo brandiva la spada e oggi sgancia bombe». Questa la tesi di Vance: «Dio era dalla parte degli americani quando hanno liberato la Francia dai nazisti? Credo certamente che la risposta sia sì». Il vice di Trump ha poi detto di apprezzare quando il Santo Padre interviene su temi come l’aborto, l’immigrazione o «questioni di guerra e di pace», ammettendo però di non essere sempre d’accordo con lui: «Ci sono certamente cose che il Papa ha detto negli ultimi mesi con cui non sono d’accordo». E ancora: «Come il vicepresidente americano è cauto sulle questioni di politica, anche il Papa dovrebbe essere cauto quando parla di teologia».

Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra

Mentre i giornali lo allisciano nei soliti salamelecchi, celebrando con toni agiografici l’ennesima medaglia di Iginio Massari, un dettaglio macroscopico viene ignorato per pura convenienza o per una preoccupante distrazione collettiva. Al Vinitaly 2026, il riconoscimento di “Ambasciatore della cultura enogastronomica lombarda” è stato consegnato nelle mani del maestro bresciano da Regione Lombardia. Ossia l’ente pubblico dove sua figlia, Debora Massari, è assessora al Turismo e alla Moda da ottobre 2025 per Fratelli d’Italia. E non a caso era lei stessa presente al Vinitaly a inizio aprile, per la presentazione del padiglione della Lombardia.

Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
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Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra

Nella migliore e meno maliziosa delle ipotesi, la scelta è politicamente maldestra. Nella peggiore, un esempio di autoreferenzialità istituzionale che mina la credibilità delle onorificenze pubbliche. Ci mancherebbe: nessuno mette in discussione il valore tecnico di Massari, la cui carriera parla da sé, ma è proprio la sua statura a rendere superflua una premiazione avvenuta sotto l’egida familiare. C’è chi ha notato la “stonatura”: se un premio è indiscutibile, può attendere; se deve essere consegnato con urgenza mentre un parente di primo grado gestisce le deleghe regionali, il sospetto di una corsia preferenziale diventa imbarazzante.

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Cortocircuiti di potere tra la Regione e le pasticcerie bresciane

La rassegna stampa degli ultimi giorni è un catalogo di titoli fotocopia che celebrano l’eccellenza, il territorio (termine abusatissimo) e il saper fare. Nessuno che si ponga la domanda elementare sull’opportunità politica di questa iniziativa. La narrazione dominante preferisce appiattirsi sulla santificazione del personaggio piuttosto che analizzare i cortocircuiti di potere tra via Pola e le pasticcerie bresciane.

In un Paese che si riempie la bocca di meritocrazia, questa vicenda dimostra che il merito (anzi, in questo caso il “meritozzo”) in Italia, viaggia spesso in tandem con la visibilità istituzionale dei congiunti. Istituire una commissione tecnica per validare il nome è il solito paravento burocratico: la realtà politica dice che la Lombardia ha premiato il padre di chi, quella Lombardia, la governa. Invece di proteggere il prestigio del nome e del brand Massari, questa operazione lo espone a critiche evitabili, trasformando un tributo professionale in un caso di scuola sulla mancanza di pudore istituzionale. Perché in molti hanno alzato un sopracciglio, ritenendo che quando la politica premia la propria famiglia, non sta celebrando il talento: sta semplicemente esercitando un privilegio, sperando che i giornali continuino a confondere la cortesia con l’informazione.

Teheran minaccia di bloccare il traffico commerciale nel Mar Rosso

L’esercito del’Iran ha avvertito che bloccherà il traffico commerciale nel Mar Rosso, se dovesse continuare il blocco navale degli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz. «Le potenti forze armate della Repubblica islamica non permetteranno alcuna esportazione o importazione nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman o nel Mar Rosso», ha minacciato il generale Ali Abdollahi, comandante del quartier generale centrale Khatam al-Anbiya. Il militare ha poi aggiunto che «il mantenimento delle restrizioni e dell’insicurezza per le navi mercantili e le petroliere iraniane» potrebbe portare a un’interruzione del cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile.

