Come IA, criptovalute e gruppi pro-Israele stanno influenzando le elezioni Usa

In vista delle elezioni Usa di metà mandato, le società di intelligenza artificiale, il settore delle criptovalute e i gruppi filo-israeliani stanno spendendo valanghe di dollari per ostacolare membri del Congresso e candidati poco graditi. Come sottolinea Axios, non si può ignorare l’entità di queste spese, perché si tratta di un volume di investimenti «che può stroncare carriere e bloccare sul nascere movimenti politici».

Le spese folli dei PAC per affossare i candidati sgraditi alle midterm

In base ai dati della Commissione elettorale federale, otto dei 12 maggiori finanziatori esterni nelle primarie per la Camera dei Rappresentanti di questo ciclo elettorale sono PAC (Political Action Committee, organizzazioni nate per raccogliere fondi a favore o contro un candidato) legati alle criptovalute e all’IA, oppure vicini a Tel Aviv. E in quattro occupano, appunto, le prime quattro posizioni di questa speciale classifica.

Come IA, criptovalute e gruppi pro-Israele stanno influenzando le elezioni Usa
Al Green (Ansa).

In vetta c’è Protect Progress, cioè la sezione democratica di Fairshake, ovvero il principale PAC finanziato dall’industria delle criptovalute, che ha speso 15,8 milioni di dollari in una decina di distretti. Quasi 5 quelli spesi nel 18esimo del Texas per estromettere il deputato di lunga data Al Green a favore del dem Christian Menefee, eletto al Congresso nel 2025. Segue lo United Democracy Project, affiliato all’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee – il più potente e influente gruppo di pressione pro-Israele negli Stati Uniti), che ha speso 11,6 milioni di dollari, di cui quasi 8 contro il deputato repubblicano Thomas Massie nel quarto distretto del Kentucky.

Come IA, criptovalute e gruppi pro-Israele stanno influenzando le elezioni Usa
Thomas Massie (Ansa).

In precedenza l’AIPAC si era messo di traverso nelle suppletive per l’11esimo distretto del New Jersey: Tom Malinowski, critico nei confronti di Israele, alle primarie dem ha dovuto così lasciare il passo a Analilia Mejia.

Come IA, criptovalute e gruppi pro-Israele stanno influenzando le elezioni Usa
Tom Malinowski (Ansa).

Al terzo posto troviamo Elect Chicago Women, organizzazione affiliata all’AIPAC, che ha speso ben 9,8 milioni di dollari per sostenere due candidate alla Camera dei Rappresentanti in Illinois: l’ex deputata Melissa Bean e la senatrice statale Laura Fine. Ai piedi del podio Think Big, sezione democratica del comitato pro-IA Leading the Future: degli 8,2 milioni di dollari spesi, la maggior parte è stata usata per sostenere la già citata Bean e per sfavorire Alex Bores, candidato alla Camera dei Rappresentanti per lo Stato di New York, favorevole alle misure di salvaguardia contro l’intelligenza artificiale.

I principali Super PAC preferiscono concentrarsi sulle elezioni generali

Una potenza di fuoco impressionante: di fatto, gli unici enti che possono davvero competere con tali livelli di spesa sono i principali Super PAC dei due partiti, ossia l’House Majority PAC dei Democratici e il Congressional Leadership Fund dei Repubblicani. Che, però, difficilmente spendono ingenti somme nelle primarie, preferendo invece concentrare le proprie “energie” sul sostegno ai candidati dei distretti più contesi nelle elezioni generali. E ciò lascia ampio spazio di manovra a PAC – per così dire – “alternativi”.

Come IA, criptovalute e gruppi pro-Israele stanno influenzando le elezioni Usa
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa).

L’attività di promozione e di affossamento avvengono generalmente alla luce del sole. Come spiega Axios, i candidati presi di mira da questi PAC hanno cercato di fare dell’ingombrante presenza di tali organizzazioni il tema centrale delle loro campagne elettorali. Ma la tattica non si è rivelata efficace, in particolare contro i PAC legati alle criptovalute e all’IA, che sono riusciti in larga misura a promuovere i propri ‘protetti’. Ma anche l’AIPAC, che ha preferito utilizzare gruppi come Elect Chicago Women per occultare la propria interferenza, ha portato a casa risultati tutto sommato soddisfacenti, considerando che Israele al momento non gode esattamente di grande popolarità.

Nel distretto di New York si prospetta un “derby” tra PAC legati all’IA

E adesso, via con altre spese, perché le primarie sono tutt’altro che finite. Sia Protect Progress che United Democracy Project nel quinto distretto del Maryland sostengono il deputato statale Adrian Boafo come successore di Steny Hoyer, ex leader della maggioranza dem alla Camera. Nel 12esimo distretto di New York, invece, si prospetta un “derby” tra PAC legati all’intelligenza artificiale. Il già citato Bores, contro cui ha già speso molto Think Big (tra i suoi finanziatori c’è OpenAI), ha ottenuto il sostegno del Jobs and Democracy PAC, finanziato da Anthropic, così come di You Can Push Back, legato al mondo delle criptovalute.

Chat antisemite di FdI a Trento, le opposizioni chiedono un’informativa di Meloni

Pd, M5s e Avs hanno chiesto alla Camera un’informativa di Giorgia Meloni dopo la pubblicazione da parte del Domani di alcuni screenshot di una chat di Whatsapp tra dirigenti trentini di Fratelli d’Italia (ex e attuali), in cui si leggono pesanti espressioni antisemite.

I messaggi incriminati scritti in chat

Come spiega il Domani, tutto è nato da una storia pubblicata su Instagram dal giornalista e militante di FdI Francesco Barone, in cui lo si vedeva assieme a David Parenzo, arrivato a Trento per il Festival dell’Economia. «Tra minchioni si intendono bene», scrive Daniele Demattè, consigliere comunale meloniano. Poco dopo il messaggio di dell’ex consigliere comunale Cristian Zanetti: «Peggio degli ebrei non so cosa possa esserci». Una cosa sì, almeno per Antonio Manara, cioè «i leccaculo dei giudei». Via della Scrofa già ieri aveva preso le distanze dal contenuto della chat, spiegando che «qualsiasi forma di antisemitismo è incompatibile con Fratelli d’Italia» e annunciando, se necessario, provvedimenti.

Chat antisemite di FdI a Trento, le opposizioni chiedono un’informativa di Meloni
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Schlein: «Meloni prenda provvedimenti»

«I messaggi di odio antisemita emersi dall’inchiesta del Domani nelle chat territoriali di Fratelli d’Italia di Trento sono gravissimi e inquietanti», ha dichiarato Elly Schlein, segretaria del Pd: «Parliamo di dirigenti ed ex rappresentanti istituzionali del partito di Meloni: per questo è necessario e urgente che lei, in prima persona, condanni con fermezza questi fatti e prenda provvedimenti». E poi: «L’odio antisemita rivolto contro gli ebrei non può trovare alcuno spazio. Non può esserci neppure il minimo dubbio che posizioni come quelle emerse nelle chat possano essere tollerate o derubricate». Dura condanna anche da parte della deputata Debora Serracchiani: «Ci domandiamo come possa la presidente del Consiglio tollerare che possano essere presenti ancora e ricoprire dei ruoli istituzionali importanti ed essere presenti nel coordinamento di FdI alcune persone che hanno in una chat utilizzato dei termini che sono a dir poco antisemiti». Così Francesco Boccia, capogruppo dem al Senato: «Chi guida FdI prenderà provvedimenti contro chi ha espresso questi giudizi? Oppure anche stavolta farà finta di nulla, mettendo come sempre la polvere sotto il tappeto?».

Gli attacchi di M5s e Avs alla premier

Per la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti «non è tollerabile che il partito di maggioranza di questo Paese e quello che esprime la presidente del Consiglio accolga tra le sue fila esponenti che si esprimono come abbiamo letto». Così Riccardo Ricciardi, capogruppo del M5s alla Camera: «Scandalosa e schifosa ipocrisia, avete bollato per mesi tanti di noi come antisemiti e gli antisemiti ce l’avete nel vostro partito».

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita

Prima di salire sull’Air Force One diretto a Pechino, Donald Trump ha messo in chiaro di non essere preoccupato «nemmeno un po’» dell’inflazione cresciuta più delle attese e dei prezzi della benzina schizzati alle stelle (almeno per gli standard Usa), dicendosi convinto che tutto tornerà alla normalità una volta terminata la guerra contro l’Iran. Sarà. Ma i fatti dicono che il presidente americano è volato da Xi Jinping in un periodo di crisi economica tra i più cupi della sua permanenza alla Casa Bianca, con un Paese duramente colpito dall’aumento del costo della vita. Una minaccia gravissima in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, ben più del nucleare di Teheran.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
La corsia di un supermarket Walmart negli Usa (Ansa).

