La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti

Nasce la Lega Italia federale e anche la prima minoranza interna al partito fondato da Umberto Bossi. Con il congresso di Milano, il secondo della Lega Salvini premier (con la vecchia Lega Nord trasformata in una sorta di bad company), gli ex lumbard hanno tolto la dicitura ‘Salvini premier’ dal simbolo, affidandosi però alla guida del segretario fino al 2030.

Così Garavaglia ha rovinato i piani plebiscitari di Salvini

La scelta è stata presa a larga maggioranza dai delegati che lo avevano rieletto già un anno e mezzo fa a Firenze per alzata di mano. Il piano, lanciato dal palco di Pontida, era di ripetere il plebiscito per poi mettere a tacere tutte le critiche avanzate quest’estate dai lombardi capitanati da Massimiliano Romeo e Attilio Fontana. Ma stavolta il fu capitano si è dovuto “accontentare” dei voti di 465 delegati su un totale di 619 registrati (su 705 aventi diritto), il 76 per cento dei votanti. Circa il 24 per cento, 146 voti, è andato allo sfidante, l’ex ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Tre sono state le schede bianche, cinque i voti non validi e ben 86 i delegati che non hanno votato. Forse non era esattamente l’esito che Salvini si aspettava quando aveva annunciato il congresso straordinario, con un blitz a sorpresa. «Ritorno al congresso per chiedere se ho la fiducia della mia famiglia, e ve la chiederò alzata di mano», aveva scandito dal palco sul ‘sacro prato’. Non si è potuto votare per alzata di mano grazie alla decisione «folle», come lui stesso l’ha definita, che ha portato Garavaglia a candidarsi.

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti

Chi ha appoggiato e votato lo sfidante

Ex sindaco di Marcallo con Casone, ex braccio destro di Roberto Maroni in Regione Lombardia, il bocconiano amico di Giancarlo Giorgetti è uno che ha fatto il ministro di Mario Draghi e allo stesso tempo è capace di citare i capponi di Renzo Tramaglino nel discorso di presentazione della sua candidatura. È riuscito quasi a raddoppiare i consensi ottenuti con la faticosissima raccolta firme chiusa mercoledì, dopo che la segreteria di via Bellerio gli aveva fornito un elenco dei delegati in rigoroso ordine alfabetico senza i contatti telefonici e la divisione per provenienza regionale (la soglia era di 80 firme divise in quattro regioni). Lo hanno aiutato in diversi, soprattutto Romeo e Fontana e – più riservatamente – lo stesso Giorgetti, stando a quanto viene riferito da fonti ben informate. Non è chiaro se Luca Zaia abbia votato per lui, anche se l’ex doge – riferiscono le stesse fonti – ha detto ai lombardi di averlo fatto (non aveva però sottoscritto alcuna candidatura).

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
L’intervento di Massimo Garavaglia (Imagoeconomica).

Dei 705 delegati al congresso, circa 400 lo erano di diritto: dirigenti ed eletti, parlamentari, sindaci, consiglieri regionali e comunali. Secondo i ‘nordisti’, questi – sostanzialmente fedeli all’attuale segreteria – avrebbero votato in massa per Salvini. Il che significa che i voti a Garavaglia sarebbero arrivati soprattutto dai delegati eletti, quelli della base, soprattutto lombarda, è l’argomentazione dei “ribelli”. In ogni modo, si è certificata, in una assise di partito, la presenza di una minoranza. E poco importa ai ‘nordisti’ se Salvini va dicendo che la Lega non è come il Pd e che non ci sono ma state correnti (ignorando che la prima e più importante corrente leghista fu quella dei ‘barbari sognanti’ maroniani che scatenò l’ondata che poi portò alle dimissioni di Bossi).

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
Roberto Maroni e Umberto Bossi nel 2012 (Imagoeconomica).

Le frizioni tra il segretario e Giorgetti

Il congresso sembra aver assopito le polemiche solo apparentemente. Il livello del confronto tra Salvini e Giorgetti – quest’ultimo applauditissimo dall’assemblea – forse non è mai stato così aspro. «Mai nel Ppe, mai al governo coi socialisti», ha scandito il segretario dal palco, anche perché «mi sono pentito di essere entrato nel governo Draghi». Una stoccata, quest’ultima, al ministro dell’Economia, il leghista più vicino all’ex governatore della Bce. I salviniani infatti ritengono – a torto o a ragione – che Giorgetti stia lavorando già per l’ipotesi di un governo tecnico di unità nazionale nel caso in cui non esca un vincitore chiaro alle Politiche del prossimo anno. Nel suo intervento, Giorgetti non ha rinunciato a lanciare messaggi critici, con una chiarezza a lui poco usuale. A partire dall’appunto sulla natura del partito: «Credo nella Lega nazionale, non in quella nazionalista: sono due cose diverse». E altro che sovranismo, «io sono un conservatore», ha aggiunto citando il filosofo Roger Scruton molto caro anche a Giorgia Meloni.

Senza dimenticare le stoccate a Silvia Sardone, vicinissima a Salvini: «Vuole una Lega all’attacco? Io ho sempre giocato in porta…». Del resto, ha rimarcato il ministro dell’Economia, «è evidente che abbiamo dei problemi». La soluzione «è fare entrare in squadra quelli che sul territorio hanno più consenso». Durissimo, infine, sul progetto del Ponte sullo Stretto, tanto caro a Salvini, e citato come esempio di come la politica sia «l’arte del possibile, non l’arte dell’impossibile»: «Matteo vuol fare il ponte? Non è che uno dice ‘faccio il ponte’ e fa il ponte. No, ci sono una serie di vincoli, ci sono la Corte dei conti, la Corte costituzionale, la Commissione europea», ha rimarcato. Un passaggio che Giorgetti ha legato alla consapevolezza richiesta a chi governa: «Bisogna essere coscienti di questo se si è maturi politicamente».

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
Giancarlo Giorgetti, ministro dellíeconomia, durante il suo intervento nel secondo giorno di congresso straordinario della Lega per eleggere il nuovo segretario a Milano, 25 ottobre 2026. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Il no agli aiuti all’Ucraina e gli attacchi alla stampa

Ecco, del congresso rimangono le promesse salviniane di bloccare armi e aiuti a Kyiv nel prossimo Consiglio dei ministri. Uscita dal sapore elettorale che però mette in difficoltà gli alleati di maggioranza, Meloni in primis. E i rinnovati attacchi ai giornalisti, tenuti lontani dal luogo in cui si svolgeva l’assise e insultati durante il suo intervento dal palco. E poi quel simbolo con Italia (in grande) e federale (più piccolo) sotto la scritta Lega e la sagoma di Alberto da Giussano. Richiama il simbolo di un vecchio progetto di Bossi, che usò questa dicitura e questo simbolo per correre alle Amministrative a Roma nel 1993, con Maria Ida Germontani, e successivamente alle Regionali in Lazio, Puglia, Calabria e Campania. I risultati in tutte le consultazioni furono inferiori all’1 per cento. I salviniani contano di ottenere più consensi alle Politiche.

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
Matteo Salvini (Ansa).

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?

In Europa i giovani scendono in piazza per protestare contro le condizioni precarie delle scuole, la carenza di insegnanti, le aule fatiscenti e i meccanismi poco trasparenti di accesso alle università. In Cina i media raccontano questo malessere studentesco per esaltare il proprio sistema educativo e sottolineare il declino della competitività europea. Eppure, dietro l’ascesa internazionale degli atenei cinesi e degli eccellenti risultati conseguiti dagli studenti, si nascondono diverse ombre. Una su tutte: Pechino immette troppi laureati in un mercato nazionale del lavoro che non riesce ad assorbirli.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
La Southern Medical University a Baiyun, Guangzhou (foto Unsplash).

I disordini europei inquietano gli studenti cinesi

Il Global Times, il tabloid legato al quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, ha scritto che le proteste a Parigi hanno sconvolto la vita degli studenti cinesi nei campus. La chiusura della maggior parte degli edifici universitari e le lezioni spostate online hanno «reso la quotidianità scomoda e i giovani riluttanti a uscire». E ancora: «Vedere la città in cui vivono danneggiata e la vita delle persone comuni sconvolta ha anche creato un senso di inquietudine negli studenti». L’agenzia statale Xinhua ha invece spiegato che i disordini europei rifletterebbero profonde pressioni economiche e sociali, tra crescita debole, margini ristretti di manovra fiscale e un modello di welfare sotto stress.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
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L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?

