Bolsonaro e Vucic come Orban: appoggiati da Trump e sconfitti

A voler essere maligni si potrebbe insinuare che ricevere il sostegno di Donald Trump in vista delle elezioni non sia esattamente di buon auspicio per un candidato. Dopo la débâcle di Viktor Orban in Ungheria dello scorso aprile, nel fine settimana sono infatti usciti sconfitti dalle tornate elettorali in Serbia e Brasile il presidente uscente Aleksandar Vučić, battuto dalla Lista degli studenti, e Flavio Bolsonaro, che non è riuscito a spodestare Luiz Inácio Lula da Silva. Che tre indizi facciano davvero una prova?

Bolsonaro e Vucic come Orban: appoggiati da Trump e sconfitti
Donald Trump (Ansa).

Trump accusa Lula: «Ha usato il manuale di Biden»

Lula, 81enne leader della sinistra brasiliana, al ballottaggio ha ottenuto il quarto mandato (non consecutivo) come presidente con quasi il 52 per cento dei voti, prevalendo su Bolsonaro, senatore e candidato del Partito liberale, che invece aveva vinto il primo turno. Cristiano Zanin Martins, giudice del Supremo Tribunal Federal, con una decisione arrivata a pochi minuti dalla chiusura prevista dei seggi ha disposto il prolungamento delle operazioni elettorali di due ore, circostanza che lo stesso figlio di Jair Bolsonaro e Trump hanno colto al balzo per contestare l’esito delle urne. «È impossibile riconoscere il risultato di questo voto in queste condizioni. Chiederò l’annullamento del voto. Per la prima volta nella storia del Brasile un giudice ha cambiato le regole in corso», ha dichiarato Bolsonaro. Zanin, ex avvocato di Lula, ha posticipato la chiusura dei seggi dalle 17 alle 19 in seguito alle segnalazioni di difficoltà nei trasporti pubblici e alle richieste presentate dalle campagne dei due candidati, ma tant’è. Alle rimostranze si è unito Trump, che ha paragonato la vittoria di Lula a quella ottenuta da Joe Biden nel 2020, risultato che continua a non riconoscere. «Hanno semplicemente applicato il manuale di Biden in Brasile. Bolsonaro aveva un grande vantaggio al primo turno ed era il chiaro favorito per vincere il secondo. Ma i comunisti non cedono il potere una volta che lo ottengono», ha dichiarato il capo della Casa Bianca senza fornire alcuna prova di irregolarità. Mai, nella storia politica del Brasile, il vincitore del primo turno era uscito poi sconfitto dal ballottaggio.

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Flavio Bolsonaro (Ansa).

Trump e quel legame con Vucic, oltre la politica

In Serbia è stata la Lista degli studenti a porre fine all’era-Vucic. Il Partito Progressista Serbo, che però a dispetto del nome è di destra e a lungo forza politica dominante nel Paese, si è fermato al 39 per cento (104 seggi in Parlamento su 250) cedendo il passo al movimento di massa che da novembre del 2024, ovvero da quanto il crollo di una pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad provocò la morte di 16 persone, ha portato in piazza milioni di serbi contro il sistema di Vucic, caratterizzato da episodi di corruzione e opacità negli appalti pubblici. Se in Brasile la vicinanza al candidato di destra è soprattutto ideologica, in Serbia il legame di Trump con lo sconfitto – che fu ministro dell’Informazione dei tempi di Slobodan Milosevic – risulta ancora più stretto.

Bolsonaro e Vucic come Orban: appoggiati da Trump e sconfitti
Aleksandar Vucic (Ansa).

Secondo quanto rivelato dal Guardian, Vucic sarebbe intervenuto personalmente per promuovere i progetti per la controversa Trump Tower a Belgrado, mega-hotel e complesso residenziale di lusso che il genero del presidente Usa, Jared Kushner, tramite la sua Affinity Global di Development avrebbe voluto costruire sulle macerie dell’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo, bombardato dalla Nato nel 1999. L’edificio, da allora sventrato, gode dello status di patrimonio culturale e delle relative tutele. Ma Vucic avrebbe fatto pressione su alcuni membri dell’esecutivo per cedere il generalštab in comodato d’uso gratuito per 99 anni alla società di Kushner: l’inchiesta ha fatto saltare il banco e il ministro della Cultura, Nikola Selaković, è stato incriminato assieme ad altri tre funzionari per abuso di ufficio e falsificazione di documenti ufficiali. La rabbia dei serbi di fronte alla svendita del monumento nazionale era scattata anche perché era emerso che la società di Kusher avrebbe trattenuto il 78 per cento dei ricavi, mentre alla Serbia sarebbe toccato solo il 22 per cento: non è mai stato ammesso apertamente, ma l’obiettivo di Vucic era far sì che Trump togliesse le sanzioni imposte al gruppo petrolifero Nis, dovute al fatto che il colosso energetico russo Gazprom ha la maggioranza della proprietà.

Bolsonaro e Vucic come Orban: appoggiati da Trump e sconfitti
Protesta a Belgrado contro l’abbattimento dell’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo (Ansa).

In Ungheria sosteneva Orban, che ora vorrebbe segretario delle Nazioni Unite

Molto vicino a Trump era (e lo è ancora) Orban, primo ministro ungherese per 16 anni, che ad aprile ha dovuto cedere il passo all’ex fedelissimo Péter Magyar, non a caso uno dei primi a congratularsi con la Lista degli studenti. The Donald, che non ha mai fatto mancare il sostegno a Orban, ricevuto più volte alla Casa Bianca, avrebbero incoraggiato direttamente l’ex premier ungherese a entrare nella corsa per succedere ad António Guterres, il cui mandato termina il 31 dicembre, come segretario generale della Nazioni Unite. Lo scrive il Wall Street Journal, spiegando che sulla base di precedenti colloqui diplomatici Orban potrebbe raccogliere anche l’appoggio di Russia e Cina. Insomma, mentre Bolsonaro e Vucic si leccano le ferite, per Orban – ai box da qualche mese – si stanno almeno aprendo prospettive interessanti.

Bolsonaro e Vucic come Orban: appoggiati da Trump e sconfitti
Donald Trump e Viktor Orban (Ansa).

I “patrioti” amici di Matteo Salvini

Dopo tanto girovagare, torniamo in Italia. Anche la politica nostrana ha il suo Trump, ovvero una figura vicina a Orban, Bolsonaro e Vucic. Si tratta, ovviamente, di Matteo Salvini: ad aprile, dopo le elezioni in Ungheria il segretario della Lega, arrendendosi al fatto che «chi vota ha sempre ragione» aveva rivolto «un abbraccio e un grande ringraziamento all’amico Viktor, vero patriota». Nel fine settimana, in occasione del congresso straordinario del Carroccio che ha visto la sua rielezione, Salvini ha rivolto un doppio in bocca al lupo proprio a Bolsonaro e Vucic: «Quello che può diventare il presidente del Brasile era a Pontida l’anno scorso, con la maglietta dell’Alberto da Giussano, e quello che può essere riconfermato in Serbia è un amico».