I prezzi stanno crescendo più degli stipendi

Secondo il Bureau of Labour Statistics, i prezzi al consumo hanno registrato nel mese di aprile un aumento dello 0,4 per cento su base mensile, superiore al +0,3 stimato dal mercato, dopo il +0,2 di marzo. Su base annua, l’inflazione è arrivata al 3,8 per cento: per la prima volta in tre anni, i prezzi stanno crescendo più velocemente dei salari (cresciuti del 3,6 per cento), annullando i guadagni in termini di potere d’acquisto reale.

Negli Usa è salita alle stelle persino la benzina

Il prezzo medio della benzina è ora vicino a 4,50 dollari al gallone, che equivale a 3,7 litri. Costo che sarebbe ottimo per gli italiani, ma non per gli statunitensi, che un anno fa per un gallone pagavano 3,14 dollari. Per alleviare la pressione sugli automobilisti, Trump sta valutando una sospensione temporanea della tassa federale sulla benzina.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
I prezzi della benzina a un distributore negli Usa (Ansa).

Il debito delle famiglie ha raggiunto il massimo storico

Secondo i nuovi dati pubblicati dalla Federal Reserve, il debito delle famiglie statunitensi, che si affidano sempre più a carte di credito e prestiti per assorbire l’aumento dei costi, ha raggiunto il massimo storico di 18.800 miliardi di dollari nei primi tre mesi del 2026. Axios scrive che gli americani hanno subito un aumento dei prezzi al consumo di quasi il 30 per cento dal 2020, cioè dall’inizio della pandemia di Covid: un costo cumulativo che non si è mai completamente riassorbito. E a marzo il tasso di risparmio personale è sceso al 3,6 per cento: si tratta del livello più basso dal 2022, dovuto al fatto che le famiglie a basso reddito hanno utilizzato i propri risparmi per coprire le spese essenziali.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
La Federal Reserve (Imagoeconomica).

L’accelerata del debito pubblico dal suo ritorno al potere

A questo si aggiunge un debito pubblico federale che supera i 39 mila miliardi di dollari (oltre il 120 per cento del Pil, che va detto è in aumento). Un debito enorme lasciato in buona parte dall’Amministrazione Biden e dovuto alla crisi pandemica, certo. Ma con il ritorno alla Casa Bianca di Trump c’è stata un’accelerata senza precedenti del ritmo dell’indebitamento. Insomma, la credibilità economica degli Stati Uniti, promessa centrale del ritorno al potere di The Donald, sta crollando.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
Donald Trump (Ansa).

Per due terzi degli americani il Paese è «fuori controllo»

Un nuovo sondaggio della Cnn ha rilevato che il 70 per cento degli americani disapprova la politica economica di Trump: il dato non aveva mai superato il 50 per cento durante il suo primo mandato, nemmeno in tempo di Covid. E il 77 per cento degli intervistati, inclusa la maggioranza dei repubblicani, ritiene che le politiche di Trump abbiano fatto aumentare il costo della vita. Un’indagine YouGov/Economist ha invece rilevato che due terzi degli americani ormai considerano il Paese «fuori controllo». Secondo i sondaggisti di AtlasIntel, i democratici alle midterm potrebbero prendersi il 55 per cento dei seggi alla Camera.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
Donald Trump (Ansa).

La strategia di Trump tra rassicurazioni e misure d’emergenza

Oltre ad appoggiare la sospensione della tassa federale sulla benzina, misura di emergenza solitamente riservata ai periodi di grave crisi per i consumatori, Trump ha inoltre esortato il Congresso ad approvare il disegno di legge bipartisan 21st Century ROAD to Housing Act, che mira a ridurre i costi abitativi, incentivare lo sviluppo edilizio e vietare ai grandi investitori di Wall Street di acquistare abitazioni unifamiliari. Un modo per strizzare l’occhio a tutto l’elettorato: l’accessibilità economica degli alloggi, un elemento centrale dell’American dream, negli ultimi anni è diventata una chimera a causa di tassi ipotecari elevati e prezzi delle case saliti alle stelle. «Con la normalizzazione del traffico nello Stretto di Hormuz, gli americani vedranno nuovamente crollare i prezzi della benzina, crescere i salari reali, rallentare l’inflazione e continuare ad affluire trilioni di investimenti», ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai, sottolineando che Trump «era stato chiaro riguardo ai disagi a breve termine derivanti dall’operazione Epic Fury». Basteranno una manciata di rassicurazioni e qualche misura d’emergenza a salvare Trump e i seggi del Grand Old Party al Congresso?

Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni

Il governo di Keir Starmer, leader laburista sempre più sulla graticola, continua a perdere pezzi. Dopo i passi indietro delle ministre Miatta Fahnbulleh, Jess Phillips e Alex Davies-Jones, anche il sottosegretario alla Sanità Zubir Ahmed ha rimesso il mandato nelle mani del premier britannico. «è chiaro, dagli ultimi giorni, che l’opinione pubblica in tutto il Regno Unito ha ormai perso irrimediabilmente la fiducia» in Starmer come primo ministro. L’inquilino di Downing Street continua a respingere l’ipotesi di dimissioni, ma la fronda all’interno del Labour si sta allargando e girano già alcuni nomi per la sua successione.

In pole c’è Streeting, attuale ministro della Sanità

Tra i favoriti come prossimo premier britannico c’è il 43enne Wes Streeting, attuale ministro della Sanità. Omosessuale e sopravvissuto a un cancro ai reni, a differenza di Starmer è considerato un ottimo comunicatore e, da ministro, ha implementato varie misure per rilanciare il Servizio sanitario nazionale, dopo anni di tagli al bilancio. Ha due handicap: è molto vicino a Peter Mandelson, l’ex ambasciatore negli Usa coinvolto nello scandalo Epstein e viene identificato con la corrente blairiana del Labour (l’immagine dell’ex premier Tony Blair è stata sporcata dal legame con Donald Trump). C’è chi sostiene ci sia Streeting dietro la rivolta laburista, orchestrata per battere sul tempo il suo principale rivale, ovvero Andy Burnham.

Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
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Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni

Piace il “re del Nord” Burnham, ma non è parlamentare

Membro dell’ala sinistra del partito e sindaco della Greater Manchester, il 56enne Burnham è attualmente il politico britannico più popolare, al punto da essere stato soprannominato “Re del Nord”. Ritenuto in grado di attrarre anche elettori extra-Labour e dato come favorito dai bookmakers, ha però di fronte uno scoglio enorme: non ha un seggio in parlamento, requisito necessario nel Regno Unito per poter ricoprire la carica di primo ministro. Potrebbe tornare a Westminster (è stato parlamentare dal 2001 al 2017) se vincesse il seggio abbandonato da qualche collega laburista. Ma servirebbe tempo e questo gioca a suo sfavore.

In lizza pure Angela “la Rossa”, ex ministra dell’Edilizia abitativa

Detta “la Rossa”, per il colore dei capelli e le idee politiche, la 46enne Angela Rayner ha ricoperto la carica di vicepremier e ministra dell’Edilizia abitativa fino a settembre 2025, quando si è dimessa dopo aver ammesso di non aver pagato tutte le tasse dovute per l’acquisto di un appartamento. L’inchiesta è ancora in corso, ma l’ombra di un’evasione fiscale è un handicap non di poco conto per Rayner, che in virtù delle sue umili origini sarebbe una candidata gradita alle classi deboli che stanno disertando il Labour per votare i populisti di Reform UK di Nigel Farage.

Regno Unito, i nomi in lizza per sostituire Starmer come premier in caso di dimissioni
Keir Starmer (Ansa).

Gli altri nomi, dall’ex leader laburista Miliband alla ministra degli Esteri Cooper

Girano poi altri nomi, che secondo i bookmakers hanno meno possibilità di succedere a Starmer. È riemerso il nome di Ed Miliband, ministro dell’Ambiente che ha guidato i laburisti dal 2010 al 2015: una figura di esperienza, che però non brillo a capo del partito, perdendo nettamente le elezioni del 2015 vinte dal premier conservatore uscente David Cameron. Tra i nomi menzionati ci sono anche altri membri dell’attuale governo, come il ministro della Difesa John Healey e quello delle Forze Armate Al Carns, la ministra degli Esteri Yvette Cooper e la titolare dell’Interno Shabana Mahmood. In lizza pure l’ex segretaria di Stato Catherine West, che ha minacciato di indire elezioni interne per sostituire Starmer.

L’hantavirus e il risveglio dei virologi star

L’assistente di volo di KLM che era stata ricoverata in ospedale ad Amsterdam dopo essere entrata in contatto con una passeggera olandese della MV Hondius, poi morta in Sudafrica, è risultata negativa all’hantavirus. L’attenzione resta però massima, anche perché – al di là delle tre vittime totali – a bordo della nave da crociera si è verificata una trasmissione da uomo a uomo. Certamente hanno drizzato le antenne i virologi star del Covid, che d’un colpo si sono risvegliati e hanno ripreso un’intensa attività social.

L’hantavirus e il risveglio dei virologi star
Roberto Burioni (Imagoeconomica).