Livelli eccellenti in matematica, scienze e lettura

La Cina celebra spesso i progressi del suo sistema educativo rilanciando i risultati del Programme for international student assessment (Pisa). Questa indagine promossa dall’Ocse valuta le competenze degli studenti 15enni in diversi Paesi del mondo. Nell’ultimo report del 2025 il gigante asiatico ha ottenuto valori considerevoli: il 55,5 per cento dei suoi alunni ha raggiunto livelli eccellenti (5 o 6, i più alti della scala) in matematica, scienze e lettura. La Francia si è fermata invece al 9,8 per cento. Il divario è ancora più evidente in ambito scientifico. In matematica, in particolare, è arrivato ai livelli più alti il 30 per cento degli studenti cinesi, contro lo 0,7 per cento di quelli francesi.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
Peking University a Pechino (foto Unsplash).

Tra propaganda e diplomazia pubblica

I dati Pisa della Cina riguardano soltanto quattro aree tra le più sviluppate del Paese (Pechino, Shanghai e le province del Jiangsu e dello Zhejiang) e non l’intera popolazione studentesca nazionale. Il campione non restituisce quindi un quadro completo del sistema educativo cinese, ma tanto basta al Partito per convincere il mondo della superiorità e dell’efficacia del suo sistema educativo. Nel 2022 il ministero dell’Istruzione di Pechino ha incluso, tra gli obiettivi del suo piano annuale, il «conseguimento di un buon risultato» nel test Pisa. A che fine? Per mettere in mostra i successi dell’istruzione cinese e attirare l’attenzione internazionale.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
Studenti cinesi (foto Ansa).

Le università ai primi posti delle classifiche

Gli atenei cinesi hanno raggiunto i vertici delle classifiche globali che misurano la quantità e la qualità della ricerca scientifica. Un esempio emblematico è il Leiden ranking elaborato dal Centre for science and technology studies dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. L’edizione 2025 colloca la Zhejiang University al primo posto – davanti alla Shanghai Jiao Tong University e ad Harvard – e comprende altri sette atenei cinesi tra i primi 10.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
Studentesse di Medicina alla Zhejiang University (foto Ansa).

Spesi 781 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo

Questa crescita è stata favorita da investimenti sempre più consistenti. Secondo i dati Ocse, infatti, nel 2023 la Cina ha speso 781 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo contro gli 823 miliardi degli Stati Uniti. Nel 2007 il divario era molto più ampio: 136 miliardi per Pechino, 462 miliardi per Washington. La spesa media per ricercatore ha inoltre raggiunto i 305 mila dollari in Cina, a fronte di una media europea di 268 mila.

Il paradosso: troppi laureati, poco lavoro

L’espansione dell’istruzione superiore in Cina ha portato 270 milioni di cittadini, quasi un quinto della popolazione, a ottenere un titolo di studio universitario o equivalente. Un altro traguardo che il governo di Xi Jinping sbandiera all’estero, ma che nasconde un grave problema interno: paradossalmente ci sono troppi laureati. Quest’anno se ne contano 12,7 milioni, 480 mila in più rispetto al 2025. Il mercato del lavoro fatica ad assorbire una simile domanda. Il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni si aggira non a caso intorno al 15,6 per cento.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
Xi Jinping (Ansa).

Eliminate le (inutili) discipline umanistiche

Le università cinesi stanno adattando i programmi di studio in linea con l’esigenza governativa di trasformare il Paese in leader mondiale nell’alta tecnologia. Tra il 2021 e il 2025 gli atenei hanno così eliminato oltre 12 mila corsi di laurea considerati obsoleti, per lo più in discipline umanistiche, introducendone al contempo 10.200 in settori emergenti. La discrepanza tra le competenze offerte dai laureati e quelle richieste dalle aziende è però sempre più evidente. Toccherà al Partito trovare un modo per risolvere il problema. Ed evitare che il malcontento dei giovani sfoci in proteste come in Europa.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna

«È un impresentabile dittatore. Non vado a incontrare un delinquente ladro come lui». È sempre il solito Javier Milei quello sbarcato a Madrid per la sua settima visita ufficiale in Spagna. Ufficiale sì, ma senza incontrare né re Felipe né Pedro Sánchez, vittima dei suoi insulti pronunciati durante il Forum Nueva Economía. Da lì, oltre alle offese personali nei confronti del premier iberico, il presidente argentino – che in patria ha tagliato la spesa pubblica con la motosega, a discapito dei ceti più vulnerabili – ha esortato gli spagnoli a «cacciare a calci» la sinistra al potere, rea di aver favorito gli arrivi di massa di migranti a Ceuta a fine luglio per meri fini elettorali. D’altronde «ogni immigrato equivale a un voto», ha detto entrando a gamba tesa nella campagna elettorale in vista del voto in programma il 29 novembre.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna

Persino Santiago Abascal si è tenuto alla larga

E se Milei ha snobbato le istituzioni spagnole per cercare unicamente il facile bagno di folla tra i sodali della destra, l’impressione è che questi ultimi abbiano fatto lo stesso con lui, cercando di tenersi alla larga. Cautela in vista dell’appuntamento con le urne, scrivono alcuni giornali. Quindi niente photo opportunity con il leader di Vox, Santiago Abascal, che, pur confermando la vicinanza con l’«amico», ha schivato lo scatto a causa di comizi già fissati in Galizia.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

Certo, la visita di Milei non poteva essere ignorata: quindi ecco che all’appuntamento si è presentato Ignacio Garriga, il segretario generale del partito di estrema destra. Si è dimostrata prudente anche Isabel Díaz Ayuso: la governatrice della Comunità di Madrid (ala dura del Partido popular) ha sì incontrato il capo di Stato argentino, ma evitando un’accoglienza in pompa magna.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Isabel Díaz Ayuso, governatrice della Comunità di Madrid (foto Ansa).

Il governo spagnolo contro l’«indegno» comportamento di Milei

Chi non ha snobbato Milei è stato, invece, il governo spagnolo. La cui reazione ufficiale non si è fatta attendere. Attraverso un comunicato stampa, il ministero degli Esteri ha espresso la «più ferma condanna» per gli «insulti e le calunnie» rivolti a Sánchez, alla Spagna e ai suoi cittadini, bollando come «indegno» il comportamento del presidente con la motosega. «È vergognoso che il capo di Stato di una nazione sorella visiti il ​​nostro Paese con il solo obiettivo di fomentare il clima di polarizzazione e violenza», si legge.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Pedro Sánchez (foto Imagoeconomica).

Non ci ha girato tanto intorno nemmeno il Partito socialista di Sánchez, il Psoe, che ha rivestito la facciata della sua sede nazionale con un grande striscione su cui campeggia la scritta: “Ciao, Milei. Noi di sinistra ti diamo il benvenuto in Spagna, il Paese che cresce di più in Europa”.

Dal canto suo, Sánchez aveva già scelto la strada dell’ironia ancora prima dell’arrivo del presidente argentino, diffondendo sui social un video in cui si appropriava dell’insulto preferito da Milei: zurdo (sinistro). «C’è chi pensa di offenderci chiamandoci così», dice. «Se aumentare le pensioni ti rende uno zurdo, allora sono uno zurdo. Se dare ai genitori più tempo per godersi i propri figli ti rende uno zurdo, allora sono uno zurdo. Quindi sì, sono uno zurdo e ne vado fiero».

Il contropiede pop di Sánchez grazie alla canzone Fanático

Poi, dopo qualche ora, è arrivato un nuovo contropiede squisitamente pop. «Approfittando del fatto che sono in macchina, ascolto questo pezzo argentino. Mi piace tantissimo!», ha scritto il premier spagnolo postando uno screenshot del suo telefono mentre riproduceva Fanático, brano della cantante Lali Espósito.

La scelta non è casuale. Lali Espósito, l’Annalisa di Buenos Aires, è da mesi al centro di un duro scontro ideologico con il presidente del suo Paese. Dopo le primarie del 2023, l’artista aveva commentato la vittoria del leader ultra-liberista con un post («Che pericoloso, che triste»), scatenando la reazione di Milei, che l’aveva ribattezzata con disprezzo “Lali Depósito” per poi accusarla di essere a libro paga della sinistra.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
La cantante argentina Lali Espósito (foto Ansa).

