Il comico Massimo Bagnato, apparso in programmi come Zelig, Quelli che il calcio e LOL, è stato arrestato a Roma con l’accusa di stalking ai danni della sua ex compagna. Fermato dai carabinieri sotto casa della donna in zona Balduina mentre «stava dando in escandescenze, inveiva e scalciava», riporta Il Messaggero: Bagnato voleva insistentemente parlare con l’ex, nonostante la sua contrarietà.
Disposto il divieto di avvicinamento alla donna
Bagnato è stato fermato la sera del 27 aprile. Il giorno successivo, nel processo per direttissima, è stato convalidato il fermo ma ha escluso il carcere, disponendo nei confronti del comico il divieto di avvicinamento alla vittima. Bagnato, da parte sua, ha provato a difendersi «ammettendo di averla aspettata in alcune occasioni sotto casa o fuori dalla palestra che di solito la ex frequenta, ma sempre con educazione e solo per chiedere spiegazioni sulla rottura del loro rapporto».
L’ex ha sporto una querela molto dettagliata
La relazione tra i due è durata circa 10 anni, poi la rottura arrivata a inizio aprile. Ma lui avrebbe continuato a contattarla sia su WhatsApp, nonostante fosse stato bloccato, che di persona «La vittima ha sporto una querela molto dettagliata» nella quale ha ripercorso i «diversi episodi» nei quali Bagnato «l’avrebbe avvicinata dopo che la stessa aveva deciso di porre fine alla relazione sentimentale», si legge sul Messaggero. Comportamenti, questi, «che le avrebbero procurato ansia e timore, facendole cambiare alcune delle sue abitudini di vita».
La Commissione europea ha accertato in via preliminare che Instagram e Facebook, di proprietà di Metadi Mark Zuckerberg, hanno violato la legge sui servizi digitali (Dsa) per non aver identificato, valutato e mitigato con la dovuta diligenza i rischi legati all’accesso ai servizi da parte di minori di età inferiore ai 13 anni, limite minimo di accesso ai due social.
Mark Zuckerberg (Ansa).
Possibili sanzioni fino al 6 per cento del fatturato annuo
Secondo le autorità di regolamentazione dell’Ue, un bambino su dieci sotto i 13 anni usa Facebook o Instagram, in contrasto con le valutazioni interne di Meta. Questo perché, sostanzialmente, non ci sarebbe alcun controllo: i minori possono infatti inserire una data di nascita falsa in fase di registrazione e non c’è nessun meccanismo per verificare che le informazioni siano corrette. Se confermate, le violazioni potrebbero portare a sanzioni fino a un massimo del 6 per cento del fatturato annuo di Meta.
Le app di Facebook e Instagram (e WhatsApp) su uno smartphone (Ansa).
La replica di Meta alle constatazioni preliminari dell’Ue
Annunciando «misure aggiuntive che saranno introdotte a breve», Meta ha contestato le constatazioni preliminari dell’esecutivo Ue: «Abbiamo sempre chiarito che Instagram e Facebook sono destinati a persone di 13 anni o più e disponiamo di misure per individuare e rimuovere gli account di chi ha meno di questa età». Intanto, in diversi Stati membri dell’Ue sono sul tavolo piani per introdurre divieti di accesso ai social media per i minori di 15 anni.
Nessy Guerra, cittadina italiana originaria di Sanremo, madre di una bambina di tre anni, è stata condannata in Appello da un tribunale egiziano a sei mesi di carcere con l’accusa di adulterio. A denunciarla era stato l’ex marito, Tamer Hamouda, italo-egiziano. «Sono sconvolta, non me l’aspettavo. Ho paura di finire in carcere qui e temo di perdere la mia bambina. Sto solo cercando di proteggerla e di scappare da un uomo violento. Aiutatemi», ha detto Guerra in un’intervista al Corriere. «Nel luglio del 2024 ho divorziato da Tamer e lui non l’ha accettato. Mi ha denunciato per rapimento di minore, poi per avergli svuotato la casa e i conti in banca, accuse tutte archiviate». L’ultima è quella di adulterio, reato che in Egitto comporta il carcere. «Uno di questi presunti amanti ha negato tutto e ha detto di aver ricevuto minacce morali e psicologiche da parte del mio ex marito, eppure sono stata condannata lo stesso». Nella sentenza di primo grado, i giudici avevano richiamato una dichiarazione acquisita agli atti e ritenuta attendibile, nella quale un uomo ammetteva di aver avuto rapporti sessuali con lei nel marzo 2024. Elemento che il tribunale ha considerato decisivo per la condanna. Fra due settimane arriveranno anche le motivazioni della conferma in Appello, mentre lei vive con la paura di essere arrestata.
L’uomo è stato condannato in Italia per stalking, lesioni e maltrattamenti
«Ho interrotto la relazione anche per lei perché lui era violento, aveva manie di persecuzione e grazie alla mia avvocata ho scoperto che Hamouda è stato condannato in Italia per stalking, lesioni e maltrattamenti nei confronti di una precedente compagna. Il nostro Paese per tre volte ha chiesto l’estradizione, l’ultima volta a settembre scorso, ma non gli è stata concessa», ha aggiunto Nessy, che per paura è costretta a vivere in luoghi segreti e a cambiare spesso appartamento. La Farnesina ha reso noto che sta seguendo il caso: «È stato ripetutamente posto all’attenzione delle autorità egiziane dall’ambasciatore d’Italia al Cairo e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ne ha discusso con il collega egiziano Badr Abdelatty».
Per l’ex direttore dell’Fbi James Comey è stato emesso un mandato d’arresto con l’accusa di «minaccia alla vita e all’integrità fisica del presidente degli Stati Uniti» Donald Trump. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia ad interim Todd Blanche. Comey, nominato da Barack Obama e confermato dal tycoon durante il suo primo mandato, è stato accusato per un post sul Instagram di un anno fa in cui si vedeva una serie di conchiglie a formare i numeri “86 47“, accompagnata dal commento «una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia». Nel gergo della ristorazione, il numero “86” indica l’atto di eliminare o rimuovere definitivamente una voce dal menu, mentre il “47” farebbe riferimento, secondo le accuse, al 47° presidente Usa, Trump.
