La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha presentato al Dicastero per la Dottrina della Fede una richiesta di revoca del decreto con cui la Santa Sede ha dichiarato la scomunica latae sententiaedei quattro vescovi lefebvriani Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, così come di Alfonso de Galarreta che il primo luglio li ha ordinati in assenza di mandato pontificio, e di Bernard Fellay, che ha partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come co-consacrante.
Su cosa si basa la richiesta dei lefebvriani
L’istanza, che è stata depositata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X l’11 luglio, si fonda sul canone 1734 del Codice di diritto canonico, che consente a chi si ritenga leso da un decreto di chiederne, entro 10 giorni dalla notifica, la revoca o la modifica prima di poter proporre un eventuale ricorso gerarchico. In un comunicato diffuso dalla Casa generalizia di Menzingen (quartier generale internazionale della Fraternità Sacerdotale San Pio X), i lefebvriani sostengono di aver agito «in spirito di rispetto verso l’autorità ecclesiastica». Tutto questo dopo aver proceduto con le consacrazioni nonostante l’opposizione del Vaticano, dunque sostanzialmente rifiutandone l’autorità. A scisma avvenuto, il Superiore generale Davide Pagliarani aveva definito le sanzioni della Santa Sede «oggettivamente ingiuste e invalide». Adesso la richiesta di revoca delle scomuniche, tramite gli strumenti previsti dal diritto canonico.
Il Vaticano ha scomunicato latae sententiae i quattro vescovi lefebvriani Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier e Alfonso de Galarreta, che li ha consacrati a Écône, in Svizzera, in assenza di mandato pontificio e «contro la volontà del Sommo Pontefice», così come Bernard Fellay, che ha partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come co-consacrante.
La nota del Dicastero per la Dottrina della Fede
«Nonostante le ammonizioni rivolte al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il vescovo Alfonso de Galarreta, avendo compiuto un atto di natura scismatica mediante la consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice, è incorso ipso facto nelle pene previste dal can. 1387 e dal can. 1364 1 CIC 2021», si legge in una nota del Dicastero per la Dottrina della Fede, firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández. Fellay, avendo aderito pubblicamente all’atto scismatico, è incorso nella scomunica prevista dal can. 1364 1 CIC 2021. Il Vaticano poi avverte: «Per quanto concerne i fedeli laici, sono da ritenersi scismatici e scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X». Questo vale anche per i chierici. La nota sottolinea inoltre che i sacramenti amministrati «illecitamente», penitenza e matrimonio «sono invalidi». Nella comunicato si legge anche: «La Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con sincero affetto e viva sollecitudine tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione. I Nunzi Apostolici disporranno delle procedure che gli Ordinari potranno utilizzare nei diversi casi. Si esortano, infine, tutti i fedeli a rimanere saldi nella comunione con il Romano Pontefice, con i Vescovi in comunione con lui e con tutta la Chiesa e ad astenersi dal partecipare alle celebrazioni e attività promosse dalla suddetta Fraternità Sacerdotale San Pio X».
Si è consumato lo scisma tra la Chiesa cattolica e i lefebvriani, da decenni in rotta con la Santa Sede per il rifiuto delle riforme del Concilio Vaticano II. Nel corso di una cerimonia nella cittadina svizzera di Écône, presieduta da Alfonso de Galarreta – assistito da Bernard Fellay – sono stati infatti consacrati i primi quattro vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X: don Pascal Schreiber (Svizzera), don Michael Goldade (Stati Uniti), don Michel Poinsinet de Sivry e don Marc Hanappier (Francia). La cerimonia è stata trasmessa in diretta streaming. Papa Leone XIV aveva provato fino all’ultimo a evitare lo scisma, lanciando anche un accorato appello.
L’appello di papa Leone XIV, caduto nel vuoto
«Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi! Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione», aveva detto Leone XIV in una lettera a don Davide Pagliarani, Superiore Generale dei lefebvriani. Il 28 giugno il gruppo tradizionalista aveva ordinato cinque sacerdoti e quattro diaconi.
Chi sono i lefebvriani e i motivi della rottura col Vaticano
Con 800 chiese sparse in tutto il mondo la Fraternità sacerdotale San Pio X, fondata nel 1970 dall’arcivescovo Marcel Lefebvre con l’obiettivo dichiarato di preservare la liturgia tradizionale, è (o meglio era) la più grande realtà del cattolicesimo tradizionalista non pienamente regolarizzata dal Vaticano. Nel 1988, nonostante un accordo con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, Lefebvre ritenne insufficienti le garanzie ricevute per la sopravvivenza della Fraternità e, sempre a Écône, agì unilateralmente consacrando come oggi quattro nuovi vescovi. La Santa Sede a quel punto dichiarò la scomunica automatica dei protagonisti dell’ordinazione. Diventato papa come Benedetto XVI, Ratzinger nel 2009 revocò la scomunica di Giovanni Paolo II ai quattro vescovi consacrati da Lefebvre, senza però riconoscere automaticamente alla Fraternità San Pio X una piena posizione canonica nella Chiesa.
Dal rimpianto per l’età perduta in cui Pio IX si opponeva alle istanze risorgimentali della Repubblica romana all’odio per il ‘68, annus horribilis che ha sconvolto l’ordine costituito. Dalla rievocazione nostalgica dell’imperatore Costantino che sconfisse il paganesimo e unì il trono all’altare alla Rivoluzione francese – considerata l’origine di tutti i mali moderni – e all’esaltazione di quella Vandea che vi si oppose nel nome del sacro cuore di Gesù. Così, su e giù per li rami della storia, si potrebbe proseguire per individuare facilmente ciò che più è amato e detestato dagli ultra-tradizionalisti della Fraternità di San Pio X, ovvero i lefebvriani.
La Fraternità di San Pio X a caccia di massima visibilità mediatica
Il primo luglio, il gruppo scismatico più noto della Chiesa cattolica si appresta a ordinare quattro nuovi vescovi senza l’autorizzazione del Papa, cosa che porterà alla scomunica immediata sia di chi effettua l’ordinazione sia dei nuovi vescovi: lo svizzero don Pascal Schreiber, 53 anni, ordinato sacerdote nel 1998; l’americano Michael Goldade, originario del North Dakota e cresciuto a St. Marys, in Kansas; e i due francesi, don Michel Poinsinet de Sivry, 42 anni, e don Marc Happier, di appena 36. È noto che Roma non gradisce questi colpi di teatro, né tantomeno dover produrre pubblicamente un nuovo atto di scomunica, o rendere nota la distanza – ormai abissale – con gruppi come i lefebvriani. Tuttavia, la Fraternità che ha sede in Svizzera, a Econe, ha impostato la propria strategia per giocare di sponda con i “niet” del Vaticano fin dall’inizio dello scorso febbraio, quando era stata annunciata la nomina dei quattro nuovi vescovi, per arrivare all’appuntamento del primo luglio con il massimo di attenzione mediatica. D’altro canto, come dichiarato lo scorso 13 maggio dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero vaticano per la Dottrina della Fede, visto che le ordinazioni non hanno il corrispondente mandato pontificio, il «gesto costituirà un atto scismatico e l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa». Parole che suonano come un ultimo avvertimento.
