Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato

La Consob sta studiando da tempo il caso della governance del Monte dei Paschi di Siena. Lo riporta Il Sole 24 Ore Radiocor citando fonti della Commissione nazionale per le società e la borsa, organo di controllo del mercato finanziario italiano. Un’attività, questa, che prosegue mentre sul mercato i fari restano puntati sulle attività del board di Rocca Salimbeni, in vista di una possibile proposta di fusione con Banco Bpm, e – vista l’opas lanciata da Intesa Sanpaolo – sui possibili riflessi della “passivity rule” che limita le iniziative delle società destinatarie di un’offerta pubblica. E proprio a tal proposito, scrive Adnkronos, la Consob starebbe valutando una potenziale manipolazione del mercato: ogni azione difensiva o negoziazione che possa frustrare un’offerta in corso deve obbligatoriamente passare al vaglio preventivo dell’assemblea dei soci e pertanto le trattative portate avanti in solitaria dai vertici di Siena potrebbero configurare una serie di potenziali illeciti. Come se non bastasse, sono anche previsti vincoli ulteriori per le operazioni che riguardano le parti correlate, proprio come sono Mps e Bpm.

LEGGI ANCHE: Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi

Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato
Logo di Banco Bpm (Imagoeconomica).

La lettera dei quattro consiglieri di minoranza sull’operato di Lavaglio

Non finisce qui. Quattro dei cinque consiglieri di minoranza del cda di Monte dei Paschi di Siena (tutti tranne Corrado Passera) tramite una lettera hanno chiesto conto per punti di una serie di inadempienze attribuite alla gestione dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Al centro delle contestazioni le operazioni straordinarie prospettate con Banco Bpm per un’integrazione, la mancata convocazione di una riunione del cda per la nomina dei consiglieri mancanti, le tempistiche di consegna dei documenti al consiglio e la composizione dei comitati endoconsiliari. Da inizio maggio, dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il boad di Mps è composto da 13 membri: la mancata sostituzione dei due consiglieri viene attribuita alla lentezza nella comunicazione da parte del cda alla Banca centrale europea. Tutto fermo sul piano della governance, denunciano i consiglieri di minoranza, mentre di contro è stato incessante il lavoro di Lovaglio per la fusione con Banco Bpm, operazione alternativa all’ops lanciata da Intesa Sanpaolo.

Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).

Messina sull’ops su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti»

Intanto, in una call con gli analisti sui risultati del primo semestre 2026, il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina ha parlato dell’opas lanciata su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti e siamo convinti che sia la migliore opzione per Monte dei Paschi, per gli azionisti e per Intesa Sanpaolo. L’operazione creerà valore senza rischi di integrazione». E poi: «Possiamo creare una situazione normale in termini di governance dell’azienda. È incredibile che l’impresa si trovi in questa situazione, anche in base a quello che è successo negli ultimi mesi. C’è qualcosa che deve esser valutato da parte delle controparti con una solida reputazione che dà agli azionisti di Siena una base solida e un porto sicuro».

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?

Il 26 giugno 2026 – 13 giorni prima che i giudici di Milano ordinassero lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni – il governo con l’articolo 3 del decreto legge 107 aveva trasferito dal ministero dell’Ambiente al Mimit le risorse dell’impianto di preridotto che DRI d’Italia doveva costruire a Taranto. Il preridotto è il ferro ottenuto senza carbone, il pezzo mancante di qualunque piano di decarbonizzazione dello stabilimento: quei soldi ora servono «per finalità di sostegno alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica», via contratti di sviluppo aperti a chiunque, ovunque in Italia. Quanto valgano il decreto non lo dice: 826 milioni per la relazione illustrativa, 726 per quella tecnica.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso (Ansa).

I giudici di Milano hanno solo certificato il decesso

Il preridotto italiano è morto a giugno, per decreto, quando la sentenza ancora non esisteva: la Corte d’appello, a luglio, ha certificato un decesso già firmato. Ecco perché conviene guardare con occhio asciutto lo scampanellio di indignazione di questi giorni. La causa, va detto, non l’ha fatta una procura. L’hanno promossa 11 cittadini di Taranto dell’associazione Genitori Tarantini, con un’azione inibitoria collettiva davanti alla sezione imprese del tribunale civile di Milano, competente perché lì hanno sede le società. In primo grado, a febbraio, avevano già ottenuto lo stop. Il 9 luglio la Corte d’appello ha confermato: l’area a caldo – altiforni, cokeria, acciaieria, cioè dove il minerale diventa ghisa e poi acciaio liquido, ed è dove si concentra l’inquinamento – va spenta entro 90 giorni, e potrà riaccendersi solo dopo la rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e il rientro delle polveri sottili entro limiti di sicurezza. Resta fuori l’area a freddo: i laminatoi, che prendono i semilavorati e li trasformano in lamiere, bobine e tubi, che possono lavorare anche acciaio prodotto altrove.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Lo stabilimento dell’ex Ilva visto dai tetti del quartiere Tamburi (Ansa).

Un alibi perfetto per il governo

La decisione è stata comunicata alle parti il 27 luglio, alla vigilia del tavolo a Palazzo Chigi. Tutti gridano, nessuno impugna: Palazzo Chigi «prende atto», Giancarlo Giorgetti dice che «le sentenze sono sentenze, valgono per tutti», l’esecutivo valuta. Quello che ha fatto davvero è nel decreto legge 133 del 27 luglio: 100,5 milioni ad Acciaierie d’Italia che, dice il governo, servono «in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo». Dodici ore dopo la sentenza, negli atti, l’area a caldo non c’è più. E quei milioni esauriscono il tetto di 390 che Bruxelles ha autorizzato a febbraio a condizione che fosse l’ultimo salvataggio del decennio. Da ora il governo può dire – e lo dirà – che nell’area a caldo non può più mettere un euro: non perché non voglia, ma perché l’hanno deciso la Commissione e un giudice. È l’alibi perfetto, ed è arrivato gratis.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Perché Jindal ha confermato il suo interesse?