Buroni e i bollettini su Substack (gratis per i tirchi)

Roberto Burioni, professore di Virologia e Microbiologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, da qualche giorno sta pubblicando su Substack articoli dedicati alla vicenda della MV Hondius, scaricabili tramite abbonamento, «per poter capire in prima persona quello che sappiamo, e quello che non sappiamo». Un’iniziativa che sta andando molto bene, come ha tenuto a precisare lo stesso Burioni.

«Alcuni dicono che lo faccio per avere visibilità, altri per i soldi, altri ancora mi dicono che sono felice che tutto questo avvenga, infine alcuni mi accusano di copiare o usare l’IA. Ebbene, voi non potete immaginare il piacere fisico che provo pensando che tutti questi rifiuti umani non possono leggere i miei articoli», aveva scritto peraltro Burioni, prima di cambiare idea e rendere i suoi articoli (teoricamente) alla portata di chiunque: «Proprio perché in una situazione di emergenza sanitaria è importante che tutti abbiano a disposizione informazioni accurate chi ha difficoltà economiche e non può pagare 1,65 euro al mese mi scrive in mail dicendomelo e io gli regalo l’abbonamento. Chi invece è così tirchio da non volere pagare 1,65 euro al mese mi scrive in mail autocertificandosi “tirchio” e l’abbonamento glielo regalo anche a lui».

Bassetti contro Heather Parisi: la storia si ripete

«Siamo passati in poche ore da milioni di esperti di mine navali nello stretto di Hormuz a criminologi per Garlasco e adesso tutti virologi di nuovo come ai tempi del Covid», ha anche scritto Burioni, che in epoca di Covid si era accapigliato con la no vax Heather Parisi. Cosa che, sul tema-hantavirus, ha già fatto Matteo Bassetti, direttore del reparto malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova. «Non andrò in lockdown per hantavirus. Non mi ingannate con la propaganda “stai uccidendo persone se viaggi o esci di casa”. E non chiedetemi di vaccinarmi contro hantavirus per proteggere i più deboli. Questo trucco subdolo e carogna ve lo siete giocato con la vostra propaganda Covid e non attacca più. Finitela di prenderci per i fondelli», ha scritto la showgirl sui social. Questa la risposta di Bassetti: «Stia tranquilla. Potrà continuare a giocare a fare la virologa. Nessuno la vaccinerà perché non esiste un vaccino e neanche una terapia specifica. Sarà per questo che il 50 per cento di chi si contagia con hantavirus muore. Lo sapeva? Non lo avevano insegnato al corso di virologia fatto su Facebook?».

Bassetti, che ha anche auspicato che «il governo voglia rivedere la sua posizione sul Piano pandemico Oms», come Burioni ha poi in qualche modo incolpato gli italiani di interessarsi a vicende in cui non ci sia traccia di agenti patogeni: «Mi raccomando, continuate a seguire il delitto di Garlasco e la salute della famiglia del bosco, mentre il mondo evoluto si interroga su come rintracciare tutti i passeggeri che hanno avuto contatti con i casi di hantavirus della nave Hondius. Sono 23, i passeggeri che erano sulla nave e sono scesi il 22 aprile. Questi hanno viaggiato tra stazioni e aeroporti e chissà quante persone hanno incontrato».

L’hantavirus e il risveglio dei virologi star
Massimo Galli (Imagoeconomica).

Galli invece se la prende con Trump: «Complimentoni…»

L’allarme-hantavirus ha infine risvegliato anche Massimo Galli, che durante la pandemia di Covid aveva prodotto decine di pubblicazioni scientifiche sulla pandemia, acquisendo – col suo gruppo di collaboratori – un ruolo di riferimento nazionale. Galli ha puntato il dito contro l’attuale presidente Usa.

«Vale la pena di ricordare che nel 2025 l’Amministrazione Trump ha sospeso i finanziamenti ai Centers for Research in Emerging Infectious Diseases (Creid), una rete che studiava virus con potenziale pandemico che possono passare dagli animali all’uomo. Uno studio in particolare riguardava il passaggio degli hantavirus dai roditori serbatoio alla nostra specie. Grande tempestività, complimentoni», ha scritto l’infettivologo su Facebook: «In un momento in cui l’Oms risulta ulteriormente indebolita dall’irresponsabile abbandono da parte degli Usa, questo virus rappresenta un ulteriore campanello d’allarme su quanto possano costare all’umanità intera falle aperte nella sorveglianza e nella prevenzione, come la pandemia da SARS-CoV-2 avrebbe dovuto insegnare».

Sondaggi politici, la Supermedia: il campo largo aumenta il vantaggio sul centrodestra

La Supermedia Agi/Youtrend del 30 aprile, realizzata sulla base di nove sondaggi sulle intenzioni di voto condotti dal 16 al 29 aprile da sette istituti, fotografa il riavvicinamento tra Lega e Avs e, sul piano delle coalizioni, un aumento del vantaggio del campo largo sul centrodestra. Il margine, secondo la media dei sondaggi, è arrivato a un punto esatto: si tratta del vantaggio più ampio registrato in questa legislatura dalle opposizioni sulla coalizione di governo.

Sondaggi politici, la Supermedia: il campo largo aumenta il vantaggio sul centrodestra
Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

I dati dell’ultima Supermedia Agi/Youtrend

Nel complesso la Supermedia evidenzia una grande stabilità. Fratelli d’Italia è dato al 28,2 per cento: +0,1 rispetto a due settimane fa. Inalterati i dati di Partito democratico (22,4 per cento) e Movimento 5 stelle (12,8 per cento). Forza Italia è all’8,2 per cento (-0,1) e la Lega al 7 per cento (-0,2). Alleanza Verdi e Sinistra sale invece al 6,5 per cento (+0,3). Futuro Nazionale è dato al 3,4 per cento (-0,1), seguito da Azione al 3,1 per cento (+0,1). Poi c’è Italia Viva al 2,4 per cento (-01). Stabili +Europa (1,5 per cento) e Noi Moderati (1,1 per cento). Per quanto riguarda le coalizioni, il campo largo è dato al 45,6 per cento (+0,2), mentre il centrodestra al 44,6 per cento (-0,1).

Crans-Montana, l’Italia si costituisce parte civile

«La Presidenza del Consiglio dei ministri, tramite l’Avvocatura Generale dello Stato, che a sua volta ha delegato uno studio legale elvetico, ha depositato l’atto di costituzione di parte civile della Repubblica Italiana nel procedimento penale relativo all’incendio avvenuto a Crans-Montana». È quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi.

Perché l’Italia si è costituita parte civile

La decisione «è motivata dal danno diretto arrecato al patrimonio dello Stato italiano a causa delle ingenti risorse mobilitate dal Servizio nazionale della Protezione civile per l’assistenza medica, psicologica e logistica ai connazionali coinvolti». Per quanto riguarda le responsabilità del rogo e quindi della strage avvenuta nella notte di Capodanno nella località sciistica svizzera, «il documento di costituzione di parte civile evidenzia come il coinvolgimento delle autorità locali nella genesi dell’evento sia considerato estremamente verosimile, giustificando la ferma richiesta di ristoro contro tutti i soggetti civilmente responsabili». Il Governo italiano, prosegue la nota, «continuerà ad assicurare il massimo impegno nel monitorare ogni fase del procedimento giudiziario in Svizzera, garantendo un’informazione costante e trasparente sulle proprie iniziative e confermando il pieno e ininterrotto supporto alle famiglie delle vittime e ai feriti», affinché «sia fatta piena luce sulle responsabilità e sia resa giustizia per il grave danno subito dalla comunità nazionale».

Trump afferma di aver sconfitto l’Iran, Teheran replica: «La guerra non è finita»

Durante la cena di Stato per re Carlo III, Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti hanno «sconfitto militarmente» l’Iran, aggiungendo: «Non permetteremo mai a quell’avversario di dotarsi di un’arma nucleare». La replica di Teheran non si è fatta attendere. «Per noi la guerra finita non è finita con il cessate il fuoco», ha detto il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia: «Non ci fidiamo degli Stati Uniti e dei nostri nemici. Abbiamo continuato ad aggiornare la nostra lista di bersagli come quando gli attacchi erano in corso. Abbiamo continuato l’addestramento e usato l’esperienza della guerra e abbiamo sia prodotto che aggiornato i nostri equipaggiamenti. Per noi la situazione è ancora di conflitto».

Trump vuole continuare a oltranza il blocco navale dei porti iraniani

Tutto lascia pensare che, in fondo, sia Trump a voler la fine dei combattimenti, più che Teheran: la guerra in Medio Oriente è infatti costata tantissimo agli Stati Uniti (circa un miliardo di dollari al giorno) e, secondo più fonti, il conflitto ha prosciugato le scorte di missili americani. Il Wall Street Journal scrive che, in recenti incontri nella Situation Room, è stato deciso di continuare a comprimere l’economia e le esportazioni di petrolio di Teheran con un blocco navale a oltranza dei porti iraniani, anziché riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto, opzioni che comporterebbero rischi maggiori. L’Iran, intanto, ha inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite denunciando la «pirateria statunitense».

