Antonino Pizzolato, vincitore di due medaglie di bronzo alle Olimpiadi (negli 81 kg a Tokyo 2020 e negli 89 kg a Parigi 2024), è stato condannato a 5 anni e 4 mesi per stupro di gruppo: era accusato di aver abusato sessualmente di una turista finlandese il 22 luglio 2022, in un residence a Trapani. Condannati alla stessa pena anche gli altri tre imputati: Davide Lupo, Claudio Tutino e Stefano Mongiovì. La Procura della città siciliana aveva chiesto 10 anni.
La ricostruzione dei fatti
Secondo quanto ricostruito, Pizzolato e gli amici avevano conosciuto tre ragazze finlandesi in un locale sulla spiaggia. Due erano tornate in albergo a fine serata, mentre una aveva seguito il pesista nel residence dove alloggiava l’atleta, trovando però dentro l’appartamento anche il resto della comitiva. I quattro avrebbero a quel punto avuto con lei rapporti sessuali non consensuali: la violenza si sarebbe poi interrotta quando la giovane, in lacrime, aveva chiesto di tornare al suo albergo. Nel 2018 Pizzolato era stato squalificato per 10 mesi dalla Federazione italiana pesistica (Fipe) per comportamenti intimidatori verso giovani atleti nel centro dell’Acqua Acetosa a Roma.
Ha pubblicato un altro libro di successo, ha contribuito a mediare un accordo di pace provvisorio con l’Iran, ha intrapreso un’intensa campagna mediatica ed è in costante ascesa nei sondaggi. Cosa ancor più importante, sembra aver ormai fatto definitivamente colpo su Donald Trump, che nel 2024 lo aveva pescato come vice per la sua corsa alla Casa Bianca e che nel 2028 potrebbe tirargli la volata. L’estate sembra aver consacrato J.D. Vance come indiscusso erede politico di The Donald, qualora dovesse candidarsi alle primarie repubblicane e dunque alle prossime Presidenziali. Con buona pace di Marco Rubio, dato in vantaggio fino a pochi mesi fa.
JD Vance (Ansa).
Vance era stato superato da Rubio, che poi è inciampato
Indicato già all’inizio del secondo mandato di Trump come suo possibile successore, Vance era stato superato (almeno per gli analisti) da Rubio, più lontano dalla retorica identitaria di altri esponenti MAGA. L’ascesa del segretario di Stato era stata sancita in Baviera alla Conferenza di Monaco, dove aveva ricevuto una standing ovation. Tutto questo mentre il presidente li metteva a confronto – arrivando quasi a contrapporli – nei suoi incontri coi consiglieri nello Studio Ovale, in vista di un ipotetico ticket elettorale per il 2028. I diretti interessati, senza mai dichiarare apertamente l’ambizione di raccogliere il testimone del capo, nel frattempo affermavano di non aver intenzione di mettersi i bastoni tra le ruote, assicurandosi reciproco sostegno. A metà aprile, però, Rubio si è imbarcato in due infruttuose missioni diplomatiche: in Ungheria il suo sostegno non ha impedito la sconfitta elettorale di Viktor Orban e in Pakistan dove i primi colloqui con l’Iran non hanno prodotto risultati. Da quel momento in poi è iniziata la rimonta di Vance, fino al contro-sorpasso.
JD Vance; Donald Trump e Marco Rubio (Ansa).
Il punto di svolta per Vance è arrivato con l’Iran
Funzionari di Washington, citati da Axios, raccontano di un Trump con sempre meno dubbi riguardo al nome del suo erede politico. «Se l’è guadagnato», ha affermato una fonte della testata, aggiungendo che Rubio, il quale «non aveva comunque intenzione di candidarsi, ora è ancora meno propenso a farlo». Al di là delle “disavventure” del segretario di Stato, il punto di svolta per Vance è arrivato a metà giugno, quando assieme agli inviati presidenziali Jared Kushner e Steve Witkoff ha contribuito a negoziare il memorandum d’intesa con l’Iran, siglato il 17 del mese. Il giorno precedente, con eccezionale tempismo, aveva pubblicato il suo nuovo libro Communion: Finding My Way Back to Faith. Vance, che aveva già in programma un tour di presentazione del volume sulla sua ritrovata fede, ha tratto vantaggio dall’attenzione mediatica suscitata dal suo ruolo nei colloqui di pace, ottenendo un boom di vendite. Ben 33 le interviste rilasciate nel corso di un mese, spaziando da podcast MAGA e briefing stampa alla Casa Bianca a brevi scambi informali con i giornalisti, fino a partecipazioni a programmi come lo show di Bill Maher su HBO e il talk show di orientamento progressista The View, su ABC. Intervento, quest’ultimo, pare molto apprezzato da Trump, certo non un fan del programma, che ha avuto tempo di seguire l’ospitata del suo vice tra una telefonata a Gianni Infantinoe la pubblicazione di un meme su Giorgia Meloni. Di recente, Vance si è concentrato anche sulla raccolta fondi per il Republican National Committee, contribuendo a incassare circa 70 milioni di dollari: risorse che potrebbero risultare fondamentali qualora decidesse di candidarsi alla presidenza.
