La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari

L’operazione Epic Fury lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha risposto mettendo nel mirino – oltre allo Stato ebraico e alle basi Usa – anche i Paesi del Golfo, ha rapidamente assunto i contorni di un conflitto regionale. Definizione che col passare dei giorni appare persino riduttiva, visto che un drone iraniano ha già attaccato una base britannica a Cipro. Di sicuro la guerra, che ha portato a una delle maggiori interruzioni delle comunicazioni aeree della storia e stravolto gli equilibri geopolitici mondiali, è destinata ad avere pesanti ripercussioni a livello globale. Gli scenari.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
Un ritratto di Ali Khamenei (Ansa).

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Lo scenario della caduta del regime

L’obiettivo dichiarato di Donald Trump e dell’alleato Benjamin Netanyahu è un cambio di regime. Lo scenario più roseo, per il presidente Usa e il premier israeliano, è che le annunciate settimane di attacchi aerei contro i centri di potere della Repubblica Islamica possano scatenare una rivolta popolare, ancor più massiccia di quella recentemente repressa nel sangue e in grado di rovesciare il regime. C’è un aspetto da considerare: l’eliminazione di Ali Khamenei è un successo prettamente simbolico per Washington e Tel Aviv, visto che la Guida Suprema non era “un uomo solo al comando”. Innanzitutto, la sua età avanzata aveva già aperto un dibattito interno sulla successione. E poi l’ayatollah rappresentava l’apice teocratico, in un Paese in cui il potere è però distribuito tra più centri: il Consiglio dei Guardiani della Costituzione (l’organo di garanzia costituzionale che peraltro elegge l’Assemblea degli Esperti), l’apparato del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e il Consiglio di Sicurezza nazionale, che ha come capo Ali Larijani, il quale ha escluso trattative con Usa e Israele.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
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La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari

Usa e Israele potrebbero accontentarsi di una mezza vittoria

Lo scenario forse più probabile è che i leader iraniani sopravvissuti sostituiscano il vecchio regime con un altro. In fondo, non tutto il Paese è contro la teocrazia che si è instaurata nel 1979. Inoltre, al netto dei ripetuti appelli all’insurrezione, l’opposizione iraniana è divisa in partiti e fazioni spesso in lotta tra loro, che difficilmente riusciranno a tenere in mano il potere. Ma l’operazione Epic Fury potrebbe comunque avere successo se riuscisse a infliggere un duro colpo alla capacità nucleare, missilistica e militare della Repubblica Islamica, che a quel punto faticherebbe a sostenere i suoi proxy nella regione. Sicuramente, questo potrebbe essere un risultato accettabile per Israele.

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Il rischio di una Libia-bis: vuoto di potere e Paese nel caos

Lo scenario peggiore è quello di una Libia-bis, ovvero di un vuoto di potere in uno Stato distrutto da anni di autoritarismo, che potrebbe portare a violenti scontri tra fazioni o addirittura a una guerra civile, causando una crisi dei rifugiati e lasciando le riserve di uranio arricchito alla mercé di gruppi estremisti. E se da una parte gli statunitensi sono visti (certamente dalla diaspora) come liberatori, dall’altra c’è da considerare un fatto: questo conflitto, destinato a fare migliaia di vittime, alimenterà un forte sentimento anti-americano che potrebbe portare ad attacchi contro le installazioni Usa nella regione.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Imagoeconomica).

L’Europa è sempre più marginale, ma c’è chi si prepara a scendere in campo

Trump ha colpito l’Iran senza chiedere l’avallo del Congresso. E i leader europei sono stati avvertiti solo a cose fatte, confermando la marginalità del Vecchio Continente nella testa di The Donald. La beffa? A differenza – ultimo esempio – del Venezuela, questa guerra scatenata dagli Stati Uniti riguarda l’Europa molto da vicino. Cipro, come detto, è già stata colpita e non si può parlare di attacco all’Ue perché la base della Royal Air Force di Akrotiri è tecnicamente territorio britannico e, dunque, non fa parte dell’Unione europea. La sensazione è che Trump si stia distanziando sempre di più dall’Europa, che potrebbe scendere in campo: i governi di Regno Unito, Francia e Germania hanno annunciato in una dichiarazione congiunta di essere pronti ad adottare misure per difendere i propri interessi e quelli degli alleati nella regione. Londra, tra l’altro, ha concesso (in ritardo secondo Trump) l’uso delle sue basi a Washington per attacchi “difensivi” contro gli attacchi missilistici iraniani. Al netto del fatto che in questo momento è impossibile fare previsioni certe su come la situazione potrà evolvere, nonostante la vicinanza con Teheran al momento appare improbabile il coinvolgimento di Russia e Cina, che tradizionalmente non hanno un ruolo militarmente attivo in Medio Oriente.

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L’inevitabile shock petrolifero: a pagare sarà soprattutto il Vecchio Continente

C’è poi la questione energetica. L’Iran sotto attacco ha chiuso lo Stretto di Hormuz, passaggio da cui transita oltre un quinto del petrolio mondiale via mare e più del 30 per cento del gas naturale liquefatto. Inoltre sono state colpite alcune raffinerie in Arabia Saudita, che ha dichiarato la chiusura degli stabilimenti. Inevitabili le ripercussioni sui costi dell’energia, ma anche su quelli delle materie prime. Lo shock, più o meno breve, ci sarà. E con sempre meno volumi disponibili, a farne le spese sarà soprattutto l’Europa, che a differenza degli Stati Uniti non dispone di una significativa produzione domestica di energia.

Iran, colpita l’Assemblea degli Esperti mentre eleggeva l’erede di Khamenei

Le forze israeliane, assieme a quelle statunitensi, hanno avviato una vasta ondata di attacchi «contro le infrastrutture del regime terroristico iraniano a Teheran», ha reso noto l’IDF. Nel mirino anche la sede del consiglio direttivo dell’Assemblea degli Esperti nella capitale della Repubblica Iraniana, situata presso l’ex palazzo del parlamento. E, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tasnim – affiliata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica – gli Stati Uniti e Israele hanno anche colpito la sede dell’Assemblea degli Esperti nella città di Qom, seconda città santa dell’Iran dopo Mashhad.

Iran, colpita l’Assemblea degli Esperti mentre eleggeva l’erede di Khamenei
La sede dell’Assemblea degli Esperti a Teheran.

Cosa è l’Assemblea degli Esperti

L’Assemblea degli Esperti è l’organo clericale responsabile, secondo la costituzione iraniana, della nomina e della supervisione della Guida Suprema, massima carica religiosa e amministrativa del Paese. Secondo il canale Telegram Zed TV, l’attacco ha proprio preso di mira una sessione formale dell’Assemblea degli Esperti, convocata per eleggere l’erede dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nei primi raid di Israele e Stati Uniti. L’assemblea è – o forse era – composto da 88 giuristi (mujtahid).

Musei fiorentini, la zampata di Giuli e l’attacco delle opposizioni

Sta facendo discutere l’ondata di nomine nei consigli di amministrazione di alcuni importanti musei fiorentini, dove il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha piazzato alcuni esponenti di Fratelli d’Italia, scatenando l’ira delle opposizioni. Si tratta in particolare della Galleria dell’Accademia, dei Musei del Bargello e delle ville e residenze monumentali fiorentine, nei cui cda sono state nominate alcune figure politiche non elette alle ultime amministrative. Tra i nomi più discussi quelli di Andrea Fossi, candidato di Fdi alle comunali fiorentine, nominato sia alla Galleria dell’Accademia sia ai Musei del Bargello, e Alessia Galdo, anche lei candidata con Fdi, inserita nel cda delle ville e residenze monumentali insieme a Chiara Mazzei, altra esponente dello stesso partito.