La risposta dell’artista è arrivata nel 2024 proprio con Fanático, che ha raggiunto il quinto posto in hit-parade. «Viene a cercarmi, mangia i miei avanzi. Ce l’ho addosso, è come la mia ombra. È il mio fanatico, mi fa impazzire. Sogna di me tutta la notte e si tocca», recita il ritornello della canzone il cui videoclip è interpretato da un uomo con basettoni e giacca di pelle nera che parla e gesticola alla maniera di Milei.

La schermaglia sull’asse Madrid-Buenos Aires riapre una ferita mai sanata. Già nel maggio 2024, ospite a Madrid di un evento di Vox, Milei aveva definito «corrotta» Begoña Gómez, moglie di Sánchez, provocando il richiamo dell’ambasciatrice spagnola in Argentina e l’inizio di un gelo diplomatico permanente.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Begoña Gómez col marito Pedro Sánchez (foto Ansa).

Non che il premier spagnolo sia l’unico finito nel mirino del presidente argentino che, fin dai primi mesi di mandato, ha collezionato incidenti diplomatici con i principali governi dell’America Latina: ha dato del «lurido delinquente socialista» al presidente brasiliano Lula, sostenendo l’ipotesi di brogli in vista delle elezioni; ha definito il colombiano Gustavo Petro un «assassino terrorista»; ha apostrofato come «ignorante» l’allora presidente messicano López Obrador, si è scontrato duramente con il regime venezuelano di Nicolás Maduro e con il boliviano Luis Arce.

Il leader del Psoe ha sottolineato la complicata situazione argentina

Intanto, consapevole che non sarà un po’ di pop a farlo salire nei consensi, Sánchez ha avvertito il Paese che se il Pp e Vox dovessero vincere le elezioni, imporranno in Spagna le stesse politiche che Milei ha adottato in Argentina. Il leader socialista ha ricordato gli «11 milioni di argentini» che sopravvivono nell’economia sommersa, mentre in Spagna ci sono 22,6 milioni di occupati grazie, sostiene, alla riforma del lavoro promossa dal suo governo. E ancora la riduzione del 40 per cento del salario minimo in Argentina, a fronte dell’aumento del 66 per cento voluto dal suo esecutivo.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Il leader del Partido popular, Alberto Núñez Feijóo (foto Ansa).

D’altronde la priorità è provare a invertire il trend segnalato dai sondaggi. Secondo le ultime rilevazioni di Rtve, la tivù pubblica spagnola, il Psoe scenderebbe a 106 seggi (contro i 121 del 2023). Con l’appoggio dei partiti che hanno sostenuto Sánchez nel 2023, si arriverebbe a 148 seggi, troppo sotto rispetto ai 176 necessari per avere la maggioranza. Di contro, il Partido popular di Alberto Núñez Feijóo otterrebbe 135 seggi che, sommati al boom di Vox (accreditato di 65 seggi, 32 in più rispetto al 2023), porterebbero la destra a quota 200 parlamentari.

Lega, la chat ‘Senatori giusti’ per “accerchiare” Romeo al congresso

Il grande protagonista del primo giorno di congresso della Lega è stato Massimiliano Romeo. Doveva essere l’assise del plebiscito per Matteo Salvini, rieletto per alzata di mano dai delegati che lo avevano già scelto un anno e mezzo fa. E invece gli elogi per il segretario sono stati brevi e limitati. Non che la stragrande maggioranza dei delegati presenti sia contraria a un bis del fu Capitano, anzi. Tutti ne hanno sottolineato l’impegno, qualcuno ha elencato i risultati ottenuti da ministro delle Infrastrutture e Trasporti (non tutti realizzati, per la verità). Ma è mancato un approfondimento politico reale. Né avrebbe potuto esserci. Perché tutti gli interventi si sono concentrati sugli attacchi al segretario della Lega lombarda.

Lega, la chat ‘Senatori giusti’ per “accerchiare” Romeo al congresso
L’intervento di Massimiliano Romeo in sala stampa (L43).

Chi è in pole per sostituire Romeo come capogruppo

Lo ha capito lo stesso Romeo che nel suo intervento ha chiesto tempo supplementare al presidente Lorenzo Fontana. «Visto che il congresso lo avete convocato per me, puoi concedermelo», è stata la battuta al vetriolo. Prima di lui, due segretari poco conosciuti, l’emiliano Matteo Rancan e Marco Dreosto del Friuli-Venezia Giulia, lo avevano accusato di aver sollevato polemiche per questioni «personali».

Lega, la chat ‘Senatori giusti’ per “accerchiare” Romeo al congresso
Matteo Rancan e Marco Dreosto (da Instagram).

Romeo ha replicato difendendo la sua iniziativa politica volta, ha ricordato, solo a risollevare le sorti del partito minacciato dalla discesa nei consensi. Sembra invece che chi sia mosso da questioni personali sia proprio il senatore Dreosto, raccontano alcuni big lombardi. Il friulano sarebbe in pole, insieme a un altro tra i più critici di Romeo, il pugliese Roberto Marti, per sostituirlo alla guida del gruppo al Senato. Una sostituzione che pare già realtà sui cellulari di diversi esponenti leghisti di Palazzo Madama, che hanno dato vita al gruppo di Whatsapp “Senatori giusti”, usato al congresso per esultare e sollecitare gli interventi contro Romeo. Insomma, mai un segretario della Lega lombarda è stato guardato a vista e ritenuto così pericoloso dai tempi in cui la costola da cui ha avuto origine la Lega Nord era guidata da Umberto Bossi.

Un coordinatore federale per “commissariare” i segretari regionali

Il Max di Monza è stato infatti accerchiato in tutti i suoi ruoli: non solo rischia il posto da capogruppo, ma Salvini ha creato una nuova carica che sembra fatta apposta per commissariarlo. Nel nuovo statuto approvato è stato infatti introdotto, oltre all’organismo della segreteria politica, anche il nuovo incarico di coordinatore federale, che sovrintenderà l’operato di tutti i segretari regionali. E Salvini avrebbe l’intenzione di affidare il ruolo al fedelissimo Claudio Durigon. Per neutralizzare l’altra parte dei ‘nordisti’, i governatori Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga (assente per la cresima della figlia) e il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti, il segretario uscente ha poi provato a portare dalla sua parte Luca Zaia, il più recalcitrante della ‘banda’ a esprimere critiche in pubblico.

Lega, la chat ‘Senatori giusti’ per “accerchiare” Romeo al congresso
Claudio Durigon (Ansa).

Zaia e i sospetti dei lombardi

Dopo aver attaccato il «metodo sbagliato» di Romeo, durante il punto stampa Durigon ha tentato di ‘stanare’ l’ex doge dicendo ai giornalisti che con tutta probabilità Salvini chiederà a Zaia di entrare nella segreteria politica. I lombardi non si fidano del veneto e sono convinti che abbia già stretto un accordo in cambio di una candidatura alle Politiche. Lui per ora nega ma sarà difficile rifiutare il posto. Certo non è la soluzione forte auspicata da Fugatti dal palco: Zaia e Giancarlo Giorgetti vicesegretari prima delle elezioni.

Occhi puntatati alle percentuali

Quest’ultimo, sostituito da Fontana alla presidenza del congresso, è parso in secondo piano nella prima giornata di assise. Felpa blu con il cappuccio, outfit e aria dimessi, è rimasto a sedere di fianco a Salvini e Roberto Calderoli durante tutti gli interventi. Presto si saprà che percentuale avrà ottenuto quello che tutti considerano il suo candidato, l’amico Massimo Garavaglia. Ma in un congresso che appare del tutto blindato, il numero da cerchiare in rosso è quello vicino al nome di Salvini. Se, infatti, sarà eletto con meno dell’80 per cento dei consensi da un’assemblea di partenza a lui tutta favorevole, vorrà dire che, nel segreto dell’urna, qualche delegato avrà voluto mandare un messaggio. La differenza la potrebbero fare le schede bianche.

Lega, la chat ‘Senatori giusti’ per “accerchiare” Romeo al congresso
Matteo Salvini e Massimo Garavaglia (fonte Lega).

Rivolte giovanili, il vuoto della politica dietro la rabbia dei ragazzi

Tutto accade ora. Non c’è futuro e nemmeno storia. Tutto rischia di apparire inspiegabile, anche le rivolte che stanno mettendo a soqquadro Milano, Bologna e altre città italiane ed europee. Oscurate le cause, che pure hanno radici, e incapaci di immaginare un domani quale che sia, è il qui e ora che si impone. Con lo sguardo corto di chi è più interessato a ristabilire lo status quo che a interrogarsi sulle ragioni di una protesta che ha carattere di massa e che sembra confermare la fine di un’epoca e forse annunciare una nuova stagione sociale. 

