Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’

C’era una volta un emirato dalla pelle spessa e dalla carne amara. Lo ripetevano con quel sorriso da brochure di lusso, mentre i droni iraniani solcavano il Golfo: noi no, noi siamo duri, mordeteci pure, vi resta l’amaro in bocca. Bel claim. Funzionava benissimo, finché qualcuno non si è messo a contare i missili. Perché i conti, alla fine, non tornavano.

I dubbi circa lo stop degli attacchi iraniani sugli Emirati

Nell’ultimo mese l’Iran ha rovesciato missili e droni su Kuwait e Bahrain con la metodicità di chi timbra il cartellino. E sugli Emirati? Silenzio. L’ultimo colpo diretto è del 4 maggio, il porto di Fujairah, e da allora nulla. Strano, per il bersaglio che a inizio guerra era stato preso a sassate più di chiunque altro. Strano che la furia di Teheran, così democratica nel distribuire spavento ai vicini, avesse improvvisamente sviluppato un occhio di riguardo proprio per i feroci leoni del deserto. Il mistero è durato esattamente fino al 12 giugno, quando Reuters ha messo nero su bianco la spiegazione più antica del mondo. Gli Emirati avrebbero accettato di sbloccare miliardi di dollari per l’Iran. Quattro le fonti citate. Una «tactical shift», la chiamano i diplomatici con quel pudore lessicale che serve a non dire la parola giusta. La parola giusta sarebbe pizzo. Dieci miliardi secondo due fonti, oltre tre già consegnati; 20 secondo altre due, in cambio dello stop agli attacchi contro Abu Dhabi. La pelle spessa, scopriamo, regge benissimo ai droni. Molto meno al bonifico.

Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
Il porto di Fujairah (Ansa).

L’ipotesi dello sblocco dei fondi congelati e la smentita di Abu Dhabi

Reuters dice di non essere riuscita a stabilire da dove vengano questi soldi: se siano emiratini, se arrivino da conti iraniani congelati da tempo dentro il sistema bancario degli Emirati, o se piovano da altrove. Prendiamo l’ipotesi numero due, la più maliziosa e la più probabile. Significa che Mohammed bin Zayed Al Nahyan, il grande stratega del Golfo, l’uomo che gioca a scacchi mentre gli altri giocano a dama, si sarebbe comprato l’immunità restituendo a Teheran soldi che erano già di Teheran. Tenuti in cassaforte, e ora ridati al mittente con tanto di inchino. Non un riscatto: una restituzione mascherata da generosità. Chapeau, davvero. Naturalmente è arrivata la smentita. Sabato mattina, categorica, indignata. Nessun fondo iraniano rilasciato, nessun trasferimento, falso tutto. A completare il quadretto, un funzionario emiratino ha offerto la versione poetica: la nostra politica estera è guidata dalla de-escalation, dalla riduzione delle tensioni, dalla pace duratura. Tradotto dal diplomatichese: paghiamo. Ma paghiamo bene, con musica di sottofondo e una citazione sulla stabilità regionale. Perché un conto è cedere al ricatto, un altro è cedere al ricatto facendo finta di essere Gandhi.

Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
Mohammed bin Zayed (Imagoeconomica).

Così è finita la favola dell’emirato indomito

Il punto non è la viltà o presunta tale. Perché comprarsi la pace sarebbe perfino saggio quando l’alternativa è vedersi spegnere le raffinerie. Se fosse confermata la notizia, il punto semmai è la sceneggiata che l’ha preceduta. Mesi a vendere la favola dell’emirato indomito, del partner affidabile, dello scoglio su cui si infrange l’onda persiana, mentre nello stesso identico arco di tempo si apriva un canale dorato per convincere quell’onda a infrangersi cortesemente altrove. Su Kuwait e Bahrain, per esempio, che non avevano evidentemente la liquidità giusta per negoziare la propria tranquillità. Due Stati che pagano il conto di chi se l’è cavato pagando. Ed è questa la firma del personaggio, se è davvero come sembra. Lo stratega che ammirano in mezzo mondo, l’uomo dei dossier e delle visioni a 30 anni, alla resa dei conti fa una sola mossa: tira fuori il libretto degli assegni. Avrebbe tradito i vicini lasciandoli sotto tiro per affidarsi all’unico linguaggio che ha mai parlato davvero, quello del denaro. Possibilmente non suo. È una lungimiranza tutta particolare: quella di chi vede lontano solo fin dove arriva il bonifico.

La mossa di MBZ potrebbe aver oliato la diplomazia trumpiana

Il contesto, perché nessuno pensi a una bizzarria isolata, è la fase finale del memorandum tra Washington e Teheran. La firma è prevista per il 19 giugno a Ginevra, sul tavolo ci sono l’estensione della tregua e la riapertura di Hormuz. Dentro questa cornice, la mossa emiratina, vera o ancora in negoziato, è il lubrificante finanziario che avrebbe permesso alla diplomazia di Trump di incontrare le pretese di sicurezza iraniane senza che i due ego in gioco abbiano dovuto cedere nulla in pubblico. Qualcuno doveva mettere i soldi sul tavolo perché la pace fosse “merito” di tutti. Indovinate chi si è offerto, con quale entusiasmo, e con quali soldi.

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Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

Resta una cautela. Le fonti potrebbero aver fotografato una trattativa e non un fatto compiuto; la smentita, per quanto goffa, andrà battuta su una conferma indipendente della prima tranche prima di chiudere il cerchio. Ma il movente c’è, l’occasione c’è, e soprattutto c’è quel buco di un mese nel calendario degli attacchi che nessun comunicato sulla pelle spessa riuscirà mai a riempire. Per ora accontentiamoci della lezione, che è vecchia quanto il Golfo. Il coraggio si grida, la paura si tace, e la differenza tra i due la versa una banca. Gli Emirati l’hanno capito prima di tutti, come sempre. Solo che stavolta, forse, l’hanno pagata con i contanti di chi li stava bombardando. Pelle spessa, sì. Ma il portafoglio, quello, l’hanno aperto subito.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi

Gli allenatori scarsi hanno un trucco. Partita complicata? Palla lunga in tribuna. Non segni, ma intanto passa il tempo e nessuno ti chiede come stavi giocando. La politica energetica italiana fa così da vent’anni. Oggi la palla si chiama nucleare. Tutti pazzi per l’atomo. In televisione, sui social, nei convegni. Solo che la cura si materializzerà, forse, nel 2035. E la bolletta – la più cara d’Europa – arriva invece alla fine di ogni mese.

I soldi buttati col Superbonus

Il Superbonus ci è costato 172 miliardi. Più o meno come tutto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un terzo delle pratiche è risultato irregolare. E nel 2026 pesa sul debito per 40 miliardi tondi. La premier Giorgia Meloni si lamenta, e ha ragione: il buco l’ha ereditato. Però quel bonus fu votato, in varie fasi, da quasi tutto il parlamento. E anche Fratelli d’Italia, quando non era al governo, spinse per estendere scadenze e platea dei beneficiari. L’unico che lo bocciò sul serio fu l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi: «Ha triplicato i prezzi», disse, perché quando paga lo Stato nessuno tratta più. Profeta inascoltato. È andato avanti uguale.

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Facciate rifatte con i soldi del Superbonus (foto Ansa).

E le rinnovabili? Nel cassetto

Mentre piange sui 40 miliardi, lo Stato non ha investito quasi nulla per il sole e il vento. La Corte dei conti l’ha scritto: dei fondi verdi del Pnrr, tolti i bonus, ne abbiamo spesi il 14,7 per cento. Sul resto si dorme. Le comunità energetiche? Fondi tagliati del 64 per cento. Le regole nuove? Servono a dire no: il decreto sulle “aree idonee” permette alle Regioni di bocciare quasi ovunque.

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Inaugurazione del primo sistema solare galleggiante realizzato da Enel, nel 2025 a Venaus, Torino (foto Ansa).

E i famosi «14 miliardi per l’energia» sbandierati a giugno 2026? Spoiler: non sono soldi. Sono il permesso di fare più debito senza che l’Europa ci rimproveri. Tradotto: ci hanno dato il via libera a spendere, e noi festeggiamo in conferenza stampa come se avessimo vinto alla lotteria. Spendere bene, però, è un’altra cosa. E quella, per ora, non si vede.

La grande idea del governo: il voucher benzina

Qual è stata, infatti, la grande idea del governo contro il caro-energia? Il voucher benzina. Cioè 100 euro per fare il pieno. Mentre il resto d’Europa investe per dipendere meno dai fossili, noi pensavamo di regalare soldi per comprarne di più. È come curare la sbornia con un altro giro di shot. Per fortuna è saltato: l’ha bloccato la Lega. A volte ci salva l’incapacità di mettersi d’accordo.

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Il voucher benzina era un’idea del governo, poi affossata (foto Ansa).

Le crociate contro le pale eoliche

E appena spunta una pala eolica, parte la crociata. A Orvieto contro lo stesso parco si sono schierati Vittorio Sgarbi e Fiorello. Popolo curioso, il nostro: il paesaggio diventa sacro solo se a comparire è energia pulita. Le autostrade, i capannoni, i tralicci: quelli no, fanno parte del folklore. La Francia, che di bellezza s’intende, le pale le ha messe ovunque. Noi facciamo gli esteti e paghiamo il gas.

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Pale eoliche (foto Ansa).

La cura miracolosa? I mini reattori

Rieccola, la palla lunga. La cura miracolosa sembra essere diventata quella degli Smr (Small Modular Reactor), cioè i mini-reattori. Enel, Ansaldo e Leonardo hanno fondato Nuclitalia per studiarli. La startup Newcleo ha promesso reattori al piombo che «mangiano le scorie» ed è schizzata in Borsa a 2,4 miliardi. Senza – piccolo dettaglio – avere ancora un reattore acceso.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
Render in 3D di small modular nuclear reactors.

Il guaio è uno: costano cifre da capogiro. L’unico progetto serio arrivato in Occidente, l’americano NuScale, l’hanno cancellato nel 2023 perché il conto era esploso: prezzo da 58 a 89 dollari a megawattora, costo da 5,3 a 9,3 miliardi. In soldoni: costa oltre 10 volte in più rispetto a un campo solare, e l’energia che sforna costa il doppio di quella del sole. E parliamo del migliore, prima che chiudesse baracca.

La fusione «verso il 2050»: siamo a cavallo

I tempi, poi, sono comici. I primi reattori italiani, nella migliore delle ipotesi, sono destinati ad arrivare nel 2035. La fusione «verso il 2050». Cioè: la soluzione per i nostri nipoti, la bolletta per noi. E la filiera? Non esiste. Dovremmo ricostruirla da zero, esattamente la situazione che fa lievitare i costi del primo esemplare. La stessa che ha affondato gli americani. Ma noi siamo ottimisti per natura…

Persino la Finlandia ha fatto lievitare costi e tempi

Un esempio europeo? La Finlandia. Che possiede l’ultimo reattore acceso nel continente, Olkiluoto 3. Cantiere aperto nel 2005, doveva costare 3 miliardi ed essere pronto nel 2009. È entrato in funzione nel 2023: cioè 14 anni dopo, a 11 miliardi. Quasi quattro volte il preventivo. E tra l’altro la Finlandia è il Paese più serio e organizzato che esista in materia. Loro. Figuriamoci noi, che il nucleare l’abbiamo spento nel 1987, grazie al referendum abrogativo sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, e da allora non avvitiamo un bullone.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi

Dove mettiamo le scorie?

Poi ci sono le scorie. Non durano mille anni: ne durano decine di migliaia. Al mondo non c’è un solo deposito definitivo acceso con questo tipo di funzione. La più avanti è – di nuovo lei – la Finlandia, con Onkalo: e nemmeno quello è ancora in funzione. Da noi? Ci sono 51 aree definite «idonee», ma zero candidature. In tutto si tratta di 32 mila metri cubi già parcheggiati in giro per l’Italia, anche se la soluzione è rinviata a «non prima del 2050». Insomma, vogliamo fabbricare scorie nuove prima di sapere dove mettere le vecchie.

La soluzione ce l’abbiamo già in mano

Gli altri, intanto, corrono. La Spagna è al 56 per cento di rinnovabili, la Germania oltre il 60 per cento. Noi fermi al 41, con la corrente più cara. Scelte opposte sull’atomo – Berlino l’ha spento, Madrid lo spegne – ma una cosa in comune: hanno deciso e fatto. Gli spagnoli, da soli, mettono 10 gigawatt di rinnovabili l’anno e oggi hanno l’elettricità all’ingrosso tra le più economiche del continente. Noi annunciamo, rinviamo, e poi ci stupiamo della bolletta.

Eppure la soluzione ce l’abbiamo già in mano. Il sole e il vento. Costano meno, si montano in mesi e non in decenni, e non lasciano in regalo nulla di radioattivo ai pronipoti. Gli accumuli e le reti intelligenti tengono insieme il sistema anche quando non c’è vento, e lo fanno adesso, non nel 2040. Manca una sola cosa: la voglia di farlo.

Non è tifo, tra atomo sì o atomo no. Un giorno il nucleare potrà servire. Ma non può essere l’ennesima scusa per non fare oggi ciò che già conviene. Basta sparare la palla in tribuna. Una volta tanto giochiamola, questa benedetta partita.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario

C’è una lettera d’amore e c’è un assegno. Quando Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi una fusione «tra pari» – nessun premio, nessun contante, solo la promessa di un polo da 50 miliardi – Carlo Messina ha rovesciato il tavolo in 24 ore. Intesa ha lanciato un’Opas da 30,6 miliardi, con premio e un euro cash a titolo.

«La loro è una lettera d’amore, la nostra è un’offerta vera», ha detto l’ad. Brutale, ma vero: una fusione tra pari non mette un euro nelle tasche dell’azionista oggi, un’Opas con premio sì.

Lo schema ormai è noto: Intesa si tiene Mediobanca e il 13,2 per cento di Generali (di cui ha approvato in chiave difensiva anche l’acquisto del 3 per cento), gira a Unipol e Bper il retail di Siena, 635 sportelli che diventano il terzo polo italiano. Bene, ma non è finita. Perché lo spezzatino di Mps è solo il trailer: il film vero comincia dopo.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio.

Scenario uno: Intesa si prende Generali davvero

Col 13 per cento non si governa nulla, e Messina lo sa: per questo ripete che la sua è «solo una partecipazione». Ma è il primo passo di una scommessa molto più grande. Oggi su Generali pesano due azionisti che valgono quanto e più di Mediobanca: Delfin, la holding dei Del Vecchio, al 10,15 per cento, e Caltagirone al 6,32 per cento. Anche se non comandano, insieme possiedono una partecipazione imprescindibile per chiunque puntasse a prendersi il Leone. Se Intesa, oltre che la quota in Mediobanca, rilevasse quelle di Delfin e Caltagirone, allora smetterebbe di essere un socio, diventando il padrone. A quel punto governerebbe Generali, e l’asse banca-assicurazione-risparmio gestito non sarebbe più uno slogan, ma un colosso mondiale vero, l’unico campione globale che l’Italia avrebbe la forza di esprimere. È costoso, servono altri miliardi sul tavolo.

Ma è qui – non nello spezzatino di Siena – che si decide se Intesa gioca per il primato europeo o resta una grande banca nazionale. E Delfin e Caltagirone? Monetizzano una posizione che, una volta arrivata Intesa, in termini di potere conterebbe di meno. Vendono in alto, incassano, e liberano capitale per le loro partite. Tutti, in questa mossa, troverebbero un tornaconto. È il classico nodo che si scioglie quando arriva qualcuno con i contanti e la visione.

E cosa sblocca, davvero, governare Generali? Un gruppo che mette insieme una grande banca commerciale, il primo assicuratore italiano con presenze pesanti in Francia, Germania e Mitteleuropa, e una macchina del risparmio gestito da centinaia di miliardi. Non un campione «anche all’estero», ma un campione che all’estero ci vive già, con i piedi dentro tre o quattro mercati continentali. È l’unico schema con cui l’Italia può sedersi al tavolo dei grandi senza chiedere permesso. Tutto il resto – gli sportelli, i premi, le filiali contese – è tattica. Questa è strategia. E si gioca su un orizzonte di anni, non di mesi: prima Mps-Mediobanca, poi la lenta scalata al capitale di Trieste, un mattone alla volta, finché il 13 per cento di oggi non diventa la maggioranza relativa che comanda.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Carlo Messina, ceo Intesa Sanpaolo (Imagoeconomica).

Scenario due: il terzo polo deve correre, e i francesi fanno la posta

Dall’altra parte del tavolo, il polo Bper-Mps nasce con 2.600 sportelli e 170 miliardi di impieghi. Numeri da terzo gruppo italiano, ma con un mandato chiaro dagli azionisti di Unipol: non un trofeo che brucia cassa e taglia dividendi, bensì massa, solidità, crescita rapida. Il retail di Siena è solo il carburante. Il regista che tutti indicano, tra smentite e mezze ammissioni, è Alberto Nagel, l’uomo con il peso per far crescere ancora la creatura.

E qui entra Banco Bpm, il quarto incomodo. Castagna ha mosso d’anticipo e si è ritrovato scavalcato. La sua proposta senza contanti non regge un assegno con premio. Se Siena sceglie Intesa, a Bpm resterebbe solo il rilancio: con quali soldi, però?

Da sola non ha la potenza di fuoco. L’unico portafogli capace è quello di Crédit Agricole, già al 23 per cento e autorizzata a salire fino al 29,9. Ma attenzione: i francesi sono attentissimi al bilancio. Più che combattere una guerra cash, preferirebbero monetizzare, cedere il controllo di Bpm, prendersi un blocco pregiato di sportelli e diventare di fatto il quarto gruppo italiano senza dissanguarsi. E un terzo polo Bper-Mps in piena corsa sarebbe il compratore naturale di quel che resta. I francesi sarebbero interessati a vendere, Nagel a comprare. Ecco come, in un paio d’anni, la mappa si chiuderebbe su tre poli – Intesa, UniCredit, Bper-Mps – con la Francia che incasserebbe togliendosi così dal campo italiano alle sue condizioni.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Alberto Nagel (Ansa).

Scenario tre: Castagna o paga o diventa preda

Diciamolo senza giri di parole. La sorte di Banco Bpm è segnata: non oggi, ma a breve.

Castagna ha due sole strade: o si muove subito e tira fuori i soldi per comprare qualcuno – un’acquisizione che lo rimetta al centro come regista e non come oggetto. Oppure resta fermo, e diventa la preda che chiude il risiko: assorbito dal terzo polo o consegnato del tutto ai francesi.

Ha ceduto leve strategiche ad Agricole per restare indipendente, e rischia di ritrovarsi senza preda e senza autonomia. Il tempo gioca contro di lui.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Giuseppe Castagna, ceo Banco Bpm (Imagoeconomica).

La cornice: o l’Europa o niente

Ma alziamo un attimo lo sguardo dall’Italia. Mentre a Siena si combatte, UniCredit ha già superato il 34 per cento di Commerzbank: Orcel non gioca in casa, gioca in Europa. E ha capito prima di tutti dove sta il futuro.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Andrea Orcel, ceo di UniCredit (Imagoeconomica).

C’è un dato che dovrebbe toglierci il sonno: nella classifica mondiale delle banche per capitalizzazione comandano americani e cinesi. JPMorgan da sola vale oltre 800 miliardi di dollari.

