Mario Adinolfi resta ai domiciliari con braccialetto elettronico

Mario Adinolfi rimane agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame rigettando l’istanza della difesa che aveva chiesto l’annullamento della misura cautelare nei confronti del giornalista e leader del Popolo della Famiglia, accusato nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. I legali di Adinolfi, che avevano richiesto di annullare la misura cautelare o quantomeno affievolirla con misure meno afflittive, come l’obbligo di dimora nel Comune di residenza o l’obbligo di firma, valuteranno ora se fare ricorso in Cassazione.

Perché Adinolfi è finito agli arresti domiciliari

Adinolfi è finito agli arresti domiciliari nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma sulla cosiddetta “scommessa collettiva“, un circuito di raccolta fondi da privati ai quali venivano prospettati rendimenti (fino al 40 per cento annuo) legati al betting sportivo. Ipotizzato un danno vicino ai cinque milioni di euro. A Adinolfi viene inoltre contestata anche una presunta evasione fiscale da 400 mila euro. Nelle 20 pagine di ordinanza di custodia cautelare, la gip aveva evidenziato il «concreto rischio di recidiva rispetto a nuove condotte di truffa, raccolta abusiva di capitali, delitti tributari, verosimilmente già in atto».

Dodici indagati per gli scontri a Bologna dopo la morte di Fakir

La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo con 12 indagati per gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine scoppiati la sera del 20 luglio davanti alla Prefettura, durante la manifestazione organizzata dopo la morte di Abderrahim Fakir, deceduto il giorno prima nel rione Pilastro durante un fermo della polizia. Ipotizzati a vario titolo i reati di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento e lesioni. Tra gli indagati anche un 20enne arrestato la sera dei disordini: il giovane era stato fermato in flagranza, poi il giudice ne aveva disposto la scarcerazione applicando il divieto di dimora nell’intera città metropolitana di Bologna. Andrà a processo il 9 settembre.

No Tav, chiesta la custodia cautelare in carcere per due fermati

La procura di Torino ha chiesto al gip la custodia cautelare in carcere per i due 25enni tedeschi arrestati dalla Digos in flagranza differita il 26 agosto, in quanto ritenuti responsabili – in concorso con altri soggetti in corso di identificazione – dei reati di devastazione aggravata e resistenza a pubblico ufficiale aggravata in occasione degli scontri con le forze di polizia avvenuti il giorno precedente nel cantiere dell’Alta-Velocità a Chiomonte, in Val di Susa. La richiesta del carcere per i due No Tav, che sono stati trovati con occhiali, guanti e impermeabili neri, probabilmente utilizzati per travisarsi prima di assaltare il cantiere, è basata su «sussistenti esigenze cautelari che ne rendono necessaria l’applicazione».

Ex Ilva, Corte d’Appello di Milano: «Area a caldo da chiudere entro 90 giorni»

La corte d’Appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, cioè il cuore produttivo dell’acciaio dello stabilimento, deve essere chiusa entro 90 giorni, condizionando la ripartenza alla completa bonifica dell’asbesto e alla riduzione delle emissioni sottili. I giudici hanno quindi accolto il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini contro Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia, sostenendo che gli impianti mettono a rischio la salute dei cittadini e compromettono l’ambiente. «Non va sottaciuto che gli impianti Ilva e il sistema produttivo sono rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento», hanno scritto i magistrati, ritenendo che tutti gli accorgimenti e le misure messe in atto dall’azienda per scongiurare il rischio di malattie legate all’inquinamento e i ritardi nella realizzazione dei vari interventi non hanno contrastato adeguatamente il pericolo dei danni alla salute collettiva generato da «svariate e individuate sostanze nocive».