Rivolte giovanili, il vuoto della politica dietro la rabbia dei ragazzi
Scontri tra polizia e casseur a Milano (Ansa).

I nuovi modelli culturali

Le novità che offre questa ribellione dei giovani europei non vengono colte, ma nemmeno ci si rende conto che sono numerosi i dejà-vu. Di assolutamente inedito c’è la giovanissima età dei rivoltosi e il modo in cui movimenti di massa vengono convocati in pochissimo tempo. Anche se i flash mob, chiamate alle armi che si formavano in un attimo e altrettanto rapidamente si scioglievano, attorno al 2010 hanno avuto grande popolarità e le primavere arabe furono innescate dai social, segnatamente Twitter. Inediti sono invece i modelli culturali portati in piazza dalla Generazione Z: studenti e ragazzi vestiti da Batman, Chucky e persone travestite da Pepe the Frog o sventolanti la bandiera pirata di One Piece. L’assenza di capi, di leader dichiarati è un altro fattore che rende misteriosa la protesta e favorisce il diffondersi di teorie dietrologiche sulle quali ritorneremo. Ora vorrei segnalare tre fatti storici che illuminano il presente.

Da Stoccolma 1956 a Bologna 1977

Come ha ricordato Roger Caillois nel suo fondamentale I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, a Capodanno del 1956 Stoccolma fu teatro di una rivolta violenta che esplose improvvisa per le vie del centro, con protagonisti giovani e giovanissimi che assaltarono la polizia. Allora come oggi si trattava di assembramenti di adolescenti, sfide alle forze dell’ordine e atti di vandalismo. Nel 1968 l’allora ministro della Gioventù e dello Sport francese François Missoffe, inaugurando una piscina all’Università di Nanterre, si rivolse agli studenti che cominciavano a scendere nelle piazze parigine invitandoli a farsi un bel tuffo per rinfrescare le loro idee rivoluzionarie. Oggi i poteri pubblici non si concedono battute, non si danno nemmeno il tempo di pensare e corrono subito a varare provvedimenti da stato di guerra. Nel 1977 a Bologna scoppiò una violenta rivolta urbana innescata dall’uccisione del giovane Francesco Lorusso, studente di medicina e militante di Lotta Continua. Tanti furono gli espropri proletari, allora di moda e praticati un po’ ovunque, che sulla stampa internazionale si riassunsero nell’immagine delle forme di Parmigiano-Reggiano che rotolavano fuori dal ristorante Cantunzein. Allora la fame degli esclusi dal banchetto consumista era anche simbolica, ma aveva a che fare con il cibo. I giovani saccheggiatori di oggi puntano invece gli oggetti firmati.

Le azioni sembrano ispirate a serie tv e videogiochi

L’immaterialità della griffe segnala che il conflitto è diventato più immaginario. Al punto che si può parlare di violenza spettacolare. Di azioni che paiono ispirate da videogiochi, serie tv e film violenti, sceneggiate social dove i cattivi sono molto cattivi. «La protesta nell’epoca dello spettacolo virale», titola un bell’articolo di The Conversation. D’altronde non viviamo nella società dell’eccesso? Non si può ignorare il contesto e il fatto che ciò che pare inspiegabile ha profonde radici sociali. Ma il problema è che le “questioni sociali” sono da almeno 20 anni sparite dal dibattito politico e dall’attenzione dei governi che sin qui si sono succeduti. Quello attuale aggiunge solo un’ottusità che fa il paio con il furore securitario. 

Rivolte giovanili, il vuoto della politica dietro la rabbia dei ragazzi
Una scena di Stress dei Justice (da Youtube).

La società si è dissolta insieme con le questioni sociali

È così che i problemi reali e le cause che li determinano vengono fagocitati da un allarmismo che produce emotività e parole a caldo anziché discorsi meditati. Ma sparisce anche la società, come struttura regolatrice di conflitti e comunità che non è pura sommatoria di individui. La povertà e non i poveri, così come la ricchezza e non i ricchi devono tornare a essere una questione sociale e non individuale. Allo stesso modo del lavoro, della casa, dei trasporti, della sanità. Diritti fondamentali, costituzionali che al momento restano pura declamazione, carta straccia. È un «capitalismo brutale». Così lo definisce il filosofo Slavoj Zizek, spiegando che la realtà è ben diversa da quella che viene raccontata dai media asserviti al potere, oggi identificato come un sistema di capitalismo sfrenato, lasciato correre liberamente e che si appoggia a governi fortemente conservatori.

Rivolte giovanili, il vuoto della politica dietro la rabbia dei ragazzi
Corteo contro il caro-vita a Torino.

L’analfabetismo politico e la disaffezione per il voto

Ora se questioni sociali, tendenze autoritarie e crisi della democrazia dovrebbero essere il motore della ribellione studentesca, mancano obiettivi precisi di lotta. Certo il caro-vita, il caro-studio, il caro-spesa alimentano la protesta, ma la richiesta al momento è genericamente rivendicativa. Qui si evidenzia il vuoto politico di una o forse due generazioni cresciute senza essere passate da luoghi e momenti formativi di vita partitica. L’analfabetismo politico, che si manifesta anche nella crescente disaffezione per il voto e in una polarizzazione che ha cancellato l’idea stessa del confronto, è oggi il problema più serio che dovremmo affrontare. Ma non lo è perché è sparita la consapevolezza che cambiamento e progresso sociale sono stati il prodotto di lotte collettive. È il “noi” che deve tornare a essere protagonista. Che questo sia il tema lo si comprende anche dal furore repressivo della pubblica autorità oltre che dai vari tentativi di distrazione che sembrano attualizzare la “strategia della tensione” dei decenni Settanta e Ottanta. La «guerra ibrida» evocata dal ministro Guido Crosetto e l’ipotesi di una regia esterna se non dimostrate sono perfette per alimentare paure e sospetti. E anche per non rispondere all’unica domanda seria che si dovrebbe rivolgere al ministro: abbiamo gli strumenti per difenderci?

Varese, la Betlemme leghista, si schiera con Garavaglia

Il congresso lo vincerà Matteo Salvini ma la Betlemme leghista è schierata con Massimo Garavaglia. La certificazione arriva dalla Prealpina, il quotidiano di Varese che per anni ha registrato e diffuso il verbo del fondatore Umberto Bossi, poi di Roberto Maroni, ed è sempre attento interprete del leghismo doc. Per dire, uno dei pochi quotidiani cui Giancarlo Giorgetti rilascia volentieri interviste di politica interna ed economica.

Varese, la Betlemme leghista, si schiera con Garavaglia
L’intervista a Maurilio Canton pubblicata su La Prealpina.

La culla del leghismo

Chi conosce la storia della Lega sa che all’origine del movimento creato dal Senatùr, che nel febbraio del 1991 ebbe l’intuizione di federare tutte le leghe regionali nella Lega Nord, c’è la Lega lombarda, la «potentissima» come amava ricordarla Maroni, fondata da Bossi davanti a un notaio di Varese il 12 aprile 1984. Qui è nata la Lega e qui è stata aperta la prima sede in piazza del Podestà. E originari della provincia di Varese sono stati i segretari della Lega Nord per i primi 22 anni di vita politica, prima che Maroni lasciasse lo scettro al milanese Matteo Salvini nel dicembre 2013.

Varese, la Betlemme leghista, si schiera con Garavaglia
Umberto Bossi a Pontida nel 1990 (Ansa).

Lo scossone varesino prima delle dimissioni di Bossi

In un partito la cui anima è tradizionalmente fondata su origini e territorio, quello che avveniva nella Betlemme padana ha sempre avuto un significato amplificato. Per esempio, il grande trambusto politico che portò alle dimissioni di Bossi – è storia -, prima ancora dell’inchiesta giudiziaria sui fondi irregolari al partito, fu anticipato da uno scossone interno tutto varesino. Nell’ottobre 2011 fece scalpore la proclamazione di Maurilio Canton come segretario provinciale imposto da Bossi nel congresso a porte chiuse, tra le proteste veementi della base che gridava «Voto, voto». Anche allora si parlò di espulsioni, tanto che l’allora sindaco di Varese, Attilio Fontana, scrisse una lettera al segretario provinciale in cui chiedeva se fosse vero che lui e Maroni fossero nella lista ‘nera’.

