Il Gruppo Crédit Agricole in Italia chiude il primo semestre 2026 con un utile netto di 1,053 miliardi di euro, confermando l’Italia come secondo mercato domestico del Gruppo Crédit Agricole. Guidate da Hugues Brasseur, amministratore delegato di Crédit Agricole Italia e senior country officer, le diverse linee di business hanno fatto registrare un totale dei finanziamenti pari a circa 104 miliardi di euro e una raccolta complessiva a 344 miliardi di euro. Confermato il sostegno a famiglie e imprese italiane, con masse complessive a 448 miliardi di euro (+1,7 per cento a/a).
I risultati di Crédit Agricole Italia
Anche Crédit Agricole Italia ha presentato i risultati semestrali. L’utile netto consolidato è aumentato del +2,1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo i 478 milioni di euro. In crescita la base clienti, con 106 mila nuove acquisizioni (+ per cento a/a), con il canale digitale che continua a rappresentare un importante motore di sviluppo commerciale. Prosegue anche il sostegno al tessuto economico e sociale. Le erogazioni di mutui residenziali si confermano su livelli solidi, con erogazioni pari a 1,8 miliardi di euro (+1,4 per cento a/a), mentre i finanziamenti verso clientela si attestano a 67 miliardi di euro. L’aggregato risulta in aumento del +2,4 per cento a/a grazie alla performance positiva sia dei finanziamenti alle aziende (+4,9 per cento a/a) che del comparto mutui casa (+3,9 per cento a/a). La raccolta diretta ammonta a 79 miliardi di euro (+1,6 per cento a/a) e il risparmio gestito supera i 59 miliardi di euro. Rafforzato infine il supporto alle imprese, con nuovi finanziamenti a medio-lungo termine a 3,1 miliardi di euro nel semestre, in forte progressione nel confronto annuo (+17 per cento). Rilevante il sostegno nel campo degli investimenti sostenibili, con circa 960 milioni di euro di erogazioni dedicate, affiancato dall’attività del Desk Energy.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, ad alcuni dirigenti Tesla sarebbe stato chiesto di preparare una separazione delle attività in Cina, in modo da spianare la strada alla fusione dell’azienda con SpaceX. Il patron Elon Musk, che più volte ha citato potenziali sinergie tra i due gruppi e non ha fatto mistero di voler mettere un po’ di ordine nella sua galassia di aziende, viste le persistenti frizioni geopolitiche avrebbe strutturato le attività cinesi della casa automobilistica in modo da poterle facilmente separare da quelle Usa.
Tesla (Ansa)
La Gigafactory di Shanghai è cruciale per Tesla
Il Wsj scrive che ci sono piani per la creazione di un’entità di vendita indipendente per gestire le esportazioni all’estero dalla Gigafactory di Shanghai – lo stabilimento più grande e produttivo di Tesla – nonché l’implementazione di rigide barriere interne per limitare l’accesso dei dipendenti con sede in Cina ad altre unità aziendali. Nonostante la concorrenza di Byd, la Repubblica Popolare resta per Tesla il secondo mercato al di fuori degli Stati Uniti e Shanghai, con una capacità produttiva annua di oltre 950 mila veicoli, rappresenta uno snodo chiave per le esportazioni verso l’Europa e la regione Asia-Pacifico. Tesla, peraltro, produce in Cina oltre il 95 per cento dei componenti destinati alle Model 3 e Model Y grazie a una rete di più di 400 fornitori nazionali, senza affidarsi a una joint venture locale.
Tesla e Musk smentiscono il Wsj: «Fake news»
L’indiscrezione del Wall Street Journal secondo cui Musk starebbe valutando la possibilità di scorporare, vendere o chiudere le sue attività in Cina di Tesla per agevolare una fusione con SpaceX è stata definita «priva di fondamento» sia della filiale cinese del marchio che dallo stesso magnate, il quale su X ha scritto di «fake news».