Nessuna banca dell’Eurozona – nemmeno Santander, la più grande del continente – è ai vertici. Nessuna. È la sindrome della Serie A: un tempo il campionato più bello del mondo, oggi scivolato dietro tutti. Stessa parabola, se non si cambia passo. E il consolidamento, da solo, non basta. Il nemico è la frammentazione: 27 mercati, 27 diritti, 27 pozze di capitale.

Se compro casa in Spagna non posso chiedere un mutuo in Finlandia, perché la banca non saprebbe come recuperare su un immobile spagnolo. La startup europea pesca in una pozza, quella americana nuota in un oceano. Così i nostri risparmi finanziano la crescita di Wall Street invece della nostra. Serve l’unione bancaria – ferma da anni sulla garanzia comune dei depositi che i tedeschi non vogliono – e quella dei capitali. E poiché armonizzare 27 codici è impresa secolare, la via realistica è un “ventottesimo regime”: una corsia europea opzionale che scavalchi i sistemi nazionali. Non si tratta di smontare i recinti, ma di costruirci sopra un’autostrada. Ecco perché la partita di Messina su Generali non è un dettaglio italiano. È il tentativo di costruire l’unico colosso mondiale che possiamo permetterci. Riesca o no, la domanda resta una sola: l’Europa avrà il coraggio di costruire il campo da gioco su cui i suoi campioni possano finalmente crescere? O continueremo a fonderci tra di noi – banche un po’ più grandi ma prigioniere di mercati troppo piccoli – finché qualcuno da fuori non verrà a comprarci tutti?

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff

Ogni tanto, nel mezzo di un’intervista, qualcuno dice la verità per sbaglio. È successo al francese Damien Comolli, amministratore delegato della Juventus, mentre raccontava ai giornalisti la sua celebre arma segreta. «L’algoritmo è un metodo economico», ha detto. Cinque parole. È l’unica frase di tutta l’intervista in cui ha descritto con precisione chirurgica ciò che fa davvero. Solo che credeva di vantarsi. Perché un conto è l’algoritmo che ci ha venduto per un anno e mezzo, quello alla Moneyball, basato sulla scienza dei dati, per una Juve che finalmente smette di comprare a sentimento. Un altro conto è quello che esce, riga dopo riga, dalle sue stesse dichiarazioni: un filtro per spendere meno. Che non è la stessa cosa. Anzi, è l’esatto contrario.

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Cos’è Moneyball: battere i ricchi comprando chi è sottovalutato

Conviene ripassarlo, perché è semplice. Moneyball non era una formula magica chiusa in un computer. Era un’idea, e per giunta facile: il mercato del baseball prezzava male alcuni giocatori, e chi se ne accorgeva poteva comprarli a poco e vincere lo stesso. Billy Beane, con un budget da poveri, batteva i ricchi perché comprava ciò che tutti gli altri sottovalutavano.

Metodo predittivo, controcorrente e che non lascia spazio all’intuizione

Tre cose definivano quel metodo. Era predittivo: produceva un numero, una stima che potevi verificare. Era controcorrente: compravi proprio ciò che gli osservatori scartavano, perché lì stava l’affare. Ed era spietato con l’intuizione: nasceva per cacciare dalle decisioni il «carattere», il «fisico da campione», l’occhio dell’esperto. Tutta roba che costa cara e non si misura. Tenete a mente questi tre punti. Perché Comolli, nella stessa intervista, è riuscito nell’impresa di sbagliarli tutti e tre. Di fila.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).

«Nomi che anche lo scouting apprezza»: allora c’è un problema

Primo. Si vanta che l’algoritmo ha prodotto «nomi che anche lo scouting apprezza». Fermatevi qui. Il senso di Moneyball era comprare ciò che gli scout non apprezzano: è lì che si nasconde il valore a buon mercato. Se invece il tuo algoritmo conferma quello che gli osservatori pensavano già, non stai trovando affari: stai facendo un sondaggio interno. Comolli ha inventato il software più costoso del mondo per scoprire di essere d’accordo con i suoi dipendenti.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
David in azione durante la partita persa dalla Juventus in casa contro il Como (foto Ansa).

Ma come, le variabili impalpabili non dovevano essere tagliate?

Secondo. Subito dopo, racconta che con l’allenatore Luciano Spalletti vogliono analizzare «la personalità dei giocatori», il «linguaggio del corpo», il «carattere», perché per giocare alla Juve «serve qualcosa di speciale». Bellissimo. Peccato che siano esattamente le variabili impalpabili che Moneyball era nato per buttare fuori dalla porta. Lui le fa rientrare dalla finestra, con la valigia in mano. Lo strumento scientifico dura il tempo di una frase, poi torna il vecchio totem del calcio italiano: il giocatore che «ce l’ha dentro».

Risparmiare era solo l’effetto collaterale, non la mission

Terzo, il capolavoro: «metodo economico». Moneyball non era spendere poco. Era spendere bene. Risparmiare era l’effetto collaterale di aver trovato il prezzo sbagliato, non lo scopo. Chiamarlo «metodo economico» tradisce cosa sia davvero nella sua testa: non un modello che misura il valore, ma una scrematura di listino entro un tetto di budget. Un filtro. Che è poi il punto: quando uno ti dice «uso un modello quantitativo» e poi sceglie a naso entro il limite di spesa, quello non è Beane. È un commercialista con l’abbonamento a una banca dati.

Il fallimento dell’esperienza di Comolli al Liverpool

C’è un particolare che rende tutto più gustoso. Comolli un Moneyball vero lo ha già provato sul serio. E lo abbiamo visto tutti. Liverpool, 2010-2012. Ragionamento da manuale: il centravanti Andy Carroll segna di testa sui cross, quindi compriamo i migliori crossatori del campionato. Logico, no? Carroll costò 35 milioni, record britannico dell’epoca. Poi arrivarono Jordan Henderson, Charlie Adam e Stewart Downing, un’altra cinquantina di milioni. Risultato: sette acquisti su nove furono delusioni, Downing chiuse la prima stagione con zero gol e zero assist in Premier League, il Liverpool finì ottavo e nell’aprile 2012 Comolli venne licenziato proprio per quella politica di mercato.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Andy Carroll ai tempi del Liverpool (foto Ansa).

Filtrare numeri grezzi senza capirli è superstizione con il foglio Excel

Il modello aveva un difetto piccolo piccolo: la statistica sui cross non dice nulla sulla qualità di un giocatore in Premier League. Filtrare numeri grezzi senza capirli non è scienza, è superstizione con il foglio Excel. Lo dice la sua biografia: Comolli non ha portato a Torino il metodo che fece grande Oakland. Ha portato il Liverpool che lo fece esonerare. Con 13 anni di ritardo, ma la stessa identica idea.

Gli errori di valutazione fatti di continuo, come sull’allenatore Tudor

Vediamolo all’opera oggi, il dirigente dei dati. A giugno 2025 ha confermato l’allenatore Igor Tudor esaltandone intensità e resilienza, una dote che giudicava «impressionante». Lo ha esonerato il 27 ottobre. Dopo appena quattro mesi. La previsione più importante della stagione — chi deve guidare la squadra — gli è collassata in poco più di un trimestre. Se l’algoritmo serviva a evitare gli errori di valutazione, qui ha fatto il pieno.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Igor Tudor, ex allenatore della Juventus (foto Ansa).

L’algoritmo ha riportato indietro la Juventus

I numeri, già che ci siamo. La Juventus che ereditò arrivava da un quarto posto e dalla partecipazione alla Champions. La Juventus che consegna è sesta e in Europa League. L’algoritmo ha preso una squadra nell’élite europea e l’ha riportata indietro: in discesa, ma con metodo. Per la cronaca, fuori dalla Champions per due punti dal Como, ma a 18 dall’Inter. Cioè vicinissima al quarto posto e lontanissima dal vincere lo scudetto, che era l’unica cosa promessa. L’ossessione per la vittoria, applicata con rigore, ha prodotto il sesto posto.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Luciano Spalletti e Damien Comolli (foto Ansa).

Un processo quantitativo serve a sapere perché hai sbagliato

Poi c’è la perla finale. Sull’attaccante Loïs Openda — belga di scuola francese, preso e mai sbocciato in bianconero — Comolli ha ammesso candidamente di non sapere perché non abbia funzionato: «Abbiamo sbagliato noi o non era pronto per la Juve?». Ecco la domanda che uccide il personaggio. Un processo quantitativo serve esattamente a sapere perché hai sbagliato: scomponi, misuri, correggi. Comolli, invece, apre le braccia. E non è un caso isolato.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).

David, Zhegrova, Openda: il sistema usato parla (e male) solo francese

C’è un filo che lega i suoi colpi di mercato, ed è curiosamente lo stesso del suo passaporto: Jonathan David, preso a parametro zero dal Lilla, solo 6 gol in campionato (tra l’altro distribuiti malissimo: quattro raggruppati in cinque partite, tra gennaio e febbraio); Edon Zhegrova, ancora dal Lilla, parcheggiato in panchina da Spalletti (zero gol e zero assist in tutte le competizioni, una rete enorme decisiva mangiata in Champions contro il Galatasaray e soprattutto il lunare giudizio finale di Comolli: «Siamo felici del suo contributo e anche l’allenatore è felice del suo contributo»); e lo stesso Openda (una sola rete in Serie A). Comolli è andato a fare la spesa nel campionato che conosce meglio e ha riportato a Torino una fila di occasioni mancate con l’accento giusto. L’algoritmo, evidentemente, parla solo francese.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Damien Comolli con Kenan Yldiz e Edon Zhegrova (foto Ansa).

La responsabilità più comoda del mondo

Per chiudere, il bon ton istituzionale. «Mi prendo la piena responsabilità», ha detto. E due righe dopo: «Non ho mai pensato a una mia possibile uscita». È la responsabilità più indolore mai vista in un campo da calcio: tutta la colpa, zero conseguenze. Una responsabilità a sovranità limitata, garantita dal fatto che a deciderlo è lui stesso. Comolli ha aggiunto anche che il giudizio sul suo lavoro va dato «tra i tre e i cinque anni», cioè il periodo perfetto: abbastanza lungo da non rispondere oggi, abbastanza vago da non rispondere mai. Resta una sola cosa vera, in tutta l’intervista. Quella frase di cinque parole all’inizio. «L’algoritmo è un metodo economico». Sì. È un modo per spendere meno, travestito da scienza, che conferma gli scout invece di smentirli e rimette al centro il «carattere» che doveva eliminare. Non è il Moneyball di Beane. È money, e basta. La ball, a Torino, si è persa per strada.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento

Lo 0-2 incassato all’Allianz Stadium dalla Fiorentina — una squadra che non segnava da tre partite e mezzo, fuori dal rischio retrocessione giusto una settimana prima — non è una sconfitta: è una diagnosi. A una giornata dalla fine del campionato la Juventus è sesta in classifica, scavalcata in un colpo solo da Milan, Roma e Como; per centrare la qualificazione alla Champions League servirebbe all’ultima giornata una combinazione di risultati che oggi rasenta l’aritmetica del miracolo. E anche qualora la congiuntura astrale arrivasse, non cambierebbe la sostanza dei fatti: il quadro tecnico bianconero è in macerie, e una giornata storta non basta a spiegarlo. Pesano sei anni di gestione fallimentare. Tre i responsabili, in ordine ascendente: Damien Comolli, amministratore delegato; Gianluca Ferrero, presidente; e a monte di tutto John Elkann, l’azionista di riferimento che da quando ha ripreso il timone dal cugino Andrea Agnelli non ha imbroccato una scelta strategica.

Il calcio non è baseball, il mercato di Comolli è stato il peggiore

Comolli è arrivato a Torino in estate con un mantra: il metodo Moneyball applicato al pallone. Sostituire il top player costoso con due o tre giocatori più economici la cui somma di statistiche eguagli — sulla carta — il titolare ceduto. Si pesano gli expected goal, cioè i gol attesi, e poi la precisione dei passaggi sotto pressione, i chilometri ad alta intensità, la propensione agli infortuni. Il problema è che il calcio non è il baseball, e i database non hanno occhi. Nicola Balice su La Stampa lo ha scritto senza giri di parole: «La firma sul mercato peggiore degli ultimi 15 anni è tutta sua».

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).

Gli sciagurati David, Openda e i giocatori svalutati

Le due scommesse principali dell’algoritmo si chiamano Jonathan David e Loïs Openda. Il primo, prelevato a parametro zero dal Lilla con stipendio da top player, è passato dai 16 gol e 5 assist in 32 presenze nel campionato francese 2024-25 alla miseria di 6 gol e 2 assist in 34 presenze di Serie A. Il secondo è andato peggio: 2 gol in 32 partite tra campionato e coppe, sette minuti totali nelle ultime nove giornate, Mondiale con il Belgio saltato per mancata convocazione.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Jonathan David in occasione del rigore sbagliato contro il Lecce in casa (foto Ansa).

Stesso destino per i francesi Pierre Kalulu e Khéphren Thuram, protagonisti di prestazioni sicuramente migliori ma finiti fuori dal giro (super competitivo) della nazionale allenata dal ct Didier Deschamps, ex juventino.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Kephren Thuram e Pierre Kalulu (foto Ansa).

L’allenatore della Juve Luciano Spalletti, prima di farlo entrare in campo nella sfida di Champions contro il Benfica, ha mollato a Openda uno schiaffetto: «Ti devi svegliare». Non si è svegliato. Tra Comolli e il tecnico toscano, ha scritto Emanuele Gamba su la Repubblica, «i rapporti sono gelidi».

Obblighi di riscatto, minusvalenze e rinnovi kamikaze

Openda, oltre a non giocare, costerà. Il piazzamento aritmetico tra le prime 10 ha fatto scattare l’obbligo di riscatto a 40,5 milioni di euro, da spalmare in quattro anni di ammortamento per 10,15 milioni l’anno. Sommando lo stipendio lordo (7,4 milioni), il costo annuo dal 2026/27 sarà di 17,55 milioni. Per un giocatore fantasma che nessuno vuole: cedendolo, la minusvalenza è scolpita nel bilancio.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).

Anche il canadese David è ufficialmente svalutato dal mercato. E, oltre tutto questo, la dirigenza voleva blindare l’attaccante serbo Dušan Vlahović — un giocatore che ha passato metà stagione in infermeria — con un prolungamento di uno o due anni a 6-7 milioni netti, bonus inclusi. Anche se il sesto posto e il conseguente addio alla Champions potrebbero complicare il discorso. E non è detto che sia per forza un male.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Dusan Vlahovic dopo il gol segnato ma poi annullato contro la Fiorentina (foto Ansa).

Bernardo Silva non verrà, Yildiz andrà via?

Per un club di prima fascia, il mancato accesso all'”Europa che conta” significherebbe rinunciare a una forbice di mancati ricavi compresa tra 40 e 80 milioni di euro. A cui si aggiunge il problema politico di trattenere e attrarre i big: come si convince il forte centrocampista portoghese Bernardo Silva, in uscita dal Manchester City, a giocare in Europa League? E come si trattiene la stella Kenan Yildiz, scivolato dalla lista degli incedibili a quella dei sacrificabili? Sempre Balice ha scritto una frase che dovrebbe far tremare i polsi a chi legge un bilancio: «Un altro aumento di capitale appare inevitabile». L’ennesimo.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Bernardo Silva (foto Ansa).

Dal 2019 a oggi, un miliardo praticamente buttato via

Sotto la gestione di John Elkann ed Exor, la Juventus ha effettuato quattro aumenti di capitale dal 2019 a oggi, per un totale complessivo di 997,8 milioni di euro: 300 milioni nel 2019 per coprire i costi dell’era Ronaldo, 400 milioni nel 2021 per fronteggiare il Covid, 200 milioni nel 2024 per il nuovo piano strategico, 97,8 milioni a novembre 2025 in un accelerated bookbuilding lampo cui ha partecipato anche Tether. Di quel miliardo, Exor ha iniettato direttamente oltre 600 milioni per coprire la propria quota di maggioranza. Un quinto aumento, secondo La Stampa, è già nei piani.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Andamento titolo Juve vs FTSE MIB, Manchester United e SS Lazio. Base 100 al 28 novembre 2022. Prezzi rettificati per il raggruppamento 1:10 del 22 gennaio 2024. Fonti: Borsa italiana, NYSE, Xetra.

Per certificare il disastro basta aprire il terminale di Borsa italiana. Il 28 novembre 2022, giorno delle dimissioni di Agnelli e dell’intero consiglio di amministrazione, il titolo Juve — rettificato per il raggruppamento azionario 1:10 di gennaio 2024 — chiudeva a 2,53 euro. Oggi vale 2 euro. Meno 21 per cento in tre anni e mezzo. Nello stesso periodo il FTSE MIB ha toccato i 50 mila punti il 14 maggio, massimo storico, segnando +100 per cento.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Claudio Lotito, presidente della Lazio (Ansa).

Il Manchester United alla NYSE ha guadagnato il 28 per cento. Persino la Lazio di Claudio Lotito, considerata da sempre il modello opposto alla grandeur bianconera, ha messo a referto un +67 per cento. L’unico peer europeo in territorio comparabilmente negativo è il Borussia Dortmund (-20 per cento), che però non ha chiesto ai suoi azionisti aumenti di capitale per circa 300 milioni nel periodo.

Macelleria certificata dal mercato, non dai tifosi

E il -21 per cento del titolo è la fotografia ottimistica. Gli azionisti, durante la gestione Elkann diretta, hanno sottoscritto due aumenti per complessivi 297,8 milioni di euro. Se alla capitalizzazione iniziale di circa 640 milioni si sommano questi soldi freschi, la capitalizzazione attesa sarebbe attorno al miliardo. Quella effettiva oggi è 843 milioni. Cento milioni semplicemente evaporati. Il gap rispetto al benchmark — cioè rispetto a cosa sarebbero diventati quei soldi in un fondo scambiato in Borsa su Piazza Affari — supera i 400 milioni. Dal massimo storico di 114,40 euro (split-adjusted) del 20 settembre 2018 — giorno della prima stagione di CR7 — il titolo ha perso il 98,25 per cento. Macelleria certificata dal mercato, non dai tifosi.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
John Elkann e Gianluca Ferrero. Dietro di loro, i fratelli Chiellini (foto Ansa).

Confermare Spalletti con grande anticipo è stata una buona idea?

Come si spiega che Spalletti abbia ottenuto un rinnovo fino al 2028 molto prima di aver ottenuto aritmeticamente l’accesso alla Champions, in un atto di fede dell’azionista poi clamorosamente smentito dal campo? La verità è che a monte di ogni scelta sportiva, da sei anni, c’è una sola persona: John Elkann. È lui che ha voluto Comolli, scelto personalmente. È lui che ha promosso il “governo tecnico” del 2023, con Ferrero, commercialista storico della famiglia, alla presidenza di facciata. La differenza con il cugino Andrea, al netto della bufera giudiziaria, è che Andrea portava titoli. Nove scudetti consecutivi. John ha trasformato un patrimonio sportivo di cent’anni in carne di porco contabile.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Luciano Spalletti (foto Ansa).

L’alternativa che c’era ma è stata rifiutata: Tether

E qui la storia diventa esplicitamente politica. Elkann un’alternativa concreta ce l’ha già sul tavolo. Si chiama Tether, la società che emette USDT — la stablecoin più diffusa al mondo, 140 miliardi di capitalizzazione, 14 miliardi di profitti — controllata dagli italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino. Tether è il secondo socio Juve con l’11,5 per cento, ha un suo rappresentante nel cda (Francesco Garino, entrato nel novembre del 2025) e ha partecipato all’ultimo aumento di capitale.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Paolo Ardoino.

