È morto Tinto Brass: i cinque film cult

È morto il regista Tinto Brass. Aveva 93 anni. Lo hanno annunciato all’Ansa la moglie Caterina Varzi e i figli Bonifacio e Beatrice Brass. La famiglia prevede per i funerali una cerimonia strettamente privata. Considerato il maestro del cinema erotico italiano, Tinto (all’anagrafe Giovanni) Brass era nato a Milano il 26 marzo 1933, ma era cresciuto a Venezia. L’esordio alla regia era arrivato nel 1963 col lungometraggio In capo al mondo. L’erotismo sarebbe diventato il tema centrale delle sue opere solo successivamente, con Salon Kitty del 1976. Ecco i cinque film cult di Tinto Brass.

Caligola (1979)

Pellicola storico-erotica cofinanziata dalla rivista per adulti Penthouse di Bob Guccione, si tratta di uno dei più malfamati film cult mai realizzati: racconta la storia del folle imperatore romano Caligola (interpretato da Malcolm McDowell) tra paranoie, eccessi e crudeltà.

La chiave (1983)

Adattamente cinematografico dell’omonimo romanzo dell’autore giapponese Jun’ichirō Tanizaki e ambientato a Venezia nel periodo fascista, ha come protagonista Teresa (interpretata da Stefania Sandrelli), annoiata moglie di un professore di inglese che decide di lasciare in bella vista una chiave per aprire il cassetto dove custodisce il suo diario segreto, ricco di fantasie erotiche.

Miranda (1985)

Liberamente tratto dalla commedia La locandiera di Carlo Goldoni, ma ambientato nella bassa Pianura Padana all’inizio degli Anni 50, il film narra le piccanti avventure di Miranda, che attende da tempo il ritorno del marito disperso in guerra. Protagonista una giunonica Serena Grandi.

Paprika (1991)

Ispirato al romanzo Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere di John Cleland, Paprika lanciò Debora Caprioglio, che nel film è Mimma, una ragazza di Pola che inizia a lavorare come prostituta nelle case di tolleranza per aiutare economicamente il fidanzato e metter su casa.

Così fan tutte (1992)

Omaggio all’omonima opera mozartiana (su libretto di Lorenzo Da Ponte), Così fan tutte ha come protagonista una commessa di Roma, sposata ma insoddisfatta dal punto di vista sessuale, che decide di dare sfogo alle sue pulsioni. Protagonista Claudia Koll.

Flop clamorosi e successi inattesi, l’inspiegabile stagione autunnale al cinema

Per fortuna nessuno ha ancora capito bene gli ingredienti di un successo al cinema. È una magia che a volte avviene e altre no. E non c’è nulla di più inutile di ascoltare quelli che, ma solo ex post, sciorinano la ricetta magica. Nella stagione autunnale 2026, in effetti, i casi di flop clamorosi e successi insperati sono diversi. E allo stesso modo inspiegabili.

The social reckoning, gli ingredienti per funzionare c’erano tutti

The social reckoning, cioè quello che veniva presentato come sequel di The social network, aveva tutti i crismi per sfondare al botteghino: critica feroce al mondo delle piattaforme e al potere dell’algoritmo; un regista famoso e di culto come Aaron Sorkin (che, peraltro, aveva sceneggiato proprio The social network); cast formato dalle stelle giuste della nuova Hollywood, ossia Jeremy Allen White (quello della serie The Bear, il novello Sean Penn del cinema americano), Mikey Madison (l’attrice di Anora, premio Oscar 2025), Jeremy Strong (già visto in Succession e The Apprentice – Alle origini di Trump).

Eppure: uscito in Italia l’8 ottobre, con una notevole promozione un po’ ovunque, il film da noi ha incassato 286 mila euro, una miseria. Nel mondo il box office è arrivato a malapena a 17 milioni di dollari complessivi, nonostante la sola produzione della pellicola fosse costata 40 milioni, a cui poi bisogna sempre aggiungere i costi di marketing e promozione.

Iñárritu voleva regalare a Tom Cruise l’Oscar, e invece…

Qualcosa di analogo è accaduto a Digger, diretto dal messicano Alejandro González Iñárritu e interpretato da Tom Cruise. Arrivato nelle sale il primo ottobre, doveva essere il film che finalmente avrebbe portato l’attore di Top Gun ad aggiudicarsi un Oscar. Ed era stato scelto Iñárritu proprio perché in passato aveva sfornato capolavori come 21 grammi, Babel, Birdman e Revenant: il regista era stato premiato con Oscar a raffica e aveva anche rotto l’incantesimo che non portava mai la statuetta a Leonardo DiCaprio, facendogliela invece vincere con Revenant.

Al pubblico, però, il mix di Digger non è piaciuto molto: 1,6 milioni di euro al box office in Italia, 17,8 milioni di dollari negli Stati Uniti, 28,8 milioni nel resto del mondo. Insomma, poco più di 46 milioni di dollari per un film costato circa 300 milioni tra produzione e promozione. Nessuno probabilmente voleva vedere Tom Cruise conciato così, e in pochi avevano voglia di un film grottesco e di denuncia della società capitalista occidentale.

A chi interessa L’assurda storia della Gialappa’s Band?

Più di recente, venendo alla industry italiana, ecco il documentario L’assurda storia della Gialappa’s Band: pure qui gli ingredienti sembravano perfetti, con la regia di Walter Veltroni, intervistato ovunque, soggetti popolari come i tre della Gialappa’s (pure loro ospitati dappertutto), gran tappeto rosso e battage alla Festa del cinema di Roma, distribuzione Medusa film in 300 sale. E invece: dopo il debutto al cinema il 22 ottobre, nel primo fine settimana, fino cioè a domenica 25, ha incassato appena 80 mila euro. Gli esercenti, perciò, lo hanno liquidato abbastanza velocemente, con un flop colossale al botteghino.

Lo stesso è successo a La città dei vivi, il film tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia sull’omicidio di Luca Varani. La pellicola, presentata in pompa magna alla Mostra del cinema di Venezia, con interviste a ripetizione a Valerio Mastandrea, è poi arrivata in sala il primo ottobre, incassando appena 350 mila euro.

Eppure c’è chi, senza promozioni, ha sbancato

Al contrario, ecco documentari e film che quasi per caso, e senza particolari promozioni, sono entrati nel famoso circuito del passaparola, diventando dei benchmark al botteghino: per esempio Je so’ pazzo, opera biografica su Pino Daniele, uscita in sala il 15 ottobre e già arrivata a 3,2 milioni di euro al box office.