Ex Ilva, chiesti gli arresti domiciliari per l’ex ad Morselli e altri due dirigenti

La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex presidente del consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia (l’ex Ilva) per Alessandro Labile, già direttore dello stabilimento siderurgico, e per Francesco Astorri, responsabile Ispra della sezione per la valutazione e i controlli degli impianti di interesse strategico nazionale. Le richieste sono arrivate nell’ambito delle indagini sul presunto inquinamento provocato dalle emissioni dello stabilimento tra il 2019 e il 2024. Nel complesso sono state chieste misure interdittive per 10 persone.

Ex Ilva, chiesti gli arresti domiciliari per l’ex ad Morselli e altri due dirigenti
Lucia Morselli (Imagoeconomica).

Complessivamente risultano indagate 28 persone

Morselli amministrava Acciaierie d’Italia nell’ambito di una gestione che vedeva la multinazionale ArcelorMittal come socio di maggioranza, poi superata a febbraio 2024 con l’immissione di AdI nell’amministrazione straordinaria, tuttora vigente. Complessivamente risultano indagate cinque società e 28 persone: in otto rispondono – secondo l’impostazione accusatoria – di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione: la gestione dello stabilimento di Taranto, infatti, sarebbe stata orientata a massimizzare profitti e produzione a scapito della tutela ambientale.

Cosa prevede la bozza del bando del Mit per i balneari

La bozza del bando-tipo nazionale per i balneari, presentata dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti alla Conferenza unificata e ancora passibile di aggiustamenti, prevede concessioni che avranno durata da 5 fino a 20 anni, indennizzi per i concessionari uscenti e limiti alla concentrazione delle licenze.

I bandi dovranno essere pubblicati almeno sei mesi prima della scadenza

Il bando-tipo nazionale è un modello di gara destinato alle stazioni appaltanti, cioè agli enti pubblici che organizzano e pubblicano le procedure per assegnare le concessioni: l’obiettivo è ridurre le differenze tra i territori. Nel testo, previsto dal decreto legge dell’11 marzo per «promuovere condizioni omogenee di affidamento delle concessioni demaniali», si legge che i Comuni titolari della gestione del demanio marittimo dovranno pubblicare i bandi con almeno sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza, e in ogni caso entro il 30 giugno 2027. Le procedure competitive dovranno essere aperte a tutti gli operatori e verranno aggiudicate secondo l’offerta economicamente più vantaggiosa, valutata sul miglior rapporto qualità/prezzo. Tra i requisiti minimi obbligatori figurano standard di accessibilità per i disabili, inclusi bagni, docce e passerelle larghe almeno 1,20 metri per l’accesso diretto alla battigia.

La gestione della fase di transizione e i limiti alla concentrazione delle licenze

Un punto rilevante riguarda la gestione della fase di transizione: andrà infatti garantita la continuità dei servizi durante le gare e i titoli in essere continueranno ad avere efficacia fino al subentro effettivo del nuovo concessionario. Al fine di tutelare la concorrenza e la massima partecipazione, verranno poi introdotti tetti massimi al numero di lotti che un singolo operatore o gruppi collegati potranno aggiudicarsi per ciascuna tipologia di bene (stabilimenti, ristoranti, spiagge libere attrezzate, aree sportive e punti di ormeggio). Previsti poi indennizzi per i gestori uscenti, che saranno a carico del subentrante.

Trump accelera sull’IA: cerca uno “zar” e inaugura l’era della super intelligenza

Altro che frenata. Di fronte allo spauracchio del sorpasso cinese nel campo dell’intelligenza artificiale, Donald Trump a stretto giro dal bilaterale con Xi Jinping ha impresso due svolte non da poco alla politica Usa in materia tech. Il presidente ha infatti firmato sia un accordo con i big del settore per l’autoregolamentazione dell’IA sia un ordine esecutivo per inaugurare la nuova “era della super intelligenza”. Inoltre sta cercando il profilo giusto per la posizione di “zar dell’IA”, in precedenza occupata di fatto dal venture capitalist David Sacks, che però ha lasciato l’incarico a marzo, alla scadenza del suo status di dipendente pubblico speciale. Gli Stati Uniti secondo Trump hanno un forte bisogno di una figura con ampi poteri che supervisioni le politiche IA della sua amministrazione. E in pole per l’incarico ci sarebbe Jay Clayton, attuale direttore dell’intelligence nazionale.

Trump accelera sull’IA: cerca uno “zar” e inaugura l’era della super intelligenza
Jay Clayton (Ansa).

Il vertice alla Casa Bianca con i big del settore

Alla domanda dei cronisti su chi volesse scegliere per l’incarico, Trump ha risposto di avere «qualcuno in mente». Sollecitato sul nome di Clayton, il presidente Usa ha detto: «È un bravo uomo. È proprio qui. È una buona idea». Trump ha quindi riferito di voler nominare il nuovo responsabile dell’IA entro pochi giorni. La mezza ammissione su Clayton è arrivata al termine del pranzo alla Casa Bianca con i vertici delle principali aziende del settore, a cui hanno partecipato Jensen Huang (Nvidia), Elon Musk (xAI), Mark Zuckerberg (Meta), Sundar Pichai (Google), Satya Nadella (Microsoft), Greg Brockman (OpenAI), Lisa Su (Advanced Micro Devices) e Dario Amodei (Anthropic), con cui di recente Trump era entrato in rotta di collisione.

Trump accelera sull’IA: cerca uno “zar” e inaugura l’era della super intelligenza
David Sacks e Mark Zuckerberg (Ansa).

Tra gli esponenti dell’amministrazione erano presenti anche il presidente della Camera Mike Johnson, il segretario al Tesoro Scott Bessent e anche Sacks, ex dirigente di PayPal e amico di Musk, scelto come consigliere speciale per l’intelligenza artificiale e le criptovalute all’inizio del secondo mandato di Trump e oggi consulente esterno. In mattinata Trump aveva presentato inoltre America.gov, portale di accesso ai servizi federali basato – appunto – sull’intelligenza artificiale.

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La firma dell’accordo «moralmente vincolante» sull’IA

Il vertice, perché di questo si è trattato, ha portato alla firma di un accordo «moralmente vincolante» che delinea un impegno comune delle aziende per la sicurezza dei modelli più avanzati di IA, con quattro livelli di garanzia previsti: controlli interni, squadre dedicate alla verifica, valutazioni esterne indipendenti e supervisione dei consigli di amministrazione. Trump, che considera sempre più la supremazia americana nell’IA come un elemento centrale della propria eredità politica, ha presentato l’accordo come la prova che un settore diviso sulla questione della sicurezza è comunque in grado di autoregolamentarsi. Sposando di fatto il tecno-ottimismo di figure come Huang e Zuckerberg e prendendo ancora le distanze dalla cautela di Sam Altman, ceo di OpenAI, che difatti non era alla Casa Bianca (al suo posto Brockman, il presidente): l’azienda ha appena stoppato il lancio dell’ultimo modello di intelligenza artificiale per problemi legati alla sicurezza.

