Antonino Pizzolato, vincitore di due medaglie di bronzo alle Olimpiadi (negli 81 kg a Tokyo 2020 e negli 89 kg a Parigi 2024), è stato condannato a 5 anni e 4 mesi per stupro di gruppo: era accusato di aver abusato sessualmente di una turista finlandese il 22 luglio 2022, in un residence a Trapani. Condannati alla stessa pena anche gli altri tre imputati: Davide Lupo, Claudio Tutino e Stefano Mongiovì. La Procura della città siciliana aveva chiesto 10 anni.
La ricostruzione dei fatti
Secondo quanto ricostruito, Pizzolato e gli amici avevano conosciuto tre ragazze finlandesi in un locale sulla spiaggia. Due erano tornate in albergo a fine serata, mentre una aveva seguito il pesista nel residence dove alloggiava l’atleta, trovando però dentro l’appartamento anche il resto della comitiva. I quattro avrebbero a quel punto avuto con lei rapporti sessuali non consensuali: la violenza si sarebbe poi interrotta quando la giovane, in lacrime, aveva chiesto di tornare al suo albergo. Nel 2018 Pizzolato era stato squalificato per 10 mesi dalla Federazione italiana pesistica (Fipe) per comportamenti intimidatori verso giovani atleti nel centro dell’Acqua Acetosa a Roma.
Ha pubblicato un altro libro di successo, ha contribuito a mediare un accordo di pace provvisorio con l’Iran, ha intrapreso un’intensa campagna mediatica ed è in costante ascesa nei sondaggi. Cosa ancor più importante, sembra aver ormai fatto definitivamente colpo su Donald Trump, che nel 2024 lo aveva pescato come vice per la sua corsa alla Casa Bianca e che nel 2028 potrebbe tirargli la volata. L’estate sembra aver consacrato J.D. Vance come indiscusso erede politico di The Donald, qualora dovesse candidarsi alle primarie repubblicane e dunque alle prossime Presidenziali. Con buona pace di Marco Rubio, dato in vantaggio fino a pochi mesi fa.
JD Vance (Ansa).
Vance era stato superato da Rubio, che poi è inciampato
Indicato già all’inizio del secondo mandato di Trump come suo possibile successore, Vance era stato superato (almeno per gli analisti) da Rubio, più lontano dalla retorica identitaria di altri esponenti MAGA. L’ascesa del segretario di Stato era stata sancita in Baviera alla Conferenza di Monaco, dove aveva ricevuto una standing ovation. Tutto questo mentre il presidente li metteva a confronto – arrivando quasi a contrapporli – nei suoi incontri coi consiglieri nello Studio Ovale, in vista di un ipotetico ticket elettorale per il 2028. I diretti interessati, senza mai dichiarare apertamente l’ambizione di raccogliere il testimone del capo, nel frattempo affermavano di non aver intenzione di mettersi i bastoni tra le ruote, assicurandosi reciproco sostegno. A metà aprile, però, Rubio si è imbarcato in due infruttuose missioni diplomatiche: in Ungheria il suo sostegno non ha impedito la sconfitta elettorale di Viktor Orban e in Pakistan dove i primi colloqui con l’Iran non hanno prodotto risultati. Da quel momento in poi è iniziata la rimonta di Vance, fino al contro-sorpasso.
JD Vance; Donald Trump e Marco Rubio (Ansa).
Il punto di svolta per Vance è arrivato con l’Iran
Funzionari di Washington, citati da Axios, raccontano di un Trump con sempre meno dubbi riguardo al nome del suo erede politico. «Se l’è guadagnato», ha affermato una fonte della testata, aggiungendo che Rubio, il quale «non aveva comunque intenzione di candidarsi, ora è ancora meno propenso a farlo». Al di là delle “disavventure” del segretario di Stato, il punto di svolta per Vance è arrivato a metà giugno, quando assieme agli inviati presidenziali Jared Kushner e Steve Witkoff ha contribuito a negoziare il memorandum d’intesa con l’Iran, siglato il 17 del mese. Il giorno precedente, con eccezionale tempismo, aveva pubblicato il suo nuovo libro Communion: Finding My Way Back to Faith. Vance, che aveva già in programma un tour di presentazione del volume sulla sua ritrovata fede, ha tratto vantaggio dall’attenzione mediatica suscitata dal suo ruolo nei colloqui di pace, ottenendo un boom di vendite. Ben 33 le interviste rilasciate nel corso di un mese, spaziando da podcast MAGA e briefing stampa alla Casa Bianca a brevi scambi informali con i giornalisti, fino a partecipazioni a programmi come lo show di Bill Maher su HBO e il talk show di orientamento progressista The View, su ABC. Intervento, quest’ultimo, pare molto apprezzato da Trump, certo non un fan del programma, che ha avuto tempo di seguire l’ospitata del suo vice tra una telefonata a Gianni Infantinoe la pubblicazione di un meme su Giorgia Meloni. Di recente, Vance si è concentrato anche sulla raccolta fondi per il Republican National Committee, contribuendo a incassare circa 70 milioni di dollari: risorse che potrebbero risultare fondamentali qualora decidesse di candidarsi alla presidenza.
JD Vance e Donald Trump (Ansa).
Il numero due di Trump è in costante ascesa nei sondaggi
Vero, l’indice di gradimento di Vance tra tutti gli americani resta in territorio negativo, sostanzialmente pari a quello di Trump. Ma tra i repubblicani è salito al 62 per cento, appena al di sotto del 65 per cento di Trump (che non si potrà ricandidare) e ben al di sopra del 51 per cento di Rubio. Questo almeno secondo Navigator Research, istituto vicino ai Democratici. Inoltre, Vance è in vantaggio su altri potenziali rivali repubblicani nei sondaggi nazionali e in quelli degli Stati che votano per primi: Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina. L’ultimo sondaggio di Big Data Poll lo vede ampiamente in testa tra i potenziali candidati repubblicani con il 35,4 per cento dei consensi, più del doppio rispetto a Rubio.
JD Vance (Ansa).
Resta il nodo Carlson
Il ruolo di Vance nella firma dell’accordo sul nucleare iraniano e le sue critiche al governo di Benjamin Netanyahu hanno irritato i conservatori filo-israeliani. Ma questo, secondo gli analisti, non dovrebbe spostare molto. Idem per le opinioni riguardo al ruolo dell’esecutivo nelle attività d’impresa, criticate di recente al vertice dell’organizzazione conservatrice Club for Growth, in quanto non sufficientemente favorevoli al libero mercato. Il vero (ma relativo) inghippo in ottica Casa Bianca è rappresentato da Tucker Carlson. Sebbene Trump sia entusiasta di Vance, non vede infatti di buon occhio un suo importante alleato: il noto podcaster MAGA, appunto, che gli ha voltato le spalle arrivando ad assumersi con tono affranto la responsabilità del ritorno al potere di The Donald. «Finora non rappresenta un problema. Ma potrebbe diventarlo se Trump chiedesse a J.D. di prendere le distanze da lui», ha spiegato a Axios un consigliere del presidente Usa. Vedremo. Per ora, Vance non è solo in vantaggio su Rubio nei favori del presidente, ma anche per la squadra di consulenti politici e addetti ai lavori che ha già assoldato dietro le quinte, una “infrastruttura” di cui il segretario di Stato non dispone. Il sorpasso è cosa fatta: al momento non ci sono dubbi che sia Vance il grande favorito in casa Grand Old Party per le Presidenziali del 2028, anno in cui alla Casa Bianca potrebbe approdare un hillbilly.
Giuseppe Conte ha inviato una lettera al presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria Covid, il senatore meloniano Marco Lisei , e – per conoscenza – ai presidenti delle Camere in cui ha chiesto nuovamente di conoscere la data della sua audizione. «Ho chiesto ai Presidenti delle Camere di intercedere perché fosse concordata al più presto la data della mia audizione, anche per spazzare via le false e menzognere accuse che lei per primo, insieme agli altri componenti della Commissione del suo partito, mi state rivolgendo», si legge nella lettera scritta da Conte a Lisei. Parlando a Sky Tg 24, il presidente del Movimento 5 stelle ha dichiarato: «Sono due anni che ho dato la mia disponibilità e oggi ho scritto un’altra lettera formale per confrontare la data della mia audizione. È evidente che non hanno alcun interesse ad audirmi e hanno costruito un plotone di esecuzione».