Trump afferma di aver sconfitto l’Iran, Teheran replica: «La guerra non è finita»
Trump col mitra in un’immagine postata si Truth.

Trump risponde all’Iran pubblicando un’immagine in cui imbraccia un mitra

Dopo la risposta di Teheran, Trump ha replicato postando un’immagine su Truth in cui lo si vede imbracciare una mitragliatrice, mentre sullo sfondo è in corso un bombardamento – evidentemente – sulla Repubblia Islamica: «L’Iran non riesce a darsi una regolata. Non sanno come firmare un accordo sul nucleare. Farebbero meglio a darsi una svegliata in fretta! Basta fare il bravo ragazzo».

Caso Venezi, i sindacati della Fenice: «Minacce di morte ai lavoratori dopo il licenziamento»

Non si placa il caso del licenziamento di Beatrice Venezi, silurata dal Teatro La Fenice prima ancora di assumere l’incarico di direttrice musicale a causa dei contenuti di un’intervista al quotidiano argentino La Nación. I sindacati della Fenice, in una nota, fanno sapere che i lavoratori del teatro veneziano «in questi giorni stanno ricevendo, soprattutto sui social, valanghe di insulti e minacce, anche di morte».

Caso Venezi, i sindacati della Fenice: «Minacce di morte ai lavoratori dopo il licenziamento»
Beatrice Venezi (Ansa).

La denuncia dei rappresentanti dei lavoratori della Fenice

«Vogliamo far sapere che ci siamo già rivolti ai nostri uffici legali per difenderci da tanta inutile meschinità», si legge inoltre nella nota. «I rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori mai e sottolineiamo mai, hanno offeso o calunniato né la Maestra Venezi né nessun’altra persona o istituzione», spiegano i sindacati. E poi: «La nostra istanza, durata sette mesi, è stata costantemente e unicamente finalizzata al ripristino di quella ordinaria prassi consolidata che garantisce un clima di fiducia e rispetto, presupposto indispensabile per la gestione di un Teatro e che garantisce la più alta resa artistica possibile». Domenica 26 aprile, prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, l’orchestra della Fenice ha esultato alla notizia della cancellazione di ogni collaborazione con Venezi.

Caso Venezi, i sindacati della Fenice: «Minacce di morte ai lavoratori dopo il licenziamento»
Beatrice Venezi (Ansa).

Bignami: «Deve andare avanti anche chi è bravo e non di sinistra»

Intanto sulla questione si è espresso Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera: «Reputavo arrogante la sinistra quando contestava il sovrintendente Nicola Colabianchi perché nella sua autonomia aveva nominato Venezi, non ho intenzione di essere altrettanto arrogante e commentare oggi che con la solita autonomia ha scelto diversamente. Beatrice è brava e giovane. Fino ad oggi ha pagato non essere figlia di musicisti e non essere di sinistra. Noi ci batteremo sempre per una nazione in cui chi è bravo può andare avanti anche se non è di sinistra».

Lufthansa ha annunciato la cancellazione di 20 mila voli per risparmiare carburante

La compagnia aerea tedesca Lufthansa cancellerà 20 mila voli a corto raggio da giugno a ottobre. Il massiccio taglio, uno dei più consistenti effettuati a livello globale a seguito del caro carburanti causato dalla guerra in Iran, consentirà di risparmiare oltre 40 mila tonnellate di cherosene «senza incidere significativamente sull’efficienza» della compagnia aerea, la più grande d’Europa.

Lufthansa ha annunciato la cancellazione di 20 mila voli per risparmiare carburante
Livrea Lufthansa (Imagoeconomica).

Il piano per i mesi estivi sarà pubblicato tra fine aprile e inizio maggio

Lufthansa, viene spiegato, ha cancellato circa 120 voli giornalieri a partire da lunedì 20 aprile. Secondo il Financial Times, il piano dettagliato per i mesi estivi verrà pubblicato tra la fine del mese e l’inizio di maggio. «Le rotte non redditizie da Francoforte e Monaco saranno eliminate dal programma, mentre i voli esistenti da Zurigo, Vienna e Bruxelles verranno potenziati», ha anticipato Lufthansa. Saranno ridotti anche i voli da e per Roma. Come sottolinea Deutsche Welle, la compagnia aerea aveva già modificato il suo programma per aprile e maggio, cancellando alcuni voli.

Lufthansa ha annunciato la cancellazione di 20 mila voli per risparmiare carburante
Aereo Lufthansa (Imagoeconomica).

Le compagnie tedesche hanno chiesto alle autorità di sbloccare le riserve di cherosene

La carenza di carburante per l’aviazione è stata causata dalla guerra in Medio Oriente e, in particolare, dallo stop al passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20 per cento delle forniture mondiali di petrolio. Il 17 aprile le compagnie aeree tedesche hanno chiesto alle autorità di sbloccare le riserve strategiche di cherosene per aviazione prima della stagione estiva per evitare tagli ai voli. E anche di garantire l’accesso al sistema di oleodotti della Nato, al fine di aumentare le forniture di carburante nei principali hub, in particolare Francoforte sul Meno e Monaco di Baviera. Il giorno precedente il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, aveva detto all’Associated Press che, in caso di mancata riapertura di Hormuz (adesso la navigazione è permessa), le riserve europee di carburante sarebbero bastate per sole sei settimane.

Mosca pubblica un elenco di produttori europei di droni per Kyiv: ci sono anche aziende italiane

Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato sul suo canale Telegram un elenco di aziende europee che, secondo Mosca, sarebbero coinvolte nella produzione di droni d’attacco per Kyiv. Le liste sono in realtà due: quella delle “filiali di aziende ucraine in Europa” comprende 11 aziende, mentre sono 10 le “aziende straniere produttrici di componenti”. Degli elenchi fanno parte anche alcune ditte italiane.

Medvedev: «Sono potenziali obiettivi per le forze armate russe»

Mosca ha giustificato la pubblicazione delle due liste spiegando che «l’opinione pubblica europea non solo deve comprendere chiaramente le vere cause delle minacce alla propria sicurezza», ma anche «conoscere gli indirizzi e le sedi delle imprese ‘ucraine’ e ‘congiunte’ che producono droni e componenti per Kyiv sul territorio dei loro Paesi». Dmitry Medvedev, ex presidente e primo ministro, oggi il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, ha scritto su X: «L’elenco degli stabilimenti europei che producono droni e altre attrezzature rappresenta un elenco di potenziali obiettivi per le forze armate russe. Quando gli attacchi diventeranno realtà dipenderà da cosa accadrà in seguito. Dormite sonni tranquilli, partner europei!».

Per l’Italia citati prodotti in quattro stabilimenti, uno a Venezia

Secondo il Ministero della Difesa russo, componenti per i droni ucraini sono prodotti da aziende in Germania, Turchia, Israele, Spagna, Italia e Repubblica Ceca. In Germania, i motori a pistoni verrebbero prodotti nella città di Hanau. In Spagna, a Madrid verrebbero realizzati i ricevitori di segnali di radionavigazione satellitare. In Repubblica Ceca, la produzione si concentrerebbe a Praga; in Israele a Haifa e Or Yehuda; in Turchia, a Ankara e Yalova. Per quanto riguarda l’Italia, Mosca sostiene che i componenti per i droni ucraini vengono prodotti in quattro stabilimenti, uno dei quali si trova a Venezia. L’elenco comprende poi società di Londra, Monaco di Baviera, Riga e Vilnius.

La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…

Fermi tutti: la redenzione ora è totale. Prima Giorgia Meloni, ora il Capitano. Addio infatuazione per il despota della Casa Bianca. Dopo aver puntato il dito contro Donald Trump per le dure parole rivolte a Leone XIV («la situazione è già complicata di suo senza che uno si alzi la mattina attaccando il Santo Padre»), persino Matteo Salvini sembra aver voltato definitivamente le spalle al presidente Usa, udite udite. Durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento milanese dei Patrioti, il segretario della Lega ha preso le distanze dal presidente americano per quanto detto su Giorgia Meloni («è stata una caduta di stile») e, per quanto riguarda la «maledetta e disgraziata guerra» in Iran, ha ironizzato: «Stando a Trump è già finita parecchie volte, e non è ancora finita…». Aggiungendo: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso aiuti la pace nel mondo o aumenti la credibilità di nessuno». E pensare che, fino a poco tempo fa, Salvini era uno dei più accesi sostenitori di The Donald…

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Il passato MAGA di Salvini, dall’incontro nel 2016 in poi

Nel 2016 Salvini volò a Filadelfia e, a margine dell’ultimo comizio elettorale di Trump in vista delle Primarie repubblicane in Pennsylvania, incontrò l’ex palazzinaro nel backstage, dopo aver assistito al suo discorso tenendo in mano come tutti gli altri un cartello blu con lo slogan “Trump. Make America Great Again”. E The Donald arrivò a dirgli: «Matteo, ti auguro di diventare presto primo ministro in Italia». L’innamoramento salviniano raggiunse il culmine nel 2020, quando il leader leghista sostenne la sua rielezione alla Casa Bianca (fu poi sconfitto da Joe Biden) sfoggiando il cappellino rosso MAGA e, a più riprese, una mascherina – era tempo di Covid – da sostenitore repubblicano. Il giornale inglese Independent arrivò a definirlo «cheerleader di Trump», sottolineando la diffusione di «false teorie complottiste riguardo le elezioni americane».

