Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare

C’è qualcosa di infantile, e di irresistibilmente esibizionistico, nella frenesia con cui Leonardo Maria Del Vecchio, 31 anni e un bel po’ di miliardi (per ora virtuali) in tasca, si è impadronito della scena mediatica, con l’aria di volerci restare il più a lungo possibile. Il nostro passa dai salotti televisivi ai podcast dell’amico Fedez, si confessa, pontifica, veste i panni dell’editore illuminato, e poi si lamenta di non essere capito. Come ha spiegato in un’intervista a RTL 102.5, chi lo critica non ha ancora compreso chi sia. Ma a giudicare dalla frequenza delle sue apparizioni, sembra deciso a non lasciare nessuno nell’ignoranza. 

Quell’indole da protocapitalista da accumulo

La stessa bulimia ne guida gli investimenti. Ristoranti, bevande, cinema, giornali, acque minerali. E ora il Fatto Quotidiano, ultima preda sulla quale si è incaponito. Ricorda quei bambini che, davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli, vorrebbero portarsi a casa tutto. Solo che lui può farlo. Se poi esista un disegno imprenditoriale capace di tenere insieme attività tanto disparate sarebbe interessante saperlo, anche per diradare il sospetto che Lmdv proceda con l’indole del protocapitalista per accumulo, rimandando a un secondo momento il problema di che cosa fare di ciò che compra. Il padre aveva scelto una strada e l’aveva percorsa fino in fondo. Il figlio, che potrebbe imboccarle tutte, non ha ancora deciso quale privilegiare. 

Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
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Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare

Leonardino ricorda Charles Foster Kane

A muoverlo, più che il fiuto per gli affari, pare essere il bisogno di riconoscimento, a cominciare da quello paterno. Del Vecchio senior, straordinario imprenditore, a detta di Leonardo Maria è stato assai meno generoso negli affetti che nel patrimonio. Gli ha lasciato una fortuna, ma non quell’amore di cui continua a parlare, salvo correggersi e spiegare che il padre, in realtà, lo amava a modo suo. Il giudizio oscilla tra il rimprovero e l’assoluzione, a seconda dell’intervista. Viene in mente Charles Foster Kane. Divorato dalla smania di possedere compra giornali e opere d’arte, stipando Xanadu di oggetti che non basteranno a riempirgli la vita. Muore pronunciando una parola misteriosa, Rosebud, e alla fine, tra le ricchezze ammassate, l’oggetto che conta di più si rivela quello che vale meno. Il paragone può sembrare azzardato, ma non del tutto. Anche Leonardino dà l’impressione di cercare nel possesso qualcosa che il denaro non riesce a procurargli, e forse il suo Rosebud è proprio quell‘amore paterno di cui continua a lamentare la mancanza. Con una differenza: Kane inseguiva senza saperlo ciò che aveva perduto da bambino, Lmdv ha le idee più chiare su quello che gli manca. Il che non gli impedisce di continuare gli acquisti. 

La fama di sciupafemmine e i rapporti con i fratelli

Non meno movimentati i rapporti con le donne. A Fedez ha raccontato di averne conquistate oltre 2 mila, per poi precisare che si trattava di un’iperbole. Ma il numero conta meno del bisogno di rendere pubblica la sua fama di sciupafemmine, come se anche in amore il successo si misurasse a consuntivo. Quanto ai fratelli, prima li trascina in una guerra giudiziaria sull’eredità, poi annuncia di aver dato mandato agli avvocati di chiudere tutte le cause, perché la pace in famiglia viene prima dei contratti. Conversione comunicata, naturalmente, davanti a un microfono, così da farla diventare l’ennesima notizia che lo riguarda. 

La “maledizione” del cognome

Forse il problema di Leonardino si riassume nell’essere nato con un cognome che gli ha spalancato tutte le porte ma dal quale continua a cercare di emanciparsi. E ogni sua nuova impresa dovrebbe affrancarlo da quell’eredità paterna che però la rende possibile. Il padre costruiva un impero senza bisogno di raccontarlo ogni giorno, il figlio sembra soprattutto impegnato a costruire il proprio personaggio. Ma viene il sospetto che, tra tutti i giocattoli che può permettersi, quello che desidera di più sia l’unico che non è in vendita. Esattamente come Rosebud, lo slittino di Kane. 

Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare
Del Vecchio, l’unico giocattolo che Leonardino non può comprare

Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano

Urlare in continuazione dev’essere faticoso, si rischia di danneggiare le corde vocali. Meglio, almeno ogni tanto, abbassare la voce. Un suggerimento di buon senso che Silvia Sardone sembra ignorare. Vicesegretaria della Lega ed europarlamentare, la pasionaria di via Bellerio è nota per le sue indubbie capacità polmonari. Finché si tratta di comizi e talk show, poco male. Il problema è che adesso si candida a diventare la prossima sindaca di Milano. Matteo Salvini ci crede al punto da minacciare, se gli alleati non si rassegnano, primarie nei gazebo, terreno sul quale la sua candidata gioca in casa.

Più che confrontarsi con l’interlocutore, punta a demolirlo

Sardone appartiene a quella categoria di persone alle quali il dubbio non ha mai rovinato una giornata. Qualunque sia l’argomento ha la risposta pronta, e sempre per dare la colpa a qualcun altro. Nei talk televisivi che frequenta con assiduità, più che confrontarsi con l’interlocutore punta a demolirlo prima che riesca a finire una frase, riducendo il dibattito a una chiassosa lite condominiale.

Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
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Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano

Il suo modello, va da sé, è il Capitano, del quale ha assimilato l’intero repertorio, con una differenza: il maestro ha imparato a dosare le provocazioni, l’allieva no. Ogni fatto di cronaca diventa un caso politico, possibilmente da trasformare in un video per i social. Come a giugno a Torino, quando ha fermato una donna con il niqab che spingeva un passeggino per chiederle se fosse costretta a coprirsi e se potesse sollevare il velo. Un’opera di emancipazione femminile condotta con lo smartphone in mano, benché l’interessata chiedesse di non essere ripresa. Versione persino più aggressiva delle citofonate bolognesi di Salvini a caccia di spacciatori.

Sottovalutarla, però, sarebbe un errore. Dietro questa idea rudimentale del confronto democratico c’è una professionista che conosce il suo pubblico. Le oltre 75 mila preferenze raccolte alle Europee del 2024 le sono valse la promozione ai vertici della Lega. Sardone ha capito che una parte dell’elettorato non cerca tanto chi risolve i problemi, quanto chi dà voce alla sua insofferenza. E lei lo fa senza lasciarsi distrarre dalla fastidiosa abitudine di ascoltare le ragioni degli altri.

I problemi a Milano sono reali: meritano qualcosa di più di un volantino

Il suo cavallo di battaglia è la sicurezza, tema in cui riesce a far confluire pressoché ogni questione milanese. Non che Milano sia un’isola felice, ci mancherebbe. Il degrado e la criminalità sono problemi seri, sui quali l’amministrazione uscente ha responsabilità che non può liquidare sciorinando qualche statistica rassicurante. Ma proprio perché reali, quei problemi meriterebbero qualcosa di più di un volantino. Nel racconto di Sardone, invece, la città è perennemente sull’orlo del precipizio, in attesa di qualcuno che venga a salvarla. Ovvero lei, la proto vannacciana (copyright Corriere) della Lega.

Sardone non convince Forza Italia

A nutrire i dubbi più seri sulla sua candidatura è Forza Italia, dove Sardone è cresciuta prima di trasferirsi armi e bagagli nella Lega. O forse proprio per questo. Antonio Tajani le preferisce Matteo Perego di Cremnago, mentre Maurizio Lupi, sostenuto da Ignazio La Russa, coltiva un’ambizione tutta sua. Le perplessità si capiscono: Sardone è una specialista della campagna elettorale permanente, mentre amministrare una metropoli richiede attitudini che difficilmente trovano spazio in un comizio.

Silvia Sardone, la pasionaria urlatrice che non è adatta fare la sindaca di Milano
Matteo Perego di Cremnago (foto Imagoeconomica).

La capitale economica, del resto, deve buona parte del proprio successo alla capacità di accogliere energie provenienti dall’esterno, senza badare troppo all’origine. Non per generosità d’animo, ma per quel pragmatismo un po’ cinico che è tra le migliori qualità dei milanesi: se porti idee, lavoro o denaro, sei il benvenuto, e poco importa quale lingua parli.

Milano ha sempre avuto un’alta considerazione di sé, talvolta eccessiva, ma le va riconosciuta una discreta familiarità con il mondo. Le è già capitato di scegliere sindaci che non le somigliavano, ma stavolta il contrasto sarebbe stridente. L’idea che a governarla sia Sardone fa un certo effetto. Un po’ come affidare il podio della Scala a qualcuno convinto che la musica migliore sia quella che, indipendentemente dallo spartito, l’orchestra suona più forte.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota

A furia di spararle grosse, prima o poi le munizioni finiscono, ma chissà se Roberto Vannacci se n’è accorto. Sta di fatto che, dopo un’ascesa che pareva inarrestabile, l’ex generale ha cominciato a perdere quota. L’ultima rilevazione del Tg La7 lo dà al 5,6 per cento, contro l’8 di appena tre settimane prima. Una discesa che comincia a essere preoccupante per chi, fino a poco tempo fa, sembrava conoscere soltanto il segno più.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La provocazione continua prima o poi dà assuefazione

L’autore de Il mondo al contrario ha costruito la propria fortuna politica sulla provocazione, usando spesso toni che la politica tradizionale aveva da tempo abbandonato. Una formula che ha funzionato finché restituiva alla platea il sapore della novità, ma che lo ha anche costretto ad alzare continuamente la posta. Solo che la provocazione, come certi farmaci, dà assuefazione e per ottenere lo stesso effetto servono dosi sempre più massicce.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La trasgressione è diventata routine

All’inizio bastava una dichiarazione per scatenare il putiferio e guadagnarsi i titoli dei giornali, insieme a una presenza fissa nei talk show. L’ex generale incarnava la rivolta contro una destra di governo giudicata troppo timida per dare voce a ciò che una parte del suo elettorato pensava. Col tempo, però, la trasgressione è diventata routine: ormai si sa in anticipo che cosa dirà, e l’effetto sorpresa è svanito. Rimasto a corto di argomenti, sembra così essersi ridotto a giocare partite minori, come la sfida a duello con Matteo Renzi. Nata come una trovata spiritosa, è diventata, tra annunci e rinvii, un canovaccio replicato troppe volte, con gli stessi attori e un pubblico sempre più distratto. Per uno che prometteva di rovesciare i palazzi della politica ritrovarsi a discutere su chi nuota più veloce non risponde esattamente allo scopo.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Roberto Vannacci al Salone nautico di Genova (Ansa).

Il termometro dei social

I primi segnali di stanchezza erano arrivati dai social, terreno su cui l’ex paracadutista si è fatto un nome. Su Instagram i nuovi follower sono scesi dai 175 mila di giugno ai 29 mila di settembre, nonostante abbia moltiplicato i contenuti pubblicati. I like mensili si sono quasi dimezzati. Su TikTok le visualizzazioni crescono, mentre a crollare è l’indice di reputazione: molti spettatori, insomma, ma sempre meno applausi.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Futuro Nazionale mostra le prime crepe

Le crepe si vedono anche dentro Futuro Nazionale, il partito che avrebbe dovuto trasformare la popolarità del generale in una forza politica organizzata. Dalla Calabria alla Sardegna, dalla Campania alle Marche, si susseguono abbandoni e liti sulle nomine. Altro che marcia trionfale: la truppa arruolata sull’onda dell’entusiasmo si tiene insieme a fatica quando all’orizzonte non si vedono vittorie. Per quanto Vannacci ami ricorrere al linguaggio militare, comandare un partito non è come comandare una caserma.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Laura Ravetto con Emanuele Pozzolo di FnV (Imagoeconomica).

Anche i media si raffreddano

Giornali e televisioni, che hanno contribuito a fare dell’ex generale un protagonista, ora sono i primi a percepire che l’interesse comincia a scemare. Non occorrono congiure né improvvise ostilità: una provocazione già sentita non fa più notizia. E se il personaggio perde spazio sui media, viene meno anche uno dei principali motori della sua popolarità. Un meccanismo che potrebbe rendere la discesa ancora più rapida della salita.