Conte aveva già scritto a La Russa e Fontana
A fine giugno Conte aveva già inviato una lettera inviata ai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, e per conoscenza anche a Lisei, ribadendo la volontà di voler essere audito in commissione: in quell’occasione aveva specificato di essere pronto a dimettersi da commissario uan volta fissata la data, salvo essere reintegrato conclusa l’audizione.
La protesta di aprile alla Camera
Ad aprile c’erano state scintille alla Camera, dove i deputati di Fratelli d’Italia avevano indossato delle mascherine come forma di protesta provocatoria contro Conte, tirato in ballo per la gestione Covid dopo le ultime audizioni in commissione.
Secondo le previsioni del Rapporto Export 2026 di Sace, intitolato Re-Agire: l’Italia alla sfida dell’export globale, l’export italiano di beni in valore crescerà del 2 per cento nel 2026, per poi accelerare al 2,5 per cento nel 2027, raggiungendo 675 miliardi di euro, e al 2,8 per cento nel 2028, quando supererà i 690 miliardi di euro. Una dinamica possibile in uno scenario di graduale ritorno alle condizioni pre-conflitto in Medio Oriente e coerente con il percorso verso l’obiettivo dei 700 miliardi di export, che si raggiungerà continuando a sostenere diversificazione dei mercati, iniziative di sviluppo delle imprese italiane all’estero e supporto di sistema, in linea con il nuovo Piano strategico 2026-2028 Sace50.
La geografia dell’export italiano
Il Rapporto Export dedica un ampio approfondimento a geografie e settori di opportunità. Sul piano geografico, l’Asia-Pacifico si conferma tra le aree più dinamiche per l’export italiano, con vendite pari a 60,3 miliardi di euro nel 2025 e attese in crescita del 3,5 per cento nel 2026 e del 3,4 per cento medio annuo nel biennio 2027-28, sostenute da investimenti in innovazione, transizione verde, infrastrutture sostenibili e nuove catene di approvvigionamento. Il Medio Oriente, dopo una contrazione prevista nel 2026 legata alla crisi nell’area del Golfo, è atteso tornare a crescere con decisione nel biennio successivo, con un incremento medio del 5,3 per cento. In America Latina, le vendite sono previste in aumento del 2 per cento nel 2026 e del 3,1 per cento medio annuo nel 2027-28, alimentate dai progetti in ambito energetico e dalla riorganizzazione delle catene del valore. L’Africa, anche grazie al Piano Mattei della presidenza del Consiglio dei ministri, presenta spazi di sviluppo per macchinari, tecnologie e beni intermedi. L’export verso i 18 Paesi prioritari del Piano vale 14,4 miliardi di euro, in crescita del 4,1 per cento rispetto al 2024. Nei mercati più tradizionali, infine, l’Europaavanzata resta il principale bacino di destinazione, con 346 miliardi di euro di export nel 2025 e una crescita attesa del 2,5% nel 2026, mentre l’Europa Centro-Orientale mostra profili di crescita significativamente superiori alla media nell’intero triennio. Anche il Nord America offre prospettive positive, con un incremento previsto dell’1,9 per cento nel 2026 e del 3,2 per cento medio annuo nel biennio successivo.
Picchi: «Crescita sui mercati internazionali richiede approccio più proattivo e coordinato»
Queste le dichiarazioni di Guglielmo Picchi, presidente di Sace: «La 19esima edizione del nostro Rapporto Export racchiude già nel titolo il messaggio chiave: Re-Agire, che vuol dire trasformare le complessità in competitività, attuando decisioni strategiche in condizioni di incertezza. Il Rapporto ci consegna una prospettiva positiva, ma soprattutto la consapevolezza che la crescita sui mercati internazionali richiede oggi un approccio più proattivo e coordinato».
Pignotti: «Vogliamo contribuire a raggiungere i 700 miliardi di export»
Così invece Michele Pignotti, amministratore delegato di Sace: «L’export italiano si dimostra solido, ma è chiamato a misurarsi con una competizione globale più articolata rispetto al passato. Diversificazione geografica, sicurezza e ampliamento delle fonti di approvvigionamento e integrazione nelle filiere globali del valore sono le sfide che emergono dal Rapporto, su cui lavoriamo al fianco delle imprese con il nostro Piano strategico Sace50. L’obiettivo è chiaro, vogliamo contribuire a raggiungere i 700 miliardi di export e lo raggiungeremo insieme a tutti gli attori di sistema».
Terzulli: «Diversificazione intelligente chiave per sostenere la competitività delle nostre imprese»
Infine Alessandro Terzulli, chief economist di Sace, ha dichiarato: «In uno scenario globale sempre più complesso e frammentato, la sfida non è solo “andare all’estero”, ma farlo in modo strategico. Una diversificazione intelligente, che combini mercati maturi e nuove geografie ad alto potenziale con adeguati strumenti di protezione dai rischi, rappresenta la chiave per sostenere nel tempo la competitività internazionale delle nostre imprese, sia dal punto di vista dei mercati di sbocco che da quello dei mercati di approvvigionamento».
Per anni il capitalismo italiano è rimasto prigioniero della stessa fotografia. Giuliano Amato la chiamò la «foresta pietrificata», una definizione diventata iconica. Ora però, con l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, la foresta si rimette in movimento. Quella lanciata dalla banca di Ca’ de Sass non è infatti una semplice operazione di mercato, ma il segnale che il risiko bancario ha smesso di essere una faccenda di condominio. La partita ora si gioca su un tavolo europeo, dove i confini contano meno delle dimensioni e il peso si misura sulla capacità di raccogliere risparmio, finanziare imprese e competere con gruppi che ragionano su scala globale.
Si invocano sovranità o mercato alla bisogna
Il paradosso è che mentre le banche cambiano pelle, una parte della politica e delle istituzioni continua a osservare il fenomeno con categorie che appartengono al secolo scorso. Si invoca la sovranità quando il compratore parla straniero e il mercato quando fa comodo. Intanto si scoprono problemi che fino al giorno prima nessuno vedeva. L’Antitrust ne offre un esempio curioso. Nel 2018 escluse che Mediobanca esercitasse il controllo sulle Assicurazioni Generali. Oggi sembra invece pronta a leggere nell’operazione di Intesa un’influenza che allora non esisteva. Il 13 per cento di Generali è sempre lì e l’ad Carlo Messina ha specificato di considerarlo un investimento, non una leva di comando. Se il principio è cambiato, sarebbe utile capire quando. Anche perché, nello stesso momento, il quasi 30 per cento detenuto da Crédit Agricole in Banco Bpm sembra suscitare un interesse decisamente più tiepido. Evidentemente anche la concorrenza conosce le sue geometrie variabili.
Carlo Messina (Imagoeconomica).
Le mire di Crédit Agricole
Ed è proprio la banca francese il convitato di pietra di questa stagione. Mentre il dibattito guarda altrove, Crédit Agricole continua a occupare posizioni. Banco Bpm è solo il tassello più visibile. Sul suo tavolo ci sono anche Banca del Mezzogiorno e la Cassa di Risparmio di Orvieto. Tutto legittimo, un po’ meno accorgersene soltanto quando conviene. Il golden power dovrebbe essere una regola. Da noi rischia di diventare uno stato d’animo.
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).
Generali continua a rappresentare un caso unico
In questo quadro Generali continua a rappresentare un caso quasi unico. Enrico Cuccia diceva che se era caduto l’Impero romano poteva cadere anche Mediobanca, ma non il Leone di Trieste. Oggi attorno alla compagnia convivono Mediobanca, Delfin, Caltagirone, Benetton, Intesa. Nessuno comanda davvero, e forse è proprio questo il suo valore. In un capitalismo sempre più concentrato, Generali resta una delle poche grandi istituzioni che non possono essere ricondotte al progetto di un solo azionista.
