Libero, Sechi cacciato da Angelucci: i motivi della rottura tra tensioni e scontro politico

Buonanotte al Sechi. Dopo voci di frizioni che si rincorrevano da tempo, il direttore di Libero Mario Sechi è stato cacciato dall’editore Antonio Angelucci. Lo ha annunciato lui stesso su X, con tono ovviamente polemico: «Angelucci mi ha licenziato. Lo ha fatto nel momento in cui sono finito sotto scorta, minacciato di morte dai terroristi anarco-insurrezionalisti».

Poco prima era stato più criptico, twittando semplicemente: «Libero». Ma il gioco di parole non è stato colto, e quindi ha dovuto spiegarlo in modo meno romantico.

Il timing della defenestrazione, in effetti, non è stato il massimo: Sechi aveva appena raccontato delle minacce ricevute e del suo sentirsi come uno che «vive prigioniero da uomo libero». Ricevendo la solidarietà bipartisan dal mondo della politica: Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Ignazio La Russa, Giuseppe Conte, fino al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Angelucci però non si è fatto intenerire. Con una battuta, si potrebbe dire che finire sotto scorta non porta granché bene, a livello lavorativo: capitò infatti praticamente la stessa cosa a Carlo Verdelli il 14 marzo 2020, messo sotto protezione per minacce di morte e intimidazioni di matrice nazifascista ma comunque sollevato dall’incarico di direttore di Repubblica neanche un mese dopo. Questa però è un’altra storia.

Libero, Sechi cacciato da Angelucci: i motivi della rottura tra tensioni e scontro politico
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Libero, Sechi cacciato da Angelucci: i motivi della rottura tra tensioni e scontro politico
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Libero, Sechi cacciato da Angelucci: i motivi della rottura tra tensioni e scontro politico
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Libero, Sechi cacciato da Angelucci: i motivi della rottura tra tensioni e scontro politico
Libero, Sechi cacciato da Angelucci: i motivi della rottura tra tensioni e scontro politico
Libero, Sechi cacciato da Angelucci: i motivi della rottura tra tensioni e scontro politico

Tra direttore ed editore c’erano stati mesi di tensioni. Un po’ come quelli registrati con il direttore editoriale Daniele Capezzone, che infatti avevano portato all’addio dell’ex Radicale. Sechi si sentiva forte del fatto di rappresentare la linea meloniana, ma Angelucci ha tirato dritto andando allo scontro frontale: l’imprenditore, editore dei quotidiani di centrodestra e ras delle cliniche private, è anche deputato leghista “a tempo perso” (nel senso che in parlamento non ci va mai, è re degli assenteisti), a dimostrazione dunque che nella maggioranza ormai siamo davvero alla resa dei conti tutti contro tutti.

Libero, Sechi cacciato da Angelucci: i motivi della rottura tra tensioni e scontro politico
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).

Per la sua successione si fa il nome di Sallusti, altro meloniano

E adesso chi al suo posto? Si fa il nome di Alessandro Sallusti, e sarebbe un cavallo di ritorno, visto che è già stato direttore di Libero in due mandati, dal 2007 al 2008 e dal 2021 al 2023, nel più classico dei rimpalli di carriera con il Giornale (stesso rimbalzo che hanno fatto Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro). Di certo Sallusti è un altro meloniano di ferro, e con la premier ha scritto anche un libro, La versione di Giorgia (Rizzoli, 2023).

Libero, Sechi cacciato da Angelucci: i motivi della rottura tra tensioni e scontro politico
Alessandro Sallusti (foto Imagoeconomica).

Sechi era stato addetto stampa “flash” di Giorgia Meloni, nel senso che durò pochissimo: tre mesi e 23 giorni, da marzo a giugno del 2023. Poi l’approdo alla guida di Libero, dove verrà ricordato per pagine memorabili di giornalismo, come l’aver incoronato la premier “uomo dell’anno”.

Lo Stabilicum e il vecchio miraggio della legge elettorale che fa vincere

Ci risiamo, è tornata la febbre della legge elettorale, cioè del tentativo spesso riuscito di cambiare le regole in corsa nella speranza di vincere e restare a Palazzo Chigi.

Tante modifiche, ma l’obiettivo della stabilità ancora non è stato raggiunto

Dopo 47 anni con lo stesso sistema (proporzionale puro, la cosiddetta legge truffa visse un anno e non fu mai usata) che ha garantito altrettanti anni di governo alla Dc, se passasse la riforma Meloni con il curioso nome di Stabilicum, dalla nascita della Seconda Repubblica a oggi sarebbe la quinta volta in 30 anni che si procede a una modifica, senza aver sempre centrato l’obiettivo sbandierato ogni volta: dare stabilità al Paese. Stabilità che, quando si è avuta – come negli ultimi tre anni e mezzo – è stata piuttosto frutto di una buona campagna elettorale e di scelte politiche ben precise, che siano poi più o meno condivise lo decideranno gli elettori al prossimo giro. Ma l’arte di cavillare sulla legge elettorale, nella speranza di moltiplicare i voti come fossero pani e pesci, finora ha piuttosto portato (insieme a una offerta politica con sempre maggiori lacune strutturali) a un calo dell’affluenza che dovrebbe, quella sì, preoccupare la politica tutta.

Lo Stabilicum e il vecchio miraggio della legge elettorale che fa vincere
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Di riforma in riforma siamo arrivati al Rosatellum

Mattarellum, la tentata svolta dopo Tangentopoli

La prima riforma, a ridosso di Tangentopoli, voleva portare appunto stabilità dopo decenni di governi brevi (sempre con la Dc al centro però) e far sparire le preferenze che erano degenerate nel clientelismo. Era il 1993 e sulla scia della nuova e tuttora usata legge per eleggere i sindaci, nacque il Mattarellum. Un mix di poco proporzionale e molto maggioritario che introduceva bipolarismo e collegi uninominali: portò prima al governo Berlusconi, poi a quello Prodi e nel 2001 di nuovo al Berlusconi 2.