Stop dei treni a Firenze, Italia nuovamente divisa in due

Italia nuovamente divisa in due a causa del blocco alla circolazione ferroviaria nel nodo di Firenze, tra le stazioni di Campo di Marte e Rifredi e Campo di Marte-Santa Maria Novella, per i lavori di sostituzione del cavalcaferrovia di Ponte al Pino. Alla presenza del ministro dei Trasporti e delle infrastrutture Matteo Salvini è stata conclusa, nella notte tra domenica 26 e lunedì 27 luglio 2026, l’operazione di varo dell’infrastruttura. Il nuovo impalcato, del peso di circa 550 tonnellate, è stato posizionato in un’unica soluzione mediante una gru da 2 mila tonnellate, uno dei più grandi mezzi di sollevamento impiegati a livello internazionale per interventi infrastrutturali di questa tipologia. Il completamento del varo rappresenta una tappa fondamentale dell’intervento di sostituzione del ponte, opera strategica per il miglioramento della mobilità cittadina e per l’efficientamento della circolazione ferroviaria regionale e nazionale che attraversa il nodo di Firenze.

Navette e bus gratuiti per raggiungere Santa Maria Novella

Al momento i disagi per i passeggeri sono abbastanza contenuti. Appena arrivato a Campo di Marte, da Sud, chi viaggia sull’Alta velocità viene dirottato dal personale di Trenitalia sulle navette per la stazione di Santa Maria Novella, con un servizio potenziato rispetto a due settimane prima. Rafforzato anche il servizio informazioni destinato ai pendolari dei treni regionali che, insieme ai passeggeri di Italo, vengono indirizzati verso la vicina via Masaccio dove ad attenderli c’è un bus gratuito per trasportarli fino alla fermata della tramvia, da cui poi proseguire verso Santa Maria Novella.

Fermati antagonisti stranieri per gli assalti ai cantieri della Tav

Quattro antagonisti di nazionalità straniera, probabilmente appartenenti al cosiddetto Blocco Nero, sono stati fermati dalle forze dell’ordine nell’ambito delle violenze avvenute sabato 25 luglio 2026 ai cantieri della Tav in Val di Susa. Le loro posizioni sono al vaglio degli inquirenti e al momento non si conoscono le accuse. Le indagini sull’accaduto, coordinate dalla procura di Torino guidata da Giovanni Bombardieri, ipotizzano al momento il reato di devastazione, ma non si esclude che ai singoli possano essere contestati successivamente anche altri reati. Il capo della polizia, Vittorio Pisani, è arrivato lunedì mattina in Val di Susa insieme al questore di Torino, Massimo Gambino, e al prefetto, Donato Cafagna. Faranno insieme un sopralluogo sul posto con anche la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Fakir, gli esiti della Tac in attesa dell’autopsia

L’esito della Tac su Abderrahim Fakir, il 43enne deceduto al Pilastro di Bologna durante un fermo di Polizia, ha evidenziato che l’uomo aveva i polmoni pieni di sangue, cosa che farebbe supporre che possa essere morto soffocato dal suo stesso liquido ematico. Solo l’autopsia in programma venerdì 24 luglio potrà avvalorare o meno questa ipotesi. In diversi video girati sia dai residenti sia dalla bodycam di uno dei due agenti intervenuti, si vedono comunque copiose macchie di sangue sull’intero viso (comparse a intervento in corso, quando è stato atterrato non erano presenti). L’autopsia dovrà chiarire se Fakir sia deceduto a causa dell’emorragia che ha riempito i polmoni e portato al soffocamento, oppure se questa sia una concausa associata ad altri elementi.

Bologna, la bodycam degli agenti mostra il contatto tra Fakir e un’altra persona

Emergono nuovi elementi sui fatti di Bologna. Le immagini della bodycam dei poliziotti intervenuti per fermare Abderrahim Fakir al Pilastro, messe in onda in esclusiva dal Tg1, mostrano la progressione di tutte fasi del fermo. Dopo essere intervenuti su segnalazione di alcuni residenti e aver atteso 40 minuti che si calmasse, gli agenti temono che la situazione possa degenerare perché l’uomo si sarebbe scagliato contro un’auto. «C’è un momento di contatto con altre persone che erano prossime a un’auto e che entrano in un contatto con lui. A questo punto è evidente che i poliziotti devono intervenire e devono risolvere questa situazione», ha spiegato Gabriele Bordoni, legale difensore degli agenti. Fakir viene quindi placcato e immobilizzato, prima dell’intervento dei soccorritori e dei tentativi di rianimazione. Il video delle bodycam è stato consegnato in procura.

