Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, negli Stati Uniti il tasso di approvazione di Donald Trump è sceso al 33 per cento, ovvero al livello più basso registrato nel corso del secondo mandato presidenziale e minimo storico della permanenza del tycoon alla Casa Bianca: tale quota era stata infatti già toccata a dicembre 2017.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Gli americani non approvano la guerra all’Iran
Appena una settimana fa, il 35 per cento degli intervistati aveva dichiarato di approvare l’operato di Trump come presidente. La ragione principale del calo di gradimento di Trump, che all’inizio del suo secondo mandato aveva superato il 50 per cento, risiede nella guerra con l’Iran. Circa l’80 per cento degli americani – tra cui l’87 per cento dei democratici e il 71 per cento dei repubblicani – ritiene che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Iran «si protrarrà per un periodo di tempo prolungato». Solo il 16 per cento ha affermato di confidare che il conflitto si concluderà probabilmente nel giro di poche settimane. Trump, che aveva basato la propria campagna elettorale sulla promessa di tenere sotto controllo l’inflazione ed evitare guerre prolungate, aveva sostenuto che il conflitto con l’Iran sarebbe durato poche settimane. Tuttavia, la Repubblica Islamica ha dimostrato di saper reggere l’urto, mantenendo in gran parte bloccato il transito di greggio attraverso lo stretto di Hormuz, anche dopo che la tensione del conflitto si è allentata, cosa che ha contribuito all’aumento del costo dei carburanti.
È morto a 98 anni Fulvio Lucisano, decano dei produttori cinematografici italiani. Aveva fondato le società di produzione cinematografica Italian International Film e Lucisano Media Group. Inoltre era stato presidente dell’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e digitali (Anica) dal 1998 al 2001.
Lucisano nel corso dei decenni ha prodotto oltre 130 film
Nato a Roma nel 1928, Lucisano aveva avuto la prima esperienza nel mondo del cinema nel 1949, quando partecipò alla realizzazione di Anno Santo, documentario sul Giubileo che si sarebbe tenuto nel 1950. Negli stessi anni aveva collaborato con l’Istituto Luce per la realizzazione dei cinegiornali destinati all’America Latina. Nel 1955 aveva prodotto il suo primo film: I quattro del getto tonante. Nel 1958 la fondazione della casa di produzione Italian International Film, di cui era ancora presidente. Tramite la IIF, Lucisano ha prodotto oltre 130 pellicole, tra cui Tre tigri contro tre tigri (1977), Ricomincio da tre (1981), Il ras del quartiere (1983), Il grande cocomero (1993), Ninfa plebea(1996),Fantozzi – Il ritorno(1996), La mia vita a stelle e strisce (2003) e Notte prima degli esami (2006). Nel 1992 aveva anche fondato Lucisano Media Group.
Kevin Lamour, ovvero il direttore operativo della Fifa, è stato improvvisamente licenziato dall’organo di governo del calcio mondiale. «La decisione è stata presa dopo un’attenta valutazione e con grande rispetto» nei confronti del dirigente francese, si legge in un comunicato. Dove però non c’è scritto che, di fatto, Lamour è stato silurato per aver criticato pubblicamente il piano del presidente Gianni Infantino (poi abortito), che prevedeva di vendere a investitori privati il 21 per cento delle quote della Coppa del Mondo. Commentando la proposta denominata Fifa Forward Enterprise, Lamour aveva detto di essere stato «ingannato» dalla mancanza di trasparenza nella pianificazione del progetto. E dunque da Infantino. Il dirigente francese, approdato nel mondo del calcio dalla politica circa 20 anni fa come assistente dell’allora presidente della Uefa Michel Platini, era stato nominato direttore operativo della Fifa alla fine del 2024.
La controversa presidenza di Infantino, deciso a rimanere a capo della Fifa
Col licenziamento del numero tre della Fifa la controversa presidenza di Infantino si arricchisce così di un nuovo capitolo. Dopo le polemiche per il progetto Fifa Forward Enterprise il suo indice di gradimento è crollato, ma il dirigente elvetico era già inviso a buona parte degli appassionati, per vari motivi. Durante la Coppa del Mondo era finito nella bufera per la revoca della squalifica dello statunitense Folarin Balogun, arrivata dopo il pressing di Donald Trump e una forzatura dell’articolo 27 del Codice disciplinare, e prima ancora aveva sollevato perplessità il premio per la pace assegnato proprio al presidente Usa. A tal proposito Jamie Raskin, massimo esponente democratico della Commissione Giustizia della Camera Usa, ha avviato un’indagine su Infantino chiedendo un’audizione del presidente della Fifa e la consegna di documenti per fare luce sui presunti scambi di favori con Trump. Andando ancora a ritroso, a tutto questo si aggiungono le controversie riguardanti le assegnazioni di due edizioni dei Mondiali a Qatar e Arabia Saudita.
Donald Trump e Gianni Infantino (Ansa).
L’11 agosto Trump ha preso le difese di Infantino con un post su Truth, in cui lo ha definito un presidente «eccezionale» che «ha appena presieduto il Mondiale di maggior successo di sempre (quattro volte superiore a qualsiasi altra edizione)», aggiungendo: «La Fifa commetterebbe un errore gravissimo se prendesse anche solo in considerazione l’idea di sostituirlo». L’organo di governo del calcio mondiale, sostanzialmente, ha messo in chiaro di pensarla allo stesso modo: dopo la riunione del Consiglio direttivo a Rabat, in Marocco (Paese che co-ospiterà i Mondiali nel 2030), la Fifa ha chiesto scusa per l’idea di Infantino, ribadendo però la piena fiducia all’attuale presidente, intenzionato a candidarsi per un nuovo mandato.
