Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
C’era una volta un emirato dalla pelle spessa e dalla carne amara. Lo ripetevano con quel sorriso da brochure di lusso, mentre i droni iraniani solcavano il Golfo: noi no, noi siamo duri, mordeteci pure, vi resta l’amaro in bocca. Bel claim. Funzionava benissimo, finché qualcuno non si è messo a contare i missili. Perché i conti, alla fine, non tornavano.
I dubbi circa lo stop degli attacchi iraniani sugli Emirati
Nell’ultimo mese l’Iran ha rovesciato missili e droni su Kuwait e Bahrain con la metodicità di chi timbra il cartellino. E sugli Emirati? Silenzio. L’ultimo colpo diretto è del 4 maggio, il porto di Fujairah, e da allora nulla. Strano, per il bersaglio che a inizio guerra era stato preso a sassate più di chiunque altro. Strano che la furia di Teheran, così democratica nel distribuire spavento ai vicini, avesse improvvisamente sviluppato un occhio di riguardo proprio per i feroci leoni del deserto. Il mistero è durato esattamente fino al 12 giugno, quando Reuters ha messo nero su bianco la spiegazione più antica del mondo. Gli Emirati avrebbero accettato di sbloccare miliardi di dollari per l’Iran. Quattro le fonti citate. Una «tactical shift», la chiamano i diplomatici con quel pudore lessicale che serve a non dire la parola giusta. La parola giusta sarebbe pizzo. Dieci miliardi secondo due fonti, oltre tre già consegnati; 20 secondo altre due, in cambio dello stop agli attacchi contro Abu Dhabi. La pelle spessa, scopriamo, regge benissimo ai droni. Molto meno al bonifico.

L’ipotesi dello sblocco dei fondi congelati e la smentita di Abu Dhabi
Reuters dice di non essere riuscita a stabilire da dove vengano questi soldi: se siano emiratini, se arrivino da conti iraniani congelati da tempo dentro il sistema bancario degli Emirati, o se piovano da altrove. Prendiamo l’ipotesi numero due, la più maliziosa e la più probabile. Significa che Mohammed bin Zayed Al Nahyan, il grande stratega del Golfo, l’uomo che gioca a scacchi mentre gli altri giocano a dama, si sarebbe comprato l’immunità restituendo a Teheran soldi che erano già di Teheran. Tenuti in cassaforte, e ora ridati al mittente con tanto di inchino. Non un riscatto: una restituzione mascherata da generosità. Chapeau, davvero. Naturalmente è arrivata la smentita. Sabato mattina, categorica, indignata. Nessun fondo iraniano rilasciato, nessun trasferimento, falso tutto. A completare il quadretto, un funzionario emiratino ha offerto la versione poetica: la nostra politica estera è guidata dalla de-escalation, dalla riduzione delle tensioni, dalla pace duratura. Tradotto dal diplomatichese: paghiamo. Ma paghiamo bene, con musica di sottofondo e una citazione sulla stabilità regionale. Perché un conto è cedere al ricatto, un altro è cedere al ricatto facendo finta di essere Gandhi.

Così è finita la favola dell’emirato indomito
Il punto non è la viltà o presunta tale. Perché comprarsi la pace sarebbe perfino saggio quando l’alternativa è vedersi spegnere le raffinerie. Se fosse confermata la notizia, il punto semmai è la sceneggiata che l’ha preceduta. Mesi a vendere la favola dell’emirato indomito, del partner affidabile, dello scoglio su cui si infrange l’onda persiana, mentre nello stesso identico arco di tempo si apriva un canale dorato per convincere quell’onda a infrangersi cortesemente altrove. Su Kuwait e Bahrain, per esempio, che non avevano evidentemente la liquidità giusta per negoziare la propria tranquillità. Due Stati che pagano il conto di chi se l’è cavato pagando. Ed è questa la firma del personaggio, se è davvero come sembra. Lo stratega che ammirano in mezzo mondo, l’uomo dei dossier e delle visioni a 30 anni, alla resa dei conti fa una sola mossa: tira fuori il libretto degli assegni. Avrebbe tradito i vicini lasciandoli sotto tiro per affidarsi all’unico linguaggio che ha mai parlato davvero, quello del denaro. Possibilmente non suo. È una lungimiranza tutta particolare: quella di chi vede lontano solo fin dove arriva il bonifico.
La mossa di MBZ potrebbe aver oliato la diplomazia trumpiana
Il contesto, perché nessuno pensi a una bizzarria isolata, è la fase finale del memorandum tra Washington e Teheran. La firma è prevista per il 19 giugno a Ginevra, sul tavolo ci sono l’estensione della tregua e la riapertura di Hormuz. Dentro questa cornice, la mossa emiratina, vera o ancora in negoziato, è il lubrificante finanziario che avrebbe permesso alla diplomazia di Trump di incontrare le pretese di sicurezza iraniane senza che i due ego in gioco abbiano dovuto cedere nulla in pubblico. Qualcuno doveva mettere i soldi sul tavolo perché la pace fosse “merito” di tutti. Indovinate chi si è offerto, con quale entusiasmo, e con quali soldi.

Resta una cautela. Le fonti potrebbero aver fotografato una trattativa e non un fatto compiuto; la smentita, per quanto goffa, andrà battuta su una conferma indipendente della prima tranche prima di chiudere il cerchio. Ma il movente c’è, l’occasione c’è, e soprattutto c’è quel buco di un mese nel calendario degli attacchi che nessun comunicato sulla pelle spessa riuscirà mai a riempire. Per ora accontentiamoci della lezione, che è vecchia quanto il Golfo. Il coraggio si grida, la paura si tace, e la differenza tra i due la versa una banca. Gli Emirati l’hanno capito prima di tutti, come sempre. Solo che stavolta, forse, l’hanno pagata con i contanti di chi li stava bombardando. Pelle spessa, sì. Ma il portafoglio, quello, l’hanno aperto subito.



































Via le quote: le donne vogliono arrivare ai vertici perché sono brave non perché devono riempire una casella prevista per legge! 