JD Vance e Donald Trump (Ansa).
Il numero due di Trump è in costante ascesa nei sondaggi
Vero, l’indice di gradimento di Vance tra tutti gli americani resta in territorio negativo, sostanzialmente pari a quello di Trump. Ma tra i repubblicani è salito al 62 per cento, appena al di sotto del 65 per cento di Trump (che non si potrà ricandidare) e ben al di sopra del 51 per cento di Rubio. Questo almeno secondo Navigator Research, istituto vicino ai Democratici. Inoltre, Vance è in vantaggio su altri potenziali rivali repubblicani nei sondaggi nazionali e in quelli degli Stati che votano per primi: Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina. L’ultimo sondaggio di Big Data Poll lo vede ampiamente in testa tra i potenziali candidati repubblicani con il 35,4 per cento dei consensi, più del doppio rispetto a Rubio.
JD Vance (Ansa).
Resta il nodo Carlson
Il ruolo di Vance nella firma dell’accordo sul nucleare iraniano e le sue critiche al governo di Benjamin Netanyahu hanno irritato i conservatori filo-israeliani. Ma questo, secondo gli analisti, non dovrebbe spostare molto. Idem per le opinioni riguardo al ruolo dell’esecutivo nelle attività d’impresa, criticate di recente al vertice dell’organizzazione conservatrice Club for Growth, in quanto non sufficientemente favorevoli al libero mercato. Il vero (ma relativo) inghippo in ottica Casa Bianca è rappresentato da Tucker Carlson. Sebbene Trump sia entusiasta di Vance, non vede infatti di buon occhio un suo importante alleato: il noto podcaster MAGA, appunto, che gli ha voltato le spalle arrivando ad assumersi con tono affranto la responsabilità del ritorno al potere di The Donald. «Finora non rappresenta un problema. Ma potrebbe diventarlo se Trump chiedesse a J.D. di prendere le distanze da lui», ha spiegato a Axios un consigliere del presidente Usa. Vedremo. Per ora, Vance non è solo in vantaggio su Rubio nei favori del presidente, ma anche per la squadra di consulenti politici e addetti ai lavori che ha già assoldato dietro le quinte, una “infrastruttura” di cui il segretario di Stato non dispone. Il sorpasso è cosa fatta: al momento non ci sono dubbi che sia Vance il grande favorito in casa Grand Old Party per le Presidenziali del 2028, anno in cui alla Casa Bianca potrebbe approdare un hillbilly.
Giuseppe Conte ha inviato una lettera al presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria Covid, il senatore meloniano Marco Lisei , e – per conoscenza – ai presidenti delle Camere in cui ha chiesto nuovamente di conoscere la data della sua audizione. «Ho chiesto ai Presidenti delle Camere di intercedere perché fosse concordata al più presto la data della mia audizione, anche per spazzare via le false e menzognere accuse che lei per primo, insieme agli altri componenti della Commissione del suo partito, mi state rivolgendo», si legge nella lettera scritta da Conte a Lisei. Parlando a Sky Tg 24, il presidente del Movimento 5 stelle ha dichiarato: «Sono due anni che ho dato la mia disponibilità e oggi ho scritto un’altra lettera formale per confrontare la data della mia audizione. È evidente che non hanno alcun interesse ad audirmi e hanno costruito un plotone di esecuzione».
Conte aveva già scritto a La Russa e Fontana
A fine giugno Conte aveva già inviato una lettera inviata ai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, e per conoscenza anche a Lisei, ribadendo la volontà di voler essere audito in commissione: in quell’occasione aveva specificato di essere pronto a dimettersi da commissario uan volta fissata la data, salvo essere reintegrato conclusa l’audizione.
