Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse

Ci siamo, anche se il forse è d’obbligo finché una firma non lo trasformi in certezza. E finché non si trova un accordo definitivo sul prezzo (alla finestra c’è sempre Leonardo Maria Del Vecchio in agguato), che non è un nodo di poco conto ma che i due attori della trattativa sembrano determinati a sciogliere per non tirarla alle Calende, greche come l’acquirente designato Theodore Kyriakou, patron del gruppo Antenna, di cui Tony Blair è appena diventato senior advisor. Ma sulla cessione di tutta Gedi, compresa La Stampa, che però è oggetto di una trattativa in esclusiva fino ad aprile con la Sae di Alberto Leonardis, si intravede il traguardo di primavera.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Il ceo di Exor John Elkann (foto Ansa).

Alla fine dovremmo dunque avere un armatore ed editore televisivo straniero che entra nella carta stampata di un altro Paese, immune ai sovranismi e ai golden power che il suo governo ipersensibile al tema ha già detto di non voler esercitare. Il pre-accordo arriverà a breve, il closing è una formalità: la casa editrice è interamente controllata dalla Exor di John Elkann, e Elkann ha deciso da tempo di voler fuggire mille miglia lontano da ciò che ha sentore di editoria.

Resta il nodo di una zavorra: Stardust

Il perimetro dell’operazione comprende le radio, la Repubblica, Huffington Post, i pochi periodici rimasti, Limes in testa, e la concessionaria pubblicitaria Manzoni. Sulla carta, un pezzo ancora significativo dell’ecosistema informativo italiano. La trattativa ha accumulato settimane di due diligence così minuziose che, al confronto, La Recherche di Marcel Proust sembra un romanzo breve. Si parla di 160 mila pagine, cifra che cresce nel passaggio da un testimone all’altro, come nella migliore tradizione del racconto orale. Perché il nodo non era la valutazione dei giornali, settore dove i multipli ormai sono retaggio del passato, ma la zavorra che Gedi si porta dietro. Una zavorra con un nome preciso: Stardust.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Il logo di Gedi e quello di Stardust.

Acquisita nel pieno dell’euforia per la creator economy e l’influencer marketing, Stardust era stata presentata come la porta d’accesso al futuro: contenuti nativi per social, community verticali, brand integration, engagement. Tutto in inglese, tutto promettente e destinato a lauti dividendi. Il prezzo d’acquisto si aggirava attorno ai 30/40 milioni, con valutazioni fondate su crescite a doppia cifra e prospettive da Silicon Valley in salsa meneghina.

Margini compressi, costi più alti del previsto: un buco nero

Poi però quando, come dice il guru dell’immobiliare Roberto Carlino, si è trattato di passare dai sogni alla solida realtà, si è scoperto il disastro. Margini compressi, costi più alti del previsto, una dipendenza strutturale dalle piattaforme che decidono algoritmi e visibilità come un sovrano assoluto. Risultato: rettifiche, svalutazioni, impairment che tra scritture contabili e aggiustamenti di goodwill hanno pesato per decine di milioni sui conti consolidati. Un buco nero, appunto.

Kyriakou sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti

Ed è su questo buco, da cui man mano che si procedeva nell’analisi dei conti uscivano sgradite sorprese, che la trattativa si è incagliata per settimane. Kyriakou, uomo di televisione e sport – sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti, si suppone pescati tra gli esuberi di Gedi – sa che i contenuti contano. Ma sa anche che i bilanci contano di più. Ed è per questo che sta tirando sul prezzo.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Dazn (Ansa).

Quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga?

La discussione non è stata su Repubblica, brand ancora forte nel suo ineluttabile declino strutturale, né su Manzoni, asset strategico in un mercato pubblicitario sempre più concentrato. Il braccio di ferro è stato sulla quantificazione del passato: quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga? Lo paga Kyriakou, ma con un cospicuo sconto sull’ammontare complessivo dell’operazione, sulla quale si erano sentite le cifre più disparate, anche 140 milioni, nell’ottica del venditore che vuole far pesare l’indubbio valore della parte radiofonica.

Il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un modello di business

La domanda che ora tutti si fanno è se Kyriakou saprà gestire Repubblica, quotidiano preda di una crisi conclamata di copie e lettori. Ma la vera domanda è se l’editoria italiana abbia finalmente capito che il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un nuovo modello di business. Senza il quale, finché si resta sospesi tra nostalgia della carta e dipendenza dagli algoritmi, ogni cessione verrà presentata come una rinascita. E vissuta come una resa.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia

C’è qualcosa di grottesco nella scena che si ripete, con puntualità liturgica, sulle colonne del Corriere della sera: Marina Berlusconi, tono da azionista di maggioranza che misura le parole, ricorda ad Antonio Tajani che dentro Forza Italia il tempo scorre e il rinnovamento non è più eludibile. E il finto mite segretario, con aplomb democristiano riverniciato d’azzurro, replica che il rinnovamento è già in corso. Tradotto in metafora immobiliare: la proprietaria manda continui avvisi di sfratto all’inquilino, lui risponde che i lavori di ristrutturazione dell’appartamento stanno procedendo. E intanto non si schioda. Anzi, vi si accomoda sempre meglio.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia

Forza Italia è un sistema di equilibri che resiste alla volontà del proprietario

A questo punto Marina, se non vuole che i suoi inviti finiscano sommersi da ironici sorrisetti, dovrebbe cambiare approccio. Partendo dalla consapevolezza che Forza Italia non è un attico in centro né il cda di una delle sue aziende. È un partito. E come tale, anche quando sopravvive come proiezione carismatica del fondatore, non è un asset patrimoniale ma un organismo fatto di correnti, sottocorrenti, capibastone, tessere, pacchetti di voti, feudi territoriali. Un sistema di equilibri che resiste alla volontà del proprietario.

