Myrta Merlino riparte dalla tv San Marino dopo il flop a Mediaset

Dopo l’esperienza (da dimenticare) a Pomeriggio Cinque e un anno senza un programma tutto suo, Myrta Merlino lascia Mediaset per approdare su San Marino RTV, emittente della Repubblica del Titano, dove a partire dall’autunno sarà alla guida di un programma incentrato su politica e attualità. Il passaggio è stato confermato dai vertici San Marino RTV, partecipata al 50 per cento dalla Rai: c’è già chi ipotizza un prossimo approdo della giornalista sui canali della tv pubblica italiana, magari già dalla stagione 2027/2028.

Myrta Merlino riparte dalla tv San Marino dopo il flop a Mediaset
Myrta Merlino (Imagoeconomica).

Pomeriggio Cinque aveva chiuso i battenti a giugno del 2025

Terminata la lunga esperienza a La7 al timone de L’aria che tira, Merlino nel 2023 era approdata a Mediaset per sostituire Barbara D’Urso a Pomeriggio Cinque, senza riuscire a replicare gli ascolti di chi l’aveva preceduta. E così il programma era stato addirittura chiuso dopo 17 anni a giugno del 2025 (al suo posto nel palinsesto Dentro la notizia, affidato a Gianluigi Nuzzi). La dirigenza Mediaset, a quel punto, non era riuscita a individuare un nuovo progetto adatto alla giornalista, che così ha trascorso la stagione 2025/2026 senza una trasmissione da condurre, limitandosi a qualche presenza come opinionista nei programmi d’approfondimento del Biscione. Ora il cambio di casacca.

UniCredit, ok della Bafin al superamento del 30 per cento di Commerzbank

La BaFin, ovvero l’autorità di vigilanza bancaria tedesca, ha dato a UniCredit il via libera alla richiesta di poter oltrepassare il 30 per cento delle quote di Commerzbank. Lo scrive Bloomberg. Si tratta di un importante passaggio regolamentare per la scalata dell’istituto italiano alla quarta più grande banca della Germania. Col semaforo verde scatta infatti il conto alla rovescia per la Bce, che dovrà completare la propria valutazione entro 60 giorni lavorativi. La decisione è pertanto attesa per la seconda metà di ottobre. L’autorità di vigilanza può richiedere ulteriori informazioni nel corso dell’istruttoria: in tal caso l’esame potrebbe essere esteso fino a un massimo di 20 giorni lavorativi aggiuntivi.

UniCredit, ok della Bafin al superamento del 30 per cento di Commerzbank
Filiale Commerzbank in Germania (Imagoeconomica).

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?

C’è uno strano filo rosso che lega la crisi di Ceuta agli Usa, a Israele e persino all’impopolarità di Donald Trump. La questione migratoria rimane al centro delle agende dei governi di mezzo mondo. Ma soprattutto è uno strumento di propaganda e pressione, come si è visto con l’exclave spagnola

Trump potrebbe usare la crisi di Ceuta in chiave anti-Ue

Meno trasparente è il ruolo che potrebbero aver giocato attori esterni. L’arrivo improvviso di 60 mila persone è parso a molti qualcosa di organizzato. Da lì le speculazioni. Va detto subito: pistole fumanti non ce ne sono, ma gli indizi abbondano. Il tema interessa molto l’amministrazione Trump. Il 3 agosto, parlando dallo Studio Ovale, il tycoon è tornato ad attaccare il Vecchio Continente: «Due cose stanno uccidendo l’Europa: l’immigrazione e l’energia». Da qui il sospetto che gli Stati Uniti possano approfittare della crisi migratoria per spingere le forze populiste in chiave anti-Ue: Rassemblement National in Francia, Reform UK nel Regno Unito, Vox in Spagna, AfD in Germania e magari Futuro Nazionale in Italia dopo la fine della luna di miele con Giorgia Meloni. Ceuta, in questo senso, potrebbe essere vista come il caso di studio perfetto. E per capirlo bisogna vedere sia che cosa hanno votato i deputati americani al Congresso, sia che cosa scrive l’intellighenzia conservatrice, senza dimenticare i legami personali della famiglia Trump con l’alleato marocchino. Ma andiamo con ordine. 

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

L’interesse del Gop per le exclavi spagnole

Qualche giorno fa, il deputato ribelle del Gop Thomas Massie ha ricordato ai colleghi, stupiti e indignati per Ceuta, il voto sul provvedimento H.R. 8595 del 15 luglio scorso. La legge si occupa di stanziamenti per la sicurezza nazionale, ma è tra le pieghe che bisogna leggere. Allegato al provvedimento c’è un rapporto della Commissione Bilancio della Camera che parlava esplicitamente delle exclavi spagnole: «Il Comitato prende atto della storica alleanza tra gli Stati Uniti e il Marocco e osserva che le città di Ceuta e Melilla, amministrate dalla Spagna, si trovano in territorio marocchino. Il Comitato sostiene gli sforzi del Segretario di Stato volti a incoraggiare il dialogo diplomatico tra il Marocco e la Spagna in merito al futuro status». 

In sostanza, una presa di posizione contro Madrid. Ma di chi sono le impronte su questo documento? Il dossier porta la firma di uno stretto alleato del segretario di Stato Marco Rubio, il deputato della Florida Mario Díaz-Balart, vicecapo della commissione per gli Stanziamenti. Lo scorso aprile, in un’intervista alla stampa spagnola, Díaz-Balart aveva detto chiaramente che per lui Ceuta e Melilla «non si trovano nel territorio geografico della Spagna ma in Marocco». Díaz-Balart è anche l’anello di congiunzione tra Stati Uniti, Marocco e Israele. L’anno scorso, insieme a Rubio, aveva incontrato a Washington il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e in più di un’occasione ha rimarcato il suo sostegno al riconoscimento della sovranità marocchina nel Sahara Occidentale. Il deputato è poi un attivo sostenitore di Israele e, secondo la piattaforma Track AIPAC che traccia i fondi della potente lobby AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ha ricevuto oltre un milione di dollari negli ultimi due anni. 

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
da TrackAiPac.