Ancor più incredibili i risultati del documentario Naza, premiato a Venezia e poi esploso dal 28 settembre nelle sale, con oltre 5,3 milioni di euro di incassi.

E infine L’estranea, grazie soprattutto alla candidatura per l’Italia alla corsa degli Oscar 2027, sta arrivando a 3 milioni di euro al botteghino. È in sala dall’8 ottobre. La ricetta magica? Rassegnatevi, non esiste.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste

Nelle immagini degli scontri e dei saccheggi a Milano c’era qualcosa di già visto. E non solo in altre piazze o in altre città. Gruppi che avanzano e si disperdono rapidamente, strade che diventano territori da conquistare, fuoco e fumogeni che rendono indistinguibili i volti. Scene e atmosfere simili a quelle di Athena di Romain Gavras (uscito su Netflix nel 2022) e Stress, videoclip che lo stesso regista girò per i Justice nel 2008.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
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I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste

L’Odio e l’immagine della banlieue

La tentazione è dire che Gavras aveva previsto tutto, attribuendogli un talento profetico discutibile. Le rivolte nelle periferie francesi sono precedenti alle sue opere. E in Francia, fin dai tempi de L’Odio (1995), esiste una fitta cultura dell’immagine della rivolta e delle banlieue. Quello che il regista ha saputo individuare è piuttosto una forma: il modo in cui la rabbia giovanile satura gli spazi dell’immaginazione, prorompe in fotografie e frammenti di video che sembrano immediatamente appartenere alla storia e attraverso quelle immagini diventa un’energia riconoscibile anche a chi ignora le sue ragioni.

In Stress un gruppo di ragazzi attraversa Parigi lasciandosi dietro aggressioni e devastazione. Indossano giubbotti neri con la croce dei Justice, come una divisa. La macchina da presa li segue da vicino, con il movimento sporco e concitato di un documentario. Trattandosi di poi di un brano strumentale, dietro alla violenza delle immagini non ci sono parole da ascoltare, da giudicare.

Sulle immagini del video proiettiamo le nostre convinzioni

È questa assenza a rendere il video ancora più disturbante. Lo spettatore può riempirla con quello che preferisce: il disagio sociale, il razzismo, la delinquenza, il fallimento dell’integrazione. Gavras gli offre immagini sulle quali proiettare convinzioni che molto probabilmente possiede già. Il rischio politico del video sta proprio qui: trasformare ragazzi in una minaccia può mettere in discussione lo sguardo di chi li teme o confermarlo.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Una scena del videoclip Stress (da Youtube).

L’estetica della rivolta e il racconto della catastrofe

In Athena, uscito su Netflix nel 2022, e dunque la bellezza di 14 anni dopo Stress, la materia del videoclip da suggestione diventa tragedia. L’uccisione di un ragazzo innesca una rivolta che coinvolge i suoi fratelli e trasforma le banlieue in un campo di battaglia. Il conflitto attraversa così anche una famiglia: la perdita produce appartenenze e risposte incompatibili. Lo spazio della vita quotidiana diventa una fortezza, il luogo dal quale difendersi e dentro il quale si può restare prigionieri. La regia dà alla sommossa una grandezza che è al contempo marziale e iper-reale.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Una scena di Athena (da Youtube).

Militarismo, guerriglia, branding e lifestyle si confondono in un’accelerazione iper-contemporanea di corpi e colori, scarpe firmate e tute con i loghi delle squadre di calcio si contrappongono a stivali di cuoio, caschi anti-sommossa, scudi e manganelli (il regista aveva già esplorato queste suggestioni nel videoclip di No church in the wild di Kanye West e Jay-Z, in cui proponeva il suo commento al movimento Occupy Wall Street). Le corse collettive, i movimenti dei corpi, il passaggio continuo dalla prospettiva dell’individuo a quella della folla fanno apparire la rivolta come una forza capace di contendere allo Stato il controllo del territorio. Qui sta l’ambiguità del film. La bellezza delle immagini rende il conflitto esaltante proprio mentre il racconto mostra la catastrofe umana che si cela dietro l’estetica che la esprime.

Il brand offre appartenenze riconoscibili

È soprattutto la presenza dei marchi a rendere questo immaginario più familiare di quanto “borghesemente” siamo disposti ad ammettere. Nel paesaggio della rivolta riconosciamo gli stessi oggetti che incontriamo nella pubblicità, nelle vetrine, nei desideri quotidiani. Le sneakers accompagnano la corsa, le tute rendono leggibili i corpi, i loghi offrono appartenenze immediatamente riconoscibili. Anche quando tutto sembra sul punto di esplodere, il brand fornisce una lingua comune.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Una scena di Athena (da Youtube).

Il furto di scarpe e abiti non smentisce la rabbia

È facile snocciolare giudizi sprezzanti: gli stessi ragazzi che protestano contro il sistema poi ne desiderano i simboli. Ma perché dovremmo aspettarci che il risentimento verso una società comporti la liberazione dai desideri che quella stessa società ha insegnato a coltivare? Ed è questa probabilmente la cosa più interessante che Gavras ha intuito prima di altri. Le merci non stanno fuori dal conflitto, non sono un premio da conquistare dopo la vittoria. Sono già dentro il modo in cui ci si presenta agli altri, in cui si cerca un riconoscimento, in cui si misura la distanza tra la vita che si conduce e quella alla quale si pensa di avere diritto. Una scarpa può essere al contempo un oggetto da comprare, un segno di appartenenza e la prova di un’esclusione. La vetrina la espone a tutti; il prezzo seleziona chi può averla.

I saccheggi di Milano come un film di Gavras: l’immaginario delle proteste
Due protagonisti incappucciati dei disordini e delle devastazioni di Milano.

Questo non basta a spiegare un saccheggio, e sarebbe un’altra scorciatoia trasformare ogni merce rubata in una rivendicazione sociale. Aiuta però a capire perché la scelta degli oggetti non sia necessariamente una smentita della rabbia. Si può desiderare di entrare nello stesso mondo contro il quale ci si scaglia, pretendere i suoi segni di successo e insieme distruggerne le vetrine. La contraddizione esiste. Ma appartiene anche alla società che la produce.

Social, IA e potere: Hollywood torna ai film di impegno civile, ma hanno ancora senso?