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Tajani si difende con la carta dei congressi, tanto odiata da Silvio

Il paradosso è che Tajani si difende invocando democrazia interna e congressi. Cioè prerogative a cui Silvio Berlusconi, che si considerava monarca assoluto, era allergico. Per il Cav la parola congresso era un concetto filosofico. Si faceva quando serviva, ossia quando decideva che servisse. Cioè mai. Forza Italia era lui, il congresso pure. Il sornione Tajani invece si trincera dietro la liturgia democratica: assise regionali, confronto interno, pluralismo. Una prassi che ai vecchi tempi sarebbe apparsa, se non sovversiva, irriguardosa nei confronti del padre fondatore.

Puoi possedere il marchio, ma non comandi così da Milano…

Forse nelle varie peregrinazioni dei maggiorenti azzurri a casa di Marina, qualcuno dovrebbe spiegare alla presidente di Fininvest che la creatura politica di famiglia ha sviluppato un proprio sistema immunitario. Puoi possederne il marchio, le fideiussioni, custodirne la memoria, rivendicarne l’eredità simbolica. Ma non comandi da Milano il vertice di una piramide fatta di gruppi parlamentari, delegati, coordinatori regionali, notabili con pacchetti di preferenze e variegati interessi da rappresentare.

Occhiuto si è ritirato per evitare una sconfitta plateale

Ecco perché il rinnovamento langue. E gridare al lupo che non arriva mai rischia di diventare un siparietto stucchevole. Infatti il lupo indicato dalla famiglia come volto nuovo, Roberto Occhiuto, ha fatto un passo indietro tornandosene nel bosco. Ufficialmente per evitare lacerazioni. In realtà perché la designazione rischiava di trasformarsi in una sconfitta plateale.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Antonio Tajani e Roberto Occhiuto durante un evento del 2021 (Imagoeconomica).

Tajani e Barelli giocano in proprio anche sulle nomine nelle partecipate

E mentre dal Nord arrivano risentiti mugugni – linea troppo romana, laconicamente ministeriale, poco identitaria – il partito resta saldamente a conduzione capitolina. I congressi regionali si celebrano, le mozioni si votano, ma il baricentro non si sposta. Roma decide, il territorio ratifica, il rinnovamento resta un titolo buono per un’intervista. Tajani e Paolo Barelli, Stanlio e Ollio come li chiamano i detrattori, giocano in proprio anche al tavolo delle nomine nelle partecipate.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Marina probabilmente pensa che un partito personale possa restare tale anche dopo la scomparsa del fondatore. Ma quando il carisma del capo svanisce, a comandare sono le procedure. Lente, opache, spesso irritanti, una burocrazia efficacissima nel difendere chi è già seduto al tavolo e respingere chi ambisce a prendervi posto. Risultato? La primogenita del Cav invia segnali, Tajani risponde con rassicurazioni, Occhiuto attende tempi migliori, mentre Forza Italia continua la sua navigazione controllata. Non è una marcia trionfale ma, complici gli sbandamenti della Lega e qualche scivolone dei Fratelli, una postura che solo un intervento più deciso della primogenita del Cav potrebbe ravvivare. Sempre che, al di là del consunto refrain sul nuovo che non avanza, lo voglia far avanzare davvero.

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit

C’è un’ipotesi di reato, non un reato acclarato. Dettaglio tecnico che però non cambia la sostanza: Stefano Di Stefano, alto dirigente del Mef e consigliere Montepaschi, avrebbe comprato azioni della banca senese e di Mediobanca alla vigilia dell’Ops, intascando 8.700 euro per sé e 1.300 per suo figlio. Insider trading d’antan, versione low cost. Insomma, poraccitudine. Se proprio devi sporcarti le mani, almeno fallo per cifre che valgano la pena (si scherza, naturalmente). Oltreoceano, sul possesso di informazioni riservate, c’è chi accumula fortune colossali. Qui ci si accontenta di briciole che ti mandano comunque a processo, compromettendoti carriera e reputazione. 

LEGGI ANCHE: Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia

La marcia trionfale di Mps sta segnando il passo

Ma il punto non è il reato. È il simbolo. Perché la marcia trionfale dell’estate scorsa con Montepaschi a far da ariete, Mediobanca come porta d’accesso e Generali come premio finale, sta segnando vistosamente il passo. Il copione era scritto: relazioni, patti sottobanco, convergenze più di potere che industriali. Solo che adesso i protagonisti sono fermi al Piave. Tutti indagati, tutti che giurano di non aver concertato nulla, e che soprattutto hanno cominciato a litigare tra di loro sotto la spada di Damocle della Procura. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Piazzetta Cuccia (Imagoeconomica).

L’affaire Di Stefano è un boomerang per il Mef

Partiamo dal convitato di pietra: il ministero dell’Economia. L’affaire Di Stefano gli si ritorce contro come un boomerang. Doveva fare l’arbitro di un consolidamento rispettoso delle regole, invece si è tolto giacca e cravatta ed è sceso in campo. Il problema prima che giudiziario è di credibilità. Il Mef doveva garantire il mercato, non giocare per una squadra. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Caltagirone e Lovaglio dall’idillio al gelo

Nel frattempo Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio, ad di Mps, sono passati dall’armonia alla glaciazione in tempo record. Dall’idillio all’indomani del successo dell’Ops su Mediobanca allo scontro frontale sui suoi destini. Le grandi intese durano finché non si capisce chi comanda davvero. E probabilmente il pugnace Lovaglio ha realizzato che lasciare Piazzetta Cuccia come repubblica indipendente dentro il Monte significava consegnarle le chiavi del regno. Merchant bank batte banca commerciale: l’aura prevale sulla forza bruta. Meglio che a Milano non abbiano troppi Grilli per la testa. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Luigi Lovaglio, ad di Mps (Imagoeconomica).

