Perché Calenda rischia di essere il peggior nemico di se stesso

Le scuse sono durate soltanto le prime righe di un tweet. Carlo Calenda prende le distanze dal dirigente di Azione che ha chiamato Matteo Salvini «handicappato»: grave, moralmente sbagliato, punto. Sembrava dovesse finire qui, invece era solo l’incipit. Poi infatti sono venute le altre righe, e lo stesso Calenda che come trasfigurato annega le scuse in una sequela di insulti al leader leghista: «Inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile». Sette aggettivi in fila, come se stesse svuotando un cassetto pieno di frustrazioni accumulate. Il fatto di essere d’accordo con lui non giustifica l’iperbolico scarto della narrazione. Calenda perde la misura, si disunisce

Su X il dottor Calenda lascia il posto a Mr. Hyde

È questo doppio registro che racchiude il ritratto dell’autore. Dentro quel tweet c’è tutto il suo mistero: un caso di sdoppiamento della personalità, il dottor Jekyll e Mr. Hyde che in lui convivono. C’è un Calenda che, visto di persona, appare un politico umorale ma preparato, capace di discutere di industria, di energia, di conti pubblici con una competenza che gli viene riconosciuta anche dagli avversari. Poi arriva il momento in cui si cimenta su X. E lì il dottor Calenda lascia il posto a Mr. Hyde. Basta una notifica, un tweet contro che gli va di traverso, il commento di un presunto filoputiniano, e scatta la metamorfosi. Il politico preparato ingaggia polemiche furibonde che non risparmiano nessuno, neanche sconosciuti utenti con una manciata di follower, e si trasforma in un leone da tastiera, aggressivo e sempre bisognoso di avere l’ultima parola. Come se ogni messaggio fosse una sfida personale ad annichilire chi gli replica osando dissentire dalla sua visione del mondo. 

Perché Calenda rischia di essere il peggior nemico di se stesso
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

L’autorevolezza si consuma tweet dopo tweet

A quel punto la gerarchia delle priorità si ribalta all’istante. La critica documentata e minuziosa a Stellantis può aspettare, la proposta sull’energia anche. Prima c’è da rispondere a quei tweet. Non importa se il ragionamento è solido: conta chiudere il botta e risposta, infliggere l’ultimo aggettivo, dimostrare che lui ha ragione. Ma il problema è che in politica, e soprattutto sui social, avere ragione non basta. Spesso anzi non serve a niente. Il risultato lo proietta in un corto circuito continuo. Il dottor Calenda cerca di costruire autorevolezza, parla agli elettori che potrebbe conquistare puntando a convincere chi è disposto ad ascoltarlo. Calenda Mr. Hyde la consuma, tweet dopo tweet, ingaggiando corpo a corpo verbali con persone che non lo voterebbero comunque. Non è solo narcisismo, anche se una dose non gli manca. È soprattutto l’illusione che una buona argomentazione possa ancora cambiare la testa di chi legge, e la conseguente rabbia verso chi non ne comprende i motivi. Peccato che i social funzionino al contrario: lì non vince chi spiega meglio, vince chi tiene alta la polemica. E Calenda, quasi sempre, ci casca in pieno. Così ogni ragionamento sui social viene ingabbiato nella logica del virulento botta e risposta, oscurato dall’ennesimo litigio e sepolto sotto una valanga di commenti. La competenza resta, il rumore la copre. 

Perché Calenda rischia di essere il peggior nemico di se stesso
Matteo Richetti e Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Sui social emerge sempre la faccia sbagliata

Il vero problema non è che Calenda abbia due facce. È che su X viene sempre fuori quella sbagliata. Fuori dai social è un politico preparato e con la battuta pronta che a volte lo fa apparire persino divertente. Dentro i social diventa un’altra persona: nervoso e incarognito nei confronti del malcapitato che ha messo nel mirino. È come se la tastiera tirasse fuori una versione di lui che, nella vita reale, chi lo frequenta pur nell’iracondia del suo carattere faticherebbe a riconoscere. Così alla fine viene da chiedersi se non ci sia anche una vena di masochismo che ogni volta che apre X lo trasforma nel peggior nemico di se stesso. O, per dirla con Stevenson: quanto a lungo potrà credere di essere ancora il dottor Jekyll, quando tutti vedono in lui solo mister Hyde. 

LEGGI ANCHE: Un uomo solo al centro, così Calenda prova a sfidare il «bipopulismo»

Brunori, gli «escursionisti» e il problema dei corrispondenti Rai

La definizione è di quelle che gridano vendetta. Giovan Battista Brunori, corrispondente Rai da Israele, in un servizio ha definito «escursionisti» i coloni israeliani impegnati in una spedizione punitiva contro un villaggio palestinese. Tanto è bastato per ritrovarsi in mezzo a una guerra che di sicuro non aveva scelto di combattere: quella tra le due tifoserie che nel dibattito pubblico si contendono il Medio Oriente a colpi di comunicati e dichiarazioni, ma che lui stesso, con quell’improvvido termine, ha finito per alimentare. 

L’accusa di essere un «escurSIONISTA»

Brunori ha raccontato l’assalto dei coloni armati di Havat Gilad al villaggio palestinese di Tell usando la parola con cui li definisce l’esercito israeliano e, in un attimo, si è ritrovato trasformato nel megafono di Netanyahu. Fino al punto di diventare il protagonista di un anonimo documento intitolato «escurSIONISTA», affisso su una bacheca Rai. Non gli è bastato vivere lì da anni, né l’esperienza accumulata sul campo, come documenta il suo monumentale sito Internet, che avrebbe dovuto suggerirgli almeno una maggiore prudenza. Gli è bastata una parola macroscopicamente sbagliata per diventare il simbolo di una Rai che, a seconda di chi la giudica, è o troppo filoisraeliana o troppo timida nel difendere Israele. 

Brunori, gli «escursionisti» e il  problema dei corrispondenti Rai
Giovan Battista Brunori (Imagoeconomica).

La Rai ha fatto quadrato intorno a Brunori

Il fatto, ripulito dalla logica delle fazioni, è di brutale evidenza: due israeliani morti, quattro palestinesi uccisi, 70 arresti, due moschee bruciate. Chiamare «escursionisti» uomini che assaltano un villaggio armati è un errore professionale che un cronista non dovrebbe concedersi. Brunori avrebbe dovuto correggersi subito, con la stessa rapidità con cui i social gli hanno cucito addosso l’etichetta di sionista. Ma ormai la frittata era fatta e non poteva che provare a rimediare nei servizi successivi, dove il binomio coloni-violenza veniva scandito più volte. La Rai ha scelto invece la linea della trincea: condanna dell’anonimo manifesto, difesa altrettanto netta del proprio corrispondente, mentre il dibattito nel cda replicava quasi automaticamente quello che divide il Paese: pro o contro, senza alcun distinguo. 

Il corrispondente, a differenza dell’inviato, paga il prezzo della familiarità

L’episodio che ha coinvolto Brunori rimanda però a una questione più generale: quale debba essere oggi il ruolo di un corrispondente in un teatro di guerra. Chi vive per anni nello stesso Paese ha bisogno del visto, di continui accrediti e deve mantenere rapporti accettabili con chi governa. Il rischio è che, con il tempo, finisca per assorbire il linguaggio dell’ambiente in cui lavora. Non è necessariamente complicità, è uno dei rischi del mestiere. Chi resta troppo a lungo in un luogo finisce spesso per raccontarlo con gli occhi di chi ci vive più che con quelli di chi lo osserva dall’esterno. L’inviato che arriva, confeziona il servizio e poi riparte conserva il privilegio della distanza. Il corrispondente stabile paga invece il prezzo della familiarità. Nessuno dei due è più onesto dell’altro: sono semplicemente due mestieri diversi che la Rai continua a considerare equivalenti, nonostante basti confrontare il lavoro di due suoi giornalisti come Brunori e Lucia Goracci per capire quanto si possa raccontare la stessa guerra in modo profondamente diverso

Brunori, gli «escursionisti» e il  problema dei corrispondenti Rai
Lucia Goracci (Imagoeconomica).

Il rischio, allora, non è tanto quello di sbagliare una parola, ma un altro. Che il corrispondente, per non complicarsi la vita, finisca per trasformarsi in un compilatore: legge i giornali locali, li confronta con le immagini che arrivano dai circuiti video internazionali e cuce insieme un servizio che non scontenta nessuno, ma non aggiunge nulla a ciò che è già noto. È il prezzo della tranquillità. Ma se il mestiere finisce per ridursi a questo, viene da chiedersi perché la Rai debba mantenere una costosa rete di corrispondenti. Lo stesso prodotto potrebbe uscire ogni sera dagli studi di Saxa Rubra, con una spesa infinitamente inferiore. Il problema è che il giornalismo dovrebbe servire esattamente a evitare questo: raccontare ciò che da una scrivania, a migliaia di chilometri di distanza, non si vede. 

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo

L’idea da cui nasce I convitati di pietra, vincitore non senza polemiche dell’ultimo Strega, è una di quelle che fanno pensare di avere fra le mani un grande romanzo. Un gruppo di ex compagni della III A del liceo milanese Berchet si ritrova un anno dopo la maturità alla prima di quella che diventerà una lunga sequela di cene di classe. È da lì che parte lo spunto destinato a governare tutto il libro di Michele Mari: una riffa macabra dove, a ogni cena, ciascuno versa una quota e il montepremi andrà diviso soltanto fra gli ultimi tre rimasti vivi. Dentro ci sono tutti gli ingredienti del romanzo: avidità, amicizia, invidia, tempo, morte. Sembra il punto d’incontro fra Georges Simenon, Friedrich Dürrenmatt e il miglior Mari, quello capace di trasformare un artificio narrativo in un esperimento morale. Purtroppo è anche il punto più alto del libro. Da lì in avanti il meccanismo, invece di stringersi, comincia lentamente ad allentarsi.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo

Mari mette in scena una folla di personaggi, ma li lascia vivere tutti alla stessa distanza. Entrano e poi spariscono per decine di pagine. Quando riemergono, in mezzo a una trentina di protagonisti, il lettore deve fare mente locale per ricordarsi chi siano. Hanno nomi che ne sottolineano vizi ed eccentricità, a volte perversioni. Ma la loro fisionomia, invece di farsi carne, resta sagoma. Più che persone sembrano funzioni narrative chiamate a tenere in piedi l’ingranaggio.

La trama si ramifica, tra il noir e l’assurdo

È qui che il libro comincia a mostrare il suo limite. Ogni nuova morte dovrebbe restringere il campo dei papabili al premio finale e rendere i superstiti umanamente più interessanti. Accade invece il contrario. La trama si ramifica, si disperde in deviazioni sempre più improbabili, sospese tra il noir e l’assurdo. Così quello che all’inizio sembrava un apologo sul tempo e sul modo in cui consuma le persone diventa progressivamente un esercizio di funambolismo narrativo.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo
Michele Mari (foto Ansa).

A questa dispersione si aggiungono le ossessioni private dell’autore. Il suo alter ego, Lothar Semprini, vive diviso fra la monumentale biografia di Gene Hackman che sta scrivendo e una passione compulsiva per i fumetti (non a caso porta il nome del fedele assistente di Mandrake). Sono pagine che raccontano moltissimo di Mari e poco dei personaggi. Ed è curioso, perché lo scrittore milanese ha sempre saputo trasformare le sue ossessioni in letteratura. Qui invece succede quasi il contrario. È la letteratura che finisce per inseguire le sue ossessioni. Il risultato è che, mentre i morti aumentano, il coinvolgimento del lettore diminuisce. E ci si comincia a chiedere se l’autore riuscirà mai a uscire dal labirinto che lui stesso ha costruito.

Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità

Mari sembra innamorarsi della propria libertà inventiva proprio nel momento in cui il romanzo avrebbe bisogno di disciplina. Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità. Il paradosso, invece di illuminare la realtà, finisce per sostituirla. E quando un personaggio che si chiama Brodo si suicida ingerendo una montagna di dadi Knorr, il gioco smette definitivamente di sorprendere.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo
Michele Mari dopo la vittoria della 80esima edizione del Premio Strega (foto Ansa).

C’è poi un altro limite, forse ancora più decisivo. Una storia costruita attorno alla sopravvivenza regge soltanto se, a un certo punto, il lettore sceglie da che parte stare. Qui invece i personaggi restano figure funzionali alla trama. Se ne conoscono manie e ossessioni, ma non si va oltre la superficie.

Non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa

Mari possiede una scrittura capace di improvvise accensioni che pochi altri saprebbero permettersi senza cadere nel manierismo. Questa volta però anche lo stile sembra rispecchiare il difetto del progetto, con l’autore che finisce per ammirare se stesso più che accompagnare il lettore dentro la storia. Alla fine resta una sensazione paradossale. I convitati di pietra non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa. L’impressione è che Mari avesse trovato un’idea straordinaria, ma che il romanzo non sia stato capace di servirla a dovere.

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 

Per anni il capitalismo italiano è rimasto prigioniero della stessa fotografia. Giuliano Amato la chiamò la «foresta pietrificata», una definizione diventata iconica. Ora però, con l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, la foresta si rimette in movimento. Quella lanciata dalla banca di Ca’ de Sass non è infatti una semplice operazione di mercato, ma il segnale che il risiko bancario ha smesso di essere una faccenda di condominio. La partita ora si gioca su un tavolo europeo, dove i confini contano meno delle dimensioni e il peso si misura sulla capacità di raccogliere risparmio, finanziare imprese e competere con gruppi che ragionano su scala globale. 

Si invocano sovranità o mercato alla bisogna

Il paradosso è che mentre le banche cambiano pelle, una parte della politica e delle istituzioni continua a osservare il fenomeno con categorie che appartengono al secolo scorso. Si invoca la sovranità quando il compratore parla straniero e il mercato quando fa comodo. Intanto si scoprono problemi che fino al giorno prima nessuno vedeva. L’Antitrust ne offre un esempio curioso. Nel 2018 escluse che Mediobanca esercitasse il controllo sulle Assicurazioni Generali. Oggi sembra invece pronta a leggere nell’operazione di Intesa un’influenza che allora non esisteva. Il 13 per cento di Generali è sempre lì e l’ad Carlo Messina ha specificato di considerarlo un investimento, non una leva di comando. Se il principio è cambiato, sarebbe utile capire quando. Anche perché, nello stesso momento, il quasi 30 per cento detenuto da Crédit Agricole in Banco Bpm sembra suscitare un interesse decisamente più tiepido. Evidentemente anche la concorrenza conosce le sue geometrie variabili. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Carlo Messina (Imagoeconomica).

Le mire di Crédit Agricole

Ed è proprio la banca francese il convitato di pietra di questa stagione. Mentre il dibattito guarda altrove, Crédit Agricole continua a occupare posizioni. Banco Bpm è solo il tassello più visibile. Sul suo tavolo ci sono anche Banca del Mezzogiorno e la Cassa di Risparmio di Orvieto. Tutto legittimo, un po’ meno accorgersene soltanto quando conviene. Il golden power dovrebbe essere una regola. Da noi rischia di diventare uno stato d’animo. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

Generali continua a rappresentare un caso unico

In questo quadro Generali continua a rappresentare un caso quasi unico. Enrico Cuccia diceva che se era caduto l’Impero romano poteva cadere anche Mediobanca, ma non il Leone di Trieste. Oggi attorno alla compagnia convivono Mediobanca, Delfin, Caltagirone, Benetton, Intesa. Nessuno comanda davvero, e forse è proprio questo il suo valore. In un capitalismo sempre più concentrato, Generali resta una delle poche grandi istituzioni che non possono essere ricondotte al progetto di un solo azionista. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

La trasformazione di Mediobanca e di Mps

Anche Mediobanca, del resto, è chiamata a prendere atto che il proprio mestiere è cambiato. Per decenni è stata la regia del capitalismo italiano. Oggi quel capitalismo non esiste più. Non perché siano spariti gli interessi, ma perché hanno cambiato indirizzo. Alberto Nagel, l’ex ad, aveva intuito per tempo che il futuro passa dal risparmio gestito più che dai vecchi salotti finanziari. L’offerta di Intesa accelera questa trasformazione e, paradossalmente, potrebbe rafforzare Mediobanca proprio costringendola a concentrarsi su ciò che sa fare meglio. Quanto a Monte dei Paschi, forse è arrivato il momento di liberarla dalla nostalgia. Luigi Lovaglio ha restituito dignità a una banca che molti consideravano definitivamente perduta. Pensare che possa continuare a vivere come banca della città significa non avere capito che il mercato europeo non concede più rendite sentimentali.  

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

UniCredit e il muro di Berlino

Lo stesso vale per UniCredit. L’ad Andrea Orcel non ha incontrato Giancarlo Giorgetti, come pure è stato fatto circolare. I rapporti con il governo sono meno tesi di un anno fa. In Germania, invece, Berlino continua a opporsi all’operazione Commerzbank. È il segno che gli interessi nazionali non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato scala. Il credito europeo è ormai un sistema integrato nel quale gli interessi nazionali continueranno a esistere, ma dovranno imparare a convivere con quelli industriali. La politica può accompagnare questo processo, non fermarlo. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

È qui che si misura davvero la sovranità economica. Non nel guardare alla nazionalità dei passaporti di chi siede nei consigli di amministrazione, ma nel costruire gruppi abbastanza forti da non diventare essi stessi terreno di conquista. Per anni si è detto che il capitalismo italiano era immobile. Adesso che finalmente si muove, c’è già chi prova a fermarlo di nuovo. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano

C’è una statistica che dovrebbe far riflettere più di ogni sondaggio: a quasi un anno dal voto, i nomi accostati alla poltrona di Palazzo Marino hanno superato quota 40. Siamo all’iperbole. Tra dichiarati, disponibili, sussurrati e rassegnati loro malgrado a comparire nella partita, la contesa per succedere a Giuseppe Sala ha già prodotto più candidati di quanti Milano ne abbia mai visti. E altri se ne aggiungeranno, da qui alle elezioni c’è ancora tempo. Il problema però non è la quantità, che pure fa specie. È che dietro l’abbondanza si intuisce una buona dose di imbarazzo, forse perché nessuno, a destra come a sinistra, ha ancora capito bene quale città vuole amministrare. Allora si moltiplicano i pretendenti nella speranza che il numero supplisca alla chiarezza di idee. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano
Beppe Sala (Imagoeconomica).

Centrodestra o campo largo, il copione cambia poco

Nel centrodestra come sempre la ricerca procede per tentativi. Silvia Sardone s’è fatta incoronare dalle primarie della Lega, seconda solo a Matteo Salvini, che però è occupato altrove. Ignazio La Russa non smette di sponsorizzare Maurizio Lupi con la costanza di chi è convinto che prima o poi qualcuno finirà per dargli ragione. Intorno continuano a ruotare economisti, manager, professionisti, giornalisti e qualche imprenditore. Più che una selezione, un variegato album di figurine. Persino Urbano Cairo è comparso e scomparso dall’agone il tempo necessario per ricordarsi che aveva già un mestiere, e per giunta in tempi di crisi piuttosto impegnativo. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano
Silvia Sardone (Imagoeconomica).

Nel campo largo il copione cambia poco. Pierfrancesco Majorino resta il nome più accreditato, mentre il Partito democratico fa quello che gli riesce meglio: rimandare la scelta fin dove possibile annegandola nel dibattito tra le sue anime. Le primarie restano sul tavolo, ma nessuno sembra avere fretta di apparecchiarle. E poi c’è il civismo, che a Milano come altrove si ripresenta puntuale ogni cinque anni non privo di ambizioni. Segno che una parte dell’elettorato non si fida più dei partiti, o si fida soltanto di chi riesce a farli dimenticare. 

Quasi nessuno si interroga sull’idea di Milano

Ma il punto vero è un altro: mentre la politica discute sul possibile successore di Sala, quasi nessuno si interroga sull’identità e sul futuro della città. Milano piace sempre di più al mondo (o, meglio, ai ricchi del mondo), ma sempre meno ai milanesi per i quali abitarla sta diventando un problema. Sono le due facce della stessa medaglia. Da una parte investimentiweeks e grandi eventi glamour. Dall’altra il costo della vita, la casa che non si trova se non a prezzi impossibili, le periferie che chiedono di essere guardate prima che raccontate, la criminalità che da fenomeno episodico è diventata una costante in zone sempre più larghe del suo territorio. Alle ultime Comunali la capitale economica del Paese aveva già registrato l’affluenza più bassa della sua storia, poco più del 47 per cento: un milanese su due non si era presentato. È il dato che dovrebbe interessare i 40 aspiranti sindaci più di qualunque sondaggio che ne prefiguri il consenso. Chi entrerà a Palazzo Marino troverà una città più ricca, ma anche più costosa e selettiva. Dovrà decidere se continuare a venderne la scintillante immagine all’estero o ricominciare a occuparsi anche del benessere di chi la abita. Non è detto che le due cose non si bilancino, ma da Expo in poi è stata la prima a prevalere. È una scelta che finora è rimasta sullo sfondo. In politica ci sono momenti in cui un nome mette tutti d’accordo, altri in cui nella generale incertezza tutti propongono un nome diverso. Ma all’ombra del Duomo il problema non è eleggere un sindaco. È trovarne uno che abbia il coraggio di dire agli elettori che città vuole costruire. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano
Palazzo Marino.

Gedi, la rivoluzione di Kyriakou guarda verso la tivù: chi va e soprattutto chi viene

Theodore Kyriakou sembra deciso a rispettare il copione. Da quando ha preso il controllo di Gedi, la casa editrice di Repubblica ora orfana de La Stampa, la sensazione è quella di assistere a una lenta ma radicale riscrittura del gruppo. Al timone il patron greco del gruppo Antenna ha messo Mirja Cartia d’Asero, arrivata dal Sole 24 Ore dopo una parentesi in Clessidra, il fondo di private equity della famiglia Pesenti. E il primo effetto è sotto gli occhi di tutti: gli organigrammi si svuotano, i nuovi arrivi parlano quasi tutti con lo stesso accento aziendale e la bussola sembra puntare sempre più verso la televisione.

Gedi, la rivoluzione di Kyriakou guarda verso la tivù: chi va e soprattutto chi viene
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontra Theodore Kyriakou, presidente di Antenna Group (foto Imagoeconomica).

È tutto un susseguirsi di cambi al vertice. Escono Michela Marani ed Edoardo Biancardi, rispettivamente responsabili di gestione e controllo e della funzione di Internal Audit. Prima di loro aveva già lasciato Fabiano Begal, che guidava il digitale. E un altro manager di peso, Alessandro Bianco, direttore delle risorse umane, prende la strada della Sae di Alberto Leonardis, dove nel frattempo è approdata La Stampa.

Gedi, la rivoluzione di Kyriakou guarda verso la tivù: chi va e soprattutto chi viene
Mirja Cartia d’Asero, ex ad del gruppo Sole 24 Ore (foto Imagoeconomica).