Il post Instagram.
I capi di imputazione
Il post, poi cancellato da Comey con la giustificazione di «non essersi reso conto che alcune persone associano quei numeri alla violenza» e di essere «contrario alla violenza di qualsiasi tipo», fu subito interpretato dai repubblicani come una minaccia contro The Donald. Di qui la mossa di un gran giurì del Distretto orientale della North Carolina che, martedì 28 aprile 2026, ha emesso un atto d’accusa per due capi d’imputazione. Il primo è di aver minacciato con consapevolezza e volontà «di uccidere e di infliggere lesioni fisiche» al presidente americano, mentre il secondo è di «aver trasmesso consapevolmente e volontariamente una comunicazione interstatale contenente una minaccia di morte» a Trump.
Comey: «Non finirà qui, sono innocente»
Dal canto suo, Comey ha ribadito la sua innocenza e si è detto fiducioso che sarà scagionato in tribunale in un video pubblicato su Substack: «Non finirà qui. Tuttavia, per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura federale. È però fondamentale che tutti noi ricordiamo una cosa, che questo non è il modo in cui il dipartimento di Giustizia dovrebbe operare. La buona notizia è che, giorno dopo giorno, ci avviciniamo sempre più al ripristino di quei valori. Non perdete la speranza».
Il ministero della Giustizia non aveva chiesto alla procura generale di Milano di fare indagini all’estero in vista della possibile grazia per motivi umanitari da concedere a Nicole Minetti. Come spiega Repubblica, Via Arenula aveva inviato ai magistrati solo un modulo nel quale non c’era alcun riferimento a eventuali accertamenti fuori dall’Italia, in questo caso particolare in Uruguay e negli Stati Uniti.
Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica).
Le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay
Ora, su input del Quirinaleche ha chiesto approfondimenti, c’è da capire (con colpevole ritardo) ogni passaggio dell’adozione del minore, compresa la contrarietà dei genitori biologici che non l’avrebbero abbandonato alla nascita. L’Uruguay, peraltro, non è un Paese con cui l’Italia ha un trattato sulle adozioni internazionali. E Minetti non è nemmeno sposata con Giuseppe Cipriani: altro elemento che avrebbe dovuto suggerire cautela al ministero della Giustizia, che raramente ha aperto un’istruttoria per la grazia nei confronti di una persona che non è in custodia cautelare. E poi c’è l’intervento chirurgico subito dal bimbo a Boston, dopo il supposto parere contrario di due ospedali italiani che, però, hanno smentito di averlo avuto come paziente. C’è inoltre da capire che tipo di feste venissero organizzate nella tenuta in Uruguay di Cipriani, citato negli Epstein Files. Altro aspetto sotto la lente d’ingrandimento le circostanze della morte dei due avvocati della famiglia d’origine del bambino, di cui ha scritto Il Fatto Quotidiano. «Potremmo anche ammettere di non essere stati perspicaci», ha detto la procuratrice generale Francesca Nanni. Sul caso è stata attivata «con massima urgenza» anche l’Interpol. Saranno acquisiti documenti dall’Uruguay anche in merito a eventuali procedimenti penali.
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Meloni esclude le dimissioni del ministro Nordio
Intanto il ministro Carlo Nordio è sempre più sotto pressione. Ieri il Guardasigilli è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano per un colloquio che non sarebbe legato al caso-Minetti, bensì già previsto «per questioni pregresse». Le opposizioni sono tornate a invocare le dimissioni di Nordio, già indebolito dall’addio forzato della sua (ex) capo di gabinettoGiusi Bartolozzi, che però sono state escluse categoricamente dalla premier Giorgia Meloni: «Il ministero non ha strumenti per operare indagini, il ministero si avvale della magistratura e la magistratura della polizia giudiziaria. Come fa il ministero ad avere più informazioni di chi fa indagini?».
Il secondo capitolo de Il diavolo veste Prada, 20 anni dopo, ci offre un ritratto spietato sulla trasformazione del mondo dell’editoria e sulle difficoltà estreme delle vecchie generazioni ad adattarsi all’universo digitale, dove influencer e content creator hanno spazzato via interi giardinetti di competenze.
Ce n’è un po’ per tutti. Sia per quel giornalismo duro e puro che in tempi grami come questi non disdegna di scendere a compromessi, mettendo da parte gli ideali di gioventù; sia per il mondo dell’editoria dei femminili, quello dominato per decenni da Vogue & co., che invece non detta più le tendenze, non intercetta investimenti pubblicitari come una volta, e deve lottare per sopravvivere tra social, visualizzazioni e viralità.
Meryl Streep interpreta Miranda Priestly.
Prima la shitstorm, poi la rabbia degli investitori pubblicitari
Runway, la rivista di fashion guidata da Miranda Priestley (Meryl Streep), viene travolta da una shitstorm sui social perché ha pubblicato un articolo elogiativo dedicato a un’azienda che, invece, si scopre essere disinvolta sfruttatrice della manodopera. Pure gli investitori pubblicitari chiedono una sorta di risarcimento per lo scandalo che ha colpito Runway, e in particolare Dior, il cui business retail è ora guidato da Emily (Emily Blunt), l’antica assistente di Miranda.
Emily Blunt.
Messa alle strette sui due fronti (contenuti editoriali e raccolta adv), la casa editrice di Runway decide di chiamare Andrea (Anne Hathaway) come responsabile dei contenuti editoriali, poiché nel frattempo l’ex ragazza del 2006 è diventata un’apprezzata giornalista che vince premi ma che è appena stata licenziata, insieme a tutta la redazione, dal quotidiano Guardian. Miranda, con un inatteso bagno di umiltà, è d’altro canto costretta ad andare a trattare con gli investitori pubblicitari, Emily compresa.
