Venture Forum 2026, Roma si candida come hub del venture capital nel Mediterraneo

Si è tenuta mercoledì 22 luglio 2026 la quinta edizione del Rome Venture Forum, l’appuntamento dedicato al venture business e all’economia dell’innovazione promosso da Roma Startup in collaborazione con Sace, l’export credit agency italiana. L’evento ha riunito alcuni tra i principali investitori privati e istituzionali italiani ed europei della filiera dell’innovazione, rappresentanti di fondi di venture capital, grandi imprese e partner dell’ecosistema startup, in un confronto sullo stato del mercato nel 2026 e sul ruolo di Roma come piattaforma di attrazione per capitali e talenti, anche in una prospettiva mediterranea.

Carnovale: «Polo a Roma per cogliere le opportunità del Mediterraneo»

Ad aprire i lavori è stato Gianmarco Carnovale, presidente di Roma Startup, che ha richiamato l’etimologia della parola “venture”, dal latino adventura, ciò che deve ancora accadere, per ricordare come Roma sia stata storicamente una delle grandi piattaforme di innovazione e di scala della storia: «Il sistema italiano del venture capital ha bisogno di completare il suo ciclo di maturazione, dopo la sua genesi tardiva rispetto agli altri Stati Ue, e questo passa per almeno due fattori. Da una parte deconcentrare il settore attraverso il consolidamento di un secondo polo nazionale centrato su Roma, per cogliere le opportunità del Centro-Sud e del Mediterraneo. Dall’altra proseguire nell’allocazione di capitale di natura pubblica all’interno del settore, proseguendo nel solco del governo Draghi e dell’Unione europea, per accompagnare senza interruzioni o incertezze gli investimenti lungo l’arco temporale tipico con cui i fondi vc portano i risultati, che è nell’ordine di 10-15 anni – durante i quali non si può fermare il sostegno perché sarebbe come smettere di irrigare un campo a metà tra il momento della semina e quello del raccolto».

Pignotti: «Ecosistema più integrato per unire imprese, investitori e istituzioni»

Michele Pignotti, amministratore delegato di Sace, ha richiamato lo stretto legame tra internazionalizzazione, missione dell’azienda e innovazione, citando il fenomeno che gli economisti definiscono learning by exporting – le aziende che competono sui mercati internazionali crescono e innovano più velocemente di quelle che restano sui mercati domestici. «Per rafforzare la competitività del nostro Paese», ha dichiarato, «è necessario costruire un ecosistema sempre più integrato, capace di mettere in relazione imprese innovative, investitori e istituzioni e di accompagnare le realtà a maggiore potenziale dalla fase di avvio fino alla crescita sui mercati internazionali». E ancora: «Il venture capital svolge un ruolo fondamentale nel trasformare idee, competenze e tecnologie in imprese solide e competitive. Sace può accompagnarne il successivo percorso di sviluppo sostenendo gli investimenti, mitigando i rischi e facilitando l’accesso ai mercati globali. Favorire l’incontro tra capitali pubblici e privati, investitori istituzionali e nuove imprese significa trasformare il potenziale innovativo italiano in crescita concreta, occupazione qualificata e opportunità per le nuove generazioni».

Gualtieri: «A Roma un innovation campus su aerospazio, difesa e AI»

Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, ha citato i dati del Global cities index di Kearney sull’attrattività delle città, secondo cui Roma è salita di 19 posizioni negli ultimi anni, entrando nella top 10 europea come prima città italiana. Il primo cittadino ha collegato il risultato agli investimenti in corso sull’innovazione digitale dell’amministrazione – dal 5G di nuova generazione all’impiego dell’intelligenza artificiale nei servizi comunali – e ha ribadito l’ambizione di realizzare in città un innovation campus di dimensioni paragonabili alle maggiori esperienze europee e internazionali, con un focus su quantum computing, aerospazio e difesa, life science e intelligenza artificiale. «Oggi è importante incontrare gli attori dell’innovazione a Roma», ha dichiarato, «perché la città sta diventando un ecosistema dell’innovazione sempre più ricco. Tutto questo deve fare squadra, deve fare sistema, perché noi possiamo attrarre talenti invece di esportarli, possiamo investire il risparmio che produciamo copiosamente nella nostra città, nel nostro Paese».