Trump attacca ancora Meloni: «Non c’è più lo stesso rapporto con chi nega aiuto»

Donald Trump di nuovo all’attacco di Giorgia Meloni. All’indomani delle dichiarazioni rilasciate al Corriere, in cui si era detto «scioccato dalla mancanza di coraggio» della premier sull’Iran, il presidente l’ha definita «negativa» in un’intervista a Fox News, aggiungendo che «con chiunque ci abbia rifiutato l’aiuto in questa situazione iraniana non abbiamo più lo stesso rapporto». E ancora: «Giusto per essere chiari, l’Italia prende un sacco di petrolio dallo Stretto di Hormuz. Perché spendiamo centinaia di miliardi di dollari per la Nato, se poi non stanno dalla nostra parte? Se non sono con noi sull’Iran, non lo saranno neanche su temi molto più grandi».

«Il piano europeo per riaprire Hormuz è molto triste»

Nella stessa intervista, Trump ha anche definito «molto triste» il presunto piano europeo per riaprire lo Stretto di Hormuz senza il coinvolgimento degli Stati Uniti, rivelato in anteprima dal Wall Street Journal. «Lo Stretto di Hormuz si sta già riaprendo, ci sono navi che entrano ed escono. Ma come si fa a stare con un gruppo di Paesi con quest’atteggiamento?», ha continuato. Il presidente francese Emmanuel Macron e il premier britannico Keir Starmer presiederanno venerdì 17 aprile a Parigi una conferenza dei paesi «non belligeranti» desiderosi di «ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz».

Usa, i democratici presentano una risoluzione d’impeachment contro Hegseth

I democratici della Camera Usa presenteranno cinque articoli di impeachment contro il segretario alla Difesa Pete Hegseth, accusandolo di abuso di potere, crimini di guerra e altri gravi illeciti. Lo riporta Axios, sottolineando che la misura non ha praticamente alcuna possibilità di essere approvata al Congresso, ma è l’ultimo segnale che i dem si sono compattati attorno a Hegseth come loro nuovo principale bersaglio nel governo Trump. In precedenza, avevano spinto per l’impeachment dell’ex segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e dell’ex procuratrice generale Pam Bondi, entrambe rimosse da Trump negli ultimi mesi. La risoluzione di impeachment di sette pagine, una copia della quale è stata ottenuta da Axios, si concentra principalmente sulle operazioni statunitensi in Iran, sullo scandalo Signalgate e sulla presunta cattiva condotta personale di Hegseth. A presentarla è stato il deputato dell’Arizona Yassamin Ansari, primo democratico iraniano-americano eletto al Congresso. Il testo è stato sottoscritto da altri otto dem – Steve Cohen, Jasmine Crockett, Nikema Williams, Dina Titus, David Min, Shri Thanedar, Brittany Pettersen e Sarah McBride – ed è sostenuto da diversi gruppi progressisti e pacifisti.

I cinque articoli dell’impeachment in dettaglio

  • Il primo articolo, dal titolo «Guerra non autorizzata contro l’Iran e messa in pericolo sconsiderata dei militari degli Stati Uniti», si concentra sulla mancata richiesta dell’approvazione del Congresso per attaccare il Paese del Golfo e sui «rischi estremi e inutili per il personale e gli interessi degli Usa», con riferimento alle operazioni di terra.
  • Il secondo articolo, intitolato «Violazioni della legge sui conflitti armati e attacchi contro i civili», accusa Hegseth di aver autorizzato, o non aver impedito, operazioni in Iran che hanno provocato un gran numero di vittime civili (si cita il bombardamento statunitense di una scuola femminile a Minab) e la distruzione di infrastrutture civili, sollevando dubbi sul rispetto della Convenzione di Ginevra.
  • Il terzo articolo, «Negligenza e trattamento sconsiderato di informazioni militari sensibili», si concentra sul Signalgate, uno scandalo dello scorso anno in cui il redattore di Atlantic Jeff Goldberg è stato accidentalmente aggiunto a una chat di Signal in cui Hegseth e altri alti funzionari statunitensi discutevano degli attacchi nello Yemen. Hegseth viene accusato di «grave negligenza nel trattamento di informazioni militari sensibili e classificate e di condotta imprudente e impropria che ha messo a rischio il personale degli Stati Uniti».
  • Il quarto articolo, recante il titolo «Ostacolo alla supervisione del Congresso», accusa il segretario alla Difesa di non aver fornito al Congresso informazioni tempestive e complete sulle operazioni militari e aver nascosto fatti relativi alle vittime civili e alla condotta operativa in Iran, Venezuela e altri teatri militari.
  • Il quinto articolo, intitolato «Condotta che discredita gli Stati Uniti e le sue forze armate», accusa infine Hegseth di aver agito in modo contrario alla fiducia del pubblico e di aver minato la fiducia del pubblico nell’integrità e nella capacità del Pentagono. L’articolo cita diverse politiche militari socialmente conservatrici dell’amministrazione Trump, tra cui la critica alla Nato, il ritiro del Dei, programmi di azione affermativa e restrizioni contro i membri del servizio transgender.

