Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi
Sono anni che in Italia si prova a creare un unico operatore per la gestione delle infrastrutture di trasmissione radiotelevisiva, ossia, in gergo, delle torri di trasmissione. E si è tentato in mille modi di integrare Rai Way con EI Towers. Prima con un’Opa lanciata da EI Towers su Rai Way nel 2015: «ci è stata stoppata dalla politica», ha spiegato qualche sera fa Pier Silvio Berlusconi, ceo del gruppo Mfe-Mediaset (azionista al 40 per cento di EI Towers). Poi con lunghissime trattative tra le parti, che però hanno portato a un nulla di fatto, con la rottura definitiva del tavolo il primo luglio 2026.
Di chi è la colpa dell’affare saltato?
Ufficialmente l’amministratore delegato della tivù di Stato, Giampaolo Rossi, ha dichiarato: «L’operazione di fusione di Rai Way con EI Towers non è andata in porto per dinamiche di negoziazione e di visioni strategiche diverse. Noi cercavamo un percorso industriale e strategico di lungo periodo. Ora ragioniamo solo sul consolidare industrialmente un’azienda che è un asset importante per la Rai e che sta anche diversificando il suo business».

Mentre Berlusconi ha commentato: «Un’occasione mancata, era una grande opportunità. L’Italia resta il solo Paese in Europa senza un’unica rete di distribuzione. E, prevedo, adesso arriverà l’ennesimo operatore straniero che si porterà via un altro pezzo di Italia. Noi ci abbiamo provato in tutti i modi: prima con un’Opa, poi dialogando con pazienza. Ma le richieste di Rai Way ci hanno stoppato».

In realtà la creazione di un unico player delle torri, al 50,1 per cento Rai, interessava di più a EI Towers: Mfe avrebbe trovato una collocazione a un asset, quello delle torri, non core, mentre il fondo F2i, che controlla il restante 60 per cento di EI Towers, avrebbe potuto monetizzare un investimento fatto nel 2018.

Il fatto è che, invece, alla Rai la diluizione di Rai Way in un altro soggetto conveniva poco, e il mercato ha avuto sentore della rottura già a inizio maggio: il titolo Rai Way, infatti, era trattato a 6,13 euro ad azione il 7 maggio, e da allora è crollato di circa il 25 per cento, a 4,6 euro.
Un gioiello di società che fa comodo
Giusto per ricordare un paio di numeri, Rai Way ha portato alla televisione pubblica dividendi per 59 milioni di euro nel 2025 e per 56,9 milioni di euro nel 2024. Rai ora controlla il 65 per cento di Rai Way (il resto è flottante trattato in Borsa), un gioiello di società che nel 2025 ha realizzato 282,8 milioni di ricavi (di cui 249,5 milioni versati da Rai) con un Ebitda di 191,8 milioni di euro e utili netti per 88,6 milioni.

Insomma, Rai Way è determinante per i conti Rai e per la comunicazione dell’ad Rossi, che da settimane vanta un ritorno all’utile per il consolidato Rai. Però, come evidenziato dai documenti, il bilancio di esercizio 2025 in realtà si è chiuso con 21,1 milioni di euro di perdite. E il consolidato riesce invece a invertire la rotta con utili per 9,3 milioni di euro anche (e soprattutto) grazie all’utile di Rai Way e ai benefici fiscali del consolidamento.
C’era anche il rischio di legarsi mani e piedi al digitale terrestre
Quindi il management del broadcaster pubblico, dopo lunga e attenta riflessione, ha deciso che Rai Way può proseguire da sola: le sinergie con EI Towers erano ormai limitate (hanno entrambe un parco torri più che sufficiente); c’era un rischio sul fronte debiti, consolidando i 600 milioni di euro di indebitamento in dote a EI Towers; infine, Rai avrebbe dovuto legarsi mani e piedi al digitale terrestre, una tecnologia a forte rischio di diventare obsoleta nei prossimi anni.




