Lo Stabilicum e il vecchio miraggio della legge elettorale che fa vincere
Silvio Berlusconi e Romani Prodi (Ansa).

Il Porcellum e la Consulta “legislatrice”

La nuova legge fu innanzitutto tradita da chi cambiava casacca e schieramento, poi venne abolita e rimpiazzata con quello che il suo ideatore, Roberto Calderoli, battezzò Porcellum. Era un ritorno al proporzionale ma con il premio di maggioranza e le liste dei candidati bloccate dai capi partito. La Corte costituzionale ne bocciò una parte, dando vita al mai usato Consultellum, introducendo così un precedente che è stato determinante negli anni a seguire e, di fatto, anche oggi: per la prima volta i giudici della Consulta intervennero su una legge elettorale, materia che finora era stata considerata intoccabile per garantire l’autonomia delle due Camere e, nel cassare una parte di regole, divennero di fatto essi stessi legislatori. Il Porcellum fu usato per tre legislature, dal 2005 al 2015 e il risultato furono una legislatura di due anni (governo Prodi 2), una di cinque con cambio di maggioranza e governo a metà strada (prima Berlusconi poi Monti) e una in cui il primo arrivato, Pierluigi Bersani, ammise di aver «non vinto», lasciando campo libero a tre cambi di governo e tre diverse maggioranze.

Lo Stabilicum e il vecchio miraggio della legge elettorale che fa vincere
Roberto Calderoli (Imagoeconomica).

L’Italicum renziano rottamato senza essere mai usato

Matteo Renzi nel 2015 si inventò allora l’Italicum, dialogando con Silvio Berlusconi che però alla fine si sfilò dall’accordo. L’Italicum era un proporzionale con premio di maggioranza e sbarramento. Fu approvato con la fiducia, cosa mai successa, ma venne cassato dalla Corte costituzionale e quindi rottamata senza essere mai usata. Due anni dopo, a sanare le criticità indicate dalla Corte, fu approvato il Rosatellum, anch’esso un mix di proporzionale e maggioritario con cui si è votato nel 2018 (tre governi e tre maggioranze) e nel 2022 (un governo, una maggioranza).

Lo Stabilicum e il vecchio miraggio della legge elettorale che fa vincere
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Le polemiche sullo Stabilicum e il rischio di perdere un’altra occasione

La materia, come molti dicono, è assai noiosa, le regole sono difficili da capire e a volte nemmeno chi le scrive sa davvero cosa succederà al momento del voto. Ma sono importanti e di solito funzionano meglio quando sono condivise. Di certo, dopo l’abolizione del Mattarellum, l’aver lasciato ai partiti la decisione monocratica sui candidati non ha aiutato né la selezione della classe dirigente portata dai collegi uninominali, né l’attaccamento al territorio tradizionalmente legato alle preferenze. E, soprattutto, la storia delle leggi conferma che l’unica vera garanzia per vincere le elezioni e restare al governo è fare politica, auspicabilmente buona politica, scegliendo i temi giusti in campagna elettorale, dando vita a un’alleanza che duri cinque anni e indicando un programma che piaccia agli elettori, agli alleati e non sia sconfessato dall’azione di governo. In questi giorni sta ripartendo il cantiere della riforma elettorale, la polemica è già al calor bianco, in attesa che i partiti decidano come affrontare questo anno elettorale, la speranza è che non sia l’ennesima occasione sprecata. 

Netanyahu ordina all’IDF di prendere il controllo del 70 per cento di Gaza

In contrasto con quanto previsto dagli accordi di cessate il fuoco con Hamas in vigore da ottobre, Benjamin Netanyahu ha ordinato alle forze armate di Israele di prendere controllo del 70 per cento della Striscia di Gaza. È stato lo stesso primo ministro israeliano ad annunciarlo, nel corso di una conferenza stampa da un insediamento nella Cisgiordania occupata: «Stiamo attualmente soffocando Hamas. Ora controlliamo il 60 per cento del territorio della Striscia. Eravamo al 50, siamo passati al 60. La mia direttiva è di arrivare al 70 per cento».

La metodologia PRAIM e UrbanMIS tracciano il futuro dei borghi irpini

Comprendere il territorio attraverso l’analisi dei dati, orientare le scelte di rigenerazione urbana e supportare il riuso strategico del patrimonio edilizio dismesso. Sono questi gli obiettivi al centro del workshop PRAIM, tenutosi il 22 maggio 2026 presso l’Ex Carcere Borbonico di Avellino, nell’ambito di un percorso di ricerca dedicato ai piccoli centri delle aree interne irpine.

L’iniziativa, sviluppata dal Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università degli Studi di Salerno in collaborazione con la Provincia di Avellino, ha rappresentato un momento di confronto istituzionale, tecnico e operativo sul tema del riuso adattivo del patrimonio costruito dismesso dei piccoli centri delle aree interne. Il coordinamento scientifico dell’impostazione metodologica PRAIM è riconducibile al professor Pierfrancesco Fiore e agli architetti Attilio Ferraro e Emanuela D’Andria, nell’ambito delle attività di ricerca condotte presso l’Ateneo salernitano.