Maria Rosaria Boccia conferma che lei e Sigfrido Ranucci si sono incontrati diverse volte e stanno scrivendo un libro insieme. Dopo l’indiscrezione del Giornale secondo cui la cui bozza sarebbe praticamente pronta, l’imprenditrice ha detto al Corriere che «il progetto è concreto e in uno stato avanzato» e racconterà «fatti, meccanismi e retroscena che aiutino a comprendere meglio alcuni anni della vita pubblica italiana, distinguendo ciò che è stato raccontato da ciò che è realmente accaduto». Ha comunque preferito non anticipare contenuti, struttura ed editore, «perché alcune notizie meritano di essere date quando sono mature e non consumate attraverso indiscrezioni». In ogni caso, ha aggiunto, «se qualcuno immagina un libro accomodante, celebrativo o scritto per regolare piccoli conti personali, rischia di rimanere deluso».
Boccia: «Ranucci dice che mi conosce appena? Non commento ricostruzioni»
Boccia è poi tornata a parlare del suo rapporto col giornalista. Dopo aver detto che è nel suo «cerchio magico» e che sono amici, il Messaggero aveva infatti scritto che al Comitato etico lui avrebbe detto di conoscerla appena. «Non ne sono a conoscenza e non ho letto l’articolo», ha commentato lei. «E comunque preferisco non commentare ricostruzioni di seconda o terza mano come se fossero verbali ufficiali. Tra ciò che viene detto, ciò che viene riferito e ciò che diventa un titolo possono esserci distanze considerevoli. Posso dire con assoluta serenità che Sigfrido Ranucci è una persona che conosco, frequento e alla quale sono legata da un rapporto di amicizia e di stima». E ancora: «Non ho alcun motivo per modificare ciò che ho già dichiarato pubblicamente. Troverei francamente sorprendente scoprire che abbia sostenuto di non conoscermi. Ma uso volutamente il condizionale, prima di attribuire a una persona parole tanto nette vorrei leggerle in un documento e non nell’interpretazione di qualcuno».
Nella notte tra il 17 e il 18 agosto l’Ucraina ha lanciato un nuovo massiccio attacco con droni nella regione di Mosca. Più di 600 i velivoli a pilotaggio remoto diretti verso la capitale russa, circa 180 quelli intercettati e distrutti, come ha fatto sapere il sindaco il sindaco di Mosca Sergey Sobyanin.
Tre feriti e almeno 5 mila persone rimaste senza elettricità
Un ufficio anagrafe, un negozio e le finestre di un edificio residenziale sono stati danneggiati dalla caduta di detriti di un drone a Kolomna, dove un uomo ha riportato ferite. Inoltre «nel distretto di Ramenskoye una bambina di 10 anni è rimasta ferita dopo che un drone è caduto su un’abitazione» e «nel distretto di Bogorodsky, una donna ha avuto bisogno di cure mediche dopo essere stata ferita da detriti», ha scritto su Telegram il governatore della oblast’ Andrey Vorobyov. Le conseguenze più gravi dell’attacco sono state registrate nel distretto di Pavlovsky Posad: un’abitazione privata è andata a fuoco nel villaggio di Kuznetsy e il tetto di un condominio ha preso fuoco a Pavlovsky Posad. A Noginsk, inoltre, un drone ha colpito un magazzino di Wildberries, principale rivenditore online del Paese. Secondo Mosoblenergo, una delle più grandi aziende pubbliche di distribuzione di energia elettrica nella regione di Mosca, oltre 5 mila persone e 46 strutture di pubblica utilità nel distretto sono rimaste senza corrente.
Un proiettile ha colpito una nave nello stretto di Hormuz. Lo ha riferito l’Agenzia britannica per le operazioni di commercio marittimo, che monitora la sicurezza delle navi e dei marittimi in tutto il mondo. L’imbarcazione, la cui bandiera non è stata identificata, è stata colpita «da un proiettile non identificato mentre effettuava un transito in uscita» dallo Stretto. Si registra un ferito tra i membri dell’equipaggio, che è stato assistito dalla Guardia Costiera dell’Oman, Paese che condivide con l’Iran le acque territoriali nello Stretto. L’agenzia non ha fornito la posizione esatta dell’imbarcazione colpita.
Nella rete ex Tim che fa capo a FiberCop, controllata dal fondo americano Kkr, la partita per la poltrona di amministratore delegato si è trasformata in un braccio di ferro istituzionale. Il primo nome, alla costituzione della società, era stato quello di Luigi Ferraris, arrivato dalla presidenza di Ferrovie dello Stato. Se n’è andato in meno di sei mesi, lasciandosi alle spalle un’intervista al Financial Times che in tanti, dentro Kkr, ricordano ancora come uno degli episodi più imbarazzanti della storia del fondo. Le sue deleghe sono finite tutte nelle mani di Massimo Sarmi, che da presidente si è ritrovato anche amministratore delegato a tutti gli effetti, cumulando le due cariche.
Massimo Sarmi (Imagoeconomica).
I rapporti con Tim sono ai minimi storici
Da allora la situazione, sussurrano i bene informati, non avrebbe fatto che peggiorare. Il bilancio 2025 si è chiuso con una perdita di oltre 200 milioni e per quest’anno si parla già di un Ebitda negativo per oltre 200 milioni di euro. Numeri pesanti per una società dal valore di 18,8 miliardi di euro, debito compreso, che nel frattempo litiga apertamente con Tim sui termini dell’accordo di cessione della rete, perfezionato nel luglio 2024. Nei corridoi si racconta che i rapporti tra le due aziende siano ai minimi storici: l’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, non perderebbe occasione per far pesare a Sarmi ogni disservizio segnalato dai clienti. Una sorta di sveglia quotidiana alla quale in FiberCop si sarebbero ormai abituati, senza però riuscire a dare risposte operative.
L’ad di Tim Pietro Labriola (Imagoeconomica).