Il sostegno “culturale” al Marocco ai danni di Madrid

In questo sistema c’è anche un pezzo del pensiero conservatore che dà sostanza all’appoggio al Marocco ai danni della Spagna. È il caso di Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono ai tempi dell’amministrazione Bush durante la guerra in Iraq e oggi prolifico autore per il think tank conservatore American Enterprise Institute (Aei). Il 16 marzo scorso, in un articolo, Rubin sosteneva che re Mohammed VI dovesse «recuperare lo spirito della Marcia Verde per completare l’espulsione dei coloni spagnoli dal suolo marocchino», un chiaro riferimento a quando migliaia di marocchini occuparono il Sahara Occidentale nel 1975. Dieci giorni dopo, Amine Ayoub, analista del think tank conservatore Middle East Forum e di base in Marocco, scriveva sul giornale israeliano Ynet come Israele possa aiutare Rabat a reclamare Ceuta e Melilla: «Aiutare il Marocco a recuperare Ceuta e Melilla punirebbe un membro della Nato che ha ripetutamente scelto l’ostruzionismo anziché la collaborazione nei momenti più critici dell’alleanza». 

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
Re Mohammed VI con Pedro Sanchez nel febbraio 2024 (Ansa).

La cooperazione militare tra Washington e Rabat

C’è infine un ultimo livello: l’idea degli Usa che il Marocco possa essere fonte di stabilità per tutta l’area. Tra aprile e luglio, i due Paesi hanno firmato intese-quadro sulla cooperazione militare. Legami che riguardano anche figure precise, come Fouad Ali El Himma, uno dei consiglieri più fidati di Mohammed VI. Descritto in alcuni circoli del potere marocchino come «viceré», sarebbe l’architetto dell’”invasione” di Ceuta. Come ha scritto Euronews, El Himma avrebbe già in passato teorizzato l’uso del caos migratorio per scopi politici. Il consigliere del re sarebbe entrato nelle grazie di Trump tramite il genero di quest’ultimo, Jared Kushner, incontrato più volte fin dal 2019. Il viceré sarebbe anche l’artefice della svolta americana sulla sovranità marocchina nel Sahara Occidentale e la firma degli accordi di Abramo con Israele. 

Sanchez è da tempo nel mirino

Senza scivolare in facili complottismi, una delle ipotesi principali è che l’azione sia stata diretta da Rabat. I reporter del New York Times nei primissimi giorni dell’emergenza, hanno scoperto, parlando con diversi migranti entrati a Ceuta, che molti si sono mossi su impulso delle stesse autorità marocchine. L’ipotesi è che l’operazione sia legata tanto a fattori interni (il 26 settembre ci saranno le elezioni legislative in Marocco) quanto a fattori esterni, come il riavvicinamento della Spagna all’Algeria. Il tutto potrebbe poi essere avvenuto con una sorta di luce verde informale dalla Casa Bianca in convergenza con gli interessi israeliani, che vedono nel governo di Pedro Sanchez una spina nel fianco su diversi dossier, come la spesa per la Nato e la guerra in Iran, e più in generale per il suo ruolo nella sinistra internazionale

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
Pedro Sanchez (Ansa).

Il metodo MAGA sull’immigrazione non paga

In questo quadro l’immigrazione diventerebbe quindi un’arma per colpire l’Europa e dare munizioni alle destre europee, che a loro volta potrebbero affrontare il dossier con metodi MAGA. Peccato però che la brutalità non paghi. Pensiamo alla remigrazione di Roberto Vannacci, proposta che ricorda le deportazioni dell’ICE negli Usa. Eppure, pare che agli americani questo piglio brutale piaccia sempre meno. Secondo un sondaggio del portale Strength in Numbers, solo in 16 Stati su 50 la politica della Casa Bianca fa breccia. Il gradimento delle deportazioni è in territorio negativo in 34 Stati, inclusi territori repubblicani come Florida, Texas, Iowa e Alaska. Secondo un sondaggio Ipsos pubblicato il 3 agosto, solo il 38 per cento degli americani approva la gestione trumpiana dell’immigrazione, mentre il 42 per cento la disapprova nettamente. Il caso americano contiene quindi un avvertimento per le destre che puntano a conquistare l’Europa. Usare l’immigrazione come arma geopolitica e carburante elettorale produce consenso nel breve periodo. Ma quando gli slogan diventano politiche concrete, il prezzo umano e sociale del pugno duro rischia di allontanare proprio una parte degli elettori che quelle promesse avevano contribuito a mobilitare. Soffiare sul fuoco è facile; governare l’incendio lo è molto meno.

L’Ue fa quadrato attorno alla Spagna su Ceuta, ma bacchetta Sanchez

In conferenza stampa a Bruxelles al termine della videocall dei ministri dell’Interno dell’Ue, il commissario europeo agli Affari Interni e alle Migrazioni Magnus Brunner ha escluso «un legame diretto tra le regolarizzazioni e gli accadimenti di Ceuta». Al tempo stesso, ha anche affermato che la maxi-sanatoria per i migranti della Spagna «non è un buon segnale» per gli altri Paesi dell’Ue: «Capisco che è competenza nazionale e che è stata fatta perché si tratta principalmente di latinoamericani, che parlano la stessa lingua e hanno la stessa cultura, ma il messaggio per il resto d’Europa non è positivo. Proprio no».

L’Ue fa quadrato attorno alla Spagna su Ceuta, ma bacchetta Sanchez
Pedro Sanchez (Ansa).

Brunner: «Legittimi i centri per il rimpatrio in Paesi extra-Ue»

«L’integrità dell’area Schengen è stata preservata», ha poi detto Brunner, sottolineando che «praticamente tutti coloro che sono entrati a Ceuta sono ora rientrati» e che «nessuno ha attraversato il confine verso la Spagna continentale e l’Europa continentale». Crisi migratoria dunque «risolta», almeno per il momento. Brunner si è poi soffermato sulla possibile creazione di hub per il rimpatrio in Paesi terzi sicuri, principalmente africani, parlando di opzione «legittima» per gli Stati che intendono perseguirla: «Sono stati menzionati da alcuni Paesi membri, in particolare da quelli che li stanno predisponendo o che stanno preparando i negoziati con Paesi terzi in merito a questi centri. Il progetto Italia-Albania è diverso. È un progetto italiano». Successivamente ha aggiunto: «Concentriamoci anche sul concetto di Paese terzo sicuro. Il che significa che la procedura di asilo può effettivamente essere svolta al di fuori dell’Unione europea, laddove il concetto di Paese terzo sicuro lo consente».