Il logo di Generali (Imagoeconomica).
La trasformazione di Mediobanca e di Mps
Anche Mediobanca, del resto, è chiamata a prendere atto che il proprio mestiere è cambiato. Per decenni è stata la regia del capitalismo italiano. Oggi quel capitalismo non esiste più. Non perché siano spariti gli interessi, ma perché hanno cambiato indirizzo. Alberto Nagel, l’ex ad, aveva intuito per tempo che il futuro passa dal risparmio gestito più che dai vecchi salotti finanziari. L’offerta di Intesa accelera questa trasformazione e, paradossalmente, potrebbe rafforzare Mediobanca proprio costringendola a concentrarsi su ciò che sa fare meglio. Quanto a Monte dei Paschi, forse è arrivato il momento di liberarla dalla nostalgia. Luigi Lovaglio ha restituito dignità a una banca che molti consideravano definitivamente perduta. Pensare che possa continuare a vivere come banca della città significa non avere capito che il mercato europeo non concede più rendite sentimentali.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
UniCredit e il muro di Berlino
Lo stesso vale per UniCredit. L’ad Andrea Orcel non ha incontrato Giancarlo Giorgetti, come pure è stato fatto circolare. I rapporti con il governo sono meno tesi di un anno fa. In Germania, invece, Berlino continua a opporsi all’operazione Commerzbank. È il segno che gli interessi nazionali non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato scala. Il credito europeo è ormai un sistema integrato nel quale gli interessi nazionali continueranno a esistere, ma dovranno imparare a convivere con quelli industriali. La politica può accompagnare questo processo, non fermarlo.
Andrea Orcel (Imagoeconomica).
È qui che si misura davvero la sovranità economica. Non nel guardare alla nazionalità dei passaporti di chi siede nei consigli di amministrazione, ma nel costruire gruppi abbastanza forti da non diventare essi stessi terreno di conquista. Per anni si è detto che il capitalismo italiano era immobile. Adesso che finalmente si muove, c’è già chi prova a fermarlo di nuovo.
Renato Brunetta, si sa, produce vini nella periferia della Capitale, nella sua tenuta agricola Capizucchi, situata a sud di Roma nell’Agro Romano, vicino al santuario del Divino Amore. E le sue bottiglie godono anche di buona reputazione. Fatto sta che mercoledì 8 luglio, l’assemblea generale dell’Unione Italiana Vini si svolgerà nella sede del Cnel, presieduto proprio da Brunetta. Sarà lui ad aprire i lavori della sessione pubblica “Oltre l’Atlantico: l’Europa ridisegna i propri confini. Sfide e opportunità per il vino italiano”. Immancabili poi i saluti istituzionali del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e del collega al Made in Italy Adolfo Urso. E qualche maligno già ci vede l’ombra di un conflitto d’interessi. Cin cin.
Renato Brunetta (Imagoeconomica).
Salvini inaugura il cantiere
Matteo Salvini se ne va in giro a inaugurare cantieri: lunedì è stata la volta del “campo base” di Ghislarengo, al confine tra le province di Novara e Vercelli, dove il ministro per le Infrastrutture insieme con il collega all’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha dato il via ai lavori del tratto della Pedemontana Piemontese tra Ghemme e Masserano. La visita del segretario leghista arriva dopo quella del capogruppo FdI alla Camera, Giangaleazzo Bignami, con cui il partito di Giorgia Meloni ha cercato di “scippare” alla Lega la paternità dello sblocco definitivo dell’opera. L’investimento complessivo ammonta a quasi 400 milioni di euro. L’infrastruttura permetterà di connettere direttamente il casello di Ghemme sull’autostrada A26 con Masserano, punto di partenza della superstrada per Biella e prevede la realizzazione di circa 15 chilometri di nuovo tracciato stradale con quattro svincoli strategici pensati per migliorare i collegamenti.
Matteo Salvini all’inaugurazione della Pedemontana Piemontese (dalle story su Instagram)
A Roma da Panetta c’è Isabel Schnabel
Giornate campali alla Banca d’Italia, quelle di lunedì e martedì. Presso il Centro Convegni Carlo Azeglio Ciampi a via Nazionale, si tiene la conferenza del Network ChaMP – Challenges for Monetary Policy Transmission in a Changing World. Presente Isabel Schnabel, componente del comitato esecutivo della Bce, con il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta per discutere la trasmissione della politica monetaria.
Con la decisione di revocare la squalifica del calciatore statunitense Falorin Balogun, la Fifa «ha oltrepassato il limite». È quanto si legge in un duro comunicato della Uefa che parla di una decisione «senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile». L’attaccante è stato graziato dopo – pare – una telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino. «Il calcio, come qualsiasi altro sport, si basa su regole che sono il fondamento di una competizione equa, onesta e trasparente. A volte, le regole sono soggette a interpretazione. In questo caso, non è così», si legge nella nota dell’organo di governo del calcio europeo.
La revoca della squalifica con l’articolo 27
Balogun, espulso contro la Bosnia ed Erzegovina dopo una revisione al Var, avrebbe dovuto saltare il match dei quarti di finale Stati Uniti-Belgio. Partita in cui invece potrà scendere in campo, ha spiegato la Fifa, in virtù di quanto previsto dall’articolo 27 del Codice disciplinare, secondo cui il comitato disciplinare Fifa «può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l’attuazione di un provvedimento disciplinare». Nell’articolo si legge anche: «Se la persona che beneficia di una sanzione sospesa commette un’altra infrazione di natura e gravità analoghe durante il periodo di prova, la sospensione sarà revocata dall’organo giudiziario e la sanzione sarà eseguita, fatto salvo ogni ulteriore sanzione inflitta per la nuova infrazione». Balogun, insomma, è stato squalificato con la condizionale.
Donald Trump e Gianni Infantino (Ansa).
Il ringraziamento di Trump alla Fifa
Come ha rivelato il New York Times, di mezzo ci sarebbe però una telefonata fatta dalla Casa Bianca direttamente a Infantino. «Grazie alla Fifa per aver posto rimedio a una grave ingiustizia!», ha scritto il tycoon sul suo social Truth dopo la grazia a Balogun. In precedenza era intervenuto anche il segretario di Stato statunitense Marco Rubio: «Siamo stati fregati con quel cartellino rosso. Dovrebbe esserci un ricorso», aveva detto. Secondo la Bild, la sospensione della squalifica di Balogun è arrivata dopo quattro giorni di pressing da parte di Andrew Giuliani, figlio di Rudy e capo della task force per la Coppa del Mondo alla Casa Bianca; del segretario al Commercio Howard Lutnick, di dirigenti della federazione calcistica Usa e di un team di avvocati.
Il post di Trump dopo la “grazia” a Balogun.
La Federcalcio belga fa ricorso
Il tutto questo, rischia di rimetterci il Belgio. Evidenziando che «l’articolo 66.4 dello stesso Codice Disciplinare della FIFA precisa che un cartellino rosso (espulsione) comporta automaticamente la squalifica per la partita successiva», la Federcalcio belga si è detta «sbalordita» per quanto accaduto, aggiungendo di star valutando «tutte le possibili opzioni». Uscendo rapidamente dal linguaggio dei comunicati, la Federcalcio di Bruxelles ha scelto di presentare un ricorso urgente contro la discussa decisione presa dalla Fifa. La partita tra Stati Uniti e Belgio è in programma nella notte italiana tra lunedì 6 e martedì 7 luglio, con calcio d’inizio alle ore 2.
Giovanni Malagò (Ansa).
Malagò: «Precedente pericolosissimo»
Parlando di «assurdità», sulla questione si è espresso anche il neopresidente della Figc, Giovanni Malagò: «Sono andato anche a guardare questo articolo 27 che consente o consentirebbe alla Fifa e solo alla Fifa, per cui non è replicabile nei vari campionati nazionali e dico meno male perché sarebbe veramente l’Armageddon. È inutile che ce la raccontiamo, questa scelta ha un evidente sapore politico, lo ha scritto anche il New York Times». E poi: «Oggettivamente è un precedente pericolosissimo».