L’emorragia di manager (senza esperienza di rete)
Quello che colpisce, più ancora dei numeri, è il turnover ai vertici e il tratto che accomuna quasi tutti i manager usciti di scena: pochissimi arrivavano dal mondo delle telecomunicazioni e nessuno è rimasto abbastanza a lungo da lasciare qualcosa di diverso da un vuoto – un buco, si dice in FiberCop – da riempire in fretta. Ha lasciato Riccardo Busani, chief strategy officer, arrivato direttamente da Kkr e già membro del board di FiberCop prima di assumere l’incarico operativo. Stessa sorte è toccata a Simone Bonannini, responsabile commerciale, che aveva affiancato Kkr nella fase di acquisizione della rete da Tim, e ad Alberto Boffelli, chief corporate officer, che nei fatti svolgeva il ruolo di direttore generale. Se n’è andato anche Gabriele Mandurino, alla guida dell’immobiliare, e prima ancora Alessandro Mona, arrivato da Ariston a capo degli acquisti e rimasto meno di un anno. Al suo posto è stato chiamato Dario Pantaleo, proveniente da Ferrero, altro nome senza trascorsi nel settore. Ultimo, in ordine di tempo, l’addio di Fabio Ruffini, capo dell’investor relations arrivato a marzo in vista di una possibile Ipo nel 2028, che a fine agosto passerà ad Acea. Manager provenienti dal largo consumo, dalla cosmesi, dal packaging, dal real estate, dalle ferrovie: profili scelti, dicono in FiberCop, senza una conoscenza diretta delle dinamiche industriali di una rete in rame e fibra. Il risultato, fanno notare i critici, è sotto gli occhi di tutti: partenze dopo pochi mesi, caselle nuovamente da riempire e pezzi di continuità operativa che si perdono per strada.
Fabio Ruffini (da LinkedIn).
Il ruolo di Sarmi e la sponsorizzazione di Nespolo
Non è un caso, notano osservatori vicini al dossier, che sia stato proprio Sarmi, nella sua doppia veste di presidente e amministratore delegato, a favorire l’ingresso di manager privi di esperienza specifica sulla rete. Una scelta che gli avrebbe consentito di mantenere saldamente nelle proprie mani la guida dell’azienda, senza contrappesi tecnici interni abbastanza forti da contestarne le decisioni. In quest’ottica si spiegherebbe anche il sostegno di Sarmi alla candidatura di Marco Nespolo.
Marco Nespolo (Imagoeconomica).
Chi spinge per la nomina dell’ad di Fedrigoni
Per la successione, Kkr avrebbe individuato proprio Nespolo, amministratore delegato delle Cartiere Fedrigoni, controllate da Bain Capital. Fedrigoni produce carte speciali ed etichette di alta gamma, soprattutto per il settore vinicolo: un profilo industriale, sostengono in Kkr, abituato a gestire contesti complessi, ma certamente più familiare con l’umidità delle cantine che con i guasti nelle centraline. La spinta più forte a favore di Nespolo arriverebbe dall’interno dello stesso fondo, in particolare da James Gordon, che ha seguito l’operazione FiberCop fin dalle origini, e dal suo diretto superiore Mattia Caprioli, a capo di Kkr per l’Europa. Gordon è stato anche compagno di master di Nespolo, un rapporto che non sarebbe stato estraneo alla scelta del manager di Fedrigoni. La cui candidatura, però, non convince i soci di minoranza: Adia, il fondo sovrano di Abu Dhabi che possiede il 17,5 per cento, e soprattutto il Mef, titolare del 15,93 per cento, che pur non potendo imporre un proprio candidato ha fatto sapere di non gradire quello scelto da Kkr.
Mattia Caprioli (Imagoeconomica).
La rosa di candidati scartati
L’obiezione principale è semplice: Nespolo ha guidato una realtà industriale di dimensioni assai più contenute, mai un gruppo da 10 mila dipendenti diretti e 30 mila esterni come FiberCop. Ma Gordon non vuole sentire ragioni: la scelta, ribadisce, spetta per statuto a Kkr e il fondo l’ha fatta dopo aver passato al setaccio una rosa iniziale di 20 profili e ristretto progressivamente la short list. Sono stati scartati, secondo indiscrezioni, nomi più noti come Stefano Donnarumma, che avrebbe guardato con interesse a FiberCop prima di essere allontanato da Ferrovie dello Stato; Marco Patuano, dato in cerca di un rientro in Italia dopo l’esperienza in Cellnex in Spagna, e Paolo Bertoluzzo, ex ad di Nexi, il cui nome, secondo alcuni fondi, resterebbe legato all’andamento non brillante del titolo durante il suo mandato. Alla fine, da una rosa di 20 manager industriali, alcuni dei quali con esperienza nelle telecomunicazioni, Kkr avrebbe scelto proprio chi di telecomunicazioni non si è mai occupato. Un paradosso che nel settore in pochi riescono a spiegarsi.
Stefano Donnarumma (Imagoeconomica).
I due profili ancora in corsa
Eppure, nonostante Kkr consideri la partita chiusa, oltre a Nespolo restano in corsa due profili di segno opposto. Il primo è quello di Paolo Gallo, amministratore delegato di Italgas dal 2016, con un passato in Grandi Stazioni e Acea e sostenuto da Caltagirone. Da tempo Gallo cercherebbe una via d’uscita da Italgas, dove siede al vertice ormai da nove anni, e un approdo a FiberCop libererebbe una poltrona assai ambita nel giro delle nomine pubbliche.
Paolo Gallo (Imagoeconomica).
Il secondo è quello di Stefano Siragusa, consigliere di Tim, ex vicedirettore generale del gruppo e per anni responsabile della rete fissa. Fu lui, su mandato dell’allora amministratore delegato Luigi Gubitosi, a ristrutturare la rete dell’ex monopolista e a disegnare l’architettura che avrebbe poi dato vita a FiberCop. Lasciò Tim perché contrario alla vendita della rete: avrebbe preferito la creazione di una rete unica sotto la guida di Cdp, con Kkr e Macquarie nel ruolo di soci di minoranza.
Stefano Siragusa (dal sito Tim).
La contromossa di Kkr: la poltrona a Soro
Di fronte alle resistenze del Mef sulla nomina di Nespolo, che Kkr considera chiusa e definitiva già dal 30 luglio, il fondo avrebbe deciso di giocare su un altro tavolo: offrire al direttore generale del Tesoro, Francesco Soro, la presidenza di FiberCop quando il mandato di Sarmi arriverà a scadenza, nella primavera del 2027. Una contropartita istituzionale prima ancora che manageriale: la presidenza a un uomo del Tesoro per ammorbidire la linea del ministero sulla scelta dell’amministratore delegato e far digerire al Mef un nome, quello di Nespolo, che a Roma non è mai davvero piaciuto.