LEGGI ANCHE: Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez

L’Unione europea fa quadrato attorno a Madrid dopo Ceuta

Il Consiglio Ue ha parlato di «visione condivisa sulla necessità di continuare a combattere senza tregua il traffico di migranti, di potenziare i rimpatri, di rafforzare le frontiere, di instaurare partenariati solidi con i Paesi terzi e di migliorare la capacità di previsione», aggiungendo poi: «I ministri hanno sottolineato che la comunicazione dovrebbe essere più coordinata e più coerente, soprattutto per contrastare attori esterni malintenzionati impegnati nella manipolazione delle informazioni e nelle interferenze dall’estero». Sostanzialmente l’Ue ha fatto quadrato attorno a Madrid, ribadendo che la gestione delle migrazioni è compito dell’intera Unione europea.

L’Ue fa quadrato attorno alla Spagna su Ceuta, ma bacchetta Sanchez
Fernando Grande-Marlaska (Ansa).

La Spagna: «Incomprensibile la decisione italiana su Schengen»

Prosegue intanto la diatriba tra Spagna e Italia innescata dalla crisi di Ceuta. Dopo la videocall, il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha dichiarato: «Sono entrati illegalmente 72 mila migranti. Di questi 70 mila hanno fatto rientro in Marocco. Non ho compreso la chiusura di Schengen da parte dell’Italia, mi è sembrata totalmente priva di necessità e proporzionalità. Vediamo che succede, se ci sarà un ripensamento. Non c’è stato alcun rischio di movimento secondario, avendo Ceuta un regime speciale». Nel corso della riunione, Matteo Piantedosi ha affermato il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne «non è stata in alcun modo di una misura rivolta contro la Spagna», bensì «una scelta di natura cautelare e organizzativa, intesa a tutelare la sicurezza nazionale e la tenuta dell’intero sistema europeo dei controlli in un momento di forte sollecitazione, come avvenuto in tantissimi altri casi».

Poste Delivery Web, il servizio per spedire i bagagli e viaggiare leggeri

Estate tempo di ferie, relax e… per alcuni anche bisogno di spedire. Poste italiane ha pensato a chi vuole viaggiare libero dai bagagli e preferisce far recapitare le proprie valigie direttamente nel luogo di villeggiatura. Con il servizio Poste Delivery Web si possono infatti spedire bagagli e pacchi fino a 70 kg in Italia e 30 kg all’estero, scegliendo di farli ritirare da casa, da un indirizzo diverso, da un ufficio postale o da un punto di ritiro della rete Punto Poste. La spedizione si può creare e acquistare online dal sito web poste.it o dall’app P di Poste italiane, per un’esperienza semplice e veloce. Un ulteriore opzione è rappresentata dall’acquisto attraverso il Borsellino Spedizioni che consente, tramite credito ricaricato, di velocizzare il pagamento e di risparmiare. Per ogni ricarica è riconosciuto fino al 15 per cento di bonus, da utilizzare da subito per acquistare spedizioni. Il servizio offre il monitoraggio dello stato della spedizione, dalla partenza fino all’arrivo a destinazione, sul sito poste.it o App P di Poste Italiane. Basta inserire il numero di tracking sul “Cerca spedizione” o attivare le notifiche via e-mail o sms.

Per vacanze “on the road” c’è 2ruotExpress

Tanti italiani e non solo scelgono la libertà delle vacanze on the road, chi in sella alla moto per percorrere lunghe distanze nella natura, chi sgusciando con lo scooter nelle viuzze di suggestivi paesini o chi ancora preferisce il silenzio e la pedalata della bicicletta. È a tutti loro che Poste italiane offre il servizio 2ruotExpress, una comoda iniziativa per spedire moto, scooter o bici in Italia e a Barcellona. I clienti possono poi ritirare i loro mezzi a due ruote approfittando della celerità di Sda, il corriere espresso di Poste per il trasporto dei veicoli a motore o pedali, e scegliendo il punto di ritiro più vicino tra le 90 filiali in Italia. I veicoli affidati al servizio 2ruotExpress sono assicurati contro incendio, furto e danneggiamenti. La motocicletta, lo scooter o la bicicletta viaggiano in totale sicurezza in speciali gabbie metalliche e con apposite cinghie di ancoraggio progettate per proteggere dagli urti. Un sistema di rilevazione satellitare ne consente inoltre il tracciamento in tempo reale per monitorare lo stato della spedizione. Il mittente deve semplicemente recarsi presso la sede Sda di partenza per assistere alle manovre di carico e ancoraggio del mezzo all’interno dell’apposita gabbia.

Sinner a Milano per controlli ortopedici prima di Cincinnati: cosa è successo

A pochi giorni dalla partenza per Cincinnati, dove si terrà il prossimo Masters 1000 a cui parteciperà, Jannik Sinner ha raggiunto Milano per svolgere nuovi controlli medici dopo quelli effettuati a giugno all’ospedale San Raffaele, che erano serviti per approfondire sul malore fisico e i problemi avvertiti durante il match del Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo.

La visita potrebbe essere legata a un fastidio al ginocchio destro

Stavolta Sinner, che nei giorni scorsi ha effettuato un check-up al J Medical di Torino, si recato presso la clinica privata Physioclinic, per controlli ortopedici e preventivi: l’ipotesi è che ci sia stato un focus sul ginocchio destro – di recente il campione altoatesino è stato fotografato con un cerotto applicato proprio in quella zona – in vista dell’imminente partenza per la stagione sul cemento americano. Gli esami, durati quattro ore, sono stati organizzati su richiesta del suo staff e Sinner è stato visitato dal dottor Piero Volpi (ex medico sociale dell’Inter). Se dagli accertamenti non emergeranno criticità, Sinner – arrivato a Milano in auto da Monte Carlo – decollerà verso l’Ohio domenica 9 agosto.

Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez

La crisi di Ceuta ha spaccato l’Europa, con Giorgia Meloni in prima fila nel criticare in tema di immigrazione Pedro Sanchez, accusato di non saper gestire la frontiera spagnola (e dunque europea) col Marocco. Ma, come ricorda anche Le Monde, a settembre 2023 fu l’Italia a trovarsi in una situazione analoga alla Spagna – seppur in misura minore – quando a Lampedusa nel giro di 48 ore sbarcarono circa 10 mila migranti, circostanza che portò al collasso il sistema di accoglienza dell’isola (l’hotspot di contrada Imbriacola è progettato per meno di 400 persone).

Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez
Migranti appena sbarcati a Lampedusa a settembre del 2023 (Ansa).

Con Lampedusa al collasso Meloni invocò l’aiuto dell’Ue

«Tre anni dopo aver ottenuto il sostegno dei suoi partner, Giorgia Meloni utilizza le immagini dell’exclave come leva per isolarne uno: la Spagna», scrive Le Monde. Di fatto, la presidente del Consiglio ha usato Ceuta come uno strumento di campagna elettorale interna, descrivendo quanto accaduto come inevitabile conseguenza delle politiche di Madrid, considerate troppo permissive (anche se non è esattamente così), anche alla luce della maxi-sanatoria per gli immigrati irregolari varata ad aprile dal governo socialista di Sanchez. Eppure, quando Lampedusa era – per così dire – Ceuta, la premier italiana invocò l’intervento delle istituzioni europee, chiedendo un meccanismo di solidarietà per la redistribuzione dell’enorme numero di migranti arrivati sul suolo italiano, ottenendo immediato sostegno.

Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez
Pedro Sanchez e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La visita di Von der Leyen e il piano d’azione in 10 punti

La pressione migratoria raggiunse livelli record a Lampedusa tra il 12 e il 14 settembre 2023. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen visitò l’isola con Meloni il 17, presentando in quell’occasione un piano d’azione in 10 punti che prevedeva il supporto logistico di Frontex (ovvero l’agenzia Ue che gestisce la sicurezza dei confini esterni dell’area Schengen), una maggiore fermezza sui rimpatri, il potenziamento della sorveglianza aerea e navale, l’aumento delle campagne di sensibilizzazione e comunicazione per scoraggiare le traversate del Mediterraneo, l’attuazione del protocollo d’intesa con la Tunisia (che sarebbe stato successivamente criticato da 46 ong in quanto «modello dei complicità» basato su violazioni dei diritti umani). Nonostante l’attivazione di Bruxelles, però, i tentativi di redistribuzione obbligatoria o volontaria verso gli altri Stati membri dell’Ue rimasero sostanzialmente inefficienti. Ciò spinse l’Italia a focalizzarsi maggiormente su accordi bilaterali esterni (come il memorandum con la Tunisia) per bloccare le partenze alla radice.

Il Ponte sullo Stretto e i sospetti sulle nomine di Salvini: le pillole del giorno

In campagna elettorale non si butta via niente. Figuriamoci un cavallo di battaglia come il Ponte sullo Stretto. Matteo Salvini, in calo di consensi dentro e fuori la Lega, tra un tweet di esultanza per la sospensione di Schengen e un “bravo” al leader di Vox Santiago Abascal, trova il tempo di occuparsi della grande opera. Come scrive La Repubblica, con un decreto ministeriale, il ministro dei Trasporti ha rinnovato in anticipo rispetto alla scadenza naturale del dicembre 2026 il Consiglio superiore dei lavori pubblici. La tempistica, però, ha destato qualche sospetto visto che l’organo consultivo è chiamato in questi giorni a pronunciarsi proprio su alcuni dei passaggi più delicati del progetto Ponte. Due le new entry che hanno fatto storcere il naso al co-leader di Avs Angelo Bonelli: Mauro Dolce, professore di tecnica delle costruzioni alla Federico II e già assessore della prima Giunta Occhiuto, e Giuseppe Roberto Tomasicchio, professore di costruzioni idrauliche e marittime all’università del Salento. Non solo due esperti: il primo fa parte del comitato scientifico della società Stretto di Messina Spa e il secondo è iscritto al comitato Ponte subito.

Il Ponte sullo Stretto e i sospetti sulle nomine di Salvini: le pillole del giorno
Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Bonelli, parlando di «blitz inaccettabile», ha annunciato un’interrogazione durante il question time di Salvini alla Camera previsto per mercoledì. Sulle barricate anche il Pd con Anthony Bargallo, capogruppo in Commissione Trasporti alla Camera. «Il Consiglio superiore dei lavori pubblici non può essere trasformato in un organismo chiamato soltanto a ratificare le decisioni del ministro Salvini, in una sorta di struttura ‘yes man’ pronta a dire sempre sì alle sue scelte», ha tuonato il segretario regionale del Pd siciliano. Mentre per il 5 stelle Agostino Santillo, inserire nel Consiglio superiore dei lavori pubblici figure vicine alla società Stretto di Messina e ai comitati del “Sì” «significa trasformare un organo super partes in una cassa di risonanza della propaganda di governo». Salvini dal canto suo tira dritto. Lo scorso giugno insieme con l’amministratore delegato della società Stretto di Messina Pietro Ciucci aveva annunciato che l’iter approvativo del Ponte sarà completato entro la fine di questa estate. Il progetto, come ricorda Repubblica, dovrà essere poi esaminato dall’Assemblea generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici e dalla Commissione speciale chiamata a valutare gli approfondimenti richiesti dopo le osservazioni della Corte dei conti e recepite dal Mit e dalla società Stretto di Messina. Il tutto poi passerà al nuovo esame da parte del Cipess e infine al controllo della magistratura contabile che il governo ha fretta di riformare…

Il Ponte sullo Stretto e i sospetti sulle nomine di Salvini: le pillole del giorno
Matteo Salvini a Messina (Ansa).

Pier Silvio, che reputation!

Sta scalando tutte le classifiche immaginabili, roba da Guinness dei primati. Secondo l’ultima rilevazione di Top Manager Reputation, Pier Silvio Berlusconi è il primo della lista, superando di un soffio personaggi del calibro di Andrea Orcel, Carlo Messina, Claudio Descalzi, ovvero i “classici detentori” del titolo.

Il Ponte sullo Stretto e i sospetti sulle nomine di Salvini: le pillole del giorno
Pier Silvio Berlusconi (foto Imagoeconomica).