Milleri intrappolato nella guerra dei Del Vecchio

Sullo sfondo la saga dei Del Vecchio. Una guerra di successione tra gli eredi di Leonardo che tiene Francesco Milleri con le mani legate: azionista forte ma non abbastanza, decisore potenziale ma con il freno a mano tirato. Dettaglio non marginale: pure lui indagato, insieme a Caltagirone e Lovaglio, per concerto nell’inchiesta milanese sulla vendita di azioni Mps da parte del Mef. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
L’ad di Essilorluxottica Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Mentre gli indagati litigano si allunga l’ombra di UniCredit

Il risultato è un cortocircuito perfetto. L’operazione che doveva dimostrare che un certo capitalismo italiano sa ancora fare sistema si è trasformata in una masterclass su come non farlo. Generali, la vera posta in gioco, resta sempre più lontana. Trieste – sede, simbolo e agognato feticcio – sta diventando un miraggio. E mentre gli indagati litigano tra procure e cda, cresce l’ombra di UniCredit, l’outsider silenzioso. Quello che non parla di scalate patriottiche, ma di numeri, che non ha bisogno di concerti perché suona da solo. Vuoi vedere che alla fine, nonostante le smentite di rito, sarà proprio la banca guidata da Andrea Orcel a prendersi Mps e (Intesa permettendo) tutto quel che gli vien dietro? 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera

Tecnicamente, nella struttura del racconto, si chiama messa in abisso. È quel dispositivo della narrazione per cui si parte da una storia che ne contiene un’altra, che a sua volta ne contiene un’altra ancora e poi un’altra, fino a trasformare il tutto in una sorta di specchio infinito. Tutto questo per dire che la vicenda che ha coinvolto Andrea PucciSanremoGiorgia Meloni e oppositori, Pd in testa, è una messa in abisso perfetta. Non voluta, non progettata, ma i cui esiti ben ne ricalcano il funzionamento. Si dirà che anche il Festival di Sanremo, con il suo spasmodico centellinare da mesi prima personaggi e modalità dell’evento, è una messa in abisso. E infatti questa è un’altra storia nella storia, da sfogliare nei suoi molteplici livelli. 

La protesta dell’opposizione trasforma l’invito di Pucci in un caso

Primo livello. Il comico Pucci, campione del politicamente scorretto, viene invitato alla kermesse canora. Un comico sul palco: accade da sempre, spesso con esiti imbarazzanti, raramente memorabili, anche perché quella platea è irta di insidie, lo sa bene Maurizio Crozza quando dileggiò Silvio Berlusconi tra fischi e grida di disapprovazione. E qui scatta la prima reazione: l’opposizione protesta, l’invito diventa un caso e lo showman, che aveva postato sui social una foto col sedere di fuori annunciando il suo arrivo, si ritira. Partita chiusa? Macché, siamo solo all’inizio. 

L’intervento di Meloni e il solito vittimismo destrorso

Secondo livello. Giorgia Meloni, invece che lasciar scatenare i suoi, interviene in prima persona. Parla di censura, di clima illiberale, di artisti intimiditi, di satira accettabile solo quando la dileggia. In altre parole, trasforma un invito televisivo saltato in una questione di censura. 

Ammettiamo che l’occasione, prendere un episodio ed estrapolarlo dal contesto per farlo diventare simbolico, era troppo ghiotta. La destra, quando fiuta aria di vittimismo, non sbaglia quasi mai il colpo. E la premier, ovvero la sua massima rappresentante, ha voluto (a nostro parere sbagliando) ribadirlo. C’è una schiera di adepti pronta a difendere Pucci e la discriminazione subita, lascia fare a loro: de minimis non curat praetor

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera
Giorgia Meloni (Ansa).

Il cortocircuito narrativo del Pd

Terzo livello. Il Pd pavlovianamente risponde. Un po’ nel merito, denunciando Pucci e le sue battute sessiste che fanno apparire Pio e Amedeo, altri campioni della satira di destra, delle educande. Ma soprattutto sull’intervento a sua difesa di Meloni che si occupa di Sanremo e non di cose più serie come il ruolo impone. Una considerazione apparentemente spendibile, ma che in realtà è un assist narrativo. Perché sancisce che questa vicenda non è una cosa seria nel momento in cui tutti ne parlano, si indignano e si sfogano sui social. Il Pd insomma denuncia l’irrilevanza della questione di fronte ai grandi problemi che affliggono il Paese e l’universo mondo nel momento in cui la cavalca. Ma così facendo fa diventare l’irrilevanza rilevante. 

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per la politica satira e censura diventano il pretesto per parlarsi addosso

A questo punto, per non perdersi, è bene riassumere gli elementi di questo perfetto esempio di messa in abisso: un comico che viene invitato a Sanremo fa scattare una polemica che provoca un intervento della premier che provoca una contro polemica dell’opposizione che genera prese di posizione, post denigratori, editoriali che inducono Pucci a ritirarsi dal Festival, che al mercato mio padre comprò. Una polemica a generazione spontanea. In questo bailamme infatti non si intravvede un burattinaio, una regia che tiri le fila della trama. C’è solo un sistema mediatico che funziona per autoriproduzione. Ogni livello non definisce il precedente, ma lo moltiplica. Ogni intervento sul tema non chiude il discorso ma lo rilancia. È un ipertesto involontario in cui ciascun attore recita una parte che crede autonoma, ma che invece è totalmente asservita alla logica del meccanismo. In tutto questo Sanremo è solo lo sfondo, un luogo virtuale dove il fatto in sé perde di significato rispetto alle sue conseguenze. Satira e censura diventano il pretesto offerto alla politica per commentare se stessa. La messa in abisso trasforma il dibattito nella proiezione di un sistema che alimenta all’infinito la propria rappresentazione.

Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente

Poco attese, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina sono arrivate in città. Anzi, nelle città. E si è scoperto, con sommo rammarico degli organizzatori, che ai milanesi dell’evento importa il giusto, tendente al poco. Stesso andazzo a Cortina, cui il New York Times ha dedicato un articolo con quella curiosità un po’ antropologica che anima gli stranieri quando trattano le cose dell’Italia: la perla delle Dolomiti non vibra, non scalpita, quasi si annoia. Figurarsi Milano.

Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente
Le Olimpiadi e lo snobismo di Milano, città anestetizzata e insofferente

Qualcuno ha tirato in ballo lo snobismo della sua borghesia, che il vertiginoso schizzare in alto del tasso di ricchezza dei suoi abitanti (indigeni o fiscalmente acquisiti) ha accentuato. È uno snobismo che sconfina nell’insofferenza, che al primo sentore di disagio raccoglie armi e bagagli e si ritira nelle seconde case. Milano funziona così: celebra gli eventi con l’identico approccio che si ha verso le ristrutturazioni dei palazzi: «Bellissimo. Ma fate pure, io torno quando è finito».

Alla fine, per gli organizzatori, sarà un bagno di sangue?

Peraltro questa è una faccia dello snobismo. L’altra consiste nella malcelata soddisfazione di vedere le strade del centro mezze vuote (ma non sarà perché piove a dirotto o perché un cappuccino costa 10 euro?), i B&B col lucchetto non così pieni, il tutto esaurito nei teatri delle gare un’ottimistica chimera. Da lì alla profezia-anatema il passo è breve: alla fine, per gli organizzatori, sarà un bagno di sangue. Ipotesi che certo riguarda le tasche di tutti, un po’ meno quelle di chi per orrore del caos si è rifugiato nelle dimore vista lago.

La Milano performante non tollera più il minimo fastidio

Ma ridurre tutto a una posa chic sarebbe consolatorio. Il problema è più complesso. La Milano urbana, performante, metropoli iper organizzata, non tollera più anche il minimo fastidio. Il disagio è diventato una colpa, il rallentamento un’offesa. La variegata agenda di apertura e chiusura di vie e quartieri, effimera quanto il tempo dei Giochi, è vissuta come una violazione dei diritti civili, l’olimpico eccesso di movida come un attentato alla qualità della vita. Abbiamo interiorizzato l’idea che la città debba funzionare come un’app: veloce, fluida, invisibile, senza intoppi. E soprattutto senza sorprese, nemmeno quella di una strada chiusa per qualche ora.

L’indifferenza è diventata una forma di superiorità

C’è poi un altro elemento, più sottile e molto milanese: l’indifferenza come forma di superiorità. Milano non si oppone certo alle Olimpiadi, ma le guarda con l’aria di chi ha già visto tutto: Expo, Fashion Week, Design Week, Salone, Fuorisalone, settimane a raffica di qualcosa che non le lasciano un attimo di respiro. Da tempo la capitale economica è diventata uno show room permanente che ha anestetizzato l’eccezione. E quando ogni cosa viene venduta come straordinaria, finisce che niente più lo è. Olimpiadi comprese, che invece una loro eccezionalità ce l’hanno davvero, visto che da noi le ultime datano 2006 e le prossime, se il mondo ancora ci sarà, chissà quando.

I Giochi vissuti solo come un problema logistico

Alla fine ne esce una narrazione scoraggiante. I Giochi, che dovrebbero essere racconto, epica, identità condivisa, vengono vissuti dai milanesi solo come un problema logistico. La città che si vanta di essere capitale morale e locomotiva del Paese si scopre fragilissima sul piano simbolico. Prevale l’irritazione di perdere tempo per qualcosa che come ritorno immediato porta solo fastidi.

Futuro da metropoli efficientissima. E mortalmente noiosa

Seppellita la chimera della città a misura d’uomo, non ci garba che il trambusto olimpico intralci quella a misura Duomo. La Milano in cui viviamo assume sempre più le sembianze di uno stentoreo luna park dove il copioso avvento di capitali lascia intravedere, per chi se lo potrà permettere, un futuro vissuto in una città efficientissima. E insieme mortalmente noiosa.

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo

Qualcuno l’ha letta come una sorta di sgarbo postumo per l’accoglienza non certo entusiastica riservata dagli analisti di Banca Intesa all’ops di Montepaschi su Mediobanca. Ma sicuramente è solo malizioso gossip. Sta di fatto però che, all’indomani della pubblicazione dei risultati 2025 e del piano di impresa della banca guidata da Carlo Messina (utili per 9,3 miliardi, il miglior risultato di sempre, e una proiezione che li porterà a oltre 11,5 nel 2029) dall’istituto di Piazzetta Cuccia, per mano dell’analista Andrea Filtri, è arrivato un giudizio freddino. «Sì, tutto bene. Ma vediamo che il titolo sta già scontando gli effetti del nuovo piano», è la sintesi di Filtri. Il quale, sempre nello stesso report, tesse l’elogio di Generali, di cui non manca di sottolineare «la qualità elevata degli utili, la forte gestione di cassa, la forte generazione di cassa… che supportano rendimenti interessanti per gli azionisti».

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Andrea Filtri, analista di Mediobanca.

