Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?

Il 26 giugno 2026 – 13 giorni prima che i giudici di Milano ordinassero lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni – il governo con l’articolo 3 del decreto legge 107 aveva trasferito dal ministero dell’Ambiente al Mimit le risorse dell’impianto di preridotto che DRI d’Italia doveva costruire a Taranto. Il preridotto è il ferro ottenuto senza carbone, il pezzo mancante di qualunque piano di decarbonizzazione dello stabilimento: quei soldi ora servono «per finalità di sostegno alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica», via contratti di sviluppo aperti a chiunque, ovunque in Italia. Quanto valgano il decreto non lo dice: 826 milioni per la relazione illustrativa, 726 per quella tecnica.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso (Ansa).

I giudici di Milano hanno solo certificato il decesso

Il preridotto italiano è morto a giugno, per decreto, quando la sentenza ancora non esisteva: la Corte d’appello, a luglio, ha certificato un decesso già firmato. Ecco perché conviene guardare con occhio asciutto lo scampanellio di indignazione di questi giorni. La causa, va detto, non l’ha fatta una procura. L’hanno promossa 11 cittadini di Taranto dell’associazione Genitori Tarantini, con un’azione inibitoria collettiva davanti alla sezione imprese del tribunale civile di Milano, competente perché lì hanno sede le società. In primo grado, a febbraio, avevano già ottenuto lo stop. Il 9 luglio la Corte d’appello ha confermato: l’area a caldo – altiforni, cokeria, acciaieria, cioè dove il minerale diventa ghisa e poi acciaio liquido, ed è dove si concentra l’inquinamento – va spenta entro 90 giorni, e potrà riaccendersi solo dopo la rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e il rientro delle polveri sottili entro limiti di sicurezza. Resta fuori l’area a freddo: i laminatoi, che prendono i semilavorati e li trasformano in lamiere, bobine e tubi, che possono lavorare anche acciaio prodotto altrove.

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Lo stabilimento dell’ex Ilva visto dai tetti del quartiere Tamburi (Ansa).

Un alibi perfetto per il governo

La decisione è stata comunicata alle parti il 27 luglio, alla vigilia del tavolo a Palazzo Chigi. Tutti gridano, nessuno impugna: Palazzo Chigi «prende atto», Giancarlo Giorgetti dice che «le sentenze sono sentenze, valgono per tutti», l’esecutivo valuta. Quello che ha fatto davvero è nel decreto legge 133 del 27 luglio: 100,5 milioni ad Acciaierie d’Italia che, dice il governo, servono «in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo». Dodici ore dopo la sentenza, negli atti, l’area a caldo non c’è più. E quei milioni esauriscono il tetto di 390 che Bruxelles ha autorizzato a febbraio a condizione che fosse l’ultimo salvataggio del decennio. Da ora il governo può dire – e lo dirà – che nell’area a caldo non può più mettere un euro: non perché non voglia, ma perché l’hanno deciso la Commissione e un giudice. È l’alibi perfetto, ed è arrivato gratis.

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Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Perché Jindal ha confermato il suo interesse?

Poche ore dopo l’ordinanza, il gruppo indiano Jindal ha confermato l’interesse «sia per l’area a freddo sia per l’area a caldo». Un compratore a cui hanno appena spento la fabbrica e dice di volerla comprare lo stesso o è un filantropo, o quella fabbrica non gli serviva. Perché non gli serviva è scritto in una lettera visionata da Lettera43: la firma Venkatesh Jindal, il destinatario è il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. Lo schema: «Il governo manterrà la proprietà degli impianti di Taranto che realizzano il ciclo industriale sino alla produzione delle bramme» (i lingotti piatti che escono dall’acciaieria e che i laminatoi trasformano in prodotto finito). E il motivo esplicito: «Questo consente di risolvere anche il problema del finanziamento degli oneri per la CO₂», cioè il costo delle quote di emissione, che così resta allo Stato. Jindal compra laminatoi e concessioni portuali, e si impegna a ritirare «fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti di proprietà del governo, a prezzi di mercato, per un periodo iniziale di tre anni»: impianti che perdono tra i 50 e i 70 milioni al mese, e che quindi venderebbero sottocosto. Poi la frase che spiega i tre anni: «Dopo il periodo iniziale di tre anni, Jindal integrerà progressivamente le proprie bramme a basse emissioni provenienti dagli stabilimenti in Oman nei laminatoi di Taranto». Tre anni è il tempo di rampa di Duqm, in Oman, dove il gruppo ha avviato un impianto da 5 milioni di tonnellate: nel piano di gara la data è scritta, giugno 2026. La sentenza non toglie a Jindal le bramme, gliele fa arrivare subito invece che fra tre anni, e cancella l’unico obbligo che si era assunto verso l’Italia. Nello stesso piano il compratore chiedeva già di non pagare, allo smantellamento dell’area a caldo, alcun costo di «environmental clean-up, removal of hazardous material»: l’amianto dei cowper (le torri usate nelle acciaierie per riscaldare l’aria prima di mandarla dentro l’altoforno), per iscritto, non è affare suo. E chiedeva contributi pubblici per 2,777 miliardi, che non sono i soldi già spesi in questi anni: sono quelli che lo Stato avrebbe dovuto mettere da qui in avanti, in aggiunta.

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Sajjan Jindal e Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Così si è eliminato un concorrente

E agli altri siderurgici? In pubblico non hanno esultato per la decisione dei giudici: Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha parlato di «clamorosa ingiustizia». Ma contano i numeri. Nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, il 90 per cento da forno elettrico contro una media europea del 46: due soli milioni vengono dal ciclo integrale di Taranto, il 10 per cento della produzione ma il 100 per cento della capacità di fare acciaio primario, quello che nasce dal minerale e non dal rottame. Qui sta il punto. L’autorizzazione ambientale di Taranto consentiva 6 milioni di tonnellate, e tutti i piani in campo, sia quello pubblico sia quello di Jindal, prevedevano di finanziare con soldi dello Stato altrettanta capacità a forno elettrico. Sarebbe stata un’acciaieria sussidiata che produce gli stessi coils dei privati italiani, i quali oggi lavorano da anni sotto la loro capacità installata, e che avrebbe conteso a tutti loro il rottame, di cui l’Italia è importatrice netta per 4-5 milioni di tonnellate l’anno. Quel concorrente adesso non nascerà. Che l’interesse sia reale lo dice un atto formale: a gennaio il Codacons ha depositato all’Antitrust un esposto contro Federacciai, denunciando sul progetto siderurgico di Piombino «il tentativo di tutelare la posizione di vantaggio di poche acciaierie elettriche».

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Antonio Gozzi (foto Imagoeconomica).

La spesa si sposta dalla produzione alla demolizione

Di questa catena non risponderà nessuno, perché nessuna delle decisioni che l’hanno prodotta porta una firma politica: l’amianto è rimasto nei cowper per una proroga ministeriale e poi per un’autorizzazione firmata da un direttore generale, il preridotto è sparito dentro un omnibus, lo spegnimento l’ha ordinato un giudice. Adolfo Urso, che i commissari li ha nominati nel 2024, nel novembre 2025 dichiarava: «Nessun piano di chiusura, anzi l’esatto contrario», e che «non è previsto alcun ulteriore ricorso alla cassa integrazione». Oggi in cassa ce ne sono 4.450 e l’area a caldo ha 90 giorni di vita. A maggio ricordava che «il dossier è guidato da Palazzo Chigi»: da allora è del capo di gabinetto. Al tavolo non piange nessuno. Il governo si toglie dal bilancio un impianto che brucia fino a 70 milioni al mese e ha l’alibi per non rifinanziarlo. I commissari passano da un ciclo integrale a un cantiere, e la spesa si sposta dalla produzione alla demolizione, che nessuno misura (a Bagnoli, dopo 36 anni, non è ancora finita). Jindal si prepara a prendere laminatoi, porti e mercato europeo senza l’obbligo triennale e senza il conto dell’amianto.

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L’incontro governo-sindacati sull’ex Ilva (Ansa).

I quattro sconfitti: Taranto, lavoratori, contribuenti e industria italiana

A perdere sono in quattro. Taranto, che dopo 14 anni di decreti resta senza fabbrica e senza bonifica. I lavoratori: 4.450 in cassa integrazione, con i soldi che ne integrano lo stipendio in esaurimento a ottobre, lo stesso mese in cui scadono i 90 giorni. I contribuenti, che ci hanno già messo 3,6 miliardi tra prestiti, ricapitalizzazioni, garanzie e ammortizzatori, e non li rivedranno. E l’industria italiana, che l’acciaio primario dovrà comprarlo fuori: il forno elettrico parte dal rottame, e il rottame si porta dietro rame e stagno che la raffinazione non rimuove, perché il rame è più nobile del ferro e resta in soluzione. Per i prodotti di qualità – la lamiera esposta di un’automobile, gli acciai da imballaggio – serve una quota di carica vergine che diluisca i residui: ghisa o preridotto. Arvedi, a Cremona, ne carica quasi un terzo. In Italia quella ghisa si smette di produrre. Il paradosso lo incarna chi si lamenta più forte. Due settimane fa Antonio Marcegaglia denunciava «un’importazione massiccia di semilavorati e prodotti finiti a un costo più basso del nostro». Ad aprile il suo gruppo ha assegnato a Danieli 450 milioni, dentro un investimento da un miliardo, per costruire a Fos-sur-Mer – in Francia, a preridotto e nucleare – un impianto da oltre 2 milioni di tonnellate di acciaio e fino a 3 di coils: il 75-80 per cento prenderà la strada di Ravenna. Anche i semilavorati che arrivano da fuori, insomma, dipende di chi sono. A conti fatti, quel decreto ha tolto al governo l’unico problema che non sapeva come chiudere. Non è giustizia a orologeria. L’orologio ha suonato con puntualità perfetta, e chi doveva sentirlo era sveglio da un mese. Nessuno pagherà pegno, Urso per primo.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto

A Paolo Maldini e Leonardo va riconosciuta l’ambizione. L’ex segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica Nikita Krusciov, che pure non era uomo da mezze misure – per farsi capire all’Onu batteva la scarpa sul banco -, quando volle strafare si spinse fino al piano settennale, la semiletka del 1959. Sette anni. Oltre, nemmeno il Gosplan – l’agenzia di pianificazione economica dell’Urss – osava: troppo lontano, troppo comodo, troppo inverificabile. Ci voleva la nuova direzione tecnica della Figc per superare il Cremlino: otto-10 anni, annunciati il 23 luglio in Lega Serie A, con Giovanni Malagò costretto a correggere al ribasso in diretta – «io penso a sei anni, Paolo ha parlato addirittura di otto-10». Quando persino lo sponsor della tua nomina ti dimezza l’orizzonte davanti ai club, forse un problema c’è. Aspettiamo solo di capire se, al prossimo Consiglio federale, Maldini batterà il mocassino sul banco. Coerenza estetica vorrebbe di sì.

Una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione

Il punto comunque non è l’orizzonte lungo. Le rifondazioni serie – quella tedesca dopo il 2000, o quella belga – erano decennali. Ma erano piani: fasi, tappe, obiettivi misurabili, gente che rispondeva se i numeri non tornavano. Qui invece abbiamo «linee guida» e una data d’arrivo collocata in un futuro nel quale, statisticamente, nessuno dei presentatori sarà più in carica. Siamo di fronte a una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione. Il quinquennale sovietico, almeno, prevedeva punizioni severe per chi mancava l’obiettivo. Qui non è previsto nemmeno il tagliando. E poi c’è il capolavoro: il pasticcio sulla scelta del commissario tecnico.

Siamo partiti dai migliori al mondo per arrivare a Pirlo

Ricapitoliamo la sequenza, perché merita. Primo atto: «Siamo partiti dai migliori al mondo». Pep Guardiola contattato, Carlo Ancelotti sentito. Applausi: finalmente si ragiona in grande! Secondo atto: i migliori del mondo, com’era prevedibile, hanno detto di aver meglio da fare. Terzo atto: si scende dunque al gradino successivo: Roberto Mancini, il preferito del presidente? Antonio Conte, il preferito della Lega? No. Si precipita su Andrea Pirlo, vincitore della First Division degli Emirati con lo United FC di Dubai, campionato che conta 28 club professionistici in tutto, contro i 100 italiani.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Roberto Mancini, Andrea Pirlo e Pep Guardiola (foto Ansa).

Nessun appeal a livello commerciale

Dall’allenatore che definisce un’epoca al vincitore della cadeteria emiratina, senza fermate intermedie. Non esiste modo più crudele di far apparire inadeguato un candidato che presentarlo come esito della stessa ricerca iniziata da Guardiola. E l’hanno fatto i suoi sponsor. L’errore Pirlo, del resto, non era solo tecnico: era contabile, e su questo sito i conti sono già stati fatti. Un ct con quel profilo produce zero riprezzamento commerciale il giorno dell’annuncio: nessun partner ritocca una voce di listino per chi ha vinto la cadetteria emiratina. E parliamo di una Federazione che ha già iscritto a bilancio 9,5 milioni di riduzione dei corrispettivi commerciali per il 2026, un malus Adidas da 9,6 milioni per la mancata qualificazione mondiale, un rosso previsto di 6,6 milioni, dentro un danno complessivo che Unimpresa stima oltre i 50 milioni.

Il pasticcio su Fonbet, il principale bookmaker di Mosca

In questo quadro, la direzione tecnica ha proposto l’unico candidato che non spostava un euro. Un risparmio senza investimento: il peggio di entrambi i mondi. Poi, certo, c’è stata la Russia. E qui il sarcasmo si scrive da solo: i signori del piano decennale in salsa Gosplan si presentano con un candidato ct che dall’ottobre 2025 fa il global ambassador di Fonbet, il principale bookmaker di Mosca, e che a maggio 2026, mentre su Kyiv cadeva di tutto, posava per i selfie al “Football Day” moscovita.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Il messaggio di Pirlo su Instagram e la pubblicità di Fonbet.

«Nessun significato politico, è solo commercio», si è difeso Pirlo. Gli crediamo. È esattamente questo il problema: per fermarsi davanti a certe fotografie non serve un’opinione politica, basta un ufficio di due diligence. La Figc ne ha uno. La direzione tecnica non l’ha consultato, o peggio, l’ha consultato e ha proceduto lo stesso. Ci ha pensato l’ex attaccante ucraino Andriy Shevchenko nonché ex compagno di Maldini e Pirlo al Milan, con la sobrietà di chi ha la madre a Kyiv, a dire quello che a via Allegri non avevano notato: «Condanno ciò che hanno fatto».

Un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi

Dunque 35 giorni dopo l’elezione di Malagò, il bilancio della gestione è questo: un candidato bruciato da un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi; un presidente federale scavalcato e poi affrontato a muso duro in nome dell’«autonomia»; un potenziale conflitto d’interessi in casa (i figli di Maldini e Pirlo avviati alla professione di procuratori, con una norma federale sull’incompatibilità che pende come un lampadario); e zero commissari tecnici a 60 giorni dalla prima partita che ci attende, Italia-Belgio.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Paolo Maldini, Andrea Pirlo, Gigi Buffon e Andriy Shevchenko nel 2014 (foto Ansa).

Il tutto condito dalla terza rottura professionale in tre anni – Cardinale nel 2023, il Fenerbahçe di Safi a giugno, Malagò oggi – per un dirigente il cui mandato dichiarato sarebbe «unire mondi che fanno fatica a interagire». Finora l’unico mondo che è riuscito a unire è quello, trasversale e affollato, di chi ha litigato con lui.

La fiducia si è consumata in nome dell’amichettismo

Per questo le dimissioni dovrebbero arrivare oggi, non domani. Nessuna punizione – Maldini resta una leggenda di questo sport, e nessuno glielo toglie -, ma una presa d’atto: la fiducia si è consumata prima di produrre alcunché, e l’amichettismo, come ha scritto Fabrizio Roncone sul Corriere della sera, qui è andato “oltre” se stesso. Prima si invoca il merito (Guardiola! Ancelotti!) per nobilitare l’amico, e quando l’amico affonda si grida all’autonomia violata. L’Italia che ha saltato tre Mondiali non si merita questo teatrino.

Chiellini ha dimostrato di tenere insieme uno spogliatoio

Serve un progetto serio. Che esiste, ed è persino a portata di mano. Al vertice tecnico un uomo che con la maglia azzurra ha vinto davvero: Giorgio Chiellini, capitano dell’Europeo 2021, oggi dirigente con ruolo istituzionale e (dettaglio non irrilevante) capacità dimostrata di tenere insieme uno spogliatoio, che è poi la versione ridotta del tenere insieme un sistema.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Antonio Conte e Giorgio Chiellini insieme ai tempi della Nazionale 2016 (foto Ansa).

In panchina Antonio Conte, il miglior valorizzatore di rose del calcio italiano, con un contratto costruito per una volta con intelligenza: quadriennale, bonus legati al Mondiale 2030 e al ciclo completo, malus pesanti in caso di fuga anticipata. Perché la sua nomea di uomo da bienni la conosciamo tutti, e proprio per questo va messa sotto contratto, non sotto silenzio.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Antonio Conte ct della Nazionale a Euro 2016 (foto Ansa).

Attorno, il progetto vero: la scadenza dell’Europeo 2032 in casa come orizzonte misurabile e una fondazione di partecipazione che vincoli le risorse di club e sponsor ai vivai, con conferimenti irrevocabili e conferenti fuori dagli organi di governo. Sei anni, tappe annuali, responsabili con nome e cognome. Si chiama piano. È quella cosa che, tra una scarpa e l’altra, nemmeno a Mosca riuscivano a fare durare 10 anni.

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a

Abdulfatah Mujahid Al-Qahali, 47 anni, ingegnere civile, è figlio del generale Mujahid Al-Qahali, storico leader nasserista yemenita e capo tribale della confederazione Bakil, la più grande dello Yemen: oltre 10 milioni di persone e una trentina di tribù nelle regioni attorno e a nord di Sana’a.

Le accuse emiratine e l’Odissea giudiziaria

Emigrato negli Emirati nel 2001, imprenditore affermato con una fabbrica di marmo e granito a Sharjah, nel 2016 accompagnò il padre in una missione di pace ad Abu Dhabi, davanti alla leadership emiratina: la proposta era un dialogo tra tutte le parti yemenite, ospitato e patrocinato dagli stessi Emirati, per fermare la guerra iniziata con l’intervento della coalizione saudita il 26 marzo 2015. «Ma quel discorso di pace non piacque», racconta oggi a Lettera43. Il padre ripartì per lo Yemen; pochi giorni dopo, il 9 agosto 2016, furono proprio le forze speciali emiratine a prelevare Abdulfatah. L’accusa era di aver «pensato e pianificato» di inviare diesel e carburante al porto di Hodeidah. Un commercio, va detto, perfettamente legale, soggetto ad autorizzazione della stessa marina saudita ed emiratina ma mai avvenuto. «Non avevo spedito nulla. Me lo dissero in tribunale: sei qui perché pensavi. E perché tuo padre non è con noi», ricorda.

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Abdulfatah Mujahid Al-Qahali (L43).

