Alessandro Di Battista «sta affrontando nel migliore dei modi la fase successiva all’intervento» e «non vede l’ora di riprendere le sue battaglie». È quanto si legge nell’ultimo aggiornamento riguardante l’ex deputato del M5s, fornito sui social dalla sua Associazione Schierarsi, che ha colto l’occasione per ringraziare i medici del reparto di Neurochirurgia dell’Hospital Clínico Quirúrgico Hermanos Ameijeiras dell’Avana «con tutto il cuore per lo straordinario lavoro svolto, per la professionalità e per la dedizione con cui hanno affrontato una situazione estremamente delicata, confermando ancora una volta l’eccellenza della sanità cubana». Ringraziamenti anche per «le autorità italiane, l’Unità di Crisi della Farnesina e, in particolare, per l’ambasciatrice Simona De Martino». Nel post pubblicato sui social, Schierarsi ha poi ribadito «la necessità di mantenere la massima prudenza nella diffusione delle informazioni» sulle condizioni di salute di Di Battista.
Il rientro in Italia programmato e poi rinviato
Di Battista, colpito da un malore mentre si trovava a Cuba per un reportage per il Fatto Quotidiano, sarebbe dovuto tornare in Italia sabato 5 settembre con un’aeroambulanza dall’Avana, dove era stato trasportato dopo un primo ricovero in gravi condizioni a Santa Clara, in seguito a forti dolori alla testa. Ma i piani sono saltati a causa di un peggioramento delle condizioni di salute, che ha reso necessario un intervento chirurgico.
I carabinieri del Nucleo Investigativo e i poliziotti della Squadra Mobile hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di sette persone accusate – a vario titolo – dell’omicidio dell’ex capo degli ultrà della Lazio Fabrizio Piscitelli, detto ‘Diabolik‘, ucciso il 7 agosto 2019 con un colpo di pistola al Parco degli Acquedotti, a Roma.
Manifesti appesi a Roma a un anno dall’omicidio di Piscitelli (Imagoeconomica).
Le persone individuate come mandanti dell’omicidio
Attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche e l’analisi di chat criptate, gli inquirenti hanno raccolto gravi elementi indiziari sull’esistenza di un accordo criminoso tra diversi clan romani, volto a tutelare i rispettivi interessi nel narcotraffico. Michele Senese, storico capo dell’omonimo clan considerato dominante nell’area in cui venne eseguito l’agguato, è stato individuato come mandante apicale: avrebbe fornito l’assenso preventivo determinante per l’uccisione di Piscitelli, che si era reso autonomo nel traffico di stupefacenti assieme a Fabrizio Fabietti e si rifiutava di corrispondere la quota pattuita sui profitti delle sue attività illecite. Leandro Bennato (mandante e organizzatore), a capo avrebbe deliberato l’eliminazione di ‘Diabolik’ ritenendolo un concorrente scomodo sul mercato della cocaina e, il giorno del delitto, avrebbe fornito supporto diretto scortando il killer(Raul Esteban Calderon è stato però assolto in appello) a bordo di uno scooter rubato.
La panchina su cui fu uccisio Fabrizio Piscitelli (Ansa).
Il terzo presunto mandante è Alessandro Capriotti, broker della cocaina conosciuto negli ambienti criminali come “il Fornaro” o “il Miliardero”: avrebbe contribuito a organizzare la trappola mortale fissando un appuntamento con Piscitelli nel Parco degli Acquedotti all’ora dell’omicidio. Il sicario, travestito da runner, lo colpì poi con uno sparo in testa sorprendendolo alle spalle mentre era seduto su una panchina. Le persone arrestate sono accusate a vario titolo di omicidio aggravato con metodo mafioso, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico.
Escalation nelle acque del Golfo Persico e di quello dell’Oman, dove gli Stati Uniti hanno colpito e distrutto cinque petroliere iraniane, a seguito di un attacco dei pasdaran contro una serie di imbarcazioni che tentavano di varcare Hormuz. La risposta americana ha portato a nuovi raid dei Guardiani della rivoluzione, che hanno messo nel mirino obiettivi statunitensi in Giordania.
Gli attacchi iraniani contro due navi della Marina Usa
La nuova escalation è cominciata con gli attacchi dell’Iran contro due navi della Marina americana, otto petroliere e 10 «imbarcazioni non conformi» che tentavano di attraversare lo stretto di Hormuz. I pasdaran, dopo i raid in mare, hanno avvertito di essere pronti ad attaccare «tutte le petroliere presenti nei porti di Kuwait e Bahrein, che ospitano tali terroristi e sono complici delle loro azioni criminali, sia che si trovino all’ancora sia ormeggiate in banchina». L’Iran ieri aveva dichiarato di aver catturato drone subacqueo dell’esercito statunitense all’imbocco di Hormuz.
CENTCOM forces destroyed five Iranian crude oil carriers, Sept. 8, after the Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) targeted a U.S. Navy warship with ballistic missiles twice over the past two days. The U.S. warship successfully evaded the attempted Iranian attacks and… pic.twitter.com/Gi8a2tloN1
La risposta americana: distrutte cinque petroliere iraniane
Poco dopo, il Comando centrale militare Usa ha comunicato la distruzione di cinque petroliere iraniane in risposta ai «ripetuti tentativi» di Teheran di attaccare due unità americane – una portaerei e un cacciatorpediniere – bersagliate invano con missili balistici e da crociera: quattro sono state colpite nel Golfo dell’Oman, all’esterno di Hormuz, e una accanto all’isola di Kharg, nel Golfo Persico.
Video footage of the moments when IRAN launched a massive barrage of solid- and liquid-fueled missiles at US bases in Jordan tonight. pic.twitter.com/o6kQgHYNAd
Il raid dei pasdaran contro una base aerea Usa in Giordania
A quel punto Teheran ha condotto un attacco missilistico contro l’aeroporto di Muwaffaq Salti, in Giordania, dove sono schierate decine di caccia americani, utilizzando munizioni a grappolo: almeno 30 gli ordigni lanciati. L’esercito di Amman ha reso noto di aver abbattuto 18 razzi provenienti dall’Iran, mentre due «sono caduti in aree disabitate», senza fare vittime.