Poche ore dopo l’ordinanza, il gruppo indiano Jindal ha confermato l’interesse «sia per l’area a freddo sia per l’area a caldo». Un compratore a cui hanno appena spento la fabbrica e dice di volerla comprare lo stesso o è un filantropo, o quella fabbrica non gli serviva. Perché non gli serviva è scritto in una lettera visionata da Lettera43: la firma Venkatesh Jindal, il destinatario è il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. Lo schema: «Il governo manterrà la proprietà degli impianti di Taranto che realizzano il ciclo industriale sino alla produzione delle bramme» (i lingotti piatti che escono dall’acciaieria e che i laminatoi trasformano in prodotto finito). E il motivo esplicito: «Questo consente di risolvere anche il problema del finanziamento degli oneri per la CO₂», cioè il costo delle quote di emissione, che così resta allo Stato. Jindal compra laminatoi e concessioni portuali, e si impegna a ritirare «fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti di proprietà del governo, a prezzi di mercato, per un periodo iniziale di tre anni»: impianti che perdono tra i 50 e i 70 milioni al mese, e che quindi venderebbero sottocosto. Poi la frase che spiega i tre anni: «Dopo il periodo iniziale di tre anni, Jindal integrerà progressivamente le proprie bramme a basse emissioni provenienti dagli stabilimenti in Oman nei laminatoi di Taranto». Tre anni è il tempo di rampa di Duqm, in Oman, dove il gruppo ha avviato un impianto da 5 milioni di tonnellate: nel piano di gara la data è scritta, giugno 2026. La sentenza non toglie a Jindal le bramme, gliele fa arrivare subito invece che fra tre anni, e cancella l’unico obbligo che si era assunto verso l’Italia. Nello stesso piano il compratore chiedeva già di non pagare, allo smantellamento dell’area a caldo, alcun costo di «environmental clean-up, removal of hazardous material»: l’amianto dei cowper (le torri usate nelle acciaierie per riscaldare l’aria prima di mandarla dentro l’altoforno), per iscritto, non è affare suo. E chiedeva contributi pubblici per 2,777 miliardi, che non sono i soldi già spesi in questi anni: sono quelli che lo Stato avrebbe dovuto mettere da qui in avanti, in aggiunta.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Sajjan Jindal e Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Così si è eliminato un concorrente

E agli altri siderurgici? In pubblico non hanno esultato per la decisione dei giudici: Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha parlato di «clamorosa ingiustizia». Ma contano i numeri. Nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, il 90 per cento da forno elettrico contro una media europea del 46: due soli milioni vengono dal ciclo integrale di Taranto, il 10 per cento della produzione ma il 100 per cento della capacità di fare acciaio primario, quello che nasce dal minerale e non dal rottame. Qui sta il punto. L’autorizzazione ambientale di Taranto consentiva 6 milioni di tonnellate, e tutti i piani in campo, sia quello pubblico sia quello di Jindal, prevedevano di finanziare con soldi dello Stato altrettanta capacità a forno elettrico. Sarebbe stata un’acciaieria sussidiata che produce gli stessi coils dei privati italiani, i quali oggi lavorano da anni sotto la loro capacità installata, e che avrebbe conteso a tutti loro il rottame, di cui l’Italia è importatrice netta per 4-5 milioni di tonnellate l’anno. Quel concorrente adesso non nascerà. Che l’interesse sia reale lo dice un atto formale: a gennaio il Codacons ha depositato all’Antitrust un esposto contro Federacciai, denunciando sul progetto siderurgico di Piombino «il tentativo di tutelare la posizione di vantaggio di poche acciaierie elettriche».

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Antonio Gozzi (foto Imagoeconomica).

La spesa si sposta dalla produzione alla demolizione

Di questa catena non risponderà nessuno, perché nessuna delle decisioni che l’hanno prodotta porta una firma politica: l’amianto è rimasto nei cowper per una proroga ministeriale e poi per un’autorizzazione firmata da un direttore generale, il preridotto è sparito dentro un omnibus, lo spegnimento l’ha ordinato un giudice. Adolfo Urso, che i commissari li ha nominati nel 2024, nel novembre 2025 dichiarava: «Nessun piano di chiusura, anzi l’esatto contrario», e che «non è previsto alcun ulteriore ricorso alla cassa integrazione». Oggi in cassa ce ne sono 4.450 e l’area a caldo ha 90 giorni di vita. A maggio ricordava che «il dossier è guidato da Palazzo Chigi»: da allora è del capo di gabinetto. Al tavolo non piange nessuno. Il governo si toglie dal bilancio un impianto che brucia fino a 70 milioni al mese e ha l’alibi per non rifinanziarlo. I commissari passano da un ciclo integrale a un cantiere, e la spesa si sposta dalla produzione alla demolizione, che nessuno misura (a Bagnoli, dopo 36 anni, non è ancora finita). Jindal si prepara a prendere laminatoi, porti e mercato europeo senza l’obbligo triennale e senza il conto dell’amianto.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
L’incontro governo-sindacati sull’ex Ilva (Ansa).

I quattro sconfitti: Taranto, lavoratori, contribuenti e industria italiana

A perdere sono in quattro. Taranto, che dopo 14 anni di decreti resta senza fabbrica e senza bonifica. I lavoratori: 4.450 in cassa integrazione, con i soldi che ne integrano lo stipendio in esaurimento a ottobre, lo stesso mese in cui scadono i 90 giorni. I contribuenti, che ci hanno già messo 3,6 miliardi tra prestiti, ricapitalizzazioni, garanzie e ammortizzatori, e non li rivedranno. E l’industria italiana, che l’acciaio primario dovrà comprarlo fuori: il forno elettrico parte dal rottame, e il rottame si porta dietro rame e stagno che la raffinazione non rimuove, perché il rame è più nobile del ferro e resta in soluzione. Per i prodotti di qualità – la lamiera esposta di un’automobile, gli acciai da imballaggio – serve una quota di carica vergine che diluisca i residui: ghisa o preridotto. Arvedi, a Cremona, ne carica quasi un terzo. In Italia quella ghisa si smette di produrre. Il paradosso lo incarna chi si lamenta più forte. Due settimane fa Antonio Marcegaglia denunciava «un’importazione massiccia di semilavorati e prodotti finiti a un costo più basso del nostro». Ad aprile il suo gruppo ha assegnato a Danieli 450 milioni, dentro un investimento da un miliardo, per costruire a Fos-sur-Mer – in Francia, a preridotto e nucleare – un impianto da oltre 2 milioni di tonnellate di acciaio e fino a 3 di coils: il 75-80 per cento prenderà la strada di Ravenna. Anche i semilavorati che arrivano da fuori, insomma, dipende di chi sono. A conti fatti, quel decreto ha tolto al governo l’unico problema che non sapeva come chiudere. Non è giustizia a orologeria. L’orologio ha suonato con puntualità perfetta, e chi doveva sentirlo era sveglio da un mese. Nessuno pagherà pegno, Urso per primo.

Dodici indagati per gli scontri a Bologna dopo la morte di Fakir

La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo con 12 indagati per gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine scoppiati la sera del 20 luglio davanti alla Prefettura, durante la manifestazione organizzata dopo la morte di Abderrahim Fakir, deceduto il giorno prima nel rione Pilastro durante un fermo della polizia. Ipotizzati a vario titolo i reati di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento e lesioni. Tra gli indagati anche un 20enne arrestato la sera dei disordini: il giovane era stato fermato in flagranza, poi il giudice ne aveva disposto la scarcerazione applicando il divieto di dimora nell’intera città metropolitana di Bologna. Andrà a processo il 9 settembre.