Quattro anni di detenzione prima ancora di vedere un giudice, poi una condanna a cinque anni che si sarebbe dovuta chiudere il 9 settembre 2021. La pena era scaduta ma le guardie gli ripetevano: «Non troviamo il passaporto», «non sappiamo se la causa è finita», «ti faremo uscire, adesso vediamo». Ne uscì solo a mezzanotte del 6 gennaio 2023, 16 mesi dopo la fine della pena. Ma non finì lì: per quasi altri tre anni gli Emirati lo trattennero sul loro territorio, senza sostegno economico, senza permesso di partire. La moglie e i figli, che all’inizio erano con lui negli Emirati – il figlio, con il visto scaduto, non poteva nemmeno andare a scuola – erano dovuti rientrare in Yemen: non li ha rivisti per più di nove anni. Solo il 2 novembre 2025 è atterrato a Sana’a, accolto dai festeggiamenti delle tribù di mezzo Yemen e, finalmente, dalla sua famiglia.

«Il blocco nasce dagli accordi che Riad non ha mai rispettato»

È da questa biografia che bisogna partire per capire il blocco navale contro l’Arabia Saudita annunciato nei giorni scorsi dagli houthi e quanto sia fuorviante la lettura che archivia ogni mossa di Sana’a come un ordine arrivato da Teheran, un capitolo della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. Al-Qahali la smonta alla radice: «Questa guerra non è cominciata oggi e non c’entra nulla con la guerra irano-americana. È cominciata con l’attacco allo Yemen del 26 marzo 2015. E questo blocco nasce da una cosa sola: gli accordi che l’Arabia Saudita ha firmato e non ha mai rispettato».

Il conflitto con Riad ha una contabilità propria, fatta di impegni negoziati per anni sul canale dell’Oman – culminati nella roadmap mediata dall’Onu a fine 2023: stipendi pubblici pagati con i ricavi del petrolio, riapertura di aeroporto e porti, ripresa dell’export – e mai attuati.

«Dopo anni di negoziati in Oman, ci si era accordati: entro sei mesi la riapertura dell’aeroporto di Sana’a a tutte le compagnie e tutte le destinazioni», spiega. «Quell’aeroporto serve più di 20 milioni di persone ed è chiuso da undici anni. La gente non può uscire nemmeno per operarsi, gli studenti non possono partire. È rimasto tutto com’era».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
L’annuncio degli houthi (Ansa).

I numeri dell’assedio economico

E poi ci sono i numeri dell’assedio economico, che Al-Qahali elenca uno per uno. La Banca centrale trasferita da Sana’a ad Aden. I proventi dell’export di petrolio e gas – la spina dorsale del bilancio – bloccati: «Senza quei soldi non ci sono stipendi. La gente non riceve un salario da due, tre anni. Chiedetevi come compra il cibo».

Ogni cargo diretto in Yemen deve passare da Gibuti per le ispezioni: «Lo tengono fermo uno, due mesi. Un container costava 1000, 2 mila dollari; oggi arriva a 10 mila. E tutti questi costi ricadono sui più poveri». Intanto il cibo, spesso, marcisce in attesa. Non sorprende che l’Onu classifichi lo Yemen tra le più gravi crisi umanitarie del pianeta, con oltre 22 milioni di persone bisognose di assistenza e 18,3 milioni in insicurezza alimentare acuta (OCHA, piano 2026). Le condizioni per fermare tutto, dice, sono già scritte negli accordi disattesi: riapertura di aeroporti, porti e strade interne; il rilascio dei prigionieri di guerra – «più di 20 mila persone nelle carceri, in Yemen, in Arabia Saudita, negli Emirati» – e la restituzione dei fondi trattenuti.

«Se Riad torna a firmare, tutto riapre immediatamente». Il blocco, tiene a precisare, non tocca il traffico internazionale: «Bab el-Mandeb è aperto a tutti i Paesi. È chiuso solo per le navi da e per i porti sauditi. Non vogliamo problemi con il mondo: il nostro problema è con chi ci assedia».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Lo stretto di Bab el-Mandeb.

Lo Yemen e quell’etichetta di proxy iraniano

Sull’etichetta di «proxy iraniano» che l’Occidente cuce addosso a Sana’a, Al-Qahali allarga le braccia: «Non tutti sono houthi. Nelle aree di Sana’a vivono più di 20 milioni di persone, e non tutte hanno a che fare con l’Iran. In Yemen ci sono tanti partiti e tante tribù. La gente qui vuole solo vivere: medicine, cibo, la possibilità di curarsi».

I numeri gli danno ragione: quasi tutti in Yemen appartengono a una tribù, e la sola Bakil, con i suoi oltre 10 milioni di membri, conta da sola più persone di quante il movimento houthi ne abbia mai inquadrate. È questo tessuto tribale e politico, ben più antico e più largo di quello guidato da Ansar Allah, a reggere la tenuta di Sana’a dopo 11 anni di conflitto. E alla domanda se lo Yemen andrà alla guerra contro sauditi ed emiratini, rovescia la prospettiva: «Chiedete prima chi ha cominciato. Non siamo andati noi ad attaccarli: sono entrati loro nel nostro Paese, senza alcun mandato delle Nazioni Unite e senza che nessun governo li avesse chiamati. Noi non vogliamo un’altra guerra. Se firmano, riaprono e lasciano lo Yemen, sarà un bene per loro e per noi: dobbiamo essere buoni vicini».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Una protesta contro l’Arabia Saudita a Sana’a (Ansa).

L’Europa si ricorda dello Yemen «solo quando si ferma il petrolio»

C’è un messaggio, infine, per l’Italia e per l’Europa, «che dello Yemen si ricordano solo quando si ferma il petrolio»: «Con voi non abbiamo alcun problema: siete nostri amici, e Bab el-Mandeb per voi è aperto. Ma aiutateci: fate da partner, con le Nazioni Unite, con Londra e Washington. Se l’Europa si impegna, tutti vedranno qual è il vero problema dello Yemen e chi lo ha creato».

Parla già da uomo politico, Al-Qahali. E infatti l’annuncio arriva: lo farà con il partito di suo padre, il Tanzim al-Tashih, raccogliendone l’eredità nasserista. Il progetto è quello che descrive con le parole semplici di chi ha visto il fondo: «Un futuro migliore per la nostra gente, istruzione, buone condizioni per tutti, buone relazioni con il mondo. L’Europa è la nostra migliore amica, da sempre». Da quando c’erano i romani… Sorride: «Da allora».

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

A New York la Spagna ha vinto la Coppa del Mondo. In Italia l’hanno guardata milioni di persone, e tra queste ci sono ragazzi di vent’anni che ne avevano otto l’ultima volta che gli Azzurri hanno giocato un Mondiale. Cioè Brasile 2014 (un fallimento, usciti ai gironi). Poi sono arrivati i disastri contro Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia ai rigori a Zenica. Se l’appuntamento buono sarà il 2030, quei giovani avranno attraversato l’intera adolescenza senza un giugno Azzurro. Il direttore tecnico della Figc e presidente del Club Italia Paolo Maldini e l’advisor strategico Leonardo hanno passato a Barcellona il fine settimana in cui finiva il Mondiale, per offrire a Pep Guardiola la panchina della Nazionale. Tre giorni di lavoro, un piano quadriennale, pieni poteri tecnici. In attesa della risposta, nella short list restano Roberto Mancini e Andrea Pirlo. Come finirà?

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
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I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

Va riconosciuto: il tentativo per l’allenatore catalano è il più ambizioso che la Federazione potesse fare e smentisce chi ha letto la nuova area tecnica come un esercizio di potere interno. Ma il dettaglio che conta è un altro, e lo ha riferito Sky Sport. Per Guardiola l’ostacolo non è tanto l’ingaggio, quanto le prospettive del progetto, lo stato del movimento italiano e le riforme che servirebbero per farne nascere uno nuovo. Il miglior tecnico del mondo, a cui i soldi in questo momento interessano poco, sta esitando sul prodotto. È la diagnosi più autorevole disponibile e arriva da qualcuno che non ha alcun interesse in gioco.

I conti piangono: un danno diretto da oltre 50 milioni

Un po’ di numeri. Il contratto con Adidas, sponsor tecnico dal 2023, vale circa 30 milioni e conteneva un malus da 9,6 milioni per la mancata qualificazione. Telepass non ha rinnovato. Nel budget 2026 la Figc aveva già iscritto una riduzione dei corrispettivi commerciali di 9,5 milioni e un risultato negativo per 6,6, costruito ipotizzando esattamente ciò che è poi accaduto. Tra premio Fifa, malus, merchandising e accordi mai firmati, Unimpresa stima un danno diretto oltre i 50 milioni.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Paolo Maldini (Ansa).

Poi c’è il danno che non entra in nessuna riga di bilancio. La fedeltà sportiva di un ragazzino si forma tra i 10 e i 16 anni, e in quella fascia c’è una fetta intera di italiani che ha allocato altrove tempo, abbonamenti e magliette. Ogni ciclo perso brucia clienti futuri, probabilmente per sempre.

La data che non si può bucare: l’Europeo 2032 in casa

C’è una scadenza che molti dimenticano o sottovalutano: nel 2032 l’Europeo si gioca in Italia, che organizza l’evento assieme alla Turchia, e il presidente federale Giovanni Malagò l’ha già indicato come priorità. Da Paese ospitante l’Italia sarà qualificata di diritto (almeno quello).

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Qui sta la trappola. Gli Azzurri scenderanno in campo davanti al proprio pubblico, con la massima esposizione internazionale e i massimi ricavi potenziali, a prescindere da quanto saranno forti. Se arriveranno a quell’appuntamento senza aver giocato un Mondiale dal 2014, il torneo di casa diventerà la certificazione del declino, trasmessa in 80 Paesi. Sei anni sono il tempo che serve a una riforma dei vivai per dare i primi effetti. E sono anche il tempo che resta a quella fatidica data.

Il cv di Pirlo non convince: una scelta al risparmio

Se Guardiola dice no, la scelta si restringe. Il curriculum di Pirlo piange. A Dubai ha ottenuto la promozione dalla First Division con lo United FC, club fondato nel 2022. La First Division è la seconda serie di un Paese che schiera 14 squadre nel massimo campionato e 14 in quello immediatamente sotto: 28 club professionistici in tutto, contro i 100 che l’Italia mette in campo tra A, B e C. Il professionismo emiratino esiste da 18 stagioni, e nella divisione da cui Pirlo è salito ogni club può registrare due soli stranieri con contratto professionistico, mentre tutti gli altri tesseramenti possono essere non professionistici.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Prima, nella carriera di Pirlo c’è stata una stagione alla Juventus con vittoria di Coppa Italia, Supercoppa e quarto posto. Quindi l’esonero al Karagümrük, in Turchia (squadra lasciata al nono posto in classifica), e quello alla Sampdoria dopo un punto in tre giornate, in Serie B. Non si intravede nulla di ciò che serve a un commissario tecnico: gestire giocatori forti, visti 40 giorni l’anno, in partite secche sotto pressione totale.

L’intervento di Puma che servì per portare Conte in Azzurro

In cambio, la Federazione risparmia qualche milione. Gennaro Gattuso, il volto del tracollo ai playoff 2026, guadagnava 800 mila euro, prima di lui Luciano Spalletti 2,8 milioni. Antonio Conte al Napoli percepiva tra gli 8 e i 9 netti e oggi fa sapere che sotto i 4 non è disposto ad aprire la trattativa. Nel 2014, per portarlo in azzurro la prima volta, servì l’intervento di Puma, allora sponsor tecnico, che coprì circa metà di un ingaggio intorno ai 3,5 milioni.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

Sull’altro ex ct Roberto Mancini pesa un precedente che riguarda proprio la tenuta di un progetto lungo: lasciò la Nazionale a ciclo aperto, nell’agosto 2023, per la ricca panchina dell’Arabia Saudita.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Roberto Mancini (Ansa).

Quindi l’opzione Pirlo porterebbe a un risparmio di tre o quattro milioni, scegliendo però di non investire proprio quando l’asset costa meno rilanciarlo.

Il nodo del sostegno economico da parte della Lega Serie A

Giovedì 23 luglio l’assemblea della Lega Serie A discute la proposta annunciata dal presidente e amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta: i club cercheranno una forma di sostegno alle finalità di alto livello della Federazione, in pratica un contributo all’ingaggio del ct. Allo stesso tavolo Malagò, Maldini e Leonardo presenteranno il progetto tecnico.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Beppe Marotta, amminostratore delegato e presidente dell’Inter (Imagoeconomica).

L’obiezione va affrontata prima che la sollevino gli altri. Un ct pagato dai club che gli forniscono i giocatori è un ct catturato, e le clausole di indipendenza sulle convocazioni non valgono niente: la pressione arriverebbe comunque, via telefono.

Uno sponsor non indirizza la scelta di un allenatore piuttosto che di un altro

Malagò ha però indicato lui stesso la via d’uscita, spiegando che uno sponsor non indirizza un sostegno per prendere un allenatore piuttosto che un altro, mentre può dire alla Federazione dove indirizzare il proprio investimento. E sui conti ha aggiunto una frase che vale come metodo: «Prima devi impegnarti e poi trovare le soluzioni».

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
La Nazionale italiana di calcio (Ansa).

La soluzione può essere questa: club e sponsor conferiscono risorse a una fondazione di partecipazione, il cui scopo statutario è vincolato alle scuole calcio e ai settori giovanili. Il denaro dunque non sfiora la Nazionale maggiore. La Figc vede liberarsi le risorse proprie oggi impegnate su quelle voci e le rialloca dove crede, allenatore compreso. Il precedente contabile esiste: nel 2022 la Federazione destinò 4,9 milioni, il 20 per cento degli utili commerciali, a un fondo vincolato per impianti e vivai.

Organizzazione e metodologia: l’esempio Luis de la Fuente

Malagò ha portato l’esempio giusto. Luis de la Fuente, che ha vinto il Mondiale, viene dal settore giovanile spagnolo e quei giocatori li allenava già nelle Under. Il collega argentino Lionel Scaloni ha avuto una carriera modesta da calciatore ed è arrivato alla guida dell’Albiceleste dopo i rifiuti dei grandi nomi. Il presidente federale italiano ne trae dunque la conclusione corretta: prima si sistemano organizzazione e metodologia, poi si discute della persona.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Il ct della Spagna Luis de la Fuente (foto Ansa).

Vale anche al contrario, e spiega perché il nome grosso serve comunque. Una riforma dei vivai produce i primi effetti nel 2032. Fino ad allora qualcuno deve tenere in piedi il negozio, qualificare la squadra a Euro 2028 e riaprire il mercato pubblicitario. Le due leve vanno mosse insieme, e la fondazione è ciò che permette di muoverle senza che la seconda comprometta la prima.

Guardiola serve a “comprare” il tempo che ci serve

Se Guardiola accetta, la Federazione avrà “comprato” il tempo che le serve. Se rifiuta, avrà almeno ricevuto gratis la diagnosi che le mancava, dalla fonte più autorevole del mestiere: il problema del calcio italiano non è chi siede in panchina. L’assemblea è giovedì. L’Italia torna in campo il 25 settembre a Roma contro il Belgio. E ci sono ragazzi di 20 anni che ancora aspettano.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot

C’è un momento preciso, leggendo la lectio magistralis che Leonardo Maria Del Vecchio ha pronunciato il 9 luglio a Villa Mondragone per il conferimento della laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità dell’Università di Roma Tor Vergata (notizia data in anteprima da Lettera43), in cui si smette di seguire il filo e si comincia a contare. Succede più o meno alla terza occorrenza di quella costruzione retorica che ormai chiunque frequenti un chatbot riconosce a occhi chiusi: la negazione seguita dalla correzione. «Il privilegio non è una sentenza. È una prova». «Non è un gesto. È un cantiere». «Il limbo non ti distrugge. Ti conserva». «Non è poco. È tutto».

Un uso massiccio dell’antitesi che farebbe impallidire Cicerone

Nel testo integrale pubblicato dal Corriere della Sera, la formula ricorre più di 30 volte. Trenta. In 21 minuti di discorso. Cicerone, che pure di antitesi campava, a quel ritmo avrebbe chiesto una pausa. Bisogna dirlo subito, per correttezza: nessuno può dimostrare in modo incontestabile che un testo sia stato scritto da un’intelligenza artificiale. Ma è anche impossibile non notare che la lectio esibisce, con una densità probabilmente mai vista in alcun discorso pronunciato da un essere umano, l’intero campionario stilistico della prosa generata dai modelli linguistici.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
La moltitudine di “non” presenti nella lectio magistralis.

Ciascuno tragga le proprie conclusioni, magari dopo aver chiesto a un chatbot «scrivimi un discorso ispirazionale per una laurea honoris causa, sul modello di Steve Jobs a Stanford». Provateci. Vi verrà restituito qualcosa di sorprendentemente familiare. Perché sì, c’è anche un passaggio su Jobs in quel calderone. Nel suo discorso, il neolaureato mette le mani avanti: «Lo schema non l’ho inventato io: lo usò Steve Jobs, a Stanford, nel 2005. Ve lo dico io, prima che lo scriva qualcun altro».

Raggiunte vette di involontario umorismo

Ma Jobs a Stanford raccontava fatti. Il corso di calligrafia seguito da imbucato al Reed College, il licenziamento dall’azienda che aveva fondato, la diagnosi di tumore. Cose successe, con date, luoghi, nomi. In 21 minuti di discorso autobiografico di Del Vecchio invece non compare un solo aneddoto circostanziato, a parte il bambino per mano al padre in fabbrica. E poi c’è il momento in cui il testo si supera, raggiungendo una vetta di involontario umorismo che nessuna penna umana avrebbe osato: il passaggio sull’intelligenza artificiale. «Una macchina produce risposte. Non può assumersi le conseguenze morali di una scelta. Nel tempo dell’IA, la difficoltà giusta sarà restare umani senza diventare lenti, e diventare veloci senza diventare vuoti».

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Leonardo Maria Del Vecchio mentre legge il suo discorso (foto Imagoeconomica).

Chiunque abbia posto a un chatbot la domanda «cosa resta all’uomo nell’era delle macchine?» ha ricevuto, pressoché parola per parola, questa risposta, chiasmo finale compreso. Se davvero la lectio è farina del sacco del suo autore, si tratta della più straordinaria imitazione involontaria della prosa artificiale mai prodotta da mente umana, e allora la laurea in innovazione tecnologica sarebbe pure meritata.

L’eredità e il riferimento a LMDV Capital

Fin qui la forma. Il contenuto, volendo, è anche meglio. Viene raccontato di come, alla morte del padre, l’autore sia «ripartito da uno zero che i numeri non registrano». Precisazione doverosa, perché i numeri registravano in effetti tutt’altro: una quota di Delfin, la holding di famiglia che controlla partecipazioni in EssilorLuxottica, Generali, Monte dei Paschi e UniCredit, menzionata 16 righe più in basso («Ho ereditato una quota in Delfin»), dopo aver dichiarato tre paragrafi prima che «il mio percorso non l’ho ereditato». Il percorso non ereditato ha per veicolo LMDV Capital, fondata nel 2022 con capitali sulla cui provenienza la lectio sorvola con l’eleganza di chi sa che certe domande, a Villa Mondragone, non le fa nessuno.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Da sinistra Carlo Nucci, prorettore vicario di Tor Vergata, il ministro della Salute Orazio Schillaci, la presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane Laura Ramaciotti, Leonardo Maria Del Vecchio, la ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini e il magnifico rettore Nathan Levialdi Ghiron (foto Imagoeconomica).