Il 12 dicembre 2025 Ardoino ha inviato a Exor un’offerta vincolante interamente in contanti: 1,1 miliardi per la quota di controllo del 65,4 per cento, più un miliardo aggiuntivo da reinvestire nel club. Elkann ha rifiutato in poche ore, con formula sentimentale: «La società fa parte della mia famiglia da 102 anni». A marzo 2026 Devasini risulta essere l’italiano più ricco, con un patrimonio di 89,3 miliardi. Tether non ha ritirato l’offerta. «Make Juventus Great Again», ha scritto Ardoino su X scimmiottando il Maga trumpiano. Si possono avere tutti i dubbi del caso su Tether — riserve USDT, sede a El Salvador, biografia di Devasini —, ma il dato è uno: c’è chi mette sul tavolo un miliardo cash e c’è chi continua a chiedere aumenti di capitale ai propri azionisti per ritrovarsi sesti a una giornata dalla fine, con la Champions appesa a un miracolo.

Ha ancora senso il diritto di veto della Famiglia su qualsiasi cessione?

La Juventus non si rinforza con qualche colpo estivo. La Juventus va rifondata. Allontanare Comolli e il direttore tecnico François-Joseph Modesto, ridimensionare l’esperimento algoritmico, ricostruire una governance fatta da uomini di calcio e non da commercialisti di famiglia. E soprattutto, una domanda che a Torino nessuno vuole porre apertamente: se Exor non è in grado di gestire questo asset, ha ancora senso il diritto di veto della Famiglia su qualsiasi cessione? Spalletti ha in programma un incontro con Elkann. Vorrebbe certezze, ha detto: «Devo portare robe diverse da queste qua». Manuel Locatelli, da capitano, ha detto di essere «distrutto». L’unica certezza, in casa Juventus, sono le perdite a bilancio — e un miliardo, ancora cash, ancora sul tavolo, che la Famiglia continua a non vedere.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita

A metà maggio la fotografia dell’ex Ilva è desolante: gara di vendita non chiusa, scadenza di aprile disattesa, due offerenti formali ancora in campo, un piano B governativo che si sgonfia già nella settimana in cui è stato annunciato. E un dossier che ha cambiato scrivania.

Le offerte sul tavolo: pro e contro

La proposta di Flacks group

I due pretendenti in campo sono Flacks Group e Jindal Steel International. Il primo, family office di Miami fondato dal britannico Michael Flacks, ha depositato l’offerta l’11 dicembre 2025: 5 miliardi di investimenti, 8.500 posti garantiti, asset a un euro simbolico, Stato al 40 per cento del capitale. Il 30 dicembre 2025 il Mimit dà mandato di trattativa esclusiva. Sulla carta, le cifre piacciono al pubblico. Ma sotto le cifre, il curriculum siderurgico è semplicemente assente. La storia di Flacks Group del resto è fatta di real estate, retail, chimica, immobili. Sui metalli, al massimo, qualche partita di trading. Gestire un mostro come l’ex Ilva non si fa da un ufficio di Miami con un cv di vernici e palazzi. E i numeri lo dicono: a fine marzo i commissari chiedono coperture bancarie pluriennali, per Flacks sono condizioni «irricevibili» e chiede un vendor loan statale a fare da ponte. Tradotto: prima i soldi pubblici, poi vediamo.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Michael Flaks.

I numeri di Jindal Steel

Jindal Steel International, attraverso il presidente Naveen Jindal – accompagnato a Roma, Taranto e Genova dal figlio Venkatesh – ha presentato un’offerta vincolante il 21 marzo scorso: forno elettrico da 2 milioni di tonnellate a Taranto, dismissione del ciclo integrato entro il 2030, capacità a regime 6 mln di tonnellate di acciaio prodotte, investimento fino a 1 miliardo nei propri impianti, 3.600 dipendenti. Sulla carta garantisce una presenza globale nella siderurgia e la dotazione tecnica. Sotto la carta: se i soldi li mette lo Stato, la presenza globale non vale nulla. Il governo italiano deve mantenere la proprietà degli impianti di Taranto sino alle bramme, restare proprietario delle centrali, accollarsi forza lavoro e oneri CO2. Jindal prende solo i laminatoi di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi, Paderno Dugnano, Legnaro e Marghera, e i porti. E acquisterà fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti del governo, per tre anni, a prezzi di mercato. Quei prezzi non coprono i costi di un’area a caldo che brucia 50-100 milioni al mese: lo Stato venderà bramme in perdita a Jindal finché lei non avrà le sue dall’OmanGame over per Taranto come ciclo integrato. Si aggiunga che lo stesso Naveen Jindal aveva provato a comprare Thyssenkrupp Steel Europe in Germania, ma le trattative sono state sospese il 2 maggio per costi pensionistici e investimenti. A Berlino la due-diligence è stata fatta sul serio.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Sajjan Jindal con Aldolfo Urso (Imagoeconomica).

Cosa si muove (e cosa no)

Negli ultimi giorni è circolata la voce di una cordata di Flacks con Danieli Metinvest. Va letta con calma. Non c’è nulla di firmato: c’è un tavolo tecnico e ci sono colloqui. Danieli ha sempre detto di essere un fornitore di tecnologia, non un acquirente di brownfield; un eventuale ingresso in equity, secondo le ricostruzioni più precise, sarebbe limitato al 10 per cento (5 per cento Danieli e altrettamto Metinvest) e rinviato a una “seconda fase”. Dettaglio non secondario, a confermare il quadro è stato il presidente Danieli Alessandro Brussi: è il governo che ha messo Flacks in contatto con Metinvest e con Danieli. Tradotto: non è un’iniziativa industriale autonoma del fondo di Miami, è un puntellamento ministeriale a un offerente impallato sulle garanzie. Sull’altro lato del tavolo: Metinvest a Piombino è ancora in stallo. Domanda di VIA ripresentata ad aprile, dopo 36 quesiti inevasi sulla precedente; accordo di Programma non firmato, cantiere previsto entro fine 2026 ma in ritardo di un anno su un investimento da 3,2 miliardi. Chiedere a chi non ha ancora avviato Piombino di farsi carico dell’ex Ilva è un esercizio da retroscenisti. Sul fronte governativo, l’ipotesi Arvedi circolata la settimana scorsa è data per non più in piedi; l’ipotesi Qatar Steel resta sullo sfondo. Federmeccanica (Simone Bettini) ha rilanciato: Occorre «mantenere la produzione siderurgica e l’indipendenza degli approvvigionamenti». Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, chiede società mista Stato-privato e la nazionalizzazione: «Il pubblico investe attraverso Fincantieri e Leonardo, non vedo perché non possa investire in un settore strategico».

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L’ex Ilva di Taranto (Imagoeconomica).

Il piano vecchio, archiviato da Urso

Vale la pena tornare al vecchio piano Jindal datato ottobre 2024 e archiviato dal ministro Adolfo Urso. È intestato a Jindal Steel (International) con un indirizzo che ricorre su ognuna delle 25 pagine: «Two Tribeca, Trianon 72261, MAURITIUS». La più grande acciaieria d’Europa offerta da una società domiciliata in una giurisdizione che per l’Ue resta nella zona grigia della pianificazione fiscale aggressiva. Condizioni: investimento fino a 3,01 miliardi entro il 2030, di cui 1,67 miliardi di grant pubblici già richiesti, più 606 mln per gli EAF e 660 per il secondo DRI. Due miliardi su tre li mette lo Stato. E a pagina 12, in chiaro, c’è la richesta di un decreto che garantisca immunità penale, civile e amministrativa all’offerente e ai suoi dirigenti per le responsabilità pregresse. Un Salva-Ilva prima di entrare. EBITDA in rosso cinque anni di fila, pareggio al 2030 solo grazie alle sovvenzioni. Urso lo archiviò. La nuova versione chiede meno contributi ma ha la stessa filosofia: lo Stato tiene il problema, Jindal tiene la rendita.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Adolfo Urso a Taranto (Imagoeconomica).

Il fatto politico: il dossier è in mano a Palazzo Chigi

Veniamo all’unico vero fatto politico di queste settimane, e va detto senza cuscinetti. Il 6 maggio Urso ha dichiarato in pubblico che «l’ultima parola spetta a Palazzo Chigi». Tradotto: questa pratica non la chiudo io. Le ricostruzioni nella maggioranza e nel Mimit sono concordi: il dossier ex Ilva sarebbe passato nelle mani di Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi. Avvocato di Bisceglie, classe 1965, formato tra Tesoro di Tremonti, Consob e ministero del Turismo, Caputi è un funzionario amministrativo, non un decisore industriale. Affidare a lui la regia di un dossier da oltre 20 mila lavoratori, otto miliardi di debito e tre regioni significa una cosa: la maggioranza ha deciso di non scegliere più.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Gaetano Caputi (Imagoeconomica).

Il piano industriale fantasma

Il problema dell’Ilva non sono i compratori che mancano: è il piano industriale che lo Stato non ha mai voluto avere. Quando un piano c’era – il business plan Bain, 8 mln di tonnellate al 2030, 3,6 miliardi di investimenti, decarbonizzazione – è stato messo nel cassetto. Quando Invitalia poteva salire al 60 per cento di Acciaierie d’Italia versando 680 milioni, non li ha versati. Da allora il governo Meloni ha versato comunque: prestiti ponte (320+100 milioni nel 2024, altri 149 nel 2026), DL 3/2025 (circa 480 mln tra continuità e bonifiche), DL 92/2025 (200 milioni più la cassa integrazione), DL 180/2025, rimborsi dal conto bonifiche, garanzie SACE per altri 220 mln di rischio pubblico. Il tutto per un totale stimato in circa 2,3 miliardi di euro dal 2023 a oggi, più di tre volte i 680 milioni che sarebbero serviti per prendere il controllo. Oltre il triplo, per non comandare. E nel solo 2025 Acciaierie d’Italia ha perso 1,376 miliardi, oltre 100 milioni al mese che bruciano. Non si vende ciò che non si è prima governato. E ora, dopo il piano archiviato di Mauritius, dopo il puntellamento ministeriale al fondo di Miami, dopo il «piano B» qatarino che vacilla e l’Arvedi che non c’è mai stata, il fascicolo è uscito dalle mani del ministro che lo ha gestito per tre anni. È in un’altra stanza.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump

Lunedì 11 maggio, il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta che chiude un copione durato un mese: gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto attacchi militari segreti contro l’Iran. Tra i bersagli la raffineria di Lavan Island, centrata l’8 aprile. Il WSJ usa il plurale: «strikes». Non un colpo isolato, una campagna, e per di più condotta poche ore dopo il cessate il fuoco. Un po’ come il pugile che tira un cazzotto dopo il gong.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

L’attacco segreto degli Emirati contro l’Iran

La cronologia è importante. L’8 aprile, quando negli Emirati è mezzanotte, Donald Trump pubblica su Truth Social l’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan. È il gong. Poche ore dopo l’annuncio (alle 10 iraniane) i Mirage 2000-9 dell’Aeronautica emiratina colpiscono la raffineria di Lavan Island nel Golfo Persico. Un attacco «vile», commenta la National Iranian Oil Refining and Distribution Company. Un’ora dopo arriva la ritorsione di Teheran: 17 missili balistici e 35 droni piovono sugli Emirati, 28 droni sul Kuwait. Il WSJ rivela che gli americani erano a conoscenza dell’attacco emiratino. Dubai dal canto suo non conferma né smentisce.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Donald Trump (Ansa).

La risposta chirurgica di Teheran su Fujairah

Il 4 maggio, 26 giorni dopo Lavan, l’Iran torna all’attacco con 12 missili balistici, tre cruise e quattro droni. Uno penetra le difese aeree e colpisce il terminal petrolifero di Fujairah nella Petroleum Industries Zone (FOIZ). La scelta del bersaglio è chirurgica. Fujairah è il porto sul Golfo dell’Oman, a 130 chilometri a est di Dubai e oltre lo Stretto di Hormuz. È il terminal della Habshan-Fujairah pipeline — nota come ADCOP — 380 chilometri di tubi che portano il greggio dai giacimenti di Abu Dhabi al Golfo dell’Oman senza passare per Hormuz. Capacità: 1,5 milioni di barili al giorno. È l’unica via di esportazione alternativa allo Stretto che gli Emirati hanno costruito come polizza assicurativa contro i blocchi. Quando Hormuz è stato chiuso a marzo, l’export di Fujairah è cresciuto da 1,17 a 1,62 milioni di barili al giorno. L’Iran dunque sapeva esattamente dove colpire, e la proporzione fra i due bersagli è il dato che chiude la partita. Se Mohammed bin Zayed ha tirato il pugno dopo il gong colpendo un’unghia – Lavan, 55 mila barili al giorno di capacità di raffinazione e danno riparabile in uno, due mesi – l’Iran ha aspettato il momento giusto e ha centrato l’arteria principale cioè Fujairah, l’unica via di export alternativa a Hormuz degli Emirati.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il porto di Fujairah (Ansa).

Il fallimento di Trump e l’intervento di MBS

Intanto il 5 maggio Trump lancia l’Operation Project Freedom per scortare le navi mercantili intrappolate nello Stretto. È la mossa pensata per dimostrare agli elettori americani, in vista delle midterm, che la guerra non è persa. Ma l’operazione si rivela un flop: solo due navi civili attraversano il corridoio. E qui entra in scena Mohammed bin Salman. Il principe ereditario saudita è stato preso alla sprovvista dall’annuncio di Trump e così risponde negando a Washington l’uso della Prince Sultan Airbase e dello spazio aereo. Il Kuwait fa lo stesso. Trump prova inutilmente a fargli cambiare idea, e il 6 maggio Project Freedom è sospeso. L’unica operazione militare americana pensata per riaprire Hormuz è morta dopo 24 ore di vita. Come commenta il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf «l’operazione Trust me bro è fallita».

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).

In quel momento si è capito che il sistema strategico del Golfo è cambiato. Gli Stati Uniti non possono condurre operazioni militari nel Golfo senza autorizzazione saudita. MBS ha dimostrato che la chiave del Golfo è Riad, e che senza Riad la potenza americana è bloccata. E mentre il mito della neutralità emiratina si sgretola, a Trump non resta che volare da Xi a Pechino perché ha bisogno della Cina per chiudere una guerra che gli alleati del Golfo non vogliono più subire.

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero

In 40 giorni gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto liquidità di salvataggio alle proprie banche, una linea di emergenza in dollari al Tesoro americano agitando la minaccia dello yuan, e ora abbandonano l’OPEC dopo sei decenni. Tre atti dello stesso copione: una potenza che non sa più dove sbattere la testa, mentre il fratello del presidente fa shopping a Londra e la propaganda di Abu Dhabi confeziona il tutto come «riallineamento strategico».

La ritirata degli Emirati in tre atti

C’è un modo elegante di raccontare la decisione annunciata via WAM, l’agenzia di Stato emiratina: «Evoluzione policy-driven allineata ai fondamentali di mercato di lungo periodo». Parole del ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei. È la grammatica con cui le petromonarchie del Golfo confezionano qualunque cosa, comprese le ritirate. E poi c’è il modo onesto: gli UAE escono dall’OPEC e dall’OPEC+ a partire dal primo maggio perché la guerra in Iran li ha devastati, perché i sauditi non li hanno protetti, perché Donald Trump li ha trascinati nel conflitto e ora li usa come ariete contro Riad, e perché Mohammed bin Zayed ha bisogno di optionality — qualunque optionality — su una scacchiera dove ha perso quasi tutte le caselle. 

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
Il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

Primo atto: il pacchetto di emergenza della Banca centrale

Il primo atto è andato in scena il 18 marzo, quando la Banca centrale (CBUAE) ha convocato una riunione straordinaria approvando un pacchetto d’emergenza: accesso al 30 per cento delle riserve obbligatorie, rilascio simultaneo del Countercyclical e del Capital Conservation Buffer, allentamento dei ratio di liquidità, flessibilità sui crediti deteriorati. La CBUAE ha esibito come scudo riserve valutarie sopra il trilione di dirham e un cover ratio della monetary base al 119 per cento. Ma rilasciare contemporaneamente entrambi i buffer di capitale non è una misura precauzionale: è ciò che si fa quando il sistema mostra crepe. Era il giorno dopo gli attacchi a Fujairah e a 23 miglia nautiche dal porto, due giorni dopo il drone sullo Shah gas field di Abu Dhabi. 

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
Il porto di Fujairah (Ansa).

Secondo atto: l’aiuto degli Usa e l’attivazione dell’Exchange Stabilization Fund

Il secondo atto è andato in onda il 20 aprile, sul Wall Street Journal. Il governatore Khaled Mohamed Balama, durante gli Spring Meetings del FMI a Washington, ha avvicinato il segretario al Tesoro Scott Bessent e funzionari della Federal Reserve per chiedere l’apertura di una swap line valutaria in dollari, il meccanismo con cui due banche centrali si scambiano valuta e si impegnano a riconvertire alla scadenza. Richiesta «preliminare e precauzionale», dicono i diplomatici emiratini quando la situazione è già fuori controllo.

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

Ma il dettaglio politicamente esplosivo è un altro: le fonti del WSJ riferiscono che Abu Dhabi ha argomentato che è stato Trump a coinvolgerli nel conflitto attaccando l’Iran, e che qualora i dollari dovessero scarseggiare, gli Emirati potrebbero essere costretti a usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Una minaccia esplicita, formulata da un Paese il cui dirham è ancorato al dollaro a 3,6725 dal 1997. L’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio, recapitato come messaggio diplomatico a Washington. Il 22 aprile Trump ha risposto in diretta su CNBC Squawk Box: «Se avessero un problema, ci sarei per loro». Lo stesso giorno Bessent al Senato ha confermato che «molti» alleati del Golfo hanno chiesto swap lines e che lo strumento «benefit both the UAE and the US». Il 24 aprile, su X, Bessent ha alzato il tiro parlando esplicitamente di «creare nuovi centri di funding del dollaro nel Golfo e in Asia». La traduzione: il Tesoro Usa si prepara a salvare gli UAE attraverso l’Exchange Stabilization Fund — non la Fed — la stessa scatola con cui Bessent ha dato i 20 miliardi all’Argentina di Milei a ottobre 2025. Veicolo che bypassa Federal Reserve e Congresso, e che lega gli UAE a un guinzaglio di sei mesi rinnovabili, richiamabili dal Tesoro in qualsiasi momento. 

Terzo atto: Abu Dhabi via dall’OPEC e dall’OPEC+

Il 28 aprile scatta il terzo atto: l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+. Gli Emirati erano membri fondatori dal 1967, quattro anni prima dell’esistenza stessa della federazione. Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, padre di MBZ e architetto del Paese, portò Abu Dhabi nel cartello come strumento di sovranità araba sul petrolio. Sessant’anni dopo, suo figlio baratta quella membership per una swap line americana. Già si parla di «petrodollaro che muore». Tecnicamente però l’OPEC non impone in alcuno statuto la fatturazione del greggio in dollari. Il petrodollaro è un accordo bilaterale Stati Uniti-Arabia Saudita del 1974, non una clausola del cartello. L’Iran è dentro l’OPEC e accetta yuan, rubli, euro da anni. Quindi uscire dall’OPEC non “libera” gli UAE dal dollaro. Ciò che invece libera è la disciplina monetaria saudita, la coordinazione che all’interno dell’OPEC vincolava ogni mossa di diversificazione valutaria a Riad. Fuori dall’OPEC, gli Emirati possono stringere bilaterali in yuan con Pechino, tenere il dollaro con Washington, costruire optionality di fatturazione senza dover allineare con i sauditi. Si tratta dell’erosione della disciplina interna del petrodollaro, non di rottura legale.

