Crisi energetica e guerra in Medio Oriente: torna lo spettro dell’austerity Anni 70

Magari non torneranno le carrozzelle, magari non ci saranno le domeniche a targhe alterne, ma la crisi mediorientale, la guerra all’Iran scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz potrebbero far riprecipitare Italia ed Europa in un film già visto e che molti ricordano solo in bianco e nero: l’austerity degli Anni 70.

Crisi energetica e guerra in Medio Oriente: torna lo spettro dell’austerity Anni 70
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Imagoeconomica).

E allora mentre Bruxelles raccomanda meno voli e più smart working, perché le abitudini e le condizioni materiali di tutti sono cambiate, mentre alla mente di molti tornano i mesi di rigore del Covid e delle prime fasi della guerra in Ucraina, vale la pena sdrammatizzare e ricordarci come eravamo.

Crisi energetica e guerra in Medio Oriente: torna lo spettro dell’austerity Anni 70
Dan Jørgensen, commissario Ue per l’Energia (Imagoeconomica).

La guerra dello Yom Kippur e la fine del boom

Perché nel lento procedere dei corsi e ricorsi della storia, i più anziani hanno ancora in mente quando Giovanni Leone, allora Presidente della Repubblica, lasciò nel garage del Quirinale la Lancia Flaminia 335 e rispolverò una delle carrozze a cavallo della collezione Savoia.  La guerra dello Yom Kippur, che vide Egitto e Siria attaccare Israele, portò un rincaro del greggio da parte dell’Opec e infine un vero e proprio embargo agli Stati che appoggiavano Tel Aviv. 

Crisi energetica e guerra in Medio Oriente: torna lo spettro dell’austerity Anni 70
Ariel Sharon nel Sinai durante la guerra dello Yom Kippur (Ansa).

Il prezzo del petrolio schizzò da tre a 12 dollari al barile, l’Olanda per prima e a seguire gli altri Stati occidentali adottarono misure di risparmio energetico. L’Italia si unì a loro e il governo Rumor, in una riunione notturna del 23 novembre 1973, varò il decreto legge 304, il decreto austerity, decidendo di vietare l’uso di auto, moto, barche e aerei privati nei giorni festivi e la domenica. «Stiamo entrando in un inverno difficile», spiegò Mariano Rumor in un messaggio tv alla nazione, «dove basta una lampada cerchiamo di non usarne due».

L’invasione delle biciclette per non rinunciare alle gite fuori porta

Nessuno venne escluso. Restarono a piedi presidente del Consiglio e ministri, presidente della Repubblica e nuovi ricchi. Strade e autostrade nei weekend si svuotarono, in un clima surreale dopo la sbornia dei consumi degli Anni 60. Solo mezzi pubblici, di soccorso, medici e parroci potevano circolare, per gli altri la multa era di un milione di lire.

Crisi energetica e guerra in Medio Oriente: torna lo spettro dell’austerity Anni 70
Il Presidente della Repubblica Giovanni Leone in visita ufficiale in Arabia Saudita incontra Faisal bin Abdulaziz Al Saud. Riyad, 1 febbraio 1975 (Ansa).

Gli italiani, dopo una fase di stupore e irritazione, si arrangiarono come d’abitudine e si organizzarono col sorriso sulle labbra. Perché l’imperativo era uno solo: non rinunciare alle gite fuori porta a cui un popolo uscito dalla guerra si era abituato negli anni del boom. E così si inventarono le gite di gruppo con amici improvvisati, si ripescarono dalle cantine tandem, monopattini, carrozzelle, oltre 11 milioni di  biciclette invasero le strade cittadine, quelle di campagna e quelle che portavano al mare.

L’invenzione di Domenica In per incollare gli italiani sul divano

Qualche anno più tardi, nel 1976, la Rai si inventò Domenica In, condotta da Corrado, per indurre le famiglie a restare in casa di pomeriggio e risparmiare le uscite. Nacque anche un nuovo modo di intendere il tempo libero e fu boom di palestre, stadi, parchi urbani. I ristoranti e i bar dovevano però chiudere a mezzanotte, mentre cinema, teatri e discoteche alle 23, Capodanno compreso, e i negozi alle 19. Si risparmiò sulle luminarie natalizie, sui lampioni accesi (solo uno su due), sulle insegne delle vetrine. 

L’orario dell’unico tg anticipato per risparmiare

L’austerity cambiò anche i ritmi quotidiani delle famiglie. Per far anticipare i riti serali di cena e dopocena, la Rai cambiò l’orario del telegiornale, l’unico di quegli anni, spostandolo dalle 20.30 alle 20, ora a cui tutti siamo ormai abituati. I programmi terminavano alle 22.45. Enel e le altre imprese distributrici di elettricità ridussero la tensione del 6-7 per cento dalle 21 alle 7, limitando la possibilità di usare elettrodomestici nelle case.  Dopo pochi mesi l’austerity vera e propria non fu più necessaria, a marzo l’embargo terminò, ma ormai i principali dati macroeconomici registravano un trend negativo e l’inflazione schizzò alle stelle, fino al 12,5 per cento.

La ripartenza a scapito del debito pubblico e l’inizio dei ‘favolosi’ Anni 80

Un anno dopo cominciarono le domeniche con targhe alterne. E piano piano tutto fu dimenticato, la tv si fece a colori, nacquero i computer, l’economia ripartì, anche se a scapito del debito pubblico, e cominciarono i vibranti e “favolosi” Anni 80.  Oggi la vita di tutti i giorni è fatta anche di voli low cost, car sharing, smart woking, qualcosa potrebbe essere incentivato, qualcosa potrebbe cambiare, ma una cosa è certa: sarà ancora necessaria l’inventiva degli italiani per trovare nuove soluzioni per risparmiare energia. 

L’individuo ha divorato la società: la condivisione è solo online

«È tutta colpa della società». Questa espressione che irrideva alla pretesa di addossare alla società, genericamente intesa, la responsabilità di qualsiasi disordine, violenza, stato di crisi non la si sente più da almeno 20, forse 30 anni. Non perché siano scomparsi i problemi e le emergenze, bensì un’idea collettiva, comune e comunitaria di persone che si riconoscono. Che si sostengono, condividono valori, partecipano alla vita pubblica, credono e si battono per il bene comune.

Viviamo in un mondo fatto su misura per Trump

«Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi», sosteneva nel suo discorso di insediamento del 1961 John Fitzgerald Kennedy, giusto per rimarcare come oggi sia presidente degli Usa un tipo bizzarro, ondivago e narcisista che arricchisce se stesso e i suoi amici miliardari. I tempi cambiano, si dirà. Però è pazzesca la velocità con la quale, soprattutto in questi ultimi anni, siamo precipitati in un mondo più simile a quello di 100 anni fa e oltre, che non a quello di 30 o 40 anni fa.

