Il Cdr del Corriere contro l’intervista all’editore Cairo

Il Comitato di redazione del Corriere della Sera non ci sta e critica la lunga intervista a Urbano Cairo firmata da Fabrizio Roncone e pubblicata il 2 agosto sulle pagine (sì, due) del quotidiano.

Il Cdr del Corriere contro l’intervista all’editore Cairo
L’intervista a Urbano Cairo sul Corriere.

«Questo Cdr ritiene inopportuna la scelta di dedicare uno spazio così ampio, ben due pagine, a un’intervista all’editore (per quanto ben scritta), editore che da tre giorni consecutivi è in prima pagina sul Corriere», si legge nella nota. «Scelte di questo genere comportano un rischio concreto: renderci autoreferenziali e trasmettere ai lettori un’immagine di scarsa indipendenza della testata». E, ancora: «Ci sembra ulteriormente grave il riferimento allo sciopero dei giornalisti del 2023. Un’azione sindacale forte, certo, ma decisa dall’assemblea di redazione in modo compatto e soprattutto in risposta alla chiusura totale dell’azienda sulle vertenze aperte. Il tutto in anni in cui Rcs vantava bilanci più che positivi». Per i rappresentanti dei giornalisti è grave anche il tempismo dell’intervista visto che venerdì l’azienda aveva annunciato, a partire dal 5 agosto, l’aumento di 20 centesimi del prezzo del quotidiano. «I nostri lettori, a cui viene richiesto questo ulteriore sacrificio, meritano pagine di notizie, quelle che hanno reso unico il Corriere della Sera», conclude il Cdr. Chissà se anche i colleghi della Gazzetta dello Sport li seguiranno, visto l’intervento di Cairo nelle vesti di presidente del Torino sulla Rosea di lunedì con tanto di didascalia «numero uno»…

Il Cdr del Corriere contro l’intervista all’editore Cairo
L’intervento di Urbano Cairo sulla Gazzetta dello Sport del 3 agosto.

La dittatura dell’istantocrazia che ci fa vivere nell’economia della disattenzione

«Le persone infelici hanno bisogno solo di qualcuno che sia capace di prestare loro un po’ d’attenzione». Se è vero quel che ha scritto la filosofa francese Simone Weil, è chiaro perché viviamo un tempo nel quale la felicità pubblica e privata non pare essere all’ordine del giorno. Quasi fosse un lusso, come invece risulta essere oggi l’attenzione. Un modo di essere e relazionarsi con il mondo circostante (cose e persone) attivo e partecipe, insomma premuroso. Che però si attiva sempre più raramente e in tempi sempre più brevi.

Cosa fai quando non fai niente?

L’invito a stare attenti che sino a trent’anni fa era l’esortazione più ricorrente nelle scuole d’ogni ordine e grado è oggi moneta fuori corso. Giovani e giovanissimi sono ormai fisiologicamente menti vaganti e scrollanti. Ma anche per gli adulti il multitasking, che con i device mobili ha moltiplicato i modi di fare più cose nello stesso tempo e anche in movimento, è il maggiore attentatore della concentrazione; oltre che della precisione e della cura nei vari compiti nei quali si è impegnati. Fare tre cose contemporaneamente e pensarne nel contempo altrettante, magari mentre si sta guidando o telefonando è ormai comportamento molto diffuso. Tanto che non c’è forse provocazione più curiosa e interessante che chiedersi, come fa un saggio recente curato dalla British Sociological Association: cosa fai quando non fai niente?

La dittatura dell’istantocrazia che ci fa vivere nell’economia della disattenzione
Viviamo sempre più nella società della disattenzione (foto Unsplash).

È crollato il tempo in cui restiamo attenti

L’American Pshycological Association ha invece messo a confronto i dati dei due ultimi decenni e ha scoperto che il tempo medio in cui le persone restano attente e concentrate su un singolo compito è sceso da circa 2,5 minuti a circa 40 secondi. Aggiungiamoci, per fare due raffronti sul calo dell’attenzione, che il tempo medio di lettura dei quotidiani era di 40/50 minuti nel decennio degli Anni 90 ed è sceso a 15 minuti nel 2008, mentre attualmente riferito alla fruizione su smartphone è fra i tre e i cinque minuti. Era invece di 30 secondi il tempo di attesa (tollerato) per riuscire a collegarsi su un sito di e-commerce nel 2015, ora invece se il click non dà esito quasi istantaneo l’utente scappa e avvia un’altra ricerca.

Tutto e subito, senza alcun tipo di latenza

Qualsiasi tipo di latenza, cioè di attesa o pausa di una risposta a una richiesta, è percepita come un attentato o un’offesa al diritto personale (non scritto ma ormai interiorizzato) a fare tutto e subito. Alla massima velocità, perché tutto preme, le cose sono tante e volendone fare il più possibile non c’è tempo di pensarci su troppo. Men che mai di fare la fila alle poste o in banca. Un atto di consumo, a meno che non riguardi beni durevoli (casa, auto e oggetti costosi) si brucia oggi nel tempo di un click o di uno scroll.

La dittatura dell’istantocrazia che ci fa vivere nell’economia della disattenzione
Le vecchie file alle Poste (foto Ansa).

All’urgenza del fare e del dire è impossibile opporsi

Ovviamente la fretta non è mai buona consigliera, ma all’urgenza del fare e del dire, ossia all’istantocrazia, è impossibile opporsi.
“Lo pensi, lo vedi” (Sky) e “Immagina, puoi” (Fastweb): la pubblicità (e parliamo di claim di oltre un decennio fa) come sempre è fantastica nel riassumere in uno slogan il senso comune. Una richiesta d’aiuto al 118 deve essere quasi istantanea (quattro secondi per attivarsi) e non c’è antidolorifico che non prometta di agire fast, in pochi minuti. Il fatto che la situazione sia grave ma non più seria era stato magnificamente rappresentato da Stefano Benni: «Una volta gli innamorati attendevano tre mesi una lettera. Ora se non ci si trova al terzo squillo l’amore salta».

Azzeramento del pensiero critico

È evidente che catturare l’attenzione del pubblico, dei consumatori e degli utenti è un imperativo che giustifica quasi tutto pur di raggiungere l’obiettivo. In particolar modo l’azzeramento del pensiero critico e la capitalizzazione della nostra attenzione, per riprendere il tema del saggio di Chris Hayes Il canto delle sirene. «La monetizzazione dell’attenzione», ha scritto il giornalista statunitense, «ha trasformato il nostro panorama comunicativo in una terra di nessuno e ce ne accorgiamo ogni giorno… per strada ci imbattiamo in zombie al telefono, e a volte quegli zombie siamo noi. Al ristorante osserviamo il tavolo accanto in silenzio – quattro telefoni, nessuna parola – e poi sentiamo vibrare il nostro… Il confine tra pubblico e privato, un tempo netto… con l’aiuto di alcune aziende tecnologiche lo abbiamo praticamente abbattuto in meno di un decennio».

La dittatura dell’istantocrazia che ci fa vivere nell’economia della disattenzione
La distrazione dei social media (foto Unsplash).

Scrolliamo divorati dalla logica algoritmica

Attraverso post, commenti, foto, video e annunci pubblicitari che ci precipitano addosso appena attiviamo lo smartphone: senza soluzione di continuità e in ordine casuale, imposto però dalla logica algoritmica. È così che ci troviamo, dopo avere buttato un occhio su un reel di TikTok o di Instagram, a scrollare e restare ipnoticamente presi dagli altri che si susseguono mettendo assieme gente disperata, gatti, politici che straparlano, creator che spadellano, annunci di un congiunto morto o la comica di una signora bloccata in ascensore.