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
Il logo dell’OPEC (Ansa).

A chi conviene l’uscita degli UAE?

A chi conviene tutto questo? A Trump, prima di tutto. Da mesi accusa l’OPEC di «ripping off» l’America con prezzi gonfiati. L’uscita degli UAE è il primo trofeo concreto della sua pressione, e arriva mentre il Brent torna sopra i 112 dollari per la chiusura di fatto di Hormuz e la benzina americana pesa sulle midterm di novembre. A Pechino, che ottiene un piede nel Golfo senza dover convincere nessuno: gli emiratini glielo offrono spontaneamente, anche se — come vedremo — è un finto regalo. E paradossalmente anche a Riad, che si libera di un alleato sempre più scomodo, sempre più filo-americano e sempre più tossico. A chi non conviene è agli Emirati stessi. Perché restano materialmente devastati. La promessa di «pompare a 5 milioni di barili al giorno» con cui Abu Dhabi giustifica l’uscita è solo propaganda: le fonti indipendenti — EIA, Energy Intelligence, Rystad — stimano la capacità reale dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) tra i 4,3 e i 4,5 milioni di barili, contro una produzione pre-guerra di 3,4. La spare capacity effettivamente attivabile è di 600-800 mila barili giornalieri, non i 1,5-2 milioni necessari per fare crollare i prezzi che Trump promette ai propri elettori. Senza contare che Habshan, Fujairah Oil Industry Zone, Ruwais, Khor Fakkan, Borouge e l’oleodotto ADCOP sono tutti stati colpiti. Le infrastrutture di processamento ed export sono in convalescenza, non a piena capacità.

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
Il campo petrolifero di HabshanFujairah (Ansa).

La lancia Usa nel Golfo si è spuntata in 40 giorni

Gli Emirati restano con un PIL 2026 stimato dal FMI al 3,1 per cento — rivisto da 5,0 per cento di gennaio — che è ottimismo da brochure. Restano con i capitali in fuga, una swap line da 20-30 miliardi di dollari (la dimensione Argentina) che copre meno di un mese di burn rate sotto stress, e una Banca centrale che nasconde la fuga sotto pacchetti chiamati «di resilienza». La maschera è caduta: dopo essersi venduti al mondo per 20 anni come hub neutro, oggi sono il Paese che chiede liquidità in dollari a Washington minacciando di usare lo yuan, ed esce dall’OPEC nel mezzo di una crisi energetica storica, senza nemmeno consultare Riad. Mentre tutto questo accade, Tahnoon bin Zayed continua a fare shopping a Londra: 1,4 miliardi di sterline tramite IHC per un portafoglio di ristoranti di lusso. È l’immagine perfetta di una élite che non ha capito — o ha capito troppo bene — che il gioco è finito. La punta di lancia americana e israeliana nel Golfo si è spuntata in 40 giorni. E il beduino che voleva fare il padrone di casa del mondo arabo si ritrova a chiedere l’elemosina — prima alle proprie banche, poi al Tesoro americano, ora all’OPEC. Tre porte, tre richieste, tre atti. Il quarto atto sarà il prezzo da pagare. E quello arriverà dai sauditi.

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Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).


Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo

L’Inter come la Juventus, Beppe Marotta come Luciano Moggi. Vent’anni dopo lo scoppio di Calciopoli, è un parallelo che ha senso fare con la nuova Arbitropoli che sta scuotendo il campionato italiano?

L’avviso di garanzia a Rocchi per concorso in frode sportiva

Bisogna partire dai fatti. Il 25 aprile 2026, Festa della Liberazione, la procura di Milano ha notificato un avviso di garanzia per concorso in frode sportiva al designatore degli arbitri Gianluca Rocchi e al supervisore Var Andrea Gervasoni. Entro quella sera stessa entrambi si sono autosospesi. In 48 ore gli indagati noti sono diventati cinque: con loro i varisti Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca e l’ex arbitro Daniele Paterna, accusato di false informazioni al pubblico ministero.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Gianluca Rocchi (foto Ansa).

Doveri, arbitro ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter

Le partite finite sotto la lente sono «quattro o cinque», nessuna del campionato in corso. Uno dei fili rossi però sembra essere chiaro: l’Inter. In due dei tre capi d’imputazione contestati a Rocchi compare infatti il club nerazzurro: la designazione «gradita» del direttore di gara Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile 2025 e l’accordo «con più persone» (quali? chi?) a San Siro il 2 aprile 2025, per tenere lontano dalla fase conclusiva del campionato e dall’eventuale finale di Coppa Italia Daniele Doveri, ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter.

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Daniele Doveri in una gara dell’Inter (foto Ansa).

Il ritornello ripetuto da Marotta: «Siamo estranei»

La quarta partita è Inter-Verona dell’8 gennaio 2024, con la mancata on field review, cioè la revisione sul campo, sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda da cui l’inchiesta è partita. L’Inter, attraverso il presidente e amministratore delegato Giuseppe Marotta, ha replicato così: «Voglio tranquillizzare i tifosi. L’Inter ha sempre agito con la massima correttezza. Non c’è un elenco di arbitri a noi graditi e sgraditi. L’Inter è estranea e lo sarà anche in futuro». E ha aggiunto un grande classico, cioè l’argomentazione delle «vittime»: «L’anno scorso siamo stati penalizzati. Cito il rigore non dato in Inter-Roma». La frase chiave è «estranea». E qui vale la pena fermarsi, perché è la parola attorno a cui si gioca tutto.

Marotta ha usato «estranea» per dire una cosa precisa: nessun dirigente dell’Inter è oggi iscritto nel registro degli indagati della procura di Milano. È vero. Ed è anche, per questa fase, irrilevante sul fronte che davvero conta per un club di calcio: la giustizia sportiva. Perché le inchieste sportive e quelle penali corrono su binari diversi, con regole diverse, tempi diversi e standard di prova diversi. Lo dice la storia recente del calcio italiano. Lo dice, prima di tutto, l’articolo 7 del Codice di Giustizia sportiva della Figc.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Beppe Marotta interpellato a Sky Sport sul nuovo scandalo Arbitropoli.

Il testo è pubblico, lo si trova sul sito della Federazione: «Il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara o di una competizione ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica costituisce illecito sportivo. La fattispecie si perfeziona con il compimento degli atti diretti, anche se il risultato non è raggiunto».

Giuseppe Chinè ha chiesto le carte alla procura di Milano

Tre conseguenze pratiche, che la giurisprudenza federale ribadisce in decine di sentenze: l’illecito sportivo «prescinde da qualsiasi dolo specifico positivizzato dal legislatore». Cioè non serve provare l’accordo bilaterale, non serve provare lo scambio, non serve nemmeno provare che il risultato sia stato effettivamente alterato. Le società «rispondono oggettivamente, ai fini disciplinari, dell’operato dei dirigenti, dei tesserati e dei soggetti di cui all’art. 1 bis comma 5». E la stessa procura federale può aprire o riaprire il fascicolo «se emergeranno elementi nuovi e probanti», come ha già annunciato il procuratore Giuseppe Chinè il 27 aprile, chiedendo le carte alla procura di Milano.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Giuseppe Chinè (Imagoeconomica).

Vale la pena riprendere in mano il calendario di Calciopoli, perché i giorni si assomigliano. Maggio 2006: emerse il caso delle intercettazioni telefoniche. La procura di Napoli aveva aperto il fascicolo penale da mesi, ma l’inchiesta si concluse in via definitiva solo nel 2015, e con la maggior parte dei reati prescritti. La procura federale, intanto, andava per conto suo. Il 14 luglio 2006 la Caf emise la prima sentenza sportiva: Juventus in Serie B con 30 punti di penalizzazione, revoca dei due scudetti, sanzioni pesantissime per Milan, Fiorentina e Lazio.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Beppe Marotta e Gianluca Rocchi assieme.

La giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria

L’11 luglio successivo, in Appello, la sentenza venne rivista – Juve in B con -17 punti – ma il principio rimase. Quel giorno, in sede penale, contro i dirigenti bianconeri non c’era stata ancora una condanna. Non ce ne sarebbe stata una definitiva nemmeno 10 anni dopo (reati estinti per prescrizione). Eppure il club fu retrocesso. Il motivo è scritto in chiaro nelle motivazioni: l’illecito sportivo è una cosa diversa dalla questione penale, le società rispondono oggettivamente, e la giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria.

Testimonianza sui «codici gestuali» nei raduni settimanali

Vent’anni dopo, lo schema applicato a un altro club potrebbe essere lo stesso. Se la procura federale dovesse riaprire il fascicolo sulla base degli atti milanesi e delle nuove rivelazioni – la testimonianza dell’ex arbitro Pasquale De Meo sui «codici gestuali» nei raduni settimanali, gli audio di sala Var di Inter-Verona, i capi d’accusa già pubblici – non ci sarebbe bisogno di un dirigente nerazzurro indagato penalmente per contestare l’illecito alla società. Basterebbe dimostrare che siano stati compiuti atti diretti ad alterare il risultato o lo svolgimento di gare in cui l’Inter è stata favorita; e che gli autori, anche se non dirigenti, fossero tesserati o soggetti collegati.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Giuseppe Marotta (foto Ansa).

La differenza tra Marotta nel 2026 e Antonio Giraudo nel 2006 non è tanto giuridica, quanto temporale. Il primo ha ancora qualche settimana per dire «siamo estranei». Il secondo lo disse fino al giorno della retrocessione. Resta la difesa tramite numeri: «Siamo stati penalizzati», ha detto Marotta. Ma anche qui i dati dicono il contrario.

  • Stagione 2023/24: 14 rigori a favore dell’Inter contro quattro contro, rapporto 3,5, il più sbilanciato della Serie A.
  • Stagione 2024/25: secondo Tuttosport del 25 febbraio 2025, il saldo Open Var a favore dell’Inter è «tanto quanto Juventus, Napoli e Atalanta», non meno.
  • Stagione 2025/26: secondo i dati Aia Open Var, il saldo è sostanzialmente in pari.

Vent’anni fa Stefano Palazzi, l’ex procuratore federale che istruì il filone post-Calciopoli, disse a Tuttosport una frase che la stampa nerazzurra ha provato a rimuovere: l’Inter del 2006 avrebbe potuto rischiare la retrocessione in Serie B, altro che lo scudetto. Quel titolo restò ai nerazzurri per una decisione amministrativa del Consiglio di Stato nel 2023, quando fu respinto l’ultimo ricorso della Juventus, e non per un’assoluzione di merito.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Il procuratore federale Stefano Palazzi nel 2012 (foto Ansa).

Perché sullo sfondo sembra muoversi Lotito

A margine, ma non per caso, oggi sullo sfondo si muove Claudio Lotito. Il presidente della Lazio – vent’anni fa anche lui condannato in Calciopoli, in primo grado, alla retrocessione, poi salvato in Appello, con permanenza in A e pesanti penalizzazioni – è oggi, secondo Dagospia, in asse con il ministro dello Sport Andrea Abodi sull’ipotesi di un commissariamento della Figc, con un disegno di legge già pronto in parlamento. Sono 19 su 20 le squadre di Serie A favorevoli alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale. Una sola contraria: la Lazio.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio Claudio Lotito (foto Ansa).

Se l’inchiesta sugli arbitri portasse al commissariamento della Federcalcio, e poi alle elezioni anticipate, Lotito sarebbe in corsa. È un effetto collaterale dell’inchiesta, non il suo cuore. Ma è un effetto che merita di essere registrato.

Al vertice della procura di Milano c’è un interista sfegatato

Resta un punto di metodo. Il vertice della procura di Milano è Marcello Viola, noto tifoso dichiarato dell’Inter, che pranzò con Marotta e l’amministratore delegato corporate Alessandro Antonello pochi giorni dopo l’insediamento nel giugno 2022 e che il 30 settembre 2024 si presentò alla conferenza stampa sull’inchiesta Doppia Curva con il telefono provvisto di cover dell’Inter.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Marcello Viola con la cover dell’Inter.

Il pm titolare dell’inchiesta Arbitropoli è Maurizio Ascione. Il 27 aprile l’Ansa ha scritto che «in procura si respirerebbe un clima di tensione legato alla gestione dell’indagine da parte del pm rispetto ai vertici dell’ufficio». Tradotto: chi indaga e chi coordina non sono allineati. Il perché è intuibile.

Una società di calcio si difende come può. Marotta continua a ribadire che l’Inter è estranea: ha parlato di «registro degli indagati», di procura penale, scegliendo il binario più comodo. Ma il binario che decide la vita sportiva di un club non è quello. Lo sa l’Inter, lo sapeva la Juventus del 2006. La differenza, oggi, è che negli atti pubblici della procura di Milano viene usata la parola «gradito» riferita a un arbitro designato per una partita dell’Inter. È esattamente la fattispecie che l’articolo 7 chiama illecito sportivo. Il resto è una questione di tempi.

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali

Il Wall Street Journal lo ha confermato domenica 20 aprile: il governatore della Banca centrale degli Emirati Arabi, Khaled Mohamed Balama, ha chiesto al segretario al Tesoro Scott Bessent e a funzionari della Federal Reserve l’apertura di una swap line valutaria — una linea di credito d’emergenza in dollari — durante gli Spring Meetings del FMI a Washington. La notizia conferma ciò che Lettera43 scriveva già a marzo: la narrazione di stabilità emiratina è una costruzione fragile, e i numeri la stanno demolendo. Gli emiratini hanno argomentato che è stata la decisione di Donald Trump ad attaccare l’Iran a coinvolgerli nel conflitto. E hanno aggiunto un dettaglio che suona come una minaccia: se gli UAE finiscono i dollari, potrebbero usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Per un Paese il cui dirham è agganciato al dollaro, minacciare il passaggio allo yuan è l’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio. Ma è il segnale che la situazione è più grave di quanto Abu Dhabi voglia ammettere. 

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
MBZ con Donald Trump (Ansa).

Perché la crescita del 3 per cento è un miraggio

A gennaio, prima della guerra, l’FMI proiettava una crescita del 5 per cento. L’ultimo World Economic Outlook del 14 aprile l’ha ridotta al 3,1 per cento, e quello è lo scenario ottimistico. Nello scenario avverso la crescita del MENA (Middle East and North Africa) scende all’1,1 per cento. Ma quel 3,1 per cento è un numero sulla carta. Per trasformarsi in Pil reale servono liquidità, infrastrutture funzionanti e fiducia degli investitori. Gli UAE non hanno nessuna delle tre. Un Paese che chiede swap line d’emergenza non cresce del 3 per cento. Un Paese le cui banche hanno rilasciato simultaneamente il buffer anticiclico e quello di conservazione del capitale — come ha fatto la Banca centrale il 18 marzo — non è un Paese i cui fondamentali sono «solidi». 

Il crollo della «Little Sparta» del Golfo

Secondo la comunicazione ufficiale di Abu Dhabi, pressoché tutti i danni subiti dal Paese sono stati causati da «detriti caduti a seguito di intercettazioni riuscite». Detriti prodigiosi, bisogna ammetterlo: hanno incendiato lo Shah gas field (20 per cento del gas domestico emiratino), devastato il petrolchimico Borouge, distrutto oil tank e raffineria a Fujairah, colpito il porto di Khor Fakkan, danneggiato l’oleodotto Abu Dhabi-Fujairah e costretto al fermo precauzionale la raffineria di Ruwais. Se i detriti delle intercettazioni fanno tutto questo, viene da chiedersi cosa farebbero i missili se arrivassero a destinazione. In realtà, il ministero della Difesa ha dichiarato di aver affrontato 537 missili balistici, 2.256 droni e 26 missili cruise, 2.819 vettori d’attacco in cinque settimane. La matematica della propaganda emiratina funziona così: ogni colpo è intercettato, ogni danno è un detrito, e l’infrastruttura energetica si è autodistrutta per cause accidentali.

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
Il porto di Fujairah (Ansa).

L’Iran non voleva conquistare gli Emirati. Voleva dare un esempio. E l’esempio è stato devastante. In cinque settimane Teheran ha dimostrato quanto valesse la punta di lancia dell’asse Usa-Israele nel Golfo, quella «Little Sparta» di cui Mohammed bin Zayed andava tanto fiero, ripetuta con reverenza nei think tank di Washington e nei corridoi del Pentagono. La risposta, ora, è sotto gli occhi di tutti: niente. Al primo contatto con la realtà, la punta di lancia si è afflosciata, appiattita, disintegrata. Una definizione sulla carta, buona per i convegni e le foto con i generali americani. Gli UAE avevano proxy paramilitari in Yemen, Somalia, Libia e Sudan. Avevano i sistemi antimissile più avanzati del mercato. Avevano un budget della difesa da potenza media europea. Non avevano la capacità di proteggere i propri impianti petroliferi da sciami di droni da poche migliaia di dollari l’uno. A fine marzo, UAE e Kuwait avevano consumato il 75 per cento delle scorte di intercettori Patriot, il Bahrain l’87 per cento. La lezione iraniana è stata limpida: il prezzo dell’allineamento con Washington e Tel Aviv si paga in infrastrutture bruciate, e chi si vende come punta di lancia finisce per essere il primo bersaglio. 

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
Il principe ereditario Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).

Il viaggio a Pechino del principe ereditario…

Il 12 aprile il principe ereditario Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed è atterrato a Pechino. Il 14 è stato ricevuto da Xi Jinping. Ventiquattro accordi firmati. La visita avviene nel contesto in cui i funzionari emiratini dicono agli americani che senza dollari passeranno allo yuan. Il sistema cinese CIPS ha processato a marzo 135 miliardi di dollari giornalieri, +50 per cento. Il Project mBridgepiattaforma blockchain di cui gli UAE sono cofondatori — ha già processato 55 miliardi in scambi, con lo yuan al 95 per cento del volume. Ogni volta che il bluff viene esposto — e il WSJ lo ha appena fatto — la credibilità del bluffatore diminuisce. 

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
La delegazione cinese guidata da Xi Jinping e quella emiratina guidata da Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).

… E lo shopping londinese dello zio

Mentre Balama mendica dollari a Washington e il figlio di MBZ cerca alternative a Pechino, il fratello di MBZ — Sheikh Tahnoon bin Zayed, vicepresidente, capo dell’intelligence, chairman di IHC — fa shopping a Londra. L’11 aprile, DIAFA (affiliata IHC) ha acquisito una quota di maggioranza nell’impero di Richard Caring per 1,4 miliardi di sterline: The Ivy Collection, Annabel’s, Scott’s, Sexy Fish, Harry’s Bar, George, Mark’s Club. Il CEO di IHC ha dichiarato al Financial Times di voler spendere «36 miliardi di dollari ogni 18 mesi». A febbraio ha lanciato Judan Financial con 237 miliardi di dollari di asset in gestione. La contraddizione è irrisolvibile. O la crisi di liquidità è reale — e allora Tahnoon sta distraendo risorse mentre il Paese chiede l’elemosina — oppure è gonfiata per ottenere aiuti americani, e gli UAE stanno mentendo ai propri alleati. Tertium non datur

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
Da sinistra il primo ministro britannico Keir Starmer, Mohamed bin Zayed con accanto il fratello Tahnoon bin Zayed (Ansa).