La destra cercava l’egemonia culturale, ma ha trovato Vannacci

Il “momento Vannacci” sembra non finire più. Anzi, è in corso un’operazione di egemonia culturale vannaccizzante, complice anche la cronacaccia nera. Il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori, è diventato materiale di contesa elettorale estrema ed estremizzante. La destra ha già deciso, vannaccianamente parlando, da che parte stare. Forza Italia cerca di distinguersi, ma dentro il partito di Antonio Tajani c’è anche chi si smarca dalla linea di partito (favorevole alla grazia) e dice di non voler firmare alcunché, vedi Tommaso Calderone, convinto peraltro che non serva a niente lanciare appelli pubblici e che la grazia, lo dice la legge, spetta al presidente della Repubblica.

La destra cercava l’egemonia culturale, ma ha trovato Vannacci
Tommaso Calderone (Imagoeconomica).

Tutti a rincorrere l’ex generale

Il “momento Vannacci” dura e perdura. A destra a Bologna – senza nemmeno aver capito bene la dinamica dei fatti – ci si schiera in difesa della polizia. Non si tratta però di difendere nessuno, bensì di accertare le responsabilità. Il generale in pensione ci sguazza, continua a crescere, le responsabilità politiche di Matteo Salvini, suo ex demiurgo, crescono con l’aumentare dei consensi di Futuro nazionale. Il “momento Vannacci” è un sentimento, non soltanto una fase. Chissà quanto durerà. Oltretutto, è così trasversale che nessuno può fare a meno di occuparsene. Se Vannacci parla di sicurezza, attiva una risposta anche a sinistra, dove però abbondano i problemi su un tema sentito anche dai cittadini e dagli elettori di sinistra. Un tema «divisivo» come si direbbe con una parolaccia. Se Vannacci parla di Russia, attiva il cortocircuito del campo largo, con Giuseppe Conte pronto a putinizzarsi in tempo zero. Se parla di Decima MAS, vecchio classico della campagna elettorale vannacciana, attiva il cortocircuito della destra che non ha fatto i conti con la destra della destra. Insomma, il “momento Vannacci” è imprescindibile, sia che il generale in pensione faccia parte del destra-centro sia che non ne faccia parte.

La destra cercava l’egemonia culturale, ma ha trovato Vannacci
Matteo Salvini (Ansa).

Vannacci ha contaminato il dibattito pubblico, a destra e a sinistra

Ha ormai vinto lui, perché ha contaminato il dibattito pubblico di destra e di sinistra. Peraltro si capisce benissimo che vorrebbe stare dentro il destra-centro, d’altronde lo egemonizzerebbe bene, creando non pochi problemi a chi per ruolo non può estremizzarsi più di tanto. L’Italia è quel Paese in cui non si può fare la rivoluzione perché tanto ci conosciamo tutti; è stato così per tutti i migliori dinamitardi politici della Repubblica, chissà se varrebbe anche per Vannacci. Non è ancora chiaro tuttavia se Giorgia Meloni sia disponibile – pare di no, visto che Vannacci vota contro il governo, ma è tutto possibile – a imbarcare l’ex militare, abituato più a dare ordini e comandare che a seguire le direttive.

La destra cercava l’egemonia culturale, ma ha trovato Vannacci
Roberto Vannacci nel corso di un evento in Comune a Pescara (foto Ansa).

Dopo Trump, ecco il campione nostrano della slopaganda

D’altronde il capo è lui. Vuole essere anche il capo della slopaganda con quel video fatto con l’intelligenza artificiale in cui nei panni di imperatore romano ordina la morte per dei finti Schlein e Conte. Sicché, si capisce, dopo Donald Trump il generale in pensione vuole diventare anche il capo della memetica, nel senso dei meme. La politica nel 2026 si fa anche con l’intelligenza artificiale, anche in maniera grossolana.

Il “momento Vannacci” così rischia di rimanere fra noi a lungo, perché mancano soluzioni creative ed efficaci per contrastarne il proseguimento. Il leader di Futuro nazionale in ogni caso gode di un invidiabile vantaggio politico: può ancora crescere, richiamando al voto ex elettori della destra ed elettori populisti che avevano smesso di crederci. Finché non arriverà il prossimo leader estremista, beninteso, chissà magari uno della Gen Z, già nativamente pronto per la repubblica dei meme.

Simest, i risultati del primo semestre 2026: investimenti per circa 6 miliardi 

Il Consiglio di amministrazione di Simest, la società del Gruppo Cdp per l’internazionalizzazione delle imprese italiane, presieduta dal professor Vittorio de Pedys, ha approvato i risultati del primo semestre 2026. In un contesto internazionale caratterizzato da persistenti elementi di complessità e da una crescente domanda di strumenti a supporto della competitività, Simest conferma il proprio ruolo di partner strategico delle imprese italiane nei percorsi di crescita sui mercati esteri. Nel periodo in oggetto la società ha sostenuto investimenti per circa 6 miliardi di euro, in crescita del 20 per cento rispetto ai primi sei mesi del 2025. Prosegue anche l’ampliamento della platea delle imprese supportate. con circa 1.900 imprese imprese, di cui oltre 1.100 nuove aziende, a conferma della capacità di raggiungere un numero crescente di realtà che investono nella crescita internazionale. Circa il 90 per cento dei clienti è rappresentato da piccole e medie imprese.