Compulsività digitale e niente analisi

È un caos organizzato per estrarre, appunto, e monetizzare la nostra attenzione che non ha più una bussola, ma vaga senza sapere più dove intende andare. Utenti sonnambuli che stanno facendo la fortuna delle grandi aziende tecnologiche e delle piattaforme social. «Pensiero passivo» lo definisce Enzo Argante, giornalista di Forbes, che sta scrivendo un saggio sul tema: Pensare stanca, indagine al di sopra di ogni algoritmo. Il pensiero passivo indica la condizione di perdita di spirito critico e perciò di stordimento mentale che ci impedisce di filtrare le informazioni. Che libera la compulsività digitale e impedisce analisi, esplorazione, elaborazione dei concetti. Che prescinde dalle evidenze. Entropia della conoscenza.

Distrazione dai problemi veri, tipo gli stipendi che non crescono

Con questi quesiti si può concludere segnalando che l’economia dell’attenzione è in realtà un’economia della disattenzione, che è il terreno più fertile per la distrazione. Vale a dire ciò che da sempre è lo strumento di potere, che consente di distogliere l’attenzione dei cittadini e dell’opinione pubblica dai problemi più seri e urgenti. Visto che, per fare un esempio d’attualità, l’allerta massima su sicurezza e delinquenza giovanile è il modo per continuare a non parlare degli stipendi degli italiani. Che dal 1990 al 2024 sono diminuiti dell’1,6 per cento, mentre nei Paesi Ocse la crescita è stata mediamente del 35 per cento. È così che disattenti, distratti e derubati di informazione e di dibattito pubblico informato ci ritroviamo come cittadini sempre più poveri anche economicamente.

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni

A differenza di quelli di Leonardo Del Vecchio, gli eredi di Silvio Berlusconi sono stati più bravi e affiatati nell’accettare le volontà del Cavaliere e nello spartirsi l’impero senza che nessuna polemica sia mai neppure vagamente stata accennata da alcuno. Non è facile, soprattutto quando ci sono di mezzo figli di mogli diverse (Pier Silvio e Marina, la cui mamma è Carla Dall’Oglio, e poi Barbara, Eleonora e Luigi, figli di Veronica Lario), e quindi bisogna assolutamente plaudire a tanto equilibrio. Detto questo, tuttavia, cosa resta in memoria delle vere e più intime passioni di Silvio?

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni
Da sinistra: Elenora, Barbara, Luigi, Marina, Piersilvio e Paolo Berlusconi durante i funerali del padre a Piazza Duomo (foto Ansa).

Se ci si pensa, nel silenzio ovattato delle strategie Fininvest, mattoncino dopo mattoncino tutte le cose più care al Cavaliere sono state dismesse, considerate una sorta di ingenuo delirio di onnipotenza e di immortalità di un imprenditore un po’ megalomane, e di cui poi liberarsi nel momento opportuno.

Non resterà memoria dell’autocelebrazione del personaggio

Fa quasi orrore leggere che l’hangar di viale Monte Rosa, ad Arcore, ossia la quadreria che ospitava oltre 25 mila pezzi tra dipinti, statue e arredi acquistati da Berlusconi nei suoi raptus di shopping compulsivo, soprattutto durante le televendite notturne delle tivù locali, sarà raso al suolo per fare posto a un supermercato Eurospin. Quell’enorme spazio era stato allestito da Berlusconi in persona, con le opere suddivise per generi e l’intenzione di rendere il sito fruibile a tutti, nonostante i pezzi di valore fossero pochini. Invece non resterà memoria di questa sorta di autocelebrazione del personaggio e delle sue passioni, da Milano a Napoli, passando per Parigi e Positano, tra Napoleone, gli animali, i gladiatori, le belle donne. Tutto smantellato e ruspe all’opera.

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni
L’ex quadreria di Silvio Berlusconi ad Arcore.

Venduto il luogo dei sogni di Berlusconi

Persino Villa Certosa, 4.500 metri di proprietà a Punta Lada, affacciata sul Golfo di Marinella a Porto Rotondo, in Sardegna, è stata venduta a fine giugno per circa 350 milioni di euro alla famiglia reale del Qatar. Era il luogo dei sogni di Berlusconi: delle feste con tante ragazze, certo, ma anche del vulcano scenografico, dell’approdo per i sommergibili, della grotta artificiale, del gelato artigianale, del teatro, della torre panoramica, dell’immenso giardino di cactus, uno dei più grandi in Europa.

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni
Villa Certosa (Ansa).

I due film di Sorrentino fatti sparire

Villa Certosa, un variopinto parco giochi modellato e ingrandito negli anni da Silvio, così ben descritto nei due film Loro e Loro 2 di Paolo Sorrentino, i cui diritti sono di proprietà di Medusa (gruppo MfeMediaset) che ha deciso, incredibilmente, di fare scomparire le pellicole, senza in realtà comprendere che quello di Sorrentino è uno straordinario omaggio proprio alla grandezza di Berlusconi. E adesso la Villa non c’è più, se ne occuperà il personale qatarino della famiglia Al Thani. E resterà ben poco dello spirito del Silvio.

Rotto anche il giocattolino del calcio

Damnatio memoriae pure per tutto quello che Berlusconi ha fatto nel calcio, e che non ha mai minimamente interessato i figli. Pier Silvio e Marina hanno sempre fatto pressing, insieme a tutta Fininvest, affinché Silvio mollasse il Milan: costringendolo, di fatto, a cedere il club nel 2017 a un improbabile imprenditore cinese senza soldi dopo 31 anni di presidenza. L’unica che in realtà sembrava essersi appassionata al pallone era Barbara Berlusconi, nominata amministratrice delegata del Milan nel dicembre 2013. Una personalità, quella di Barbara, piuttosto esuberante in gioventù, protagonista delle cronache rosa, cinque figli di cui un paio fatti in verde età, e in qualche modo simile al padre. Ma la guerra intestina al Milan con Adriano Galliani fece evaporare piuttosto rapidamente gli entusiasmi di Barbara per il football e, una volta venduto il club, di lei si sono sostanzialmente perse le tracce: adesso ha preso una strada da mecenate.

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni
Barbara Berlusconi ai tempi del Milan.

Silvio, però, in questi giorni in cui salutiamo un eroe del suo Milan come Franco Baresi, aveva ancora voglia di una last dance che, negli ultimi anni di vita, insieme a Galliani, si concesse col Monza. Pure in questo caso, tuttavia, gli eredi si sono presto liberati del costoso giochino una volta morto il patriarca fondatore. E ora anche del Monza non c’è più traccia nei business dei Berlusconi.

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni
Silvio Berlusconi al fianco di Galliani durante una partita del Monza (Imagoeconomica).

Mausoleo vuoto e inutilizzato

Le ceneri di Silvio riposano nella cappella di famiglia all’interno di Villa San Martino ad Arcore, mentre il mausoleo che Silvio stesso si fece erigere negli Anni 90 dallo scultore Pietro Cascella (con loculi per sé, per i familiari e i migliori amici) nel parco della stessa villa è al momento vuoto e inutilizzato.

Aziende a parte, tutto è stato tagliato via

In buona sostanza, quindi, se su Mfe-Mediaset, Mondadori, Mediolanum, ossia le cose serie, la famiglia è rimasta unita e rema tutta dalla stessa parte, cioè quella indicata dal Cavaliere, sulle passioni più intime e anche sulle lucide follie di Berlusconi (che citava di continuo Erasmo da Rotterdam e il suo Elogio della follia), invece, ha preferito prendere nettamente le distanze. Tagliando via di netto, come rami secchi, in maniera certo razionalmente comprensibile, ma con una buona dose di cinismo verso un personaggio così esuberante e innamorato della vita, al quale devono tutto.

La quadreria di Berlusconi ad Arcore verrà demolita: al suo posto un supermarket

Un tempo ospitava 25 mila opere tra quadri, sculture e oggetti d’arte di ogni tipo, frutto (perlopiù) di acquisti smodati da parte di Silvio Berlusconi durante le televendite notturne. Presto però la quadreria dell’ex premier ad Arcore, in realtà un hangar distante circa un chilometro da Villa San Martino, verrà rasa al suolo per fare posto a un supermercato Eurospin, che dovrebbe aprire entro l’estate del 2027. Il via libera definitivo all’operazione urbanistica che prevede la demolizione del maxi-capannone di viale Monte Rosa 83 è arrivato nei giorni scorsi, con una delibera approvata all’unanimità dalla Giunta comunale guidata dal sindaco Maurizio Bono.