La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…

Durante gli anni dell’Amministrazione Biden, il filo tra i due non si era interrotto: nell’estate del 2024 il presidente ringraziò Salvini per le parole di solidarietà che il vicepremier aveva espresso su X nei suoi confronti dopo le recenti vicende giudiziarie. A febbraio 2025, dopo la sua rielezione, Salvini arrivò a dire: «Chi critica Trump o rosica o non capisce». Poi lanciò la candidatura di The Donald al Premio Nobel per la Pace: «Sta facendo più lui in poche settimane che Biden in quattro anni». Concetto ribadito il mese successivo.

A ottobre 2025, dopo la tregua nella Striscia di Gaza, Salvini aveva esaltato l’operato di Trump, citandolo sui social: «La guerra è finita».

Da Gaza all’Ucraina, a dicembre, in vista dell’incontro previsto a Mar-a-Lago tra il padrone di casa e Volodymyr Zelensky, Salvini aveva detto: «Ringrazio come tutti dovrebbero ringraziare il presidente Trump per lo sforzo che sta facendo. Spero non ci siano guastatori occidentali a cui conviene la continuazione della guerra con la produzione e la vendita delle armi magari per riconvertire settori industriali messi in ginocchio da Bruxelles».

Le prime crepe dopo il blitz Usa in Venezuela

Le prime crepe a gennaio 2026, dopo il blitz statunitense a Caracas: Salvini aveva voluto precisare che, pur mantenendo l’apprezzamento da sempre manifestato nei confronti di Trump, non riteneva una soluzione efficace l’esportazione della democrazia, dando già allora ragione al papa, «che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo Stato di diritto». Adesso la definitiva (?) presa di distanza. E guarda caso c’è sempre il pontefice di mezzo.

Via libera del Senato alla fiducia sul decreto Pnrr: è legge

Il Senato ha confermato la fiducia chiesta dal governo sul decreto-legge recante “Ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e in materia di politiche di coesione”. Il provvedimento ha avuto 101 voti favorevoli, 63 contrari e 2 astensioni. Il decreto, che era stato approvato con la fiducia anche alla Camera dei deputati il 9 aprile, è quindi ora convertito in legge.

Cosa prevede il decreto Pnrr, convertito in legge

Il decreto Pnrr introduce semplificazioni amministrative (come la carta d’identità con validità illimitata nel tempo per gli over 70 e l’introduzione della elettorale in formato digitale), norme per accelerare i cantieri (su tutti il rafforzamento del silenzio-assenso in edilizia anche per i permessi di costruire, con attestazione d’ufficio dell’amministrazione o dichiarazione del progettista), incentivi per l’energia (agrivoltaico/CER). In totale verranno stanziati oltre 4 miliardi di euro per accelerare la transizione energetica (rinnovabili, reti, efficienza). Il decreto prevede inoltre misure per il lavoro domestico, fondi per la coesione e l’obbligo per le pubbliche amministrazioni, incluse le istituzioni scolastiche, le università e i Comuni, di recuperare d’ufficio i dati Isee necessari per l’erogazione di prestazioni sociali.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro

Pochi gruppi demografici sono stati più importanti dei cattolici per il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che nel 2024 ha ottenuto tra il 55 e il 59 per cento dei loro voti, quando di solito i candidati alla presidenza si spartiscono equamente le preferenze di questa porzione di elettorato. Eppure, con le durissime accuse lanciate a Papa Leone XIV, The Donald sta facendo di tutto per alienarsi i favori dei cattolici, che già nel 2016 gli avevano perdonato un battibecco con Francesco. Ma questa volta lo scontro tra Casa Bianca e Vaticano rischia di far sbandare il presidente Usa. Anche perché Prevost è il primo pontefice statunitense della storia e, anche per questo, al di là dell’Atlantico gode di grande popolarità e non solo tra i cattolici.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro
Cristiani repubblicani sostenitori di Trump (Ansa).

L’attacco a Leone XIV e la replica del pontefice

Questo non ha impedito a Trump di attaccare duramente Leone XIV. Prima lo ha accusato di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare», poi lo ha definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», infine ha chiarito che senza di lui alla Casa Bianca non sarebbe mai stato eletto sul soglio di Pietro. «Dovrebbe darsi una regolata e smettere di essere un politico, sta danneggiando la Chiesa cattolica», ha tuonato il presidente. Sull’aereo che lo stava portando in Algeria, il Papa ha detto di non temere l’Amministrazione Trump né di aver intenzione di «fare un dibattito» con il capo della Casa Bianca. Successivamente The Donald, raggiunto dal Corriere della Sera, ha rincarato la dose, affermando che Prevost «non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo» e che l’Iran rappresenta una minaccia nucleare.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro
Leone XIV (Ansa).

Per Vance il Vaticano «deve attenersi alle questioni morali»

Parole dure che sono state duramente criticate dal vescovo Robert Barron, membro della Commissione per la libertà religiosa. Barron ha definito il post di Trump «del tutto inappropriato e irrispettoso», aggiungendo che «il presidente deve delle scuse al Papa».

Il duro attacco di The Donald al pontefice è stato condannato persino dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ma non da JD Vance – convertitosi al cattolicesimo in età adulta – il quale parlando a Fox News ha detto che il Vaticano «si dovrebbe attenere alle questioni morali». E Giorgia Meloni, donna, madre, cristiana e grande amica di Trump? Dopo un silenzio prolungato, è arrivato anche il commento della premier italiana: «Trovo inaccettabili le parole del presidente Usa. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica, è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra». Una presa di posizione che Trump non ha gradito, come ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera: «Mi sbagliavo su di lei».

Nel 2016 l’attrito con Bergoglio

Non è la prima volta che Trump sfida Oltretevere. All’inizio del 2016, durante la corsa alla nomination repubblicana, ebbe un breve scontro con Francesco che aveva criticato la stretta migratoria Usa poco prima di visitare il confine col Messico. Trump definì Bergoglio «una persona molto politicizzata». Il pontefice argentino a quel punto ricordò a Trump che non era cristiano «concentrarsi sulla costruzione di muri anziché di ponti». Parole che il tycoon definì «vergognose», dicendosi certo che, in caso di un attacco dell’Isis al Vaticano, Bergoglio avrebbe desiderato che Trump fosse alla Casa Bianca. Tra lo stupore degli analisti, The Donald uscì indenne – se non rafforzato – da quella disputa e qualche mese dopo riuscì a ottenere la presidenza degli Stati Uniti.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro
Donald Trump (Ansa).

Come sottolinea la Cnn, lo scontro di 10 anni fa non fece molto scalpore e si concluse con la stessa rapidità con cui era iniziato. Trump successivamente cercò di appianare le divergenze: definì il pontefice «un uomo meraviglioso», suggerendo che il commento del Papa su muri e ponti non fosse poi così critico nei suoi confronti. Un raro passo indietro da parte di The Donald, che notoriamente ama lo scontro con i suoi detrattori.

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Da Francesco a Leone: perché questa volta è diverso

Lo scontro con Leone XIV potrebbe invece avere strascichi più pesanti. Nessuno dei due capi di Stato sembra intenzionato a fare marcia indietro. «Io parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra», ha sottolineato Prevost. Se Francesco aveva criticato indirettamente le politiche migratorie di Trump, il suo successore è stato molto più diretto, facendo nomi e cognomi, sia su questo tema (a ottobre 2025, poco dopo l’elezione, il pontefice aveva definito «disumana» la politica Usa sui migranti) sia sulla guerra e sull’operazione in Venezuela che ha rimosso Nicolas Maduro. Lo scontro tra i due poi è sottotraccia in atto da mesi. Sui rapporti già ai minimi termini ha poi pesato l’immagine blasfema postata da Trump su Truth, che lo ritraeva come un Messia in grado di guarire i mali del mondo. Dopo averla rimossa, il presidente americano ha provato a salvarsi in corner sostenendo che l’immagine in realtà lo rappresentava «come un medico che fa del bene agli altri».

Il paragone tra Trump e Cristo salvatore è ricorrente nella narrativa MAGA. Il commander in chief era già stato paragonato a Gesù dalla sua consigliera spirituale, la telepredicatrice Paula White-Cain, nominata a capo dell’Ufficio della Fede alla Casa Bianca, istituito per promuovere i valori cristiani e la libertà religiosa. La firma del relativo ordine esecutivo fu celebrato con una foto da “Ultima Cena” nello Studio Ovale, con Trump nella posizione – tanto per cambiare – di Gesù.