Cresce il supporto all’export

Il semestre evidenzia una crescita diffusa delle principali attività della società. Il supporto all’export – gestito attraverso il Fondo 295/73 in convenzione con il mnistero degli Esteri – ha raggiunto 4,8 miliardi di euro, con un incremento del 15 per cento rispetto al primo semestre 2025, confermando il ruolo di Simest nel favorire la competitività delle imprese italiane sui mercati internazionali. Particolarmente significativa la performance della finanza agevolata – gestita attraverso il Fondo 394/81 in convenzione con il ministero degli Esteri – che ha registrato finanziamenti per circa 1 miliardo di euro, in crescita del 112 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a testimonianza dell’efficacia degli strumenti pubblici a sostegno degli investimenti per l’internazionalizzazione.

Utile netto a 7 milioni

Prosegue anche il rafforzamento della solidità patrimoniale, con un patrimonio netto di circa 340 milioni di euro, in crescita del 4 per cento rispetto al primo semestre 2025. Il risultato lordo raggiunge circa 10,4 milioni di euro, in crescita del 15 per cento, mentre l’utile netto si attesta a circa 7 milioni di euro, con un incremento dell’8 per cento.

Processo Filo conduttore a Catania, cinque condanne e tre assoluzioni

Il gup di Catania ha emesso cinque condanne e tre assoluzioni, con la trasmissione di atti alla procura, nell’ambito del processo col rito abbreviato relativo all’operazione Filo conduttore della Guardia di finanza, che ipotizzava una serie di bancarotte per agevolare il clan Pillera Puntina. Il giudice ha condannato Domenico Lombardo a tre anni di reclusione e a cinque anni ciascuno Santo Finocchiaro, Antonio Messina, Antonio Zingale e Silvestro Zingale. Assolti da ogni accusa Giuseppe Alessandro Aloisio, Luca Bianco e Alessandro Musumeci. Il gup ha disposto delle assoluzioni da alcune contestazioni per i cinque imputati condannati. Per Lombardo, che è stato assolto per le ipotesi di bancarotta post-fallimentare e di riciclaggio, è stato disposto il dissequestro e la restituzione dei beni. Disposta invece la confisca delle disponibilità finanziarie in sequestro della società Af e TeleNet. Il giudice ha infine trasmesso copia degli atti alla procura sui rapporti fra Sielte e il clan Pillera-Puntina e su un dipendente dell’impresa.

Ue, scelto l’italiano Carlo Comporti per la presidenza dell’Esma

Il Consiglio Ue ha scelto, nel corso della riunione degli ambasciatori dei 27, l’italiano Carlo Comporti come candidato alla presidenza dell’Esma, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati. La scelta non costituisce un via libera definitivo ma va confermata dal Parlamento europeo. Comporti ha avuto la meglio sulla danese Karen Dortea Abelskov. Entrambi sono membri del board dell’Esma.

Giorgetti: «Abbiamo vinto, è quattro mesi che ci lavoro»

Soddisfatto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che, alla Camera, ha annunciato ai cronisti la notizia prima che arrivasse la comunicazione ufficiale: «Abbiamo vinto, è quattro mesi che ci lavoro. Anche se il processo non è ancora concluso, il voto decisivo di oggi è un riconoscimento alla persona e all’Italia». «L’Esma», ha aggiunto, «ricopre un ruolo strategico e in futuro è destinata a svilupparsi come Consob europea. Sono soddisfatto per il risultato di oggi, frutto del metodo di lavoro che adottiamo dall’inizio di questa legislatura e conferma della ritrovata credibilità in Europa del nostro Paese e del governo».

Attentato a Ranucci, il Riesame conferma arresti e metodo mafioso

Il tribunale del Riesame di Roma ha confermato le quattro misure cautelari e l’aggravante del metodo mafioso per i quattro accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato a Sigfrido Ranucci avvenuto il 16 ottobre del 2025. Respinte infatti le istanze presentate dalle difese che chiedevano l’annullamento delle misure e il non riconoscimento del metodo mafioso. Rimangono dunque in carcere Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e ai domiciliari Marica De Filippi. Tutti e quattro sono accusati a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Quest’ultima viene contestata per diverse ragioni, la prima delle quali rinvenuta nella forza intimidatoria del gesto (aver piazzato l’ordigno davanti al cancello della casa del giornalista). A rafforzare il riconoscimento del metodo mafioso c’è poi il fatto che l’attentato sia stato organizzato su commissione di un mandante, per ora ritenuto dalla procura il giornalista Valter Lavitola, pur se rimane oscuro il movente.