Banca Generali, primo semestre 2026 da record: utile netto in crescita del 39 per cento

Semestre record per Banca Generali, chiuso con un utile netto e un utile ricorrente ai livelli più elevati di sempre grazie alla leva operativa e ai mercati favorevoli. Nei primi sei mesi dell’anno, il primo dato è stato pari a 278,7 milioni di euro, in crescita del 39 per cento sullo stesso periodo del 2025, mentre il secondo a 291,9 milioni (+15 per cento), sostenuto dalla normalizzazione delle dinamiche operative, dal distintivo posizionamento della banca e da un modello di business diversificato ed ulteriormente rafforzato dalle più recenti
iniziative strategiche. Il margine di intermediazione è salito del 28,4 per cento su base annua a 606,8 milioni di euro, spinto dal contributo di tutte le sue voci, tra cui le commissioni nette ricorrenti (291,9 milioni) e il margine finanziario (189 milioni). Il margine d’interesse è aumentato a 167,4 milioni (+3,5 per cento), trainato dalla spinta dei volumi dei depositi da clientela retail. I primi sei mesi del 2026 hanno visto anche una netta accelerazione della raccolta netta, che ha raggiunto i 4,4 miliardi di euro. Alla luce di questi risultati, Banca Generali ha deciso di rivedere al rialzo i propri obiettivi di crescita puntando a realizzare una raccolta netta per l’anno in corso a circa 7,5 miliardi.

L’ad Mossa: «Miglior semestre della nostra storia»

Queste le dichiarazioni di Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali: «Chiudiamo il miglior semestre della nostra storia, con una crescita a doppia cifra delle principali voci operative, una raccolta record e masse ai nuovi massimi. Un risultato che conferma la solidità del nostro modello e la capacità di creare valore attraverso la crescita della clientela, l’evoluzione dell’offerta e il continuo rafforzamento della qualità dei ricavi».

Scissione in DSP, la resa dei conti tra Rizzo e Toscano

Tutta colpa di Vannacci. E questa volta non si parla di Lega. L’ex generale ha combinato guai anche in Democrazia Sovrana Popolare, il partito da uno-virgola di Marco Rizzo e Francesco Toscano. La scissione dell’atomo si è consumata pubblicamente domenica scorsa: al congresso romano, l’ex comunista non si è nemmeno presentato. La “mozione” Toscano – classe 79, giornalista e già candidato con DSP alla presidenza della Regione Calabria (dove ha ottenuto l’1,01 per cento) – è passata quasi all’unanimità: niente alleanze di sorta, né con il centrodestra né tantomeno con Futuro Nazionale.

Scissione in DSP, la resa dei conti tra Rizzo e Toscano
Marco Rizzo (Imagoeconomica).

Rizzo assente è finito in minoranza

«All’indomani dello strepitoso successo del Congresso di Democrazia Sovrana Popolare del 26 luglio che ha visto riunirsi a Roma oltre 500 persone provenienti da ogni angolo d’Italia per ribadire una linea politica che conferma le nostre intenzioni iniziali, impreziosito dalla presenza di illustrissimi ospiti italiani e stranieri, arriva la fuga di Marco Rizzo», ha commentato sui social con una certa enfasi Toscano.

Scissione in DSP, la resa dei conti tra Rizzo e Toscano
Francesco Toscano (Imagoeconomica).

«Paventando fantomatici possibili scontri, che sicuramente non fanno parte del nostro ethos, Rizzo riconosce di fatto di non essere in sintonia con il popolo di Democrazia Sovrana Popolare che in questi anni lo ha sostenuto con grandissima generosità e intensità. L’agibilità politica di Rizzo in questi ultimi anni è stata il risultato dell’impegno di una comunità che il 26 luglio ha chiesto di vedere rispettata una linea politica che non cede di fronte all’opportunismo di tipo elettoralistico». Rizzo, che forte del suo “patrimonio mediatico” ha indetto un proprio congresso il 3 e il 4 ottobre, è accusato di aver abbandonato la “comunità” perché finito in minoranza. «Anziché accettare il risultato di un Congresso libero e democratico, che ha volutamente e irresponsabilmente disertato, decide di andare via, una volta resosi conto che non era possibile soffocare la passione e il sentimento della base attraverso un tentativo di colpo di mano partorito e realizzato insieme a quattro amici nel buio di una stanza», continua Toscano. Rizzo dal canto suo ha risposto a distanza pubblicando un nuovo manifesto politico, il suo «programma per l’Italia». Un video istituzionale, quasi quirinalizio, in giacca e cravatta, con stampante e pianta sullo sfondo.

Le accuse reciproche e la tentazione Vannacci

Alla base della rottura, come detto, la figura del generalissimo. Toscano da settimane accusava Rizzo di voler entrare in Futuro Nazionale in modo da garantirsi un seggio alle prossime Politiche, mentre Rizzo denunciava le simpatie del presidente del partito per Alessandro Di Battista e per il movimento Agorà lanciato dal professor Angelo D’Orsi. Insomma un duumviro era più tendente al bruno e l’altro al rosso. Resta da capire chi alla fine di questa tarantella fatta di congressi e veleni la spunterà. Intanto va registrato il passaggio da DSP a FN di Nicolas Gabrielli. Quello che Rizzo definiva «la meglio gioventù» e che da qualche tempo posa orgoglioso con il generalissimo.







.

Terna, i risultati del primo semestre 2026: oltre 1,5 miliardi di investimenti

Il consiglio di amministrazione di Terna, riunitosi sotto la presidenza di Stefano Cuzzilla, ha approvato i risultati del primo semestre 2026. Un periodo caratterizzato da un contesto macroeconomico incerto, con tensioni geopolitiche che hanno aumentato la volatilità dei mercati energetici e delle materie prime, rallentato la crescita globale e alimentato pressioni inflazionistiche in Europa. Pur in questo scenario, il Gruppo ha registrato una crescita dei principali indicatori economico-finanziari e, in particolare, ha accelerato gli investimenti a favore della decarbonizzazione, dell’indipendenza energetica e della competitività del Paese.

2,1 miliardi di ricavi, utile netto a 591 milioni

Da gennaio a giugno del 2026, infatti, Terna ha investito oltre 1,58 miliardi di euro, con una crescita del 19,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I ricavi, pari a 2,1 miliardi, hanno registrato un aumento dell’+11,6 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2025. Tale risultato è dovuto, in parte, alla crescita delle attività regolate, sostenuta dall’incremento della base asset regolata a seguito delle nuove entrate in esercizio e dell’ampliamento del perimetro di consolidamento dopo l’acquisizione della società Rete 2 a fine settembre 2025. L’Ebitda del primo semestre 2026 si attesta a 1,4 miliardi di euro, in crescita del 7,9 per cento rispetto al dato dei primi sei mesi del 2025. L’Ebit, a valle di ammortamenti e svalutazioni pari a 505,6 milioni di euro, è invece pari a 961,4 milioni di euro (+5,3 per cento). L’utile netto di Gruppo del periodo è pari a 591,2 milioni di euro, in crescita dello 0,6 per cento rispetto al primo semestre del 2025.