Venezi mette La Fenice alle spalle e riparte dalla Russia

Beatrice Venezi è tornata a parlare dopo lo stralcio del rapporto con il Teatro La Fenice di Venezia, di cui sarebbe dovuta diventare direttrice musicale da ottobre. «Credo di aver già pagato abbastanza tutta questa faccenda. Vorrei passare oltre. Questo non significa dimenticare ciò che è accaduto, perché naturalmente ci sono ancora aspetti che dovranno essere affrontati nelle sedi opportune, ma significa non rimanere prigioniera di una vicenda», ha detto la direttrice d’orchestra all’Adnkronos, annunciando poi nuovi progetti internazionali, con impegni in Russia e Georgia.

Venezi mette La Fenice alle spalle e riparte dalla Russia
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).

In autunno dirigerà La traviata a Novosibirsk

«Sono molto felice di poter dire che tornerò in Russia, in un contesto molto particolare come quello di Novosibirsk», ha detto Venezi, aggiungendo che debutterà nella principale città della Siberia in autunno, dirigendo La traviata di Giuseppe Verdi. «Sarei stata la prima donna a ricoprire quel ruolo nei duecentotrentaquattro anni di storia del Teatro La Fenice. Credo nel teatro come luogo di circolazione delle idee, e io di idee innovative ne avevo molte per quel luogo. Un peccato non averle potute realizzare, ma sto comunque lavorando per poterle sviluppare altrove», ha detto inoltre Venezi, affrontando la questione di genere.

Venezi mette La Fenice alle spalle e riparte dalla Russia
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).

Su La Fenice: «Tanti errori da parte di tutti»

Quanto agli strascichi legali del mancato approdo a La Fenice, la direttrice d’orchestra ha detto: «So che sono stati fatti tanti errori da parte di tutti. Non lo nego. Se tornassi indietro sicuramente affronterei le cose in modo diverso, oppure forse non le affronterei proprio». Ma anche: «Ho fiducia nella magistratura. Sono sicura che anche questa vicenda legale potrà contribuire a rendermi giustizia nella verità». Venezi ha formalmente impugnato la risoluzione del contratto con la Fondazione Teatro La Fenice, definendo il provvedimento nullo, illegittimo e discriminatorio. Il sovrintendente Nicola Colabianchi, da parte sua, ha escluso margini di accordo economico e ribadito la regolarità della revoca, sostenendo inoltre che non esisterebbe alcun contratto formalmente firmato. La decisione di interrompere la collaborazione (che era stata contestata da più parti) è giunta dopo un’intervista rilasciata da Venezi al quotidiano argentino La Nación in cui la direttrice criticava le dinamiche interne dell’orchestra veneziana, parole che avevano scatenato reazioni sindacali e minacce di querela.

Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole

Più che restaurazione, è l’ora del restauro. Giusto in tempo per festeggiare il compleanno numero 42. Nella famiglia Berlusconi è scattato il momento di Barbara. Con adeguato sostegno dei social, la terzogenita del Cavaliere è lanciatissima nel mondo del mecenatismo, visto che per adesso la strada della discesa in campo resta un discorso limitato agli ambiti della fantapolitica. Quel che è certo, intanto, è che nel progetto della “Grande Brera” sono scattati i lavori per tutelare e conservare i monumenti dedicati a Giuseppe Parini e Cesare Beccaria, annunciati a metà giugno ma raccontati di nuovo in pompa magna il 30 luglio, proprio nel giorno in cui BB spegne le candeline. Tutto grazie alla Fondazione Barbara Berlusconi, che vuole «incidere, nel tempo, sulla società», con «cultura, educazione e libertà economica» che sono «i tre assi attorno ai quali si sviluppa il lavoro della Fondazione, visti come dimensioni profondamente connesse tra loro».

A proposito di arte, nel frattempo nell’hangar di viale Monte Rosa dove il Cav ha ospitato la collezione dei suoi 25 mila quadri verrà costruito un discount, e di sicuro lui non sarebbe stato contento. Ma quella è un’altra storia. Tornando a Barbara Berlusconi in versione mecenate e filantropa, è chiaro che ormai abbia deciso di puntare sulla beneficenza, la tutela dei beni culturali e i restauri. Sguardo magnetico, eloquio sicuro: secondo qualcuno sarebbe perfetta anche per una candidatura, sulle orme di papà. Ma si sa, Forza Italia è roba di Marina e Pier Silvio, difficile trovare margini di inserimento. Del resto lei stessa ha sempre smentito quegli scenari: «Non è una staffetta, pensare di entrare in politica solo per il cognome non ha senso». Meglio entrare nei consigli di amministrazione, come quello del Teatro alla Scala, o diventare azionista di maggioranza di società tipo Unaluna, media company (nel cda c’è pure Andrea Stroppa, la pedina di Elon Musk in Italia) che controlla il sito di gossip Whoopsee e il canale The Muffa.

Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole

Sul fronte Mediaset, non manca la presenza quotidiana di Pier Silvio Berlusconi, impegnato a comunicare durante i telegiornali i successi delle reti televisive di famiglia: qualcuno deve avergli suggerito di evitare i filmati dove lui arringa le folle di dipendenti radunati per eventi e meeting, e così ora appare un cartello con a sinistra la foto piersilviesca e nella parte destra il contenuto delle sue dichiarazioni. Anche queste sono strategie di marketing. E in casa Berlusconi se ne intendono, da sempre…

Presto, serve un portavoce a Piantedosi

Tutti in fuga dal governo di Giorgia Meloni. Al Viminale è scattata la ricerca per trovare il successore di Francesco Kamel che, secondo il cronoprogramma che gira nel palazzone del ministero dell’Interno, dal primo settembre è pronto ad approdare a Leonardo come direttore degli Affari istituzionali. E così la stagione autunnale è cerchiata di rosso. Perché per il ministro Matteo Piantedosi non sarà facile andare a pescare un professionista capace di tenere in piedi la sua (delicata) comunicazione (vedi le ciniche supercazzole in burocratese sullo “scudo penale” ai poliziotti). A maggior ragione dato che potrebbe trattarsi di un incarico di poco più di sei mesi, se si dovesse andare all’anticipo “tecnico” del voto, come sembra volere il capo dello Stato. Senza considerare poi lo scenario in cui al Viminale dovesse esserci la contro-staffetta con Matteo Salvini, cosa che però appare improbabile.

Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Francesco Kamel con Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Restando in tema di Piantedosi, dopo la liaison col ministro (da lei stessa confessata), Claudia Conte è stata addirittura promossa in Rai: resterà su Radio1, ma stavolta condurrà un programma mattutino sugli animali domestici («Telemeloni premia l’amante di un ministro, danno di immagine enorme», ha attaccato infatti il M5s). Piantedosi-Conte: manuale di come non farsi scalfire minimamente da uno scandalo.

Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
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Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole

A proposito di merito, nelle stesse ore Francesco Palese è passato da essere redattore ordinario di Rai News 24 a vicedirettore di Rai Parlamento. C’entrerà forse il suo ruolo in passato da segretario di Unirai, il sindacato vicino a Fratelli d’Italia, come non ha mancato di notare Dagospia? Anche Virginia Lozito, un’altra delle new entry alla vicedirezione, viene da un ruolo nel Consiglio direttivo di Unirai in qualità di consigliera…

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Francesco Palese (Imagoeconomica).

Cappellini, la fiducia non è ai minimi storici (semi-cit.)

A Repubblica Stefano Cappellini, nominato direttore ad interim dalla nuova proprietà greca dopo l’addio di Mario Orfeo approdato alla corte di Leonardo Maria Del Vecchio (e subito sfiduciato), ha ottenuto una percentuale di gradimento dell’86 per cento. Alla votazione sul direttore hanno partecipato 240 redattori: i sì sono stati 208, i no 12. Chissà se quella sporca dozzina si è fatta distrarre dalle notizie sul pranzo di Enrico Mentana con l’amministratrice delegata di Gedi Mirja Cartia d’Asero, che sembra aver riaperto alcune partite sulle poltrone che contano…

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Stefano Cappellini (Ansa).