L’attacco del Pd: «Musei non diventino luoghi di occupazione politica»

Scelte che hanno subito scatenato una dura reazione da parte del Partito democratico. I due deputati fiorentini Simona Bonafé e Federico Gianassi hanno diffuso una nota congiunta denunciando «una preoccupante tendenza alla politicizzazione dei consigli di amministrazione dei musei statali», la cui gestione dovrebbe invece basarsi su «competenza, autonomia e comprovata esperienza nel settore culturale». Secondo Bonafé e Gianassi, le nomine rischiano di trasformare luoghi di cultura, studio e conservazione in «spazi di occupazione politica, compromettendone l’autonomia e la credibilità». Per questo hanno annunciato che presenteranno un’interrogazione parlamentare al ministro, chiedendo spiegazioni sui criteri adottati. Sulla stessa linea anche il Movimento 5 stelle, con la senatrice Vincenza Aloisio che ha definito le nomine incomprensibili invitando Giuli a chiarire «i criteri seguiti e l’esistenza di procedure di selezione trasparenti». Anche per lei i musei devono restare «luoghi di studio, conservazione e arricchimento collettivo e non scivoli di certa politica».

Anche a Capri un esponente di Fdi nel cda dei Musei e del Parco archeologico

Anche a Capri è scoppiata la polemica per un caso analogo. Nel cda dei Musei e del Parco archeologico è stata nominata Elena Proietti Trotti, componente dello staff del ministro Giuli nonché consigliera e figura politicamente attiva in Umbria per Fratelli d’Italia. «Una scelta che solleva interrogativi gravi» secondo Piero De Luca, deputato dem e segretario regionale del Pd Campania. «Dalle informazioni disponibili non risultano competenze riconducibili ai requisiti previsti dalla legge, che è chiara nell’individuare i componenti dei consigli di amministrazione dei musei tra figure di chiara fama e comprovata esperienza nella gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. Dopo quanto già accaduto alla Reggia di Caserta, dove nel cda è stato nominato il segretario cittadino di Fratelli d’Italia, prosegue quella che appare come una vera e propria occupazione politica delle istituzioni culturali», ha aggiunto De Luca, annunciando anch’egli un’interrogazione parlamentare.

Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia

La Nazionale femminile di calcio iraniana ha scelto di non cantare l’inno della Repubblica Islamica prima della partita d’esordio in Coppa d’Asia contro la Corea del Sud. Cantare l’inno, ovviamente, non è obbligatorio. Ma in questo modo le calciatrici hanno deciso di protestare platealmente contro il regime, mentre sugli spalti alcuni tifosi sventolavano la bandiera iraniana pre-rivoluzionaria.

La scelta di non cantare l’inno ricalca quella presa dalla Nazionale maschile durante i Mondiali del 2022. Prima e dopo la gara, l’allenatrice dell’Iran Marziyeh Jafari e le calciatrici si sono rifiutate di commentare sulla guerra e sulla morte dell’ayatollah Ali Khamenei. Per la cronaca, l’Iran ha perso 3-0 nella partita d’esordio in Coppa d’Asia, che si sta svolgendo in Australia.

Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia
Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia
Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia
Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia
Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia

Iran, l’ex presidente Ahmadinejad sarebbe ancora vivo

L’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che era stato dato per morto dopo i primi attacchi statunitensi e israeliani su Teheran, sarebbe ancora vivo. Lo riporta il canale di opposizione con sede a Londra Iran International: secondo quanto hanno riferito fonti informate sulla situazione, Ahmadinejad non ha subito danni a causa del raid aereo ed è stato trasferito in un luogo sicuro. L’agenzia di stampa turca scrive che nell’attacco sono però morte tre delle sue guardie del corpo, membri dei pasdaran.

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La notizia della morte era stata smentita dal suo ufficio

Tra sabato e domenica alcuni media iraniani avevano sostenuto che Ahmadinejad, protagonista nei suoi otto anni da presidente di incendiari discorsi incendiari contro il «nemico americano», fosse morto nei raid. Altri non avevano invece confermato il decesso. La notizia era stata poi smentita dall’ufficio di Ahmadinejad, raggiunto da Al Jazeera.

Iran, l’ex presidente Ahmadinejad sarebbe ancora vivo
Mahmoud Ahmadinejad (Ansa).

L’Onu chiede un’inchiesta sull’attacco alla scuola femminile in Iran

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha esortato le forze responsabili dell’attacco a una scuola femminile in Iran a indagare e a condividere le proprie informazioni sull’accaduto. Lo riporta Reuters sul sito. Turk «chiede un’indagine rapida, imparziale e approfondita sulle circostanze dell’attacco alle forze che l’hanno perpetrato», ha dichiarato Ravina Shamdasani, portavoce dell’Alto commissariato. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che le forze statunitensi «non avrebbero preso di mira deliberatamente una scuola».

Cos’è successo

I fatti si sono verificati sabato 28 febbraio 2026, quando un attacco aereo ha colpito un istituto femminile nella città meridionale di Minab. I media statali iraniani hanno riferito almeno 165 persone sono morte e altre decine sono rimaste ferite. Martedì si è svolta una cerimonia funebre per commemorare le vittime.

Philip Morris International lancia in Italia il nuovo Bonds by Iqos

Philip Morris Italia, affiliata italiana del gruppo Philip Morris International, ha annunciato il lancio in Italia di Bonds by Iqos, un nuovo dispositivo senza combustione pensato per adulti che altrimenti fumerebbero sigarette o utilizzerebbero altri prodotti contenenti nicotina. Si tratta di un prodotto per il riscaldamento elettronico del tabacco progettato per abbattere le barriere di accesso – in termini di gusto, rituale di utilizzo e prezzo – che amplia la scelta per i fumatori adulti. Semplice da usare e senza necessità di pulizia, il nuovo Bonds garantisce un’esperienza di cinque minuti senza limite di filtri, con fino a 25 utilizzi con una sola ricarica. È in alluminio, disponibile in tre colori (Ruby Red, Ocean Blue e Cosmic Black) e ha un prezzo suggerito di 19 euro. Si usa esclusivamente con i nuovi stick a marchio Blends, disponibili in diverse varianti. La tecnologia Roundheat, con la quale è progettato, riscalda dall’esterno gli stick che contengono tabacco finemente lavorato.

Philip Morris International lancia in Italia il nuovo Bonds by Iqos
Bonds by Iqos (Pmi).

L’ad Frega: «Il nostro obiettivo? Italia senza sigarette entro il 2035»

«A livello globale stiamo lavorando per rendere le sigarette un oggetto da museo nel più breve tempo possibile. In Italia, con un quadro normativo stabile e il supporto della società, potremmo raggiungere questo obiettivo già nel 2035», ha dichiarato Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, durante l’evento di presentazione tenutosi presso la Iqos Embassy di Foro Bonaparte a Milano. «Stiamo facendo progressi significativi in questa direzione, considerando che oltre il 50 per cento dei nostri ricavi netti in Italia deriva già dai prodotti senza combustione». Sono circa 13 milioni gli adulti italiani che utilizzano prodotti a base di nicotina, e oltre 4,5 milioni di questi ha già scelto di passare ad alternative senza combustione. Ma restano ancora milioni di fumatori esclusivi di sigarette, la cui transizione verso alternative prive di combustione rappresenta la sfida più grande dell’azienda in Italia entro il 2035.