Anne Hathaway.
«In quanti hanno cliccato sull’articolo? Non è diventato virale»
Possiamo quindi usare alcuni touchpoint della sceneggiatura del film, in sala dal 29 aprile, per allargare il discorso a un’analisi del settore fashion ed editoriale. Innanzitutto, i pur brillanti articoli di Andrea, nuova responsabile contenuti, hanno sul web un buon numero di commenti da parte della élite, ma… «in quanti hanno cliccato sull’articolo? Quante visualizzazioni ha fatto? Non è diventato virale», è il cinico commento dell’editore di Runway.
La Miranda del 2006 governava gli eventi, li determinava. Quella del 2026 è più passiva, li subisce, non detta più le regole, accetta senza fiatare le condizioni poste dagli investitori pubblicitari: «A risarcimento dello scandalo ci farete tre pagine di servizi e poi un’intervista celebrativa dedicata alla nostra nuova sede», le dice Emily. E a chi prova a chiedere a Miranda di essere un po’ meno accondiscendente, la direttrice risponde: «Abbiamo bisogno degli investimenti pubblicitari, il numero di Runway di settembre pare un filo interdentale», lasciando intendere che mancano le pagine pubblicitarie e la foliazione è ridotta al minimo.
Che fatica adattarsi alle nuove regole woke su diversity e body shaming
Lei, d’altronde, ragiona ancora guardando quasi solo all’edizione cartacea, percepisce come svilenti tutte le variazioni editoriali sul digitale, e quando partecipa alle riunioni in cui viene sommersa dai dati su metriche e visualizzazioni si annoia tremendamente. Fa anche molta fatica ad adattarsi alle nuove regole woke in tema di diversity e body shaming: «Ho detto ragazza grassa del New Jersey. Cos’è che non si può dire? Non posso dire che è del New Jersey?».
La locandina del film.
Ecco quindi emergere un suo gap sia tecnologico sia culturale con i nuovi standard dell’editoria. Nel passaggio generazionale dal vecchio proprietario, appassionato di editoria, a suo figlio, molto meno a suo agio tra redazioni e menabò, si evidenzia ancor di più il cambio di passo: i consulenti di McKinsey chiedono di tagliare i costi un po’ ovunque, e, preferibilmente, di vendere la società.
Convocazione nella mensa aziendale: ma chi l’ha mai vista?
Miranda è costretta a viaggiare da New York a Milano in economy e non più in business; vengono abolite le macchine con autista e si caldeggia l’utilizzo di Uber; il nuovo editore convoca Miranda alla mensa aziendale, «ma lei non ha mai messo piede in quel piano dell’azienda, non sapeva neppure che esistesse una mensa aziendale», dice il suo art director Nigel (Stanley Tucci), che poi ricorda i bei tempi in cui «per fare questo servizio potevo andare in Africa tre mesi col fotografo Richard Avedon. Ora vanno bene tre giorni in una location periferica di Brooklyn».
Stanley Tucci e Anne Hathaway nel film.
Quindi che fine farà l’editoria? Beh, non ci sono molte strade, come racconta il film. O ci si rifugia in modelli di grande successo tipo l’Economist o il New York Times, con grandi gruppi dove però un manipolo di azionisti illuminati conserva azioni di classe B, non contendibili, per governare l’indirizzo editoriale delle attività; oppure si trova un miliardario appassionato che compra e lascia mano libera a direttori e giornalisti. L’antica formula dell’imprenditore che si compra i media non per il business in sé, ma per appoggiare e fare lobbying a favore delle altre sue attività sembra invece avere i giorni contati (in Italia, tuttavia, sembra essere un grimaldello che va ancora di moda).
«Il primo iPhone è stato in qualche modo l’inizio della fine»
Di sicuro la rivoluzione che si è abbattuta sull’editoria è stata anche la molla per avviare, 20 anni dopo, la realizzazione del sequel de Il diavolo veste Prada. Come spiega infatti il regista di entrambi i film, David Frankel, «il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Tutto il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito soltanto un anno dopo il primo film e penso che quello sia stato in qualche modo l’inizio della fine. Mentre vedevamo il mondo del giornalismo cartaceo sempre più in declino anno dopo anno, ci sembrava sensato esplorare questo cambiamento e sviluppare una storia in cui questi personaggi finissero nuovamente per interagire. Volevamo esplorare i compromessi a cui loro devono scendere per mantenere le proprie carriere. Se il primo film era un romanzo di formazione in cui una giovane donna (Anne Hathaway, ndr) scopriva il proprio posto nel mondo, il sequel parla di una donna matura che affronta tutte le scelte che ha compiuto nella propria vita».
Anne Hathaway e Meryl Streep.
Insomma «il cambiamento è ovviamente qualcosa che tutti noi sperimentiamo nelle nostre carriere professionali, e il modo in cui lo affrontiamo è una priorità assoluta; è una sfida che tutti i nostri personaggi devono superare, ma per Miranda la parola chiave era eredità, heritage. Come si fa a mantenere in vita qualcosa quando la sua influenza e la sua importanza culturale stanno svanendo? Come far sì che una testata che è chiaramente un heritage continui ad avere un significato per le persone? Si tratta anche della sua eredità personale. Se questo è ciò che ha fatto nella sua vita, lei deve trovare come vorrebbe che le persone ricordassero i suoi successi una volta che avrà smesso di farlo».
