Fenice di Venezia, ora fa discutere la nomina della nuova direttrice del Coro

Dopo quello molto rumoroso di Beatrice Venezi, al Teatro La Fenice di Venezia ne è appena scoppiato un altro: legato alla nomina di Elena Pierini come nuova direttrice del Coro al posto di Alfonso Caiani, a partire da settembre. L’investitura è stata annunciata il1 4 luglio dal sovrintendente Nicola Colabianchi, che ha ringraziato Caiani per il lavoro fatto nel corso del suo mandato, svolto prima dal 2008-2009 e poi dal 2021 a oggi.

Il comunicato del sindacato

La nomina di Pierini ha però destato perplessità, non tanto per le sue competenze professionali bensì per quelle relazionali. Come riporta il Corriere della Sera, nella chat interna dei lavoratori è stato infatti condiviso un articolo datato 10 aprile 2025, tratto dal quotidiano austriaco Nachrichten, in cui si raccontava che il direttore del teatro di Linz, Hermann Schneider, aveva sospeso per alcuni mesi Pierini (in scadenza nel 2026), con l’accusa di «toni scortesi, caos nell’organizzazione e nella pianificazione delle prove, favoritismi». Così Francesca Poropat della Cgil: «Accogliamo la nuova nomina senza pregiudizi, nonostante non ci sia stata comunicata formalmente. Come parte della Rsu ho comunque il dovere di ricordare che una grande maggioranza del Coro avrebbe sperato che il maestro Caiani rimanesse per poter continuare il percorso di crescita avviato, come io stessa ho fatto presente al sovrintendente lo scorso 3 giugno. Attendiamo comunque di conoscere di persona la nuova Maestra».

Chi è Elena Pierini

Pierini, nata a Firenze, ha conseguito diplomi in pianoforte e percussioni presso il Conservatorio Luigi Cherubini del capoluogo toscano e il Conservatorio di Perugia. Nel 2002 ha completato un master in direzione di coro presso la Florida International University di Miami e da allora ha lavorato come direttrice d’orchestra, direttrice di banda e direttrice di coro sia negli Stati Uniti che in Italia, Bulgaria, Cina e Germania. Dalla stagione 2017/18 è direttrice del coro al Landestheater di Linz, in Austria. Nel 2024 è stata invitata al Teatro Lirico di Cagliari e nel 2025 all’Oper Leipzig, confermando il suo ruolo di riferimento nel panorama operistico internazionale. Il debutto ufficiale di Pierini nel nuovo incarico è fissato per il 18 settembre nella produzione di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, in scena al Teatro Malibran di Venezia.

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni

Alfredo e Giovanni Di Bruno sono due relitti lucidissimi della vecchia Milano: baffi, frezza bianca, qualche anno di galera e una memoria piena di piazze, bische, rapine e nobildonne. Vivono ancora insieme a Lambrate, in una casa enorme e decadente, e guardano il presente come due reduci che non hanno mai smesso di diffidare dei conformisti. Sono gli autori di Riocontra, un libercolo di parole parlate all’incontrario, nato in quella stessa Milano tra la fine degli Anni 70 e gli 80, nelle compagnie di quartiere, tra paninari, bar, sale giochi e piazze dove il linguaggio serviva insieme a riconoscersi e a non farsi capire dagli altri. Non era una lingua con regole fisse, ma un gergo mobile, costruito rovesciando e deformando le parole secondo il suono, rimasto poi in vita in piccoli gruppi e trasformato oggi in memoria di una città scomparsa.

Negli ultimi 10 anni il Riocontra è cambiato. Come Milano

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
La nuova edizione di Riocontra.

«Una regola appena la scrivi, non vale più»

Il Riocontra vuoto usa la parola come un cappellino: la metti, fai la foto e sembri venire dalla strada

In questi anni il Riocontra è finito nei pezzi dei rapper, nei podcast e persino nella pubblicità. «Se un rapper viene dalla piazza e parla così, parla così», dice Alfredo. «La lingua non è nostra e non siamo noi a distribuire le licenze». Il problema, spiegano, nasce quando il Riocontra viene utilizzato come un certificato istantaneo di autenticità. «Una drepa qui, una foba là», fa Giovanni. «Poi nel ritornello metti Lambrate anche se sei cresciuto davanti al golf club. È come mettere il rumore del tram dentro una canzone e dire che hai raccontato Milano».

Insomma, non parlano di un Riocontra falso, ma di un Riocontra vuoto. «Il falso almeno prova a imitare qualcosa», continua Giovanni. «Quello vuoto usa la parola come un cappellino. La metti, fai la fotografia e sembri subito uno che viene dalla strada». Alcuni rapper, riconoscono, hanno tenuto in vita parole che rischiavano di scomparire. Altri le hanno trasformate in accessori. «Prima la parola serviva a non farti capire», dice Alfredo. «Adesso serve a farti riconoscere dall’algoritmo».

Lo stesso è accaduto con i podcast, la pubblicità, i nomi dei locali e perfino le operazioni immobiliari. Giovanni racconta che un nuovo palazzo avrebbe dovuto chiamarsi La Drepa. «Gli appartamenti costavano talmente tanto che la drepa non poteva entrarci». Le parole, secondo i fratelli, vengono consumate per eccesso di utilizzo. «Prima finiscono nella canzone», dice Alfredo. «Poi sulla maglietta, poi sulla tote bag». «Poi le usa il Comune», conclude Giovanni. «A quel punto sono morte». In 10 anni sono comparsi anche studiosi, collezionisti ed esperti capaci di distinguere un’inversione autentica da una sbagliata. «L’Accademia della Crusca della rapina», li definisce Alfredo. «Vogliono mettere le regole a una cosa nata per scappare dalle regole», aggiunge Giovanni. «Fanno i convegni e decidono che una parola si gira così e non cosà». Alfredo taglia corto: «Se suona di merda, suona di merda. Non puoi salvarla con una commissione».

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
Lazza (Ansa).

«A Milano quello che prima era un quartiere è diventato un marchio»

Ma come è cambiata Milano rispetto alla prima edizione? «È diventata Monte Carlo senza il mare», risponde Alfredo. «E senza il casinò», aggiunge Giovanni. «Il casinò è l’immobiliare». Secondo i fratelli, dopo Expo tutti si aspettavano una città più aperta, più equa e internazionale. «Pensavano che sarebbe diventata Berlino», dice Giovanni. «È diventata un Autogrill a cielo aperto. Entri, consumi, fai una fotografia e riparti».

Le officine sono diventate caffetterie, le ferramenta spazi multifunzionali e le case delle nonne affitti brevi. Quello che prima era un quartiere diventa un marchio; quello che era un panettiere diventa un’esperienza urbana. Il simbolo di tutto è la casa ereditata.

«Uno dice: con l’affitto normale non ci campo», spiega Alfredo. «Allora la mette su Airbnb». «Così si alza da solo il fitto», aggiunge Giovanni. «L’affitto». «Fitto è più Riocontra». Il proprietario pensa di essersi salvato, ma altre cento persone fanno la stessa scelta e alla fine nessuno riesce più ad abitare in città. «L’uno su mille ce l’ha fatta», dice Alfredo. «Ma quello che ce l’ha fatta aveva già la casa della nonna». La responsabilità, precisano, non è soltanto della politica. «La gente fa il 25 aprile, canta Bella ciao e poi torna a casa ad alzare l’affitto», continua Alfredo. «Il capitalismo suo va bene perché è artigianale». «A filiera corta», interviene Giovanni. «Sfrutta uno che abita vicino». La cosa che li irrita di più è l’assenza di autocritica. «Puoi anche fare il tuo business», dice Alfredo. «Ma non raccontarti che stai liberando il quartiere mentre lo rendi inabitabile».

Che fine hanno fatto le piazze e la Milano popolare raccontata nel primo libro? «Le piazze ci sono ancora», dice Giovanni. «Solo che sono piene di tavolini». Per sedersi bisogna ordinare qualcosa. Una volta, ricordano, la piazza era il luogo dove si poteva perdere tempo senza doverlo giustificare. «Adesso se resti fermo 10 minuti arriva uno con il menu», dice Alfredo. «Oppure pensa che stai aspettando il rider». Il nuovo libro vuole restituire voce al «sapie». «Che cos’è il sapie?». «La piazza». «Ma non è il contrario». «Suona bene».