Varese, la Betlemme leghista, si schiera con Garavaglia
Roberto Maroni e Umberto Bossi nel 2012 (Imagoeconomica).

I 18 delegati della provincia con Garavaglia

Ora Salvini vincerà certamente il congresso del weekend. Ma ha un significato politico il fatto che Varese si sia schierato con Garavaglia? Per la Prealpina sì. Il quotidiano pubblica un’intervista al segretario provinciale Andrea Cassani. «Io ho firmato la candidatura per Massimo Garavaglia», dichiara Cassani. «Andare a congresso con un unico candidato sarebbe stato come mettere la polvere sotto il tappeto», spiega. «Chi più, chi meno, tutti abbiamo qualcosa da perdere nel prendere una posizione diversa da quella di Salvini la cui conferma è pressoché scontata. Tuttavia penso che ci possano essere differenti modalità per esprimersi e per fare il bene del movimento. E poi dobbiamo smettere di confondere la lealtà con il silenzio. Certo è più facile dire al segretario quello che lui vuole sentirsi dire mentre ci vuole coraggio nel dirgli quello che deve sapere», conclude. Cassani sostiene che la maggioranza dei 18 delegati della provincia di Varese al congresso sia schierata con Garavaglia. Curioso che l’ex ministro sia in realtà originario della provincia di Milano, di Marcallo con Casone, paesino forse però più vicino alla provincia di Varese che al capoluogo lombardo.

Varese, la Betlemme leghista, si schiera con Garavaglia
Andrea Cassani (Imagoeconomica).

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste

Nelle immagini degli scontri e dei saccheggi a Milano c’era qualcosa di già visto. E non solo in altre piazze o in altre città. Gruppi che avanzano e si disperdono rapidamente, strade che diventano territori da conquistare, fuoco e fumogeni che rendono indistinguibili i volti. Scene e atmosfere simili a quelle di Athena di Romain Gavras (uscito su Netflix nel 2022) e Stress, videoclip che lo stesso regista girò per i Justice nel 2008.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste

L’Odio e l’immagine della banlieue

La tentazione è dire che Gavras aveva previsto tutto, attribuendogli un talento profetico discutibile. Le rivolte nelle periferie francesi sono precedenti alle sue opere. E in Francia, fin dai tempi de L’Odio (1995), esiste una fitta cultura dell’immagine della rivolta e delle banlieue. Quello che il regista ha saputo individuare è piuttosto una forma: il modo in cui la rabbia giovanile satura gli spazi dell’immaginazione, prorompe in fotografie e frammenti di video che sembrano immediatamente appartenere alla storia e attraverso quelle immagini diventa un’energia riconoscibile anche a chi ignora le sue ragioni.

In Stress un gruppo di ragazzi attraversa Parigi lasciandosi dietro aggressioni e devastazione. Indossano giubbotti neri con la croce dei Justice, come una divisa. La macchina da presa li segue da vicino, con il movimento sporco e concitato di un documentario. Trattandosi di poi di un brano strumentale, dietro alla violenza delle immagini non ci sono parole da ascoltare, da giudicare.

Sulle immagini del video proiettiamo le nostre convinzioni

È questa assenza a rendere il video ancora più disturbante. Lo spettatore può riempirla con quello che preferisce: il disagio sociale, il razzismo, la delinquenza, il fallimento dell’integrazione. Gavras gli offre immagini sulle quali proiettare convinzioni che molto probabilmente possiede già. Il rischio politico del video sta proprio qui: trasformare ragazzi in una minaccia può mettere in discussione lo sguardo di chi li teme o confermarlo.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Una scena del videoclip Stress (da Youtube).

L’estetica della rivolta e il racconto della catastrofe

In Athena, uscito su Netflix nel 2022, e dunque la bellezza di 14 anni dopo Stress, la materia del videoclip da suggestione diventa tragedia. L’uccisione di un ragazzo innesca una rivolta che coinvolge i suoi fratelli e trasforma le banlieue in un campo di battaglia. Il conflitto attraversa così anche una famiglia: la perdita produce appartenenze e risposte incompatibili. Lo spazio della vita quotidiana diventa una fortezza, il luogo dal quale difendersi e dentro il quale si può restare prigionieri. La regia dà alla sommossa una grandezza che è al contempo marziale e iper-reale.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Una scena di Athena (da Youtube).

Militarismo, guerriglia, branding e lifestyle si confondono in un’accelerazione iper-contemporanea di corpi e colori, scarpe firmate e tute con i loghi delle squadre di calcio si contrappongono a stivali di cuoio, caschi anti-sommossa, scudi e manganelli (il regista aveva già esplorato queste suggestioni nel videoclip di No church in the wild di Kanye West e Jay-Z, in cui proponeva il suo commento al movimento Occupy Wall Street). Le corse collettive, i movimenti dei corpi, il passaggio continuo dalla prospettiva dell’individuo a quella della folla fanno apparire la rivolta come una forza capace di contendere allo Stato il controllo del territorio. Qui sta l’ambiguità del film. La bellezza delle immagini rende il conflitto esaltante proprio mentre il racconto mostra la catastrofe umana che si cela dietro l’estetica che la esprime.

Il brand offre appartenenze riconoscibili

È soprattutto la presenza dei marchi a rendere questo immaginario più familiare di quanto “borghesemente” siamo disposti ad ammettere. Nel paesaggio della rivolta riconosciamo gli stessi oggetti che incontriamo nella pubblicità, nelle vetrine, nei desideri quotidiani. Le sneakers accompagnano la corsa, le tute rendono leggibili i corpi, i loghi offrono appartenenze immediatamente riconoscibili. Anche quando tutto sembra sul punto di esplodere, il brand fornisce una lingua comune.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Una scena di Athena (da Youtube).

Il furto di scarpe e abiti non smentisce la rabbia

È facile snocciolare giudizi sprezzanti: gli stessi ragazzi che protestano contro il sistema poi ne desiderano i simboli. Ma perché dovremmo aspettarci che il risentimento verso una società comporti la liberazione dai desideri che quella stessa società ha insegnato a coltivare? Ed è questa probabilmente la cosa più interessante che Gavras ha intuito prima di altri. Le merci non stanno fuori dal conflitto, non sono un premio da conquistare dopo la vittoria. Sono già dentro il modo in cui ci si presenta agli altri, in cui si cerca un riconoscimento, in cui si misura la distanza tra la vita che si conduce e quella alla quale si pensa di avere diritto. Una scarpa può essere al contempo un oggetto da comprare, un segno di appartenenza e la prova di un’esclusione. La vetrina la espone a tutti; il prezzo seleziona chi può averla.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Due protagonisti incappucciati dei disordini e delle devastazioni di Milano.

Questo non basta a spiegare un saccheggio, e sarebbe un’altra scorciatoia trasformare ogni merce rubata in una rivendicazione sociale. Aiuta però a capire perché la scelta degli oggetti non sia necessariamente una smentita della rabbia. Si può desiderare di entrare nello stesso mondo contro il quale ci si scaglia, pretendere i suoi segni di successo e insieme distruggerne le vetrine. La contraddizione esiste. Ma appartiene anche alla società che la produce.

Il Movimento 17 ottobre annulla le piazze: «Ne sceglieremo altre all’ultimo minuto»

«La strategia è la seguente: le piazze iniziali non sono più valide. Non andate in piazza Duomo, in piazza Nettuno o negli altri luoghi già indicati. Non vi troverete nessuno di noi e troverete molti di loro», ovvero le Forze dell’Ordine. È il messaggio diffuso dal Movimento 17 ottobre, che aveva chiamato di nuovo alla mobilitazione indicando i punti di ritrovo per i manifestanti in varie città d’Italia. La protesta è confermata. Ma, dopo le misure adottate dal governo, cambieranno le modalità.