Soldi ai partiti, per Busia non c’è privacy che tenga

Come ultimo regalo ai partiti è davvero avvelenato, quello ideato da Giuseppe Busia, presidente uscente dell’Anac, l’anticorruzione: bisogna rendere noti i singoli donatori dei contributi elettorali, ha scritto a chiare lettere. Niente più anonimato: i contributi ricevuti a supporto della campagna elettorale di titolari di cariche politiche elettive di livello statale, regionale, locale vanno resi pubblici nel pieno della trasparenza. Anche i nomi devono essere resi conoscibili attraverso l’accesso civico, si legge nella delibera 295. «È un importante passo avanti nella trasparenza su chi finanzia i rappresentanti politici eletti». Lui, Busia, intanto se ne va…

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Giuseppe Busia (Ansa).

La solitudine di Mattarella: esiste ancora un partito del Presidente?

Talmente super partes da essere solo. Sergio Mattarella consegna alla politica e ai cittadini la sua riflessione prima della pausa estiva e ricorda per cinque volte nel suo saluto all’Associazione stampa parlamentare per la cerimonia del Ventaglio che il ruolo che la Costituzione gli assegna è quello di un arbitro fuori da ogni contesa politica. Una posizione un po’ voluta dal capo dello Stato per tutelare le sue prerogative, un po’ figlia degli attuali partiti, nessuno dei quali si sente più “il partito del Presidente” come era in passato. E così si trova, a pochi giorni da una breve vacanza in montagna, a tre anni scarsi dalla fine del mandato e a un anno dalle elezioni, a bacchettare sia la destra sia la sinistra, sia governo sia opposizione, non nascondendo la sua preoccupazione per un clima di scontro in cui basta una scintilla per accendere la violenza.

La solitudine di Mattarella: esiste ancora un partito del Presidente?
Sergio Mattarella alla cerimonia del Ventaglio (Imagoeconomica).

La bacchettata al centrodestra su Roggero e sulle politiche migratorie

Al governo, che lo ha strattonato sul caso Roggero, il capo dello Stato ricorda che le leggi ad personam, magari alla rincorsa di un caso di cronaca e per fare un po’ di propaganda, non rafforzano la sicurezza ma portano «all’abdicazione dello Stato». E a quei partiti euroscettici ed eurocritici, da FdI alla Lega fino ora a Futuro nazionale, rimprovera di essere i primi a frenare quando Bruxelles cerca di accelerare su un dossier, ostacolando «in ogni modo e circostanza, la possibilità di strumenti decisionali e operativi più efficaci». Mattarella lamenta anche le politiche migratorie concentrate solo sui risvolti di illegalità ed emergenza e, citando Papa Leone XIV, chiede all’esecutivo «interventi di strategia di governo del fenomeno», magari senza dimenticare i tanti italiani, soprattutto giovani, che se ne vanno all’estero «non per scelta ma per necessità». E spera che si faccia ripartire il lavoro della commissione di Vigilanza Rai, paralizzata da un mese dopo aver tenuto per un anno in stand by il rinnovo dei vertici

La solitudine di Mattarella: esiste ancora un partito del Presidente?
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

E al centrosinistra per le esitazioni nel condannare la violenza

Ma Mattarella non risparmia nemmeno le opposizioni, a volte tiepide o distratte o lente nel condannare senza appello ogni forma di violenza politica e sociale. «Non è accettabile che si faccia strada la convinzione che, se le proprie posizioni risultano minoritarie all’interno della società, sia giustificabile il ricorso a forme di violenza», che è invece «virus letale della democrazia». Davanti a quel che è avvenuto in Val di Susa, ultimo esempio di scontri nelle strade e nelle piazze, «non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi». Non esistono insomma ‘compagni che sbagliano’ perché «chi pratica, chi predica, chi giustifica» la violenza «aggredisce la Costituzione» e non può dirsene paladino. 

La solitudine di Mattarella: esiste ancora un partito del Presidente?
Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani al cantiere di Chiomonte dopo gli scontri (Imagoeconomica).

L’invito bipartisan alla misura

Dunque, dopo aver distribuito fendenti a destra e a manca, il presidente mette tutti in riga alle prime mosse di una campagna elettorale che al momento pare «intempestiva», come a dire “siete partiti un po’ troppo presto a incornarvi, si vota tra un anno”. Innanzitutto una sottolineatura bipartisan (nel senso che in entrambi gli schieramenti ci sono partiti ostili) sul fatto che una difesa comune europea «non rappresenta una minaccia per nessuno, non mira alla guerra: al contrario è strumento per garantire la pace». Poi la constatazione che il dibattito sulla riforma elettorale si sta dipanando su mille direttrici tranne una, forse la più importante: la lotta all’astensionismo. Pare poco utile cercare strani meccanismi per strapparsi un voto in più o in meno se non va alle urne nemmeno la metà degli elettori. Ma quel che preoccupa Mattarella, sopra tutto, è la sordità reciproca. All’estero, negli Usa, la chiamano polarizzazione, ma lì i partiti sono solo due. In Italia il capo dello Stato lo descrive come «una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui: non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza». Senza voler arrivare alla teoria dei cattivi maestri, i politici dovrebbero per primi misurare le parole, pur nell’asprezza del confronto politico, sapendo che su alcuni temi serve una condivisione, dalla politica estera alle regole istituzionali. 

La solitudine di Mattarella: esiste ancora un partito del Presidente?
Sergio Mattarella con Ignazio La Russa e Renato Brunetta (Imagoeconomica).

Così super partes da essere solo

«Nelle Camere i rispettivi presidenti sono organi di garanzia, ricoperti comunque da esponenti politici. Diversa è la posizione del Presidente della Repubblica, estraneo alla dialettica tra le forze politiche», butta poi là Mattarella, sempre più super partes, sempre più solo nel palazzo, sempre più popolare tra i cittadini, che non vorrebbe essere l’ultimo a interpretare la presidenza come un ruolo di garanzia.  

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Tredici anni fa Giorgio Napolitano accettando la rielezione aveva parlato di sordità dei partiti e di una serie «imperdonabile» di mancate decisioni. Ora Mattarella, che ci ha abituato a un diverso linguaggio, si augura che «le tensioni elettorali non sottraggano attenzione ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini». Mutatis mutandis, l’appello è quasi lo stesso e parla a tutta la politica.

Il Fienile di Zaia in trattativa per la messa in onda su Mediaset

Luca Zaia è pronto a portare il suo podcast Il Fienile — che in rete conta 110 milioni di utenti unici al mese sui vari social — in televisione, a Mediaset. Lo riporta Repubblica, spiegando che il format potrebbe andare in onda su Rete 4 o su Italia 1. Non c’è ancora nulla di scritto, ma le trattative sarebbero in corso. Se l’ipotesi andasse in porto, la trasmissione verrà impostata stile Maurizio Costanzo show, sostituendo alle balle di fieno dell’ambientazione attuale salotto e poltrone. Lo studio resterà comunque lo stesso, ovvero un capannone della “H Farm” all’interno del campus di Roncade che si allunga per 50 ettari tra l’hinterland di Venezia e il Trevigiano.

Brunori, gli «escursionisti» e il problema dei corrispondenti Rai

La definizione è di quelle che gridano vendetta. Giovan Battista Brunori, corrispondente Rai da Israele, in un servizio ha definito «escursionisti» i coloni israeliani impegnati in una spedizione punitiva contro un villaggio palestinese. Tanto è bastato per ritrovarsi in mezzo a una guerra che di sicuro non aveva scelto di combattere: quella tra le due tifoserie che nel dibattito pubblico si contendono il Medio Oriente a colpi di comunicati e dichiarazioni, ma che lui stesso, con quell’improvvido termine, ha finito per alimentare. 