L’ad Monti: «Conferma dell’impegno e della solidità del Gruppo»

Queste le dichiarazioni di Pasqualino Monti, amministratore delegato e direttore generale di Terna: «I risultati del primo semestre ribadiscono la solidità di Terna e la capacità del Gruppo di generare valore per il Paese attraverso investimenti, innovazione e competenze distintive, a conferma del nostro ruolo fondamentale di abilitatori della trasformazione energetica e digitale del sistema elettrico. Sono risultati che nascono dall’impegno e dalla professionalità delle nostre persone, il patrimonio più prezioso dell’azienda. In un contesto energetico e tecnologico in rapida evoluzione, continuiamo a investire con determinazione in infrastrutture che consentiranno all’Italia di affrontare con successo le sfide dei prossimi decenni. Stiamo realizzando una rete elettrica sempre più moderna, resiliente e digitale, capace di integrare quote crescenti di energia rinnovabile. In questo modo potremo favorire la riduzione del costo delle bollette per famiglie e imprese, sostenere l’elettrificazione dei consumi e garantire sicurezza, qualità ed efficienza del servizio di trasmissione, supportando l’indipendenza energetica, la crescita e la competitività del Paese».

Calenda a Salvini: «Inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile»

«Mi scuso a nome di Azione con Salvini per l’uso di questo termine. È una cosa grave, moralmente sbagliata e anche inutile quando, per descrivere Matteo, si possono usare parole come: inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile.. E questi sono solo gli aggettivi che iniziano con la I». Lo ha scritto su X Carlo Calenda, cogliendo la “palla al balzo” di un brutto post di un iscritto ad Azione contro Matteo Salvini per attaccare duramente il segretario della Lega.

Un responsabile provinciale di Azione aveva definito Salvini «handicappato»

«C’è poco da fare, Salvini è un handicappato con l’aggravante di essere un populista e la recidiva di professare il sovranismo. Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia. Lasciamo stare l’operato come ministro». È quanto aveva scritto su X tale Maurizio Bufi, responsabile provinciale organizzazione del di Azione a Terni, commentando un post che criticava il plauso di Salvini al disegno di legge “anti-maranza” («Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!»). Il leader del Carroccio aveva a quel punto ripreso il post, commentando: «Comprendo che ci possa essere chi la pensa diversamente da me, chi mi critica anche aspramente, persino chi mi odia. Ma c’è un limite che non dovrebbe essere superato: usare la disabilità come insulto. Quella di questo esponente di Azione non è una caduta di stile, ma una mancanza di rispetto verso milioni di persone. Non chieda scusa a me: chieda scusa a loro e alle loro famiglie».

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali

Non bastavano i recenti scandali, dalla revoca della squalifica di Folarin Balogun al discutibile premio per la pace assegnato a Donald Trump. Ora Gianni Infantino se n’è inventata un’altra: il presidente della Fifa ha infatti messo a punto un progetto per cedere una parte del valore delle Coppe del Mondo (4,2 miliardi di dollari – circa il 20 per cento) a investitori privati, tra cui il fondo Thrive Eternal di Joshua Kushner, fratello di quel Jared genero di Trump.

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali
Gianni Infantino e Donald Trump con la Coppa del Mondo (Ansa).

Fifa Forward Enterprise: il piano di Infantino

A rivelare il progetto di Infantino è stato il Times e poco dopo la Fifa ha confermato l’anticipazione: tutto vero. Il dirigente elvetico intende creare una holding commerciale valutata 20 miliardi di dollari, denominata Fifa Forward Enterprise (Ffe), destinata a gestire in esclusiva i diritti e la macchina organizzativa di Coppa del Mondo e Mondiale per Club: diritti televisivi, sponsorizzazioni, licensing, biglietteria, hospitality ed eventi. Gli investitori privati, di fatto, saranno comproprietari dei grandi eventi Fifa e per massimizzare i dividendi sarà indispensabile aumentare ulteriormente il numero della Nazionali partecipanti alla fase finale dei Mondiali e rendere più frequenti i tornei (organizzandoli magari ogni due anni). Secondo il Financial Times, l’operazione è seguita da JP Morgan e da Greg Maffei, ovvero l’ex ceo di Liberty Media che ha trasformato la Formula 1 in uno dei prodotti sportivi più redditizi al mondo. Il Times scrive che Infantino, destinato al ruolo di amministratore delegato di Ffe al termine dell’incarico da presidente Fifa, si “auto-elargirebbe” uno stipendio da oltre 60 milioni di dollari. Da parte sua, la Fifa ha spiegato che si tratta di un progetto «per liberare il potenziale commerciale del calcio».

L’Uefa minaccia di boicottare i Mondiali del 2030

Secondo il giornalista investigativo Romain Molina, Infantino ha inviato una lettera ai presidenti delle 211 federazioni affiliate alla Fifa, chiedendo di esprimere entro il 19 settembre il proprio sostegno al suo progetto, che è già stato bocciato dall’Uefa. «L’anima e la governance del calcio non sono beni da mettere sul mercato, tanto più in assenza totale di trasparenza su chi ne trarrebbe vantaggi economici»., ha dichiarato in una nota l’organo di governo del pallone europeo, secondo cui il piano di Infantino «oltrepassa un limite che le istituzioni di governo del calcio non dovrebbero mai superare». L’Uefa sta accelerando i tempi per convocare una riunione d’emergenza delle sue 55 federazioni affiliate: tra le ipotesi sul tavolo pure il potenziale boicottaggio dei Mondiali 2030, secondo quanto riporta Espn. Come l’Uefa, ha espresso preoccupazione anche la Concacaf, ossia l’organo di controllo del calcio del Nordamerica, Centroamerica e dei Caraibi.

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali
Gianni Infantino (Ansa).

Il caso ha agitato anche Bruxelles. «Giù le mani dal nostro sport», ha dichiarato Glenn Micaleff, commissario allo Sport dell’Ue: «Nei limiti dei poteri conferitile dai Trattati, la Commissione europea esaminerà queste proposte con la massima attenzione per valutare il rispetto delle norme sulla concorrenza». Micaleff ha poi affermato che «diventa particolarmente preoccupante il caso in cui i poteri regolamentari della Fifa si allineano con gli interessi finanziari di entità private, quando il valore degli investimenti dipende dalle decisioni prese dalla Fifa. Questo solleva profondi interrogativi in merito a governance, indipendenza e conflitti di interesse». Anche la federcalcio francese ha già espresso forti perplessità sull’iniziativa. Unendosi alle critiche di Fifa e Ue, il nuovo premier britannico Andy Burnham ha dichiarato: «Il calcio non appartiene agli investitori. Appartiene alle persone che riempiono gli spalti e che stanno a bordo campo settimana dopo settimana, con la pioggia o con il sole».

