L’incanto di Barbara Hannigan, soprano con la bacchetta

È nata e cresciuta nella Nuova Scozia, sulla costa atlantica del Canada, fra i boschi e l’oceano. Entrare nel mondo della musica da un luogo così speciale, un paradiso naturalistico lontano dai grandi centri culturali, ha probabilmente avuto un ruolo nel formare lo sguardo sul repertorio e sulle convenzioni esecutive di Barbara Hannigan, soprano che è anche direttrice d’orchestra, o viceversa. Di fatto, a 55 anni una delle figure più interessanti e originali della musica contemporanea.

Il costante confronto con la musica contemporanea

Cresciuta in una famiglia che aveva nella musica un punto di riferimento fondamentale, Hannigan ha studiato all’Università di Toronto e al Conservatorio dell’Aia. Qui i suoi interessi si sono orientati in maniera decisiva (e definitiva) verso il Novecento: Satie, Webern, Nono, Berio, i lati meno frequentati del repertorio vocale europeo. Il debutto concertistico è avvenuto presto, a 19 anni. Da allora, il percorso è sempre stato chiaro: non solo il repertorio, ma il confronto sistematico con la musica più recente e con quella che nasce adesso. A oggi sono quasi 100 le prime esecuzioni assolute da lei sostenute. Un catalogo che attraversa molte tendenze della musica colta contemporanea: Sciarrino, Dusapin, Gerald Barry, George Benjamin – del quale ha eseguito Written on Skin – e Hans Abrahamsen, il cui ciclo Let me tell you per soprano e orchestra, scritto per lei, ha eseguito insieme ai Berliner Philharmoniker diretti da Andris Nelsons nel 2013.

L’incanto di Barbara Hannigan, soprano con la bacchetta
Barbara Hannigan e il baritono Christopher Purves nel 2016 (Ansa).

Opere e direzioni fino al Grammy

Sul versante operistico, la sua carriera ha avuto come centro focale le figure femminili problematiche del teatro per musica del Novecento. Di particolare rilievo la sua interpretazione della protagonista nella Lulu di Alban Berg (1937) e quella di Marie in Die Soldaten di Bernd Alois Zimmermann (1965), grande successo alla Bayerische Staatsoper di Monaco nel 2014. Dal 2011, quando ha debuttato come direttrice al Théâtre du Châtelet di Parigi, la sua presenza sul podio è diventata sistematica e autonoma rispetto a quella vocale, anche se Hannigan continua a praticare entrambe, spesso nello stesso concerto.

Dal 2019 è direttrice ospite principale della Gothenburg Symphony Orchestra; dal prossimo agosto sarà la direttrice principale dell’Iceland Symphony Orchestra. Ha guidato alcune delle principali formazioni internazionali, dai Berliner alla London Symphony, dalla Cleveland Orchestra alla Royal Concertgebouw di Amsterdam. In Italia ha diretto l’Orchestra di Santa Cecilia e la Filarmonica della Scala. Nel 2017 ha iniziato a collaborare con l’etichetta discografica Alpha Classics. La prima registrazione è stata Crazy Girl Crazy, in cui dirige la Ludwig Orchestra e canta al tempo stesso. L’incisione propone la celebre Sequenza III per voce sola di Luciano Berio (1965), la Suite da Lulu di Alban Berg e quella dal celebre musical di George Gershwin che dà il titolo all’incisione. Pochi mesi dopo è arrivato il Grammy per il miglior album vocale solistico classico.

L’incanto di Barbara Hannigan, soprano con la bacchetta
Barbara Hannigan (dal profilo Instagram della Iceland Symphony).

La decennale collaborazione con John Zorn

Sempre in Italia il suo nome è legato in particolare Festival dei Due Mondi di Spoleto, dove è stata anche artista in residenza. Nel 2022 in piazza Duomo ha diretto e interpretato vocalmente La voix humaine di Poulenc, su testo di Cocteau, drammatico monologo al telefono di una donna lasciata dal suo amante. In quella produzione dirigeva e cantava allo stesso tempo, realizzando così il “multitasking” gestuale, musicale, vocale e attoriale (visibile al pubblico tramite i video proiettati su grande schermo) che è solo suo. La stessa proposta è approdata alla Scala nello scorso ottobre, acclamatissima. Ed è stata eseguita pochi giorni fa alla David Geffen Hall nel Lincoln Center, per il suo debutto alla testa della New York Philharmonic. Nel 2024, al Teatro Romano spoletino Barbara Hannigan ha realizzato un ampio programma dedicato a John Zorn, eclettico compositore americano 72enne con il quale collabora da ormai più di 10 anni. Questo musicista è una delle figure più difficilmente classificabili della musica americana: compositore e sassofonista, passa dal free jazz alla musica da camera, dallo stile klezmer alla noise music, dalle musiche per film alle composizioni rituali ispirate alla Kabbalah.