Il workshop ha coinvolto sei tavoli di lavoro, ciascuno dedicato al possibile riuso di un edificio dismesso localizzato in sei comuni dell’area irpina connessi alla storica tratta ferroviaria Avellino-Rocchetta Sant’Antonio. L’obiettivo non è stato quello di assumere decisioni definitive, ma di costruire una base conoscitiva condivisa, raccogliere indicazioni qualificate dagli attori territoriali e far emergere priorità, criticità, vocazioni e opportunità di riuso.

Il ruolo di UrbanMIS, spin-off dell’Università di Salerno partecipato da Evolution Group

In questo quadro, UrbanMIS, spin-off dell’Università degli Studi di Salerno partecipato da Evolution Group, è stato coinvolto per fornire un supporto analitico alla lettura dei territori interessati. Lo spin-off ha contribuito alla predisposizione di mappe informative, infografiche e sintesi territoriali utili a guidare i partecipanti nella comprensione dei contesti locali, con particolare riferimento agli aspetti infrastrutturali, demografici, economici e insediativi.

Durante i lavori, UrbanMIS, rappresentata dal professor Giuseppe d’Aniello e dall’ingegnere Alessandro Polverino, ha illustrato il contributo dell’analisi dei dati territoriali a supporto dei processi decisionali pubblici. Tale attività si inserisce nel più ampio ambito di sviluppo di Janus Urbanis, piattaforma orientata all’analisi della situazione urbana e territoriale, con l’obiettivo di supportare enti pubblici e privati nella definizione di strategie fondate su dati, indicatori e rappresentazioni conoscitive integrate.

Ucraina, ucciso il contractor italiano Alex Pineschi

È morto in Ucraina il contractor italiano Alex Pineschi. Lo ha annunciato l’associazione Memorial: «Il nostro amato fratello italiano Alex Pineschi, che prestava servizio in Ucraina come volontario, ha perso la vita sul campo di battaglia. Onore, gloria e gratitudine al nostro fratello». Originario di La Spezia, Pineschi ha prestato servizio nell’8° Reggimento Alpino dell’Esercito italiano e in seguito ha lavorato nel settore della sicurezza privata. Arrivato in Ucraina ad aprile, era entrato a far parte di un’unità droni chiamata “Team Green Badgers”: sarebbe stato ucciso assieme ai suoi compagni nella zona di Liman il 23 maggio 2026. Nel 2014 Pineschi si era recato nel Kurdistan iracheno di propria iniziativa, per aiutare a combattere l’Isis.

False fatture per il suo programma su Rete 4, indagata Michela Brambilla

Michela Vittoria Brambilla, deputata di Noi Moderati ed ex ministra del Turismo, è tra gli indagati di un’inchiesta della procura di Milano che ipotizza il reato di false fatturazioni per la realizzazione del programma televisivo Dalla parte degli animali, in onda dal 2017 su Rete 4. Perquisizioni della Guardia di Finanza a Roma, Torino e Roma: investigatori nella sede dell’Enci (Ente nazionale cinofilia italiana) e di tre società di produzione televisiva.

False fatture per il suo programma su Rete 4, indagata Michela Brambilla
Michela Vittoria Brambilla (Imagoeconomica).

Il reato ipotizzato dalla Procura di Milano

La Procura di Milano ipotizza che tra il 2020 e il 2026 ci sia stato un giro di false fatture per sponsorizzazioni, per un valore totale di 1,5 milioni di euro, di cui il 90 per cento sarebbe finito a Brambilla come compenso per la conduzione e il 10 per cento alla produzione. Gli indagati sono almeno sei. Oltre a Brambilla sono stati iscritti nel fascicolo, Espedito Massimo Muto, presidente dell’Enci, e gli amministratori delle società di produzione del programma, che è stato ideato dalla stessa Brambilla assieme a Silvio Berlusconi.

Il gruppo Sae completa l’acquisizione de La Stampa

Il gruppo Sapere Aude Editori (Sae), guidato da Alberto Leonardis, ha completato l’operazione di acquisizione del quotidiano La Stampa e dei rami d’azienda collegati da Gedi, gruppo da poco ceduto da Exor – società della famiglia Agnelli-Elkann – ai greci di Antenna. Per favorire l’operazione, il gruppo di Leonardis ha costituito una sub holding, Sae Piemonte – composta da Sae con il 51 per cento e Toto Holding con il 49 – finalizzata alla partecipazione di maggioranza nella società La Stampa Sae, che sarà proprietaria della testata.

LEGGI ANCHE: La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale

La Stampa Sae: Briolini ceo, Ceretti presidente

«Porteremo La Stampa ancora più al centro del panorama mediatico, innovando e valorizzando i suoi talenti, la sua tradizione e la sua identità. Questo traguardo è stato possibile soprattutto grazie all’impegno e alla professionalità dei giornalisti del nostro gruppo. Conoscendo la qualità di chi compone la redazione, non possiamo che guardare al futuro con fiducia, certi che ci attendano successi ancora più grandi», ha dichiarato Leonardis, presidente e ceo di Sae. Il ruolo di amministratore delegato di La Stampa verrà affidato a Massimo Briolini, mentre la carica di presidente sarà assunta da Paolo Ceretti (che ricopriva lo stesso incarico in Gedi). La Stampa Sae, si legge in una nota, «oltre ai rilevanti investitori del territorio, su azionisti di primo piano, fra i quali: Fondazione di Sardegna, Carimonte Holding, Sportcast, Reale Mutua e Toto Holding».

Papa Leone, Anthropic e il giallo di Claude Mythos: le pillole del giorno

La storia sembra uscita dal Codice da Vinci, ma la penna non è quella di Dan Brown. Tutto parte da Papa Leone XIV che alla presentazione dell’enciclica Magnifica Humanitas, dedicata all’intelligenza artificiale, ha voluto seduto vicino Christopher Olah, cofondatore di Anthropic insieme a Dario Amodei.