Il calcio italiano è in lutto per la scomparsa di Franco Baresi. Una notizia che, vista la caratura del personaggio, ha trovato ampio spazio anche sulle principali testate sportive straniere. L’Equipe apre l’edizione online col titolo: «Baresi, la scomparsa di un precursore». Un riferimento alla modernità del gioco del numero 6 rossonero, un difensore centrale molto avanti rispetto ai suoi tempi. «Libero italiano di grande eleganza e incarnazione della grande squadra del Milan di fine Anni 80», lo ricorda poi nel pezzo la testata francese. Lo spagnolo Marca titola: «È morto Franco Baresi, leggenda eterna del Milan e del calcio italiano», definendo poi l’ex capitano rossonero «uno dei più grandi difensori della storia». Nell’articolo dedicato alla sua scomparsa si legge poi: «Baresi è stato molto più di un difensore straordinario. È stato il grande capitano di un Milan leggendario, il leader di una generazione che ha trasformato i rossoneri in una potenza del calcio europeo e in una delle squadre più memorabili di tutti i tempi».
Anche As ha dedicato un lungo articolo alla scomparsa di Baresi: «Il suo numero 6 passerà alla storia. Nessuno nel mondo del calcio l’ha mai indossato con maggiore eleganza. È stato un elemento imprescindibile sia per il Milan di Arrigo Sacchi che per quello di Fabio Capello. Le sue doti difensive, il portamento unico e la tecnica nel trattare il pallone hanno fatto sì che la sua figura trascendesse lo sport stesso. Una vera icona». Della scomparsa di Baresi, ovviamente, scrivono anche Mundo Deportivo e – passando al Portogallo – A Bola. La leggenda del calcio italiano non è stata solo ricordata e omaggiata dai giornali sportivi stranieri, ma anche dalle principali testate generaliste e dalle più importanti agenzie di stampa estere. «In un’epoca dominata da difensori fisici, Baresi si distinse per la sua lettura del gioco, ridefinendo il ruolo di libero e coniugando autorevolezza difensiva e capacità di avviare l’azione dalle retrovie», ha scritto la Reuters. Il Telegraph ha definito Baresi «uno dei migliori giocatori della sua generazione».
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che il Board of Peace ha raggiunto un accordo storico per il disarmo completo di Hamas e di tutti gli altri gruppi armati a Gaza. «Si tratta di un passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature. Una volta completato il disarmo, le forze israeliane si ritireranno e la Forza internazionale di stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese per garantire la sicurezza di Gaza, a beneficio dei suoi residenti e dei Paesi vicini», ha aggiunto il tycoon. La conferma dell’intesa è arrivata anche da alcuni responsabili di Hamas. Il vertice sulla fase 2 della tregua si terrà presto al Cairo, riportano alcune fonti.
Migliaia di migranti di origine magrebina hanno raggiunto a nuoto Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco, porta d’ingresso dell’Europa in Africa, causando una vera e propria emergenza. Nel giro di poche ore una valanga di persone, soprattutto ragazzi, si è ammassata sul lato marocchino del confine con Ceuta, per poi buttarsi in mare e circumnavigare a nuoto il piccolo molo delimitato da una rete che si inoltra in acqua solo per pochi metri a dividere i due Paesi. Quando l’afflusso si è fatto particolarmente intenso, in molti hanno iniziato a superare il confine anche via terra, percorrendo il molo dal lato marocchino, aggirandone la recinzione sulla punta e poi ripercorrendolo in direzione opposta sul lato spagnolo. Mentre Bruxelles segue l’evoluzione della crisi e assicura il massimo impegno per proteggere le frontiere dell’Unione europea, l’esecutivo italiano si è detto pronto a sospendere il trattato di Schengen con la Spagna. Una posizione che ha irritato Madrid, che ha risposto convocando il nostro ambasciatore.
Lo scontro tra Tajani e Albares
«Sono favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con la Spagna e ho piena fiducia nell’operato del ministro Piantedosi. L’immigrazione irregolare e incontrollata rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500 mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani», aveva scritto il ministro degli Esteri Antonio Tajani, causando l’ira del suo omologo spagnolo.