«Sono cambiate così tante cose nel mondo dell’editoria…»
Anche per Meryl Streep il cambiamento dell’editoria è stato lo spunto fondamentale per convincerla a interpretare il sequel: «Il motivo per cui oggi il film ha senso è che sono cambiate così tante cose nel mondo delle riviste, in quello dell’editoria e nel giornalismo in generale. Il settore si è praticamente dissolto, al punto che tutti stanno cercando di capire come farlo funzionare. Ed è in quell’atmosfera che entrano in gioco la tensione e la trama, e vengono messe in luce tutte le cose che le persone devono fare per tenere a galla la barca in questi tempi così turbolenti. Quello del 2006 era un film su una donna a capo di una grande azienda, e i personaggi principali erano donne, per di più donne ambiziose. Quindi era tutto nuovo e divertente. Ora penso che sia ancora rilevante esplorare come le donne ricoprano ruoli di leadership e in quali modi. Il mondo è turbolento e piuttosto cupo. Le notizie sono deprimenti, ed è fantastico avere qualcosa che ci ricordi tutto ciò che c’è di meraviglioso, libero, bello e sciocco nel mondo».
Svolta nelle indagini sull’aggressione a colpi di pistola ad aria compressa esplosi contro una coppia di sessantenni militanti di Sinistra Italiana al parco Schuster di Roma alla fine del corteo del 25 aprile. È stato fermato un 21enne appartenente alla Comunità ebraica che, stando al Corriere della sera, avrebbe ammesso le proprie responsabilità dicendo di fare parte della Brigata ebraica. Decisivi per la sua identificazione i video delle telecamere della zona. Il ventenne a bordo di uno scooter con casco integrale aveva sparato almeno tre colpi contro i due manifestanti – Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano – con al collo il fazzoletto dell’Anpi, ferendoli in modo lieve.
Nuova dichiarazione di Donald Trump sull’Iran e lo stretto di Hormuz. Affidandosi come di consueto alla sua piattaforma social Truth, il presidente Usa ha affermato che Teheran ha «appena informato» Washington di trovarsi in uno «stato di collasso», chiedendo che gli Stati Uniti di «aprire il prima possibile» il braccio di mare, «in attesa di definire la leadership» del Paese.
Trump è scettico sulla proposta per riaprire Hormuz e rinviare sul nucleare
The Donald intanto incassa la “vittoria” dell’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec
L’ultima dichiarazione di The Donald, peraltro, arriva in un giorno segnato dall’addio degli Emirati Arabi Uniti all’Opec, che di fatto può essere considerata una vittoria per il tycoon, il quale in passato ha accusato l’organizzazione di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec) e da Opec+ a partire dal primo maggio, infliggendo un duro colpo ai gruppi di esportatori di greggio e al loro leader de facto, l’Arabia Saudita. La mossa, clamorosa, arriva nel bel mezzo di discussioni in corso e considerazioni strategiche all’interno del mercato globale, in difficoltà a causa di quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra Iran e Oman attraverso il quale normalmente transita un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali.
L’uscita degli Emirati Arabi è una vittoria per Trump
Gli Emirati Arabi Uniti sono il primo Paese del Golfo a lasciare l’alleanza in decenni. L’uscita di questo membro storico dell’Opec potrebbe creare disordine e indebolire l’organizzazione, che ha sempre tentato di mostrare unità nonostante i disaccordi interni su una serie di questioni, dalla geopolitica alle quote di produzione. L’uscita degli Emirati rappresenta una vittoria per Donald Trump, che ha accusato l’Opec di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Donald Trump (Ansa).
Le critiche al Consiglio di Cooperazione del Golfo
La decisione è arrivata dopo che gli Emirati Arabi Uniti, centro nevralgico per gli affari regionali e uno dei più importanti alleati degli Usa, hanno criticato gli altri Stati arabi per non aver fatto abbastanza per proteggerli dai numerosi attacchi iraniani. «I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono supportati a livello logistico, ma politicamente e militarmente, credo che la loro posizione sia stata storicamente la più debole», ha affermato Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan. «Mi aspettavo questa posizione debole dalla Lega Araba e non ne sono sorpreso, ma non dal Consiglio di Cooperazione del Golfo», ha aggiunto, puntando il dito contro Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Kuwait e Qatar.
Una moschea di Abu Dhabi (Ansa).
Quali sono i Paesi che fanno parte dell’Opec
L’Opec, fondata nel 1960, comprende 12 Paesi (presto 11, a questo punto), che assieme negoziano con le compagnie aspetti riguardanti produzione di petrolio, prezzi e concessioni: Algeria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Venezuela, Guinea Equatoriale, Repubblica del Congo e Gabon.
Di nuovo sotto pressione per il caso della grazia concessa a Nicole Minetti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato ricevuto alle 13 a Palazzo Chigi. Il Guardasigilli, spiegano fonti di governo, ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Il colloquio non sarebbe legato al caso-Minetti, in quanto già previsto «per questioni pregresse» e sull’esame di alcuni provvedimenti. Nordio è stato nella sede del Governo per oltre un’ora.
Mentre la questione delle elezioni a presidente della Figc sta agitando il governo, che spinge per il commissariamento della federazione calcistica mentre la Lega Serie A ha candidato l’ex numero uno del Coni Giovanni Malagò – in tempi rapidi e “inaspettati” per l’esecutivo, che sperava ci avrebbe messo più tempo nel selezionare un candidato in grado di vincere e quindi pensava di avere lo spazio di manovra per arrivare al commissariamento – c’è un altro tema più personale che coinvolge un membro del Cdm, ovvero il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Secondo quanto riportato da Calcio Finanza, sua figlia Marta potrebbe presto terminare il suo percorso lavorativo all’Inter (uno dei club che ha insistito per la candidatura di Malagò) dove attualmente ricopre la carica di Football Travel Officer. L’idea sarebbe quella di trasferirsi nella Capitale.
Venezia non dà pace alla destra. Tra il caso Venezi, che pare tutt’altro che chiuso, la bufera alla Biennale e i presunti rapporti di amicizia tra Carlo Nordio e la famiglia Cipriani, il cui erede Giuseppe è il compagno di Nicole Minetti, l’epiteto Serenissima fa quasi sorridere.