Papa Leone, Anthropic e il giallo di Claude Mythos: le pillole del giorno
Pope Leone XIV con Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (Ansa).

Proprio in questi giorni la società di Olah sta facendo tremare la BCE. Tanto che lunedì 26 maggio Christine Lagarde ha convocato un meeting urgente con le banche dell’area euro per lanciare l’allarme su Claude Mythos, il nuovo modello di IA targato Anthropic, che sarebbe in grado di individuare le vulnerabilità dei sistemi delle banche, quelle falle finora nascoste da cui potrebbero entrare i cybercriminali: chi lo ha, può gestire il futuro del mondo finanziario. Solo alcuni privilegiati di Wall Street hanno testato Claude Mythos, a cominciare da Jp Morgan, e questo ha fatto drizzare le antenne a Francoforte che ha esortato gli statunitensi a condividere le informazioni a cui finora le controparti europee non hanno avuto accesso.

Papa Leone, Anthropic e il giallo di Claude Mythos: le pillole del giorno
Christine Lagarde (Ansa).

Ma che c’entra Papa Leone XIV in tutto questo? A sentire alcuni cardinali c’entra eccome. Non solo perché «in teologia magari non sarà ferratissimo ma è un matematico di prim’ordine che conosce la tecnologia meglio di tutti gli altri, tra i Sacri palazzi», ma anche per il suo interesse nella finanza. Prevost ha profondamente riformato lo IOR con ottimi risultati visto che il bilancio 2025 si è chiuso con un utile di 51 milioni di euro, in crescita del 55 per cento rispetto al 2024, anche grazie a una «gestione attiva e disciplinata dei portafogli». Bene, si mormora che Claude Mythos sarebbe già entrato tra le mura digitali dell’Istituto per le Opere di Religione. Se fosse confermato, la finanza vaticana avrebbe un vantaggio enorme rispetto a quella italiana ed europea. Non a caso molti porporati concordano sul fatto che «far diventare Papa uno che di numeri ci capisce davvero è stata proprio un’ottima scelta». Sotto questa luce, quel «camminare insieme» pronunciato da Olah al cospetto di Leone, assume tutto un altro significato.

Papa Leone, Anthropic e il giallo di Claude Mythos: le pillole del giorno
Christopher Olah (Ansa).

Vannacci, Alemanno e la “presa” di Roma

Gianni Alemanno uscirà dal carcere tra un mese e ad aspettarlo, politicamente si intende, ci sarà Roberto Vannacci. Il movimento Indipendenza dell’ex sindaco di Roma ha infatti stretto un’alleanza con Futuro Nazionale, il partito del generale che il 13 e il 14 giugno all’Auditorium della Conciliazione celebrerà l’assemblea costituente. L’obiettivo del patto di ferro? Dare vita «a un polo sovranista, identitario e nazional popolare». Caso vuole che proprio il 13 giugno, a Roma, sia stata indetta una manifestazione nazionale per la remigrazione, promossa dal comitato Remigrazione e conquista, sotto il cui ombrello si muovono CasaPound, Veneto Fronte Skinheads e Brescia ai Bresciani. Il generale saluterà i “patrioti” in marcia sulla Capitale?

Papa Leone, Anthropic e il giallo di Claude Mythos: le pillole del giorno
Gianni Alemanno (Imagoeconomica).

Tra i protagonisti dell’alleanza Alemanno-Vannacci oltre a Ramona Castellino, sorella dell’ex leader di Forza Nuova Giuliano (attualmente a Rebibbia come Alemanno), ci sono anche i futuristi Riccardo Corsetto – un passato di responsabile dell’ufficio stampa del Delegato del sindaco di Roma alle Politiche agricole e di militanza prima nella Lega e poi in FdI – e Marco Pomarici, presidente dell’Assemblea capitolini ai tempi di Alemanno, che è stato forzista, leghista e meloniano prima di essere folgorato dalla folgore Vannacci. A quanto pare una folgorazione ricambiata: si sussurra che Pomarici possa essere il candidato futurista per le Comunali a Roma, in caso in cui il generalissimo decida di non entrare nella coalizione di centrodestra. O non venisse invitato a farne parte.

LEGGI ANCHE: Il futuro del centrodestra e il bivio della Lega nell’era Vannacci

Sondaggi politici, la Supermedia: coalizioni appaiate, balzo di Futuro Nazionale

La Supermedia Agi/Youtrend del 28 maggio, basata su nove sondaggi sulle intenzioni di voto condotti da sei diversi istituti, risulta coerente con i risultati della recente tornata elettorale delle Comunali. Stabile al 28,4 per cento Fratelli d’Italia. Sale al 22,2 per cento il Partito democratico (+0,2), mentre scende al 12,3 per cento il Movimento 5 stelle (-0,3). Ferma a 8,2 per cento Forza Italia, mentre la Lega cala al 7 per cento (-0,3). Alleanza Verdi e Sinistra è data al 6,5 per cento (+0,1). Il dato più significativo è la crescita di Futuro Nazionale, che sale al 4 per cento (+0,4). Stabili Azione al 3 per cento e Italia Viva al 2,5 per cento. +Europa scende all’1,4 per cento (-0,2). Poi Noi Moderati all1,3 per cento (+0,1).

Sondaggi politici, la Supermedia: coalizioni appaiate, balzo di Futuro Nazionale
Elly Schlein e alle sue spalle sul maxischermo Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Per quanto riguarda le coalizioni, l’ultima Supermedia Agi/Youtrend non vede stravolgimenti nei rapporti di forza: vede infatti ancora appaiati campo largo e centrodestra, dati rispettivamente al 44,9 e al 44,8 per cento. Leggerissimo calo per entrambe le coalizioni: -0,2 per cento.