Un gioiello di giornalista

«Una collezione fatta di forme materiche ispirate alla terra e ai suoi orizzonti senza tempo. La sua forza discreta, il carattere unico e riconoscibile hanno conquistato attrici, giornaliste, presentatrici tv e persino la Famiglia Reale inglese». Così Giulia Barela pubblicizza i suoi gioielli, un brand che “piace alla gente che piace”, soprattutto a Roma, mostrando le immagini di conduttrici del piccolo schermo che indossano le sue creazioni durante le dirette. E tra le giornaliste ecco Alessandra Viero, di Mediaset, che si aggiunge alle tante che in passato hanno esibito ciondoli, orecchini e altre gioie a beneficio dei telespettatori (e non solo), tra le ire dei consumatori. Nella newsletter estiva inviata dalla maison ai clienti si legge: «C’è chi riconosce la bellezza a prima vista e la sceglie nel tempo. Le creazioni Giulia Barela, negli anni, hanno saputo conquistare sguardi diversi, dalla vita di ogni giorno ai palcoscenici più illuminati, tra tv, cinema e non solo».

Renzi, addio allo storico braccio destro

Si chiamava Bruno Cavini, democristianissimo, storico sindaco di Palazzuolo sul Senio e per tanti anni “braccio destro” di Matteo Renzi. Cavini, scomparso il 3 agosto a 84 anni, fu a lungo presidente nazionale di Uncem, l’Unione nazionale delle Comunità Montane e indimenticabile capo di gabinetto, portavoce e braccio destro di Renzi quando “il Bomba” era presidente della Provincia e poi sindaco di Firenze.

Parla Foti

È agosto, il caldo a Roma è infernale ma le commissioni parlamentari lavorano a pieno ritmo, Se martedì è saltata l’audizione del capo del M5s Giuseppe Conte nella commissione Covid, dato che in aula sono in programma le votazioni, mercoledì il ruolo di protagonista spetterà a Tommaso Foti. Le Commissioni riunite Bilancio e Politiche Ue di Camera e Senato svolgono l’audizione del ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione sulle prospettive del negoziato sul Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2028-2034. Sarà inevitabile un passaggio su quanto accaduto a Ceuta un tema che scalda parecchio il governo italiano, impegnato in una guerra senza quartiere contro il premier spagnolo Pedro Sanchez

Individuato nel lago di Vico il corpo del marito della ministra Roccella

È stato individuato il corpo di Luigi Cavallari, marito della ministra Eugenia Roccella, che il 27 giugno si era tuffato nelle acque del lago di Vico durante una gita in barca con la moglie, senza più riemergere. Le operazioni di ricerca del corpo dell’84enne Cavallari, durate quasi 40 giorni, sono state complicate da bassa visibilità e fango, alghe e melma sul fondo del bacino, che si trova nel Viterbese.

Migranti, dl per l’assunzione di 500 agenti per i controlli alle frontiere

Dopo la crisi migratoria di Ceuta, che ha infiammato il dibattito politico europeo e anche italiano, il governo Meloni è al lavoro per un decreto legge per l’assunzione di 500 agenti alle frontiere a partire da dicembre. La bozza del dl, che sarà nel pomeriggio sul tavolo del Consiglio dei ministri, recita: «Per il potenziamento dei servizi di controllo delle frontiere e dei flussi migratori, anche relativi allo svolgimento delle verifiche preliminari di identità, di sicurezza e delle operazioni di rilevamento fotodattiloscopico e segnaletico, svolte dagli uffici di polizia di frontiera e dalle questure, è autorizzata nel limite della dotazione organica, in aggiunta alle facoltà assunzionali previste a legislazione vigente, l’assunzione straordinaria di 500 unità nel ruolo iniziale di agenti e assistenti della Polizia di Stato non prima del primo dicembre 2026».

Migranti, dl per l’assunzione di 500 agenti per i controlli alle frontiere
Controllo della polizia a Ventimiglia (Ansa).

Gruppo Fs, l’ad Strisciuglio nominato vicepresidente della Uic

Gianpiero Strisciuglio, amministratore delegato e direttore generale del Gruppo FS, è stato nominato nuovo vicepresidente della UicUnion internationale des chemins de fer -, organizzazione internazionale che riunisce le ferrovie e i principali stakeholder del settore ferroviario a livello mondiale. Il manager è stato inoltre confermato presidente della Regione Europa della Uic per un mandato di due anni. In questo ruolo, guiderà l’impegno della Uic Europa sulle principali aree strategiche del programma di lavoro regionale, con un’attenzione particolare alle priorità immediate del prossimo periodo. Si tratta di FRMCS, il futuro sistema europeo di comunicazione mobile per il settore ferroviario, Railway ontologies, volto a favorire l’interoperabilità e la condivisione strutturata dei dati tra operatori e sistemi ferroviari, e Capacity and operational performance, dedicato al miglioramento della capacità della rete e delle prestazioni operative. Nel duplice incarico, Strisciuglio lavorerà a stretto contatto con gli altri membri della Uic per sostenere, a livello regionale e globale, un trasporto ferroviario più competitivo, sicuro e sostenibile.

Hormuz, vicino l’accordo tra Iran e Oman sul traffico marittimo

Iran e Oman sono vicini all’intesa sul traffico marittimo nello stretto di Hormuz. Lo scrive il New York Times, citando funzionari iraniani e statunitensi. L’accordo prevede «tariffe di servizio» che sarebbero poi utilizzate per «coprire l’impatto ambientale del traffico marittimo, la sicurezza delle navi cargo e delle petroliere e del personale». Non sembra esserci una differenza sostanziale con i paventati pedaggi, ma l’espressione «tariffe di servizio» pone meno problemi rispetto al diritto internazionale e al memorandum d’intesa siglato a giugno da Iran e Stati Uniti. Secondo le fonti iraniane del Nyt, i ricavi verrebbero divisi equamente tra Teheran e Muscat. In base all’intesa, poi, le navi in entrata nel Golfo Persico utilizzerebbero una rotta controllata dall’Iran e vicina alle sue coste, mentre quelle in uscita navigherebbero su una più prossima all’Oman. Un funzionario statunitense ha però affermato che la versione iraniana «non è accurata», spiegando che non tutte le rotte richiederebbero l’approvazione dei pasdaran e in alcuni casi non sarebbero previste tariffe di transito.

La crisi di Ceuta approda sul tavolo dell’Unione europea

Oggi è il giorno della riunione straordinaria in videoconferenza del Consiglio Ue informale Interni convocata dalla presidenza irlandese dopo la crisi migratoria di Ceuta, anche in risposta alla lettera promossa Italia e Danimarca e sottoscritta da altri 20 Stati membri. Una missiva ha evidenziato le differenze di vedute dei Ventisette. Matteo Piantedosi, che rappresenta il governo Meloni, dovrebbe presentare la proposta di Roma per la creazione entro il 2027 di hub di rimpatrio in Paesi extra-Ue.