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JFK e Donald Trump.

Prova è che dall’ancora ragionevole differenza di stipendio negli Anni 70 fra un manager e un operaio (circa 11 a 1) si è arrivati nell’Italia del 2020 al record di 649 a 1. Oggi possiamo solo chiederci come è potuto accadere che a fine 2025 gli azionisti di Tesla abbiano promesso al loro Ceo, Elon Musk, mille miliardi di dollari se raggiungerà gli obiettivi. Come ulteriore segnalazione di abnormalità ricordo che c’è stato un giorno, uno solo, il 20 luglio 2020, in cui un signore chiamato Jeff Bezos ha guadagnato 13 miliardi di dollari.

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Jeff Bezos (Ansa).

L’idea di welfare universale si sta erodendo

Da qualche anno la classifica annuale degli uomini più ricchi al mondo procura brividi per la riprovevole tendenza mediatica a crogiolarsi nelle ricchezze altrui. Ma è anche, indirettamente, la prova provata del progressivo ritirarsi della società, dell’arretramento delle pratiche politiche che interessano il sistema di welfare, basato in tutto l’Occidente sviluppato sul principio universalistico del diritto di ogni cittadino all’istruzione, alla cura e a un lavoro dignitoso. Naturalmente dei tre solenni valori universali che hanno accompagnato la nascita della moderna democrazia – libertà, uguaglianza e fraternità – si sono perse da tempo le tracce. Tant’è che della triade rivoluzionaria non parlano nemmeno quelli che oggi si definiscono democratici e di sinistra. Altro indizio, questo, dell’allentamento del legame sociale, dello svincolarsi individuale dai progetti collettivi

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Una manifestazione contro i tagli alla Sanità a New York (Ansa).

L’engagement con cui ci riempiamo la bocca è solo sul web

Paradossalmente il termine condivisione, engagement, non è mai stato così in auge a parole e sul web quanto poco praticato nella vita d’ogni giorno. Sempre più social e sempre meno sociali. Qui però mi limiterò a segnalare come individualizzazione e solitudine, indotte da un uso predominante dei device mobili e da quote crescenti di permanenza davanti a uno schermo, contribuiscano pesantemente ad allentare i legami sociali e soprattutto la fisicità delle appartenenze e della partecipazione reale, dal vivo alla vita collettiva. Ormai petizioni, appelli e raccolte di firme si fanno online.

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da mediamodifier via Unsplash.

Le grandi questioni sociali si sono trasformate in semplici problemi

Una società in frantumi, a pezzi, scollegata è l’esito di una crescente individualizzazione o superindividualizzazione che secondo Andreas Rekwitz, il sociologo tedesco autore di La società della singolarità, spinge gli individui a sentirsi e comportarsi da persone speciali. Uniche e originali e, come tali, indotte a pensare molto più a se stesse che agli altri. Ora sostenere che la deriva personalistica e individualista alla quale stiamo assistendo sia stata pianificata è più no che sì. Tuttavia è vero che le grandi questioni sociali sono via via diventate negli ultimi 20 anni dei semplici problemi, che anche quando rilevanti non mettono in discussione il Sistema, ma si rivolgono alle singole persone: cittadini, utenti, consumatori invitati ad assumersi la responsabilità di aggiustare ciò che non funziona. Il risultato è che le grandi questioni vengono derubricate e anziché essere affrontate con politiche appropriate e incisive peggiorano ulteriormente.

La povertà è stata rottamata da un esercito di poveri

Ma vediamo di spiegarci con due esempi. Il primo riguarda le diseguaglianze economiche. Sono 30 anni che si parla di crescente povertà in ampi strati sociali. Segno che non c’è stato un governo (di sinistra, di destra, giallo verde o giallo rosso, di emergenza o solidarietà) che sia riuscito almeno a invertire la tendenza in modo efficace. Nel contempo, per ribadire il concetto, le ricchezze sono diventate sempre più spettacolari: ostentate e compiaciute, pure con il plauso ammirato dei più poveri. Questo processo di rimozione, ben spiegato nella puntata I pipistrelli e La pazienza del podcast Fuori da qui di Simone Pieranni (Chora Media), è racchiuso in un passaggio che ha visto sparire la povertà e comparire al suo posto un esercito di poveri. Individualizzando il problema il sistema è sparito, e con esso sono scomparse anche le cause che producono miseria economica. Ma anche lavorativa come documenta L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica di Niccolò Zancan (Einaudi, 2026). Così mentre i ricchi possono celebrare il proprio successo, i poveri possono imputare solo a se stessi il fallimento personale. E affidarsi alla carità, ai buoni spesa, ai sussidi una tantum.

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Distribuzione di generi alimentari nella sede di Pane Quotidiano a Milano (Ansa).

Se l’emergenza ambientale diventa una questione privata

Un altro esempio di individualizzazione delle responsabilità e colpe, che invece sono sistemiche e richiederebbero interventi strutturali, lo si riscontra in ambito ambientale, dove climate change e sostenibilità vengono messe in carico ai singoli utenti e consumatori. Invitati a fare la doccia e lavarsi i denti con parsimonia, a differenziare il pattume, a spegnere la luce di casa quando si esce dalle stanze. Tutte pratiche virtuose, ma con le quali non si può certo salvare il Pianeta dall’annunciato disastro ambientale. Anche buttandola sul personale, come ha scrittoThe Guardian a metà gennaio, c’è privato e privato: i più ricchi hanno impiegato dai 3 ai 10 giorni per esaurire il proprio budget annuale di carbonio. Però è il Report annuale sull’ineguaglianza ambientale 2025 che conferma la tendenza del sistema a colpevolizzare l’individuo, anziché assumersi la responsabilità di politiche ambientali inefficaci quando non dannose. Ciò attraverso una forte azione, da parte delle company del fossile, sui media compiacenti e il ricorso alla fake news, secondo cui il problema della sostenibilità ricade sugli individui e non sulla grande industria e finanza, e sui produttori e gestori dei servizi energetici. Che infatti continuano a inquinare come hanno sempre fatto.

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Il problema della sostenibilità è stato riversato sui singoli in assenza di politiche efficaci (foto di Satheeshkumar Ram via Unsplash).

«Non lasceremo indietro nessuno»è più di uno slogan

Definire quest’approccio insostenibile può apparire una battuta. Non lo è augurarsi che la società non resti una parola vuota, inerte. Ma torni a essere una collettività viva, dove «non lasceremo indietro nessuno», forse la frase più gettonata da politici e governanti d’ogni colore, cesserà di risuonare invano.

Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema

Carlo Verdone a novembre 2026 compie 76 anni. E ne sono passati 46 dalla sua prima regia, Un sacco bello, del 1980. Da allora non si è risparmiato, dirigendo 10 film tra il 1980 e il 1990, poi sette tra il 1991 e il 2000, quindi cinque tra il 2001 e il 2010, quattro tra il 2011 e il 2020. E due tra il 2021 e il 2026. Inframmezzando questi impegni pure con una decina di pellicole in cui è stato solo interprete e non regista.

Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
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Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema

La svolta verso lo streaming a causa del Covid

Tanto lavoro, moltissime idee già sviluppate, e poi, insieme col suo storico produttore Filmauro, l’approdo sulle piattaforme in streaming. Una scoperta, diciamo così, forzata. Dopo Benedetta follia del 2018 (8,4 milioni di euro al box office), arrivò Si vive una volta sola, programmato in sala dal 26 febbraio 2020. Tuttavia il Covid si mise di mezzo, coi cinema chiusi. Il titolo allora slittò al 26 novembre 2020, ma la pandemia ebbe un ritorno di fiamma, ed ecco un ulteriore posticipo al 20 gennaio 2021, quando però le sale erano ancora deserte. Infine, la scelta di uscire al cinema solo su Roma, dal 28 aprile 2021, e poi farsi distribuire direttamente da Prime Video, dal 13 maggio 2021.

La gran paura di non incassare nulla (Si vive una volta sola era costato 5,9 milioni di euro), poi rientrata grazie a ricchi contributi pubblici (3,3 milioni complessivi) e ai fondi di Amazon, convinse tuttavia sia Verdone sia Filmauro che lo streaming rappresentava un’ottima alternativa, comoda e soprattutto senza rischi d’impresa, poiché il prodotto audiovisivo veniva comprato a scatola chiusa e quindi non c’erano le incertezze del botteghino.

Le quattro stagioni della serie Vita da Carlo

Tra il 2021 e il 2025 sono arrivate dunque le quattro stagioni della serie Vita da Carlo. La prima (6,9 milioni di costi produttivi e 2,4 milioni di contributi pubblici) è stata distribuita da Prime Video. Poi il fumantino Aurelio De Laurentiis, patron di Filmauro, ha litigato coi manager di Amazon e trasferito il prodotto, armi e bagagli, alla nascente piattaforma Paramount+: la seconda stagione ha avuto costi per 6,7 milioni e due milioni di contributi pubblici; nella terza il conto è lievitato a 8,2 milioni di euro (2,4 milioni di tax credit); e, infine, nella quarta si è arrivati a 9,1 milioni di euro (2,7 milioni di tax credit).

Una pacchia assicurata che adesso continua con il film Scuola di seduzione

Una specie di paradiso in terra: ricavi assicurati ex ante, nessun rischio d’impresa per Filmauro, lauti cachet per Verdone. E l’accordo con Paramount prevedeva, in chiusura, pure un film originale da distribuire solo in piattaforma, Scuola di seduzione (appena rilasciato su Paramount+), 7,2 milioni di costi produttivi e 2,1 milioni di tax credit.

È il ritorno di Verdone al formato film dopo sei anni: senza un ruolo di protagonista, ma con lo stesso numero di pose degli altri attori che lo hanno affiancato (Lino Guanciale, Vittoria Puccini, Karla Sofía Gascón e Beatrice Arnera, tra gli altri). Un prodottino leggero, impalpabile, di sicuro non indimenticabile.

Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema

E ci immaginiamo Verdone, nell’incontro con il management di Paramount+, un po’ come Nanni Moretti nella pellicola Il sol dell’avvenire, quando lo stesso Moretti ricostruisce un ipotetico colloquio coi vertici di Netflix Italia che gli dicono: «Dovete essere più ambiziosi, i nostri prodotti sono visti in 190 Paesi, 190 Paesi, 190 Paesi… Purtroppo la sua sceneggiatura è uno slow burner che non esplode. Gli spettatori decidono se continuare a guardare un film nei primi due minuti. Bisogna arrivare prima all’incidente scatenante. Mentre il primo turning point a che minuto arriva? Comunque c’è un grosso problema: in questo film manca un momento What a fuck!».

Verdone sembra un po’ più stanco del solito

In effetti Verdone, nelle sue ultime uscite, è apparso un po’ più stanco del solito, come se gli fosse rimasta addosso la malinconia del suo personaggio ne La grande bellezza, e pure quel senso di inadeguatezza nel partecipare a un film premiato con l’Oscar senza però essere personalmente celebrato da nessuno.

De Laurentiis preoccupato dal possibile flop al box office

Adesso, ha annunciato, tornerà a girare un film vero, di quelli pensati per la sala, dove è assente dal 2018. E il produttore Filmauro, che non è più abituato a questo genere di imprese (basta vedere il sito web della Filmauro, non più aggiornato dal febbraio 2020), già trema. Si dice, addirittura, che De Laurentiis abbia ricevuto tre versioni del soggetto pensato da Verdone, rimandandole tutte e tre al mittente. Perché alle piattaforme puoi rifilare di tutto. Ma al cinema, se fai flop al box office, poi rischi di perdere soldi veri.

Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Carlo Verdone tra Aurelio e Luigi De Laurentiis (foto Ansa).

Sangiuliano, Piantedosi e il vizio sovranista di demolire famiglia e meritocrazia

Voglio sperare che anche nella vita di Giorgia Meloni ci sia, occultato da mille veli di riservatezza, discrezione e insospettabilità, un dolce legame segreto. Con una versione maschile di Maria Rosaria Boccia o di Claudia Conte: un trentenne decorativo, dal volto levigato e dal fisico da modello e dal look curato ma non leccato, dotato (anche) di tatto e ragionevolezza, cioè capace di temperare le proprie legittime ambizioni e la fame di incarichi con il senso dell’opportunità, la devozione alla sua capa e la fierezza di essere il suo riposo della guerriera. Se lo meriterebbe, la nostra povera premier, con tutto il lavoro che fa, compreso quello che spetterebbe ad altri.

Sangiuliano, Piantedosi e il vizio sovranista di demolire famiglia e meritocrazia
Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Relazione asimmetriche ottime per un po’ di ego-boosting

Ma probabilmente la premier è l’unica che non approfitta della sua posizione per dotarsi di una relazione asimmetrica ed ego-boosting, come hanno fatto i suoi ministri Gennaro Sangiuliano e Matteo Piantedosi. E la lista fa ancora in tempo ad allungarsi, se il governo Meloni andrà avanti, in versione anatra zoppa, fino al termine della legislatura.