Con un post social, Roberto Vannacci ha lanciato la «tre giorni degli arditi futuristi», che inizierà a Sanremo dal 10 giugno, in uno stabilimento balneare della località ligure. «Lo sport è vita e chi è in salute pesa di meno sul Servizio Sanitario. La politica è leadership ed esempio. I politici, quindi, dovrebbero dare l’esempio anche nello sport… invece di ballare sui carri del Gay Pride», ha scritto l’ex generale: «Ci vediamo venerdì per temprarci. Prove fisiche per tutti i politici. D’altra parte, anche per fare politica ci vuole un fisico bestiale».
Il programma della tre giorni «senza compromessi» dei vannacciano prevede una prova di nuoto, perché «la mente domina l’acqua», una di corsa campestre, che vedrà «la determinazione oltre l’ostacolo della distanza, come il cuore futurista», e infine una di ciclismo: «Pedalando controvento riuniamo una Nazione». L’ex generale, assicurando la sua presenza a Sanremo, ha anche ricordato ai suoi “arditi” di portare il costume.
Secondo i sondaggi, la Lega continua a perdere voti, al punto da essere stata superata da Futuro Nazionaledi Roberto Vannacci, che proprio il segretario del Carroccio Matteo Salvini aveva – improvvidamente – lanciato in politica. In vista delle elezioni politiche del 2027 (che potrebbero tenersi in primavera), il vicepremier e ministro dei Trasporti ha detto di puntare al 10 per cento: un risultato al momento più vicino a un sogno che a una reale possibilità. Come riporta Domani, per tentare di centrare l’obiettivo Salvini intende puntare su Andrea Stroppa, informatico esperto di cybersecurity e braccio destro italiano di Elon Musk, affidandogli la comunicazione digitale della Lega.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Con Stroppa, Salvini punta a portare dalla sua parte Musk
Salvini, spiega Domani, vuole capitalizzare al massimo le competenze in materia di intelligenza artificiale di Stroppa, che già – seppur informalmente – forniva consulenza al Carroccio. Il dialogo col referente italiano di Musk, che collabora attivamente con le aziende del magnate e ne cura i rapporti istituzionali e la comunicazione in Italia, è stato avviato: le esatte modalità di collaborazione verranno decise più avanti. Assoldando Stroppa, Salvini punta a portare dalla sua parte Musk – caduto in disgrazia dal punto di vista dell’opinione pubblica – e la potenza di fuoco mediatica di Mr. Tesla.
«Da Neuralink per aiutare le persone con malattie neurodegenerative, a Starlink messo a disposizione dei Paesi colpiti da catastrofi naturali, ai razzi riutilizzabili impiegati per la ricerca scientifica. E ancora il suo impegno per l’Occidente, per la natalità e per la libertà di espressione, la sua amicizia per l’Italia», ha scritto Salvini su X il 28 giugno, in occasione del 55esimo compleanno di Musk, ricevendo in cambio un cuore. Il messaggio social è stato poi condiviso da Stroppa che, scrive Domani, si sarebbe già messo al lavoro per il Carroccio “studiando” la crescita del partito di Vannacci.
Andrea Stroppa e, sul maxischermo, l’immagine di Elon Musk (Imagoeconomica).
Per la prima volta una donna conquista il primo posto tra i sindaci più apprezzati d’Italia. Sara Funaro, prima cittadina di Firenze, guida infatti la classifica Governance poll 2026, realizzata da Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore, davanti a Marco Fioravanti (Ascoli) e Gaetano Manfredi (Napoli). Tra i governatori, al vertice c’è Antonio Decaro (Puglia), seguito da Alberto Stefani (Veneto) e Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia-Giulia).
Dopo la querelle della foto «implorata» al G7, Donald Trump torna ad attaccare (e prendere in giro) Giorgia Meloni, sempre a modo suo. Il presidente degli Stati Uniti infatti ha pubblicato su Truth una sua foto con la premier italiana, accompagnata dalla scritta: «Serve un ordine restrittivo». Si tratta di un meme molto diffuso sui social, dove la formula viene usata in chiave ironica per raccontare cotte e fissazioni. Strumento cautelare che impone a una persona di mantenere una distanza minima da un’altra e di astenersi dal contattarla, il “restraining order” viene richiesto tipicamente dalle vittime di stalking. E Trump, appunto, aveva raccontato di essere stato “perseguitato” da Meloni a Evian (dove è stata scattata la foto in questione).
Il meme pubblicato da Donald Trump (Ansa).
Nessun commento da Palazzo Chigi
L’ultima provocazione di Trump nei confronti di Meloni, tra l’altro non fondata su una ragione specifica, è arrivata alla vigilia del vertice Nato in programma a Ankara il 7 e 8 luglio, dove i due dovrebbero incrociarsi di nuovo. Da Palazzo Chigi, dopo la massiccia presenza del governo alla festa per l’Independence Day a Villa Taverna, filtra un certo sconcerto. Ma nessun commento. E dovrebbe essere questa la linea che Roma manterrà.
C’è però chi, dall’opposizione, ha già risposto all’ennesima provocazione del tycoon. «Trump è un ignobile bullo da quattro soldi. Piena solidarietà alla presidente del Consiglio», ha scritto su X Carlo Calenda, leader di Azione.
#Trump e’ un ignobile bullo da quattro soldi. Piena solidarietà alla Presidente del Consiglio. https://t.co/XHgHyKPsfd
Ondate di missili e droni russi su Kyiv e la regione circostante nella notte tra domenica 5 e lunedì 6 luglio 2026. Nella capitale ucraina il bilancio delle vittime è salito a 11, come annunciato dal sindaco Vitali Klitschko su Telegram: «Secondo i medici, al momento ci sono 11 vittime dell’attacco notturno nemico a Kyiv. Di queste, un uomo ferito è deceduto in ospedale stamattina. 46 persone sono rimaste ferite. 27 di loro sono state ricoverate in ospedale. Tra cui tre bambini». Registrati danni e distruzioni in quattro quartieri della città. Sotto la supervisione procedurale della procura della città di Kyiv, è stata avviata un‘indagine preliminare sul fatto che l’esercito russo abbia commesso un altro crimine di guerra che ha causato la morte di persone. La procura generale ha rilevato che l’epicentro degli impatti e della caduta di frammenti di armi russe si trovava nei distretti di Darnytskyi e Podilskyi di Kyiv, e che danni sono stati registrati anche nei distretti di Holosiivskyi e Obolonskyi. Nel quartiere di Podilskyi, gli appartamenti dal quinto al nono piano di uno degli edifici sono stati distrutti.
C’è una statistica che dovrebbe far riflettere più di ogni sondaggio: a quasi un anno dal voto, i nomi accostati alla poltrona di Palazzo Marino hanno superato quota 40. Siamo all’iperbole. Tra dichiarati, disponibili, sussurrati e rassegnati loro malgrado a comparire nella partita, la contesa per succedere a Giuseppe Sala ha già prodotto più candidati di quanti Milano ne abbia mai visti. E altri se ne aggiungeranno, da qui alle elezioni c’è ancora tempo. Il problema però non è la quantità, che pure fa specie. È che dietro l’abbondanza si intuisce una buona dose di imbarazzo, forse perché nessuno, a destra come a sinistra, ha ancora capito bene quale città vuole amministrare. Allora si moltiplicano i pretendenti nella speranza che il numero supplisca alla chiarezza di idee.
Beppe Sala (Imagoeconomica).
Centrodestra o campo largo, il copione cambia poco
Nel centrodestra come sempre la ricerca procede per tentativi. Silvia Sardone s’è fatta incoronare dalle primarie della Lega, seconda solo a Matteo Salvini, che però è occupato altrove. Ignazio La Russa non smette di sponsorizzare Maurizio Lupi con la costanza di chi è convinto che prima o poi qualcuno finirà per dargli ragione. Intorno continuano a ruotare economisti, manager, professionisti, giornalisti e qualche imprenditore. Più che una selezione, un variegato album di figurine. Persino Urbano Cairo è comparso e scomparso dall’agone il tempo necessario per ricordarsi che aveva già un mestiere, e per giunta in tempi di crisi piuttosto impegnativo.