C’è poi la dichiarazione d’amore. «Ti amo, Italia. Nei fatti». I fatti: Delfin, la cassaforte di famiglia da una quarantina di miliardi, ha sede in Lussemburgo dal 2006, dove il capostipite la piazzò per godere della riservatezza e della tassazione agevolata che il Granducato riserva alle holding. Quanto alla «partita nell’ordine dei 15 miliardi» che l’oratore rivendica di aver «provato a riportare in Italia», le cronache finanziarie registrano un’operazione lievemente diversa: l’acquisto, con una decina di miliardi da prendere in prestito dalle banche, delle quote dei fratelli Paola e Luca in una holding lussemburghese, acquisto che avrebbe portato lui – non l’Italia – dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte, facendone l’azionista di riferimento.

I dubbi dei manager vicini al padre sulle capacità del rampollo

Negli atti, nessuna traccia di traslochi verso la madrepatria. E la «scelta fermata nel punto in cui avrebbe dovuto trovare custodia», formula sibillina degna di un oroscopo, ha in realtà nome e indirizzo: il consiglio di amministrazione di Delfin, che a giugno ha rifiutato di autorizzare il pegno delle quote richiesto dalle banche finanziatrici, facendo saltare tutto anche perché, pare, i manager più vicini al padre non sono proprio convinti delle capacità di Leonardo Maria.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Insomma un patriota fermato non dal mercato, non dallo Stato, ma dal cda della holding di famiglia, all’assemblea della quale, il 30 giugno, ha preferito non presentarsi. Con un souvenir: circa un miliardo di debiti personali verso le banche che, riferisce il Corriere, fatica a restituire. Nove giorni dopo Del Vecchio saliva sul palco di Villa Mondragone a spiegare agli studenti che «il limbo delle decisioni non prese è una delle forme più eleganti della paura».

Non parla ai media, però se li compra

E il capolavoro finale: «Io oggi non parlo ai media. Parlo al futuro dell’Italia». Frase pronunciata davanti ai media, consegnata ai media e pubblicata integralmente dal primo quotidiano italiano cinque giorni dopo, con firma dell’autore e copyright in calce. Detta, per giunta, da un uomo che dei media è editore: primo azionista di Editoriale Nazionale, la casa di QN, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, socio al 30 per cento del Giornale, e con un’offerta ventilata in passato perfino per il gruppo Gedi. Non parla ai media nel senso tecnico dell’espressione: semmai li compra.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
La cerimonia del conferimento della laurea honoris causa a Leonardo Maria Del Vecchio (foto Ansa).

Ricordiamo che Del Vecchio ha ottenuto una laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità. Ricapitolando. Diritto: il neolaureato non risulta avere formazioneattività giuridica, se si esclude la raffinata ingegneria societaria lussemburghese della holding di famiglia, che però immaginiamo non fosse il titolo della laudatio. Innovazione tecnologica: LMDV Capital investe in ristoranti, hotel e stabilimenti balneari, settore rispettabilissimo in cui l’ultima grande innovazione risale all’ombrellone. Sostenibilità: l’hospitality italiana detiene stabilmente il primato di stipendi più bassi e stagionalità più selvaggia del Paese, e i «1.500 posti di lavoro» rivendicati come «contabilità concreta» del capitalismo umanista andrebbero pesati anche con quella bilancia.

Quelle mille visite oculistiche gratuite…

La motivazione ufficiale del conferimento della laurea cita il lavoro alla guida della Fondazione OneSight EssilorLuxottica Italia, ossia la fondazione dell’azienda costruita dal padre. E la lectio si apre ringraziando per il «progetto concreto» da cui è nato l’incontro con l’ateneo: il Campus Visivo, mille visite oculistiche gratuite agli studenti di Tor Vergata, con la promessa di molte altre grazie alla Conferenza dei rettori. L’università riceve le visite, il benefattore riceve la laurea, e sull’opportunità di questo elegante circuito di gratitudine reciproca lasciamo volentieri la parola agli organi accademici, al ministero presente in sala e a chiunque, in quell’aula, si occupi per mestiere di conflitti di interessi.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile

Partiamo da dove siamo rimasti, cioè dal distributore sotto casa. Benzina a 1,88 euro al litro e in salita da nove giorni, perché il 3 luglio il governo ha lasciato scadere il taglio delle accise senza dire una parola. Tempismo perfetto: proprio mentre il Brent sfondava gli 85 dollari, più 10 per cento in una settimana, sull’ennesima fiammata dello Stretto di Hormuz. Da quel braccio di mare, prima della guerra, passava un quinto del petrolio mondiale. Oggi il traffico si è quasi fermato: sei transiti in 12 ore, contro i 18-22 al giorno di inizio mese. E Teheran punta i piedi: lo stretto resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni degli Usa.

L’ultima trovata di Trump e l’imbarazzo di Rubio

Ed è qui che lunedì Donald Trump ha piazzato la sua ultima trovata con tradizionale retromarcia. Su Truth Social si è autoproclamato, maiuscole sue, «GUARDIANO DELLO STRETTO DI HORMUZ», annunciando il ritorno del blocco navale contro l’Iran. E siccome ogni guardiano che si rispetti presenta la parcella, eccola: il 20 per cento del valore di ogni carico in transito, «per una questione di EQUITÀ». Venti giorni fa il suo segretario di Stato, Marco Rubio, spiegava che «a nessun Paese è permesso far pagare pedaggi o commissioni su una rotta internazionale, lo dice il diritto internazionale». Lo diceva contro Teheran. Il suo presidente ha tentato di fare esattamente ciò che Rubio bollava come illegale, e Lula, da San Paolo, gli ha ricordato il nome tecnico dell’operazione: «Questo una volta si chiamava pirateria».

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Marco Rubio (Imagoeconomica).

Un precedente rischioso

A Teheran, ovviamente, hanno brindato. Il ministro degli Esteri Araghchi ha risposto su X con un sarcasmo che vale un trattato: «Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque fornisca un passaggio sicuro alle navi dev’essere compensato. L’Iran è sempre stato il guardiano dello stretto e lo resterà per sempre. Il 20 per cento è ovviamente troppo: noi saremo corretti». Tradotto: Washington ha appena legittimato la tesi iraniana del pedaggio.

L’Organizzazione marittima internazionale ha ribadito che «non esiste alcuna base legale per pedaggi obbligatori in uno stretto internazionale», ma il precedente rischiava di essere fissato e valere per chiunque controlli un collo di bottiglia: la Russia nell’Artico, la Cina intorno a Taiwan, la Turchia sul Bosforo.

Colpo di TACO: niente pedaggio ma accordi con il Golfo

La retromarcia, puntuale, è arrivata 25 ore dopo, poco prima dell’entrata in vigore della tassa: niente più pedaggio, ha annunciato Trump, ma «accordi commerciali e di investimento» che i Paesi del Golfo faranno negli Stati Uniti. «Enormi», naturalmente. Quali, non è dato sapere. Anche perché Emirati, Arabia Saudita e Qatar avevano già promesso a Washington, prima della guerra, qualcosa come 3.600 miliardi di dollari di investimenti. Karen Young, della Columbia University, l’ha definita «più sceneggiata che strategia, un modo per salvare la faccia». Resta il concetto, che è identico: chi protegge incassa. Prima in contanti, ora in natura. E il blocco navale sui traffici iraniani, quello, parte lo stesso.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Donald Trump e Mohammed bin Zayed (Ansa).

I conti dell’armatore

Ma lasciamo per un attumo la geopolitica per fare i conti come li fa chi una nave la deve far passare davvero. Chi spedisce merce via mare assicura il carico al 110 per cento del valore, per coprire anche le perdite conseguenti. Prima della guerra il premio war-risk per Hormuz era una frazione di punto percentuale; oggi viaggia tra il 2 e il 6 per cento del valore della nave, con il 5 che sta diventando la nuova normalità. Già così è uno shock. Il pedaggio di Trump, però, giocava in un altro campionato: il 20 per cento del valore del carico supera il margine commerciale di quasi qualunque merce. Non è un costo che si assicura o si spalma sul nolo: è la chiusura commerciale della rotta travestita da tariffa. Ecco perché è morto in 25 ore: non c’era armatore al mondo disposto a pagarlo. E in cambio di quale protezione, poi? Il collaudo c’è già stato ed è finito malissimo. Lunedì due petroliere degli Emirati, la al-Bahiya e la Mombasa, hanno attraversato lo stretto scortate dalle navi da guerra americane. I missili dei Pasdaran le hanno colpite lo stesso, in acque omanite: un marittimo indiano morto, otto feriti, incendi a bordo. Un servizio di sicurezza che costa il 20 per cento e non ferma nemmeno un missile: neanche le organizzazioni a cui questo schema somiglia osano tanto. Le compagnie di navigazione, che non leggono i tweet ma le polizze, avevano già deciso: si sta alla larga.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Petroliera nello stretto di Hormuz (Ansa).

Il nodo energetico e le ricadute economiche

Dal mare alle nostre tasche il passo è breve. I noli container sono esplosi: più 75 per cento dalla Cina alla costa Est americana, più 51 verso il Nord Europa, più 45 verso il Mediterraneo. Per un Paese come l’Italia, che importa materie prime e riesporta manufatti, la logistica morde due volte, all’andata e al ritorno. E il gas non aiuta: il Ttf resta sopra i livelli di febbraio per il quarto mese consecutivo, il che significa bollette che non scendono proprio mentre i consumi delle famiglie si stanno già restringendo. Il capo economista della Bce, Philip Lane, ha già avvertito che i rincari energetici non si sono ancora scaricati del tutto su alimentari e servizi. Figuriamoci quelli nuovi. La Banca d’Italia lo ha scritto nero su bianco: se l’energia continua a salire, crescita zero nel 2026 e recessione nel 2027. Mentre il dibattito pubblico italiano si avvita sulla riforma della legge elettorale e sull’emergenza sicurezza, l’emergenza vera viaggia su una petroliera che non parte: bollette, carrello, cassa integrazione. Il verdetto arriva il 10 agosto, con il dato Istat sulla produzione di giugno. Sotto l’ombrellone, come da tradizione. Quando la chiameranno «crisi imprevedibile», ricordatevi che era stata scritta in questi giorni.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta

Alla fine della giornata, il conto di Leonardo Maria Del Vecchio è impietoso. Trasferimento delle sue quote nel veicolo personale: due voti su otto. Il suo uomo Marco Talarico, candidato a sorvegliare i conti della cassaforte: bocciato. La diffida per tenere il fratellastro Rocco Basilico fuori dall’assemblea: respinta dal board. Il dividendo che gli serviva per fare cassa: bloccato. Nessuna delle sue partite è passata, e i colpi sono arrivati da ogni lato del tavolo.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Rocco Basilico e Leonardo Maria Del Vecchio (foto Ansa).

Il muro dell’unanimità ha respinto il trasferimento delle quote

Ogni meccanismo dentro l’assemblea dei soci di Delfin ha finito per ritorcersi contro di lui. I fratelli che frenano la successione, Luca, Clemente e Paola, lo hanno fermato sui dividendi, con Clemente nel ruolo di ago della bilancia che avevamo segnalato come l’incognita vera. Il muro dell’unanimità, costruito dal padre proprio contro le ambizioni di un singolo erede, ha respinto il trasferimento delle quote. E qui c’è il dato che pesa più di tutti: la sua richiesta personale ha raccolto due voti, meno dei cinque di Clemente e dei quattro di Rocco. Anche tra i soci a lui più vicini, quasi nessuno lo ha seguito su quella mossa.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Marco Talarico e Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Anche il mercato ha emesso la sua sentenza: titolo giù

Il fronte della prudenza ha tenuto il punto sul nome di Talarico. E il board presieduto dal suo presunto alleato Francesco Milleri ha difeso l’ingresso di Rocco contro la sua volontà esplicita. Perfino il mercato ha emesso la sua sentenza. Il titolo EssilorLuxottica ha scavato il minimo di giornata a 160,60 euro nelle ore dell’assemblea e ha ripreso fiato fino a 164 quando si è capito che il disegno di Leonardo non sarebbe passato.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Quando l’azienda di cui tu sei chief strategy officer rimbalza nel momento in cui perdi la conta, il messaggio è nitido. La griglia poneva una domanda di fondo: Leonardo gioca la conquista o la sopravvivenza. La giornata ha risposto con una terza opzione, la più rischiosa di tutte. Niente cassa per sopravvivere, niente numeri per conquistare. Ha lasciato la sala agli avversari, ha mandato una lettera che accusa il board di inerzia, e ha spostato la guerra davanti a un giudice del Granducato.

Da minoranza sconfitta LMDV diventa minoranza di blocco

Qui sta il punto da non perdere di vista. Un uomo battuto su ogni fronte e con un’esposizione che, sommate le penali da un miliardo, può viaggiare verso i 2,3 miliardi, resta pericoloso proprio perché conserva un’arma. Il suo 12,5 per cento pesa sull’unanimità richiesta per lo statuto, per i manager, per le operazioni straordinarie. Lo stesso meccanismo che oggi lo ha bloccato domani lavora per lui: da minoranza sconfitta diventa minoranza di blocco.

La partita davanti al tribunale lussemburghese

E i cinque soci su otto che hanno portato la richiesta di trasferimento davanti al tribunale lussemburghese, lui compreso, hanno aperto il fronte dove le maggioranze non contano e i tempi si misurano in mesi. La sedia vuota e la causa raccontano allora una strategia precisa. Chi perde la conta in assemblea e conserva il potere di inceppare ha una via d’uscita: spostare il tavolo. Da qui in avanti la partita corre su due binari per tutta l’estate.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Romolo Bardin (foto Imagoeconomica).

Il board di Milleri e Romolo Bardin è chiamato a disegnare un buyback che a sua volta apre nodi statutari su prezzo e azioni proprie. E i ricorsi possono tenere in stallo la cassaforte mese dopo mese. Leonardo ha perso il controllo dell’agenda, e gli resta il potere di rallentarla. In una holding che produce utili e non li distribuisce, il tempo è una valuta. Il padre aveva blindato la fortezza contro le liti tra figli, immaginando che l’unanimità costringesse tutti a decidere insieme. Quella stessa regola oggi consegna all’erede più indebitato il potere di non far decidere nessuno. Lo schiaffo del 30 giugno ha chiuso un atto. La guerra di logoramento ne apre un altro.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?

L’assemblea di Delfin di martedì 30 giugno non è una formalità. L’ordine del giorno mette in fila bilancio, innalzamento dei dividendi, richieste di uscita dei soci, aumento degli emolumenti del board e l’introduzione di un collegio di commissari. Ognuna di queste voci è una leva, e ognuna ha una soglia statutaria che ne decide l’esito. Questa è la griglia per leggere il voto, con i numeri che contano e cosa significa ciascun risultato.

Il bilancio: la soglia di sopravvivenza del sistema

Il primo punto è anche il più sottovalutato. L’approvazione del bilancio è ordinaria amministrazione in tempi normali, ma in un clima di guerra diventa un termometro. Una bocciatura del bilancio e della ripartizione degli utili è lo scenario che apre la china più ripida, fino all’ipotesi estrema di messa in liquidazione della holding evocata nelle ultime settimane. Da osservare se passa liscio o se qualcuno lo trasforma in terreno di scontro. Un bilancio che inciampa segnala che la frattura è andata oltre il punto di non ritorno.

I dividendi: la leva di cassa di Leonardo

Qui si gioca la liquidità, e va letto con una premessa. L’8 maggio l’assemblea aveva già deliberato di alzare il payout fino all’80 per cento degli utili, contro il 10 per cento ordinario, e su quella delibera Rocco Basilico ha depositato ricorso in Lussemburgo. Il voto del 30 vale quindi come conferma ed esecuzione. La soglia è la maggioranza dei due terzi, sei soci su otto. Il punto da seguire: con riserve sopra i 5,7 miliardi e una capacità di cedola intorno al miliardo e mezzo, un payout massimo è lo strumento con cui Leonardo fa cassa senza banche per servire il proprio debito. Un dividendo confermato all’80 per cento segnala un erede che gioca la sopravvivenza. Un blocco sui due terzi riaprirebbe la tensione di cassa, e il fronte che storicamente ha frenato i dividendi è quello dei tre che hanno accettato con beneficio d’inventario, Luca, Clemente e Paola. Con Luca e Paola oggi interessati a monetizzare, l’incognita vera resta Clemente.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?

Il collegio dei commissari: il test di forza su Talarico

Questa è la partita sulla governance, ed è il punto dove Marco Talarico diventa cartina di tornasole. La proposta porta tre nomi, con Talarico in testa, mandato fino al 2030 e poteri di accesso all’intera contabilità. Il meccanismo da capire è quello degli osservatori previsto dallo statuto: l’assemblea può nominare fino a tre figure che siedono alle riunioni del board senza diritto di voto, e se un amministratore cessa la carica per qualsiasi motivo diverso dalla revoca, l’osservatore più alto in grado ne prende automaticamente il posto. Piazzare l’uomo di Leonardo dentro quel presidio significa pre-posizionarlo per cadere nel board nel momento in cui l’amministratore delegato di Delfin Romolo Bardin dovesse vacillare. Se la proposta passa, Leonardo e Francesco Milleri hanno segnato il punto più pesante contro l’attuale gestione. Se cade, il fronte della prudenza ha tenuto la soglia.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?

Le uscite e il buyback: la sconfitta ordinata, con tre trappole

Il buyback è l’esito che in queste ore prende quota, e va spiegato perché è una vittoria avvelenata per chiunque lo invochi. Lo statuto pone tre vincoli che ne cambiano la natura. Il riacquisto deve essere aperto a tutti i soci, e non solo a Luca e Paola, con conseguenze incontrollabili se altri decidono di uscire. Il prezzo di esercizio della prelazione, secondo le fonti vicine al dossier, andrebbe fissato intorno ai 6,5 miliardi a quota sul valore di Nav (Net asset value, il Valore patrimoniale netto), non i 5 pattuiti tra i fratelli. E il riacquisto di azioni proprie è ammesso solo nei limiti degli utili distribuibili, con le quote che finiscono in tesoreria senza voto né dividendo, oppure annullate con riduzione di capitale. In tutte le varianti la conseguenza è una sola: Leonardo non sale al 37,5 per cento e non diventa socio di riferimento. Da osservare se l’assemblea imbocca questa strada, perché è la sconfitta strategica di Leonardo in forma ordinata.

L’incognita: la legittimazione di Rocco

Il primo scontro è procedurale e si gioca prima ancora del merito. Dall’8 maggio è pendente in Lussemburgo, oltre a un giudizio italiano, il ricorso con cui Rocco contesta il trasferimento del 25 per cento alla newco Lmdv Fin: i suoi legali sostengono che, trattandosi di un soggetto terzo, servisse l’88 per cento, sette soci su otto, mentre la delibera passò con il 75 per cento, sei voti, contro lui e Claudio. La lettura di Delfin è opposta, perché Lmdv Fin sarebbe controllata da un socio già presente. Da seguire se Rocco viene ammesso al voto e con quali riserve, e se la sua proposta di vendere le partecipazioni con lo sconto del 25 per cento su EssilorLuxottica arriva al tavolo o viene respinta in via pregiudiziale. Un Rocco ammesso con riserva apre un fronte legale che durerà mesi e tiene ogni delibera sotto la spada di un’impugnazione.