Vannacci a corto di munizioni: perché l’ex generale perde quota
Roberto Vannacci ospite a Porta a porta (Ansa).

L’ex generale sembra prigioniero di se stesso

Detto questo, sarebbe prematuro dare Vannacci per spacciato. Il leader di Futuro Nazionale conserva un suo elettorato e dà voce a istanze che non spariranno soltanto perché il loro interprete attraversa una fase di appannamento. Raccattare malumori, però, non significa automaticamente trasformarli in un progetto politico capace di durare. Il generale sembra ormai prigioniero del personaggio che si è cucito addosso. Se abbassa i toni perde in riconoscibilità, se li alza rischia di diventare la caricatura di se stesso, una sorta di Giuseppe Tritoni, l’onorevole golpista che in Vogliamo i colonnelli Ugo Tognazzi rese irresistibilmente grottesco.

LEGGI ANCHE: Dal Vaffa a Vannacci, se la politica diventa cupio dissolvi

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli

C’è una parola che andrebbe bandita dal vocabolario economico, ma che la politica maneggia con troppa disinvoltura: extraprofitti. Un’invenzione lessicale che serve a rendere presentabile ciò che altrimenti apparirebbe per quello che è, un prelievo arbitrario sui guadagni di qualcuno. Perché i profitti esistono, gli extra no: servono soltanto a giustificare lo Stato quando decide di mettere le mani nelle tasche dei privati. 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La favola del guadagno eccessivo e la “confisca morale”

Il governo Meloni vuole cinque miliardi da banche e assicurazioni per far quadrare la manovra. Ormai è un rito d’autunno. Nel 2023 la tassa annunciata a sorpresa in pieno agosto, con la Borsa in picchiata, fu poi annacquata fino a fruttare quasi nulla. L’anno scorso fu la volta del contributo «concordato», con Forza Italia a escludere gli extraprofitti come roba da Unione Sovietica. Quest’anno il bis. Cambiano le etichette, resta la favola dei guadagni eccessivi, quasi esistesse una misura giusta del profitto oltre la quale scatta una sorta di confisca morale. Un po’ come il calmiere che il gran cancelliere Antonio Ferrer impose al pane nella Milano dei Promessi sposi: il giusto prezzo stabilito per decreto, con i risultati che Manzoni ci ha raccontato. Ma chi decide quanto un’impresa abbia diritto di guadagnare, il mercato o il Consiglio dei ministri? 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La discrezionalità dello Stato nei salvataggi

Le banche hanno beneficiato di una congiuntura favorevole, soprattutto grazie all’aumento dei tassi d’interesse. Come in altre stagioni è andata bene alle aziende farmaceutiche, alle maison del lusso, ai produttori di semiconduttori e via discorrendo. Quando il Covid fece sparire l’Amuchina dagli scaffali, spingendone il prezzo alle stelle, a qualcuno venne forse in mente di chiedere un obolo al suo produttore? Del resto, il mercato non garantisce a nessuno una rendita perpetua. Talvolta premia, altre volte punisce. E quando le cose vanno male lo Stato non si precipita a ripianare le perdite di nessuno. O meglio, di quasi nessuno: qualcuno ha avuto la fortuna di vedersi togliere le castagne dal fuoco a spese dei contribuenti, e chi ha contato le resurrezioni di Alitalia o i prestiti ponte all’ex Ilva sa bene di che cosa si parla. Anche lì, evidentemente, la discrezionalità non manca. Con una costante: a decidere chi merita di essere salvato e chi invece deve pagare è sempre la politica. 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Uno stabilimento Angelini (Imagoeconomica).

Se i profitti altrui sono considerati una risorsa pubblica

La questione non è difendere i banchieri, esercizio peraltro assai poco remunerativo in termini di consenso, ma il principio che in un sistema liberale le tasse si pagano secondo regole generali, fondate sulla capacità contributiva e sulla progressività dell’imposta. Non sulla base delle simpatie del governo o della sua valutazione su quanto una categoria abbia guadagnato. Una volta introdotto questo criterio, il confine diventa mobile e si entra in una terra di nessuno nella quale il successo economico, anziché essere premiato, diventa un’aggravante. C’è poi un aspetto che i fautori di queste operazioni fingono di ignorare. Le imprese non sono enti di beneficenza: se aumentano i loro costi, cercano di trasferirli sui clienti. Le banche possono farlo attraverso commissioni e condizioni meno favorevoli, le assicurazioni aumentando i premi. Non sempre e non integralmente, perché esiste la concorrenza, ma abbastanza da rendere probabile che una parte del conto finisca sulle spalle proprio di chi dovrebbe beneficiare dell’operazione. Il paradosso è che tutto questo venga da un governo che si proclama liberale, amico degli imprenditori e del mercato, salvo poi considerare i profitti altrui una risorsa pubblica alla quale attingere quando i conti non tornano. Un metodo certamente più comodo che tagliare la spesa improduttiva o mettere mano alle inefficienze dello Stato. Anche perché le banche non votano, e i loro clienti se ne accorgono solo spulciando l’estratto conto. 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Giorgia Meloni con Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il fisco dovrebbe avere regole, non bersagli

Un profitto può essere grande o piccolo, ma non eccessivo per definizione. A meno di voler stabilire per legge quanto sia lecito guadagnare. Nel qual caso, più che di economia di mercato, converrebbe cominciare a parlare d’altro. Insomma, il problema non è che le banche abbiano realizzato extraprofitti. È che il governo, non sapendo dove trovare i soldi, abbia deciso di inventarseli. E se proprio vogliamo usare il prefisso extra, riserviamolo all’operazione che Palazzo Chigi ha in animo. Forse non extra legem, di sicuro extra rationem, perché il fisco dovrebbe avere regole, non bersagli. 

Più Uno, il partito che ha già i voti nel nome 

Più Uno. Il nuovo partito di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, e Franco Gabrielli, già capo della Polizia, ha un nome che ne suggerisce la consistenza elettorale. Un uno per cento che gli permetterebbe di affiancare nei sondaggi Noi Moderati di Maurizio Lupi, da tempo inchiodato intorno a quella percentuale. Cespugli accomunati dallo stesso destino, con la differenza che Più Uno si colloca nel campo largo, mentre Lupi presidia, da quarta gamba, quello del centrodestra, una sorta di par condicio dell’irrilevanza. 

Più Uno, il partito che ha già i voti nel nome 
Franco Gabrielli, Roberto Gualtieri ed Ernesto Maria Ruffini (Ansa).

Ruffini, evocato come papa straniero, ha preferito federare se stesso

Resta da capire che cosa spinga due ex grand commis, dopo carriere ai vertici dello Stato, a mettersi in proprio. Nessuno contesta loro il diritto di fare politica, ma Ruffini, evocato come un novello papa straniero alla guida del centrosinistra, alla fine ha preferito federare sé stesso. Il programma, del resto, somiglia parecchio a quello del Pd. Sanità pubblica, scuola, salari, lotta alle disuguaglianze, sostegno alle imprese. Ruffini insiste sulla crescita e sulla produttività, Elly Schlein sulla redistribuzione. Differenze che meriterebbero una discussione, non necessariamente due segreterie. Né è più facile capire che cosa separi Noi Moderati da Forza Italia, dove Lupi ha militato a lungo prima di scoprire che la moderazione aveva bisogno di una casa tutta sua.

Più Uno, il partito che ha già i voti nel nome 
Franco Gabrielli con Ernesto Maria Ruffini (Ansa).

Come insegnano Calenda e Renzi, la visibilità non è proporzionale ai voti

Ruffini promette di recuperare chi ha smesso di votare. Ma non si vede perché il crescente esercito degli astenuti dovrebbe tornare alle urne per scegliere qualcuno che dice più o meno le stesse cose di chi c’è già. D’altra parte, per occupare un posto sulla scena politica non è indispensabile conquistare anche gli elettori. Come insegnano gli onnipresenti Calenda e Renzi, la visibilità su giornali e tivù non è proporzionale ai voti, e un partito, anche minuscolo, garantisce un titolo d’accesso. Ruffini e Gabrielli troveranno certamente più di una trasmissione disposta ad accoglierli, un conduttore pronto a interrogarli sulle sorti del Paese e un sondaggio che ogni settimana ne misurerà le ambizioni. 

Più Uno, il partito che ha già i voti nel nome 
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Prima di convincere gli elettori, occorre arrivare sulla scheda

Intanto le coalizioni si allargano non perché crescono i consensi, ma perché si moltiplicano le sigle. Il centrodestra ha appena stretto un accordo elettorale con Sud chiama Nord di Cateno De Luca, che in Sicilia continuerà a fare di testa propria. E c’è chi scommette che, obtorto collo, finirà per dover fare i conti anche con la legione di Vannacci. Sull’altro versante, Ruffini e Gabrielli cercano una sponda in Bruno Tabacci e nel suo Centro democratico per evitare la raccolta delle firme necessarie a presentarsi alle elezioni. In pratica, chiede un passaggio a un partito già esistente. Prima ancora di convincere gli elettori, bisogna trovare il modo di arrivare sulla scheda.

Più Uno, il partito che ha già i voti nel nome 
Ernesto Maria Ruffini, Franco Gabrielli e Bruno Tabacci (Imagoeconomica).

I grandi partiti finiscono spesso per diventare ostaggio dei piccoli

Poi verranno le liste. È lì che i decimali smettono di essere motivo d’imbarazzo e diventano argomento di trattativa. Anche un pugno di voti può risultare decisivo, e i grandi partiti finiscono spesso per diventare ostaggio dei piccoli. Che non hanno alcuna necessità di crescere: basta che i grandi abbiano bisogno di loro. Anzi, a ben vedere, crescere potrebbe persino diventare un inconveniente. 

In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?

C’erano una volta i pacifisti. Potevano avere torto o ragione, essere ingenui, velleitari, persino un po’ noiosi, ma nessuno chiedeva loro di scusarsi perché preferivano la pace alle armi. Poi Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina e anche il pacifismo è finito sotto processo. Sono comparsi i «pacifinti», orribile storpiatura lessicale che contiene già una sentenza: chi è contro la guerra diventa sospetto, e avere qualche dubbio sul riarmo basta per essere arruolati tra i complici di Mosca.

Nel Pd la componente bellicista si è imbestialita

Virginia Libero, segretaria dei Giovani democratici, lo ha scoperto a sue spese. Dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia ha detto che i ragazzi della sua generazione non saranno «i soldati delle vostre guerre» e, già che c’era, ha promesso di «organizzare i disertori». Apriti cielo. Nel Pd la componente bellicista le ha ricordato che la difesa della Patria è un dovere, mentre in pochi si sono schierati dalla sua parte. Non Elly Schlein, che per tenere insieme le varie tribù del partito è ormai costretta a equilibrismi da vecchia Dc.

Se bisogna parlare come un diplomatico della Farnesina tanto vale nascere vecchi

Certo, magari Virginia si è un po’ lasciata trascinare dai sentimenti, ma ha 28 anni. E se a quell’età bisogna già pesare le parole come un diplomatico della Farnesina tanto vale nascere vecchi. A farla diventare rapidamente adulta ci hanno pensato le polemiche, seguite dall’inevitabile precisazione: sta con l’Ucraina e condanna Putin. Una specie di liberatoria che ormai accompagna qualsiasi discorso sul tema: prima si certifica di non essere agenti del Cremlino, poi si può cominciare a parlarne.

Il pacifista-pacifinto si ritrova senza accorgersene in compagnia di Putin

Se prendiamo sul serio questo nuovo galateo, un problema ce l’ha persino la Costituzione. L’articolo 11 dice infatti che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e mezzo per risolvere le controversie internazionali. Il verbo è piuttosto categorico, anche se la stessa Carta stabilisce che la difesa della Patria è un sacro dovere. Due principi che per decenni sono riusciti a convivere senza che nessuno sentisse il bisogno di scegliere tra l’uno e l’altro. Oggi, invece, il riarmo è diventato sinonimo di realismo, mentre dubitarne è già un indizio a carico. Cercare uno sbocco politico diventa cedimento, e discutere quanti miliardi spendere in armamenti subito suona di appeasement col nemico. Così il pacifista, diventato pacifinto, si ritrova senza accorgersene in compagnia di Putin.