Tajani prova a smorzare sull’Ucraina: «Governo favorevole all’adesione all’Ue»

«Il governo è favorevole all’adesione dell’Ucraina all’Ue. Il problema è quello dei tempi, si sta studiando a livello europeo qual è la formula migliore. Ci sono tante proposte sul tavolo, però ripeto: bene l’Ucraina, noi li aiuteremo, ma è importante non mettere in un angolo l’adesione dei Balcani, che rappresentano per noi una priorità». Lo ha detto Antonio Tajani arrivando alla riunione informale dei ministri degli Esteri Ue a Cipro, smorzando le tensioni nella maggioranza.

L’accelerazione dopo la sconfitta di Orban in Ungheria

Negli ultimi giorni c’è stata un’accelerazione nel percorso di adesione dell’Ucraina (e della Moldavia) all’Ue. La proposta di aprire il primo gruppo di capitoli negoziali per i due Paesi dovrebbe essere presentata dalla Commissione al Consiglio Affari generali del 16 giugno. Poi si potrà esprimere il summit dei leader in programma il 18 e 19 dello stesso mese. La svolta, almeno per Kyiv, è arrivata dopo l’uscita di scena del filorusso Viktor Orban, sostituito come primo ministro ungherese da Peter Magyar, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Il duro comunicato della Lega contro l’Ucraina nell’Ue

«La Lega è assolutamente contraria a ogni ipotesi di adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Oltre a non avere i requisiti necessari, che altri Paesi hanno o stanno per ottenere dopo anni di lavoro, Kyiv nella Ue rappresenterebbe un danno economico e sociale di enormi proporzioni»: questa la posizione del Carroccio, espressa in un comunicato dai toni decisamente più duri del solito. La nota aveva provocato la reazione delle opposizioni, con il Pd che aveva esortato Giorgia Meloni: «Sconfessi immediatamente i suoi alleati della Lega che continuano a perseguire una agenda filorussa. L’Ucraina non solo può e deve, ma sarà nell’Ue».

Tajani: «Per noi la priorità sono i Balcani»

Dopo il comunicato della Lega, Tajani – parlando a nome di Forza Italia e in generale della maggioranza – aveva replicato che il governo italiano è favorevole «all’avvio di un percorso che porti l’Ucraina all’interno dell’Unione europea». Il titolare della Farnesina aveva aggiunto: «Non dobbiamo dimenticare che ci sono altri Paesi candidati. Per noi la priorità sono i Balcani, fermo restando che l’Ucraina e la Moldavia devono avviare un percorso, devono anche combattere la corruzione, rispettare le regole per far parte dell’Ue». Anche per Fratelli d’Italia la linea resta quella del sostegno al percorso europeo di Kyiv, fermo restando che deve andare di pari passo con quello avviato da tempo dai Paesi balcanici.

Tajani prova a smorzare sull’Ucraina: «Governo favorevole all’adesione all’Ue»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Gli Stati Uniti ripristinano le sanzioni contro Francesca Albanese

Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha ripristinato le sanzioni nei confronti della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi Francesca Albanese, che è stata di nuovo inserita nella blacklist Usa: per il momento non sono state rese note le eventuali nuove motivazioni.

La famiglia di Albanese aveva fatto causa all’Amministrazione Trump

A febbraio la famiglia di Albanese aveva presentato una causa contro l’amministrazione Usa per le sanzioni imposte all’esperta nel 2025 per la sua presunta «guerra economica e politica» contro gli Stati Uniti e Israele, sfruttando la cittadinanza americana di uno dei loro figli, benché ancora minorenne.

Cosa prevedono le sanzioni americane nei confronti di Albanese

Albanese accusa Israele di genocidio, posizione ribadita dall’esperta italiana nel corso di conferenze e incontri in giro per il mondo. In conseguenza delle sanzioni imposte ad Albanese, la relatrice Onu non può entrare nel territorio statunitense e non ha accesso nemmeno ai suoi conti bancari, dunque non ha facoltà di utilizzare le proprie carte di credito, potendosi affidare solo ai contanti.

Meloni: «Non possiamo dire agli italiani che ci sono soldi solo per la difesa»

«Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa. E lo dico da persona che sostiene con forza la necessità che Italia ed Europa facciano di più per difendersi». Lo ha affermato Giorgia Meloni ospite di Mattino Cinque, parlando della trattativa con la Commissione Ue per ottenere flessibilità per le misure contro il caro energia. «Quando chiedi a qualcun altro di occuparsi della tua difesa poi lo paghi. Se di fronte alle crisi non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione. Bisogna cercare un equilibrio», ha aggiunto la premier.

Meloni: «Il costo del carburante è cresciuto meno che in Francia o Germania»

Meloni ha poi assicurato che i provvedimenti del governo in arrivo per scongiurare gli effetti della crisi energetica «saranno sempre puntuali», dicendo: «Ovviamente io comprendo la preoccupazione dei cittadini in questo periodo, è un po’ anche la mia preoccupazione, però voglio anche dire a quei cittadini che possono stare certi del fatto che il governo farà tutto quello che può e che deve per combattere le conseguenze delle crisi internazionali che noi stiamo vivendo». Per quanto riguarda il taglio delle accise, la presidente del Consiglio ha spiegato che «è stato un modo per impedire che esplodesse l’aumento dei prezzi», forse «una magra consolazione, ma da noi il costo del carburante è cresciuto sensibilmente meno di quanto non sia accaduto per esempio in Francia o in Germania».