Processo Filo conduttore a Catania, cinque condanne e tre assoluzioni

Il gup di Catania ha emesso cinque condanne e tre assoluzioni, con la trasmissione di atti alla procura, nell’ambito del processo col rito abbreviato relativo all’operazione Filo conduttore della Guardia di finanza, che ipotizzava una serie di bancarotte per agevolare il clan Pillera Puntina. Il giudice ha condannato Domenico Lombardo a tre anni di reclusione e a cinque anni ciascuno Santo Finocchiaro, Antonio Messina, Antonio Zingale e Silvestro Zingale. Assolti da ogni accusa Giuseppe Alessandro Aloisio, Luca Bianco e Alessandro Musumeci. Il gup ha disposto delle assoluzioni da alcune contestazioni per i cinque imputati condannati. Per Lombardo, che è stato assolto per le ipotesi di bancarotta post-fallimentare e di riciclaggio, è stato disposto il dissequestro e la restituzione dei beni. Disposta invece la confisca delle disponibilità finanziarie in sequestro della società Af e TeleNet. Il giudice ha infine trasmesso copia degli atti alla procura sui rapporti fra Sielte e il clan Pillera-Puntina e su un dipendente dell’impresa.

Inchiesta Equalize, chiesto il rinvio a giudizio per 74 indagati

La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per 74 degli 81 indagati nella maxi inchiesta Equalize su dossieraggi e accessi abusivi alle banche dati delle forze dell’ordine. Tra loro figurano Leonardo Maria Del Vecchio, il banchiere Matteo Arpe, il fratello di Filippo Tortu, Giacomo, manager di multinazionali e vari avvocati di diversi studi legali internazionali che si sarebbero rivolti alla società per svolgere controlli attraverso pratiche ritenute illecite a persone di loro interesse. Ad aprile i pm milanesi avevano già chiesto il processo per Enrico Pazzali, che sarebbe stato a capo dell’associazione per delinquere, e altre 13 persone (tecnici informatici e appartenenti alle forze dell’ordine) accusati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati informatici, come l’accesso abusivo a banche dati sensibili come lo Sdi, Serpico e Punto Fisco. Sono oltre 832 in totale le persone offese, presunte vittime degli spionaggi, tra cui Ricky Tognazzi, Alex Britti, Selvaggia Lucarelli, Fabrizio Corona, Marcell Jacobs (lo spionaggio sarebbe stato commissionato dal fratello del compagno di staffetta Tortu), Stefano Boeri e Paolo Scaroni. Questa seconda richiesta di rinvio a giudizio sarà valutata da un gup, dopo essere stata riunita alla prima tranche. L’inizio dell’udienza preliminare dovrebbe essere a ottobre.

Varriale perde il ricorso contro la Rai, confermato il licenziamento per giusta causa

Il Tribunale di Roma ha respinto il ricorso del giornalista Enrico Varriale contro il licenziamento della Rai per giusta causa, ritenendo infondata la tesi secondo cui il provvedimento sarebbe stato una ritorsione legata alle precedenti cause per il demansionamento. Secondo il giudice, la Rai ha fondato il licenziamento su fatti concreti e documentati, tra cui la condanna a 10 mesi per atti persecutori e lesioni personali e le vicende emerse in un secondo procedimento penale, considerate incompatibili con il ruolo ricoperto dal giornalista e lesive dell’immagine dell’azienda.

Il licenziamento motivato dalla gravità dei fatti contestati

Il Tribunale ha inoltre escluso che la tempistica del licenziamento fosse sufficiente a dimostrare una ritorsione, osservando che la Rai, in precedenza, aveva adottato nei suoi confronti solo una sanzione conservativa per un diverso procedimento disciplinare e aveva anche valutato possibili soluzioni organizzative per il suo reinserimento professionale. Per il giudice, quindi, il recesso non era una reazione alle iniziative giudiziarie del lavoratore, ma era motivato dalla gravità dei fatti contestati.