La trappola in cui si sono infilati gli Emirati

L’emirato ha raccolto 4,5 miliardi di dollari in debito d’emergenza, pagando un premio pur di avere i soldi subito. Il Bahrain ha aperto una swap line da 5 miliardi con gli UAE: due naufraghi che si prestano il salvagente. L’IEA (l’International Energy Agency) ha definito la situazione «lo shock petrolifero più grave della storia». La World Bank ha tagliato la crescita del GCC (Gulf Cooperation Council) dal 4,4 all’1,3 per cento. Un consulente di wealth management a Singapore ha riferito che più della metà dei suoi 13 clienti emiratini stava valutando di spostare tutto. Un avvocato di patrimoni privati ha riportato che tre dei suoi venti clienti — con asset medi di 50 milioni — pianificavano trasferimenti urgenti. Dubai ha ridotto il limite di oscillazione in Borsa dal 10 al 5 per cento. Le autorità hanno dovuto smentire notizie su blocchi ai prelievi degli investitori stranieri. Il fatto stesso di doverlo fare dice tutto. Mohammed bin Zayed ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura. Quella scommessa assumeva un Iran rapidamente sconfitto e gli UAE come nodo indispensabile del nuovo ordine. Nessuno di quegli scenari si è materializzato. Gli UAE assorbono le ripercussioni senza poter uscire dall’alleanza, per paura di perdere la copertura americana. Una trappola perfetta, costruita con le proprie mani. Chi apre un conto a Singapore non torna facilmente a Dubai. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita. La parola del beduino di Abu Dhabi ora porta un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano cari.

Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?

Secondo fonti riservate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe pianificando di recarsi personalmente a Islamabad entro giovedì 24 aprile per firmare un accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran. L’intesa, che sarebbe già stata negoziata nelle sue linee fondamentali attraverso canali riservati, prevedrebbe due pilastri: uno stop decennale al programma nucleare iraniano e un meccanismo di divisione dei proventi del transito commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran. Se confermato, si tratterebbe del colpo di scena più clamoroso dall’inizio della guerra Iran-Usa, il 28 febbraio scorso. Le stesse fonti indicano che Trump intenderebbe intestarsi personalmente il merito dell’accordo prima che la notizia trapeli attraverso altri canali. Questa sarebbe la sequenza prevista: lunedì sera Steve Witkoff e Jared Kushner partecipano al secondo round negoziale; tra martedì sera e mercoledì – allo scadere dell’ultimatum del 22 aprile – ci dovrebbe essere l’annuncio della Casa Bianca; giovedì Trump volerà in Pakistan per la firma.

Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?
JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner (Ansa).

A Islamabad la sicurezza è stata raddoppiata

A supportare questa indiscrezione intervengono elementi oggettivi e verificabili. Il più eloquente è il dispositivo di sicurezza, drasticamente superiore a quello approntato per la visita del vicepresidente JD Vance dell’11-12 aprile. Per il primo round — 21 ore di negoziato, 300 membri nella delegazione americana — il Pakistan aveva dispiegato circa 10 mila unità tra polizia e forze paramilitari. Per il secondo round la scala di grandezza è diversa: oltre 18 mila unità nella sola Islamabad, con 7 mila rinforzi dal Punjab, per un totale che, secondo l’agenzia statale cinese Xinhua, raggiunge le 20 mila unità nelle twin cities. A questi si aggiungono 400 commandos d’élite, un centinaio di cecchini sui tetti con coordinamento radio in tempo reale e 600 posti di blocco su tutti i punti di accesso. Le misure aggiuntive sono senza precedenti: sospensione totale del trasporto pubblico, privato e merci; chiusura di ristoranti, banche, palestre, ostelli; requisizione del Serena e del Marriott Hotel; università chiuse con lezioni online. L’aumento di uomini rispetto alla visita di Vance è dell’ordine del 100-150 per cento. Non si prepara un dispositivo simile per un inviato speciale: lo si prepara per un Capo di Stato.

Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?
L’Hotel Serena a Islamabad (Ansa).

Tre C-17 Globemaster III atterrati a Rawalpindi

L’altro segnale materiale è il tipo di aerei militari americani atterrati alla Nur Khan Airbase di Rawalpindi. Per il primo round era arrivato un singolo C-130 Hercules con il team avanzato di sicurezza, inclusi agenti del Secret Service e della CIA. Sabato 19 aprile, i dati di flight tracking documentano tre C-17 Globemaster III dell’USAF — il primo alle 8.30, il secondo alle 11.03, il terzo alle 14.40 — con un quarto in rotta. Un C-17 trasporta fino a 77 tonnellate: tre significano oltre 230 tonnellate di capacità, contro le 20 del singolo Hercules della settimana precedente. Nella prassi delle visite presidenziali all’estero, i C-17 trasportano i veicoli blindati della scorta, le apparecchiature di comunicazione sicura e il materiale logistico necessario a replicare un perimetro di sicurezza equivalente a quello della Casa Bianca. A questi si aggiungono, secondo un funzionario pakistano intervistato da MSNBC, quattro ulteriori voli con i nominativi del team avanzato del vicepresidente.

Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?
Le bandiere degli Stati Uniti e dell’Iran (Ansa).

Il rebus Vance e il protocollo di continuità

L’indizio più pesante però è il balletto sulla partecipazione di JD Vance. Domenica, in poche ore, la Casa Bianca ha prodotto quattro versioni incompatibili. Al mattino, l’ambasciatore statunitense all’Onu Michael Waltz e il segretario all’Energia Chris Wright confermano la partenza. Mezz’ora dopo, Trump telefona a Jonathan Karl di ABC: Vance non va, il Secret Service non riesce a organizzare la sicurezza con 24 ore di preavviso. Novanta minuti più tardi, la portavoce rettifica: Vance andrà con Witkoff e Kushner. La spiegazione delle «24 ore insufficienti» è fragile: la stessa operazione era stata realizzata una settimana prima. La confusione trova invece una lettura coerente in un protocollo fondamentale della sicurezza americana: nella prassi consolidata dalla Guerra Fredda, fondata sulla National Security Presidential Directive 51, presidente e vicepresidente non devono trovarsi contemporaneamente nello stesso luogo all’estero. Il principio è la continuity of government: la dispersione geografica della leadership garantisce che la catena di comando resti intatta in caso di evento catastrofico. Se Trump vola a Islamabad, Vance deve rientrare. La danza delle dichiarazioni potrebbe riflettere una decisione presidenziale ancora in fieri.

Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?
JD Vance (Ansa).

Sul piatto la divisione dei proventi di Hormuz e lo stop decennale al nucleare

Lo stop decennale al nucleare rappresenterebbe un compromesso tra la proposta americana di 20 anni — respinta da Teheran e sgradita dallo stesso Trump — e la posizione iraniana, che rivendica il diritto sovrano all’arricchimento. Il revenue sharing su Hormuz sarebbe l’innovazione più radicale: durante il primo round lo Stretto era rimasto un nodo irrisolto. Trump venerdì scorso aveva ribadito dall’Air Force One che «non ci saranno pedaggi». Un accordo di divisione dei proventi, però, potrebbe consentire a entrambi di dichiarare vittoria. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato domenica della volontà di Teheran di porre fine al conflitto «con dignità». La delegazione negoziale, tuttavia, è guidata dal presidente del Parlamento Bagher  Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Le agenzie iraniane hanno formalmente rigettato il secondo round, ma fonti di Teheran hanno contemporaneamente riferito alla CNN l’arrivo di una delegazione a Islamabad per martedì. Il cessate il fuoco scade mercoledì 22: senza accordo o proroga, le ostilità riprenderebbero. Il sequestro della nave Touska da parte della USS Spruance e la minaccia di ritorsione dell’IRGC aggiungono volatilità. Al momento della pubblicazione, nessuna fonte ufficiale ha confermato una visita presidenziale a Islamabad. Lo scenario resta condizionale e la fluidità della situazione — testimoniata dal caos comunicativo della stessa Casa Bianca — lascia aperta la possibilità che i piani cambino nelle prossime ore. Ma ciò che appare difficilmente contestabile è che il dispositivo in fase di dispiegamento nella Capitale pakistana non è proporzionato alla visita di un inviato. Qualcuno, a Washington, si sta preparando per qualcosa di molto più grande.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin

Lovaglio ha vinto. Il 15 aprile, l’assemblea dei soci di Mps ha sancito il ritorno dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio alla guida della banca senese, con il voto determinante di Delfin – la holding della famiglia Del Vecchio, prima azionista con il 17,5 per cento -, di Banco BPM con il 3,76 per cento e anche grazie al Mef che non si è presentato. Così la lista presentata da Plt Holding ha avuto la meglio contro quella del board uscente, appoggiata dal 13,5 per cento di Francesco Gaetano Caltagirone. Per la prima volta dalla morte di Leonardo Del Vecchio, avvenuta nel giugno 2022, i due pilastri del patto che aveva conquistato Mediobanca e puntava al controllo di Generali si sono fronteggiati in assemblea. Una rottura clamorosa, che segna la fine di un’alleanza durata anni e che ridisegna gli equilibri del nascente terzo polo bancario italiano.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro la decisione di Delfin la pressione della famiglia Del Vecchio

Ma il voto di mercoledì racconta una storia diversa da quella che appare in superficie. La decisione di Delfin di schierarsi con Lovaglio non è stata una scelta strategica di Francesco Milleri, presidente della holding e Ceo di EssilorLuxottica. Ma è stata imposta dalle dinamiche interne alla famiglia. Da tre anni e mezzo gli otto eredi di Del Vecchio – la moglie Nicoletta Zampillo e i sette figli compreso Rocco Basilico (nato dal primo matrimonio di Zampillo col banchiere Paolo Basilico), ciascuno con il 12,5 per cento di Delfin – non riescono a chiudere la disputa sulla successione. I dividendi sono bloccati al 10 per cento dell’utile netto secondo lo statuto che richiede l’unanimità per le decisioni strategiche. Milleri governa per inerzia, non per mandato. E la pressione degli eredi, che vogliono risposte su come viene gestito un patrimonio che ai valori attuali supera i 40 miliardi di euro, si è scaricata anche sul voto in assemblea. Alla fine i figli spalleggiati dalla madre hanno dettato la linea a Milleri che avrebbe invece votato per la lista del board.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Milleri (Ansa).

La rottura dell’asse con Caltagirone

Lovaglio è l’uomo che ha risanato Mps e ha condotto la scalata vincente su Mediobanca. In realtà ha sempre avuto buoni rapporti con Milleri. La sua estromissione dalla lista del cda, decisa a inizio marzo, non era piaciuta né al numero uno di Delfin né – secondo fonti finanziarie – alla Bce. Ma la scelta di votare contro Caltagirone ha un costo enorme: spacca l’asse che teneva insieme il sistema, dall’acquisizione di Mediobanca al posizionamento su Generali.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Gaetano Caltagirone (Ansa).

Le mire di LMDV tra inchieste e piani di acquisizione

Il dissidio interno a Delfin è profondo e ha radici che vanno ben oltre Mps. Leonardo Maria Del Vecchio, il quarto figlio del fondatore e chief strategy officer di EssilorLuxottica, è indagato dalla procura di Milano con il coordinamento della Dda nell’ambito dell’inchiesta Equalize per presunto spionaggio ai danni di quattro fratelli. È inoltre in causa con la madre e Basilico. A marzo ha rilasciato un’intervista a Les Echos, il principale quotidiano finanziario francese, annunciando di voler comprare le quote di due fratelli per arrivare al 37,5 per cento di Delfin, un’operazione a leva su una holding che potrebbe trovarsi di fronte a imprevisti di natura fiscale. A dicembre 2025, Rocco Basilico ha lasciato il ruolo di Chief Wearables Officer di EssilorLuxottica. Era stato lui ad avviare i contatti con Mark Zuckerberg che hanno portato alla partnership con Meta sugli smart glasses. Lo stesso Milleri è a sua volta indagato dalla procura di Milano per il presunto concerto nell’acquisizione di Mediobanca, insieme a Caltagirone e allo stesso Lovaglio che oggi, per una di quelle ironie che solo il capitalismo italiano sa produrre, torna alla guida della banca grazie proprio al voto di Milleri.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

La possibile grana francese sull’ultima residenza del fondatore

Ma all’orizzonte della famiglia Del Vecchio si potrebbe profilare una partita al confronto della quale le faide di oggi rischiano di essere derubricate a un dettaglio. Nel 2023 il fisco francese ha avviato verifiche sulla residenza effettiva di Leonardo Del Vecchio al momento della morte, con particolare riferimento a Villa La Leonina, la proprietà di Beaulieu-sur-Mer che, nel suo testamento, il fondatore definisce «la residenza più amata» e che l’inventario dell’eredità valuta 47 milioni di euro. Se la residenza francese fosse accertata, l’applicazione dell’articolo 750 ter del Code général des impôts sull’intero patrimonio mondiale degli eredi avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti per l’assetto azionario di EssilorLuxottica, società del CAC 40 di cui Delfin controlla il 32 per cento. Contattati in merito, da Delfin si sono limitati a un «no comment».

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump

Ventuno ore di negoziati, una sala sfarzosa a Islamabad, un vicepresidente americano che sale sul podio e annuncia il fallimento. JD Vance lascia il Pakistan con un’«offerta finale e migliore» che gli iraniani non avrebbero mai potuto accettare. Non perché siano irragionevoli, ma perché non era un’offerta: era un diktat. Una «classic walk-out move» dal manuale di Trump, come l’ha definita Kamran Bokhari del Middle East Policy Council. Un copione già scritto.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
La conferenza stampa di JD Vance dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).

Perché quello tra Usa e Iran non è stato un negoziato

Chiunque abbia dimestichezza con la diplomazia sa come funziona un negoziato reale. Settimane prima del tavolo, gli sherpa delle delegazioni si scambiano documenti, posizioni, linee rosse. Viene costruita una mappa dei punti negoziabili e di quelli inderogabili. A Islamabad non è successo nulla di tutto questo. Washington ha presentato una lista di richieste massimaliste – rinuncia totale al nucleare, smantellamento degli impianti, apertura incondizionata di Hormuz, abbandono dei proxy, restituzione niente – sapendo che Teheran non le avrebbe mai accettate. La delegazione iraniana contava 70 esperti; quella americana si reggeva su Vance e pochi collaboratori. Non è un tavolo, è un’asimmetria progettuale. Trump lo ha detto con la consueta brutalità: «Voglio tutto. Non il 90 per cento, non il 95. Voglio tutto». Non è una posizione negoziale. È la voce del più inaffidabile interlocutore che la comunità internazionale ricordi, un uomo che usa le trattative come copertura logistica mentre i suoi C-17 scaricano marines e armamenti nel Golfo.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).

Il sospetto di un’invasione di terra imminente

Perché il punto è esattamente questo. La trattativa non è mai stata una trattativa. È diplomazia coercitiva allo stato puro: costruisci un’apparenza di negoziato per guadagnare tempo, riposizioni le forze sul terreno, poi chiudi il teatrino e colpisci. L’analista Claudio Verzola, su Difesa Online, lo ha scritto il 30 marzo scorso con una precisione che oggi suona profetica: incrociando la deadline politica, le fasi lunari, le maree sizigiali e le condizioni meteo, la finestra ottimale per un raid anfibio su Kharg Island – il nodo da cui transita il 90 per cento dell’export petrolifero iraniano – cade nella notte tra il 16 e il 17 aprile. Luna nuova, oscurità totale, alta marea che favorisce i mezzi da sbarco. La USS Tripoli è in teatro con 3.500 marines, la 82ª Aviotrasportata è dispiegata, un secondo gruppo anfibio è in avvicinamento.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Un’immagine satellitare di Kharg island in Iran (Ansa).

Lunedì il CENTCOM ha reso operativo il blocco navale dei porti iraniani e ha chiuso lo Stretto di Hormuz. La luna non mente, le maree non negoziano, e i movimenti di truppe parlano più di qualsiasi conferenza stampa. Quello che Trump non capisce – o finge di non capire, troppo impegnato a trattare le relazioni internazionali come un racket immobiliare – è un principio elementare che il politologo Ted Robert Gurr ha codificato mezzo secolo fa: le popolazioni possono sopportare la privazione più estrema, la miseria, la guerra, ma ciò che le fa rivoltare è la percezione dell’ingiustizia. Non è la sofferenza assoluta a generare resistenza, è lo scarto tra ciò che un popolo crede di meritare e ciò che gli viene imposto. Bombardi per 40 giorni, poi chiedi la resa incondizionata: non stai negoziando, stai cementando il consenso attorno al regime avversario.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Donald Trump (Ansa).

L’arsenale ancora intatto di Teheran

E difatti la maggior parte del mondo islamico – con la parziale eccezione delle monarchie del Golfo, che hanno le loro ragioni per stare zitte – è compatto dietro l’Iran. Anche perché con cosa pretende di negoziare, Washington? L’Iran, nonostante cinque settimane di bombardamenti, dispone ancora di un arsenale che l’intelligence americana stessa, secondo il Wall Street Journal, definisce composto da migliaia di missili balistici nascosti in basi sotterranee a 500 metri di profondità, impenetrabili persino al GBU-57, la bomba anti-bunker più potente dell’arsenale Usa. Il rapporto JINSA del 6 marzo stima che Teheran sia entrata in guerra con circa 2.000 missili a medio raggio e tra 6.000 e 8.000 a corto raggio, cui vanno sommati razzi d’artiglieria, missili cruise e anti-nave, droni per un arsenale complessivo che supera ampiamente le diecimila unità. Israele calcola ancora oltre 1.000 MRBM operativi. E la Cina, secondo indiscrezioni, si preparerebbe a inviare sistemi di difesa aerea. Non è il profilo di un avversario prossimo alla resa.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).

L’Europa resta alla finestra nonostante i venti di recessione

E l’Europa? L’Europa sta a guardare mentre la sua economia va in pezzi. Il Brent è schizzato il 13 aprile a 102 dollari con un balzo dell’8 per cento, il WTI ha superato i 104, il gas europeo è salito del 17 per cento. Goldman Sachs avverte che se Hormuz resta chiuso un altro mese, il Brent medierà sopra i 100 dollari per tutto il 2026. La Bce ha già congelato i tagli dei tassi e rivisto al rialzo le stime d’inflazione. La Germania va verso la recessione tecnica, l’Italia la segue. Shell ha avvertito che l’Europa potrebbe restare a corto di carburante già in aprile. Intanto Giorgia Meloni telefona ad Al Sisi per esprimere «sostegno ai negoziati». Pigola. L’Italia avrebbe bisogno di una voce che pesi sui tavoli che contano, non di comunicati stampa da Palazzo Chigi che sembrano esercizi di calligrafia diplomatica.