Della Monica: «Un ulteriore passo verso i fumatori più resistenti»

«Le esigenze dei nostri consumatori adulti restano la nostra stella polare, e questi numeri dimostrano chiaramente che esiste un forte interesse verso le alternative per sostituire le sigarette, ma anche che è necessario compiere un ulteriore passo per andare incontro alle preferenze dei fumatori adulti più resistenti al cambiamento», ha aggiunto Daniela Della Monica, head of Smoke-free products category di Philip Morris Italia. «Sappiamo che i fumatori adulti e gli utilizzatori di nicotina hanno preferenze diverse. Per questo abbiamo sviluppato un ampio portafoglio multicategoria di prodotti alternativi senza combustione, che presentano tecnologie, modalità d’uso e fasce di prezzo differenti. Con Bonds by Iqos aggiungiamo un tassello importante a questo mosaico, avvicinandoci ancora di più ai nostri consumatori».

Bocchino prezzemolino su La7 e l’endorsement di Sempio per il Sì: le pillole del giorno

«Ma perché Italo Bocchino è sempre su La7?», chiedeva l’altro giorno un parlamentare di Forza Italia a un collega. La risposta è stata immediata: «L’astuto Italo ha pensato bene di pubblicare il suo libro dedicato a Giorgia Meloni – Giorgia la figlia del popolo – con la casa editrice Solferino che fa parte del gruppo Rcs. Che a sua volta fa capo a Urbano Cairo, proprietario di La7. Sinergia assicurata». A proposito, martedì mattina, Bocchino era tanto per cambiare su La7 all’Aria che tira con David Parenzo, intento a litigare con la dem Anna Ascani. E poi ci sono naturalemente le consuete ospitate da Lilli Gruber a Otto e mezzo

L’endorsement di Sempio per il sì al referendum

In tv ormai il delitto di Garlasco è diventato – ahinoi – un vero e proprio genere. Anche nell’ultima puntata di Quarta Repubblica, Nicola Porro ha intervistato Andrea Sempio chiedendogli pure cosa voterà al referendum della giustizia. E Sempio ha risposto convinto «Sì». Chissà se sposterà voti… 

Meloni contro Occhetto

Sfida romana a distanza, nella serata di martedì, tra Giorgia Meloni e Achille Occhetto. La presidente del Consiglio è attesa al Foro Italico, nella Casa delle Armi, per un incontro dedicato alle donne, in vista dei festeggiamenti per gli 80 anni della Costituzione, con i ministri Eugenia Roccella e Andrea Abodi. Occhetto celebrerà i suoi 90 anni in piazza di Pietra, nella sala della Camera di Commercio di Roma, con “officiante” Ugo Sposetti e tanti compagni del vecchio Pci. Chissà se arriverà pure Pier Luigi Bersani, che ha in agenda anche la presentazione dell’ultima fatica di Arturo Scotto Flotilla. In viaggio per Gaza alla Mondadori Bookstore in piazza Cola di Rienzo…

Bocchino prezzemolino su La7 e l’endorsement di Sempio per il Sì: le pillole del giorno
Achille Occhetto (foto Imagoeconomica).

Attesa per l’inaugurazione del Corinthia Rome

Guerra in corso? Buttiamoci sul lusso. Mercoledì sera a Roma sarà grande festa per l’apertura dell’hotel a 5 stelle Corinthia Rome, il primo della catena in Italia, in un palazzo piacentiniano con vista sulla Camera dei Deputati. Tutto è pronto: anche i cantieri che occupavano la strada sono magicamente scomparsi. Attesa per Carlo Cracco che gestirà la proposta enogastronomica.

Bocchino prezzemolino su La7 e l’endorsement di Sempio per il Sì: le pillole del giorno
Il Corinthia Rome.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso

Quando nel 2003 gli Stati Uniti di George W. Bush invasero l’Iraq per eliminare Saddam Hussein, accusato di nascondere armi di distruzione di massa, l’allora cancelliere tedesco Gerhard Schröder tenne fuori la Germania dalla guerra: Berlino non credette alle prove contraffatte e sventolate alle Nazioni Unite dal generale Colin Powell e lasciò che Washington, insieme con quella che allora era stata denominata la coalizione dei volenterosi, Italia inclusa, si imbarcasse in un conflitto terminato con il ritiro ufficiale del 2011. Da allora abbiamo collezionato un’altra manciata di guerre, dalla Libia alla Siria, passando per l’Ucraina e il Medio Oriente, e il nuovo cancelliere Friedrich Merz ha riposizionato il Paese nel rapporto di vassallaggio nei confronti degli Usa, modificando anche la linea più autonoma che per tre lustri era stata tenuta da Angela Merkel, saltata completamente nel 2022 dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Una vecchia foto di Gerhard Schroder e George Bush. Alle loro spalle il presidente francese Jacques Chirac (foto Ansa).

Germania costretta a inseguire le mosse di Trump

Merz, nonostante l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, ha mantenuto quindi ferma la barra dell’atlantismo, sempre subordinato nella sostanza alle strategie internazionali dettate da Washington, con solo qualche spazio di facciata riservato a elementi di diversificazione: al di là cioè della volontà espressa di un ruolo autonomo e crescente anche al di fuori dell’Unione Europea, la Germania ha perso in definitiva peso su ogni teatro internazionale, costretta a inseguire le mosse di Trump e incapace, sia per sé che come presunto Paese guida dell’Ue, di imporre le sue priorità. In qualche piccolo sussulto d’orgoglio, come durante la Conferenza di Monaco di metà febbraio, ha detto che «l’ordine mondiale del Dopoguerra non esiste più» e che «la battaglia culturale Maga non è la nostra». Poi però in concreto le cose vanno diversamente.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso

Gli esempi sono tanti. In quest’ultimo anno si può partire dai falliti ultimatum a Vladimir Putin sulla scacchiera ucraina, con il Cremlino che non ha mai tenuto in considerazione le proposte né di Berlino né di Bruxelles, mentre le trattative per la pacificazione sono state dettate sull’asse Mosca-Washington.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Vladimir Putin (Ansa).

C’è stata poi l’immobilità sulla crisi mediorientale, con i tedeschi nel ruolo di spettatori di fronte alle decisioni unilaterali di Usa e Israele. Dopo l’inizio della nuova guerra in Iran e gli attacchi che hanno eliminato l’ayatollah Ali Khamenei, Merz non si è espresso certo sulla legittimità dei bombardamenti e anzi li ha sostanzialmente avallati, condannando le reazioni di Teheran.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
L’ayatollah Ali Khamenei (Imagoeconomica).

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Netanyahu criminale di guerra? A Merz non importa

Se Berlino è sempre stata piegata a Washington e Tel Aviv, in questi giorni è ancora più evidente quanto i legami siano stretti e quali siano appunto i rapporti di forza. Merz, che nel 2025 è stato l’unico leader europeo a far visita a Benjamin Netanyahu da quando la Corte penale dell’Aja ha dichiarato il premier israeliano criminale di guerra e ne ha richiesto l’arresto, è sempre asservito ai voleri di Trump, con il quale di fatto non si vuole contrapporre, se non con qualche spunto dialettico. Merz tra l’altro è volato a Washington, dove il 3 marzo ha in programma un incontro proprio con Trump. Il faccia a faccia era programmato da tempo, ma – anche qui – vede il tedesco come primo leader europeo negli Usa dopo l’attacco americano e israeliano all’Iran.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz con il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Ansa).