Sempre a proposito di protagonismo a tinte religiose, in vista del conclave che ha eletto Prevost, dopo aver scherzato (chissà…) sul fatto di vedere se stesso come «prima scelta», Trump sui social si era ritratto come Papa. Novello Messia o aspirante pontefice, ma in ogni caso benedetto dal Signore. Un dio che, sempre secondo la vulgata MAGA, lo ha salvato pure dalla pallottola a Butler.

Il rischio di ricadute elettorali

Tornando alla diatriba col Vaticano c’è infine un altro “piccolo” particolare, ovvero il fatto che Leone XIV è il primo Papa statunitense: è logico supporre che negli Usa la figura di Prevost sia più influente rispetto a quella dei pontefici del passato e non solo per i cattolici. Gli ultimi sondaggi suggeriscono che il Papa gode di un’enorme popolarità tra i suoi connazionali, mentre Trump si trova in un momento di crisi politica, con indici di gradimento che in alcune rilevazioni recenti sono scesi sotto il 30 per cento. È probabile che la maggior parte dell’elettorato MAGA non si farà influenzare dalla “faida” Trump-Leone. Tuttavia, The Donald non può rischiare di perdere altri elettori in questo momento, con una guerra in corso e in vista delle midterm.

Indagato per corruzione Fabio Lazzerini, ex amministratore delegato di Ita Airways

Fabio Lazzerini, amministratore delegato di Ita Airways dal 2020 al 2023 e oggi ceo di Comtel, è indagato per corruzione e peculato dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sul Garante della Privacy. Il filone di indagine riguarda alcune tessere Volare Executive del programma fedeltà di Ita Airways, del valore di 6 mila euro annui, regalate ai componenti del collegio dell’Authority. La notizia arriva dopo il blitz del nucleo Pef della Guardia di Finanza, che si è presentato negli uffici di Ita Airways per acquisire documenti.

Indagato per corruzione Fabio Lazzerini, ex amministratore delegato di Ita Airways
Fabio Lazzerini (Imagoeconomica).

L’ipotesi della procura di Roma

La procura di Roma era alla ricerca di riscontri concreti sul rapporto tra Ita Airways e il Garante per la protezione dei dati personali. Nel capo di imputazione in cui si contesta la corruzione, si legge che gli indagati «in concorso tra loro, quali pubblici ufficiali, omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways, a fronte del riscontro di irregolarità formali e procedurali nel monitoraggio delle comunicazioni e nella tenuta della comunicazione relativa al trattamento dei dati nonché mettendo comunque a disposizione i propri poteri e la loro funzione in favore della società di volo, ricevevano come utilità tessere “Volare”». L’ipotesi, insomma, è che il Garante abbia scelto a più riprese la linea morbida con Ita Airways, in cambio di queste card. Nell’inchiesta sul Garante della Privacy risultano indagati per peculato e corruzione il presidente Pasquale Stanzione e gli altri membri dell’Autorità: Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza, che nel frattempo si è dimesso.

LEGGI ANCHE: Le spese, la card Ita AIrways, la mancata sanzione a Meta: cosa c’è nelle carte dei pm sul Garante della privacy

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?

Per la serie “un ultimatum dopo l’altro”, dopo aver minacciato sui social di eliminare l’intera civiltà iraniana Donald Trump ha rinviato di due settimane il paventato attacco definitivo contro la Repubblica Islamica, in cambio della riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto di Hormuz. Una tregua siglata grazie alla mediazione del Pakistan, che aveva chiesto alla Casa Bianca un cessate il fuoco di due settimane e all’Iran lo sblocco del budello crocevia mondiale del petrolio via nave «come gesto di buona volontà». Il 10 aprile partiranno i negoziati a Islamabad. Nella speranza che la tregua regga, resta però un dubbio: Trump (che parla di «vittoria totale e completa, al 100 per cento») e gli Stati Uniti quanto possono – davvero – fidarsi del Pakistan?

La parabola del Pakistan, che ora è nelle grazie del tycoon

Un tempo alleato nella Guerra Fredda, poi Stato terrorista da trattare come paria, ora tra i migliori amici degli Usa o, quantomeno, partner regionale privilegiato: curiosa la parabola del Paese mediatore per la fine di questo conflitto, tornato nelle grazie della Casa Bianca, come d’altra parte già aveva testimoniato l’incontro andato in scena il 25 settembre nello Studio Ovale a cui avevano partecipato Trump, il vice JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir. Trump, che nel suo primo mandato aveva pubblicamente criticato Islamabad per aver rifilato a Washington «nient’altro che menzogne e inganni», cancellando gli aiuti militari al Pakistan, al termine dell’incontro aveva definito i suoi ospiti «very great guys». Un cambio di prospettiva che, spiega Asia Times, non è fondato su una ritrovata convergenza di valori o su un grande progetto strategico, bensì su una serie di mosse da parte del Pakistan per ingraziarsi Trump.

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?
Shehbaz Sharif e Donald Trump (Imagoeconomica).

Le mosse con cui Islamabad ha gonfiato l’ego di Trump

Innanzitutto, a marzo del 2025 le forze pakistane – sulla base di informazioni della Cia – hanno arrestato Mohammad Sharifullah, membro dell’Isis- Khorasan presunto ideatore dell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto 2021, in cui persero la vita 13 militari statunitensi: una vittoria chiara e inequivocabile da presentare al popolo americano per Trump, in contrasto con i fallimenti del caotico ritiro dall’Afghanistan deciso dall’Amministrazione Biden. A maggio 2025, quando terminò il breve conflitto armato tra Pakistan e India, Islamabad attribuì buona parte del merito del cessate il fuoco proprio alla mediazione di Trump, arrivando a raccomandarlo formalmente per il Nobel. Tutto questo mentre il governo indiano negava il coinvolgimento Usa, attribuendo il successo ai negoziati tra le diplomazie dei due Paesi. Insomma, se da una parte il Pakistan pensava a gonfiare l’ego di Trump, dall’altra la nemica India si alienava i suoi favori.

Il sostegno americano fornisce ampie garanzie al Pakistan

Risultato? Quando è arrivato il momento dei dazi, Washington ha “ricompensato” Islamabad con tariffe (relativamente favorevoli) del 19 per cento, a fronte dell’aliquota del 50 per cento imposta all‘India. Questo in cambio dell’accesso privilegiato alle «enormi riserve petrolifere» del Paese, anche se le trivelle non hanno scovato alcun nuovo giacimento: secondo gli esperti, le parole del presidente Usa volevano certificare, più che un reale accordo sul greggio, l’inizio di una nuova era dei rapporti tra i due Paesi. Per Asia Times, per il Pakistan il sostegno americano rappresenta la «copertura diplomatica definitiva», che permetterà a Islamabad di «perseguire la propria agenda geoeconomica assertiva» senza il timore di inimicarsi Washington. In quest’ottica va ad esempio visto il patto di mutua sicurezza siglato il 18 settembre con l’Arabia Saudita.

Per Eisenhower era «l’alleato più fedele tra gli alleati»

Usa e Pakistan amici come prima, insomma. Dwight Eisenhower, che considerava il Paese un baluardo nella politica di contenimento del comunismo durante la Guerra Fredda, nella seconda metà degli Anni 50 definì il Pakistan – che aveva aderito a patti di difesa anti-sovietici promossi dagli Usa – «l’alleato più fedele tra gli alleati». Già allora la Casa Bianca, alla ricerca di amici vicino ai confini sovietici e cinesi, dimostrò di preferire il Pakistan all’India di Jawaharlal Nehru, vista con sospetto a causa della sua politica neutrale. Archiviato lo spauracchio dell’Urss, i rapporti tra i due Paesi si raffreddarono. Poi nell’era post-11 settembre il Pakistan tornò a essere un alleato chiave nell’invasione dell’Afghanistan (2001). Tuttavia il rapporto tra Washington e Islamabad subì un colpo durissimo quando nel 2011 Osama bin Laden fu individuato e ucciso all’interno di un complesso residenziale ad Abbottabad. Possibile che i servizi pachistani non sapessero nulla?

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?
Il compund di Abbottabad dove si rifugiava Osama Bin Laden (Ansa).

Le accuse di doppiogiochismo, ormai archiviate da Trump

Da allora il Pakistan, accusato di aver dato supporto ai talebani e dunque di doppiogiochismo nella lotta al terrorismo, si è avvicinato progressivamente alla Cina. Allontanandosi, almeno ufficialmente, dagli Stati Uniti: nel 2018 la prima Amministrazione Trump certificò il deterioramento dei rapporti con la cancellazione degli aiuti militari, complice anche la preoccupazione per il nucleare pakistano. Ma, anche quando i rapporti politici erano in una fase di profonda crisi, la relazione a livello militare è rimasta in realtà piuttosto solida: aggirando l’autorità spesso frammentata e instabile dei governi di Islamabad, il Pentagono ha continuato a rapportarsi col quartier generale dell’esercito pakistano a Rawalpindi. Da qui la presenza a settembre nello Studio Ovale di Munir. I rapporti altalenanti e i sospetti incrociati tra i due Paesi suggeriscono che forse gli Stati Uniti non dovrebbero fare completo affidamento sul Pakistan: Trump avrà anche i suoi «ragazzi grandiosi» a Islamabad, tanto da aver coinvolto Sharif nel suo Board of Peace, ma una ripidissima discesa può essere sempre dietro l’angolo.