La reazione del Pentagono: «Solo un dem che cerca visibilità»

«È solo un altro democratico che cerca di fare notizia mentre il Dipartimento della Guerra ha raggiunto in modo decisivo e schiacciante gli obiettivi dei presidenti in Iran», ha commentato il portavoce del Pentagono Kingsley Wilson in una dichiarazione ad Axios, aggiungendo che «Hegseth continuerà a proteggere la patria e a proiettare la pace».

Vertice a Parigi per lo sminamento dello Stretto di Hormuz: c’è anche l’Italia

Oggi, mercoledì 15 aprile, è in programma a Parigi un vertice militare per la pianificazione dello sminamento dello stretto di Hormuz, a cui parteciperanno diversi Paesi, tra cui l’Italia (con uno staff della Marina militare). Da quanto filtra al momento non c’è nulla di stabilito e un’eventuale missione potrebbe partire solo dopo la cessazione delle ostilità tra Iran e Stati Uniti (e Israele) e dopo aver verificato le condizioni per un intervento. Lo sminamento di Hormuz costituisce la parte centrale di un piano più ampio dei Paesi europei (promosso da Regno Unito e Francia) per riaprire lo stretto senza coinvolgere gli Stati Uniti, che prevede anche l’evacuazione delle navi bloccate e il successivo pattugliamento con scorte militari. Lo scrive il Wall Street Journal.

Vertice a Parigi per lo sminamento dello Stretto di Hormuz: c’è anche l’Italia
Keir Starmer e Emmanuel Macron (Ansa).

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi

Forza Italia, eppur si muove. Silvio Berlusconi è morto da quasi tre anni, e si direbbe che il suo partito ha impiegato tutto questo tempo per accorgersene. Il Cav non c’è più, però ci sono i figli che ne perpetuano il nome. Ma questo evidentemente non basta più a mantenere ordine e disciplina, e nello scontro tra conservatori e ribelli lo spettacolo rischiava di andare fuori controllo. Perché di spettacolo si tratta. Con tanto di trame carbonare, coltelli che volano e dame in guerra che, facendosi interpreti della autentica memoria del fondatore, si contendono la vicinanza alla famiglia.  

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Antonio Tajani, alle sue spalle un’immagine di Silvio Berlusconi e, nel fotomontaggio, Marina.

Tajani, per ora e non si sa per quanto, resta in sella

Partiamo dall’inizio, o meglio dalla fine: Antonio Tajani, ministro degli Esteri nonché vicepresidente del Consiglio, viene convocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese per ricevere ordini. Marina e Pier Silvio Berlusconi lo strapazzano per quattro ore, anche troppo tempo per ribadire il concetto: Forza Italia è roba loro. Punto. Il resto sono beghe tra dipendenti che bisogna risolvere. Tajani, che è uomo pratico e navigato, annuisce. Per ora, ma non si sa per quanto, resta in sella. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Barelli “silurato” non sbarella

Nel frattempo il suo consuocero Paolo Barelli scopre cosa significa essere silurati con stile berlusconiano: lo tolgono dalla guida dei deputati e in cambio gli offrono una poltrona di viceministro dei Rapporti col Parlamento (quindi, si presuppone, anche con gli azzurri di cui era capo). Promozione o premio di consolazione? Dipende da chi guarda. In politica, come insegnava il fondatore, la forma è sostanza. E Barelli, che non è uno sprovveduto, ha incassato senza fiatare più di tanto. Qualche borbottio, qualche frecciatina verso i fratelli che pretendono di comandare a Roma stando ad Arcore. Niente scleri. Forse ha capito che protestare con i Berlusconi non porta lontano. Poi a lui interessava mantenere la poltrona di presidente della Federnuoto, perché lo sport è salute e potere. Accontentato. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Antonio Tajani con Paolo Barelli (Imagoeconomica).

La baruffa tra le ex Fascina e Pascale

Ma è proprio da Arcore, ora metafora impropria del berlusconismo, che arriva il colpo di scena più bizzarro. Marta Fascina, la finta moglie del Cav che dopo la sua dipartita si è imbullonata a villa San Martino facendone niente di meno che il quartier generale della sua segreteria (cosa le serva una segreteria poi non si capisce visto che la deputata in Parlamento non si fa mai vedere) spunta fuori dal suo ritiro dorato per smentire Francesca Pascale, l’ex fidanzata che proprio lei aveva soppiantato nel cuore di sua emittenza.