Il governo britannico, sotto la nuova leadership di Andy Burnham, ha annunciato sanzioni senza precedenti contro il commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, seguito a ruota dall’impegno a fare lo stesso sottoscritto da altri 11 Paesi tra cui Canada, Francia e alcuni stati europei (Italia esclusa). Israele ha risposto chiudendo il consolato del Regno Unito a Gerusalemme est.
L’intervento del ministro Miliband
La scure nei rapporti è stata fatta calare alla Camera dei Comuni da Ed Miliband, titolare del Foreign office nella nuova compagine. Il ministro, con Burnham seduto al suo fianco, ha formalizzato la definizione degli insediamenti israeliani come entità «illegali», denunciandone l’espansione a partire dal contestato progetto E1 in Cisgiordania. Nato da genitori di radici ebraico-polacche in fuga dal nazismo, Miliband ha rivendicato con orgoglio la propria origine di ebreo della diaspora e ricordato i suoi familiari uccisi nell’Olocausto e i legami con Israele, Paese di cui si è detto «amico». Nel contempo, ha tuttavia sottolineato come il suo ebraismo e il riconoscimento del «diritto alla difesa dello Stato d’Israele» non siano in contrasto con il sostegno a uno «Stato di Palestina» nel quadro di una pace fondata sulla «soluzione dei due Stati». Una prospettiva che l’azione dei coloni e la politica del governo Netanyahu sta portando alla «distruzione», ha proseguito, dopo aver richiamato sia le «traumatiche» devastazioni di Gaza negli ultimi tre anni e le «sofferenze indicibilii» patite da uomini, donne e bambini nella Striscia, sia il «terrorismo dei coloni» estremisti in Cisgiordania. Mentre ha rinfacciato a Netanyahu e soci di «chiudere gli occhi» rispetto alla «pulizia etnica» imputata tanto ai coloni quanto all’incitamento esplicito di ministri come i super falchi Itamar Ben Gvir o Bezalel Smotrich.
L’Alternative für Deutschland si differenzia da buona parte dei partiti di estrema destra in Europa, sovranisti e radicali, per non essere costruita intorno a leader carismatici e per certi versi insostituibili. Nessuno tra Tino Chrupalla e Alice Weidel, la coppia che a livello nazionale regge le sorti della formazione fondata nel 2013, rappresenta il prototipo della figura forte che nel corso degli ultimi decenni si è presentata e si presenta sotto varie spoglie nei Paesi del continente.
Ulrich Siegmund con Tino Chrupalla e Alice Weidel (foto Ansa).
Qualche esempio? In Austria la Fpö (Freiheitliche Partei Österreichs, il Partito della libertà d’Austria) era guidata da Jörg Haider e ora da Herbert Kickl, in FranciaJean-Marie Le Pen aveva ceduto il comando alla figlia Marine, in Olanda l’eredità di Pim Fortuyn è stata raccolta da Geert Wilders. In Ungheria è stato Viktor Orbán il rappresentante forse più noto del populismo nazionalista che un po’ ovunque ha avuto emuli, tra ieri e oggi, dalla Polonia dei gemelli Kaczynski al Regno Unito di Nigel Farage.
In Italia i precursori del partito destrorso fortemente personalizzato sono stati Umberto Bossi con la Lega Nord e Silvio Berlusconi con Forza Italia. Negli Stati Uniti i riferimenti sono quelli di Donald Trump e del movimento Maga (Make America great again) e del tecno-nazionalismo personificato da Elon Musk.
Nessuno si ricorda più dei recenti predecessori di Weidel e Chrupalla
In Germania le cose sono diverse e nessuno si ricorda più dei recenti predecessori di Weidel e Chrupalla, da Bernd Lucke passando per Frauke Petry e Jörg Meuthen. Ora sugli scudi c’è Ulrich Siegmund, che rischia di diventare il primo governatore dell’AfD e ha modellato la frazione locale a sua immagine, conducendola al trionfo. Ma si tratta appunto di un leader regionale e il futuro rimane ancora incerto.
Candidati noti nei propri Länder, perfetti sconosciuti altrove
La forza dell’Alternative für Deutschland sta più che altro nell’insieme del movimento e nella rete che lo forma, non nei singoli. I candidati a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove si vota domenica 20 settembre, sono noti sì nei propri Länder, sono dei perfetti sconosciuti però altrove: Kristin Brinker, architetta berlinese, e il duo costituito da Leif-Erik Holm ed Enrico Schult, che rischia di ripetere a Schwerin il successo di Siegmund a Magdeburgo, non appaiono certo modelli di carisma e trascinatori di folle. Porteranno comunque l’AfD in prima fila, consolidando un trend che in questo momento pare difficile da contrastare.
Höcke aspira a diventare leader, ma i guai giudiziari…
Björn Höcke, capo del gruppo parlamentare in Turingia, dove nel 2024 l’AfD è diventata il primo partito senza però arrivare al governo, è il personaggio che aspirerebbe a diventare l’unico leader a livello nazionale, ma rimarrà invece con gran probabilità confinato dov’è, anche solo per essere stato condannato due volte per aver pronunciato uno slogan nazista.
Björn Höcke.
Höcke è considerato comunque uno degli ideologi più estremisti del partito, colui che ha tradotto in prassi l’ideologia identitaria e nazionalista. L’ex leader della fazione radicale Der Flügel, sciolta ufficialmente ma rimasta dominante nei contenuti, ha sempre integrato nei programmi e nei discorsi i richiami alla cosiddetta rivoluzione conservatrice, imbevuta di nostalgia nazionalsocialista.
Tra i pensatori di riferimento c’è il teorico del concetto di remigrazione
Con lui, nella schiera dei pensatori e presunti tali, dentro o vicini all’Alternative für Deutschland, ci sono anche Hans-Thomas Tillschneider, deputato regionale nella Sassonia-Anhalt e promotore del riavvicinamento ideologico al Movimento identitario, e Martin Sellner, teorico del concetto di remigrazione, ossia espulsione di massa di immigrati, inclusi cittadini naturalizzati.