La manager ex Dazn che sbarca proprio adesso…

Chi arriva, però, racconta molto più di chi se ne va. Cartia d’Asero pesca dove conosce meglio le acque: il suo vecchio indirizzo di via Monte Rosa a Milano. Dal Sole 24 Ore approdano Vincenzo Turtur alla centrale acquisti e Alessandra Orsini al marketing. Più che una campagna acquisti, sembra un trasloco. Al digitale, invece, è atteso un nome che da solo racconta dove punta il gruppo: Veronica Diquattro, reduce dal cda dello stesso Sole e, prima ancora, dai vertici di Dazn. Già, proprio Dazn: la manager che ne ha guidato gli esordi sbarca in Gedi nel momento esatto in cui il gruppo sposa Dazn sul canale di news. Coincidenze che, di solito, hanno l’aria di non essere coincidenze.

Gedi, la rivoluzione di Kyriakou guarda verso la tivù: chi va e soprattutto chi viene
Veronica Diquattro ai tempi di Dazn. (Ansa)

Una Cnn italiana costruita insieme a Discovery

Perché il vero investimento è la televisione. È lì che si concentrano energie e risorse. La joint venture con Dazn per un canale di news in concomitanza con il Mondiale di calcio ha rappresentato il primo passo. Più avanti potrebbe arrivare il digitale terrestre, che secondo indiscrezioni sempre più ricorrenti sono in molti a immaginare nella forma di una Cnn italiana costruita insieme a Discovery.

In arrivo Pucci, responsabile delle news di Mediaset

Anche qui il copione non cambia, e la pesca si fa sempre lontano dalle acque di casa. Per guidare il nuovo polo informativo, infatti, il nome che circola è quello di Andrea Pucci, oggi responsabile delle news a Mediaset. Anche se fonti vicine alla nuova proprietà fanno sapere che la redazione del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari sarà coinvolta.

Gedi, la rivoluzione di Kyriakou guarda verso la tivù: chi va e soprattutto chi viene
Mario Orfeo (Ansa).

Tutto il malumore del direttore Orfeo, una vita in Rai

Una prospettiva che però avrebbe irritato non poco Mario Orfeo. E non è difficile capirne il motivo. Se c’è una persona che conosce il linguaggio della televisione è proprio il direttore di Repubblica, passato più volte dalla direzione dei telegiornali fino alla guida della Rai. Essere tenuto ai margini proprio del progetto televisivo non è soltanto uno sgarbo. È il modo più elegante per fargli capire che la partita si giocherà altrove.

I nuovi proprietari continuano a promettere investimenti importanti per Repubblica, ma finora si vedono soprattutto nuovi organigrammi, alleanze televisive e cantieri digitali. Del giornale, curiosamente, si parla molto meno. Si sa, gli armatori hanno il gusto delle rotte nuove. È una qualità che li ha resi grandi. Ma un giornale non è una nave che cambia agile porto: è un vecchio transatlantico, magnifico e lentissimo, che pretende qualcuno in plancia. E mentre tutti corrono a poppa, dov’è parcheggiata la tivù, il rischio è che il transatlantico di carta resti senza timoniere.

La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?

Sembra sia la cosa più facile, e quindi perfino un po’ crudele, come sparare sulla Croce Rossa. Delle tante prerogative dell’ineffabile Mark Rutte, segretario generale della Nato, la sua fantozziana devozione a Donald Trump lascia basiti anche gli estimatori (pochi, per la verità) del personaggio. Occorre anche dire che l’ex premier olandese fa di tutto per dare quest’immagine di sé, persino troppo. Tanto che viene il dubbio: ma è l’adulazione figlia di un’indole compiacente di natura oppure dietro quei modi affettati e servili c’è del calcolo?

Quel daddy sussurrato all’Aja e i messaggini resi pubblici

Il contesto, certo, è molto imbarazzante: sms al suo idolo d’oltreoceano in maiuscolo dove gli annuncia che l’Europa pagherà in modo GIGANTESCO, e sarà una sua vittoria, quel daddy, papino, sussurrato all’Aja mentre l’inquilino della Casa Bianca liquidava la guerra tra Israele e Iran come una rissa da cortile, il messaggio chiuso con un «non vedo l’ora di vederti, tuo Mark» che Trump si è premurato di rendere pubblico col sadico intento di sputtanarlo.

Ma fermarsi al ridicolo sarebbe un errore di valutazione. Perché Fantozzi era una vittima dell’amministratore delegato. Rutte invece è l’amministratore delegato. La differenza non è da poco. Nella testa dell’olandese la Nato è una società per azioni, e in questa società c’è un socio di maggioranza che detiene un pacchetto così schiacciante da poter chiudere baracca quando vuole. Gli altri 31 sono soci di minoranza con al massimo il diritto di lamentela e nient’altro. Rutte questo lo ha capito prima e meglio di ogni suo predecessore: per conservare la poltrona di ad non deve amministrare l’azienda a vantaggio di tutti i soci, ma compiacerne uno solo.

La notizia bomba sulle basi italiane era un messaggio per il padrone

Da qui l’uscita proditoria di martedì sera su Fox News, la rete di riferimento che Trump guarda come uno specchio che riflette la sua immagine. Cinquecento aerei americani (sembra un’iperbole), ha detto Rutte, sarebbero decollati dalle basi italiane per sostenere l’operazione Epic Fury contro l’Iran. Notizia bomba, smentita a stretto giro da Roma dopo l’iniziale sconcerto di Giorgia Meloni che sin qui con l’olandese era tutta baci e abbracci. Il punto in questione però non era il dato in sé, ma il destinatario. Rutte non parlava agli italiani, né agli alleati: parlava a @realDonaldTrump per convincerlo che il Paese che ha preso di mira nelle due ultime uscite paga ancora il suo pegno di fedeltà all’Alleanza, e dunque al suo padrone.

La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?
Giorgia Meloni e Mark Rutte (foto Ansa).

Per Rutte ogni minaccia è insieme una condanna e una salvezza

Ha già ritirato 5 mila uomini dalla Germania dopo le critiche del cancelliere Friedrich Merz, ha lasciato che il suo ministro della guerra Pete Hegseth desse degli «ignobili» agli alleati riuniti a Bruxelles, ha rimesso sul tavolo un’infinità di volte la possibilità di addio all’Alleanza. Ma per Rutte ogni minaccia è insieme una condanna e una salvezza, in una sorta di tacito patto col suo padrone.

La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?
Mark Rutte nello Studio Ovale della Casa Bianca con Donald Trump (foto Ansa).

Trump tiene in pugno la Nato la quale, finché esiste, tiene Rutte lontano dall’Aja, in una sorta di equilibrio del terrore formato aziendale. Il giorno in cui il presidente americano dovesse dare seguito alle sue minacce di abbandonare l’organizzazione al suo destino, la poltrona di Rutte si svuoterebbe di senso e lui tornerebbe a casa a guardare i mulini a vento. Non però con il piglio del Don Chisciotte, che vi si scagliava contro per difendere un’idea. Esattamente l’opposto di ciò che Rutte, calcolatrice alla mano, ha scelto di essere.

Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego

In un weekend di fine giugno la Lega ha rimontato i gazebo, il suo più rassicurante rifugio politico. Quando il vento gira, Matteo Salvini torna sempre lì: tra adesivi, manifesti, strette di mano e quel popolo che almeno non gli chiede conto dei sondaggi. A Milano ne sono così comparsi una quarantina e lo zelig del Carroccio si è rimesso perfino a distribuire volantini, deciso a dimostrare che sotto la casacca di ministro e vicepremier batte sempre il cuore del vecchio militante. L’uomo annusa come pochi l’arrivo della tempesta che rischia di travolgerlo e mai, a differenza dei treni che amministra, si muove in ritardo.

Se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, cosa vuoi che ti risponda?

L’occasione è servita anche per chiedere ai simpatizzanti milanesi chi avrebbero voluto come futuro sindaco. La risposta era quella che tutti conoscevano prima ancora di procedere ai conteggi. Salvini e la sua vice Silvia Sardone hanno fatto il pieno di preferenze. Del resto, se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, difficilmente ti sorprenderai della risposta. Ma il punto non era il risultato. Era il bisogno di metterlo in scena.

Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego

C’è una regola non scritta della politica: quando un leader comincia a perdere potere, aumenta il movimento. Se non puoi dimostrare di comandare come un tempo, almeno fai vedere che non stai fermo. E così Salvini moltiplica banchetti, selfie, dichiarazioni, visite ai cantieri e iniziative mentre alle sue spalle cresce il brusio della pattuglia nordista che sogna Luca Zaia segretario. Una fronda curiosa: abbastanza spessa da farsi notare, troppo prudente per tentare davvero la spallata.

Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Infatti qualora il (quasi ex) Capitano dovesse perdere il timone, difficilmente sarà per un ammutinamento dei governatori. Più probabilmente verrà superato dal transfuga illustre che, guarda la ferocia del contrappasso, si è trasformato nel suo più acerrimo nemico. Roberto Vannacci sta allungando inesorabilmente la sua ombra, e ormai anche la Lombardia è diventata territorio di conquista.

Milano è la città italiana che meno assomiglia all’universo politico leghista

Sanno bene che la realtà non la si governa con plebisciti e banchetti. Milano è probabilmente la città italiana che meno assomiglia all’universo politico costruito dalla Lega negli ultimi vent’anni. Vive di finanza, design, università, innovazione, settimane dedicate a qualsiasi cosa possa trasformarsi in evento e una vocazione internazionale che ormai è parte della sua identità. È la stessa città che Salvini descrive polemicamente come una boutique per pochi privilegiati. Può anche avere ragione, ma resta il fatto che nessuna boutique affiderebbe l’allestimento della sua vetrina a chi continua a vendere soprattutto paura.

Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Matteo Salvini in piazza Duomo, sabato 18 aprile (Imagoeconomica).

Non c’è alcuna intenzione di lasciare a Salvini la scelta del nome

Ed è qui che il teatrino dei gazebo produce l’effetto più interessante. Dovevano certificare la centralità della Lega nel centrodestra milanese e hanno ottenuto il contrario. Forza Italia, partito che Palazzo Marino lo ha governato più volte, osserva con malcelato sarcasmo la prospettiva di una “sardonizzazione” della coalizione. Fratelli d’Italia guarda con ancora più distacco. A Milano il partito passa dalle mani di Ignazio La Russa e del suo cerchio ristretto, e non c’è alcuna intenzione di lasciare alla Lega il diritto di scegliere il candidato.

Occhio al candidato di compromesso, come il fallimentare Bernardo

Il rischio, dunque, è quello di assistere all’ennesima liturgia del centrodestra: settimane di trattative, veti incrociati, equilibrismi e telefonate infinite per arrivare alla fine al classico candidato di compromesso. Uno di quei nomi che mette tutti d’accordo proprio perché non entusiasma nessuno. Esattamente come accadde cinque anni fa con il carneade Luca Bernardo, il pediatra spedito quasi per dovere civico contro un Beppe Sala destinato a vincere senza troppa fatica. Spiace per Salvini. Ma se i gazebo leghisti dovevano servire a indicare un sindaco, hanno finito per fotografare un leader che organizza il casting sapendo bene che non sarà lui il regista del film.

Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Luca Bernardo, candidato sindaco del centrodestra a Milano nel 2021 (Imagoeconomica).

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?

C’è un dettaglio, in questa storia, che la rende vagamente grottesca. L’ottantesima edizione del Premio Strega, che nonostante gli anni e l’usura continua a muovere copie e prestigio, ha rischiato di naufragare dentro un van diretto a Bisceglie. Sei finalisti stipati come il cast di un reality show, 20 tappe in giro per l’Italia a recitare la parte di sé stessi e a magnificare i rispettivi romanzi. Era quasi inevitabile che prima o poi qualcuno saltasse per aria.