Iachetti senza freni augura la morte a Schillaci e attacca Vannacci, Salvini e Meloni

È polemica per le ultime uscite di Enzo Iachetti che, durante un incontro pubblico a Pratovecchio (Arezzo) nell’ambito della rassegna «Naturalmente Pianoforte» organizzata da Andrea Scanzi, ha sparato a zero contro i leader del centrodestra arrivando persino ad augurare la morte a un ministro.

Gli attacchi contro Vannacci, Meloni e Salvini

Il primo a finire nel mirino è stato Roberto Vannacci: «Vorrei che i pomodori in Puglia in agosto venissero raccolti da quelli che vogliono la remigrazione. Io vorrei vedere la faccia di Vannacci sudare a un euro netto all’ora. E vorrei vederlo asfaltare le strade di notte a 40 gradi, perché io non vedo mai un bianco farlo. Non c’è un bianco che asfalta le strade di notte a 40 gradi». Poi è toccato a Matteo Salvini: «Vorrei che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti provasse un giorno a salire su un Frecciarossa, in seconda classe. Deve essere lì quando il treno si ferma tra Parma e Bologna per quattro ore senza aria condizionata, non in executive, dove l’aria condizionata funziona sempre». Non è stata risparmiata nemmeno la premier Giorgia Meloni: «Mi piacerebbe sapere cosa risponderà questa signora, questa mamma, tra 20 anni, a sua figlia che leggerà sui libri di storia di 25 mila bambini ammazzati, a volte trucidati, a cui sono state tagliate le gambe. Che leggerà di coloni che spaccano i crocifissi e che uccidono le persone. E questa bambina ormai adulta andrà a chiederle: “Mamma, ma quell’anno lì non eri il presidente del Consiglio? E perché non hai mai detto un cazzo su queste cose? Io sogno questo momento, peccato che tra 20 sarò già all’inferno».

«Vorrei vedere Schillaci morire mentre aspetta una tac»

Infine l’attacco più grave, quello al ministro Orazio Schillaci: «Vorrei vedere il ministro della Sanità andare in ospedale e avere bisogno di una tac o di una risonanza magnetica e sentirsi rispondere “Ci dispiace, la prima libera è tra otto mesi”. E allora voglio vederlo morire prima come succede in tanti casi».

I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano

I maligni dicono che ne dimostra di più. Ma intanto a Roma sono stati festeggiati i 60 anni, tondi tondi, di Roberto Gualtieri, il sindaco della Capitale, che da tempo sfoggia sorrisi a tutta bocca. Lui scherza: «Ho preso confidenza con il mestiere». Un’affermazione che lo lancia direttamente nella campagna elettorale per le Comunali del 2027. La sua agenda sembra non terminare mai, anche in pieno luglio: al mattino una conferenza stampa per presentare il nuovo bando per la refezione scolastica, nell’Esedra del Marco Aurelio, nei Musei Capitolini, per poi tornare in ufficio. Quindi, nel pomeriggio, in uno dei luoghi più caldi di Roma, al Gazometro in via Ostiense, ecco Gualtieri che partecipa alla giornata conclusiva del Dock Startup Lab 2026, “academy per founder di startup”, con la presentazione dei 10 team più promettenti e innovativi emersi tra 150 talenti selezionati da oltre 60 università e centri di ricerca. In realtà al sindaco interessano ben altri profili promettenti: quelli adatti al nuovo volto del Pd romano.

Il nuovo capogruppo che ha battuto diversi candidati

Tra riunioni, telefonate, incontri quando il sole è già calato, Giovanni Zannola è stato indicato come nuovo capogruppo in Campidoglio, in sostituzione dell’uscente Valeria Baglio, diventata nel frattempo la nuova assessora alle Attività produttive. I candidati erano numerosi: Riccardo Corbucci, Antonella Melito, Andrea Alemanni (quello che in Campidoglio vanta il soprannome di “mister Beautiful”), Giammarco Palmieri. Alla fine l’ha spuntata Zannola, presidente della commissione Mobilità, laureato in psicologia dell’educazione e dello sviluppo, nato a Ostia (che è lo stesso territorio del pluriassessore Alessandro Onorato) dove è cresciuto come militante politico nella Sinistra giovanile, di cui è stato anche segretario.