Insomma, tradotto come lo direbbe la casalinga di Voghera, se dovete investire piuttosto che a Milano guardate a Trieste. Su cui per altro niente da dire, visto che il Leone sotto la gestione di Philippe Donnet ha registrato performance brillantissime. In questo senso il giudizio di Mediobanca coincide con quello di altre banche d’affari, ma il diavolo si annida sempre nei dettagli, e qui il dettaglio non è da poco e sta nel fatto visto che che Piazzetta Cuccia è il socio di riferimento delle Generali.

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo

Certo, l’invalicabile muraglia tra chi fa analisi e chi investe…

D’accordo, ci sono i chinese walls, le barriere che dentro le società finanziarie dovrebbe erigere una invalicabile muraglia tra chi fa analisi da chi investe, in modo da scongiurare il rischio di insider trading e conflitti di interessi. E nessuno dubita che Filtri rispetti in pieno la regola. Resta il fatto però che, per evitare la sindrome dell’oste che elogia come migliore il suo vino, bisognerebbe – là dove possibile – apprezzarlo con sobrietà.

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi

La regola, almeno fino a ieri, era che a destra non ci si divide ma ci si sopporta. Per trovare l’unica eccezione bisogna andare indietro al 2010, con l’icastico «Che fai, mi cacci?» di Gianfranco Fini a Silvio Berlusconi che sancì la rottura tra i due. Per questo l’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega non è solo una resa dei conti tra il Generale e il Capitano, ma un’anomalia

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi
Il post della Lega.

Il ‘tradimento’ dei sacri valori dei patrioti

Storicamente lo scissionismo è prerogativa della sinistra: lì ci si separa per eccesso di pensiero, per sovrabbondanza di distinguo, per incapacità di sintesi. A destra si resta insieme anche quando non si è d’accordo su quasi nulla, vedi la politica estera dell’attuale governo. Prevale l’istinto di conservazione, la paura di perdere un potere faticosamente conquistato. Andandosene dalla Lega dopo poco più di un anno, Vannacci viola una consuetudine antropologica. Lo fa spostandosi da destra verso destra, movimento raro (di solito è il centro che fa da grande catalizzatore degli estremi), accusando Matteo Salvini di aver compromesso i sacri valori dei patrioti. Accusa interessante, visto che fino a ieri il leader del Carroccio occupava posizioni non troppo dissimili da quelle oggi considerate impresentabili. 

Vannacci, Salvini e lo scontro tra due estremismi
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Per il generale Salvini si è piegato al compromesso

Certo dietro la rottura ci sono anche beghe più terra terra: poltrone, visibilità, il controllo dell’elettorato sovranista che Vannacci rivendica come suo. La scissione è anche, banalmente, una questione di spazi e di soldi. Ma la tenzone sui principi appare stavolta più interessante. Il generale non rompe perché Salvini è diventato improvvisamente moderato, ma perché si piega al compromesso per restare a Palazzo Chigi. La destra di governo, che lo ha accolto tra le sue fila, non rinnega le sue roboanti parole d’ordine ma le depotenzia. Non le condanna, ma ne diluisce l’impatto. Cosa che per un militare tutto d’un pezzo equivale a tradimento. 

Il parà in divisa è rimasto tale in doppiopetto

Il paradosso è che Salvini viene accusato di annacquare una destra che lui stesso ha radicalizzato. E ora è come se il neofita rimproverasse al politico navigato di non credere più alle parole d’ordine che con lui aveva condiviso. Così Vannacci diventa un problema non perché estremista, ma perché coerente. L’uomo era parà in divisa e tale è rimasto in doppiopetto: ripete sempre le stesse cose anche quando il contesto cambia. Al contrario di Salvini che, obbedendo alla sua demagogia, piega il contesto alla convenienza del momento sperando di passare inosservato. Peccato che i social non perdonino e basti un clic per riesumare vecchi post che enfatizzano le sue contraddizioni

È lo scontro tra due concezioni della stessa ideologia

Non siamo in presenza di una scissione ideologica, ma dello scontro tra due concezioni della stessa ideologia. Vannacci, con i suoi slogan e i richiami al ventennio, la vive alla boia chi molla, come imperitura testimonianza. Salvini come pragmatico adattamento. Lo stesso che alle ultime Europee, sfidando il mal di pancia dei suoi, ha portato a mettere il generale in cima alle liste del partito. E poi a farlo vicesegretario. 

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Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno

C’è stato un momento, durante l’intervista con Lilli Gruber, in cui Leonardo Maria Del Vecchio sembrava chiedersi perché mai fosse lì. La risposta è che l’aveva voluto lui, così come aveva accettato di farsi successivamente intervistare da Report. Non sappiamo se la brutta figura rimediata a Otto e mezzo lo abbia indotto a desistere. Ma poco importa. LMDV ha messo su di recente una nutrita squadra di comunicatori che lo affiancano in questa avventura nell’editoria, un mondo che non conosce. Diciamo, vista la prima uscita, che il lavoro da fare è ancora molto. Il problema non è solo rimediare all’immagine del ricco rampollo che non ha dimestichezza con le parole. È quello che vi sta dietro: un pensiero che latita, l’assenza di una visione su quell’universo dei giornali che dice di voler salvaguardare. Inchiodarlo è stato sparare sulla Croce Rossa. 