Trump accelera sull’IA: cerca uno “zar” e inaugura l’era della super intelligenza
Donald Trump e Elon Musk, dietro si riconosce Mark Zuckerberg (Ansa).

The Donald ha pomposamente paragonato il documento a «una costituzione», evidenziando i numerosi punti in comune tra le visioni dei leader del settore tecnologico. Trump, dopo l’incontro alla Casa Bianca – tenutosi mentre in realtà in buona parte della Silicon Valley aumentano le preoccupazioni – ha poi spiegato che la sua Amministrazione sta valutando la creazione di un comitato composto da 10 funzionari ed esperti incaricato di supervisionare l’industria dell’intelligenza artificiale. O forse sarebbe meglio dire della super intelligenza.

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L’ordine esecutivo che inaugura l’era della super intelligenza

Trump ha infatti anche apposto la firma su un ordine esecutivo che impone alla macchina federale Usa di sostituire la dicitura “artificial intelligence” con “super intelligence” e che richiede entro 60 giorni una proposta per la nuova definizione giuridica. Da capire quali conseguenze deriveranno dalla nuova categoria, dalla sicurezza nazionale agli appalti pubblici, fino ai controlli sulle esportazioni e ai rapporti con le aziende che sviluppano i modelli. «Il moderno campo dell’IA è nato negli Stati Uniti, dove gli scienziati americani per primi hanno dato il nome a questa disciplina e gettato le basi per il suo sviluppo» e «l’America sta ancora una volta spingendo in avanti la frontiera tecnologica», si legge nel provvedimento reso pubblico su Truth: la misura si inserisce nella strategia della Casa Bianca per accelerare l’impiego di sistemi avanzati nella ricerca scientifica, nella medicina, nell’energia e nell’industria. Per quanto riguarda il cambio di terminologia, con il passaggio da “artificiale” a “super” è evidente una connotazione maggiormente positiva, ma non è solo un imbellettamento. Nel dibattito scientifico, infatti, l’espressione “super intelligenza” indica sistemi capaci di superare le prestazioni umane in un insieme estremamente ampio di attività cognitive.

Trump accelera sull’IA: cerca uno “zar” e inaugura l’era della super intelligenza
Donald Trump (Ansa).

Clayton verso la nomina di zar dell’IA (anzi, dalla SI)

Insomma, la nuova era prospettata (o paventata) da Trump rappresenta qualcosa di molto serio. E per questo c’è bisogno di uno zar dell’IA (o, per meglio dire, della SI), individuato in Clayton. Il diretto interessato, che guida la comunità di intelligence statunitense composta da 18 agenzie, a luglio durante l’audizione di conferma aveva detto – sulla falsariga di Bessent – che l’IA rappresenta per il settore «non solo un’opportunità, ma anche una minaccia» e che dunque «è meglio prenderne il controllo». Clayton avrebbe potuto concludere la frase con «prima che lo faccia la Cina», ma non ce n’è stato bisogno. La posizione di Trump sull’IA è molto chiara: gli Stati Uniti devono rimanere la superpotenza mondiale in questo settore e, nonostante le segnalazioni di svariati esperti, la pericolosità delle intelligenze artificiali è «un inganno». Il principale timore di The Donald è che, rallentando sull’IA, gli Usa possano perdere il vantaggio tecnologico sulla Cina (poco interessata a frenare): «Siamo avanti di circa un anno, forse un anno e mezzo, stiamo costruendo strutture per migliaia di miliardi di dollari. Perché dovremmo rinunciarci? Se c’è qualcosa che non va, devono sistemarlo», aveva detto Trump a Fox News nei giorni in cui ha anche annunciato la creazione dell’AI Force, nuova agenzia governativa per sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale negli States.

Garlasco, cade l’accusa di corruzione per l’ex pm Mario Venditti

Il Gip del tribunale di Brescia ha accolto la richiesta della Procura di archiviare la posizione dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, che era sospettato di aver incassato denaro per favorire l’archiviazione di Andrea Sempio nell’inchiesta del 2017 sul delitto di Garlasco, e dunque di corruzione in atti giudiziari. L’Ansa, citando fonti del palazzo di giustizia, riporta che «l’ipotesi di reato resta intatta, ma riguarda altre persone». Gli atti saranno trasferiti a Pavia.

Garlasco, cade l’accusa di corruzione per l’ex pm Mario Venditti
Un frame di Andrea Sempio durante la trasmissione Quarto Grado di Rete 4 (foto Ansa).

Nell’informativa congiunta dei Carabinieri e della Guardia di finanza sulle indagini condotte nell’ambito dell’inchiesta riguardante l’archiviazione di Sempio, depositata a inizio giugno alla Procura di Brescia, non era emerso alcun elemento tale da avvalorare l’ipotesi di corruzione formulata a carico di Venditti Sarebbero invece appunto emersi indizi che aggraverebbero le posizioni di alcuni avvocati e carabinieri coinvolti all’epoca nell’archiviazione.

Garlasco, cade l’accusa di corruzione per l’ex pm Mario Venditti
Mario Venditti (Ansa).

Perché Venditti era stato iscritto nel registro degli indagati

La Procura di Brescia aveva iscritto Venditti nel registro degli indagati alla fine di settembre del 2025, col sospetto che avesse incassato denaro per archiviare Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi e già all’epoca segnalato come possibile autore alternativo del delitto rispetto ad Alberto Stasi, poi condannato. Tutto era nato a seguito di un appunto rinvenuto a casa della famiglia Sempio, dove c’era scritto: «Venditti gip archivia X 20.30 euro». La Guardia di Finanza ha eseguito perquisizioni nelle sue abitazioni a Pavia, Genova e Campione d’Italia, oltre che in quelle dei familiari di Sempio e di due ex appartenenti alla Polizia giudiziaria.

Il bollo auto di Meloni, l’Ici di Berlusconi, denti e cataratte: tutte le mance elettorali

Con la sospensione (guarda caso proprio nel 2027, anno elettorale) del bollo per le auto e le moto di potenza inferiore a 80 kW, misura pomposamente definita dalla premier come l’abolizione di «una delle tasse più odiate dagli italiani», Giorgia Meloni ha giocato la sua prima carta – anzi mancia – in vista delle Politiche in programma l’anno prossimo. Una mossa alla Cetto La Qualunque da parte della premier, che curiosamente aveva denigrato chi in passato aveva proposto una misura analoga, citando proprio il personaggio di Antonio Albanese. Che, va detto, ha molti punti in comune con uno dei predecessori di Meloni a Palazzo Chigi…

Meloni prendeva in giro Tridico e Renzi, che se ne sono ricordati

«Per batterci alle elezioni il centrosinistra si è giocato ogni carta possibile, inclusi il riconoscimento dello Stato della Palestina se avessero vinto nelle Marche e l’esenzione dal bollo auto se avessero vinto in Calabria. Roba che Cetto La Qualunque in confronto è Ottone di Bismarck». Dal palco di Atreju 2025, Meloni aveva ironizzato così su Pasquale Tridico, che da candidato governatore calabrese aveva proposto la sospensione del bollo. E l’europarlamentare del Movimento 5 stelle se n’è ricordato: «Meloni mi aveva denigrato, definendomi Cetto La Qualunque. Mi chiedo dunque se la presidente del Consiglio continui a pensarla alla stessa maniera e se con coerenza definisca la sua proposta una mossa da Cetto La Qualunque». Non solo: Matteo Renzi ha ripescato un post del 2016 in cui Meloni lo aveva attaccato definendolo «mago della distrazione di massa» e «venditore di pentole» per l’idea (ai tempi di Palazzo Chigi) di abolire il bollo per alcune categorie di auto e i motorini.