L’incanto di Barbara Hannigan, soprano con la bacchetta
John Zorn.

Un sodalizio cominciato con l’ineseguibile Jumalattaret

Il primo progetto condiviso fra Zorn e Hannigan è stato Jumalattaret, un ciclo di canzoni per voce e pianoforte ispirato alle figure divine della mitologia ugro-finnica, che attinge al Kalevala, l’epopea nazionale finlandese pubblicata nel 1835. Il pezzo era rimasto ineseguito per anni ed era considerato per la sua asperrima scrittura di fatto ineseguibile. La musica si muove dalla semplicità melodica, quasi di ispirazione folklorica, fino a pirotecnici passaggi atonali di ardua complessità, alternando tecniche stilistiche di natura assai diversa. Al soprano è richiesta non solo un’ampiezza vocale eccezionale, ma la disponibilità a trasgredire qualsiasi convenzione di genere: il belcanto coesiste con il grido, il lirismo con il suono ridotto a pura materia. Hannigan ha affrontato per la prima volta questa musica nel 2018, poi la collaborazione con Zorn si è ampliata con la partecipazione a Pandora’s Box, la rielaborazione zorniana del mito di Lulu. Nel 2024 sono usciti per Tzadik, etichetta creata dal compositore, due dischi intitolati Hannigan Sings Zorn, registrazioni dal vivo che documentano il sodalizio artistico.

Appuntamento al Vicenza Jazz con Bertrand Chamayou

Ora Jumalattaret, eseguito per la prima volta in Italia a Spoleto nel mese di luglio del 2022, torna nell’ambito di un sofisticato programma che Hannigan e il pianista Bertrand Chamayou stanno portando in tournée europea. La composizione di Zorn è affiancata da pagine novecentesche: i Chants de Terre et de Ciel di Olivier Messiaen (1938) e alcune pagine solo pianistiche di Aleksandr Skrjabin. È un accostamento intrigante: i tre compositori sono accomunati dalla tensione verso il trascendente, ciascuno con linguaggi diversi, e da un rapporto esplicito tra il suono e il mito. Eseguito in anteprima Torino lo scorso 28 aprile, nel concerto inaugurale del festival Seven Springs della Scuola Holden, il pezzo verrà proposto il 16 maggio al Teatro Olimpico di Vicenza, nell’ambito della XXX edizione di Vicenza Jazz. Zorn ha sempre rifiutato le categorie, la sua musica abita lo spazio di intersezione tra il jazz d’avanguardia, la sperimentazione colta e la cultura popolare americana. La rassegna vicentina, diretta da Riccardo Brazzale, con il suo cartellone che comprende Joshua Redman, Mary Halvorson e Uri Caine, è per molti aspetti il luogo naturale per l’evento.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico

Risultati abnormi. La maratona di Londra del 26 aprile ci ha regalato risultati che dovremmo definire straordinari. Ma che straordinari rischiano di smettere di esserlo. Sia nel segmento maschile sia in quello femminile sono state registrate nuove prestazioni record. Fra le donne, l’etiope Tigist Assefa ha fissato il cronometro a 2 h 15’ 41”, migliorando se stessa, visto che esattamente un anno prima, a Londra, aveva toccato il tempo di 2 h 15’ 50”. Più clamoroso l’esito della gara maschile, dove sono stati tre gli atleti che hanno superato la prestazione ottenuta a Chicago nel 2023 dal keniota Kelvin Kiptum (2 h 00’ 35”). Soprattutto, addirittura due di questi tre atleti sono scesi sotto le due ore: il keniota Sabastian Sawe, che ha fermato il cronometro a 1 h 59’ 30”, e l’etiope Yomif Kejelcha, che ha fatto registrare il tempo di 1 h 59’ 41”. Alle loro spalle si è piazzato l’ugandese Jacob Kiplimo, che con 2 h 00’ 28” ha migliorato di sette secondi la performance di Kiptum. Tre risultati record in un colpo, due dei quali sterilizzati. È davvero un buon segno?