Anche Götz Kubitschek, stratega e vordenker, pensatore di riferimento, della nuova destra tedesca è con la casa editrice Antaios uno degli elementi fondamentali del complesso puzzle strutturale dell’AfD.
Götz Kubitschek.
Un’onda anomala che ha saputo cavalcare bene i social media
L’onda anomala dell’Alternative für Deutschland, dunque, più che sulla scia di un unico leader carismatico scorre su una rete ampia e diversificata, anche capillare, che ha fondato sui social media la propria ascesa, come ha mostrato Siegmund in Sassonia-Anhalt. L’esempio è anche quello di Jean-Pascal Hohm, deputato regionale del Brandeburgo e leader della nuova organizzazione giovanile legata al partito, Generation Deutschland.
I messaggi nazionalisti sono inoltre veicolati attraverso i nuovi media con il supporto di influencer come Naomi Seibt, una sorta di anti-Greta Thunberg, arrivata anche alla corte di Musk; oppure di Reinhild Boßdorf, alla guida del network femminile Lukreta, con l’obiettivo di avvicinare le giovani donne all’ideologia del partito.
Insomma, l’ultradestra tedesca non ha un uomo solo al comando, ma un fronte ampio e stratificato, più adatto a intercettare gli elettori in questo momento: non è un caso che i risultati in Sassonia-Anhalt abbiano certificato come l’AfD sia il primo partito, con percentuali differenti, in diverse categorie di elettori, soprattutto tra i giovani, gli operai e le persone in difficoltà economiche.
«E una diretta Twitch della prima notte di nozze, no?». Difficile risparmiarsi un pizzico di malignità, all’indomani del matrimonio-show di Luì e Sofì, alias Me Contro Te, celebrato sabato scorso all’Unipol Dome di Milano davanti a 6 mila spettatori paganti ed esultanti, specie quelli che avevano comprato i biglietti più economici e si sono visti spostare nelle prime file più costose, dove c’erano molti antiestetici vuoti da riempire.
Ma la frecciata nasce già spuntata. Innanzitutto, perché i due giovani content creatorper bambini emanano la sensualità di un set di pentolini giocattolo, e la fantasia più sfrenata che può suggerire la loro prima notte è una battaglia a cuscinate. E poi perché il matrimonio dei Me Contro Te è stato effettivamente consumato, non in pubblico, ma dal pubblico, intendendo per “consumo” l’acquisto e l’uso di beni e servizi: oltre al biglietto, il meet-and-greet e il merchandising a tema, magliette, fermagli, cerchietti luminosi con velo andati letteralmente a ruba fra le piccole “Trote” (così si chiamano i loro fan).
L’età berlusconiana e lo sdoganamento delle nozze farsa
Quanto a validità, queste nozze ne avevano meno dello sposalizio di mia figlia quattrenne con il “morosino” dell’asilo, celebrato 20 anni fa nel giardinetto della scuola con un fazzoletto in testa al posto del velo e un bouquet di pratoline spelacchiate. Ma lo scimmiottamento dei sacri riti matrimoniali è l’ultima cosa che si può rimproverare a Luì e Sofì, in un Paese che ha innalzato a padre della patria uno specialista in sponsali-farsa, Silvio Berlusconi. Resta ancora un mistero l’identità della sua pseudo-sposa nella finta cerimonia officiata nel giardino di Villa Certosa nel 2008 e immortalata dal fotoreporter Antonello Zappadu; anche troppo nota è un’altra “fortunata”, Marta Fascina, impalmata per finta dal Cav a Villa Gernetto nel 2022 e oggi stipendiata per davvero da noi contribuenti come parlamentare di Forza Italia, con un tasso di assenze che sfiora l’88 per cento.
Adriano Galliani e Gianni Letta al matromonio simbolico di Silvio Berlusconi e Marta Fascina (Imagoeconomica).
Solo un’operazione commerciale?
Qualcuno insinua che il matrimonio sia solo un’operazione commerciale per rinfocolare l’interesse intorno ai Me Contro Te, il cui successo comincia ad appannarsi, dopo un decennio di splendore in cui Luigi Calagna e Sofia Scalia, i due sconosciuti fidanzatini di Partinico, né belli né brutti, che postavano su YouTube le loro sfide a chi metteva più schifezze sulla sua pizza, hanno costruito un impero tentacolare, con un canale YouTube da quasi 7 milioni di iscritti, film campioni d’incassi, spettacoli in teatro, serie tv, podcast, libri, gadget e corredi scolastici, tutto firmato Luì e Sofì. E se l’Unipol Dome non era pieno come un uovo, la diretta Twitch del The Wedding Show ha registrato 100 mila contatti. «La mia infanzia si sposa», era il commento più frequente al video in cui i due piccioncini confidavano le loro “emozioni” alla vigilia del grande giorno (in realtà, da come ci ridevano su, sembravano i primi a considerarlo una pagliacciata, atteggiamento molto sano e lucido che andrebbe adottato dai nubendi in genere).
I Me Contro Te come spunto per l’educazione affettiva
C’è chi ci è cresciuto, con i Me Contro Te, in anni in cui le tivù generaliste avevano smesso di produrre contenuti per l’infanzia e si limitavano a trasmettere paccate di Masha e Orso e Peppa Pig. Luì e Sofì erano come due baby-sitter che avrebbero avuto bisogno loro stessi di una baby-sitter: allegri, sciocchini, giocavano con il cibo, paciugavano con lo slime, smentendo tutti i cliché sui siciliani scettici, fatalisti, fissati con sesso e morte. L’escapismo perfetto per la sparuta generazione post-2008, rari figli unici di adulti sempre più tristi, arrabbiati e sfiduciati. Col tempo, i maschietti si sono disamorati dei Me Contro Te, forse per quel Luì troppo poco sbruffone e testosteronico che non “comanda” abbastanza e non dice parolacce. Per lo stesso motivo, le bambine continuano ad amarli anche da più grandi, vagheggiando in loro una possibilità di coppia eterosessuale giocosa, spensierata, insolitamente paritaria, lontana dalla trita dinamica “immaturo-versus-saccentella” tipica di cartoni, film e telefilm per ragazzi (e non solo).