La premier ha poi risposto al leader di Italia Viva (che a sua volta ha controreplicato): «Bravo Matteo. Oggi hai scoperto la differenza tra annunciare e realizzare». Renzi, per la cronaca, in passato aveva proposto l’abolizione del canone Rai.

Tra stop al bollo e mille euro per tutti, la realtà eguaglia la fantasia

C’è poco da fare: la realtà a volte supera (o quantomeno eguaglia) la fantasia. In un fiume di promesse di totale anarchia fiscale, Cetto La Qualunque si diceva pronto all’abolizione delle bollette del gas e della luce, ma anche dell’Ici (ci torneremo), della Tari, del bollo (eccoci) e dell’assicurazione auto. Il personaggio di Albanese prometteva poi anche mille euro a persona, anzi 2 mila, e un’imbiancatura gratis della casa.

Meloni ha abolito (sebbene parzialmente, temporaneamente e pure qualunquemente) il bollo auto e, in effetti, in qualche modo si era mossa per far sì che gli italiani ricevessero mille euro: era successo a fine marzo del 2020, quando all’inizio della pandemia aveva esortato l’allora premier Giuseppe Conte a elargire tale cifra a chi avesse dichiarato di averne bisogno.

Il maestro indiscusso delle mance elettorali resta Berlusconi

Se vogliamo però parlare di mance elettorali, il maestro resta Silvio Berlusconi. Il Cav nel 2006 fece la promessa – mantenuta – di abolire l’imposta comunale sugli immobili (Ici). Che poi fu reintrodotta, sotto forma di Imu, dal governo tecnico di Mario Monti intervenuto per mettere qualche pezza e riordinare i conti pubblici.

In seguito, intervistato dal Giornale, promise – di nuovo, e con tanto di disegno di legge pronto – l’abolizione dell’imposta municipale unica sulla prima casa, definendola «una tassa insopportabile».

E poi ci sono i tormentoni: dentiere e cure odontoiatriche per gli anziani che non potevano permettersele si sono ripresentati in varie tornate elettorali, a partire dal 2001 e fino al 2022. Curiosamente, un anno dopo la morte di Berlusconi la Regione Lombardia ha parzialmente approvato una misura simile.

Spese veterinarie pagare per cani e gatti

Il Cav amava promettere, assieme alle cure dentistiche gratuite, anche operazioni alla cataratta a costo zero. E poi non si possono dimenticare le proposte per l’esenzione fiscale o l’assegnazione di sussidi mensili per chi adotta o possiede un cane o un gatto, per coprire spese veterinarie e cibo. Anche questo un altro cavallo di battaglia berlusconiano.

Ex Ilva, l’indotto sospende i licenziamenti fino alla sentenza della Cassazione

Aigi e Aepi intendono sospendere i 2.500 licenziamenti dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto almeno fino alla sentenza della Cassazione sul ricorso presentato dai commissari straordinari contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la chiusura dell’area a caldo. L’udienza sul ricorso è stata fissata per il 20 ottobre, decisione che ha portato governo e sindacati a riaggiornare il tavolo.

I sindacati: «Intendiamo dare corso positivo all’invito del governo»

«Intendiamo dare corso positivo all’invito del governo alla sospensione dei licenziamenti nell’indotto almeno fino alla sentenza della Cassazione», ha detto Nicola Convertino, presidente di Aigi, ovvero l’associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva. Mino Dinoi, presidente della Confederazione Aepi (sindacato datoriale per imprese, professioni e terzo settore) ha detto: «Ulteriore atto di responsabilità da parte nostra, perché comprendiamo che la situazione è difficile».

La data dell’udienza è stata resa nota durante l’incontro a Palazzo Chigi

La notizia dell’udienza fissata per il 20 ottobre è arrivata durante l’incontro sindacati-governo a Palazzo Chigi. Di conseguenza, il governo ha chiesto alle organizzazioni sindacali di riaggiornare il tavolo. Il decreto legge con le misure a tutela dei lavoratori – che il governo avrebbe approvato oggi nel Consiglio dei ministri – sarà discusso «quando il quadro generale sarà più chiaro», hanno spiegato fonti dell’esecutivo.

Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd

Sono bastate poche parole per spaccare il Partito democratico: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori». A pronunciarle dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia è stata la 28enne Virginia Libero, da un anno segretaria dei Giovani democratici, entrata a gamba tesa su uno degli argomenti su cui il campo largo sta cercando una linea comune, che – a dire il vero – manca pure tra i frequentatori del Nazareno.

Libero, la schleiniana iscritta alla giovanile dem dai tempi di Bersani

Libero, padovana (è nata a Salvazzano Dentro) e fresca di laurea in giurisprudenza, pro Pal e con un passato scout, alle ultime elezioni regionali in Veneto ha ottenuto 5 mila voti, non sufficienti per l’approdo al Consiglio con il Pd. Dove milita ormai da 13 anni, dato che si è iscritta alla giovanile quando ne aveva 15, ai tempi addirittura della leadership di Pier Luigi Bersani. Oggi è una schleiniana di ferro. «Mi piaceva l’idea di un partito che teneva dentro tante anime della sinistra e provava a dare risposte istituzionali», aveva spiegato al Corriere dopo essere stata indicata come candidata unitaria alla guida dei Giovani democratici.

Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
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Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd

Le critiche e gli applausi a Libero, tra riferimenti alla Resistenza e all’Ucraina

Già, le tante anime della sinistra. Le sue dichiarazioni hanno agitato in particolare i riformisti del Pd. «”Organizzeremo i disertori”, scandisce la segretaria del Giovani democratici. Non è quello che fecero i giovani che scelsero di partecipare alla Resistenza, o i giovani americani che vennero qui a combattere (e molti a morire) per liberarci dai nazifascisti – e che ogni 25 aprile giustamente celebriamo», ha scritto sui social l’eurodeputato Giorgio Gori: «Non è quello che ci chiede la Costituzione, che all’articolo 52 recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”».

Sulla stessa lunghezza la senatrice Sandra Zampa, che definendo «ripugnante» il concetto di organizzare i disertori, ha ringraziato «con il cuore chi si è battuto per liberarci da nazifascisti». Arturo Parisi, tra i fondatori del Pd, ha dichiarato: «L’Art.11 si limita al ripudio della guerra solo per i pigri che non riescono a leggere oltre la quinta parola. Quanto alla “giovanissima” dem, ben oltre il sogno, annuncia la diserzione mentre già oggi i nostri contrastano ogni aggressione sul fianco est dell’Unione Europea».

Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd

Libero, molto vicina a Elly Schlein, è stata difesa dai deputati Arturo Scotto («Di fronte a chi teorizza che in Europa dobbiamo acquisire una mentalità di guerra è una boccata di ossigeno») e Matteo Orfini («Il fatto che ci siano ragazze e ragazzi che continuano a sognare la pace è una delle poche cose che dà speranza»), così come da Laura Boldrini: «Il suo discorso è stato chiaro, radicale e inequivocabile. Ha dato voce a generazioni di giovani che ripudiano la guerra».

Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd

I chiarimenti (per modo di dire) della segretaria dei Giovani dem

Boldrini parla di discorso «chiaro e inequivocabile», ma raggiunta da Repubblica la diretta interessata ha trovato opportuno fare – appunto – dei chiarimenti.

Per la cronaca, a Reggio-Emilia (chiamando Schlein col nome di battesimo Elena) aveva detto: «Per noi parlare di patria significa ripudiare la guerra, significa dare a tutti un salario dignitoso, garantire cure. Significa che nessuno nel nostro Paese deve sentirsi solo, al punto da perdere ogni singola speranza. Per arrivare a tutto questo, ci servono scelte politiche coraggiose da fare. E la sinistra questo coraggio ce lo deve avere». Intervistata dal Nordest, Libero alla domanda su cosa intendesse, ha risposto: «Che non ci abitueremo mai al fatto che la guerra, le armi, il vilipendio sistematico del diritto internazionale siano la strada considerata normale, o addirittura giusta, per risolvere le controversie».

Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Virginia Libero con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Le critiche di FdI: «Noi preferiamo una generazione che non scappa»

Le parole di Libero, che restano piuttosto nebulose, hanno però offerto il fianco dem alle critiche di Fratelli d’Italia. «A una generazione di disertori, noi preferiamo una generazione che non scappa», ha detto al Foglio Fabio Roscani, deputato e presidente di Gioventù nazionale, la giovanile di FdI, con dichiarazioni dal sapore vannacciano. «Il Pd prova a fare l’equilibrista. Dice di voler sostenere l’Ucraina, di condannare Vladimir Putin e allo stesso tempo contesta le spese militari per la difesa». Ma, ha aggiunto, «la nostra capacità di difesa è la nostra capacità di difendere la nostra stessa libertà, fare finta di non capirlo serve soltanto ad avere uno slogan da usare in campagna elettorale».

Spiò i dati di Meloni, dipendente dell’Inps rischia il processo

La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per una dipendente dell’Inps che il 7 febbraio del 2025, senza averne alcun motivo di servizio, consultò i dati personali di Giorgia Meloni. Gli accessi contestati, emersi dopo accertamenti interni dell’Istituto, furono tre: due all’Arca, l’archivio anagrafico dell’Inps in cui sono riportati i dati identificativi associati a una persona (come codice fiscale e luogo di residenza), e uno all’estratto contributivo, dove è registrata la storia previdenziale dei cittadini.

Spiò i dati di Meloni, dipendente dell’Inps rischia il processo
La sede centrale dell’Inps (Imagoeconomica).

La donna, interrogata a metà aprile, è accusata di accesso abusivo a un sistema informatico. Un reato che, già di per sé, sarebbe sufficiente per un processo. Nel caso specifico c’è pure l’aggravante di aver agito nella veste di dipendente dell’Inps (in particolare del Coordinamento generale medico legale), violando dunque i poteri connessi alla sua funzione. L’impiegata non ha fornito alcuna spiegazione per gli accessi indebiti. Nel procedimento risultano indicate come persone offese sia Meloni che l’Inps, titolare del sistema informatico utilizzato per gli accessi contestati. Per la premier, tra l’altro, c’è già un precedente di dati indebitamente consultati. Nel 2024 venne infatti alla luce che un impiegato di Intesa Sanpaolo aveva consultato senza autorizzazione migliaia di rapporti appartenenti ai clienti dell’istituto, tra cui appunto anche la presidente del Consiglio.

Macron ci riprova: nuova versione della legge per vietare i social agli under 15

Il governo di Parigi ha sottoposto alla Commissione europea una nuova versione della legge per il divieto di utilizzo dei social network per i minori di 15 anni, che era stata bocciata dal Consiglio costituzionale francese. Lo ha annunciato il presidente Emmanuel Macron, che ha scritto su X: «Dal primo giorno ho preso un impegno: proteggere i nostri bambini online. Andremo fino in fondo».

La bocciatura e l’incarico a Lecornu di riscrivere la legge

La prima versione della legge era stata approvata a luglio dal parlamento francese e sarebbe dovuta entrare in vigore il primo settembre. A metà agosto, però, era arrivato l’alt del Consiglio costituzionale. Dopo il semaforo rosso da parte della massima istituzione giurisdizionale transalpina, secondo cui il provvedimento avrebbe rappresentato «una violazione sproporzionata della libertà di espressione e di comunicazione», Macron aveva incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu, di procedere a una nuova redazione del provvedimento conforme alle osservazioni del Consiglio e al diritto europeo, per arrivare ad una soluzione «entro la primavera 2027».

Il nuovo testo, che tiene conto delle criticità segnalate dal Consiglio costituzionale, sarà presentato subito alla Commissione Europea, che avrà tre mesi per emettere un parere. Nel suo post, Macron ha evidenziato di aver scritto a Ursula von der Leyen per chiedere l’approvazione di un testo che stabilisca il divieto di social per gli under 15 a livello Ue: «Ho condiviso con la presidente della Commissione europea la mia determinazione affinché l’Europa avanzi in modo rapido ed esigente, per armonizzare questa interdizione a livello dell’Unione e regolamentare le funzionalità delle piattaforme».

La perdita di popolarità di Trump tra i Millennials e il ruolo di Vance

Nella prima convention organizzata da un partito prima delle elezioni di midterm, Donald Trump si è appellato ai Repubblicani promettendo un incentivo di 5 mila dollari per il voto al GOP e mandandoli preventivamente al diavolo in caso contrario. Che il presidente Usa stia avvertendo la pressione in vista delle elezioni che potrebbero costare la maggioranza alla Camera e al Senato? Di sicuro, il sostegno a Trump è in calo in tutte le fasce d’età, ma soprattutto tra i Millennials e la Generazione Z, categorie che nel 2024 erano state fondamentali per il suo ritorno alla Casa Bianca. Da qui il bisogno di coinvolgere il più possibile (compatibilmente col suo ego) il vice JD Vance, che a Dallas ha fatto le prove per le Presidenziali del 2028.

La perdita di popolarità di Trump tra i Millennials e il ruolo di Vance
Donald Trump (Ansa).

