Chat sessista degli autisti Atm: c’è un primo indagato

C’è un primo indagato per il caso della chat sessista degli autisti Atm, che si scambiavano su WhatsApp foto delle passeggere estratte dalle riprese dei sistemi di videosorveglianza dei mezzi pubblici di Milano. La procura meneghina ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di reato di accesso abusivo a sistema informatico. Sono state inoltre effettuate perquisizioni nei confronti di almeno altre cinque persone: non è escluso che altri nomi possano essere aggiunti nel registro degli indagati.

La chat è stata scoperta da una passeggera

Il caso è stato aperto dalla segnalazione di una passeggera di un tram, che ha fotografato la schermata dello smartphone di un dipendente di Atm e ha deciso di segnalare l’accaduto. Annunciando l’avvio di un’indagine interna, l’azienda dei trasporti di Milano ha spiegato in una nota di essersi «prontamente attivata con la massima attenzione per fare piena luce sull’episodio, per verificare il corretto uso degli strumenti aziendali, per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti corretti che lavorano ogni giorno al servizio della città». Oggi è arrivata la prima mossa della Procura.

Riccardo Bossi, definitiva la condanna per il reddito di cittadinanza

È diventata definitiva la condanna a due anni e mezzo inflitta a Riccardo Bossi, primogenito di Umberto, per aver percepito 12 mila euro di reddito di cittadinanza tra il 2020 e il 2023 grazie a false attestazioni. La settima sezione della Corte di Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal figlio del fondatore della Lega contro la sentenza della Corte di appello di Milano, che aveva confermato il primo verdetto di colpevolezza emesso dal gup di Busto Arsizio.

Bossi jr dovrà versare 15 mila euro di risarcimento all’Inps

Secondo quanto emerso dalle indagini, scattate dopo una segnalazione dell’Agenzia delle Entrate, Riccardo Bossi ha ricevuto il reddito di cittadinanza per 43 mesi in relazione al pagamento dell’affitto di un appartamento, dal quale era già stato sfrattato perché moroso. Dovrà versare 15 mila euro all’Inps come risarcimento.

Confermata la condanna per i maltrattamenti alla madre

Non è questa l’unica vicenda giudiziaria che vede implicato Riccardo Bossi. Sempre in questi giorni la Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna a 16 mesi che gli è stata inflitta a giugno 2025 per maltrattamenti sulla madre Gigliola Guidali, prima moglie del Senatur, per vicende legate a questioni economiche. Il legale di Bossi jr ha annunciato il ricorso in Cassazione.

Sabotaggi sulla linea dell’Alta Velocità, arrestati sette anarchici

Sette anarchici sono stati arrestati con l’accusa di aver costituito e organizzato una compagine criminale per compiere atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico. In particolare la Digos ha eseguito cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere e due di arresti domiciliari, emesse dal gip del Tribunale di Roma, su richiesta della Procura della Repubblica.

L’attentato sulla linea Alta Velocità Roma-Firenze e la rivendicazione

Due degli arrestati sono anche accusati di aver avuto una parte attiva nell’attentato sulla linea Alta Velocità Roma-Firenze avvenuto il 14 febbraio tramite l’uso di esplosivi rudimentali, che hanno provocato gravi danni all’infrastruttura per un costo di ripristino pari a 455 mila euro. Questo sabotaggio, così come un altro effettuato sulla linea Roma-Napoli, era stato rivendicato sul sito web ispiraazione.noblogs.org, creato qualche mese prima, tramite un comunicato che faceva riferimento alla concomitanza con le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina. Tra gli obiettivi del gruppo, radicato a Roma ma in relazione con realtà affini individuabili nelle aree di Bologna, Forlì-Cesena, Milano e Napoli, anche quello di mantenere attiva la mobilitazione contro il regime del 41bis a cui è sottoposto l’anarchico Alfredo Cospito.