«Il maranza non era una provenienza, era un curriculum»

Ricordano i campetti di via Dezza, dove si incontrano ancora ragazzi, adulti, vecchi e maranza.

Ai loro tempi, precisano, il maranza poteva essere italianissimo. «Era quello di 30 anni che viveva di espedienti», racconta Alfredo. «Tuta, motorino, cugino con la Golf e sempre un amico che gli doveva dei soldi». «Non era una provenienza», aggiunge Giovanni. «Era un curriculum». Oggi, invece, la parola viene usata quasi automaticamente per indicare un ragazzo nordafricano con il borsello. «È diventata una parola razzista», dice Alfredo. «Prima descriveva un modo di stare al mondo. Adesso descrive una faccia».

I fratelli non credono neppure che Milano sia diventata più violenta. «Negli Anni 90 era peggio», sostiene Giovanni. «Solo che i rapinatori erano italianissimi, quindi oggi li ricordano come folklore». Rievocano via Padova, Calvairate e Cimiano: coltelli, motorini rubati, automobili bruciate. «A nostro padre rubarono il cofano della macchina», racconta Alfredo. «Soltanto il cofano?» «Era un bel cofano». Poco dopo provarono a rivenderglielo. «Era lo stesso?» «Aveva ancora dentro i documenti». «I documenti erano nel cofano?». «Erano altri anni».

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
Una rissa a Milano (Ansa).

«Il problema è fare business e continuare a chiamarlo lotta»

Perché ve la prendete tanto con i compagni che hanno aperto i bar? L’intervista continua davanti a una parmigiana, due vitelli tonnati e due friselle.

«Il problema non è che aprono un bar», spiega Giovanni. «Il problema è che trasformano tutto in business e continuano a chiamarlo lotta». «Dodici euro un cocktail», dice Alfredo. «Quindici con la scorza d’arancia resistente». Dietro il bancone restano la falce e martello, le fotografie delle occupazioni e i manifesti contro la speculazione. Ma si accetta American Express.

«Una volta nei bar un piatto di minestra non si negava a nessuno», dice Alfredo. «Adesso te lo portano in una ciotolina», aggiunge Giovanni. «Due cucchiai, una spruzzata di burrata e una foglia traumatizzata». «Venti euro». «Pane escluso». Quello che contestano è la trasformazione di ogni cosa in un prodotto: la casa, la piazza, il quartiere, la protesta e perfino il Riocontra. «Mettono una parola al contrario nel nome del locale», dice Alfredo. «Poi il cocktail costa 16 euro e lo chiamano popolare».

Non risparmiano nemmeno chi critica la gentrificazione. «C’è quello che denuncia Milano dal suo appartamento di 200 metri quadri», dice Giovanni. «Con la governante». «Non Big Mano. Una governante progressista». Il povero, concludono, piace finché rimane abbastanza lontano da poter essere raccontato. «Appena prende il tuo stesso ascensore», dice Alfredo, «diventa un problema di sicurezza».

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
Un rider in Porta Venezia (foto di L43).

Che fine ha fatto Giulio?

E Giulio? È ancora in Audi? Giulio, il vecchio mecenate del tabacco e storico editore dei fratelli, compare ancora nelle appendici del libro. Ma oggi non lavora più con le sigarette: si occupa di data center. «Prima riempiva il mondo di fumo», dice Alfredo. «Adesso lo riempie di calore». La sua vecchia azienda sostiene di voler costruire un futuro senza sigarette. «Ma continua a venderle?». «Per finanziare la transizione». Tra Giulio e i Di Bruno ci sarebbe stato uno scazzo. Lui sostiene che il tabacco appartenga al passato. Loro considerano questa posizione un tradimento personale. «Uno lavora tutta la vita nel fumo e poi vuole un mondo senza fumo», dice Giovanni. «È come se un rapinatore aprisse un corso sulla sicurezza domestica». I fratelli continuano a fumare. Alfredo sigarette, Giovanni pipa, sigari e qualunque cosa riesca ad accendere. «Una volta ha fumato una pizza», racconta Alfredo. «Era sottile», si difende Giovanni. Ma sigarette elettroniche, mai. «Abbiamo dei principi». Nonostante lo scazzo, Giulio conserva una pagina nella nuova edizione. «Ai mecenati non si nega una nota a piè di pagina», dice Alfredo. «Soprattutto se hanno ancora i server». Il cameriere prova a dividere la frisella. Si spezza in cinque parti irregolari. Giovanni la guarda. «Ecco la sinistra». Il conto è di 87 euro. «La rivoluzione è finita», dice Alfredo. «Perché?». «Il pane era escluso». Prima di salutarli ripeto la domanda di 10 anni fa. «Che fine ha fatto Giulio?». Alfredo si tiene la pancia. «Giulio è sempre lì». «In Audi?». Giovanni indica il cielo: «No. Adesso è nel cloud».

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo

L’idea da cui nasce I convitati di pietra, vincitore non senza polemiche dell’ultimo Strega, è una di quelle che fanno pensare di avere fra le mani un grande romanzo. Un gruppo di ex compagni della III A del liceo milanese Berchet si ritrova un anno dopo la maturità alla prima di quella che diventerà una lunga sequela di cene di classe. È da lì che parte lo spunto destinato a governare tutto il libro di Michele Mari: una riffa macabra dove, a ogni cena, ciascuno versa una quota e il montepremi andrà diviso soltanto fra gli ultimi tre rimasti vivi. Dentro ci sono tutti gli ingredienti del romanzo: avidità, amicizia, invidia, tempo, morte. Sembra il punto d’incontro fra Georges Simenon, Friedrich Dürrenmatt e il miglior Mari, quello capace di trasformare un artificio narrativo in un esperimento morale. Purtroppo è anche il punto più alto del libro. Da lì in avanti il meccanismo, invece di stringersi, comincia lentamente ad allentarsi.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo

Mari mette in scena una folla di personaggi, ma li lascia vivere tutti alla stessa distanza. Entrano e poi spariscono per decine di pagine. Quando riemergono, in mezzo a una trentina di protagonisti, il lettore deve fare mente locale per ricordarsi chi siano. Hanno nomi che ne sottolineano vizi ed eccentricità, a volte perversioni. Ma la loro fisionomia, invece di farsi carne, resta sagoma. Più che persone sembrano funzioni narrative chiamate a tenere in piedi l’ingranaggio.

La trama si ramifica, tra il noir e l’assurdo

È qui che il libro comincia a mostrare il suo limite. Ogni nuova morte dovrebbe restringere il campo dei papabili al premio finale e rendere i superstiti umanamente più interessanti. Accade invece il contrario. La trama si ramifica, si disperde in deviazioni sempre più improbabili, sospese tra il noir e l’assurdo. Così quello che all’inizio sembrava un apologo sul tempo e sul modo in cui consuma le persone diventa progressivamente un esercizio di funambolismo narrativo.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo
Michele Mari (foto Ansa).

A questa dispersione si aggiungono le ossessioni private dell’autore. Il suo alter ego, Lothar Semprini, vive diviso fra la monumentale biografia di Gene Hackman che sta scrivendo e una passione compulsiva per i fumetti (non a caso porta il nome del fedele assistente di Mandrake). Sono pagine che raccontano moltissimo di Mari e poco dei personaggi. Ed è curioso, perché lo scrittore milanese ha sempre saputo trasformare le sue ossessioni in letteratura. Qui invece succede quasi il contrario. È la letteratura che finisce per inseguire le sue ossessioni. Il risultato è che, mentre i morti aumentano, il coinvolgimento del lettore diminuisce. E ci si comincia a chiedere se l’autore riuscirà mai a uscire dal labirinto che lui stesso ha costruito.

Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità

Mari sembra innamorarsi della propria libertà inventiva proprio nel momento in cui il romanzo avrebbe bisogno di disciplina. Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità. Il paradosso, invece di illuminare la realtà, finisce per sostituirla. E quando un personaggio che si chiama Brodo si suicida ingerendo una montagna di dadi Knorr, il gioco smette definitivamente di sorprendere.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo
Michele Mari dopo la vittoria della 80esima edizione del Premio Strega (foto Ansa).