Il comunicato del Movimento 17 ottobre

Alle 14:30 in punto di domani, sabato 14 ottobre, in ogni città, saranno comunicati tre concentramenti. «Nessun luogo anticipato, nessuna soffiata, nessun cordone già pronto. Ritrovatevi prima, decidete insieme come muovervi e non andate da soli. Chi si muove in gruppo si protegge e si conosce». Poi alle 15:30 il Movimento 17 ottobre renderà nota la piazza finale: i tre concentramenti si muoveranno in corteo verso il punto indicato. «Non ci hanno fermato con le leggi. Non ci fermeranno con i blindati». E poi: «In meno di due giorni è stato scritto, approvato ed è entrato in vigore un provvedimento che per noi ha un solo significato: un pugno autoritario contro chi dissente, di una durezza che non si vedeva dall’epoca del fascismo», scrive il Movimento 17 ottobre. «Un governo che risponde al disagio di una generazione con i soldati, le manette e i decreti non vuole ascoltarci. Vuole che stiamo zitti. Questa risposta ha un obiettivo chiaro: militarizzare le nostre piazze prima ancora che si riempiano».

Il Distretto manifatturiero unico del Nord rafforza l’alleanza con industria e banche

Il Distretto manifatturiero unico del Nord prosegue il proprio percorso per rafforzare la competitività del sistema produttivo e costruire una posizione comune sulle politiche industriali nazionali ed europee. Dopo gli appuntamenti di Milano e Torino, venerdì 23 ottobre 2026 le cinque Regioni – Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto – si sono riunite a Milano, in occasione del World manufacturing forum, per un terzo incontro che ha visto il coinvolgimento del sistema bancario e delle rappresentanze regionali industriali, con l’obiettivo di trasformare le esigenze delle imprese in proposte concrete per le politiche industriali. Presenti i cinque assessori regionali allo Sviluppo economico Vincenzo Colla (Emilia-Romagna), Alessio Piana (Liguria), Guido Guidesi (Lombardia), Andrea Tronzano (Piemonte) e Massimo Bitonci (Veneto).

Il confronto con Abi e Confindustria

La giornata si è articolata in due momenti di confronto. Il primo con i rappresentanti regionali e nazionali dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, e il secondo con i vertici delle Confindustrie regionali, per condividere le principali esigenze del sistema produttivo e individuare priorità e proposte comuni a sostegno della competitività delle imprese. Il confronto con Abi ha posto al centro l’accesso al credito e gli strumenti necessari a sostenere gli investimenti delle imprese, con particolare attenzione alle piccole e medie realtà produttive che costituiscono una componente fondamentale delle filiere manifatturiere del Nord. Il tavolo ha consentito di approfondire le principali esigenze del sistema produttivo in vista dei prossimi provvedimenti nazionali in materia di credito, con particolare riferimento alla necessità di procedere alla riforma del Fondo centrale di garanzia al fine di assicurare maggiore certezza e stabilità alle imprese.
È emersa inoltre l’importanza di sviluppare strumenti di sostegno al credito innovativi, quanto più possibile uniformi e coordinati tra le Regioni. Il successivo incontro con le rappresentanze regionali di Confindustria ha consentito di proseguire il lavoro sulle priorità comuni del sistema industriale, a partire dal rafforzamento delle filiere produttive, dal sostegno agli investimenti, dall’innovazione e dalla necessità di creare condizioni più favorevoli alla competitività delle imprese.

Ucraina, la Casa Bianca annuncia una tregua a Oleshky dal 29 ottobre

Melania Trump «è riuscita a ottenere un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina, limitato alla città di Oleshky». Lo ha annunciato la Casa Bianca, spiegando che i due Paesi in conflitto «hanno concordato di sospendere temporaneamente ogni attività militare» dal 29 ottobre, «al fine di consentire l’ingresso di aiuti umanitari e preparare l’evacuazione dei civili attraverso un corridoio sicuro appositamente stabilito».

Il legame tra la First Lady e Oleshky

Cosa c’entra la First Lady con la tregua a Oleshky? Come si legge nel comunicato della White House, la moglie di Donald Trump e il suo rappresentante «hanno lavorato direttamente con i vertici russi e ucraini per definire i termini del cessate il fuoco circoscritto». Questo dopo che la situazione critica a Oleshky è stata portata all’attenzione della First Lady nel corso di una discussione privata, tenutasi durante l’evento “Fostering the Future Together” a New York, in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Melania Trump, sottolinea la Casa Bianca, «ha avviato le interlocuzioni con entrambe le nazioni e ha portato le parti a un’intesa sugli obiettivi, le procedure tecniche, le tempistiche, le modalità operative e i termini dell’accordo, agendo nel suo ruolo ufficiale di mediatrice esclusiva».

Il messaggio di Melania Trump

«Leader civili, non militari, provenienti da entrambi i Paesi collaboreranno per incontrare i residenti di Oleshky nelle loro abitazioni e valutare il livello di assistenza di cui necessitano. Coloro che desiderano essere evacuati riceveranno un supporto coordinato e il trasporto verso la destinazione da loro scelta», ha dichiarato Melania Trump, spiegando di aver inoltre coinvolto «un’organizzazione mediatica americana imparziale, che accompagnerà i team russi e ucraini sul campo e documenterà l’intero processo».

L’ultima di Salvini: togliere bonus e contributi ai genitori «che hanno teppisti a casa»

Dopo i disordini dello scorso fine settimana e in vista della nuova mobilitazione annunciata per quello in arrivo, Matteo Salvini continua a cavalcare il tema della sicurezza, legato in particolare alla criminalità minorile. «Bisogna togliere ed eliminare i bonus e i contributi pubblici ai maggiorenni che non si accorgono che hanno in casa minorenni delinquenti che commettono reati», ha detto il ministro dei Trasporti ad Antenna 3, spiegando che si tratta di una proposta su cui sta lavorando come leader della Lega. Il vicepremier, inoltre, si è detto d’accordo col ministro della Giustizia Carlo Nordio sulla necessità di più carceri minorili: «Vanno assolutamente ampliate e già sono cresciuti i posti».

Toni Capuozzo ha rivelato di avere un tumore

Il giornalista e scrittore Toni Capuozzo ha rivelato di avere un tumore. «Amo abbastanza la privacy e trovo abbastanza insopportabile il pettegolezzo sanitario da farmi dire senza esitazione: si, ho un tumore. Proverò ad affrontarlo come sono capace, con l’aiuto dei medici e tanti piccoli e grandi affetti», ha scritto in un post su Facebook. «Tra le cose lasciate a metà i conti per il funerale di Alla. I conti con la mia vita li ho fatti senza saperlo nel podcast di Luca Zaia, il Fienile», ha aggiunto. Il riferimento è ad Alla Tcheranovskaya, traduttrice e interprete di 68 anni di origini russe morta il 23 dicembre 2025 a causa di un’intossicazione da monossido di carbonio nella palazzina dove vive lo stesso Capuozzo. Proprio Zaia è stato tra i primi a mandargli un messaggio di vicinanza: «Caro Toni, è una notizia che davvero mi colpisce tanto nel cuore. Voglio mandarti il mio abbraccio più forte e dirti che ti sono vicino, con tutto l’affetto e la stima che ho per te. Ripenso alla nostra bella chiacchierata al Fienile, a tutto quello che ci siamo raccontati. Ti voglio bene, Toni. Forza, amico mio, abbiamo ancora tante cose da dirci e tanti momenti da condividere. Un abbraccio grande, davvero».

Leone XIV annulla la visita a Assisi

Leone XIV non parteciperà il 27 ottobre ad Assisi alla conclusione dell’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante” organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio nel 40esimo anniversario della Giornata di preghiera mondiale per la pace, convocata da Giovanni Paolo II nel 1986. Il pontefice si sarebbe dovuto spostare nella città di San Francesco in elicottero. Ma, considerato il breve tempo trascorso dall’intervento al polmone destro e nonostante l’ultima radiografia di controllo al torace abbia confermato l’ottimo andamento del decorso post-operatorio, i medici curanti hanno sconsigliato al pontefice – a scopo precauzionale – il previsto viaggio in Umbria. La Sala Stampa della Santa Sede fa sapere che Leone XIV farà pervenire un suo messaggio di vicinanza agli organizzatori, ai capi ed ai rappresentanti delle confessioni cristiane e delle religioni, come agli ospiti che saranno presenti, «nella convinzione che lo Spirito di Assisi, il dialogo e la ricerca di parole e gesti di pace siano risorse preziose in un’epoca di conflitti». La presenza del pontefice alla cerimonia conclusiva del meeting organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio era stata annunciata il 6 ottobre, prima dunque della operazione per la rimozione di un adenocarcinoma polmonare.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge

Luigi Lovaglio ha una passione per il calcio che potrebbe tornargli utile. Non necessariamente nell’immediato, ma in un futuro che gli ultimi sviluppi della vicenda Mps lasciano immaginare meno remoto di quanto lui stesso auspichi. Del resto, è stato proprio l’amministratore delegato del Monte a scegliere il linguaggio del pallone per raccontare la sua partita con Intesa Sanpaolo. Una decisione personale, verrebbe da dire, che per una volta sembra escludere il contributo dei numerosi e ben remunerati consulenti di cui si circonda.