Lo scontro con Papa Leone XIV

L’unico che ruggisce davvero è il Papa, che di nome fa Leone e di fatto lo dimostra. Ha definito «inaccettabile» la minaccia di Trump di cancellare una civiltà intera. Ha denunciato il «delirio di onnipotenza» durante la veglia per la pace in San Pietro. Ha detto ai fedeli americani di alzare il telefono e chiamare i loro congressisti per chiedere la fine della guerra. E così Trump lo ha attaccato, definendolo «debole e pessimo in politica estera», preferendogli il fratello Louis perché «totalmente MAGA». ». La risposta più bruciante non è arrivata dal Vaticano, ma da Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che insultare Papa Leone «non è solo anticristiano, ma è un attacco sfacciato a un responsabile impegno per la pace, la giustizia e l’umanità», citando le Beatitudini del Vangelo.

Siamo al paradosso finale: la Repubblica islamica difende il Papa dalle aggressioni del presidente degli Stati Uniti. Ecco il livello: il presidente degli Stati Uniti insulta il Papa perché osa chiedere la pace.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Papa Leone XIV (Ansa).

Gli scenari possibili

E chi gli dà retta? La matrice degli scenari è nera in ogni declinazione. Raid su Kharg a mercati chiusi: Brent verso 130-140 dollari, recessione europea entro il terzo trimestre. Blocco prolungato: inflazione al 5 per cento in Europa, recessione in Germania e Italia. Accordo parziale: Brent a 85-90, ma rischio geopolitico strutturale. Escalation verticale: Brent oltre 150, crisi alimentare nel Golfo, contagio ai mercati emergenti asiatici. Come scrive Verzola, questa non è la fine della crisi: è un «momento transitorio e cinetico». Tradotto: la pausa prima dell’impatto.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Il post di Donald Trump in versione Gesù pubblicato su Truth e poi cancellato.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona

C’era una volta il calcio italiano delle notti magiche. Oggi c’è Zenica, Bosnia-Erzegovina, un campo da Serie D, 9.500 spettatori e un’intera nazione che guarda l’abisso per la terza volta consecutiva. Tre Mondiali saltati. Tre. Non uno, che poteva essere sfortuna. Non due, che poteva essere crisi. Tre, che è un certificato di morte (sportiva). E chi ha firmato il certificato? Facciamo i nomi, che in Italia si fa sempre troppa fatica a farli.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
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Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona

Partiamo dal commissario tecnico, Rino Gattuso. L’uomo che il mainstream giornalistico tratta come un passante generoso che si è immolato per darci una mano. Peccato che quel passante avesse un curriculum che farebbe rabbrividire un direttore delle risorse umane di qualsiasi azienda del Pianeta: esonerato al Milan, incapace di portare il Napoli in Champions con la stessa rosa con cui Luciano Spalletti sfiorò lo scudetto, e poi il pellegrinaggio tra Valencia, Marsiglia, Hajduk Spalato, raccogliendo macerie ovunque. Ma Ringhio piace, ha la faccia giusta, le signore lo adorerebbero come babysitter. Il problema è che non doveva fare il babysitter: doveva portare l’Italia al Mondiale.

Bastoni, il simbolo dell’antisportività primo responsabile del fallimento

E invece cosa ha fatto? Ha convocato Alessandro Bastoni, l’uomo che poche settimane prima era diventato il simbolo dell’antisportività per via di quella simulazione con successiva esultanza che ha deciso il campionato. Un calciatore che psicologicamente non reggeva la pressione, e che puntualmente prima dell’intervallo è scivolato sull’avversario lanciato in porta con la grazia di un elefante sul ghiaccio, beccandosi il rosso e lasciando la Nazionale in 10 uomini. La faccia peggiore dell’Italia, l’ha definita qualcuno. Difficile dargli torto.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Alessandro Bastoni contro Pierre Kalulu durante Inter-Juve del 14 febbraio 2026 (foto Ansa).

Ma il capolavoro tattico di Gattuso è stato un altro. E cioè tenere in panchina Marco Palestra, che era il più in forma di tutti per distacco, per poi buttarlo dentro solo nella ripresa. Il ct si è ostinato con Mateo Retegui, che non stava in piedi. E poi, il colpo di genio definitivo: ai rigori ha mandato sul dischetto Pio Esposito, un ventenne a cui tremava il labbro prima di calciare. Un ragazzino spedito ad affrontare il leone nel Colosseo, con il peso di 60 milioni di italiani sulle spalle. Tiro alto, ovviamente. Come quello di Bryan Cristante, che ha centrato la traversa. Ma come si fa? In quale universo parallelo un allenatore che non ha vinto nulla nella sua carriera, a parte una Coppa Italia, ha il diritto di gestire momenti simili?

Due Mondiali mancati e la figuraccia a Euro 2024

Eppure Gattuso è solo il sintomo. La malattia ha un nome preciso: Gabriele Gravina. Il presidente della Federcalcio che è riuscito nell’impresa storica di inanellare non uno, ma due Mondiali mancati sotto la sua gestione. Con in mezzo la figuraccia all’Europeo 2024, dove siamo stati eliminati dalla Svizzera agli ottavi di finale. E, dettaglio non trascurabile, un’indagine per appropriazione indebita e autoriciclaggio, che in Italia evidentemente fa curriculum.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
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Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona

Gravina dopo le disfatte non si dimette. Non lo ha fatto post Macedonia (2022) né post Svizzera (2024) né post Bosnia (2026). Ora tutti invocano il suo passo indietro, addirittura sono state lanciare delle uova contro la sede della Figc di via Allegri a Roma. Eppure in conferenza stampa il presidente ha confermato Gattuso, Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci. Confermando anche se stesso. Ha parlato di Consiglio federale, di sedi deputate, di riflessioni approfondite. Tradotto dal burocratese: sto seduto sulla mia poltrona da quasi mezzo milione l’anno e non mi schiodo.

E, intorno a lui, le figurine dei trionfi del 2006 e del 2021. Buffon, Bonucci, appuntati sulla maglia azzurra come feticci di una gloria passata, senza competenza alcuna per i ruoli che ricoprono. Fabio Caressa a Sky ha detto che Buffon e Gattuso volevano dimettersi e Gravina li ha fermati. Certamente il sistema si auto-protegge. Si blinda. Si perpetua. Come nel 2022, quando all’indomani della Macedonia Gravina non esonerò Roberto Mancini per salvare se stesso, e Mancini poi scappò in Arabia Saudita, gettando le premesse per il disastro Spalletti e poi per questo ennesimo fallimento epocale.

Guardate il tennis: Binaghi ha fatto funzionare il movimento

Ma il vero schiaffo arriva da fuori il calcio. Guardate il tennis. Angelo Binaghi ha preso un movimento che non esisteva e lo ha trasformato in una potenza mondiale. Ha aperto scuole federali, investito sui bambini, costruito un sistema. Il risultato? Jannik Sinner, Matteo Berrettini, Lorenzo Musetti e una generazione intera di campioni. Il tennis italiano domina il mondo perché qualcuno ha avuto la visione e la competenza per costruire qualcosa dal basso.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Angelo Binaghi, presidente della Federtennis (foto Imagoeconomica).

E il calcio? Qui non esiste nulla di tutto questo. Niente scuole federali che funzionano, niente progetto di sviluppo dei talenti. È tutto abbandonato alle squadre di club, che legittimamente guardano ai profitti e alle vittorie, non al movimento. Le Iene documentarono anni fa il sistema di raccomandazioni che inquinava i settori giovanili. La Francia, quella che sforna talenti a nastro, ha un modello di formazione che funziona perché è il sistema federale a gestirlo. Noi abbiamo Gravina che convoca il Consiglio federale per farsi ridare la fiducia da potentati a libro paga.

I politici chiedono le dimissioni: ma dove eravate fino a ieri?

E la politica? Oggi tutti a chiedere dimissioni. La Lega, il meloniano Federico Mollicone, la seconda carica dello Stato Ignazio La Russa, il ministro dello Sport Andrea Abodi. Perfetto. Ma dove eravate fino a ieri? Chi ha supportato Gravina per tutti questi anni? Chi ha permesso che il calcio italiano marcisse in questo modo? Il governo che oggi chiede le dimissioni è lo stesso che ha sempre sostenuto il sistema. L’indignazione a posteriori è il più italiano dei vizi.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Tre generazioni di ventenni non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali. Non sanno cosa siano le notti magiche, non conoscono l’ebbrezza di un gol azzurro nella competizione più importante. E non la conosceranno almeno fino al 2030, se va bene. Perché con questa classe dirigente non c’è nessuna garanzia.

Come si farebbe in qualsiasi azienda seria, i responsabili devono andare a casa

Gattuso fuori. Buffon fuori. Bonucci fuori. Gravina fuori. Tutti fuori. Non dimissioni concordate, non Consigli federali addomesticati, non conferme in conferenza stampa. Via. Come si farebbe in qualsiasi azienda seria del mondo dopo un fallimento di queste proporzioni.
Oppure, come dice Il Fatto Quotidiano, meritiamo di scomparire dal calcio mondiale. Anzi, siamo già scomparsi. E il responsabile ha un nome e un cognome.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto

In un governo che sta perdendo pezzi, con Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi dimissionati e Daniela Santanchè costretta a fare le valigie, c’è chi ritiene che sia il momento giusto per giocare una nuova mano. Guido Crosetto, ministro della Difesa, reduce dalla riforma della sanità militare che ha mandato su tutte le furie l’Arma dei Carabinieri, sarebbe pronto a calare un’altra carta. E che carta.

L’ipotesi di Barbara Caputo alla presidenza del CASD

Secondo Radio Fante, la rete informale che nelle caserme italiane funziona meglio di qualsiasi bollettino ufficiale, il ministro avrebbe in animo di piazzare la professoressa Barbara Caputo alla presidenza del CASD, il Centro Alti Studi per la Difesa. Per chi non mastica queste sigle, il CASD è l’istituzione che dal 1949 forma la classe dirigente militare del Paese. Una storia lunga 77 anni, con 33 presidenti di cui non uno — dicasi uno — è mai stato un civile. Generali di corpo d’armata, ammiragli di squadra, generali di squadra aerea: sempre e solo uomini con le stellette.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Barbara Caputo (Imagoeconomica).

Chi è la prof esperta di IA e collaboratrice di Crosetto

La professoressa Caputo, che Crosetto ha presentato al mondo come «la più grande esperta italiana di intelligenza artificiale», ha un curriculum di tutto rispetto: La Sapienza, KTH di Stoccolma, EPFL di Losanna e il Politecnico di Torino, dove dirige l’AI-Hub. Dal 2023 siede nel gabinetto del ministro come consigliere per l’intelligenza artificiale, con un compenso annuo lordo di 90 mila euro. Incarico di collaborazione conferito con decreto del 31 marzo 2025, decorrenza dal 23 aprile dello stesso anno fino al termine del mandato governativo. Novantamila euro per orientare il ministro nelle scelte sull’IA applicata alla Difesa: la collaboratrice più pagata del gabinetto dopo la capo segreteria.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Barbara Caputo (Imagoeconomica).

Il rischio di cortocircuito al Centro Alti Studi della Difesa

Il problema però non è il curriculum di Caputo, né il suo compenso. Il problema è che al CASD arrivano generali e ammiragli da mezzo mondo per programmi di alta formazione militare. Ufficiali che si aspettano di trovare alla presidenza un pari grado, qualcuno con cui condividere un linguaggio, un’esperienza. Trovarsi di fronte a una professoressa universitaria, per quanto autorevole nel suo campo, rischia di creare un cortocircuito protocollare e relazionale che nessuno al CASD ha mai dovuto gestire.

I rapporti tesi tra Crosetto e intelligence

E qui si arriva al cuore della faccenda. Perché questa mossa non sarebbe un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di una guerra di posizione che Crosetto combatterebbe da oltre due anni contro le strutture dell’intelligence italiana. Che le relazioni non siano esattamente distese lo dimostrano alcune uscite ministeriali. Nel gennaio 2024, Crosetto dichiarò al procuratore di Perugia di avere rapporti «non particolarmente buoni» con l’Aise. Nell’ottobre dello stesso anno lanciò accuse gravissime su possibili attività di dossieraggio nei suoi confronti. Nel giugno 2025 depositò un esposto alla Procura di Roma. Poi nel febbraio 2026, il caso Dubai: il ministro della Difesa si trovava negli Emirati anche se l’intelligence valutava come «altamente probabile» un attacco all’Iran almeno da gennaio, come dichiarato dal direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, a margine della presentazione della Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza. Una cronologia che ha portato L’Espresso a parlare di «guerra fredda nel governo» e Il Foglio a documentare come Alfredo Mantovano abbia fatto asse con Matteo Piantedosi per blindare l’Aise e stoppare ogni tentativo di Crosetto di mettere le mani sul perimetro cyber.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Giovanni Caravelli (Imagoeconomica).

Il caso Palantir Gotham

E qui entra in campo la professoressa Caputo, che nel suo ruolo di consigliere promuove la necessità di un’IA sovrana e autonoma per le Forze armate italiane e collabora attivamente con Teledife, la Direzione informatica, telematica e tecnologie avanzate del ministero. Teledife nel 2024 ha stipulato un contratto da un milione di euro per licenze Palantir Gotham con «procedura negoziata» e «secretata», come scoperto da Domani. Nessuna informazione pubblica, neanche sulla durata del contratto per questioni di “sicurezza”. Palantir Gotham è il software di sorveglianza e analisi dati di Peter Thiel, lo stesso che a metà marzo è venuto a Roma a tenere seminari sull’Anticristo a Palazzo Taverna, beccandosi il rifiuto dell’Angelicum e un contrappunto papale in tempo reale. Una piattaforma utilizzata anche dall’Ice negli Usa e dagli israeliani a Gaza, che il tribunale costituzionale tedesco ha dichiarato incostituzionale per violazione del diritto all’autodeterminazione informativa, e che l’esercito svizzero ha rifiutato per il timore che i propri dati finissero nelle mani sbagliate attraverso il sistema Onyx. A questo si aggiunga che a marzo 2025 la Nato ha formalizzato l’acquisizione del Palantir Maven Smart System: i sistemi italiani dovranno dialogare con quelli dell’Alleanza, rendendo la dipendenza non più una scelta ma un vincolo.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Peter Thiel (foto Imagoeconomica).

Sovranità tecnologica o dipendenza dal fornitore americano?

La contraddizione è lì, e non è piccola: predicare sovranità tecnologica e contemporaneamente acquistare un sistema che crea dipendenza strutturale dal fornitore americano, che richiede ingegneri Palantir in loco per funzionare, e dal quale, come dicono gli analisti, uscire costa più che restare. È lecito domandarsi se dietro la retorica dell’autonomia non si stia costruendo, nei fatti, un sistema chiuso e dipendente, gestito al riparo dal controllo dei Servizi e di Palazzo Chigi. Intanto Meloni, che ha fatto piazza pulita di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè, sembra aver inaugurato una stagione in cui la permanenza al governo non è più scontata per nessuno. Radio Fante, da parte sua, continua a trasmettere. E il segnale, stavolta, è piuttosto nitido.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più

C’è un momento preciso in cui una narrazione costruita per decenni comincia a sgretolarsi. Per gli Emirati Arabi Uniti, quel momento è adesso, e si misura in droni, impianti di gas in fiamme, spread bancari e liquidità d’emergenza. Il 16 marzo, un attacco con droni ha innescato un incendio nello Shah gas field ad Abu Dhabi, il primo attacco diretto a un giacimento produttivo emiratino dall’inizio della guerra. L’impianto fornisce circa il 20 per cento dell’approvvigionamento interno di gas degli UAE e il 5 per cento del solfato granulato mondiale. Il giorno dopo, lo stesso copione: un incendio nella zona industriale petrolifera di Fujairah, una petroliera colpita a 23 miglia nautiche a est del porto, la raffineria di Ruwais fermata come misura precauzionale dopo un precedente attacco con droni. 

La Banca centrale emiratina ostenta sicurezza ma vara pacchetti di emergenza

Il 18 marzo, la banca centrale emiratina ha convocato una riunione straordinaria del consiglio e approvato un pacchetto d’emergenza per l’intero sistema bancario. Le misure consentono agli istituti di credito di accedere fino al 30 per cento dei saldi delle riserve obbligatorie e di attingere a linee di liquidità a termine in dirham (AED) e dollari, mentre le ricadute della guerra con l’Iran si ripercuotono sui mercati regionali e intaccano il sentiment degli investitori. Il pacchetto è strutturato su cinque pilastri: accesso ampliato alle riserve, allentamento temporaneo dei ratio di liquidità e funding, rilascio del Countercyclical Capital Buffer e del Capital Conservation Buffer, flessibilità nella classificazione dei crediti deteriorati per i clienti colpiti dalle «circostanze straordinarie». Abu Dhabi ha reagito con la comunicazione rodata delle petromonarchie in stato d’emergenza: tutto sotto controllo, i fondamentali sono solidi, il sistema regge. Riserve valutarie superiori a un trilione di AED (270 miliardi di dollari), monetary base cover ratio al 119 per cento, settore bancario da 5,4 trilioni di AED, liquidità totale delle banche presso la banca centrale vicina ai 920 miliardi di AED. Numeri reali. Ma che non spiegano perché si sia dovuto rilasciare simultaneamente entrambi i capital buffer (le riserve di capitale) e ammorbidire le regole sugli NPL. Queste sono misure che si usano quando il sistema mostra crepe. Non si mobilita tutto questo arsenale regolatorio «per precauzione».

La scommessa di Mohammed bin Zayed: accreditarsi come hub neutro del Medio Oriente

I mercati hanno reagito in modo rivelatore: Dubai ha guadagnato fino al 3,4 per cento nella seduta successiva all’annuncio, prima di ripiegare a un più modesto +0,8 per cento, con Emirates NBD che aveva toccato un rally intraday di oltre il 9 per cento per poi chiudere quasi invariata. Un rimbalzo tecnico da panico assorbito, non da fiducia ritrovata. La differenza è sottile nei grafici, enorme nella sostanza. Il problema non è congiunturale. È strutturale. E radica in una scommessa geopolitica che Mohammed bin Zayed ha fatto negli ultimi cinque anni, una scommessa che la guerra sta presentando al tavolo per il pagamento. Gli UAE hanno costruito la propria fortuna sull’idea di essere l’hub neutro del Medio Oriente: la piattaforma dove i capitali del mondo arabo, dell’Asia e dell’Occidente si incontravano senza chiedersi troppo da dove venissero o a chi appartenessero. Dubai era il luogo dove un oligarca russo, un imprenditore iraniano, un fondo sovrano saudita e un family office israeliano potevano sedersi allo stesso tavolo, fare affari e rientrare nei propri Paesi. La neutralità era il prodotto. La fiducia era il capitale vero, quello non iscritto in bilancio.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

La prima incrinatura è arrivata con gli Accordi di Abramo

Gli Accordi di Abramo del settembre 2020 hanno segnato la prima incrinatura visibile di quella costruzione. La normalizzazione dei rapporti con Israele ha aperto la strada a nuove partnership commerciali bilaterali e a un accordo di partenariato economico complessivo firmato nel 2023, il più grande tra Israele e qualunque Paese arabo, con l’obiettivo di portare il commercio bilaterale oltre i 10 miliardi di dollari in cinque anni. Il calcolo emiratino era razionale e, all’epoca, difendibile: sicurezza garantita dagli americani, accesso a tecnologia militare e civile israeliana, vantaggio competitivo rispetto ai vicini, un’assicurazione sulla vita pagata in cambio di legittimità geopolitica occidentale. Ma c’era un costo che Abu Dhabi aveva scelto di non contabilizzare: la percezione nel mondo arabo e islamico allargato. Già nel settembre 2025, dopo che l’aviazione israeliana aveva bombardato un edificio a Doha dove si erano riuniti leader di Hamas, MBZ aveva convocato una riunione d’emergenza per valutare le opzioni di risposta degli UAE, furioso per il fatto che Israele si fosse scatenato «con i suoi aerei» dove voleva. L’opzione di congelare gli Accordi di Abramo era arrivata sul tavolo, per poi essere accantonata. Un anno dopo, quella scelta di non rompere pesa come un macigno.