Francesco Soro (Imagoeconomica).
L’ombra di Grilli potrebbe accelerare il progetto rete unica
Ma c’è un altro nome che, nei conciliaboli fioriti attorno alla partita FiberCop, torna con crescente insistenza: Vittorio Grilli. Ex ministro dell’Economia, prima in JpMorgan e oggi presidente di Mediobanca, Grilli è stato tra i principali interlocutori italiani nella trattativa che nel 2023 ha portato Kkr a rilevare la rete da Tim. Un dossier sul quale, insieme al capo di gabinetto di Palazzo Chigi Gaetano Caputi, ha lavorato a stretto contatto con i vertici del Mef, imparando a conoscere uomini e stanze del Tesoro meglio di molti altri. Oggi Grilli veste anche i panni di advisor dello stesso fondo americano, dopo essere stato dall’altra parte del tavolo come consulente della componente pubblica. Una posizione che lo colloca in un punto di osservazione privilegiato proprio mentre Kkr cerca di smussare le resistenze del Mef sulla successione a Sarmi. Ed è qui che riemerge un’ipotesi mai del tutto tramontata: quella della rete unica, con la componente pubblica, Cdp in testa, chiamata ad assumere un ruolo più incisivo e Kkr e Macquarie ridotti a soci finanziari di minoranza. Un disegno che, qualora Grilli decidesse di spendere il proprio credito istituzionale in questa direzione, troverebbe in lui un interlocutore tutt’altro che marginale presso il Tesoro.
Vittorio Grilli (Imagoeconomica).
Poste, il convitato di pietra
Sullo sfondo resta infine un attore che sul dossier non ha ancora parlato, ma che osserva la partita con attenzione crescente: Poste Italiane. L’obiettivo dichiarato di Matteo Del Fante e del condirettore generale Giuseppe Lasco è la digitalizzazione del Paese, un mandato che difficilmente può prescindere dall’infrastruttura sulla quale quella digitalizzazione poggia. Resta da capire chi, tra i tre nomi superstiti, riuscirà davvero a portare Kkr e Mef a un’intesa. Nel frattempo, mentre il totonomi si consuma tra Roma, Milano e New York, molti nel settore sono ancora in ferie. E c’è chi scommette che qualcuno, in questi giorni, stia sorseggiando un calice con addosso proprio un’etichetta Fedrigoni, senza immaginare che Kkr vorrebbe mettere chi la produce sulla poltrona più importante di FiberCop.
Matteo Del Fante e Giuseppe Lasco (Imagoeconomica).
Nella Lega si respira aria di Papeete III. Matteo Salvini, il ‘surfista’ della politica italiana, starebbe per giocarne una delle sue. Provocare un piccolo tsunami per praticare il suo sport preferito, ovvero la navigazione nel caos, la cavalcata dell’onda. Una mossa rischiosa che potrebbe mettere a dura prova la tenuta del Meloni I.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Un vicepremier in versione leader di opposizione
Niente, dicono, potrà succedere prima del 4 settembre, data da mesi cerchiata in rosso su tutti i calendari di governo, perché quel giorno finalmente Giorgia Meloni raggiungerà il record di premier più ‘longevo’ della storia repubblicana. Ma dal 5 – raccontano i ben informati a L43 – tutto è possibile. E chi è vicino al segretario leghista parla di un piano per cominciare a battere sui temi della sicurezza e fare il controcanto quotidiano al governo e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al rientro dalla pausa estiva fino alle elezioni. Una strategia della goccia cinese pianificata, come se Salvini fosse il leader di un partito di opposizione anziché vicepremier e capo di una formazione di maggioranza. Nel mirino ci sarebbe proprio Piantedosi, suo ex capo di gabinetto quando era ministro dell’Interno. Insomma, l’idea di Salvini non sarebbe quella di ‘staccare la spina’ al governo in carica, come fatto nelle estati del 2019 con il Conte I e del 2022 con l’esecutivo guidato da Mario Draghi. Ma il suo piano di pressing sul Viminale, se veramente andrà avanti, potrebbe risultare molto fastidioso per Meloni e per la stabilità dell’esecutivo.
Matteo Piantedosi e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
La fronda lombarda e i malumori in Veneto e Piemonte
Il piano non è nuovo e viene ciclicamente riproposto dai leghisti, a partire dall’assoluzione definitiva del loro capo dalle accuse di sequestro aggravato per aver bloccato lo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms nell’agosto del 2019. Finora la premier e gli altri partiti di maggioranza hanno sempre respinto l’ipotesi di un suo ritorno al Viminale. L’ultima volta che le pressioni del partito si sono riaccese, Piantedosi è stato ricevuto da Sergio Mattarella, incontro che molti hanno letto come un evidente segnale di sostegno al ministro da parte del capo dello Stato. Ai tempi, da parte di FdI poi si era esclusa nuovamente qualsiasi ipotesi di cambio della squadra di governo. Ma, con il passare delle settimane, la situazione interna alla Lega è divenuta ormai irrecuperabile. Salvini non solo non controlla più il partito, ma è stato sostanzialmente sfiduciato dalle segreterie provinciali che hanno maggior peso elettorale in Lombardia: Bergamo, Brescia, Varese e Sondrio. Nel direttivo lombardo del 7 agosto gli è stato chiesto di fare un ‘passo di lato’. Forti malumori si registrano anche in Veneto e Piemonte, malgrado siano soffocati nel primo caso dal commissario Andrea Tomaello, e nel secondo dal capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari (che da fervente critico, improvvisamente, si è trasformato in un fedelissimo del capo).
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).
Zaia, Fedriga e Fontana per ora non danno battaglia
Allo stato, però, non vi sono colonnelli pronti a sferrare il ‘colpo finale’ e soprattutto pronti a diventare generali al posto del fu Capitano. I governatori – dall’ex doge Luca Zaia a Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana – continuano a essere riottosi senza però dare vera battaglia.
Attilio Fontana (Ansa).