L’accusa di essere un «escurSIONISTA»

Brunori ha raccontato l’assalto dei coloni armati di Havat Gilad al villaggio palestinese di Tell usando la parola con cui li definisce l’esercito israeliano e, in un attimo, si è ritrovato trasformato nel megafono di Netanyahu. Fino al punto di diventare il protagonista di un anonimo documento intitolato «escurSIONISTA», affisso su una bacheca Rai. Non gli è bastato vivere lì da anni, né l’esperienza accumulata sul campo, come documenta il suo monumentale sito Internet, che avrebbe dovuto suggerirgli almeno una maggiore prudenza. Gli è bastata una parola macroscopicamente sbagliata per diventare il simbolo di una Rai che, a seconda di chi la giudica, è o troppo filoisraeliana o troppo timida nel difendere Israele. 

Brunori, gli «escursionisti» e il  problema dei corrispondenti Rai
Giovan Battista Brunori (Imagoeconomica).

La Rai ha fatto quadrato intorno a Brunori

Il fatto, ripulito dalla logica delle fazioni, è di brutale evidenza: due israeliani morti, quattro palestinesi uccisi, 70 arresti, due moschee bruciate. Chiamare «escursionisti» uomini che assaltano un villaggio armati è un errore professionale che un cronista non dovrebbe concedersi. Brunori avrebbe dovuto correggersi subito, con la stessa rapidità con cui i social gli hanno cucito addosso l’etichetta di sionista. Ma ormai la frittata era fatta e non poteva che provare a rimediare nei servizi successivi, dove il binomio coloni-violenza veniva scandito più volte. La Rai ha scelto invece la linea della trincea: condanna dell’anonimo manifesto, difesa altrettanto netta del proprio corrispondente, mentre il dibattito nel cda replicava quasi automaticamente quello che divide il Paese: pro o contro, senza alcun distinguo. 

Il corrispondente, a differenza dell’inviato, paga il prezzo della familiarità

L’episodio che ha coinvolto Brunori rimanda però a una questione più generale: quale debba essere oggi il ruolo di un corrispondente in un teatro di guerra. Chi vive per anni nello stesso Paese ha bisogno del visto, di continui accrediti e deve mantenere rapporti accettabili con chi governa. Il rischio è che, con il tempo, finisca per assorbire il linguaggio dell’ambiente in cui lavora. Non è necessariamente complicità, è uno dei rischi del mestiere. Chi resta troppo a lungo in un luogo finisce spesso per raccontarlo con gli occhi di chi ci vive più che con quelli di chi lo osserva dall’esterno. L’inviato che arriva, confeziona il servizio e poi riparte conserva il privilegio della distanza. Il corrispondente stabile paga invece il prezzo della familiarità. Nessuno dei due è più onesto dell’altro: sono semplicemente due mestieri diversi che la Rai continua a considerare equivalenti, nonostante basti confrontare il lavoro di due suoi giornalisti come Brunori e Lucia Goracci per capire quanto si possa raccontare la stessa guerra in modo profondamente diverso

Brunori, gli «escursionisti» e il  problema dei corrispondenti Rai
Lucia Goracci (Imagoeconomica).

Il rischio, allora, non è tanto quello di sbagliare una parola, ma un altro. Che il corrispondente, per non complicarsi la vita, finisca per trasformarsi in un compilatore: legge i giornali locali, li confronta con le immagini che arrivano dai circuiti video internazionali e cuce insieme un servizio che non scontenta nessuno, ma non aggiunge nulla a ciò che è già noto. È il prezzo della tranquillità. Ma se il mestiere finisce per ridursi a questo, viene da chiedersi perché la Rai debba mantenere una costosa rete di corrispondenti. Lo stesso prodotto potrebbe uscire ogni sera dagli studi di Saxa Rubra, con una spesa infinitamente inferiore. Il problema è che il giornalismo dovrebbe servire esattamente a evitare questo: raccontare ciò che da una scrivania, a migliaia di chilometri di distanza, non si vede. 

Eug 2026 per la prima volta in Italia: Salerno al centro dell’Europa universitaria

Gli European universities games 2026 hanno portato per la prima volta in Italia la più importante manifestazione continentale dedicata agli studenti-atleti, trasformando Salerno e la Campania in un punto di incontro tra sport, formazione, cultura e dialogo internazionale. Fino al 1° agosto il campus dell’Università degli Studi di Salerno sarà il cuore pulsante dello sport universitario europeo. Dopo la spettacolare cerimonia di apertura del 18 luglio in Piazza della Libertà, i Giochi sono entrati nel vivo con numeri che raccontano la dimensione di un evento senza precedenti. Oltre 4.500 studenti-atleti, provenienti da 31 Paesi europei, rappresentano circa 400 università, impegnate in più di 1.400 competizioni distribuite in 13 discipline sportive, dagli sport di squadra al tennis, dal padel al beach volley, fino al rugby a 7 e al tennistavolo. Le gare si svolgono tra i campus di Fisciano e Baronissi e gli impianti sportivi di 13 comuni delle province di Salerno e Avellino, confermando il ruolo della Campania come autentico palcoscenico europeo dello sport universitario.

Opportunità che vanno oltre quelle sportive

Ma Eug Salerno 2026 va ben oltre la competizione agonistica. I Giochi rappresentano un grande laboratorio internazionale di relazioni, formazione e crescita personale. Gli studenti-atleti condividono gli spazi delle residenze universitarie, vivono il campus come una vera cittadella europea e partecipano a un fitto calendario di iniziative culturali e sociali che favoriscono il confronto tra lingue, tradizioni ed esperienze differenti. A fare da cuore pulsante della manifestazione è anche la FanZone allestita nel campus di Fisciano, uno spazio aperto alla comunità universitaria e ai cittadini con panel scientifici, showcooking, masterclass, concerti, dj set, incontri, attività dedicate al benessere e momenti di intrattenimento che accompagnano ogni giornata dei Giochi. Grande attenzione è riservata anche alla salute grazie al Longevity Corner, dove studenti e accompagnatori possono sottoporsi gratuitamente a screening e ricevere informazioni su prevenzione, alimentazione e corretti stili di vita.

Eug 2026 per la prima volta in Italia: Salerno al centro dell’Europa universitaria
European University Games.

Il rettore D’Antonio: «Unisa protagonista dell’istruzione e della ricerca in Europa»

Per il rettore dell’Università degli Studi di Salerno, Virgilio D’Antonio, il valore della manifestazione va ben oltre quello sportivo: «Siamo orgogliosi di essere la prima università italiana ad ospitare i Giochi europei universitari. È un riconoscimento del lavoro svolto negli anni e, allo stesso tempo, una responsabilità che affrontiamo con entusiasmo e senso delle istituzioni. Il vero successo di questa manifestazione non si misurerà soltanto nel numero delle medaglie assegnate, ma nella capacità di lasciare un’eredità duratura fatta di cooperazione internazionale, nuove opportunità per i nostri studenti e una rinnovata centralità dell’università come motore di sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio». E ancora: «Gli European universities games rappresentano molto più di una competizione internazionale. Per l’Università degli Studi di Salerno costituiscono una straordinaria occasione per affermare il ruolo dell’ateneo come protagonista dello spazio europeo dell’istruzione superiore e della ricerca. Accogliere migliaia di studenti-atleti provenienti da decine di Paesi significa trasformare il nostro campus in un luogo di dialogo interculturale, dove lo sport diventa il linguaggio universale capace di unire persone, esperienze e culture diverse».

Un’occasione per valorizzare Salerno e la Campania

Gli Eug 2026 costituiscono anche un’occasione per valorizzare il territorio. Salerno e la Campania si presentano all’Europa come una realtà dinamica, accogliente e capace di organizzare eventi di rilevanza internazionale, mettendo in rete università, istituzioni, associazioni e comunità locali. È un investimento sul futuro, perché i giovani che oggi vivono questa esperienza porteranno con sé il ricordo della nostra terra e diventeranno i migliori ambasciatori del suo patrimonio culturale, scientifico e umano. Con lo slogan Passion never ends, l’evento sta dimostrando come lo sport universitario possa essere uno straordinario strumento di diplomazia, inclusione e sviluppo territoriale.