Il cardinale Victor Manuel Fernandez e don Davide Pagliarani, inviato della Fraternità sacerdotale San Pio X (Ansa).
La ricostruzione della gerarchia interna
Parlando con i giornalisti il 16 giugno scorso, Papa Leone si è soffermato proprio sul possibile scisma dei lefebvriani spiegando che le divisioni nella Chiesa portano «dolore». Si è poi appellato alla Fraternità affinché si fermasse in tempo per scongiurare una nuova scomunica anche se la Chiesa, aveva concluso, «deve andare avanti». L’ultimo appello dei lefebvriani a Prevost, invece, è datato 24 giugno: con una lettera aperta inviata al Pontefice e ai «cardinali della santa Chiesa» alla vigilia del concistoro straordinario tenutosi venerdì e sabato scorsi in Vaticano, avevano formulato «una professione integrale di fede cattolica». Resta tuttavia esclusa l’adesione al Concilio Vaticano II. «La scelta e la consacrazione di questi eletti», ha messo in chiaro il superiore della Fraternità, l’italiano don Davide Pagliarani, «non procedono da alcuna volontà di rivendicare un potere di giurisdizione o di stabilire un’autorità parallela nella Chiesa. Esse non costituiscono in alcun modo una negazione, un rifiuto o una sfida lanciata al potere di giurisdizione supremo, plenario e immediato del Vicario di Cristo sulla Chiesa universale». Sarà, eppure sembra esattamente il contrario. Dietro l’azione dei lefebvriani, va detto, c’è anche la necessità di ricostruire una propria gerarchia, dopo che due dei quattro vescovi ordinati da monsignor Marcel Lefebvre nel 1988 (atto che comportò la prima scomunica comminata da Giovanni Paolo II) sono morti: si tratta dell’inglese Richard Williamson, scomparso lo scorso anno ed espulso dalla stessa Fraternità per le sue reiterate affermazioni negazioniste della Shoah, e del francese Bernard Tissier de Mallerais deceduto nel 2024. Restano lo svizzero Bernard Fellay, a lungo superiore generale dell’organizzazione, e lo spagnolo Alfonso de Galarreta.
Don Davide Pagliarani nel 2009 (Ansa).
Gli attriti tra Vaticano e lefebvriani
I punti di attrito fra il Vaticano e il gruppo che si riconosce nella tradizione dura e pura erano e sono noti: l’ecumenismo, il dialogo interreligioso (a cominciare da ebraismo e islam), la concezione di una Chiesa più sinodale e meno rigidamente piramidale, quindi il tema dell’autorità, del ruolo dei laici e delle donne nella vita ecclesiale, della rinuncia al clericalismo come funzione principale dell’organizzazione del potere nella Chiesa, senza contare il sorgere all’interno del cattolicesimo contemporaneo di quelle correnti come la teologia della liberazione, che denunciano le ingiustizie sociali in nome del Vangelo. Non solo. Tra i temi divisivi ci sono quello della libertà religiosa, oltre ad alcuni aspetti rilevanti della riforma liturgica. Quest’ultima, peraltro, non può essere considerata l’unico ostacolo, dal momento che la celebrazione della messa secondo il rito antico continua a essere possibile in determinate forme e a determinate condizioni previste dalla Chiesa.
L’istituto S. Pio X della confraternita dei padri lefebvriani (Ansa).
Pochi giorni fa, Leone XIV aveva già fatto intendere che la piena accettazione del Concilio Vaticano II è una delle condizioni per risolvere la situazione. Resta dunque da capire – a meno di colpi di scena dell’ultimo momento – se le consacrazioni del prossimo primo luglio in contrasto con le indicazioni di Leone XIV segneranno una nuova fase di irrigidimento nelle relazioni fra Santa Sede e i lefebvriani, oppure rappresenteranno l’ennesimo capitolo di una frattura che continua da 40 anni e che va ben oltre la messa in latino, diventando a tutti gli effetti una dissidenza politica e culturale, nonché interpretativa sul ruolo della Chiesa in questo tempo.
Papa Leone ha nominato prefetto del dicastero per il Servizio dello sviluppo umanointegrale la reverenda Alessandra Smerilli, finora segretario del medesimo dicastero, che diventa così la terza prefetta in Vaticano. La donna assumerà l’incarico il primo settembre 2026. Il Santo Padre ha altresì nominato pro-prefetto dello stesso dicastero, con incarico speciale per il Centro di alta formazione Laudato si’, il cardinale Fabio Baggio, finora sotto-segretario. Anch’egli entrerà in carica dal primo settembre 2026.
Le altre nomine di Papa Leone
Leone ha inoltre nominato:
monsignor Jozef Barlaš segretario del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale;
monsignor Marco Mellino segretario del dicastero per i Testi legislativi;
monsignor Lucio Adrián Ruiz segretario del Dicastero per il Servizio della carità;
il laico Massimo Ralli sottosegretario del dicastero per il Servizio della carità.
Una strana coppia si aggira per l’Europa: è quella costituita dal premier spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, e da Papa Leone XIV. I due sulla carta non potrebbero apparire più lontani ma nella realtà stravolta della politica internazionale di questa stagione storica sembrano avere bisogno l’uno del sostegno dell’altro. In tal senso la visita di Leone in Spagna è densa di significati.
Pedro Sanchez accoglie Papa Leone XXIV (Ansa).
Sanchez e il Psoe nella bufera giudiziaria
Per Sanchez non è esattamente un periodo sereno. Il suo partito, il suo entourage, per non parlare di qualche vecchio leader come José Luis Rodriguez Zapatero, sono finiti al centro di una tempesta giudiziaria che rischia di portare alla caduta dell’esecutivo. Sanchez nel giro di pochi mesi è così passato dal ruolo di possibile leader della sinistra globale (come dimostra la convention progressista tenutasi a Barcellona lo scorso aprile) a elemento scomodo nel panorama politico europeo. Almeno finché le inchieste dei giudici proseguiranno. Sanchez vede nella visita in Spagna di Papa Leone la possibilità di spostare l’attenzione mediatica dalla questione giudiziaria ai temi che hanno, in parte, segnato la sua azione politica. D’altro canto, il pontefice aveva e ha un disperato bisogno di leader con i quali giocare di sponda per tentare di ridare fiato alla diplomazia negli scenari di guerra e di rimettere al centro del dibattito il tema della povertà, delle crescenti diseguaglianze economiche, del cambiamento climatico che sta facendo aumentare i flussi migratori.