La linea diplomatica del cancelliere, adottata nelle sue visite a Washington così come in quella a Pechino a fine febbraio 2026, quando ha incontrato Xi Jinping, è improntata insomma al pragmatismo e volta a mantenere salde alleanze storiche e strategiche.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz con Xi Jinping a Pechino (foto Ansa).

I viaggi tra India, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita

Da questo punto di vista si spiega la ricerca di partnership economiche e industriali più strette sia con Pechino sia con Nuova Delhi o i Paesi del Golfo. Merz all’inizio di quest’anno è volato in India, in Qatar, negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe Mohammad bin Salman, non proprio un campione di democrazia, accusato nel 2019 dalla commissione speciale delle Nazioni Unite guidata da Agnès Callamard di essere il mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista ucciso nel 2018 a Istanbul.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz e l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al Thani (foto Ansa).

La stessa Callamard accusò l’allora cancelliera Merkel di complicità con l’Arabia Saudita per non aver fatto abbastanza a livello internazionale per risolvere il caso. Fin qui in sostanza nulla di nuovo, nel senso che Merz non ha fatto altro che proseguire la strada aperta dai suoi predecessori, anche dal primo cancelliere della Germania riunificata, Helmut Kohl, il primo a puntare per esempio sulla Cina.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Angela Merkel e, sullo sfondo, una foro di Helmut Kohl (foto Ansa).

La grande differenza rispetto a prima? La rottura con la Russia

C’è però una differenza nella politica estera di Merz e quella di Kohl, Schröder e di Merkel, e cioè la rottura con la Russia, diventata per la Germania un nemico presente e futuro. L’invasione dell’Ucraina ha tranciato i rapporti tra Mosca e Berlino, facendo però emergere anche i doppi standard tedeschi ed europei, con il richiamo a corrente alternata al diritto internazionale. Il rischio, con le conseguenze del conflitto appena scoppiato in Medio Oriente che sono ancora tutte da valutare, è che la passività del cancelliere non rimanga solo una questione politica con leggeri riflessi economici sul Paese, ma si trasformi in un disastro che può trascinare la Germania ancor più in basso della recessione che sta affrontando.

Pusher ucciso a Rogoredo, Cinturrino negativo ai test tossicologici

Carmelo Cinturrino, l’assistente capo del commissariato Mecenate indagato per omicidio volontario per aver ucciso il pusher Abderrahim Mansouri il 26 gennaio a Rogoredo, è risultato negativo ai test tossicologici. Lo riporta Adnkronos, citando fonti qualificate. Dalle testimonianze raccolte dagli inquirenti sarebbe emerso che Cinturrino era solito chiedere una sorta di “pizzo” (circa 200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno) a spacciatori e tossicodipendenti della zona. L’agente resta detenuto nel carcere milanese di San Vittore.

Assieme a Cinturrino ci sono altri quattro poliziotti indagati

Assieme a Cinturrino, che ha sparato a Mansouri (disarmato) mettendo poi in piedi una messinscena per sviare le indagini, sono indagati per omissione di soccorso e favoreggiamento altri quattro poliziotti: su disposizione del questore di Milano, Bruno Megale, sono stati assegnati ad altri incarichi non operativi al di fuori del commissariato di Mecenate dove prestavano servizio.

Vannacci: «Mai chiamato Corona per coinvolgerlo in Futuro Nazionale»

Roberto Vannacci ha smentito Fabrizio Corona, che nell’ultima puntata di Falsissimo (ancora dedicata al caso Signorini) ha annunciato la creazione di un suo partito, aggiungendo di essere stato contattato dall’ex generale e di aver rifiutato la sua proposta di un coinvolgimento in Futuro Nazionale. Della possibilità di un contatto politico tra i due aveva già parlato Mario Adinolfi, lui sì molto vicino a Vannacci.

Vannacci: «Mai chiamato Corona per coinvolgerlo in Futuro Nazionale»
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La smentita di Vannacci

Contattato da Adnkronos, Vannacci ha negato che ci sia mai stata una telefonata recente con l’ex re dei paparazzi: «Mai avvenuta una cosa del genere. Non so se si è sbagliato, magari si è confuso con qualcun altro, io sicuramente in questi giorni non ho chiamato nessuno». Smentita anche la volontà di coinvolgerlo in politica: «L’unico momento in cui ci siamo sentiti con Corona è stato quando è stato fatto un podcast con il suo gruppo che è stato pubblicato, ma parliamo di più di un anno fa». E all’epoca, ha sottolineato Vannacci, «non esisteva alcun partito, né esisteva un’idea di partito». Nel corso della puntata di Falsissimo, Corona ha sostenuto che – secondo fantomatici sondaggi – un suo partito prenderebbe più voti di Futuro Nazionale. Questo il commento dell’europarlamentare: «Io gli auguro grande fortuna. Se fosse così, sarei contento per lui…».

Sondaggi politici, crescono M5S, Avs e Futuro Nazionale

Secondo l’ultimo sondaggio Swg TG LA7 relativo all’orientamento di voto degli italiani, che viste le tempistiche non tiene ancora conto delle ripercussioni interne della guerra in Iran né del caso Crosetto, sono in crescita Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Futuro Nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci. Perde invece terreno il Partito democratico. Stabile il centrodestra.

Sondaggi politici, crescono M5S, Avs e Futuro Nazionale
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Stabili Fratelli d’Italia e Lega, in calo Azione

Fratelli d’Italia è stabile al 29,8 per cento. Forza Italia è data all’8,4 per cento (+0,1). Stallo anche per la Lega, che resta al 6,6 per cento. Il M5s e Avs guadagnano lo 0,2 per cento, arrivando rispettivamente all’11,7 per cento e al 6,9 per cento. Passo indietro del Pd, che scende al 21,6 per cento (-0,3). Tra i partiti minori continua lievemente a crescere Futuro Nazionale (3,6 per cento, +0,2). Sala anche +Europa (1,5 per cento, +0,1). In calo Azione (3,3 per cento, -0,2). Cala anche Noi Moderati (1 per cento, -0,1). Stabile al 2,2 per cento Italia Viva.

La Banca di Russia impugna il congelamento indeterminato degli asset deciso dall’Ue

La Banca di Russia ha intentato una causa presso la Corte di giustizia dell’Unione europea, contestando il regolamento Ue sul congelamento permanente dei beni sovrani russi, sancito a dicembre del 2025. Secondo la Banca di Russia, la decisione di Bruxelles viola «i diritti fondamentali e inalienabili di accesso alla giustizia, l’inviolabilità della proprietà, il principio di immunità sovrana degli Stati e delle loro banche centrali», contraddicendo inoltre «i principi fondamentali del diritto».

L’utilizzo dei beni di un Paese terzo è senza precedenti

Il ricorso, presentato da Mosca ai sensi dell’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, riguarda una decisione che è stata presa dall’Ue con 25 Paesi favorevoli e due contrari. La misura, che ha eliminato l’obbligo di votare la proroga del blocco ogni sei mesi – evitando così il possibile ostruzionismo di Ungheria e Slovacchia -, riguarda circa 210 miliardi di euro di asset sovrani russi. L’utilizzo dei beni di un Paese terzo è senza precedenti e giuridicamente complessa: trasformare rendimenti derivanti da asset altrui in risorse pubbliche tocca principi fondamentali del diritto di proprietà e potrebbe essere considerato una confisca indiretta. La Commissione europea ha proposto di erogare a Kyiv un “prestito di riparazione” utilizzando risorse russe, che l’Ucraina avrebbe potuto rimborsare dopo la fine della guerra, una volta che la Mosca avesse compensato i danni causati. Tuttavia, i paesi dell’Ue non sono riusciti a raggiungere un accordo sull’utilizzo degli asset russi.