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Da sinistra a destra il secondo arrivato Yomif Kejelcha (Etiopia), il vincitore Sabastian Sawe (Kenya) e il terzo arrivato, l’ugandese Jacob Kiplimo (foto Ansa).

Non solo Adidas: è una battaglia tecnologica tra case produttrici

Prima di rispondere a questo interrogativo è necessario soffermarsi su un dettaglio, e cioè l’impatto generato dai nuovi modelli di calzature da competizione. Che definire iper-prestative rischia persino di essere riduttivo. Siamo nel pieno di una battaglia tecnologica tra case produttrici, che porta le principali marche globali a trasformarsi in laboratori della sperimentazione sulla performance. Come informa un dettagliato articolo pubblicato dal sito di Sky Sport, le nuove scarpe Adidas Evo hanno fatto segnare una tappa trionfale. A Londra le avevano sia i due vincitori (Sawe e Assefa) sia il secondo classificato nella gara maschile (Kejelcha). Una circostanza che dà il titolo: con questi “attrezzi” ai piedi, per la prima volta nella storia della maratona competitiva, due esseri umani si sono spinti sotto il muro delle due ore.

Leggerissime (97 grammi) e costosissime (500 euro)

Lo hanno fatto calzando una scarpa leggerissima in termini di peso (97 grammi) e pesantissima in termini di prezzo (500 euro). Di per sé, la questione dei costi è un argomento che non può essere eluso: se davvero indossarle dà un vantaggio competitivo così evidente, gli atleti che non possono permettersele sono doppiamente penalizzati.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Sabastian Sawe, primo arrivato alla maratona di Londra, con annesso nuovo record del mondo (foto Ansa).

Ma al quadro va aggiunto che Adidas non è la sola a essere impegnata in una campagna di sviluppo tecnologico delle calzature da competizione. Il terzo classificato nel maschile, Kiplimo, ha testato con ottimi risultati le nuove Nike Alphafly 4: ha mancato per soli 29 secondi l’obiettivo di abbattere il limite delle due ore. E tornando alla gara femminile, la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya) ha sperimentato un nuovo modello di scarpe svizzere On.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Da destra a sinistra la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya), la vincitrice Tigst Assefa (Etiopia) e la terza arrivata Joyciline Jepkosgei (Kenya) posano dopo la fine della maratona di Londra 2026 (foto Ansa).

Siamo dunque nel pieno di una competizione tecnologica tra case produttrici. Ciò crea una situazione in cui bisogna chiedersi se lo sviluppo delle calzature sia al servizio della prestazione, o se viceversa la prestazione sia diventata un test per lo sviluppo tecnologico. Ma si deve tornare al dato dei record per porsi qualche questione cruciale.

Cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo?

Si diceva: se in una sola gara il record viene battuto tre volte, possiamo ancora parlare di circostanza straordinaria? Dipende. Di sicuro non è cosa normale. Altrettanto sicuro è che si banalizza il record stesso. Che deve essere, a sua volta, circostanza straordinaria perché rara. Ma cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo? Nulla, specie se questo dovesse diventare l’andazzo prossimo venturo.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
I controversi costumi in poliuretano che sono stati banditi nel nuoto (foto Ansa).

La memoria torna al biennio dei costumi in poliuretano nel nuoto (2008-09). In quel lasso di tempo vennero battuti 255 record del mondo. Ai Mondiali di nuoto di Roma (2009), nelle otto giornate di gara in vasca vennero battuti 43 record. Alcuni duravano dalla sera alla mattina. Si parlò di doping tecnologico, ma soprattutto ci si rese conto di avere esagerato: se normalizziamo il record, lo sport perde fascino. Per questo si decise di mettere al bando il poliuretano per tornare ai costumi in tessuto. Il timore è che nella maratona si sia attraversata la medesima soglia. Lo sapremo presto. Ma intanto è bene tenere presente questo dato.