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
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Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
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Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
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Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi

La quale Pascale, un tempo immancabile condimento di ogni minestra berlusconiana in salsa LGBTQ, aveva nel frattempo dichiarato grande sintonia con Marina e Pier Silvio, quasi fosse ancora parte della famiglia. Come se i lunghi anni passati ad Arcore le dessero diritto a un titolo parentale permanente. Fascina non ci sta. E fa sapere, attraverso pubbliche esternazioni, che Pascale non conta nulla. Zero, forse meno. «Io non conto nulla», ha risposto la diretta interessata chiamata in causa, «mica come lei che che conta 20 mila euro al mese per non andare in Parlamento».

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
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Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi

La vicenda è gustosa, perché non capita tutti i giorni che le due donne legate a Berlusconi da storie molto diverse litighino pubblicamente per stabilire chi era più vicina a un uomo che non c’è più. È una scena che conoscendolo avrebbe fatto ridere Silvio, ne avrebbe lusingato l’ipertrofico ego. Ma è anche vero che lui non sopportava il disordine, era un sintomo di anarchia che era unfit rispetto allo statuto di un partito rigorosamente dirigista. Infatti il Cav teneva tutto insieme con la forza della sua presenza, oltre che naturalmente del suo denaro e del suo carisma. Era il sole di un sistema dove allignavano politici in carriera, fedelissimi di seconda generazione, ex compagne, parassiti, figli, affetti ed effetti vari che gli ruotavano intorno. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).

Ora che il sole di B è tramontato i pianeti si scontrano

Adesso che il sole è tramontato, i pianeti, senza più rispettare la loro orbita fissa, si scontrano. Marina e Pier Silvio guardano dall’alto, sarebbe meglio dire da lontano. Tajani esegue. Barelli incassa, Pascale performa, Fascina smentisce, gli scontenti accendono le polveri. In attesa del leader predestinato Giorgio Mulè, considerato però in casa azzurra ancora troppo divisivo, tocca a Enrico Costa, cuneese come Briatore e la Santanchè, il nuovo che avanza che ha militato nelle seguenti sigle: Pli, Udc, FI, Pdl, Ncd, AP e Azione, prima di tornare stabile alla casa del padre (Silvio), traghettare il partito là dove i suoi dante causa (Marina e Pier Silvio) hanno in mente. Ammesso e non concesso, ma in teoria non dovrebbe mancare molto a scoprirlo, che sappiano veramente dove vogliono farlo andare. 

Trump invia altri 10 mila soldati in Medio Oriente

Donald Trump continua a fare pressione sull’Iran: il presidente Usa ha affermato di ritenere che la guerra sia «molto vicina alla fine» e ha confermato la possibilità di nuovi colloqui in Pakistan, escludendo una proroga del cessate il fuoco, in scadenza il 21 aprile. Per convincere Teheran, il capo della Casa Bianca si prepara inoltre a un’altra mossa: l’invio di migliaia di soldati in Medio Oriente. Lo scrive il Washington Post, citando funzionari Usa.

Trump invia altri 10 mila soldati in Medio Oriente
Donald Trump (Ansa).

Il Pentagono è pronto a inviare 10.200 soldati entro fine mese

Il Pentagono è pronto a inviare nella regione, già nei prossimi giorni, 6 mila soldati a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush e di diverse navi da guerra di scorta. A fine mese si dovrebbero poi aggiungere altri 4.200 soldati, appartenenti al Boxer Amphibious Ready Group e alla task force dei Marines imbarcata, l’11th Marine Expeditionary Unit. Totale 10.200 militari, che andranno ad aggiungersi ai circa 50 mila già impegnati, secondo il Dipartimento della Difesa, nelle operazioni contro l’Iran.

Trump invia altri 10 mila soldati in Medio Oriente
Pete Hegseth, segretario alla Difesa Usa (Ansa).