Il faccia a faccia tra Sanchez e Prevost (Imagoeconomica).
L’avvicinamento cominciato da Francesco e continuato da Leone
Certo è che quello che sta andando in scena in Spagna, tra il Psoe – uno dei partiti europei tradizionalmente più anticlericali – e la Santa Sede – è un film inedito. Il franchismo ha infatti lasciato dietro di sé gli strascichi di un conflitto tra chi combatteva la dittatura da posizioni laiche e un cattolicesimo tradizionalista che si identificava con la destra reazionaria spagnola. C’è voluto il pontificato di Francesco per cominciare a cambiare il clima, con le nomine di diversi vescovi – fra i quali quelli di Madrid e Barcellona – di area più progressista, e comunque più aperti al cambiamento. E, per quanto non siano finiti del tutto gli scontri fra settori anticlericali della sinistra iberica e la Chiesa, la situazione sta rapidamente mutando. Inutile dire che il Papa americano ha avuto un’accoglienza trionfale in Spagna, proprio perché rappresenta la continuità con Francesco.
Leone XIV in visita al Parlamento spagnolo (Ansa).
Al centro dell’incontro migranti, rifugiati e polarizzazione politica
Per queste ragioni, il 27 maggio scorso, Sanchez è stato ricevuto in Vaticano, e l’8 giugno, nella nunziatura apostolica di Madrid, ha avuto un faccia a faccia con Prevost, subito prima dello storico discorso del pontefice il parlamento (le Cortes). Un discorso che ha avuto al centro il tema delle migrazioni, l’accoglienza dei rifugiati e la difesa dei diritti umani dei più vulnerabili. Un lungo passaggio è stato dedicato alla necessità di superare l’eccessiva polarizzazione politica, sia in Spagna sia a livello internazionale. Certo, il Papa ha ribadito le posizioni classiche della Chiesa contro aborto ed eutanasia, ma il cuore del suo intervento è stata l’affermazione della tutela della dignità umana in tutte le sue declinazioni, sfuggendo così a interpretazioni ideologiche e riproponendo per intero l’insegnamento del Vangelo.
Papa Leone al Congresso spagnolo (Ansa).
Sanchez, da parte sua, in un comunicato diffuso dalla Moncloa, ha sottolineato come «la visita papale consolida le relazioni bilaterali e consente di compiere progressi su due priorità condivise da entrambe le parti: la cooperazione in materia di migrazione e l’impegno per la pace e la stabilità internazionale». Secondo il governo, questo nuovo incontro tra il capo dell’esecutivo e Leone XIV rappresenta il culmine dell’agenda di accordi siglati negli ultimi anni con la Chiesa cattolica, tra cui l’esumazione di Francisco Franco dal mausoleo di Cuelgamuros e il trasferimento delle spoglie nella tomba di famiglia nel cimitero di Mingorrubio-El Pardo, il patto sulla registrazione degli immobili, l’eliminazione di alcune esenzioni fiscali e, infine, l’accordo per il risarcimento delle vittime di abusi sessuali.
Felipe VI e Letizia di Spagna con Papa Leone e Pedro Sanchez (Imagoeconomica).
I punti di contatto tra governo spagnolo e Santa sede
A seguito del discorso del Papa al Congresso, il ministro della Presidenza, della giustizia e dei Rapporti con le Cortes, Félix Bolaños, responsabile anche dei rapporti del governo con la Chiesa cattolica, ha sottolineato che l’impegno di Prevost «per la pace, il multilateralismo, la dignità di tutte le persone, compresi i migranti, e il modo in cui dovrebbero essere accolti, è stato molto chiaro». «È stato un discorso molto coraggioso che ci interpella tutti, sia nel governo che in Parlamento», ha ribadito. Il ministro ha poi confermato che «il governo è assolutamente in linea» con lo «storico» discorso del Papa. E ha celebrato «l’inequivocabile successo della visita». L’aborto e l’eutanasia restano punti di disaccordo, vero. Ma Bolaños ha mostrato rispetto per la posizione della Chiesa cattolica – una novità – e si è concentrato sugli accordi firmati negli ultimi cinque anni. «Ci sono divergenze, ma le affrontiamo con rispetto, ascoltando e cercando di comprenderci a vicenda», ha tenuto a sottolineare. Preferendo evidenziare l’accordo «assolutamente senza precedenti» sulle riparazioni per le vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa.
La storia sembra uscita dal Codice da Vinci, ma la penna non è quella di Dan Brown. Tutto parte da Papa Leone XIV che alla presentazione dell’enciclica Magnifica Humanitas, dedicata all’intelligenza artificiale, ha voluto seduto vicino Christopher Olah, cofondatore di Anthropic insieme a Dario Amodei.
Pope Leone XIV con Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (Ansa).
Proprio in questi giorni la società di Olah sta facendo tremare la BCE. Tanto che lunedì 26 maggio Christine Lagarde ha convocato un meeting urgente con le banche dell’area euro per lanciare l’allarme su Claude Mythos, il nuovo modello di IA targato Anthropic, che sarebbe in grado di individuare le vulnerabilità dei sistemi delle banche, quelle falle finora nascoste da cui potrebbero entrare i cybercriminali: chi lo ha, può gestire il futuro del mondo finanziario. Solo alcuni privilegiati di Wall Street hanno testato Claude Mythos, a cominciare da Jp Morgan, e questo ha fatto drizzare le antenne a Francoforte che ha esortato gli statunitensi a condividere le informazioni a cui finora le controparti europee non hanno avuto accesso.
Christine Lagarde (Ansa).
Ma che c’entra Papa Leone XIV in tutto questo? A sentire alcuni cardinali c’entra eccome. Non solo perché «in teologia magari non sarà ferratissimo ma è un matematico di prim’ordine che conosce la tecnologia meglio di tutti gli altri, tra i Sacri palazzi», ma anche per il suo interesse nella finanza. Prevost ha profondamente riformato lo IOR con ottimi risultati visto che il bilancio 2025 si è chiuso con un utile di 51 milioni di euro, in crescita del 55 per cento rispetto al 2024, anche grazie a una «gestione attiva e disciplinata dei portafogli». Bene, si mormora che Claude Mythos sarebbe già entrato tra le mura digitali dell’Istituto per le Opere di Religione. Se fosse confermato, la finanza vaticana avrebbe un vantaggio enorme rispetto a quella italiana ed europea. Non a caso molti porporati concordano sul fatto che «far diventare Papa uno che di numeri ci capisce davvero è stata proprio un’ottima scelta». Sotto questa luce, quel «camminare insieme» pronunciato da Olah al cospetto di Leone, assume tutto un altro significato.