In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
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In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?

A spiegare ai giovani che il mondo è diventato troppo pericoloso per permettersi il pacifismo sono spesso i boomer, ossia quelli di una generazione cresciuta quando Hiroshima era ancora una memoria vicina e il Vietnam mostrava che cosa significasse mandare dei ragazzi a combattere dall’altra parte del mondo. Allora erano loro a scendere in piazza contro le armi, a diffidare dei generali e a non vergognarsi affatto di essere pacifisti.

Non si può considerare vigliacco chi continua a preferire la pace alle armi

Mezzo secolo dopo, parecchi hanno cambiato idea. Ma fa un certo effetto sentirli spiegare ai più giovani che bisogna essere pronti a combattere. Il fatto che Libero non lo sia non è un buon motivo per gettarle la croce addosso. Senza che ciò significhi confondere le carte. L’Ucraina è stata invasa, Putin è l’aggressore e gli ucraini hanno tutto il diritto di difendersi. Ma riconoscere questa realtà non obbliga a considerare vigliacco, o peggio complice del nemico, chi continua a preferire la pace alle armi.

La generazione comoda di quelli che se la prendono con i giovani…

Anche perché, se le cose dovessero mettersi davvero male, e la guerra diventare realtà, quelli della generazione della segretaria dei Giovani dem non vi assisterebbero davanti alla televisione. Mentre coloro che oggi spiegano quanto sia necessario essere pronti a combattere possono farlo con una certa serenità. Per raggiunti limiti d’età, non toccherebbe a loro imbracciare un fucile.

Onorato e il paradosso dei partitini: quando il peso mediatico supera quello reale

Alessandro Onorato è sul piede di guerra. Il fondatore di Progetto Civico Italia protesta contro la norma con cui la maggioranza vuole aumentare la raccolta di firme per le formazioni che non sono in Parlamento e vogliono entrarci. Dice che così si alza un ponte levatoio davanti ai nuovi arrivati. Può avere ragione o torto, ma la vicenda contiene un paradosso evidente: per presentarsi alle elezioni un piccolo partito deve dimostrare di avere un seguito. Per partecipare al dibattito politico, evidentemente, no. 

Onorato e il paradosso dei partitini: quando il peso mediatico supera quello reale
Alessandro Onorato nel corso della prima assemblea nazionale di Progetto Civico Italia (foto Ansa).

Se il peso sui media supera di gran lunga quello nelle urne

Partitini che valgono il 2 o il 3 per cento, a volte meno, ottengono sui media uno spazio che farebbe pensare a ben più solide percentuali. Carlo Calenda, leader di Azione, nei salotti tv è un inquilino fisso, Matteo Renzi non ha mai smesso di esserlo. Luigi Marattin, costola staccatasi dal senatore di Rignano e messasi in proprio, ha molte più interviste che deputati (che poi è uno, lui). Maurizio Lupi attraversa imperterrito governi, legislature e studi televisivi con il suo gruppetto, Noi Moderati, inchiodato da anni attorno all’1 per cento, eppure i giornali lo interpellano a giorni alterni come fosse De Gasperi. Ultimi arrivati gli scissionisti piddini di Spazio Pubblico, che almeno godono di un privilegio: essendo appena nati, la loro consistenza è ancora tutta da scoprire. Il risultato è che sui media finiscono per pesare assai più che nelle urne. E una parte della spiegazione sta proprio nella tivù. A essere aumentati esponenzialmente più dei partiti sono i luoghi dove farli esibire: talk show a tutte le ore, famelici come non mai di ospiti. Una volta c’erano le Tribune politiche, riservate ai leader. Oggi si pesca anche tra le quarte e le quinte linee, che raramente rifiutano un passaggio in video, gradita compensazione all’altrimenti anonima vita da peone. Sono i soldatini del palinsesto, quelli che ne consentono dilatazioni un tempo impensabili. Per di più gratis. 

Onorato e il paradosso dei partitini: quando il peso mediatico supera quello reale
Onorato e il paradosso dei partitini: quando il peso mediatico supera quello reale
Onorato e il paradosso dei partitini: quando il peso mediatico supera quello reale
Onorato e il paradosso dei partitini: quando il peso mediatico supera quello reale
Onorato e il paradosso dei partitini: quando il peso mediatico supera quello reale
Onorato e il paradosso dei partitini: quando il peso mediatico supera quello reale

I personaggi politici hanno imparato dagli influencer

L’ubiquo Calenda è un caso di scuola. Gli si può chiedere di tutto e una risposta ce l’ha sempre. Renzi conosce i tempi televisivi meglio di parecchi conduttori, Marattin maneggia bene numeri e provocazioni. Intendiamoci, non c’è nulla di male: se ti invitano, vai. Sarebbe singolare pretendere che il leader di Azione, prima di accettare, consultasse l’ultimo sondaggio e rispondesse: guardi, oggi sono al 3,1, quindi mi spettano solo tre minuti e sette secondi. Il problema, semmai, è nostro. A forza di vedere un volto sul piccolo schermo finiamo per attribuirgli un peso proporzionale alla frequenza con cui appare. È un vecchio trucco della pubblicità, dove quello che si riconosce sembra più grande. Una volta succedeva con i fustini del detersivo, adesso con i personaggi politici, che nel frattempo hanno imparato parecchio dagli influencer. Rappresentare bene se stessi conta ormai più che avere al seguito una comunità. Basta una posa, una faccia, possibilmente un nemico e un’opinione abbastanza netta da diventare una clip. Il resto lo fanno i social: la battuta rimbalza, genera una replica cui segue una controreplica, e il giorno dopo si torna in tv a commentare quel che si è detto la sera prima. Non si butta via niente. 

Onorato e il paradosso dei partitini: quando il peso mediatico supera quello reale
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

La verità è che in una coalizione i cespugli servono

Ma sarebbe ingeneroso attribuire tutta la fortuna dei cespugli ai vari Floris, Berlinguer, Vespa e compagnia. Se sopravvivono è anche perché servono. La legge elettorale ha trasformato le piccole percentuali in merce pregiata. Un 2 per cento da solo rischia di non portarti da nessuna parte, ma dentro una coalizione può decidere le sorti di un collegio. Un piccolo gruzzolo di voti in cambio di qualche candidatura: contabilità applicata ai resti elettorali. I cespugli l’hanno capito da tempo. Non serve diventare alberi, basta essere quel poco di verde senza il quale il giardino dell’altro non raggiunge la maggioranza. E così continuano a nascere sigle che vanno a ingrossare un’area già affollatissima, quasi sempre con la promessa di riunirla. Liberali, popolari, riformisti, moderati, centristi, liberal-democratici. Ogni tanto, ma sempre solo nelle intenzioni, provano a mettersi insieme. Spazio Pubblico è l’ultimo arrivato, vedremo che cosa diventerà e soprattutto quanti voti prenderà. Intanto esiste già mediaticamente, perché non occorre più aspettare le elezioni per acquisire lo status di soggetto politico. Basta entrare nel giro. Un’intervista chiama l’altra, un invito televisivo per effetto domino ne produce altri e la notorietà finisce per diventare una specie di certificato di rappresentanza. Pina Picierno, per dire, da quando ha detto addio al Pd è molto più presente sui media di quando ci stava dentro. 

Onorato e il paradosso dei partitini: quando il peso mediatico supera quello reale
Pina Picierno (Ansa).

Il consenso, ammesso che arrivi, viene dopo i follower e i talk

E alla fine si torna al povero Onorato. Per partecipare alle elezioni il governo gli chiede una montagna di firme, cioè la prova che qualcuno abbia davvero intenzione di votarlo. Per entrare nel circuito mediatico, invece, basta essere invitati. È questo che è cambiato. Il consenso, ammesso che arrivi, viene dopo. Prima ci sono la notorietà, le interviste, i talk, le clip, i follower. E a forza di apparire si finisce, anche quando non lo si è, per sembrare importanti. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps

Nel grande Palio bancario che da mesi tiene occupati governo, banchieri e retroscenisti, Federico Freni ha improvvisamente cambiato contrada. E siccome non è un passante ma il sottosegretario all’Economia, per di più leghista, la cosa merita qualche attenzione. A Cernobbio ha definito l’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps «strutturata, importante e intelligente», liquidando invece la contromossa di Luigi Lovaglio come «difensiva» e «meno strutturata». Parole abbastanza nette da non poter essere archiviate nella cartella delle dichiarazioni diplomatiche. Tanto più che, fino a questo momento, dalle parti del governo le simpatie sembravano pendere decisamente verso Siena. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Federico Freni (Ansa).

La difesa bipartisan della senesità del Monte

Giorgia Meloni aveva già fatto capire di non gradire l’ipotesi dello «smembramento» del Monte che seguirebbe alla vittoria di Intesa, con una parte degli sportelli destinata al sistema Unipol-Bper. Adolfo Urso, ancora domenica, è tornato sulla necessità di preservare l’integrità di Mps. E attorno alla banca più antica d’Italia si era formato uno di quegli schieramenti trasversali che in politica nascono quando gli interessi in gioco sono così importanti da prevalere sulle appartenenze. A difesa della senesità del Monte si era infatti schierata anche una parte del Pd, custode di una memoria territoriale che evidentemente sopravvive alle disavventure del passato. Il rapporto tra la sinistra e Mps non ha bisogno di essere ricordato ai senesi, e forse nemmeno agli azionisti che pagarono caro il conto dell’acquisizione di Antonveneta e della successiva crisi, conclusa con il salvataggio dello Stato.  

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Le rassicurazioni di Cimbri

Nel frattempo Carlo Cimbri con una lunga intervista al Sole 24 Ore aveva però provveduto a togliere qualche argomento ai difensori dell’identità senese, assicurando che il Monte avrebbe conservato nome e radicamento territoriale. Dettaglio non proprio irrilevante: Cimbri è il presidente di Unipol, la cassaforte assicurativa cresciuta dentro quel mondo cooperativo che per decenni ha rappresentato uno degli architravi economici della sinistra italiana. Così, mentre pezzi del Pd si preoccupavano della sorte di Siena, proprio dal mondo delle cooperative arrivavano rassicurazioni sul fatto che l’operazione Intesa non avrebbe cancellato Mps dalla carta geografica. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Carlo Cimbri (Imagoeconomica).

Freni cambia le geometrie della Lega

Poi è arrivato Freni. Che, oltre a essere sottosegretario al Mef, porta sulla giacca il distintivo della Lega. Matteo Salvini non perde occasione per prendersela con le grandi banche, e soprattutto con le due più grandi, Intesa e UniCredit, accusate di gigantismo e chiamate più volte a contribuire, con i loro profitti, alle necessità dei conti pubblici. Freni, invece, ha appena promosso senza troppi giri di parole l’operazione costruita da Carlo Messina. Naturalmente un conto sono gli extraprofitti e un altro le aggregazioni bancarie. Ma Freni da tempo gravita nell’orbita di Giancarlo Giorgetti, che dentro il Carroccio rappresenta una sensibilità assai diversa da quella salviniana. Non a caso proprio Giorgetti lo aveva indicato per la presidenza della Consob, prima che il veto di Forza Italia, contraria a mettere un esponente politico alla guida dell’Authority, lo convincesse a ritirarsi. La sua sortita su Mps finisce quindi inevitabilmente dentro le geometrie di una Lega nella quale il segretario non sembra più avere il monopolio della linea. C’è Salvini che picchia sui colossi bancari, c’è Freni che frena e  promuove l’operazione del più grande di quei colossi. E c’è Giorgetti che, il giorno dopo, rimette prudentemente la palla al centro proclamando la «totale neutralità» del Tesoro.  