La protesta di aprile alla Camera
Ad aprile c’erano state scintille alla Camera, dove i deputati di Fratelli d’Italia avevano indossato delle mascherine come forma di protesta provocatoria contro Conte, tirato in ballo per la gestione Covid dopo le ultime audizioni in commissione.
Secondo le previsioni del Rapporto Export 2026 di Sace, intitolato Re-Agire: l’Italia alla sfida dell’export globale, l’export italiano di beni in valore crescerà del 2 per cento nel 2026, per poi accelerare al 2,5 per cento nel 2027, raggiungendo 675 miliardi di euro, e al 2,8 per cento nel 2028, quando supererà i 690 miliardi di euro. Una dinamica possibile in uno scenario di graduale ritorno alle condizioni pre-conflitto in Medio Oriente e coerente con il percorso verso l’obiettivo dei 700 miliardi di export, che si raggiungerà continuando a sostenere diversificazione dei mercati, iniziative di sviluppo delle imprese italiane all’estero e supporto di sistema, in linea con il nuovo Piano strategico 2026-2028 Sace50.
La geografia dell’export italiano
Il Rapporto Export dedica un ampio approfondimento a geografie e settori di opportunità. Sul piano geografico, l’Asia-Pacifico si conferma tra le aree più dinamiche per l’export italiano, con vendite pari a 60,3 miliardi di euro nel 2025 e attese in crescita del 3,5 per cento nel 2026 e del 3,4 per cento medio annuo nel biennio 2027-28, sostenute da investimenti in innovazione, transizione verde, infrastrutture sostenibili e nuove catene di approvvigionamento. Il Medio Oriente, dopo una contrazione prevista nel 2026 legata alla crisi nell’area del Golfo, è atteso tornare a crescere con decisione nel biennio successivo, con un incremento medio del 5,3 per cento. In America Latina, le vendite sono previste in aumento del 2 per cento nel 2026 e del 3,1 per cento medio annuo nel 2027-28, alimentate dai progetti in ambito energetico e dalla riorganizzazione delle catene del valore. L’Africa, anche grazie al Piano Mattei della presidenza del Consiglio dei ministri, presenta spazi di sviluppo per macchinari, tecnologie e beni intermedi. L’export verso i 18 Paesi prioritari del Piano vale 14,4 miliardi di euro, in crescita del 4,1 per cento rispetto al 2024. Nei mercati più tradizionali, infine, l’Europaavanzata resta il principale bacino di destinazione, con 346 miliardi di euro di export nel 2025 e una crescita attesa del 2,5% nel 2026, mentre l’Europa Centro-Orientale mostra profili di crescita significativamente superiori alla media nell’intero triennio. Anche il Nord America offre prospettive positive, con un incremento previsto dell’1,9 per cento nel 2026 e del 3,2 per cento medio annuo nel biennio successivo.
Picchi: «Crescita sui mercati internazionali richiede approccio più proattivo e coordinato»
Queste le dichiarazioni di Guglielmo Picchi, presidente di Sace: «La 19esima edizione del nostro Rapporto Export racchiude già nel titolo il messaggio chiave: Re-Agire, che vuol dire trasformare le complessità in competitività, attuando decisioni strategiche in condizioni di incertezza. Il Rapporto ci consegna una prospettiva positiva, ma soprattutto la consapevolezza che la crescita sui mercati internazionali richiede oggi un approccio più proattivo e coordinato».
Pignotti: «Vogliamo contribuire a raggiungere i 700 miliardi di export»
Così invece Michele Pignotti, amministratore delegato di Sace: «L’export italiano si dimostra solido, ma è chiamato a misurarsi con una competizione globale più articolata rispetto al passato. Diversificazione geografica, sicurezza e ampliamento delle fonti di approvvigionamento e integrazione nelle filiere globali del valore sono le sfide che emergono dal Rapporto, su cui lavoriamo al fianco delle imprese con il nostro Piano strategico Sace50. L’obiettivo è chiaro, vogliamo contribuire a raggiungere i 700 miliardi di export e lo raggiungeremo insieme a tutti gli attori di sistema».