Un modello tutt’altro che tradizionale e che, a pensarci bene, potrebbe essere spendibile anche come spunto per l’educazione affettiva: i Me Contro Te ci mostrano un uomo e una donna che sono migliori complici e compagni di giochi, che sanno fantasticare e progettare insieme e dividersi equamente le responsabilità. E, facendolo, guadagnano un sacco di soldi, il che non guasta.
I Me contro te al photocall del film Missione giungla nel 2023 (Ansa).
Adesso manca solo il baby shower a base di slime
Tutto vero (soldi a parte), o vero per finta, come il matrimonio milanese? In rete si vocifera che Calagna e Scalia in realtà non stiano più insieme da tempo, e che la coppia resista solo per difendere il marchio. Altri invece ipotizzano che le loro nozze siano solo il primo passo di un upgrade che, con la nascita di un figlio, trasferirà i Me contro Te nella categoria dei “family vlogger”. In questo caso, organizzati e previdenti come sono, Luì e Sofì avranno già opzionato l’Unipol Dome per il baby shower. A base di slime, naturalmente.
Mentre il fidanzato Matteo Salvini è impegnato nella due giorni di Roma organizzata da Claudio Durigon, Francesca Verdini interviene sui social – «così de botto» (citando Boris) – su fascismo, femminismo, inclusione, egemonia culturale e via dicendo. Un lungo e articolato post molto politico. «Scrivo queste parole perché da tempo sento di dovermi giustificare per ciò che penso. Come se il mio voto dicesse qualcosa non solo delle mie idee, ma della mia intelligenza, della mia sensibilità, persino della mia qualità umana. Come se non fossi mai abbastanza colta, preparata, consapevole. E alla fine resta sempre quella parola: fascista. A volte persino ‘sporca fascista’», scrive la produttrice cinematografica, chiarendo: «Mia nonna il fascismo lo ha combattuto. Io, dentro di me, di fascista non ho mai riconosciuto niente». Un «senso di estraneità», spiega, che incontra anche sul lavoro: «Attori, registi, sceneggiatori mi confidano ciò che pensano e poi aggiungono: “Non dirlo. Poi non mi fanno più lavorare”». Verdini punta il dito contro la sinistra o presunta tale: «Vedo Iacchetti minacciare botte e augurare la morte a un ministro, Saverio Tommasi parlare delle botte ai “fascisti” come legittima difesa, Bonaccini spiegare che chi vota a destra ha mediamente studiato meno, Brigitte Macron colpire il marito al volto, Rula Jebreal chiamare “scimmia” un uomo afroamericano. E ogni volta mi faccio la stessa domanda: se le parti fossero invertite, il metro sarebbe lo stesso?». Verdini se la prende con il «doppio standard» che «ti fa sentire espulso, ti rende più duro, ti fa venire voglia di urlare più forte». Un’uscita
Francesca Verdini compare spesso insieme con Salvini a comizi e feste di partito. Lo scorso marzo aveva fatto parlare di sé a causa del «cafone» gridato sul prato di Pontida in risposta a chi contestava Salvini al funerale di Umberto Bossi. Ma è la prima volta che scrive un intervento così politico sui social. Che stia pensando a un impegno più concreto ?
Dopo aver espulso Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale (finora think tank di riferimento di Futuro Nazionale), Roberto Vannacci è pronto a silurare anche Stefano Ruvolo, presidente di Confimprenditori e fondatore di Patto per l’Italia, che aveva stretto un’alleanza politica con l’ex generale. Alla base della decisione lo stesso motivo, ovvero le critiche alla linea di FN espresse negli ultimi giorni. Lo scrive Adnkronos, aggiungendo che secondo le indiscrezioni raccolte in Transatlantico la lettera ufficiale è già pronta. La mossa potrebbe però costare cara a Vannacci: è stato infatti proprio Ruvolo a prestare all’ex generale l’immobile in via Lucina 17 che ospita a Roma la sede nazionale del partito (allo stesso pianerottolo di quella di Forza Italia). Con ogni probabilità, dopo l’espulsione Ruvolo vorrà tornarne in possesso.
Massimiliano Simoni, Roberto Vannacci e Luca Sforzini inaugurano la sede nazionale di FN (Imagoeconomica).
Enel ha completato e attivato l’impianto eolico diImpofu (336 MW), nella provincia dell’Eastern Cape, uno dei più grandi progetti eolici privati mai realizzati in Sudafrica. Al taglio del nastro era presente l’ad del Gruppo Flavio Cattaneo. Con l’entrata in esercizio della struttura, Enel consolida la propria posizione di primo operatore privato nelle energie rinnovabili in Sudafrica, dove è presente nella generazione dal 2011. Attualmente il Gruppo gestisce 15 impianti (10 eolici e cinque fotovoltaici) per una capacità totale di circa 1,6 GW (1,3 GW eolico e 0,3 GW solare), che rappresenta circa il 10 per cento dell’intero parco rinnovabile del Paese, e vanta una pipeline di progetti superiore ai 2 GW.
La struttura eviterà l’immissione di oltre 1,1 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno
L’impianto comprende tre parchi eolici con 57 turbine da 5,9 MW ciascuna, installate su torri alte 120 metri con pale lunghe 81 metri. A completamento dell’infrastruttura è stata realizzata una linea di trasmissione aerea di circa 120 km – la più lunga linea ad alta tensione costruita da privati nel Paese – per connettere direttamente la produzione alla rete nazionale. Impofu è in grado di produrre circa 1,2 TWh all’anno, soddisfacendo il consumo di circa 490 mila famiglie ed evitando l’emissione di oltre 1,1 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno.