C’è poi un altro limite, forse ancora più decisivo. Una storia costruita attorno alla sopravvivenza regge soltanto se, a un certo punto, il lettore sceglie da che parte stare. Qui invece i personaggi restano figure funzionali alla trama. Se ne conoscono manie e ossessioni, ma non si va oltre la superficie.

Non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa

Mari possiede una scrittura capace di improvvise accensioni che pochi altri saprebbero permettersi senza cadere nel manierismo. Questa volta però anche lo stile sembra rispecchiare il difetto del progetto, con l’autore che finisce per ammirare se stesso più che accompagnare il lettore dentro la storia. Alla fine resta una sensazione paradossale. I convitati di pietra non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa. L’impressione è che Mari avesse trovato un’idea straordinaria, ma che il romanzo non sia stato capace di servirla a dovere.

Michele Mari vince il Premio Strega 2026

Michele Mari supera le polemiche e vince, con 190 voti, il Premio Strega 2026. L’acceso dibattito seguito all’affaire Murgia non ha pesato sulla vittoria de I convitati di pietra (Einaudi) con cui lo scrittore, alla sua prima volta al più ambito riconoscimento letterario italiano, aveva già incassato il Premio Strega Giovani. Il suo è un romanzo corale in cui racconta un patto goliardico, che si trasforma in una competizione feroce, tra compagni di classe di un liceo milanese dopo gli esami di maturità. Al secondo posto si è piazzato Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli) con 152 voti, al terzo Bianca Pitzorno con La sonnambula (Giunti), 84 voti. Quarto Alcide Pierantozzi, in finale anche al Premio Campiello 2026 con Lo sbilico (Einaudi), che ha avuto 78 voti, e quinta con un piccolissimo stacco Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), 75 voti. Chiude la classifica in sesta posizione Elena Rui con Vedove di Camus (L’orma), che ha totalizzato 64 voti. Il totale dei voti espressi è stato pari a 643, cifra corrispondente all’80,4 per cento degli aventi diritto.

Il Premio Strega 2026 tra trend e polemiche: cosa ci dice la sestina

Il Premio Strega 2026 conferma una dinamica sempre più riconoscibile nel panorama letterario italiano: la centralità delle grandi case editrici, la forza dei filoni narrativi consolidati e una progressiva trasformazione del romanzo in oggetto editoriale sensibile al marketing, non solo letterario. In questo quadro, la sestina dei finalisti offre un osservatorio privilegiato.

Un caso mediatico senza precedenti per lo Strega

Lo Strega compie 80 anni e la premiazione di mercoledì 8 luglio è stata organizzata in via eccezionale in piazza del Campidoglio. Come favorito era dato I convitati di pietra di Michele Mari, che ha raccolto nella votazione per la finale le maggiori preferenze. Ma poi un caso mediatico senza precedenti per lo Strega, a proposito di un giudizio poco lusinghiero di Mari nei confronti della scrittrice Michela Murgia, morta nel 2023 a 51 anni, potrebbe aver rimesso tutto in discussione.

Quanto verrà influenzato il voto degli Amici della domenica?

La Fondazione Bellonci, che assegna il premio, si è espressa subito per sopire la diatriba, auspicando che «la parola torni alla letteratura», non ai bisticci tra scrittori. Il critico letterario Gianluigi Simonetti, che dello Strega è uno dei massimi esperti (suo il saggio Caccia allo Strega. Anatomia di un premio letterario uscito nel 2023), spiega a Lettera43: «Non possiamo sapere con certezza in che misura ciò che è accaduto influenzerà il voto degli Amici della domenica, il corpo elettorale che decreta il vincitore».

Il Premio Strega 2026 tra trend e polemiche: cosa ci dice la sestina
Il critico letterario Gianluigi Simonetti.

Mari, una scrittura che punta sulla riconoscibilità stilistica

«Prima dell’incidente, il libro di Mari poteva essere considerato favorito per vari motivi. Intanto perché ha alle spalle una macchina editoriale come quella di Einaudi. E poi perché Mari è certamente uno dei più grandi scrittori italiani viventi, riconosciuto dalla critica anche se non sempre dal mercato. Non è fatto per piacere a tutti: la sua è una scrittura che punta sulla riconoscibilità stilistica. Per lo Strega questo è forse l’unico libro di Mari che può funzionare bene, perché ha una linearità, una velocità, una commestibilità che lo rende più trasversale del solito», continua Simonetti.

Il Premio Strega 2026 tra trend e polemiche: cosa ci dice la sestina

C’è chi ha definito I convitati di pietra un’opera minore dell’autore, ma il critico respinge questa lettura: «Non è il suo libro migliore, però è un bel libro. Le caratteristiche di fondo della sua scrittura ci sono tutte e la lingua resta quella di Mari, una lingua letteraria».

Funzionano le biografie romanzate, come nel caso di Nucci

Lo Strega rappresenta anche un osservatorio privilegiato sulle principali tendenze della narrativa contemporanea, con il suo posizionarsi per generi, filoni letterari riconosciuti e apprezzati da una precisa tipologia di pubblico. Come le biografie romanzate. È il caso del secondo autore più votato, Matteo Nucci, con Platone. Una storia d’amore edito da Feltrinelli e frutto di un lungo e accurato lavoro di documentazione.

Il Premio Strega 2026 tra trend e polemiche: cosa ci dice la sestina

Il romanzo appartiene al filone che recupera personaggi del passato diventati brand, nel bene e nel male, come dimostra il successo dei cinque libri su Benito Mussolini di Antonio Scurati, vincitore non a caso dello Strega 2019, o guardando oltre confine le opere della francese Maylis Besserie sul pittore Lucian Freud, nipote di Sigmund, e sugli ultimi giorni di Samuel Beckett, Premio Nobel per la letteratura nel 1969. Senza dimenticare Il mago di Colm Tòibin su Thomas MannIl rumore del tempo di Julian Barnes sul compositore e pianista sovietico Shostakovich.

Piace molto la ricostruzione narrativa di grandi personalità

«Ma anche il libro finalista di Elena Rui Vedove di Camus, pur molto diverso stilisticamente, si inserisce in questo filone», fa notare Simonetti. «In generale le biografie romanzate, incrociate spesso al romanzo storico, sono una presenza fissa nei premi letterari degli ultimi anni, perché incontrano il favore di lettori colti e di un pubblico in cerca di cultura, interessato alla ricostruzione narrativa di grandi personalità».

Il Premio Strega 2026 tra trend e polemiche: cosa ci dice la sestina

Quello di Pitzorno è un libro pienamente di genere

Un filone interno al genere è quello della «biografia romanzata di donne straordinarie, in cui predomina il tema molto contemporaneo del riscatto, dell’eroismo quotidiano, opere di solito ambientate in un passato più o meno lontano, come un altro candidato, La sonnambula di Bianca Pitzorno, nel quale l’autrice applica le regole del romanzo d’appendice, senza però sovvertirle. Un libro pienamente di genere, che forse per questo non ci aspetteremmo in una finale di un premio letterario prestigioso».

Il Premio Strega 2026 tra trend e polemiche: cosa ci dice la sestina

Ciabatti mixa diversi sottogeneri di tendenza: una matrioska

Una storia al femminile (anzi più storie) occupa in qualche misura anche Donnaregina di Teresa Ciabatti, una sorta di reportage sulla camorra attraverso l’intervista al collaboratore di giustizia Giuseppe Misso. Ciabatti mixa diversi sottogeneri di tendenza, e il risultato è un libro che ne contiene altri due, come una matrioska.

Il Premio Strega 2026 tra trend e polemiche: cosa ci dice la sestina

Il primo, spiega il critico, è quello sul camorrista, simile a una versione più problematica e frammentaria di Gomorra. «Dal punto di vista narrativo si ritrova lo stesso meccanismo di Resistere non serve a niente di Walter Siti, che vinse nel 2013, guarda caso», ricorda Simonetti. «Lo scrittore autofittivo incontra un simpatico criminale, che dopo averlo annusato e apprezzato gli commissiona la propria biografia. Ma all’interno del libro di Ciabatti si aggiunge prima la storia dell’adolescenza difficile della figlia della narratrice e, successivamente, una patografia della malattia di M., il cui referente empirico è evidentemente Michela Murgia». Nell’insieme si intravede il calcolo di tenere il piede in più scarpe «per accattivarsi il lettore usando tutti i generi alla moda, ma la scrittura non ha la forza di tenere tutto insieme».