Le crepe interne: Claudio e l’eventuale passo indietro di Milleri

Due figure dicono più di qualsiasi conta. Claudio Del Vecchio ha votato contro il trasferimento insieme a Rocco e alla vigilia del voto ha proposto un bonus straordinario per il lavoro del board, una mossa che fotografa la frattura. Se Claudio emerge come polo del fronte anti-Leonardo, gli equilibri cambiano più di qualsiasi dichiarazione. E poi c’è Milleri, il segnale che vale più di tutti. La sua alleanza con Leonardo è uno scambio: vota con lui perché gli serve il blocco di eredi allineato per il proprio legato. Si racconta che leggendo la lettera aperta di Leonardo su QN il presidente si sia molto rabbuiato, perché quel patto di fiducia non era mai stato messo in discussione. Qualunque passo indietro di Milleri, anche solo nei toni, è la spia che Leonardo è rimasto solo.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
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La pressione reale: titolo, banche, debito

Mentre in assemblea si vota, tre indicatori esterni misurano la pressione reale. Il titolo EssilorLuxottica ha perso oltre il 37 per cento da gennaio, intorno ai 166 euro: ogni ulteriore scivolone peggiora le garanzie sui prestiti personali di Leonardo e avvicina la chiamata a margine. Il pool bancario si è già assottigliato, con BNP Paribas sfilata e Lmdv a trattare con fondi come Apollo per costruire il prestito da 10-11 miliardi. E la coda di private debt al 14-16 per cento è la spia che la tensione di liquidità è già in corso: se quel filone si muove, lo stallo sta diventando spirale. Sono i segnali più silenziosi e i più affidabili.

La diagnosi: la prima mossa di Leonardo dopo il voto

Al netto delle dichiarazioni, la strategia vera si legge da cosa fa il giorno dopo. Se spinge sul dividendo massimo, punta alla sopravvivenza. Se rilancia sul buyout o torna a chiedere garanzie a Delfin, resta in modalità conquista e si scava la fossa. Se vira sulla vendita delle partecipazioni, ha accettato la logica di Rocco e cerca cassa a ogni costo. La guerra mediatica contro il board, va ricordato, è già cominciata il 19 giugno con la lettera aperta su QN, il giornale di cui è editore: il punto ora è se alza ancora il tiro o rientra.

Conquista o sopravvivenza: che partita sta giocando Leonardo?

La domanda che tiene insieme ogni segnale è una sola: Leonardo sta giocando la conquista o la sopravvivenza. Fino alla primavera erano la stessa cosa, perché comprare le quote dei fratelli significava anche rifinanziare il debito. Da oggi si separano. Un erede che “pivota” sulla liquidità, dividendo e riduzione dell’esposizione, ha capito la partita. Un erede che continua a spingere sul 37,5 per cento mentre il titolo scende e i creditori cari battono cassa sta correndo verso la margin call che Warren Buffett ha passato la vita a evitare. E sopra tutto resta il muro che il padre ha costruito: con l’unanimità richiesta per statuto, manager e operazioni straordinarie, ogni erede pesa per il suo 12,5 per cento. E nessuno vince da solo.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio

    Warren Buffett ha sempre tenuto la sua Berkshire Hathaway lontana dalla leva finanziaria usata per gonfiare i rendimenti, e la ragione che ripete da decenni è una sola: non voler mai essere costretto a soddisfare una margin call nel momento sbagliato. La vicenda che in queste ore tiene col fiato sospeso la finanza italiana, con l’assemblea di Delfin convocata per martedì 30 giugno in Lussemburgo, mostra cosa accade quando si imbocca la strada opposta. È prima di tutto una storia di leva, e di una margin call che incombe.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Warren Buffett (Imagoeconomica).

    Delfin è la cassaforte lussemburghese della famiglia Del Vecchio, e custodisce partecipazioni per oltre 40 miliardi: il 32 per cento di EssilorLuxottica e quote pesanti di Generali, Mps, UniCredit, Covivio. Chi controlla Delfin muove una fetta del capitalismo finanziario italiano. Per questo una faccenda nata come problema privato di uno degli otto eredi è diventata un caso di sistema.

    Il motore: 1,3 miliardi di debito personale

    Al centro c’è l’esposizione di Leonardo Maria, il quartogenito 31enne. Le ricostruzioni, confermate da fonti vicine al suo family office Lmdv, parlano di un indebitamento complessivo che supera quota 1,3 miliardi, maturato nei quattro anni dalla morte del padre: circa 350 milioni con Crédit Agricole, 650 milioni di prestito personale erogato da UniCredit alla persona fisica, 110 milioni di leasing per il mega-yacht da 72 metri e la collezione di auto, oltre 100 milioni di crediti di firma, più una coda di private debt molto caro.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

    Il dettaglio che ribalta la narrazione ufficiale sta nei numeri. L’acquisto delle quote dei fratelli Luca e Paola, valorizzate 10 miliardi per il 25 per cento complessivo, sarebbe servito a Leonardo per ottenere dalle banche un finanziamento ancora più ampio, intorno agli 11 miliardi, e rifinanziare così la sua posizione. La scalata alla holding e il salvataggio finanziario personale erano la stessa identica mossa.

    La clausola mancante e il rischio di maxi penale

    L’operazione si è arenata per due ragioni lineari. EssilorLuxottica ha perso oltre il 37 per cento da gennaio, scivolando verso i 166 euro: il valore delle quote da offrire in garanzia è crollato e i rapporti loan-to-value su cui le banche avevano costruito tutto sono saltati. In più i contratti con i fratelli sarebbero stati firmati senza la clausola che subordina l’acquisto all’effettiva concessione del finanziamento. La conseguenza è pesante. Se Leonardo non compra, rischia di dover versare una penale da 500 milioni a ciascuno dei due fratelli. Un altro miliardo. Il suo debito, in caso di scalata fallita, viaggia verso i 2,3 miliardi. Non può finanziare l’operazione, e tirarsi indietro gli costa quanto un piccolo Stato.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Romolo Bardin (foto Imagoeconomica).

    La detonazione sulla governance

    Quando le banche hanno chiesto garanzie più solide, la richiesta ha smesso di essere personale e ha bussato alla porta di Delfin. Lì la crisi è diventata societaria. Nel consiglio del 24 giugno il board si è spaccato: a favore della linea che apriva la cassaforte si sono schierati il presidente Francesco Milleri e il notaio di famiglia Mario Notari, contrari l’amministratore delegato Romolo Bardin con i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. La maggioranza del board ha bocciato l’ipotesi di impegnare risorse comuni a copertura di un’operazione fatta nell’interesse di un singolo socio, per giunta a valori non più coerenti con il mercato.

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    Mario Notari (foto Imagoeconomica).

    Leonardo Del Vecchio padre voleva evitare risse tra figli

    A complicare tutto c’è lo statuto, disegnato da Leonardo Del Vecchio padre proprio per evitare le risse tra figli. Per modificarlo serve l’88 per cento del capitale; per nominare o revocare i manager serve l’unanimità degli otto soci. Ogni erede, con il suo 12,5 per cento, è di fatto una minoranza di blocco. Nessuno vince da solo, e chiunque può inceppare la macchina.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Leonardo Del Vecchio, morto nel 2022.

    Gli interessi veri dietro gli schieramenti

    Milleri sostiene Leonardo perché ha un legato personale da incassare, un pacchetto di azioni Essilux da oltre 350 milioni più le relative imposte, che dipende dalla distribuzione dei dividendi e da passaggi statutari a maggioranza qualificata. Per portarlo a casa gli serve il blocco di eredi allineato, e il motore di quel blocco oggi è Leonardo. Il suo appoggio regge finché gli garantisce i numeri per il legato.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Francesco Milleri (Imagoeconomica).

    Bardin gioca un’altra partita. Tiene la linea della prudenza, che è solida sul piano societario, e soprattutto controlla l’orologio. Ogni giornata che Essilux passa in calo peggiora la posizione del debitore Leonardo. Per chi vuole logorare, la pazienza è un’arma. Anche la maggioranza dei cinque eredi firmatari è meno granitica di quanto sembri. È una coalizione di liquidità, tenuta insieme da chi vuole uscire e monetizzare. Luca e Paola appoggiano Leonardo finché lui resta il loro canale per incassare. Appena una strada alternativa offre gli stessi soldi senza passare da lui e dalle sue banche, quel sostegno evapora.

    I quattro scenari sul tavolo

    1 – Il buyback: Delfin ricompra direttamente le quote di Luca e Paola, attingendo a riserve e debito, e liquida chi vuole uscire. È l’esito più ordinato, e in queste ore prende quota. Per Leonardo è una sconfitta strategica: resta al 12,5 per cento, col debito personale intatto e senza il maxi-finanziamento che inseguiva.

    2 – Lo stallo: nessuna maggioranza, esecuzione del testamento congelata, Essilux che continua a scendere. È lo scenario più insidioso, perché avvicina la chiamata a margine sui prestiti di Leonardo e accende per primo il debito più caro, quello con clausole onerose in caso di default.

    3 – La vendita delle partecipazioni: è la strada che Rocco Basilico, il fratellastro in guerra con Leonardo, ha messo nero su bianco in una lettera al board e ai soci alla vigilia dell’assemblea. La avanza in due varianti. Nella prima Delfin vende le partecipazioni finanziarie (Mps, Generali, UniCredit), incassa e con quel denaro ricompra le quote di chi vuole uscire, lasciando ai soci che restano una holding concentrata solo sull’occhialeria. Nella seconda, definita intermedia, Delfin non vende nulla e distribuisce direttamente ai soci le partecipazioni finanziarie, così che ciascuno se le venda per conto proprio, preservando intatta la quota in EssilorLuxottica.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico.

    Il vero detonatore è il criterio di prezzo. Basilico propone di valutare le partecipazioni finanziarie al 100 per cento del valore di mercato, perché facilmente liquidabili, e di applicare invece a EssilorLuxottica uno sconto del 25 per cento sulla quotazione di Borsa, motivandolo con il fatto che il titolo dentro una holding non è liquido come sul mercato.

    4 – La rottura di governance: Milleri o Bardin sbattono la porta. Siccome nominare un nuovo amministratore richiede l’unanimità, una sola dimissione paralizza la holding. È l’arma di pressione reciproca, e per questo nessuno la impugna davvero finché può evitarlo.

    Il notaio Notari è in lite ma è un consigliere che vota

    Sul tavolo pesano poi alcuni nodi che meritano attenzione. Mario Notari, custode del testamento e membro del board, è in contenzioso civile con la stessa famiglia per una parcella giudicata troppo alta, tanto che la pratica di successione è passata a un altro notaio milanese. Oggi quel consigliere vota su operazioni che riguardano gli azionisti con cui è in lite.

    I ruoli che fanno discutere: Talarico e Paolo Basilico

    Marco Talarico, braccio destro di Leonardo appena uscito dalla guida del family office, è stato proposto come commissario ai conti della cassaforte che appartiene a tutti e otto gli eredi, con un mandato fino al 2030 e poteri di accesso all’intera contabilità. Un uomo legato a un singolo socio messo a sorvegliare i numeri di tutti. E qui la genealogia pesa: Talarico arriva da Kairos, la società fondata da Paolo Basilico, padre di quel Rocco che a Leonardo sta facendo la guerra. Il fedelissimo di un erede, con una storia professionale radicata nel mondo del padre del suo rivale, candidato a controllare i conti della holding di famiglia.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Marco Talarico e Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

    E la coda di private debt più costosa, fino al 14-16 per cento con clausole pesanti in caso di default secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, condurrebbe Lmdv verso una società di advisory, la Duepuntozero Npl, le cui ramificazioni, stando alle ricostruzioni finanziarie, sfiorano il mondo degli ex gestori di Kairos e gli investimenti di Paolo Basilico, padre proprio di Rocco.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Paolo Basilico (foto Imagoeconomica).

    Il genio di Agordo aveva costruito una fortezza pensata per durare oltre di lui, blindata contro le liti tra figli. Quella stessa fortezza oggi rischia di diventare una gabbia per l’erede più ambizioso, prigioniero della sua stessa leva. L’assemblea del 30 giugno non chiuderà la partita. La accompagnerà per tutta l’estate.

    Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine

    Giorgia Meloni ha davvero «implorato» Donald Trump per una foto? Il punto è più serio: la premier ha costruito per anni una parte rilevante della sua politica estera sulla rappresentazione di sé. E quando il coprotagonista di quella rappresentazione esce dal copione e la racconta come comparsa in cerca di uno scatto (altro che alleata privilegiata), l’intero castello scenico viene giù insieme. Meloni ha preso una questione che riguarda lei – cioè il rapporto personale con Trump, il suo modo di costruire immagine – e l’ha trasformata istantaneamente in questione nazionale, come se una battuta su Giorgia fosse un’aggressione alla Repubblica. È stata lei a personalizzare la politica estera. Ora abbiamo assistito alla demolizione pubblica di un brand. Con tanto di storpiatura del nome nella contro-risposta di Trump («Gigiorgia», poi corretto) che rischia di rimanerle appiccicato addosso come accadde nel 2019 a «Giuseppi» Conte.

    Che beffa: solidarietà dei leader da cui voleva distinguersi

    Per anni ci hanno propinato la narrazione della leader ascoltata a Washington, migliore interlocutrice del conservatorismo americano, ponte tra Europa e Casa Bianca. Poi è arrivato il diretto interessato e, con la delicatezza di un bulldozer in un salotto, ha ridotto tutto a una scena da fan in cerca di selfie. È bastato che il padrone di casa ritirasse la propria faccia dal set cinematografico perché alla premier non restasse nulla in mano. Con tanto di beffa: a darle solidarietà sono stati Pedro Sánchez ed Emmanuel Macron, cioè i leader da cui voleva distinguersi facendo “il ponte”. Invece adesso è più sola di prima.

    Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
    Giorgia Meloni con i leader del G7 (foto Imagoeconomica).

    L’immagine estera di Meloni tra meme, siparietti e rapporti personali

    Meloni partecipa ai vertici anche nelle vesti di Giorgia la madre, la combattente, la cristiana, l’amica di Trump, quella che ha appena smesso di fumare e lo racconta ai colleghi. E porta l’immagine di “Melodi”: il selfie con Narendra Modi alla COP28, virale con 16 milioni di visualizzazioni; le caramelle Melody che il premier indiano le ha regalato a maggio; e ora, intercettata a Evian, la battuta «siamo la coppia più famosa».

    Al G7 Meloni ha cercato di recitare la sua narrazione. Cornice familiare, sigaretta smessa, rapporto speciale con Trump, siparietto con Modi: stessa grammatica. La politica come autobiografia permanente, la diplomazia come contenuto. Ma il bilancio è desolante: quali risultati concreti ha portato a casa nei grandi vertici, quali dossier ha chiuso?

    Legittimazione internazionale costruita su un partner inaffidabile

    La reazione della maggioranza di centrodestra è stata più comica del fatto in sé. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha spiegato che Trump «soffre la leadership» di Meloni: come commentare Mike Tyson che prende a schiaffi un avventore al bar sostenendo che ne teme la superiorità pugilistica. Ignazio La Russa ha giurato che si mangerebbe «un pollo vivo» piuttosto che credere a una Meloni supplicante. Una gara a chi difende meglio la persona, senza porsi la domanda vera: perché avete costruito la legittimazione internazionale della premier su un uomo che oggi vi tratta così?

    Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
    Giorgia Meloni con Donald Trump alla Casa Bianca (foto Imagoeconomica).

    Quale interesse nazionale ha tutelato questa diplomazia dell’immagine?

    C’è da dire che sbaglia bersaglio anche chi, all’opposizione, riduce tutto alla solidarietà personale: è la stessa trappola, cioè personalizzare. Non si tratta di difendere Giorgia come donna ferita dal maschio forte di turno, ma di chiedere che cosa fosse andata a fare a quel G7, e perché la relazione più esibita della sua politica estera si sia rovesciata in umiliazione. Quale interesse nazionale ha tutelato questa diplomazia dell’immagine?

    I tavoli internazionali sono brutali e si rischia la svalutazione

    Lo statista dovrebbe usare l’immagine per rafforzare una strategia, a differenza dell’influencer che usa la strategia per alimentare l’immagine. Qualcuno ha confuso troppo a lungo il frame con la realtà. La politica internazionale è un tavolo brutale, popolato da chi difende interessi, denaro, eserciti. Se ti presenti con un brand al posto di una linea, prima o poi qualcuno ti tratta da brand: e Trump, che di marchi se ne intende, l’ha fatto nel modo più crudele, svalutandola in diretta.

    Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
    I leader al tavolo del G7 (foto Imagoeconomica).

    Trump si è sfilato dal racconto: sotto non resta niente

    The Donald ha tolto la scenografia. Il partner è uscito dal tuo racconto, e se quel racconto era la tua unica politica estera, allora ti resta in mano solo il telefono. Dopo anni di vertici, guerre, dazi, Mediterraneo, Ucraina e Medio Oriente, il dramma è che la fotografia più nitida della politica estera di Giorgia Meloni sia ancora, letteralmente, una foto. Che, per giunta, l’altro protagonista dice di aver concesso per pietà.

    Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’

    C’era una volta un emirato dalla pelle spessa e dalla carne amara. Lo ripetevano con quel sorriso da brochure di lusso, mentre i droni iraniani solcavano il Golfo: noi no, noi siamo duri, mordeteci pure, vi resta l’amaro in bocca. Bel claim. Funzionava benissimo, finché qualcuno non si è messo a contare i missili. Perché i conti, alla fine, non tornavano.

    I dubbi circa lo stop degli attacchi iraniani sugli Emirati

    Nell’ultimo mese l’Iran ha rovesciato missili e droni su Kuwait e Bahrain con la metodicità di chi timbra il cartellino. E sugli Emirati? Silenzio. L’ultimo colpo diretto è del 4 maggio, il porto di Fujairah, e da allora nulla. Strano, per il bersaglio che a inizio guerra era stato preso a sassate più di chiunque altro. Strano che la furia di Teheran, così democratica nel distribuire spavento ai vicini, avesse improvvisamente sviluppato un occhio di riguardo proprio per i feroci leoni del deserto. Il mistero è durato esattamente fino al 12 giugno, quando Reuters ha messo nero su bianco la spiegazione più antica del mondo. Gli Emirati avrebbero accettato di sbloccare miliardi di dollari per l’Iran. Quattro le fonti citate. Una «tactical shift», la chiamano i diplomatici con quel pudore lessicale che serve a non dire la parola giusta. La parola giusta sarebbe pizzo. Dieci miliardi secondo due fonti, oltre tre già consegnati; 20 secondo altre due, in cambio dello stop agli attacchi contro Abu Dhabi. La pelle spessa, scopriamo, regge benissimo ai droni. Molto meno al bonifico.

    Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
    Il porto di Fujairah (Ansa).

    L’ipotesi dello sblocco dei fondi congelati e la smentita di Abu Dhabi

    Reuters dice di non essere riuscita a stabilire da dove vengano questi soldi: se siano emiratini, se arrivino da conti iraniani congelati da tempo dentro il sistema bancario degli Emirati, o se piovano da altrove. Prendiamo l’ipotesi numero due, la più maliziosa e la più probabile. Significa che Mohammed bin Zayed Al Nahyan, il grande stratega del Golfo, l’uomo che gioca a scacchi mentre gli altri giocano a dama, si sarebbe comprato l’immunità restituendo a Teheran soldi che erano già di Teheran. Tenuti in cassaforte, e ora ridati al mittente con tanto di inchino. Non un riscatto: una restituzione mascherata da generosità. Chapeau, davvero. Naturalmente è arrivata la smentita. Sabato mattina, categorica, indignata. Nessun fondo iraniano rilasciato, nessun trasferimento, falso tutto. A completare il quadretto, un funzionario emiratino ha offerto la versione poetica: la nostra politica estera è guidata dalla de-escalation, dalla riduzione delle tensioni, dalla pace duratura. Tradotto dal diplomatichese: paghiamo. Ma paghiamo bene, con musica di sottofondo e una citazione sulla stabilità regionale. Perché un conto è cedere al ricatto, un altro è cedere al ricatto facendo finta di essere Gandhi.

    Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
    Mohammed bin Zayed (Imagoeconomica).

    Così è finita la favola dell’emirato indomito

    Il punto non è la viltà o presunta tale. Perché comprarsi la pace sarebbe perfino saggio quando l’alternativa è vedersi spegnere le raffinerie. Se fosse confermata la notizia, il punto semmai è la sceneggiata che l’ha preceduta. Mesi a vendere la favola dell’emirato indomito, del partner affidabile, dello scoglio su cui si infrange l’onda persiana, mentre nello stesso identico arco di tempo si apriva un canale dorato per convincere quell’onda a infrangersi cortesemente altrove. Su Kuwait e Bahrain, per esempio, che non avevano evidentemente la liquidità giusta per negoziare la propria tranquillità. Due Stati che pagano il conto di chi se l’è cavato pagando. Ed è questa la firma del personaggio, se è davvero come sembra. Lo stratega che ammirano in mezzo mondo, l’uomo dei dossier e delle visioni a 30 anni, alla resa dei conti fa una sola mossa: tira fuori il libretto degli assegni. Avrebbe tradito i vicini lasciandoli sotto tiro per affidarsi all’unico linguaggio che ha mai parlato davvero, quello del denaro. Possibilmente non suo. È una lungimiranza tutta particolare: quella di chi vede lontano solo fin dove arriva il bonifico.

    La mossa di MBZ potrebbe aver oliato la diplomazia trumpiana

    Il contesto, perché nessuno pensi a una bizzarria isolata, è la fase finale del memorandum tra Washington e Teheran. La firma è prevista per il 19 giugno a Ginevra, sul tavolo ci sono l’estensione della tregua e la riapertura di Hormuz. Dentro questa cornice, la mossa emiratina, vera o ancora in negoziato, è il lubrificante finanziario che avrebbe permesso alla diplomazia di Trump di incontrare le pretese di sicurezza iraniane senza che i due ego in gioco abbiano dovuto cedere nulla in pubblico. Qualcuno doveva mettere i soldi sul tavolo perché la pace fosse “merito” di tutti. Indovinate chi si è offerto, con quale entusiasmo, e con quali soldi.

    Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
    Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

    Resta una cautela. Le fonti potrebbero aver fotografato una trattativa e non un fatto compiuto; la smentita, per quanto goffa, andrà battuta su una conferma indipendente della prima tranche prima di chiudere il cerchio. Ma il movente c’è, l’occasione c’è, e soprattutto c’è quel buco di un mese nel calendario degli attacchi che nessun comunicato sulla pelle spessa riuscirà mai a riempire. Per ora accontentiamoci della lezione, che è vecchia quanto il Golfo. Il coraggio si grida, la paura si tace, e la differenza tra i due la versa una banca. Gli Emirati l’hanno capito prima di tutti, come sempre. Solo che stavolta, forse, l’hanno pagata con i contanti di chi li stava bombardando. Pelle spessa, sì. Ma il portafoglio, quello, l’hanno aperto subito.

    L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi

    Gli allenatori scarsi hanno un trucco. Partita complicata? Palla lunga in tribuna. Non segni, ma intanto passa il tempo e nessuno ti chiede come stavi giocando. La politica energetica italiana fa così da vent’anni. Oggi la palla si chiama nucleare. Tutti pazzi per l’atomo. In televisione, sui social, nei convegni. Solo che la cura si materializzerà, forse, nel 2035. E la bolletta – la più cara d’Europa – arriva invece alla fine di ogni mese.

    I soldi buttati col Superbonus

    Il Superbonus ci è costato 172 miliardi. Più o meno come tutto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un terzo delle pratiche è risultato irregolare. E nel 2026 pesa sul debito per 40 miliardi tondi. La premier Giorgia Meloni si lamenta, e ha ragione: il buco l’ha ereditato. Però quel bonus fu votato, in varie fasi, da quasi tutto il parlamento. E anche Fratelli d’Italia, quando non era al governo, spinse per estendere scadenze e platea dei beneficiari. L’unico che lo bocciò sul serio fu l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi: «Ha triplicato i prezzi», disse, perché quando paga lo Stato nessuno tratta più. Profeta inascoltato. È andato avanti uguale.

    L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
    Facciate rifatte con i soldi del Superbonus (foto Ansa).

    E le rinnovabili? Nel cassetto

    Mentre piange sui 40 miliardi, lo Stato non ha investito quasi nulla per il sole e il vento. La Corte dei conti l’ha scritto: dei fondi verdi del Pnrr, tolti i bonus, ne abbiamo spesi il 14,7 per cento. Sul resto si dorme. Le comunità energetiche? Fondi tagliati del 64 per cento. Le regole nuove? Servono a dire no: il decreto sulle “aree idonee” permette alle Regioni di bocciare quasi ovunque.

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    Inaugurazione del primo sistema solare galleggiante realizzato da Enel, nel 2025 a Venaus, Torino (foto Ansa).

    E i famosi «14 miliardi per l’energia» sbandierati a giugno 2026? Spoiler: non sono soldi. Sono il permesso di fare più debito senza che l’Europa ci rimproveri. Tradotto: ci hanno dato il via libera a spendere, e noi festeggiamo in conferenza stampa come se avessimo vinto alla lotteria. Spendere bene, però, è un’altra cosa. E quella, per ora, non si vede.

    La grande idea del governo: il voucher benzina

    Qual è stata, infatti, la grande idea del governo contro il caro-energia? Il voucher benzina. Cioè 100 euro per fare il pieno. Mentre il resto d’Europa investe per dipendere meno dai fossili, noi pensavamo di regalare soldi per comprarne di più. È come curare la sbornia con un altro giro di shot. Per fortuna è saltato: l’ha bloccato la Lega. A volte ci salva l’incapacità di mettersi d’accordo.

    L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
    Il voucher benzina era un’idea del governo, poi affossata (foto Ansa).

    Le crociate contro le pale eoliche

    E appena spunta una pala eolica, parte la crociata. A Orvieto contro lo stesso parco si sono schierati Vittorio Sgarbi e Fiorello. Popolo curioso, il nostro: il paesaggio diventa sacro solo se a comparire è energia pulita. Le autostrade, i capannoni, i tralicci: quelli no, fanno parte del folklore. La Francia, che di bellezza s’intende, le pale le ha messe ovunque. Noi facciamo gli esteti e paghiamo il gas.

    L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
    Pale eoliche (foto Ansa).

    La cura miracolosa? I mini reattori

    Rieccola, la palla lunga. La cura miracolosa sembra essere diventata quella degli Smr (Small Modular Reactor), cioè i mini-reattori. Enel, Ansaldo e Leonardo hanno fondato Nuclitalia per studiarli. La startup Newcleo ha promesso reattori al piombo che «mangiano le scorie» ed è schizzata in Borsa a 2,4 miliardi. Senza – piccolo dettaglio – avere ancora un reattore acceso.

    L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
    Render in 3D di small modular nuclear reactors.

    Il guaio è uno: costano cifre da capogiro. L’unico progetto serio arrivato in Occidente, l’americano NuScale, l’hanno cancellato nel 2023 perché il conto era esploso: prezzo da 58 a 89 dollari a megawattora, costo da 5,3 a 9,3 miliardi. In soldoni: costa oltre 10 volte in più rispetto a un campo solare, e l’energia che sforna costa il doppio di quella del sole. E parliamo del migliore, prima che chiudesse baracca.

    La fusione «verso il 2050»: siamo a cavallo

    I tempi, poi, sono comici. I primi reattori italiani, nella migliore delle ipotesi, sono destinati ad arrivare nel 2035. La fusione «verso il 2050». Cioè: la soluzione per i nostri nipoti, la bolletta per noi. E la filiera? Non esiste. Dovremmo ricostruirla da zero, esattamente la situazione che fa lievitare i costi del primo esemplare. La stessa che ha affondato gli americani. Ma noi siamo ottimisti per natura…

    Persino la Finlandia ha fatto lievitare costi e tempi

    Un esempio europeo? La Finlandia. Che possiede l’ultimo reattore acceso nel continente, Olkiluoto 3. Cantiere aperto nel 2005, doveva costare 3 miliardi ed essere pronto nel 2009. È entrato in funzione nel 2023: cioè 14 anni dopo, a 11 miliardi. Quasi quattro volte il preventivo. E tra l’altro la Finlandia è il Paese più serio e organizzato che esista in materia. Loro. Figuriamoci noi, che il nucleare l’abbiamo spento nel 1987, grazie al referendum abrogativo sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, e da allora non avvitiamo un bullone.

    L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
    L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
    L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
    L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi

    Dove mettiamo le scorie?

    Poi ci sono le scorie. Non durano mille anni: ne durano decine di migliaia. Al mondo non c’è un solo deposito definitivo acceso con questo tipo di funzione. La più avanti è – di nuovo lei – la Finlandia, con Onkalo: e nemmeno quello è ancora in funzione. Da noi? Ci sono 51 aree definite «idonee», ma zero candidature. In tutto si tratta di 32 mila metri cubi già parcheggiati in giro per l’Italia, anche se la soluzione è rinviata a «non prima del 2050». Insomma, vogliamo fabbricare scorie nuove prima di sapere dove mettere le vecchie.

    La soluzione ce l’abbiamo già in mano

    Gli altri, intanto, corrono. La Spagna è al 56 per cento di rinnovabili, la Germania oltre il 60 per cento. Noi fermi al 41, con la corrente più cara. Scelte opposte sull’atomo – Berlino l’ha spento, Madrid lo spegne – ma una cosa in comune: hanno deciso e fatto. Gli spagnoli, da soli, mettono 10 gigawatt di rinnovabili l’anno e oggi hanno l’elettricità all’ingrosso tra le più economiche del continente. Noi annunciamo, rinviamo, e poi ci stupiamo della bolletta.

    Eppure la soluzione ce l’abbiamo già in mano. Il sole e il vento. Costano meno, si montano in mesi e non in decenni, e non lasciano in regalo nulla di radioattivo ai pronipoti. Gli accumuli e le reti intelligenti tengono insieme il sistema anche quando non c’è vento, e lo fanno adesso, non nel 2040. Manca una sola cosa: la voglia di farlo.

    Non è tifo, tra atomo sì o atomo no. Un giorno il nucleare potrà servire. Ma non può essere l’ennesima scusa per non fare oggi ciò che già conviene. Basta sparare la palla in tribuna. Una volta tanto giochiamola, questa benedetta partita.

    Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario

    C’è una lettera d’amore e c’è un assegno. Quando Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi una fusione «tra pari» – nessun premio, nessun contante, solo la promessa di un polo da 50 miliardi – Carlo Messina ha rovesciato il tavolo in 24 ore. Intesa ha lanciato un’Opas da 30,6 miliardi, con premio e un euro cash a titolo.

    «La loro è una lettera d’amore, la nostra è un’offerta vera», ha detto l’ad. Brutale, ma vero: una fusione tra pari non mette un euro nelle tasche dell’azionista oggi, un’Opas con premio sì.

    Lo schema ormai è noto: Intesa si tiene Mediobanca e il 13,2 per cento di Generali (di cui ha approvato in chiave difensiva anche l’acquisto del 3 per cento), gira a Unipol e Bper il retail di Siena, 635 sportelli che diventano il terzo polo italiano. Bene, ma non è finita. Perché lo spezzatino di Mps è solo il trailer: il film vero comincia dopo.

    Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
    Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio.

    Scenario uno: Intesa si prende Generali davvero

    Col 13 per cento non si governa nulla, e Messina lo sa: per questo ripete che la sua è «solo una partecipazione». Ma è il primo passo di una scommessa molto più grande. Oggi su Generali pesano due azionisti che valgono quanto e più di Mediobanca: Delfin, la holding dei Del Vecchio, al 10,15 per cento, e Caltagirone al 6,32 per cento. Anche se non comandano, insieme possiedono una partecipazione imprescindibile per chiunque puntasse a prendersi il Leone. Se Intesa, oltre che la quota in Mediobanca, rilevasse quelle di Delfin e Caltagirone, allora smetterebbe di essere un socio, diventando il padrone. A quel punto governerebbe Generali, e l’asse banca-assicurazione-risparmio gestito non sarebbe più uno slogan, ma un colosso mondiale vero, l’unico campione globale che l’Italia avrebbe la forza di esprimere. È costoso, servono altri miliardi sul tavolo.

    Ma è qui – non nello spezzatino di Siena – che si decide se Intesa gioca per il primato europeo o resta una grande banca nazionale. E Delfin e Caltagirone? Monetizzano una posizione che, una volta arrivata Intesa, in termini di potere conterebbe di meno. Vendono in alto, incassano, e liberano capitale per le loro partite. Tutti, in questa mossa, troverebbero un tornaconto. È il classico nodo che si scioglie quando arriva qualcuno con i contanti e la visione.

    E cosa sblocca, davvero, governare Generali? Un gruppo che mette insieme una grande banca commerciale, il primo assicuratore italiano con presenze pesanti in Francia, Germania e Mitteleuropa, e una macchina del risparmio gestito da centinaia di miliardi. Non un campione «anche all’estero», ma un campione che all’estero ci vive già, con i piedi dentro tre o quattro mercati continentali. È l’unico schema con cui l’Italia può sedersi al tavolo dei grandi senza chiedere permesso. Tutto il resto – gli sportelli, i premi, le filiali contese – è tattica. Questa è strategia. E si gioca su un orizzonte di anni, non di mesi: prima Mps-Mediobanca, poi la lenta scalata al capitale di Trieste, un mattone alla volta, finché il 13 per cento di oggi non diventa la maggioranza relativa che comanda.

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    Carlo Messina, ceo Intesa Sanpaolo (Imagoeconomica).

    Scenario due: il terzo polo deve correre, e i francesi fanno la posta

    Dall’altra parte del tavolo, il polo Bper-Mps nasce con 2.600 sportelli e 170 miliardi di impieghi. Numeri da terzo gruppo italiano, ma con un mandato chiaro dagli azionisti di Unipol: non un trofeo che brucia cassa e taglia dividendi, bensì massa, solidità, crescita rapida. Il retail di Siena è solo il carburante. Il regista che tutti indicano, tra smentite e mezze ammissioni, è Alberto Nagel, l’uomo con il peso per far crescere ancora la creatura.

    E qui entra Banco Bpm, il quarto incomodo. Castagna ha mosso d’anticipo e si è ritrovato scavalcato. La sua proposta senza contanti non regge un assegno con premio. Se Siena sceglie Intesa, a Bpm resterebbe solo il rilancio: con quali soldi, però?

    Da sola non ha la potenza di fuoco. L’unico portafogli capace è quello di Crédit Agricole, già al 23 per cento e autorizzata a salire fino al 29,9. Ma attenzione: i francesi sono attentissimi al bilancio. Più che combattere una guerra cash, preferirebbero monetizzare, cedere il controllo di Bpm, prendersi un blocco pregiato di sportelli e diventare di fatto il quarto gruppo italiano senza dissanguarsi. E un terzo polo Bper-Mps in piena corsa sarebbe il compratore naturale di quel che resta. I francesi sarebbero interessati a vendere, Nagel a comprare. Ecco come, in un paio d’anni, la mappa si chiuderebbe su tre poli – Intesa, UniCredit, Bper-Mps – con la Francia che incasserebbe togliendosi così dal campo italiano alle sue condizioni.

    Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
    Alberto Nagel (Ansa).

    Scenario tre: Castagna o paga o diventa preda

    Diciamolo senza giri di parole. La sorte di Banco Bpm è segnata: non oggi, ma a breve.

    Castagna ha due sole strade: o si muove subito e tira fuori i soldi per comprare qualcuno – un’acquisizione che lo rimetta al centro come regista e non come oggetto. Oppure resta fermo, e diventa la preda che chiude il risiko: assorbito dal terzo polo o consegnato del tutto ai francesi.

    Ha ceduto leve strategiche ad Agricole per restare indipendente, e rischia di ritrovarsi senza preda e senza autonomia. Il tempo gioca contro di lui.

    Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
    Giuseppe Castagna, ceo Banco Bpm (Imagoeconomica).

    La cornice: o l’Europa o niente

    Ma alziamo un attimo lo sguardo dall’Italia. Mentre a Siena si combatte, UniCredit ha già superato il 34 per cento di Commerzbank: Orcel non gioca in casa, gioca in Europa. E ha capito prima di tutti dove sta il futuro.

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    Andrea Orcel, ceo di UniCredit (Imagoeconomica).

    C’è un dato che dovrebbe toglierci il sonno: nella classifica mondiale delle banche per capitalizzazione comandano americani e cinesi. JPMorgan da sola vale oltre 800 miliardi di dollari.

    Nessuna banca dell’Eurozona – nemmeno Santander, la più grande del continente – è ai vertici. Nessuna. È la sindrome della Serie A: un tempo il campionato più bello del mondo, oggi scivolato dietro tutti. Stessa parabola, se non si cambia passo. E il consolidamento, da solo, non basta. Il nemico è la frammentazione: 27 mercati, 27 diritti, 27 pozze di capitale.

    Se compro casa in Spagna non posso chiedere un mutuo in Finlandia, perché la banca non saprebbe come recuperare su un immobile spagnolo. La startup europea pesca in una pozza, quella americana nuota in un oceano. Così i nostri risparmi finanziano la crescita di Wall Street invece della nostra. Serve l’unione bancaria – ferma da anni sulla garanzia comune dei depositi che i tedeschi non vogliono – e quella dei capitali. E poiché armonizzare 27 codici è impresa secolare, la via realistica è un “ventottesimo regime”: una corsia europea opzionale che scavalchi i sistemi nazionali. Non si tratta di smontare i recinti, ma di costruirci sopra un’autostrada. Ecco perché la partita di Messina su Generali non è un dettaglio italiano. È il tentativo di costruire l’unico colosso mondiale che possiamo permetterci. Riesca o no, la domanda resta una sola: l’Europa avrà il coraggio di costruire il campo da gioco su cui i suoi campioni possano finalmente crescere? O continueremo a fonderci tra di noi – banche un po’ più grandi ma prigioniere di mercati troppo piccoli – finché qualcuno da fuori non verrà a comprarci tutti?

    Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff

    Ogni tanto, nel mezzo di un’intervista, qualcuno dice la verità per sbaglio. È successo al francese Damien Comolli, amministratore delegato della Juventus, mentre raccontava ai giornalisti la sua celebre arma segreta. «L’algoritmo è un metodo economico», ha detto. Cinque parole. È l’unica frase di tutta l’intervista in cui ha descritto con precisione chirurgica ciò che fa davvero. Solo che credeva di vantarsi. Perché un conto è l’algoritmo che ci ha venduto per un anno e mezzo, quello alla Moneyball, basato sulla scienza dei dati, per una Juve che finalmente smette di comprare a sentimento. Un altro conto è quello che esce, riga dopo riga, dalle sue stesse dichiarazioni: un filtro per spendere meno. Che non è la stessa cosa. Anzi, è l’esatto contrario.