È il sistema che ha steso a LMDV un tappeto rosso

Ma siccome bisogna sempre diffidare delle cose facili, proviamo a ribaltare la prospettiva. Spostiamo lo sguardo dall’interlocutore imbarazzante al sistema che gli ha steso un tappeto rosso. Dietro quell’intervista non c’è solo un imprenditore incerto ma voglioso di esibirsi. C’è un’industria che da tempo ha smesso di credere in se stessa, che non investe più su modelli, idee, uomini e prodotti. Un’industria che aspetta che qualcuno arrivi con i soldi a salvarla. Non importa che capisca di giornali, che sappia cosa farsene. L’importante è che paghi. Del Vecchio ha comprato il gruppo Poligrafici: Nazione, Resto del Carlino, Giorno. Testate che affondano nel Novecento le loro radici. Nulla di scandaloso, se non fosse che Andrea Riffeser, il proprietario, è anche presidente della Fieg, la Confindustria degli editori. Il messaggio che ne deriva non è dei più commendevoli: chi dovrebbe incarnarlo non crede più che i giornali possano avere un futuro. E appena può se ne libera, ma non della carica di rappresentante della categoria che continua a ricoprire. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Andrea Riffeser (Imagoeconomica).

Il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione

E qui sta il vero cortocircuito. Non nelle frasi sconnesse di Del Vecchio, ma nel silenzio assordante di un settore che finge di scandalizzarsi mentre gli apre le porte. LMDV ha bussato (invano, ma solo perché il gruppo trattava in esclusiva con un armatore greco) anche da Gedi, oggetto conclamato di uno spezzatino che la porterà a sbarazzarsi di Repubblica e Stampa. E dagli Angelucci, che lo hanno fatto entrare con tutti i crismi nel Giornale. Metamorfosi tristemente irreversibile. La figura dell’editore non è più quella di chi lavora al successo della sua impresa, ma di chi non vede l’ora di trovare un acquirente. La linea editoriale non è più una scelta perseguita con coerenza, è un collaterale del bilancio cui tutto si subordina. In primis l’autonomia dell’informazione. Ci sono testate, oramai la gran parte, che rispondono a modelli di business insostenibili. Carta, distribuzione, redazioni sovradimensionate, pubblicità evaporata, lettori che migrano sulle piattaforme. Di fronte alla proprietà che invece che impegnarsi al rilancio getta la spugna, il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione. Non importa quali siano le sue credenziali, se distingue una redazione da un consiglio d’amministrazione, se considera l’informazione un bene pubblico o solo un asset del suo portafoglio. Come l’acqua Fiuggi o il Twiga. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).

Del Vecchio non è un’anomalia, è un sintomo

Del Vecchio non è un’anomalia. È un sintomo. È il capitale che arriva in soccorso di un’industria che non regge, il finanziatore che prende il posto dell’editore. Non ci sono più gli Scalfari, i Caracciolo, i Mondadori, mostri sacri il cui approccio peraltro risulterebbe non replicabile. Oggi nessuno chiede a un editore di essere un visionario. Basta che sia solvente, paghi gli stipendi e ripiani le perdite. In questo contesto le redazioni amano raccontarsi come vittime: di ricchi che non capiscono, di imprenditori che rovinano i giornali. Probabilmente lo sono. Ma c’è anche un’altra verità, più semplice: senza quei ricchi il castello cade. Dire quanto Del Vecchio fosse imbarazzante in televisione è facile. Meno ammettere che, imbarazzante o meno, i suoi soldi servivano. 

Il problema non è Del Vecchio, ma l’editoria che ne ha bisogno
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

La polemica tra Cucinelli e Giammetti smaschera la provincia del lusso

La polemica, algida nella sua ferocia, è tra titani della moda: Giancarlo Giammetti, socio di Valentino Garavani (che fu, dopo la casalinga, il più famoso cittadino di Voghera) contro Brunello Cucinelli, umbro doc, apologeta del cashmere francescano in tutto, tranne che nel prezzo. Si sa che quando litigano i poveri è tragedia, se invece a farlo sono i ricchi è intrattenimento. Se non ci fosse di mezzo la triste circostanza, una goduria. 

La polemica tra Cucinelli e Giammetti smaschera la provincia del lusso
Giancarlo Giammetti (Imagoeconomica).

Se la tentazione di mettere in scena l’ego batte la dignitosa riservatezza

In un mondo codificato come quello del fashion, le controversie tra signori del lusso dovrebbero risolversi con una telefonata, mai filtrare in superficie, ovvero diventare materia su cui la strabordante fame dei social si avventa. Ma di codificato oramai resta poco, visto che la tentazione di mettere in scena il proprio ego è sempre più forte di una dignitosa riservatezza. Così, mentre a Roma si celebravano i funerali dell’ultimo imperatore, a rubare la scena è piombato il piccato battibecco tra Brunello e Giancarlo a intaccare la compunta aura dell’evento. Ovviamente chi ha ragione è sempre chi sta zitto, e in questo caso il primo ha infranto palesemente la regola (solo per farsi pubblicità, sostiene il secondo), raccontando di come Valentino, amante dei suoi maglioni, gli avesse chiesto scherzosamente lo sconto. Richiesta che pronunciata dalla succitata casalinga di Voghera non fa un plissé. Diverso, tanto da apparire inverosimile, che a farlo sia il sarto che vestiva dive e principesse. E non si può fare a meno di immaginare la scena del genio della couture che scende dal piedistallo per bussare allo spaccio aziendale del filosofo del borgo umbro, quel Solomeo dove il capitalismo selvaggio scolora in mistico umanesimo. 

La polemica tra Cucinelli e Giammetti smaschera la provincia del lusso
Brunello Cucinelli (Imagoeconomica).