Poste italiane, record di pacchi consegnati nel primo semestre 2026

Sei mesi da primato per la logistica di Poste italiane, che da gennaio a giugno 2026 ha consegnato la cifra record di 179 milioni di pacchi, segnando una crescita anno su anno del 12,5 per cento. Aumenta anche il numero di pacchi recapitati dai portalettere, pari a 81 milioni (+22,6 per cento rispetto al primo semestre 2025). Un dato che cresce trimestre dopo trimestre. Tra aprile e giugno, infatti, i portalettere di Poste Italiane hanno effettuato quasi la metà delle consegne totali in tutto il Paese. Un risultato che riflette il nuovo assetto della logistica avviato con la nascita della nuova rete corriere a gestione diretta che potrà contare, grazie ad un nuovo accordo sindacale, su un modello di distribuzione a zone capace di garantire maggiore flessibilità ed efficienza per milioni di clienti.

Continua l’impegno green del Gruppo

Portalettere, dunque, sempre più centrali nella logistica di Poste italiane legata all’e-commerce, secondo una strategia ogni giorno più green costruita su una flotta di 30 mila veicoli a basse emissioni, 6.200 dei quali full green. Nell’ottica di avere consegne sempre più sostenibili, prosegue anche lo sviluppo del progetto Green delivery, che offre ai clienti una gran varietà di punti di ritiro. La rete dei circa 12.700 uffici postali a cui si aggiungono i circa 20 mila punti, tra Rete Punto poste e Locker, offre una nuova soluzione flessibile che, accentrando la consegna, permette una consistente riduzione delle emissioni di Co2. Una soluzione, questa, che gode del doppio vantaggio di rispondere alla domanda di consegne flessibili e alle esigenze di tutela dell’ambiente.

Fincantieri, i risultati del primo semestre 2026: utile netto a 102 milioni

Il consiglio di amministrazione di Fincantieri, riunitosi sotto la presidenza di Biagio Mazzotta, ha approvato i risultati del primo semestre 2026. Il periodo si è chiuso con un balzo dell’utile netto a 102 milioni, circa tre volte superiore al dato del primo semestre 2025 pari a 35 milioni. Questa performance consente al Gruppo di avvicinarsi già a fine giugno all’utile netto record registrato nell’intero esercizio 2025, pari a 117 milioni di euro.

Ebitda a 350 milioni

Il risultato riflette l’andamento positivo del business e una forte espansione dei margini. Al 30 giugno 2026, i ricavi risultano stabili su base annua a circa 4,6 miliardi di euro, registrando al contempo una significativa accelerazione nel secondo trimestre, coerente con il previsto incremento dei volumi di produzione per lo sviluppo del backlog già acquisito. L’Ebitda ha raggiunto 350 milioni di euro, in aumento del 12,5 per cento rispetto al primo semestre 2025, con un Ebitda margin del 7,6 per cento, in crescita di circa 0,8 punti percentuali rispetto al periodo corrispondente del 2025.

Folgiero: «Numeri che testimoniano l’efficacia del percorso intrapreso»

Queste le dichiarazioni di Pierroberto Folgiero, amministratore delegato e direttore generale di Fincantieri: «I risultati del primo semestre 2026 confermano che la crescita del Gruppo è sempre più accompagnata da una forte espansione della redditività e della capacità di generare valore. L’utile netto, quasi triplicato rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, testimonia l’efficacia del percorso intrapreso e la nostra capacità di tradurre la profonda visibilità del portafoglio ordini in risultati concreti. Il contributo sempre più rilevante del business Underwater, insieme al costante rafforzamento delle attività che rappresentano il cuore del Gruppo, sta rendendo il nostro profilo industriale ancora più solido, equilibrato e distintivo. Con un backlog di 74 miliardi e una visibilità sulle consegne estesa fino al 2039, possiamo guardare ai prossimi anni facendo leva su una piattaforma industriale e commerciale di assoluta solidità».

L’ultima sberla di Grillo a Conte, Salvini giallorosso e le altre pillole del giorno

«Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni». Beppe Grillo esce dal cono d’ombra in cui si era rintanato e torna a bastonare la sua ex creatura. Dal pulpito del suo blog, con un post dal titolo “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”, lancia il solito anatema: «Il Movimento 5 stelle ha perso la sua identità, soprattutto ha perso la sua “diversità”. Osservare la trasformazione antropologica dei suoi protagonisti serve a poco, è il solito film, il nuovo che diventa vecchio, i rivoluzionari che scoprono i palazzi e le intenzioni che lastricano la strada per l’inferno, con tanto di pedaggio». Eppure, continua il co-fondatore del M5s, «qualcosa deve essere ricordato, il MoVimento era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo…». E via a elencare le battaglie stellari che furono: reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, democrazia diretta e transizione ecologica. Insomma, «Il M5s doveva cambiare la politica ma la politica ha cambiato il Movimento», scrive Grillo. «Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone». «Ma le domande non sono scomparse», conclude Grillo, «sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere…».

Un appello grillino in purezza che però non è riuscito a “far rivedere le stelle” agli elettori delusi del Movimento, almeno sui social dove molti gli rinfacciano la fiducia al governo Draghi. A ben guardare, però, qualcuno ha risposto al j’accuse: sempre lui, Andrea Stroppa, il Musk Alfa italiano, che su X ha lanciato i suoi due cent, giusto per agitare le acque: «Casaleggio, con tutti i suoi limiti – spesso tecnologici – ha creato il Movimento 5 stelle, una potente innovazione portata al grande pubblico da Grillo e tradita da disgraziati. Sarebbe giusto che il Movimento tornasse al co-fondatore e che si ripartisse dall’idea originaria». Tutto fa brodo, per rompere le uova nel paniere del campo largo.

Infine fa pensare la tempistica dell’ultima sberla rifilata da Beppe all’avvocato del popolo. Solo pochi giorni fa, l’ex pasionario cinque stelle Alessandro Di Battista, ora scrittore-attivista politico-commentatore tv e reporter, ha infatti rimediato un primo flop: la raccolta firme lanciata dall’associazione Schierarsi contro il finanziamento pubblico ai giornali è terminata il 26 luglio a quota 264.734 sottoscrizioni online che sommate a quelle raccolte ai banchetti arrivano a circa 370 mila, dunque sotto le 500 mila necessarie per indire un referendum. Una doccia fredda sulle (presunte) ambizioni di tornare in campo in funzione anti Pd e anti-Conte.