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Federico Freni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Il fronte governativo pro-Lovaglio si incrina

Forza Italia, dal canto suo, ha scelto una posizione più semplice e anche più coerente con la propria tradizione: a decidere dovrà essere il mercato. Antonio Tajani lo ha ripetuto a Cernobbio. Mps va del tutto privatizzata e saranno gli azionisti a stabilire se sia migliore il progetto di Intesa o quello di Lovaglio. Una posizione che consente agli azzurri di non arruolarsi esplicitamente con Messina, anche se simpatizzano con le sue ragioni, ma soprattutto di non finire nella trincea senese. A restarci sono soprattutto Fratelli d’Italia e quella parte del partito che vede nell’autonomia del Monte qualcosa da preservare. È qui che l’uscita di Freni assume un peso che va oltre il giudizio tecnico sulle due operazioni. Perché rompe l’immagine di una maggioranza di governo schierata con Lovaglio e lascia intravedere, anche sul risiko bancario, sensibilità molto diverse. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Antonio Tajani e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ombra francese e la partita per Generali

Dietro c’è poi un’altra storia, che da Siena porta direttamente a Trieste passando per Milano e Parigi. Luigi Bisignani l’ha raccontata sul Tempo mettendo al centro non Mps ma Generali. La sua tesi è che la catena delle operazioni immaginate da Lovaglio possa finire per rafforzare enormemente la presenza francese nel risparmio gestito italiano. Il passaggio è questo. Crédit Agricole è già il primo azionista di Banco Bpm. Se Mps conquistasse Bpm, i francesi si ritroverebbero con un peso rilevante anche nel capitale del Monte. E Mps, dopo aver conquistato Mediobanca, si trova ormai nel cuore del sistema che porta a Generali. Crédit Agricole, Bpm, Mps, Mediobanca, Generali: basta unire i puntini per capire perché qualcuno, a Roma, cominci a guardare con una certa apprensione verso Parigi. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

Due patriottismi finanziari per due conclusioni contrarie

È il rovescio più curioso dell’intera vicenda. Chi sostiene Lovaglio lo fa anche in nome della difesa di un campione italiano e dell’autonomia di Siena, chi ne diffida teme invece che proprio quella costruzione possa consegnare ai francesi una leva importante sul risparmio gestito nazionale. Due opposti patriottismi finanziari che conducono a conclusioni perfettamente contrarie. E forse è per questo che la battaglia è diventata così politica. Non si discute più soltanto di quale offerta sia migliore, ma di chi controllerà cosa quando il rumore delle armi sarà cessato. Mps, Banco Bpm, Mediobanca e Generali sono ormai caselle della stessa scacchiera e ogni mossa ne sposta almeno un’altra. In teoria, ma in tempi di sovranismo e golden power agitati a vanvera, dovrebbe decidere il mercato. Giorgetti proclama la neutralità del Tesoro, Tajani invita la politica a stare fuori dalle banche e lo stesso Freni assicura che la quota del Mef non servirà a condizionare l’esito della partita. Nel frattempo ministri, sottosegretari e leader di partito discutono ogni giorno di chi debba comprare chi. Il mercato, insomma, sarà anche sovrano, ma intorno c’è troppa gente che lo vuole condizionare. 

Vannacci, l’”imprensentabile” che eccita i media

Ci sono momenti in cui la politica italiana mette in scena i propri paradossi con una precisione che neppure un bravo sceneggiatore sognerebbe. Questo che stiamo vivendo è uno di quelli, e gli esempi abbondano. Ma qui interessa soprattutto il caso di Roberto Vannacci che viene invitato a Cernobbio, tempio laico dell’establishment, proprio mentre il Financial Times lo dipinge come un «cavallo di Troia» dell’influenza russa in Italia. Carlo Calenda, che all’ex generale riserva da tempo parole al fulmicotone, cancella la sua partecipazione: il Forum, dice, accoglie in pompa magna un personaggio neofascista, razzista e filorusso. 

Il cortocircuito russo del centrodestra

Sul cavallo di Troia si può discutere. Il leader di FN forse non nasconde in pancia un manipolo di cosacchi pronti a uscire nottetempo, ma le sue simpatie per Mosca non sono un mistero. Al confronto, quelle di un altro amico di Putin, Matteo Salvini, rischiano di sembrare tiepide. Con un curioso cortocircuito: mentre Antonio Tajani avverte che Mosca potrebbe tentare di interferire nelle prossime elezioni, il suo collega di governo si preoccupa dell’ansia antirussa che a suo giudizio starebbe contagiando il Paese. Il centrodestra riesce così nel piccolo miracolo di allarmarsi per le interferenze russe e, insieme, per chi si preoccupa troppo delle medesime. Ma questa è un’altra storia. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Dalla pagina Fb di Roberto Vannacci.

L'”impresentabile” che i talk si contendono

Quella più interessante riguarda Vannacci e la curiosa sorte riservata agli “impresentabili” nella società dello spettacolo. Il leader di Futuro Nazionale viene indicato da buona parte dello schieramento politico, tranne qualche eccezione (maggioranza compresa), come un personaggio dal quale tenersi alla larga. Poi si accende una telecamera e succede esattamente il contrario: i talk show fanno a gara per averlo. Ultimo caso mercoledì sera, quando nel programma di Bianca Berlinguer, l’ex generale ha goduto di uno spazio spropositato, avendo la meglio anche sui tentativi della conduttrice e di Gad Lerner, penalizzato peraltro dal collegamento esterno, di arginarlo. 

Vannacci, piaccia o meno, funziona bene in televisione. E il talk, per sua natura, non è un programma dove la discussione spacca il capello, ma mette sul piatto dichiarazioni grossolane che il giorno dopo diventano titoli di giornale o materiale per i social. Se il leader di FN è dunque politicamente da isolare, nella logica televisiva, questa sì affetta da un’ansia da prestazione permanente, è invece da invitare. Dice cose che dividono, irrita chi è lì per contrastarlo, entusiasma i suoi adepti che i sondaggi danno in costante crescita. Soprattutto garantisce risultati sicuri in termini di audience, l’unica cosa che interessa davvero a chi costruisce un palinsesto. Il resto viene dopo. Ed è questo l’equivoco con cui Calenda e gli altri indignati dovrebbero fare i conti. Ai media non importa stabilire se Vannacci abbia ragione o torto, né sottoporre il programma di Futuro Nazionale a una disamina politica ponderata. Interessa che faccia audience. E su questo, finora, lui è una garanzia. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Roberto vannacci alla Versiliana (Ansa).

Il circolo vizioso dei media

Si dirà che il fenomeno vale soprattutto per le televisioni commerciali, ma la distinzione tra pubblico e privato non regge più da tempo. Tutti inseguono gli ascolti e consultano freneticamente le curve dell’audience cercando il volto giusto per farle impennare. Di fronte a queste logiche, il telecomando non distingue tra i canali di Stato e quelli votati al profitto. Così, per i mesi che precederanno le elezioni, assisteremo a uno spettacolo prevedibile. Più Vannacci comparirà in televisione, più cresceranno le accuse di offrirgli una tribuna. Accuse che lo renderanno sempre più appetibile e prolifico in termini di share. I talk show, diventati un’ordalia nei palinsesti della nuova stagione, faranno a gara per strapparselo di mano, innescando un circolo vizioso destinato a ingigantirlo. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Roberto Vannacci e Lilli Gruber a Otto e mezzo (Ansa).

Anche i detrattori giovano dello stesso meccanismo infernale

C’è un dettaglio che mette nella vicenda una punta di perfidia: il fatto che di questo meccanismo infernale si giovano anche i suoi detrattori. Se infatti Vannacci produce ascolti, altrettanto fanno coloro che vanno in televisione a dire quanto sia scandaloso che sia onnipresente sul piccolo schermo. Manzoni si accontentava dei suoi venticinque lettori, ma qui il pubblico si conta a milioni e l’indignazione, nel mercato dell’audience, è materia preziosa quasi quanto la provocazione. I detrattori del leader di FN dovrebbero saperlo bene. Non perché abbiano qualcosa in comune con Vannacci, ma perché appartengono anch’essi a quella categoria di politici il cui peso mediatico supera di gran lunga quello elettorale. Vale per Calenda, per Matteo Renzi, per l’ineluttabile duo Bonelli-Fratoianni, per Lupi, persino per Salvini, che l’irrompere sulla scena del generale ha ridotto a percentuali minime. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Carlo Calenda (Ansa).

Addio al manuale Cencelli del consenso

Se distribuissimo gli spazi televisivi sulla base dei voti effettivamente raccolti, i palinsesti cambierebbero aspetto e qualche protagonista del dibattito passerebbe dalla prima serata a un più modesto salottino pomeridiano. Ma nessuno ormai distribuisce le presenze secondo il manuale Cencelli del consenso. I media hanno smesso da tempo di rispettare le vecchie gerarchie della politica: non conta quanti voti rappresenti, conta quanto sei utile alla narrazione. Un due o tre per cento di consenso reale può pesare televisivamente più del 20 di qualcun altro. Basta indovinare la battuta giusta o lo scontro buono a originare una clip a cui i social sono svelti a fare da cassa di risonanza, moltiplicandone a dismisura l’impatto. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Gli effetti della mutazione del politico in personaggio

Nulla di inspiegabile, sono gli effetti della trasformazione del politico in personaggio. Un tempo si finiva in televisione perché si era importanti, oggi ci si va nella speranza di diventarlo. La differenza sembra sottile, ma dentro ci sta tutta la mutazione del rapporto tra politica e media degli ultimi 30 anni, ovvero dall’irrompere di Silvio Berlusconi sulla scena. Vannacci ha capito il gioco, di sicuro meglio di molti che lo denunciano. Non ha bisogno che gli si dia ragione, basta che gli si dia spazio. Anzi, più è attaccato e più gli conviene, perché rafforza l’immagine dell’uomo che va contro il sistema proprio mentre quello stesso sistema se lo contende. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Silvio Berlusconi (Ansa).

Anche Cernobbio obbedisce al mainstream

E così si arriva al paradosso finale. Mentre l’Anticristo della politica italiana viene accolto nei salotti che dovrebbero tenerlo fuori, gli avversari protestano perché viene invitato e così moltiplicano le ragioni per farlo. I giornali denunciano la sua avanzata dedicandogli pagine, e le televisioni discutono se sia opportuno dargli spazio, dandogliene dell’altro. Chapeau. Cernobbio, da questo punto di vista, non è un’eccezione, ma obbedisce al mainstream. Al Forum, non diversamente che in televisione, gli argomenti contano meno del numero di spettatori disposti a pagare – e profumatamente – per ascoltarli. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta

C’è sempre qualcosa di stonato nel vedere la politica prendere le distanze dalle mode che essa stessa, fino al giorno prima, aveva contribuito ad alimentare. Succede adesso con il woke, concetto evocato per molto tempo con reverenza o disprezzo, mai con indifferenza, e che improvvisamente a sinistra comincia a provocare l’imbarazzo di quando si guarda una foto dei tempi andati. Possibile che ci vestissimo davvero così? 

Lo strappo in avanti di Conte

Giuseppe Conte, che possiede la furbizia di accorgersi rapidamente quando il vento cambia, ha rotto gli indugi. Su Repubblica ha spiegato che il progressismo deve lasciarsi alle spalle certe degenerazioni identitarie e tornare a occuparsi di diseguaglianze, lavoro povero, sanità e via discorrendo. Non proprio una scoperta copernicana, visto che poveri, diseguali e malati esistevano anche prima. Ma tant’è. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il distinguo di Boldrini: l’Italia ora non è l’America

Pochi giorni dopo, sul Corriere della Sera, arriva l’intervista a Laura Boldrini, ovvero la campionessa italiana di woke, anche se dalle sue risposte non sembra così. Qualche esagerazione c’è stata, dice, ma soprattutto negli Stati Uniti, non da noi dove si puntava sull’inclusione e sul rispetto dei diritti civili. Niente a che vedere con le follie dei campus americani. Ma la memoria di quel recente passato racconta una storia un po’ diversa. Perché Boldrini non fu una comparsa, ma diventò uno dei volti più riconoscibili di quella temperie culturale, attirandosi per anni feroci e spesso volgari attacchi della destra. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini (Imagoeconomica).

La vecchia battaglia sul linguaggio

E se c’era un terreno sul quale tutto questo si misurava ogni giorno era proprio il linguaggio. Da presidente della Camera, Boldrini volle che negli atti parlamentari le cariche fossero declinate al femminile: sindaca, ministra, avvocata, ingegnera. Non era un vezzo grammaticale. Dietro c’era una teoria precisa: il modo in cui chiamiamo le cose contribuisce a costruire la realtà e dunque, per trasformarla, bisogna cominciare dalle parole. Spirito del tempo: siccome cambiare il mondo restava complicato, a sinistra si cominciò dal vocabolario. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini è stata presidente della Camera da marzo 2013 a marzo 2018 (Imagoeconomica).