Meloni: «Non possiamo dire agli italiani che ci sono soldi solo per la difesa»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Sull’immigrazione: «Questo governo ha realizzato un cambio di passo totale»

La premier ha inoltre affrontato il tema dei migranti. «Questo governo ha realizzato un cambio di passo totale rispetto al passato, di fatto interrompendo una volta per tutte l’incremento incontrollato dell’immigrazione illegale, al quale noi assistevamo da anni. Abbiamo invertito la tendenza in modo drastico», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Potremmo anche fare ancora meglio da subito se tutte le componenti dello Stato remassero nella nostra stessa direzione».

Polo strategico nazionale, l’ad Iannetti in bilico

Cambi in vista nell’organigramma del Polo strategico nazionale (PSN), la società cui fa capo l’infrastruttura cloud creata per dotare la Pubblica Amministrazione italiana di servizi digitali ad alta affidabilità, che vede nel suo azionariato la presenza di Tim, Leonardo, Cdp Equity (che però sta cedendo a Poste la sua quota) e Sogei. In ballo la possibile sostituzione dell’amministratore delegato Emanuele Iannetti fortemente voluto dal ministro Guido Crosetto e il cui nome è finito nell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti della Difesa. Il candidato più accreditato a prendere il suo posto è Serafino Sorrenti, attuale capo della segreteria tecnica del Sottosegretario all’Innovazione Tecnologica, Alessio Butti.

Trovato il tesoro della droga di Messina Denaro: sequestri per 200 milioni di euro

Trovato il tesoro della droga del capomafia Matteo Messina Denaro, arrestato nel 2023 e poi morto per un tumore nello stesso anno. Un’operazione internazionale, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo e condotta dai Finanzieri del comando provinciale del capoluogo siciliano, ha infatti consentito di ricostruire un enorme patrimonio frutto del reimpiego (anche attraverso società off shore), dei guadagni incassati dagli Anni 80 grazie al narcotraffico sotto l’egida di Messina Denaro. Sequestrati di beni, società e disponibilità finanziarie per oltre 200 milioni di euro e arrestate tre persone, accusate di impiego di denaro di provenienza illecita aggravato dall’agevolazione mafiosa.

Il denaro era stato “pulito” tramite investimenti in vari Paesi

Il denaro ricavato dal narcotraffico era stato “pulito” tramite investimenti in eolico, edilizia, grande distribuzione e turismo, in varie parti del mondo. Le operazioni, oltre che in Italia, si sono svolte infatti ad Andorra, Gibilterra, alle isole Cayman, in Lussemburgo, in Svizzera, in Libano, nel Principato di Monaco e in Spagna (a Malaga, Marbella, Benahavis e Puerto Banùs).

Attacco Usa in Iran, Teheran colpisce quattro navi a Hormuz e una base americana

Altro che accordo di pace tra Stati Uniti e Iran: nella notte italiana si sono verificati vari attacchi da parte delle forze americane, che hanno portato alla risposta dei pasdaran. L’esercito Usa, ha abbattuto quattro droni di Teheran e colpito un centro di controllo nella città meridionale di Bandar Abbas, da dove stava per essere lanciare un quinto velivolo a pilotaggio remoto. Il Comando Centrale degli Stati Uniti, come accaduto in precedenza, ha descritto le azioni come «puramente difensive».

La rappresaglia dei pasdaran

Un funzionario americano ha spiegato che le ultime azioni militari hanno avuto l’obiettivo di «mantenere il cessate il fuoco». Per rappresaglia, i pasdaran hanno annunciato di aver colpito una base americana. Lo riferisce la televisione di Stato Irib. Non solo. Come riporta l’agenzia di stampa Tasnim, dopo gli attacchi statunitensi quattro imbarcazioni sono state intercettate dalle forze navali di Teheran mentre tentavano di attraversare lo stretto di Hormuz senza aver coordinato la manovra con le autorità. Le imbarcazioni hanno ricevuto e ignorato un avvertimento dalle forze navali iraniane, che poi hanno aperto il fuoco. Dopo gli spari, sono tornate indietro.

Consap, l’ombra del conflitto d’interessi su un’assunzione: il Mef cosa dice?

Il rinvio dell’assemblea Consap al 16 giugno 2026 (era prevista il 25 maggio) apre un interrogativo politico e gestionale non secondario: che cosa sta accadendo nella società totalmente partecipata dal ministero dell’Economia mentre restano sospese le decisioni sulle nomine? Ricordiamo che Consap opera come “braccio operativo” dello Stato per gestire fondi di pubblica utilità, indennizzi e servizi di garanzia a tutela dei cittadini, ed è tra gli attori istituzionali finiti nel mirino per i ritardi nella ricostruzione post-alluvione del 2023 in Emilia-Romagna.

Consap, l’ombra del conflitto d’interessi su un’assunzione: il Mef cosa dice?
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo col presidente di Consap Sestino Giacomoni (foto Imagoeconomica).

Secondo quanto viene riferito, lunedì 25 maggio l’amministratore delegato Vincenzo Sanasi d’Arpe ha firmato la lettera di assunzione di Loida Divisi, legata da rapporti familiari con la moglie del presidente Sestino Giacomoni (è la cugina). Lei, forte di questa prospettiva lavorativa, avrebbe poi rassegnato le dimissioni da una società che gestisce attività di archiviazione documentale per Consap e che conserva una parte rilevante della documentazione nelle strutture dell’area di Monterotondo.

Consap, l’ombra del conflitto d’interessi su un’assunzione: il Mef cosa dice?
La lettera di assunzione.
Consap, l’ombra del conflitto d’interessi su un’assunzione: il Mef cosa dice?
Vincenzo Sanasi d’Arpe, ad di Consap (foto Imagoeconomica).