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    Cos’è Moneyball: battere i ricchi comprando chi è sottovalutato

    Conviene ripassarlo, perché è semplice. Moneyball non era una formula magica chiusa in un computer. Era un’idea, e per giunta facile: il mercato del baseball prezzava male alcuni giocatori, e chi se ne accorgeva poteva comprarli a poco e vincere lo stesso. Billy Beane, con un budget da poveri, batteva i ricchi perché comprava ciò che tutti gli altri sottovalutavano.

    Metodo predittivo, controcorrente e che non lascia spazio all’intuizione

    Tre cose definivano quel metodo. Era predittivo: produceva un numero, una stima che potevi verificare. Era controcorrente: compravi proprio ciò che gli osservatori scartavano, perché lì stava l’affare. Ed era spietato con l’intuizione: nasceva per cacciare dalle decisioni il «carattere», il «fisico da campione», l’occhio dell’esperto. Tutta roba che costa cara e non si misura. Tenete a mente questi tre punti. Perché Comolli, nella stessa intervista, è riuscito nell’impresa di sbagliarli tutti e tre. Di fila.

    Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
    Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).

    «Nomi che anche lo scouting apprezza»: allora c’è un problema

    Primo. Si vanta che l’algoritmo ha prodotto «nomi che anche lo scouting apprezza». Fermatevi qui. Il senso di Moneyball era comprare ciò che gli scout non apprezzano: è lì che si nasconde il valore a buon mercato. Se invece il tuo algoritmo conferma quello che gli osservatori pensavano già, non stai trovando affari: stai facendo un sondaggio interno. Comolli ha inventato il software più costoso del mondo per scoprire di essere d’accordo con i suoi dipendenti.

    Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
    David in azione durante la partita persa dalla Juventus in casa contro il Como (foto Ansa).

    Ma come, le variabili impalpabili non dovevano essere tagliate?

    Secondo. Subito dopo, racconta che con l’allenatore Luciano Spalletti vogliono analizzare «la personalità dei giocatori», il «linguaggio del corpo», il «carattere», perché per giocare alla Juve «serve qualcosa di speciale». Bellissimo. Peccato che siano esattamente le variabili impalpabili che Moneyball era nato per buttare fuori dalla porta. Lui le fa rientrare dalla finestra, con la valigia in mano. Lo strumento scientifico dura il tempo di una frase, poi torna il vecchio totem del calcio italiano: il giocatore che «ce l’ha dentro».

    Risparmiare era solo l’effetto collaterale, non la mission

    Terzo, il capolavoro: «metodo economico». Moneyball non era spendere poco. Era spendere bene. Risparmiare era l’effetto collaterale di aver trovato il prezzo sbagliato, non lo scopo. Chiamarlo «metodo economico» tradisce cosa sia davvero nella sua testa: non un modello che misura il valore, ma una scrematura di listino entro un tetto di budget. Un filtro. Che è poi il punto: quando uno ti dice «uso un modello quantitativo» e poi sceglie a naso entro il limite di spesa, quello non è Beane. È un commercialista con l’abbonamento a una banca dati.

    Il fallimento dell’esperienza di Comolli al Liverpool

    C’è un particolare che rende tutto più gustoso. Comolli un Moneyball vero lo ha già provato sul serio. E lo abbiamo visto tutti. Liverpool, 2010-2012. Ragionamento da manuale: il centravanti Andy Carroll segna di testa sui cross, quindi compriamo i migliori crossatori del campionato. Logico, no? Carroll costò 35 milioni, record britannico dell’epoca. Poi arrivarono Jordan Henderson, Charlie Adam e Stewart Downing, un’altra cinquantina di milioni. Risultato: sette acquisti su nove furono delusioni, Downing chiuse la prima stagione con zero gol e zero assist in Premier League, il Liverpool finì ottavo e nell’aprile 2012 Comolli venne licenziato proprio per quella politica di mercato.

    Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
    Andy Carroll ai tempi del Liverpool (foto Ansa).

    Filtrare numeri grezzi senza capirli è superstizione con il foglio Excel

    Il modello aveva un difetto piccolo piccolo: la statistica sui cross non dice nulla sulla qualità di un giocatore in Premier League. Filtrare numeri grezzi senza capirli non è scienza, è superstizione con il foglio Excel. Lo dice la sua biografia: Comolli non ha portato a Torino il metodo che fece grande Oakland. Ha portato il Liverpool che lo fece esonerare. Con 13 anni di ritardo, ma la stessa identica idea.

    Gli errori di valutazione fatti di continuo, come sull’allenatore Tudor

    Vediamolo all’opera oggi, il dirigente dei dati. A giugno 2025 ha confermato l’allenatore Igor Tudor esaltandone intensità e resilienza, una dote che giudicava «impressionante». Lo ha esonerato il 27 ottobre. Dopo appena quattro mesi. La previsione più importante della stagione — chi deve guidare la squadra — gli è collassata in poco più di un trimestre. Se l’algoritmo serviva a evitare gli errori di valutazione, qui ha fatto il pieno.

    Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
    Igor Tudor, ex allenatore della Juventus (foto Ansa).

    L’algoritmo ha riportato indietro la Juventus

    I numeri, già che ci siamo. La Juventus che ereditò arrivava da un quarto posto e dalla partecipazione alla Champions. La Juventus che consegna è sesta e in Europa League. L’algoritmo ha preso una squadra nell’élite europea e l’ha riportata indietro: in discesa, ma con metodo. Per la cronaca, fuori dalla Champions per due punti dal Como, ma a 18 dall’Inter. Cioè vicinissima al quarto posto e lontanissima dal vincere lo scudetto, che era l’unica cosa promessa. L’ossessione per la vittoria, applicata con rigore, ha prodotto il sesto posto.

    Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
    Luciano Spalletti e Damien Comolli (foto Ansa).

    Un processo quantitativo serve a sapere perché hai sbagliato

    Poi c’è la perla finale. Sull’attaccante Loïs Openda — belga di scuola francese, preso e mai sbocciato in bianconero — Comolli ha ammesso candidamente di non sapere perché non abbia funzionato: «Abbiamo sbagliato noi o non era pronto per la Juve?». Ecco la domanda che uccide il personaggio. Un processo quantitativo serve esattamente a sapere perché hai sbagliato: scomponi, misuri, correggi. Comolli, invece, apre le braccia. E non è un caso isolato.

    Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
    Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).

    David, Zhegrova, Openda: il sistema usato parla (e male) solo francese

    C’è un filo che lega i suoi colpi di mercato, ed è curiosamente lo stesso del suo passaporto: Jonathan David, preso a parametro zero dal Lilla, solo 6 gol in campionato (tra l’altro distribuiti malissimo: quattro raggruppati in cinque partite, tra gennaio e febbraio); Edon Zhegrova, ancora dal Lilla, parcheggiato in panchina da Spalletti (zero gol e zero assist in tutte le competizioni, una rete enorme decisiva mangiata in Champions contro il Galatasaray e soprattutto il lunare giudizio finale di Comolli: «Siamo felici del suo contributo e anche l’allenatore è felice del suo contributo»); e lo stesso Openda (una sola rete in Serie A). Comolli è andato a fare la spesa nel campionato che conosce meglio e ha riportato a Torino una fila di occasioni mancate con l’accento giusto. L’algoritmo, evidentemente, parla solo francese.

    Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
    Damien Comolli con Kenan Yldiz e Edon Zhegrova (foto Ansa).

    La responsabilità più comoda del mondo

    Per chiudere, il bon ton istituzionale. «Mi prendo la piena responsabilità», ha detto. E due righe dopo: «Non ho mai pensato a una mia possibile uscita». È la responsabilità più indolore mai vista in un campo da calcio: tutta la colpa, zero conseguenze. Una responsabilità a sovranità limitata, garantita dal fatto che a deciderlo è lui stesso. Comolli ha aggiunto anche che il giudizio sul suo lavoro va dato «tra i tre e i cinque anni», cioè il periodo perfetto: abbastanza lungo da non rispondere oggi, abbastanza vago da non rispondere mai. Resta una sola cosa vera, in tutta l’intervista. Quella frase di cinque parole all’inizio. «L’algoritmo è un metodo economico». Sì. È un modo per spendere meno, travestito da scienza, che conferma gli scout invece di smentirli e rimette al centro il «carattere» che doveva eliminare. Non è il Moneyball di Beane. È money, e basta. La ball, a Torino, si è persa per strada.

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento

    Lo 0-2 incassato all’Allianz Stadium dalla Fiorentina — una squadra che non segnava da tre partite e mezzo, fuori dal rischio retrocessione giusto una settimana prima — non è una sconfitta: è una diagnosi. A una giornata dalla fine del campionato la Juventus è sesta in classifica, scavalcata in un colpo solo da Milan, Roma e Como; per centrare la qualificazione alla Champions League servirebbe all’ultima giornata una combinazione di risultati che oggi rasenta l’aritmetica del miracolo. E anche qualora la congiuntura astrale arrivasse, non cambierebbe la sostanza dei fatti: il quadro tecnico bianconero è in macerie, e una giornata storta non basta a spiegarlo. Pesano sei anni di gestione fallimentare. Tre i responsabili, in ordine ascendente: Damien Comolli, amministratore delegato; Gianluca Ferrero, presidente; e a monte di tutto John Elkann, l’azionista di riferimento che da quando ha ripreso il timone dal cugino Andrea Agnelli non ha imbroccato una scelta strategica.

    Il calcio non è baseball, il mercato di Comolli è stato il peggiore

    Comolli è arrivato a Torino in estate con un mantra: il metodo Moneyball applicato al pallone. Sostituire il top player costoso con due o tre giocatori più economici la cui somma di statistiche eguagli — sulla carta — il titolare ceduto. Si pesano gli expected goal, cioè i gol attesi, e poi la precisione dei passaggi sotto pressione, i chilometri ad alta intensità, la propensione agli infortuni. Il problema è che il calcio non è il baseball, e i database non hanno occhi. Nicola Balice su La Stampa lo ha scritto senza giri di parole: «La firma sul mercato peggiore degli ultimi 15 anni è tutta sua».

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
    Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).

    Gli sciagurati David, Openda e i giocatori svalutati

    Le due scommesse principali dell’algoritmo si chiamano Jonathan David e Loïs Openda. Il primo, prelevato a parametro zero dal Lilla con stipendio da top player, è passato dai 16 gol e 5 assist in 32 presenze nel campionato francese 2024-25 alla miseria di 6 gol e 2 assist in 34 presenze di Serie A. Il secondo è andato peggio: 2 gol in 32 partite tra campionato e coppe, sette minuti totali nelle ultime nove giornate, Mondiale con il Belgio saltato per mancata convocazione.

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
    Jonathan David in occasione del rigore sbagliato contro il Lecce in casa (foto Ansa).

    Stesso destino per i francesi Pierre Kalulu e Khéphren Thuram, protagonisti di prestazioni sicuramente migliori ma finiti fuori dal giro (super competitivo) della nazionale allenata dal ct Didier Deschamps, ex juventino.

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
    Kephren Thuram e Pierre Kalulu (foto Ansa).

    L’allenatore della Juve Luciano Spalletti, prima di farlo entrare in campo nella sfida di Champions contro il Benfica, ha mollato a Openda uno schiaffetto: «Ti devi svegliare». Non si è svegliato. Tra Comolli e il tecnico toscano, ha scritto Emanuele Gamba su la Repubblica, «i rapporti sono gelidi».

    Obblighi di riscatto, minusvalenze e rinnovi kamikaze

    Openda, oltre a non giocare, costerà. Il piazzamento aritmetico tra le prime 10 ha fatto scattare l’obbligo di riscatto a 40,5 milioni di euro, da spalmare in quattro anni di ammortamento per 10,15 milioni l’anno. Sommando lo stipendio lordo (7,4 milioni), il costo annuo dal 2026/27 sarà di 17,55 milioni. Per un giocatore fantasma che nessuno vuole: cedendolo, la minusvalenza è scolpita nel bilancio.

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
    Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).

    Anche il canadese David è ufficialmente svalutato dal mercato. E, oltre tutto questo, la dirigenza voleva blindare l’attaccante serbo Dušan Vlahović — un giocatore che ha passato metà stagione in infermeria — con un prolungamento di uno o due anni a 6-7 milioni netti, bonus inclusi. Anche se il sesto posto e il conseguente addio alla Champions potrebbero complicare il discorso. E non è detto che sia per forza un male.

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
    Dusan Vlahovic dopo il gol segnato ma poi annullato contro la Fiorentina (foto Ansa).

    Bernardo Silva non verrà, Yildiz andrà via?

    Per un club di prima fascia, il mancato accesso all'”Europa che conta” significherebbe rinunciare a una forbice di mancati ricavi compresa tra 40 e 80 milioni di euro. A cui si aggiunge il problema politico di trattenere e attrarre i big: come si convince il forte centrocampista portoghese Bernardo Silva, in uscita dal Manchester City, a giocare in Europa League? E come si trattiene la stella Kenan Yildiz, scivolato dalla lista degli incedibili a quella dei sacrificabili? Sempre Balice ha scritto una frase che dovrebbe far tremare i polsi a chi legge un bilancio: «Un altro aumento di capitale appare inevitabile». L’ennesimo.

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    Bernardo Silva (foto Ansa).

    Dal 2019 a oggi, un miliardo praticamente buttato via

    Sotto la gestione di John Elkann ed Exor, la Juventus ha effettuato quattro aumenti di capitale dal 2019 a oggi, per un totale complessivo di 997,8 milioni di euro: 300 milioni nel 2019 per coprire i costi dell’era Ronaldo, 400 milioni nel 2021 per fronteggiare il Covid, 200 milioni nel 2024 per il nuovo piano strategico, 97,8 milioni a novembre 2025 in un accelerated bookbuilding lampo cui ha partecipato anche Tether. Di quel miliardo, Exor ha iniettato direttamente oltre 600 milioni per coprire la propria quota di maggioranza. Un quinto aumento, secondo La Stampa, è già nei piani.

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
    Andamento titolo Juve vs FTSE MIB, Manchester United e SS Lazio. Base 100 al 28 novembre 2022. Prezzi rettificati per il raggruppamento 1:10 del 22 gennaio 2024. Fonti: Borsa italiana, NYSE, Xetra.

    Per certificare il disastro basta aprire il terminale di Borsa italiana. Il 28 novembre 2022, giorno delle dimissioni di Agnelli e dell’intero consiglio di amministrazione, il titolo Juve — rettificato per il raggruppamento azionario 1:10 di gennaio 2024 — chiudeva a 2,53 euro. Oggi vale 2 euro. Meno 21 per cento in tre anni e mezzo. Nello stesso periodo il FTSE MIB ha toccato i 50 mila punti il 14 maggio, massimo storico, segnando +100 per cento.

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
    Claudio Lotito, presidente della Lazio (Ansa).

    Il Manchester United alla NYSE ha guadagnato il 28 per cento. Persino la Lazio di Claudio Lotito, considerata da sempre il modello opposto alla grandeur bianconera, ha messo a referto un +67 per cento. L’unico peer europeo in territorio comparabilmente negativo è il Borussia Dortmund (-20 per cento), che però non ha chiesto ai suoi azionisti aumenti di capitale per circa 300 milioni nel periodo.

    Macelleria certificata dal mercato, non dai tifosi

    E il -21 per cento del titolo è la fotografia ottimistica. Gli azionisti, durante la gestione Elkann diretta, hanno sottoscritto due aumenti per complessivi 297,8 milioni di euro. Se alla capitalizzazione iniziale di circa 640 milioni si sommano questi soldi freschi, la capitalizzazione attesa sarebbe attorno al miliardo. Quella effettiva oggi è 843 milioni. Cento milioni semplicemente evaporati. Il gap rispetto al benchmark — cioè rispetto a cosa sarebbero diventati quei soldi in un fondo scambiato in Borsa su Piazza Affari — supera i 400 milioni. Dal massimo storico di 114,40 euro (split-adjusted) del 20 settembre 2018 — giorno della prima stagione di CR7 — il titolo ha perso il 98,25 per cento. Macelleria certificata dal mercato, non dai tifosi.

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
    John Elkann e Gianluca Ferrero. Dietro di loro, i fratelli Chiellini (foto Ansa).

    Confermare Spalletti con grande anticipo è stata una buona idea?

    Come si spiega che Spalletti abbia ottenuto un rinnovo fino al 2028 molto prima di aver ottenuto aritmeticamente l’accesso alla Champions, in un atto di fede dell’azionista poi clamorosamente smentito dal campo? La verità è che a monte di ogni scelta sportiva, da sei anni, c’è una sola persona: John Elkann. È lui che ha voluto Comolli, scelto personalmente. È lui che ha promosso il “governo tecnico” del 2023, con Ferrero, commercialista storico della famiglia, alla presidenza di facciata. La differenza con il cugino Andrea, al netto della bufera giudiziaria, è che Andrea portava titoli. Nove scudetti consecutivi. John ha trasformato un patrimonio sportivo di cent’anni in carne di porco contabile.

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
    Luciano Spalletti (foto Ansa).

    L’alternativa che c’era ma è stata rifiutata: Tether

    E qui la storia diventa esplicitamente politica. Elkann un’alternativa concreta ce l’ha già sul tavolo. Si chiama Tether, la società che emette USDT — la stablecoin più diffusa al mondo, 140 miliardi di capitalizzazione, 14 miliardi di profitti — controllata dagli italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino. Tether è il secondo socio Juve con l’11,5 per cento, ha un suo rappresentante nel cda (Francesco Garino, entrato nel novembre del 2025) e ha partecipato all’ultimo aumento di capitale.

    Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
    Paolo Ardoino.

    Il 12 dicembre 2025 Ardoino ha inviato a Exor un’offerta vincolante interamente in contanti: 1,1 miliardi per la quota di controllo del 65,4 per cento, più un miliardo aggiuntivo da reinvestire nel club. Elkann ha rifiutato in poche ore, con formula sentimentale: «La società fa parte della mia famiglia da 102 anni». A marzo 2026 Devasini risulta essere l’italiano più ricco, con un patrimonio di 89,3 miliardi. Tether non ha ritirato l’offerta. «Make Juventus Great Again», ha scritto Ardoino su X scimmiottando il Maga trumpiano. Si possono avere tutti i dubbi del caso su Tether — riserve USDT, sede a El Salvador, biografia di Devasini —, ma il dato è uno: c’è chi mette sul tavolo un miliardo cash e c’è chi continua a chiedere aumenti di capitale ai propri azionisti per ritrovarsi sesti a una giornata dalla fine, con la Champions appesa a un miracolo.

    Ha ancora senso il diritto di veto della Famiglia su qualsiasi cessione?

    La Juventus non si rinforza con qualche colpo estivo. La Juventus va rifondata. Allontanare Comolli e il direttore tecnico François-Joseph Modesto, ridimensionare l’esperimento algoritmico, ricostruire una governance fatta da uomini di calcio e non da commercialisti di famiglia. E soprattutto, una domanda che a Torino nessuno vuole porre apertamente: se Exor non è in grado di gestire questo asset, ha ancora senso il diritto di veto della Famiglia su qualsiasi cessione? Spalletti ha in programma un incontro con Elkann. Vorrebbe certezze, ha detto: «Devo portare robe diverse da queste qua». Manuel Locatelli, da capitano, ha detto di essere «distrutto». L’unica certezza, in casa Juventus, sono le perdite a bilancio — e un miliardo, ancora cash, ancora sul tavolo, che la Famiglia continua a non vedere.

    Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita

    A metà maggio la fotografia dell’ex Ilva è desolante: gara di vendita non chiusa, scadenza di aprile disattesa, due offerenti formali ancora in campo, un piano B governativo che si sgonfia già nella settimana in cui è stato annunciato. E un dossier che ha cambiato scrivania.

    Le offerte sul tavolo: pro e contro

    La proposta di Flacks group

    I due pretendenti in campo sono Flacks Group e Jindal Steel International. Il primo, family office di Miami fondato dal britannico Michael Flacks, ha depositato l’offerta l’11 dicembre 2025: 5 miliardi di investimenti, 8.500 posti garantiti, asset a un euro simbolico, Stato al 40 per cento del capitale. Il 30 dicembre 2025 il Mimit dà mandato di trattativa esclusiva. Sulla carta, le cifre piacciono al pubblico. Ma sotto le cifre, il curriculum siderurgico è semplicemente assente. La storia di Flacks Group del resto è fatta di real estate, retail, chimica, immobili. Sui metalli, al massimo, qualche partita di trading. Gestire un mostro come l’ex Ilva non si fa da un ufficio di Miami con un cv di vernici e palazzi. E i numeri lo dicono: a fine marzo i commissari chiedono coperture bancarie pluriennali, per Flacks sono condizioni «irricevibili» e chiede un vendor loan statale a fare da ponte. Tradotto: prima i soldi pubblici, poi vediamo.

    Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
    Michael Flaks.

    I numeri di Jindal Steel

    Jindal Steel International, attraverso il presidente Naveen Jindal – accompagnato a Roma, Taranto e Genova dal figlio Venkatesh – ha presentato un’offerta vincolante il 21 marzo scorso: forno elettrico da 2 milioni di tonnellate a Taranto, dismissione del ciclo integrato entro il 2030, capacità a regime 6 mln di tonnellate di acciaio prodotte, investimento fino a 1 miliardo nei propri impianti, 3.600 dipendenti. Sulla carta garantisce una presenza globale nella siderurgia e la dotazione tecnica. Sotto la carta: se i soldi li mette lo Stato, la presenza globale non vale nulla. Il governo italiano deve mantenere la proprietà degli impianti di Taranto sino alle bramme, restare proprietario delle centrali, accollarsi forza lavoro e oneri CO2. Jindal prende solo i laminatoi di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi, Paderno Dugnano, Legnaro e Marghera, e i porti. E acquisterà fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti del governo, per tre anni, a prezzi di mercato. Quei prezzi non coprono i costi di un’area a caldo che brucia 50-100 milioni al mese: lo Stato venderà bramme in perdita a Jindal finché lei non avrà le sue dall’OmanGame over per Taranto come ciclo integrato. Si aggiunga che lo stesso Naveen Jindal aveva provato a comprare Thyssenkrupp Steel Europe in Germania, ma le trattative sono state sospese il 2 maggio per costi pensionistici e investimenti. A Berlino la due-diligence è stata fatta sul serio.

    Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
    Sajjan Jindal con Aldolfo Urso (Imagoeconomica).

    Cosa si muove (e cosa no)

    Negli ultimi giorni è circolata la voce di una cordata di Flacks con Danieli Metinvest. Va letta con calma. Non c’è nulla di firmato: c’è un tavolo tecnico e ci sono colloqui. Danieli ha sempre detto di essere un fornitore di tecnologia, non un acquirente di brownfield; un eventuale ingresso in equity, secondo le ricostruzioni più precise, sarebbe limitato al 10 per cento (5 per cento Danieli e altrettamto Metinvest) e rinviato a una “seconda fase”. Dettaglio non secondario, a confermare il quadro è stato il presidente Danieli Alessandro Brussi: è il governo che ha messo Flacks in contatto con Metinvest e con Danieli. Tradotto: non è un’iniziativa industriale autonoma del fondo di Miami, è un puntellamento ministeriale a un offerente impallato sulle garanzie. Sull’altro lato del tavolo: Metinvest a Piombino è ancora in stallo. Domanda di VIA ripresentata ad aprile, dopo 36 quesiti inevasi sulla precedente; accordo di Programma non firmato, cantiere previsto entro fine 2026 ma in ritardo di un anno su un investimento da 3,2 miliardi. Chiedere a chi non ha ancora avviato Piombino di farsi carico dell’ex Ilva è un esercizio da retroscenisti. Sul fronte governativo, l’ipotesi Arvedi circolata la settimana scorsa è data per non più in piedi; l’ipotesi Qatar Steel resta sullo sfondo. Federmeccanica (Simone Bettini) ha rilanciato: Occorre «mantenere la produzione siderurgica e l’indipendenza degli approvvigionamenti». Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, chiede società mista Stato-privato e la nazionalizzazione: «Il pubblico investe attraverso Fincantieri e Leonardo, non vedo perché non possa investire in un settore strategico».

    Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
    L’ex Ilva di Taranto (Imagoeconomica).

    Il piano vecchio, archiviato da Urso

    Vale la pena tornare al vecchio piano Jindal datato ottobre 2024 e archiviato dal ministro Adolfo Urso. È intestato a Jindal Steel (International) con un indirizzo che ricorre su ognuna delle 25 pagine: «Two Tribeca, Trianon 72261, MAURITIUS». La più grande acciaieria d’Europa offerta da una società domiciliata in una giurisdizione che per l’Ue resta nella zona grigia della pianificazione fiscale aggressiva. Condizioni: investimento fino a 3,01 miliardi entro il 2030, di cui 1,67 miliardi di grant pubblici già richiesti, più 606 mln per gli EAF e 660 per il secondo DRI. Due miliardi su tre li mette lo Stato. E a pagina 12, in chiaro, c’è la richesta di un decreto che garantisca immunità penale, civile e amministrativa all’offerente e ai suoi dirigenti per le responsabilità pregresse. Un Salva-Ilva prima di entrare. EBITDA in rosso cinque anni di fila, pareggio al 2030 solo grazie alle sovvenzioni. Urso lo archiviò. La nuova versione chiede meno contributi ma ha la stessa filosofia: lo Stato tiene il problema, Jindal tiene la rendita.

    Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
    Adolfo Urso a Taranto (Imagoeconomica).

    Il fatto politico: il dossier è in mano a Palazzo Chigi

    Veniamo all’unico vero fatto politico di queste settimane, e va detto senza cuscinetti. Il 6 maggio Urso ha dichiarato in pubblico che «l’ultima parola spetta a Palazzo Chigi». Tradotto: questa pratica non la chiudo io. Le ricostruzioni nella maggioranza e nel Mimit sono concordi: il dossier ex Ilva sarebbe passato nelle mani di Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi. Avvocato di Bisceglie, classe 1965, formato tra Tesoro di Tremonti, Consob e ministero del Turismo, Caputi è un funzionario amministrativo, non un decisore industriale. Affidare a lui la regia di un dossier da oltre 20 mila lavoratori, otto miliardi di debito e tre regioni significa una cosa: la maggioranza ha deciso di non scegliere più.

    Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
    Gaetano Caputi (Imagoeconomica).

    Il piano industriale fantasma

    Il problema dell’Ilva non sono i compratori che mancano: è il piano industriale che lo Stato non ha mai voluto avere. Quando un piano c’era – il business plan Bain, 8 mln di tonnellate al 2030, 3,6 miliardi di investimenti, decarbonizzazione – è stato messo nel cassetto. Quando Invitalia poteva salire al 60 per cento di Acciaierie d’Italia versando 680 milioni, non li ha versati. Da allora il governo Meloni ha versato comunque: prestiti ponte (320+100 milioni nel 2024, altri 149 nel 2026), DL 3/2025 (circa 480 mln tra continuità e bonifiche), DL 92/2025 (200 milioni più la cassa integrazione), DL 180/2025, rimborsi dal conto bonifiche, garanzie SACE per altri 220 mln di rischio pubblico. Il tutto per un totale stimato in circa 2,3 miliardi di euro dal 2023 a oggi, più di tre volte i 680 milioni che sarebbero serviti per prendere il controllo. Oltre il triplo, per non comandare. E nel solo 2025 Acciaierie d’Italia ha perso 1,376 miliardi, oltre 100 milioni al mese che bruciano. Non si vende ciò che non si è prima governato. E ora, dopo il piano archiviato di Mauritius, dopo il puntellamento ministeriale al fondo di Miami, dopo il «piano B» qatarino che vacilla e l’Arvedi che non c’è mai stata, il fascicolo è uscito dalle mani del ministro che lo ha gestito per tre anni. È in un’altra stanza.

    Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump

    Lunedì 11 maggio, il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta che chiude un copione durato un mese: gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto attacchi militari segreti contro l’Iran. Tra i bersagli la raffineria di Lavan Island, centrata l’8 aprile. Il WSJ usa il plurale: «strikes». Non un colpo isolato, una campagna, e per di più condotta poche ore dopo il cessate il fuoco. Un po’ come il pugile che tira un cazzotto dopo il gong.

    Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
    Il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

    L’attacco segreto degli Emirati contro l’Iran

    La cronologia è importante. L’8 aprile, quando negli Emirati è mezzanotte, Donald Trump pubblica su Truth Social l’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan. È il gong. Poche ore dopo l’annuncio (alle 10 iraniane) i Mirage 2000-9 dell’Aeronautica emiratina colpiscono la raffineria di Lavan Island nel Golfo Persico. Un attacco «vile», commenta la National Iranian Oil Refining and Distribution Company. Un’ora dopo arriva la ritorsione di Teheran: 17 missili balistici e 35 droni piovono sugli Emirati, 28 droni sul Kuwait. Il WSJ rivela che gli americani erano a conoscenza dell’attacco emiratino. Dubai dal canto suo non conferma né smentisce.

    Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
    Donald Trump (Ansa).

    La risposta chirurgica di Teheran su Fujairah

    Il 4 maggio, 26 giorni dopo Lavan, l’Iran torna all’attacco con 12 missili balistici, tre cruise e quattro droni. Uno penetra le difese aeree e colpisce il terminal petrolifero di Fujairah nella Petroleum Industries Zone (FOIZ). La scelta del bersaglio è chirurgica. Fujairah è il porto sul Golfo dell’Oman, a 130 chilometri a est di Dubai e oltre lo Stretto di Hormuz. È il terminal della Habshan-Fujairah pipeline — nota come ADCOP — 380 chilometri di tubi che portano il greggio dai giacimenti di Abu Dhabi al Golfo dell’Oman senza passare per Hormuz. Capacità: 1,5 milioni di barili al giorno. È l’unica via di esportazione alternativa allo Stretto che gli Emirati hanno costruito come polizza assicurativa contro i blocchi. Quando Hormuz è stato chiuso a marzo, l’export di Fujairah è cresciuto da 1,17 a 1,62 milioni di barili al giorno. L’Iran dunque sapeva esattamente dove colpire, e la proporzione fra i due bersagli è il dato che chiude la partita. Se Mohammed bin Zayed ha tirato il pugno dopo il gong colpendo un’unghia – Lavan, 55 mila barili al giorno di capacità di raffinazione e danno riparabile in uno, due mesi – l’Iran ha aspettato il momento giusto e ha centrato l’arteria principale cioè Fujairah, l’unica via di export alternativa a Hormuz degli Emirati.

    Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
    Il porto di Fujairah (Ansa).

    Il fallimento di Trump e l’intervento di MBS

    Intanto il 5 maggio Trump lancia l’Operation Project Freedom per scortare le navi mercantili intrappolate nello Stretto. È la mossa pensata per dimostrare agli elettori americani, in vista delle midterm, che la guerra non è persa. Ma l’operazione si rivela un flop: solo due navi civili attraversano il corridoio. E qui entra in scena Mohammed bin Salman. Il principe ereditario saudita è stato preso alla sprovvista dall’annuncio di Trump e così risponde negando a Washington l’uso della Prince Sultan Airbase e dello spazio aereo. Il Kuwait fa lo stesso. Trump prova inutilmente a fargli cambiare idea, e il 6 maggio Project Freedom è sospeso. L’unica operazione militare americana pensata per riaprire Hormuz è morta dopo 24 ore di vita. Come commenta il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf «l’operazione Trust me bro è fallita».

    Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
    Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).

    In quel momento si è capito che il sistema strategico del Golfo è cambiato. Gli Stati Uniti non possono condurre operazioni militari nel Golfo senza autorizzazione saudita. MBS ha dimostrato che la chiave del Golfo è Riad, e che senza Riad la potenza americana è bloccata. E mentre il mito della neutralità emiratina si sgretola, a Trump non resta che volare da Xi a Pechino perché ha bisogno della Cina per chiudere una guerra che gli alleati del Golfo non vogliono più subire.

    Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero

    In 40 giorni gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto liquidità di salvataggio alle proprie banche, una linea di emergenza in dollari al Tesoro americano agitando la minaccia dello yuan, e ora abbandonano l’OPEC dopo sei decenni. Tre atti dello stesso copione: una potenza che non sa più dove sbattere la testa, mentre il fratello del presidente fa shopping a Londra e la propaganda di Abu Dhabi confeziona il tutto come «riallineamento strategico».

    La ritirata degli Emirati in tre atti

    C’è un modo elegante di raccontare la decisione annunciata via WAM, l’agenzia di Stato emiratina: «Evoluzione policy-driven allineata ai fondamentali di mercato di lungo periodo». Parole del ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei. È la grammatica con cui le petromonarchie del Golfo confezionano qualunque cosa, comprese le ritirate. E poi c’è il modo onesto: gli UAE escono dall’OPEC e dall’OPEC+ a partire dal primo maggio perché la guerra in Iran li ha devastati, perché i sauditi non li hanno protetti, perché Donald Trump li ha trascinati nel conflitto e ora li usa come ariete contro Riad, e perché Mohammed bin Zayed ha bisogno di optionality — qualunque optionality — su una scacchiera dove ha perso quasi tutte le caselle. 

    Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
    Il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

    Primo atto: il pacchetto di emergenza della Banca centrale

    Il primo atto è andato in scena il 18 marzo, quando la Banca centrale (CBUAE) ha convocato una riunione straordinaria approvando un pacchetto d’emergenza: accesso al 30 per cento delle riserve obbligatorie, rilascio simultaneo del Countercyclical e del Capital Conservation Buffer, allentamento dei ratio di liquidità, flessibilità sui crediti deteriorati. La CBUAE ha esibito come scudo riserve valutarie sopra il trilione di dirham e un cover ratio della monetary base al 119 per cento. Ma rilasciare contemporaneamente entrambi i buffer di capitale non è una misura precauzionale: è ciò che si fa quando il sistema mostra crepe. Era il giorno dopo gli attacchi a Fujairah e a 23 miglia nautiche dal porto, due giorni dopo il drone sullo Shah gas field di Abu Dhabi. 

    Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
    Il porto di Fujairah (Ansa).

    Secondo atto: l’aiuto degli Usa e l’attivazione dell’Exchange Stabilization Fund

    Il secondo atto è andato in onda il 20 aprile, sul Wall Street Journal. Il governatore Khaled Mohamed Balama, durante gli Spring Meetings del FMI a Washington, ha avvicinato il segretario al Tesoro Scott Bessent e funzionari della Federal Reserve per chiedere l’apertura di una swap line valutaria in dollari, il meccanismo con cui due banche centrali si scambiano valuta e si impegnano a riconvertire alla scadenza. Richiesta «preliminare e precauzionale», dicono i diplomatici emiratini quando la situazione è già fuori controllo.

    Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
    H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

    Ma il dettaglio politicamente esplosivo è un altro: le fonti del WSJ riferiscono che Abu Dhabi ha argomentato che è stato Trump a coinvolgerli nel conflitto attaccando l’Iran, e che qualora i dollari dovessero scarseggiare, gli Emirati potrebbero essere costretti a usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Una minaccia esplicita, formulata da un Paese il cui dirham è ancorato al dollaro a 3,6725 dal 1997. L’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio, recapitato come messaggio diplomatico a Washington. Il 22 aprile Trump ha risposto in diretta su CNBC Squawk Box: «Se avessero un problema, ci sarei per loro». Lo stesso giorno Bessent al Senato ha confermato che «molti» alleati del Golfo hanno chiesto swap lines e che lo strumento «benefit both the UAE and the US». Il 24 aprile, su X, Bessent ha alzato il tiro parlando esplicitamente di «creare nuovi centri di funding del dollaro nel Golfo e in Asia». La traduzione: il Tesoro Usa si prepara a salvare gli UAE attraverso l’Exchange Stabilization Fund — non la Fed — la stessa scatola con cui Bessent ha dato i 20 miliardi all’Argentina di Milei a ottobre 2025. Veicolo che bypassa Federal Reserve e Congresso, e che lega gli UAE a un guinzaglio di sei mesi rinnovabili, richiamabili dal Tesoro in qualsiasi momento. 

    Terzo atto: Abu Dhabi via dall’OPEC e dall’OPEC+

    Il 28 aprile scatta il terzo atto: l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+. Gli Emirati erano membri fondatori dal 1967, quattro anni prima dell’esistenza stessa della federazione. Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, padre di MBZ e architetto del Paese, portò Abu Dhabi nel cartello come strumento di sovranità araba sul petrolio. Sessant’anni dopo, suo figlio baratta quella membership per una swap line americana. Già si parla di «petrodollaro che muore». Tecnicamente però l’OPEC non impone in alcuno statuto la fatturazione del greggio in dollari. Il petrodollaro è un accordo bilaterale Stati Uniti-Arabia Saudita del 1974, non una clausola del cartello. L’Iran è dentro l’OPEC e accetta yuan, rubli, euro da anni. Quindi uscire dall’OPEC non “libera” gli UAE dal dollaro. Ciò che invece libera è la disciplina monetaria saudita, la coordinazione che all’interno dell’OPEC vincolava ogni mossa di diversificazione valutaria a Riad. Fuori dall’OPEC, gli Emirati possono stringere bilaterali in yuan con Pechino, tenere il dollaro con Washington, costruire optionality di fatturazione senza dover allineare con i sauditi. Si tratta dell’erosione della disciplina interna del petrodollaro, non di rottura legale.

    Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
    Il logo dell’OPEC (Ansa).

    A chi conviene l’uscita degli UAE?

    A chi conviene tutto questo? A Trump, prima di tutto. Da mesi accusa l’OPEC di «ripping off» l’America con prezzi gonfiati. L’uscita degli UAE è il primo trofeo concreto della sua pressione, e arriva mentre il Brent torna sopra i 112 dollari per la chiusura di fatto di Hormuz e la benzina americana pesa sulle midterm di novembre. A Pechino, che ottiene un piede nel Golfo senza dover convincere nessuno: gli emiratini glielo offrono spontaneamente, anche se — come vedremo — è un finto regalo. E paradossalmente anche a Riad, che si libera di un alleato sempre più scomodo, sempre più filo-americano e sempre più tossico. A chi non conviene è agli Emirati stessi. Perché restano materialmente devastati. La promessa di «pompare a 5 milioni di barili al giorno» con cui Abu Dhabi giustifica l’uscita è solo propaganda: le fonti indipendenti — EIA, Energy Intelligence, Rystad — stimano la capacità reale dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) tra i 4,3 e i 4,5 milioni di barili, contro una produzione pre-guerra di 3,4. La spare capacity effettivamente attivabile è di 600-800 mila barili giornalieri, non i 1,5-2 milioni necessari per fare crollare i prezzi che Trump promette ai propri elettori. Senza contare che Habshan, Fujairah Oil Industry Zone, Ruwais, Khor Fakkan, Borouge e l’oleodotto ADCOP sono tutti stati colpiti. Le infrastrutture di processamento ed export sono in convalescenza, non a piena capacità.