E quindi Salvini resta dove è, con l’obiettivo di disfarsi di tutti coloro che non sono alle sue dirette dipendenze e completare la trasformazione della Lega in partito personale, con la fidanzata Francesca Verdini sempre in prima fila (come in molti eventi pubblici recenti). Per fare questo, e salvare il salvabile di quella percentuale di voti che gli è rimasta (tra il 5 e il 6 per cento secondo i sondaggi), il segretario leghista deve tornare al Viminale o comunque fare campagna per tornarci. Ormai è una ossessione. E poco conta se, facendolo, scarica i problemi del suo partito sul governo. È diventata una questione di sopravvivenza. Le reazioni degli alleati non sono ancora arrivate. Ma c’è da scommettere che l’amica Giorgia e il collega vicepremier Antonio Tajani non gradiranno.
Nel corso dell’incontro con Jared Kushner a Gerusalemme, Benjamin Netanyahu ha spiegato all’inviato di Donald Trump (nonché genero del tycoon) di non essere intenzionato ad avallare un cessate il fuoco con Hamas nella Striscia di Gaza, spiegando che una tregua con l’organizzazione islamista sarebbe «problematica» in vista delle elezioni che si terranno a ottobre in Israele.
Jared Kushner (Ansa).
Kushner ha appena incontrato Al-Hayya al Cairo
Il faccia a faccia Kushner-Netanyahu, durato oltre quattro ore, si è svolto a due settimane dall’adesione di Hamas all’ultima fase del piano di Trump per la Striscia, rifiutato però da Tel Aviv. E all’indomani dell’incontro al Cairo tra il negoziatore statunitense e Khalil Al-Hayya, leader del gruppo islamista. Kushner, come riporta la Cnn citando una fonte informata sui colloqui, ha sollecitato Netanyahu a procedere con il piano di cessate il fuoco a Gaza sostenuto dal suocero e a «non creare ostacoli». Bibi, che aveva già respinto il piano in 15 punti della Casa Bianca a inizio agosto, ha però risposto picche. Ynet scrive inoltre che Netanyahu, nel corso dell’incontro, ha chiarito che «non verrà concesso nulla che possa spianare la strada a uno Stato palestinese».
Benjamin Netanyahu (Ansa).
Bibi chiede il disarmo di Hamas per il ritiro delle truppe
Secondo la fonte della Cnn, Netanyahu ha spiegato a Kushner e al direttore del Board of Peace Nickolay Mladenov (presente all’incontro al pari di Tony Blair) che spetta a Hamas compiere i primi passi. Il premier israeliano chiede il disarmo completo del gruppo palestinese e solo in tal caso, ha sottolineato, potrà cominciare un ritiro graduale delle truppe dell’Idf dalla Striscia. Lo stesso concetto è stato espresso dalla fonte di Ynet: «C’era la percezione iniziale che il Board of Peace volesse iniziare con delle “zone pilota”, ma ora non se ne parla più così. O meglio, Netanyahu vuole che Hamas dimostri il suo impegno con l’effettiva consegna di tutte le sue armi». Solamente dopo il disarmo del gruppo palestinese dirà sì a un cessate il fuoco.
Gli Stati Uniti e l’Iran hanno concordato di estendere per altri 60 giorni il cessate il fuoco di due mesi sancito dal memorandum d’intesa siglato a Islamabad il 18 giugno, che scadeva oggi. Lo riferisce Al Arabiya, citando alcune fonti. I 60 giorni di tregua previsti dall’accordo dovevano servire – nei piani – per l’avvio di negoziati per porre fine alla guerra, ma le cose non sono andate come auspicato, dato che i nodi da sciogliere (dal nucleare all’allentamento delle sanzioni Usa) sono rimasti tali. A meno di un mese dalla firma, peraltro, gli attacchi erano ricominiciati, tra reciproche accuse di violazione del cessate il fuoco. Poi i raid si sono interrotti, secondo la stampa americana per il timore da parte dello staff di Donald Trump di rappresaglie della Repubblica Islamica che avrebbero messo a dura prova le difese aeree americane in Medio Oriente, vista la scarsità dell’arsenale a stelle e strisce dopo i ripetuti raid. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita funzionari iraniani e arabi, Teheran avrebbe usato questi due mesi per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni.
Abbiamo scherzato! Il woke non è più la bibbia, né negli Usa, né in Europa e tantomeno in Italia. Il “la” mediaticamente più clamoroso l’ha dato la star dei progressisti democratici americani, Alexandria Ocasio-Cortez, che ha criticato senza mezzi termini gli eccessi del wokismo e della cancel culture.
Alexandria Ocasio-Cortez (Ansa).
Il cambio di passo radicale tra i dem
Il dibattito negli Stati Uniti va avanti da tempo in realtà. Era iniziato in ambienti democratici illuminati, è andato a sbattere contro l’iceberg Trump, si sta dipanando nel confronto alle primarie tra socialdemocratici e liberaldemocratici in vista delle elezioni di midterm. Ora AOC, che non esclude in un futuro di candidarsi alle elezioni presidenziali, ha ammesso in un’intervista televisiva che il woke prima maniera era una «follia». «La nostra priorità è la classe lavoratrice di questo Paese», ha messo in chiaro, «tutti condividiamo l’obiettivo di avere il tasso di criminalità più basso possibile». Commenti ed editoriali hanno invaso la Rete indicando nelle parole di Ocasio-Cortez un cambio di passo radicale per i democratici. Anche in Gran Bretagna i picchi di wokismo sembrano acqua passata sotto la guida del primo ministro Andy Burnham, laburista con sfumature socialiste rosso pallido e cattolico che si ispira alla Rerum novarum. Per non parlare della svolta pragmatico-securitaria della socialdemocratica danese Mette Fredriksen sul tema migranti.
Andy Burnham (Ansa).