La questione del noleggio di un’Alfa Romeo Tonale 1.6 turbodiesel

A ciò si aggiunge un ulteriore tema: il presunto noleggio da parte di Consap di un’Alfa Romeo Tonale 1.6 turbodiesel. La normativa sulla mobilità delle pubbliche amministrazioni prevede che, dal 2020, almeno metà del rinnovo delle dotazioni avvenga tramite veicoli elettrici, ibridi o a idrogeno; resta inoltre il limite generale dei 1.600 cc per le auto di servizio.

Consap, l’ombra del conflitto d’interessi su un’assunzione: il Mef cosa dice?
La foto dell’Alfa Romeo Tonale 1.6 turbodiesel noleggiata da Consap.

La domanda, dunque, è semplice: il rinvio delle nomine serve solo a completare un ordinato percorso istituzionale, oppure sta offrendo tempo e spazio per ulteriori decisioni discrezionali in favore dell’attuale vertice Consap? Il Mef di Giancarlo Giorgetti, azionista unico, dovrebbe chiarire prima del 16 giugno.

Consap, l’ombra del conflitto d’interessi su un’assunzione: il Mef cosa dice?
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Terna, un fedelissimo di Monti a capo di Relazioni istituzionali e Comunicazione

Con la partenza del nuovo corso di Terna si riempiono anche le varie caselle di comando. Con nomi non certo casuali, anzi. L’era dell’amministratore delegato Pasqualino Monti è appena iniziata, una volta sciolto il groviglio della buonuscita dell’ex ad Giuseppina Di Foggia, e adesso prende forma l’organigramma aziendale con la nomina di un fedelissimo come Giovannantonio Macchiarola, scelto per il ruolo di direttore Relazioni istituzionali e Comunicazione.

Terna, un fedelissimo di Monti a capo di Relazioni istituzionali e Comunicazione
Pasqualino Monti (Imagoeconomica).

Del resto il manager, che ha già preso servizio, arriva da Enav, cioè proprio l’ex società in cui Monti è stato ceo, quotata in Borsa e leader nella gestione del traffico aereo e delle infrastrutture aeronautiche. Lì Macchiarola ha ricoperto l’incarico di Head of Public Affairs, Communication, International Affairs and Brand Identity. Da gennaio 2024 è anche componente del consiglio di amministrazione di D-Flight. In passato era stato in Eni per cinque anni, tra il 2017 e il 2023, mentre nel 2016 ha svolto l’attività di avvocato in Deloitte Legal.

Terna, un fedelissimo di Monti a capo di Relazioni istituzionali e Comunicazione
Angelino Alfano e Giovannantonio Macchiarola nel 2010 (foto Imagoeconomica).

È laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo, e soprattutto ha un passato nel mondo della politica: è stato per anni uno dei più fidati collaboratori di Angelino Alfano, proprio lui, il “delfino” mancato di Silvio Berlusconi per mancanza di quid. Lo ha seguito sia al ministero della Giustizia sia al Viminale. Ora invece Macchiarola viene dato in quota Francesco Lollobrigida. Curiosità: il lavoro nelle partecipate è una questione di famiglia: anche la moglie Valeria Venuto (ex assistente di Ignazio La Russa) ha un bell’incarico come responsabile dei Rapporti istituzionali di Anas.

La legge elettorale approda alla Camera il 26 giugno

La legge elettorale approderà in Aula alla Camera dei deputati per la discussione generale il 26 giugno. I capigruppo di centrodestra hanno chiesto alla riunione dei presidenti dei gruppi di Montecitorio di poterla inserire a giugno nell’ordine del giorno. La calendarizzazione è stata aspramente criticata dalle opposizioni. Riccardo Ricciardi del M5s ha parlato di «prima legge elettorale fatta con comunicati stampa». Così Riccardo Magi, segretario di +Europa: «La trattano come fosse un decreto per poter contingentare i tempi, non è accettabile». Per Chiara Braga del Pd, la calendarizzazione è «l’ennesima forzatura di una maggioranza ossessionata dal cambiare le regole del gioco». Questo il commento di Marco Grimaldi di Avs: «Nelle prossime settimane continueremo a chiedere a tutte le istituzioni, comprese le presidenze, di non oltrepassare il segno».

Melnyk e Bandera: le ombre della storia ucraina

Di Andrii Melnyk, storico leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), succeduto nel 1939 al fondatore del movimento, Yevhen Konovalets, si è tornato a parlare in questi giorni perché, con una cerimonia ufficiale, lunedì 25 maggio, i suoi resti, insieme a quelli della moglie Sofiia sono stati riportati in Ucraina dal Lussemburgo, dove giacevano da metà degli Anni 60, e sepolti nel memoriale militare nazionale (dedicato ai soldati uccisi durante le invasioni russe dell’Ucraina), inaugurato lo scorso anno nella regione di Kyiv. Presente alla cerimonia anche il presidente Volodymyr Zelensky, che, sottolineando il valore simbolico del ritorno in patria di Melnyk, ha dichiarato: «Ora che siamo sulla terra ucraina, sotto la nostra bandiera ucraina, al suono dell’inno nazionale ucraino, rendendo il dovuto tributo ai nostri eroi ucraini, sentiamo nel cuore tutto ciò che gli ucraini sono stati costretti a vivere». Concetto ribadito poi con un post su X.