La Banca di Russia aveva già fatto causa a Euroclear

La maggior parte dei fondi (circa 190 miliardi di euro) è depositata presso il depositario belga Euroclear: la Banca Centrale Russa, nel frattempo, ha intentato una causa contro Euroclear presso la Corte Arbitrale di Mosca, contestando l’utilizzo degli asset senza il suo consenso e chiedendo il risarcimento dei danni.

Nitto Santapaola, chi era il boss di Cosa Nostra morto a Opera

È morto, nel reparto carcerario dell’ospedale San Paolo di Milano, il boss mafioso Nitto Santapaola. L’uomo, condannato all’ergastolo e detenuto nel carcere di Opera in regime di 41 bis, aveva 87 anni. Noto esponente della criminalità organizzata catanese e siciliana, era considerato uno dei principali capi di Cosa Nostra a partire dagli Anni 70. A lungo leader del clan Santapaola-Ercolano, influente nel territorio etneo, è stato coinvolto in numerosi processi per reati di associazione mafiosa, omicidio e traffico di droga.

Il ruolo nelle stragi di Capaci e Via D’Amelio

Ebbe un ruolo nella fase esecutiva della strage di Capaci, il 23 maggio 1992, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. È stato inoltre condannato per il suo coinvolgimento nell’omicidio del giornalista Giuseppe Fava nel 1984 e nella strage di Via D’Amelio nel 1992. Venne arrestato nel 1993 dopo una lunga latitanza mentre si trovava nelle campagne del Calatino in compagnia di sua moglie, Carmela Minniti. Costei venne uccisa tre anni dopo a colpi di pistola dal pentito Giuseppe Ferone, un ex affiliato al clan Ferlito-Pillera che, spiegò dopo, agì per vendetta. Voleva fare provare al capomafia lo stesso dolore che lui aveva provato con la morte di suo padre e suo figlio, assassinati senza che Santapaola avesse fermato i sicari.

L’Iran colpisce l’ambasciata Usa a Riad, l’IDF attacca il Libano

L’operazione Epic Fury lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha assunto, come prevedibile, i contorni di un conflitto regionale. Gli attacchi a Teheran hanno generato un effetto domino sui Paesi del Golfo alleati di Washington dove sono state prese di mira le sedi diplomatiche americane. Nella notte uno sciame di droni iraniani si è abbattuto sull’Arabia Saudita colpendo l’ambasciata statunitense a Riad. Colpiti anche obiettivi lungo una fascia di 1.200 miglia nella regione: si registrano danni dal golfo di Oman, dove un drone è esploso contro una petroliera, e a Cipro, dove è stata presa di mira la base militare britannica di Akrotiri. Si tratta del primo attacco ad alleati statunitensi in Europa. Forti esplosioni sono state udite anche a Dubai e Samha negli Emirati Arabi Uniti, e a Doha, in Qatar.

Gli Usa ordinano un’evacuazione di massa per il personale non addetto alle emergenze

Dopo l’attacco all’ambasciata di Riad, Donald Trump ha assicurato che gli Usa «risponderanno con estrema risolutezza all’attacco». Il presidente lo ha equiparato a una invasione del territorio nazionale. È immediatamente scattata l’allerta in tutte le basi Usa in Medio Oriente. I sistemi di difesa sono entrati in azione ad Al-Udeid in Qatar e a Camp Arifjan in Kuwait. Il dipartimento di Stato americano ha chiesto a tutto il personale non addetto alle emergenze di lasciare immediatamente Giordania, Bahrein e Iraq. Una evacuazione di massa che conferma il timore di Washington che le proprie sedi civili e militari possano essere bersagli di ondate di droni e di azioni di terra delle milizie proxy finanziate da Teheran.

Continuano gli attacchi IDF in Libano e in Iran

Intanto Usa e Israele hanno aumentato la pressione sul territorio iraniano. L’IDF ha condotto raid massicci anche in Libano dopo che Hezbollah aveva colpito il nord di Israele in rappresaglia per l’attacco israeliano di sabato in cui è stata uccisa la guida suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. In parallelo, il CENTCOM – United States Central Command – ha annunciato di aver neutralizzato le strutture di comando e controllo dell’esercito del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC). Il bilancio secondo le stime della Mezzaluna Rossa iraniana è di almeno 555 vittime.

Teheran non è disposta a negoziare con Trump

Gli alleati europei in un primo momento avevano preso le distanze dalla decisione di Trump di entrare in guerra, affermando che Teheran non rappresentava una minaccia imminente. Successivamente, però, hanno dichiarato che avrebbero partecipato per aiutare a reprimere la capacità dell’Iran di reagire. In un post su X lunedì, Ali Larijani, capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale di Teheran, ha affermato che l’Iran non negozierà con Trump. A differenza degli Stati Uniti, ha aggiunto, la Repubblica islamica «si è preparata a una lunga guerra», ha scritto.

La guardia rivoluzionaria ha chiuso lo stretto di Hormuz

La Guardia rivoluzionaria ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico mondiale di gas e petrolio. Nelle ultime ore è arrivata anche l’ultima rivendicazione di Teheran che ha annunciato di aver lanciato una nuova ondata di attacchi contro una base militare statunitense in Bahrein, sostenendo di aver distrutto l’edificio di comando principale e le caserme con 20 droni e tre missili.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo

L’attacco missilistico di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran ha scatenato una risposta di Teheran piuttosto imprevista quanto a obiettivi centrati: sono state colpite le città di Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, Riad in Arabia Saudita, Doha in Qatar, e sono stati coinvolti anche Bahrein e Kuwait.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
La penisola araba.

Insomma, in poche ore tutti i Paesi del Golfo rischiano di vedere evaporare il lungo lavoro di trasformazione di quei luoghi da terre che vivevano sostanzialmente di estrazione del petrolio a moderne nazioni in grado di attirare capitali, aziende, start up, sviluppo immobiliare, turisti, vip e influencer.

Lo sport come leva molto efficiente di soft power

Per imporsi sullo scenario mondiale, questi Stati hanno usato lo sport come leva molto efficiente di soft power: dal Mondiale di calcio in Qatar (2022) a quelli previsti in Arabia Saudita nel 2034, passando per la Formula 1, la MotoGp, il tennis, il golf, o l’ingaggio di Cristiano Ronaldo e di altre star del pallone per la Saudi league araba.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
Cristiano Ronaldo in campo ad Abu Dhabi (foto Ansa).

Ma la profonda instabilità creata dai droni iraniani che stanno colpendo i grattacieli simbolo di queste città del Golfo, con celebrity che sommergono i social mostrando i cieli illuminati dai missili, incendi, comunicando paura, voglia di rientrare nelle loro case in Europa o negli Stati Uniti, avvolge ora questa zona del mondo di una patina di insicurezza che mette a rischio, tra le altre cose, anche i più importanti circuiti professionistici.