Un carico di vanità che diventa esperimento sociale prima che letterario

Sei scrittori chiusi per ore in un pulmino, fuori un caldo infernale e dentro un ingombrante carico di vanità, sono un esperimento sociale prima ancora che letterario. Se poi si tratta di primedonne, o primi uomini, per non urtare la sensibilità dell’epoca, il cortocircuito non è una possibilità, bensì una certezza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
L’ultimo saluto a Michela Murgia (Imagoeconomica).

Da quel momento, però, la storia ha smesso di parlare di Mari e ha cominciato a parlare di noi. Nel giro di poche ore, il dibattito non era più sul cosa avesse detto, ma come liberarsi di lui. Espulsione o spontaneo ritiro dello scrittore dalla gara? Il vocabolario è scivolato con sorprendente naturalezza dalla critica alla scomunica. Con un risvolto quasi comico.

Espulsione? Il regolamento racconta un’altra storia

La Fondazione Bellonci, custode dello Strega, ha diffuso un comunicato per ricordare che ogni espressione denigratoria è incompatibile con lo spirito del Premio. Per poi accorgersi, con un ritardo degno di miglior causa, che il regolamento raccontava un’altra storia: Mari non si può espellere e lui non si può ritirare perché lo Strega giudica i libri, non i loro autori. Una distinzione che fino a poco tempo fa pareva banale, e che oggi somiglia quasi a un atto di resistenza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Michele Mari (foto Imagoeconomica).

Il punto è sempre lo stesso: un’opera si giudica per quello che contiene, non per il passaporto o le simpatie politiche di chi l’ha scritta. Verità elementare, e proprio per questo sempre più ignorata. Sui social ogni stroncatura è un processo che non contempla assoluzione. C’è una distanza enorme tra biasimare le parole attribuite a Mari e pretendere che il suo libro venga escluso dalla competizione. Nel primo caso si esercita il diritto di critica. Nel secondo si pretende che un premio letterario certifichi la rispettabilità degli autori prima ancora della qualità delle opere.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Uno degli incontri con i finalisti dello Strega 2026 in giro per l’Italia (foto Ansa).

Ma siamo ormai immersi in una cultura che non si fida più del lettore. Ed è qui che la faccenda torna grottesca: un premio letterario, ammesso che i premi abbiano ancora senso (ma questa è un’altra storia), dovrebbe scegliere il libro migliore, non l’autore più presentabile.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra

La fiera della piccola e media editoria si chiama Più libri più liberi. Quest’anno l’Aie (l’Associazione italiana editori), che la organizza, ha preso sul serio soprattutto la seconda metà del nome: per esporre alla prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre 2026 alla Nuvola dell’Eur), gli editori dovranno firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare la Costituzione, a ripudiare fascismo e totalitarismi e a non farne apologia. A destra la misura è stata subito bollata come una patente di antifascismo. Con un dettaglio non secondario: senza quella firma, la candidatura non parte nemmeno. Liberi sì, ma solo una volta timbrato il modulo.

LEGGI ANCHE Nordio: «Patentino antifascista? Il Codice penale ha la firma di Mussolini»

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi (Ansa).

Tutto nasce dalle forti polemiche del 2025 su Passaggio al Bosco

L’origine della vicenda è nota. Nel 2025 la presenza della casa editrice Passaggio al Bosco aveva suscitato forti polemiche per un catalogo giudicato da alcuni troppo indulgente verso un immaginario politico descritto come «l’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita». Nonostante le proteste di nomi come Antonio Scurati, Alessandro Barbero, Domenico Starnone, Zerocalcare e altri, l’Aie aveva difeso la scelta richiamandosi al pluralismo e alla libertà di espressione, ovviamente nel rispetto della legge.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra

Le norme già esistono, perché aggiungere una dichiarazione ulteriore?

Evidentemente, però, non bastava. Stavolta, invece di discutere i libri, si è deciso di certificare gli editori. Una scelta che ha il pregio della semplicità: un modulo si controlla più facilmente di un catalogo. Le norme già esistono, ma si è ritenuto opportuno aggiungere una dichiarazione ulteriore, un attestato di sana e robusta democrazia da esibire all’ingresso. Un espediente che ricorda le gride manzoniane: solenni e minacciose quanto spesso inefficaci, e alla fine gravose soprattutto per chi non ne avrebbe bisogno.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Innocenzo Cipolletta (foto Imagoeconomica).

Regalo alla maggioranza che faticava a trovare motivi per stare insieme

L’effetto politico era prevedibile. In una fase in cui la maggioranza fatica a trovare motivi per stare insieme, qualcuno ha finito per regalargliene uno. È bastato evocare la parola censura e il resto è seguito da sé. Roberto Vannacci e la premier Giorgia Meloni, sin qui cane e gatto, si sono ritrovati sullo stesso fronte, e un centrodestra che sembrava in cerca di ragioni per dividersi ne ha trovata una per ricompattarsi.

Anche alla Biennale la discussione si era spostata dall’arte alla censura

Non è la prima volta che accade. Alla Biennale, il caso del padiglione russo aveva spostato la discussione dall’arte alla censura. Più di recente, un gruppo di notabili pugliesi ha chiesto agli organizzatori del festival Il Libro Possibile l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, colpevole, ai loro occhi, di non aver pronunciato la parola genocidio nonostante i suoi appelli alla pace e le dure critiche rivolte al governo del suo Paese. Casi diversi, ma con un tratto comune: a un certo punto il dibattito cambia natura. I libri restano sul tavolo, ma non sono più il centro della scena.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. (Imagoeconomica).

Si finisce per parlare più della fiera in sé che dei suoi libri

A quel punto il problema diventa chi può sedersi a quel tavolo e chi no. Una manifestazione ha tutto il diritto di scegliere i propri ospiti, ma quando sente il bisogno di accompagnare quella scelta con un attestato di rispettabilità, finisce per parlare più di sé che dei libri che vorrebbe promuovere. La patente democratica tranquillizza chi la pretende e irrita chi non la riceve. In compenso, offre un argomento perfetto a chi denuncia il pensiero unico e la sua egemonia culturale. Da questo punto di vista Meloni può considerarsi fortunata: pochi alleati sono preziosi quanto certi avversari.

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato

I matrimoni che non s’hanno da fare sono i più ostinati. Quello tra Milano e Siena, dato per morto almeno un paio di volte, ha scelto una domenica per risorgere, contendendo allo sport il suo giorno di gloria. Giuseppe Castagna, ad di Bpm, ha infatti mandato a Luigi Lovaglio, il suo omologo del Montepaschi, una proposta di nozze. Alla pari, per prevenire la suscettibilità di due galli la cui convivenza nello stesso pollaio sulla carta non promette bene specie quando, apprendiamo dalla missiva inviata a Siena, in palio c’è la costruzione del secondo polo bancario italiano. Non più il terzo, come lo si era sin qui battezzato per distinguerlo dai giganti Intesa e Unicredit. Ma bisogna pur sempre ricordare che se Lovaglio all’ultima assemblea dei soci è tornato clamorosamente alla guida della banca di Rocca Salimbeni lo deve proprio a Castagna, che lo ha sostenuto in un’impresa che sembrava persa in partenza. Eguali sì, ma con qualche debito di riconoscenza del Napoleone senese verso l’ex campione di nuoto olimpico. 

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Lega e Mef tornano a spingere sull’acceleratore

Passano i mesi, ma il disegno è sempre lo stesso, quello teorizzato a suo tempo da un governo in maggior spolvero di adesso, e ostinatamente difeso quando Unicredit, che aveva messo occhi e mani su Bpm, voleva rovinargli la festa: unire Milano e Siena, costruire un’alternativa ai poteri forti bancari ammantandola da crociata in difesa dell’italico risparmio. Sullo sfondo Generali, la preda più ambita, l’oggetto del desiderio di chiunque voglia cementare la propria egemonia. A spingere sull’acceleratore, allora come oggi, la Lega e il Mef, per mano di un Giancarlo Giorgetti che a suo tempo, pur di frenare le mire di Andrea Orcel e della sua Unicredit su Piazza Meda, non aveva esitato a maneggiare il golden power con incredibile disinvoltura facendo alzare più di un sopracciglio in Europa. Un esecutivo che da arbitro si era trasformato in giocatore. Uno strumento nato per difendere gli asset strategici dagli appetiti stranieri, impiegato invece per orientare il risiko domestico, cui quella di Orcel non poteva partecipare in quanto «banca tedesca» (copyright Matteo Salvini). 

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Niente golden power per Crédit Agricole?

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. Lovaglio è stato fatto fuori e poi subitamente reintegrato dagli azionisti, si è preso Mediobanca e due settimane fa ha sentenziato che «tutte le strade portano a Siena». Profezia o presagio, dipende dai punti di vista. Ma sotto i ponti della politica l’acqua invece non sembra scorrere, e quel progetto Roma continua a coltivarlo con la tenacia di chi non si rassegna. C’è però un particolare che meriterebbe un soprassalto di coerenza. Se le nozze si celebrassero, il primo azionista del nuovo soggetto sarebbe il Crédit Agricole, socio di riferimento di Bpm. Vale a dire una banca francese. Per gli amanti delle simmetrie, esattamente il medesimo contesto (ammessa e non concessa l’inverosimile etichetta tedesca appiccicata dall’esecutivo a Unicredit) contro cui il golden power era stato sfoderato. A rigore, il governo dovrebbe dunque rispolverarlo all’istante. 

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

La contromossa di Messina in tandem con Bper

Ma le cose non finiscono qui perché, in serata, ecco arrivare la contromossa dell’ad di Intesa Carlo Messina, pronto a mettersi di traverso in tandem con Bper e, sullo sfondo, l’ombra della Unipol di Cimbri. Dal terzo polo al terzo incomodo. Ed è qui che la faccenda comincia a popolarsi di interrogativi. A partire da quello sulla natura e il senso della lettera di Castagna, non l’annuncio di un’Opa con tanto di concambi ma una richiesta affinché Siena convenisse sulla bontà del matrimonio. Il che è curioso, per non dire incomprensibile. Le offerte, di norma, si fanno, non si annunciano. Le si lascia parlare con i numeri, non con i comunicati. A meno che lo scopo non fosse l’offerta in sé, ma il presidio del territorio: piantare una bandierina su Mps prima che pretendenti più ingombranti si presentassero al portone. Tipo, appunto, Messina. Se così fosse, la mossa avrebbe già mancato il suo obiettivo. 

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato
Carlo Messina (Imagoeconomica).

Occhi puntati sulle mosse del governo

Resta la domanda delle domande: cosa farà ora il governo. Non fosse altro perché il Mef siede ancora, con il suo 5 per cento, al tavolo di Mps, tra Caltagirone e la Delfin dei Del Vecchio i quali, comunque vada, ne usciranno ricchissimi. Almeno a parole, Giorgia Meloni aveva detto che di Mps non voleva più sentir parlare, specie dopo che la Procura di Milano era entrata a piedi uniti nel dossier. Vedremo se manterrà il proposito. Difficile, comunque, immaginare una regia ferma da parte di un esecutivo reduce da una sconfitta referendaria che ne ha incrinato l’aura. E con la Lega di Salvini, il partito più innamorato delle nozze tra Milano e Siena, alle prese con l’emorragia dei suoi uomini che sfollano numerosi in direzione Vannacci

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Un governo indebolito, un partito che perde pezzi, una banca francese in cima alla catena di comando e un terzo incomodo che bussa perentoriamente alla porta. L’offerta di matrimonio arriva lunedì mattina sul tavolo del cda di Siena, dove però la dote l’aveva messa anni fa il contribuente. Resta da capire chi si siederà a capotavola. Tradizione vuole infatti che nei matrimoni combinati gli sposi siano gli ultimi a saperlo. 

Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano

Ai David di Donatello ogni tanto succede un piccolo incidente diplomatico: vince il film inatteso, facendo restare a bocca asciutta chi già pregustava la festa. Non lo avevano visto arrivare, e forse proprio per questo Le città di pianura ha sbancato. Otto statuette, comprese quelle che contano davvero, e la sensazione di una piccola insubordinazione consumata in diretta televisiva. Un film laterale, refrattario alle liturgie del nostro cinema, che dopo Cannes 2025 si è fatto strada eludendo il rumore di titoli annunciati nonché i confini dell’entroterra veneziano dentro cui svolge la sua trama. 

Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Francesco Sossai premiato come miglior regia ai David di Donatello (Ansa).

Carlo e Doriano non inseguono più nulla, se non l’ultimo bicchiere

Francesco Sossai è nato a Feltre. Lontanissimo da quella geografia morale che da decenni coincide con il cinema ufficiale: Roma, le sue terrazze, attori che interpretano attori che interpretano crisi esistenziali in interni borghesi. E già questo suona come una dichiarazione di intenti. Il regista arriva dal Veneto di montagna e scende con la macchina da presa verso la pianura, come uno che sa benissimo dove cercare i suoi fantasmi. Non trova cartoline, ma capannoni. Non la regione da brochure industriale, tutta eccellenze, prosecco e imprenditoria paternalista, ma quella del giorno dopo che ha conosciuto la brutalità dello sviluppo e adesso si piega tristemente al suo declino. Ci sono fabbriche chiuse, parcheggi vuoti, bar che resistono come piccoli segnali di un’umanità residua. Ed è lì che si muovono Carlo Bianchi (Sergio Romano, premio al miglior attore) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), due amici che sembrano fuoriusciti dalla grande epopea produttiva del Nord Est: uomini che non inseguono più niente, se non l’ultimo bicchiere

Il vuoto geografico che diventa vuoto morale

È un road movie minimo, e proprio per questo feroce. Ci si muove molto, si arriva poco. C’è qualcosa del Wim Wenders di Nel corso del tempo, film di iniziazione per una generazione che ha preceduto quella dei due protagonisti de Le città di pianura: stesso vuoto geografico che diventa vuoto morale, stesso paesaggio che la cinepresa non accompagna ma osserva. Solo che lì era la Germania del Dopoguerra in bianco e nero, qui è il Veneto a colori della crisi di un modello, una terra che è passata dalla fame alla fabbrica e da questa al cartello “affittasi”. Più capannoni che case, si diceva ai tempi del miracolo economico e del Nord Est locomotiva. Quello che sembrava un vanto adesso si è trasformato in un atto d’accusa. 

Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano

L’eco di Vitaliano Trevisan

Chi ha letto Vitaliano Trevisan riconosce subito il paesaggio mentale, più che quello fisico. La provincia come sistema nervoso. Il lavoro come ossessione e il denaro come unica religione capace di svuotare le chiese e riempire i conti correnti. Trevisan lo faceva con una scrittura tagliente e quasi disturbante nella sua precisione. Sossai prende quella stessa poetica e la sposta sullo schermo senza trasformarla in folklore. Ed è questo il punto decisivo. Non cerca la provincia pittoresca, non fa antropologia sentimentale che lascia intravedere un possibile riscatto, né indulge alla nostalgia del passato. C’è invece una constatazione più scomoda: il benessere è arrivato, ma si è portato via una parte cospicua dell’educazione sentimentale. I patrimoni sono cresciuti, le anime molto meno. 

Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Vitaliano Trevisan.

Un film senza ansia di piacere si è mangiato i titoli più pettinati

Ed è forse per questo che il successo ai David dice qualcosa anche del sistema che lo premia. Un sistema che da anni umilia il cinema riducendolo a una dependance del piccolo schermo (possibile che non si trovi mai un presentatore che non sembri uscito da una riunione di palinsesto?) e che vive spesso nella convinzione che il Paese coincida con il raccordo anulare. Per una volta, invece, si è guardato altrove. Così un film piccolo, quasi dimesso, girato spesso in grana grossa e senza ansia di piacere, ha dato la polvere ai titoli più attesi dei registi più pettinati. Si dispiega tra bar, distributori, tangenziali e autogrill, ultima comfort zone di un’umanità che ha smesso di cercarsi. Si chiude alla Tomba Brion, a San Vito, davanti ai due cerchi intrecciati di Carlo Scarpa: un’idea di perfezione così perfetta da risultare ormai estranea alle vite slabbrate dei protagonisti. 

Le città di pianura di Sossai e il sovvertimento del cinema italiano
Il mausoleo Brion.

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4

Carlo Nordio perdona Sigfrido Ranucci ma querela Mediaset e Bianca Berlinguer il cui prolisso contenitore, È sempre Cartabianca, ha dato voce alle insinuazioni del conduttore di Report sulle sue visite al ranch di Cipriani junior in Uruguay. Anello di congiunzione Nicole Minetti, rediviva sui media dopo anni di assenza a squarciare il velo di oblio sul Bunga Bunga e la sua decisiva partecipazione al film Ruby nipote di Mubarak.

La querela di Nordio è un preciso segnale politico

Anche un bambino leggerebbe nell’iniziativa del Guardasigilli non la tutela dell’onorabilità infangata, ma un palese segnale politico che parla alla sua maggioranza e indica la direzione di marcia di un sistema che si sta spostando. Insomma, dietro la questione legale c’è un riflesso politico grande come una casa, che aggiunge un tassello da novanta al comatoso stato del centrodestra, con Giorgia Meloni impegnata a spegnere focolai senza riuscire però a interrompere il dilagare dell’autocombustione. Centrodestra in disaccordo su tutto e un fiorir di paradossi come è appunto quello di Nordio che risparmia il conduttore della trasmissione più odiata dal governo in carica mentre innesca, per continuare la metafora di prima, il fuoco amico. La sua querela al Biscione e alla conduttrice dal blasonato cognome strappata a suon di euro alla Rai si inserisce esattamente lì: non è un atto isolato, ma la continuazione di una guerra interna per molto tempo relegata alla bassa intensità e ora esplosa su più fronti. Una di quelle guerre che non fanno rumore, ma logorano. E che finiscono per dilagare dalle aule parlamentari ai palinsesti televisivi. 

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Rete4 è ormai un laboratorio geopolitico domestico

In questo senso Rete4 fa da cassa di risonanza alla malmostosità dei Berlusconi e del loro partito a cui, da un paio di stagioni, hanno assegnato il ruolo di laboratorio geopolitico domestico. Da una parte i cosiddetti “retequattristi”: Porro, Del Debbio (ha fatto rumore la conclamata presa di distanze dalla convocazione di Tajani a Cologno, nel ventre dell’azienda), Giordano. Un fronte che, pur nei vari distinguo che si devono alla verve personale dei singoli, è sostanzialmente allineato alle posizioni di Meloni e per nulla ostile alla Lega, nonostante tra i due la competizione sia il teso denominatore dei rapporti. Dall’altra i nuovi innesti, Berlinguer e Labate, con i loro estenuanti salotti che dalla prima serata si inoltrano ben oltre la mezzanotte con un andamento meno disciplinato, talvolta imprevedibile e confuso al punto che ci si smarrisce nell’anarchia che contamina personaggi, generi e argomentazioni.

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4

La rivoluzione piersilviesca del Biscione

Massima solidarietà a Mauro Crippa, il gran capo dell’informazione Mediaset, un passato a sinistra smarritosi poi negli agi del potere, che deve orchestrare simil giostra sforzandosi di interpretare, lui manager della prima ora televisiva fedelissimo a Confalonieri, la metamorfosi di Pier Silvio che a un certo punto, d’intesa con la sorella, si è stancato della bandiera sovranista che sventolava libera sui bastioni di Mediaset rovinando il collaudato copione. Quello tradizionale dei talk show di Rete4 che ne facevano macchine narrative oliate tra l’enfatizzazione dei conflitti, l’indignazione come sfondo e un pubblico fidelizzato cui fornire propellente alle paure. Naturalmente con un occhio all’audience. I nuovi contenitori invece sono un’altra cosa: giganteschi aggregatori di temi dove la durata iperbolica diventa un metodo, per qualcuno un’arma di distrazione di massa. Più che programmi, si tratta di flussi variegati che procedono per tentativi, con esiti spesso stranianti, rispetto a una linea editoriale non più ben definita. 

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
L’Ad di Mfe-Mediaset Pier Silvio Berlusconi (Ansa).

Dietro questo apparente caos televisivo c’è forse il tentativo di ritorno al centro

Ciò nonostante l’impressione è che dentro quel caos apparente si stia muovendo qualcosa di più strutturato, il tentativo appunto di costruire uno spazio politico-mediatico che non coincida con l’attuale maggioranza. Una zona franca, o almeno più autonoma, che va dai fuorionda di Giambruno a Striscia la notizia alle ospitate di Ranucci da Berlinguer, con l’intento di infastidire gli attuali padroni di Palazzo Chigi. Forse il preludio, complice il dilagante delirio trumpiano che mette in crisi coloro che ne furono convinti estimatori, a una fase politica di ritorno al centro, qualsiasi cosa voglia dire e in qualsiasi forma essa si possa manifestare. E non è un caso che tutto questo accada dentro Mediaset, cioè dentro l’eredità più visibile di Silvio Berlusconi che da megafono di un’area si trasforma in una piattaforma di riorganizzazione politica

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Giorgia Meloni (Ansa).

Forza Italia sta cercando di ridefinire il proprio perimetro

In questo schema Forza Italia non appare più soltanto come il partner moderato della coalizione. Sembra, piuttosto, un partito in cerca di ridefinire un proprio perimetro. La “sua” televisione diventa il luogo dove questo perimetro viene testato e, come nel caso Nordio, talvolta forzato avvicinandolo pericolosamente (per questo governo, s’intende) al punto di rottura. 

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti

E brava Marianna Madia, deputata del Pd dal 2006, già giovane ministra per la Pubblica amministrazione nei governi Renzi e Gentiloni, che ora con auliche e gravose riflessioni lascia il partito per approdare nella sempiterna pentola in ebollizione che è Italia viva, alias Matteo Renzi. Che dire, consentendoci per un attimo di non credere all’universo mondo di motivazioni addotte? Che nella fisiologia della politica arriva sempre un momento in cui il mandato popolare smette di essere un servizio e diventa una rendita.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Marianna Madia nel 2008 (foto Ansa).

Meglio guardarsi attorno e recitare il copione dell’addio nobile

Madia ha raggiunto quel momento dopo vent’anni di dimenticabile militanza passati indenni tra le varie mutazioni del Pd, e con la stentorea praticità di chi sa far bene di conto. Manca un anno alla fine della legislatura, forse meno se la maggioranza dovesse implodere sotto il peso delle sue oramai troppe convulsioni, quindi meglio guardarsi attorno e recitare il copione dell’addio nobile.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti

Come noto, funziona così: si fa un comunicato, lo si correda di una serie di interviste visto che tanto i giornali che vogliono infilare il dito nella piaga non mancano, si pronunciano parole come «riformismo radicale» (l’ossimoro fa sempre figo), «nuovo soggetto politico», «discontinuità necessaria» e, non si era davvero mai sentito, «provare a entrare nei problemi reali delle persone».