Torre Milano, tutti assolti nella prima sentenza

Sono stati tutti assolti in primo grado, perché il fatto non costituisce reato, gli otto imputati per abuso edilizio e lottizzazione abusiva in relazione al caso del grattacielo Torre Milano di via Stresa a Milano. Lo ha deciso la giudice Paola Braggion della settima penale. La pm Marina Petruzzella aveva chiesto otto condanne e anche la confisca dell’edificio. Secondo le accuse, la Torre era stata costruita come se fosse una ristrutturazione e non una nuova costruzione e attraverso una semplice Scia, la Segnalazione certificata di inizio attività. Per la procura il permesso di costruire era stato concesso senza previo piano attuativo, ma solo con un’autodichiarazione. Ai funzionari pubblici veniva contestato di aver concorso (dolosamente) o cooperato (colposamente) a tale realizzazione rilasciando un titolo illegittimo e redigendo una delibera dirigenziale che rendeva possibile tale costruzione in contrasto con norme statali fondamentali, e senza provvedere alla redazione di piano attuativo.

Il tribunale: «Imputati in buona fede, regole cambiate solo negli ultimi anni»

Ma, per il tribunale, gli imputati hanno agito in base alle regole che c’erano, che solo negli ultimi anni sono cambiate. E, in ogni caso,in buona fede senza dolo né colpa. Queste le ragioni dei magistrati, riportate da Repubblica: «Per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo, atteso che solo negli ultimi anni la giurisprudenza penale, quella amministrativa e finanche le pronunce della Corte Costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazione. Inoltre, la prassi consolidata del Comune di Milano (…), avvallata dall’avvocatura comunale fino dal 2002, ratificata fino al 2023 e sostenuta dalla pacifica giurisprudenza amministrativa dei Tar e del Consiglio di Stato, consentiva l’intervento Torre Milano con il titolo effettivamente rilasciato alla società».

Il caso della chat sessista degli autisti Atm con le foto delle passeggere

L’Atm, ovvero l’azienda dei trasporti di Milano, ha aperto un’indagine interna su una chat di WhatsApp chiamata ‘Staff Ticinese’ in cui alcuni dipendenti si scambiavano foto di passeggere, corredate da commenti sessisti. Il caso è stato aperto dalla segnalazione di una passeggera che, viaggiando sul tram 15 da piazza Duomo a Rozzano accanto un uomo con la divisa da autista, ha notato lo scambio in chat di quelle che sembravano fotogrammi delle riprese dei sistemi di videosorveglianza dei mezzi pubblici, accompagnate da commenti sessisti e frasi oscene. La passeggera ha fotografato la schermata e ha deciso di segnalare l’accaduto.

Quanto successo è stato poi reso pubblico sui social dalla scrittrice Carlotta Vagnoli: «Un’ennesima chat in cui corpi di donne ignare di essere riprese vengono scambiati e commentati con violenza e sessismo tra colleghi: il caso stavolta colpisce il trasporto pubblico milanese, poiché a passarsi i fotogrammi delle telecamere di sicurezza sono alcuni autisti dei mezzi meneghini».

Atm: «Agiremo rispetto a qualsiasi irregolarità commessa»

Atm «si è prontamente attivata con la massima attenzione per fare piena luce sull’episodio, per verificare il corretto uso degli strumenti aziendali, per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti corretti che lavorano ogni giorno al servizio della città», si legge in una nota dell’azienda, che ha ammesso un «uso improprio di immagini delle telecamere di bordo». E poi: «Crediamo fermamente nel rispetto come valore fondante e non negoziabile. Agiremo in ogni sede opportuna rispetto a qualsiasi irregolarità commessa».

Stasi esce dal carcere e ottiene l’affidamento in prova

Alberto Stasi esce dal carcere e ottiene l’affidamento in prova ai servizi sociali. Lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Milano accogliendo l’istanza della difesa, su cui la procura generale aveva dato parere favorevole. L’unico condannato per il delitto di Garlasco era in regime di semilibertà. La concessione dell’affidamento in prova non è collegata con l’eventuale procedimento di revisione del processo a carico di Stasi, per cui la difesa presenterà istanza.

Appalti Anas, Verdini rinviato a giudizio

Il gup Roma ha rinviato a giudizio Denis Verdini, coinvolto nelle indagini sulle commesse in Anas. Il reato contestato all’ex parlamentare è corruzione. Il processo che vedrà alla sbarra il “suocero” di Matteo Salvini (il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è il compagno della figlia Francesca) inizierà il 16 settembre. Il giudice dell’udienza preliminare ha inoltre dato il via libera al patteggiamento – in continuazione – a 2 anni e 10 mesi per il figlio di Verdini, Tommaso. Uno dei manager imputati, Domenico Petruzzelli, è stato invece condannato in abbreviato a un anno e 4 mesi e assolto dall’accusa di turbativa d’asta.