I tempi di «I can’t breathe» e «Black lives matter» alla Camera

Poi arrivò il caso di George Floyd e l’America, che oggi appare così lontana, sembrò improvvisamente dietro l’angolo. Boldrini riprese alla Camera il «I can’t breathe» delle proteste americane declinandolo all’italiana: «Non respiro perché sono donna, disabile, immigrata, ebrea, musulmana, gay, lesbica o perché ho la pelle nera». Concluse con «Black lives matter!» e si inginocchiò insieme ad altri deputati del Pd. A parte l’enfasi, niente di scandaloso, anzi. Solo che allora tra il progressismo americano e quello di casa nostra non sembrava esserci quella distanza che Boldrini oggi rivendica. Ma dalle parole ai simboli il passo era breve. Se il linguaggio non è mai neutrale, non lo sono neppure i segni che la storia lascia dietro di sé.

Un terreno sul quale Boldrini si era avventurata già qualche anno prima, quando propose di togliere la scritta «Mussolini Dux» dall’obelisco del Foro Italico. Non, bontà sua, di abbatterlo. In fondo il principio era sempre quello: le parole contano, ancor più se sono scolpite nel marmo. Si poteva essere d’accordo oppure no, ma una coerenza c’era. Ed è qui che la sua presa di distanza di oggi mostra qualche crepa. Non perché abbia cambiato idea, cosa perfettamente legittima. Ma perché, a sentirla adesso, sembra quasi che da quelle parti non sia mai passata. Gli eccessi erano americani, lei difendeva soltanto i diritti. Possibile. Solo che all’epoca il confine appariva assai meno sorvegliato. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini (Imagoeconomica).

La moda è passata e ora se ne prendono le distanze

Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato. E a dare il segnale non è stata Elly Schlein, segretaria del partito nel quale milita Boldrini, ma Giuseppe Conte. Il capo dei Cinque Stelle ha capito prima di altri che certe battaglie cominciavano a pesare più di quanto rendessero e si è mosso. Il Pd, come quasi sempre gli accade, si è accodato. Ed è forse questo l’aspetto politicamente più interessante della vicenda. Non stabilire quanto Boldrini sia stata o meno woke, esercizio che ormai interessa soprattutto gli archeologi del politicamente corretto. E neppure chi abbia ragione: Conte quando dice che la sinistra farebbe meglio a tornare a occuparsi di questioni sociali, oppure l’ex presidente della Camera quando ricorda che molte delle sue iniziative riguardavano diritti che meritano di essere difesi. Interessa vedere con quale rapidità ciò che fino a pochi anni fa sembrava destinato a cambiare la sinistra sia diventato un argomento da cui prendere le distanze. E come, quando certe convinzioni cominciano a mostrare l’usura del tempo, ci sia sempre chi scopre di non averle mai condivise fino in fondo. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda

Nel risiko bancario che torna a impazzare bisogna stare attenti a dichiararsi cacciatori. Si rischia di svegliarsi qualche settimana dopo e scoprire di essere stati impallinati. Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm, ne sa qualcosa. All’inizio dell’estate era andato a bussare alla porta di Luigi Lovaglio proponendogli un matrimonio tra eguali, con tanto di lettera d’amore – finanziario, che non si pensi ad altro -spedita da Milano a Siena, inneggiante alle magnifiche sorti e progressive che accompagnano immancabilmente ogni fusione. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Quel piano sfumato per colpa di Crédit Agricole

L’idea non era neppure malaccio. Banco Bpm e Montepaschi insieme avrebbero finalmente dato corpo al famoso terzo polo bancario, creatura mitologica che da anni compare e scompare dalle cronache senza mai materializzarsi. Un po’ come il centro in politica: tutti lo cercano, molti sostengono di abitarci, poi arrivano le elezioni e diventa difficile trovarlo. Al governo l’idea piaceva, alla Lega ancora di più. Banco Bpm è pur sempre la banca dei territori del Nord, quasi una dependance sentimentale del Carroccio. Mps invece, dopo essere stata per decenni una propaggine della sinistra senese che era quasi riuscita ad ammazzarla, è risorta grazie ai miliardi dello Stato, che attraverso il Mef ne conserva una piccola quota. Ma siamo sempre dalle parti di Cuccia: certe azioni, più che contarle, bisogna pesarle. Anche le poltrone erano sistemate. Castagna avrebbe comandato, Lovaglio sarebbe diventato presidente, e nessuno avrebbe dovuto cercarsi un altro mestiere. A mandare tutto all’aria ci ha però pensato Crédit Agricole, che possiede quasi il 30 per cento di Banco Bpm. Quando il primo azionista storce il naso, gli altri in genere si adeguano senza fare storie. Le nozze furono archiviate e ognuno tornò a casa sua. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Matteo Salvini con Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

La contromossa dell’irriducibile Lovaglio

Sembrava finita. Ma Lovaglio ha una tenacia che persino i suoi nemici gli ammirano e, come ha scritto ironicamente Mario Seminerio, pur di salvare Mps (e se stesso) sarebbe capace di lanciare un’Opa anche su JP Morgan. Per il momento si è accontentato di Banco Bpm e di Banca Generali, l’altro fronte che ha aperto, pur con grandi mal di pancia nel cda e uno dei suoi advisor Vitale-Barucci che, in mancanza di informazioni più dettagliate, non ha dato parere di fairness sull’operazione. Lovaglio ha ripescato la vecchia lettera di Castagna e gliel’ha rispedita sotto forma di Ops: 25,3 miliardi in azioni per comprarsi la banca di quello che pochi mesi fa voleva fondersi con lui. Per sottrarre Siena all’abbraccio di Intesa Sanpaolo, ha pensato che il modo migliore fosse abbracciare l’ex amico milanese.

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il governo potrebbe togliere Castagna dal fuoco

Per Castagna, ex nuotatore olimpico, ora comincia una gara nella quale qualunque corsia scelga rischia di sbattere contro il bordo della piscina. Se dice sì, Banco Bpm entra nel nuovo gruppo e lui, magari non subito, prepara le valigie: Lovaglio non ha attraversato tutte le guerre di Siena per costruire una banca più grande e poi consegnarne le chiavi a un altro. Se dice no, conserva banca e poltrona, ma anche il Crédit Agricole, che con quasi il 30 per cento da inquilino sta diventando padrone. I francesi potrebbero naturalmente decidere che quella quota è soltanto un antipasto e provare a mangiarsi tutto Banco Bpm. Ma a quel punto entrerebbe in scena la politica. Lo stesso governo che ha fermato con il golden power l’assalto di UniCredit avrebbe qualche difficoltà a spalancare le porte a Crédit Agricole. La Lega ancora di più. Per mesi Piazza Meda è stata difesa dagli appetiti di Andrea Orcel, trattato come uno straniero nonostante UniCredit abbia sede a Milano. Sarebbe curioso scoprire che, scampato il pericolo di Piazza Gae Aulenti, la soluzione patriottica si trova a Parigi. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

C’è differenza tra essere lo sposo o la dote

Castagna ha però una carta da giocare. Banco Bpm è azionista di Mps e quando l’assemblea senese sarà chiamata a pronunciarsi sulla maxi operazione potrà dire la sua. Con una situazione abbastanza rara persino nel nostro anomalo capitalismo: votare da socio della banca che vuole comprargli quella che dirige. Non è difficile immaginare quale possa essere il suo interesse. Nel risiko bancario tra essere lo sposo ed essere la dote la differenza non è un proprio un dettaglio. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana

Lorenzo Fontana si è reso invisibile per quasi quattro anni, senza mai lasciare lo scranno più alto di Montecitorio, numero tre della Repubblica dopo il divin Mattarella e il tonitruante La Russa. Del leghista ultracattolico, putiniano pentito, ex ministro della Famiglia e fedelissimo di Matteo Salvini, non è rimasto quasi più nulla. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Ignazio La Russa, Sergio Mattarella e Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

Anni all’insegna della sobrietà istituzionale

Fontana aveva preso talmente sul serio il ruolo da riuscire nel miracolo: tenersi la poltrona facendo dimenticare chi ci sedeva sopra. Tutto il contrario di Ignazio La Russa, che è presidente del Senato senza smettere un sol giorno di indossare le vesti del militante. Ha continuato a parlare, polemizzare, spesso provocare: insomma, La Russa è rimasto La Russa. Fontana invece si era dato subito una regolata. Sobrio, istituzionale, financo pacioso nella sua compunta curialità. Uno di quei casi in cui l’abito fa il monaco, o almeno riesce a nascondere bene chi c’è sotto. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

L’uscita in difesa del capo

Ultimamente però qualcosa è cambiato. Caso Delmastro: chat congelate, palla passata alla Giunta per il Regolamento, esattamente come chiedeva la maggioranza. Scelta formalmente corretta, ma dal peso politico evidente. Il presidente super partes cominciava a mostrare la sua parte. Poi l’intervento in difesa di Salvini. Con il segretario che vistosamente traballa, Fontana rompe il silenzio e fa sapere che Matteo «merita più rispetto». Ricorda i bei tempi, quando prese un partito moribondo e lo resuscitò, e invita tutti a non dividersi.  

La partita di fine legislatura

Fontana è stato il suo vice, con Salvini è diventato ministro e poi presidente della Camera. Difficile non leggerci un moto di riconoscenza, merce rara in politica, soprattutto quando chi dovrebbe riceverla è in difficoltà. E non è poco, perché dopo i guai che ha combinato ci vuole un certo coraggio per continuare a sostenere lo Zelig dell’ex Carroccio. Anche perché, preso il partito al 4 per cento e portato al 34, Salvini è riuscito nell’impresa di riconsegnarlo più o meno dove l’aveva trovato. E poi Fontana ha solo 46 anni. Un po’ presto per entrare nel mausoleo degli ex presidenti della Camera, prestigiosa categoria che garantisce ufficio, staff e uno status che dura ben oltre la carica. La legislatura sta per finire e l’ex impiegato della Fiera di Verona dovrà pur inventarsi qualcosa, magari continuando a fare politica. Cosa per cui, dettaglio fastidioso, occorre essere eletti. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Matteo Salvini e Lorenzo Fontana nel 2018 (Imagoeconomica).

Da presidente di tutti è tornato a essere l’uomo di qualcuno

E allora questo suo improvviso rigurgito salviniano assume una luce diversa. Dopo quasi quattro anni da presidente di tutti, Fontana ha pensato bene di tornare a essere l’uomo di qualcuno. Quello che farà le liste, sempre che i suoi ex amici non lo facciano sloggiare prima. 

Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola

Il caso Ranucci-Lavitola si sta rivelando una miniera di informazioni, anche collaterali. Si è saputo, per esempio, che Paolo Mieli ama gli spaghetti alle vongole, ma non i gusci. E così da quando Valter Lavitola, titolare del ristorante Cefalù, ha cominciato a servirgliele già sgusciate, grato per tanta sollecitudine vi è tornato spesso. Lo ha raccontato al Corriere della Sera, che ha diretto due volte e sul quale ancora scrive. Una confessione in famiglia, dunque. Lavitola si sedeva al suo tavolo, raccontava facezie e storie di potenti che per lui, amante dei retroscena, erano come l’olio sul companatico. Ascoltarlo, ha spiegato, era «un godimento». 

Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Valter Lavitola (Ansa).

La storiella delle vongole è mielismo in purezza

La vicenda finisce qui. O meglio, da qui comincia quella che ci interessa. Perché nella storiella delle vongole c’è molto del Mieli che da oltre mezzo secolo attraversa il giornalismo italiano: abbastanza vicino al potere da conoscerne protagonisti e segreti, mai tanto, assicura, da confondersi con esso. Nella stessa intervista spiega infatti che quando Lavitola cominciava a parlargli dei suoi affari «spegneva l’interruttore dell’attenzione». Giusta distanza insieme a una capacità di astrazione davvero notevole. Insomma, mielismo in purezza. Il termine nacque molti anni fa, quando dirigeva i giornali e non come ora solo il proprio personaggio. Su di lui alla guida del Corriere l’avvocato Agnelli coniò una definizione rimasta famosa: «Ha messo la minigonna a una vecchia signora». Alludeva alla contaminazione tra politica e costume, cultura e intrattenimento, ma soprattutto tra pubblico e privato, una novità assoluta per gli allora paludati assetti dell’editoria. Ma la vera specialità dello sgusciante Mieli era un’altra: non farsi mai trovare là dove il lettore si aspetta. Una furbizia intellettuale che, affinata negli anni, è diventata vera e propria paraculaggine: perché sposare il bianco o il nero quando in mezzo c’è un’infinita varietà di grigi? 

Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola

Bastian contrario per vocazione, Mieli ha trovato la sua seconda giovinezza nei talk show

Alla crisi dei giornali e del giornalismo Mieli è sopravvissuto trovando una seconda giovinezza nei talk show. Ormai in televisione, tra programmi suoi e ospitate, più che andarci ci abita. E non c’è argomento che lo scoraggi. Nel passaggio da direttore a soubrette dei palinsesti si è ritagliato un ruolo preciso. Gli altri ospiti vengono chiamati sapendo più o meno cosa diranno, sono maschere in commedia che recitano la loro parte. Lui invece serve a sparigliare. Se tutti prevedono che il governo cadrà, eccolo snocciolare i motivi per cui invece potrebbe durare. Se lo danno per solidissimo, ricorda che maggioranze ben più robuste sono finite per molto meno. Bastian contrario per vocazione, possiede una risorsa che manca a quasi tutti gli astanti: conosce la storia, e ne fa uso. Per lui quello che accade oggi è sempre già accaduto ieri, magari sotto altre forme. Così l’interlocutore che arriva davanti alle telecamere convinto di discutere del campo largo dopo cinque minuti si ritrova a parlare di Giolitti. Oppure pensa di aver liquidato il fascismo con un paio di battute e viene mandato a rileggersi De Felice. È anche un modo elegante per stabilire chi comanda nella conversazione. 

Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli con Bruno Vespa e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

A forza di spiegare il presente con il passato, si avventura pure nel futuro

Il Mieli televisivo ha poi una prossemica collaudata. Ascolta, inclina la testa da tartaruga, sorride a mezza bocca tra il divertito e il beffardo. Lascia che chi gli sta davanti finisca e magari si illuda di averlo convinto, per poi piazzare il fatidico «sì, però» che sposta la discussione dove vuole lui. Con quel tono sornione di chi sembra dire: la faccenda è un po’ più complicata di come la racconti. Del resto Mieli è un narciso che non si nasconde, innamorato della parola almeno quanto del personaggio che negli anni si è costruito, e che ormai interpreta con consumata naturalezza. A forza di spiegare il presente con il passato, ha finito per avventurarsi anche nel futuro. Profetizza governi, crisi, leadership, alleanze, cadute e spesso improbabili resurrezioni. Qui il mestiere lo aiuta. Le previsioni sono pronunciate con il tono grave di chi sa o finge di sapere. Se ci azzecca aveva visto lungo, altrimenti sono gli altri ad averlo preso troppo sul serio. E questa rappresentazione di sé tracima anche nella vita privata. Tre mogli e un contorno di giovani ammiratrici, sue e della professione: materia sulla quale ha sempre esercitato la stessa falsa ritrosia riservata al resto.  

Paolo Mieli, cosa racconta davvero la storiella delle vongole sgusciate di Lavitola
Paolo Mieli (Imagoeconomica).

L’uomo che spalancò i giornali alla tv alla fine ci è finito dentro

Il punto è che Mieli ha capito prima di molti altri che al talk show non bastano le opinioni, servono i protagonisti. E lui lo è diventato fino in fondo. Ha cultura, mestiere, e soprattutto sa quando piazzare la frase che il giorno dopo farà notizia. Al termine di una carriera non avara, è questo l’ultimo approdo del mielismo che, nato nei giornali, ora coincide in pieno con il suo inventore. L’uomo che spalancò i giornali alla televisione alla fine ci è finito dentro. Senza aver opposto, va detto, una strenua resistenza. 

Cairo, il Corriere e l’arte di trasformare il nulla in un prodotto premium

Da mercoledì 5 agosto il Corriere della Sera costa 20 centesimi in più. Da 1,50 passa a 1,70 euro. Poco più di un caffè, purché lo si beva in piedi. Ma, a differenza dell’espresso, il giornale dura molto di più, anche quando lo si sfoglia distrattamente. 

Il Corriere è un successo industriale prima che giornalistico

Qualcuno potrebbe obiettare che l’aumento è eccessivo per un quotidiano che, a giorni alterni, riesce nell’impresa di celebrare il suo editore Urbano Cairo contemporaneamente nelle pagine di politica, economia, sport e spettacoli. Viene in mente la battuta di Enzo Biagi su Berlusconi, di cui peraltro Cairo è stato il giovane assistente: «Se avesse avuto le tette, avrebbe fatto anche l’annunciatrice». Naturalmente si scherza. Perché il sistema Corriere – carta, sito, podcast, newsletter, video e tutto ciò che oggi si definisce con l’elegante espressione di brand extension – per ampiezza dell’offerta quei 1,70 euro li vale tutti. La questione interessante però è un’altra. Che cos’è diventato il Corriere della Sera dopo 10 anni di gestione Cairo? La risposta è semplice: il giornale più forte d’Italia. Ha doppiato stabilmente Repubblica nelle vendite, ha costruito un ecosistema editoriale che macina di continuo contenuti on e off, domina l’informazione generalista e rappresenta il punto di riferimento del mercato. Un successo industriale prima ancora che giornalistico. 

Cairo, il Corriere e l’arte di trasformare il nulla in un prodotto premium
L’editoriale di Luciano Fontana sull’aumento del prezzo del quotidiano (5 agosto).

La metamorfosi del format intervista

Ed è proprio qui che nasce il paradosso. Per vincere, il Corriere ha progressivamente abbassato l’asticella di una parte consistente della propria offerta. Non tutta, naturalmente, ma abbastanza da trasformare l’eccezione in metodo. Il giornale che una volta selezionava temi e personaggi oggi ha preso a inseguirli. E quando non li trova abbastanza interessanti li promuove a dignità di pagina. Lo ha fatto trasformando un genere fin troppo frequentato, l’intervista, in un format. Non importa più che l’intervistato abbia qualcosa da raccontare: basta che sia vagamente riconoscibile, o che conosca qualcuno che riconoscibile lo è. E allora ecco la truccatrice che ricorda come profumava Monica Bellucci, il bidello che racconta le imprese di Sinner da bambino, l’attricetta convinta che il sorriso ricevuto da Brad Pitt al ristorante potesse essere il segnale di una possibile storia però mai consumata, il piccolo imprenditore che misura il proprio successo raccontando che il tender di Jeff Bezos era ormeggiato due pontili più in là del suo, l’influencer che spiega come una frase di Vasco Rossi le abbia cambiato la vita. Il tutto senza che nessuno riesca a capire perché il lettore dovrebbe esserne informato. Non sono episodi isolati, sono un vero e proprio genere editoriale. 

L’intuizione di Fontana? Prendere sul serio la superficialità

Dietro questa trasformazione c’è la mano di Luciano Fontana, che si avvia a diventare il direttore più longevo nella storia del Corriere. Un primato cui è arrivato senza mai dare l’impressione di volerlo conquistare. Parla poco, appare ancora meno e, quando lo fa, sembra chiedere scusa di essere lì. È un understatement quasi monastico, il travestimento perfetto. Dietro quell’aria dimessa, però, il giornale cambia pelle con una continuità che nessun suo predecessore ha saputo imprimergli. La sua intuizione è stata semplice: prendere sul serio la superficialità. Capire che il chiacchiericcio televisivo, il rumore continuo dei social, le confessioni senza notizia, i racconti di seconda mano e le vite riflesse dei personaggi minori non sono insignificanti frattaglie del nostro tempo, ma il nostro tempo. 

Cairo, il Corriere e l’arte di trasformare il nulla in un prodotto premium
Luciano Fontana (Imagoeconomica).

Quella sottile perfidia editoriale

C’è però un dettaglio che colpisce più di ogni altro. Una sottile perfidia editoriale. Quelle paginate di interviste sembrano costruite non tanto per valorizzare i protagonisti, quanto per lasciarli parlare abbastanza a lungo da rivelare, quasi sempre inconsapevolmente, la loro irrilevanza. Fontana li espone e lascia parlare finché non sono loro stessi a smarrire il senso del ridicolo. E sa trasformarsi, con ammirevole spontaneità, nella caricatura della società che pretendono di rappresentare. È un giornalismo che mostra, non giudica. Ed è proprio per questo che riesce a essere ancora più feroce. 

Il quotidiano non ha abbassato il livello, ma la soglia d’accesso

Il Corriere non rincorre più i social, li ha ormai interiorizzati. La notorietà sostituisce la notizia, la presenza vale più dell’interesse. L’importante non è avere qualcosa da dire, ma occupare lo spazio disponibile. In questo senso il quotidiano di via Solferino non ha abbassato il livello ma la soglia d’accesso, decidendo che tutto può diventare racconto. Dall’analisi geopolitica alla dieta del personaggio televisivo, dal saggio sull’intelligenza artificiale al ricordo dell’attore di terza fila che 40 anni fa prese un ascensore con Alain Delon. Tutto convive, e tutto pesa uguale. Repubblica, nel frattempo, continua a fare i conti con la propria storia, cercando di alleggerire un bagaglio ideologico di cui non riesce del tutto a liberarsi. Cinque direttori in quattro anni raccontano più di qualsiasi analisi. Il Corriere, invece, il problema lo ha risolto alla radice. Ha rinunciato a difendere un’identità riconoscibile per trasformarsi nella piattaforma dove ogni profilo trova cittadinanza. Non è opportunismo, è una lucidissima scelta industriale. Ed è probabilmente il motivo per cui funziona così bene. 

Cairo, il Corriere e l’arte di trasformare il nulla in un prodotto premium
Urbano Cairo (Imagoeconomica).

L’autorevolezza oggi sta nel dare dignità editoriale a ciò che non ne ha

Alla fine, quei 20 centesimi in più sono qualcosa che va oltre un semplice aumento di prezzo. Raccontano di un giornale che continua a vendere autorevolezza mentre distribuisce, con impeccabile professionalità, una quantità crescente di irrilevanza. È un’operazione editoriale di rara intelligenza: trasformare il nulla in un prodotto premium. Quei 20 centesimi in più, in fondo, non servono a comprare un quotidiano migliore. Servono a certificare che il mercato premia chi ha capito prima degli altri che oggi l’autorevolezza non consiste più nel selezionare ciò che conta, ma nel dare dignità editoriale a ciò che conta sempre meno. 

Perché Calenda rischia di essere il peggior nemico di se stesso

Le scuse sono durate soltanto le prime righe di un tweet. Carlo Calenda prende le distanze dal dirigente di Azione che ha chiamato Matteo Salvini «handicappato»: grave, moralmente sbagliato, punto. Sembrava dovesse finire qui, invece era solo l’incipit. Poi infatti sono venute le altre righe, e lo stesso Calenda che come trasfigurato annega le scuse in una sequela di insulti al leader leghista: «Inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile». Sette aggettivi in fila, come se stesse svuotando un cassetto pieno di frustrazioni accumulate. Il fatto di essere d’accordo con lui non giustifica l’iperbolico scarto della narrazione. Calenda perde la misura, si disunisce. 

Su X il dottor Calenda lascia il posto a Mr. Hyde

È questo doppio registro che racchiude il ritratto dell’autore. Dentro quel tweet c’è tutto il suo mistero: un caso di sdoppiamento della personalità, il dottor Jekyll e Mr. Hyde che in lui convivono. C’è un Calenda che, visto di persona, appare un politico umorale ma preparato, capace di discutere di industria, di energia, di conti pubblici con una competenza che gli viene riconosciuta anche dagli avversari. Poi arriva il momento in cui si cimenta su X. E lì il dottor Calenda lascia il posto a Mr. Hyde. Basta una notifica, un tweet contro che gli va di traverso, il commento di un presunto filoputiniano, e scatta la metamorfosi. Il politico preparato ingaggia polemiche furibonde che non risparmiano nessuno, neanche sconosciuti utenti con una manciata di follower, e si trasforma in un leone da tastiera, aggressivo e sempre bisognoso di avere l’ultima parola. Come se ogni messaggio fosse una sfida personale ad annichilire chi gli replica osando dissentire dalla sua visione del mondo. 