Talco cancerogen: Johnson & Johnson pagherà 5,5 miliardi di dollari di risarcimenti

Si avvicina la fine di una dura battaglia legale durata circa un decennio: Johnson & Johnson pagherà 5,5 miliardi di dollari (circa 4,84 miliardi di euro) di risarcimenti per chiudere 76 mila cause legali intentate contro il suo talco per bambini e altri prodotti sospettati di aver causato casi di cancro alle ovaie. Affinché diventi effettivo, l’accordo dovrà essere accettato dal 95 per cento delle persone che hanno presentato richieste di risarcimento.

L’azienda continua a parlare di accuse «prive di fondamento»

La multinazionale statunitense, che nel 2023 ha messo di vendere suo talco per bambini in tutto il mondo, sostituendolo con amido di mais, aveva già provato in passato a raggiungere un’intesa nella maggior parte delle cause che l’avevano portata in tribunale con l’accusa che il suo talco contenesse amianto, causa principale di mesotelioma in migliaia di clienti, senza però riuscirci. Inoltre tra il 2018 e il 2025 era stata più volte condannata a pagare risarcimenti milionari. Erik Haas, vicepresidente di Johnson & Johnson, ha ribadito che le accuse sono «prive di fondamento» e che l’azienda ha deciso di raggiungere un accordo solo per chiudere la questione.

Il cambio alla direzione del Secolo XIX tra le polemiche

Blue Media, la società editrice controllata dal Gruppo Msc, ha confermato in una nota che «in conseguenza delle proprie decisioni nella prospettiva della riorganizzazione aziendale, il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de Il Secolo XIX, che viene assunta temporaneamente dal vicedirettore Andrea Castanini». «Blue Media ringrazia sentitamente il dottor Brambilla per la preziosa opera prestata nella prima fase di consolidamento e rilancio del giornale, che ha fatto seguito alla sua acquisizione da parte di Blue Media», conclude il comunicato.

Il cambio alla direzione del Secolo XIX tra le polemiche
Andrea Castanini (Facebook).

Brambilla: «Sono stato licenziato»

Un cambio di direzione tutt’altro che sereno, con Brambilla che ha precisato che l’addio non è stato una sua decisione ma la conseguenza di un licenziamento. «Leggo con sorpresa sull’agenzia Ansa che Blue Media, l’editore de Il Secolo XIX, ha comunicato, con un giorno di anticipo rispetto agli accordi, la fine del mio rapporto di lavoro», ha scritto in una nota. «Leggo con ancor più grande stupore la frase “il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de Il Secolo XIX”, formula che lascia intendere che si è trattato di una mia decisione. La verità è che si tratta di un licenziamento: del tutto legittimo ovviamente, perché l’editore ha diritto di cambiare direttore quando vuole, ma pur sempre un licenziamento». «La lettera di “comunicazione scioglimento rapporto di lavoro», conclude Brambilla, «mi è stata consegnata questa mattina».

Il Cdr chiede un incontro urgente all’azienda

Sulla vicenda è intervenuto anche il Comitato di redazione, che ha informato i giornalisti della questione: «Care colleghe e cari colleghi, l’azienda ci ha informato che, in data odierna, è stata formalizzata la cessazione del rapporto di lavoro del direttore Michele Brambilla. La direzione del giornale è affidata ad interim all’attuale vicedirettore Andrea Castanini, che assumerà la responsabilità della firma a partire dall’edizione del 28 luglio 2026 sull’edizione digitale e dall’edizione del 29 luglio sulla versione cartacea. Abbiamo già chiesto un incontro urgente all’Azienda».

Ponte sullo Stretto, esposto della Cgil alla Corte dei Conti per danno erariale

La Cgil ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per chiedere di accertare se nella gestione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina siano stati impiegati correttamente i soldi pubblici oppure se ci siano i presupposti di un danno erariale. «Non si tratta di una battaglia ideologica, né di una contrapposizione pregiudiziale all’opera, ma di difendere il denaro pubblico. Ogni euro sprecato per il Ponte è un euro tolto agli ospedali, alle scuole e alle vere infrastrutture di cui il Sud ha bisogno», si legge in una nota della Cgil. L’esposto è stato firmato dal segretario generale Maurizio Landini.

Le criticità ricordate dalla Cgil nell’esposto

«La stessa Corte dei conti, nel corso dell’esame della delibera del Cipess, ha evidenziato numerose criticità: il costo definitivo dell’opera non è ancora determinato, permangono dubbi sul rispetto della normativa europea in materia di appalti e tutela ambientale e molte delle infrastrutture indispensabili al funzionamento del Ponte non risultano ancora finanziate o completate», spiega la Cgil. E poi: «Parliamo di un’opera il cui costo supera ormai i 13 miliardi di euro e che continua ad aumentare. Nel frattempo, la Società Stretto di Messina ha già assorbito ingenti risorse pubbliche senza che sia stato realizzato il Ponte e senza che i cittadini abbiano visto alcun beneficio concreto. Il Mezzogiorno continua ad avere bisogno di ferrovie moderne, strade sicure, trasporti efficienti, porti, scuole, ospedali e servizi pubblici di qualità. Sono questi gli investimenti che possono migliorare davvero la vita delle persone, creare lavoro e ridurre i divari territoriali».

Caro carburanti, oggi il Cdm per nuove misure

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha reso noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, il prezzo medio dei carburanti in modalità “self service” lungo la rete stradale nazionale oggi 27 luglio è pari a 1,982 euro al litro per la benzina e 2,185 euro al litro per il gasolio. Per trovare un valore più alto della benzina self bisogna tornare al 5 ottobre 2023. Il diesel è invece arrivato molto vicino al record storico di 2,229 euro toccato il 17 marzo 2022, che portò il governo Draghi a tagliare le accise.

Atteso un decreto legge che interverrà sul costo del gasolio

Il Consiglio dei Ministri si riunirà oggi, alle 17:30 per varare l’intervento ponte contro il caro carburanti allo studio del governo da giorni. Atteso un decreto legge che dovrebbe intervenire in particolare sul costo del gasolio. Successivamente, come ha spiegato il ministro Adolfo Urso, quando saranno noti i numeri dell’extragettito Iva di luglio, l’esecutivo procederà con un secondo intervento con il meccanismo dell’accisa mobile.

L’impennata dei prezzi dalla fine degli interventi sulle accise

Da metà marzo a inizio luglio sono stati in vigore alcuni decreti che, con varie modulazioni, hanno ridotto il costo delle accise su benzina e gasolio visti i rincari dovuti al conflitto tra Stati Uniti e Iran che coinvolge tutto il Medio Oriente. Dal 3 luglio, data in cui è scaduto l’ultimo taglio delle accise, il prezzo medio del gasolio è salito di 30,3 centesimi di euro sula rete ordinaria, con una impennata del +16 per cento, e di 28,7 centesimi in autostrada. Un pieno di gasolio costa oggi 15 euro in più rispetto a inizio luglio, denuncia il Codacons. La benzina è invece rincarata di 17,9 centesimi: in questo caso un pieno costa 8,95 euro in più.

Andrea Castanini direttore ad interim del Secolo XIX

Resta aperta la partita per la direzione del Secolo XIX. Dopo la separazione tra MSC, la società che controlla l’editore Blu Media, e il direttore Michele Brambilla, la direzione è stata affidata ad interim ad Andrea Castanini, come riporta Primo Canale. La scelta del nuovo vertice del giornale è osservata con attenzione non solo dal mondo dell’informazione, ma anche dalla politica e dagli ambienti economici liguri – anche perché arriva dopo mesi di tensioni tra il Secolo XIX e il presidente della Regione Marco Bucci. Nelle ultime settimane sono circolati i nomi di Mario Sechi, di Luca Ubaldeschi, ma anche quelli del giornalista del Corriere della Sera Marco Imarisio. Per ora, però, da Ginevra non è arrivata alcuna decisione.