Le commesse Anas e l’attività di lobbying dei Verdini

L’inchiesta che ha portato al rinvio a giudizio di Verdini riguarda presunti illeciti negli appalti Anas (tra cui una commessa di 180 milioni di euro per il risanamento di gallerie) e tra i reati contestati c’è, appunto, anche la corruzione. L’ex parlamentare e il figlio sarebbero stati al centro di un sistema illecito messo su attraverso la società di lobbying Inver. Nel corso delle indagini è venuto alla luce che Verdini intratteneva rapporti telefonici regolari, attività non consentita dalla sua situazione di arresti domiciliari.

Condannato per altre vicende, Verdini è già ai domiciliari

Verdini è già stato condannato in via definitiva a 6 anni per bancarotta nelle vicende del Credito Cooperativo Fiorentino, a 5 anni e 6 mesi per il fallimento della Società Toscana Edizioni e a 3 anni e 10 mesi per il fallimento di un’impresa edile di Campi Bisenzio (Firenze), condanne che sta scontando nel carcere di Sollicciano. Gli erano stati concessi i domiciliari, poi revocati a fine 2025 dal tribunale di sorveglianza di Firenze: aveva violato tre volte la misura detentiva partecipando a cene con politici e manager a Roma, utilizzando come scusa supposte visite dal suo dentista nella Capitale.

Bimbo trapiantato, sospesi il primario Oppido e la seconda operatrice Bergonzoni

Il gip di Napoli Sorrentino ha disposto l’interdizione dalla professione medica per il cardiochirurgo Guido Oppido e per la sua vice Emma Bergonzoni, che il 23 dicembre 2025 hanno eseguito il trapianto di cuore fallito al piccolo Domenico Caliendo, morto il 21 febbraio nell’ospedale Monaldi. I due medici sono accusati di falso materiale e ideologico, oltre che di omicidio colposo.

Accolte le richieste della Procura

Accolte le richieste della Procura: Oppido è stato sospeso per un anno, mentre Bergonzoni per sette mesi. Ai due, accusati assieme ad altri cinque medici di omicidio colposo, viene contestato anche di aver attestato due circostanze non vere nella cartella clinica del bimbo, a cui fu trapiantato un cuore gravemente danneggiato dal ghiaccio secco durante il trasporto da Bolzano: la contemporaneità tra l’avvio della circolazione extracorporea e l’arrivo all’ospedale Monaldi dell’equipe proveniente dall’Alto Adige e la contestualità dell’inizio dell’espianto del cuore con l’apertura del contenitore con l’organo da trapiantare.

Milano, in due sul monopattino: morto 18enne travolto da un’auto, ferito l’amico

Un ragazzo di 18 anni è morto in un incidente stradale a Milano mentre era a bordo di un monopattino guidato da un amico 20enne. Poco dopo la mezzanotte del 12 giugno 2026, un’auto ha travolto i due giovani, forse a causa di una precedenza non data da chi guidava il mezzo elettrico. Un colpo fortissimo costato la vita al 18enne, Eros G, dopo un disperato ricovero all’ospedale Niguarda. I fatti si sono verificati in viale dell’Innovazione vicino agli edifici dell’Università Bicocca. Secondo una prima ricostruzione, il monopattino, che proveniva da viale Pirelli, stava percorrendo via Caldirola in direzione piazzale Egeo quando, arrivato all’incrocio con viale dell’Innovazione, avrebbe proseguito senza dare la precedenza. Per questo sarebbe stato colpito sul fianco sinistro dall’auto guidata da una ragazza di 21 anni che proveniva da via Beccaro. I due a bordo del monopattino, senza casco, sono stati scaraventati a terra e soccorsi dai sanitari del 118. Le condizioni del 18enne sono apparse sin da subito disperate, mentre l’amico ha riportato ferite meno gravi.

Milano-Cortina: indagata Elisabetta Pellegrini, dirigente del Ministero dei Trasporti

Elisabetta Pellegrini, dirigente del ministero dei Trasporti, è indagata nell’ambito dell’inchiesta sulle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina e in particolare nel filone sull’appalto per la costruzione della cabinovia “Apollonio Socrepes”, che vede iscritto nel fascicolo anche il commissario straordinario per le opere Fabio Massimo Saldini. Coordinatrice della Struttura Tecnica di Missione (STM) presso il Mit e considerata uno dei punti di riferimento più vicini a Matteo Salvini, Pellegrini ha ricevuto oggi l’avviso di garanzia.