La Formula 1 da anni fa molto affidamento sui soldi del Golfo

Giusto per citare alcuni casi: dal 10 al 12 aprile è previsto il Gran premio di Formula 1 in Bahrein; dal 17 al 19 aprile la gara a Gedda (Arabia Saudita). Due appuntamenti molto ravvicinati, per i quali manca solo un mese e mezzo. Ed è difficile ipotizzare che l’area ritorni tranquilla in così poco tempo. Peraltro la Formula 1, che da anni fa molto affidamento sui soldi del Golfo, ha anche in programma due ulteriori Grand prix da quelle parti nel 2026: dal 27 al 29 novembre a Lusail (Qatar) e dal 4 al 6 dicembre nel circuito di Abu Dhabi.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
Formula 1 in Bahrein (foto Ansa).

Incombe, quindi, un bel problema su Formula One group (società controllata da Liberty Media) e sugli oltre 4 miliardi di dollari di incassi che le sfide tra McLaren, Red Bull, Mercedes e Ferrari assicurano annualmente. Anche il circus della MotoGp (che vale meno di 800 milioni di ricavi all’anno, controllato anch’esso da Liberty media) dovrebbe passare in Qatar dal 10 al 12 aprile. Ma ci sono tutte le incognite del caso.

Il tennis Atp ha appena concluso il suo mini tour nel Golfo

Il circuito del tennis Atp ha concluso il suo mini tour nel Golfo: si è giocato a Doha dal 16 al 21 febbraio (dove Jannik Sinner è stato eliminato presto), mentre il torneo di Dubai, dal 23 al 28 febbraio, è riuscito a non disputare la finale nel giorno degli attacchi missilistici grazie al ritiro dell’olandese Tallon Griekspoor, che ha consegnato quindi la vittoria al russo Daniil Medvedev.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
Jannik Sinner in campo a Doha (foto Ansa).

Però pare che dopo gli attacchi iraniani siano rimasti bloccati a Dubai gli stessi Medvedev e Griekspoor, oltre ad altri tennisti come Andrej Rublev, Marcelo Arévalo e Mate Pavic e a giudici e membri dello staff ATP, visto che lo spazio aereo sugli Emirati Arabi Uniti è stato chiuso, con oltre 5 mila voli cancellati.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
Daniil Medvedev a Dubai (foto Ansa).

È naturale pensare che il senso di sicurezza e di inviolabilità che caratterizzava quelle zone del mondo stia venendo meno. E anche per le finali Atp delle NextGen, fissate in dicembre a Gedda, si sta già cercando una nuova destinazione.

I campioni del golf si trasferiscono per motivi fiscali. Ma ora chissà…

Un altro circuito che vede gli Stati di quelle zone come terre strategiche per i propri business è quello del golf. Non solo per le gare che si disputano nei circoli, ma soprattutto perché i Paesi del Golfo nel loro complesso, da anni, stanno diventando per i golfisti quello che il Principato di Monaco è per i tennisti: ossia un hub per il golf, dove i vari campioni trasferiscono la loro residenza per motivi fiscali, di strutture, di logistica, di qualità della vita, di tutela della privacy e, cosa ora messa in forte discussione, di sicurezza.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
L’olandese Darius Van Driel negli Emirati Arabi Uniti (foto Ansa).

Cosa succederà al Mondiale con Iran, Qatar e Arabia Saudita?

Insomma, tra i diversi effetti destabilizzanti che la tensione con l’Iran sta creando nell’area, ecco che ci sono quelli sullo sport, leva fondamentale di diplomazia e marketing che tutti gli Emirati hanno usato in questi anni. E che adesso potrebbe venire meno. Si pensi, per esempio, a cosa potrebbe accadere al Mondiale di calcio di Usa-Messico-Canada 2026, dove le nazionali di Iran, Qatar e Arabia Saudita risultano qualificate. O all’Eurolega di basket in cui gioca anche il club di Dubai. O ai tornei di volley organizzati nei Paesi del Golfo, così come per le gare di ciclismo, offshore oppure polo.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
Gianni Infantino con Donald Trump nello Studio Ovale (foto Ansa).

È tutto un mondo di eventi sportivi gonfiati ad arte dai petrodollari, senza grosse reali passioni da parte del pubblico locale, e che all’improvviso potrebbe scomparire sotto i colpi di qualche drone targato Teheran.

Signorini lascia la direzione editoriale di ‘Chi’

Alfonso Signorini, che si era già autosospeso da Mediaset dopo il caso-Corona, ha deciso di lasciare Chi, settimanale di cui è stato prima direttore responsabile (dal 2006 al 2023) e poi direttore editoriale. Il giornalista, nel suo ultimo editoriale anticipato dall’Ansa, parla di una scelta condivisa col Gruppo Mondadori e che non è stata «minimamente influenzata» dalle accuse dell’ex re dei paparazzi.

Signorini lascia la direzione editoriale di ‘Chi’
Fabrizio Corona (Ansa).

«Nel 2023 ho cominciato a sentire che il lavoro, tutto quello per cui fino ad allora avevo vissuto, non era più prioritario», scrive Signorini nell’editoriale. «La pandemia aveva modificato le mie abitudini, la mia quotidianità era un pensiero sottile, che si era impadronito della mia anima, che rendeva i miei sorrisi, i miei entusiasmi sempre più faticosi e le mie giornate sempre meno colorate». E poi: «Sentivo di avere la forza per cominciare una nuova vita. Il confronto con Marina Berlusconi, che prima di essere il mio editore è un’amica fraterna, ha portato a trovare una soluzione meno ‘traumatica’: avrei lasciato la direzione di Chi nelle mani del mio storico braccio destro, Massimo Borgnis, per assumere la direzione editoriale».

LEGGI ANCHE: Il caso Corona-Signorini e la frattura insanabile tra media tradizionali e social

Signorini lascia la direzione editoriale di ‘Chi’
Alfonso Signorini (Imagoeconomica).

Nell’editoriale Signorini ringrazia la già citata Marina Berlusconi: «So che non mi mancheranno le nostre telefonate o i nostri weekend, perché continueremo a farli, ma mi mancheranno la sua lungimiranza, il suo profondo buon senso, anche il suo pragmatismo nel lavoro, che la rendono tanto simile a suo padre. Un uomo unico». Quanto a Fabrizio Corona, Signorini scrive che «lo squallore si commenta da solo» e che, accanto a «un mondo meraviglioso da raccontare», esiste anche «uno squallido sottoscala fatto da chi vive ai margini, che si nutre di menzogne e di cattiverie, un sottoscala fatto anche da chi assiste a crimini e calunnie mostruose con un ghigno, una ironia, o peggio ancora con un silenzio che delinque quanto il crimine stesso».

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole

Enrico Letta torna a Roma, presentandosi come decano “IE School of Politics, Economics & Global Affairs, Madrid”. Archiviata in fretta l’esperienza parigina di Sciences Po, rieccolo stavolta con panni spagnoleggianti per discutere all’Istituto Affari Internazionali presieduto da Michele Valensise, nel pomeriggio di lunedì 2 marzo, di “Savings and Investments Union: a che punto siamo?” con Pier Carlo Padoan, che viene indicato solamente come “vicepresidente Iai” omettendo la ben più vistosa e impegnativa carica di presidente UniCredit, e Simone Bemporad, “Group Chief Communications & Public Affairs Officer, Assicurazioni Generali”.

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Enrico Letta (foto Imagoeconomica).