La crisi di Ceuta approda sul tavolo dell’Unione europea
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

L’Europa è divisa dopo la crisi di Ceuta

La lettera scritta dalla premier italiana Giorgia Meloni e dall’omologa danese Mette Frederiksen, che chiede una risposta coordinata dopo i fatti di Ceuta, è stata appoggiata in tutto da 22 Paesi. Oltre alla Spagna, tra i firmatari non figurano Francia e Portogallo (i due Paesi confinanti), e nemmeno Irlanda e Lussemburgo. Da una parte, 22 Stati chiedono un rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, contestando le politiche spagnole di regolarizzazione dei migranti. Dall’altra, Madrid continua a denunciare la scarsa solidarietà mostrata da alcuni partner Ue. Italia in primis.

Cosa chiedono i 22 Paesi firmatari

I 22 Stati firmatari chiedono di rafforzare il controllo delle frontiere esterne, di aumentare il sostegno a Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) e di intensificare la cooperazione con il Marocco. La lettera invita inoltre l’Ue a contrastare le politiche nazionali che possano funzionare come fattori di attrazione e produrre conseguenze anche negli altri Paesi europei. Si tratta di un evidente riferimento alla maxi-sanatoria avviata dal governo di Pedro Sanchez per centinaia di migliaia di extracomunitari già presenti in Spagna. Da parte sua, Ursula von der Leyen ha ribadito che l’Ue è al fianco di Madrid, richiamando i Ventisette all’unità sul tema.

Le critiche a Sanchez per la maxi-sanatoria

Il governo Sanchez ha avviato a metà aprile una nuova regolarizzazione di persone immigrate già presenti in Spagna. In due mesi sono arrivate più di un milione di domande, mentre Madrid aveva inizialmente stimato tra le 500 mila e le 750 mila persone interessate. La maxi-sanatoria, diventata terreno di scontro tra l’esecutivo e l’opposizione e tra la Spagna e buona parte dell’Ue, riguarda migranti già presenti in Spagna, in grado di dimostrare almeno cinque mesi di residenza continuativa al primo gennaio scorso e senza precedenti penali. Soprattutto latinoamericani, ha spiegato Sanchez, spesso impiegati in maniera irregolare, da stabilizzare e integrare. Il capo della Moncloa respinge il collegamento tra la sanatoria e la crisi di Ceuta, sostenendo che lo straordinario afflusso di migranti nell’exclave spagnola sia stato alimentato da informazioni false diffuse sui social media e dalle reti dei trafficanti.

La crisi di Ceuta approda sul tavolo dell’Unione europea
Agenti della Guardia Civil a Ceuta (Ansa).

La posizione dell’Italia, ai ferri corti con la Spagna

Tornando all’Italia, protagonista di un duro botta e risposta con la Spagna sul tema migranti, Roma chiederà di sveltire le procedure la costruzione di centri di rimpatrio dei migranti fuori dai confini dell’Ue sul “modello Albania”, ma finanziati almeno in parte dall’Unione europea e localizzati perlopiù in Africa. Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Etiopia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia e Montenegro. L’Italia dovrebbe anche chiedere l’attuazione stringente del programma Gsp+, che sarà in vigore dal primo gennaio del 2027 e che lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Unione europea.

Campo largo, tensione tra Schlein e Conte sulle primarie

Il nodo delle armi all’Ucraina «lo scioglieremo con le primarie, faremo decidere gli italiani». È bastata questa uscita di Conte per scatenare la tensione nel campo largo. La “sfida” non è infatti piaciuta al Partito democratico, con la leader Schlein che ha subito gelato l’alleato: «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito». In un’intervista al Tg3 ha quindi invitato a non perdersi «in discussioni tra di noi» per concentrarsi «sui fallimenti di questo governo e sulle nostre proposte concrete». Che l’uscita del leader del M5s avesse lasciato strascichi e malumori nella coalizione era tanto prevedibile quanto inevitabile. E il centrodestra ne approfitta girando il coltello nella piaga delle difficoltà del Pd e della sua leader. «Preoccupa l’assordante silenzio di Elly Schlein di fronte alle esternazioni filorusse di Giuseppe Conte. Ci dica se sta dalla parte del popolo ucraino o dalla parte di Putin. Se sta dalla parte della democrazia o dalla parte delle dittature», ha scritto Antonio Tajani sui social prima che la segretaria dem rispondesse.

Bonaccini: «Le primarie non definiscono la politica estera»

Sulla questione sono intervenuti altri esponenti del Pd, tra cui Stefano Bonaccini. In un’intervista al Corsera, ha dichiarato: «Vorrei precisare che le primarie, come ha giustamente precisato la segretaria, non definiscono la politica estera e le alleanze internazionali. Non è un caso che proprio la Costituzione su queste materie escluda anche il ricorso ai referendum. Ciò detto, sarà tutto il centrosinistra a mettere al centro la via diplomatica. Difenderemo e non lasceremo mai sola l’Ucraina e con essa la sicurezza europea, la linea Vannacci non prevarrà».

Guerini: «Conte non esageri»

Stessa posizione espressa da Lorenzo Guerini, capo del riformisti dem, in un colloquio con il Foglio: «L’alleanza tra Pd e M5s merita chiarezza, ora, non si possono attendere le primarie. La pace non può essere la resa a Putin. La parola pace va riempita di contenuti. L’Ucraina si sostiene con l’invio delle armi. A Giuseppe Conte consiglio di non esagerare. I nodi politici essenziali vanno affrontati politicamente dai partiti della coalizione, prima delle primarie. Altrimenti non siamo alla politica ma alla roulette».

Il Cdr del Corriere contro l’intervista all’editore Cairo

Il Comitato di redazione del Corriere della Sera non ci sta e critica la lunga intervista a Urbano Cairo firmata da Fabrizio Roncone e pubblicata il 2 agosto sulle pagine (sì, due) del quotidiano.

Il Cdr del Corriere contro l’intervista all’editore Cairo
L’intervista a Urbano Cairo sul Corriere.