Sostenibilità e attenzione al territorio
Il progetto è in linea con l’impegno del governo italiano e con il Piano Mattei per lo sviluppo infrastrutturale ed energetico dell’area e rappresenta un punto di riferimento per il processo di decarbonizzazione industriale del Paese. Per la sua rilevanza strategica, è stato ufficialmente riconosciuto come Strategic integrated project dal governo sudafricano, posizionandosi come infrastruttura prioritaria per la trasformazione economica, l’inclusione sociale e la sostenibilità ambientale. Durante la fase di costruzione, Impofu ha impiegato fino a 2 mila lavoratori nei periodi di picco, generando circa 800 ulteriori posti di lavoro nelle comunità locali e coinvolgendo oltre 20 imprese del territorio. Nell’ottica di creazione di valore condiviso, Enel ha integrato nel progetto iniziative innovative a favore dell’ambiente e della comunità. In particolare, il progetto è stato premiato dall’Università di Cape Town per l’innovativa tecnica di blade painting (colorazione e verniciatura di sicurezza delle pale), studiata per ridurre l’impatto sul volo dei volatili. In collaborazione con noti street artist sudafricani e gli alunni delle scuole locali, tre aerogeneratori sono stati trasformati in opere d’arte a cielo aperto con murales dedicati, valorizzando l’area anche dal punto di vista turistico.
Sembra essere tramontata definitivamente l’ipotesi di introdurre nella riforma della legge elettorale un ballottaggio tra le due coalizioni più votate, un’idea anti-Vannacci a cui la Lega si era sempre opposta e che non aveva trovato consenso unanime né in Fratelli d’Italia, né in Forza Italia. Lo riporta il Corriere della Sera: la proposta dall’ex presidente del Senato Marcello Pera, presentata come emendamento in Aula, non riceverà il sostegno della maggioranza.
Il post di Vannacci: «Ora hanno preso la calcolatrice»
Roberto Vannacci, che a fine agosto aveva attaccato la maggioranza definendo le interlocuzioni in corso sul doppio turno la «mossa della paura» del centrodestra per mettersi al riparo dal rischio rappresentato da Futuro Nazionale, è oggi tornato alla carica sul tema. «Adesso hanno preso la calcolatrice. Il risultato è scritto nero su bianco: senza FN il centrodestra non raggiunge il 42 per cento. Non è propaganda. È aritmetica», ha scritto Vannacci. L’ex generale cita questa soglia perché l’attuale formulazione della legge elettorale prevede un premio di maggioranza assegnato – in entrambe le Camere – alla coalizione vincitrice che abbia ottenuto almeno il 42 per cento dei voti in ciascuno dei due rami del Parlamento. In assenza di questi presupposti, la ripartizione dei seggi avverrebbe col proporzionale puro.
Per quanto riguarda il ballottaggio, il timore dell’attuale maggioranza è che l’erosione da destra finisca per rendere troppo alta la soglia da raggiungere: il lodo-Pera prevede il doppio turno se nessuna coalizione supera il 48 per cento e almeno due stanno sopra il 38. Il 9 settembre il testo approda al Senato e dovrà uscire da Palazzo Madama entro il 15. Nel suo post, Vannacci ha poi avvertito che i voti d Futuro Nazionale «non sono un pacco postale da ritirare alla vigilia delle elezioni». Definendo il suo partito «il motore che riporterà la destra sulla retta via», l’ex generale ha aggiunto che «le alleanze non si costruiscono con formule escogitate nei palazzi, ma sulla chiarezza dei programmi e sulla lealtà verso gli elettori». E poi: «Il centrodestra, se vuole governare e non consegnare l’Italia alla sinistra dovrà fare i conti con gli italiani. Con gli stessi italiani che ha deluso sino a oggi. E quindi, anche con noi».
Donald Trump c’è cascato di nuovo. Poche ore dopo aver suggerito su Truth che lo Stato del New Mexicodebba cambiare nome in “New America”, il tycoon ha pubblicato online una mappa in cui ha allargato gli Usa includendo al suo interno Canada, Groenlandia, Messico, i Paesi dell’America Centrale e praticamente tutte le isole dei Caraibi, più l’Islanda. Come già successo in precedenza, la mossa social del presidente Usa ha creato un incidente diplomatico, questa volta sull’asse Reykjavik-Washington: il governo islandese, che ha definito «inaccettabile» l’immagine, ha infatti convocato l’ambasciatore statunitense.
Non è il primo incidente diplomatico tra Islanda e Usa: il precedente
In realtà non si tratta del primo incidente diplomatico tra Islanda e Stati Uniti nato dalle mire di Trump. Alcuni mesi fa il governo di Reykjavik, infatti, aveva già chiesto spiegazioni agli Stati Uniti dopo che Billy Long, allora candidato di Trump alla carica di ambasciatore aveva detto privatamente alla Camera dei Rappresentanti di essere pronto a diventare «il governatore del 52esimo Stato», riferendosi appunto all’Islanda. Il diplomatico, una volta ottenuta la nomina, si era scusato pubblicamente archiviando le sue parole come una battuta.
Passerella di ministri leghisti, fedelissimi, vertici delle partecipate e persino di Confindustria con il presidente Emanuele Orsini in video collegamento. Per la due giorni “A tua difesa-verso la Finanziaria 2027” dell’8 e 9 settembre alle Officine Farneto (già location di Atreju nel 2015 e nel 2017), la Lega ha voluto fare le cose in grande. La kermesse è stata organizzata dal sottosegretario al Lavoro e vice di Matteo Salvini Claudio Durigon con l’obiettivo, secondo i maligni, di contare i “lealisti” dopo le turbolenze nordiste. Il format, scrive il Corriere, potrebbe addirittura essere riproposto in altre città in vista delle Politiche.
La locandina della due giorni leghista.