Frana di Niscemi, 13 indagati tra cui quattro presidenti della Regione

Ci sono 13 indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla frana che il 25 gennaio 2026 ha devastato Niscemi (Caltanissetta), trascinando a valle case e mezzi e lasciando decine di immobili sospesi nel vuoto. La procura aveva aperto un fascicolo per disastro colposo e danneggiamento. Tra gli indagati ci sono i presidenti della Regione siciliana in carica dal 2010 al 2026, ovvero Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani. Costoro sono indagati sia in qualità di commissari delegati all’attuazione degli interventi previsti dall’ordinanza di Protezione civile nazionale, che imponeva la realizzazione di opere di mitigazione del rischio della frana, sia in qualità di commissari di governo contro il dissesto idrogeologico. Nel registro sono poi finiti i capi della Protezione civile regionale dal 2010 al 2026, tra cui Calogero Foti e Salvatore Cocina, i direttori generali della Regione preposti all’ufficio contro il dissesto idrogeologico e il responsabile dell’Ati che avrebbe dovuto eseguire le opere di mitigazione appaltate a inizio 2000. Il contratto si risolse per inadempimento nel 2010 e i fondi stanziati, circa 12 milioni, sono ancora nelle casse della Regione.

Via libera del Senato alla fiducia sul decreto Pnrr: è legge

Il Senato ha confermato la fiducia chiesta dal governo sul decreto-legge recante “Ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e in materia di politiche di coesione”. Il provvedimento ha avuto 101 voti favorevoli, 63 contrari e 2 astensioni. Il decreto, che era stato approvato con la fiducia anche alla Camera dei deputati il 9 aprile, è quindi ora convertito in legge.

Cosa prevede il decreto Pnrr, convertito in legge

Il decreto Pnrr introduce semplificazioni amministrative (come la carta d’identità con validità illimitata nel tempo per gli over 70 e l’introduzione della elettorale in formato digitale), norme per accelerare i cantieri (su tutti il rafforzamento del silenzio-assenso in edilizia anche per i permessi di costruire, con attestazione d’ufficio dell’amministrazione o dichiarazione del progettista), incentivi per l’energia (agrivoltaico/CER). In totale verranno stanziati oltre 4 miliardi di euro per accelerare la transizione energetica (rinnovabili, reti, efficienza). Il decreto prevede inoltre misure per il lavoro domestico, fondi per la coesione e l’obbligo per le pubbliche amministrazioni, incluse le istituzioni scolastiche, le università e i Comuni, di recuperare d’ufficio i dati Isee necessari per l’erogazione di prestazioni sociali.

L’Europa accelera sul piano per una Nato senza gli Stati Uniti

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita diverse fonti, in Europa si sono intensificate le discussioni su un piano informale per garantire la possibilità di difendersi utilizzando le strutture militari esistenti della Nato in caso di ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza atlantica, paventato a più riprese da Donald Trump. Il piano, sottolinea il Wsj, non punta a sostituire la Nato, ma a rafforzarla in chiave più europea.

L’Europa accelera sul piano per una Nato senza gli Stati Uniti
Simbolo della Nato (Ansa).

L’accelerata dopo il cambiamento di posizione della Germania

Il fattore chiave che ha innescato le discussioni è stato il cambiamento di posizione di Berlino. La Germania, contraria a un approccio unilaterale e all’idea, promossa dalla Francia, di una maggiore autonomia europea in materia di difesa, sotto la guida di Friedrich Merz ha iniziato a dubitare dell’affidabilità degli Stati Uniti come alleato. In particolare dopo certe affermazioni di Trump su Ucraina e Russia, in cui il tycoon sembrava confondere la vittima con l’aggressore.

Cosa prevederebbe il piano di riserva per la Nato senza gli Usa

I funzionari che stanno lavorando al piano di riserva, spiega il Wsj, mirano a coinvolgere un maggior numero di europei nei ruoli di comando e controllo della Nato e a integrare le risorse militari statunitensi con quelle del Vecchio Continente. Tra le questioni pratiche figurano la gestione dei sistemi di difesa aerea e missilistica della Nato, i corridoi di trasporto delle forze verso la Polonia e i Paesi baltici, la logistica e le grandi esercitazioni regionali in caso di ritiro delle truppe Usa. I funzionari sono inoltre determinati a mantenere l’affidabilità dello scudo nucleare.

L’Europa accelera sul piano per una Nato senza gli Stati Uniti
Esercitazione Nato (Ansa).

L’attuazione sarà difficile: l’intera architettura Nato dipende dagli Usa

Preservando al contempo la deterrenza verso la Russia e la continuità operativa dell’alleanza. Questo l’obiettivo del piano “di riserva”: tra le misure in discussione ci sono anche il rafforzamento della produzione militare, lo sviluppo di nuove tecnologie e, per alcuni Paesi, il ritorno alla leva obbligatoria. Il Wall Street Journal osserva che l’attuazione del piano sarà difficile, visto che l’intera architettura Nato dipende dagli Usa. La carica di Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, ad esempio, è tradizionalmente ricoperta da un rappresentante degli Stati Uniti. E Washington non ha alcuna intenzione di rinunciarvi.