Sangiuliano, Piantedosi e il vizio sovranista di demolire famiglia e meritocrazia
Sangiuliano, Piantedosi e il vizio sovranista di demolire famiglia e meritocrazia
Sangiuliano, Piantedosi e il vizio sovranista di demolire famiglia e meritocrazia
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Maestre dello speed climbing nelle stanze più alte del potere

Sì, perché, a quanto pare, non ci sono controindicazioni – né l’età più che matura, né l’aspetto non proprio apollineo, né un vincolo coniugale con una professionista rispettata e ancora piacente (giornalista Rai la signora Sangiuliano, prefetto la signora Piantedosi, nata Berardino, figlia di un pezzo grosso dei Servizi segreti) – alla relazione fra un ministro di destra e una giovane donna dall’inconfondibile modello fisico – un po’ Barbie Mar-a-Lago, un po’ soubrette di tivù locale –, con lo stesso background che mescola lauree vere e master farlocchi, comparsate nel mondo della moda o nel cinema, organizzazione di eventi in provincia e pubblicazioni su temi sociali, e con lo stesso talento per lo speed climbing nelle stanze più alte del potere, una consulenza dopo l’altra, una nomina dopo l’altra.

Sangiuliano, Piantedosi e il vizio sovranista di demolire famiglia e meritocrazia
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Un intervistatore complice et voilà, la bomba deflagra

Ascensione che si arresta – o sale di livello? – quando Dagospia comincia a lanciare qualche frecciata sulle doti di scalatrice della signorina e su chi provvede a fornire gli appoggi ai suoi intraprendenti piedini, rigorosamente calzati con tacchi 12. Dopodiché ci pensa lei a far scoppiare, volontariamente o no, la bomba: con un post in cui ringrazia il ministro per un incarico mai ufficializzato (Boccia) o rispondendo a una domanda concordata con un intervistatore complice (Conte). E dalla sera alla mattina, eccola diventata la donna del momento, in grado di spodestare dal podio delle hot news guerre, crisi economiche, ultime da Garlasco, rovesci sportivi e farneticazioni di Donald Trump.

Sangiuliano, Piantedosi e il vizio sovranista di demolire famiglia e meritocrazia
Gennaro Sangiuliano e Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

Rimpasto di governo? Servirebbe anche quello delle amanti

A questo punto, è lecito domandarsi: dopo quelli della Cultura e dell’Interno, dall’armadio di quale ministro uscirà la prossima esuberante sventolona che demolisce due fra le presunte priorità del governo sovranista, cioè famiglia e meritocrazia? Su quali poltrone è seduto uno sugar daddy sotto mentite spoglie, e con le ore contate? Ormai non ci sentiremmo di escludere nemmeno quel pacioccone di Gilberto Pichetto Fratin (si scherza, il ministro della Sicurezza energetica sarà troppo impegnato con lo shock petrolifero e non ammetterà distrazioni). Forse Giorgia Meloni, più casta della Vestalis Maxima, ha in un cassetto la lista delle favorite in carica. E se ha scartato l’ipotesi di un rimpasto di governo, è solo perché dovrebbe provvedere anche a un rimpasto delle amanti.

Unicredit sostiene la 38esima Louis Vuitton America’s Cup

Dopo il successo della 37esima edizione a Barcellona nel 2024, Unicredit supporterà anche la 38esima edizione della Louis Vuitton America’s Cup a Napoli in qualità di global partner e global banking partner, rafforzando il proprio impegno di lungo periodo nei confronti della competizione e verso progetti internazionali complessi e di alto profilo. La collaborazione tra Unicredit e l’America’s Cup si basa su valori condivisi, con un focus chiaro su innovazione, sostenibilità e inclusione, offrendo al contempo un contesto concreto in cui competenze finanziarie, capacità di esecuzione e coordinamento tra più stakeholder risultano centrali per il successo dell’iniziativa.

Attenzione a innovazione, sostenibilità ed energie alternative

Nelle precedenti edizioni, l’America’s Cup ha saputo coniugare eccellenza sportiva e iniziative a supporto della blue economy, dello sviluppo delle comunità locali e dell’allineamento con gli obiettivi di sostenibilità definiti da World Sailing nell’ambito dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. L’evento ha inoltre rappresentato un banco di prova per l’innovazione tecnologica, promuovendo l’adozione progressiva di soluzioni a basso impatto ambientale, la sperimentazione di piattaforme di navigazione a zero emissioni e l’applicazione di tecnologie avanzate. Nell’ambito dell’attuale protocollo che regola la 38esima Louis Vuitton America’s Cup, il programma prevede anche l’utilizzo sistematico di un’imbarcazione dedicata alimentata a idrogeno, sottolineando l’importanza crescente delle energie alternative e della finanza sostenibile nell’ambito di progetti ad alta intensità di capitale.

Il ruolo di Unicredit riflette la sua dimensione paneuropea

L’America’s Cup è la più antica competizione sportiva internazionale al mondo ed è tra gli eventi sportivi più seguiti a livello globale, con un’audience di centinaia di milioni di spettatori nelle edizioni più recenti. L’Europa rappresenta una presenza forte e in crescita, con un numero significativo di team anche nelle regate delle Youth e Women’s America’s Cup. In questo contesto, il ruolo di Unicredit come global partner riflette la dimensione paneuropea del Gruppo, il suo forte posizionamento in molteplici Paesi e l’ampia base di clienti a livello internazionale.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi

E ora? L’attivismo di Giuseppe Conte – libro in uscita, incontro con amico-inviato speciale di Donald Trump, Paolo Zampolli a seguire, indi ri-occupazione del palinsesto mediatico-televisivo – ha decisamente spiazzato il Partito Democratico. A cominciare da Elly Schlein, convinta – insieme ai suoi strateghi – che bastasse non occuparsene. Che bastasse lasciar scorrere. Primarie? Noi si parla di giovani in difficoltà. Leadership del centrosinistra? Noi si ri-parla di salario minimo.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Renzi rilancia e presenta le Primarie delle Idee

E invece no. Conte si è ripreso la scena e il Pd si trova, di nuovo, ad aggiustare il tiro. Quello che sembrava appropriato la settimana scorsa – ignorare, resistere, ignorare, resistere, ignorare – non può più essere praticato. Anche perché è pure in corso uno strano asse fra Conte e Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva non è solo il principale sostenitore dell’alleanza progressista contro Giorgia Meloni, descritta come finita, bollita, etichettata come codarda dal senatore fiorentino.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Matteo Renzi e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

No, Renzi è il teorico e pratico della nuova stagione delle primarie. Al punto da lanciare le “Primarie delle Idee”, roba in sé non nuovissima e invero sufficientemente retorica, ma per ora funzionale all’agenda politica: il prossimo 11 aprile, alle ore 11, allo Spazio Vittoria a Roma, Renzi farà partire «il cantiere delle idee». «Il centrosinistra può vincere, ma per farlo deve mettere al centro le proposte per il Paese, non le ambizioni di leader, commentatori, editorialisti», dice Renzi. «E poi anche le primarie vere e proprie. Se fatte bene le primarie sono una grande festa di popolo. Il rischio divisioni esiste, certo. Ma parliamoci chiaro: qual è l’alternativa? Far decidere a chi? Ognuno ha il suo nome per fare il leader. E perché il nome di un commentatore o di un ex parlamentare deve valere più del voto di due milioni di persone? Io le primarie le ho vinte e le ho perse ma non ho mai avuto paura del giudizio delle persone: finché sei in democrazia non puoi rifiutare di misurarti con il consenso».