L’ultima sberla di Grillo a Conte, Salvini giallorosso e le altre pillole del giorno
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

L’ultimo Stadio di Matteo

«Matteo Salvini è all’ultimo stadio. Quello della Roma», scherzano i tifosi giallorossi. E pure i leghisti duri e puri. Sì, perché fa discutere molto nella Capitale l’intervento del capo (?) della Lega, che in qualità di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha partecipato alla conferenza dei servizi dedicata al nuovo stadio della Roma Calcio. Il tentativo, forse, di mettere il cappello sul lavoro che da anni portano avanti l’As Roma e il Campidoglio. Ma cosa ha detto Salvini? «È l’inizio di un percorso: come ministero delle Infrastrutture siamo determinati a rispettare i tempi e i costi. Con Fs ci mettiamo un investimento di 35 milioni di euro per rendere più moderna e sicura la stazione Tiburtina che sarà di riferimento per i tifosi che andranno allo stadio». Con l’obiettivo di «avere per il quartiere una infrastruttura moderna e integrata con il territorio, che sia vissuta 365 giorni all’anno». Dopo l’affossamento del Ponte sullo stretto di Messina, a Salvini conviene aggrapparsi al nuovo stadio della Roma. Poi però non deve lamentarsi se dalle regioni del Nord, con in prima fila il governatore della Lombardia Attilio Fontana, arrivano attacchi pesantissimi…

L’ultima sberla di Grillo a Conte, Salvini giallorosso e le altre pillole del giorno
Matteo Salvini e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca (Ansa).

Sinner che fa? Inaugura le navi da crociera

«Jannik Sinner gioca a tennis solo quando vuole lui», spifferano i maligni al Coni. Partecipa ai tornei che rendono di più, sempre con un occhio alla classifica per restare il tennista numero uno al mondo, quando è in vacanza in Sardegna va a fare acquisti nei discount ma non dimentica il business, per esempio, inaugurando navi da crociera. Eccolo così a bordo del Mediterranean Prelude Journey, ovvero l’anteprima di viaggio della Explora III, la nuova ammiraglia extralusso di Explora Journeys, brand di eccellenza del gruppo Msc di Gianluigi Aponte. Salpata qualche giorno fa dal porto di Genova alla presenza dell’immancabile sindaca Silvia Salis, l’Explora III ha avuto come madrina Lorella Cuccarini mentre Maya D’Aponte ha rotto la classica bottiglia sullo scafo. Gli ospiti hanno avuto un accesso in anteprima a “In balance: a Jannik Sinner ocean wellness programme”, una nuova proposta wellness distintiva sviluppata in collaborazione con Explora Journeys. Non solo: il campione ha inaugurato il campo da padel a bordo di Explora. Senza dimenticare la promozione di “Jannik Sinner Foundation”, per raccogliere fondi destinati ad attività di educazione alla tutela marina per bambini nelle comunità del Mediterraneo.

C’era una volta Gianni Battistoni

Era il «re di via Condotti», Gianni Battistoni: nel suo negozio arrivavano vip di ogni tipo, capeggiati da Gianni Letta, e a metà dicembre la presentazione del suo calendario obbligava a disporre un servizio di security in grande stile. Scomparso il fondatore nel 2024, la società che porta il suo nome è in concordato preventivo in continuità aziendale, disposto dal tribunale di Roma. Il brand di alta sartoria maschile ha sempre il suo fascino, ma come spesso accade, «con l’addio del suo inventore diventano inevitabili i processi di ristrutturazione aziendale», spiffera un vecchio amico, e storico cliente, di Gianni Battistoni.

Grillo rompe il silenzio e attacca il M5s

Nel giorno in cui si tiene a Roma la prima udienza per la causa civile per la titolarità del nome e del simbolo, con un lungo post sul suo blog intitolato «Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni», Beppe Grillo è tornato dopo un lungo silenzio ad occuparsi del Movimento 5 stelle, lanciando una serie di frecciate alla formazione politica che aveva fondato nel 2009 assieme a Gianroberto Casaleggio. Queste le parole con cui ha presentato il post sui social: «Il M5s ha perso la sua identità e, soprattutto, quella “diversità” che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica ma poi la politica ha cambiato il MoVimento. Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone».

Grillo: «Le domande sono rimaste, le risposte sono scomparse»

«Osservare la trasformazione antropologica dei suoi protagonisti serve a poco, è il solito film, il nuovo che diventa vecchio, i rivoluzionari che scoprono i palazzi e le intenzioni che lastricano la strada per l’inferno, con tanto di pedaggio. Eppure, qualcosa deve essere ricordato, il MoVimento era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo», scrive Grillo. «Le domande sono rimaste, le risposte sono scomparse», prosegue poi il comico ricordando la nascita del M5s: «Noi avevamo provato a darne alcune, distribuire il reddito, cambiare la classe dirigente, coinvolgere i cittadini nelle decisioni e programmare il futuro invece di amministrare la prossima elezione. Le avevamo chiamate reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, restituzioni, democrazia diretta e transizione ecologica; proposte che, con il tempo sono diventate slogan da pronunciare nei convegni e dimenticate dopo il buffet».

I passaggi sull’intelligenza artificiale e il rapporto tra “rete” e democrazia

Grillo passa quindi ad un’analisi della crisi del modello occidentale: «Se pensiamo che debba essere difeso dobbiamo renderlo credibile, per farlo bisogna tornare ad ascoltare i cittadini, prima che la paura li consegni a modelli autoritari. Quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto, a volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo». L’ex garante pentastellato continua: «Il programma dovrebbe partire da qui, dall’ascolto. Le domande riguardano la sicurezza e la salute, l’equità, la partecipazione e l’identità. Servono risposte chiare e che guardino oltre il prossimo sondaggio». Infine nel post trovano spazio anche una riflessione sull’impatto dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite e un passaggio che lega la “rete” alla democrazia: «La tecnologia potrebbe permettere una partecipazione continua dei cittadini e un controllo sulle decisioni, più che per eliminare la rappresentanza, per limitarne il potere e impedire che la delega diventi una cambiale in bianco per cinque anni».

ViViBanca, Michele Saponara nominato vicedirettore generale e cfo

ViViBanca ha annunciato la nomina di Michele Saponara in qualità di vicedirettore generale e cfo del Gruppo. Il suo ingresso segna un passo fondamentale nel percorso di rafforzamento della governance e del management, finalizzato a sostenerne lo sviluppo dimensionale, consolidarne la solidità patrimoniale e assicurarne la rispondenza con l’indirizzo imprenditoriale unitario del Gruppo. Nel suo duplice ruolo, Saponara avrà la responsabilità di curare l’attuazione operativa degli indirizzi strategici e delle politiche di governo dei rischi deliberate dal cda, sovrintendendo e coordinando le attività di redazione e revisione dei piani strategici e dei budget sia della capogruppo sia delle società controllate.