Il Pd non l’avrebbe candidata alle prossime elezioni

Nell’attesa, parlando di problemi, Madia comincia a risolvere i suoi. Che il Pd non l’avrebbe candidata alle prossime elezioni, nonostante padrinaggi nobili ma oramai di antico lignaggio, lo si poteva supporre. Che fare allora? Piangere un po’, lamentarsi della deriva sempre più estremista del partito, spargere una spruzzatina di profumo cinque stelle per ribadire la sudditanza di Elly Schlein e dei compagni (di strada) che Marianna sentitamente ringrazia. Addio doloroso, ma è pur vero, signora mia, che il Pd non è più quello di una volta.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Matteo Renzi e Marianna Madia nel 2015 (foto Ansa).

Poi, raccolti bagagli e armi, si citofona a casa Renzi, il quale ovviamente gongola per il nuovo acquisto. Con l’accordo che alle elezioni ci sarà un posto nei listini di Italia viva. Cinque anni assicurati sulla carta, ma se anche fossero meno è meglio che stare ai giardinetti o fondare un think tank che al massimo ti garantisce qualche comparsata nei salotti televisivi. La carriera è salva, lo stipendio pure, e il riformismo radicale un propellente per restare in orbita.

Italia viva, un taxi con le quattro frecce sempre accese

Va ammesso che Renzi nell’apparecchiare queste operazioni è di una competenza artigianale che sfiora il virtuosismo. Sa riconoscere il disperato dal convinto, il rifugiato dal militante. Li accoglie tutti e poi li espone in vetrina con appesa al collo l’etichetta del decaduto blasone: guardate, anche questa viene dal Pd. Sottotesto: che di me fece carne di porco con inaudito accanimento. La collezione si arricchisce, il partito resta quello che è: un taxi con le quattro frecce sempre accese, disponibile h24 per chi ha una destinazione da raggiungere e che sulla composizione dei viaggiatori non guarda al pelo nell’uovo, se mai nell’uopo.

Se va male si può sempre fondare un altro partitino (vero Marattin?)

Più avanti si vedrà, perché se anche Italia viva si rivelasse un vestito stretto, come mostra l’ex compagno (di viaggio) Luigi Marattin, si può sempre fondare un altro partitino. Intanto, man mano che ci si avvicina alle elezioni, e il centrodestra imbolsisce per sua stessa mano, il transito dal Pd a Italia viva o Azione rischia di diventare un’affollata via percorsa da onorevoli e senatori che altrimenti rischierebbero l’uscita di scena.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Matteo Renzi con Luigi Marattin (foto Ansa).

Il pensiero corre ai riformisti del Pd: i picierni, i gori, i sensi o i delrii per i quali la pur poco carismatica Schlein equivale all’aglio per i vampiri. Naturalmente dietro al cambio di casacca mai una franca ammissione di realismo politico: a casa mia per me non c’è più spazio, vado da chi me ne offre uno comunque consustanziale alla mia area di riferimento, ma sempre e solo l’accorato richiamo a visione, progetto, a un nuovo sol dell’avvenire per il futuro del centrosinistra italiano. Bisogna far sì che il calcolo personale si travesta da necessità storica. Della quale, guarda caso, Madia e con lei molti altri si accorgono solo quando il profilo dell’urna si staglia all’orizzonte.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Giorgio Gori, Pina Picierno e Graziano Delrio (Imagoeconomica).

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

C’è una forma di intelligenza poco celebrata, ma spesso decisiva, nel capire quando è il momento di farsi da parteBeatrice Venezi l’ha dimostrato concedendo una bombastica quanto provvidenziale intervista al quotidiano argentino La Nación, costruita con la precisione di chi vuole uscire da una storia facendosi cacciare. Il passaggio chiave è di quelli che non lasciano margini di manovra: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio», che anche nella nazione più familista del Pianeta resta un reato. Risultato: licenziata in tronco da direttrice musicale del teatro La Fenice prima ancora di aver alzato la bacchetta. Un capolavoro di strategia travestita da gaffe o forse, per chi dubita che Venezi sia capace di simili tatticismi, una gaffe talmente ben riuscita da sembrare strategia. Alla fine il risultato non cambia. E domenica pomeriggio, all’arrivo della notizia, cori plaudenti da stadio prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, veneziano doc che alla Fenice ha molto legato il suo nome.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

La lunga ribellione dell’orchestra contro la nomina

La storia è nota, ma un piccolo bignami delle puntate precedenti serva a capire come si è arrivati all’improvviso (e inatteso) epilogo. A Venezi la nomina a direttore musicale – per lei rigorosamente al maschile, così come si conviene all’indole della destra gagliarda – era arrivata lo scorso settembre. L’orchestra aveva risposto come un corpo che rigetta un trapianto: sciopero già alla prima del Wozzeck  in ottobre, lettere di fuoco firmate da tutti i musicisti, richiesta al sovrintendente di tornare sui suoi passi e volantini di protesta che piovevano dai palchi. Insomma, il repertorio completo del dissenso organizzato. Peraltro non scevro di motivazioni. Quelle ufficiali riguardavano il curriculum, giudicato poco consono al prestigio del teatro. Quelle non dette, il profilo politico della direttrice, le sue reiterate professioni di meloniana fede che l’avevano catapultata in laguna senza tenere conto della mancanza di un cursus honorum adeguato. 

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Manifestazione di protesta dei lavoratori del Teatro La Fenice contro la nomina a direttrice musicale di Beatrice Venezi, Venezia, 10 novembre 2025 (Ansa).

L’argine di Colabianchi rotto dalla provvidenziale intervista

Una sentenza lapidaria contro cui il sovrintendente Nicola Colabianchi ha fatto argine finché ha potuto, ben sapendo però che l’affaire avrebbe contribuito a rendere la sua posizione sempre più difficile da difendere. Ma soprattutto sapendo di non avere vie d’uscita, perché sconfessare Venezi voleva dire sconfessare se stesso che su input romano l’aveva nominata. Ma col passare del tempo era sempre più un uomo solo al comando di una nave che imbarcava acqua da ogni parte. Con i due che sembravano legati da un destino comune: simul stabunt, simul cadent. Fino a che è arrivata l’intervista a La Nación e l’insperata via d’uscita con tanto di benedizione dei dante causa. Infatti il ministro della Cultura Alessandro Giuli, segno che la pratica gli scottava tra le mani, non ha aspettato un minuto a difendere la decisione di Colabianchi, «assunta in autonomia e indipendenza», confermandogli «la sua più completa fiducia». Traduzione: Roma non solo non ti abbandona, ma si sente sollevata che dopo tanti imbarazzi e polemiche la questione sia chiusa.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Il sovrintendente del Gran Teatro La Fenice Nicola Colabianchi (Ansa).

Ora Venezi potrà vendersi come eroica vittima

E Venezi? Per la sicumera che ha mostrato non sembra il tipo da farne una malattia. È ambiziosa, giovane, sa muoversi nell’ecosistema della destra di governo con una disinvoltura che i suoi detrattori chiamano spregiudicatezza e i sostenitori talento. Dirigere un’orchestra che non ti sopporta è come allenare una squadra di calcio dove hai i giocatori tutti contro: tecnicamente fattibile, praticamente uno stillicidio quotidiano. Dunque meglio uscire con un’intervista ad effetto su La Nación che continuare a logorarsi in un clima da assedio. La mossa, in fondo, dimostra dietro le sprezzanti parole indirizzate da mesi alle maestranze del teatro veneziano, una sua consapevolezza. E soprattutto le consente di vendersi mediaticamente come eroica vittima nella patriottica battaglia contro l’egemonia culturale della sinistra

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Beatrice Venezi sul palco del Politeama di Palermo (Ansa).

La rimozione basterà a ricucire il rapporto tra direzione e maestranze?

Ora che, eliminata la pietra dello scandalo, La Fenice prova a ripartire, il futuro è un’incognita. Chi arriverà al posto di Venezi? Basterà la sua rimozione per ricucire il rapporto tra la direzione e le maestranze? Forse sì, a patto che il nome del successore sia all’altezza. Un direttore musicale di profilo inattaccabile, con un curriculum che parli da solo potrebbe abbassare la temperatura e ripristinare la perduta armonia tra le componenti del teatro. Un altro nome divisivo, o peggio un compromesso al ribasso dettato da equilibri politici che poco hanno a che fare con la bacchetta, perpetuerà lo stato di guerra. I sindacati, che negli enti lirici hanno più che in altri settori voce in capitolo, chiedono a Colabianchi di dimostrare con i fatti di voler aprire davvero una pagina nuova, esortazione che piace purché si faccia attenzione a cosa scriverci.  

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).

La Fenice ha bruciato due volte nella sua storia, e ogni volta è risorta. Stavolta l’incendio lo ha appiccato una direttrice imposta con improvvida spavalderia alla direzione musicale di uno dei più prestigiosi templi della lirica. C’è qualcosa di vagamente surreale in tutta questa vicenda: una nomina politica contestata dagli orchestrali, difesa a oltranza da un sovrintendente sempre più solo, liquidata infine dalla stessa interessata quando ancora il teatro, nella sua accezione più letterale, non le aveva ancora aperto il sipario.   

Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo

Le passioni, di solito, un politico se le dovrebbe pagare a sue spese, mai mescolare il vizio privato con la pubblica virtù. Mai, con qualche significativa eccezione, come il ministro dei Trasporti nonché vicepremier Matteo Salvini. C’è nelle spese del suo ministero una voce che ha attirato l’attenzione. Non per l’entità della cifra – parliamo di poco più di 1.200 euro – ma per l’indole che la sottende: un abbonamento a Sky Sport e Calcio, pagato con denaro pubblico, intestato a una struttura governativa il cui rapporto con il pallone non si vede abbia molto a che fare eccetto, prendendola alla larga, che Frecciarossa, la cui giurisdizione cade sotto il suddetto ministero, sponsorizza la Coppa Italia.

Mannaggia ai social che ti tradiscono quando meno te l’aspetti

La cosa, presa così, è già di per sé gustosa. Ma è la replica del Mit a renderla un capolavoro di genere. La nota ufficiale infatti precisa che il ministro non guarda le partite in ufficio. Punto, risolto così. Come se, tradotto, il nodo della questione fosse: se qualcuno adombra che Salvini guardi il suo Milan quando è in servizio sbaglia di grosso. E via di meme e video in cui il leader della Lega, nel profluvio delle sue dirette video dal ministero, dimentica alle sue spalle un televisore acceso su un frame che lascia intravedere omini che si muovono su una macchia di verde che evoca inequivocabilmente un campo di calcio. Mannaggia ai social che ti tradiscono quando meno te l’aspetti.

Nemmeno il Milan distoglie il ministro dal far arrivare i treni in orario

Ma il punto resta la replica, che sembra uscire da un copione di teatro dell’assurdo. Abbiamo pagato l’abbonamento, ma Salvini non lo usa in ufficio. Come dire: abbiamo comprato un’automobile, ma la lasciamo parcheggiata in garage perché il ministro si sposta a piedi o in taxi. Tutto a posto, dunque. L’abbonamento a Sky Calcio c’è, ma è inutilizzato. Pari e patta. Il potenziale fruitore è assolto, e il contribuente che già aveva cominciato a rumoreggiare si rasserena pensando che niente, nemmeno l’incontenibile passione per il pallone, distoglie il ministro dal far arrivare i treni in orario.

Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo
Salvini e Sky Calcio pagato dal ministero: una replica da teatro dell’assurdo

Alla fine, cosa ci lascia questa del tutto periferica vicenda di fronte ai drammi del mondo? Una piccola prova documentale da aggiungere al ritratto antropologico di un personaggio che la storia, ammesso non abbia nulla di più importante cui badare, ricorderà come l’uomo che ha trasformato la superficialità in metodo di governo.

L’abbonamento a Sky Calcio come piccola reliquia di un’epoca

Non è un’accusa, ma quasi un complimento, nel senso che Machiavelli ci ha tramandato: capire il carattere nazionale, e usare quella comprensione cavalcando l’onda senza farsi distrarre dalle sottigliezze. L’abbonamento a Sky Calcio del ministero è lì, piccola reliquia di un’epoca. E magari (ma anche no) qualcuno un giorno gli dedicherà una nota a piè di pagina in un saggio sulla fenomenologia del potere nell’Italia del terzo millennio.

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri

C’è un’ironia sottile, quasi crudele, in quello che è accaduto mercoledì all’assemblea del Monte dei Paschi. Mentre la Procura di Milano continua a scavare, convinta dell’esistenza di un concerto tra Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri nell’operazione che ha portato la banca senese a mettere le mani su Mediobanca, gli stessi protagonisti si sono presentati all’appuntamento per il rinnovo dei vertici suonando spartiti diversi

Il vecchio ad defenestrato torna in sella

Concerto che diventa sconcerto, dunque. Per i protagonisti, ma anche per quanti, quasi tutti, avevano scommesso sulla vittoria della lista del cda uscente. Tanto più che il nuovo amministratore delegato, che poi è il vecchio appena defenestrato, torna in sella pur essendo a sua volta toccato dall’accusa di aver partecipato (concorso esterno, bizzarra e assai discutibile formula) a quel medesimo concerto. Luigi Lovaglio, fatto scendere dal podio, ci è risalito nell’incredulità generale. Forse anche nella sua. Ma veniamo ai concertisti, presunti tali. Delfin, cioè la famiglia Del Vecchio, vota contro la lista del cda uscente, quella che aveva in Caltagirone il suo sponsor più convinto. E aggiunge a una storia già piuttosto barocca un elemento quasi teatrale, che i magistrati milanesi faranno fatica a incasellare nelle loro costruzioni. Il mondo al contrario, direbbe qualcuno. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Luigi Lovaglio (Ansa).

Dalla rottura tra Caltagirone e Lovaglio al colpo di scena di Delfin

Breve riassunto delle puntate precedenti. Il governo stoppa UniCredit nel tentativo di scalata a Bpm, invocando un golden power che grida vendetta per la sua bislaccheria. Nel frattempo spinge Mps a osare l’inosabile: l’assalto a Piazzetta Cuccia, con un occhio a ciò che davvero conta, il controllo delle Generali. L’operazione riesce. Fine della storia? Nemmeno per sogno, perché subito qualcosa si incrina. Lovaglio e Caltagirone, che all’indomani della conquista di Milano si scambiavano affettuosi convenevoli, si dividono sulla gestione della preda. Il consiglio si spacca e si arriva alla resa dei conti. E qui il colpo di scena. Delfin vota contro la lista del cda, quindi contro il suo alleato Caltagirone. Una scelta che riflette la tensione crescente tra gli eredi Del Vecchio e lo stesso Milleri, con i primi che gli avrebbero imposto di votare contro la lista del cda. Cosa che, sorprendentemente, fa anche Bpm. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

L’assenza del Mef a Siena pesa più di una presenza

Eravamo tre amici al bar, poi non più. Calta e i signori degli occhiali si dividono e il governo, che su Mps era entrato in scena come azionista forte, decide che non è più il caso di occuparsene. Così a Siena il Mef non si fa vedere. Una scelta che pesa più di una presenza, perché segnala che la sua regia non è più operativa. O forse che ha semplicemente cambiato posizione, defilandosi in un momento in cui, specie dopo il tracollo referendario, l’attenzione giudiziaria consiglia di non venire allo scoperto. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il voto di Bpm rafforza il progetto di un terzo polo bancario

A questo punto la domanda è inevitabile: come si passa, in poche settimane, da un’operazione percepita come coordinata a una dispersione così evidente delle forze in campo? E ancora: perché anche Bpm, che quel percorso aveva accompagnato, decide di votare Lovaglio? Qui la politica riemerge, ma senza dichiararsi. La banca più sensibile agli umori leghisti potrebbe aver fatto i suoi calcoli: con Lovaglio al timone, l’ipotesi di un terzo polo bancario che unisca Milano e Siena si fa più agibile. Un progetto cui potrebbero frapporsi  dinamiche personali, tipo la non irresistibile sintonia tra Lovaglio e Castagna, ma che resta, nel complesso, coerente con un disegno che circola da tempo. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Palermo resta una riserva credibile per le prossime partite

In questo gioco di spostamenti laterali, esce di scena Fabrizio Palermo. Non era l’amministratore delegato uscente, ma quello designato a segnare la discontinuità rispetto alla precedente gestione. Il mercato, ovvero i proxy advisor che ne raccolgono gli umori, avevano indicato in lui un profilo di garanzia per il futuro di Rocca Salimbeni. Resta in Acea, con un secondo mandato davanti. E con un’età, 55 anni, e una rete di relazioni che lo rendono una riserva credibile per le prossime partite pubbliche quando molti degli attuali protagonisti usciranno di scena. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Fabrizio Palermo (Ansa).

La vittoria di Lovaglio fa emergere nuovi equilibri in via di definizione

Tutto finito dunque col ritorno di Napoleone Lovaglio? Difficile crederlo. La politica è già in campagna elettorale e nei prossimi mesi le fibrillazioni aumenteranno. Impensabile che il sistema finanziario ne resti immune. Siena chiude una pagina e ne riapre subito un’altra. Con nuovi equilibri, vecchie logiche e attori pronti a rientrare in gioco. Quella di Lovaglio non è solo una vittoria, è l’emersione di equilibri che stanno altrove: più opachi, più mobili, ancora in cerca di una forma definitiva. Alleanze che fino a ieri venivano raccontate come granitiche si sono rivelate per quello che sono sempre state: costruzioni temporanee, tenute insieme più dalla convenienza che dalla convinzione. Non si rompono davvero, semplicemente smettono di coincidere. E a quel punto ciascuno torna a muoversi lungo la propria traiettoria, su nuovi fronti, come se nulla ci fosse stato prima. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi

Forza Italia, eppur si muove. Silvio Berlusconi è morto da quasi tre anni, e si direbbe che il suo partito ha impiegato tutto questo tempo per accorgersene. Il Cav non c’è più, però ci sono i figli che ne perpetuano il nome. Ma questo evidentemente non basta più a mantenere ordine e disciplina, e nello scontro tra conservatori e ribelli lo spettacolo rischiava di andare fuori controllo. Perché di spettacolo si tratta. Con tanto di trame carbonare, coltelli che volano e dame in guerra che, facendosi interpreti della autentica memoria del fondatore, si contendono la vicinanza alla famiglia.  

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Antonio Tajani, alle sue spalle un’immagine di Silvio Berlusconi e, nel fotomontaggio, Marina.

Tajani, per ora e non si sa per quanto, resta in sella

Partiamo dall’inizio, o meglio dalla fine: Antonio Tajani, ministro degli Esteri nonché vicepresidente del Consiglio, viene convocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese per ricevere ordini. Marina e Pier Silvio Berlusconi lo strapazzano per quattro ore, anche troppo tempo per ribadire il concetto: Forza Italia è roba loro. Punto. Il resto sono beghe tra dipendenti che bisogna risolvere. Tajani, che è uomo pratico e navigato, annuisce. Per ora, ma non si sa per quanto, resta in sella. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Barelli “silurato” non sbarella

Nel frattempo il suo consuocero Paolo Barelli scopre cosa significa essere silurati con stile berlusconiano: lo tolgono dalla guida dei deputati e in cambio gli offrono una poltrona di viceministro dei Rapporti col Parlamento (quindi, si presuppone, anche con gli azzurri di cui era capo). Promozione o premio di consolazione? Dipende da chi guarda. In politica, come insegnava il fondatore, la forma è sostanza. E Barelli, che non è uno sprovveduto, ha incassato senza fiatare più di tanto. Qualche borbottio, qualche frecciatina verso i fratelli che pretendono di comandare a Roma stando ad Arcore. Niente scleri. Forse ha capito che protestare con i Berlusconi non porta lontano. Poi a lui interessava mantenere la poltrona di presidente della Federnuoto, perché lo sport è salute e potere. Accontentato. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Antonio Tajani con Paolo Barelli (Imagoeconomica).

La baruffa tra le ex Fascina e Pascale

Ma è proprio da Arcore, ora metafora impropria del berlusconismo, che arriva il colpo di scena più bizzarro. Marta Fascina, la finta moglie del Cav che dopo la sua dipartita si è imbullonata a villa San Martino facendone niente di meno che il quartier generale della sua segreteria (cosa le serva una segreteria poi non si capisce visto che la deputata in Parlamento non si fa mai vedere) spunta fuori dal suo ritiro dorato per smentire Francesca Pascale, l’ex fidanzata che proprio lei aveva soppiantato nel cuore di sua emittenza.

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi

La quale Pascale, un tempo immancabile condimento di ogni minestra berlusconiana in salsa LGBTQ, aveva nel frattempo dichiarato grande sintonia con Marina e Pier Silvio, quasi fosse ancora parte della famiglia. Come se i lunghi anni passati ad Arcore le dessero diritto a un titolo parentale permanente. Fascina non ci sta. E fa sapere, attraverso pubbliche esternazioni, che Pascale non conta nulla. Zero, forse meno. «Io non conto nulla», ha risposto la diretta interessata chiamata in causa, «mica come lei che che conta 20 mila euro al mese per non andare in Parlamento».

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi

La vicenda è gustosa, perché non capita tutti i giorni che le due donne legate a Berlusconi da storie molto diverse litighino pubblicamente per stabilire chi era più vicina a un uomo che non c’è più. È una scena che conoscendolo avrebbe fatto ridere Silvio, ne avrebbe lusingato l’ipertrofico ego. Ma è anche vero che lui non sopportava il disordine, era un sintomo di anarchia che era unfit rispetto allo statuto di un partito rigorosamente dirigista. Infatti il Cav teneva tutto insieme con la forza della sua presenza, oltre che naturalmente del suo denaro e del suo carisma. Era il sole di un sistema dove allignavano politici in carriera, fedelissimi di seconda generazione, ex compagne, parassiti, figli, affetti ed effetti vari che gli ruotavano intorno. 

Ora in Forza Italia scoppia pure la lite tra ex di Berlusconi
Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).

Ora che il sole di B è tramontato i pianeti si scontrano

Adesso che il sole è tramontato, i pianeti, senza più rispettare la loro orbita fissa, si scontrano. Marina e Pier Silvio guardano dall’alto, sarebbe meglio dire da lontano. Tajani esegue. Barelli incassa, Pascale performa, Fascina smentisce, gli scontenti accendono le polveri. In attesa del leader predestinato Giorgio Mulè, considerato però in casa azzurra ancora troppo divisivo, tocca a Enrico Costa, cuneese come Briatore e la Santanchè, il nuovo che avanza che ha militato nelle seguenti sigle: Pli, Udc, FI, Pdl, Ncd, AP e Azione, prima di tornare stabile alla casa del padre (Silvio), traghettare il partito là dove i suoi dante causa (Marina e Pier Silvio) hanno in mente. Ammesso e non concesso, ma in teoria non dovrebbe mancare molto a scoprirlo, che sappiano veramente dove vogliono farlo andare. 