Christopher Olah (Ansa).
Vannacci, Alemanno e la “presa” di Roma
Gianni Alemanno uscirà dal carcere tra un mese e ad aspettarlo, politicamente si intende, ci sarà Roberto Vannacci. Il movimento Indipendenza dell’ex sindaco di Roma ha infatti stretto un’alleanza con Futuro Nazionale, il partito del generale che il 13 e il 14 giugno all’Auditorium della Conciliazione celebrerà l’assemblea costituente. L’obiettivo del patto di ferro? Dare vita «a un polo sovranista, identitario e nazional popolare». Caso vuole che proprio il 13 giugno, a Roma, sia stata indetta una manifestazione nazionale per la remigrazione, promossa dal comitato Remigrazione e conquista, sotto il cui ombrello si muovono CasaPound, Veneto Fronte Skinheads e Brescia ai Bresciani. Il generale saluterà i “patrioti” in marcia sulla Capitale?
Gianni Alemanno (Imagoeconomica).
Tra i protagonisti dell’alleanza Alemanno-Vannacci oltre a Ramona Castellino, sorella dell’ex leader di Forza Nuova Giuliano (attualmente a Rebibbia come Alemanno), ci sono anche i futuristi Riccardo Corsetto – un passato di responsabile dell’ufficio stampa del Delegato del sindaco di Roma alle Politiche agricole e di militanza prima nella Lega e poi in FdI – e Marco Pomarici, presidente dell’Assemblea capitolini ai tempi di Alemanno, che è stato forzista, leghista e meloniano prima di essere folgorato dalla folgore Vannacci. A quanto pare una folgorazione ricambiata: si sussurra che Pomarici possa essere il candidato futurista per le Comunali a Roma, in caso in cui il generalissimo decida di non entrare nella coalizione di centrodestra. O non venisse invitato a farne parte.
Il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, è atteso per giovedì 7 maggio in Vaticano. Lo scopo dell’incontro con Leone XIV, in agenda per le 11.15 del mattino, è raffreddare il clima fin troppo acceso dello scontro fra Casa Bianca e Santa Sede delle scorse settimane. Il presidente Donald Trump, seguito da esponenti della sua Amministrazione – dal viceJD Vance al segretario della Difesa Pete Hegseth – ha infatti preso di mira Prevost per aver espresso la sua netta contrarietà all’intervento militare degli Usa in Iran. Dopo giorni di attacchi personali rilanciati anche da canali tv e media del mondo MAGA, sembrava però che la strategia fosse cambiata. Inviare Rubio in Italia anche per riportare il conflitto pubblico con la Chiesa di Roma in un abito istituzionale sembrava la scelta giusta per spegnere uno dei focolai politici che incendiano la scena politica americana.
Marco Rubio e alle sue spalle Pete Hegseth (Ansa).
Il nuovo attacco di Trump e la risposta di Leone
Tuttavia, rispondendo a un istinto profondo, e forse a malumori crescenti verso le istituzioni cattoliche a stelle e strisce che si sono schierate compatte con Leone, Trump non ha mollato la presa e, conversando con il conduttore Hugh Hewitt della rete conservatrice Salem NewsChannel, ha rincarato la dose: «Penso che il Papa stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone. Lui pensa che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare. Beh, è di Chicago, deve imparare parecchie cose…». Un nuovo attacco frontale al Pontefice, che dimostra ancora una volta come il capo della Casa Bianca si muova calpestando costantemente la grammatica istituzionale.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Dal canto suo Leone ha replicato che «la missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace». «Chi mi critica per annunciare il Vangelo», ha aggiunto, «lo faccia con la verità. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi non c’è nessun dubbio. Spero semplicemente di essere ascoltato per il valore della parola di Dio». Il tutto è avvenuto alla vigilia della visita di Rubio in Italia e in Vaticano. Così la missione del segretario di Stato (cattolico e con ambizioni presidenziali) rischia di essere azzoppata in partenza. Certo non mancheranno le buone maniere diplomatiche, ma è chiaro che rimarrà una certa freddezza nelle relazioni fra Casa Bianca e Santa Sede.
«L’influenza normativa» del Papa va oltre la religione
Un osservatore attento delle vicende vaticane come il gesuita padre Antonio Spadaro, ex direttore di Civiltà cattolica, in un commento scritto per l’agenzia cattolica asiatica Ucanews, descrivendo il ruolo del Papa nell’attuale scenario internazionale in relazione alla visita di Rubio, ha sottolineato: «La Santa Sede è un attore diplomatico singolarmente peculiare: non dispone di una forza militare, non esercita una significativa influenza economica, eppure esercita una sorta di influenza normativa – una capacità di rimodellare la grammatica morale del conflitto – enormemente sproporzionata rispetto al suo peso materiale». Così «quando Papa Leone XIV dichiara che la guerra è impensabile, o moralmente indifendibile, non sta semplicemente esprimendo un’opinione religiosa. Sta ridefinendo i confini di ciò che si può dire nella vita pubblica, con reali ripercussioni sulle alleanze, sull’opinione pubblica globale e sulla legittimità percepita di qualsiasi potenza che aspiri a presentarsi come forza di stabilità».
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).
I nuovi vescovi Usa anti-Trump
Forse il tentativo di Trump è quello di intimorire il Pontefice a suon di interventi imbarazzanti e attacchi personali, ma difficilmente Prevost cederà di fronte a tutto questo. Di certo, gli ultimi segnali arrivati dal Vaticano non vanno in questa direzione. Si consideri, infatti, che fra i nuovi vescovi americani nominati dal Papa ci sono il nuovo ausiliario di Washington, il reverendo 46enne Robert Paul Boxie III, cappellano di Harvard, che aveva duramente criticato lo smantellamento dei programmi sulla diversità, equità e inclusione (DEI), e un difensore degli immigrati come monsignor Evelio Menjivar-Ayala. Nato in El Salvador, il nuovo vescovo di Wheeling-Charleston, West Virginia, arrivò da clandestino negli Usa nel 1990 e ha ottenuto la cittadinanza nel 2006. Una scelta che rafforza il messaggio del Papa sull’immigrazione: i nuovi arrivati, quando accolti e integrati, possono contribuire alla crescita del nuovo Paese in cui vivono. D’altro canto, il pontefice sta nominando vescovi originari dell’America Latina e del Sud-Est asiatico, Paesi dai quali è forte l’immigrazione diretta negli Stati Uniti, segno inequivocabile di una visione opposta a quella dell’amministrazione repubblicana protagonista di una violenta campagna di espulsioni accompagnata da una chiusura ermetica delle frontiere.