La risposta di Venezi e l’ombra delle Comunali
Partiamo dalla Fenice. Dopo l’annullamento da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi di tutte le collaborazioni future con la cosiddetta “Bacchetta nera”, la direttrice – pardon, direttore – d’orchestra 34enne si è tolta qualche sassolino dalla scarpa. «Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente Nicola Colabianchi e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno», ha scritto Beatrice Venezi in una nota, lasciando intendere un possibile ricorso alle vie legali.
Le dichiarazioni rese a La Nación, ufficialmente alla base del “siluramento”, «avrebbero dovuto essere lette nel contesto dell’intervista e non distorte e strumentalizzate». Di più: non solo Venezi assicura di non aver mai mancato di rispetto ai lavoratori, ma sarebbe lei stessa vittima delle maestranze del teatro veneziano che in otto mesi «mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, sui social, giornali, tv, in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera». Insomma «in Italia essere giovane è un handicap e poi donna una aggravante», prosegue la nota. «Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta». L’underdog della classica però non ha convinto il melonianissimo presidente della commissione Cultura alla Camera, Federico Mollicone, che a La Stampa ha ammesso che Venezi, a cui ha confermato la sua stima, «è andata troppo oltre». Anche se resta convinto che l’orchestra «sia stata strumentalizzata dalla sinistra». Nonostante il governo abbia prontamente negato di aver avuto un ruolo nell’affaire Fenice, c’è chi sostiene che dietro lo scaricamento della direttrice ci siano calcoli poco lirici e molto politici. Come scrive Il Fatto Quotidiano, infatti, alle Comunali del 25 e il 26 maggio dopo il decennio di Luigi Brugnaro, strenuo difensore di Venezi, il centrodestra che schiera l’assessore uscente Simone Venturini rischia di perdere. Stando a rilevazioni riservate e visionate da Fratelli d’Italia, il caso Venezi poteva costare 4-5 punti percentuali. Un lusso che non ci si poteva permettere. E poi, come ha ricordato Mollicone, «alcuni referenti dell’orchestra, non è certo un segreto, hanno legami con chi si candiderà alle prossime elezioni comunali di Venezia. Sono vicini a liste e comitati di centrosinistra»…
Luigi Brugnaro (Ansa).
Cipriani, i presunti legami con Nordio e l’affaire Minetti
Se Pietrangelo Buttafuoco inaugurerà la Biennale senza il ministro Alessandro Giuli dopo la rottura sul padiglione della Russia, Venezia resta al centro della cronaca, sebbene in modo indiretto, anche per l’ultima grana del governo Meloni: il caso della grazia concessa a Nicole Minetti. Dopo la richiesta da parte del Quirinale di ulteriori verifiche al ministero della Giustizia e alla Procura di Milano, dalle parti di Via Arenula c’è chi punta il dito contro Giusi Bartolozzi, l’ex zarina “dimissionata”, che avrebbe gestito il dossier. Ma c’è anche chi ricorda i (presunti) rapporti di amicizia tra il Guardasigilli Carlo Nordio, che in Laguna fu procuratore aggiunto, e la famiglia Cipriani, legata al celebre Harry’s Bar aperto nel 1931 Giuseppe Cipriani a due passi da Piazza San Marco. Erede della dinastia è un altro Giuseppe Cipriani, 60 anni, compagno dell’ex igienista dentale del Cav ed ex consigliera regionale in Lombardia…
Carlo Nordio e dietro Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).
Festa all’Ucid con Abodi
Il cardinale Giovanni Battista Re, classe 1934, alla fine non ha partecipato alla cena sociale dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti (Ucid) Lazio, organizzata da Riccardo Pedrizzi, preferendo una cena casalinga. Grande protagonista dell’evento è stato il ministro dello Sport, Andrea Abodi, tempestato di domande su chi governerà il calcio italiano, ben sapendo che Giancarlo Abete è sempre stato ai vertici proprio dell’Ucid, il gotha del potere (quasi totalmente romano) legato al Vaticano e ai suoi molteplici interessi. Abete è il “concorrente” di Giovanni Malagò nella corsa alla conquista della poltrona che è stata di Gabriele Gravina. Tra l’altro, e pochi lo ricordano, Abodi è stato presidente della Lega Nazionale Professionisti Serie B. Comunque, se non c’è stato Re, era presente l’avvocato Giorgio Assumma, anche lui classe 1934, «che senz’altro è più potente del nostro amico cardinale», spifferavano i maligni nella sala dell’Eur.
Andrea Abodi (Imagoeconomica).
Giavazzi torna a Roma. E Tremonti parla con Fratoianni
Francesco Giavazzi torna a farsi vedere a Roma. Tanto che davanti a Palazzo Chigi si sente dire che «appena un governo scricchiola, subito arrivano nella Capitale i cosiddetti tecnici». Pronti a rientrare nell’edificio simbolo del potere (o di quel che ne rimane): Giavazzi, ai tempi di Mario Draghi “regnante”, entrava e usciva dalla Presidenza del Consiglio a velocità supersonica, impegnatissimo con i dossier delle nomine delle società statali. Nella mattina di martedì, al Senato, nella sala Nassiryia, si tiene l’incontro intitolato “Tornare a crescere. Oltre l’Italia dello zero virgola”, con il docente milanese Marco Leonardi autore del volume Il prezzo nascosto, Giavazzi, i parlamentari del Partito Democratico Lia Quartapelle e Giorgio Gori. Poi, nel pomeriggio, altro evento imperdibile: in piazza della Minerva, alla Biblioteca del Senato dedicata a Giovanni Spadolini, nella sala degli Atti Parlamentari, va in scena la presentazione del libro Libercomunismo di Emiliano Brancaccio, con Peppe De Cristofaro capogruppo al Senato di Avs, Giulio Tremonti, presidente commissione Esteri della Camera e Nicola Fratoianni. Davvero curioso, come incontro per parlare di economia. Tanto che qualcuno si domanda: «Non è che pure Giulio Tremonti sta facendo un pensierino per un mandato presidenziale, un domani, sul Colle?».