Perché Calenda rischia di essere il peggior nemico di se stesso
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

L’autorevolezza si consuma tweet dopo tweet

A quel punto la gerarchia delle priorità si ribalta all’istante. La critica documentata e minuziosa a Stellantis può aspettare, la proposta sull’energia anche. Prima c’è da rispondere a quei tweet. Non importa se il ragionamento è solido: conta chiudere il botta e risposta, infliggere l’ultimo aggettivo, dimostrare che lui ha ragione. Ma il problema è che in politica, e soprattutto sui social, avere ragione non basta. Spesso anzi non serve a niente. Il risultato lo proietta in un corto circuito continuo. Il dottor Calenda cerca di costruire autorevolezza, parla agli elettori che potrebbe conquistare puntando a convincere chi è disposto ad ascoltarlo. Calenda Mr. Hyde la consuma, tweet dopo tweet, ingaggiando corpo a corpo verbali con persone che non lo voterebbero comunque. Non è solo narcisismo, anche se una dose non gli manca. È soprattutto l’illusione che una buona argomentazione possa ancora cambiare la testa di chi legge, e la conseguente rabbia verso chi non ne comprende i motivi. Peccato che i social funzionino al contrario: lì non vince chi spiega meglio, vince chi tiene alta la polemica. E Calenda, quasi sempre, ci casca in pieno. Così ogni ragionamento sui social viene ingabbiato nella logica del virulento botta e risposta, oscurato dall’ennesimo litigio e sepolto sotto una valanga di commenti. La competenza resta, il rumore la copre. 

Perché Calenda rischia di essere il peggior nemico di se stesso
Matteo Richetti e Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Sui social emerge sempre la faccia sbagliata

Il vero problema non è che Calenda abbia due facce. È che su X viene sempre fuori quella sbagliata. Fuori dai social è un politico preparato e con la battuta pronta che a volte lo fa apparire persino divertente. Dentro i social diventa un’altra persona: nervoso e incarognito nei confronti del malcapitato che ha messo nel mirino. È come se la tastiera tirasse fuori una versione di lui che, nella vita reale, chi lo frequenta pur nell’iracondia del suo carattere faticherebbe a riconoscere. Così alla fine viene da chiedersi se non ci sia anche una vena di masochismo che ogni volta che apre X lo trasforma nel peggior nemico di se stesso. O, per dirla con Stevenson: quanto a lungo potrà credere di essere ancora il dottor Jekyll, quando tutti vedono in lui solo mister Hyde. 

LEGGI ANCHE: Un uomo solo al centro, così Calenda prova a sfidare il «bipopulismo»

Brunori, gli «escursionisti» e il problema dei corrispondenti Rai

La definizione è di quelle che gridano vendetta. Giovan Battista Brunori, corrispondente Rai da Israele, in un servizio ha definito «escursionisti» i coloni israeliani impegnati in una spedizione punitiva contro un villaggio palestinese. Tanto è bastato per ritrovarsi in mezzo a una guerra che di sicuro non aveva scelto di combattere: quella tra le due tifoserie che nel dibattito pubblico si contendono il Medio Oriente a colpi di comunicati e dichiarazioni, ma che lui stesso, con quell’improvvido termine, ha finito per alimentare. 

L’accusa di essere un «escurSIONISTA»

Brunori ha raccontato l’assalto dei coloni armati di Havat Gilad al villaggio palestinese di Tell usando la parola con cui li definisce l’esercito israeliano e, in un attimo, si è ritrovato trasformato nel megafono di Netanyahu. Fino al punto di diventare il protagonista di un anonimo documento intitolato «escurSIONISTA», affisso su una bacheca Rai. Non gli è bastato vivere lì da anni, né l’esperienza accumulata sul campo, come documenta il suo monumentale sito Internet, che avrebbe dovuto suggerirgli almeno una maggiore prudenza. Gli è bastata una parola macroscopicamente sbagliata per diventare il simbolo di una Rai che, a seconda di chi la giudica, è o troppo filoisraeliana o troppo timida nel difendere Israele. 

Brunori, gli «escursionisti» e il  problema dei corrispondenti Rai
Giovan Battista Brunori (Imagoeconomica).

La Rai ha fatto quadrato intorno a Brunori

Il fatto, ripulito dalla logica delle fazioni, è di brutale evidenza: due israeliani morti, quattro palestinesi uccisi, 70 arresti, due moschee bruciate. Chiamare «escursionisti» uomini che assaltano un villaggio armati è un errore professionale che un cronista non dovrebbe concedersi. Brunori avrebbe dovuto correggersi subito, con la stessa rapidità con cui i social gli hanno cucito addosso l’etichetta di sionista. Ma ormai la frittata era fatta e non poteva che provare a rimediare nei servizi successivi, dove il binomio coloni-violenza veniva scandito più volte. La Rai ha scelto invece la linea della trincea: condanna dell’anonimo manifesto, difesa altrettanto netta del proprio corrispondente, mentre il dibattito nel cda replicava quasi automaticamente quello che divide il Paese: pro o contro, senza alcun distinguo. 

Il corrispondente, a differenza dell’inviato, paga il prezzo della familiarità

L’episodio che ha coinvolto Brunori rimanda però a una questione più generale: quale debba essere oggi il ruolo di un corrispondente in un teatro di guerra. Chi vive per anni nello stesso Paese ha bisogno del visto, di continui accrediti e deve mantenere rapporti accettabili con chi governa. Il rischio è che, con il tempo, finisca per assorbire il linguaggio dell’ambiente in cui lavora. Non è necessariamente complicità, è uno dei rischi del mestiere. Chi resta troppo a lungo in un luogo finisce spesso per raccontarlo con gli occhi di chi ci vive più che con quelli di chi lo osserva dall’esterno. L’inviato che arriva, confeziona il servizio e poi riparte conserva il privilegio della distanza. Il corrispondente stabile paga invece il prezzo della familiarità. Nessuno dei due è più onesto dell’altro: sono semplicemente due mestieri diversi che la Rai continua a considerare equivalenti, nonostante basti confrontare il lavoro di due suoi giornalisti come Brunori e Lucia Goracci per capire quanto si possa raccontare la stessa guerra in modo profondamente diverso. 

Brunori, gli «escursionisti» e il  problema dei corrispondenti Rai
Lucia Goracci (Imagoeconomica).

Il rischio, allora, non è tanto quello di sbagliare una parola, ma un altro. Che il corrispondente, per non complicarsi la vita, finisca per trasformarsi in un compilatore: legge i giornali locali, li confronta con le immagini che arrivano dai circuiti video internazionali e cuce insieme un servizio che non scontenta nessuno, ma non aggiunge nulla a ciò che è già noto. È il prezzo della tranquillità. Ma se il mestiere finisce per ridursi a questo, viene da chiedersi perché la Rai debba mantenere una costosa rete di corrispondenti. Lo stesso prodotto potrebbe uscire ogni sera dagli studi di Saxa Rubra, con una spesa infinitamente inferiore. Il problema è che il giornalismo dovrebbe servire esattamente a evitare questo: raccontare ciò che da una scrivania, a migliaia di chilometri di distanza, non si vede. 

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo

L’idea da cui nasce I convitati di pietra, vincitore non senza polemiche dell’ultimo Strega, è una di quelle che fanno pensare di avere fra le mani un grande romanzo. Un gruppo di ex compagni della III A del liceo milanese Berchet si ritrova un anno dopo la maturità alla prima di quella che diventerà una lunga sequela di cene di classe. È da lì che parte lo spunto destinato a governare tutto il libro di Michele Mari: una riffa macabra dove, a ogni cena, ciascuno versa una quota e il montepremi andrà diviso soltanto fra gli ultimi tre rimasti vivi. Dentro ci sono tutti gli ingredienti del romanzo: avidità, amicizia, invidia, tempo, morte. Sembra il punto d’incontro fra Georges Simenon, Friedrich Dürrenmatt e il miglior Mari, quello capace di trasformare un artificio narrativo in un esperimento morale. Purtroppo è anche il punto più alto del libro. Da lì in avanti il meccanismo, invece di stringersi, comincia lentamente ad allentarsi.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo

Mari mette in scena una folla di personaggi, ma li lascia vivere tutti alla stessa distanza. Entrano e poi spariscono per decine di pagine. Quando riemergono, in mezzo a una trentina di protagonisti, il lettore deve fare mente locale per ricordarsi chi siano. Hanno nomi che ne sottolineano vizi ed eccentricità, a volte perversioni. Ma la loro fisionomia, invece di farsi carne, resta sagoma. Più che persone sembrano funzioni narrative chiamate a tenere in piedi l’ingranaggio.

La trama si ramifica, tra il noir e l’assurdo

È qui che il libro comincia a mostrare il suo limite. Ogni nuova morte dovrebbe restringere il campo dei papabili al premio finale e rendere i superstiti umanamente più interessanti. Accade invece il contrario. La trama si ramifica, si disperde in deviazioni sempre più improbabili, sospese tra il noir e l’assurdo. Così quello che all’inizio sembrava un apologo sul tempo e sul modo in cui consuma le persone diventa progressivamente un esercizio di funambolismo narrativo.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo
Michele Mari (foto Ansa).

A questa dispersione si aggiungono le ossessioni private dell’autore. Il suo alter ego, Lothar Semprini, vive diviso fra la monumentale biografia di Gene Hackman che sta scrivendo e una passione compulsiva per i fumetti (non a caso porta il nome del fedele assistente di Mandrake). Sono pagine che raccontano moltissimo di Mari e poco dei personaggi. Ed è curioso, perché lo scrittore milanese ha sempre saputo trasformare le sue ossessioni in letteratura. Qui invece succede quasi il contrario. È la letteratura che finisce per inseguire le sue ossessioni. Il risultato è che, mentre i morti aumentano, il coinvolgimento del lettore diminuisce. E ci si comincia a chiedere se l’autore riuscirà mai a uscire dal labirinto che lui stesso ha costruito.

Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità

Mari sembra innamorarsi della propria libertà inventiva proprio nel momento in cui il romanzo avrebbe bisogno di disciplina. Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità. Il paradosso, invece di illuminare la realtà, finisce per sostituirla. E quando un personaggio che si chiama Brodo si suicida ingerendo una montagna di dadi Knorr, il gioco smette definitivamente di sorprendere.

I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo
Michele Mari dopo la vittoria della 80esima edizione del Premio Strega (foto Ansa).

C’è poi un altro limite, forse ancora più decisivo. Una storia costruita attorno alla sopravvivenza regge soltanto se, a un certo punto, il lettore sceglie da che parte stare. Qui invece i personaggi restano figure funzionali alla trama. Se ne conoscono manie e ossessioni, ma non si va oltre la superficie.

Non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa

Mari possiede una scrittura capace di improvvise accensioni che pochi altri saprebbero permettersi senza cadere nel manierismo. Questa volta però anche lo stile sembra rispecchiare il difetto del progetto, con l’autore che finisce per ammirare se stesso più che accompagnare il lettore dentro la storia. Alla fine resta una sensazione paradossale. I convitati di pietra non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa. L’impressione è che Mari avesse trovato un’idea straordinaria, ma che il romanzo non sia stato capace di servirla a dovere.

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 

Per anni il capitalismo italiano è rimasto prigioniero della stessa fotografia. Giuliano Amato la chiamò la «foresta pietrificata», una definizione diventata iconica. Ora però, con l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, la foresta si rimette in movimento. Quella lanciata dalla banca di Ca’ de Sass non è infatti una semplice operazione di mercato, ma il segnale che il risiko bancario ha smesso di essere una faccenda di condominio. La partita ora si gioca su un tavolo europeo, dove i confini contano meno delle dimensioni e il peso si misura sulla capacità di raccogliere risparmio, finanziare imprese e competere con gruppi che ragionano su scala globale. 