Sono favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con la Spagna e ho piena fiducia nell’operato del Ministro Piantedosi. L’immigrazione irregolare e incontrollata rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del…
«Questo messaggio del ministro degli Esteri di un Paese amico e partner da cui ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia partitica è indegno», aveva risposto José Manuel Albares.
Este mensaje es impropio del Ministro de Exteriores de un país socio y amigo del que esperamos solidaridad europea y no demagogia partidista. Los hechos de hoy tienen relación con una sentencia, nada que ver con lo que dice el tuit. He convocado mañana al Embajador de Italia. https://t.co/8ZDSZ1Il5c
Stavolta purtroppo non è una fake news: è morto a 66 anni Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale. Ad annunciarlo è stata la società rossonera, alle 7:31 di stamattina: «La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del dna e del cammino di tutto il Club». Baresi, che nel 2025 era stato operato per un nodulo polmonare, ha collezionato 719 presenze ufficiali con il Milan, vincendo sei scudetti e tre Coppa dei Campioni, senza lasciare il club nemmeno negli anni bui della Serie B, mentre in Nazionale ha disputato 81 gare vincendo il Mondiale 1982 (pur senza scendere in campo).
La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del DNA e del cammino di tutto il Club. Le condoglianze che AC Milan porge alla famiglia tutta… pic.twitter.com/a8wNOCUc2o
All’anagrafe Franchino, Baresi era nato a Travagliato (Brescia) nel 1960. Tifoso dell’Inter, a 14 anni era entrato nelle giovanili del Milan facendo il percorso contrario del fratello maggiore Beppe, di fede rossonera ma ingaggiato dall’Inter. Il “Piscinin” – “piccolino” in dialetto milanese – aveva esordito col Milan nell’aprile 1978 con Nils Liedholm in panchina, per poi affermarsi come titolare nella stagione successiva, terminata con la conquista dell’agognato decimo scudetto rossonero. Negli anni successivi sarebbe sceso due volte in Serie B col Milan: la prima volta a causa del Totonero, mentre nella seconda occasione la retrocessione arrivò sul campo. In mezzo la promozione a capitano rossonero (a soli 22 anni) e la vittoria della Coppa del Mondo nel 1982 (da riserva di Gaetano Scirea, senza mai scendere in campo).
Rimasto fedele al Milan, Baresi era ormai una colonna del club quando nel 1986 arrivò Silvio Berlusconi: negli anni successivi, prima con Arrigo Sacchi e poi con Fabio Capello in panchina, avrebbe alzato da capitano trofei su trofei. Per quanto riguarda la Nazionale, dopo la delusione di Italia 90 Baresi disputò il campionato del mondo 1994 negli Usa con la fascia di capitano al braccio: infortunatosi al menisco contro la Norvegia nei gironi, contro ogni aspettativa dopo soli 25 giorni tornò in campo nella finale contro il Brasile. E fu, purtroppo, il primo a sbagliare dal dischetto: un errore a cui fece seguito un pianto inconsolabile. A giugno del 1997 l’addio al calcio giocato: il Milan, senza esitare, decise di ritirare il suo numero 6 di Baresi, che da “Piscinin” era diventato “Kaiser Franz”. Successivamente era entrato nei quadri dirigenziali rossoneri, tradendo il Diavolo solo per una breve esperienza (81 giorni) al Fulham, in Inghilterra.
Il cordoglio del mondo del calcio e non solo
Dalle istituzioni ai club, passando per ex compagni, avversari e tifosi: in tantissimi stanno piangendo Baresi. «Il calcio italiano perde una delle sue leggende, un campione straordinario che in tutta la sua carriera ha indossato solo due maglie, quella del Milan e quella azzurra. Una scelta romantica, che lo ha fatto entrare di diritto nel cuore dei tifosi e di milioni di italiani», ha dichiarato Giovanni Malagò, presidente della Figc. «Lo ricorderemo come merita in occasione delle prossime partite della Nazionale, quella Nazionale per la quale ha sempre dimostrato un attaccamento eccezionale diventandone uno dei simboli più gloriosi».