Una generazione sul piede di guerra

A preoccupare macchina politica del Grand Old Party sono soprattutto le – cattive – opinioni dei Millennials (i nati dal 1981 al 1996). Innanzitutto, ormai costituiscono la generazione più numerosa negli States. Inoltre sono la fascia demografica con il maggior numero di figli in età scolare (dunque a carico) e che pertanto risente maggiormente dell’aumento dei prezzi di generi alimentari e carburante, fattore che sta pesando molto nel crollo dei consensi di The Donald. Gli sforzi paralleli delle campagne di Trump e di Kamala Harris per raggiungere i Millennials attraverso podcast e altri media digitali erano emersi come un elemento chiave del ciclo elettorale del 2024. Anche alle Midterm lo scontro tra repubblicani e democratici si giocherà su questo terreno.

La perdita di popolarità di Trump tra i Millennials e il ruolo di Vance
Donald Trump a Dallas (Ansa).

Il sentiment negativo dilaga soprattutto tra i maschi

Secondo un recente sondaggio di Navigator, il tasso di approvazione di Trump tra i Millennials è calato al 38 per cento. E tra chi lo ha votato nel 2024, il 28 per cento ammette di essersi pentito. Un’altra indagine Economist/YouGov, condotta sempre ad agosto, evidenzia dati ancora peggiori: solo il 26 per cento delle persone di età compresa tra 30 e 44 anni approva attualmente l’operato di Trump come presidente. Il sentiment negativo per l’operato di Trump è forte, evidenziano i sondaggi, in particolare tra i maschi.

La perdita di popolarità di Trump tra i Millennials e il ruolo di Vance
Donald Trump alla convention di Dallas (Ansa).

A Vance il compito di riconquistarli

Trump nella seconda e ultima serata della convention di Dallas non ha ripetuto il comizio-show della prima, concedendo 41 minuti sul palco a Vance, suo vice e volto più giovane di un’amministrazione guidata dalla persona più anziana mai eletta alla presidenza, un 80enne della generazione dei Baby Boomer. Vance invece è nato nel 1984 e, come ha ricordato con piena retorica MAGA, è padre di quattro figli piccoli che hanno il «diritto di nascita a ereditare le benedizioni del più grande Paese della Terra». Ha insomma le caratteristiche ideali per parlare a quella che oggi è la fetta più larga dell’elettorato: Trump, pur non investendolo ufficialmente del ruolo di erede politico, gli ha dato il compito di riconquistare i Millennials in vista delle elezioni di metà mandato. Con un occhio già al 2028.

La perdita di popolarità di Trump tra i Millennials e il ruolo di Vance
JD Vance (Ansa).

Di Battista tornerà in Italia il 4 settembre con un’aeroambulanza

Alessandro Di Battista non farà ritorno in Italia domani, bensì venerdì 4 novembre. È stato lo stesso ex deputato del M5s a renderlo noto con un post sui profili social. «Oggi mi sento meglio. Sono stati giorni difficili e allo stesso tempo sono ottimista e cerco sempre di vedere il positivo in tutto», ha scritto “Dibba”, ricoverato all’Avana dopo un grave malore che lo ha colpito mentre si trovava a Cuba per un reportage per il Fatto Quotidiano.

Di Battista farà rientro in Italia con un’aeroambulanza

«Ringrazio i medici cubani che, come mi è stato confermato dai medici italiani, sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali», ha aggiunto Di Battista, che per il rientro in Italia ha detto no al volo di Stato che era stato messo a disposizione dal governo: «Partirò da Cuba il 4 settembre con un’aeroambulanza i cui costi verranno coperti dalla compagnia assicurativa con la quale ho stipulato una polizza prima della partenza». Nel frattempo, sul quadro clinico di Di Battista – che è stato sottoposto ad accertamenti anche alla presenza dei due medici del Policlinico Gemelli di Roma – viene mantenuto il massimo riserbo.

Il post scriptum sui medici e infermieri palestinesi

Poi il post scriptum: «Da anni ho deciso di “sfruttare” gli spazi mediatici che ho a disposizione per denunciare l’Olocausto palestinese, che va avanti anche se molti giornali si voltano dall’altra parte. Ne approfitto dunque per raccontarvi quello che mi dicono negli ospedali a Cuba, ovvero che molti dei medici e degli infermieri palestinesi uccisi in Palestina negli ultimi tre anni avevano studiato e si erano formati qui. Grazie a tutti per l’affetto che è superiore a quello che mi sarei mai immaginato».

Mattia Feltri lascia la direzione di HuffPost Italia

Mattia Feltri si è dimesso da direttore di HuffPost Italia, incarico che ricopriva da aprile del 2020. Lo ha reso noto Gedi, gruppo editoriale controllato da Antenna Media, comunicando l’avvio di «una nuova fase» per la testata e aprendo «la ricerca del direttore che guiderà questo percorso». Feltri, figlio di Vittorio ex direttore de il Giornale e Libero, approderà a QN – Quotidiano Nazionale, dove terrà una sua rubrica. Il gruppo, di cui fanno parte Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno, è di proprietà di Leonardo Maria Del Vecchio, che a inizio anno ha acquisito la quota di maggioranza di Editoriale Nazionale dal gruppo Monrif tramite la società Lmdv Media.

Mattia Feltri lascia la direzione di HuffPost Italia
Mattia Feltri (Imagoeconomica).

Prezzi dei carburanti ancora in rialzo, in arrivo la proroga del taglio delle accise

Non si arresta la corsa al rialzo dei prezzi dei carburanti. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy rende infatti noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, lunga la rete stradale nazionale la benzina in modalità self service costa in media 2,017 euro al litro (ieri 2,015), mentre il gasolio è arrivato a 2,137 euro al litro (ieri 2,136). Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio della verde è di 2,092 euro al litro per la benzina (da 2,091) e di 2,208 euro al litro per il diesel (da 2,207). Oggi alle 18 è prevista la riunione del Consiglio dei ministri che, come hanno anticipato fonti di Palazzo Chigi, dovrebbe prorogare per alcuni giorni il taglio delle accise sul gasolio.

Caro carburanti, in arrivo un’altra proroga dello sconto sulle accise

Dopo la riunione tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il leader di Noi moderati Maurizio Lupi e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, domani – mercoledì 26 agosto – è stato fissato un nuovo Consiglio dei ministri, dedicato al caro carburanti e alle misure di sostegno. Il governo dovrebbe prorogare per alcuni giorni lo sconto sulle accise (per il gasolio), in scadenza appunto domani. Stando a quanto filtra da Palazzo Chigi, il governo punta nel prossimo futuro a «predisporre una misura maggiormente concentrata sulle fasce di reddito che hanno più bisogno del sostegno dello Stato, rendendo così l’intervento più efficace e selettivo».

Salvini: «Vorrei qualcosa di più continuativo, servono soldi»

A tal proposito si è espresso direttamente Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti: «Intanto prorogheremo lo sconto diesel e poi stiamo ragionando più a lungo termine». Lo sconto sulle accise, ha spiegato il segretario della Lega, durerà fino all’inizio di settembre: «Poi io vorrei fare qualcosa di più continuativo, di qualcosa di più sostanzioso, e quindi servono soldi».