Ha lavorato in Solution Bank e Mediobanca

Con oltre 14 anni di esperienza nel settore bancario e finanziario, Saponara porta in ViViBanca un percorso professionale maturato in primarie istituzioni finanziarie italiane. Negli ultimi otto anni ha lavorato in Solution Bank come cfo, guidando la creazione e lo sviluppo dell’intera funzione Finance, coordinando pianificazione strategica, reporting, tesoreria, contabilità, fiscalità e segnalazioni di vigilanza. In precedenza, ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità presso il Fondo interbancario di tutela dei depositi, Kpmg Advisory, Banca IMI, Rothschild e Mediobanca.

Acea, cambio della guardia alle relazioni esterne

Cambio della guardia alle relazioni esterne di Acea. Dopo tre anni spesi a rifare l’immagine della municipalizzata romana, portandola anche ai tavoli che contano, come Davos, Virman Cusenza lascia l’azienda. L’ex direttore del Messaggero torna al vecchio e mai sopito amore, l’editoria, con ruoli e progetti in corso di definizione.

Acea, cambio della guardia alle relazioni esterne
Virman Cusenza, a destra, con l’assessore romano Alessandro Onorato (foto Imagoeconomica).

Al suo posto arriva, da Ferrovie, Ivan Dompè, milanese, 51 anni, un passato in grandi gruppi industriali come Pirelli, Luxottica, Terna e Tim, che nel gruppo di Piazza della Croce Rossa è arrivato alla fine del 2025 sotto la gestione di Stefano Donnarumma, e dove attualmente è responsabile Global Strategy & International – Head of Geopolitical Intelligence Unit. Dompè prenderà servizio in Acea dal 15 settembre.

Acea, cambio della guardia alle relazioni esterne
Ivan Dompè (Imagoeconomica).

Eug 2026 per la prima volta in Italia: Salerno al centro dell’Europa universitaria

Gli European universities games 2026 hanno portato per la prima volta in Italia la più importante manifestazione continentale dedicata agli studenti-atleti, trasformando Salerno e la Campania in un punto di incontro tra sport, formazione, cultura e dialogo internazionale. Fino al 1° agosto il campus dell’Università degli Studi di Salerno sarà il cuore pulsante dello sport universitario europeo. Dopo la spettacolare cerimonia di apertura del 18 luglio in Piazza della Libertà, i Giochi sono entrati nel vivo con numeri che raccontano la dimensione di un evento senza precedenti. Oltre 4.500 studenti-atleti, provenienti da 31 Paesi europei, rappresentano circa 400 università, impegnate in più di 1.400 competizioni distribuite in 13 discipline sportive, dagli sport di squadra al tennis, dal padel al beach volley, fino al rugby a 7 e al tennistavolo. Le gare si svolgono tra i campus di Fisciano e Baronissi e gli impianti sportivi di 13 comuni delle province di Salerno e Avellino, confermando il ruolo della Campania come autentico palcoscenico europeo dello sport universitario.

Opportunità che vanno oltre quelle sportive

Ma Eug Salerno 2026 va ben oltre la competizione agonistica. I Giochi rappresentano un grande laboratorio internazionale di relazioni, formazione e crescita personale. Gli studenti-atleti condividono gli spazi delle residenze universitarie, vivono il campus come una vera cittadella europea e partecipano a un fitto calendario di iniziative culturali e sociali che favoriscono il confronto tra lingue, tradizioni ed esperienze differenti. A fare da cuore pulsante della manifestazione è anche la FanZone allestita nel campus di Fisciano, uno spazio aperto alla comunità universitaria e ai cittadini con panel scientifici, showcooking, masterclass, concerti, dj set, incontri, attività dedicate al benessere e momenti di intrattenimento che accompagnano ogni giornata dei Giochi. Grande attenzione è riservata anche alla salute grazie al Longevity Corner, dove studenti e accompagnatori possono sottoporsi gratuitamente a screening e ricevere informazioni su prevenzione, alimentazione e corretti stili di vita.

Eug 2026 per la prima volta in Italia: Salerno al centro dell’Europa universitaria
European University Games.

Il rettore D’Antonio: «Unisa protagonista dell’istruzione e della ricerca in Europa»

Per il rettore dell’Università degli Studi di Salerno, Virgilio D’Antonio, il valore della manifestazione va ben oltre quello sportivo: «Siamo orgogliosi di essere la prima università italiana ad ospitare i Giochi europei universitari. È un riconoscimento del lavoro svolto negli anni e, allo stesso tempo, una responsabilità che affrontiamo con entusiasmo e senso delle istituzioni. Il vero successo di questa manifestazione non si misurerà soltanto nel numero delle medaglie assegnate, ma nella capacità di lasciare un’eredità duratura fatta di cooperazione internazionale, nuove opportunità per i nostri studenti e una rinnovata centralità dell’università come motore di sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio». E ancora: «Gli European universities games rappresentano molto più di una competizione internazionale. Per l’Università degli Studi di Salerno costituiscono una straordinaria occasione per affermare il ruolo dell’ateneo come protagonista dello spazio europeo dell’istruzione superiore e della ricerca. Accogliere migliaia di studenti-atleti provenienti da decine di Paesi significa trasformare il nostro campus in un luogo di dialogo interculturale, dove lo sport diventa il linguaggio universale capace di unire persone, esperienze e culture diverse».

Un’occasione per valorizzare Salerno e la Campania

Gli Eug 2026 costituiscono anche un’occasione per valorizzare il territorio. Salerno e la Campania si presentano all’Europa come una realtà dinamica, accogliente e capace di organizzare eventi di rilevanza internazionale, mettendo in rete università, istituzioni, associazioni e comunità locali. È un investimento sul futuro, perché i giovani che oggi vivono questa esperienza porteranno con sé il ricordo della nostra terra e diventeranno i migliori ambasciatori del suo patrimonio culturale, scientifico e umano. Con lo slogan Passion never ends, l’evento sta dimostrando come lo sport universitario possa essere uno straordinario strumento di diplomazia, inclusione e sviluppo territoriale.

L’Iran attacca una base Usa in Giordania e tre petroliere a Hormuz

Dopo l’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca sono ripresi gli attacchi di Iran e Stati Uniti. Teheran ha bersagliato una base americana in Giordania ed ha anche colpito tre petroliere nello stretto di Hormuz. Poco dopo, l’esercito Usa ha condotto attacchi in Iraq contro un’alleanza paramilitare legata ai Guardiani della Rivoluzione.