Terzulli: «Diversificazione intelligente chiave per sostenere la competitività delle nostre imprese»
Infine Alessandro Terzulli, chief economist di Sace, ha dichiarato: «In uno scenario globale sempre più complesso e frammentato, la sfida non è solo “andare all’estero”, ma farlo in modo strategico. Una diversificazione intelligente, che combini mercati maturi e nuove geografie ad alto potenziale con adeguati strumenti di protezione dai rischi, rappresenta la chiave per sostenere nel tempo la competitività internazionale delle nostre imprese, sia dal punto di vista dei mercati di sbocco che da quello dei mercati di approvvigionamento».
Per anni il capitalismo italiano è rimasto prigioniero della stessa fotografia. Giuliano Amato la chiamò la «foresta pietrificata», una definizione diventata iconica. Ora però, con l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, la foresta si rimette in movimento. Quella lanciata dalla banca di Ca’ de Sass non è infatti una semplice operazione di mercato, ma il segnale che il risiko bancario ha smesso di essere una faccenda di condominio. La partita ora si gioca su un tavolo europeo, dove i confini contano meno delle dimensioni e il peso si misura sulla capacità di raccogliere risparmio, finanziare imprese e competere con gruppi che ragionano su scala globale.
Si invocano sovranità o mercato alla bisogna
Il paradosso è che mentre le banche cambiano pelle, una parte della politica e delle istituzioni continua a osservare il fenomeno con categorie che appartengono al secolo scorso. Si invoca la sovranità quando il compratore parla straniero e il mercato quando fa comodo. Intanto si scoprono problemi che fino al giorno prima nessuno vedeva. L’Antitrust ne offre un esempio curioso. Nel 2018 escluse che Mediobanca esercitasse il controllo sulle Assicurazioni Generali. Oggi sembra invece pronta a leggere nell’operazione di Intesa un’influenza che allora non esisteva. Il 13 per cento di Generali è sempre lì e l’ad Carlo Messina ha specificato di considerarlo un investimento, non una leva di comando. Se il principio è cambiato, sarebbe utile capire quando. Anche perché, nello stesso momento, il quasi 30 per cento detenuto da Crédit Agricole in Banco Bpm sembra suscitare un interesse decisamente più tiepido. Evidentemente anche la concorrenza conosce le sue geometrie variabili.
Carlo Messina (Imagoeconomica).
Le mire di Crédit Agricole
Ed è proprio la banca francese il convitato di pietra di questa stagione. Mentre il dibattito guarda altrove, Crédit Agricole continua a occupare posizioni. Banco Bpm è solo il tassello più visibile. Sul suo tavolo ci sono anche Banca del Mezzogiorno e la Cassa di Risparmio di Orvieto. Tutto legittimo, un po’ meno accorgersene soltanto quando conviene. Il golden power dovrebbe essere una regola. Da noi rischia di diventare uno stato d’animo.
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).
Generali continua a rappresentare un caso unico
In questo quadro Generali continua a rappresentare un caso quasi unico. Enrico Cuccia diceva che se era caduto l’Impero romano poteva cadere anche Mediobanca, ma non il Leone di Trieste. Oggi attorno alla compagnia convivono Mediobanca, Delfin, Caltagirone, Benetton, Intesa. Nessuno comanda davvero, e forse è proprio questo il suo valore. In un capitalismo sempre più concentrato, Generali resta una delle poche grandi istituzioni che non possono essere ricondotte al progetto di un solo azionista.
Il logo di Generali (Imagoeconomica).
La trasformazione di Mediobanca e di Mps
Anche Mediobanca, del resto, è chiamata a prendere atto che il proprio mestiere è cambiato. Per decenni è stata la regia del capitalismo italiano. Oggi quel capitalismo non esiste più. Non perché siano spariti gli interessi, ma perché hanno cambiato indirizzo. Alberto Nagel, l’ex ad, aveva intuito per tempo che il futuro passa dal risparmio gestito più che dai vecchi salotti finanziari. L’offerta di Intesa accelera questa trasformazione e, paradossalmente, potrebbe rafforzare Mediobanca proprio costringendola a concentrarsi su ciò che sa fare meglio. Quanto a Monte dei Paschi, forse è arrivato il momento di liberarla dalla nostalgia. Luigi Lovaglio ha restituito dignità a una banca che molti consideravano definitivamente perduta. Pensare che possa continuare a vivere come banca della città significa non avere capito che il mercato europeo non concede più rendite sentimentali.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
UniCredit e il muro di Berlino
Lo stesso vale per UniCredit. L’ad Andrea Orcel non ha incontrato Giancarlo Giorgetti, come pure è stato fatto circolare. I rapporti con il governo sono meno tesi di un anno fa. In Germania, invece, Berlino continua a opporsi all’operazione Commerzbank. È il segno che gli interessi nazionali non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato scala. Il credito europeo è ormai un sistema integrato nel quale gli interessi nazionali continueranno a esistere, ma dovranno imparare a convivere con quelli industriali. La politica può accompagnare questo processo, non fermarlo.