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    Il campo petrolifero di HabshanFujairah (Ansa).

    La lancia Usa nel Golfo si è spuntata in 40 giorni

    Gli Emirati restano con un PIL 2026 stimato dal FMI al 3,1 per cento — rivisto da 5,0 per cento di gennaio — che è ottimismo da brochure. Restano con i capitali in fuga, una swap line da 20-30 miliardi di dollari (la dimensione Argentina) che copre meno di un mese di burn rate sotto stress, e una Banca centrale che nasconde la fuga sotto pacchetti chiamati «di resilienza». La maschera è caduta: dopo essersi venduti al mondo per 20 anni come hub neutro, oggi sono il Paese che chiede liquidità in dollari a Washington minacciando di usare lo yuan, ed esce dall’OPEC nel mezzo di una crisi energetica storica, senza nemmeno consultare Riad. Mentre tutto questo accade, Tahnoon bin Zayed continua a fare shopping a Londra: 1,4 miliardi di sterline tramite IHC per un portafoglio di ristoranti di lusso. È l’immagine perfetta di una élite che non ha capito — o ha capito troppo bene — che il gioco è finito. La punta di lancia americana e israeliana nel Golfo si è spuntata in 40 giorni. E il beduino che voleva fare il padrone di casa del mondo arabo si ritrova a chiedere l’elemosina — prima alle proprie banche, poi al Tesoro americano, ora all’OPEC. Tre porte, tre richieste, tre atti. Il quarto atto sarà il prezzo da pagare. E quello arriverà dai sauditi.

    Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
    Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).


    Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo

    L’Inter come la Juventus, Beppe Marotta come Luciano Moggi. Vent’anni dopo lo scoppio di Calciopoli, è un parallelo che ha senso fare con la nuova Arbitropoli che sta scuotendo il campionato italiano?

    L’avviso di garanzia a Rocchi per concorso in frode sportiva

    Bisogna partire dai fatti. Il 25 aprile 2026, Festa della Liberazione, la procura di Milano ha notificato un avviso di garanzia per concorso in frode sportiva al designatore degli arbitri Gianluca Rocchi e al supervisore Var Andrea Gervasoni. Entro quella sera stessa entrambi si sono autosospesi. In 48 ore gli indagati noti sono diventati cinque: con loro i varisti Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca e l’ex arbitro Daniele Paterna, accusato di false informazioni al pubblico ministero.

    Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
    Gianluca Rocchi (foto Ansa).

    Doveri, arbitro ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter

    Le partite finite sotto la lente sono «quattro o cinque», nessuna del campionato in corso. Uno dei fili rossi però sembra essere chiaro: l’Inter. In due dei tre capi d’imputazione contestati a Rocchi compare infatti il club nerazzurro: la designazione «gradita» del direttore di gara Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile 2025 e l’accordo «con più persone» (quali? chi?) a San Siro il 2 aprile 2025, per tenere lontano dalla fase conclusiva del campionato e dall’eventuale finale di Coppa Italia Daniele Doveri, ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter.

    Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
    Daniele Doveri in una gara dell’Inter (foto Ansa).

    Il ritornello ripetuto da Marotta: «Siamo estranei»

    La quarta partita è Inter-Verona dell’8 gennaio 2024, con la mancata on field review, cioè la revisione sul campo, sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda da cui l’inchiesta è partita. L’Inter, attraverso il presidente e amministratore delegato Giuseppe Marotta, ha replicato così: «Voglio tranquillizzare i tifosi. L’Inter ha sempre agito con la massima correttezza. Non c’è un elenco di arbitri a noi graditi e sgraditi. L’Inter è estranea e lo sarà anche in futuro». E ha aggiunto un grande classico, cioè l’argomentazione delle «vittime»: «L’anno scorso siamo stati penalizzati. Cito il rigore non dato in Inter-Roma». La frase chiave è «estranea». E qui vale la pena fermarsi, perché è la parola attorno a cui si gioca tutto.

    Marotta ha usato «estranea» per dire una cosa precisa: nessun dirigente dell’Inter è oggi iscritto nel registro degli indagati della procura di Milano. È vero. Ed è anche, per questa fase, irrilevante sul fronte che davvero conta per un club di calcio: la giustizia sportiva. Perché le inchieste sportive e quelle penali corrono su binari diversi, con regole diverse, tempi diversi e standard di prova diversi. Lo dice la storia recente del calcio italiano. Lo dice, prima di tutto, l’articolo 7 del Codice di Giustizia sportiva della Figc.

    Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
    Beppe Marotta interpellato a Sky Sport sul nuovo scandalo Arbitropoli.

    Il testo è pubblico, lo si trova sul sito della Federazione: «Il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara o di una competizione ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica costituisce illecito sportivo. La fattispecie si perfeziona con il compimento degli atti diretti, anche se il risultato non è raggiunto».

    Giuseppe Chinè ha chiesto le carte alla procura di Milano

    Tre conseguenze pratiche, che la giurisprudenza federale ribadisce in decine di sentenze: l’illecito sportivo «prescinde da qualsiasi dolo specifico positivizzato dal legislatore». Cioè non serve provare l’accordo bilaterale, non serve provare lo scambio, non serve nemmeno provare che il risultato sia stato effettivamente alterato. Le società «rispondono oggettivamente, ai fini disciplinari, dell’operato dei dirigenti, dei tesserati e dei soggetti di cui all’art. 1 bis comma 5». E la stessa procura federale può aprire o riaprire il fascicolo «se emergeranno elementi nuovi e probanti», come ha già annunciato il procuratore Giuseppe Chinè il 27 aprile, chiedendo le carte alla procura di Milano.

    Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
    Giuseppe Chinè (Imagoeconomica).

    Vale la pena riprendere in mano il calendario di Calciopoli, perché i giorni si assomigliano. Maggio 2006: emerse il caso delle intercettazioni telefoniche. La procura di Napoli aveva aperto il fascicolo penale da mesi, ma l’inchiesta si concluse in via definitiva solo nel 2015, e con la maggior parte dei reati prescritti. La procura federale, intanto, andava per conto suo. Il 14 luglio 2006 la Caf emise la prima sentenza sportiva: Juventus in Serie B con 30 punti di penalizzazione, revoca dei due scudetti, sanzioni pesantissime per Milan, Fiorentina e Lazio.

    Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
    Beppe Marotta e Gianluca Rocchi assieme.

    La giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria

    L’11 luglio successivo, in Appello, la sentenza venne rivista – Juve in B con -17 punti – ma il principio rimase. Quel giorno, in sede penale, contro i dirigenti bianconeri non c’era stata ancora una condanna. Non ce ne sarebbe stata una definitiva nemmeno 10 anni dopo (reati estinti per prescrizione). Eppure il club fu retrocesso. Il motivo è scritto in chiaro nelle motivazioni: l’illecito sportivo è una cosa diversa dalla questione penale, le società rispondono oggettivamente, e la giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria.

    Testimonianza sui «codici gestuali» nei raduni settimanali

    Vent’anni dopo, lo schema applicato a un altro club potrebbe essere lo stesso. Se la procura federale dovesse riaprire il fascicolo sulla base degli atti milanesi e delle nuove rivelazioni – la testimonianza dell’ex arbitro Pasquale De Meo sui «codici gestuali» nei raduni settimanali, gli audio di sala Var di Inter-Verona, i capi d’accusa già pubblici – non ci sarebbe bisogno di un dirigente nerazzurro indagato penalmente per contestare l’illecito alla società. Basterebbe dimostrare che siano stati compiuti atti diretti ad alterare il risultato o lo svolgimento di gare in cui l’Inter è stata favorita; e che gli autori, anche se non dirigenti, fossero tesserati o soggetti collegati.

    Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
    Giuseppe Marotta (foto Ansa).

    La differenza tra Marotta nel 2026 e Antonio Giraudo nel 2006 non è tanto giuridica, quanto temporale. Il primo ha ancora qualche settimana per dire «siamo estranei». Il secondo lo disse fino al giorno della retrocessione. Resta la difesa tramite numeri: «Siamo stati penalizzati», ha detto Marotta. Ma anche qui i dati dicono il contrario.

    • Stagione 2023/24: 14 rigori a favore dell’Inter contro quattro contro, rapporto 3,5, il più sbilanciato della Serie A.
    • Stagione 2024/25: secondo Tuttosport del 25 febbraio 2025, il saldo Open Var a favore dell’Inter è «tanto quanto Juventus, Napoli e Atalanta», non meno.
    • Stagione 2025/26: secondo i dati Aia Open Var, il saldo è sostanzialmente in pari.

    Vent’anni fa Stefano Palazzi, l’ex procuratore federale che istruì il filone post-Calciopoli, disse a Tuttosport una frase che la stampa nerazzurra ha provato a rimuovere: l’Inter del 2006 avrebbe potuto rischiare la retrocessione in Serie B, altro che lo scudetto. Quel titolo restò ai nerazzurri per una decisione amministrativa del Consiglio di Stato nel 2023, quando fu respinto l’ultimo ricorso della Juventus, e non per un’assoluzione di merito.

    Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
    Il procuratore federale Stefano Palazzi nel 2012 (foto Ansa).

    Perché sullo sfondo sembra muoversi Lotito

    A margine, ma non per caso, oggi sullo sfondo si muove Claudio Lotito. Il presidente della Lazio – vent’anni fa anche lui condannato in Calciopoli, in primo grado, alla retrocessione, poi salvato in Appello, con permanenza in A e pesanti penalizzazioni – è oggi, secondo Dagospia, in asse con il ministro dello Sport Andrea Abodi sull’ipotesi di un commissariamento della Figc, con un disegno di legge già pronto in parlamento. Sono 19 su 20 le squadre di Serie A favorevoli alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale. Una sola contraria: la Lazio.

    Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
    Il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio Claudio Lotito (foto Ansa).

    Se l’inchiesta sugli arbitri portasse al commissariamento della Federcalcio, e poi alle elezioni anticipate, Lotito sarebbe in corsa. È un effetto collaterale dell’inchiesta, non il suo cuore. Ma è un effetto che merita di essere registrato.

    Al vertice della procura di Milano c’è un interista sfegatato

    Resta un punto di metodo. Il vertice della procura di Milano è Marcello Viola, noto tifoso dichiarato dell’Inter, che pranzò con Marotta e l’amministratore delegato corporate Alessandro Antonello pochi giorni dopo l’insediamento nel giugno 2022 e che il 30 settembre 2024 si presentò alla conferenza stampa sull’inchiesta Doppia Curva con il telefono provvisto di cover dell’Inter.

    Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
    Marcello Viola con la cover dell’Inter.

    Il pm titolare dell’inchiesta Arbitropoli è Maurizio Ascione. Il 27 aprile l’Ansa ha scritto che «in procura si respirerebbe un clima di tensione legato alla gestione dell’indagine da parte del pm rispetto ai vertici dell’ufficio». Tradotto: chi indaga e chi coordina non sono allineati. Il perché è intuibile.

    Una società di calcio si difende come può. Marotta continua a ribadire che l’Inter è estranea: ha parlato di «registro degli indagati», di procura penale, scegliendo il binario più comodo. Ma il binario che decide la vita sportiva di un club non è quello. Lo sa l’Inter, lo sapeva la Juventus del 2006. La differenza, oggi, è che negli atti pubblici della procura di Milano viene usata la parola «gradito» riferita a un arbitro designato per una partita dell’Inter. È esattamente la fattispecie che l’articolo 7 chiama illecito sportivo. Il resto è una questione di tempi.

    Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali

    Il Wall Street Journal lo ha confermato domenica 20 aprile: il governatore della Banca centrale degli Emirati Arabi, Khaled Mohamed Balama, ha chiesto al segretario al Tesoro Scott Bessent e a funzionari della Federal Reserve l’apertura di una swap line valutaria — una linea di credito d’emergenza in dollari — durante gli Spring Meetings del FMI a Washington. La notizia conferma ciò che Lettera43 scriveva già a marzo: la narrazione di stabilità emiratina è una costruzione fragile, e i numeri la stanno demolendo. Gli emiratini hanno argomentato che è stata la decisione di Donald Trump ad attaccare l’Iran a coinvolgerli nel conflitto. E hanno aggiunto un dettaglio che suona come una minaccia: se gli UAE finiscono i dollari, potrebbero usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Per un Paese il cui dirham è agganciato al dollaro, minacciare il passaggio allo yuan è l’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio. Ma è il segnale che la situazione è più grave di quanto Abu Dhabi voglia ammettere. 

    Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
    MBZ con Donald Trump (Ansa).

    Perché la crescita del 3 per cento è un miraggio

    A gennaio, prima della guerra, l’FMI proiettava una crescita del 5 per cento. L’ultimo World Economic Outlook del 14 aprile l’ha ridotta al 3,1 per cento, e quello è lo scenario ottimistico. Nello scenario avverso la crescita del MENA (Middle East and North Africa) scende all’1,1 per cento. Ma quel 3,1 per cento è un numero sulla carta. Per trasformarsi in Pil reale servono liquidità, infrastrutture funzionanti e fiducia degli investitori. Gli UAE non hanno nessuna delle tre. Un Paese che chiede swap line d’emergenza non cresce del 3 per cento. Un Paese le cui banche hanno rilasciato simultaneamente il buffer anticiclico e quello di conservazione del capitale — come ha fatto la Banca centrale il 18 marzo — non è un Paese i cui fondamentali sono «solidi». 

    Il crollo della «Little Sparta» del Golfo

    Secondo la comunicazione ufficiale di Abu Dhabi, pressoché tutti i danni subiti dal Paese sono stati causati da «detriti caduti a seguito di intercettazioni riuscite». Detriti prodigiosi, bisogna ammetterlo: hanno incendiato lo Shah gas field (20 per cento del gas domestico emiratino), devastato il petrolchimico Borouge, distrutto oil tank e raffineria a Fujairah, colpito il porto di Khor Fakkan, danneggiato l’oleodotto Abu Dhabi-Fujairah e costretto al fermo precauzionale la raffineria di Ruwais. Se i detriti delle intercettazioni fanno tutto questo, viene da chiedersi cosa farebbero i missili se arrivassero a destinazione. In realtà, il ministero della Difesa ha dichiarato di aver affrontato 537 missili balistici, 2.256 droni e 26 missili cruise, 2.819 vettori d’attacco in cinque settimane. La matematica della propaganda emiratina funziona così: ogni colpo è intercettato, ogni danno è un detrito, e l’infrastruttura energetica si è autodistrutta per cause accidentali.

    Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
    Il porto di Fujairah (Ansa).

    L’Iran non voleva conquistare gli Emirati. Voleva dare un esempio. E l’esempio è stato devastante. In cinque settimane Teheran ha dimostrato quanto valesse la punta di lancia dell’asse Usa-Israele nel Golfo, quella «Little Sparta» di cui Mohammed bin Zayed andava tanto fiero, ripetuta con reverenza nei think tank di Washington e nei corridoi del Pentagono. La risposta, ora, è sotto gli occhi di tutti: niente. Al primo contatto con la realtà, la punta di lancia si è afflosciata, appiattita, disintegrata. Una definizione sulla carta, buona per i convegni e le foto con i generali americani. Gli UAE avevano proxy paramilitari in Yemen, Somalia, Libia e Sudan. Avevano i sistemi antimissile più avanzati del mercato. Avevano un budget della difesa da potenza media europea. Non avevano la capacità di proteggere i propri impianti petroliferi da sciami di droni da poche migliaia di dollari l’uno. A fine marzo, UAE e Kuwait avevano consumato il 75 per cento delle scorte di intercettori Patriot, il Bahrain l’87 per cento. La lezione iraniana è stata limpida: il prezzo dell’allineamento con Washington e Tel Aviv si paga in infrastrutture bruciate, e chi si vende come punta di lancia finisce per essere il primo bersaglio. 

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    Il principe ereditario Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).

    Il viaggio a Pechino del principe ereditario…

    Il 12 aprile il principe ereditario Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed è atterrato a Pechino. Il 14 è stato ricevuto da Xi Jinping. Ventiquattro accordi firmati. La visita avviene nel contesto in cui i funzionari emiratini dicono agli americani che senza dollari passeranno allo yuan. Il sistema cinese CIPS ha processato a marzo 135 miliardi di dollari giornalieri, +50 per cento. Il Project mBridgepiattaforma blockchain di cui gli UAE sono cofondatori — ha già processato 55 miliardi in scambi, con lo yuan al 95 per cento del volume. Ogni volta che il bluff viene esposto — e il WSJ lo ha appena fatto — la credibilità del bluffatore diminuisce. 

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    La delegazione cinese guidata da Xi Jinping e quella emiratina guidata da Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).

    … E lo shopping londinese dello zio

    Mentre Balama mendica dollari a Washington e il figlio di MBZ cerca alternative a Pechino, il fratello di MBZ — Sheikh Tahnoon bin Zayed, vicepresidente, capo dell’intelligence, chairman di IHC — fa shopping a Londra. L’11 aprile, DIAFA (affiliata IHC) ha acquisito una quota di maggioranza nell’impero di Richard Caring per 1,4 miliardi di sterline: The Ivy Collection, Annabel’s, Scott’s, Sexy Fish, Harry’s Bar, George, Mark’s Club. Il CEO di IHC ha dichiarato al Financial Times di voler spendere «36 miliardi di dollari ogni 18 mesi». A febbraio ha lanciato Judan Financial con 237 miliardi di dollari di asset in gestione. La contraddizione è irrisolvibile. O la crisi di liquidità è reale — e allora Tahnoon sta distraendo risorse mentre il Paese chiede l’elemosina — oppure è gonfiata per ottenere aiuti americani, e gli UAE stanno mentendo ai propri alleati. Tertium non datur

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    Da sinistra il primo ministro britannico Keir Starmer, Mohamed bin Zayed con accanto il fratello Tahnoon bin Zayed (Ansa).

    La trappola in cui si sono infilati gli Emirati

    L’emirato ha raccolto 4,5 miliardi di dollari in debito d’emergenza, pagando un premio pur di avere i soldi subito. Il Bahrain ha aperto una swap line da 5 miliardi con gli UAE: due naufraghi che si prestano il salvagente. L’IEA (l’International Energy Agency) ha definito la situazione «lo shock petrolifero più grave della storia». La World Bank ha tagliato la crescita del GCC (Gulf Cooperation Council) dal 4,4 all’1,3 per cento. Un consulente di wealth management a Singapore ha riferito che più della metà dei suoi 13 clienti emiratini stava valutando di spostare tutto. Un avvocato di patrimoni privati ha riportato che tre dei suoi venti clienti — con asset medi di 50 milioni — pianificavano trasferimenti urgenti. Dubai ha ridotto il limite di oscillazione in Borsa dal 10 al 5 per cento. Le autorità hanno dovuto smentire notizie su blocchi ai prelievi degli investitori stranieri. Il fatto stesso di doverlo fare dice tutto. Mohammed bin Zayed ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura. Quella scommessa assumeva un Iran rapidamente sconfitto e gli UAE come nodo indispensabile del nuovo ordine. Nessuno di quegli scenari si è materializzato. Gli UAE assorbono le ripercussioni senza poter uscire dall’alleanza, per paura di perdere la copertura americana. Una trappola perfetta, costruita con le proprie mani. Chi apre un conto a Singapore non torna facilmente a Dubai. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita. La parola del beduino di Abu Dhabi ora porta un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano cari.