Milano-Cortina: indagata Elisabetta Pellegrini, dirigente del Ministero dei Trasporti
Elisabetta Pellegrini al fianco di Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Ipotizzato il reato di turbativa d’asta

Pellegrini è tra gli indagati nell’inchiesta della Procura di Belluno per turbativa d’asta su presunte irregolarità nell’affidamento della realizzazione della cabinovia a Cortina d’Ampezzo. Ieri gli investigatori hanno sequestrato computer e telefoni cellulari della dirigente del Mit, acquisendo dispositivi e materiali ritenuti utili per ricostruire passaggi, comunicazioni e rapporti attorno alla procedura contestata.

Incidente d’auto per Pier Silvio Berlusconi

Pier Silvio Berlusconi è rimasto coinvolto in un incidente stradale mentre tornava a casa dal suo ufficio di Cologno Monzese. I fatti si sono verificati tra Villasanta e Arcore nella serata di mercoledì 10 giugno 2026. Secondo quanto riportato dall’Ansa, il manager ne è uscito praticamente illeso, riportando solo lievi ferite, nonostante la violenza dell’impatto frontale. Una macchina proveniente dalla corsia opposta ha infatti perso il controllo in piena accelerazione, invadendo la carreggiata e finendo nel senso di marcia contrario, colpendo la vettura di Berlusconi Jr. Lo scontro ha causato la distruzione della parte anteriore del veicolo e l’apertura di tutti gli airbag. Pier Silvio ha comunque mantenuto invariati i suoi impegni e sarà regolarmente presente alla celebrazione del terzo anniversario della scomparsa di suo padre in programma nella sede di Mediaset con tutti i collaboratori del Gruppo.

Condannata a 18 anni la donna che a Viareggio travolse e uccise un ladro col suo suv

La Corte di Assise di Lucca ha condannato a 18 anni di reclusione Cinzia Dal Pino, imprenditrice balneare che l’8 settembre 2024 a Viareggio, dopo essere stata rapinata, inseguì e poi travolse uccidendolo il 52enne marocchino Noureddine Mezgui, che le aveva portato via la borsa. Concesse le attenuanti, non riconosciute tutte le aggravanti. Sconterà la pena agli arresti domiciliari, misura cautelare a cui era già sottoposta.

La Procura aveva chiesto l’ergastolo

La Procura aveva chiesto l’ergastolo per Dal Pino, accusata di omicidio volontario pluriaggravato al termine di quella che era stata definita una «forma di giustizia privata». Secondo l’accusa, l’imprenditrice era consapevole delle conseguenze del suo gesto: lo investì quattro volte. La donna, peraltro, non effettuò alcuna richiesta di soccorso per il borseggiatore, rimasto a terra agonizzante. «Non volevo ucciderlo, ma solo farlo cadere a terra per poter recuperare la mia borsa», ha detto Dal Pino nel corso del processo, spiegando di essere poi tornata a casa pensando che Mezgui «fosse al massimo ferito». Secondo le ricostruzioni la donna investì più volte il 52enne mentre camminava a piedi a bordo strada su via Coppino: durante il processo il medico legale ha indicato come causa della morte il primo impatto.

Ponte sullo Stretto, Miele si dimette da presidente del Collegio dei revisori del Csm

L’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, indagato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sul Ponte sullo Stretto, ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico di presidente del Collegio dei revisori dei conti del Csm. Aveva assunto l’incarico per il quadriennio 2025-2028 a titolo gratuito e, da marzo 2026, il plenum aveva invece deliberato un compenso lordo di 27 mila euro l’anno. «Massima fiducia nell’attività della magistratura. Con il tempo si chiarirà la totale estraneità del mio assisto alle contestazioni», ha affermato il suo avvocato Pier Paolo Dell’Anno.

Morto il docente che augurò di essere uccisa alla figlia di Meloni

È morto Stefano Addeo, il docente che a giugno del 2025 aveva augurato in un post social alla figlia di Giorgia Meloni di fare la stessa fine di Martina Carbonaro, uccisa pochi mesi prima ad Afragola dal fidanzato. Addeo, che insegnava in un istituto di Cicciano e aveva 66 anni, era ricoverato in terapia intensiva all’Ospedale del Mare di Napoli dopo aver tentato il suicidio a maggio, lanciandosi da una finestra.