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Donald Trump alla cerimonia per la firma degli Accordi di Abramo con Benjamin Netanyahu e i ministri degli Esteri degli Emirati e del Bahrain, lo sceicco Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan e Abdullatif bin Rashid Alzayani (Ansa).

La strategia iraniana: dimostrare che Dubai non è più un porto sicuro

Poi è arrivata la guerra aperta con l’Iran. E con la guerra è arrivato il conto. Teheran non ha bisogno di conquistare Dubai. Non deve nemmeno farla collassare. Le basta dimostrare, colpo dopo colpo, settimana dopo settimana, che Dubai non è più un porto sicuro. Con lo Shah gas plant fermo per la valutazione dei danni e la conseguente tensione sul mercato globale dei fertilizzanti – dato che il solfato di Shah viaggiava via ferrovia fino al terminal di Ruwais per l’export – il messaggio non è energetico, è politico: avete scelto da che parte stare, e ora ne pagate le conseguenze; i capitali lì depositati non dormono sonni tranquilli, l’hub ha smesso di essere neutro. Secondo Hussein Ibish, senior scholar all’Arab Gulf States Institute di Washington, la guerra ha convinto molti Paesi del Golfo che Israele è diventato «una fonte primaria di insicurezza e instabilità in Medio Oriente, almeno al pari di Teheran». Una valutazione che, pronunciata da un analista del Golfo, vale quanto un declassamento del rating.

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Esplosione nei pressi dell’aeroporto internazionale di Dubai, il 16 marzo 2026 (Ansa).

L’erosione della fiducia produce effetti irreversibili

Ed è esattamente questo il messaggio che sta circolando nelle sale dei grandi fondi e delle banche private internazionali. Non è un crollo, almeno non nei termini che si misurano sugli spreadsheet di domani mattina. È qualcosa di più sottile e più duraturo: l’erosione della parola. Quella di MBZ, che aveva garantito stabilità, neutralità, affidabilità a chiunque portasse capitali nel suo emirato. Quella di un sistema che si era venduto come impermeabile alle turbolenze regionali, come il luogo dove la geopolitica si fermava al confine e il business continuava indisturbato. La storia insegna che queste erosioni non producono effetti istantanei. Producono effetti irreversibili. Chi diversifica da Dubai oggi raramente torna. Chi apre un conto a Singapore o trasferisce la holding a Ginevra invece che al Dubai International Financial Centre non si risposta facilmente. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita, e la memoria degli investitori istituzionali è straordinariamente lunga quando si tratta di sicurezza patrimoniale.

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H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

L’allineamento con Washington e Tel Aviv non ha assicurato stabilità, anzi

La mossa della Banca centrale — tecnicamente corretta, probabilmente necessaria — ha il difetto di confermare ciò che voleva smentire. Il resilience package è la prova documentale che c’è qualcosa da cui difendersi. L’emissione di comunicati che proclamano solidità del sistema mentre si rilasciano contemporaneamente tutti i buffer disponibili è una contraddizione che gli analisti finanziari sanno leggere benissimo. MBZ ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura a fronte di qualche attrito con il mondo arabo. Quella scommessa prevedeva un Iran sconfitto rapidamente, un Medio Oriente riconfigurato attorno all’asse americano-israeliano-sunnita, e gli UAE come snodo indispensabile di quel nuovo ordine. Nessuno di questi scenari si è materializzato. L’Iran colpisce le infrastrutture emiratine con droni e non paga alcun prezzo diretto per farlo. Israele «si scatena con i suoi aerei dove vuole» — parole di MBZ stesso — e gli UAE incassano le ripercussioni senza potersi sfilare dall’alleanza per non perdere la copertura americana. Una trappola perfetta.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan e Donald Trump (Ansa).

Il castello narrativo di MBZ sta perdendo pezzi

C’è una parola in arabo che nel mondo del commercio e della finanza del Golfo pesa quanto una sentenza: wajh, che significa letteralmente “faccia”, ma traslata vale reputazione, credibilità, la parola che vale più di qualsiasi contratto scritto. MBZ ha costruito per 20 anni il wajh degli Emirati come garante affidabile, interlocutore equidistante, porto sicuro per i capitali di chiunque. Quella costruzione non collassa in una settimana. Ma si incrina. E le crepe, nel cemento come nella reputazione, tendono ad allargarsi da sole. Ci vorranno anni prima che il conto finale sia visibile. Ma chi si fida ancora della parola del beduino di Abu Dhabi sa già che quella parola ora ha un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano caro.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?

Il dato è difficile da ignorare. Su 3.916 attacchi iraniani registrati tra il 28 febbraio e l’11 marzo 2026 contro gli Stati del Golfo e Israele, 1.728- il 44,1 per cento del totale – hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti. Il Kuwait, secondo nella classifica, ne ha subiti 942. Israele, il Paese che insieme agli Stati Uniti ha lanciato l’offensiva contro l’Iran, 550. Perché Teheran scarica quasi la metà della propria potenza di fuoco su un Paese che ufficialmente non è in guerra? La risposta non è semplice e non si esaurisce nella prossimità geografica o nella presenza di basi americane. Gli Emirati sono il bersaglio principale perché sono, contemporaneamente, la piattaforma operativa della guerra, il portafoglio del presidente americano, il centro nevralgico dell’intelligence che ha portato all’eliminazione di Khamenei, e il simbolo di un modello politico che l’Iran considera una minaccia esistenziale. Colpire Dubai e Abu Dhabi dunque è una scelta strategica che opera su cinque livelli simultaneamente.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Una esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

Al Dhafra e il sistema nervoso della guerra

Al Dhafra Air Base, a 30 chilometri a sud di Abu Dhabi, non è una base americana tra tante. È la base. Ospita la 380th Air Expeditionary Wing dal 2002, con un arsenale che include caccia F-22 Raptor e F-35 Lightning II, aerei spia U-2 Dragon Lady, droni da ricognizione Global Hawk, e cisterne KC-10 per il rifornimento in volo. Il personale ammonta a circa 1.200 unità tra militari in servizio attivo, riservisti e Guardia Nazionale. I partner di missione includono un battaglione di difesa aerea dell’esercito e forze di coalizione multiple. Non è un caso che l’Iran abbia colpito chirurgicamente il radar AN/TPY-2, un sistema di allerta precoce del valore di mezzo miliardo di dollari, e le strutture che ospitano i droni MQ-9 Reaper e gli U-2. Non ha puntato ai dormitori o alle mense: ha puntato al sistema nervoso della sorveglianza e del targeting americano. Quel radar alimenta i sistemi THAAD e Patriot. Gli U-2 e i Global Hawk sono gli occhi che guidano le operazioni di strike su tutto il teatro del Golfo. Distruggerli significa accecare la macchina da guerra.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Un RQ-4 Global Hawk alla base di Al Dhafra (Ansa).

Gli altri obiettivi emiratini

Oltre ad Al Dhafra, l’Iran ha colpito Al Minhad, base emiratina che ospita la RAF britannica e Camp Baird, il quartier generale australiano nel Medio Oriente. Ha colpito il porto di Jebel Ali, struttura commerciale utilizzata sistematicamente dalla logistica militare americana. Ha colpito il consolato statunitense a Dubai. Non si tratta di attacchi sparsi: è un assalto coordinato al nodo operativo più denso della coalizione anti-iraniana nella regione.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Il consolato americano di Dubai dopo l’attacco con droni, il 3 marzo 2026 (Ansa).

Per capire perché gli Emirati e non altri, bisogna guardare cosa è successo altrove. La Quinta Flotta americana, con quartier generale in Bahrain, ha svuotato i moli di Manama già il 26 febbraio: immagini satellitari mostravano i pontili deserti, con tutte le navi spostate in mare aperto. Il Bahrain è stato colpito, ma le operazioni navali si coordinano ormai dal mare. Il Qatar ospita Al Udeid, la più grande base americana in Medio Oriente con 8-10 mila effettivi, ma Doha ha posto condizioni precise: ha ribadito che non vuole che gli Stati Uniti lancino attacchi contro l’Iran dal suo territorio. Il Qatar mantiene un rapporto diplomatico con Teheran, ha ospitato la leadership politica di Hamas, ha mediato nei negoziati nucleari. L’Iran lo punisce, ma lo punisce meno, perché Doha è un interlocutore, non un avversario strategico. Gli Emirati, al contrario, sono la punta della lancia.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Gli attacchi iraniani contro le basi militari statunitensi sul territorio del Bahrein (Ansa).

Dahlan, il Mossad, la CIA e l’eliminazione di Khamenei

Gli Emirati sono il centro nevralgico dell’intelligence che ha portato all’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio scorso. Il New York Times ha rivelato che la CIA ha tracciato Khamenei per mesi, passando intelligence «ad alta fedeltà» sulla sua posizione a Israele prima dell’attacco. I tempi dello strike sono stati calibrati sulla base di informazioni che indicavano la presenza simultanea di figure politiche e militari di vertice nel compound della leadership a Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha indicato la sede CIA a Dubai tra gli obiettivi colpiti. I media iraniani hanno riportato l’uccisione di sei ufficiali CIA in un attacco missilistico negli Emirati. Le conferme indipendenti mancano, ma la narrazione è indicativa di come Teheran percepisca il ruolo di Dubai: non una città di transito, ma la piattaforma operativa dell’intelligence che ha decapitato il regime.

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Ali Khamenei (Ansa).

La storica cooperazione tra Emirati e Israele in materia di intelligence

Per comprendere questa percezione bisogna risalire più indietro. La cooperazione tra Emirati e Israele in materia di intelligence, in particolare sull’Iran, non è nata con gli Accordi di Abramo del 2020. L’ex ambasciatore americano in Israele Dan Shapiro ha confermato che il rapporto era «principalmente sull’intelligence riguardante l’Iran e i gruppi jihadisti» e che si trattava di «un processo a lungo termine iniziato prima dell’amministrazione Obama». Fonti di intelligence riportavano già nel 2012 che il commercio tra i due Paesi nel settore sicurezza sfiorava i 300 milioni di dollari l’anno. Al centro di questa rete c’è una figura che merita attenzione: Mohammed Dahlan, l’ex capo della sicurezza preventiva palestinese a Gaza, in esilio ad Abu Dhabi dal 2011 e consigliere di fiducia di Mohammed bin Zayed. Documenti dell’intelligence serba lo descrivono come amico stretto dell’ex direttore CIA George Tenet, dell’ufficiale israeliano Amnon Shahak e dell’ex direttore del Mossad Yaakov Perry, con i quali avrebbe condotto operazioni congiunte in Europa orientale. Wikileaks ha pubblicato documenti che lo descrivono come agente del Mossad. Le indagini della polizia di Dubai sull’assassinio del dirigente di Hamas Mahmoud al-Mabhouh nel 2010 portarono all’arresto di due palestinesi impiegati in un’azienda edile di proprietà di Dahlan, accusati di aver fornito supporto logistico al commando del Mossad. Dahlan opera come connettore tra i servizi americani, israeliani e il vertice emiratino. Abu Dhabi non è un Paese che “collabora” con l’intelligence occidentale: è un Paese dove i servizi occidentali sono di casa. Per l’Iran, ogni missile su Dubai è un missile sull’infrastruttura che ha reso possibile l’eliminazione di Khamenei.

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Manifestanti palestinesi calpestano le foto del principe Mohammed bin Zayed al-Nahyan e di Mohammed Dahlan (Ansa).

Colpire Dubai per colpire il portafoglio di Trump

C’è un livello di questa guerra che non si combatte con i missili ma con i numeri. Gli Emirati Arabi Uniti non sono semplicemente un alleato degli Stati Uniti: sono un investitore diretto nel patrimonio personale del presidente americano. Quattro giorni prima dell’insediamento di Trump, una società controllata da Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan — fratello del presidente emiratino, consigliere per la sicurezza nazionale, gestore del più grande fondo sovrano degli UAE — ha acquistato una partecipazione del 49 per cento in World Liberty Financial, la società crypto della famiglia Trump, per 500 milioni di dollari. L’accordo è stato firmato da Eric Trump.

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Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).

Due membri dell’entourage di Tahnoon sono entrati nel consiglio di amministrazione della società. Mesi dopo, MGX, il fondo di investimento tecnologico presieduto dallo stesso Tahnoon, ha usato la stablecoin USD1 creata da World Liberty per finanziare un investimento da 2 miliardi di dollari nella piattaforma crypto Binance. Poco dopo, la Casa Bianca ha approvato l’esportazione di 500 mila chip AI Nvidia verso gli Emirati, un quinto dei quali destinati a G42, l’azienda di intelligenza artificiale di Tahnoon. Tahnoon è conosciuto nei circoli diplomatici come lo «Spy Sheikh». Non è un soprannome affettuoso: riflette decenni di attività nella zona grigia tra intelligence, finanza e diplomazia. Il Wall Street Journal ha ricostruito la catena degli investimenti. La senatrice Elizabeth Warren l’ha definita «corruzione, pura e semplice».

Teheran vuole distruggere la credibilità degli Emirati come hub finanziario globale

Ma al di là del dibattito interno americano, il punto strategico è un altro: ogni missile che cade su Abu Dhabi erode il valore degli investimenti emiratini negli Stati Uniti e la credibilità degli Emirati come hub finanziario globale. L’Iran non ha bisogno di leggere i documenti del Wall Street Journal per capire che colpire Dubai significa colpire il portafoglio di Trump. Il commercio bilaterale Iran-UAE valeva 28 miliardi di dollari nel 2024. Gli iraniani conoscono il sistema emiratino dall’interno, hanno operato a Dubai per decenni aggirando le sanzioni e sanno che Dubai è la capitale mondiale del riciclaggio, sanno che i flussi finanziari che collegano gli Emirati alla Casa Bianca sono il tessuto connettivo di un’alleanza che va molto oltre la diplomazia. Distruggere la credibilità di Dubai come piazza finanziaria significa tagliare quel tessuto. I dati lo confermano. Jet privati in partenza dagli Emirati a 250 mila dollari per posto. Aziende che evacuano dipendenti. I data center Amazon colpiti, con il banking telefonico fuori uso in tutto il Paese. L’aeroporto di Dubai — il più trafficato al mondo per voli internazionali — colpito da un drone. La raffineria di Ruwais (922 mila barili al giorno di capacità ADNOC) incendiata. Il Burj Al Arab danneggiato dai detriti. L’IRGC (il corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica) ha dichiarato di usare il 60 per cento della propria potenza di fuoco contro basi e «interessi strategici» Usa nei Paesi arabi vicini. Ma «interessi strategici» non significa solo caserme: significa porti, aeroporti, raffinerie, hotel, centri finanziari. Significa l’intero modello economico emiratino.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Il centro di Dubai (Ansa).

Gli Accordi di Abramo e la guerra ideologica

C’è un ultimo livello, forse il più profondo. Per la Repubblica Islamica, gli Emirati non sono solo una piattaforma militare o un hub finanziario: sono un’eresia. Rappresentano la confutazione più riuscita della narrativa dell’Islam politico e della «resistenza» che ha legittimato il regime iraniano per 47 anni. Gli Accordi di Abramo firmati nel 2020 hanno formalizzato la normalizzazione con Israele. Ma come confermato da molteplici fonti, la cooperazione tra Abu Dhabi e Tel Aviv era in corso da almeno un decennio prima, alimentata da un nemico comune — l’Iran — e da interessi convergenti in materia di sicurezza, tecnologia e intelligence. Abu Dhabi e Teheran avevano mantenuto per anni un gentlemen’s agreement: non confrontarsi direttamente, basato anche sugli interessi finanziari iraniani a Dubai. Quell’accordo è stato polverizzato il 28 febbraio. Mohammed bin Zayed non è un semplice capo di stato del Golfo. È un architetto regionale che ha proiettato gli Emirati dalla Libia allo Yemen, dal Corno d’Africa ai Balcani, usando Dahlan come operatore e la ricchezza sovrana come leva. Per l’Iran, MBZ e il suo circolo sono i cavalli di Troia della penetrazione israeliana e americana nel mondo arabo. Non semplici alleati: strateghi, pianificatori, facilitatori.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Il presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed Al Nahyan a Mosca (Ansa).

La retorica muscolare di MBZ

La retorica dello stesso MBZ tradisce, sotto la sfida, qualcosa di diverso. La dichiarazione di questi giorni — in cui ha evocato la «pelle spessa e la carne aspra» degli Emirati — è stata accolta con perplessità anche tra gli analisti più benevoli. È una metafora da macelleria, non da statista. È il linguaggio di chi non ha una risposta strategica e ricorre alla retorica muscolare per mascherare l’assenza di opzioni. Gli Emirati non hanno risposto militarmente all’Iran. Non lo faranno, perché come hanno osservato alcuni analisti, non c’è nulla che gli Emirati possano portare alla guerra che americani e israeliani non abbiano già. La loro funzione è un’altra: essere la piattaforma, il portafoglio, il nodo intelligence. E per questo sono il bersaglio principale. Il consigliere presidenziale emiratino Anwar Gargash ha accusato l’Iran di mentire quando dichiara di colpire basi americane: il volume di fuoco, ha detto, «rivela una realtà diversa». Ha ragione, ma non nel senso che intende. L’Iran non sta mentendo sui bersagli: sta ridefinendoli. Per Teheran, «base americana» non è solo una caserma con una bandiera. È Al Dhafra, ma anche Jebel Ali. È il consolato, ma anche il Burj Al Arab. È il radar THAAD, ma anche il flusso finanziario tra Tahnoon e la famiglia Trump. L’intero sistema emiratino, nella visione iraniana, è una base americana. E come tale va colpito.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Da sinistra l’ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo, il consigliere diplomatico emiratino Anwar Gargash, e il ceo dell’Atlantic Council Frederick Kempe (Ansa).