L’assemblea dei soci che non gli consentirebbe di giocare

Convocata una televisione locale nel cortile della banca, Lovaglio ha spiegato che in campo c’è una sola squadra, quella di Intesa, mentre Mps è costretto a restare negli spogliatoi in attesa che l’assemblea dei soci gli consenta di giocare. Circostanza che, a suo giudizio, dimostrerebbe quanto poco gli avversari desiderino una partita vera.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Luigi Lovaglio di Mps con Carlo Messina di Intesa (foto Imagoeconomica).

La metafora è suggestiva, anche se non del tutto rispettosa della cronaca. La passivity rule impone effettivamente al Monte di attendere il pronunciamento dell’assemblea. Ma Lovaglio, nel frattempo, non è rimasto precisamente con le mani in mano. Ha messo a punto due contro-Opa, una delle quali, quella su Banco Bpm, ha incontrato subito la contrarietà di Crédit Agricole.

I progetti di Lovaglio non hanno raccolto grandi consensi

Poi ha intrapreso un giro di presentazioni internazionali per illustrare i suoi progetti, senza raccogliere grandi consensi. I proxy advisor hanno espresso pareri negativi, ai quali si sono aggiunte le prese di posizione dei principali azionisti, da Delfin a Caltagirone, dai Benetton a Enasarco, fino alla Fondazione Mps.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

Difficile, insomma, sostenere che al Monte sia stato impedito persino di scaldarsi a bordo campo. Semmai, il problema sembra riguardare il numero di giocatori disposti a seguire le indicazioni dell’allenatore.

Quando in Polonia sfidava la squadra di Donald Tusk

Il riferimento al calcio, comunque, non è casuale. Lovaglio lo ha praticato con passione anche durante gli anni trascorsi in Polonia alla guida di Bank Pekao, allora controllata di UniCredit. Panorama raccontò tempo fa delle partite alle quali partecipava assieme a Donald Tusk, protagonista della politica polacca. Una di queste si concluse con un eloquente 12 a 2 a favore dei polacchi. Un ricordo che il Comune di Siena ha ritenuto meritevole di menzione persino nell’agosto del 2026, in occasione della consegna al banchiere del premio Mangia d’Oro, la massima onorificenza civica della città.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Luigi Lovaglio, ad di Mps, con la sindaca di Siena Nicoletta Fabio durante la cerimonia del Premio Mangia d’oro 2026 (foto Ansa).

L’aneddoto contiene un particolare interessante. Prima della partita, Lovaglio aveva raccomandato ai compagni di evitare qualsiasi contatto con Tusk, invitandoli a tenersi prudentemente a distanza. Una sensibilità nei confronti dell’avversario che, almeno a giudicare dalla vicenda senese, sembra aver conosciuto qualche evoluzione. Contro Intesa la disposizione tattica è diventata assai meno remissiva, anche se i risultati, per il momento, non sembrano premiare il cambiamento.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Nel fotomontaggio, Luigi Lovaglio davanti alla sede di Mps, Rocca Salimbeni.

Né è servito molto prospettare agli azionisti benefici che, a un esame più attento, risultavano già nelle loro disponibilità. Un’operazione forse ingegnosa nelle intenzioni, ma che ha avuto il difetto di rivolgersi a interlocutori sufficientemente esperti da riconoscere ciò che già possiedono.

Nel suo futuro Coverciano o i campi della periferia lucana

Resta dunque da vedere come si concluderà la partita. Se l’Opas di Intesa dovesse produrre gli effetti che molti si attendono, Lovaglio potrebbe ritrovarsi con il tempo necessario per coltivare più assiduamente la sua antica passione. C’è Coverciano, naturalmente, per chi desidera prendere sul serio il mestiere di allenatore. Oppure ci sono i campi della periferia lucana sui quali il futuro banchiere tirava i primi calci al pallone. Un ritorno alle origini che avrebbe anche una sua eleganza.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Comunardo Niccolai, tra i protagonisti dello Scudetto del Cagliari del 1970 e famoso per i suoi autogol (foto Ansa).

Quanto al ruolo, la vicenda suggerisce un precedente illustre. Quello di Comunardo Niccolai, indimenticabile difensore del Cagliari, capace di gesti tecnici che lasciavano senza parole compagni e avversari. Anche perché non sempre era la porta giusta a beneficiarne.

Il ministro Zangrillo per musei, sabato di cortei a Roma e le altre pillole del giorno

Mentre il governo Meloni mostra i muscoli sulla sicurezza, benzina per la campagna elettorale, il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo se ne va per musei. Con tanto di gallery fotografiche, con il forzista che stringe la mano al direttore di turno. Come è accaduto con Fabio De Chirico, a Palazzo Poli, sede dell’Istituto Centrale per la Grafica. «Una mattinata dedicata all’arte», si legge sul profilo Instagram del museo.

Alla Farnesina, però, dove Zangrillo non è amatissimo, ricordano che «De Chirico in passato ha lavorato a lungo in Calabria, a contatto con la famiglia Occhiuto». E il governatore Roberto Occhiuto è una delle spine nel fianco di Antonio Tajani. Le lotte interne a Forza Italia ora si combattono anche al museo?

Raduno al Circo Massimo, ma c’è il villaggio della Difesa

Sabato 24 ottobre l’attenzione dei media (e non solo) sarà concentrata su Milano, dove si temono nuovi disordini dopo quelli dello scorso fine settimana. Così per «prevenire e reprimere», in città sono atterrati 500 parà. Roma, però, non è da meno. Nella Capitale, infatti, sono previste quattro diverse manifestazioni: in mattinata “Sblocchiamo tutto” organizzata da Gioventù Nazionale e da Azione Studentesca contro le proteste violente di questi giorni. I militanti di destra sfileranno da piazza della Libertà a piazza Risorgimento. Nel pomeriggio si svolgerà il corteo dell’Asse antimperialista che da piazza della Repubblica raggiungerà via dei Fori Imperiali al grido di «Fuori l’Italia dalla guerra». Ma a preoccupare sono altri due appuntamenti non autorizzati. A Piazza del Popolo si terrà un sit-in di Noi siamo il popolo, mentre al Circo Massimo è stato lanciato online il raduno del Movimento 17 ottobre. Il fatto è che proprio al Circo Massimo è in allestimento il Villaggio della Difesa per la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Sono già arrivati carri armati e alcuni elicotteri, tra cui un Mangusta, e molti stand sono quasi pronti. Ovviamente l’area è presidiata H24 e per prevenire eventuali “assalti” si starebbe pensando di svuotare i serbatoi dei blindati. Come se non bastasse, sabato sera allo stadio Olimpico andrà in scena Lazio-Parma.

Il ministro Zangrillo per musei, sabato di cortei a Roma e le altre pillole del giorno
Il Villaggio della Difesa al Circo Massimo nel 2024 (ministero della Difesa).

Castelli e gli «involucri performanti»

«Involucri performanti, energie rinnovabili, strutture sicure» è il titolo del un convegno che si terrà al Senato nella sala Capitolare del Palazzo della Minerva il prossimo 4 novembre. La presentazione e i saluti istituzionali sono affidati ai forzisti Antonio Trevisi, Dario Damiani e Claudio Lotito. Tra i relatori compare anche Guido Castelli, senatore di Fratelli d’Italia e commissario di governo per il sisma 2016. Ma dopo la maxi inchiesta sulla ricostruzione privata che vede coinvolto, tra gli altri, l’ex capo di Gabinetto del presidente della Regione Marche, il meloniano Francesco Acquaroli, il programma potrebbe subire qualche modifica per evitare imbarazzi.

Il ministro Zangrillo per musei, sabato di cortei a Roma e le altre pillole del giorno
Guido Castelli (Imagoeconomica).