Era stato sospeso dall’insegnamento

Sospeso dall’insegnamento per il post contro Meloni e la figlia Ginevra, Addeo aveva già tentato il suicidio il 2 giugno 2025 ingerendo un mix di psicofarmaci, dopo essersi scusato per quanto scritto. In quel caso era stato salvato anche per aver inviato un messaggio alla preside del suo istituto. Ricoverato in ospedale, Addeo aveva spiegato di non aver retto a «tutto l’accanimento mediatico» che c’era stato nei suoi confronti e di essersi sentito «crocifisso» dall’opinione pubblica. A maggio il nuovo tentativo di suicidio, purtroppo (a distanza di mesi) riuscito.

Omicidio di Pierina Paganelli, assolto Louis Dassilva

Louis Dassilva non è colpevole di avere ucciso Pierina Paganelli. È questo il verdetto arrivato nel cuore della notte, dopo oltre 16 ore di camera di consiglio della Corte di assise di Rimini: l’unico imputato per l’assassinio, che rischiava l’ergastolo e invece è stato assolto, è stato subito liberato dal carcere, dove si trovava da due anni.

Omicidio di Pierina Paganelli, assolto Louis Dassilva
Pierina Paganelli (Facebook).

L’omicidio e l’avvio delle indagini

Paganelli è stata uccisa il 3 ottobre 2023 con 29 accoltellate nell’androne del piano interrato tra il garage e le scale che portano negli appartamenti del condominio in via del Ciclamino 31 a Rimini. Il corpo di Paganelli fu rinvenuto dalla nuora Manuela Bianchi: nell’immediatezza si pensò all’ex marito, albergatore che però si trovava da mesi in Germania, e la pista venne subito abbandonata. La scena del crimine si presentava con il corpo di Paganelli adagiato su un giocattolo, i capelli bagnati e tirati indietro, la gonna sollevata e la biancheria tagliata: non sembrava una vittima a caso. Le indagini si concentrarono allora sui vicini di casa: il figlio Giuliano Saponi e la moglie (la già citata Bianchi), Dassilva e la moglie Valeria Bartolucci. Frequentava inoltre la casa della vittima anche Loris Bianchi, figlio di Pierina che con la madre non aveva mai avuto un buon rapporto.

Omicidio di Pierina Paganelli, assolto Louis Dassilva

La relazione tra Dassilva e la nuora della vittima

Le indagini avevano fissato alle 22:13 l’orario certo dell’omicidio e portato alla luce la relazione extraconiugale tra Dassilva e Bianchi, nuora della vittima, con incontri proprio nel garage dove Paganelli era stata uccisa. Secondo l’accusa, l’ormai ex imputato avrebbe ucciso Pierina per impedire che rivelasse la relazione di cui ere venuta accidentalmente a conoscenza. Interrogata per tre giorni, nel corso dell’inchiesta Bianchi aveva confessato tra le lacrime – è stata anche indagata per favoreggiamento – di aver incontrato Dassilva in garage prima di scoprire il corpo di Pierina, aggiungendo che fu Louis a dirle cosa fare e cosa dire alla polizia.

Omicidio di Pierina Paganelli, assolto Louis Dassilva
Manuela Bianchi.

La Procura aveva chiesto l’ergastolo per Dassilva

La Procura aveva chiesto la condanna all’ergastolo per Dassilva, contestando una serie di aggravanti tra cui la premeditazione, crudeltà e futili motivi. L’impianto accusatorio si basava prevalentemente su una serie di indizi e sulle dichiarazioni rese da Bianchi durante un incidente probatorio. La difesa aveva invece sottolineato le lacune degli accertamenti degli inquirenti, tra cui la mancanza di analisi di possibili tracce in casa Bianchi e del padre, e invece avanzato l’ipotesi di piste alternative non esplorate, arrivando a paragonare il caso di Rimini all’indagine sul delitto di Garlasco.

Ponte sullo Stretto, la procura di Roma indaga per corruzione

La procura di Roma indaga per corruzione e rivelazione del segreto di ufficio nell’ambito del progetto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Disposte perquisizioni a carico di tre persone tra cui un ex presidente aggiunto dalla Corte di Conti, un avvocato già consigliere di amministrazione della società Stretto di Messina Spa e un imprenditore. Il fascicolo, coordinato dal procuratore Francesco Lo Voi, ruota intorno al sospetto che gli indagati abbiano tentato di influenzare il giudizio di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto del Ponte. I reati contestati, a vario titolo, sono corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione attiva da parte di pubblico ufficiale e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio.