Silvia Sardone (Imagoeconomica).
Nel campo largo il copione cambia poco. Pierfrancesco Majorino resta il nome più accreditato, mentre il Partito democratico fa quello che gli riesce meglio: rimandare la scelta fin dove possibile annegandola nel dibattito tra le sue anime. Le primarie restano sul tavolo, ma nessuno sembra avere fretta di apparecchiarle. E poi c’è il civismo, che a Milano come altrove si ripresenta puntuale ogni cinque anni non privo di ambizioni. Segno che una parte dell’elettorato non si fida più dei partiti, o si fida soltanto di chi riesce a farli dimenticare.
Quasi nessuno si interroga sull’idea di Milano
Ma il punto vero è un altro: mentre la politica discute sul possibile successore di Sala, quasi nessuno si interroga sull’identità e sul futuro della città. Milano piace sempre di più al mondo (o, meglio, ai ricchi del mondo), ma sempre meno ai milanesi per i quali abitarla sta diventando un problema. Sono le due facce della stessa medaglia. Da una parte investimenti, weeks e grandi eventi glamour. Dall’altra il costo della vita, la casa che non si trova se non a prezzi impossibili, le periferie che chiedono di essere guardate prima che raccontate, la criminalità che da fenomeno episodico è diventata una costante in zone sempre più larghe del suo territorio. Alle ultime Comunali la capitale economica del Paese aveva già registrato l’affluenza più bassa della sua storia, poco più del 47 per cento: un milanese su due non si era presentato. È il dato che dovrebbe interessare i 40 aspiranti sindaci più di qualunque sondaggio che ne prefiguri il consenso. Chi entrerà a Palazzo Marino troverà una città più ricca, ma anche più costosa e selettiva. Dovrà decidere se continuare a venderne la scintillante immagineall’estero o ricominciare a occuparsi anche del benessere di chi la abita. Non è detto che le due cose non si bilancino, ma da Expo in poi è stata la prima a prevalere. È una scelta che finora è rimasta sullo sfondo. In politica ci sono momenti in cui un nome mette tutti d’accordo, altri in cui nella generale incertezza tutti propongono un nome diverso. Ma all’ombra del Duomo il problema non è eleggere un sindaco. È trovarne uno che abbia il coraggio di dire agli elettori che città vuole costruire.
Anche il tempio sacro della tradizione del tennis, ossia il torneo di Wimbledon, si è dovuto inchinare all’ossessione per la digitalizzazione totale delle nostre vite: non solo il sistema di chiamata elettronica in tempo reale, che ha sostituito i giudici di linea, ma pure sensori seminati ovunque e che restituiscono miliardi di dati da elaborare e restituire in statistiche pronte all’uso.
Qualcuno, ingenuo, potrebbe pensare che tutto ciò abbia a che fare con la completezza delle telecronache (fornendo ai giornalisti molti numeri per dare informazioni più dettagliate ai telespettatori e agli appassionati) e con un senso di giustizia, per togliere l’elemento umano, fallibile e influenzabile, e oggettivare la chiamata di una pallina dentro o fuori dalle linee del campo. Ma non è così.
La digitalizzazione del tennis e il diluvio di dati sono invece legati a una svolta di 4-5 anni fa, quando Atp (l’associazione dei tennisti professionisti che gestisce il circuito) e Atp Media hanno creato Tennis data innovations, una società che gestisce il comparto dati e live streaming fondamentale per il mondo delle scommesse.
Partnership globale con Sportradar: pioggia di partite (e soldi)
In questo modo Atp ha cessato di essere un semplice venditore di diritti ed è diventato un partecipante attivo e strategico nel mercato dei dati per il betting. Tennis data innovations ha firmato una partnership globale con Sportradar, una delle principali società di tecnologia e dati sportivi al mondo. L’accordo ha reso Sportradar il partner esclusivo per i dati di scommesse e lo streaming per l’intero Atp Tour e Challenger Tour, coprendo oltre 14.500 partite all’anno. E ci sono tanti soldi da fare.
Il calcio è in testa, ma il tennis cresce sul campo delle scommesse
Come mostra infatti il rapporto sul “Global sports betting market” realizzato da Fortune business insight, il mercato delle scommesse sul tennis vale tra il 12 e il 15 per cento del totale scommesse mondiali sullo sport, ossia dai 13 ai 19 miliardi di dollari all’anno. Una montagna di denaro che fa del tennis uno degli sport preferiti dagli scommettitori (proprio per la cascata di dati disponibili e la possibilità di puntare su qualunque cosa), anche se ancora lontano dal calcio che assorbe una fetta del 41 per cento di tutte le puntate.
L’ombra di Matteo Berrettini al torneo di Wimbledon (foto Ansa).
Peraltro, e Atp lo sa bene, il comparto delle scommesse sportive è in crescita costante: ora vale quasi 114 miliardi di dollari all’anno (dati 2025) e nel 2026 si prevede un’espansione a 126,5 miliardi, per poi sfiorare addirittura i 300 miliardi di dollari annui entro il 2034.
Jannik Sinner a Wimbledon (foto Ansa).
L’Europa, in questo processo, è molto coinvolta, essendo la parte di mondo più dedita all’azzardo: vale il 39 per cento del mercato globale delle scommesse sportive (con il Regno Unito, patria di Wimbledon, a quota 31 per cento del mercato europeo, e la Germania al 26 per cento), davanti al Nord America (34 per cento), Asia-Pacifico (20 per cento), e resto del mondo (7 per cento).
Un ruolo determinante è quello delle puntate live
Le scommesse online, e quindi l’approccio guidato quasi esclusivamente dalla pioggia torrenziale di dati elaborati, pesano per il 72 per cento del mercato delle scommesse, mentre quelle offline, coi vecchi metodi di puntata fisica in qualche agenzia, sono scese al 28. In questo processo di evoluzione del betting stanno assumendo un ruolo determinante le scommesse live, durante la partita (Il prossimo punto sarà vinto con un dritto o con un rovescio? Quanti colpi di rovescio farà durante il game? Il tennista scenderà a rete una o più volte durante il set? Quanti servizi farà al centro? E quanti a uscire?, e così via…), grazie all’analisi dei dati in real time e al potenziamento, su tutto il globo terrestre, delle connessioni alla Rete mobile.
Matteo Berrettini (foto Ansa).
Perciò, quando sentiamo un telecronista intrattenerci sulle statistiche più impensabili dedicate a Jannik Sinner o Matteo Berrettini, è importante sapere che dietro questi numeri ci sono tantissimi soldi. Il betting è diventato cruciale per l’organizzazione del tour di tennis, al punto che è la voce di ricavi di gran lunga più rilevante del bilancio Atp: circa 200 milioni di dollari all’anno (ma erano appena 32 milioni nel 2019), il 54 per cento del totale.
Ecco perché nessuno se la prenderà con gli scommettitori disturbatori…
Comprensibile, quindi, che il sopracciglio alzato di qualche direttore di torneo contro gli scommettitori che popolano gli spalti e disturbano questo o quel giocatore non possa mai essere seguito da concrete prese di posizione: il betting è una fonte di business cruciale per il tennis e lo sport in generale.
Il francese Arthur Fils nel match del secondo turno contro Berrettini (foto Ansa).
A Dazn Italia un manager che arriva (guarda caso) da quel mondo
Basti vedere la decisione presa da Dazn Italia, piattaforma di streaming dedicata quasi esclusivamente allo sport e che dal primo luglio ha sostituito l’amministratore delegato Stefano Azzi (esperto di telecomunicazioni) con Andrea Faelli, una carriera tutta all’interno di società di scommesse.
Andrea Faelli (foto Imagoeconomica).