La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi

Si potrebbe dire, viste le fibrillazioni che agitano i campi (quello confusamente largo della sinistra e quello acciaccato del centrodestra) che di resa dei Conte si tratta. C’è infatti una coincidenza antroponomastica che curiosamente unisce le due vicende che stanno occupando in queste ore le cronache della politica. Della prima il Conte protagonista è Giuseppe, per ben due volte presidente del Consiglio e oggi capo indiscusso del Movimento 5 stelle, fotografato a pranzo con Paolo Zampolli, emissario trumpiano spedito in Italia (sul quale circolano incredibili racconti) a coltivare relazioni ma soprattutto, com’è nello stile della casa (Bianca), affari (Fedez e Mr Marra l’hanno appena fatto arrabbiare, ma questa è un’altra storia).

La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi

Ghiotta occasione per la maggioranza di affondare il coltello nel burro di un incontro che un po’ di domande le suscita. Che ci faceva l’anti-americano Giuseppi, come l’aveva battezzato il Trump del primo mandato da presidente, a tavola col nemico? Siamo di fronte a uno dei tanti casi di un leader che in favor di telecamere recita da incendiario poi si fa colomba con l’amico americano con cui, se sceglie di incontrarsi in pieno giorno a un ristorante, vuol farsi vedere?

Via libera a illazioni, sfottò e battute su Conte-Zampolli

Troppo generiche le motivazioni addotte da Giuseppi e da Zampolli – «ho solo incontrato un amico» – per diradare le ombre del dubbio. Via libera dunque a illazioni, sfottò e battute. La più felice, quella del piddino Filippo Sensi. «Nessuna sorpresa», ha commentato l’ex portavoce di Matteo Renzi, si tratta «di un leader di un movimento di destra che incontra l’emissario di un presidente di destra».

La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
Giuseppe Conte e, sullo sfondo, una sua foto con Donald Trump (Imagoeconomica).

Cuore e corna, al Viminale c’è un nuovo caso Boccia

Ben più appetibili, visto che di mezzo ci sono presunte questioni di cuore e corna, la vicenda della seconda Conte. Cioè Claudia, giornalista alquanto prezzemolina che naviga da tempo nella comfort zone del centrodestra, in cerca di contratti e visibilità. Non siamo al caso di Maria Rosaria Boccia, la signora che ha imperversato al ministero della Cultura riducendo il povero Gennaro Sangiuliano a vittima di una pochade sadomaso, ma le analogie non possono evitare il confronto.

La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi

La Conte ha rivelato la sua relazione con Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, uomo più delle istituzioni che di partito, facendosi intervistare da un podcaster organico a Fratelli d’Italia. Al quale, secondo quanto riferito dallo stesso intervistatore, avrebbe esplicitamente chiesto di farle la domanda malandrina sulla sua liaison con l’inquilino del Viminale.

Anche i muri sapevano che la relazione andava avanti da tre anni

Se così fosse, non siamo alla voce dal sen sfuggita, ma a un’operazione costruita attraverso un canale scelto con cura. La domanda a questo punto non è perché la Conte abbia ammesso la sua relazione – chi frequenta il sottobosco del potere sa bene quando è il momento di diventare visibile -, ma perché lo abbia fatto solo ora visto che, come un anonimo frequentatore dei Palazzi romani ha affermato, anche i muri sapevano che la cosa andava avanti da tre anni.

La Lega considera il ministero dell’Interno roba propria

Qui sì, come direbbe Giorgia Meloni, bisogna andare a caccia della ribalda manina che ha giostrato il tutto. Nel governo che ha appena incassato una sconfitta referendaria senza attenuanti, i veleni circolano con quell’abbondanza che di solito precede lo scontro finale. La Lega non ha mai smesso di considerare il Viminale roba propria, Matteo Salvini lì ci stava comodissimo per orchestrare la sua campagna elettorale permanente.

La resa dei Conte: il caso Giuseppi-Zampolli e quello sulla prezzemolina di Piantedosi
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Per la narrazione leghista Piantedosi è un occupante abusivo, sebbene in precedenza sia stato capo di gabinetto dell’attuale vicepremier e ora sia al suo posto in quota Carroccio. Destabilizzarlo attraverso la sua vita privata, rendendolo improvvisamente umano, cioè vulnerabile, non sembra un gesto d’affetto nei suoi confronti.

Le elezioni anticipate, un’irresistibile tentazione

Fratelli d’Italia, d’altra parte, ha il problema opposto: la batosta referendaria ha trasformato le sottili crepe della maggioranza e le faide dentro al partito tricolore in voragini. Il contesto internazionale, con l’improvvido abbraccio a Trump, sta trasformando nell’epopea meloniana quella che era una situazione economica vincente in un quadro dove tutti gli indicatori arrancano. E che riduce improvvisamente lo spazio per trasformare i sondaggi in consenso reale. Le elezioni anticipate, per chi parte avanti, sono sempre una irresistibile tentazione. Meglio andarci adesso, e non aspettare che la deriva si consolidi.

Non una congiura, ma una simultaneità di convenienze

Chi orchestra tutto questo? Probabilmente nessuno, nel senso di un unico regista con il copione in mano. Più probabilmente tutti, ciascuno per la propria quota di interesse, in quella forma di caos coordinato che è la specialità della nostra politica: non una congiura, ma una simultaneità di convenienze che produce lo stesso effetto. I Conte, dunque, non tornano. Ma che nell’ombra qualcuno stia già facendo la somma per farli tornare è sicuro.

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda

È nella sconfitta, bruciante, netta, come quella patita dal centrodestra sul referendum, che si disegnano con più nettezza contorni, identità e anomalie. Come quella che incarna Forza Italia fin dai suoi inizi, la discesa in campo di Silvio Berlusconi che dette il fragoroso abbrivio alla Seconda Repubblica. Dal giugno del 2023 il Cav non c’è più, se non come culto della sua memoria e nome ancora inciso nel simbolo del partito che fondò, mentre l’eredità politica ed economica (Forza Italia non starebbe in piedi senza il sostegno del casato di Arcore) è passata dal padre alla figlia.

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Silvio Berlusconi alla scrivania mentre firma il contratto con gli italiani a Porta a Porta nel 2018 (Ansa).

Fuori Gasparri, dentro Craxi grazie a Lotito: un rinnovamento da boomer

Marina, che per sua stessa ammissione non possiede il carisma del genitore, ha però i soldi per poter determinarne i destini. Teorica di un rinnovamento dei vertici azzurri finora relegato più alle intenzioni che ai fatti, ora ha rotto gli indugi tagliando una testa pesante, quella di Maurizio Gasparri, e sostituendola con una dal cognome ingombrante, Stefania Craxi

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Un salto generazionale? Difficile farlo passare così, visto che la primogenita di Bettino ha 65 anni e il buon Gasparri 69. Diciamo allora che è un primo scossone al vetusto albero da cui dovrebbe cadere, prima o poi, la testa di Antonio Tajani. Si aggiunga, per dovere di cronaca, che il golpe non avviene per mano di un baldanzoso giovane di Forza Italia, ma via Claudio Lotito, anni 68, ovvero quasi coetaneo del decollato. Un affare tra boomer, insomma, di cui le successive generazioni fanno da spettatori. Si direbbe, dunque, che Forza Italia non è un partito per giovani, che tornano buoni un paio di volte all’anno quando si tratta di blandirne le bellicose quanto velleitarie idealità. Perciò, nel momento in cui Marina B decide che Gasparri incarna il vecchio che non avanza e decide di sostituirlo con Stefania C, fa un’operazione che riguarda meramente la catena di comando. Non è questione di idee, di rinnovamento, di presa d’atto che lo statuto identitario creato dal padre abbisogna di un robusto maquillage, se non di una completa rifondazione. 

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La gestione del partito ridotta a una questione di organigramma

In Forza Italia spa, sussidiaria del gruppo Fininvest, divisione “consenso elettorale”, il ricambio potremmo sintetizzarlo così: la presidente del consiglio di amministrazione della holding di famiglia convoca idealmente un cda e sposta una risorsa. Gasparri fuori, Craxi dentro. Con la stessa logica con cui si cambia un direttore di rete che non porta abbastanza share. Solo che qui il prodotto non è una delle fiction turche che tanto piacciono dalle parti di Cologno, ma un partito politico che dovrebbe rappresentare qualcosa di meno mercantile. Una visione del mondo, un’idea forte dell’Italia e del suo futuro, degli ideali senza i quali la politica si riduce, come diceva spesso la buonanima di Silvio, a teatrino. Invece sembra essere semplicemente una questione di organigramma. 

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
La torre Mediaset a Cologno Monzese (Ansa).

Con Marina si entra nella gestione successoria senza romanticismi

Il paradosso è antico quanto Arcore, ma ogni tanto torna a manifestarsi con una chiarezza quasi pedagogica. Forza Italia non è mai stata un partito azienda, nel senso in cui lo hanno battezzato fin dalla nascita i commentatori: struttura leggera, leadership indiscussa, la televisione come propellente del consenso che sostituisce circoli e sezioni sul territorio. È sempre stato qualcosa di più specifico e  inquietante: il partito dell’azienda. Come se la Fiat avesse fondato “Avanti Agnelli” e l’avesse tenuto in portafoglio accanto alle allora esistenti fabbriche di automobili o camion. Berlusconi, padre nobile e nume tutelare, possedeva oltre al pingue portafoglio, il genio ambiguo del fondatore. La sua figura si sovrapponeva in tutto e per tutto a quella del suo prodotto politico, compreso il conflitto d’interessi sempiternamente incarnato e irrisolto. Con Marina si è entrati invece nella fase della gestione successoria, che per definizione è sempre meno romantica dell’epopea fondativa

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

I berluscones sono politici o dipendenti?

E qui si apre la vera domanda, quella che nessuno nel centrodestra ha il coraggio di formulare ad alta voce: come fanno gli azzurri intellettualmente seri e dotati di fervida ispirazione politica a sopportarlo? Perché Forza Italia non è un partito di soli yes-men e portaborse. Ci sono giuristi, economisti, europarlamentari con curriculum rispettabili, persone che hanno letto qualcosa oltre ai comunicati stampa. Eppure restano, accettando che la loro carriera dipenda non da un congresso, un programma o una spiccata corrente di pensiero, ma dall’umore dinastico che spira nei corridoi milanesi di via Paleocapa. Sono politici o sono dipendenti? La risposta, a guardare come funziona il meccanismo, è imbarazzante. Ogni nomina che passa per il filtro di Marina per forza di cose trasforma un rappresentante eletto in qualcosa che somiglia più a un dirigente che aspetta la valutazione di merito. Con la differenza che nelle aziende normali il dirigente può dimettersi e cercarsi un altro lavoro. Il politico di Forza Italia, se esce, sparisce. Oppure tenta altrove un difficile riciclo. I casi recenti di Gelmini e Carfagna sono lì a dimostrarlo. 

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).

Gli eredi di B applicano il manuale del capitalismo familiare alla democrazia

La grande anomalia italiana, che non ha equivalenti nelle democrazie mature se non nell’odierna America trumpiana, è che tutto questo viene accettato come normale. Che nessuno trovi scandaloso che un partito con rappresentanza parlamentare e ministri in carica sia gestito come un asset familiare trasmissibile per linea diretta. Mediolanum, Mediaset, Mondadori, Forza Italia. Portafoglio diversificato, rischio distribuito e governance rigorosamente accentrata. Insomma, il manuale del capitalismo familiare applicato alla democrazia rappresentativa