L’ipotesi della procura

Come riporta una nota diffusa dall’ufficio giudiziario, l’avvocato e l’imprenditore avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento in cambio del condizionamento del citato esame della Corte. I due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato. Quest’ultimo, dal canto suo, avrebbe offerto la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla Corte, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa. Inoltre, il magistrato contabile avrebbe esaminato la decisione sfavorevole del 29 ottobre 2025, impegnandosi a predisporre, nell’interesse della Stretto di Messina Spa, una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società manifestando, in cambio, l’interesse a diventare presidente dell’Antitrust o di una società partecipata.

Chiuse le indagini sulla tesi di laurea, Maria Rosaria Boccia verso il processo

Maria Rosaria Boccia ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini sulla sua tesi di laurea, che secondo la procura di Napoli è stata ripresa al 91 per cento da altre fonti. Adesso sarà suo diritto essere interrogata dal pm entro 20 giorni. Successivamente la procura partenopea (che contesta a Boccia due capi d’accusa per falso) potrà formulare la richiesta di rinvio a giudizio.

L’Università Pegaso si costituirà parte civile

In base alle indagini della Guardia di Finanza di Napoli, per la tesi di laurea in Economia e Management intitolata “Sistema Sanitario Nazionale: luci e ombre di un’eccellenza italiana stretta dai vincoli della finanza pubblica”, Boccia avrebbe usato – per il 70 per cento – materiale prodotto da una studentessa della Luiss che aveva terminato gli studi nel 2018. Ma, considerando altre fonti, gli inquirenti ipotizzano una percentuale complessiva di plagio pari al 91 per cento. Boccia, peraltro, avrebbe commesso un doppio falso con la firma della “Dichiarazione di originalità dell’elaborato”, in cui assicurava che l’eaborato era autentico, frutto del proprio lavoro e non trascritto o copiato da altre sorgenti, salvo eventuali parti esplicitamente citate. L’inchiesta è stata avviata a seguito di una denuncia presentata dall’Università Telematica Pegaso, che ritenendosi parte lesa si costituirà parte civile.

Le parole dei legali di Maria Rosaria Boccia

«Riteniamo doveroso ricordare che l’avviso di conclusione delle indagini non equivale in alcun modo a un’affermazione di responsabilità, né anticipa le determinazioni future dell’autorità giudiziaria, ed ogni valutazione nel merito non è assolutamente possibile senza aver visionato gli atti», hanno dichiarato gli avvocati Francesco Di Deco e Francesco Petruzzi, legali di Boccia. «Esprimiamo inoltre preoccupazione per la reiterata diffusione di informazioni relative a procedimenti giudiziari prima che gli atti vengano formalmente portati a conoscenza della persona interessata e dei suoi difensori». Attraverso i suoi legali, Boccia sostiene che sulla sua persona si sia concentrata un’attenzione sproporzionata, mentre altre vicende giudiziarie nelle quali figura come parte offesa starebbero ricevendo, a suo dire, minore considerazione.

Ben-Gvir indagato a Roma per il caso Flotilla, lui: «Siete il Paese delle infradito»

La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir per i reati di tortura e sequestro di persona nell’ambito della vicenda della Global Sumud Flotilla. In particolare, il politico aveva rivolto parole di scherno nei confronti degli attivisti della missione mentre erano inginocchiati e con le mani legate dietro la schiena nel porto di Ashdod, riprendendo la scena in un video condiviso sui suoi social. Questa la sua reazione all’apertura del fascicolo: «Il Paese dello stivale è diventato il Paese delle infradito. Israele non è un sacco da boxe per un branco di bugiardi sostenitori del terrorismo che fabbricano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti. Non mi lascerò scoraggiare da questa o da qualsiasi altra inchiesta e continuerò a stare orgogliosamente al fianco dei nostri combattenti».