Il Premio Strega 2026 tra trend e polemiche: cosa ci dice la sestina

Il lavoro di Pierantozzi è uno dei più interessanti

Infine, accanto ai filoni consolidati, lo Strega continua a mostrare una tensione verso forme ibride tra fiction e non fiction, dove memoir, autopatografia e autofiction si intrecciano. È il caso di Alcide Pierantozzi, con Lo sbilico, che Simonetti considera uno dei più interessanti della sestina, «un bel lavoro che supera i limiti usuali del genere e realizza un’opera molto potente e originale nella quale la forza metaforica della scrittura riesce a dare valore universale a una storia molto personale».

Premio Strega, Ciabatti rompe il silenzio sul caso Mari-Murgia

A giorni di distanza dallo scoppio del caso, Teresa Ciabatti ha rotto il silenzio. Raggiunta dall’Ansa, la scrittrice ha parlato di quanto accaduto su quel “famoso” pulmino diretto verso la Puglia con a bordo quattro dei sei finalisti del Premio Strega. «Ho letto ricostruzioni congetturali e dichiarazioni su cosa è lecito e cosa no, dove inizia e finisce la privacy. Attenendomi ai fatti: alcuni giorni fa ho assistito e poi preso parte a una conversazione. L’oggetto della conversazione era Michela Murgia, il suo corpo. Non c’è stato alcun litigio furioso tra me e Michele Mari, ma un confronto diretto di idee profondamente diverse. In seguito, Mari si è scusato dicendo che non era sua intenzione ferirmi».

Premio Strega, Ciabatti rompe il silenzio sul caso Mari-Murgia
Michele Mari (Imagoeconomica).

Le affermazioni di Mari su Murgia: cosa ha detto

Mari, favorito per lo Strega col romanzo I convitati di pietra, avrebbe detto che Murgia «era intransigente e violenta, perché brutta» e che «con i suoi atteggiamenti aggressivi faceva pagare agli altri la sua bruttezza». Un’uscita, questa, che di sicuro non è piaciuta a Ciabatti, in corsa per il premio con Donnaregina e peraltro a lungo amica di Murgia. Ma, appunto, non ci sarebbe stata alcuna lite tra i due.

Premio Strega, Ciabatti rompe il silenzio sul caso Mari-Murgia
Michela Murgia (Imagoeconomica).

Ciabatti: «Non ho riferito alla stampa le parole di Mari»

Oltre ad aver smentito il litigio con Mari, Ciabatti ha anche negato di aver riferito alla stampa quanto successo a bordo del pulmino: «Io ho dato la risposta che volevo in quel preciso contesto, alle persone con cui ho parlato. Tutti i presenti possono avere raccontato ad altri l’accaduto, com’è normale nella vita di ciascuno di noi. Anch’io l’ho raccontato, ma non ho alcuna responsabilità circa la diffusione della notizia alla stampa, né circa la correttezza di quanto è stato riportato».

LEGGI ANCHE: Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?

Le parole di Mari e la precisazione della Fondazione Bellonci

«Non volevo certo offendere Murgia, ma soltanto rievocare (peraltro in un contesto privato) un lontano episodio di reciproca incomprensione», ha dichiarato Mari, di cui molti hanno auspicato l’esclusione dalla sestina dei finalisti dello Strega. Fondazione Bellonci, che organizza il concorso letterario, ha chiarito che il premio è «una competizione tra opere» e che tale provvedimento nei confronti di un autore non è consentita dal regolamento.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?

C’è un dettaglio, in questa storia, che la rende vagamente grottesca. L’ottantesima edizione del Premio Strega, che nonostante gli anni e l’usura continua a muovere copie e prestigio, ha rischiato di naufragare dentro un van diretto a Bisceglie. Sei finalisti stipati come il cast di un reality show, 20 tappe in giro per l’Italia a recitare la parte di sé stessi e a magnificare i rispettivi romanzi. Era quasi inevitabile che prima o poi qualcuno saltasse per aria.

Un carico di vanità che diventa esperimento sociale prima che letterario

Sei scrittori chiusi per ore in un pulmino, fuori un caldo infernale e dentro un ingombrante carico di vanità, sono un esperimento sociale prima ancora che letterario. Se poi si tratta di primedonne, o primi uomini, per non urtare la sensibilità dell’epoca, il cortocircuito non è una possibilità, bensì una certezza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
L’ultimo saluto a Michela Murgia (Imagoeconomica).

Da quel momento, però, la storia ha smesso di parlare di Mari e ha cominciato a parlare di noi. Nel giro di poche ore, il dibattito non era più sul cosa avesse detto, ma come liberarsi di lui. Espulsione o spontaneo ritiro dello scrittore dalla gara? Il vocabolario è scivolato con sorprendente naturalezza dalla critica alla scomunica. Con un risvolto quasi comico.

Espulsione? Il regolamento racconta un’altra storia

La Fondazione Bellonci, custode dello Strega, ha diffuso un comunicato per ricordare che ogni espressione denigratoria è incompatibile con lo spirito del Premio. Per poi accorgersi, con un ritardo degno di miglior causa, che il regolamento raccontava un’altra storia: Mari non si può espellere e lui non si può ritirare perché lo Strega giudica i libri, non i loro autori. Una distinzione che fino a poco tempo fa pareva banale, e che oggi somiglia quasi a un atto di resistenza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Michele Mari (foto Imagoeconomica).

Il punto è sempre lo stesso: un’opera si giudica per quello che contiene, non per il passaporto o le simpatie politiche di chi l’ha scritta. Verità elementare, e proprio per questo sempre più ignorata. Sui social ogni stroncatura è un processo che non contempla assoluzione. C’è una distanza enorme tra biasimare le parole attribuite a Mari e pretendere che il suo libro venga escluso dalla competizione. Nel primo caso si esercita il diritto di critica. Nel secondo si pretende che un premio letterario certifichi la rispettabilità degli autori prima ancora della qualità delle opere.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Uno degli incontri con i finalisti dello Strega 2026 in giro per l’Italia (foto Ansa).

Ma siamo ormai immersi in una cultura che non si fida più del lettore. Ed è qui che la faccenda torna grottesca: un premio letterario, ammesso che i premi abbiano ancora senso (ma questa è un’altra storia), dovrebbe scegliere il libro migliore, non l’autore più presentabile.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra

La fiera della piccola e media editoria si chiama Più libri più liberi. Quest’anno l’Aie (l’Associazione italiana editori), che la organizza, ha preso sul serio soprattutto la seconda metà del nome: per esporre alla prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre 2026 alla Nuvola dell’Eur), gli editori dovranno firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare la Costituzione, a ripudiare fascismo e totalitarismi e a non farne apologia. A destra la misura è stata subito bollata come una patente di antifascismo. Con un dettaglio non secondario: senza quella firma, la candidatura non parte nemmeno. Liberi sì, ma solo una volta timbrato il modulo.

LEGGI ANCHE Nordio: «Patentino antifascista? Il Codice penale ha la firma di Mussolini»

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi (Ansa).

Tutto nasce dalle forti polemiche del 2025 su Passaggio al Bosco

L’origine della vicenda è nota. Nel 2025 la presenza della casa editrice Passaggio al Bosco aveva suscitato forti polemiche per un catalogo giudicato da alcuni troppo indulgente verso un immaginario politico descritto come «l’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita». Nonostante le proteste di nomi come Antonio Scurati, Alessandro Barbero, Domenico Starnone, Zerocalcare e altri, l’Aie aveva difeso la scelta richiamandosi al pluralismo e alla libertà di espressione, ovviamente nel rispetto della legge.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra

Le norme già esistono, perché aggiungere una dichiarazione ulteriore?