Oltre al segretario e al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sono presenti tutti (o quasi) i big leghisti, tra ministri, sottosegretari e parlamentari di stretta fede salviniana: da Nicola Molteni a Roberto Calderoli, da Lorenzo Fontana a Edoardo Rixi, da Attilio Fontana (già, c’è pure il ribelle governatore lombardo che parlerà di federalismo, ma non il veneto Alberto Stefani…) a Riccardo Molinari fino ad Alessandro Morelli, oltre al giorgettiano Federico Freni e a Giuseppe Valditara. Ricchissima poi la “quota manager” con Flavio Cattaneo di Enel, Claudio Descalzi di Eni, l’ad di Tim Pietro Labriola, quello di Poste Matteo Del Fante,GianpieroStrisciuglio di Ferrovie, ArrigoGiana di Autostrade, Marco Troncone di Aeroporti di Roma e Claudio Andrea Gemme di Anas.
Per l’angolo sport interverranno Luciano Buonfiglio del Coni e Giovanni Malagò, presidente della Figc. E spazio anche a Ettore Prandini di Coldiretti. In programma pure due «monologhi»: il primo sulla Flat Tax di Armando Siri e il secondo sulle banche di Claudio Borghi, i due cavalli di battaglia recentemente rispolverati. Occhio anche ai moderatori: il panel sulla sicurezza è affidato a Francesco Storace, quello sul Piano Casa alla giornalista Vittoriana Abate (storica inviata di Porta a Porta e moglie del parlamentare leghista Simone Billi). Immancabile Davide Vecchi, portavoce di Salvini, che dialogherà col presidente della Camera. Completano la lista Giovanni Sallusti, Alessandra Viero, Gino Zavalani e Francesco Giorgino sul palco con Salvini per la gran chiusura. Tra i parlamentari citati nel programma balzano agli occhi due nomi: il primo è quello di Gianpiero Zinzi che recentemente sul Corriere del Mezzogiorno ha attaccato frontalmente Massimiliano Romeo. Il secondo è quello di Simonetta Matone. Entrambi, stando ai retroscena, starebbero da tempo pensando a lasciare l’Alberto da Giussano per approdare in Forza Italia o in Futuro Nazionale. Naturalmente popoleranno gli incontri i fedelissimi del segretario: oltre al padrone di casa Durigon, le europarlamentari Anna Maria Cisint, Susanna Ceccardi e Silvia Sardone, Andrea Paganella, Gian Marco Centinaio, Roberto Marti e il tesoriere federale Alberto Di Rubba. Tanto che, a rileggere il titolo della manifestazione, viene il dubbio che quell’«a tua difesa» sia in realtà riferita a Salvini.
Claudio Durigon e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Spenti i riflettori sui panel, si accenderanno però quelli più intimi (non si sa ancora se a Roma o a Milano) sull’incontro tra Salvini e i governatori – Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti più l’ex Luca Zaia e forse il suo successore alla guida del Veneto Alberto Stefani). Incontro nel quale il fu Capitano potrebbe offrire ai nordisti la candidatura alle Politiche come capilista per salvare il salvabile. Grande assente Romeo, il cui futuro alla guida dei senatori leghisti è appeso a un filo.
Attilio Fontana, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).
Lollobrigida a Vinoforum, tra calici e Nobel
Lunedì sera, nel catino di Piazza di Siena, all’interno di Villa Borghese, Francesco Lollobrigida ha inaugurato Vinoforum, kermesse enogastronomica delle eccellenze italiane. Immancabile il discorso del ministro dell’Agricoltura, reduce dal video “didattico” sul latte italico e i produttori.
Ovviamente il ministro è partito con la solita elegia sul vino – «Dentro una bottiglia c’è l’Italia» – culminata con la dedica al premio Nobel premio Nobel Rita Levi-Montalcini, «che beveva sempre un bicchiere di vino ed è vissuta fino all’età di 103 anni». Lollobrigida però deve aver sforato i tempi perché il pubblico in attesa di entrare ha iniziato a rumoreggiare. L’attesa però non è stata vana: nel grande spazio del ministero, allestito elegantemente, sono stati serviti paccheri (forniti dallo sponsor) con pomodoro crusco, una delizia alla quale Lollo non sa rinunciare. Chissà cosa ne penserebbe Rita Levi-Montalcini del discorso del ministro: comunque per festeggiare i suoi 100 anni, nel 2009, la cantina umbra Arnaldo Caprai creò una preziosa edizione limitata di Sagrantino di Montefalco, a lei dedicata.
Francesco Lollobrigida a Vinoforum.
Torna Veltroni. Con il film sulla Gialappa’s
Dov’è Walter Veltroni? Praticamente assente dal dibattito politico, l’ex sindaco di Roma è impegnatissimo sul fronte cinematografico: il prossimo 22 ottobre esce il suo film documentarioL’assurda storia della Gialappa’s Band. È la storia di oltre 40 anni di carriera del trio comico composto da Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto, partendo dagli esordi radiofonici su Radio Popolare fino ai grandi successi televisivi. Veltroni stesso dichiara che «è la storia di tre ragazzi che, senza farsi vedere, da 40 anni fanno ridere gli italiani. E hanno attraversato gli anni più turbolenti del nostro paese restando fedeli alla loro ispirazione. Li abbiamo raccontati insieme a tutti i meravigliosi personaggi che loro hanno scoperto e valorizzato. Si ride e si pensa, due cose che è bene fare nella vita». Produzione Tramp Limited in associazione con Medusa Film guidata da Giampaolo Letta, figlio di Gianni, del documentario se ne parlerà moltissimo. Attesissimo l’elenco dei partecipanti vip alla première…
Il Silp Cgil Piemonte ha chiesto formalmente al questore di Torino di revocare il provvedimento con cui è stata riconosciuta come attività di aggiornamento professionale un’iniziativa pubblica in programma il 18 settembre 2023 all’Hotel Nh di Torino alla quale parteciperà, tra i relatori di una tavola rotonda, Roberto Vannacci. Il convegno è stato organizzato dai sindacati Fsp-Polizia di Stato e Fmpi e si intitola Insicurezza urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori. Secondo il segretario generale piemontese del Silp, Nicola Rossiello, la presenza di Vannacci, accanto ai saluti di apertura del questore di Torino Massimo Gambino, farebbe venire meno i presupposti richiesti per il riconoscimento dell’autoformazione, ovvero «la natura tecnico-scientifica e la stretta neutralità dell’iniziativa rispetto a qualsiasi connotazione politica». Il dipartimento della Pubblica sicurezza è già intervenuto precisando che si tratta di un’iniziativa sindacale per la quale non è prevista la partecipazione del questore di Torino e che il convegno non costituirà aggiornamento professionale per gli appartenenti alla Polizia di Stato. Ma ciò non ha fermato la polemica politica.