La logica del bersaglio

Quando si analizza la distribuzione del fuoco iraniano, la domanda non è «perché gli Emirati?». La domanda è: «Perché non gli Emirati?». Sono il Paese che ospita la piattaforma ISR (ntelligence, Surveillance, and Reconnaissance) e di strike più avanzata degli Stati Uniti nella regione. Sono il Paese dove la CIA e il Mossad operano con la massima libertà d’azione, e da dove è partita l’intelligence che ha portato all’eliminazione della Guida Suprema. Sono il Paese il cui establishment finanziario ha investito centinaia di milioni direttamente nel patrimonio della famiglia del presidente americano, creando un legame di interessi che rende ogni attacco a Dubai un attacco indiretto alla Casa Bianca. Sono il Paese che ha normalizzato le relazioni con Israele e ha fatto di questa normalizzazione un modello per l’intera regione. Sono il Paese che per decenni ha servito da hub di riciclaggio globale, facilitando anche flussi iraniani, e che ora viene punito per aver messo quell’infrastruttura al servizio del nemico. Il 44,1 per cento del fuoco iraniano non è un’anomalia statistica. È la radiografia perfetta delle priorità strategiche di Teheran. E Mohammed bin Zayed, con la sua retorica sulla «pelle spessa» e la «carne aspra», può parlare quanto vuole da una posizione che non è di forza ma di impotenza. Gli Emirati non possono rispondere militarmente. Possono solo assorbire i colpi e sperare che americani e israeliani finiscano il lavoro. Quella di MBZ non è la voce di un leader che controlla la situazione. È la voce di chi scopre, in tempo reale, il prezzo di essere stati i cavalli di Troia di qualcun altro.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio

Il giorno dopo l’inizio dei raid sul suolo iraniano, come rivelato dal New York Times, emissari del ministero dell’Intelligence di Teheran avevano cercato un contatto indiretto con la CIA, passando attraverso i servizi di un Paese terzo. Un segnale di disponibilità a discutere una via d’uscita dal conflitto. Apertura poi ritrattata il 5 marzo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha infatti chiarito a NBC News che l’Iran non ha chiesto un cessate il fuoco: «Non vediamo alcun motivo per cui dovremmo impegnarci di nuovo con coloro che lo hanno fatto, che non sono onesti nei negoziati, e non lo fanno e non entrano nei negoziati in buona fede». La posizione americana era già stata chiarita su Truth Social. Donald Trump aveva scritto che ormai era «troppo tardi» per trattare. E ha aggiunto una frase che dice più di qualsiasi briefing dell’intelligence: «La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte». Non è retorica. È una descrizione letterale.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Il post di Donald Trump su Truth Social.

La CIA stessa ha fornito a Israele l’intelligence ad alta fedeltà sulla posizione della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso in un raid insieme ad altri vertici del regime. Tel Aviv ha esortato Washington a proseguire con una campagna progettata per indebolire drasticamente le capacità militari dell’Iran. Tutto chiaro. Ma se elimini gli interlocutori, con chi negozi?

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Ali Khamenei (Ansa).

Il rischio dell’annientamento dei vertici

Le guerre di decapitazione – che comportano cioè l’azzeramento dei vertici di un regime – hanno sempre lo stesso problema. Più distruggi la catena di comando (ora tra i possibili successori dell’Ayatollah c’è il figlio 56enne Mojtaba Khamenei) più il potere si ridistribuisce verso il basso, verso chi ha le armi, non verso chi ha l’autorità politica per firmare e far rispettare un accordo. «Vogliamo ripulire tutto», ha ribadito Trump in un’intervista all’Nbc. Aggiungendo di avere in mente nomi per un «buon leader». «Non vogliamo qualcuno che porti avanti la ricostruzione per 10 anni. Abbiamo persone che penso farebbero un buon lavoro». Il tycoon ha quindi paragonato lo scenario iraniano al Venezuela, suggerendo un modello in cui la pressione militare produce un esito politico controllabile. Tanto che ha bocciato l’ipotesi della nomina di Khamenei jr: «Stanno sprecando il loro tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come nel caso di Delcy (Rodriguez, ndr) in Venezuela», ha dichiarato ad Axios. Ignorando che in Iran non c’è un solo uomo da sostituire, ma un intero apparato. La Repubblica islamica ha infatti catene di comando parallele, istituzioni ideologiche radicate e un apparato di sicurezza progettato per sopravvivere all’azzeramento della leadership ridistribuendo l’autorità verso il basso.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa il 28 febbraio (Ansa).

I Pasdaran, lo Stato dentro lo Stato

Si può immaginare il potere iraniano come un sistema a doppia elica. Da un lato c’è la struttura politica formale: presidente, parlamento, leadership religiosa. È la facciata istituzionale, quella con cui l’Occidente ha sempre cercato di negoziare. Dall’altro c’è un apparato parallelo che è il vero scheletro del Paese: i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran. Non sono soltanto un corpo militare. Sono contemporaneamente esercito, servizio segreto, conglomerato industriale e sistema finanziario. Lo dimostra il fatto che stiano spingendo per la successione forzata del figlio di Khamenei. Le stime occidentali gli attribuiscono il controllo di una quota dell’economia iraniana che va da un terzo a quasi due terzi del Pil. Telecomunicazioni, energia, costruzioni, import-export, cantieristica, finanza. Il loro budget militare, stimato tra 6 e 9 miliardi di dollari, rappresenta circa il 40 per cento della spesa militare ufficiale del Paese. Ecco il punto che cambia tutto. L’Iran di oggi non è quello del 1979. La maggioranza dei giovani iraniani è secolarizzata, distante dall’ideologia religiosa della rivoluzione, connessa al mondo. Chiedono solo la normalità. Ma il sistema costruito dai Pasdaran non si regge sull’ideologia. Si regge sull’organizzazione. Controlla reti di sicurezza, catene logistiche, posti di lavoro, infrastrutture. È un sistema clientelare armato. Cosa succede quando una guerra distrugge la leadership politica — i mullah, i diplomatici, gli interlocutori — ma lascia intatto quest’apparato? Succede che il baricentro del potere si sposta. Non verso una transizione democratica. I giovani iraniani la vorrebbero, ma non hanno gli strumenti per imporla. Il potere si sposta verso chi controlla reti, infrastrutture e uomini armati. Verso i Pasdaran, appunto. L’esito più probabile, se la traiettoria attuale continua, non è un Iran libero. È un Iran più militarizzato, più nazionalista e più imprevedibile. Un regime dove la componente ideologica religiosa cede il passo a un nazionalismo militare che potrebbe rivelarsi ancora più difficile da contenere.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Maxi manifesti contro Stati Uniti e Israele a Teheran (Ansa).

La vulnerabilità delle monarchie del Golfo e la strategia di Teheran

Dall’altro lato dello Stretto c’è un’altra fragilità che la narrazione ufficiale nasconde con cura. Le monarchie del Golfo possiedono arsenali tecnologicamente avanzatissimi. L’immagine pubblica è quella di potenze invulnerabili. La realtà operativa è diversa. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne hanno spesi tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Immagini satellitari di un attacco in Bahrain (Ansa).

La guerra nello Yemen lo aveva già dimostrato: superiorità tecnologica schiacciante, risultati sul campo modesti. Oggi quella lezione si ripresenta su scala più ampia, con un avversario più sofisticato. La strategia iraniana sfrutta esattamente questa vulnerabilità. Teheran non deve vincere una guerra convenzionale. Deve rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte. Non è conquista. È coercizione multilivello: se il prezzo della solidarietà con Washington diventa troppo alto, saranno le monarchie stesse a chiedere che l’escalation si fermi.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Elicotteri a Doha, Qatar (Ansa).

Le tre variabili da tenere d’occhio

Lo scenario che si sta consolidando non è una guerra lampo né un cessate il fuoco imminente. È qualcosa di più insidioso: un conflitto a bassa intensità e lunga durata, senza un obiettivo politico finale definito. Le variabili da monitorare sono tre. Il canale negoziale Iran-Usa. L’apertura iraniana verso la CIA è stata ritrattata, ma Trump l’ha respinta e Israele preme per continuare. Finché la campagna di decapitazione elimina gli interlocutori potenziali, la finestra diplomatica resta chiusa. E con essa qualsiasi prospettiva di de-escalation controllata. La tenuta delle monarchie del Golfo. I costi di difesa sono nell’ordine dei miliardi a settimana. La strategia iraniana punta a trasformare la solidarietà con Washington da scelta strategica a peso insostenibile. Il giorno in cui Riad o Abu Dhabi decideranno che il prezzo è troppo alto, l’intera architettura della coalizione cambierà. Il futuro del potere in Iran. Se la leadership politica continua a essere eliminata e i Pasdaran consolidano il controllo, l’Occidente si troverà di fronte un interlocutore più opaco, più militarizzato e meno interessato a negoziare. Un Iran dei generali, non dei diplomatici. Le guerre senza strategia non producono ordine. Producono il vuoto. E il vuoto, in Medio Oriente, non resta mai vuoto a lungo.

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Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto

C’è un momento preciso in cui una guerra smette di riguardare solo chi la combatte. Non è quando cadono le bombe. Non è quando si contano i morti. È quando il prezzo del gas europeo esplode del 54 per cento in una seduta. Quando il più grande terminale GNL al mondo viene spento da uno sciame di droni che costa meno di un caccia in manutenzione. Quando un armatore di Rotterdam guarda i premi assicurativi per Hormuz e decide che oggi la sua petroliera non parte. Quel momento è adesso.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Una nave container nello Stretto di Hormuz (Ansa).

Hormuz: il collo di bottiglia del mondo

Lo Stretto di Hormuz — 33 chilometri nel punto più stretto — è il passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota cruciale del GNL globale. L’Iran lo ha chiuso il primo marzo. I transiti di petroliere, che fino a quel giorno erano in media 24, sono crollati a quattro. Non serviva una chiusura formale per produrre effetti sui mercati. Ma una chiusura reale li ha moltiplicati. Il Brent è balzato a 82 dollari al barile, con un rialzo del 9 per cento in una singola seduta. Goldman Sachs stima che se i volumi attraverso Hormuz restano ai livelli attuali per altre cinque settimane, il greggio raggiungerà i 100 dollari. UBS non esclude picchi sopra i 120. Barclays si attesta sui 100. Ma il vero detonatore non è il petrolio. È il gas.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Una nave carica di Gnl del Qatar (Ansa).

Lo shock che l’Europa non si può permettere

Il 2 marzo il Qatar ha chiuso l’impianto di Ras Laffan — il più grande terminale di esportazione di GNL al mondo — dopo un attacco con droni iraniani. Goldman Sachs stima che la chiusura riduca l’offerta globale di GNL del 19 per cento nel breve termine. Il Qatar fornisce tra il 12 e il 14 per cento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto. I futures europei del gas, il Dutch TTF, sono esplosi: +54 per cento in una seduta, +76 per cento nell’arco della settimana, superando i 60 euro per megawattora — il livello più alto degli ultimi tre anni. Le riserve di stoccaggio dell’Unione Europea sono sotto il 30 per cento della capacità, al termine della stagione invernale. Se lo Stretto resta chiuso per un mese, Goldman Sachs prevede un raddoppio dei prezzi del gas europeo. Non sono proiezioni accademiche. Sono scenari che i mercati stanno già scontando.

L’effetto della guerra non si ferma alla bolletta

Quando il prezzo dell’energia sale e resta alto, l’effetto non si ferma alla bolletta. Si propaga lungo l’intera catena industriale. Cemento, acciaio, alluminio, chimica di base: settori che divorano energia. Il cemento richiede forni a oltre 1.400 gradi. La chimica di base usa il gas come materia prima, non solo come fonte energetica. Il bitume — le strade che calpestiamo — è un derivato diretto della raffinazione petrolifera. Il rame, termometro dell’economia globale, ha raggiunto quasi 13 mila dollari a tonnellata. Con energia cara, trasporti costosi e tassi d’interesse ancora elevati, i progetti infrastrutturali si rinviano. Non per scelta politica. Per aritmetica. Strade, ferrovie, porti, edilizia: tutto dipende da materiali il cui costo sta salendo rapidamente.

La strategia di logoramento dell’Iran

Per capire perché questo scenario non si risolverà in fretta, bisogna capire cosa vuole l’Iran. Non vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti — sarebbe impossibile. L’obiettivo è rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne spendono tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte sulle rotte globali. Non è conquista. È coercizione economica. E funziona.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Il lancio di un missile iraniano (Ansa).

Perché l’economia europea è la più vulnerabile

Gli Stati Uniti possono permettersi questa guerra: hanno energia domestica, valuta di riserva, leve che nessun altro possiede. Israele persegue obiettivi securitari propri. L’Iran deve solo reggere abbastanza a lungo. Nel mezzo resta l’Europa. Che non ha deciso questa guerra, non ne controlla l’escalation, non ne definirà la fine. Ma ne paga le conseguenze. Il nostro modello economico dipende da energia importata, rotte commerciali aperte e stabilità nei punti di transito. Tutte e tre sono sotto attacco simultaneo. Le guerre senza un vero obiettivo politico finale non producono ordine. Producono incertezza. E nei mercati globali l’incertezza non è mai neutrale. È un costo. Questa volta il conto sta arrivando a noi.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?

Nei giorni scorsi Lettera43 ha posto una serie di domande sul viaggio negli Emirati Arabi Uniti del ministro della Difesa Guido Crosetto. Le spiegazioni fornite nelle ultime ore hanno chiarito alcuni passaggi, ma ne hanno aperti altri: soprattutto sul piano dei protocolli istituzionali, del coordinamento tra apparati dello Stato e della natura reale della trasferta.

«Come ministro forse avrò sbagliato»: un’ammissione che pesa

La vicenda di Dubai non è una polemica estiva finita male. Non è un errore di comunicazione. Non è nemmeno soltanto un problema di opportunità politica. È un cortocircuito istituzionale che tocca il cuore della catena di comando della Difesa italiana. Guido Crosetto davanti alle Commissioni riunite ha pronunciato una frase che merita di essere presa sul serio: «Come ministro forse avrò sbagliato». È un’ammissione che pesa più di molte polemiche. Perché se l’errore è stato «da ministro», allora il viaggio non era un fatto privato. Le due dimensioni non sono intercambiabili a seconda della convenienza narrativa.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Guido Crosetto alla Camera (Imagoeconomica).

Chi ha fatto la valutazione del rischio?

Le versioni che si sono succedute nell’arco di 48 ore raccontano una storia che si fatica a tenere insieme. Prima il viaggio esclusivamente privato per riportare in Italia la famiglia. Poi l’emergere di un incontro istituzionale ad Abu Dhabi. Poi la valutazione del rischio «non fatta da solo». Poi l’attacco «non prevedibile». Ogni passaggio apre un nodo ulteriore. Se era solo un viaggio familiare, perché c’era un incontro ufficiale? Se c’era un incontro ufficiale, perché non attivare una missione istituzionale formale, con i protocolli previsti per un ministro della Difesa in un’area sensibile? Se l’attacco non era prevedibile, perché nei giorni precedenti risultavano NOTAM, avvisi e tensioni che perfino il mercato assicurativo aveva già trasformato in premi maggiorati e procedure di cancellazione? E soprattutto: se la valutazione è stata fatta «non da solo», con chi è stata fatta? Con l’AISE, che raccoglie informazioni all’estero? Con il DIS, che coordina e analizza? Con il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha la delega ai Servizi? In ogni caso, la responsabilità politica resta in capo al ministro. E lasciare intendere che l’eventuale sottovalutazione non fosse sua significa, implicitamente, spostare il peso sugli apparati che non possono replicare pubblicamente.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Alfredo Mantovano con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’incontro con Al Mazrouei, ma l’omologo di Crosetto è Al Martoum

C’è poi il capitolo Abu Dhabi. Il ministero della Difesa degli Emirati ha comunicato l’incontro con Mohammed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei che ricopre il ruolo di ministro di Stato per gli Affari della Difesa. Negli Emirati Arabi Uniti il ministro della Difesa è una figura distinta e gerarchicamente superiore (dal 2024 è lo sceicco Hamdan bin Mohammed bin Rashid Al Maktoum).

Il ministro di Stato per gli Affari della Difesa è membro del governo con delega specifica, ma non coincide con il titolare pieno del dicastero: si tratta di una figura assimilabile, per ordinamento comparato, a un ministro senza portafoglio con delega settoriale o a un sottosegretario di rango elevato. Non esercita la funzione di vertice politico-militare nel senso proprio del termine. Assimilarlo all’“omologo” del ministro della Difesa italiano non è tecnicamente corretto. Un ministro della Difesa di un Paese G7 e NATO rappresenta il vertice politico-militare. La simmetria istituzionale negli incontri non è un dettaglio.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, con il suo omologo emiratino, lo sceicco Hamdan bin Mohammed bin Rashid Al Maktoum, a bordo dell’Amerigo Vespucci, ormeggiato al porto di Abu Dhabi, il 30 dicembre 2024 (Ansa).

L’incontro (privato?) con l’ambasciatore Fanara

Anche il fatto che la comunicazione dell’incontro sia arrivata dal lato emiratino, con un certo ritardo e non con una nota tempestiva del ministero italiano, contribuisce ad alimentare interrogativi sul perimetro reale dell’impegno. Il nodo più delicato, però, riguarda l’ambasciatore italiano ad Abu Dhabi, Lorenzo Fanara. È stato riferito che Crosetto avrebbe cenato con lui venerdì sera. Se questo è avvenuto, la questione non è conviviale ma istituzionale. Un ambasciatore non è un amico che si incontra a titolo personale. È il rappresentante dello Stato italiano nel Paese ospitante. Se incontra il ministro della Difesa, quell’incontro non può essere considerato irrilevante. A questo punto le possibilità sono due. O la Farnesina e gli apparati competenti erano informati della presenza del ministro e quindi il viaggio non era affatto «invisibile», oppure non lo erano, e allora occorre chiedersi come sia possibile che un ambasciatore riceva o frequenti il titolare della Difesa senza informare la propria amministrazione e i vertici politici.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Lorenzo Fanara (Imagoeconomica).

Una questione di fiducia e di responsabilità politica

Esiste una terza ipotesi, ancora più problematica: che vi sia stata una richiesta di mantenere l’incontro fuori dai circuiti informativi ordinari. In ogni caso, la questione non è secondaria. Perché ad Abu Dhabi è presente anche un rappresentante dell’AISE. Se i Servizi sostengono di non essere stati informati, e l’ambasciatore era a conoscenza della presenza del ministro, si crea una frattura difficilmente spiegabile nella catena istituzionale. Il tema, allora, non è solo Dubai. È il principio di comando. Il ministro della Difesa coordina le Forze armate, interagisce con NATO e alleati, riceve analisi di intelligence, prende decisioni in un quadro internazionale che oggi è tra i più instabili degli ultimi decenni. In questo contesto, evocare “deviazioni” dello Stato, suggerire che le valutazioni non fossero proprie, creare un cortocircuito tra Farnesina, Servizi e Palazzo Chigi è un problema strutturale di fiducia. Se un ministro non si fida degli apparati che deve dirigere, o lascia intendere che quegli apparati abbiano sbagliato senza assumersene la responsabilità politica, si pone una questione di coerenza istituzionale. È una richiesta di chiarezza.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
GUIDO CROSETTO, MINISTRO DELLA DIFESA

La guida della Difesa nazionale non può poggiare su versioni sovrapposte, gerarchie improprie e responsabilità che si spostano di volta in volta. In un momento di tensione globale, la credibilità del vertice politico-militare è parte integrante della sicurezza del Paese. La responsabilità non si diluisce. Si assume. E se si ammette di aver «forse sbagliato come ministro», allora occorre spiegare fino in fondo dove è stato l’errore, chi ne ha condiviso le valutazioni e quale sia oggi il rapporto di fiducia tra il ministro e gli apparati che coordina. Uno Stato serio non vive di narrazioni. Vive di catene di comando chiare e di responsabilità politiche nette. Quando queste si incrinano, il problema non è mediatico. È istituzionale. Le domande restano quindi sul tavolo. Alcune hanno ricevuto risposte, altre no. Ma soprattutto le spiegazioni finora fornite non hanno chiuso la vicenda: hanno semmai reso più evidente la necessità di chiarire, fino in fondo, la catena delle decisioni e delle responsabilità istituzionali.