Addio a Franco Baresi, protagonista delle grandi sfide del Derby di Milano e una delle figure che più hanno definito la storia della rivalità. Capitano, uomo squadra e bandiera del Milan, ha vissuto ogni confronto con l’Inter tra competizione e rispetto, dentro una sfida che ha… pic.twitter.com/huovhsR5gG
Messaggi di cordoglio sono arrivati da numerosi club: dall’Inter («Capitano, uomo squadra e bandiera del Milan, ha vissuto ogni confronto con l’Inter tra competizione e rispetto, dentro una sfida che ha scritto pagine indimenticabili del calcio italiano»,) alla Juventus («Ci sono persone che, con il loro talento, entrano nella storia. E altre che, con la loro umanità, vi restano per sempre. Franco Baresi è stato entrambe le cose»), fino alla Roma e alla Lazio.
Con la scomparsa di Franco Baresi, l'Italia perde non solo uno dei più grandi campioni della sua storia sportiva, ma anche un esempio di lealtà, serietà e dedizione.
Capitano del Milan e della Nazionale, ha indossato gli stessi colori per un'intera carriera, vivendo la fedeltà… pic.twitter.com/MAWRCb4HQQ
Così Giorgia Meloni: «Con la scomparsa di Franco Baresi, l’Italia perde non solo uno dei più grandi campioni della sua storia sportiva, ma anche un esempio di lealtà, serietà e dedizione. Capitano del Milan e della Nazionale, ha indossato gli stessi colori per un’intera carriera, vivendo la fedeltà come un valore e la fascia come una responsabilità. Ha dimostrato che si può diventare leggenda senza mai smettere di essere un punto di riferimento, dentro e fuori dal campo».
Il 19 novembre 1995 ho esordito in Serie A contro il Milan. Avevo 17 anni e dall'altra parte c'era il capitano di quella squadra: Franco Baresi.
Per un ragazzo della mia età, trovarsi in campo contro campioni come lui era qualcosa di incredibile. Da quel giorno ho avuto ancora… pic.twitter.com/dxczczBvGw
Talmente super partes da essere solo. Sergio Mattarella consegna alla politica e ai cittadini la sua riflessione prima della pausa estiva e ricorda per cinque volte nel suo saluto all’Associazione stampa parlamentare per la cerimonia del Ventaglio che il ruolo che la Costituzione gli assegna è quello di un arbitro fuori da ogni contesa politica. Una posizione un po’ voluta dal capo dello Stato per tutelare le sue prerogative, un po’ figlia degli attuali partiti, nessuno dei quali si sente più “il partito del Presidente” come era in passato. E così si trova, a pochi giorni da una breve vacanza in montagna, a tre anni scarsi dalla fine del mandato e a un anno dalle elezioni, a bacchettare sia la destra sia la sinistra, sia governo sia opposizione, non nascondendo la sua preoccupazione per un clima di scontro in cui basta una scintilla per accendere la violenza.
Sergio Mattarella alla cerimonia del Ventaglio (Imagoeconomica).
La bacchettata al centrodestra su Roggero e sulle politiche migratorie
Al governo, che lo ha strattonato sul caso Roggero, il capo dello Stato ricorda che le leggi ad personam, magari alla rincorsa di un caso di cronaca e per fare un po’ di propaganda, non rafforzano la sicurezza ma portano «all’abdicazione dello Stato». E a quei partiti euroscettici ed eurocritici, da FdI alla Lega fino ora a Futuro nazionale, rimprovera di essere i primi a frenare quando Bruxelles cerca di accelerare su un dossier, ostacolando «in ogni modo e circostanza, la possibilità di strumenti decisionali e operativi più efficaci». Mattarella lamenta anche le politiche migratorie concentrate solo sui risvolti di illegalità ed emergenza e, citando Papa Leone XIV, chiede all’esecutivo «interventi di strategia di governo del fenomeno», magari senza dimenticare i tanti italiani, soprattutto giovani, che se ne vanno all’estero «non per scelta ma per necessità». E spera che si faccia ripartire il lavoro della commissione di Vigilanza Rai, paralizzata da un mese dopo aver tenuto per un anno in stand by il rinnovo dei vertici.