I missili israeliani contro la base in Giordania e le petroliere

Poco prima di mezzanotte l’Iran ha lanciato missili balistici contro una base statunitense in Giordania. L’attacco è stato confermato dal Comando Centrale degli Stati Uniti, che parla di «raid a sorpresa contro le forze Usa di stanza in Medio Oriente». Tutti i missili iraniani, ha assicurato il Centcom in un post su X, «sono stati intercettati con successo». Nessuna indicazione specifica, invece, sulla base messa nel mirino da Teheran. Da parte sua, l’esercito giordano ha dichiarato di aver intercettato e abbattuto cinque razzi iraniani. Per quanto riguarda Hormuz, i pasdaran hanno annunciato di aver attaccato tre petroliere che tentavano di attraversare lo stretto. «Hanno ignorato i nostri avvertimenti e continuato a seguire una rotta pericolosa e illegale, sono state colpite e costrette a fermarsi», hanno dichiarato le forze navali dei Guardiani della Rivoluzione, citate dall’agenzia Tasnim.

I raid Usa in Iraq contro le Forze di Mobilitazione Popolare

Il Centcom e le Forze Armate dell’Arabia Saudita hanno reso noto di aver condotto «attacchi di precisione in Iraq contro terroristi legati all’Iran che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica aveva incaricato di colpire le forze statunitensi e le infrastrutture energetiche saudite». In una nota si legge che «caccia Usa e sauditi hanno colpito diversi siti logistici e depositi di armi dei terroristi nell’Iraq orientale, in una decisa risposta a oltre 30 attacchi con droni aerei orchestrati dai pasdaran nelle ultime 72 ore». I raid di Washington e Riad hanno colpito posizioni appartenenti alle Forze di Mobilitazione Popolare (Pmf) in diverse province: l’attacco più letale si è verificato nella provincia di Ninive, dove sono stati uccisi almeno 20 miliziani.

La Russia ha emesso un mandato di cattura per il capo di Telegram

La Russia ha annunciato di aver emesso un mandato di cattura internazionale per Pavel Durov, fondatore e ceo di Telegram, con l’accusa di complicità nel terrorismo. In un comunicato diffuso dai servizi di sicurezza russi (Fsb) si specifica che Durov, nato in Russia e in possesso di passaporto francese ed emiratino, si trova attualmente in Francia. Vive all’estero dal 2016, quando iniziò ad avere problemi con il governo di Mosca per essersi rifiutato di condividere informazioni sugli utenti registrati su VKontakte, il più popolare social network in Russia fondato sempre da lui. A febbraio le autorità russe avevano aperto un’indagine su di lui accusandolo di non aver rimosso da Telegram canali, chat e bot a loro dire usati dai servizi segreti ucraini e da gruppi terroristici per organizzare atti di sabotaggio e terrorismo, omicidi di massa e frodi informatiche in Russia.

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi

Elly Schlein è accerchiata. O meglio, un po’ si sente e un po’ lo è. Qualche settimana fa l’ha pure detto, pubblicamente: «Ovvio che c’è un pezzo di establishment che mal sopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi. Io sconto anche il fatto di essere una donna, di stare con un’altra donna e di avere 40 anni… Ma andremo avanti lo stesso, se ne facciano una ragione».

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Elly Schlein (Imagoeconomica).

I (presunti) dubbi di Franceschini e il nodo dell’Ucraina

La retorica del complotto è un grande classico, trasversale a tutti i partiti. Resta tuttavia da capire chi è che dovrebbe farsene una ragione. Da come Schlein parla, sembra che i “poteri forti” siano quelli che fiancheggiano la destra, ma a leggere le cronache politiche dei giornali pare semmai che i problemi maggiori vengano dall’establishment del campo largo. Il Fatto dà conto di sommovimenti specifici nel Pd, in zona Dario Franceschini, presunto portavoce di dubbi profondi di una parte del partito sulla possibilità che la cara leader possa competere con Giorgia Meloni alle elezioni politiche del 2027. Impossibile non notare il fatto che Il Fatto è vicino all’irenismo pacifista del M5s e di Giuseppe Conte (una posizione che tiene insieme peraltro i populisti e Alleanza Verdi Sinistra della ditta Bonelli & Fratoianni).

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Dario Franceschini (Imagoeconomica).

Così come è impossibile non notare che la questione dirimente pare essere ancora una volta la politica estera e che la posizione di Schlein a sostegno dell’Ucraina venga scambiata per il solito, beppecontesco, «furore bellicista», neanche fossero – i sostenitori della resistenza ucraina – dei marinettiani a piede libero che vogliono vedere il mondo bruciare. Sicché i pacifisti si lamentano perché Schlein non dice no agli aiuti militari; per la verità si sono lamentati dal giorno uno dell’era schleiniana, vedi Rosy Bindi che aveva già iniziato a borbottare dopo la prima assemblea nazionale con il primo discorso ufficiale della leader del Pd.

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Elly Schlein e, in video, Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Solo in Toscana Schlein non è accerchiata

Sarebbe invero bizzarro se tutta questa resistenza anti-Schlein riuscisse a ottenere quel che vuole, cioè il “passo indietro” della segretaria dalla corsa per la presidenza del Consiglio, lei che sembra pronta, prontissima, a sfidare Conte alle primarie. Sarebbe bizzarro anzitutto perché il risultato più notevole di Schlein come segretaria è stato quello di azzerare il dibattito pubblico interno al Pd dopo anni in cui fare il segretario del maggior partito di centrosinistra era diventato un lavoro usurante, meritevole di indennizzo. Schlein dunque è accerchiata (e un po’ è vero e un po’ no). Persino nella sua Bologna, stando a quel che ha riferito il Foglio, dove Elisabetta Gualmini, ex Pd oggi in Azione, potrebbe correre alle Amministrative del 2027 col sostegno del destra-centro. Solo in Toscana l’accerchiamento non c’è; ogni volta che la segretaria passa da Firenze e dintorni, viene accolta come la condottiera che deve, soprattutto, comporre le liste elettorali per l’anno prossimo ed è dunque meritevole di massima, vibrante e fervente attenzione per qualsiasi suo comizio, sempre partecipato da aspiranti parlamentari delle varie Giunte e dei vari Consigli (comunali e regionali) che fanno capolino fra la folla per farsi riconoscere.

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Elisabetta Gualmini (Imagoeconomica).

L’incognita Silvia Salis

Ma ad aumentare ancora la sensazione dell’accerchiamento potrebbe essere la futura discesa in campo di Silvia Salis. Dopo una fase iniziale scoppiettante, a ritmo di techno, l’esposizione mediatica dell’ambiziosa sindaca di Genova sembrava essere rientrata. Ma forse era ed è solo tattica; Salis infatti non ha ancora abbandonato l’idea di diventare la leader del campo largo, o come si chiamerà quando verrà il momento. In ogni caso, sarebbe un altro ostacolo per Schlein – da parte dell’establishment di centrosinistra – verso la presidenza del Consiglio.

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Silvia Salis (Imagoeconomica).