Finalmente Hollywood ha ritrovato il coraggio dei bei film americani di impegno civile, quelli che ci avevano fatto innamorare del cinema a stelle e strisce e che da un po’ di tempo mancavano in sala. C’è però la consapevolezza che le cose sono un po’ cambiate rispetto a qualche decennio fa, quando la stampa era considerata davvero, al di là dei luoghi comuni, un cane da guardia della democrazia, in grado di soverchiare i poteri.

Quell’iconica scena finale de I tre giorni del Condor

Qualcuno ricorderà infatti il finale de I tre giorni del Condor, film di Sydney Pollack del 1975: Robert Redford consegna al New York Times un dossier sullo scandalo che coinvolge la Cia. Ma l’agente Higgins, che incrocia Redford sul marciapiede, gli chiede: «Ehi, sei sicuro che lo stampano?». Titoli di coda, senza rivelare se il giornale pubblicherà, facendo crollare i vertici dei servizi segreti americani, o insabbierà.

Il problema è che adesso la pubblicazione o meno dei dossier è diventata sostanzialmente irrilevante. Ed è più o meno il sunto di The Social – Il prezzo della verità (The Social Reckoning), il nuovo film di Aaron Sorkin in sala dall’8 ottobre.

Si tratta di una sorta di sequel di The Social network, pellicola di David Fincher del 2010 (ma Sorkin era lo sceneggiatore) in cui si raccontava la nascita di Facebook.

La storiaccia di Facebook e le manipolazioni dell’algoritmo

Il blockbuster si candida agli Oscar 2027, con Jeremy Allen White (il novello Sean Penn del cinema americano, protagonista della serie tivù di successo The Bear) nei panni di un giornalista di inchiesta del Wall street journal e Mikey Madison (l’attrice di Anora, premio Oscar 2025) che interpreta una data scientist di Facebook pentita per le manipolazioni dell’algoritmo.

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Jeremy Allen White e Mikey Madison in una scena del film.

Un social che favorisce polarizzazioni e fake news

Viene raccontato nei dettagli il cambio di rotta del social network creato da Mark Zuckerberg: da piattaforma per connettere persone a luogo nel quale le audience, le interazioni e l’engagement si espandono polarizzando le posizioni, concentrandosi sugli estremismi e sulla diffusione senza controllo delle fake news, fino a epiloghi come gli eventi di Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

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Jeremy Strong nei panni di Mark Zuckerberg.

Il Wall Street journal pubblica le inchieste, Zuckerberg viene perfino interrogato dal Senato americano, nel marzo del 2021 cambia nome all’azienda (che diventa Meta) e, nonostante lo scandalo, gli effetti della campagna stampa sono sostanzialmente nulli: il 66 per cento degli americani continua tuttora a informarsi avendo come fonte privilegiata le piattaforme social, con tutti i difetti del caso.

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Il regista Aaron Sorkin (foto Ansa).
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La locandina del film.

Se il giornalismo e l’editoria in generale rimangono spuntati davanti al mondo dei social, quasi peggio vanno le cose per il cinema di fronte all’intelligenza artificiale.

Guadagnino e le difficoltà col film su Sam Altman

Gli Mgm Studios di Amazon, infatti, avevano deciso di realizzare Artificial, un film su Sam Altman e la nascita di OpenAI. Una specie di novello The Social network 16 anni dopo, e dedicato alla nuova forza creatrice-distruttrice dell’universo digitale.

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Sam Altman (Ansa).

Perché Jeff Bezos si è tirato indietro?

Ma, una volta finito il film, affidato a Luca Guadagnino e costato 40 milioni di dollari, ecco che Amazon si è tirata indietro: non lo distribuiremo, abbiamo scherzato, cercate altrove. Il motivo? Jeff Bezos ha iniziato a fare affari proprio con OpenAI e ha preferito quindi non disturbare troppo il manovratore.

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Luca Guadagnino (foto Imagoeconomica).

Così Guadagnino & co. per circa un anno sono andati in giro tra proiezioni private e incontri con uomini di business, alla ricerca di un distributore valido per uno dei prodotti cinematografici più attesi. Netflix, Searchlight Pictures, A24 hanno visto il film, si sono sperticati in complimenti, ma si sono congedati con un «grazie, ma no, grazie».

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Jeff Bezos (Ansa).

E alla fin fine, per 15 milioni di dollari, il film è stato comprato dalla casa di distribuzione Neon che lo porterà in sala dal 25 dicembre. Perché gli studios sono certamente molto focalizzati sul futuro del cinema, ma sanno bene che il loro business sarà strettamente legato alle strategie dell’intelligenza artificiale, con conflitti di interessi che è meglio non sollecitare.

Se poi lo stesso Jeff Bezos inizia a coltivare ambizioni alla Donald Trump e pensa di potersi candidare alla presidenza degli Stati Uniti, ecco allora che tutta la nuova strategia di Amazon è più chiara: Guadagnino, Andrew Garfield e Yura Borisov (pure lui, come Mikey Madison, ex del cast di Anora) facciano pure il loro irrilevante filmetto. Lasciamo giocare i ragazzini, che alle cose serie ci pensiamo noi.

È morta Silvia D’Amico, produttrice di Rossellini e Magni

Addio a Silvia d’Amico, produttrice e sceneggiatrice morta all’età di 85 anni. Secondogenita di genitori illustri, la sceneggiatrice Suso Cecchi e il musicologo Fedele d’Amico, era nata a Roma il 2 dicembre 1940. Come produttrice ha seguito tutta la lavorazione de Il Messia (1975) di Roberto Rossellini, suo compagno dal 1974 al 1977, e con lui ha progettato un grande film sull’amicizia giovanile di Marx ed Engels, Lavorare per l’umanità, rimasto incompiuto per la morte del regista.

L’ultimo lavoro da produttrice nel 2021

Con le società Excelsior, D’Amico produsse alcuni titoli significativi del cinema italiano e internazionale tra cui State buoni se potete di Luigi Magni (1983), dedicato alla figura del prete fiorentino Don Filippo Neri interpretato da Johnny Dorelli, e Oci ciornie di Nikita Michalkov (1987), film per il quale Marcello Mastroianni ottenne il premio per l’interpretazione a Cannes. Il suo lavoro seguiva ogni fase della realizzazione, dall’ideazione all’edizione, con una presenza costante sul set. Alla sua filmografia appartengono anche numerosi documentari biografici dedicati a protagonisti del cinema, tra cui Suso. La signora del cinema italiano di Luca Zingaretti (2007), dedicato alla madre, e Ritratto di sconosciuto – Marcellus Dominicus Vincentius di Roberto Meddi e Gioia Magrini (2006), dedicato a Marcello Mastroianni. Il suo ultimo lavoro da produttrice è stato Gli anni belli di Lorenzo d’Amico de Carvalho (2021), coproduzione tra Italia, Portogallo e Serbia ambientato negli Anni 90 con protagonista Ninni Bruschetta.