L’economista Francesco Giavazzi (foto Imagoeconomica).
A Di Foggia è andata male. In passato, invece…
«A Giuseppina Di Foggia con Terna è andata male, la buonuscita da 7,3 milioni di euro è svanita… In passato invece c’è chi si ha incassato», sibila un vecchio agente di Borsa davanti a un gin tonic. E continua: «Senza bisogno di andare troppo in là con gli anni, per esempio con il caso di Biagio Agnes alla Stet, pensionato a 55 anni, tra i tanti che mi vengono in mente, nel settembre 2022 ci fu un caso che andò liscio come l’olio, altro che Di Foggia». Qual era? «Mentre i giornali erano concentrati sulla vittoria di Giorgia Meloni, Giuseppe Gola lasciava l’incarico di ad di Acea per fare spazio a Fabrizio Palermo. La nota ufficiale parlava di uno “scioglimento consensuale” del rapporto di lavoro “in essere con l’ingegner Gola”, riconoscendogli oltre al Tfr un importo lordo di 2,46 milioni di euro “a titolo di incentivazione all’esodo e di transazione generale e novativa”. Senza dimenticare l’importo relativo al Mbo 2022 pari a 172.500 euro e quelli di Lti 2021 e 2022, pari alla somma lorda di 153.333 euro. Che da maggio 2020 a settembre 2022 pare davvero un ottimo affare. E a naso possiamo dire che Terna vale tre volte tanto, e a Di Foggia quindi è andata davvero male». Che poi Gola ovviamente ha conquistato un’altra splendida poltrona, quella di ad di Open Fiber. Qual è la morale della storia? Che un manager che vuole incassare cifre cospicue deve puntare a uno “scioglimento consensuale” senza attendere la fine del mandato e poi aspettare qualche mese in pieno relax prima di tornare a lavorare. Si sa, la fretta genera errori…
«Sono d’accordo sul fatto che la retorica d’odio e violenta sia qualcosa da rifiutare, e penso che un bel modo di iniziare ad abbassare i toni sarebbe avviare una conversazione a riguardo con suo marito». Così Jimmy Kimmel, durante il suo talk show in onda su ABC, ha replicato a Melania Trump che l’aveva attaccato per averla definita «vedova in attesa» in un discorso-parodia, tre giorni prima del fallito attentato durante la cena dei giornalisti all’hotel Hilton di Washington.
Melania e Donald Trump alla cena dei giornalisti (Ansa).
La battuta su Melania Trump nel discorso-parodia
La battuta sulla «vedova in attesa» faceva parte di una parodia del discorso che, per tradizione, viene fatto da un comico alla cena di gala e in cui solitamente vengono presi ironicamente di mira i presenti, compreso il presidente degli Stati Uniti. Per non urtare la sensibilità di Trump, tornato a partecipare dopo 11 anni all’evento, il discorso era stato cancellato. E così Kimmel ne aveva realizzato una parodia, in cui diceva: «La nostra first lady, Melania, è qui. Guardate Melania, così bella, signora Trump, avete un bagliore come una vedova in attesa».
Jimmy Kimmel: "Our First Lady is here. Mrs. Trump… you have a glow like an expectant widow." pic.twitter.com/LdloPzMyXr
La first lady aveva auspicato il licenziamento di Kimmel
Dopo gli spari all’Hilton, Melania Trump aveva “ripescato” la battuta, definendo il conduttore «codardo» su X: «La retorica violenta e piena d’odio di Kimmel è pensata per dividere il nostro Paese. Il suo monologo sulla mia famiglia non è comicità: le sue parole sono corrosive e approfondiscono la malattia politica che affligge l’America». Scrivendo poi «quando è troppo è troppo», la moglie del presidente Usa aveva poi chiesto a ABC di rimuovere Kimmel.
Kimmel’s hateful and violent rhetoric is intended to divide our country. His monologue about my family isn’t comedy- his words are corrosive and deepens the political sickness within America.
People like Kimmel shouldn’t have the opportunity to enter our homes each evening to…
«Kimmel dovrebbe essere licenziato immediatamente da Disney e ABC», aveva scritto da parte sua Donald Trump su Truth. Successivamente la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva definito «disgustose» le parole del comico e conduttore.
Kimmel ha parlato di «sensazione di deja vu»
«Mi dispiace che lei e il presidente e tutti quelli che erano in quella sala sabato avete dovuto affrontare quella esperienza, anche se nessuno è stato ucciso non vuol dire che non sia stato traumatico e dobbiamo essere uniti, ma volete farci credere che una battuta che ho fatto tre giorni prima abbia avuto un qualche effetto su quello che è successo?», ha replicato Kimmel, sottolineando che quanto detto «non era in nessun modo un’incitazione all’assassinio e loro lo sanno». Quanto alle richieste di un suo siluramento da parte di ABC, Kimmel ha affermato di avere una «sensazione di deja vu»: il suo show era stato infatti lo scorso autunno dopo alcune battute sull’assassinio di Charlie Kirk.
Dal pomeriggio di giovedì 30 aprile 2026, sul sito dell’Agenzia delle entrate, saranno disponibili in modalità consultazione le dichiarazioni 730 già predisposte con i dati in possesso del Fisco o inviati dagli enti esterni, come datori di lavoro, farmacie e banche. In totale, sono più di 1 miliardo e 300 milioni le informazioni trasmesse per le precompilate 2026. L’invio del 730 ed eventuali modifiche saranno possibili dal prossimo 14 maggio fino al 30 settembre.