«Questo Cdr ritiene inopportuna la scelta di dedicare uno spazio così ampio, ben due pagine, a un’intervista all’editore (per quanto ben scritta), editore che da tre giorni consecutivi è in prima pagina sul Corriere», si legge nella nota. «Scelte di questo genere comportano un rischio concreto: renderci autoreferenziali e trasmettere ai lettori un’immagine di scarsa indipendenza della testata». E, ancora: «Ci sembra ulteriormente grave il riferimento allo sciopero dei giornalisti del 2023. Un’azione sindacale forte, certo, ma decisa dall’assemblea di redazione in modo compatto e soprattutto in risposta alla chiusura totale dell’azienda sulle vertenze aperte. Il tutto in anni in cui Rcs vantava bilanci più che positivi». Per i rappresentanti dei giornalisti è grave anche il tempismo dell’intervista visto che venerdì l’azienda aveva annunciato, a partire dal 5 agosto, l’aumento di 20 centesimi del prezzo del quotidiano. «I nostri lettori, a cui viene richiesto questo ulteriore sacrificio, meritano pagine di notizie, quelle che hanno reso unico il Corriere della Sera», conclude il Cdr. Chissà se anche i colleghi della Gazzetta dello Sport li seguiranno, visto l’intervento di Cairo nelle vesti di presidente del Torino sulla Rosea di lunedì con tanto di didascalia «numero uno»…

Il Cdr del Corriere contro l’intervista all’editore Cairo
L’intervento di Urbano Cairo sulla Gazzetta dello Sport del 3 agosto.

Amazon supera per la prima volta i 3 mila miliardi di capitalizzazione

Amazon, grazie a un rialzo del 5,6 per cento all’inizio delle contrattazioni a Wall Street, ha superato per la prima volta nella sua storia i 3 mila miliardi di dollari di capitalizzazione, unendosi così alla ristretta cerchia di colossi della Borsa capaci di superare tale soglia: Nvidia, Alphabet, Microsoft e Apple. Dopo aver raggiunto per la prima volta una valutazione di 2 mila miliardi di dollari a giugno del 2024, Amazon ha impiegato poco più di due anni per superare questa nuova soglia. E lo ha fatto al termine di alcuni mesi caratterizzati soprattutto da vendite, dovute allo scetticismo riguardante le società che avevano annunciato investimenti miliardari nell’intelligenza artificiale. Il titolo aveva perso quasi il 18 per cento tra il massimo storico registrato il 6 maggio e il minimo trimestrale toccato a luglio. Poi una nuova accelerata, grazie a un’ondata di rinnovato ottimismo sull’IA, che ha spinto i titoli tecnologici a nuovi massimi.

La mossa Gualmini e la vera strategia del centrodestra a Bologna

Qualche giorno fa, il Foglio ha proposto una lettura suggestiva dello scenario che si prospetta in vista delle prossime elezioni comunali a Bologna: Giorgia Meloni starebbe valutando di appoggiare Elisabetta Gualmini, europarlamentare ex Pd, oggi in Azione, come candidata sindaco di Bologna per colpire Elly Schlein nel cuore della sua città, la roccaforte rossa per eccellenza. Una mossa di alta politica nazionale travestita da competizione locale. Ma per capire come il centrodestra spera di far perdere il Pd a Bologna bisogna guardare meno alla candidatura in sé e più alla geometria politica che potrebbe sostenerla.

La mossa Gualmini e la vera strategia del centrodestra a Bologna
Elisabetta Gualmini con Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Perché Bologna, perché ora

Il contesto bolognese offre condizioni quasi ideali per questo disegno. Matteo Lepore è una figura politicamente indebolita: i sondaggi lo danno in difficoltà, e alcune sue uscite pubbliche recenti sono state viste con un certo scetticismo da più di un osservatore. Gli scontri del 19 luglio, seguiti al presidio convocato dallo stesso sindaco per chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia, hanno offerto al centrodestra nazionale un assist di proporzioni inattese, alimentando la narrazione sull’amministrazione uscente come inadeguata e nemica delle forze dell’ordine. In questo contesto, non è passata inosservata la presa di distanza di Gualmini: l’ex europarlamentare, uscita dal Pd a febbraio per divergenze ritenute insanabili con la linea di Schlein, ha descritto con toni durissimi quanto visto quella sera a Bologna. Una dichiarazione che la colloca plasticamente in posizione di discontinuità rispetto all’amministrazione uscente, esattamente il profilo necessario per intercettare quell’elettorato moderato che potrebbe fare la differenza al ballottaggio.

La mossa Gualmini e la vera strategia del centrodestra a Bologna
Matteo Lepore (Imagoeconomica).

La geometria dello schema

Elemento fondamentale di questa strategia risiede nel “come” arrivare a sostenere Gualmini. L’idea che circola in alcune stanze del centrodestra bolognese sarebbe apparentemente paradossale: sostenerla, senza sostenerla. Ovvero, marciare divisi, ognuno per sé, con candidature autonome, per favorirne l’ascesa al ballottaggio. Nel quale, a quel punto, contro Lepore, non servirebbe nemmeno un appoggio esplicito: gli elettori di centrodestra si mobiliterebbero in ogni caso. La divisione delle forze di centrodestra non sarebbe quindi un segno di disorganizzazione, ma una scelta tattica. Si dice che qualcuno in Forza Italia starebbe valutando un appoggio più o meno formale a Gualmini, mentre FdI e Lega correrebbero con candidature di bandiera separate. L’obiettivo non sarebbe massimizzare il voto di coalizione al primo turno, ma favorire l’arrivo di Gualmini al ballottaggio senza che un apparentamento esplicito ne comprometta la credibilità presso gli elettori più centristi: l’ex eurodeputata Pd infatti sarebbe competitiva solo se portasse con sé in questa corsa un pezzo di base dem. Al secondo turno, il voto di centrodestra confluirebbe su di lei in modo naturale, senza bisogno di accordi formali, senza simboli sul palco, senza la foto di rito con Meloni o con altri leader “compromettenti”. Lo schema, nei suoi elementi essenziali, è questo: rinunciare a una candidatura di bandiera realmente competitiva, convogliare le proprie energie su una candidata “terza” capace di arrivare al ballottaggio e sostenerla al secondo turno, ma senza dirlo troppo ad alta voce.

La mossa Gualmini e la vera strategia del centrodestra a Bologna
Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).