Caso Piantedosi-Claudia Conte, le ripercussioni sul governo

La relazione extraconiugale del ministro Matteo Piantedosi con la giornalista Claudia Conte, da semplice gossip, è diventato rapidamente un caso politico capace di provocare sussulti nella maggioranza, mentre dall’altra le opposizioni chiedono lumi sugli incarichi ottenuti dalla donna al centro di questa vicenda, maneggiata con cautela a Palazzo Chigi.

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Meloni sapeva della storia: l’incontro con Piantedosi a Palazzo Chigi

Dopo che la liaison Piantedosi-Conte è diventata di dominio pubblico, Giorgia Meloni ha avuto un colloquio con lo stesso ministro dell’Interno. Al centro non tanto la relazione in sé, di cui – scrive Repubblica – la premier era a conoscenza da qualche mese. Piuttosto, per cercare di capire perché è stata tirata fuori adesso, in un momento delicato per il governo che si sta leccando le ferite dopo la batosta del referendum. Piantedosi, filtra da Palazzo Chigi, l’avrebbe tranquillizzata: «È una faccenda privata». Marco Gaetani, conduttore del podcast Money Talks, ha fatto sapere al Corriere della Sera che la confessione di Conte era stata preparata: «Prima di iniziare a registrare mi ha chiesto di farle la domanda, premettendo che il ministro era separato».

Caso Piantedosi-Claudia Conte, le ripercussioni sul governo
Claudia Conte e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

L’ipotesi di un rimpasto continua a circolare: Salvini punta al Viminale

Piantedosi ha visto anche Matteo Salvini che, è noto, gradirebbe prendere il suo posto al Viminale. L’ipotesi di un rimpasto continua a circolare: dal 23 marzo è già saltata una ministra (Daniela Santanchè, Turismo) e, per una faccenda che ricorda questa, un altro (Gennaro Sangiuliano, Cultura) aveva lasciato l’incarico a settembre del 2024. Fonti della Lega assicurano che tra Piantedosi e Salvini c’è totale sintonia, ma se Fratelli d’Italia e Forza Italia dovessero aprire riflessioni sulla squadra di governo, il Carroccio spingerebbe per il ritorno del suo segretario al ministero dell’Interno. Se ciò avvenisse si tratterebbe di un duro colpo per i sostenitori della teoria secondo cui dietro alla rivelazione sarebbe arrivata dopo un’imbeccata di Roberto Vannacci, a cui Conte è molto vicina.

Caso Piantedosi-Claudia Conte, le ripercussioni sul governo
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

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I fari sono puntati ora sui tanti incarichi collezionati da Claudia Conte

Piantedosi, sposato con Paola Berardino, prefetto di Grosseto, sarebbe stato consigliato a più riprese di troncare la relazione con Conte, visto il profilo “scomodo” della giornalista, scrittrice, conduttrice e opinionista tv, ormai presenza fissa a eventi pubblici e istituzionali e – soprattutto – collezionista di incarichi. Come quello di presentatrice ufficiale del tour mondiale dell’Amerigo Vespucci, di consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie e – come rivela Domani – di “docente” presso la Scuola di perfezionamento per le forze di polizia, che fa capo proprio al ministero Viminale. Conte ha ottenuto quest’ultimo incarico a giugno 2024: fonti del ministero dell’Interno, riferisce sempre Domani, sostengono che Piantedosi non sapesse nulla di questo contratto. Ma è inevitabile che ora i fari siano stati accesi su questo aspetto della vicenda.

Caso Piantedosi-Claudia Conte, le ripercussioni sul governo
Claudia Conte (Imagoeconomica).

Schlein entra a gamba tesa: «Ennesimo scandalo, il pesce puzza dalla testa»

I capigruppo di FdI alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, hanno rinnovato la «piena fiducia» al ministro dell’Interno, ma l’opposizione chiede chiarimenti sugli incarichi istituzionali ottenuti da Conte. Ospite di Realpolitik, la segretaria del Pd Elly Schlein ha detto: «Ennesimo scandalo. L’impressione è che (Meloni, ndr) cercasse dei facili capri espiatori per una sconfitta che è anzitutto sua. Ora non mi stupirei che il prossimo di cui chiederà le dimissioni fosse proprio Piantedosi, ma è tutto per celare il fatto che il pesce puzza dalla testa». Luana Zanella, capogruppo di Avs alla Camera, ha parlato di «rivelazioni molto opache», chiedendo a Piantedosi di spiegare «in base a quali competenze siano stati conferiti incarichi, tra cui una consulenza alla Commissione parlamentare sulle periferie». E il diretto interessato, ovvero Piantedosi, cosa dice? Per ora dal Viminale tutto tace.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo

L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per l’atterraggio di due bombardieri, che avevano programmato una sosta tecnica in Sicilia, prima di proseguire verso il Medio Oriente con destinazione Iran. L’episodio, che non può non riportare alla mente quanto successo nel 1985 – se non altro per il luogo interessato e i Paesi protagonisti – è accaduto qualche sera fa, ma la notizia è stata tenuta riservata fino alla ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera. E ha alimentato la polemica politica: le opposizioni chiedono maggiori chiarimenti sull’accaduto e una presa di distanza netta da parte di Giorgia Meloni dall’alleato americano, mentre nel centrodestra c’è chi teme che la decisione presa dal ministro della Difesa Guido Crosetto (non è chiaro se condivisa con Palazzo Chigi) possa inasprire i rapporti con Trump.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Un UKC-130J Super Hercules a Sigonella (Archivio Ansa).

Il no di Crosetto all’atterraggio dei bombardieri: cosa è successo

Secondo quanto ricostruito dal Corriere (e non smentito dalla Difesa), il capo di Stato maggiore Luciano Portolano ha informato Crosetto che alcuni bombardieri Usa avevano previsto di atterrare alla base di Sigonella. Nessuno aveva però chiesto alcuna autorizzazione, né consultato i vertici militari italiani: il piano era stato semplicemente comunicato mentre gli aerei erano già decollati. Accertato che non si trattava di voli normali o logistici compresi nel trattato con l’Italia, Crosetto ha negato l’uso della base. È stato poi Portolano a informare il Comando Usa della decisione presa, spiegando che i bombardieri non potevano atterrare a Sigonella in quanto non erano stati autorizzati e perché non c’era stata alcuna consultazione preventiva.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Palazzo Chigi: «Solidi rapporti con gli Usa, rispettiamo i trattati»

Palazzo Chigi è rapidamente intervenuto con una nota, sottolineando che l’Italia «agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere» e che «ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato». Richiesta che, in questo caso, è stata quantomeno tardiva. «Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione», si legge poi nel comunicato. Sulla stessa lunghezza d’onda Crosetto, il quale ha assicurato su X che «non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli Usa, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi». Il ministro della Difesa ha poi parlato di decisioni in continuità rispetto al passato, negando che l’Italia abbia deciso di sospendere l’utilizzo delle basi agli asset Usa (come invece ha fatto la Spagna di Pedro Sanchez): «Cosa semplicemente falsa, perché sono attive, in uso e nulla è cambiato». Semplicemente, ha spiegato, in base agli accordi internazionali ci sono operazioni Usa che necessitano l’autorizzazione del governo e altre invece comprese nei trattati. L’atterraggio dei bombardieri rientra nella prima fattispecie e nessuno aveva chiesto il permesso di atterrare. Da qui il no.

Stefania Craxi e la crisi del 1985 gestita dal padre Bettino

Rispondendo ai cronisti sul confronto con la crisi di Sigonella che vide lo scontro tra il governo guidato dal padre Bettino e l’Amministrazione Reagan per la crisi dell’Achille Lauro, Stefania Craxi (fresca di nomina a capogruppo di Forza Italia al Senato), ha affermato che «c’è una sola cosa in comune con le due vicende che avevano tutta un’altra genesi ed è la centralità della base di Sigonella e quindi del Mediterraneo, che è centrale non solo per l’Italia e l’Europa ma per tutto il sistema internazionale». Le due vicende, ha spiegato Craxi, «non sono paragonabili». Anche se, ha aggiunto, «si tratta in entrambi i casi non di uno strappo diplomatico, ma della richiesta di rispetto della sovranità internazionale».

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Stefania Craxi (Imagoeconomica).

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L’opposizione attacca mentre Vannacci promuove Crosetto

La decisione di Crosetto ha scatenato le opposizioni. «Ora il governo faccia un passo in più: neghi anche il supporto logistico offerto dalle nostre basi», ha dichiarato Giuseppe Conte, presidente del M5s. Pur definendo il no del ministro «un fatto rilevante e corretto», il deputato dem Anthony Barbagallo ha parlato di «quadro estremamente opaco e preoccupante», esortando il governo a riferire in Parlamento. Categorico Angelo Bonelli di Avs: «Prendere una posizione chiara e netta, e segnare una distanza dalle politiche di questo bullo del pianeta, come Donald Trump, pensa di governare il mondo attraverso la supremazia militare».