I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano

Nel Pd a Roma c’è preoccupazione perché «mancano le donne», e in tempi di quote rosa e parità di genere l’argomento è serio: la partecipazione alla politica da questa parte è scarsa, «perché nella Capitale tutte quelle che fanno carriera militano a destra, anche per merito di Giorgia Meloni». E in effetti la squadra di Gualtieri è formata, a maggioranza assoluta, da uomini: lui dice che «sta studiando il tema», ma dimentica che il suo problema principale è un altro, e lo notano nello stesso Pd. E cioè «che piace ai poteri forti ma meno ai cittadini».

Piste ciclabili e lavori in corso, quanti grattacapi

I problemi quotidiani infatti non mancano, a partire dalle piste ciclabili ai Parioli e sull’Appia Antica, che hanno azzerato il consenso della gauche caviar. Per non parlare del dissesto del trasporto pubblico, con autobus introvabili (spesso appaiono attese da 40 minuti, e non in periferia ma a due passi dal centro) e fermate della metropolitana come Lepanto, proprio quella accanto al tribunale civile, chiuse per lavori. Senza dimenticare i danni provocati dai cantieri, come la tubatura dell’acqua bucata facendo gli scavi in viale Mazzini, a due passi dalla Corte dei Conti. Tutti questi guai fanno la felicità del forzista Simone Baldelli, che imita ogni giorno sui social Gualtieri, con tanto di caschetto in testa.

«Il mio desiderio è rivoluzionare Roma», dice Gualtieri, e guardando il “bombardamento” cantieristico, con piazza Venezia invasa dai silos di Webuild per costruire la metropolitana (fino a quando resteranno lì? 2034?) con il conseguente blocco del traffico per riuscire a sorpassare l’area, ci è già riuscito. Aver occupato la poltrona di ministro del Tesoro è stata un’esperienza utile per Gualtieri, che in quel periodo ha conosciuto i big dell’economia e della finanza, senza dimenticare i contatti che erano stati creati da europarlamentare, voluto da Massimo D’Alema.

I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
Roberto Gualtieri e Massimo D’Alema (foto Imagoeconomica).

«Non è uno che ha fatto zig zag tra le correnti del partito, perché Gualtieri è un gualtieriano», dice, ridendo, un vecchio esponente della sinistra romana, che ricorda il sindaco per la sua professione, quella di storico, con tanto di pennacchio accademico, che poi gli servì per “entrare nel giro” della fondazione dedicata ad Antonio Gramsci, cara a D’Alema e soprattutto alla moglie Linda Giuva.

«Nell’ultimo anno ho perso 15 chili, mi sento in forma»

Poi non si poteva fare a meno di mettersi in fila davanti a Goffredo Bettini, a stare al tavolo con Nicola Zingaretti, e con tutto quel “corpaccione” della sinistra romana che ha saputo, con un anticipo di molti anni rispetto alla scena nazionale, dare vita a quel campo largo che oggi appare un’impresa disperata, per le elezioni politiche 2027. «Ho un mix di energia e di esperienza. Nell’ultimo anno ho perso 15 chili, mi sento in forma», sentenzia Gualtieri. In fondo è ancora giovane, non dia retta ai maligni. Anche perché, secondo una militante, se sembra più vecchio «è solo colpa della calvizie, perché se Roberto avesse i capelli sarebbe quasi un ragazzo». Forse il volto giovane e nuovo del Pd è già lui.

Trovato morto a Parigi Siad, presunto reclutatore di Epstein

Daniel Siad, presunto reclutatore del pedofilo Jeffrey Epstein, è stato trovato morto nella sua casa vicino a Parigi. Lo ha annunciato la procura confermandolo a Le Parisien. L’uomo, 69 anni, di origine algerina ma con cittadinanza svedese e francese, era sospettato di reclutare giovani modelle per consegnarle al pedofilo americano. Cinque donne hanno sporto denuncia contro di lui. La morte è avvenuta lunedì 20 luglio 2026 a Colombes (Hauts-de-Seine), apparentemente per arresto cardiaco. La sua coinquilina, una donna di 28 anni, lo ha trovato privo di sensi in cucina e ha allertato i vicini.

Delmastro, la Camera boccia la richiesta dei pm sulle chat con Caroccia: protesta del M5s

La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha detto no alla richiesta dei magistrati della procura di Roma di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Ora la parola passa all’Aula di Montecitorio che emetterà il verdetto definitivo. In segno di protesta, i senatori del M5s hanno occupato i banchi del governo al Senato, urlato “Vergogna, vergogna” ed esposto i cartelli con la scritta “Fuori le chat“. I colleghi di Fratelli d’Italia hanno risposto con “Buffoni”, uno di loro si è avvicinato al capogruppo pentastellato Luca Pirondini strappandogli il cartellone ed è stato subito allontanato. La presidente di turno Mariolina Castellone ha sospeso la seduta invitando i commessi ad intervenire.