Quella volpe di Lupi col giubbetto Deloitte

Il moderatissimo Maurizio Lupi una ne pensa e cento ne fa: con l’ultima apparizione nei telegiornali della Rai ha messo in crisi il controllo anti-sponsor (che a Roma viene chiamato “anti-marchette”) sui personaggi che vanno in tivù con loghi sparsi secondo le esigenze, anche se nessuno sa di chi. Facendosi intervistare on the road, da vera volpe Lupi ha esibito un bel giubbetto che però aveva ben visibile la scritta Deloitte. Tutti si sono concentrati sull’abbigliamento, e qualcuno si è messo pure a scherzare dicendo «non abbiamo controllato se al polso aveva un Rolex»…

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).

L’umiltà del poeta Rondoni

Ha un incarico sontuoso, il poeta Davide Rondoni: presidente del comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco di Assisi. Prossimamente, sul tema, una grande mostra su Giotto e il poverello di Assisi, in quel di Perugia. E Rondoni si presenta come la guida di un «comitato da me indegnamente presieduto». È più umile del santo patrono d’Italia.

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Davide Rondoni (foto Imagoeconomica).

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte

«Motivi personali». È la formula con cui il ministro della Difesa Guido Crosetto ha inquadrato il viaggio negli Emirati Arabi Uniti che lo ha visto partire da Roma venerdì, restare bloccato a Dubai nel pieno dell’escalation regionale e rientrare poi in Italia su un velivolo militare, lasciando la famiglia negli Emirati. Ma c’è un problema di fondo che precede ogni dettaglio tecnico: un ministro della Difesa non diventa un privato cittadino per auto-dichiarazione. Non in un’area geopoliticamente sensibile. Non in una settimana in cui la tensione regionale era documentata e mentre altri Paesi aggiornavano i propri avvisi di viaggio raccomandando spostamenti solo per motivi di estrema urgenza o necessità. A Palazzo Chigi, nelle ore di giovedì, si era comunque lavorato a scenari di sicurezza interna e protezione di obiettivi sensibili, come accade in ogni escalation regionale. Ma se davvero esistevano elementi così stringenti da far scattare pianificazioni rafforzate già tra giovedì e venerdì, com’è possibile che il ministro della Difesa fosse in volo ‘per motivi personali’ proprio in quelle ore?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Gli alert e le segnalazioni sulla regione

Nei giorni precedenti alla partenza di Crosetto, risultavano NOTAM (acronimo che sta per Notice to Airmen, termine con cui si indicano gli avvisi utilizzati dai piloti velivoli per essere aggiornati sulla situazione in cui operano) e segnalazioni operative nella regione, tra restrizioni e attività particolari nello spazio aereo. Parallelamente, diverse ambasciate occidentali avevano invitato i propri cittadini a viaggiare nel Golfo solo se strettamente necessario. Di più: nel mercato assicurativo londinese esiste un termometro ufficiale di settore: la lista delle Listed Areas del Joint War Committee (Lloyd’s/London Market), che identifica zone a rischio aumentato per pericoli di guerra, terrorismo e affini. Quando un’area è listed, il rischio non è un dettaglio: diventa clausola, premio e obbligo di notifica agli underwriter. In parallelo, i P&I Club hanno iniziato a emettere notice of cancellation sulle estensioni war risk con preavvisi minimi (tipicamente 72 ore), segnale che per il settore la regione era già entrata in modalità ‘shock operativo’.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

Se i «motivi personali» erano così urgenti, andrebbero resi noti

In questo contesto, quali erano i «motivi personali» così urgenti da giustificare la partenza per di più di un ministro proprio in quel momento? Il termine «personale» è una categoria fumosa. Ma per chi guida la Difesa è anche scivolosa, perché può coprire tutto e il contrario di tutto. Se i motivi non erano così urgenti, la scelta di partire appare imprudente. Se invece lo erano, allora dovrebbero essere resi noti. Se perfino a livello politico-istituzionale emergono ricostruzioni secondo cui la presidente del Consiglio sarebbe rimasta sorpresa dall’assenza del ministro in Italia durante il vertice d’urgenza, la questione smette di essere cronaca di viaggio e diventa un problema di Stato. E se il ministro degli Esteri Antonio Tajani è arrivato a dire: «Io personalmente non lo sapevo» riferendosi alla presenza di Crosetto a Dubai, la gravità raddoppia, perché la catena di coordinamento tra Difesa e Farnesina, in una crisi internazionale, non può funzionare a posteriori. Raggiunto telefonicamente a Dubai da Repubblica, Crosetto dopo aver accennato a un «impegno istituzionale ad Abu Dhabi», ha dichiarato: «Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia della Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso». Virtuoso o meno, sicuramente inopportuno.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Il ministro della Difesa Guido Crosetto con il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani durante l’audizione sulla situazione in Iran e Golfo Persico davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera (Ansa).

Un ministro non è mai solo un italiano in vacanza

Va poi sottolineato che Crosetto (come qualsiasi altro ministro o carica dello Stato) non è mai “un italiano in vacanza”. È il titolare della Difesa di uno dei principali Paesi NATO. Anche quando viaggia per ragioni personali, porta con sé un profilo di rischio nazionale: esposizione informativa, vulnerabilità, ricattabilità, necessità di canali protetti, prassi di coordinamento con sedi diplomatiche e servizi. Quindi nemmeno per “per motivi personali”, il viaggio può essere sottratto alle regole implicite ed esplicite della funzione ricoperta. Stando a quanto rivelato dal direttore di Domani, Emiliano Fittipaldi, Crosetto avrebbe mandato la famiglia a Dubai perché secondo l’entourage del ministro è il posto più sicuro al mondo. Visto che il ministro, ha spiegato Fittipaldi a In Onda, aveva ricevuto minacce ha preferito mandare i suoi cari a Dubai piuttosto che in un altro Paese europeo.

Le domande di Lettera43 al ministro Guido Crosetto

L’organizzazione del viaggio e la valutazione dei rischi

Quali erano i “motivi personali” in modo preciso e verificabile? Perché era necessario partire proprio in quella finestra temporale, verso gli Emirati e con un volo di linea? Esisteva un piano? Volo di ritorno, prenotazioni? Prima della partenza è stata fatta una valutazione di rischio? C’è stato un briefing sicurezza sui NOTAM e sugli alert regionali? È stata coinvolta l’intelligence o la Farnesina nella valutazione preventiva? Se le risposte sono dei no, allora c’è un problema. Se invece sono dei sì viene da pensare che il viaggio non fosse una semplice questione privata ma che magari comprendesse anche attività istituzionali. Delle quali, almeno stando alla reazione ufficiale di Meloni, il governo era all’oscuro.

L’acquisto dei biglietti e il costo del viaggio

Il denaro, in questi casi, non è curiosità morbosa: è prevenzione del conflitto d’interessi e del rischio di condizionamento. Chi e come è stato pagato il biglietto aereo del ministro? (Carta personale, carta di servizio, agenzia…). Chi ha pagato l’hotel Jumeirah Marsa al Arab dove risulta aver pernottato (dove il costo di una camera arriva a oltre 1200 euro a notte) e le spese in loco e con quali strumenti? Sono disponibili ricevute e documenti che dimostrino che non ci sono terzi pagatori né facilitazioni?

Ambasciata e Stato ospitante: era stato informato qualcuno?