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Leader cercasi: ora spunta pure Nardella

Lo sta dicendo anzitutto a Schlein, che adesso – qui sta il punto – non può più tirarsi indietro. Dopo aver vinto tre anni fa le primarie per fare la leader del Pd, la segretaria non può rinunciare alle primarie del campo largo. In fondo è anche merito suo se c’è questa sacra alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, che cerca disperatamente di trasformare i No referendari in voti sonanti per le elezioni politiche. L’unico che potrebbe farlo per davvero sembra davvero Conte contro il settarismo schleiniano. Ma per ora sono soltanto speculazioni politiche in una fase liquida, a tratti persino ambigua. Una fase che sembra dare spazio alle ambizioni di tutti. Da Silvia Salis, che non si perde un convegno politico (a seguirla c’è Marco Agnoletti, già portavoce di Matteo Renzi), a qualcuno meno esposto ma alla ricerca di consenso più o meno facile.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Alla schiera di possibili candidati alle prossime primarie si potrebbe aggiungere persino l’ex sindaco di Firenze, Dario Nardella, oggi europarlamentare irrequieto. Ha persino fondato una sua corrente, quella dei nardelliani, un po’ per proteggere la sua eredità politica a Firenze dalla sindaca Sara Funaro, non particolarmente in forma di recente, tra sicurezza, lavori e ristrutturazione dello stadio, un po’ perché Nardella vede uno spazio fra lo schleinismo e il «riformismo radicale», come lo chiama il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. Anche Nardella si muove, insomma; ha persino una scuola di formazione in politiche europee, Akadémeia, “per il governo del territorio”. Glocal, insomma. L’ex sindaco di Firenze potrebbe non giocare l’eventuale partita delle primarie partita con l’ambizione di vincere, semmai per garantirsi un futuro più stabile.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Dario Nardella (Imagoeconomica).

Schlein deve stare attenta ai contiani di casa

Schlein insomma non può davvero stare tranquilla neanche dopo una vittoria referendaria, per quanto determinata dalla partecipazione straordinaria dell’Anm, ormai partito a tutti gli effetti. Tra poco dovrà iniziare a guardarsi anche da quelli che l’hanno sostenuta e che sognano di riportare Conte a Palazzo Chigi. Tanto lui il presidente del Consiglio l’ha già fatto. 

Prove di distensione Nato-Trump: Rutte vola a Washington dal tycoon

Mark Rutte, segretario generale della Nato, si recherà nei prossimi giorni negli Stati Uniti: mercoledì 8 aprile incontrerà a Washington Donald Trump per un bilaterale e in agenda ci sono incontri anche col segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Guerra Pete Hegseth. La missione si inserisce in un contesto di forte tensione tra gli Usa e i suoi Alleati atlantici dopo le minacce del capo della Casa Bianca di ritirarsi dalla Nato. Il 9 aprile Rutte terrà poi un discorso al Ronald Reagan Presidential Foundation & Institute. Infine, dal 10 al 12 aprile, il segretario generale della Nato parteciperà alla riunione del Gruppo Bilderberg.

Prove di distensione Nato-Trump: Rutte vola a Washington dal tycoon
Mark Rutte (Ansa).

Caccia statunitense abbattuto in Iran: cosa sappiamo

È caccia all’uomo in Iran, dove sono scattate le ricerche per trovare il pilota (o i piloti, non è chiaro) di un jet F-15 statunitense abbattuto dai pasdaran. Il militare Usa era stato dato per morto, ma invece si sarebbe eiettato dal velivolo, atterrando in territorio iraniano. La tv Irib ha trasmesso un annuncio rivolto ai residenti di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad: «Catturate il pilota o i piloti nemici e consegnateli vivi alle autorità, per ottenere una lauta ricompensa».

Le operazioni di recupero da parte delle forze Usa

L’agenzia iraniana Tasnim ha riportato riporta che le forze statunitensi, ritenendo che chi era a bordo fosse ancora vivo, hanno fatto scattare le operazioni di recupero, con elicotteri Black Hawk e un aereo C-130 Hercules. Non è escluso che, in tutto questo caos, il militare sia già stato catturato dai Guardiani della rivoluzione.

Washington non ha ancora confermato l’abbattimento

Una fonte statunitense di Axios ha confermato le ricerche per trarre in salvo i due membri dell’equipaggio del caccia F-15. Washington non ha ufficialmente confermato l’abbattimento, ma sarebbe la prima volta dall’inizio della guerra contro l’Iran che un jet Usa viene distrutto dal fuoco nemico. Altri due F-15 sono stati infatti centrati da fuoco amico, mentre un aereo cisterna KC 135 Stratotanker è precipitato in Iraq: in quel caso sono morti tutti e sei i membri dell’equipaggio.

La missione di Meloni nel Golfo Persico per rafforzare la sicurezza energetica

La premier Giorgia Meloni è volata nel Golfo Persico per una missione di due giorni in alcuni Paesi della zona. Atterrata a Gedda nel pomeriggio di venerdì 3 aprile, è la prima leader occidentale a recarsi nell’area dall’inizio del conflitto di Iran. Incontrerà i principali leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar. La sua visita punta, tra l’altro, al rafforzamento della sicurezza energetica nazionale.

L’ultima di Trump contro i dem: Vance diventa “zar delle frodi”

Il vicepresidente americano JD Vance, che si prepara a volare a Budapest per supportare Viktor Orban in vista delle elezioni politiche ungheresi del 12 aprile, ha appena ottenuto un nuovo incarico da Donald Trump: quello di “zar delle frodi”. Lo ha annunciato il capo della Casa Bianca su Truth.

Nell’annuncio social, Trump ha usato le virgolette per la parola “frode”. Non è dato sapere perché, ma ad ogni modo il tycoon ha spiegato che «si tratta di un fenomeno enorme e pervasivo», aggiungendo che il lavoro affidato a Vance sarà «determinante» per il futuro degli Stati Uniti. «Lo chiameremo “zar delle frodi” e la sua attenzione sarà rivolta “ovunque”», ha poi scritto ancora usando le virgolette, precisando che Vance e il suo team agiranno «soprattutto negli Stati a maggioranza democratica dove i politici democratici corrotti, come quelli di California, Illinois, Minnesota (attenzione, Somalia!), Maine, New York e molti altri, hanno avuto carta bianca nel furto senza precedenti di denaro dei contribuenti». Infine: «Le cifre sono talmente elevate che, in caso di successo, potremmo letteralmente pareggiare il bilancio americano. Le perquisizioni sono già iniziate a Los Angeles».