Evidentemente, però, non bastava. Stavolta, invece di discutere i libri, si è deciso di certificare gli editori. Una scelta che ha il pregio della semplicità: un modulo si controlla più facilmente di un catalogo. Le norme già esistono, ma si è ritenuto opportuno aggiungere una dichiarazione ulteriore, un attestato di sana e robusta democrazia da esibire all’ingresso. Un espediente che ricorda le gride manzoniane: solenni e minacciose quanto spesso inefficaci, e alla fine gravose soprattutto per chi non ne avrebbe bisogno.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Innocenzo Cipolletta (foto Imagoeconomica).

Regalo alla maggioranza che faticava a trovare motivi per stare insieme

L’effetto politico era prevedibile. In una fase in cui la maggioranza fatica a trovare motivi per stare insieme, qualcuno ha finito per regalargliene uno. È bastato evocare la parola censura e il resto è seguito da sé. Roberto Vannacci e la premier Giorgia Meloni, sin qui cane e gatto, si sono ritrovati sullo stesso fronte, e un centrodestra che sembrava in cerca di ragioni per dividersi ne ha trovata una per ricompattarsi.

Anche alla Biennale la discussione si era spostata dall’arte alla censura

Non è la prima volta che accade. Alla Biennale, il caso del padiglione russo aveva spostato la discussione dall’arte alla censura. Più di recente, un gruppo di notabili pugliesi ha chiesto agli organizzatori del festival Il Libro Possibile l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, colpevole, ai loro occhi, di non aver pronunciato la parola genocidio nonostante i suoi appelli alla pace e le dure critiche rivolte al governo del suo Paese. Casi diversi, ma con un tratto comune: a un certo punto il dibattito cambia natura. I libri restano sul tavolo, ma non sono più il centro della scena.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. (Imagoeconomica).

Si finisce per parlare più della fiera in sé che dei suoi libri

A quel punto il problema diventa chi può sedersi a quel tavolo e chi no. Una manifestazione ha tutto il diritto di scegliere i propri ospiti, ma quando sente il bisogno di accompagnare quella scelta con un attestato di rispettabilità, finisce per parlare più di sé che dei libri che vorrebbe promuovere. La patente democratica tranquillizza chi la pretende e irrita chi non la riceve. In compenso, offre un argomento perfetto a chi denuncia il pensiero unico e la sua egemonia culturale. Da questo punto di vista Meloni può considerarsi fortunata: pochi alleati sono preziosi quanto certi avversari.

Più Libri Più Liberi, Nordio: «Patentino antifascista? Il Codice penale ha la firma di Mussolini»

«Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Benito Mussolini». Lo ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio commentando l’istituzione del «patentino antifascista» (così lo ha definito Giorgia Meloni) proposto dagli organizzatori della Fiera nazionale della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi, in vista della prossima edizione che si terrà a Roma a dicembre.

Più Libri Più Liberi, Nordio: «Patentino antifascista? Il Codice penale ha la firma di Mussolini»
Più Libri Più Liberi alla Nuvola dell’Eur (Imagoeconomica).

Le proteste per la partecipazione di Passaggio al Bosco

Nel 2025 la presenza a Più Libri Più Liberi della di Passaggio al Bosco aveva suscitato forti polemiche, con la protesta di scrittori e intellettuali contro la casa editrice di estrema destra e «l’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita».

La mossa dell’Aie dopo le polemiche del 2025

L’Associazione italiana editori (Aie), che organizza la fiera romana e che l’anno scorso aveva escluso censure preventive, in vista della prossima edizione (in programma dal 4 all’8 dicembre alla Nuvola dell’Eur) ha così stabilito che, per poter esporre, le varie case editrici dovranno firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare la Costituzione, a ripudiare fascismo e totalitarismi e a non farne apologia.

Il post di Meloni contro il «patentino antifascista»

La decisione dell’Aie ha provocato la reazione della premier Meloni, che sui social ha scritto: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono». E poi: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Ora le affermazioni di Nordio, che suonano come un plauso al Duce.

Il “precedente” di Nordio sul Codice penale e Mussolini

Durante un convegno organizzato all’Università di Roma Tre, in vista dell’ultimo 25 Aprile Nordio aveva dichiarato: «A breve si festeggerà la festa di Liberazione, una festa che celebra l’antifascismo ma dobbiamo ricordare che abbiamo ancora un codice firmato da Mussolini e Vittorio Emanuele III che tra l’altro gode di buona salute, mentre un codice intitolato a un eroe della Resistenza come Giuliano Vassalli è stato demolito e mal interpretato».

Morto il pittore David Hockney, maestro della Pop Art

È morto David Hockney, considerato una delle figure più influenti e rappresentative dell’arte contemporanea del XX e XXI secolo. Avrebbe compiuto 89 anni tra un mese. Nativo dello Yorkshire, nel nord dell’Inghilterra, e aveva studiato al Royal College of Art di Londra, dove partecipò alla mostra Young Contemporaries, che preannunciò l’arrivo della Pop Art. Poi il successo negli Stati Uniti: Hockney ha vissuto gran parte della sua vita in California, facendo dei suoi panorami suburbani motivo ricorrente delle sue opere.

Morto il pittore David Hockney, maestro della Pop Art
“Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)”, venduto per oltre 90 milioni di dollari 8Ansa).

Le opere più famose di Hockney

Nel corso della sua carriera Hockney ha attraversato oltre sei decenni, tra pittura, disegno, fotografia, incisione e media digitali. Tra le sue opere più famose A Bigger Splash (1967), che raffigura semplicemente gli effetti di un tuffo in piscina. Ma anche We Two Boys Together Clinging (1961): Hockney era gay e nella sua ritrattistica ha più volte esplorato la natura dell’amore omosessuale. E poi non si può non citare Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) (1972), che nel 2018 fu battuto da Christie’s a 90,3 milioni di dollari, diventando l’opera più costosa realizzata da un artista vivente (record poi superato dalla scultura Rabbit di Jeff Koons, venduta a 91,1 milioni nel 2019). Nel 2012 era stato colpito da un ictus che aveva compromesso temporaneamente la sua capacità di parlare, ma Hockney non aveva mai smesso di dipingere.

Uffizi, Giuli nomina il nuovo cda: Montanari si dimette dal comitato scientifico

Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena, ha annunciato le dimissioni dal comitato scientifico delle Gallerie degli Uffizi a seguito delle nomine per il nuovo cda del museo fiorentino decise dal ministro Alessandro Giuli, denunciando una «lottizzazione del patrimonio culturale» da parte dell’attuale governo, vista la presenza nel board di figure legate al centrodestra.

Uffizi, Giuli nomina il nuovo cda: Montanari si dimette dal comitato scientifico
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

Montanari: «Si stanno prendendo tutto»

«Ho appreso dalla stampa il decreto di nomina del nuovo cda degli Uffizi in cui si nominano il segretario alla presidenza del Consiglio già braccio destro di Brunetta, un professore universitario già direttore della fondazione Farefuturo di Fini, un ex candidato di FI alla Regione Toscana trombato. Si riempiono la bocca con “nazione”, ma qui c’è un cambio di consonante: “fazione”. Si stanno prendendo tutto. Non si tratta di egemonia culturale, ma lottizzazione del patrimonio culturale», ha dichiarato Montanari, sollevando poi dubbi su possibili conflitti d’interesse legati alla presenza nel board di Carmen Bambach, «curatrice di un dipartimento del Metropolitan Museum di New York, che chiede un sacco di opere in prestito agli Uffizi».

I nuovi consiglieri d’amministrazione degli Uffizi

Oltre alla già citata Bambach, del nuovo cda degli Uffici fanno parte Alessandro Campi, docente di Scienza politica a Perugia ed ex ideologo di Gianfranco Fini; l’ex deputato azzurro Stefano Mugnai e Carlo Deodato, segretario generale di Palazzo Chigi.

Uffizi, Giuli nomina il nuovo cda: Montanari si dimette dal comitato scientifico
Alessandro Campi (Imagoeconomica).

Il nuovo consiglio d’amministrazione comprende poi di diritto anche il direttore degli Uffizi, Simone Verde.

Uffizi, Giuli nomina il nuovo cda: Montanari si dimette dal comitato scientifico
Carlo Deodato (Imagoeconomica).