Il precedente veneziano

Una simile operazione fu sperimentata a Venezia per ben due volte. Nel 2005 il centrodestra, strutturalmente minoritario in città, favorì senza dirlo esplicitamente la candidatura di Massimo Cacciari contro il candidato di centrosinistra Felice Casson. Cacciari arrivò al ballottaggio e fu sostenuto senza apparentamento formale, per non “azzopparlo” con un abbraccio troppo visibile. Dieci anni dopo lo stesso schema fu riproposto con Luigi Brugnaro, imprenditore presentatosi con liste civiche e appoggiato ufficialmente dalla sola Forza Italia, mentre Lega e Fratelli d’Italia corsero con propri candidati al primo turno. In entrambi i casi bastò un orientamento del centrodestra sufficientemente chiaro per fare la differenza: prima vinse Cacciari, poi Brugnaro. Se Gualmini dovesse vincere, l’effetto, solo apparentemente collaterale, sul quadro nazionale sarebbe dirompente: una sconfitta di Schlein nella sua città simbolo, una crepa nell’egemonia della sinistra nel più progressista dei grandi centri urbani. Il centrodestra, con un realismo che potremmo definire machiavellico, non si candida a vincere Bologna con una propria candidatura. Si candida a far perdere la sinistra, che è cosa diversa e richiede una strategia diversa. Il modello veneziano ha già dimostrato per due volte che una simile operazione è possibile. Che possa funzionare anche a Bologna, tuttavia, rimane tutto da dimostrare.

La mossa Gualmini e la vera strategia del centrodestra a Bologna
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

Capital One chiuse i conti della Trump Organization dopo una verifica antiriciclaggio

Nel 2021 Capital One decise di chiudere oltre 300 conti riconducibili alla Trump Organization a seguito di una verifica antiriciclaggio riguardante l’azienda di famiglia del presidente Usa. Lo ha reso noto la banca d’affari statunitense, nel tentativo di far archiviare la causa intentata a marzo del 2025 dal Donald J. Trump Revocable Trust e da Eric Trump davanti a un tribunale della Florida, a cui si sono in seguito accodati anche DJT Holdings, DJT Holdings Managing Member e DTTM Operations, tutti convinti che Capital One avesse agito per motivi politici.

Capital One chiuse i conti della Trump Organization dopo una verifica antiriciclaggio
Donald Trump (Ansa).

La famiglia Trump sostiene che il debanking sia avvenuto per motivi politici

Le società legate a Trump avevano parlato di una decisione politicamente orientata da parte di Capital One, incompatibile con le norme invocate a tutela dei consumatori e contro le pratiche commerciali ingannevoli, sostenendo che il debanking era avvenuto a causa delle convinzioni woke dell’istituto e dal suo desiderio di trarre profitto dal clima politico successivo all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Capital One, invece, sostiene che la chiusura dei conti sia avvenuta dopo attente analisi affidate a professionisti dell’antiriciclaggio, nel rispetto delle procedure aziendali e delle indicazioni delle autorità di vigilanza.

Capital One non ha accusato di attività illegali la holding dei Trump

Si tratta della prima volta che una banca collega formalmente dei sospetti di riciclaggio all’azienda di famiglia di Trump. Ma, va sottolineato, Capital One non ha accusato la holding di alcuna attività illegale: semplicemente, la banca ha spiegato che alcuni schemi transazionali emersi dall’indagine erano rientrati tra quelli che le indicazioni federali sottopongono a particolare attenzione. Convinto che ciò non corrisponda a verità, ad agosto 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo secondo cui le decisioni delle banche devono poggiare su valutazioni individuali, oggettive e basate sul rischio, non sulle opinioni politiche o religiose dei clienti.

Enav, al ceo De Biasio anche la carica di direttore generale

Il consiglio di amministrazione di Enav, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che opera come fornitore in esclusiva di servizi alla navigazione aerea civile nello spazio aereo di competenza italiana, ha attribuito all’amministratore delegato Igor De Biasio, nominato a maggio, anche la carica di direttore generale, appositamente istituita. Visto che l’operazione è coerente con la politica di remunerazione della di Enav, ricade nei casi di esclusione della disciplina sulle operazioni con parti correlate adottata dalla società in esecuzione del regolamento Consob (De Biasio non detiene quote dell’azienda). Al dirigente, che viene da tre anni come presidente di Terna, restano attribuiti nel complesso poteri e compensi in linea con l’assetto precedente.

L’attacco della Spagna all’Italia: «Siete il Paese con più arrivi irregolari in Europa»

Non si placano le tensioni tra Spagna e Italia dopo l’ondata migratoria che ha travolto Ceuta, con l’arrivo di oltre 70 mila persone a nuoto dal Marocco. Dopo la decisione di Roma di sospendere Schengen con Madrid e il successivo attacco del governo spagnolo, il ministro degli Esteri José Manuel Albares è tornato a tuonare contro il nostro Paese. «Ci sono stati governi che non sono stati all’altezza della situazione migranti, il governo italiano è stato uno di questi», ha detto in un’intervista in tv. «L’Italia è sommersa di migranti a Lampedusa ed è il Paese con il maggior numero di arrivi di irregolari in Europa. Non è capace di risolvere la situazione, come ha fatto invece la Spagna». Albares ha infatti sottolineato che, in breve tempo, quasi tutti i migranti che negli scorsi giorni hanno attraversato illegalmente la frontiera sono stati rimpatriati in Marocco. Il ministro iberico ha anche evidenziato come Ceuta e Melilla «non sono mai state minacce per lo spazio Schengen», mentre lo sono stati «altri spazi europei e la Spagna è sempre stata solidale». Come Lampedusa: «Piacerebbe all’Italia risolvere la situazione lì. Sono arrivati negli anni talmente tanti migranti al punto che la Spagna ha dovuto accoglierne una parte».

La replica del Viminale: «Con Meloni crollati gli sbarchi»

Non si è fatta attendere la risposta del Viminale, il quale dichiara che dall’inizio dell’anno gli sbarchi irregolari in Italia siano diminuiti del 55 per cento rispetto al 2025 e di circa l’82 per cento rispetto al 2023. Quanto alla «presunta invasione» di Lampedusa, il ministero dell’Interno sottolinea che sull’isola si trovano attualmente 98 migranti e che «da tempo non si vive nessuna situazione di emergenza».