Maltempo, allerta meteo in quattro Regioni: frane, allagamenti e blackout

Emergenza maltempo in diverse regioni del Nord Italia, con nuove perturbazioni attese in giornata. Per oggi, venerdì 21 agosto, la Protezione civile ha diramato allerta arancione in quattro regioni: Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia e Toscana. Sono 13 le Regioni interessate dall’allerta gialla.

La situazione più delicata si registra in Lombardia

Il maltempo ha già provocato frane, allagamenti, cadute di alberi, problemi alla viabilità e interruzioni dei servizi in diverse zone. La situazione più delicata si registra in Lombardia, dove nella notte sono stati effettuati oltre 200 interventi di soccorso. A Isola di Fondra (Bergamo) da un campeggio sono state evacuate a scopo precauzionale 250 persone. Sempre nella Bergamasca sei Comuni (Valleve, Carona, Foppolo, Branzi, Valbondione e Gandellino) sono ancora isolati per via del maltempo: 350 gli evacuati. In Val Camonica, nel Bresciano, una frana ha distrutto il ponte sul torrente Val Rabbia. Il maltempo ha interessato anche il Comasco, in particolare Domaso, dove l’esondazione di un torrente ha compromesso la viabilità, e la provincia di Sondrio, con criticità a seguito dell’esondazione del bacino dei Forni e il crollo di un ponte pedonale.

In Toscana 6 mila famiglie rimaste senza elettricità

In Toscana tra le 21 e le 23 sono caduti oltre 8 mila fulmini. Forti piogge sulle province di Massa Carrara, Lucca, Grosseto, Siena, Pisa e Livorno. Numerosi gli alberi abbattuti dalle forti raffiche di vento. «Il vasto sistema temporalesco sta per avvicinarsi alla Toscana. Oltre 6 mila le utenze rimaste senza elettricità.

A Pescia (Pistoia) è crollato parte del muro dello stadio. Nelle prossime tre ore il sistema si sposterà verso est raggiungendo l’arcipelago, la costa centro-settentrionale e le aree di nord ovest. Attesi rovesci e forti raffiche di vento localmente superiori a 110 km/h. Nelle successive tre ore spostamento del fronte temporalesco verso le zone interne», ha scritto sui social il governatore Eugenio Giani.

I danni del maltempo in Friuli-Venezia Giulia e Liguria

Allagamenti e alberi abbattuti anche in Friuli-Venezia Giulia: dalle 18 di ieri alle 7 di oggi ci sono state complessivamente 135 chiamate legate a richieste per il maltempo (50 nella provincia di Udine, 40 in quella di Pordenone, 32 in quella di Gorizia e 13 in quella di Trieste). Per quanto riguarda la Liguria, dove un fulmine già ieri aveva mandato in tilt la stazione ferroviaria di Ventimiglia, durante la notte le zone più colpite sono state quelle di Montoggio e Sant’Olcese, nell’entroterra genovese, dove in un’ora sono caduti 65,6 millimetri di acqua. Anas ha disposto la chiusura temporanea dell’Aurelia nel territorio di Savona, in corrispondenza del ponte sul torrente Quiliano. Nel Comune di Arenzano (Genova) è stata bloccata la strada in corrispondenza della galleria Pizzo.

Gli Stati Uniti e la rotta segreta per trasportare petrolio attraverso Hormuz

Secondo quanto riportato da Axios, che cita due funzionari statunitensi, l’esercito americano avrebbe segretamente creato un corridoio di navigazione nello stretto di Hormuz, attraverso la rotta meridionale lungo la costa dell’Oman. Attivo da diverse settimane, consentirebbe a 15-20 petroliere di entrare e uscire ogni notte da Hormuz, per un trasporto quotidiano di circa 10 milioni di barili di greggio: più o meno la metà del volume precedente alla guerra tra Stati Uniti e Iran. «Controlliamo la parte meridionale dello stretto ormai da due mesi ormai. I pasdaran potranno anche essere una seccatura, ma non controllano Hormuz», ha detto una delle fonti di Axios.

Come si svolge il trasferimento di petrolio lungo la rotta segreta

La task force che sovrintende alle operazioni, scrive Axios, ha sede nella Carolina del Nord. E da coordina le proprie azioni con i partner regionali: ogni giorno viene compilato un elenco delle navi in uscita dal Golfo Persico, così come uno delle petroliere vuote in arrivo dal Mar Arabico per caricare greggio. Le imbarcazioni, spiegano le fonti di Axios, viaggiano in fila indiana per un periodo di tempo prestabilito, protette da aerei da combattimento americani. Già nei giorni scorsi Bloomberg aveva riportato che i Paesi esportatori del Medio Oriente avevano istituito canali di trasporto segreti attraverso lo stretto di Hormuz, tramite navi con i transponder spenti e il successivo trasferimento del greggio su altre petroliere in attesa nel Golfo dell’Oman.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Manca un mese a Pontida e la sensazione è che il 20 settembre il pratone caro a Umberto Bossi possa essere teatro di una resa dei conti tra Matteo Salvini, segretario della Lega sempre più in bilico, e il fronte dei “nordisti”, che sta premendo per ottenere un congresso straordinario. L’obiettivo dei frondisti è arginare il tracollo di iscritti e consensi e ciò non può che passare dal siluramento del Capitano, che appena un anno fa – sembrano passati secoli – aveva fatto salire sul palco Roberto Vannacci, oggi nei sondaggi davanti alla Lega col suo Futuro Nazionale.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Matteo Salvini (Ansa).

Il fronte del Nord: i leghisti che non vogliono più Salvini

Dopo mesi di tensioni, culminati in un inizio agosto che ha visto la condivisione dello Statuto del partito fantasma su una vecchia chat leghista e un acceso direttivo lombardo in cui è stato chiesto a Salvini di farsi da parte, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha rotto gli indugi in un’intervista al Corriere della Sera. «Non escludo nulla, nemmeno un passo indietro», ha detto riferendosi al capo di via Bellerio, aggiungendo poi di essersi messo al lavoro col segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo (autore di un libro sul necessario rinnovamento del partito) per un’associazione che dovrebbe raccogliere i malpancisti. Gli altri big dell’ala nordista, è cosa nota, sono Luca Zaia (ex governatore del Veneto), Massimiliano Fedriga (presidente del Friuli-Venezia Giulia) e Maurizio Fugatti (presidente della Provincia autonoma di Trento). Ma Salvini può ancora contare su una serie di fedelissimi.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

I fedelissimi sui cui può ancora contare Salvini

Il governatore veneto Alberto Stefani ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui ha difeso il segretario, rompendo il fronte dei governatori del Nord. «Chi oggi polemizza perché a suo tempo non ha scelto di candidarsi e di raccogliere i voti dei militanti?», ha affondato Stefani, ridimensionando le tensioni e le richieste di un passo indietro avanzate da altri importanti esponenti leghisti. Tra i fedelissimi di Salvini va annoverato anche Lorenzo Fontana. Il presidente della Camera è tornato a vestire i panni del militante leghista per difendere il segretario dagli attacchi interni. «Essere alla guida di un partito per tanti anni comporta uno sforzo enorme, e Salvini continua a spendersi, sacrificando anche una parte importante della propria vita privata. Merita più rispetto», ha detto la terza carica dello Stato, spiegando di essere favorevole al dibattito interno, ma in un clima di unità, e ricordando che con Bossi ci furono tempi ancora più magri. C’è poi la fedelissima per eccellenza di Salvini, ossia l’eurodeputata e vicesegretaria federale Silvia Sardone. «Il nostro segretario, peraltro rieletto un anno fa, ha portato il partito dal 5 al 34 per cento, ma questo qualcuno sembra dimenticarlo», ha detto al Corsera. Pontida, ha assicurato, «non sarà una passerella». E poi ha sottolineato: «Autonomia e federalismo fiscale, nostri obiettivi da 30 anni, stanno diventando leggi dello Stato proprio grazie a una Lega che rappresenta tutta l’Italia e con questo segretario».