La replica di Giuli: «Motivazioni pretestuose»

«Montanari se n’è ghiuto, E soli ci ha lasciato». Così, parafrasando una frase di Palmiro Togliatti (che l’aveva usata nel 1951 per l’addio di Elio Vittorini al Partito comunista italiano), Giuli ha deciso di commentare il passo indietro dello storico dell’arte. E poi: «Le motivazioni addotte, ovvero la nomina di impeccabili figure tecniche nel cda appaiono per lo meno al di sotto di ogni sospetto nella loro veste pretestuosa e decisamente deludenti, considerando la sua incompresa caratura intellettuale».

Nominato il nuova cda delle Gallerie degli Uffizi

Dopo sei mesi di attesa, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha nominato il nuovo cda delle Gallerie degli Uffizi per il periodo 2026-2031. Tra i componenti figurano nomi considerati vicini all’attuale maggioranza di governo tra cui Alessandro Campi, storico collaboratore di Gianfranco Fini, Carlo Deodato, segretario generale di Palazzo Chigi, e Stefano Mugnai, già esponente di Forza Italia candidato presidente della Toscana nel 2015. A rappresentare il profilo più strettamente legato al mondo dell’arte è invece Carmen Bambach, tra le maggiori esperte di Leonardo e attualmente responsabile del dipartimento Disegni e stampe del Metropolitan Museum of Art di New York. Proprio questo ruolo ha generato alcune discussioni, con l’ombra di interferenze con un museo che spesso chiede prestiti alle Gallerie. Del nuovo cda fa parte di diritto anche il direttore degli Uffizi, Simone Verde.

Erri De Luca escluso da Salerno Letteratura Festival

Erri De Luca è stato escluso dalla prolusione che avrebbe dovuto tenere al Salerno Letteratura Festival, in programma dal 13 al 20 giugno nella città campana. Alla base della decisione della direzione artistica le controverse dichiarazioni su Israele, sionismo e genocidio nella Striscia di Gaza, rilasciate durante un’intervista all’Ansa.

Cosa aveva detto De Luca su sionismo e genocidio

De Luca, in pratica, si era definito sionista e aveva affermato di non ritenere un genocidio quello attuato da Israele a Gaza. «Sionismo è diventato un termine dispregiativo per la politica di Israele. Invece per me è quel movimento politico che ha operato per la costituzione dello Stato di Israele», aveva detto all’Ansa: «Sionista è chi crede a questo diritto. Chi parla di una soluzione a due Stati riconosce che uno di questi è Israele. Sionismo non è espansionismo, che invece lo tradisce». Così sulle operazioni militari dell’IDF nella Striscia: «Non uso il termine genocidio per definire la distruzione di vite umane in un conflitto che si svolge dentro centri abitati. A Gaza, la popolazione civile è stata continuamente spostata, costretta a essere profuga. Un genocidio l’avrebbe lasciata sul posto. Altrimenti estendiamo la parola genocidio alle battaglie di Raqqa, Mosul, Mariupol, Aleppo».

Erri De Luca escluso da Salerno Letteratura Festival
Erri De Luca (Imagoeconomica).

La decisione presa «anche per evitare strumentalizzazioni»

«La prolusione implica una certa identità di vedute con chi te le commissiona, quanto meno rispetto alla più tragica delle evidenze, i morti civili di Gaza», ha detto a Il Mattino Gennaro Carillo, condirettore artistico della di Salerno Letteratura. «È l’atto che apre il festival e in un certo senso ne detta la linea. Per questo abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria, anche per evitare strumentalizzazioni». Carrillo ha tenuto a precisare che «non c’è nessuna censura» nei confronti di De Luca: lo scrittore «era invitato comunque, seppure in un’altra sezione, ma ha preferito declinare».

De Luca: «Non polemizzo con chi ha problemi a ricevermi»

Raggiunto dal Corriere della Sera, De Luca ha detto che non parteciperà alla kermesse «per motivi personali». Quando all’esclusione dalla prolusione, ha invece affermato: «Non polemizzo con chi ha problemi a ricevermi». Dopo le polemiche per l’intervista all’Ansa, lo scrittore aveva dichiarato: «Non è mia intenzione offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese, che naturalmente condivido».

Buttafuoco: «Alla Biennale selezioniamo opere, non passaporti»

«Chiudere a qualcuno significa rendere più fragile l’apertura verso l’altro e se la Biennale selezionasse non le opere ma le appartenenze, non le visioni ma i passaporti smetterebbe di essere il luogo dove il mondo si incontro e si incontra a maggior ragione quando il mondo è lacerato». Lo ha detto il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco alla conferenza stampa di presentazione della 61esima edizione, affrontando il tema della presenza russa alla manifestazione.

Buttafuoco: «Qui un unico veto, all’esclusione preventiva»

Buttafuoco ha inoltre detto: «Questa è una Biennale che non vuole risolvere, ma mostrare, aprire alle domande. Qui l’unico veto è l’esclusione preventiva. Mi preoccupano la censura anticipata, le dichiarazioni che piovono da ogni dove costruendo un verdetto prima del confronto. La Biennale non è un tribunale. È un giardino di pace. Alle istituzioni chiediamo dialogo, non carte che girano. Proviamo insieme a guardare la luna».

I riferimenti alle parole di Mattarella e Meloni

Buttafuoco, nel suo discorso, ha anche citato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale «ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico e culturale: libertà e audacia». Da qui la scelta di consentire la partecipazione alla Russia. Poi un commento alle parole di Giorgia Meloni: «A precisa domanda ha detto: “La Fondazione Biennale di Venezia è autonoma, non sono d’accordo ma…” ed è proprio quel ma, e la ringrazio, ha confermato sgargiante e definitiva la libertà e l’autonomia»

L’ambasciatore russo: «Inaccettabili diktat dell’Ue»

Inaugurando il padiglione della Russia alla Biennale, l’ambasciatore in Italia Alexey Paramonov ha detto che c’è «qualcosa di veramente morboso e irrazionale nell’ossessione dell’Ue di perseguitare la cultura e l’arte» di Mosca «attraverso sanzioni e ogni sorta di restrizione». E poi la difesa di Buttafuoco: «È molto deplorevole che la leadership italiana, così come la Direzione della Biennale, siano diventate bersaglio di inaccettabili e brutali diktat e pressioni da parte dell’Ue i cui burocrati grigi e senza volto hanno fatto di tutto per abbassare la “cortina di ferro” e impedire qualsiasi scambio tra i Paesi Ue e la Russia». La Commissione europea ha inviato una seconda lettera alla Biennale per condannare la decisione di far partecipare la Federazione Russa.

Il blitz di Pussy Riot e Femen con lancio di fumogeni

Questa mattina ai Giardini della Biennale di Venezia c’è stato inoltre un blitz di Pussy Riot e Femen, che hanno lanciato fumogeni in segno di protesta contro l’apertura del padiglione russo. Assieme alle attiviste anti-Putin anche qualche centinaio di manifestanti aderenti a gruppi e movimenti vicini ai dissidenti russi.

Myung-Whun Chung nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala

Il cda del Teatro alla Scala di Milano ha autorizzato il sovrintendente Fortunato Ortombina a sottoscrivere il contratto del maestro Myung-Whun Chung in qualità di direttore musicale del Piermarini: l’incarico del maestro sudcoreano 73enne decorrerà dal termine del contratto di Riccardo Chailly, che si concluderà alla fine del 2026.

La carriera di Chung, nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala

Dopo aver iniziato la carriera come pianista, Chung ha completato gli studi musicali alla Juilliard School di New York per poi diventare nel 1978 assistente di Carlo Maria Giulini alla Los Angeles Philharmonic, di cui è stato anche direttore associato. Nel corso dei decenni è stato direttore musicale dell’orchestra della Saarländischer Rundfunk (1984-1990), direttore ospite principale del Teatro Comunale di Firenze (1987-1992), direttore musicale dell’Opéra Bastille di Parigi (1989-1994), direttore principale dell’Orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma (1997-2005), dell’Orchestra Sinfonica KBS in Corea del Sud (1999), dell’Orchestre Philharmonique de Radio France (2000-2015). Da due decenni collabora costantemente con l’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia e con la Filarmonica della Scala di Milano, di cui dal 2023 è direttore emerito.

Myung-Whun Chung nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala
Myung-Whun Chung (Ansa).