Come consultare la propria dichiarazione
Per visualizzare e scaricare la dichiarazione occorre accedere alla propria area riservata tramite Spid, Cie o Cns. Il contribuente che possiede i requisiti per presentare il modello 730 potrà decidere se consultare la dichiarazione in modalità semplificata o ordinaria. Scegliendo la modalità semplificata, l’utente avrà a disposizione un’interfaccia intuitiva e facilmente navigabile, in cui sono presenti i dati da confermare o modificare: “casa e altre proprietà”, “famiglia”, “lavoro”, “altri redditi”, “spese sostenute”. Una volta confermate o aggiornate le informazioni fiscali, queste verranno automaticamente riportate all’interno del modello dichiarativo.
In colloqui privati con Donald Trump e non solo, JD Vance ha espresso forte preoccupazione per il modo in cui il Dipartimento della Difesa guidato da Pete Hegseth sta gestendo il conflitto in Medio Oriente. Lo scrive The Atlantic in un articolo intitolato “Il Pentagono potrebbe non star dicendo a Trump tutto quello che c’è da sapere sulla guerra”, citando fonti vicine all’Amministrazione Usa. Vance, in particolare, avrebbe messo in discussione le smentite di Hegseth e del generale Dan Caine (presidente del Joint Chiefs of Staff) sull’esaurimento delle scorte missilistiche statunitensi e anche i loro resoconti sui danni subiti dalle forze iraniane.
JD Vance e Pete Hegseth (Ansa).
Hegseth sembre sempre dire ciò che Trump vuole sentire
Alcuni dei più stretti collaboratori di Vance, scrive The Atlantic, ritengono che i resoconti di guerra eccessivamente ottimistici di Hegseth e il suo approccio a tratti combattivo con la stampa sembrano studiati per dire a Trump ciò che vuole sentirsi dire. Solo per fare un esempio, secondo fonti di intelligence la Repubblica Islamica conserva ancora due terzi della sua aviazione e la maggior parte della sua capacità di lancio missilistico, mentre Hegseth ha esplicitamente parlato di «completo controllo dei cieli» iraniani. Inoltre il capo del Pentagono tiene spesso conferenze stampa alle 8 del mattino, molto presto, quando però è risaputo che Trump guarda Fox News. «La sua esperienza televisiva lo ha reso davvero abile nel sapere come parlare con Trump, come pensa Trump», ha detto a The Atlantic un ex funzionario dell’attuale Amministrazione Usa. Prima di diventare segretario alla Difesa, Hegseth è stato conduttore di Fox News per otto anni.
JD Vance e Pete Hegseth, alle loro spalle Donald Trump (Ansa).
Vance in pubblico continua a elogiare l’operato di Hegseth
Da qui la preoccupazione del vicepresidente Usa – scettico fin dall’inizio sull’opportunità di attaccare l’Iran – che per evitare creare divisioni nel gabinetto di guerra di Trump ha preferito non accusare esplicitamente Hegseth (elogiato in pubblico) o Caine di aver ingannato il capo della Casa Bianca. Intervistato dal Daily Beast, il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha già smentito l’esistenza di contrasti interni, sottolineando che Hegseth e Vance «hanno un rapporto di lavoro eccellente, basato su un profondo rispetto reciproco e allineamento».
Il malcontento cresce anche tra i senatori repubblicani
Vance, peraltro, non sarebbe affatto solo nel suo crescente scetticismo nei confronti dell’operato del segretario alla Difesa. Vari senatori repubblicani hanno infatti confidato a The Hill che, se si votasse oggi, non confermerebbero Hegseth – già nel mirino dei democratici della Camera – a capo del Pentagono. Un esponente del Grand Old Party, esprimendo malcontento per le purghe che hanno investito i vertici delle forze armate americane, ha detto che da tempo all’interno del gruppo repubblicano al Senato ci sono perplessità riguardanti l’inesperienza di Hegseth, ritenuto inoltre eccessivamente arrogante.
L’assemblea degli azionisti di Credito Lombardo Veneto ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione, in carica per il prossimo triennio. Marco Maria Fumagalli è stato nominato presidente, Aldo Bonomi e Carlo Jannone vice Presidenti. Confermate le deleghe in capo all’amministratore delegato Paolo Gesa, a cui è affidata la guida operativa del piano di rilancio. Il rinnovo degli organi sociali si inserisce nel percorso di marcata discontinuità avviato nella seconda parte del 2025, che ha visto il rafforzamento patrimoniale della banca, con il completamento dell’aumento di capitale da 20 milioni di euro lo scorso dicembre, l’ingresso nel capitale di investitori istituzionali ed industriali – tra i quali Banco di Desio e della Brianza e First Capital- e l’approvazione del Piano Industriale 2026-2029.
Nella seconda giornata di audizioni sul Documento di Finanza Pubblica, presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli ha replicato ai recenti attacchi di Giorgia Meloni sulla verifica dei conti, sottolineando il ruolo «autonomo e indipendente» dell’istituto, che «segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei».
Giorgia Meloni (Ansa).
La spiegazione di Chelli
La verifica dei Conti di finanza pubblica, ha spiegato Chelli in audizione alla Camera, viene effettuata con cadenza semestrale (entro il primo aprile e il primo ottobre di ogni anno) «sotto il coordinamento tecnico di Eurostat». In questo contesto l’Istat, «pur mantenendo un ruolo autonomo e indipendente come responsabile ultimo della qualità dei dati prodotti», svolge anche «una funzione di coordinamento e di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte, a vario titolo, nella produzione dei dati di finanza pubblica», come la Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, «assicurando la coerenza tra le varie fonti informative nazionali».
Cosa aveva detto Meloni
Meloni se l’era presa con l’Istat sulla questione della mancata uscita dalla procedura di infrazione, affermando che non avrebbe calcolato le risorse recuperate dalle frodi Superbonus. La premier, in particolare, sui social aveva definito «una beffa per l’Italia e per gli italiani» la misurazione del Pil che ha portato l’istituto (e l’Eurostat) a collocare il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo dell’Italia al 3,1 per cento, quindi in procedura d’infrazione: «Da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo».