Andrea Orcel (Imagoeconomica).
È qui che si misura davvero la sovranità economica. Non nel guardare alla nazionalità dei passaporti di chi siede nei consigli di amministrazione, ma nel costruire gruppi abbastanza forti da non diventare essi stessi terreno di conquista. Per anni si è detto che il capitalismo italiano era immobile. Adesso che finalmente si muove, c’è già chi prova a fermarlo di nuovo.
Renato Brunetta, si sa, produce vini nella periferia della Capitale, nella sua tenuta agricola Capizucchi, situata a sud di Roma nell’Agro Romano, vicino al santuario del Divino Amore. E le sue bottiglie godono anche di buona reputazione. Fatto sta che mercoledì 8 luglio, l’assemblea generale dell’Unione Italiana Vini si svolgerà nella sede del Cnel, presieduto proprio da Brunetta. Sarà lui ad aprire i lavori della sessione pubblica “Oltre l’Atlantico: l’Europa ridisegna i propri confini. Sfide e opportunità per il vino italiano”. Immancabili poi i saluti istituzionali del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e del collega al Made in Italy Adolfo Urso. E qualche maligno già ci vede l’ombra di un conflitto d’interessi. Cin cin.
Renato Brunetta (Imagoeconomica).
Salvini inaugura il cantiere
Matteo Salvini se ne va in giro a inaugurare cantieri: lunedì è stata la volta del “campo base” di Ghislarengo, al confine tra le province di Novara e Vercelli, dove il ministro per le Infrastrutture insieme con il collega all’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha dato il via ai lavori del tratto della Pedemontana Piemontese tra Ghemme e Masserano. La visita del segretario leghista arriva dopo quella del capogruppo FdI alla Camera, Giangaleazzo Bignami, con cui il partito di Giorgia Meloni ha cercato di “scippare” alla Lega la paternità dello sblocco definitivo dell’opera. L’investimento complessivo ammonta a quasi 400 milioni di euro. L’infrastruttura permetterà di connettere direttamente il casello di Ghemme sull’autostrada A26 con Masserano, punto di partenza della superstrada per Biella e prevede la realizzazione di circa 15 chilometri di nuovo tracciato stradale con quattro svincoli strategici pensati per migliorare i collegamenti.
Matteo Salvini all’inaugurazione della Pedemontana Piemontese (dalle story su Instagram)
A Roma da Panetta c’è Isabel Schnabel
Giornate campali alla Banca d’Italia, quelle di lunedì e martedì. Presso il Centro Convegni Carlo Azeglio Ciampi a via Nazionale, si tiene la conferenza del Network ChaMP – Challenges for Monetary Policy Transmission in a Changing World. Presente Isabel Schnabel, componente del comitato esecutivo della Bce, con il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta per discutere la trasmissione della politica monetaria.
Con la decisione di revocare la squalifica del calciatore statunitense Falorin Balogun, la Fifa «ha oltrepassato il limite». È quanto si legge in un duro comunicato della Uefa che parla di una decisione «senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile». L’attaccante è stato graziato dopo – pare – una telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino. «Il calcio, come qualsiasi altro sport, si basa su regole che sono il fondamento di una competizione equa, onesta e trasparente. A volte, le regole sono soggette a interpretazione. In questo caso, non è così», si legge nella nota dell’organo di governo del calcio europeo.
La revoca della squalifica con l’articolo 27
Balogun, espulso contro la Bosnia ed Erzegovina dopo una revisione al Var, avrebbe dovuto saltare il match dei quarti di finale Stati Uniti-Belgio. Partita in cui invece potrà scendere in campo, ha spiegato la Fifa, in virtù di quanto previsto dall’articolo 27 del Codice disciplinare, secondo cui il comitato disciplinare Fifa «può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l’attuazione di un provvedimento disciplinare». Nell’articolo si legge anche: «Se la persona che beneficia di una sanzione sospesa commette un’altra infrazione di natura e gravità analoghe durante il periodo di prova, la sospensione sarà revocata dall’organo giudiziario e la sanzione sarà eseguita, fatto salvo ogni ulteriore sanzione inflitta per la nuova infrazione». Balogun, insomma, è stato squalificato con la condizionale.