M5s: «Il centrodestra deve solo proteggere se stesso»

Le componenti del M5s nella Giunta delle autorizzazioni della Camera Enrica Alifano, Carla Giuliano e Daniela Torto, hanno poi rilasciato la seguente nota: «Le Giunte delle autorizzazioni di Camera e Senato sono diventate organi scudificio per i politici del centrodestra, la maggioranza respinge qualsiasi richiesta dei magistrati a prescindere da ogni valutazione di merito. Devono solo proteggere sé stessi. Dovendo trovare degli argomenti di facciata, si nascondono, come oggi sul deputato Delmastro, dietro argomentazioni infondate come una presunta genericità della richiesta della procura di Roma. La verità è che la procura ha affermato che le comunicazioni tra Caroccia e Delmastro sono indispensabili per capire se, come si ipotizza, i Caroccia nel ristorante in cui erano in società con Delmastro riciclassero denaro per conto del clan Senese».

OpenAI, modelli AI fuori controllo hackerano una piattaforma

OpenAI, l’azienda produttrice di ChatGPT, ha reso noto che i suoi modelli di intelligenza artificiale avanzata sono andati fuori controllo durante i test di sicurezza, violando autonomamente una popolare piattaforma per programmatori. L’azienda di San Francisco ha definito l’accaduto un «incidente informatico senza precedenti» e ha annunciato che condurrà un’indagine congiunta con la piattaforma di condivisione di codice e modelli di IA Hugging Face, vittima del cyber attacco. L’accaduto ha coinvolto una combinazione di modelli, tra cui il recente GPT-5.6 Sol e uno «ancora più capace» attualmente in fase di sviluppo. OpenAI stava cercando di valutare le capacità di hacking dei modelli assegnando loro dei compiti all’interno di un ambiente di test digitale rigorosamente controllato. «Mentre operavano nel nostro ambiente di test, i modelli hanno dedicato una quantità significativa di potenza di calcolo a trovare un modo per ottenere un accesso illimitato a Internet, al fine di risolvere il problema di valutazione». E sono riusciti, da soli, a uscire dalla “stanza chiusa”, entrare nei sistemi di Hugging Face, eseguire decine di migliaia di azioni automatiche e muoversi dentro l’infrastruttura interna dell’azienda.

Bologna, Meloni: «Tolleranza zero sugli scontri». Schlein: «Lo Stato ha fallito»

È scontro tra maggioranza e opposizione sui fatti di Bologna, dove domenica 19 luglio 2026 il 43enne Abderrahim Fakir è morto durante un fermo di Polizia. In un’intervista al Giornale, la premier Giorgia Meloni ribadisce la linea già espressa in un post sui social, parlando di «tolleranza zero» contro chi «pensa di poter sfasciare tutto, terrorizzare le persone perbene e trasformare i nostri quartieri in zone franche». Il riferimento è alla manifestazione per chiedere verità e giustizia sulla morte di Fakir che in breve tempo è degenerata in guerriglia urbana con auto incendiate, bombe carta e agenti feriti. Meloni ha poi definito «irresponsabile» la scelta del sindaco di Bologna Matteo Lepore che aveva chiamato la cittadinanza a un presidio per chiedere giustizia. «Un ottimo pretesto ai centri sociali». Il primo cittadino si è così difeso dopo le proteste: «C’erano due piazze, la nostra era pacifica. Se non avessimo fatto quel presidio, oggi la voce non ci sarebbe stata. Chiedere verità e giustizia non significa delegittimare chi indossa una divisa».

Shlein: «Lo Stato ha fallito, ora fare piena luce»

Sulla vicenda è intervenuta anche Elly Schlein: «Su Fakir lo Stato ha fallito e spetta allo Stato fare piena luce. Lepore ha scelto di governare la frustrazione e lo smarrimento di un’intera comunità. È stato importante, per non lasciarla in balia delle spinte più estremiste e degli antagonisti che anche ieri hanno messo a ferro e fuoco la città, con una violenza inaccettabile e che condanniamo con nettezza». E poi, alla trasmissione In Onda su La7, ha aggiunto: «Abbiamo coinvolto l’ex capo della polizia Franco Gabrielli in iniziative sulla nostra idea di sicurezza, che non è rincorrere la destra sulla propaganda».