Tajani: «Parole indegne»

«Non ho parole per commentare ciò che ha detto Ben Gvir nei confronti dell’Italia ieri dopo aver saputo che era indagato dalla procura della Repubblica. Sono parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro», ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. «L’Italia è un Paese amico di Israele che ha sempre difeso la libertà e la democrazia e respingiamo al mittente qualsiasi offesa o tentativo di denigrare. Le parole di Ben Gvir dimostrano il livello politico e morale di questo signore».

Il senatore Silvestro indagato per violenza sessuale

Il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro risulta indagato per violenza sessuale dopo la denuncia presentata da un’imprenditrice di 52 anni. Lo scrive Repubblica dopo aver raccontato la vicenda, sostenendo che il fascicolo «approda in queste ore alla procura di Roma». Sotto inchiesta anche il carabiniere Antonio P., colui che ha fatto da intermediario tra i due, con l’accusa di tentata violenza privata. L’iscrizione del senatore e del militare «sarebbe avvenuto nell’ufficio che ha accolto l’originaria querela della donna, anche a loro tutela, per consentire fin dall’immediatezza velocità alle indagini, nell’interesse della denunciante e delle garanzie per gli accusati».

Il caso di Francesco Silvestro, senatore di Forza Italia denunciato per violenza sessuale

Francesco Silvestro, senatore di Forza Italia e presidente della commissione parlamentare per le questioni regionali, è stato denunciato da una donna di 52 anni per violenza sessuale. Secondo il racconto di lei, riportato da Repubblica, i fatti si sarebbero verificati il 25 febbraio 2025 nell’ufficio di Silvestro in piazza a Roma, a pochi passi dal Senato. I due si erano incontrati lì per parlare di un possibile acquisto di vini (ndr lei è un agente di commercio di vini). L’incontro è stato confermato dallo stesso senatore, che ha spiegato essere avvenuto tramite un carabiniere sposato con sua cugina. Il militare avrebbe infatti detto alla donna che Silvestro aveva bisogno di una fornitura di bottiglie pregiate per l’inaugurazione della sua villa a Capri. Stando al racconto di lei, mentre parlavano a voce di questo ordine, lui avrebbe fatto allusioni sessuali, dicendo che il vino lo eccita e gli fa perdere i freni inibitori. Infine, l’avrebbe bloccata con la forza e costretta a un rapporto sessuale. Sul fatto che abbia denunciato i fatti oltre un anno dopo, ha detto che stava male ed era andata in psicoterapia, aggiungendo di essersi rivolta allo studio dell’avvocato Bongiorno già ad aprile 2025 (che però non poteva seguirla perché aveva troppi casi), e di essere stata dissuasa dal denunciare dal carabiniere che aveva fatto da tramite tra lei e Silvestro.

Silvestro: «Magari mi vuole estorcere qualcosa»

In un primo momento, il diretto interessato ha dichiarato a Repubblica di non ricordare «nulla del genere», insinuando che la donna possa averlo accusato per ottenere qualcosa e sminuendo anche il suo aspetto fisico: «Modestamente io sono un bel ragazzo, la signora è una signora normale… Uno può dire quello che vuole. Poi però le cose vanno provate. Magari mi vuole estorcere qualcosa. La signora so che va anche da altri senatori, per vendere il vino». Poi si è scusato: «Chiedo scusa per le parole che ho pronunciato nel corso di un colloquio telefonico con una giornalista di Repubblica. Sono stato colto di sorpresa da quanto mi veniva attribuito, un episodio e accuse rispetto alle quali ho già dichiarato attraverso il mio legale stupore e totale estraneità. Mi sono anche dichiarato pronto, da subito, a fornire tutti i chiarimenti necessari. Mi scuso, e lo ripeto, per espressioni che credevo colloquiali, considero comunque sbagliate e che nel contesto di una telefonata possono aver generato fraintendimenti o leso sensibilità». Ha detto comunque di non avere ricevuto nessun atto d’indagine e anche il suo avvocato, Roberto Guida, ha dichiarato che non gli risulta nessun procedimento penale aperto nei confronti del senatore.

La presunta vittima: «Dopo la violenza, anche il dileggio»

«Non pensavo di dover affrontare, dopo la violenza, anche il dileggio. Lui bello, io normale. Quando l’ho letto non credevo ai miei occhi. Questo non riguarda l’inchiesta, posso e voglio dirlo. Non sono una persona mediatica, non amo i social, non faccio esibizione del mio privato. E questa storia mi fa solo stare male. Ma quello che è uscito è la pura verità», ha replicato la denunciante.