Donald Trump e Gianni Infantino (Ansa).
Il ringraziamento di Trump alla Fifa
Come ha rivelato il New York Times, di mezzo ci sarebbe però una telefonata fatta dalla Casa Bianca direttamente a Infantino. «Grazie alla Fifa per aver posto rimedio a una grave ingiustizia!», ha scritto il tycoon sul suo social Truth dopo la grazia a Balogun. In precedenza era intervenuto anche il segretario di Stato statunitense Marco Rubio: «Siamo stati fregati con quel cartellino rosso. Dovrebbe esserci un ricorso», aveva detto. Secondo la Bild, la sospensione della squalifica di Balogun è arrivata dopo quattro giorni di pressing da parte di Andrew Giuliani, figlio di Rudy e capo della task force per la Coppa del Mondo alla Casa Bianca; del segretario al Commercio Howard Lutnick, di dirigenti della federazione calcistica Usa e di un team di avvocati.
Il post di Trump dopo la “grazia” a Balogun.
La Federcalcio belga fa ricorso
Il tutto questo, rischia di rimetterci il Belgio. Evidenziando che «l’articolo 66.4 dello stesso Codice Disciplinare della FIFA precisa che un cartellino rosso (espulsione) comporta automaticamente la squalifica per la partita successiva», la Federcalcio belga si è detta «sbalordita» per quanto accaduto, aggiungendo di star valutando «tutte le possibili opzioni». Uscendo rapidamente dal linguaggio dei comunicati, la Federcalcio di Bruxelles ha scelto di presentare un ricorso urgente contro la discussa decisione presa dalla Fifa. La partita tra Stati Uniti e Belgio è in programma nella notte italiana tra lunedì 6 e martedì 7 luglio, con calcio d’inizio alle ore 2.
Giovanni Malagò (Ansa).
Malagò: «Precedente pericolosissimo»
Parlando di «assurdità», sulla questione si è espresso anche il neopresidente della Figc, Giovanni Malagò: «Sono andato anche a guardare questo articolo 27 che consente o consentirebbe alla Fifa e solo alla Fifa, per cui non è replicabile nei vari campionati nazionali e dico meno male perché sarebbe veramente l’Armageddon. È inutile che ce la raccontiamo, questa scelta ha un evidente sapore politico, lo ha scritto anche il New York Times». E poi: «Oggettivamente è un precedente pericolosissimo».
Con un post social, Roberto Vannacci ha lanciato la «tre giorni degli arditi futuristi», che inizierà a Sanremo dal 10 giugno, in uno stabilimento balneare della località ligure. «Lo sport è vita e chi è in salute pesa di meno sul Servizio Sanitario. La politica è leadership ed esempio. I politici, quindi, dovrebbero dare l’esempio anche nello sport… invece di ballare sui carri del Gay Pride», ha scritto l’ex generale: «Ci vediamo venerdì per temprarci. Prove fisiche per tutti i politici. D’altra parte, anche per fare politica ci vuole un fisico bestiale».
Il programma della tre giorni «senza compromessi» dei vannacciano prevede una prova di nuoto, perché «la mente domina l’acqua», una di corsa campestre, che vedrà «la determinazione oltre l’ostacolo della distanza, come il cuore futurista», e infine una di ciclismo: «Pedalando controvento riuniamo una Nazione». L’ex generale, assicurando la sua presenza a Sanremo, ha anche ricordato ai suoi “arditi” di portare il costume.
Secondo i sondaggi, la Lega continua a perdere voti, al punto da essere stata superata da Futuro Nazionaledi Roberto Vannacci, che proprio il segretario del Carroccio Matteo Salvini aveva – improvvidamente – lanciato in politica. In vista delle elezioni politiche del 2027 (che potrebbero tenersi in primavera), il vicepremier e ministro dei Trasporti ha detto di puntare al 10 per cento: un risultato al momento più vicino a un sogno che a una reale possibilità. Come riporta Domani, per tentare di centrare l’obiettivo Salvini intende puntare su Andrea Stroppa, informatico esperto di cybersecurity e braccio destro italiano di Elon Musk, affidandogli la comunicazione digitale della Lega.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Con Stroppa, Salvini punta a portare dalla sua parte Musk
Salvini, spiega Domani, vuole capitalizzare al massimo le competenze in materia di intelligenza artificiale di Stroppa, che già – seppur informalmente – forniva consulenza al Carroccio. Il dialogo col referente italiano di Musk, che collabora attivamente con le aziende del magnate e ne cura i rapporti istituzionali e la comunicazione in Italia, è stato avviato: le esatte modalità di collaborazione verranno decise più avanti. Assoldando Stroppa, Salvini punta a portare dalla sua parte Musk – caduto in disgrazia dal punto di vista dell’opinione pubblica – e la potenza di fuoco mediatica di Mr. Tesla.