Oscar 2027, designato il film che rappresenterà l’Italia

Il Comitato di selezione per il film italiano da designare agli Oscar ha votato L’Estranea di Paolo Strippoli quale pellicola che rappresenterà l’Italia alla 99esima edizione della kermesse nella selezione per la categoria Miglior film internazionale. Questa la motivazione: «È un film nuovo, di genere, di un giovane autore, che ha da poco iniziato il suo percorso ed è stato apprezzato dal pubblico e dalla critica nazionale e internazionale». L’Estranea concorrerà per la shortlist che includerà i 15 migliori film internazionali selezionati dall’Academy e che sarà resa nota il 15 dicembre 2026. L’annuncio delle nomination (la cinquina dei film nominati per concorrere al premio) è previsto invece per il 21 gennaio 2027, mentre la cerimonia di consegna degli Oscar si terrà a Los Angeles il 14 marzo 2027. Dopo l’anteprima a Venezia 83, il film di Paolo Strippoli è stato presentato a Toronto con il titolo internazionale The spiral.

Uscirà nelle sale l’8 ottobre

La pellicola, un thriller familiare dalle venature horror, arriverà nelle sale l’8 ottobre e ha per protagonisti Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi e Romana Maggiora Vergano. La trama parte dall’arrivo improvviso di una donna a casa di sua figlia per raccontarle la verità sulla loro famiglia, segnata da un patto stretto molti anni prima con un’estranea. Un segreto custodito troppo a lungo che ora torna a reclamare il suo prezzo.

È morto Tim Curry, star di Rocky Horror e It

Addio a Tim Curry, attore britannico celebre per aver interpretato il dottor Frank-N-Furter nel cult The Rocky Horror Picture Show e Pennywise nella miniserie televisiva It, morto all’età di 80 anni. Dopo aver iniziato la carriera in teatro, è sbarcato al cinema e in televisione. Vanta svariate interpretazioni, tra le quali quella del Dottor Petrov in Caccia a Ottobre Rosso (1990), quella del cardinale Richelieu ne I tre moschettieri (1993) e l’arguto maggiordomo Wadsworth in Signori, il delitto è servito (1985). Curry, che è stato anche cantante e musicista, viveva a Los Angeles. Non si è mai sposato e non ha avuto figli.


Morto Fulvio Lucisano, decano dei produttori cinematografici italiani

È morto a 98 anni Fulvio Lucisano, decano dei produttori cinematografici italiani. Aveva fondato le società di produzione cinematografica Italian International Film e Lucisano Media Group. Inoltre era stato presidente dell’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e digitali (Anica) dal 1998 al 2001.

Lucisano nel corso dei decenni ha prodotto oltre 130 film

Nato a Roma nel 1928, Lucisano aveva avuto la prima esperienza nel mondo del cinema nel 1949, quando partecipò alla realizzazione di Anno Santo, documentario sul Giubileo che si sarebbe tenuto nel 1950. Negli stessi anni aveva collaborato con l’Istituto Luce per la realizzazione dei cinegiornali destinati all’America Latina. Nel 1955 aveva prodotto il suo primo film: I quattro del getto tonante. Nel 1958 la fondazione della casa di produzione Italian International Film, di cui era ancora presidente. Tramite la IIF, Lucisano ha prodotto oltre 130 pellicole, tra cui Tre tigri contro tre tigri (1977), Ricomincio da tre (1981), Il ras del quartiere (1983), Il grande cocomero (1993), Ninfa plebea (1996), Fantozzi – Il ritorno (1996), La mia vita a stelle e strisce (2003) e Notte prima degli esami (2006). Nel 1992 aveva anche fondato Lucisano Media Group.

È morto Ben Jones, il celebre meccanico Cooter di Hazzard

È morto a 84 anni Ben Jones, l’attore americano noto soprattutto per aver interpretato il meccanico Cooter Davenport nella celebre serie televisiva Hazzard. L’ha annunciato la moglie Alma Viator, spiegando che l’uomo è stato colpito da un infarto mentre si preparava a guardare in televisione una partita di baseball. Nato il 30 agosto 1941 a Tarboro, nella Carolina del Nord, Jones aveva costruito una lunga carriera tra cinema, televisione e politica. Dopo gli studi in radio, televisione e cinema all’Università della Carolina del Nord, aveva iniziato a lavorare a teatro, al cinema e in televisione alla fine degli Anni 60. Tra i film a cui aveva preso parte figurano Together for Days, Moonrunners, Il bandito e la ‘Madama e The Lincoln Conspiracy. Fece parte del cast di Hazzard dal 1979 al 1985, comparendo complessivamente in 141 episodi. Dopo la conclusione della serie, si dedicò alla politica tra le fila del Partito democratico. Nel 1988 conquistò un seggio in Georgia e venne rieletto nel 1990, rimanendo al Congresso per quattro anni. Successivamente tornò a lavorare nel settore dello spettacolo, comparendo in film come I colori della vittoria e Il segreto di Joe Gould, oltre che in diverse produzioni televisive.

Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici

È morto a 78 anni l’attore Sam Neill, famoso aver interpretato il paleontologo Alan Grant nella saga di Jurassic Park. «La perdita è stata improvvisa e inaspettata, ma confortata dal fatto che Sam fosse libero dal cancro», si legge in un comunicato della famiglia pubblicato su Instagram. L’attore, nato in Irlanda del Nord e cresciuto in Nuova Zelanda, aveva annunciato ad aprile di essere guarito da un tumore del sangue al terzo stadio.