Nell’empireo della moda, la materia prima è la narrazione

Ma guai a derubricare l’episodio a mera scaramuccia tra signori ben vestiti. Si tratta di un probante esempio di come nel Made in Italy i conti siano globali, ma le suscettibilità restino di provincia. Siamo nel campo del glocal, insomma, dove la nomea mondiale non offusca beghe e gelosie da provincia. Da qui l’inevitabile deriva social, l’ipertesto che dagli umori dei protagonisti allarga la querelle alle reazioni della piazza. Da una parte un imprenditore troppo affezionato alle proprie parabole, dall’altra un socio fieramente geloso della leggenda creata dal suo partner. Si potrebbe liquidare il tutto come un incidente di percorso, l’effrazione della regola per cui le questioni private non dovrebbero mai riverberarsi in campo pubblico. In realtà la polemica ci fa capire che nell’empireo della moda la materia prima non sono vestiti e tessuti, ma la narrazione. Chi padroneggia il racconto controlla il valore. E sulla gestione del racconto di Valentino, Giammetti non è per nulla disposto a concedere lo sconto evocato da Cucinelli. 

UniCredit, Mps e il golden power a geometrie variabili

Che genere sia è difficile dirlo. Dramma istituzionale, commedia regolatoria o teatro dell’assurdo? Di certo la trattativa con cui Delfin valuta la cessione della sua quota nel Monte dei Paschi di Siena a UniCredit non è una normale operazione di mercato. Il 17 per cento non è un di cui, ma una leva che forza molte porte del sistema. 

UniCredit pronta a tornare al centro del risiko

Partiamo dalle conseguenze, che almeno sono più chiare delle sin qui confuse intenzioni. Se UniCredit entrasse in Mps, la banca guidata da Andrea Orcel tornerebbe al centro del risiko che nell’ultimo anno ha ridisegnato gli equilibri della finanza italiana. Non per amore improvviso di Rocca Salimbeni, ma per ciò che essa oggi incorpora: Mediobanca e, suo tramite, la posizione chiave in Assicurazioni Generali. Un perimetro che vale più della banca senese in quanto tale, che in questo schema è il mezzo, non il fine. Il che però rende inevitabile il confronto con quanto accaduto solo pochi mesi fa. Quando Orcel aveva provato a muoversi su Bpm, era stato fermato bruscamente. Il Mef aveva sfoderato il golden power, il governo con l’eccezione di Forza Italia aveva fatto quadrato, e nella foga qualcuno (indovinate chi?) si era spinto a definire UniCredit una banca straniera, come se la geografia potesse supplire alle argomentazioni. Risultato: operazione congelata, interesse nazionale messo in vetrina e salvaguardato nonostante le sopracciglia alzate di Bruxelles e Bce. 

UniCredit, Mps e il golden power a geometrie variabili
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Perché Siena è accettabile mentre Bpm non lo era?

Oggi lo scenario è diverso, ma non per questo più lineare. L’acquirente è lo stesso. Cambia l’asset. E cambia soprattutto ciò che quell’asset consente di controllare indirettamente. La domanda, a questo punto, sorge spontanea e invoca una risposta logica che noi non abbiamo trovato: perché Siena è accettabile dove Bpm non lo era? Il Mef, peraltro ancora titolare di una quota residua di Mps, osserva e tace. Non per distrazione, ma per calcolo. Qualunque parola rischierebbe di riattizzare il putiferio. Evocare di nuovo il golden power significherebbe riaprire il fronte già bollente con Francoforte e Bruxelles. Non farlo espone a un altro interrogativo imbarazzante: davvero si è forzato quello strumento per fermare Orcel a Milano, salvo poi consentirgli un ingresso a Siena che, per effetti e ricadute, pesa molto di più? 

UniCredit, Mps e il golden power a geometrie variabili
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).

L’inchiesta milanese suggerisce a Delfin prudenza

Lo stesso senso di straniamento si avverte guardando alla controparte, ovvero gli eredi di Del Vecchio. Ufficialmente la possibile uscita da Mps risponde a una valutazione industriale. In concreto è il contesto che conta. Francesco Milleri guida un gruppo che produce e vende occhiali in tutto il mondo: un’industria globale, poco incline a restare agganciata a dossier giudiziari i cui riverberi non controlla. L’inchiesta della Procura di Milano sulla vendita da parte del Mef delle azioni Mps a Francesco Gaetano Caltagirone, Delfin e Anima Holding non è una sentenza, ma è sufficiente a suggerire prudenza. In questi casi ridurre l’esposizione è una forma elementare di gestione del rischio

UniCredit, Mps e il golden power a geometrie variabili
L’ad di Essilorluxottica Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Due pesi e due misure?

Il risultato finale è che UniCredit rientra nel grande gioco bancario rilanciando alla grande dopo l’operazione che le era stata negata. Bpm resta fuori, alle prese con un azionista forte, Crédit Agricole, che punta a ispessire il suo ruolo di azionista di riferimento. Mentre Siena è sul tavolo, con tutto ciò che si porta dietro, compresa la nomina di un nuovo cda che non vede i soci andare d’amore e d’accordo. Ma cercare una contraddizione esplicita alla fine serve poco. Il sistema funziona così, per spostamenti laterali, per asset che contano più di quanto dichiarano, per decisioni politiche dettate dalla foga del momento e che come tali sono sempre pronte a passare in cavalleria. Forse il governo ha altre priorità, forse Salvini è concentrato sul Ponte e Giorgetti si guarda bene dall’alzare nuovi polveroni. Però resta lo sconcerto: l’ops di Unicredit su Bpm era una operazione di mercato lecita quanto potrebbe essere quella su Mps. Due pesi e due misure? Veti o via libera della politica che rispondono alla convenienza del momento?