«Da Neuralink per aiutare le persone con malattie neurodegenerative, a Starlink messo a disposizione dei Paesi colpiti da catastrofi naturali, ai razzi riutilizzabili impiegati per la ricerca scientifica. E ancora il suo impegno per l’Occidente, per la natalità e per la libertà di espressione, la sua amicizia per l’Italia», ha scritto Salvini su X il 28 giugno, in occasione del 55esimo compleanno di Musk, ricevendo in cambio un cuore. Il messaggio social è stato poi condiviso da Stroppa che, scrive Domani, si sarebbe già messo al lavoro per il Carroccio “studiando” la crescita del partito di Vannacci.
Andrea Stroppa e, sul maxischermo, l’immagine di Elon Musk (Imagoeconomica).
Per la prima volta una donna conquista il primo posto tra i sindaci più apprezzati d’Italia. Sara Funaro, prima cittadina di Firenze, guida infatti la classifica Governance poll 2026, realizzata da Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore, davanti a Marco Fioravanti (Ascoli) e Gaetano Manfredi (Napoli). Tra i governatori, al vertice c’è Antonio Decaro (Puglia), seguito da Alberto Stefani (Veneto) e Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia-Giulia).
Dopo la querelle della foto «implorata» al G7, Donald Trump torna ad attaccare (e prendere in giro) Giorgia Meloni, sempre a modo suo. Il presidente degli Stati Uniti infatti ha pubblicato su Truth una sua foto con la premier italiana, accompagnata dalla scritta: «Serve un ordine restrittivo». Si tratta di un meme molto diffuso sui social, dove la formula viene usata in chiave ironica per raccontare cotte e fissazioni. Strumento cautelare che impone a una persona di mantenere una distanza minima da un’altra e di astenersi dal contattarla, il “restraining order” viene richiesto tipicamente dalle vittime di stalking. E Trump, appunto, aveva raccontato di essere stato “perseguitato” da Meloni a Evian (dove è stata scattata la foto in questione).
Il meme pubblicato da Donald Trump (Ansa).
Nessun commento da Palazzo Chigi
L’ultima provocazione di Trump nei confronti di Meloni, tra l’altro non fondata su una ragione specifica, è arrivata alla vigilia del vertice Nato in programma a Ankara il 7 e 8 luglio, dove i due dovrebbero incrociarsi di nuovo. Da Palazzo Chigi, dopo la massiccia presenza del governo alla festa per l’Independence Day a Villa Taverna, filtra un certo sconcerto. Ma nessun commento. E dovrebbe essere questa la linea che Roma manterrà.
C’è però chi, dall’opposizione, ha già risposto all’ennesima provocazione del tycoon. «Trump è un ignobile bullo da quattro soldi. Piena solidarietà alla presidente del Consiglio», ha scritto su X Carlo Calenda, leader di Azione.
#Trump e’ un ignobile bullo da quattro soldi. Piena solidarietà alla Presidente del Consiglio. https://t.co/XHgHyKPsfd
Ondate di missili e droni russi su Kyiv e la regione circostante nella notte tra domenica 5 e lunedì 6 luglio 2026. Nella capitale ucraina il bilancio delle vittime è salito a 11, come annunciato dal sindaco Vitali Klitschko su Telegram: «Secondo i medici, al momento ci sono 11 vittime dell’attacco notturno nemico a Kyiv. Di queste, un uomo ferito è deceduto in ospedale stamattina. 46 persone sono rimaste ferite. 27 di loro sono state ricoverate in ospedale. Tra cui tre bambini». Registrati danni e distruzioni in quattro quartieri della città. Sotto la supervisione procedurale della procura della città di Kyiv, è stata avviata un‘indagine preliminare sul fatto che l’esercito russo abbia commesso un altro crimine di guerra che ha causato la morte di persone. La procura generale ha rilevato che l’epicentro degli impatti e della caduta di frammenti di armi russe si trovava nei distretti di Darnytskyi e Podilskyi di Kyiv, e che danni sono stati registrati anche nei distretti di Holosiivskyi e Obolonskyi. Nel quartiere di Podilskyi, gli appartamenti dal quinto al nono piano di uno degli edifici sono stati distrutti.