Anche il Pd pare seguire la tendenza AOC
Che sia per scelta autonoma o per simbiosi con i democratici d’Oltreoceano, la stessa aria tira anche in Italia. Dove peraltro abbiamo sempre vissuto un woke annacquato, più enunciato da pochi intellettuali e da rari politici che effettivamente attuato, sempre e comunque in ritardo rispetto alle avanguardie d’Oltremanica e del Nord Europa, e mai veramente al passo con gli eccessi di questa o quella università straniera. Ma tant’è. I temi che un tempo erano considerati identitari per il Pd vengono messi in coda a favore di temi molto più d’impatto per le classi sociali più deboli: salari più alti, aiuti ai giovani, assistenza sanitaria veramente universale, più sicurezza. Prova ne è che tra i post social dell’ultimo mese di Elly Schlein, accanto ai temi di politica estera e alla querelle su Delmastro, la parte del leone la fanno i ritardi dei treni nell’era Salvini, lo “smantellamento” della sanità pubblica, le aree interne, il caldo eccezionale di quest’estate, il taglio delle accise troppo timido, l’aumento della pressione fiscale da parte del governo. E le più recenti proposte di legge dem riguardano i giovani e il loro «diritto a restare» in Italia, con aiuti a ricercatori e imprenditori junior, e «Il tempo della scuola», con aumenti agli insegnanti e più tempo pieno ed estivo.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
Come cambiare la percezione della sinistra ZTL
I diritti civili non sono spariti, ovviamente, ma sono più defilati rispetto al passato a favore di salari equi, welfare, sostegno alle aree disagiate, sostegno all’imprenditoria diffusa. Forse le chiacchierate di questi mesi con Mario Draghi, Romano Prodi e con il presidente di Confindustria Emanuele Orsini stanno centrando il focus della segretaria su temi più concreti, più da periferie e meno da terrazza radical chic. «Ci sbrigheremo a fare il programma da settembre», ha annunciato Schlein. E forse anche la new wave post-woke lo influenzerà. Nessuna retromarcia, sia chiaro. Anche Ocasio-Cortez ha sottolineato che il dibattito woke pur se eccessivo è stato fruttuoso, ma una maggiore attenzione ai temi che toccano una platea più ampia di elettori, soprattutto tra le fasce economicamente più fragili. Basterà a invertire la percezione di una sinistra interessata solo alle ubbie dei vip della ZTL? In mezzo ci sono le primarie, la scelta del leader del campo largo, la stesura del programma elettorale. Intanto è partito il nuovo posizionamento.
La Commissione europea ha adottato una nota che fornisce agli Stati membri ulteriori orientamenti sulla possibilità di estendere l’ambito di applicazione della clausola di salvaguardia nazionale (Nec) per la difesa, includendovi anche le misure di sicurezza energetica. La comunicazione definisce la procedura per richiedere la flessibilità di bilancio, il relativo trattamento nell’ambito del quadro di sorveglianza di bilancio dell’Ue e le modalità di monitoraggio del suo utilizzo. La possibilità di estendere la Nec alle misure di sicurezza energetica era stata annunciata il 3 giugno 2026 nel pacchetto di primavera del semestre europeo e fa seguito al perdurare del conflitto in Medio Oriente. La flessibilità è intesa a sostenere le misure volte a rafforzare la resilienza strutturale del sistema energetico europeo e ad accelerare la transizione dai combustibili fossili.
Invariato il limite dell’1,5 per cento del pil per lo scostamento
Solo le misure di bilancio adottate dopo il 28 febbraio 2026 potranno beneficiare della flessibilità. Le misure ammissibili dovranno essere finanziate a livello nazionale e avere un impatto diretto sul bilancio. Dovranno inoltre essere concepite in modo da massimizzarne l’impatto, riducendo al minimo i costi di bilancio. La comunicazione contiene un elenco indicativo e non esaustivo delle misure potenzialmente ammissibili. La Commissione valuterà poi l’ammissibilità delle singole misure caso per caso. La flessibilità dovrà inoltre preservare la sostenibilità delle finanze pubbliche. Il limite complessivo esistente dell’1,5 per cento del prodotto interno lordo per lo scostamento consentito dal percorso della spesa netta raccomandato nell’ambito della Nec resterà invariato, con limiti specifici per le misure di sicurezza energetica pari allo 0,3 per cento del Pil all’anno e allo 0,6 per cento del Pil cumulativamente, all’interno del limite complessivo dell’1,5 per cento del Pil. La flessibilità sarà disponibile per il periodo 2026-2028.
Gli Stati membri devono ora presentare le richieste di estensione della Nec
Gli Stati membri sono ora invitati a presentare le loro richieste di estensione dell’ambito di applicazione della Nec. Nelle loro richieste, dovranno fornire un primo elenco delle misure di sicurezza energetica previste per le quali intendono avvalersi della flessibilità, indicando i relativi costi di bilancio stimati. Dopo aver valutato una richiesta, la Commissione potrà raccomandare al Consiglio di approvarla.
L’annuncio dell’Iran di aver raggiunto l’accordo con l’Oman per la riapertura dello stretto di Hormuz non è affatto piaciuto a Donald Trump, che in un’intervista concessa a Fox News ha minacciato il sultanato. «Se si mette di mezzo lo bombarderemo senza pietà», ha affermato il presidente Usa.
.@POTUS on parallel talks between Iran and Oman on the Strait of Hormuz: "If Oman gets in the way, we'll bomb the shit out of them." pic.twitter.com/5dEXDOdAN4
Poco prima, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei aveva dichiarato il raggiungimento di «un accordo in merito alla mappa del percorso di transito», senza fornire ulteriori dettagli, ma spiegando che le parti sono al lavoro per definire i dettagli di una dichiarazione congiunta. Precedenti indiscrezioni suggerivano tuttavia che, in base all’intesa, le unità in entrata utilizzeranno il canale di navigazione più vicino all’Iran, mentre quelle in uscita rotte prossime alle coste dell’Oman. Le imbarcazioni, inoltre, transiterebbero senza pagare tasse o pedaggi durante il periodo transitorio di 60 giorni.
In un manifesto elettorale, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il Likud hanno indicato come nemico di Israele il sindaco di New York Zohran Mamdani insieme con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, il leader iraniano MojtabaKhamenei e il capo di Hezbollah Naim Qassem. Il primo ministro ha anche postato su X l’immagine con lo slogan «vogliono che Netanyahu perda, non lasciate che vincano».
— Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) August 17, 2026
Lo scontro tra Netanyahu e Mamdani
La vicenda fa seguito a uno scontro pubblico tra Netanyahu e Mamdani, che aveva chiesto al governo federale, qualora il premier israeliano si recasse negli Usa, di dare esecuzione al mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nel 2024 a seguito di accuse di crimini di guerra a Gaza. Questo significa che il leader dello Stato ebraico è un sospettato ricercato a livello internazionale e che i 124 Stati membri della Cpi sono obbligati ad arrestarlo qualora dovesse entrare nel loro territorio. Il sindaco di New York a luglio aveva affermato di star valutando le modalità per far arrestare Netanyahu qualora dovesse recarsi nella sua città, ma in seguito ha chiarito che la questione esulava dalla sua giurisdizione e ha invitato il governo federale ad intervenire (anche se gli Usa non sono membri della Cpi). Trump si era affrettato a difendere Netanyahu assicurando, in un post su Truth, che «non verrà arrestato, in alcun modo, forma o maniera, mentre si trova negli Stati Uniti». L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, aveva accusato il sindaco di antisemitismo e di sostegno ad Hamas, mentre Netanyahu aveva definito le parole di Mamdani «incitamento all’odio».
Il governo di Berlino ha aperto alla possibilità di discutere una potenziale vendita a UniCredit del 12,7 per cento detenuto in Commerzbank, se i due istituti di credito riusciranno a concordare una strategia comune. Lo riporta Bloomberg citando la posizione di alcuni alti funzionari tedeschi e sottolineando che non si tratta di una posizione ufficiale dell’esecutivo, finora sempre contrario alla scalata dell’istituto italiano alla quarta più grande banca della Germania.
Le condizioni: prezzo equo e garanzie per il futuro della banca tedesca
I funzionari sentiti da Bloomberg hanno spiegato che alcuni esponenti del governo ritengono un esito accettabile una vendita delle quote al giusto prezzo e con precise garanzie per il futuro di Commerzbank, visto che UniCredit con ogni probabilità otterrà comunque il controllo della banca tedesca. La condizione più importante per avviare le trattative tra Berlino e UniCredit sarebbe il sostegno dell’attuale management di Commerzbank ai piani dell’istituto italiano. All’inizio di agosto la BaFin, ovvero l’autorità di vigilanza bancaria tedesca, ha dato a UniCredit il via libera alla richiesta di poter oltrepassare il 30 per cento delle quote di Commerzbank. Si tratta di un importante passaggio regolamentare: col semaforo verde della Bafin è scattato infatti il conto alla rovescia per la Bce, chiamata a completare la propria valutazione entro 60 giorni lavorativi. La decisione è attesa per la seconda metà di ottobre.
L’attaccante del Cagliari Yael Trepy è in terapia intensiva dopo aver rischiato di annegare nella piscina di una villa nella zona della Costa Smeralda. I fatti si sono verificati nel tardo pomeriggio di domenica 16 agosto 2026. Secondo le prime ricostruzioni, il giocatore sarebbe finito nella parte della piscina nella quale l’acqua è più alta ma, non sapendo nuotare, si è trovato in difficoltà. Estratto dalla vasca, le sue condizioni erano tali da aver reso necessario l’intervento del 118. Dopo averlo intubato, lo hanno trasferito in elisoccorso a Sassari dov’è stato ricoverato nel reparto Rianimazione dell’ospedale Santissima Annunziata. La Tac toracica eseguita sull’attaccante ha rivelato la presenza di grandi quantità di liquido nei polmoni, situazione che rende difficile lo scambio di ossigeno. Per evitare sofferenze al paziente e consentire la somministrazione di una terapia, i medici lo tengono in coma farmacologico sotto costante monitoraggio.
Dopo lo Statuto del partito fantasma condiviso su una vecchia chat leghista, e dopo l’acceso direttivo lombardo del 7 agosto scorso, Attilio Fontana esce allo scoperto sul Corriere della Sera. Per la prima volta nella Lega di matrice salviniana, un governatore parla espressamente e pubblicamente di un passo di lato o indietro di Matteo Salvini e della formazione di un nuovo soggetto politico. «Nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento. Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del nostro partito, per valorizzare i suoi stessi asset. Perché ce n’è un gran bisogno ora», spiega il presidente di Regione Lombardia. «Con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34 al 5 per cento dei voti». Per questo «stiamo lavorando a un’associazione per aprire uno spazio di confronto per la ricerca di soluzioni utili a tutti». Fontana parla di «leadership collettiva» e di una «squadra forte» alla guida del partito. Scissione in vista? «Non ho la sfera di cristallo, non posso prevedere il futuro», taglia corto il governatore rompendo definitivamente la tradizione leninista della Lega.
Attilio Fontana (Ansa).
Parole che suonano come un punto di non ritorno. Anche perché arrivano dopo quelle se possibili ancora più tranchant dell’assessore regionale allo Sviluppo economico Guido Guidesi: «Non si può dire “abbiamo fatto un congresso” e fingere che tutto vada bene», aveva sottolineato il 12 agosto il leghista parlando all’AdnKronos. «Credo che la cosa migliore sarebbe fermarsi, confrontarsi, capire quale possa essere la soluzione con la disponibilità di tutti all’azzeramento dei ruoli interni al partito partendo dall’alto sino alla sezione più piccola. Se vogliamo salvare la Lega dobbiamo fare questo […]. Azzeramento di tutte le cariche, revisione di statuto e regolamenti e assemblea programmatica per poi ripartire. Se vogliamo salvare la Lega tutti dobbiamo essere disponibili a questo superando i personalismi. Se invece c’è qualcuno che tiene solo al proprio sedere, beh sappia che avanti a far finta di nulla tra un po’ sedie dove sedersi non ce ne saranno più».
Guido Guidesi (Imagoeconomica).