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Giuseppe Conte (Ansa).

Passando alla maggioranza, così Raffaele Nevi, portavoce di Forza Italia: «Quando si compiono scelte di questa portata ci si assume una responsabilità, ma si dimostra anche la capacità di mantenere una linea coerente». Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, ha dichiarato che «l’Italia non è in guerra con l’Iran e non vuole entrarci ed è giusto che ogni decisione in deroga ai trattati vigenti debba essere approvata dal Parlamento». Infine, la promozione a pieni voti per Crosetto da parte dell’ex generale Roberto Vannacci: «Secondo me ha fatto bene».

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
La base di Sigonella (Archivio Ansa).

Perché gli Usa non hanno chiesto di poter atterrare a Sigonella?

Ci si chiede però perché gli alleati americani non abbiano chiesto di poter atterrare a Sigonella prima della partenza. Forse perché Donald Trump considera l’Italia una provincia dell’impero? O perché era convinto che l’amica Giorgia non avrebbe avuto niente da ridire? Se Sanchez ha negato espressamente l’uso delle basi americane in Spagna per operazioni di guerra contro l’Iran, l’Italia si è mantenuta sul filo della diplomazia, cercando di tenere il piede in più staffe. A pensar male, forse The Donald voleva stanare una volta per tutte Meloni, che ha già pagato parecchio in termini di consenso (e si è visto anche al referendum) la sua vicinanza alla Casa Bianca.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Donald Trump e alle sue spalle Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi

Complici l’agenda fitta di impegni della presidente di Mediaset e le festività pasquali, ma anche l’infuocato clima geopolitico, si allontana l’atteso faccia a faccia tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani, che dovrebbe avere come obiettivo quello di abbassare i toni in casa azzurra dopo la batosta del referendum. L’incontro non è in programma nelle prossime due settimane, come minimo. Intanto il clima resta teso.

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi
Stefania Craxi e Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Dopo Gasparri potrebbe saltare anche l’altro capogruppo Barelli

La sconfitta referendaria ha portato a degli scossoni nel partito. Disarcionato Maurizio Gasparri, sfiduciato dai senatori azzurri e sostituito da Stefania Craxi alla guida del gruppo parlamentare a Palazzo Madama: un avvicendamento, questo, benedetto da Marina Berlusconi. Congelata, invece, la raccolta firme a Montecitorio per sfiduciare il capogruppo Paolo Barelli, fedelissimo di Tajani, che potrebbe comunque saltare dopo Pasqua. In pole per sostituirlo c’è Giorgio Mulè, attuale vicepresidente della Camera. Ma circola anche il nome di Deborah Bergamini. In Forza Italia non si va però “solo” verso il cambio di entrambi i capigruppo parlamentari: ci sarebbe anche l’idea di sostituire Raffaele Nevi come portavoce del partito.

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi
Raffaele Nevi, Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Capitolo congressi: Tajani vuole andare avanti, ma c’è chi frena

E poi c’è la questione dei congressi, su cui Tajani vorrebbe andare avanti spedito. Ma non tutti ritengono siano una priorità. Roberto Occhiuto, governatore della Calabria e vicesegretario di Forza Italia, ha dichiarato: «Dobbiamo avere meno ansia per tesseramento e congressi e, forse, un po’ di ansia in più per le idee che dobbiamo fornire al centrodestra». E poi: «Abbiamo 250 mila tesserati, quanti ne ha Fratelli d’Italia, ma un po’ di voti in meno. Dovremmo tentare di avere qualche voto in più con una attenzione minore a tesseramento e congressi». Il dossier sui congressi, assicurano dentro FI, sarà certamente uno degli argomenti di discussione tra Tajani e Marina Berlusconi, quando finalmente ci sarà l’incontro. Nel frattempo i due continua a sentirsi, anche tramite Gianni Letta.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa

Il rapporto di Donald Trump con la Borsa è da sempre borderline, visti i numerosi interessi finanziati dell’inquilino della Casa Bianca, uomo d’affari prima che presidente degli Stati Uniti, e le possibili ripercussioni a Wall Street (e non solo) di ogni sua singola decisione. Come ha evidenziato il Financial Times, poco prima dell’annuncio da parte di Trump del rinvio degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane – in virtù di «discussioni costruttive», poi smentite da Teheran – investitori non identificati hanno venduto contratti sul petrolio per un controvalore di 580 milioni di dollari, per poi ricomprarli a un prezzo inferiore dopo che la notizia aveva causato un crollo delle quotazioni del greggio. Insomma: o qualcuno ha fatto soldi grazie a un incredibile colpo di fortuna, oppure era in possesso di informazioni privilegiate.

I movimenti del 23 marzo sono stati anomali per volume e tempistica

Aleggia così il sospetto di insider trading, cioè la compravendita di titoli da parte di soggetti che, grazie alla loro posizione lavorativa o societaria, sono venuti in possesso di informazioni riservate, non ancora pubbliche. Si tratta di una pratica illegale, perché altera la trasparenza del mercato, consentendo un profitto sleale a danno degli altri investitori. Quanto accaduto la mattina del 23 marzo appare sicuramente anomalo, se non altro per la tempistica. Tra le 6.49 e le 6.50, ora di New York, sono stati scambiati 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate per un valore di 580 milioni di dollari. Movimenti insoliti per l’orario e anche per il volume. Il fatto è che alle 7.04 è arrivato, puntualissimo, il post di Trump via Truth sulle presunte negoziazioni positive con l’Iran, che ha innescato un flusso di vendite sul greggio, con conseguente calo del prezzo.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Barili di petrolio (Ansa).

Il petrolio Wti, prima dell’annuncio, era quotato a circa 99 dollari al barile e dopo ha pesantemente ritracciato, attestandosi attorno agli 86. Stesso movimento per il Brent che, partito da 112 dollari, è crollato in pochi minuti a 99. La speculazione non si è limitata al greggio: anche i future sull’indice S&P 500 hanno registrato movimenti inconsueti per l’orario, pre-mercato.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Operatori di Borsa (Ansa).

C’erano già stati scambi sospetti in concomitanza con gli annunci di Trump

A questo è seguito il riacquisto a un prezzo più basso. La sensazione è che qualcuno fosse in possesso di questa notizia market sensitive, come si definiscono le indiscrezioni capaci di far schizzare o deprimere i corsi azionari. Il fatto è che non è la prima volta che si verificano scambi sospetti in concomitanza con importanti decisioni o dichiarazioni di The Donald. Che non sempre corrispondono a realtà: da qui le passate accuse di aggiotaggio, cioè la manipolazione dei prezzi di titoli tramite notizie false. Era già accaduto ad aprile 2025 quando il presidente, commentando lo stop ai dazi precedentemente imposti a tutto il mondo, aveva candidamente parlato di «momento giusto per comprare».

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Wall Street (Ansa).

Ma, come ha evidenziato il Financial Times, lo schema si era già verificato il 10 marzo, giorno che ha visto un rimbalzo dei mercati dopo la dichiarazione di Trump sul conflitto iraniano «praticamente finito» e la successiva smentita del segretario alla Guerra Pete Hegseth. Il 20 marzo, Wall Street aveva perso l’1,8 per cento durante la giornata, appesantito dalle indiscrezioni su un possibile intervento di terra in Iran. Poi, poco prima della chiusura degli scambi, sono arrivate la parole del presidente americano sulla riduzione graduale degli attacchi: perdite appianate in pochi minuti. E non si può non citare la scommessa da 32 mila dollari su Polymarket sulla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro: effettuata in un momento in cui era considerata improbabile, ne ha fruttati circa 400 mila.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Donald Trump (Ansa).

La Casa Bianca ha ovviamente smentito: «Accuse infondate»

Sembra esserci un pattern. Ma è difficile, anzi praticamente impossibile, provare il nesso tra il comportamento di Trump e quanto accaduto il 23 marzo nelle compravendite del petrolio. Da parte sua, la Casa Bianca ha – ovviamente – negato l’uso improprio di informazioni privilegiate, parlando di «accuse infondate». Eppure in questo caso specifico, insistono gli analisti, la massiccia vendita dei future sul greggio si è verificata nelle prime ore di una giornata che non prevedeva né la pubblicazione di dati economici importanti, né discorsi da parte di esponenti della Federal Reserve. Mercoledì 25 marzo, dopo l’annuncio da parte dell’Iran della riapertura dello Stretto di Hormuz alle navi ritenute «non ostili» e la trasmissione di un piano di pace Usa all’Iran, i prezzi del petrolio sono continuati a scendere. Nessun sospetto di insider trading. Quanto a due giorni fa, come diceva qualcuno (cioè Giulio Andreotti), a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.