C’è una statistica che dovrebbe far riflettere più di ogni sondaggio: a quasi un anno dal voto, i nomi accostati alla poltrona di Palazzo Marino hanno superato quota 40. Siamo all’iperbole. Tra dichiarati, disponibili, sussurrati e rassegnati loro malgrado a comparire nella partita, la contesa per succedere a Giuseppe Sala ha già prodotto più candidati di quanti Milano ne abbia mai visti. E altri se ne aggiungeranno, da qui alle elezioni c’è ancora tempo. Il problema però non è la quantità, che pure fa specie. È che dietro l’abbondanza si intuisce una buona dose di imbarazzo, forse perché nessuno, a destra come a sinistra, ha ancora capito bene quale città vuole amministrare. Allora si moltiplicano i pretendenti nella speranza che il numero supplisca alla chiarezza di idee.
Beppe Sala (Imagoeconomica).
Centrodestra o campo largo, il copione cambia poco
Nel centrodestra come sempre la ricerca procede per tentativi. Silvia Sardone s’è fatta incoronare dalle primarie della Lega, seconda solo a Matteo Salvini, che però è occupato altrove. Ignazio La Russa non smette di sponsorizzare Maurizio Lupi con la costanza di chi è convinto che prima o poi qualcuno finirà per dargli ragione. Intorno continuano a ruotare economisti, manager, professionisti, giornalisti e qualche imprenditore. Più che una selezione, un variegato album di figurine. Persino Urbano Cairo è comparso e scomparso dall’agone il tempo necessario per ricordarsi che aveva già un mestiere, e per giunta in tempi di crisi piuttosto impegnativo.
Silvia Sardone (Imagoeconomica).
Nel campo largo il copione cambia poco. Pierfrancesco Majorino resta il nome più accreditato, mentre il Partito democratico fa quello che gli riesce meglio: rimandare la scelta fin dove possibile annegandola nel dibattito tra le sue anime. Le primarie restano sul tavolo, ma nessuno sembra avere fretta di apparecchiarle. E poi c’è il civismo, che a Milano come altrove si ripresenta puntuale ogni cinque anni non privo di ambizioni. Segno che una parte dell’elettorato non si fida più dei partiti, o si fida soltanto di chi riesce a farli dimenticare.
Quasi nessuno si interroga sull’idea di Milano
Ma il punto vero è un altro: mentre la politica discute sul possibile successore di Sala, quasi nessuno si interroga sull’identità e sul futuro della città. Milano piace sempre di più al mondo (o, meglio, ai ricchi del mondo), ma sempre meno ai milanesi per i quali abitarla sta diventando un problema. Sono le due facce della stessa medaglia. Da una parte investimenti, weeks e grandi eventi glamour. Dall’altra il costo della vita, la casa che non si trova se non a prezzi impossibili, le periferie che chiedono di essere guardate prima che raccontate, la criminalità che da fenomeno episodico è diventata una costante in zone sempre più larghe del suo territorio. Alle ultime Comunali la capitale economica del Paese aveva già registrato l’affluenza più bassa della sua storia, poco più del 47 per cento: un milanese su due non si era presentato. È il dato che dovrebbe interessare i 40 aspiranti sindaci più di qualunque sondaggio che ne prefiguri il consenso. Chi entrerà a Palazzo Marino troverà una città più ricca, ma anche più costosa e selettiva. Dovrà decidere se continuare a venderne la scintillante immagineall’estero o ricominciare a occuparsi anche del benessere di chi la abita. Non è detto che le due cose non si bilancino, ma da Expo in poi è stata la prima a prevalere. È una scelta che finora è rimasta sullo sfondo. In politica ci sono momenti in cui un nome mette tutti d’accordo, altri in cui nella generale incertezza tutti propongono un nome diverso. Ma all’ombra del Duomo il problema non è eleggere un sindaco. È trovarne uno che abbia il coraggio di dire agli elettori che città vuole costruire.