In Consiglio dei ministri è atteso il decreto lavoro, un provvedimento che punta al salario giusto legando gli incentivi a chi lo applica. Per la sua individuazione si fa riferimento al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, rispetto al quale anche gli altri accordi non possono essere inferiori. La bozza prevede, tra gli altri interventi, la proroga fino a fine anno dei bonus (in scadenza il 30 aprile) per le assunzioni dei giovani under 35, di donne lavoratrici svantaggiate e nell’area Zes. Un’altra novità riguarda i rider e il rafforzamento delle loro tutele. L’accesso alla piattaforma digitale può avvenire con Spid, Carta di identità elettronica (Cie), Carta nazionale dei servizi (Cns) oppure con un account rilasciato dalla stessa piattaforma con un sistema di autentificazione a più fattori. La piattaforma non può rilasciare più di un account per ogni codice fiscale, né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore. Infine nel testo c’è, in via sperimentale, la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le persone che svolgono l’attività di caregiver familiare.
«Nessuno degli elementi negativi presentati in recenti articoli di stampa consta agli atti della procedura». È quanto precisato dal Ministero della Giustizia in relazione alla grazia concessa a Nicole Minetti, su cui il Quirinale ha chiesto approfondimenti dopo alcuni dubbi sollevati sulla regolarità dell’adozione di un minore uruguaiano con gravi problemi di salute, al centro dell’istanza di clemenza. «Alla domanda dell’atto di clemenza proposta dall’interessata alla presidenza della Repubblica ha fatto seguito l’istruttoria di rito, in esito alla quale il procuratore generale di Milano ha espresso parere favorevole», si legge nella nota di Via Arenula. «Ad esso hanno fatto seguito, in assenza di elementi di connotazione negativa a carico della Minetti, analogo parere della competente Direzione del ministero della Giustizia e il conseguente parere favorevole espresso dal ministro e trasmesso alla Presidenza».
Restano le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay
Poche ore dopo la richiesta del Colle, il Ministero della Giustizia ha dunque confermato che la procedura che ha portato al provvedimento di clemenza per motivi umanitari è stata seguita in maniera corretta. Ma sono diverse le ombre calate sull’adozione – da parte di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani – del bambino uruguaiano. Sotto la lente d’ingrandimento c’è la condizione famigliare del piccolo: i genitori erano sì indigenti, ma non lo avrebbero abbandonato. Inoltre, a causa di una seria patologia, il minore nel 2021 sarebbe stato portato a Boston per un intervento chirurgico, contro il parere dei medici di due ospedali italiani. Ma all’epoca la coppia non avrebbe avuto la patria podestà sul bimbo. Inoltre l’operazione non è stata risolutiva, tanto che ad aprile del 2025 sarebbero emersi rischi di recidiva e complicazioni. La madre del bambino, inoltre, da qualche mese è scomparsa nel nulla. E poi il compagno di Minetti, erede della dinastia dell’Harry’s Bar, compare negli Epstein Files.
La procedura è stata regolare: ma Minetti ha detto la verità?
Almeno dal punto di vista procedurale, in Italia risulta tutto in regola. C’è da capire, come chiede il Quirinale, se gli elementi presentati da Minetti nella domanda di grazia sono veritieri. In tal caso il provvedimento di clemenza potrebbe essere sospeso o revocato. La Procura generale della Corte d’appello di Milano – dopo il via libera del Ministero della Giustizia – ha avviato accertamenti in Uruguay e Stati Uniti. «La procedura riguardante la richiesta di grazia ci è arrivata dal ministero a fine 2025. Sulla base di quanto chiesto, il quadro era completo e non emergevano dati anomali. L’acquisizione documentale è avvenuta attraverso i riscontri sanitari dei carabinieri», ha detti all’Ansa il sostituto procuratore Gaetano Brusa, che all’epoca della richiesta si è occupato degli accertamenti.
Minetti annuncia querele, il Pd incalza Meloni su Nordio
Da parte sua Minetti, condannata a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato nei processi Ruby ter e Rimborsopoli (da scontare ai servizi sociali), ha dichiarato: «Le informazioni diffuse sono prive di fondamento e gravemente lesive della mia reputazione personale e familiare», annunciando poi querele. Intanto, le opposizioni hanno colto la palla al balzo. «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far fare un passo indietro al ministro Carlo Nordio? Non c’è più tempo da perdere: la sua permanenza al Ministero della Giustizia si sta rivelando estremamente dannosa e il dicastero appare privo di guida e controllo», ha detto la responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani.
Donald Trump e i suoi consiglieri alla sicurezza nazionale sono scettici sull’offerta dell’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz e sospendere le trattative sul nucleare. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti. La Casa Bianca continuerà a negoziare con Teheran e probabilmente presenterà la sua risposta e le sue controproposte nei prossimi giorni. Anche se l’offerta iraniana non è stata respinta categoricamente, Trump e i suoi consiglieri sono dubbiosi sull’azione in buona fede dell’Iran e sull’intenzione di Teheran di mettere fine all’arricchimento dell’uranio e impegnarsi a non sviluppare l’arma nucleare.
Usa: «Accordo solo se impediamo all’Iran di dotarsi di armi nucleari»
La proposta iraniana, affidata ai mediatori pachistani, riaprirebbe il transito al petrolio e ai fertilizzanti facendo rifiatare i mercati internazionali, ma priverebbe Trump di una leva importante nei futuri colloqui per la rimozione delle scorte di uranio arricchito iraniano e la sospensione dell’arricchimento, due obiettivi di guerra primari per il lui. «Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e raggiungeranno solo un accordo che metta al primo posto il popolo americano, impedendo all’Iran di dotarsi di armi nucleari», ha ribadito ad Axios la portavoce della Casa Bianca Olivia Wales.