L’ambasciata italiana negli Emirati ad Abu Dhabi e il consolato a Dubai erano stati informati dell’arrivo e della presenza del ministro?
Sono state comunicate sede di soggiorno, contatti di emergenza ed eventuali misure di protezione? Lo Stato ospitante è stato informato in modo formale della presenza di un ministro della Repubblica italiana (e della Difesa)?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Fumo sullo skyline di Dubai (Ansa).

La conference call d’urgenza: la polemica sul device e la necessità di canali protetti

Il dibattito sul “telefono” (in molti hanno notato che nei videocollegamento con Palazzo Chigi appariva la scritta “iPhone di Guido”) è folclore. La domanda seria è un’altra: dove e come si è comunicato in una fase delicata, dall’estero, in un Paese terzo, mentre la regione viveva una crisi militare? Non è un dettaglio: quando parla la Difesa, non parla un cittadino. Parla lo Stato.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Giorgia Meloni in riunione a Palazzo Chigi con Guido Crosetto in videocollegamento (Ansa).

Da dove si è collegato il ministro? (Hotel, residenza privata, sede diplomatica). Quali canali tecnici sono stati utilizzati? Rete mobile locale, Wi-Fi, VPN istituzionale, sistemi cifrati, satcom. Esistono log e attestazioni tecniche (anche sintetiche senza dettagli operativi) che dimostrino l’uso di canali adeguati? Perché non effettuare il collegamento da una sede protetta (ad esempio il consolato), se la riunione aveva natura d’urgenza?

Il valico omanita: documenti, status, procedura

Il passaggio utilizzato da Crosetto per raggiungere l‘Oman e l’aeroporto di Muscat è il punto che, più di ogni altro, può chiarire se davvero si trattasse di viaggio “privato” o se si sia invece operato con strumenti e corsie ministeriali. Se il viaggio era realmente “personale”, allora il ministro dovrebbe essere entrato negli Emirati Arabi Uniti con passaporto ordinario. Ma se ha utilizzato un passaporto di servizio o diplomatico, allora l’ingresso è avvenuto in qualità titolare di una funzione pubblica, con conseguente attivazione di procedure e status. Non si possono tenere insieme le due cose: non si può dire «ero lì come privato» e allo stesso tempo operare con strumenti e prerogative da carica istituzionale. Dunque: Con quale documento è entrato negli Emirati? Con quale documento è uscito? Con quale documento ha attraversato il valico omanita? È stato accompagnato da personale d’ambasciata o da autorità locali?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Gli eventuali incontri durante il soggiorno

Il ministro Crosetto durante la sua seppur breve permanenza negli Emirati, ha incontrato rappresentanti di istituzioni finanziarie, banche, private banker, fondi o advisory? Ha incontrato soggetti collegabili, direttamente o indirettamente, al perimetro della Difesa? (Industria, intermediari, consulenti…) Ha svolto incontri anche ad Abu Dhabi e, se sì, con chi e per quale ragione?

La questione “tariffa ospite” e il costo reale dell’operazione

Parlando del volo di rientro in Italia, Crosetto ha sostenuto di aver bonificato «il triplo» della tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato.   La polemica si è incollata ai numeri (1.500, 5.000 euro) e alla retorica del «pago io».

Ma la domanda che conta davvero è un’altra: qual è il costo reale di mobilitare un jet istituzionale su una missione dedicata? Il 31° Stormo – che gestisce il trasporto di Stato – ha in linea i Gulfstream VC-650A (G650ER). E per circa 13 ore complessive (andata-ritorno su una tratta come Muscat–Italia e rientro del velivolo), il costo operativo reale di un long-range business jet, a valori di mercato, non è né 1.500 né 5.000, na va tra i 95 mila e i 130 mila euro, a seconda di criteri di calcolo (ore di volo, equipaggio, pianificazione, supporto, stand-by, autorizzazioni, sicurezza). Resta un passaggio da spiegare: la tariffa ospite non è il costo della missione. E il bonifico “triplo” può essere un gesto politico, ma non risponde alla domanda sul costo reale dell’operazione.

La polemica serve a poco: occorrono risposte verificabili

Al ministro non si sta chiedendo nulla di straordinario. Si sta chiedendo la chiarezza che dovrebbe valere sempre, a maggior ragione per un ministro della Difesa che si muove in un contesto di crisi: le motivazioni precise del viaggio; la tracciabilità delle spese; l’eventuale coordinamento con l’ambasciata o il consolato, l’uso di canali protetti e verificabili, l’elenco degli incontri, il costo reale dell’operazione. E soprattutto una cosa: se il viaggio era “personale”, allora non può essere coperto da una nebbia di eccezioni, allusioni e risposte “a sentimento”. Perché se era così personale da non essere noto – a sentire alcune dichiarazioni – nemmeno ai vertici del coordinamento politico e diplomatico, allora il problema non è la polemica: è il metodo. Perché in gioco c’è la credibilità delle istituzioni. E la credibilità, in una fase di guerre e crisi, si regge su una cosa sola: risposte verificabili.

Chi è Simone Venturini, candidato sindaco del centrodestra a Venezia

Simone Venturini è stato ufficialmente designato come candidato sindaco di Venezia per il centrodestra alle elezioni comunali in programma il 24 e 25 maggio 2026. La scelta è stata ratificata dal tavolo della coalizione che attualmente esprime la maggioranza nell’amministrazione cittadina. «Nasco in terraferma, sono cresciuto in terraferma e oggi vivo in centro storico, quindi conosco entrambe le anime di una città splendida con cui ho vissuto tutte le stagioni e le difficoltà, come il Covid e l’acqua alta, ma anche tantissimi momenti belli», ha detto Venturini all’Agi confermando l’investitura.

Chi è Simone Venturini, candidato sindaco del centrodestra a Venezia
Simone Venturini (Instagram).

Sciolto il nodo nel centrodestra

Come successo anche alle Regionali del 2025, la candidatura di Venturini è arrivata più tardi rispetto a quella del centrosinistra, che aveva già annunciato Andrea Martella, segretario regionale del Partito Democratico. Questo perché mancava l’intesa tra Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati: decisivo l’intervento di Matteo Salvini, che ha smorzato il braccio di ferro tra Sebastiano Costalonga (assessore al Commercio e alle Attività Produttive) e Sergio Vallotto (segretario metropolitano e vicesindaco), spiegando ce la scelta era stata fatta. Proprio Costalonga il primo marzo ha postato su Facebook una foto con Venturini, Michele Zuin (FI), Raffaele Speranzon (FdI) e Andrea Tomaello (Lega), assicurando che «il centrodestra è compatto più che mai».

Chi è Simone Venturini

Classe 1987, Venturini è nato e cresciuto a Marghera. Impegnato da sempre nell’associazionismo cattolico, nello scoutismo e nel volontariato, si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova, con una tesi sul federalismo demaniale. Nel 2010, stato eletto (più giovane dei sempre nella storia cittadina) consigliere comunale nelle liste dell’Udc. Nel 2015, candidato come capolista nella lista civica dell’attuale sindaco Luigi Brugnaro, Venturini è risultato il consigliere comunale più votato. Scelto come assessore alla Coesione sociale e politiche sociali nel primo mandato, dopo la rielezione nel 2020 ha anche assunto le deleghe al Turismo, alle Politiche della residenza, allo Sviluppo economico e al Lavoro. Nel corso della sua carriera Venturini ha anche ricoperto ruoli di rilievo a livello regionale, come rappresentante del Comune nella Conferenza dei Sindaci dell’ULSS Serenissima e nella Cabina di Regia per l’attuazione del Piano Nazionale Antitratta.