Morto a Bologna, scontri e guerriglia durante la protesta: 11 feriti

È di almeno 11 feriti, tra poliziotti e manifestanti, il bilancio della protesta che si è tenuta lunedì 20 luglio 2026 a Bologna per chiedere verità e giustizia sulla morte di Abderrahim Fakir, il 43enne deceduto durante un intervento della Polizia. La manifestazione, nata pacificamente, è degenerata in ore di tensione con lanci di bombe carta, auto date in fiamme, cassonetti divelti e atti vandalici. Un agente e un civile sono stati portati in ospedale, e il 118 ha soccorso sul posto altri cinque agenti e quattro civili. Ma il dato potrebbe cambiare. Il Coisp, sindacato di Polizia, parla infatti di 56 agenti feriti di cui 15 del reparto mobile di Padova, 26 di quello di Firenze e 15 di quello di Bologna, con prognosi fino a 15 giorni. «Sono rimasti feriti perché colpiti da enormi pietre, bottiglie di vetro e bombe carta lanciate dai violenti gruppi di antagonisti e anarchici», ha spiegato il segretario Pianese. È stata anche incendiata un’auto del Comune.

Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine

Dalla piazza gremita si sono alzati slogan come “Tout le monde deteste la police” e “Giustizia, giustizia” e in breve tempo la tensione è salita fino a sfociare in violenza. Oltre ai lanci di oggetti, gli agenti hanno ricevuto insulti e calci, rispondendo con manganellate e scudi. Poi la situazione è degenerata, con continui tentativi di respingere e disperdere la folla con lacrimogeni e idranti. Gli attivisti hanno usato le barriere del cantiere del tram per difendersi, distruggendo le bici del servizio sharing e lanciando anche le sedie dei dehor.

Daniele Compatangelo, chi era il giornalista di La7 morto a Washington

È morto improvvisamente, all’età di 50 anni, Daniele Compatangelo, giornalista e corrispondente dagli Stati Uniti per La7. Il cronista è stato trovato senza vita nel suo appartamento di Washington e sarebbe deceduto per un malore. Nato a Savona nel 1975, da anni viveva negli Usa da dove aveva curato corrispondenze per varie testate italiane, tra cui anche Sky TG24.

Chi era Daniele Compatangelo

Oltre a essere il punto di riferimento e corrispondente da Washington per La7, Compatangelo ricopriva la carica di presidente della White house foreign correspondents’ association, l’associazione che riunisce i giornalisti internazionali accreditati presso la politica governativa statunitense. Nel corso della sua carriera aveva collaborato anche con altre grandi testate e network internazionali. Negli ultimi mesi era salito alla ribalta per la sua intervista telefonica a Donald Trump in cui il tycoon aveva rivelato che la premier Meloni l’aveva implorato di fare un selfie con lui. Una dichiarazione che aveva innescato un rilevante dibattito politico e diplomatico e che aveva fatto deteriorare i rapporti tra Trump e Meloni. La notizia della sua scomparsa ha scosso La7, con il direttore Andrea Salerno che ha così espresso il cordoglio dell’intera emittente: «Siamo attoniti. Tutta La7 si stringe ai suoi cari. Daniele era un collaboratore prezioso e raro. Per la sua voglia di raccontare sempre e con precisione e allegria. Era un bravo giornalista. Mancherà».

Morto a Bologna, la Tgr non trasmette il servizio e scoppia la polemica

È polemica sull’edizione serale della Tgr Emilia-Romagna di domenica 19 luglio 2026. Sotto i riflettori c’è il racconto del caso di Abderrahim Fakir, il 43enne morto al quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento della polizia. Nonostante il servizio sulla vicenda fosse pronto e montato, ai telespettatori sono arrivati soltanto due spezzoni video e poche righe lette dalla conduttrice. La decisione di non trasmetterlo integralmente, presa dalla direzione della testata, ha fatto scattare la protesta del Comitato di redazione, sostenuto dal coordinamento dei Cdr della Tgr, da Usigrai, dall’Associazione Stampa Emilia-Romagna e dalla Federazione Nazionale della Stampa.