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita

Nella semiotica del potere i pranzi hanno una duplice funzione. Una secondaria: mangiare perché, parafrasando Battiato, bisogna pur che lo stomaco esulti. E una primaria: farsi vedere. Quello della scorsa settimana alla romana trattoria Stendhal, in Galleria Sordi, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da una parte della tavola, Enrico Mentana, dall’altra Mirja Cartia d’Asero, amministratrice delegata di Gedi, la casa editrice di Repubblica. Siamo a pochi passi da Palazzo Chigi e dal Transatlantico. Il ristorante, che ha una convenzione con la Rai, è molto frequentato dai suoi giornalisti. Se l’obiettivo fosse stato quello della discrezione, la scelta del luogo sarebbe stata quantomeno opinabile. Naturalmente nessuno dei due commensali si è soffermato più di tanto sul menù, essendo ben altro l’argomento in agenda. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Mirja Carta d’Asero (Imagoeconomica).

Il tira e molla con La7 e la tentazione Kyriakou

Mentana infatti ha il contratto con La7 in scadenza a fine anno. È vero: ogni rinnovo del direttore del TgLa7 assomiglia a una partita di poker. Lui fa ammuina, rilancia, Urbano Cairo aspetta, gli osservatori scommettono dividendosi tra divorzio e continuazione del matrimonio. Finora, dopo plateali tira e molla, è sempre arrivata la fumata bianca. Mentana resta al timone della sua creatura, il patron di La7 tira un sospiro di sollievo. Va avanti così da sempre, un copione che gli addetti ai lavori conoscono a memoria. Ma in questo caso, a differenza del passato, una differenza c’è. Per la prima volta dopo 15 anni Mentana ha un’alternativa credibile. E, soprattutto, un editore deciso a convincerlo. Theo Kyriakou, il nuovo proprietario di Gedi, non ha mai nascosto di voler costruire un gruppo multimediale molto più aggressivo di quello ereditato dagli Agnelli. E il tassello fondamentale del progetto sarebbe una televisione all news sul modello della Cnn, un’ambizione che il magnate greco racconta come se gli studi fossero già in piedi, e mancasse solo il taglio del nastro. Per costruire una televisione, però, servono i mattoni, ovvero i soldi. E quelli, pare, ci sono già. Ci vuole anche tempo, ma non troppo, vista la determinazione con cui il greco si muove. Quello che serve è soprattutto un volto. E in Italia, piaccia o no, il volto dell’informazione televisiva continua a essere quello di Mentana, l’unico one man show in grado di costruire il giocattolo e portarlo al successo. Lo ha fatto col Tg5, poi con Tg La7, non si vede perché non possa ancora replicare.  

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Enrico Mentana e Urbano Cairo (Imagoeconomica).

Sul piatto ci sarebbe anche la direzione di Repubblica

L’idea che circola con sempre maggiore insistenza è quella di affidargli non soltanto la nuova all news, ma anche la direzione di Repubblica, almeno nella fase di transizione in cui il quotidiano resterà dentro il perimetro Gedi perché si sa che Kyriakou la passione per la carta non l’ha mai avuta. Un doppio incarico che trasformerebbe Mentana nel vero architrave editoriale del nuovo corso. È anche alla luce di questo scenario che acquista un significato diverso la scelta di affidare la direzione del quotidiano a Stefano Cappellini soltanto ad interim. Non necessariamente un ripiego. Piuttosto una soluzione che consente all’editore di aspettare senza scoprire troppo le carte. Se Mentana accettasse la sfida, Cappellini potrebbe diventare il suo uomo di fiducia, magari con un ruolo da condirettore operativo, lasciando al nuovo arrivato il compito di imprimere la linea e il peso politico del giornale. Anche alcuni dettagli, che presi singolarmente sembravano semplici coincidenze, finiscono così per assumere un’altra luce. Le recenti critiche di Mentana alla sua rete, descritta come troppo schierata contro Giorgia Meloni. L’assenza alla presentazione dei nuovi palinsesti lo scorso 8 luglio. E un rinnovo di contratto che, nonostante qualche abboccamento, continua a non arrivare. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Enrico Mentana (Imagoeconomica).

Nel dubbio Cairo ha pre-allertato Floris

Naturalmente Cairo non è tipo da arrendersi senza combattere. Sa perfettamente quanto Mentana rappresenti il marchio identitario della sua televisione. Il suo addio significherebbe perdere, insieme ad ascolti e riconoscibilità, quel patrimonio di credibilità che anche gli avversari gli riconoscono. Non un dettaglio. Nel dubbio, però, Urbano ha pre-allertato Giovanni Floris, conduttore di punta considerato all’interno l’unico in grado di succedere al direttorissimo. Non una riserva qualunque: è il nome che Cairo tiene pronto per il giorno in cui Mentana varcasse davvero la soglia di Gedi. Dopo aver reinventato il telegiornale di La7 e averlo reso uno dei protagonisti dell’informazione generalista, a 71 anni potrebbe essere tentato dall’ultima grande avventura professionale. Costruire qualcosa di nuovo, invece di limitarsi a presidiare ciò che già esiste. Se l’incontro alla trattoria Stendhal ha sortito qualcosa, lo capiremo dopo l’estate. Se invece era soltanto un pranzo, resta la curiosità di sapere che cosa c’era nel piatto. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Giovanni Floris (Imagoeconomica).

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress

«I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo». L’inventario ansioso di Fernando Pessoa è un bell’esempio di letteratura che cura. Che fa bene all’anima e solleva lo spirito. Un tonico e forse il miglior antidoto all’ansia e alla depressione, che sono i due malesseri che identificano il disagio contemporaneo, il male di vivere che sta diventando una patologia quasi epidemica. 

Il 60 per cento degli italiani convive con disturbi della sfera psicologica

Secondo l’ultimo report del ministero della Salute (2026 su dati del 2024) gli utenti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici sono stati 845.516, mentre le prestazioni complessivamente erogate dai servizi territoriali sono state oltre 10 milioni. Più preoccupante, però, è lo stato di salute mentale quotidiano, “normale”, dell’intero Paese. L’era del disagio è il titolo di una ricerca del 2025 secondo cui il 60,1 per cento degli italiani convive da anni con uno o più disturbi della sfera psicologica. Ne soffrono di più le donne (65 per cento) e la Gen Z (75 per cento, con punte addirittura dell’81 per cento tra le ragazze). Se allarghiamo lo sguardo possiamo però, malinconicamente, consolarci vedendo che siamo in buona, ancorché pessima, compagnia.

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
(foto di Gadiel Lazcano via Unsplash).

Il Vecchio continente si scopre più ansioso e depresso

Secondo una recente ricerca che coinvolge le più importanti istituzioni scientifiche mondiali, il Global Burden of Disease (GBD), nel 2023 quasi 1,2 miliardi di persone nel mondo soffrivano di un disturbo mentale. Un numero quasi doppio rispetto al 1990 ma che, se rapportato alla crescita demografica, rappresenta un aumento del 24 per cento. Secondo lo studio, i disturbi mentali sono ora la principale causa di disabilità, con il Vecchio continente che sembra essere messo peggio del resto del mondo. In un Eurobarometro del 2023, quasi la metà dei cittadini dell’Ue segnalava problemi emotivi o psicosociali come depressione o ansia. L’89 per cento degli intervistati riteneva che la promozione della salute mentale fosse molto importante e più della metà che i recenti eventi mondiali (guerra, povertà, inflazione, crisi climatica ed emergenze sanitarie) fossero potenti attentatori della salute mentale. 

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
(foto di Christopher Ott via Unsplash).