“Not everybody comes here with the intention to do harm.”
At 20, Evelio Menjivar-Ayala crossed into the U.S. undocumented, fleeing civil war—“a journey marked by uncertainty, fear, but also hope.” He came with “a great desire to work hard… to contribute to the well-being of… pic.twitter.com/8BgbeY2nxS
— EWTN News In Depth (@EWTNNewsInDepth) May 4, 2026
Il messaggio di Prevost alle Charities americane
La Casa Bianca ha inoltre cancellato anche i programmi tradizionalmente confermati dai presidenti Usa – democratici e repubblicani – di accoglienza verso un certo numero di richiedenti asilo ogni anno, con particolare attenzione a chi proveniva da Paesi in guerra. Programmi storicamente finanziati dalla Casa Bianca, che vedevano le istituzioni cattoliche in prima fila nella gestione dei rifugiati. Non a caso il Pontefice ha ricevuto in Vaticano, un paio di giorni fa, il Consiglio Direttivo di Catholic Charities Usa, l’articolata e forte rappresentanza delle organizzazioni caritative cattoliche che svolgono un ruolo centrale nella rete dell’assistenza sociale negli States. Rivolgendosi dunque alle Charities americane, il Papa ha affermato che nell’esercizio del loro ministero è necessario cercare «di trovare soluzioni a situazioni disumane, di alleviare la sofferenza di individui e famiglie e di alleggerire il fardello di quanti sono oppressi da difficoltà e conflitti. In tutte queste circostanze deve essere la carità di Cristo a spingervi nel vostro lavoro quotidiano». «Vale a dire», ha aggiunto, «il desiderio di portare ad altri aiuto materiale con l’amore e il cuore di Gesù, perché è in quell’amore che troveranno sollievo autentico e rispetto della loro dignità». Un messaggio chiaro per chi, alla Casa Bianca e dintorni, gioca a sostituirsi a Cristo in qualche meme, improvvisa lezioni di teologia e brandisce la Bibbia come fosse un randello.
Nel conflitto apertosi fra il Papa e Donald Trump non ci sono solo i due protagonisti – che certo attirano il grosso dell’attenzione mediatica per ovvie ragioni – ma contano pure tutta una serie di personalità tutt’altro che secondarie. Si tratta delle rispettive squadre, fra cardinali e uomini chiave dell’amministrazione, che hanno alimentato lo scontro o il confronto, inedito, fra Casa Bianca e Santa Sede.
Papa Leone XIV e Donald Trump.
I vescovi americani compatti con Prevost
Di certo senza precedenti è il declino delle relazioni fra Chiesa di Roma e amministrazione repubblicana. Se tutto era cominciato già con Francesco all’epoca del primo mandato del presidente Trump – ma in quel caso le diffidenze erano state attribuite un po’ superficialmente soprattutto all’origine sudamericana del Papa argentino – pochi immaginavano che si arrivasse ai ferri corti con un Pontefice nato a Chicago.
Donald Trump e Papa Francesco (Imagoeconomica).
Eppure Prevost, che pure ha passato lunghi anni e della propria esperienza ecclesiale in Perù, forse è stato scelto proprio per questo dai suoi confratelli cardinali in Conclave. Non tanto perché in quanto americano poteva essere un buon interlocutore per il tycoon, ma al contrario, proprio perché statunitense, poteva contrastarne meglio politiche e metodi. Con Prevost, a differenza di quanto avvenne con Bergoglio, i vescovi Usa si sono schierati come un sol uomo dalla sua parte. Non solo quelli tradizionalmente “liberal”, ma anche diversi esponenti considerati più vicini al fronte repubblicano.
Papa Prevost (Imagoeconomica).
La squadra dei porporati: da Broglio a Gomez
A cominciare dall’ex presidente della conferenza episcopale Usa, mons. Timothy Broglio, ordinario militare, che si è spinto a ipotizzare l’obiezione di coscienza da parte di militari in caso di attacco Usa alla Groenlandia; ha poi duramente criticato la caccia agli immigrati in scuole e chiese. D’altro canto, la politica migratoria trumpiana ha suscitato ampie proteste nella chiesa d’Oltreoceano; e anche un altro arcivescovo ‘conservatore’ come Josè Gomez, non a caso originario del Messico, titolare della diocesi di Los Angeles, una delle più grandi del Paese, ha puntato il dito contro i metodi usati dalle forze di sicurezza in modo indiscriminato contro chi lavora e vive in negli Stati Uniti da molti anni. Più classica la presa di posizione di tre cardinali progressisti contro la politica estera della Casa Bianca, contestata nel merito e nel metodo. Si tratta di Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington e di Joseph Tobin, capo della diocesi di Newark che hanno firmato un documento comune.
La linea diplomatica di Parolin con Gallagher e Giordano Caccia
La cattura di Nicolas Maduro, senza che il Venezuela avviasse una transizione verso la democrazia, lo strangolamento economico imposto a Cuba, l’appoggio acritico a Benjamin Netanyahu nella distruzione di Gaza, il tentativo di svuotare definitivamente le Nazioni Unite da qualsiasi ruolo attivo nella risoluzione delle crisi internazionali e, infine, la guerra di aggressione all’Iran, sono altri capitoli del dissenso della Chiesa cattolica rispetto al modus operandi di Trump e dei suoi più stretti collaboratori. D’altro canto, i vescovi Usa giocano di sponda con il Vaticano dove il capo della diplomazia del Papa, il cardinale Pietro Parolin in questi mesi ha sapientemente tracciato la linea politico-diplomatica da seguire. «La risposta alla crisi dell’ordine internazionale, generata da un rinnovato orientamento all’uso della forza e dal dileggio delle regole del diritto internazionale, può trovarsi solo nel delineare percorsi concreti di pace, fatti di principi, regole e strutture garanti dell’ordine tra le Nazioni», spiegava lo scorso 27 aprile il cardinale. Al suo fianco troviamo l’inglese mons. Paul Gallagher quale Sostituto per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato; insieme a loro la rete dei nunzi apostolici che costituisce un riferimento essenziale in questa vicenda, a cominciare da quello negli Usa appena nominato il 7 marzo scorso e proveniente dall’incarico di rappresentante vaticano alle Nazioni Unite: monsignor Gabriele Giordano Caccia.