La direzione aveva chiesto di rimuovere parte del video

«Il montaggio mostrava le immagini e la voce dell’uomo immobilizzato e colpito dagli agenti mentre chiedeva ripetutamente aiuto, immagini che da ore circolavano sul web e sulle principali testate e che oggi sono l’apertura di tutti i principali quotidiani», si legge in una nota del Cdr. «Come di consueto, il collega ha inviato il servizio in visione al responsabile di turno che gli ha chiesto, su indicazione della direzione, di rimuovere parte del video in cui si vedeva Fakir ormai senza vita e soprattutto cancellare l’espressione “intervento violento”. Una modifica non condivisa dal redattore, che ha chiarito di voler ritirare la firma come previsto dal contratto». Nel corso del telegiornale, il servizio, che era stato annunciato dal primo titolo, è stato fatto slittare sempre più in basso, comunicando man mano alla line di turno che erano in corso trattative per la messa in onda. Fino a quando, a telegiornale iniziato da 12 minuti, è stata consegnata alla conduttrice una breve notizia da leggere accompagnata da una parte del video.

Il Cdr: «Decisione che squalifica credibilità e autorevolezza della Tgr»

«Il direttore, al limite, avrebbe potuto dare indicazione di tagliare parti del servizio e contestualmente togliere la firma del collega – i tempi tecnici e il contratto lo consentivano – ma la scelta di non mandarlo in onda del tutto e di trasmettere solo due spezzoni delle immagini, che erano ormai online e in onda dappertutto, è un autogol», ha denunciato il Cdr. «La scelta della direzione squalifica la credibilità e l’autorevolezza della Tgr e del servizio pubblico. Le immagini e le voci raccolte dal giornalista e dalla troupe regionale sono state poi utilizzate dal Tg1 per un proprio servizio, ma non è stato possibile mostrarle ai telespettatori dell’Emilia-Romagna. Anche sul sito web gli spezzoni del video dell’intervento di polizia non sono apparsi fino a oltre le 22:30, quando è stato inserito – al posto del servizio del collega – un redazionale».

Le motivazioni della direzione

E ancora: «A fronte di nostre richieste di spiegazioni, il direttore ha motivato la mancata messa in onda del servizio riferendo che il giornalista non avesse fatto verificare il testo come previsto da ordine di servizio. Il testo è stato inviato al responsabile di turno alle 19.05. A nostra richiesta di spiegazioni, il direttore ha contestato che nel servizio mancava la posizione della questura di Bologna. La nota stampa della polizia è stata inviata alle 19.22 (orario incompatibile con l’inserimento nel servizio montato) e comunque poteva essere letta dalla conduttrice al termine del pezzo».

Roggero, la procura sequestra 50 mila euro su un conto in Tunisia

La procura generale di Torino ha proceduto al sequestro conservativo di 50 mila euro, a garanzia delle spese di giustizia, su un conto corrente estero intestato a Mario Roggero e alla moglie Mariangela Sandrone. L’ha reso noto la stessa procura in un comunicato «volto a chiarire la questione indicata genericamente in risarcimento danni». La Corte d’Assise di Asti, si spiega, ha condannato Roggero al pagamento di una provvisionale di complessivi 480 mila euro in favore di 14 prossimi congiunti dei due rapinatori da lui uccisi nonché del terzo rapinatore ferito. I documenti processuali avevano delineato un quadro articolato, con una provvisionale totale di 780 mila di euro, con cifre che per i singoli familiari variavano dai 10 mila ai 60 mila euro. Roggero ne ha già pagati 300 mila in sede di udienza preliminare e ne restano da versare, appunto, 480 mila. Quanto ai 50 mila euro sequestrati, si tratta di una somma a garanzia delle spese di giustizia oggetto di un bonifico disposto dal conto corrente del comitato #iostoconmarioroggero verso un conto corrente tunisino intestato a Roggero e a sua moglie in epoca precedente alla celebrazione del giudizio in Appello.