Il dato dunque sembra tratto. Gli occhi ora sono puntati sui vari big nordisti chiamati a decidere da che parte stare. A partire dal ministro Giancarlo Giorgetti e dal piemontesissimo capogruppo alla Camera Riccardo Molinari…
Le ambizioni di Mazzi
Dicono che a Gianmarco Mazzi il ministero del Turismo stia stretto. Nonostante l’upgrade da sottosegretario alla Cultura alla poltrona che fu di Daniela Santanchè, le ambizioni del manager veronese sono appena cominciate. Tanto che in vista di un possibile nuovo governo di centrodestra pare che la richiesta sarà quella di accorpare in un unico dicastero il Turismo e lo Sport, ora guidato da Andrea Abodi. Per i maligni, fa gola il business che si genererebbe dalla fusione delle due strutture…
Jared Kushner, negoziatore statunitense e genero di Donald Trump, incontra oggi – lunedì 17 agosto – a Gerusalemme il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo il colloquio avuto ieri in Egitto con Khalil Al-Hayya, leader ddi Hamas, nel tentativo di trovare una soluzione allo stallo del piano di pace per Gaza. Il faccia a faccia Kushner-Netanyahu arriva a due settimane dall’adesione dell’organizzazione islamista all’ultima fase del piano di Trump per la Striscia, rifiutato però da Tel Aviv.
Hamas chiede agli Usa di obbligare Israele ad accettare il piano
L’incontro avvenuto al Cairo, di notevole rilevanza perché per anni gli Stati Uniti hanno rifiutato qualsiasi contatto con Hamas, classificata come organizzazione terrorista, è stato confermato all’Associated Press da due fonti di entrambe le parti. Il vertice è durato due ore e vi hanno preso parte anche rappresentanti di Egitto, Qatar e Turchia, Paesi che svolgono un ruolo di mediazione. Dopo l’incontro Hamas, tramite un comunicato, ha chiesto agli Stati Uniti di obbligare Israele ad accettare il piano per Gaza. I tre Stati mediatori e altri cinque Paesi musulmani, ovvero Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Pakistan e Indonesia, hanno condannato il rifiuto israeliano.
Tony Blair (Ansa).
All’incontro di Gerusalemme partecipano anche Blair e Mladenov
Netanyahu la scorsa settimana ha annunciato il rifiuto della roadmap americana in 15 punti per Gaza, che prevede il disarmo di Hamas e il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia. Assieme a Kushner sono arrivati a Gerusalemme anche l’ex premier britannico Tony Blair e l’ex diplomatico bulgaro Nikola Mladenov, direttore esecutivo del Board of Peace creato da Trump per la supervisione dell’accordo di pace.
Scade oggi 17 agosto la tregua di 60 giorni prevista dal memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran a Islamabad, lasso di tempo che i due Paesi si erano dati per negoziare un accordo definitivo per porre fine alla guerra. L’intesa, com’è noto, non è arrivata. Nel frattempo si sono invece verificati attacchi reciproci, mentre non è mai terminato il braccio di ferro riguardante lo stretto di Hormuz. Stessa situazione sul tema del nucleare. E adesso il timore è quello di una nuova escalation.
L’Iran avrebbe aumentato la produzione di missili e droni
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita funzionari iraniani e arabi, Teheran avrebbe usato questi due mesi per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni. Dalla firma del memorandum, inoltre, sono arrivate le nomine in posizioni chiave di figure più intransigenti rispetto ai predecessori, come quelle di Ali Abdollahi come capo di Stato maggiore delle Forze armate iraniane, e del generale Ahmad Vahidi come capo dei pasdaran.
Gli avvertimenti e le possibili «sorprese strategiche»
Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha affermato che la scadenza di 60 giorni stabilita il 17 giugno in Pakistan tra Teheran e Washington non ha più alcuna rilevanza, in quanto gli Stati Uniti hanno violato l’accordo poche settimane dopo la sua firma. «La Repubblica Islamica dell’Iran non formula mai le proprie politiche sotto pressione, ultimatum o scadenze temporali. Tutte le decisioni vengono prese esclusivamente sulla base di valutazioni degli interessi nazionali e della sicurezza nazionale. Quello che era previsto nel memorandum era semplicemente una finestra temporale di 60 giorni per i colloqui su due temi – l’allentamento delle sanzioni e la questione nucleare – che avrebbe potuto essere prorogata qualora non fosse stato raggiunto un risultato», ha dichiarato. Nelle stesse ore il generale Yadollah Javani, alto comandante dei Guardiani della rivoluzione islamica, ha affermato che l’assetto difensivo dell’Iran è pronto a trasformarsi in un assetto offensivo, citando anche possibili «sorprese strategiche». Inoltre il comandante in capo dell’esercito iraniano, il generale Amir Hatami, ha promesso 30 mila dollari a chi uccida o catturi un militare americano.
Paramount Skydance ha dichiarato che la fusione in corso con Warner Bros Discovery ha ottenuto tutte le autorizzazioni normative richieste dall’accordo. Il processo di revisione, durato otto mesi, ha coinvolto 68 giurisdizioni tra cui Stati Uniti, Unione Europea e Cina, e le autorità di regolamentazione «non hanno mai riscontrato motivi per impedire che la transazione vada avanti», si legge in una nota. Tuttavia, Paramount deve ancora affrontare una causa antitrust intentata da un gruppo di 12 Stati guidati dal procuratore generale della California, «l’ultimo ostacolo al completamento di una fusione che creerà un concorrente più forte con una maggiore capacità di investire in contenuti di alta qualità», ha dichiarato l’amministratore delegato David Ellison.
La causa intentata in California
La causa intentata sostiene che la fusione da 110 miliardi di dollari tra le due realtà danneggerebbe la distribuzione cinematografica e televisiva e comporterebbe una riduzione dei posti di lavoro nel settore dei media e dell’intrattenimento. Il processo dovrebbe iniziare a marzo. «Pur rimanendo fiduciosi che la legge e i fatti siano dalla nostra parte, abbiamo offerto impegni e concessioni e restiamo aperti a collaborare in modo costruttivo con i procuratori generali dello Stato per trovare una via da seguire nell’interesse dei nostri dipendenti e della comunità creativa in California e in tutto il mondo, proprio come abbiamo fatto con gli enti regolatori di 68 paesi a livello globale», ha spiegato Ellison.