Il fronte della Casa Bianca: dal ‘teologo’ Vance a Paula Cain
Sul fronte opposto, ovvero quello della Casa Bianca, sono diversi gli esponenti dell’amministrazione Trump che si sono scatenati dopo che il presidente ha deciso di rompere gli indugi e attaccare frontalmente Leone XIV. Anche perché il rischio intravisto dall’establishment trumpiano è quello di perdere una parte del voto cattolico – decisivo per la vittoria di The Donald alle Presidenziali – in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre. Ma non è affatto detto che la strategia di assaltare la Santa Sede produca gli effetti sperati. Fra i falchi di questa battaglia, c’è senz’altro il vicepresidente JD Vance, neoconvertito al cattolicesimo, che ha cercato di contrastare Leone tirando fuori l’argomento della «guerra giusta» contro i regimi autoritari (quale appunto l’Iran), come argomento teologico del quale il papa non avrebbe tenuto conto.
Con lui, c’è il capo del Dipartimento di Stato, Marco Rubio, cattolico, di origini cubane. Rimasto ai margini delle polemiche, Rubio ha però in mente la «reconquista» dell’isola caraibica e non molla la presa dell’embargo economico-energetico puntando al sovvertimento del regime castrista. Si prosegue con Pete Hegseth, capo del Pentagono, protestante d’assalto, che per giustificare il conflitto in corso in Iran si è abbandonato a una citazione biblica, ma invece delle Scritture ha citato Pulp fiction. Una gaffe niente male.
Secretary of War Pete Hegseth quotes a fake Pulp Fiction Bible verse during Pentagon sermon
Da rilevare poi, sempre in tema religioso, il ruolo diPaula White, capa dell’Ufficio della fede presso la Casa Bianca, nota telepredicatrice evangelica che promuove il Vangelo della prosperità. A lei si devono, ad esempio, le immagini che ritraggono Trump raccolto in preghiera circondato da pastori evangelici nello Studio Ovale. Anche in questo caso il tentativo è quello di non perdere quella parte del voto MAGA che non vede di buon occhio l‘interventismo internazionale di Trump ed è fortemente legato a un fondamentalismo religioso di origine protestante. Da ultimo tuttavia, a polemizzare apertamente con il Papa, ci si è messo Tom Homan, il cosiddetto “zar delle frontiere”, cattolico di formazione e interprete della linea dura contro gli immigrati. Homan ha invitato Leone a occuparsi di ciò che non va nella Chiesa lasciando da parte la politica. Una menzione, infine, merita anche Steve Bannon, ex uomo forte del primo mandato di Trump, per la sua lunga opposizione a Bergoglio e poi a Prevost.
Giro di nomine all’interno della Santa Sede. Leone XIV ha scelto il nuovo sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato – una sorta di “ministro degli Interni” del Vaticano – affidando l’incarico all’arcivescovo Paolo Rudelli, 55 anni, sacerdote dal 1995 e incardinato a Bergamo. Laureato in teologia morale, dal 2023 era nunzio apostolico in Colombia su nomina di Papa Francesco, che lo aveva ordinato arcivescovo nel 2019. Nel 2020 era stato inviato nello Zimbabwe, dopo un’esperienza a Strasburgo da osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa.
Peña Parra nunzio in Italia, Rajič prefetto della Casa Pontificia
Il pontefice ha poi provveduto alla nomina di Edgar Peña Parra come nunzio apostolico in Italia e nella Repubblica di San Marino. Dal 2015 guidava la nunziatura apostolica in Mozambico, partecipando anche al gruppo di mediazione per ristabilire la pace tra governo nazionale e partito politico di opposizione. Nato nel 1960, diplomatico di lungo corso con esperienze anche in Kenya, Jugoslavia, Honduras e Messico, Peña Parra è stato anche sostituto, secondo latino-americano a ricoprire l’incarico dopo l’argentino Leonardo Sandri. Il ruolo di nunzio in Italia era stato, dal 2024, ricoperto dall’arcivescovo Petar Rajič, che ora diventa nuovo prefetto della Casa Pontificia. Un incarico rimasto vacante dal 2023, quando l’arcivescovo Georg Gänswein aveva concluso il suo mandato per poi essere nominato nunzio nei Paesi del Baltico (Lettonia, Estonia, Lituania).
L’Istituto per le Opere di Religione (Ior) ha annunciato che il lussemburghese François Pauly è stato nominato prossimo presidente del Consiglio di Sovrintendenza: la scelta è stata approvata dalla Commissione Cardinalizia il 28 gennaio. Succederà a Jean-Baptiste Douville de Franssu, che ricopre l’incarico dal 2014: l’attuale presidente resterà in carica fino alla riunione del Consiglio prevista per il 28 aprile, quando saranno approvati i risultati finanziari dello Ior al 31 dicembre 2025.
Chi è François Pauly
Pauly è membro del Consiglio di Sovrintendenza dal 2024 e, come sottolinea lo stesso Ior in una nota, «vanta una solida esperienza nel settore finanziario». Ha iniziato la carriera in ambito bancario alla fine degli Anni 80, ricoprendo nel corso dei decenni incarichi di primo piano in diversi Paesi europei. In Italia è stato vice amministratore delegato di Dexia Crediop nel biennio 2002-2003. In seguito è stato ceo di Banque Internationale à Luxembourg (2011-2016) e membro del cda del Fondo Pensioni Vaticano (2017-2021). Nel board di diverse società nei settori assicurativo, bancario e dell’asset management in Lussemburgo, Svizzera e Belgio, Pauly è attualmente presidente di La Luxembourgeoise Group e fa parte della Commissione per gli Affari Economici dell’Arcidiocesi di Lussemburgo.
La Corte d’appello vaticana ha decretato la«nullità relativa» del primo grado del processo Becciu, in cui il cardinale era stato condannato per peculato e truffa legati all’acquisto opaco di un immobile di lusso al 60 di Sloan Avenue a Londra. L’operazione, avvenuta tra il 2014 e il 2018 con fondi della Segreteria di Stato, ha causato perdite stimate in oltre 139 milioni di euro. A distanza di oltre un anno (la condanna risale a dicembre 2023), la Corte ha ordinato la «rinnovazione del dibattimento» e il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio.
Accolto il ricorso delle difese che avevano eccepito errori procedurali
Processo da rifare dunque, anche se non da zero. I giudici hanno infatti precisato che «non dichiarano la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado, del dibattimento come della sentenza. Questi infatti mantengono i propri effetti». Il nuovo giudizio, dunque, tiene formalmente in vita le condanne di primo grado, che però verranno inevitabilmente superate dal processo che riparte dall’Appello. Tutto è partito dal ricorso delle difese, che avevano eccepito errori procedurali nel dibattimento. La questione riguarda, tra i vari rilievi, il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del promotore di giustizia. Le parti dovranno comparire il 22 giugno 2026 per stabilire il calendario delle udienze.