Bologna, applicata per la prima volta la nuova norma sullo scudo per gli agenti

Per chiarire quanto è accaduto a Bologna domenica 19 luglio, quando il 43enne Abderahhim Fakir è morto durante un fermo di Polizia, la procura ha iscritto un procedimento nell’apposito registro modello 45 bis nei confronti di quanti hanno preso parte alle diverse fasi del prolungato intervento. Si tratta, in particolare, di due poliziotti e quattro operatori dell’ambulanza. Non ci sono indagati, dunque, ma si tratta dell’applicazione della nuova norma sul registro, separato, destinato alle annotazioni preliminari, dove vengono iscritti i nomi di soggetti cui viene attribuito un fatto di reato commesso in presenza di una causa di giustificazione. Sarebbe la prima volta. Si procede per il reato di omicidio colposo.

I pm: «Fatti sono più estesi rispetto al video diffuso in rete»

Gli accertamenti della procura «terranno conto dell’intero sviluppo dei fatti, di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in rete, e dell’intervento degli operatori sia delle forze dell’ordine sia del personale sanitario». Nel contesto dell’iscrizione nel registro per le annotazioni preliminari, previsto dalle nuove norme del decreto sicurezza, «saranno svolte tutte le necessarie indagini con le dovute garanzie di legge, a partire dagli accertamenti di natura medico-legale, allo scopo di pervenire in tempi rapidi alla completa ed esaustiva ricostruzione dei fatti».

È morto il Comandante Alfa, tra i fondatori del Gis dei Carabinieri

È morto il carabiniere noto come Comandante Alfa, tra i fondatori del Gruppo di intervento speciale (Gis), il reparto d’elite dei Carabinieri. Aveva 75 anni, era nato a Castelvetrano (in provincia di Trapani in Sicilia) e si chiamava Antonio, ma il suo cognome non è stato diffuso neanche dopo la morte. Si era congedato nel 2016 e aveva scritto diversi libri. Il Gruppo di Intervento Speciale venne creato nel 1978 come squadra speciale dei Carabinieri per contrastare il terrorismo e per altre operazioni rischiose. Il Comandante Alfa prese parte anche alla prima operazione del Gis resa pubblica, per sedare una rivolta nel carcere di Trani nel 1980. Partecipò alla liberazione di alcune vittime di noti rapimenti e a diverse missioni militari all’estero. Era uno dei Carabinieri più decorati d’Italia.

Bologna, 43enne morto durante un fermo di Polizia: cosa sappiamo

Un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, è morto a Bologna durante un fermo di Polizia. Dopo aver ricevuto segnalazione di un uomo che stava dando in escandescenze al Pilastro, quartiere popolare e multietnico della città, gli agenti sono intervenuti fermandolo prima usando lo spray al peperoncino e poi bloccandolo a faccia in giù e legandogli polsi e caviglie. «Basta, aiuto», dice l’uomo in un drammatico video che riprende i suoi ultimi istanti di vita, girato da un residente che ha assistito al fermo dalla finestra della propria abitazione. Dopo pochi minuti, Fakir ha perso i sensi sotto gli occhi degli agenti e di alcuni soccorritori giunti sul posto, per poi non riprendersi più. La questura di Bologna ha fatto sapere che le bodycam dei poliziotti verranno subito messe a disposizione della magistratura per chiarire i dettagli dell’accaduto.