Esclusi i direttori musicali, è il maestro col maggior numero di presenze alla Scala

Come si legge in un comunicato della Scala, Chung «è stato una presenza costante dei cartelloni scaligeri a Milano e in tournée dal 1989, dirigendo nove titoli d’opera, per 84 rappresentazioni, e 141 concerti»: esclusi i direttori musicali, è il maestro con il maggior numero di presenze. Direttore verdiano di riferimento, si è distinto alla Scala per la vastità del repertorio, dirigendo inoltre la Filarmonica in numerose tournée in Italia e all’estero.

Russia alla Biennale di Venezia, ufficiale la revoca dei fondi Ue

La Commissione europea ha ufficializzato la revoca della sovvenzione da 2 milioni di euro destinata alla Biennale di Venezia, che era in forse da diversi giorni: alla base della decisione la partecipazione della Russia alla 61esima edizione, che è ormai alle porte. Lo ha reso noto Thomas Regnier, portavoce dell’esecutivo Ue. Sottolineando che la Commissione aveva «inviato una lettera al governo italiano nel mese di marzo», Regnier ha poi aggiunto: «Gli eventi culturali finanziati con il denaro dei contribuenti europei dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non vengono rispettati nella Russia odierna». L’Unione europea attende adesso un parere del Ministero degli Esteri italiano, che ha confermato di essere al lavoro sul dossier. Dopo lo scontro tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, a metà marzo Fondazione Biennale ha inviato al governo tutti i documenti richiesti dal Ministero della Cultura per verificare se fossero state violate le sanzioni contro la Federazione russa.

LEGGI ANCHE: La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione

Un pianeta ancora più piccolo: l’era della deglobalizzazione e il declino dell’Occidente

Un pianeta ancora più piccolo è il nuovo libro di Simone Filippetti, pubblicato dal Sole 24 Ore nella collana Storie (in libreria e in edicola abbinato al quotidiano da venerdì 10 aprile), ed è il seguito di Un pianeta piccolo piccolo. A distanza di cinque anni dal precedente volume, che già intravedeva la fine della globalizzazione, in una lunga carrellata di storia della finanza dalle origini della moneta fino alla pandemia, l’autore torna a interrogarsi sulle grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali degli ultimi decenni, aggiornandolo agli ultimi cinque anni: l’accelerazione della Storia li ha fatti diventare come 50 di altre epoche. Il filo rosso dei vari capitoli è un Occidente che pare sempre più avviato verso un declino irreversibile, tra spinte nichiliste interne ed enormi pressioni esterne, schiacciato com’è tra i tre grandi blocchi mondiali. Con uno stile narrativo che intreccia analisi economica, memoria personale e riferimenti storici, Filippetti attraversa temi centrali del nostro tempo: dalla Brexit come primo segnale di deglobalizzazione alla crisi dell’Unione europea, dal turismo di massa alla nascita della società low cost e alle fragilità di una società sempre più divisa e iper-regolata, dalla potenza (o minaccia) crescente della Cina fino alla nuova dottrina degli Stati Uniti. Il risultato è un affresco critico dell’epoca contemporanea, che mette in discussione molti dogmi del pensiero dominante. Ne emerge una riflessione lucida e controcorrente sul rapporto tra mercato, Stato, libertà individuale e sovranità.

Un pianeta ancora più piccolo: l’era della deglobalizzazione e il declino dell’Occidente
La copertina di Un pianeta ancora più piccolo di Simone Filippetti.

Il Dilemma di Tucidide: estratto da Un pianeta ancora più piccolo

Ero arrivato a Roma, nell’autunno del 2021, e avevo suonato al citofono di un portone malmesso, in via delle Fontanelle, a due passi da via Nazionale: da fuori, il palazzo è in cattivo stato e la brutta pulsantiera degli anni Sessanta stride con la vetustà dell’edificio. Ma appena raggiungo l’ultimo piano, vengo catapultato nella Grande Bellezza. L’attico del mio amico ed ex collega Alessandro Vitiello, giornalista prestato al mondo dell’arte, è di uno splendore mozzafiato: architettura moderna ospitata dentro una torre saracena medievale.

Ma è la vista che lascia stupefatti: affaccia direttamente sul Foro Romano, si puo quasi toccare la Colonna Traiana mentre la cupola della Chiesa del Santissimo Nome di Maria si staglia davanti. Sulla terrazza erano state disposte delle file di sedie e un tavolino: ero lì per presentare il mio libro Un Pianeta Piccolo Piccolo. Mentre aspettavo che arrivassero gli ospiti, guardavo il panorama incantevole e mi venne da pensare a una scena simile, ma accaduta secoli prima. Era una sera di meta ottobre dell’Anno del Signore 1737: un giovane studioso inglese si aggira per il Foro Romano. A Putney, il sobborgo a sud-ovest di Londra dov’è nato, faceva già freddo e probabilmente pioveva; passeggiare al crepuscolo non avrebbe avuto il medesimo fascino. A Roma è diverso: ci sono le ottobrate, giornate di sole e clima mite, e poi c’è il Foro dove, a fine del ‘700 prima dei granfi scavi, i resti dei capitelli e delle colonne affiorano dal terreno: l’antica Roma giaceva sotto metri di detriti. In mezzo a quel paesaggio, incontrando dei frati totalmente disinteressati alle imponenti rovine di un glorioso passato, il ragazzo ha un’intuizione: com’è stato possibile che la Citta Eterna si fosse ridotta a ruderi dimenticati, mentre un’altra civiltà vi camminava sopra senza curarsene?

Il giovane si chiama Edward Gibbon, viene da una famiglia benestante (tanto da potergli consentire di viaggiare in Italia a fare il Gran Tour) e ha studiato (ma con poca fortuna) a Oxford. Quell’intuizione gli cambia la vita: dedicherà la sua carriera a scrivere Declino e caduta dell’Impero romano un’opera monumentale. Ancora fino al Settecento, Roma deteneva il primato di più grande impero nella storia dell’umanità e, per uno studioso inglese, era il punto di riferimento: pochi decenni dopo, grazie alla Rivoluzione Industriale, la medesima Gran Bretagna avrebbe scalzato l’Urbe Eterna. Ma il saggio di Gibbon è più di una poderosa opera storiografica: è un manuale geopolitico sul perché le civiltà dominanti a un certo punto entrano in crisi e crollano. E sembra scritto apposta per l’epoca moderna: anche la civiltà occidentale è in declino e si avvia alla sua fine, se non farà nulla per scongiurarlo.

Il mondo che credevamo senza confini si sta rivelando sempre più fragile, diseguale e contraddittorio. La globalizzazione ci ha fatto credere che sarebbe arrivata una nuova Età dell’Oro: per un po’ è successo ma poi gli effetti collaterali hanno superato i benefici, impoverendo quella classe media che in ogni epoca e in ogni società è la spina dorsale di una nazione. A pagare il conto di un modello in-sostenibile sono stati soprattutto i cittadini dell’Ue, fallito esperimento di globalizzazione. Il Vecchio Continente è oggi “il malato grave” del mondo, gli Stati Uniti vedono la fine del loro dominio e il presidente Donald Trump si agita per non perdere il primato o quantomeno provare a rallentare l’inarrestabile ascesa della Cina: il Dilemma di Tucidide incombe, minaccioso. Il presidente americano è forse il Romolo Augustolo del Ventunesimo Secolo: Iran e Venezuela più che imperialismo sbruffone sono mosse di difesa.

Triennale, stallo per il dopo Boeri: i nomi in lizza

È scaduta sabato 28 marzo la proroga dell’incarico di Stefano Boeri come presidente della Triennale di Milano. Il secondo mandato dell’archistar proseguirà però almeno fino al 13 aprile, visto lo stallo nelle trattative tra Palazzo Marino e il Ministero della Cultura per nominare il nuovo consiglio di amministrazione, che a sua volta sceglierà all’unanimità il presidente durante la prima seduta.