Nyp: «Trump vuole Infantino segretario generale dell’Onu»

Donald Trump vorrebbe il presidente della Fifa Gianni Infantino come prossimo segretario dell’Onu. Lo riporta il New York Post citando alcune fonti, secondo le quali il tycoon ritiene che Infantino «sia rispettato da tutti nel mondo e ha un’abilità speciale di unire le persone». Il prossimo segretario generale delle Nazioni Unite sarà eletto quest’anno per sostituire Antonio Guterres, che lascerà alla fine di dicembre. In base alla prassi di assegnare il ruolo a rotazione su base geografica, questa volta toccherebbe all’America Latina o ai Caraibi, e ad una donna. Per ottenere la carica, Infantino dovrebbe ricevere l’appoggio dei 15 Paesi membri del Consiglio di sicurezza, in particolare dei cinque permanenti e con diritto di veto, ovvero Stati Uniti, Federazione Russa, Cina, Regno Unito e Francia, ed essere poi confermato dall’Assemblea generale. Tra i candidati in lizza figurano l’ex presidente cilena Michelle Bachelet e l’argentino Rafael Grossi, attuale direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a

Abdulfatah Mujahid Al-Qahali, 47 anni, ingegnere civile, è figlio del generale Mujahid Al-Qahali, storico leader nasserista yemenita e capo tribale della confederazione Bakil, la più grande dello Yemen: oltre 10 milioni di persone e una trentina di tribù nelle regioni attorno e a nord di Sana’a.

Le accuse emiratine e l’Odissea giudiziaria

Emigrato negli Emirati nel 2001, imprenditore affermato con una fabbrica di marmo e granito a Sharjah, nel 2016 accompagnò il padre in una missione di pace ad Abu Dhabi, davanti alla leadership emiratina: la proposta era un dialogo tra tutte le parti yemenite, ospitato e patrocinato dagli stessi Emirati, per fermare la guerra iniziata con l’intervento della coalizione saudita il 26 marzo 2015. «Ma quel discorso di pace non piacque», racconta oggi a Lettera43. Il padre ripartì per lo Yemen; pochi giorni dopo, il 9 agosto 2016, furono proprio le forze speciali emiratine a prelevare Abdulfatah. L’accusa era di aver «pensato e pianificato» di inviare diesel e carburante al porto di Hodeidah. Un commercio, va detto, perfettamente legale, soggetto ad autorizzazione della stessa marina saudita ed emiratina ma mai avvenuto. «Non avevo spedito nulla. Me lo dissero in tribunale: sei qui perché pensavi. E perché tuo padre non è con noi», ricorda.

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Abdulfatah Mujahid Al-Qahali (L43).

Quattro anni di detenzione prima ancora di vedere un giudice, poi una condanna a cinque anni che si sarebbe dovuta chiudere il 9 settembre 2021. La pena era scaduta ma le guardie gli ripetevano: «Non troviamo il passaporto», «non sappiamo se la causa è finita», «ti faremo uscire, adesso vediamo». Ne uscì solo a mezzanotte del 6 gennaio 2023, 16 mesi dopo la fine della pena. Ma non finì lì: per quasi altri tre anni gli Emirati lo trattennero sul loro territorio, senza sostegno economico, senza permesso di partire. La moglie e i figli, che all’inizio erano con lui negli Emirati – il figlio, con il visto scaduto, non poteva nemmeno andare a scuola – erano dovuti rientrare in Yemen: non li ha rivisti per più di nove anni. Solo il 2 novembre 2025 è atterrato a Sana’a, accolto dai festeggiamenti delle tribù di mezzo Yemen e, finalmente, dalla sua famiglia.

«Il blocco nasce dagli accordi che Riad non ha mai rispettato»

È da questa biografia che bisogna partire per capire il blocco navale contro l’Arabia Saudita annunciato nei giorni scorsi dagli houthi e quanto sia fuorviante la lettura che archivia ogni mossa di Sana’a come un ordine arrivato da Teheran, un capitolo della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. Al-Qahali la smonta alla radice: «Questa guerra non è cominciata oggi e non c’entra nulla con la guerra irano-americana. È cominciata con l’attacco allo Yemen del 26 marzo 2015. E questo blocco nasce da una cosa sola: gli accordi che l’Arabia Saudita ha firmato e non ha mai rispettato».

Il conflitto con Riad ha una contabilità propria, fatta di impegni negoziati per anni sul canale dell’Oman – culminati nella roadmap mediata dall’Onu a fine 2023: stipendi pubblici pagati con i ricavi del petrolio, riapertura di aeroporto e porti, ripresa dell’export – e mai attuati.