La ricostruzione delle forze dell’ordine

La questura ha fornito la sua ricostruzione spiegando che gli agenti erano giunti sul posto su richiesta di alcuni cittadini che avevano segnalato una persona in escandescenza. Una volta arrivati, hanno provato a calmarlo ma l’uomo si è scagliato contro di loro, dando anche alcuni calci all’auto. Hanno quindi usato lo spray urticante per poi bloccarlo a terra tenendogli i polsi dietro la schiena con le ginocchia nel tentativo di ammanettarlo. Mentre l’uomo continuava a dimenarsi, una terza persona, probabilmente un residente, li ha aiutati bloccando le caviglie del 42enne che, poco dopo, sembra perdere i sensi. Uno degli agenti ha provato a sincerarsi delle sue condizioni ma senza risposta. Sul posto c’erano anche i soccorritori del 118, che però nel video non si vedono mai intervenire, se non dopo che l’uomo ormai privo di sensi viene legato a polsi e caviglie. Il sindaco Matteo Lepore e il presidente della Regione Michele de Pascale hanno chiesto che venga fatta piena luce su quanto avvenuto.

La moglie di Roggero ha depositato la richiesta di grazia per il marito

Mariangela Sandrone, moglie del gioielliere Mario Roggero, ha presentato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella la domanda di grazia per il marito, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver ucciso due rapinatori. Il provvedimento di clemenza per Roggero, dopo la sentenza della Cassazione, è finito al centro del dibattito politico. E non solo. Per la grazia si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un’istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale. Senza dimenticare Giorgia Meloni. Pro Ruggero anche Roberto Vannacci: l’ex generale ha comunque escluso una candidatura in Futuro Nazionale per il gioielliere («Lasciamo alla sinistra queste pratiche»). Dalla parte del gioielliere, invocando il provvedimento di clemenza, si sono schierati anche diversi vip: da Simona Ventura a Emis Killa, fino a Leonardo Bonucci e Melissa Satta. Intanto, dopo la firma dell’ordine di carcerazione da arte della Procura di Asti, Roggero si è diretto verso il carcere di Bollate (Milano).

Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere

Per la grazia a Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un’istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale. Ma non solo: dalla parte del gioielliere, invocando il provvedimento di clemenza, si sono schierati anche diversi vip.

Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
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I “like” e i post dei vip pro-Roggero

Al post di Salvini in cui il vicepremier chiedeva la grazia per Roggero hanno messo “mi piace” Elisabetta Canalis, Melissa Satta, Enrico Ruggeri, Leonardo Bonucci, Carolyn Smith, Elisabetta Gregoraci, Sabrina Salerno, Simona Ventura e Clizia Incorvaia.

Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere

«Prima di decidere e confermare una sentenza così al povero signor Roggero i signori\e dovrebbero mettersi nei suoi panni…. Fatevi una bella domanda, ma se fosse successo a voi? Ma se con le mani legate ci fosse stata vostra figlia o figlio? Ma se avessero preso a pugni vostra moglie?», ha scritto Melissa Satta sui social. In un post successivo ha scritto di «Paese di pagliacci», dove «tutti possono venire e fare i delinquenti». In un altro ancora l’ex velina si è lamentata della sicurezza a Milano, spiegando di aver detto di no al figlio 12enne che gli aveva chiesto di poter fare una passeggiata con i suoi amici. Tra i vip che sono andati ben oltre i like c’è poi Giuseppe Cruciani, che durante La Zanzara ha definito la condanna inflitta a Roggero un «dramma assoluto», invocando una candidatura in parlamento per il gioielliere piemontese. Emanuele Filiberto di Savoia, invece, ha scritto su Facebook: «Un uomo che ha visto irrompere nel proprio negozio chi minacciava la vita di sua moglie e di sua figlia, e che in pochi istanti si è trovato a reagire a un pericolo reale e non ipotetico, non può essere giudicato con lo stesso metro riservato a chi delinque per calcolo o per abitudine». E poi: «Non posso tacere il mio dissenso di fronte a una sentenza che, pur nel rispetto dovuto alla magistratura e al suo giudizio tecnico, appare a molti italiani, e appare anche a me, distante dal comune sentire di giustizia». Emis Killa, che aveva definito l’Italia «una barzelletta», ha poi dichiarato sui social: «Non pensate che io credo che questo signore sia un eroe, non si può legittimare il gesto altrimenti diventa il Far West. Ma in questa circostanza è paradossale che lo Stato non ti tuteli».