La difesa del porporato: «Soddisfatti»
Così i difensori di Angelo Becciu, gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo: «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto».
Papa Leone XIV, il primo pontefice statunitense, deve vedersela con un presidente megalomane e per alcuni pericoloso come Donald Trump. Forse anche per questo è stato eletto dai suoi confratelli cardinali l’8 maggio scorso, un po’ come avvenne con Giovanni Paolo II all’epoca della Cortina di ferro. Il paragone non è azzardato, considerati gli attriti crescenti fra la Chiesa cattolica e la Casa Bianca, e la posizione assunta dalla Santa Sede sulla politica estera Usa, sulla quella migratoria e sui tagli agli aiuti internazionali, al settore sanitario e ai servizi sociali. Fra l’altro il gelo fra Chiesa cattolica e Casa Bianca rischia di diventare un serio problema per il partito repubblicano in vista delle elezioni di midterm, soprattutto se si tiene presente che il voto cattolico favorì in modo determinante Trump nella corsa elettorale del 2024.
Donald Trump (Ansa).
I richiami del Papa: da Cuba al trattato sulle armi nucleari
Il clima insomma è tutt’altro che sereno. Lo si è visto anche domenica scorsa quando all’Angelus il Papa ha parlato della crisi fra gli Stati Uniti e Cuba, invitando «tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano». Il riferimento era alla decisione della Casa Bianca di impedire a qualsiasi petroliera di raggiungere Cuba. Una stretta che sta mettendo in ginocchio la già fragile economia dell’isola caraibica. Trump ha successivamente accennato a un possibile accordo con L’Avana, ma di certo dopo l’operazione Maduro, la preoccupazione Oltretevere che si possa arrivare a un’escalation militare con conseguenze pesanti per la popolazione civile è tangibile. Tanto che nelle prossime settimane i vescovi cubani saranno ricevuti in visita ad limina apostolorum da Leone. Pressoché inascoltato è stato poi l’appello del pontefice per il rinnovo del New Start, l’ultimo trattato sulle armi nucleari rimasto in vigore tra Russia e Stati Uniti. Giovedì 5 febbraio è scaduto, anche se ci sarebbero ancora margini per una proroga. «È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti», aveva detto Leone.
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).
Parolin in difesa del diritto internazionale
Non solo. Il Segretario di Stato Pietro Parolin aveva chiesto a più riprese ai leader mondiali di rispettare il diritto internazionale e di non rinunciare al multilateralismo, considerati requisiti essenziali per risolvere le crisi globali. L’esatto opposto della politica trumpiana, volta ad affermare la supremazia americana in termini economici e militari. Anche la richiesta arrivata dagli Usa al Vaticano di entrare a far parte del board of pace ha lasciato piuttosto fredda la Santa Sede, non ultimo per via del progetto – in sé discutibile – di trasformare la Striscia in una riviera turistica di lusso.
Il cardinale Pietro Parolin (Imagoeconomica).
Le critiche della Chiesa dopo le violenze dell’Ice
Al di là dei problemi internazionali, è all’interno degli Stati Uniti che il conflitto con la Chiesa sta diventando dirompente, in particolare dopo le operazioni condotte dall’Ice (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. Le violenze hanno suscitato proteste in tutto il Paese, e la voce di vescovi, cardinali ed esponenti del laicato cattolico si è levata con decisione contro la Casa Bianca, tanto che 300 leader cattolici hanno chiesto al Congresso che l’agenzia paramilitare non venga rifinanziata. Un appello che si aggiunge alla critica di tre cardinali statunitensi – Robert McElroy, Blase Cupich e Joseph Tobin, arcivescovi di Washington, Chicago e Newark – contro l’aggressiva politica estera del tycoon. «È chiaro che dobbiamo tornare a comprendere cosa significhi la dignità umana», ha affermato Cupich all’emittente Ms Now affrontando poi il nodo della crisi interna degli Stati Uniti scaturita dalle violenze dell’Ice contro i migranti o chiunque è sospettato di esserlo in base al colore della pelle. «Insultare, riferirsi alle persone come parassiti, animali o spazzatura», ha aggiunto il porporato, «ci mette davvero in una posizione molto difficile in questo Paese». Il cardinale si è quindi spinto a un parallelo con il nazismo. Parlando in occasione del Giorno della Memoria, ha ricordato che l’Olocausto «non è iniziato con i campi di concentramento, ma con le parole. Penso che dobbiamo tenerlo a mente e imparare dalla storia che le parole contano».
Nel suo primo viaggio in Africa, che però non è stato ancora pianificato, papa Leone XIV visiterà l’Angola, Paese che fu colonia portoghese e dove oltre la metà della popolazione è di fede cattolica. Lo ha detto l’arcivescovo Kryspin Witold Dubiel, nunzio apostolico nella nazione dell’Africa meridionale. Il diplomatico ha confermato che il pontefice ha accettato gli inviti sia dei vescovi cattolici dell’Angola che del presidente João Lourenço. Tempi, itinerario e programma della visita sono in fase di definizione.
Papa Leone XIV ha ricevuto in Vaticano María Corina Machado, esponente di primo piano dell’opposizione venezuelana e Premio Nobel per la Pace 2025. L’incontro, reso noto dalla Sala Stampa della Santa Sede e inserito tra gli impegni ufficiali della giornata, è avvenuto su richiesta della stessa Machado. Fondatrice e guida del movimento Vente Venezuela, l’attivista è da tempo impegnata nella denuncia delle violazioni dei diritti democratici nel Paese sudamericano. Dopo essere fuggita dal Venezuela per partecipare a Oslo alla cerimonia del Nobel a dicembre 2025, in seguito al sequestro e al trasferimento a New York di Maduro, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha escluso una sua eventuale ascesa alla guida del Paese, annunciando comunque che incontrerà la leader dell’opposizione «martedì o mercoledì» e chiarendo che una grazia per Maduro non è «uno scenario possibile».
L’appello di Machado e l’appello del Pontefice per il Venezuela
Già a ottobre 2025 Machado aveva chiesto al Pontefice di intervenire presso il governo di Caracas per favorire la liberazione dei detenuti politici. Negli ultimi giorni, infatti, diverse scarcerazioni sono state disposte dalle autorità venezuelane, tra cui anche quelle degli italiani Alberto Trentinie Mario Burlò, come annunciato dal presidente dell’Assemblea Nazionale Jorge Rodríguez, fratello della vicepresidente e presidente facente funzioni Delcy Rodríguez. Durante l’Angelus del 4 gennaio, Papa Leone XIV aveva richiamato l’attenzione sulla crisi venezuelana, affermando di seguirne gli sviluppi «con animo colmo di preoccupazione» e sottolineando che «Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica».