Non solo Alan Grant: i ruoli più importante della carriera di Sam Neill

Come detto, Neill è noto al grande pubblico soprattutto per il personaggio del paleontologo Grant, apparso in Jurassic Park nel 1993, ripreso in Jurassic Park III e poi, quasi due decenni più tardi, in Jurassic World – Il dominio. Interprete versatile, Neill nel corso della sua lunga carriera, oltre che in blockbuster ha recitato anche in film indipendenti e varie serie televisive. Nel 1981, al fianco di Isabelle Adjani, fu il protagonista maschile di Possession, pellicola tra l’horror psicologico e il dramma sentimentale, diretta da Andrzej Żuławski e diventata cult anni dopo la sua uscita nelle sale. Nel 1988 recitò accanto a Meryl Streep in Un grido nella notte, dramma ispirato a una nota vicenda di cronaca australiana: la scomparsa della neonata Azaria Chamberlain, che durante un campeggio con la famiglia fu uccisa da un cane selvatico nel deserto. Nel 1990 aveva interpretato il capitano Vasily Borodin, “secondo” del comandante Marko Ramius alias Sean Connery in Caccia a Ottobre Rosso. Nel 1993 uscì Lezioni di piano, film vincitore della Palma d’oro a Cannes, che lo vede nel ruolo del marito della protagonista Ada McGrath. L’anno successivo Neill fu John Trent, paziente in un ospedale psichiatrico e investigatore assicurativo, protagonista dell’horror Il seme della follia. Tra i suoi film più celebri c’è poi L’uomo bicentenario, in cui fu il papà della famiglia Martin, che acquista un androide (interpretato da Robin Williams) inaspettatamente capace di provare emozioni. Più di recente, Neill era tornato alla ribalta nei panni dell’investigatore Chester Campbell, principale nemico della famiglia Shelby nelle prime due stagioni della serie Peaky Blinders.

Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici
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Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia

Saranno la sceneggiatrice tunisina Kaouther Ben Hania, il compositore britannico Daniel Blumberg, la regista e sceneggiatrice afgana Shahrbanoo Sadat, il docente universitario italiano Francesco Casetti, il regista e sceneggiatore francese Xavier Giannoli, il regista e produttore hongkonghese Johnnie To a completare con la presidente Maggie Gyllenhaal – che era già stata annunciata – la Giuria internazionale del Concorso della 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che si svolgerà al Lido dal 2 al 12 settembre 2026. La decisione è stata presa dal consiglio d’amministrazione della Biennale di Venezia su proposta di Alberto Barbera, direttore artistico della mostra.

Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
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Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
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Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano

Ai David di Donatello ogni tanto succede un piccolo incidente diplomatico: vince il film inatteso, facendo restare a bocca asciutta chi già pregustava la festa. Non lo avevano visto arrivare, e forse proprio per questo Le città di pianura ha sbancato. Otto statuette, comprese quelle che contano davvero, e la sensazione di una piccola insubordinazione consumata in diretta televisiva. Un film laterale, refrattario alle liturgie del nostro cinema, che dopo Cannes 2025 si è fatto strada eludendo il rumore di titoli annunciati nonché i confini dell’entroterra veneziano dentro cui svolge la sua trama. 

Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Francesco Sossai premiato come miglior regia ai David di Donatello (Ansa).

Carlo e Doriano non inseguono più nulla, se non l’ultimo bicchiere

Francesco Sossai è nato a Feltre. Lontanissimo da quella geografia morale che da decenni coincide con il cinema ufficiale: Roma, le sue terrazze, attori che interpretano attori che interpretano crisi esistenziali in interni borghesi. E già questo suona come una dichiarazione di intenti. Il regista arriva dal Veneto di montagna e scende con la macchina da presa verso la pianura, come uno che sa benissimo dove cercare i suoi fantasmi. Non trova cartoline, ma capannoni. Non la regione da brochure industriale, tutta eccellenze, prosecco e imprenditoria paternalista, ma quella del giorno dopo che ha conosciuto la brutalità dello sviluppo e adesso si piega tristemente al suo declino. Ci sono fabbriche chiuse, parcheggi vuoti, bar che resistono come piccoli segnali di un’umanità residua. Ed è lì che si muovono Carlo Bianchi (Sergio Romano, premio al miglior attore) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), due amici che sembrano fuoriusciti dalla grande epopea produttiva del Nord Est: uomini che non inseguono più niente, se non l’ultimo bicchiere. 

Il vuoto geografico che diventa vuoto morale

È un road movie minimo, e proprio per questo feroce. Ci si muove molto, si arriva poco. C’è qualcosa del Wim Wenders di Nel corso del tempo, film di iniziazione per una generazione che ha preceduto quella dei due protagonisti de Le città di pianura: stesso vuoto geografico che diventa vuoto morale, stesso paesaggio che la cinepresa non accompagna ma osserva. Solo che lì era la Germania del Dopoguerra in bianco e nero, qui è il Veneto a colori della crisi di un modello, una terra che è passata dalla fame alla fabbrica e da questa al cartello “affittasi”. Più capannoni che case, si diceva ai tempi del miracolo economico e del Nord Est locomotiva. Quello che sembrava un vanto adesso si è trasformato in un atto d’accusa. 

Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano

L’eco di Vitaliano Trevisan

Chi ha letto Vitaliano Trevisan riconosce subito il paesaggio mentale, più che quello fisico. La provincia come sistema nervoso. Il lavoro come ossessione e il denaro come unica religione capace di svuotare le chiese e riempire i conti correnti. Trevisan lo faceva con una scrittura tagliente e quasi disturbante nella sua precisione. Sossai prende quella stessa poetica e la sposta sullo schermo senza trasformarla in folklore. Ed è questo il punto decisivo. Non cerca la provincia pittoresca, non fa antropologia sentimentale che lascia intravedere un possibile riscatto, né indulge alla nostalgia del passato. C’è invece una constatazione più scomoda: il benessere è arrivato, ma si è portato via una parte cospicua dell’educazione sentimentale. I patrimoni sono cresciuti, le anime molto meno. 

Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Vitaliano Trevisan.

Un film senza ansia di piacere si è mangiato i titoli più pettinati

Ed è forse per questo che il successo ai David dice qualcosa anche del sistema che lo premia. Un sistema che da anni umilia il cinema riducendolo a una dependance del piccolo schermo (possibile che non si trovi mai un presentatore che non sembri uscito da una riunione di palinsesto?) e che vive spesso nella convinzione che il Paese coincida con il raccordo anulare. Per una volta, invece, si è guardato altrove. Così un film piccolo, quasi dimesso, girato spesso in grana grossa e senza ansia di piacere, ha dato la polvere ai titoli più attesi dei registi più pettinati. Si dispiega tra bar, distributori, tangenziali e autogrill, ultima comfort zone di un’umanità che ha smesso di cercarsi. Si chiude alla Tomba Brion, a San Vito, davanti ai due cerchi intrecciati di Carlo Scarpa: un’idea di perfezione così perfetta da risultare ormai estranea alle vite slabbrate dei protagonisti. 

Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Il mausoleo Brion.

Morta l’attrice Claire Maurier, protagonista de “I 400 colpi”

È morta a 97 anni l’attrice francese Claire Maurier, nota per aver interpretato nel 1959 la signora Doinel ne I 400 colpi di François Truffaut e, diversi decenni dopo, la burbera proprietaria del café ne Il favoloso mondo di Amélie (2001).

Morta l’attrice Claire Maurier, protagonista de “I 400 colpi”
Claire Maurier in una scena de “I 400 colpi”.

La carriera di Claire Maurier

Vero nome Odette-Michelle-Suzanne Agramon, Claire Maurier era nata a Céret il 27 marzo 1929. Nella sua lunghissima carriera, in cui ha spaziato tra teatro, televisione e cinema, ha lavorato con i maggiori registi francesi. Dopo gli inizi calcando il palcoscenico, il debutto sul grande schermo era arrivato nel 1952, con una piccola parte ne Un capriccio di Caroline chérie. Maurier aveva poi raggiunto la notorietà alla fine degli Anni 50, con I 400 colpi, dove interpretò la madre dura e distante del protagonista. Negli Anni 60 aveva lavorato con alcuni dei nomi più importanti del cinema francese, tra cui Gilles Grangier e Édouard Molinaro, che l’avrebbe poi diretta anche nel 1978 ne Il vizietto. Due anni dopo la parte ne Una brutta storia di Claude Sautet, le valse una candidatura ai premi César come miglior attrice non protagonista. Dopo aver lavorato anche con Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri, la popolarità internazionale tornò nel 2001 con ll favoloso mondo d’Amélie e la parte di Madame Suzanne, proprietaria del café di Montmartre frequentato dalla protagonista.

Cannes 2026, svelati i film in concorso

Presentata la 79esima edizione del Festival di Cannes in programma dal 12 al 23 maggio 2026. Il delegato generale Thierry Frémaux ha annunciato il programma e i titoli dei film in concorso, molti dei quali erano stati previsti e dati per certi già nelle precedenti settimane. Ad aprire la kermesse sarà La Vénus Électrique di Pierre Salvadori, commedia romantica ambientata nella Parigi del 1928 con Pio Marmai e Anaïs Demoustier. Nessun film italiano è presente nella selezione ufficiale e nemmeno nelle sezioni collaterali annunciate finora. Non accadeva dal 2017.

L’elenco dei film in concorso a Cannes 2026

Ecco l’elenco dei film in concorso per la Palma d’oro:

  • Minotaur di Andrey Zvyagintsev
  • El ser querido di Rodrigo Sorogoyen
  • The man I love di Ira Sachs
  • Fatherland di Pawel Pawlikowski
  • Moulin di Laszlo Nemes
  • Histoire de la nuit di Lea Mysius
  • Fjord di Cristian Mungiu
  • Notre salut di Emmanuel Marre
  • Gentle monster di Marie Kreutzer
  • Nagi notes di Koji Fukada
  • Hope di Na Hong-jin
  • Sheep in the box di Hirokazu Kore-eda
  • Garance di Jeanne Herry
  • The unknown di Arthur Harrari
  • All of a sudden di Ryusuke Hamaguchi
  • The dreamed adventure di Valeska Grisebach
  • Coward di Lukas Dhont
  • La bola negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo
  • La vie d’une femme di Charline Bourgeois-Taquet
  • Parallel tales di Asghar Farhadi
  • Amarga Navidad di Pedro Almodóvar

L’elenco dei film fuori concorso a Cannes 2026

Questi invece i titoli fuori concorso:

  • Diamond di Andy Garcia
  • Her private hell di Nicolas Winding Refn
  • L’Abandon di Vincent Garenq
  • Karma di Guillaume Canet
  • L’Objet du delit di Agnes Jaoui
  • L’Âge de fer di Antonin Baudry
  • La Vénus électrique di Pierre Salvadori (film di apertura)

David di Donatello, “Le città di pianura” di Sossai fa incetta di candidature

Annunciate le candidature della 71esima edizione dei David di Donatello. Le città di pianura di Francesco Sossai domina la selezione grazie a un elevato numero di candidature nelle principali categorie, tra cui miglior film, regia e sceneggiatura: ben 16.

Le città di pianura ha staccato La grazia di Paolo Sorrentino (14) e Le assaggiatrici di Silvio Soldini (13). Tutti e tre i film sono stati inseriti nella cinquina per il miglior film, assieme a Cinque secondi di Paolo Virzì e Fuori di Mario Martone.

I cinque registi in lizza per il David di Donatello

Per quanto riguarda la regia, la cinquina è composta da quattro dei cineasti già citati: Sossai, Sorrentino, Soldini e Martone, a cui si aggiunge Gabriele Mainetti per La città proibita.

I candidati come miglior attore protagonista

Per le interpretazioni, si contendono la statuetta di miglior attore protagonista Valerio Mastandrea (Cinque secondi), Claudio Santamaria (Il nibbio), Toni Servillo (La grazia), Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano (Le città di pianura).

Le candidate come miglior attrice protagonista

Come miglior attrice protagonista sono in lizza in sei: Valeria Bruni Tedeschi (Duse), Barbara Ronchi (Elisa), Valeria Golino (Fuori), Aurora Quattrocchi (Gioia mia), Anna Ferzetti (La grazia) e Tecla Insolia (Primavera).

La cinquina per il miglior film internazionale

Nella categoria internazionale, la cinquina comprende Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, Io sono ancora qui di Walter Salles, The brutalist di Brady Corbet, La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania e Un semplice incidente di Jafar Panahi.

Solo una candidatura per il film campione d’incassi

Curiosità: i due film che hanno incassato di più durante la stagione, cioè Buen Camino di Checco Zalone e Follemente di Paolo Genovese hanno ricevuto solo una candidatura: quella per la miglior canzone originale. La cerimonia di consegna dei David di Donatello andrà in onda mercoledì 6 maggio, in prima serata su Rai 1.