Fratoianni: «Piantedosi intervenga»
Così Nicola Fratoianni di Avs prima del chiarimento del dipartimento di Pubblica sicurezza: «Siamo davvero oltre ogni limite, il ministro Piantedosi ora deve spiegare al Parlamento e all’opinione pubblica del nostro Paese quale contributo alla formazione professionale del personale della Polizia di Stato possono dare le idee e le proposte di cui si fa portatore l’europarlamentare Vannacci. È necessario che il riconoscimento professionale che è stato riconosciuto con un’apposita circolare per questa iniziativa venga annullato e che il questore di Torino, responsabile dell’Autorità di Pubblica sicurezza, si astenga dal partecipare a quell’evento».
Il governo ungherese ha espulso 10 dipendenti dell’ambasciata russa a Budapest per avere svolto «attività inaccettabili per un diplomatico ai sensi della Convenzione di Vienna». Lo ha annunciato la ministra degli Esteri magiara Anita Orban, citando il trattato del 1961 che regola le immunità, i privilegi e le funzioni dei diplomatici e delle ambasciate straniere. Tale decisione, ha spiegato la ministra (che non ha specificato che tipo di attività siano state rilevate), «tutela la sicurezza e la sovranità dell’Ungheria» e «non comporta l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Russia».
La svolta dell’Ungheria dopo la fine dell’era-Orban
Dopo le tensioni con Berlino, innescate dai tentati attacchi con droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia, Mosca rompe anche con Budapest. Russia e Ungheria sono state a lungo molto vicine, ma tutto è cambiato con le elezioni parlamentari del 12 aprile che hanno sancito la fine dell’era del filorusso Viktor Orbán dopo 16 anni consecutivi al potere. Al suo posto come primo ministro da allora c’è l’ex esponente di Fidesz e leader del partito d’opposizione Tisza Péter Magyar: la sua agenda politica punta a riallineare saldamente l’Ungheria alle istituzioni Ue e alla Nato. Già a maggio, pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo governo di Magyar, Orban aveva convocato l’ambasciatore russo per condannare un bombardamento sull’Ucraina occidentale.
Maria Zakharova (Imagoeconomica).
La replica di Mosca alla decisione della «lobby russofoba»
La replica di Mosca non si è fatta attendere. Commentando l’espulsione dei 10 diplomatici, la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha detto alla Tass che la risposta alla «lobby russofoba» a Budapest sarà «dura e dolorosa».
Benjamin Netanyahu alla fine di settembre 2023 venne a conoscenza che Hamas stava pianificando un’azione di vasta portata contro Israele, ma minimizzò la minaccia e decise di non informare i vertici della sicurezza. È quanto viene rivelato nel libro in uscita Kidnapped: 843 Days of Abandonment, scritto dai giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, citato da Haaretz.
Mohammed bin Zayed (Ansa).
La presunta telefonata tra Netanyahu e Bin Zayed
Il libro, basato su interviste a decine di fonti, tra cui alti funzionari in Israele e in tutto il mondo, riporta che Mohammed bin Zayed, emiro di Abu Dhabi e presidente degli Emirati Arabi Uniti, avrebbe avvertito personalmente Netanyahu, nel corso di una telefonata di 45 minuti avvenuta una decina di giorni prima del 7 ottobre, che Yahya Sinwar – allora leader di Hamas nella Striscia di Gaza – stava pianificando «un terremoto» contro lo Stato ebraico, che avrebbe provocato enormi spargimenti di sangue: scopo dell’operazione far deragliare gli Accordi di Abramo e gli equilibri in Medio Oriente.
Benjamin Netanyahu (Ansa).
L’ufficio di Netanyahu smentisce: «Menzogna totale»
Bin Zayed, si legge nel libro, era venuto a conoscenza del piano di Hamas da un intermediario palestinese, un dirigente di Fatah (forse Mohammed Dahlan) che aveva contatti sia con Sinwar che con lo Shin Bet, i servizi di intelligence interna di Tel Aviv. Sarebbe stato lo stesso leader di Hamas a Gaza, frustrato dalla mancanza di progressi nei negoziati per il rilascio di prigionieri, a dire all’intermediario di avvertire gli israeliani delle conseguenze di un mancato accordo. Secondo quanto scritto nel libro, Netanyahu disse a Byn Zayed di avere la situazione sotto controllo nella Striscia e qualsiasi azione pianificata da Hamas si sarebbe probabilmente verificata in Cisgiordania. L’ufficio di Netanyahu ha già smentito: «Una menzogna totale. Il primo ministro non ha parlato con il presidente degli Emirati durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua».
Luca e Paola Del Vecchio sono pronti a chiedere a Leonardo Maria il pagamento di una penale da 500 milioni di euro per il mancato acquisto delle quote di Delfin in loro possesso che, complessivamente, valgono un quarto del capitale della holding di famiglia (detengono il 12,5 per cento a testa). Lo scrive il Corriere della Sera.
A marzo Leonardo Maria Del Vecchio aveva esercitato la prelazione sulle quote di Paola e Luca, firmando un contratto per acquistarle a un valore di 10 miliardi complessivi. Il suo piano è però poi saltato perché il board di Delfin non ha fornita la lettera di patronage richiesta dalle banche per finanziare la maxioperazione. Nel contratto di compravendita era però prevista una clausola che imponeva una penale di 500 milioni totali nel caso in cui l’operazione non fosse stata perfezionata, mentre l’acquisto non era subordinato al finanziamento. Da qui la richiesta in arrivo di 250 milioni a testa come penale. Fonti vicine a Lmdv, scrive il Corsera, parlano della possibilità di aprire un arbitrato per cercare un accordo con i fratelli: in questo contesto potrebbe avvicinarsi alle richieste di Luca e Paola per una modifica dello statuto di Delfin, volontà questa condivisa anche da Clemente e Rocco Basilico.