Teramo, arrestato un giovane che progettava attentati ispirandosi a Unabomber

Un ragazzo italiano residente a Teramo è stato arrestato con l’accusa di addestramento ad attività con finalità di terrorismo e apologia di reato. L’indagine, coordinata dalla procura distrettuale dell’Aquila, ha delineato il profilo di un uomo profondamente radicalizzato all’interno delle correnti anarco-primitiviste e accelerazioniste, il cui obiettivo dichiarato era la distruzione violenta del sistema tecnologico e democratico. Secondo gli inquirenti, l’indagato pianificava azioni terroristiche ispirandosi aTheodore Kaczynski, noto come Unabomber.

Forniva guide per fabbricare fucili e creare esplosivi

Attraverso canali telematici, diffondeva proclami volti a scatenare una rivoluzione antitecnologica, accompagnando i suoi messaggi con immagini di uomini armati e travisati per esaltare la lotta sovversiva. La sua non era solo propaganda teorica ma un vero e proprio supporto tecnico per la lotta armata attraverso la pubblicazione di guide dettagliate per la fabbricazione di pistole e fucili, suggerendo persino l’utilizzo di stampanti 3D. Oltre alla produzione di armi, l’uomo distribuiva istruzioni e manuali per la creazione di esplosivi e munizioni artigianali, indicando con precisione i bersagli strategici da colpire. Tra gli obiettivi individuati figuravano non solo i centri nevralgici della vita civile e dei servizi pubblici, ma anche data center e grandi società di gestione patrimoniale americane.

Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro

Gianmarco Mazzi è diventato, nel venerdì santo che precede Pasqua, il nuovo ministro del Turismo: oltre che un segnale politico, è anche un messaggio all’ex presidente del Coni Giovanni Malagò e a chi lo riteneva pronto a diventare il successore di Daniela Santanchè, oltre che un assist a coloro che lo vogliono sulla sedia lasciata vuota alla Figc da Gabriele Gravina.

Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Giovanni Malagò con Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

Il ministero della Cultura gli stava un po’ stretto

Il potentissimo Mazzi lascia la compagnia del ministero della Cultura, dove era sottosegretario. Un ambiente che in realtà “gli stava un po’ stretto”, prima con Gennaro Sangiuliano (quando Genny si dimise travolto dal caso Boccia, il suo nome circolò tra i papabili successori) e poi con Alessandro Giuli. Ora è diventato, quasi per caso, un “ministro a tutto tondo”.

Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro

Mazzi tra l’altro era finito anche nella polemica sull’annullamento del concerto del direttore d’orchestra russo Valery Gergiev alla Reggia di Caserta, come ha subito ricordato la dem Pina Picierno puntandogli il dito contro.

Fratelli d’Italia non vuole mollare nemmeno una poltrona

Si tratta di «una trincea, quella di Giorgia Meloni», dicono da Forza Italia, sottolineando che «Fratelli d’Italia non vuole mollare nemmeno una poltrona, come quella del Turismo, per darla a un esterno». In effetti sul post Santanchè, uscita dal ministero dopo il disastro referendario e associata alla cacciata del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, dopo le voci di un «nome famoso ma non politico» era stato il gruppo di Ignazio La Russa a puntare i piedi. Ma da Palazzo Chigi pare ci sia stata una presa di posizione contro gli esponenti dello stesso partito della premier provenienti dalla Sicilia.

Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Gianmarco Mazzi e Ignazio La Russa (foto Imagoeconomica).

Dentro il partito è stato Gianluca Caramanna a farne le spese

Così chi ne ha fatto le spese, in primo luogo, è stato Gianluca Caramanna, che nonostante all’anagrafe sia nato in Germania, con studi al liceo romano Righi, esperto di turismo tanto da ricoprire l’incarico di capo del dipartimento settoriale nel partito di via della Scrofa, è stato eletto in Trinacria nel collegio plurinominale. Isola che per Fratelli d’Italia è un’autentica polveriera, con il caso dell’addio di Manlio Messina che ancora non ha finito di produrre i suoi effetti.

Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Gianluca Caramanna (foto Imagoeconomica).

Un trampolino per diventare poi sindaco di Verona?

E allora Meloni ha puntato decisamente a un nome del Nord, ma non nella Lombardia dominata da ‘Gnazio (a cui comunque il nome di Mazzi va certamente bene, visto che i due sono molto vicini) che fa venire il mal di testa ad Arianna Meloni, bensì in quel Veneto, e precisamente Verona, che ha sempre dato grandi soddisfazioni alla destra, nonostante le spaccature che alle ultime elezioni comunali hanno permesso di consegnare la città all’ex calciatore Damiano Tommasi, che non ha tessera di partito ma guida una compagine alternativa alla maggioranza di governo, in carica dal 2022.

Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Il sindaco di Verona Damiano Tommasi (Imagoeconomica).

Non è un mistero che Mazzi abbia spesso pensato di diventare primo cittadino di Verona, e non manca troppo al termine del mandato di Tommasi: vestendo i panni di ministro la visibilità è assicurata, e in futuro la strada verso Palazzo Barbieri, sede del municipio scaligero, potrebbe farsi brevissima.

Primo appuntamento, non a caso, al Vinitaly di Verona

Mazzi, classe 1960, vanta un curriculum dove si legge: «Dirigente d’azienda, produttore televisivo, autore televisivo». È stato direttore artistico del Festival di Sanremo dal 2004 al 2006 e dal 2009 al 2012. Sempre dominando gli uffici, anche al Collegio Romano, con pugno di ferro. Quale sarà la sua prima grande uscita ufficiale? In casa, naturalmente, a Verona, dove va in scena Vinitaly: dal 12 al 15 aprile 2026 Veronafiere diventa l’epicentro del settore vinicolo e non solo, dato che è il salone internazionale di riferimento a livello europeo, con quattro giorni dedicati al business.

Mazzi al Turismo, la scelta in trincea di Meloni: cosa c’è dietro
Francesco Lollobrigida (da Fb).

Immancabile la presenza della premier Giorgia Meloni e quella del ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida (che proprio sul vino ne ha dette di cotte e di crude). L’unico “esterno” sarà il governatore della Regione Veneto, Alberto Stefani, leghista, il successore di Luca Zaia. Testimonial perfetto del Prosecco.