“Una battaglia dopo l’altra” trionfa agli Oscar 2026: i premi

Una statuetta dopo l’altra. Il film diretto da Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra, è il grande (e annunciato) trionfatore della notte degli Oscar andata in scena al Dolby Theatre di Los Angeles e presentata, per il secondo anno consecutivo, dal comico e conduttore Conan O’Brien. Dopo aver vinto quasi tutti i principali premi della stagione, il film ha conquistato anche la statuetta per il Miglior film, mentre Anderson quella della Miglior regia. In tutto, Una battaglia dopo l’altra si è portato a casa sei Oscar compresi quelli per la migliore sceneggiatura non originale, firmata dallo stesso Anderson, per miglior montaggio (Andy Jurgensen) e per il miglior casting (Cassandra Kulukundis).

“Una battaglia dopo l’altra” trionfa agli Oscar 2026: i premi
Paul Thomas Anderson (Ansa).

Premiato anche Sean Penn per la miglior interpretazione maschile non protagonista (la star non era presente perché nuovamente in Ucraina). mentre l’Oscar per il Miglior attore protagonista è andato a Michael B. Jordan, per la sua interpretazione ne I peccatori, diretto da Ryan Coogler. La pellicola ha ottenuto anche importanti riconoscimenti ‘tecnici’ e ‘creativi’ come l’Oscar per la Miglior la sceneggiatura originale sempre a Ryan Coogler, la Migliore fotografia ad Autumn Durald Arkapaw (prima donna e prima donna di colore a vincere in questa categoria), e per la migliore colonna sonora, firmata dal compositore Ludwig Göransson.

“Una battaglia dopo l’altra” trionfa agli Oscar 2026: i premi
Michael B Jordan miglior attore protagonista per Sinners (Ansa).

A mani vuote Timothee Chalamet, candidato per Marty Supreme. Il premio per la Miglior attrice è invece stato assegnato a Jessie Buckley per Hamnet – Nel nome del figlio.

“Una battaglia dopo l’altra” trionfa agli Oscar 2026: i premi
Jessie Buckley migliore attrice protagonista (Ansa).

Miglior film straniero Sentimental Value

La statuetta per Miglior attrice non protagonista è andata invece a Amy Madigan per Weapons. Il premio per il Miglior film internazionale è stato assegnato a Sentimental Value del regista norvegese Joachim Trier. Presentando le candidature, Javier Bardem ha esordito con: «No to War and Free Palestine».

Nella categoria animazione ha trionfato Kpop Demon Hunters, che ha portato a casa anche l‘Oscar per la migliore canzone originale, Golden di KPop Demon Hunters. Riconoscimenti anche per Frankenstein, che ha dominato in alcune categorie tecniche: migliore scenografia per Tamara Deverell e Shane Vieau, migliori costumi per Kate Hawley e miglior trucco e acconciature per Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey.

Cannes 2026, Park Chan-wook nominato presidente della giuria

Il regista sudcoreano Park Chan-wook è stato nominato presidente della giuria al Festival di Cannes 2026. Acclamato l’anno precedente sulla Croisette per il suo No other choice, è il primo coreano a ricoprire questo ruolo, che eredita dall’attrice francese Juliette Binoche. «La sua inventiva, maestria visiva e propensione a catturare i molteplici impulsi di donne e uomini con strani destini hanno regalato al cinema contemporaneo momenti davvero memorabili», hanno dichiarato la presidente del Festival Iris Knobloch e il direttore Thierry Frémaux. «Siamo lieti di celebrare il suo immenso talento e, più in generale, il cinema di un paese profondamente impegnato a mettere in discussione il nostro tempo». La giuria da lui presieduta sarà chiamata ad assegnare la Palma d’Oro, il riconoscimento più prestigioso del Festival, nella cerimonia di chiusura che si terrà il 23 maggio.

Dalla trilogia della vendetta a No other choice

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, Park Chan-wook è ritenuto tra i cineasti più importanti e influenti del cinema coreano. Ha ottenuto il successo internazionale con la trilogia della vendetta, composta da Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003) e Lady Vendetta. Con il secondo capitolo ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2004, dove ha ricevuto anche il plauso del regista statunitense Quentin Tarantino che definì la pellicola come «il film che avrei voluto fare io».

Nel 2013 ha realizzato il suo primo film in lingua inglese, Stoker, con un cast che comprende Matthew Goode, Nicole Kidman e Mia Wasikowska. Tra gli altri suoi lungometraggi si ricordano Mademoiselle (2016), Decision to Leave (2022) e il sopracitato No other choice (2025).

Bafta 2026, quando si terrà la cerimonia e dove vederla

Gli attori Aimee Lou Wood e David Jonsson hanno annunciato, in diretta da Londra, le nomination ai Bafta 2026, gli Oscar britannici e tra i più prestigiosi riconoscimenti a livello mondiale. I favoriti della 79esima edizione sono, come prevedibile, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson che ha ricevuto 14 candidature (due in meno del record assoluto di Gandhi) e Sinners di Ryan Coogler, mattatore fra le nomination degli Oscar, a una sola lunghezza di distanza. L’Italia purtroppo non concorrerà per alcun premio, in quanto La Grazia di Paolo Sorrentino, presente in longlist, non è entrato nella cinquina dei film internazionali.

Bafta 2026, quando si terrà la cerimonia, dove vederla e chi sarà il conduttore

Bafta 2026, quando si terrà la cerimonia e dove vederla
L’attore e regista scozzese Alan Cumming (Ansa).

La cerimonia di premiazione dei Bafta 2026 si terrà alla Royal Festival Hall di Londra il 22 febbraio. In Italia non dovrebbe essere prevista una diretta televisiva, ma sarà comunque possibile seguire le fasi salienti dell’evento di gala sul canale YouTube ufficiale e sui profili social: qui gli appassionati avranno modo di guardare il red carpet e le parti principali della cerimonia con l’assegnazione dei premi. Sul palco, nelle vesti di presentatore, ci sarà l’attore e regista britannico Alan Cumming, scozzese classe 1965 che in carriera ha vinto un Tony Award per il musical Cabaret del 1993 e un Emmy per la serie The Good Wife in cui ha interpretato il personaggio di Eli Gold. Apparso in Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, è noto soprattutto per aver portato sullo schermo Nightcrawler in X-Men 2, personaggio che riprenderà nel 2026 in Avengers: Doomsday.

I favoriti della 79esima edizione degli Oscar britannici

Bafta 2026, quando si terrà la cerimonia e dove vederla
I premi dei Bafta (Ansa).