Perché Crisanti ha lasciato il gruppo del Pd in Senato per aderire al Misto

Andrea Crisanti, il microbiologo eletto in Senato con il Partito democratico, ha lasciato il gruppo dem per passare al Misto. Una decisione che sarebbe stata presa per aiutare Rifondazione comunista ad aggirare la stretta sulla raccolta firme imposta dalla nuova legge elettorale. La destinazione finale, secondo quanto riporta Open, sarebbero gli autonomisti del Friuli Venezia Giulia che, a loro volta, dovrebbero dichiarare di rappresentare anche Rifondazione.

L’accordo con gli autonomisti friulani

Per comprendere la mossa, bisogna guardare all’articolo 14 del Regolamento del Senato. A differenza della Camera, dove per costituire una componente ordinaria del Misto occorrono almeno tre deputati, Palazzo Madama non prevede un numero minimo di senatori. Richiede però che la componente rappresenti un partito dotato di determinati requisiti elettorali, tra cui l’elezione di propri rappresentanti alle consultazioni regionali svoltesi durante la legislatura. La formazione friulana, guidata da Massimo Moretuzzo, dispone di una propria rappresentanza nel Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, ottenuta alle elezioni del 2023, quando conquistò quattro seggi. Questo potrebbe quindi consentirle di costituire una componente del Misto al Senato, con l’obiettivo di aiutare Rifondazione che non dispone di propri parlamentari.

International Artery Film Festival, sabato 24 ottobre la finale a Concorezzo

Si avvia alla conclusione l’International Artery Film Festival, un appuntamento dedicato al cinema internazionale, alla cultura e alla scoperta di nuovi talenti che ha raccolto l’attenzione del mondo cinematografico internazionale con oltre 3 mila opere provenienti da oltre 100 Paesi. La serata finale si terrà sabato 24 ottobre, alle ore 20.30, al Cineteatro San Luigi di Concorezzo. Le premiazioni dei vincitori si uniranno a musica, spettacolo e alla presenza di importanti protagonisti del cinema e dello spettacolo italiano.

Conduzione affidata ad Arianna Ciampoli, ad Antonio Catania il Premio alla Carriera

A condurre l’evento sarà Arianna Ciampoli, volto noto della televisione italiana e conduttrice capace di unire eleganza, ritmo e grande capacità di dialogo con gli ospiti. Accanto a lei, il pubblico potrà assistere all’intervento di Sergio Sgrilli, che porterà sul palco la sua esperienza di attore e intrattenitore, aggiungendo alla serata un momento di spettacolo e comicità. La musica avrà un ruolo altrettanto importante grazie a Nicol Manenti, che interpreterà alcuni celebri brani tratti dalle colonne sonore di film, creando un ideale filo conduttore tra cinema e musica. Particolarmente significativo sarà inoltre il momento dedicato ad Antonio Catania, al quale il Festival conferirà un Premio alla Carriera, riconoscendo il percorso di uno degli interpreti più apprezzati del cinema italiano.

Un Festival che valorizza il cinema ma anche il territorio

La serata sarà dunque molto più di una semplice cerimonia di premiazione. Sarà un’occasione per celebrare il cinema nelle sue diverse forme con protagonisti, musica, intrattenimento e riconoscimenti che accompagneranno il pubblico verso la conclusione della prima edizione del Festival. Una manifestazione alla cui visibilità ha contribuito la presenza di Rai Cultura in qualità di media partner, un riconoscimento di particolare prestigio che sottolinea la rilevanza culturale del progetto e il suo legame con il mondo del cinema e della cultura italiana. Il progetto, realizzato con il patrocinio del Comune di Concorezzo, della Provincia di Monza Brianza e di Confimi Monza Brianza, oltre ad aver creato un luogo di incontro tra cinema italiano e internazionale, valorizzando opere, autori e interpreti, ha inoltre costruito uno stretto rapporto con il territorio e le istituzioni. Si è infatti legato alla città attraverso importanti iniziative culturali tra cui la mostra fotografica ospitata a Villa Zoia, storico luogo della comunità e oggi uno degli spazi culturali più significativi di Concorezzo.

Ucraina, l’Europa cerca negoziatori da contrapporre a Putin: in lizza anche Meloni

A causa dei timori che Donald Trump non sia interessato a pensare al bene dell’Europa, i leader del Vecchio Continente sono al lavoro per trovare i negoziatori adatti per confrontarsi con Vladimir Putin nei colloqui volti a porre fine alla guerra in Ucraina. Lo scrive il Telegraph, citando fonti diplomatiche e spiegando che tra i nomi in ballo c’è anche quello di Giorgia Meloni.

In pole ci sarebbe il presidente finlandese Stubb

Assieme a Meloni, riporta il Telegraph, sarebbero in lizza il presidente finlandese Alexander Stubb (dato come favorito) e quello ceco Petr Pavel, così come la premier danese Mette Frederiksen e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre. «L’Europa ha capito che deve esserci innanzitutto un consenso sul fatto che dobbiamo negoziare con i russi. In secondo luogo, deve esserci un consenso su quale sia la posizione da tenere», ha spiegato una delle fonti del Telegraph. I tentativi di Trump di mediare un accordo di pace si sono arenati a causa del rifiuto di Putin di abbandonare le richieste territoriali in Ucraina.

Cosa prevederebbe il piano di pace degli Stati Uniti

Steve Witkoff, inviato del presidente Usa, ha annunciato che i colloqui trilaterali tra Stati Uniti, Ucraina e Russia riprenderanno il mese prossimo. Secondo l’Economist, Il piano statunitense per porre fine alla guerra includerebbe, tra le altre cose, un programma di investimenti e l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, ma in cambio dell’abbandono da parte del Paese dei piani di adesione alla Nato. Per la Russia prevedebbe invece l’allentamento delle sanzioni e un parziale ripristino dei legami economici e politici con l’Occidente. L’Economist riporta inoltre che il piano prevederebbe la creazione di una zona demilitarizzata nella parte della regione di Donetsk non occupata dalle truppe di Mosca.

Pier Silvio Berlusconi canta in napoletano (con l’IA) per annunciare il ritorno di Far Away su Canale 5

Pier Silvio Berlusconi ha scelto un modo decisamente originale per comunicare agli spettatori di Canale 5 il ritorno della serie turca Far Away: un video pubblicato sui profili social di Verissimo (programma condotto dalla compagna Silvia Toffanin, che ha ospitato i protagonisti), realizzato con l’intelligenza artificiale, in cui l’amministratore delegato di Mediaset accenna qualche passo di danza e canta in napoletano.

La clip inizia con Berlusconi che, seduto alla sua scrivania in ufficio, in una serata piovosa vede sullo smartphone un video (pubblicato davvero) di un’influencer inviperita per la sospensione di Far Away: l’ultima puntata della serie è andata in onda su Canale 5 a settembre e da quel momento in poi lo slot nei palinsesti è stato occupato da Uomini e Donne. In sottofondo i versi di una canzone – in napoletano – che chiede al ceo di Mediaset perché mai abbia deciso di togliere la soap turca dalla programmazione. Poi parte un’altra canzone, sempre in napoletano ma neomelodica, che si rivolge a “turchini e turchine” (ovvero ai fan delle soap turche). A questo punto, Pier Silvio non riesce più a trattenersi: si alza dalla sedia e, dopo qualche timido passo di danza, inizia a intonare anche lui la canzone, mentre dietro appare il soleggiato golfo di Napoli e, nell’ufficio, la locandina di Far Away.

Attacco alle truppe israeliane, Netanyahu annuncia la chiusura totale della Cisgiordania

Il premier israeliano Netanyahu ha affermato di star preparando una «chiusura totale» della Cisgiordania dopo che alcuni soldati dell’Idf sono stati attaccati a un posto di blocco nel Sud della regione. «Ho dato istruzioni alle forze di sicurezza di imporre immediatamente un cordone di sicurezza sulla città di Hebron e di prepararsi a un blocco totale di tutta la Giudea e la Samaria (Cisgiordania, ndr) a partire da oggi. Le nostre forze stanno operando con un contingente rafforzato per contrastare il terrorismo e stanno conducendo vaste ondate di arresti. Daremo la caccia ai terroristi di Hamas e ai loro emissari ovunque e in qualsiasi momento. Non avete nessun posto dove nascondervi», ha aggiunto. Nel frattempo l’Idf ha comunicato che i due aggressori responsabili dell’attacco sono stati uccisi dai militari mentre tentavano di fuggire dal luogo dell’accaduto. La sparatoria è avvenuta sulla strada 35, vicino a Hebron.