Si invocano sovranità o mercato alla bisogna

Il paradosso è che mentre le banche cambiano pelle, una parte della politica e delle istituzioni continua a osservare il fenomeno con categorie che appartengono al secolo scorso. Si invoca la sovranità quando il compratore parla straniero e il mercato quando fa comodo. Intanto si scoprono problemi che fino al giorno prima nessuno vedeva. L’Antitrust ne offre un esempio curioso. Nel 2018 escluse che Mediobanca esercitasse il controllo sulle Assicurazioni Generali. Oggi sembra invece pronta a leggere nell’operazione di Intesa un’influenza che allora non esisteva. Il 13 per cento di Generali è sempre lì e l’ad Carlo Messina ha specificato di considerarlo un investimento, non una leva di comando. Se il principio è cambiato, sarebbe utile capire quando. Anche perché, nello stesso momento, il quasi 30 per cento detenuto da Crédit Agricole in Banco Bpm sembra suscitare un interesse decisamente più tiepido. Evidentemente anche la concorrenza conosce le sue geometrie variabili. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Carlo Messina (Imagoeconomica).

Le mire di Crédit Agricole

Ed è proprio la banca francese il convitato di pietra di questa stagione. Mentre il dibattito guarda altrove, Crédit Agricole continua a occupare posizioni. Banco Bpm è solo il tassello più visibile. Sul suo tavolo ci sono anche Banca del Mezzogiorno e la Cassa di Risparmio di Orvieto. Tutto legittimo, un po’ meno accorgersene soltanto quando conviene. Il golden power dovrebbe essere una regola. Da noi rischia di diventare uno stato d’animo. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

Generali continua a rappresentare un caso unico

In questo quadro Generali continua a rappresentare un caso quasi unico. Enrico Cuccia diceva che se era caduto l’Impero romano poteva cadere anche Mediobanca, ma non il Leone di Trieste. Oggi attorno alla compagnia convivono Mediobanca, Delfin, Caltagirone, Benetton, Intesa. Nessuno comanda davvero, e forse è proprio questo il suo valore. In un capitalismo sempre più concentrato, Generali resta una delle poche grandi istituzioni che non possono essere ricondotte al progetto di un solo azionista. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

La trasformazione di Mediobanca e di Mps

Anche Mediobanca, del resto, è chiamata a prendere atto che il proprio mestiere è cambiato. Per decenni è stata la regia del capitalismo italiano. Oggi quel capitalismo non esiste più. Non perché siano spariti gli interessi, ma perché hanno cambiato indirizzo. Alberto Nagel, l’ex ad, aveva intuito per tempo che il futuro passa dal risparmio gestito più che dai vecchi salotti finanziari. L’offerta di Intesa accelera questa trasformazione e, paradossalmente, potrebbe rafforzare Mediobanca proprio costringendola a concentrarsi su ciò che sa fare meglio. Quanto a Monte dei Paschi, forse è arrivato il momento di liberarla dalla nostalgia. Luigi Lovaglio ha restituito dignità a una banca che molti consideravano definitivamente perduta. Pensare che possa continuare a vivere come banca della città significa non avere capito che il mercato europeo non concede più rendite sentimentali.  

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

UniCredit e il muro di Berlino

Lo stesso vale per UniCredit. L’ad Andrea Orcel non ha incontrato Giancarlo Giorgetti, come pure è stato fatto circolare. I rapporti con il governo sono meno tesi di un anno fa. In Germania, invece, Berlino continua a opporsi all’operazione Commerzbank. È il segno che gli interessi nazionali non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato scala. Il credito europeo è ormai un sistema integrato nel quale gli interessi nazionali continueranno a esistere, ma dovranno imparare a convivere con quelli industriali. La politica può accompagnare questo processo, non fermarlo. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

È qui che si misura davvero la sovranità economica. Non nel guardare alla nazionalità dei passaporti di chi siede nei consigli di amministrazione, ma nel costruire gruppi abbastanza forti da non diventare essi stessi terreno di conquista. Per anni si è detto che il capitalismo italiano era immobile. Adesso che finalmente si muove, c’è già chi prova a fermarlo di nuovo. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano

C’è una statistica che dovrebbe far riflettere più di ogni sondaggio: a quasi un anno dal voto, i nomi accostati alla poltrona di Palazzo Marino hanno superato quota 40. Siamo all’iperbole. Tra dichiarati, disponibili, sussurrati e rassegnati loro malgrado a comparire nella partita, la contesa per succedere a Giuseppe Sala ha già prodotto più candidati di quanti Milano ne abbia mai visti. E altri se ne aggiungeranno, da qui alle elezioni c’è ancora tempo. Il problema però non è la quantità, che pure fa specie. È che dietro l’abbondanza si intuisce una buona dose di imbarazzo, forse perché nessuno, a destra come a sinistra, ha ancora capito bene quale città vuole amministrare. Allora si moltiplicano i pretendenti nella speranza che il numero supplisca alla chiarezza di idee. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano
Beppe Sala (Imagoeconomica).

Centrodestra o campo largo, il copione cambia poco

Nel centrodestra come sempre la ricerca procede per tentativi. Silvia Sardone s’è fatta incoronare dalle primarie della Lega, seconda solo a Matteo Salvini, che però è occupato altrove. Ignazio La Russa non smette di sponsorizzare Maurizio Lupi con la costanza di chi è convinto che prima o poi qualcuno finirà per dargli ragione. Intorno continuano a ruotare economisti, manager, professionisti, giornalisti e qualche imprenditore. Più che una selezione, un variegato album di figurine. Persino Urbano Cairo è comparso e scomparso dall’agone il tempo necessario per ricordarsi che aveva già un mestiere, e per giunta in tempi di crisi piuttosto impegnativo. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano
Silvia Sardone (Imagoeconomica).

Nel campo largo il copione cambia poco. Pierfrancesco Majorino resta il nome più accreditato, mentre il Partito democratico fa quello che gli riesce meglio: rimandare la scelta fin dove possibile annegandola nel dibattito tra le sue anime. Le primarie restano sul tavolo, ma nessuno sembra avere fretta di apparecchiarle. E poi c’è il civismo, che a Milano come altrove si ripresenta puntuale ogni cinque anni non privo di ambizioni. Segno che una parte dell’elettorato non si fida più dei partiti, o si fida soltanto di chi riesce a farli dimenticare. 

Quasi nessuno si interroga sull’idea di Milano

Ma il punto vero è un altro: mentre la politica discute sul possibile successore di Sala, quasi nessuno si interroga sull’identità e sul futuro della città. Milano piace sempre di più al mondo (o, meglio, ai ricchi del mondo), ma sempre meno ai milanesi per i quali abitarla sta diventando un problema. Sono le due facce della stessa medaglia. Da una parte investimenti, weeks e grandi eventi glamour. Dall’altra il costo della vita, la casa che non si trova se non a prezzi impossibili, le periferie che chiedono di essere guardate prima che raccontate, la criminalità che da fenomeno episodico è diventata una costante in zone sempre più larghe del suo territorio. Alle ultime Comunali la capitale economica del Paese aveva già registrato l’affluenza più bassa della sua storia, poco più del 47 per cento: un milanese su due non si era presentato. È il dato che dovrebbe interessare i 40 aspiranti sindaci più di qualunque sondaggio che ne prefiguri il consenso. Chi entrerà a Palazzo Marino troverà una città più ricca, ma anche più costosa e selettiva. Dovrà decidere se continuare a venderne la scintillante immagine all’estero o ricominciare a occuparsi anche del benessere di chi la abita. Non è detto che le due cose non si bilancino, ma da Expo in poi è stata la prima a prevalere. È una scelta che finora è rimasta sullo sfondo. In politica ci sono momenti in cui un nome mette tutti d’accordo, altri in cui nella generale incertezza tutti propongono un nome diverso. Ma all’ombra del Duomo il problema non è eleggere un sindaco. È trovarne uno che abbia il coraggio di dire agli elettori che città vuole costruire. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano
Palazzo Marino.

Gedi, la rivoluzione di Kyriakou guarda verso la tivù: chi va e soprattutto chi viene

Theodore Kyriakou sembra deciso a rispettare il copione. Da quando ha preso il controllo di Gedi, la casa editrice di Repubblica ora orfana de La Stampa, la sensazione è quella di assistere a una lenta ma radicale riscrittura del gruppo. Al timone il patron greco del gruppo Antenna ha messo Mirja Cartia d’Asero, arrivata dal Sole 24 Ore dopo una parentesi in Clessidra, il fondo di private equity della famiglia Pesenti. E il primo effetto è sotto gli occhi di tutti: gli organigrammi si svuotano, i nuovi arrivi parlano quasi tutti con lo stesso accento aziendale e la bussola sembra puntare sempre più verso la televisione.

Gedi, la rivoluzione di Kyriakou guarda verso la tivù: chi va e soprattutto chi viene
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontra Theodore Kyriakou, presidente di Antenna Group (foto Imagoeconomica).

È tutto un susseguirsi di cambi al vertice. Escono Michela Marani ed Edoardo Biancardi, rispettivamente responsabili di gestione e controllo e della funzione di Internal Audit. Prima di loro aveva già lasciato Fabiano Begal, che guidava il digitale. E un altro manager di peso, Alessandro Bianco, direttore delle risorse umane, prende la strada della Sae di Alberto Leonardis, dove nel frattempo è approdata La Stampa.

Gedi, la rivoluzione di Kyriakou guarda verso la tivù: chi va e soprattutto chi viene
Mirja Cartia d’Asero, ex ad del gruppo Sole 24 Ore (foto Imagoeconomica).

La manager ex Dazn che sbarca proprio adesso…

Chi arriva, però, racconta molto più di chi se ne va. Cartia d’Asero pesca dove conosce meglio le acque: il suo vecchio indirizzo di via Monte Rosa a Milano. Dal Sole 24 Ore approdano Vincenzo Turtur alla centrale acquisti e Alessandra Orsini al marketing. Più che una campagna acquisti, sembra un trasloco. Al digitale, invece, è atteso un nome che da solo racconta dove punta il gruppo: Veronica Diquattro, reduce dal cda dello stesso Sole e, prima ancora, dai vertici di Dazn. Già, proprio Dazn: la manager che ne ha guidato gli esordi sbarca in Gedi nel momento esatto in cui il gruppo sposa Dazn sul canale di news. Coincidenze che, di solito, hanno l’aria di non essere coincidenze.

Gedi, la rivoluzione di Kyriakou guarda verso la tivù: chi va e soprattutto chi viene
Veronica Diquattro ai tempi di Dazn. (Ansa)

Una Cnn italiana costruita insieme a Discovery

Perché il vero investimento è la televisione. È lì che si concentrano energie e risorse. La joint venture con Dazn per un canale di news in concomitanza con il Mondiale di calcio ha rappresentato il primo passo. Più avanti potrebbe arrivare il digitale terrestre, che secondo indiscrezioni sempre più ricorrenti sono in molti a immaginare nella forma di una Cnn italiana costruita insieme a Discovery.

In arrivo Pucci, responsabile delle news di Mediaset

Anche qui il copione non cambia, e la pesca si fa sempre lontano dalle acque di casa. Per guidare il nuovo polo informativo, infatti, il nome che circola è quello di Andrea Pucci, oggi responsabile delle news a Mediaset. Anche se fonti vicine alla nuova proprietà fanno sapere che la redazione del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari sarà coinvolta.

Gedi, la rivoluzione di Kyriakou guarda verso la tivù: chi va e soprattutto chi viene
Mario Orfeo (Ansa).

Tutto il malumore del direttore Orfeo, una vita in Rai

Una prospettiva che però avrebbe irritato non poco Mario Orfeo. E non è difficile capirne il motivo. Se c’è una persona che conosce il linguaggio della televisione è proprio il direttore di Repubblica, passato più volte dalla direzione dei telegiornali fino alla guida della Rai. Essere tenuto ai margini proprio del progetto televisivo non è soltanto uno sgarbo. È il modo più elegante per fargli capire che la partita si giocherà altrove.

I nuovi proprietari continuano a promettere investimenti importanti per Repubblica, ma finora si vedono soprattutto nuovi organigrammi, alleanze televisive e cantieri digitali. Del giornale, curiosamente, si parla molto meno. Si sa, gli armatori hanno il gusto delle rotte nuove. È una qualità che li ha resi grandi. Ma un giornale non è una nave che cambia agile porto: è un vecchio transatlantico, magnifico e lentissimo, che pretende qualcuno in plancia. E mentre tutti corrono a poppa, dov’è parcheggiata la tivù, il rischio è che il transatlantico di carta resti senza timoniere.