Gattuso lascia la Nazionale: risolto il contratto con la federazione

Dopo quello del presidente della Figc Gabriele Gravina e del capo delegazione Gigi Buffon, è arrivato anche il passo indietro di Rino Gattuso. Dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali, il ct della Nazionale ha risolto il contratto con la federazione. Si dovrà ora cercare un allenatore che lo sostituisca. Verrà scelto dopo il 22 giugno, giorno dell’assemblea elettiva, dal nuovo presidente federale. I nomi che circolano maggiormente sono quelli di Allegri e Conte.

Netflix, rincari degli abbonamenti illegittimi: rimborsi fino a 500 euro ai clienti

Il tribunale di Roma ha accolto l’azione promossa da Movimento Consumatori contro Netflix Italia dichiarando illegittimi gli aumenti unilaterali degli abbonamenti applicati dalla piattaforma nel 2017, 2019, 2021 e a novembre 2024. In particolare, il colosso streaming ha omesso di inserire nei contratti una clausola richiesta dal Codice del consumo per giustificare il motivo dell’aumento. L’ha introdotta solo nei contratti da gennaio 2024. Ciascun abbonato avrà ora diritto a una riduzione del prezzo attuale dell’abbonamento, alla restituzione delle somme indebitamente pagate e all’eventuale risarcimento del danno. Il giudice ha infatti chiesto a Netflix di avvisare i clienti impattati, anche ex, dicendo che hanno diritto al rimborso. Se vuole applicare loro gli aumenti dovrà proporre un nuovo contratto, con la clausola in questione. Gli utenti potranno quindi scegliere se rifiutare il contratto (e quindi dismettere Netflix) o accettarlo con i nuovi prezzi.

Quanto valgono i rimborsi

Per il piano premium, gli aumenti illegittimi applicati negli anni 2017, 2019, 2021 e 2024 ammontano ad oggi complessivamente a 8 euro al mese, mentre per il piano standard gli aumenti ammontano ad oggi complessivamente a 4 euro al mese. Un cliente premium che abbia pagato ininterrottamente Netflix dal 2017 ad oggi ha diritto alla restituzione di circa 500 euro, mentre un cliente standard alla restituzione di circa 250 euro. Gli aumenti illegittimi riguardano anche il piano base che ha visto un aumento di 2 euro a ottobre 2024. L’abbonamento che nel 2017 costava 11,99 euro ora costa 19,99 euro, quello di 9,99 euro è aumentato a 13,99 euro.

Portacontainer francese attraversa lo Stretto di Hormuz: è la prima nave europea

La Kribi, nave portacontainer appartenente al gruppo armatoriale transalpino Cma Cgm e battente bandiera maltese, ha attraversato lo Stretto di Hormuz da ovest a est per lasciare il Golfo Persico, mostrando sul suo segnale di navigazione il messaggio “armatore francese” mentre seguiva il corridoio approvato tra le isole di Qeshm e Larak. È quanto emerge dai dati di tracciamento marittimo del sito web MarineTraffic. Si tratta della prima nave europea riuscita a varcare dall’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran il passaggio che divide la penisola arabica dalle coste della Repubblica Islamica. Secondo MarineTraffic, questa mattina la Kribi si trovava al largo di Muscat. La portacontainer sarebbe diretta verso Pointe-Noire, città portuale della Repubblica del Congo.

L’elenco dei supermercati aperti a Pasqua e Pasquetta 2026

In vista di Pasqua e Pasquetta 2026, torna centrale per i consumatori il tema delle aperture dei supermercati. La maggior parte sono chiusi domenica 5 aprile, mentre lunedì 6 molti sono aperti, seppur spesso con orari ridotti o festivi. Le principali insegne della grande distribuzione hanno fornito indicazioni sulle aperture durante le festività ma, per evitare inconvenienti, il consiglio resta quello di verificare sempre in anticipo gli orari del proprio supermercato di fiducia, consultando i siti ufficiali o le app dedicate.

Supermercati aperti a Pasqua e Pasquetta 2026

Per quanto riguarda Aldi, la catena conferma la chiusura totale nel giorno di Pasqua. Diversa la situazione a Pasquetta, quando i punti vendita seguiranno generalmente l’orario domenicale, pur con possibili variazioni locali. Stesso schema per Bennet, che non alzerà le serrande a Pasqua ma garantirà l’apertura nel Lunedì dell’Angelo. Anche in questo caso, gli orari possono cambiare a seconda della zona. Carrefour si muove su una linea simile: la maggior parte dei supermercati resterà chiusa a Pasqua, mentre molti riapriranno a Pasquetta. In particolare, i punti vendita più piccoli e centrali, come i Carrefour Express, risultano spesso operativi anche nei giorni festivi. Per Conad, la domenica di Pasqua sarà prevalentemente di chiusura, mentre a Pasquetta numerosi negozi torneranno accessibili, sebbene con orari ridotti. Una situazione più articolata riguarda invece Coop e Ipercoop, dove alcuni punti vendita potrebbero restare aperti a Pasqua (con orario limitato) e chiudere il giorno successivo. Grande variabilità per Crai, dove la gestione degli orari festivi è demandata ai singoli esercenti: ciò significa che le aperture possono cambiare sensibilmente da città a città. Anche Despar lascia margine ai territori, con alcuni supermercati aperti sia a Pasqua che a Pasquetta, ma spesso con fasce orarie ridotte. Per Esselunga si parla di chiusura totale a Pasqua e riapertura parziale a Pasquetta, soprattutto nei grandi centri urbani e nei centri commerciali. Lidl, infine, adotta una gestione flessibile, con aperture e chiusure che dipendono dalla località del punto vendita.

Rovigo, striscione di CasaPound con minacce alla deputata dem Nadia Romeo

Sulla sede della Cgil a Rovigo è comparso uno striscione intimidatorio rivolto alla deputata del Pd Nadia Romeo, con frasi di odio esplicite e violente, firmato con il simbolo di CasaPound Veneto e accompagnato da una croce celtica: «Sei solo una povera comunista di merda. Guardati le spalle, amica dei negri di merda».

Romeo: «Non è solo un attacco personale, ma a intere comunità»

«Ecco chi sono le persone che abbiamo tenuto fuori dalla Camera dei deputati», ha scritto su Facebook la deputata rodigina Romeo, che è stata sospesa per cinque giorni dai lavori parlamentari per aver impedito (con altri 31 deputati) che nella sala stampa di Montecitorio si tenesse un incontro sulla “remigrazione”, che prevedeva l’intervento di esponenti di CasaPound (e altre organizzazioni di estrema destra). «Non è solo un attacco personale: è odio, intimidazione, violenza verbale che colpisce anche intere comunità con parole razziste e inaccettabili», ha aggiunto Romeo. E poi: «Ricordiamoci chi sono e cosa rappresentano: ideologie che la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, ha già condannato senza ambiguità. Non possiamo permettere che qualcuno si senta protetto mentre semina odio».