O le iniziative future di un colosso come Meta, azienda che starebbe sviluppando una nuova app dedicata al mondo dei mercati predittivi, e quindi delle scommesse (nome in codice: Arena) a seguito della grande passione del fondatore, Mark Zuckerberg, per il settore delle arti marziali e del Mma, dove il betting la fa da padrone.
Una Lexus LX 570 del 2020 costa 250 mila dollari. Per una Mercedes-Benz S450L e una Toyota Land Cruiser 300 del 2023 ne servono rispettivamente 190 e 145 mila. I prezzi dell’Amisan Automobile Technology Service Center sono salati. Non potrebbe essere altrimenti per il più importante concessionario di auto straniere di lusso in Corea del Nord. La risoluzione 2397 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vieta infatti la vendita e il trasferimento di qualsiasi veicolo nel Paese governato da Kim Jong-un. Eppure nelle strade di Pyongyang è ormai comune imbattersi in macchine tedesche, giapponesi e cinesi. Il traffico, fino a qualche anno fa assente, è cresciuto fino a diventare un problema quotidiano. E trovare parcheggio è sempre più complicato.
Il boom delle auto in Corea del Nord
In Corea del Nord si è registrata un’impennata del numero di vetture in circolazione. Le immagini satellitari hanno immortalato ingorghi stradali, aree di sosta strapiene e infrastrutture di ricarica ai bordi delle strade. Il fiorente commercio nordcoreano delle auto è difficile da quantificare. Dal 2017 esportare auto oltre il 38esimo parallelo è (teoricamente) proibito dalle sanzioni dell’Onu e per questo non ci sono informazioni ufficiali disponibili. I dati doganali cinesi confermano tuttavia il boom dell’automotive del Regno Eremita. Nel 2025 Pechino ha inviato in Corea del Nord appena due veicoli, ma le esportazioni di prodotti per auto sono aumentate notevolmente rispetto ai livelli pre-pandemia: 193 mila pneumatici (+88 per cento), 136 mila specchietti retrovisori (+290 per cento), oltre a oli e grassi lubrificanti (+150 per cento).
Una vigilessa a Pyongyang (Ansa).
La rivoluzione a quattro ruote di Kim
L’anno zero dell’automotive nordcoreano coincide con il 2017. Decisiva una modifica legislativa voluta da Kim per consentire ai cittadini di possedere vetture private, ancorando l’immatricolazione dei mezzi ad aziende o istituzioni. La seconda e ultima svolta è arrivata nel 2024, quando il governo ha ulteriormente rivisto le norme permettendo la registrazione dei veicoli direttamente a nome del proprietario, seppur con rigidi controlli sui redditi e forti limitazioni alla circolazione.
Kim Jong-un (Ansa).
Quanto costano le auto e da dove arrivano
Gli intermediari cinesi acquistano le auto dai concessionari del Dragone, ne trasferiscono più volte la proprietà per rendere meno tracciabile la filiera e le fanno arrivare al confine, dove una rete di contrabbandieri provvede alla consegna finale in Corea del Nord. I prezzi delle vetture “normali” variano da 5 mila a 30 mila dollari. Quelle di lusso, che seguono triangolazioni più sofisticate, superano facilmente il tetto dei 100 mila dollari. Secondo Jung Chang-hyun, direttore del think tank Korean Peace and Economy Institute di Seul, il numero totale di auto private nel Paese potrebbe superare le 20 mila unità nel corso del prossimo anno.
Kim Jong-un e la moglie Ri Sol-ju con Xi Jinping e ,la moglie Peng Liyuan (Ansa).
Showroom, noleggi e controlli
L’automotive plasmato da Kim continua a prendere forma. Dal 19 al 28 giugno le autorità nordcoreane hanno organizzato a Pyongyang una grande esposizione di automobili, mostrando le nuovissime Zeekr 7X cinesi, oltre a diverse altre vetture di lusso di seconda mano. Gli addetti hanno accettato i preordini in attesa dell’imminente inizio delle vendite. I veicoli sarebbero già stati trasportati oltre confine da società commerciali legate all’Agenzia nazionale di intelligence, mentre il ministero della Sicurezza è stato incaricato di verificare la situazione finanziaria dei potenziali acquirenti. Sempre nella capitale è stato avviato un progetto pilota per noleggiare le auto. Il car sharing in Corea del Nord costa circa 100 dollari per 24 ore. Con eventuali costi aggiuntivi per chi voglia guidare nel resto del Paese.
«La felicità è nelle cose semplici» è il claim pubblicitario di Tasty Crousty, la catena di street e fast food che sta spopolando in Francia. Il problema però è che oggi quasi nessuno è contento di ciò che ha. Chi poi ha poco o nulla, più che farsi bastare le cose semplici, dovrebbe buttare per aria tutto. Ma più che aria di rivoluzione oggi tira aria di rassegnazione. La notizia che Elon Musk è il primo “trilionario” della storia lascia infatti increduli più che sorpresi. Senza parole. Perché si ha l’impressione di essere precipitati in un mondo irreale: il pianeta Disney dei fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni.
Elon Musk (Ansa).
La nostra vita è complicata dall’assenza di cose semplici
È così che, considerato il contesto reale dove non piovono polpette ma bombe – altra immagine da cartoon – c’è ben poca felicità. Perché se è vero che a renderci felici sono le cose semplici, in una società complessa, che è quella in cui viviamo e in cui sempre più vivremo, di semplicità ce ne sarà sempre meno. Certo complessità è una parola feticcio, significa tutto e niente, ma effettivamente la nostra vita quotidiana è complicata dall’assenza di cose normali, semplici. Ad esempio stare bene con se stessi e non sentirsi soli, avere amici e occasioni di incontro, essere aperti e collaborativi, rispettare le opinioni degli altri soprattutto quando non le si condividono, sforzarsi di vedere e cercare il bicchiere mezzo pieno. In questa luce si può convenire con il cardiologo Alan Rozanski che in un recente numero dell‘Economistdà ampiamente conto della ricerca clinica secondo cui ottimismo e buonumore favoriscono il benessere e riducono il rischio di eventi cardiovascolari. Ma anche qui siamo dalle parti di «una mela al giorno toglie il medico di torno». Alle ovvietà che sono così vere che quasi nessuno più le vede.
(foto di Alexandru Acea via Unsplash).
I nemici della felicità
Essere felici o specularmente infelici è uno stato d’animo inafferrabile. Perché dipendente da cose minime, anche insignificanti, estremamente soggettive. È certo però che per cercare almeno di essere, anche solo per brevi attimi, felici il nemico numero uno è il pessimismo. Insieme con l’insicurezza e l’isolamento. Come ha scritto J.K. Rowling «la felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce». È nondimeno scientificamente riconosciuto che le persone felici sono connesse (con i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro, i vicini di casa). Quest’evidenza è ben raccontata in un TED talk di Robert Waldinger che continua a fare testo, perché dà conto di uno studio sulla felicità che l’Università di Harvard conduce da 75 anni.
Più infelici, più sfiduciati e più populisti
Parecchie generazioni, anche di ricercatori, interpellate e fotografate nelle loro diverse fasi di vita, hanno indicato e indicano che la salute e la serenità, il buonumore e l’apertura nei confronti della vita si mantengono e aumentano vivendo positivamente in mezzo agli altri. Una ricca socialità fa stare bene. Da soli ci si ammala prima. Da soli si smette di interagire e l’altro diventa prima uno sconosciuto e poi un nemico. Da soli si coltivano i pensieri e i sentimenti peggiori. Il deterioramento del capitale sociale e dunque della democrazia e della partecipazione politica è proseguito e prosegue tanto più la comunicazione è diventata social. Dare però ogni colpa della nostra asocialità al web è sbagliato, anche perché assolverebbe noi umani da ogni responsabilità, che in realtà è tanta.
Resta però il fatto che la comunicazione mediata ha in buona parte e per un gran numero di persone ridotto le occasioni di incontro e confronto dal vivo. Facciamo sempre meno cose assieme. Illuminante a questo proposito è una recente ricerca che prova a spiegare il populismo (di destra e sinistra allo stesso modo) ponendo al centro l’infelicità e la sfiducia sociale.