Tra lotta per l’indipendenza e collaborazionismo

L’iniziativa non è passata inosservata e ha procurato qualche mal di pancia alla comunità internazionale (in Israele in primis), dato che la figura di Andrii Melnyk è ancora oggi considerata tra le più ambigue, per usare un eufemismo, di quel nazionalismo ucraino che, tra le due Guerre, non esitò a schierarsi con i nazisti, illudendosi che il Reich hitleriano avrebbe sostenuto il Paese nella liberazione dal giogo polacco prima e da quello sovietico poi, e quindi a riconquistare la piena indipendenza. Quell’alleanza, però, e questo è il motivo che ammanta di criticità quell’evento storico, andò ben oltre i motivi di ordine tattico e sfociò in una convinta adesione anche ideologica, che portò i nazionalisti ucraini a rendersi complici della Germania nazista in svariati atti criminali, compresi stermini di polacchi e ebrei.

Melnyk e Bandera: le ombre della storia ucraina
Zelensky ricorda Andii Melnyk (dal video postato su X).

Melnyk vs Bandera

Generalmente, Melnyk è sempre stato considerato più “moderato” rispetto a un altro controverso eroe nazionale, Stepan Bandera, che, proprio in contrapposizione a Melnyk, provocò, nel 1940, una vera e propria scissione nell’Organizzazione, ponendosi alla guida dell’ala più estremista degli indipendentisti. Il nome di Bandera (da sempre considerato divisivo – partigiano, patriota della Seconda Guerra mondiale ed eroe nazionale per alcuni, criminale di guerra, filonazista, sterminatore di polacchi ed ebrei per altri), morto cinquantenne a Monaco di Baviera nel 1959 avvelenato da un sicario del KGB, è tornato in auge durante la famosa Rivoluzione di Maidan del 2014 a opera delle due più famose formazioni di estrema destra ucraine, Svoboda e Pravyj Sector (i cui militanti si definivano, e si definiscono tuttora, legittimi eredi di Bandera) ed è stato rilanciato dal Battaglione Azov, dopo l’occupazione russa del 2022, come eroe carismatico e mito fondativo dell’indipendenza ucraina.

Melnyk e Bandera: le ombre della storia ucraina
Un corteo in memoria di Bandera dei nazionalisti ucraini nel 2020 (Ansa).

Le generazioni del nazionalismo ucraino

Dal punto di vista formale, non vi è dubbio che Melnyk si possa qualificare come meno estremista di Bandera. Qualcuno sostiene, per esempio, che ciò fosse dovuto anche a un fattore generazionale: Melnyk, il suo predecessore e mentore Konovalets e gli altri indipendentisti della prima ora, i padri dell’Organizzazione Militare Ucraina (UVO) e quindi dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, erano nati a fine 800, avevano sperimentato sulla loro pelle la violenza e le atrocità della Prima Guerra mondiale, e avevano quindi una visione meno romantica del bellicismo e una minore propensione alla violenza rispetto alle generazioni più giovani. Senza contare che erano quasi tutti emigrati in altri Paesi, dagli Usa alla Germania, dove conducevano spesso una vita borghese se non addirittura agiata. In realtà le cose non stavano proprio così, se è vero che l’obiettivo della protezione delle minoranze ucraine e della lotta per l’indipendenza formalmente dichiarati dall’Organizzazione furono perseguiti, sin dall’inizio, attraverso l’uso sistematico della violenza e del terrorismo.

Melnyk e Bandera: le ombre della storia ucraina
Un momento della cerimonia per il ritorno dei resti di Andrii Melnyk e della moglie a Kyiv (da X).

Le lettere di Melnyk a Hitler e von Ribbentrop

E poi c’è il capitolo del collaborazionismo. Anche in questo caso, al di là di piccoli dettagli, le fazioni guidate da Melnyk e da Bandera operarono pressoché in maniera identica. Di più, i nazisti nutrirono sempre molta diffidenza nei confronti di Bandera, considerato poco affidabile in quanto ipernazionalista, tanto da costringerlo all’esilio forzato, preferendo puntare su Melnyk, ritenuto più leale. Tant’è vero che nel giugno del 1941, quando l’OUN di Bandera, con un colpo di mano, dopo l’occupazione di Leopoli da parte dei tedeschi, proclamò lo Stato nazionale indipendente di Ucraina (Stato che i nazisti smantellarono nel giro di pochi mesi), Melnyk si guardò bene dal collaborare con il pur effimero nuovo Stato, scrivendo, per l’occasione, una lettera a Hitler per chiedere di poter arruolare nelle unità militari altri volontari ucraini perché potessero «prendere parte alla lotta contro il bolscevismo barbaro e marciare fianco a fianco con le legioni europee e con la nostra liberatrice, la Wehrmacht tedesca». Di qualche anno prima (1938), era poi una lettera dello stesso Melnyk a Joachim von Ribbentrop, il potente ministro deli Esteri tedesco, in cui sosteneva che l’Organizzazione da lui guidata si poteva considerare, dal punto di vista ideologico, totalmente connessa ad altre realtà simili che erano sorte in Europa, in particolare il nazionalsocialismo tedesco e il fascismo italiano. Ma di tutto ciò, al memoriale militare nazionale di Kyiv non si è ovviamente parlato.

Iran-Usa, accordo più vicino: cosa prevede il memorandum d’intesa

La tv di Stato iraniana Irib ha illustrato l’ultima bozza del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran. Il testo prevede la revoca del blocco navale statunitense sui porti iraniani e l’impegno, da parte della Repubblica Islamica, al ripristinare del traffico marittimo commerciale nello stretto di Hormuz ai livelli prebellici. Questo entro un mese: la navigazione sarà gestita congiuntamente da Iran e Oman. Il “Memorandum di Islamabad”, così è stato chiamato il documento, prevede poi il ritiro delle forze militari Usa vicine al territorio iraniano (non è chiaro se riguardi solo le forze schierate adesso nella regione o anche quelle di stanza nelle basi). In caso di accordo definivo, entro 60 giorni l’intesa dovrà essere approvata come una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.