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
E al centrosinistra per le esitazioni nel condannare la violenza
Ma Mattarella non risparmia nemmeno le opposizioni, a volte tiepide o distratte o lente nel condannare senza appello ogni forma di violenza politica e sociale. «Non è accettabile che si faccia strada la convinzione che, se le proprie posizioni risultano minoritarie all’interno della società, sia giustificabile il ricorso a forme di violenza», che è invece «virus letale della democrazia». Davanti a quel che è avvenuto in Val di Susa, ultimo esempio di scontri nelle strade e nelle piazze, «non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi». Non esistono insomma ‘compagni che sbagliano’ perché «chi pratica, chi predica, chi giustifica» la violenza «aggredisce la Costituzione» e non può dirsene paladino.
Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani al cantiere di Chiomonte dopo gli scontri (Imagoeconomica).
L’invito bipartisan alla misura
Dunque, dopo aver distribuito fendenti a destra e a manca, il presidente mette tutti in riga alle prime mosse di una campagna elettorale che al momento pare «intempestiva», come a dire “siete partiti un po’ troppo presto a incornarvi, si vota tra un anno”. Innanzitutto una sottolineatura bipartisan (nel senso che in entrambi gli schieramenti ci sono partiti ostili) sul fatto che una difesa comune europea «non rappresenta una minaccia per nessuno, non mira alla guerra: al contrario è strumento per garantire la pace». Poi la constatazione che il dibattito sulla riforma elettorale si sta dipanando su mille direttrici tranne una, forse la più importante: la lotta all’astensionismo. Pare poco utile cercare strani meccanismi per strapparsi un voto in più o in meno se non va alle urne nemmeno la metà degli elettori. Ma quel che preoccupa Mattarella, sopra tutto, è la sordità reciproca. All’estero, negli Usa, la chiamano polarizzazione, ma lì i partiti sono solo due. In Italia il capo dello Stato lo descrive come «una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui: non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza». Senza voler arrivare alla teoria dei cattivi maestri, i politici dovrebbero per primi misurare le parole, pur nell’asprezza del confronto politico, sapendo che su alcuni temi serve una condivisione, dalla politica estera alle regole istituzionali.
Sergio Mattarella con Ignazio La Russa e Renato Brunetta (Imagoeconomica).
Così super partes da essere solo
«Nelle Camere i rispettivi presidenti sono organi di garanzia, ricoperti comunque da esponenti politici. Diversa è la posizione del Presidente della Repubblica, estraneo alla dialettica tra le forze politiche», butta poi là Mattarella, sempre più super partes, sempre più solo nel palazzo, sempre più popolare tra i cittadini, che non vorrebbe essere l’ultimo a interpretare la presidenza come un ruolo di garanzia.
Tredici anni fa Giorgio Napolitano accettando la rielezione aveva parlato di sordità dei partiti e di una serie «imperdonabile» di mancate decisioni. Ora Mattarella, che ci ha abituato a un diverso linguaggio, si augura che «le tensioni elettorali non sottraggano attenzione ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini». Mutatis mutandis, l’appello è quasi lo stesso e parla a tutta la politica.
Le scuse sono durate soltanto le prime righe di un tweet. Carlo Calenda prende le distanze dal dirigente di Azione che ha chiamato Matteo Salvini «handicappato»: grave, moralmente sbagliato, punto. Sembrava dovesse finire qui, invece era solo l’incipit. Poi infatti sono venute le altre righe, e lo stesso Calenda che come trasfigurato annega le scuse in una sequela di insulti al leader leghista: «Inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile». Sette aggettivi in fila, come se stesse svuotando un cassetto pieno di frustrazioni accumulate. Il fatto di essere d’accordo con lui non giustifica l’iperbolico scarto della narrazione. Calenda perde la misura, si disunisce.