Papa Leone XIV ha convocato il suo primo Concistoro straordinario. I lavori si svolgono mercoledì 7 e giovedì 8 gennaio 2026 in Vaticano, a porte chiuse, con la partecipazione dei membri del Collegio cardinalizio. Al centro delle due giornate ci sono i principali nodi del pontificato: la Evangelii gaudium e la missionarietà della Chiesa, l’attuazione della costituzione apostolica Praedicate Evangelium, il ruolo della Curia romana nel rapporto con le Chiese particolari, la sinodalità e la liturgia. L’obiettivo, spiega la Santa Sede, è favorire un discernimento comune e offrire consiglio al papa nel governo della Chiesa universale.
Cos’è il Concistoro e come funziona
Concistoro del 2024 (Imagoeconomica).
Il Concistoro è una riunione ufficiale del papa con il Collegio dei cardinali. Il termine viene dal latino consistorium, cioè seduta, assemblea, consiglio. Può essere ordinario o straordinario e serve a consultare i porporati su questioni di particolare rilievo per la Chiesa. Non è un organo deliberativo, ma consultivo: le decisioni restano prerogativa del pontefice, che utilizza il confronto come strumento di orientamento e sostegno. A differenza del concistoro ordinario, a quello straordinario partecipano tutti i cardinali. Il confronto avviene a porte chiuse e non produce votazioni o documenti vincolanti. Il Collegio cardinalizio conta oggi 245 cardinali: 122 elettori, con meno di 80 anni, e 123 non elettori. Dal 5 gennaio, con il compimento degli 80 anni del cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, i non elettori hanno superato numericamente gli elettori per la prima volta nella storia della Chiesa.
A cosa serve il Concistoro
Il Concistoro serve a mettere il papa nelle condizioni di confrontarsi direttamente con i cardinali sui passaggi più delicati della vita della Chiesa. È uno strumento di consultazione e ascolto: il Pontefice espone orientamenti, priorità e problemi aperti, e raccoglie valutazioni, osservazioni e suggerimenti dai membri del Collegio cardinalizio. Nel caso dei Concistori straordinari, l’obiettivo è affrontare temi di particolare rilevanza pastorale e istituzionale, che incidono sull’assetto della Chiesa universale. Durante questo tipo di assemblea possono anche essere creati dei nuovi cardinali. Nei 10 concistori convocati da papa Francesco, sono stati creati 163 cardinali, dei quali 133 elettori (al momento della nomina). Tra questi, c’era il futuro papa Leone XIV.
Alle 9.41 di martedì 6 gennaio, Papa Leone XIV ha chiuso la porta santa della Basilica di San Pietro, atto conclusivo del Giubileo 2025 dedicato alla speranza. Il rito si è svolto nell’atrio della basilica, davanti a circa tremila fedeli riuniti in piazza San Pietro e a numerose autorità civili e religiose. Dopo la recita della preghiera di ringraziamento per l’Anno Santo – «Si chiude questa Porta Santa, ma non si chiude la porta della tua clemenza», la formula prevista dal rito – il Pontefice si è avvicinato alla soglia, si è inginocchiato e ha sostato per alcuni istanti in silenzio. Quindi ha chiuso personalmente i due grandi battenti di bronzo, segnando la fine ufficiale del Giubileo indetto da Papa Francesco. La muratura vera e propria della porta, tuttavia, avverrà in forma privata tra circa dieci giorni.
La messa della cerimonia di chiusura del Giubileo (Ansa).
Al Giubileo hanno partecipato oltre 33 milioni di pellegrini
Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, oltre a esponenti del governo e delle istituzioni. Dopo il rito, Leone XIV ha presieduto la messa della solennità dell’Epifania all’interno della Basilica vaticana e, a mezzogiorno, reciterà l’Angelus dal loggione centrale. Il Giubileo 2025 si chiude con numeri rilevanti: oltre 33 milioni di pellegrini arrivati a Roma da tutto il mondo, in una staffetta inedita tra Papa Francesco, che aveva aperto la Porta Santa il 24 dicembre 2024, e Leone XIV. L’evento più partecipato è stato quello dei primi di agosto, rivolti ai giovani, con più di un milione di pellegrini.
Nel corso dell’Angelus, papa Leone XIV ha parlato anche della situazione in Venezuela. «Seguo gli sviluppi con animo colmo di preoccupazione», ha detto il pontefice. «Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione». Rivolgendosi ai fedeli in piazza San Pietro, Leone XIV ha poi detto che bisogna rispettare «i diritti umani e civili di ognuno e di tutti» e lavorare «per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione di stabilità e di concordia con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica».
Papa Leone XIV ha celebrato la messa di Natale nella Basilica di San Pietro. Dal pontificato di Paolo VI la celebrazione diurna del 25 dicembre era stata generalmente affidata a un cardinale, mentre il Papa presiedeva solo la benedizione Urbi et Orbi di mezzogiorno. L’ultimo pontefice a officiare personalmente la messa del giorno di Natale era stato Giovanni Paolo II nel 1994. Durante l’omelia, il Papa ha richiamato l’urgenza di farsi carico delle sofferenze dell’umanità, citando Papa Francesco: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza».
Papa Leone XIV in piazza San Pietro (Ansa).
Dopo questo passaggio, Leone XIV si è espresso sulla situazione a Gaza: «Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città? Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire».
Papa Leone XIV: «Preghiamo per il martoriato popolo ucraino»
Nella benedizione Urbi et Orbi il Pontefice riserva un pensiero anche per l’Ucraina: «Al Principe della Pace affidiamo tutto il continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso».
Papa Leone XIV ha convocato il primo concistoro straordinario del suo pontificato, che si terrà il 7 e l’8 gennaio 2026. L’ha confermato la Sala Stampa della Santa Sede, aggiungendo che l’incontro con i cardinali sarà caratterizzato da momenti di comunione e fraternità, nonché da tempi dedicati alla riflessione, alla condivisione ed alla preghiera. Tali momenti, si legge nel comunicato, «saranno orientati a favorire un discernimento comune e a offrire sostegno e consiglio al Santo Padre nell’esercizio della sua alta e gravosa responsabilità nel governo della Chiesa universale». Il concistoro intende rafforzare la comunione tra il vescovo di Roma e i cardinali, chiamati a collaborare in modo particolare alla sollecitudine per il bene della Chiesa.