La 79esima edizione dei Bafta ha assegnato almeno una nomination a ben 46 produzioni. In vetta, come detto, c’è Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson con 14, tra cui miglior film, regia, attori e attrici (protagonisti e non protagonisti): in lizza per un premio, tra gli altri, Leonardo DiCaprio, Chase Infinity, Sean Penn e Benicio Del Toro. Segue Sinners, acclamato horror di Ryan Coogler con Michael B. Jordan (anche lui in lizza per un riconoscimento), che ha ricevuto 13 candidature. Ci sono poi Hamnet e Marty Supreme a pari merito con 11 e Frankenstein e Sentimental Value con otto. Tre candidature per F1, film di Apple Tv con Brad Pitt nei panni di un veterano delle corse. Tra coloro che hanno ricevuto la prima nomination in carriera anche Stellan Skarsgard, candidato a 74 anni come attore non protagonista grazie a Sentimental Value.

Niente da fare tra i film internazionali (non in lingua inglese) per La Grazia di Paolo Sorrentino, che pure era riuscito a entrare in longlist. A contendersi il riconoscimento saranno soprattutto Un semplice incidente di Jafar Panahi, Palma d’Oro a Cannes 2025, e Sentimental Value. Ottime chance anche per L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho con Wagner Moura, Sirat e La Voce di Hind Rajab, applaudito alla Mostra del Cinema di Venezia.  

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Bafta 2026, le nomination: non c’è La Grazia di Sorrentino

Annata amara per l’Italia anche agli “Oscar britannici”. La Grazia di Paolo Sorrentino non è riuscito a ottenere la nomination ai Bafta 2026, annunciate nella giornata di oggi 27 gennaio a Londra da David Jonsson e Aimee Lou Wood. Tra i migliori film internazionali ci sono Un semplice incidente del regista iraniano Jafar Panahi, Palma d’Oro a Cannes, e Sentimental Value di Joachim Trier, che se la vedranno con Sirat, La Voce di Hind Rajab e soprattutto L’agente segreto. A dominare la scena, come previsto anche dopo le candidature agli Oscar, sono Una battaglia dopo l’altra con 14 e l’horror Sinners che ne ha ottenute 13. Staccati di due lunghezze Hamnet e Marty Supreme, mentre più distanziati con otto Sentimental Value e Frankenstein. La cerimonia di premiazione si terrà alla Royal Festival Hall di Londra il 22 febbraio con la conduzione di Alan Cumming.

Oscar 2026, quali sono film e attori favoriti

È iniziato il countdown verso gli Oscar 2026. L’Academy hollywoodiana ha annunciato le nomination per la 98esima edizione dei premi più ambiti nel cinema internazionale, che si presenta con un nuovo e storico record: Sinners – I Peccatori di Ryan Coogler, regista di Creed – Nato per combattere e del cinecomic Black Panther, ha ricevuto ben 16 candidature, frantumando il precedente primato di 14 diviso ex aequo da Eva contro Eva, Titanic e La La Land. Acclamato dalla critica a stelle e strisce e dal pubblico, tanto da registrare uno dei migliori incassi americani degli ultimi anni, è il grande favorito per la notte delle stelle, in programma a Los Angeles il 15 marzo: alla conduzione, Conan O’Brien.

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Oscar 2026, i favoriti per la statuetta come miglior film

Oscar 2026, quali sono film e attori favoriti
Lewis Pullman e Danielle Brooks annunciano le nomination agli Oscar 2026 (Ansa).

Pur avendo ottenuto una nomination in quasi tutte le categorie principali degli Oscar, Sinners non ha ricevuto quasi nulla ai Golden Globes 2026, annunciati a metà gennaio: solo due i riconoscimenti a fronte di sei candidature, con successi per la colonna sonora e per il risultato al botteghino. A vincere i premi più ambiti sono stati in questo caso Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson tra le commedie e Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao tra i drama. Il primo ha ottenuto ben 13 nomination agli Academy Awards, tra cui miglior film e regia, mentre il secondo potrebbe consentire alla cineasta cinese, naturalizzata statunitense, il secondo Oscar dopo quello del 2021 vinto per Nomadland. Occhio anche a Frankenstein, Sentimental Value e Marty Supreme, che hanno ricevuto nove candidature a testa.

Non sono mancate le sorprese, sia per alcune nomination inattese sia per l’assenza di alcuni titoli dati per favoriti alla vigilia. Incredibile, per esempio, l’assenza del sudcoreano No Other Choice fra le pellicole internazionali così come di Wicked – Parte 2, di cui sono state escluse fra le attrici anche le performance di Cynthia Erivo e Ariana Grande. Stupisce invece la candidatura di F1 – The Movie con Brad Pitt per la categoria del miglior film così come l’assenza, fra i registi, di Guillermo del Toro con il suo Frankenstein.

Da Timothée Chalamet a Jessie Buckley, chi sono gli attori favoriti

Oscar 2026, quali sono film e attori favoriti
Lewis Pullman e Danielle Brooks annunciano le nomination agli Oscar 2026 (Ansa).

Capitolo attori. Tra i protagonisti maschili, il grande favorito della vigilia sembra Timothée Chalamet per Marty Supreme, performance che gli ha permesso di vincere il Golden Globe e il Critics Choice Award. Più staccati Leonardo DiCaprio, che sembra destinato a ricevere l’ennesima delusione, candidato per Una battaglia dopo l’altra, Michael B. Jordan (Sinners) e Wagner Moura, presente per L’agente segreto. Sembra più difficile la vittoria di Ethan Hawke per Blue Moon. Fra le donne, occhi puntati su Jessie Buckley, rivelazione dei Golden Globes 2026 e favorita anche agli Oscar. Sono forti tuttavia anche le possibilità di Rose Byrne per Se avessi le gambe ti darei un calcio, mentre appare più difficile la vittoria di Emma Stone, ormai habitué della cerimonia.

Fra gli attori non protagonisti ci sono invece Benicio Del Toro e Sean Penn, entrambi nominati per Una battaglia dopo l’altra di Anderson. Il favorito, anche secondo la stampa americana, sembra però Stellan Skarsgard, premiato ai Golden Globes, candidato per Sentimental Value. Più distanti Jacob Elordi grazie alla performance nel Mostro di Frankenstein e Delroy Lindo, sorpresa delle nomination, per Sinners. Dal film di Ryan Coogler potrebbe arrivare tuttavia la miglior attrice di supporto con le ottime chance di Wunmi Musaku, che tuttavia dovrà vedersela con Teyana Taylor di Una battaglia dopo l’altra, leggermente avanti per i bookies. Sorpresa per Elle Fanning, presente nella cinquina per Sentimental Value.