Mi scuso a nome di @Azione_it con Salvini per l’uso di questo termine. E’ una cosa grave, moralmente sbagliata e anche inutile quando, per descrivere Matteo, si possono usare parole come: inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile..e questi sono solo… pic.twitter.com/CKLIZC9Bh2
È questo doppio registro che racchiude il ritratto dell’autore. Dentro quel tweet c’è tutto il suo mistero: un caso di sdoppiamento della personalità, il dottor Jekyll e Mr. Hyde che in lui convivono. C’è un Calenda che, visto di persona, appare un politico umorale ma preparato, capace di discutere di industria, di energia, di conti pubblici con una competenza che gli viene riconosciuta anche dagli avversari. Poi arriva il momento in cui si cimenta su X. E lì il dottor Calenda lascia il posto a Mr. Hyde. Basta una notifica, un tweet contro che gli va di traverso, il commento di un presunto filoputiniano, e scatta la metamorfosi. Il politico preparato ingaggia polemiche furibonde che non risparmiano nessuno, neanche sconosciuti utenti con una manciata di follower, e si trasforma in un leone da tastiera, aggressivo e sempre bisognoso di avere l’ultima parola. Come se ogni messaggio fosse una sfida personale ad annichilire chi gli replica osando dissentire dalla sua visione del mondo.
Carlo Calenda (Imagoeconomica).
L’autorevolezza si consuma tweet dopo tweet
A quel punto la gerarchia delle priorità si ribalta all’istante. La critica documentata e minuziosa a Stellantis può aspettare, la proposta sull’energia anche. Prima c’è da rispondere a quei tweet. Non importa se il ragionamento è solido: conta chiudere il botta e risposta, infliggere l’ultimo aggettivo, dimostrare che lui ha ragione. Ma il problema è che in politica, e soprattutto sui social, avere ragione non basta. Spesso anzi non serve a niente. Il risultato lo proietta in un corto circuito continuo. Il dottor Calenda cerca di costruire autorevolezza, parla agli elettori che potrebbe conquistare puntando a convincere chi è disposto ad ascoltarlo. Calenda Mr. Hyde la consuma, tweet dopo tweet, ingaggiando corpo a corpo verbali con persone che non lo voterebbero comunque. Non è solo narcisismo, anche se una dose non gli manca. È soprattutto l’illusione che una buona argomentazione possa ancora cambiare la testa di chi legge, e la conseguente rabbia verso chi non ne comprende i motivi. Peccato che i social funzionino al contrario: lì non vince chi spiega meglio, vince chi tiene alta la polemica. E Calenda, quasi sempre, ci casca in pieno. Così ogni ragionamento sui social viene ingabbiato nella logica del virulento botta e risposta, oscurato dall’ennesimo litigio e sepolto sotto una valanga di commenti. La competenza resta, il rumore la copre.
Matteo Richetti e Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Sui social emerge sempre la faccia sbagliata
Il vero problema non è che Calenda abbia due facce. È che su X viene sempre fuori quella sbagliata. Fuori dai social è un politico preparato e con la battuta pronta che a volte lo fa apparire persino divertente. Dentro i social diventa un’altra persona: nervoso e incarognito nei confronti del malcapitato che ha messo nel mirino. È come se la tastiera tirasse fuori una versione di lui che, nella vita reale, chi lo frequenta pur nell’iracondia del suo carattere faticherebbe a riconoscere. Così alla fine viene da chiedersi se non ci sia anche una vena di masochismo che ogni volta che apre X lo trasforma nel peggior nemico di se stesso. O, per dirla con Stevenson: quanto a lungo potrà credere di essere ancora il dottor Jekyll, quando tutti vedono in lui solo mister Hyde.