Triennale, stallo per il dopo Boeri: i nomi in lizza
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

I motivi dello stallo istituzionale

Il cda della Triennale è formato da nove membri: tre nomi indicati dal Ministero della Cultura, due dal Comune di Milano, due dalla Camera di commercio, uno dalla Regione Lombardia e uno condiviso dalle ultime due istituzioni. Il termine ultimo per la designazione dei membri da parte del Comune è stato rinviato, appunto, al 13 aprile. Lo stallo nasce dal fatto che, sebbene lo statuto della Fondazione assegni al ministro della Cultura – in questo caso Alessandro Giuli – il compito di indicare il presidente, il sindaco – cioè Beppe Sala – detiene un sostanziale potere di veto. Che sta esercitando, in quanto orientato verso un profilo più tecnico rispetto a quello proposto dal titolare del MiC. Da qui la proroga, definita «tecnica» dallo stesso Boeri.

Triennale, stallo per il dopo Boeri: i nomi in lizza
Beppe Sala (Imagoeconomica).

I nomi scartati e quelli ancora in lizza

Giuli ha inizialmente caldeggiato Andrée Ruth Shammah, storica direttrice del Teatro Parenti, su cui però Sala ha fatto muro (così come il governatore lombardo Attilio Fontana). Il primo cittadino di Milano ha avanzato la candidatura di Carlo Ratti, accademico del MIT di Boston e curatore della Biennale Architettura: in questo caso è stato Giuli a dire no. Lo stesso è successo con l’architetto Michele De Lucchi, con il critico dell’architettura Fulvio Irace, col designer Fabio Novembre e col presidente di Museimpresa e della Fondazione Assolombarda Antonio Calabrò. Secondo il Corriere della Sera sarebbero ancora in corsa l’ex direttore artistico della stessa Triennale Davide Rampello, lo storico dell’arte e accademico della Iulm Vincenzo Trione, gli architetti Piero Lissoni, Enrico Morteo e Mario Cucinella.

Triennale, stallo per il dopo Boeri: i nomi in lizza
Triennale, stallo per il dopo Boeri: i nomi in lizza
Triennale, stallo per il dopo Boeri: i nomi in lizza
Triennale, stallo per il dopo Boeri: i nomi in lizza
Triennale, stallo per il dopo Boeri: i nomi in lizza

Prima della Scala 2026 e 2027, annunciate le opere che apriranno le stagioni

È stata presentata la programmazione del triennio 2026-2028 del Teatro alla Scala di Milano – come chiesto una decina di giorni prima dal ministero della Cultura a tutte le fondazioni lirico-sinfoniche in vista del riparto del Fus, i fondi statali – con l’annuncio delle opere che apriranno le stagioni 2026 e 2027. Il 7 dicembre 2026 verrà rappresentato l’Otello di Giuseppe Verdi con la regia di Damiano Michieletto. Sul podio ci sarà Myung-Whun Chung, al suo debutto come direttore musicale. L’attuale, Riccardo Chailly, continuerà comunque la sua collaborazione con la Scala concentrandosi sulla musica russa. Sempre un’opera di Verdi inaugurerà la stagione successiva, nel 2027, vale a dire Un ballo in maschera. L’opera sarà di nuovo diretta da Chung e vedrà la regia del palermitano Luca Guadagnino.

Prima della Scala 2026 e 2027, annunciate le opere che apriranno le stagioni
Myung-Whun Chung (Ansa).

Frédéric Olivieri confermato direttore del Corpo di ballo

Durante la presentazione è stato inoltre reso noto che Frédéric Olivieri resterà direttore del Corpo di ballo della Scala per altre due stagioni. Era stato nominato a febbraio 2025 per due anni dal sovrintendente Fortunato Ortombina, dopo la decisione del suo predecessore Manuel Legris di lasciare l’incarico prima della scadenza.

Prima della Scala 2026 e 2027, annunciate le opere che apriranno le stagioni
Frédéric Olivieri (Ansa).

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione

Non sarà che la cultura in Occidente, da spazio di libero confronto, si sta trasformando sempre più in un codice disciplinare, un galateo ideologico dove l’istinto alla censura è ormai parte integrante dei suoi comportamenti? Il dubbio nasce osservando la polemica tra Pietrangelo Buttafuoco e Alessandro Giuli allargarsi progressivamente ad altri attori. L’ultima ad aggiungersi è stata l’Unione europea per bocca di quasi tutti i suoi ministri della Cultura, che non solo stigmatizzano l’ipotesi di riaprire il padiglione russo alla Biennale, ma minacciano pure di chiudere i rubinetti dei finanziamenti se l’ente veneziano non recedesse dai suoi propositi.

Una curiosa inversione di ruoli in cui è scivolata la destra

Nel frattempo su Buttafuoco si è abbattuto un coro di riprovazione. Non unanime per fortuna: alcuni intellettuali che come lui fanno riferimento alla destra ne hanno preso le difese, rompendo così il fronte più retrivo di quella parte politica. Resta però la sensazione di assistere a una curiosa inversione di ruoli: una destra arrivata al potere sventolando la bandiera della battaglia al politicamente corretto finisce per riprodurne, quasi mimeticamente, i riflessi più conformisti.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco (foto Ansa).

Il padiglione russo ai Giardini della Biennale esiste dal 1914. Centododici anni durante i quali ha attraversato l’intero Novecento con la sua contabilità di tragedie, rivoluzioni e guerre mondiali. Eppure fino all’invasione dell’Ucraina non ha mai cessato di essere ciò per cui era nato: un luogo dove l’arte russa si presenta e confronta con quella degli altri Paesi. Dovremmo davvero tenerlo chiuso perché altrimenti, in una curiosa e per certi versi inedita convergenza tra la destra di governo e Bruxelles, qualcuno minaccia sanzioni morali e finanziarie?

Anche i Greci sospendevano le ostilità durante le Olimpiadi

Per giustificare la sua scelta, Buttafuoco ha evocato l’idea della Biennale come luogo di tregua. Una zona franca dove, in un contesto di guerre diffuse, si può ancora discutere di qualcosa che non abbia a che fare con il crepitio delle armi. L’idea è antica quanto la civiltà: i Greci sospendevano le ostilità durante le Olimpiadi. Ed è precisamente ciò che ha sempre distinto la cultura dalla politica. Che, invece, sembra sempre più incline a fare l’opposto: usare la cultura come estensione simbolica dei conflitti che dice di voler fermare.

Sull’artista non può ricadere la colpa delle nefandezze di uno Stato

C’è una coerenza paradossale in questo meccanismo: si invocano gli ideali pacificatori dell’arte per perpetuare invece la logica dello scontro. Il ministro Giuli ha osservato che l’arte, quando prodotta in un contesto di autocrazia, è libera solo se è dissidente. Frase efficace, apparentemente dalla parte degli oppressi dai regimi, ma che segue esattamente la logica che si vorrebbe combattere: quella secondo cui sull’artista, in quanto cittadino di uno Stato, ricade la responsabilità delle sue nefandezze.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (foto Ansa).

Da qui al criterio del passaporto come condanna, per cui un pittore di Mosca o un musicista di San Pietroburgo devono pagare, con l’esclusione dal consesso internazionale, il prezzo di decisioni prese altrove, il passo è breve. Questa storia l’abbiamo già vista in passato, e non è finita particolarmente bene.

Un gesto simbolico: Putin non passerà certo notti insonni

Nel gran teatro dell’indignazione collettiva c’è poi un dettaglio che quasi nessuno sembra disposto a ricordare: escludere la Russia dalla Biennale non cambia di una virgola la situazione in Ucraina. Non salva una vita e non restituisce a Kyiv un metro quadrato del suo territorio. È solo un gesto simbolico che serve soprattutto a far sentire virtuoso chi lo compie. Si può infatti ragionevolmente supporre che Vladimir Putin non passerà notti insonni tormentato dall’assenza del padiglione russo ai Giardini veneziani.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Vladimir Putin (Ansa).

Se qualcosa potesse produrre un effetto, e qui Buttafuoco sembra aver colto il punto, sarebbe semmai il contrario: riaprire quel padiglione nell’ottica di portare a confrontarsi voci provenienti da tutte le zone di guerra significherebbe ricordare che la cultura non nasce per rafforzare le frontiere, ma per superarle. La Biennale tornerebbe così a essere uno dei luoghi dove il mondo non si presenta diviso in blocchi precostituiti. E dove l’arte prova ancora a fare ciò che la diplomazia, con conveniente cinismo, ha smesso da tempo di tentare.