Il tempo ‘perso’ a causa del disagio mentale

Secondo stime dell’Oms, l’ansia e la depressione costano al mondo circa 1000 miliardi di dollari all’anno, ma il nuovo studio GBD aggiunge a questo dato il numero di anni che le persone “perdono” a causa di un disturbo mentale che compromette le capacità lavorative o accorcia la loro vita. Alcuni dei tassi più elevati di questi anni persi sono stati riscontrati nei Paesi dell’Europa occidentale. I Paesi Bassi, ad esempio, si sono classificati al primo posto nel 2023 con circa 3.555 anni persi ogni 100 mila persone, un valore oltre 2,5 volte superiore a quello del Paese con il tasso più basso, il Vietnam, dove si sono persi circa 1.300 anni ogni 100 mila persone.

Andare dallo psicologo è ancora uno stigma (soprattutto nei Paesi più poveri)

Quindi l’Europa è davvero più depressa e ansiosa del resto del mondo? Se lo chiede The European Correspondent in una lunga e documentata inchiesta, della quale mi limiterò a segnalare tre punti fondamentali, forse sorprendenti. Il primo riguarda lo stigma sociale che ancora oggi circonda l’ammettere, anche a se stessi, di avere problemi psicologici. E ciò è più vero nei Paesi poveri che in quelli ricchi, dove ricorrere allo psicologo e allo psichiatra non pone problemi.

Questione di stili di vita, abitudini e alimentazione

Il secondo aspetto riguarda gli stili di vita e il peso negativo che obesità e mancanza di movimento hanno sullo stato mentale. Anche qui il classico mens sana in corpore sano non gode delle giuste attenzioni. Ma è un peccato anche economico grave. Perché ad esempio se cattiva alimentazione e scarsa attività fisica generano problemi di sonno è noto che dormire poco e male non aiuta certo il buonumore. Qui però sul tema insonnia bisogna fare riferimento a una concausa che si sta rivelando sempre più importante nel produrre malessere. Cioè la dipendenza da device e piattaforme social che hanno portato progressivamente, soprattutto i giovani, a usi massivi di smartphone, app digitali e ora di IA. Vite davanti a uno schermo sono vite spiaggiate. Vite desolate, dove la realtà fisica sparisce e l’altro, ovvero la materialità della presenza e della relazione, diventano via via fantasmi, che sono notoriamente mal disponenti. Per i giovani va messo in conto la crescente mancanza di speranza. «Se avessi 16 anni oggi, mi chiederei se tra quattro anni dovrò andare in guerra, se il lavoro che desidero esisterà ancora dopo la laurea, o se potrò mai comprare una casa», osserva uno dei principali autori della ricerca,  Damian Santomauro. «Come può la giovane generazione avere speranza? La mancanza di speranza è un precursore della depressione e dell’ansia».

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
(foto di Adrian Swancar via Unsplash).

La semantica del malessere e la normalizzazione di ansia e stress

Ma il terzo elemento da portare all’attenzione è la questione semantica. Le persone per esempio usano sempre più spesso la parola “ansioso” al posto di “nervoso” o “preoccupato”, e “depresso” al posto di “triste” o “giù di morale”. Se si chiede a qualcuno se si è sentito depresso nell’ultimo anno, è più probabile che risponda sì, perché la parola stessa è entrata a far parte del suo linguaggio quotidiano.  Un discorso a parte meriterebbe la parola stress. Mi limiterò a osservare come il termine “nervoso” che generava preoccupazione facesse riferimento a uno stato d’animo e psicologico momentaneo, perché legato a fattori contingenti, dunque a termine. L’ansia e lo stress invece non staccano mai. Sono stati normalizzati. Parti di noi e della nostra quotidianità. Come dice Charlie Brown al Grande Bracchetto: «Persino le mie ansie hanno l’ansia…».

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
Immagine realizzata con l’IA.

Osvaldo De Paolini sarà il nuovo direttore de Il Gazzettino

Osvaldo De Paolini torna nel gruppo Caltagirone. Come anticipato da Lettera43, dopo l’addio burrascoso alla condirezione de il Giornale e alla direzione del settimanale economico Moneta, dal 2 settembre sarà il nuovo direttore de Il Gazzettino al posto di Roberto Papetti che assumerà il ruolo di direttore editoriale. Guido Boffo e Antonello Calia saranno vice.

Osvaldo De Paolini sarà il nuovo direttore de Il Gazzettino
Roberto Papetti (Imagoeconomica).

I motivi dell’addio al Giornale

Vicedirettore vicario del Messaggero dal 2012, De Paolini era arrivato al Giornale (di cui era già stato vicedirettore dal 1997 al 2001) nel 2023, assumendo prima la carica di vicedirettore poi, dal dicembre 2025, affiancando Tommaso Cerno alla direzione. Un anno prima, nel 2024, aveva lanciato Moneta. La decisione di lasciare il quotidiano, raccontano i ben informati, sarebbe arrivata dopo mesi di tensioni con l’editore sfociati recentemente in un confronto molto acceso con Giampaolo Angelucci. Il rapporto con Cerno inoltre pare non sia mai stato idilliaco e l’arrivo di Lirio Abbate alla vicedirezione non ha contribuito a rasserenare il clima.

Attentato a Ranucci, il Riesame conferma arresti e metodo mafioso

Il tribunale del Riesame di Roma ha confermato le quattro misure cautelari e l’aggravante del metodo mafioso per i quattro accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato a Sigfrido Ranucci avvenuto il 16 ottobre del 2025. Respinte infatti le istanze presentate dalle difese che chiedevano l’annullamento delle misure e il non riconoscimento del metodo mafioso. Rimangono dunque in carcere Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e ai domiciliari Marica De Filippi. Tutti e quattro sono accusati a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Quest’ultima viene contestata per diverse ragioni, la prima delle quali rinvenuta nella forza intimidatoria del gesto (aver piazzato l’ordigno davanti al cancello della casa del giornalista). A rafforzare il riconoscimento del metodo mafioso c’è poi il fatto che l’attentato sia stato organizzato su commissione di un mandante, per ora ritenuto dalla procura il giornalista Valter Lavitola, pur se rimane oscuro il movente.

Iachetti senza freni augura la morte a Schillaci e attacca Vannacci, Salvini e Meloni

È polemica per le ultime uscite di Enzo Iachetti che, durante un incontro pubblico a Pratovecchio (Arezzo) nell’ambito della rassegna «Naturalmente Pianoforte» organizzata da Andrea Scanzi, ha sparato a zero contro i leader del centrodestra arrivando persino ad augurare la morte a un ministro.

Gli attacchi contro Vannacci, Meloni e Salvini

Il primo a finire nel mirino è stato Roberto Vannacci: «Vorrei che i pomodori in Puglia in agosto venissero raccolti da quelli che vogliono la remigrazione. Io vorrei vedere la faccia di Vannacci sudare a un euro netto all’ora. E vorrei vederlo asfaltare le strade di notte a 40 gradi, perché io non vedo mai un bianco farlo. Non c’è un bianco che asfalta le strade di notte a 40 gradi». Poi è toccato a Matteo Salvini: «Vorrei che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti provasse un giorno a salire su un Frecciarossa, in seconda classe. Deve essere lì quando il treno si ferma tra Parma e Bologna per quattro ore senza aria condizionata, non in executive, dove l’aria condizionata funziona sempre». Non è stata risparmiata nemmeno la premier Giorgia Meloni: «Mi piacerebbe sapere cosa risponderà questa signora, questa mamma, tra 20 anni, a sua figlia che leggerà sui libri di storia di 25 mila bambini ammazzati, a volte trucidati, a cui sono state tagliate le gambe. Che leggerà di coloni che spaccano i crocifissi e che uccidono le persone. E questa bambina ormai adulta andrà a chiederle: “Mamma, ma quell’anno lì non eri il presidente del Consiglio? E perché non hai mai detto un cazzo su queste cose? Io sogno questo momento, peccato che tra 20 sarò già all’inferno».

«Vorrei vedere Schillaci morire mentre aspetta una tac»

Infine l’attacco più grave, quello al ministro Orazio Schillaci: «Vorrei vedere il ministro della Sanità andare in ospedale e avere bisogno di una tac o di una risonanza magnetica e sentirsi rispondere “Ci dispiace, la prima libera è tra otto mesi”. E allora voglio vederlo morire prima come succede in tanti casi».