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Parlando col Giornale, l’altro vice, Claudio Durigon, ha puntato il dito contro l’idea dell’associazione lanciata da Fontana. «So che erano contrari a quella che all’epoca aveva creato Roberto Vannacci e quindi mi sembra strano che possano essere oggi favorevoli ad altre associazioni», ha fatto notare il sottosegretario al Lavoro, sponsorizzando poi Salvini per il Viminale: «Sarebbe la persona giusta al posto giusto, senza nulla togliere a Matteo Piantedosi». Dalla parte di Salvini si è schierata inoltre l’eurodeputata Susanna Ceccardi. «Se c’è un problema, argomenta, lo si affronta nelle sedi opportune. C’è stato un congresso l’anno scorso che è stato unitario. Abbiamo cinque ministri lombardi, il tema del Nord è già ampiamente rappresentato», ha detto a Repubblica, escludendo che il segretario possa essere “commissariato” da una direzione collegiale: «Quando scadrà Salvini o se dovesse venire meno la fiducia del Consiglio federale ne riparleremo, ma non mi sembra questo il caso. Se qualcuno vuole continuare strumentalmente a creare un problema sui giornali, problema suo». Ceccardi ha anche affermato che non è possibile «tornare a una stagione secessionista» della Lega Nord: «È una stagione che non c’è più, né c’è questa vocazione nel nostro elettorato».

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Per quanto riguarda il già citato direttivo lombardo, gli unici che si sono apertamente schierati con Salvini – come riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra per la Disabilità Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo in Regione Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini.

Assedio dei coloni israeliani alle case dei palestinesi: la condanna degli Usa

L’assedio dei coloni israeliani alle case di due famiglie palestinesi a Qusra è un «orribile atto di terrorismo» e «un’azione ripugnante». Lo ha scritto su X l’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, evidenziando uno strappo tra Washington e Tel Aviv per quanto sta accadendo nel piccolo villaggio vicino a Nablus, in Cisgiordania. «Non ci sono scuse per un comportamento così violento», ha aggiunto il diplomatico, mosso anche mosso dal fatto che tra le abitazioni nel mirino ce n’è anche una di proprietà di un cittadino statunitense.

L’assedio iniziato domenica e l’ordine di evacuazione

Da domenica un gruppo di coloni israeliani sta di fatto assediando le abitazioni di due famiglie palestinesi, gli Hassan e gli Abu Ridi, a Qusra: si sono accampati all’esterno delle case, bloccando tutti gli accessi e staccando la corrente e l’allaccio dell’acqua. L’esercito di Tel Aviv finora ha fatto poco o nulla per risolvere la situazione: alcuni soldati, addirittura, sono stati filmati mentre fraternizzavano con i coloni violenti.

Assedio dei coloni israeliani alle case dei palestinesi: la condanna degli Usa
Alcuni dei coloni israeliani che stanno assediando le case dei palestinesi a Qusra (Ansa).

Secondo la tv pubblica israeliana Kan, l’Idf ha però adesso emesso un ordine di evacuazione per gli abitanti delle case sotto assedio e i residenti della zona, in vista di un’operazione militare destinata a durare diversi giorni. «Anche se dovessimo diventare martiri, chiediamo di essere sepolti nella nostra casa, affinché rimanga a testimonianza dei crimini commessi dai coloni contro di noi e contro il popolo palestinese», ha detto Aisha Abu Ridi.

L’Idf: «Smantellati 151 avamposti illegali da inizio anno»

L’esercito israeliano ha reso noto di aver inviato ieri sul posto il 51mo battaglione della brigata Golani. Il sindaco di Qusra ha spiegato ad Al Jazeera che l’Idf ha completamente chiuso l’area, imposto il coprifuoco e dispiegato centinaia di soldati per smantellare l’avamposto degli ultraortodossi. E proprio per smentire il mancato impegno contro le azioni dei coloni violenti contro i palestinesi, l’Idf ha reso noto di aver smantellato 151 avamposti illegali di israeliani in Cisgiordania dall’inizio del 2026. La radio militare dell’Idf ha sottolineato che diversi avamposti smantellati erano gli stessi che i coloni hanno ristabilito più volte dopo ogni operazione dell’esercito.

Un altro amico di Malagò in Figc: Luca Bergamini capo di gabinetto

Prosegue la ricostruzione della Figc sotto la nuova presidenza di Giovanni Malagò, che dopo Roberto Mancini come ct (dopo il caso-Pirlo) e la pupilla Diana Bianchedi come capodelegazione della Nazionale maschile (ma la nomina è in standby) pesca di nuovo nella sua cerchia di conoscenze, alla faccia di chi lo accusa di amichettismo da Circolo Aniene. L’avvocato Luca Bergamini, che a cavallo tra gli Anni 80 e 90 ha giocato (e vinto) con Malagò nel calcio a 5, è infatti in procinto di diventare il nuovo capo dello staff della Figc, incarico amministrativo e finora inedito.

Un altro amico di Malagò in Figc: Luca Bergamini capo di gabinetto
Giovanni Malagò (Ansa).

LEGGI ANCHE: Malagò ha un nuovo portavoce in Figc: è un altro romano

I tre scudetti di calcio a 5 vinti con Malagò

Romano classe 1961, Bergamini è già ben inserito nella macchina federale e avrà il compito di coordinare i più fidati collaboratori del numero uno di Via Allegri: non entrerà nelle questioni tecniche e calcistiche in senso stretto. Oggi legato al consiglio d’amministrazione del Bologna dopo essersi occuato dell’area legale del club, come detto in passato è stato portiere di futsal, vincendo quattro campionati con la Roma RCB: tre gli scudetti conquistati assieme a Malagò, tra il 1988 e il 1991. Sempre come giocatore vanta la partecipazione, con la Nazionale italiana, al Fifa Futsal World Championship 1989. Appesi i guanti al chiodo, successivamente nel calcio a 5 ha anche ricoperto dal 2021 al 2024 il ruolo di presidente della Divisione all’interno della Lega Nazionale Dilettanti.