«Dopo anni di negoziati in Oman, ci si era accordati: entro sei mesi la riapertura dell’aeroporto di Sana’a a tutte le compagnie e tutte le destinazioni», spiega. «Quell’aeroporto serve più di 20 milioni di persone ed è chiuso da undici anni. La gente non può uscire nemmeno per operarsi, gli studenti non possono partire. È rimasto tutto com’era».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
L’annuncio degli houthi (Ansa).

I numeri dell’assedio economico

E poi ci sono i numeri dell’assedio economico, che Al-Qahali elenca uno per uno. La Banca centrale trasferita da Sana’a ad Aden. I proventi dell’export di petrolio e gas – la spina dorsale del bilancio – bloccati: «Senza quei soldi non ci sono stipendi. La gente non riceve un salario da due, tre anni. Chiedetevi come compra il cibo».

Ogni cargo diretto in Yemen deve passare da Gibuti per le ispezioni: «Lo tengono fermo uno, due mesi. Un container costava 1000, 2 mila dollari; oggi arriva a 10 mila. E tutti questi costi ricadono sui più poveri». Intanto il cibo, spesso, marcisce in attesa. Non sorprende che l’Onu classifichi lo Yemen tra le più gravi crisi umanitarie del pianeta, con oltre 22 milioni di persone bisognose di assistenza e 18,3 milioni in insicurezza alimentare acuta (OCHA, piano 2026). Le condizioni per fermare tutto, dice, sono già scritte negli accordi disattesi: riapertura di aeroporti, porti e strade interne; il rilascio dei prigionieri di guerra – «più di 20 mila persone nelle carceri, in Yemen, in Arabia Saudita, negli Emirati» – e la restituzione dei fondi trattenuti.

«Se Riad torna a firmare, tutto riapre immediatamente». Il blocco, tiene a precisare, non tocca il traffico internazionale: «Bab el-Mandeb è aperto a tutti i Paesi. È chiuso solo per le navi da e per i porti sauditi. Non vogliamo problemi con il mondo: il nostro problema è con chi ci assedia».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Lo stretto di Bab el-Mandeb.

Lo Yemen e quell’etichetta di proxy iraniano

Sull’etichetta di «proxy iraniano» che l’Occidente cuce addosso a Sana’a, Al-Qahali allarga le braccia: «Non tutti sono houthi. Nelle aree di Sana’a vivono più di 20 milioni di persone, e non tutte hanno a che fare con l’Iran. In Yemen ci sono tanti partiti e tante tribù. La gente qui vuole solo vivere: medicine, cibo, la possibilità di curarsi».

I numeri gli danno ragione: quasi tutti in Yemen appartengono a una tribù, e la sola Bakil, con i suoi oltre 10 milioni di membri, conta da sola più persone di quante il movimento houthi ne abbia mai inquadrate. È questo tessuto tribale e politico, ben più antico e più largo di quello guidato da Ansar Allah, a reggere la tenuta di Sana’a dopo 11 anni di conflitto. E alla domanda se lo Yemen andrà alla guerra contro sauditi ed emiratini, rovescia la prospettiva: «Chiedete prima chi ha cominciato. Non siamo andati noi ad attaccarli: sono entrati loro nel nostro Paese, senza alcun mandato delle Nazioni Unite e senza che nessun governo li avesse chiamati. Noi non vogliamo un’altra guerra. Se firmano, riaprono e lasciano lo Yemen, sarà un bene per loro e per noi: dobbiamo essere buoni vicini».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Una protesta contro l’Arabia Saudita a Sana’a (Ansa).

L’Europa si ricorda dello Yemen «solo quando si ferma il petrolio»

C’è un messaggio, infine, per l’Italia e per l’Europa, «che dello Yemen si ricordano solo quando si ferma il petrolio»: «Con voi non abbiamo alcun problema: siete nostri amici, e Bab el-Mandeb per voi è aperto. Ma aiutateci: fate da partner, con le Nazioni Unite, con Londra e Washington. Se l’Europa si impegna, tutti vedranno qual è il vero problema dello Yemen e chi lo ha creato».

Parla già da uomo politico, Al-Qahali. E infatti l’annuncio arriva: lo farà con il partito di suo padre, il Tanzim al-Tashih, raccogliendone l’eredità nasserista. Il progetto è quello che descrive con le parole semplici di chi ha visto il fondo: «Un futuro migliore per la nostra gente, istruzione, buone condizioni per tutti, buone relazioni con il mondo. L’Europa è la nostra migliore amica, da sempre». Da quando c’erano i romani… Sorride: «Da allora».