Trump ancora contro il Papa: «Qualcuno gli dica che l’Iran ha ucciso 42 mila innocenti»

Nuovo attacco di Trump al Papa. Dopo averlo definito debole sul piano della politica estera, accusandolo di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare», il tycoon torna a tuonare contro Leone XIV: «Qualcuno può per favore dirgli che l’Iran ha ucciso almeno 42 mila manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi, e che per l’Iran possedere una bomba nucleare è assolutamente inaccettabile? Grazie per l’attenzione. L’America è tornata», ha scritto in un post su Truth. Il pontefice non ha ancora replicato.

Trump ha detto che la guerra in Iran «è molto vicina alla fine»

Intervistato dalla conduttrice di Fox News Maria Bartiromo, Donald Trump ha detto che il conflitto con l’Iran è «molto vicino alla fine», anticipando la possibilità di un nuovo round di colloqui tra Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, questa settimana o all’inizio della prossima. In tale ottica, il presidente Usa ha aggiunto che, in questo momento, non sta pensando a una proroga del cessate il fuoco con l’Iran, in scadenza il 21 aprile.

Trump: «Se attaccassimo ora ci metterebbero 20 anni a ricostruire»

Trump ha inoltre detto che un eventuale attacco diretto contro l’Iran avrebbe avuto conseguenze devastanti per la Repubblica Islamica: «Se partissimo in questo momento esatto, ci metterebbero 20 anni a ricostruire il loro Paese». Così sui nuovi colloqui che si dovrebbero tenere a Islamabad: «Potrebbe finire bene o male, ma penso che un accordo sia meglio perché poi potranno ricostruire». Teheran, ha aggiunto, adesso è «determinata a raggiungere un’intesa». Quanto agli attacchi già avvenuti, Trump ha dichiarato: «Ho dovuto cambiare direzione perché se non lo avessi fatto oggi avremmo un Iran con l’arma atomica e se l’avessero avuta oggi chiameremmo tutti in quel Paese ‘signori’ e non credo che lo vogliamo».

Trump ha detto che la guerra in Iran «è molto vicina alla fine»
JD Vance (Ansa).

Il vicepresidente Vance: «Trump vuole un grande accordo con l’Iran»

Dovrebbe essere di nuovo il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, a guidare la delegazione Usa se ci sarà un secondo round di colloqui con l’Iran dopo quelli dello scorso fine settimana a Islamabad. Lo anticipa la Cnn, citando fonti stando alle quali a un eventuale secondo incontro dovrebbero essere presenti anche l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e Jared Kushner, genero del tycoon. «Il motivo per cui l’accordo non è stata ancora raggiunto sta nel fatto che il presidente vuole davvero un’intesa per cui l’Iran non abbia armi nucleari», ha dichiarato Vance. Trump, ha sottolineato, «non vuole con Teheran un “piccolo accordo”, ma “il grande accordo”».

Roma, 13 arresti per droga: c’è anche ex boss della Banda della Magliana

Le forze dell’ordine hanno eseguito 13 arresti a Roma per traffico di droga, porto abusivo di armi, ricettazione, tentato omicidio e lesioni. Tra i destinatari dell’ordinanza, che dispone la custodia cautelare per tutti, c’è anche Raffaele Pernasetti, storico esponente della Banda della Magliana, che torna in carcere. Per gli investigatori, grazie alla sua vicinanza con alcuni autorevoli componenti del clan Senese e di una cosca di ‘ndrangheta, avrebbe favorito l’approvvigionamento della droga che veniva poi venduta nelle piazze di spaccio del Trullo, Corviale, Magliana Nuova, Monteverde Nuovo e Garbatella di Roma. È anche accusato di aver picchiato e minacciato con una pistola alla testa un meccanico per un debito di droga. Avrebbe infatti tentato di farsi consegnare 8 mila euro come corrispettivo di una pregressa vendita di sostanze stupefacenti e, poiché le minacce non andavano a buon fine, avrebbe ordinato a un gruppo di tre persone di punire il debitore che, il 25 marzo 2024, è stato attinto da tre colpi d’arma da fuoco alle gambe in via Pian delle Torri, nel quartiere Magliana.