Le vittorie anti-sistema e il fattore soggettivo
Nell’ultimo decennio, i Paesi occidentali hanno assistito a una serie di vittorie politiche anti-sistema, dalla Brexit nel 2015 all’elezione di Donald Trump nel 2024. Durante questo periodo, il risentimento verso “il sistema” è cresciuto nella maggior parte dei Paesi europei, in particolare in Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Polonia, Svezia e Svizzera. Questa perdita di fiducia nel sistema viene attribuita alla crescente insicurezza e alle conseguenze economiche della globalizzazione, del commercio e dell’automazione, o a fattori culturali che portano a una reazione negativa contro la modernità e a una crescente ostilità verso gli immigrati.
Nigel Farage (Ansa).
Ma la novità non è il venire meno delle ideologie tradizionali e della lotta di classe nel plasmare i valori e il comportamento di voto, bensì l’importanza assunta da fattori soggettivi come soddisfazione di vita e fiducia interpersonale. Per sintetizzare al massimo infelicità e sfiducia spiegherebbero l’aumento dei voti e la presa delle ideologie dei partiti anti-sistema in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Ma anche la crescita dell’astensionismo è correlata alla mancanza di inclusione sociale e al crescere dell’insoddisfazione per la vita che si conduce e che porta al ritiro dal gioco politico e al rifiuto di votare. Le emozioni negative, che hanno luogo eletto sulle piattaforme, misurate da sondaggi internazionali, sono state e sono un fattore altamente predittivo dei voti populisti negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale.
In tutti i Paesi, gli elettori di estrema destra mostrano livelli di fiducia sociale molto inferiori rispetto agli elettori di qualsiasi altro partito politico. In generale, gli elettori dei partiti di centrodestra o di centrosinistra presentano livelli di soddisfazione di vita e di fiducia sociale superiori alla media.
Perché Vannacci non è un alieno
Naturalmente la ricerca merita un’attenta lettura. Io mi limiterò a segnalare come rispetto alle categorie tradizionali, che possiamo definire “più serie”, dobbiamo oggi considerare con molta attenzione quella apparentemente “leggera” che conduce alla felicità o all’infelicità passando per il grado di fiducia e soddisfazione di vita. Ovvero la soggettività delle persone che sta crescendo contestualmente al rafforzarsi dell’individualismo e di un sentimento personale molto social ma poco sociale.
Io, io, io e poi molto dopo gli altri. Io, io, io perennemente incazzato con il sistema, i poteri forti, le teorie gender, le élite e gli immigrati. È in questo brodo che emerge la figura del grande risolutore e semplificatore: il generale Roberto Vannacci. Non un alieno, ma il demagogo perfetto per un Paese infelice.
Poi dicono che il primo governo guidato da una donna non ha fatto nulla per le donne. È vero, in quattro anni la maggioranza di centrodestra non ha alzato un dito per aumentare i servizi socialiper bambini e anziani e per sostenere l’occupazione femminile, ha affossato il prolungamento del congedo di paternità, ha messo una pietra sopra alla riduzione dell’Iva sugli assorbenti, ha peggiorato la legge sulla violenza sessuale e, per scrupolo, ha pure sabotato l’educazione affettiva nelle scuole, che poteva contribuire alla prevenzione delle violenze. Ma, quasi fuori tempo massimo, il governo Meloni si è finalmente ricordato delle donne e, con la sensibilità che lo contraddistingue, ha individuato ciò di cui avevano davvero bisogno: un altro senso di colpa.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Quel tablet che distoglie la donna dalla sacra funzione materna
Nella fattispecie, quello di ricorrere troppo a telefoni e tablet quando espletano la sacra funzione materna. Il risultato è la campagna “Non è mai troppo presto”, promossa dal dipartimento delle Politiche contro la droga e le altre dipendenze per disincentivare l’uso di telefoni e tablet in tenera età. Per inciso: viene il sospetto che, quando hanno licenziato la campagna, i suoi promotori fossero distratti da telefoni e tablet, perché non si sono accorti che il titolo suona come un invito in senso opposto. Forse era più chiaro “non è mai troppo tardi” per mettere in mano dispositivi ai bambini, o per imparare ad autoregolarsi come genitori. Ma può anche darsi che al governo sembrasse pericoloso rievocare la famosa trasmissione in cui Alberto Manzi negli Anni 50 alfabetizzava efficacemente gli italiani illetterati, dopo tutta la fatica che il centrodestra ha fatto per incoraggiare l’analfabetismo funzionale, da Berlusconi in poi.
La depressione post-partum? Solo una bufala woke
Da un altro punto di vista, la campagna è perfettamente coerente con l’anatema anti-digitale: si articola in uno spot televisivo e in un opuscolo cartaceo – sì, un pieghevole, un volantino, bentornati negli Anni 70 — distribuito nelle maternità e nei reparti pediatria. Se questo non bastasse a capire che sono le madri il vero target della campagna, lo ribadisce lo spot, che si apre con una mamma dall’aria sfinita che allatta rispondendo a un vocale delle amiche, incurante degli occhioni del bebè che cercano i suoi. «Sei con lui, il telefono non serve», ammonisce una caption. Ora, esperti e associazioni denunciano la solitudine e l’isolamento delle neo-mamme, e la vera e propria stampella rappresentata dalle reti amicali in mancanza di altri tipi di supporto emotivo, psicologico e anche pratico, in un momento così delicato, ma il dipartimento diretto dal sottosegretario Alfredo Mantovano non transige: negli occhi del neonato c’è tutto ciò di cui una donna ha bisogno nella vita, e la depressione post-partum è solo una bufala woke.
Dallo spot della campagna Non è mai troppo presto.
Se le trasgressioni materne sono sfogarsi con le amiche e cercare di tenersi un lavoro
Torniamo allo spot. Flashforward, il piccolo Olly è cresciuto e gioca nel salotto cercando invano di attirare l’attenzione della madre, che sta smanettando al pc con lo sguardo sconsolato di una frescona che ha creduto che lo smartworking le permettesse di conciliare lavoro e genitorialità. A un certo punto la poveraccia, spazientita, chiede al papà, che se ne sta in un’altra stanza (non deve conciliare niente, lui), di mettere buono il piccino con il tablet. «Ha bisogno di te, non di uno schermo», la gela un altro severo monito. Praticamente siamo di fronte alla versione digitale di Balocchi e profumi, la canzone strappalacrime del 1928 oggetto di innumerevoli parodie. Solo che lì, almeno, la mamma trascurava la sua bambina per spassarsela fra cosmetici e tresche illecite, mentre un secolo dopo le trasgressioni materne sono a) sfogarsi con le amiche e b) cercare di tenersi uno straccio di lavoro dopo la maternità. Manca solo un parallelo con il tragico finale della vecchia canzone: un ultimo salto temporale in cui si vede la madre, pentita, sbattere con i pugni contro la porta chiusa di Olly, ora adolescente hikikomori, che si è tolto la vita secondo le istruzioni ricevute da un chatbot. «Ma il capo già reclina, e già richiude gli occhi, / piange la mamma pentita stringendolo al cuor». Zum, zum.
Dallo spot della campagna Non è mai troppo presto.
Un’Eva 4.0 introduce nell’Eden la velenosa mela digitale
Un momento. E se la matrice dello spot fosse ancora più antica? Fateci caso: è la madre che dà il cellulare al marito perché scatti un selfie di famiglia, o gli chiede di tacitare il pargoletto con il tablet. È attraverso di lei, l’Eva 4.0, che la velenosa mela digitale viene introdotta nell’Eden del focolare domestico e lo distrugge dall’interno. E l’Adamo digitale è solo un pisquano incapace di resistere alla tentazione; incapace, soprattutto, di partecipare attivamente all’educazione e all’intrattenimento dei propri figli. Del resto, nessuno glielo chiede, nessuno del governo, almeno. Accidenti, l’obiettivo dell’iniziativa – educare a non dare dispositivi digitali ai troppo piccoli – era anche giusto. Caro dipartimento delle Politiche contro la droga, se per qualcosa «non è mai troppo presto», sarebbe imparare a costruire una campagna multimediale degna di un Paese europeo nel 2026, che parli a padri e madri vere. Sotto questo profilo, però, va riconosciuto che lo spot contiene almeno un po’ di verità, nel senso che è interpretato da attori reali, e non realizzato interamente con l’IA, come quello per il rinnovo della carta d’identità. Ma chissà se al dipartimento se ne sono accorti.