La capogruppo Braga: «Inaccettabile il silenzio delle istituzioni»

Chiara Braga, capogruppo dem alla Camera, ha chiesto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di «intervenire per perseguire i responsabili di tale atto» e al presidente della Camera Lorenzo Fontana e a tutte le forze politiche, «anche a quelle di centrodestra», di «prendere una posizione chiara di condanna». E poi: «Abbiamo presentato denuncia e chiediamo che si faccia piena luce. Inaccettabile che CasaPound, covo neofascista, continui ad agire senza conseguenze». Inaccettabile, ha aggiunto, anche il silenzio delle istituzioni. Un concetto espresso anche da Romeo, secondo cui «rischia di essere percepito come una copertura, come un via libera implicito a chi usa odio e minacce».

Trump silura anche la procuratrice generale e il capo di stato maggiore dell’esercito

Dopo la Segretaria della sicurezza interna Kristi Noem, sollevata dall’incarico a marzo dopo le violenze dell’Ice in Minnesota, nel mirino di Donald Trump sono finiti anche la procuratrice generale Pam Bondi, licenziata da un presidente Usa sempre più frustrato dalla sua gestione del caso Epstein, e il capo di stato maggiore dell’esercito Army Randy George, silurato dal tycoon tramite il segretario della Difesa Pete Hegseth.

Trump silura anche la procuratrice generale e il capo di stato maggiore dell’esercito
Pete Hegseth e Donald Trump (Imagoeconomica).

La rimozione di Bondi era nell’aria da settimane

Annunciando su Truth la sua rimozione dall’incarico, Trump ha definito Bondi «una grande patriota americana e un’amica leale, che ha servito fedelmente» come procuratrice generale – ovvero come ministra della Giustizia – «nel corso dell’ultimo anno». Al suo posto è subentrato ad interim Todd Blanche, finora noto soprattutto per aver rappresentato Trump nel processo penale del 2024 a New York. Ma il favorito alla successione è Lee Zeldin, attualmente segretario all’Ambiente. La rimozione di Bondi, che non è stata in grado di tenere secretati migliaia di file delle indagini su Jeffrey Epstein (compromettenti per Trump) era nell’aria da settimane: secondo il Daily Mail avrebbe implorato invano il tycoon di non cacciarla durante un’accesa discussione alla Casa Bianca. In un post sui social, in cui ha ringraziato Trump e rivendicato i successi del “suo” Dipartimento della Giustizia Bondi, si è detta «entusiasta» del nuovo incarico – non è dato sapere quale – che andrà a ricoprire nel settore privato.

George era d’intralcio alla visione di Trump per l’esercito

A chiedere ritiro immediato di George, che era stato nominato da Joe Biden avrebbe potuto ricoprire il suo ruolo fino al 2027, è stato Hegseth. Che lo riteneva d’intralcio ai piani di sviluppo della U.S. Army secondo la visione di Trump. Un alto funzionario del Dipartimento della Difesa ha affermato che «era giunto il momento per un cambio di leadership»: al suo posto il generale Christopher LaNeve, vicecapo di stato maggiore dell’esercito ed ex aiutante militare di Hegseth, «leader collaudato con decenni di esperienza operativa e su cui il Segretario pone la sua totale fiducia». George è solo l’ultimo di alti ufficiali militari che hanno lasciato il posto col ritorno di Trump alla Casa Bianca: era già successo ad esempio a C.Q. Brown, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica, e a Jeffrey Kruse, ex direttore della Defense Intelligence Agency.

Trump silura anche la procuratrice generale e il capo di stato maggiore dell’esercito
Tulsi Gabbard (Imagoeconomica).

La prossima a saltare potrebbe essere Tulsi Gabbard

Il repulisti di Trump, che non disdegna i mini-rimpasti, potrebbe proseguire. Nel mirino del tycoon sarebbe finita Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence Nazionale: la sua colpa, sostanzialmente, è quella di aver pubblicamente criticato l’intervento militare contro l’Iran, smentendo che Teheran abbia tentato di ricostruire gli impianti di arricchimento dell’uranio dopo gli attacchi Usa del 2025. Ma Gabbard già da prima non era tenuta in grande considerazione dal presidente Usa: sembra infatti che a gennaio sia stata tenuta all’oscuro dell’operazione in Venezuela che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro. La goccia che ha fatto traboccare sarebbe però stato il suo rifiuto di stigmatizzare le parole del suo ex capo di gabinetto Joe Kent, che si è dimesso accusando Trump di essersi fatto manipolare da Israele.

Via libera del Cdm al nuovo decreto carburanti: cosa prevede

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al nuovo decreto legge carburanti che proroga il taglio delle accise fino al primo maggio. Oltre a questo, ha spiegato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il testo prevede un intervento mirato sulle aziende agricole, cui viene esteso il taglio delle imposte già adottato per le pesca. Il provvedimento recepisce infine l’accordo con le associazioni di categoria Transizione 5.0. Per la copertura del decreto sono stati stanziati 500 milioni, risorse recuperate sull’Ets.

Chi è Gianmarco Mazzi, nuovo ministro del Turismo

Gianmarco Mazzi, finora in carica come sottosegretario al ministero della Cultura, è stato scelto come nuovo ministro del Turismo. Il governo Meloni colma così la casella rimasta vuota dopo le dimissioni di Daniela Santanchè dal dicastero, arrivate il 25 marzo. Questa mattina il giuramento al Quirinale.

L’elezione alla Camera e la nomina a sottosegretario

Mazzi è approdato in Parlamento nel 2022, quando è stato eletto alla Camera dei deputati con Fratelli d’Italia nel collegio plurinominale Veneto 2 – 01. Da allora ha ricoperto anche il ruolo di sottosegretario alla Cultura con delega alla musica e allo spettacolo dal vivo, affiancando prima Gennaro Sangiuliano e poi Alessandro Giuli.

È stato tra i promotori della Nazionale italiana cantanti

La delega affidata a Mazzi non è certo casuale, visto che la sua carriera lavorativa è stata caratterizzata tra produzioni musicali/televisive di alto profilo e la gestione di eventi live di prestigio. Nato a Verona nel 1960, all’inizio degli Anni 80 è stato tra i promotori della Nazionale italiana cantanti con Gianni Morandi e Mogol. I suoi rapporti con il mondo della musica l’hanno portato a collaborare – tra gli altri – con Miguel Bosè, i Pooh, Caterina Caselli, Lucio Dalla, Adriano Celentano e Riccardo Cocciante. Dal 2017 al 2022 ha ricoperto il ruolo di direttore artistico e amministratore delegato dell’Arena di Verona. Nel 2017 è stato inoltre tra gli ideatori del programma Sanremo Young, condotto per due edizioni da Antonella Clerici.