Nella serata di lunedì 7 settembre 2026, Emma Bonino è stata ricoverata al Santo Spirito di Roma dopo essere stata soccorsa nella sua casa per problemi respiratori. «Sono in corso gli accertamenti e una valutazione dei parametri a seguito di un peggioramento della funzionalità respiratoria. Resta vigile e lucida», aveva riferito il suo medico curante Claudio Santini. Nel bollettino diffuso dopo la prima notte di ricovero, si legge che «le sue condizioni, per quanto delicate, restano stazionarie». La paziente «è cosciente e i parametri cardiocircolatori e gli scambi respiratori sono accettabili».
L’anno scorso il ricovero in terapia intensiva
Non è il primo ricovero per la leader di +Europa nella struttura. Il precedente risale all’inizio del 2025 dopo un malore, e allora servì la terapia intensiva perché era stata riscontrata un’insufficienza respiratoria. Stabilizzata, il giorno dopo fu trasferita al San Filippo Neri dove rimase una settimana. Nella storia clinica della Bonino c’è anche un microcitoma polmonare diagnosticato nel 2015 e superato nel 2023.
In Futuro Nazionale arriva la prima espulsione. Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale, il fu think tank del Mondo al Contrario, è stato cacciato dal partito a seguito, si legge nella nota della direzione disciplinare del partito, «delle sue ripetute sortite sulla stampa e sui social network foriere di attacchi ad altri iscritti del partito e di descrizioni del movimento del tutto infondate». La decisione è stata presa da Roberto Vannacci, dal coordinatore nazionale Massimiliano Simoni, dal responsabile organizzativo, Edoardo Ziello, e quello del Tesseramento, Annamaria Frigo. «Se qualcuno pensa di utilizzare Futuro Nazionale per le proprie ambizioni personali, volte a saziare appetiti antichi che si prestano alle mire di chi vuole avvelenare e soffocare il partito dall’interno», fanno sapere i futuristi, «deve sapere che qui ci sono degli anticorpi talmente forti da bloccare qualsiasi tentativo di sabotaggio».
Sforzini poco tempo fa aveva avuto l’ardire di criticare alcuni punti del programma futurista su Libero. «Esiste una destra che difende la famiglia senza entrare nelle camere da letto», spiegava il gallerista pavese al quotidiano, «che può sostenere la natalità senza istituire polizie morali. E poi esistono le cornacchie nere. Sono quelle che consigliano di rispondere alle inquietudini del XXI secolo con il prontuario del XIX». Mettendo in guardia: «Ci sono momenti nei quali il problema di un progetto non sono i suoi avversari. Sono i suoi consiglieri». Ma Sforzini aveva fatto parlare di sé anche per un acceso scambio in chat con il “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, riportato da Il Foglio. «Sei un nazista autentico», avrebbe attaccato il primo. «Non sono uno sciuscià liberale atlantista sionista come te. Per me non è un’offesa», gli avrebbe risposto il secondo. Accuse di fatto confermate dal diretto interessato che sempre al quotidiano diretto da Claudio Cerasa aveva parlato di «clima agghiacciante».
La deriva nerissima del partito (come se fosse qualcosa di cui sorprendersi) aveva causato l’allontanamento di Luca Bellotti, ex meloniano e già sottosegretario nei governi Berlusconi: «Su Islam e immigrazione, posizioni inaccettabili», aveva scritto in una lettera aperta al generalissimo.
Non si arresta la crescita di Futuro Nazionale nei sondaggi politici. Nell’ultima rilevazione di Swg per il Tg La7 sulle intenzioni di voto il partito guidato da Roberto Vannacci, ora quarta forza politica del Paese, è infatti arrivato al 7,7 per cento: +0,2 per cento rispetto a una settimana fa.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Futuro Nazionale si conferma stabile sopra Forza Italia e Lega, date rispettivamente al 6,9 per cento (-0,2) e al 5,7 per cento. Carroccio stabile così come Fratelli d’Italia, saldamente primo partito del Paese col 26,8 per cento. Leggera flessione (-0,1) del Partito Democratico al 20,6 per cento. Il Movimento 5 stelle è dato al 12,5 per cento (-0,2). Tra FI e Lega c’è Alleanza Verdi e Sinistra, al 6,8 per cento (+0,1). Azione è stabile al 3,2 per cento. Tra le forze minori da segnalare Italia Viva è data al 2,5 per cento (+0,1), +Europa all’1,4 per cento (+0,1), Sud Chiama Nord all’1 per cento (+0,1), così come Noi Moderati (-0,1).
Quattro opere di Renoir sono state rubate nella notte tra il 7 e l’8 settembre 2026 da due ladri nel museo di Cagnes-sur-Mer, in Costa Azzurra (Francia). Una delle opere è stata abbandonata durante la fuga, ha annunciato il sindaco della città Bryan Masson che ha stimato in circa 9 milioni di euro il valore dei quadri rubati. L’allarme del museo è scattato alle 5:48 e alle 5:53, cinque minuti dopo, la polizia municipale era sul posto. «Prendere di mira il museo Renoir significa andare contro una parte della storia e del patrimonio di Cagnes-sur-Mer. Sono fatti particolarmente gravi», ha detto Masson. Il colpo è avvenuto a circa un anno da quello ai danni del Louvre, nel centro di Parigi, nel quale i ladri hanno rubato otto gioielli della Corona di Francia, non ancora ritrovati. Da allora, il ministero della Cultura ha posto come priorità la sicurezza dei musei. Il Museo Renoir di Cagnes-sur-Mer, vicino a Nizza, è stato edificato nel 1960 sul luogo dell’ultima dimora del grande pittore. Oltre al mobilio originale, il luogo ospita oggetti, mobili appartenuti all’artista e vari quadri raffiguranti ritratti, paesaggi e alcuni nudi.