Nel centrodestra ne sono convinti in tanti. E infatti qualcuno, in maniera anonima, dà segni di pentimento: «Sulla Rai ora la sinistra ci farà la campagna elettorale. La nostra resistenza su Simona Agnes alla presidenza ci si ritorcerà contro», sussurra un senatore della maggioranza della commissione di Vigilanza Rai. L’Aventino delle opposizioni che ha poi portato alle dimissioni anche dei parlamentari di centrodestra nella commissione che vigila sulla tivù di Stato, infatti, renderà sempre più tesi i rapporti tra le coalizioni.
Simona Agnes e Giampaolo Rossi alla cerimonia del Premio Biagio Anges (foto Imagoeconomica).
Nel governo sono convinti che dietro le dimissioni di Barbara Floridia & co. ci sia una mossa studiata a tavolino, soprattutto da parte di Giuseppe Conte. Perché ora sulla Rai, su Telemeloni e sul fatto di esser stati costretti a lasciare la Vigilanza per non subire il ricatto della destra, il campo largo imposterà un bel pezzo di campagna elettorale da qui al 2027. Con scenari che ricordano quelli dell’editto bulgaro di Silvio Berlusconi da Sofia nel 2002 contro Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, che poi scatenò girotondi e proteste di piazza, rivitalizzando una sinistra che sembrava morta.
Ecco, ora potrebbe accadere la stessa cosa: uno dei temi più caldi su cui il campo largo darà battaglia sarà proprio la Rai: l’occupazione di Telemeloni, i volti di sinistra lasciati scappare, la normalizzazione di Rai 3, la Vigilanza bloccata e la riforma della tivù chiesta dall’Europa ancora al palo, con il rischio dell’infrazione Ue. Tutti in campo con l’elmetto, così come sarà sulla legge elettorale.
Ecco il video comunicato sindacale che la Rai non ha voluto mandare in onda:
Avevamo chiesto di trasmetterlo per porre l'attenzione sullo smantellamento di RaiTre.
L’abbiamo visto già con la maratona oratoria di costituzionalisti, giuristi e politici sul Melonellum: le parole d’ordine sono già quelle dell’allarme democratico, dell’attacco ai valori della Costituzione, del tentativo di far rientrare il premierato dalla finestra, dato che non era riuscito a passare dalla porta. Venerdì 10 luglio andrà in scena un altro appuntamento con parecchia società civile e associazioni.
Copione già scritto per il campo largo
La terza gamba su cui verterà la campagna elettorale delle opposizioni sarà un mix tra la politica estera (dai rapporti con Donald Trump in giù) e la politica economica (il governo in questi anni non ha fatto nulla, anzi l’Italia è più povera e sfiduciata). Insomma, il campo largo, o «alleanza per la Costituzione» come la vorrebbe chiamare Conte, si ritrova la sceneggiatura già scritta. Basterà seguire il copione, fin troppo facile.
Vannacci si lamenta per il poco spazio
Con un’unica novità, rispetto al passato: anche il centrodestra avrà problemi di alleanze, visto che a un certo punto dovrà decidere se imbarcare o meno Roberto Vannacci, scelta niente affatto facile per Giorgia Meloni. Vannacci che, oltretutto, risulta per ora a zero presenze in termini di visibilità proprio sui canali Rai, dai telegiornali all’approfondimento. I vannacciani hanno messo in scena un flash mob davanti a Viale Mazzini, forse ignorando che il palazzo ora è vuoto per ristrutturazione e che i vertici si sono trasferiti all’Eur.
Qui Roma, presidio sotto la sede Rai per protestare contro la censura della tv di Stato nei confronti di Futuro Nazionale, orchestrata dal centrodestra moderato. Un partito che in 3 mesi può contare su 112.000 iscritti e che sta cambiando gli equilibri politici nazionali, secondo… pic.twitter.com/2t8mkhOVv8
Ma da settembre, se le cose non cambieranno, arriveranno altre proteste. Anche le truppe del generalissimo hanno capito l’importanza di avere uno strapuntino nel servizio pubblico. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi alla presentazione dei palinsesti ad Ancona ha provato a ribaltare la narrazione: «TeleMeloni? È solo un’operazione di marketing, a furia di ripeterlo lo si dà per vero, ma la realtà è che la Rai oggi è molto più pluralista che in passato». Intanto i due arcinemici delle ultime settimane, Antonio Marano e Roberto Sergio, non si rivolgono più la parola. Questo è il clima all’interno di mamma Rai. La campagna elettorale è iniziata e anche nella televisione di Stato ci si prepara alla battaglia.
Citazione diretta a giudizio per Maria Rosaria Boccia e il giornalista Carlo Tarallo per la diffusione della registrazione della conversazione privata tra Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini. La Procura di Roma contesta ai due il reato di interferenze illecite nella vita privata, in quanto Boccia «si era procurata indebitamente» la registrazione «avendo imposto» all’allora ministro della Cultura «di tenere aperta la conversazione telefonica con lei mentre parlava con la moglie sotto la minaccia di recarsi a casa loro». L’audio, già reperibile in rete dopo Report, era stato poi pubblicato «sui canali social Facebook ed Instagram della testata giornalistica Anteprima 24 e sul sito online della stessa».
Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica).
L’udienza predibattimentale si terrà il 3 dicembre
Boccia e Tarallo dovranno comparire nell’udienza predibattimentale davanti al Tribunale di Roma il 3 dicembre. Prima ancora, per ottobre, è fissato l’inizio del processo che vede imputata Boccia per stalking aggravato, interferenze illecite nella vita privata, lesioni e diffamazione, oltre che per false dichiarazioni nel curriculum in relazione all’organizzazione di eventi. «Sarebbe ora che terminasse questo accanimento giudiziario. Ad ogni modo siamo certi che verrà dimostrata l’assoluta assenza di responsabilità in capo alla nostra assistita nel corso del processo», hanno dichiaratoi legali dell’imprenditrice.
Il Gruppo Intesa Sanpaolo ha concluso con successo la migrazione su cloud dei propri sistemi IT core, nell’ambito di un progetto di trasformazione digitale realizzato in collaborazione con Tim e Google Cloud. L’iniziativa, nata per rendere l’infrastruttura IT della banca più veloce, sicura, AI-ready e sostenibile, ha raggiunto e superato i target tecnici previsti. Avvalendosi delle due region di Google Cloud a Torino e Milano ospitate nei data center di Tim, il programma ha consentito il trasferimento sicuro e senza interruzioni di una parte fondamentale dei sistemi IT del gruppo bancario.
Prestazioni elevate grazie a cloud, data center e connettività di rete
Oltre 800 applicazioni sono state migrate con successo sull’infrastruttura di Google Cloud e altrettante sono state dismesse all’interno della sede fisica della banca. L’infrastruttura sicura e affidabile e le funzionalità avanzate per i dati di Google Cloud, unite alle prestazioni dei data center, della connettività e alle competenze messe a disposizione da Tim, sono stati i principali abilitatori del programma, che hanno consentito di gestire ingenti trasferimenti di dati con elevati standard di sicurezza, velocità e minima latenza tra ambienti cloud e sistemi preesistenti. L’infrastruttura cloud ha assorbito infatti volumi di carico imponenti, garantendo la continuità operativa del business senza registrare alcun major incident durante le fasi di migrazione. Determinante anche il modello di governance end-to-end gestito da Tim, che ha permesso di mitigare efficacemente i rischi e garantire il controllo dei costi attraverso un monitoraggio metodico di FinOps.