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd

Ognuno ha il suo destino. Quello di Goffredo Bettini (come definirlo? Insigne esponente del Pd la cui vita è divisa tra Roma e la Thailandia) è di provocare sconquassi. Questa volta il fiammifero lo ha acceso con un’intervista a Il Fatto Quotidiano, che nelle intenzioni voleva essere un contributo alla discussione, ma che è stata letta come un plateale cedimento alle ragioni del nemico Vladimir Putin con cui, dice Bettini, è ora di cominciare a parlare. Ma si sa che, in tempi come questi, anche le migliori intenzioni (ammesso che ci fossero) vengono prese come dichiarazioni di guerra. Come se non bastasse, l’ideologo della sinistra romana ne ha anche per l’Europa, la cui governance targata von der Leyen non starebbe più in piedi. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

I riformisti insorgono, la sinistra dem mette la testa sotto la sabbia

Nel Pd questo e altri passaggi a supporto della sua tesi hanno fatto da detonatore riacutizzando contrapposizioni interne la cui sintesi diventa sempre più ardua. I riformisti, incarnati dalla triade Sensi, Picierno e Gori (un consiglio all’ex sindaco di Bergamo è di non farsi coinvolgere dalla comunicazione social della moglie) sono insorti come se Bettini avesse messo in discussione l’appartenenza all’Occidente, più che la necessità di ravvivare la diplomazia. La sinistra del partito, invece, ha fatto quello che fa sempre in questi casi: testa sotto la sabbia, sperando di troncare e sopire la polemica sul nascere, magari appellandosi al fatto che la realtà è molto più scomoda e complicata di un’intervista che ambisce velleitariamente a padroneggiarla. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Filippo Sensi (Imagoeconomica).

Su Israele la frattura tra i due Pd è antropologica

Ma Putin è solo un lato del problema. Il secondo, forse più tossico e gravido di conseguenze, si chiama Israele. Qui la frattura tra i due Pd non è solo politica, è antropologica. Da una parte c’è chi considera la sua difesa un riflesso automatico, identitario, non negoziabile. Dall’altra chi insiste sul diritto internazionale, sulle responsabilità, sulla sproporzione della reazione a Gaza, e finisce immediatamente nel recinto degli ambigui, quando non dei sospetti. Se l’Ucraina divide sulle parole, Israele divide sulle emozioni, che in politica purtroppo sono sempre più potenti delle analisi. Nel Pd convivono due lessici che non comunicano. Uno parla di sicurezza: alleanze, deterrenza, lealtà al contesto atlantico. L’altro di diritti: le vittime, le asimmetrie di forza, il diritto internazionale come metro morale prima che giuridico. Il risultato è che ogni presa di posizione sembra un tradimento per qualcuno, mai una scelta condivisa.

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Giorgio Gori e Pina Picierno (Imagoeconomica).

Elly Schlein costretta a un equilibrismo permanente

In mezzo, con l’aria di chi cerca una sintesi in un puzzle a cui mancano sempre dei pezzi, c’è Elly Schlein. Alla segretaria si chiede di tenere insieme un partito che ormai non discute più per trovare una linea, ma per certificare le distanze interne. Sulla guerra in Ucraina deve evitare l’accusa di tiepidezza con l’aggressore. Su Israele deve schivare quella, ancora più infamante, di mancata chiarezza morale. Una segreteria trasformata in esercizio di equilibrio permanente

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Torna lo spettro di una scissione

Così non si va avanti, o meglio, la sola cosa che avanza è lo spettro di una clamorosa scissione. Il paradosso è che nel Pd tutti giurano di volerla evitare. Ma nella realtà dei fatti si comportano come se fosse già avvenuta. I riformisti parlano a un elettorato che immaginano solido, occidentale, rassicurato dalla continuità. La sinistra si rivolge a una base che chiede di non tradire l’ideologia fondativa e il suo ancoraggio internazionalista che identifica nel capitale, ancorché declinato nelle sue formule innovative, il nemico da battere. E nessuno dei due mondi sembra davvero interessato a farsi capire dall’altro. La politica italiana, del resto, ha una lunga tradizione di separazioni presentate come atti di maturità. Ogni scissione viene raccontata come una scelta inevitabile, mai come il fallimento di una convivenza. Se il Pd arriverà all’ennesima rottura, la formula sarà sempre la stessa: non c’erano più le condizioni per continuare insieme. Un modo elegante per dire che nessuno ha voluto pagare il prezzo dell’ambiguità finché era ancora gestibile. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Bandiere del Pd (Imagoeconomica).

I ragazzi di Crans-Montana e l’emergenza che non spezza la narrazione social

A Crans-Montana, nella notte che doveva essere teatro dell’allegria di Capodanno, l’incendio della discoteca Le Constellation ha provocato una tragedia: un bar che brucia, ragazzi che muoiono. E un dettaglio che, più di ogni altro, definisce un’epoca. Alle prime avvisaglie del fuoco che aveva intaccato il soffitto, molti dei presenti, invece che allontanarsi subito dal pericolo, si sono precipitati a rappresentarlo. Hanno filmato le fiamme che si allargavano, come se la priorità fosse immortalare l’evento, non sottrarvisi il prima possibile.

La reazione istintiva a uno shock non è scappare, ma riprendere col cellulare

In questi casi l’equivoco più diffuso è pensare che il virtuale conti più della vita reale. Non è così. Conta più del corpo. Che è mortale, mentre la sua immagine sopravvive. E se sei cresciuto in un mondo che ti chiede continuamente di mostrare dove sei, cosa provi, cosa accade intorno a te, la reazione istintiva a uno shock non è scappare, ma riprendere col cellulare quanto sta accadendo per trasferirlo sulle piattaforme social. È un automatismo culturale prima che tecnologico: documentare per rendere l’evento incontestabile, perché se non entra nello schermo dello smartphone non entra nel mondo.

Una volta si restava immobili per impotenza, oggi per fare un video

Il virtuale ha abolito la gerarchia delle urgenze non negando la realtà, ma trasformandola in materia narrativa. Le fiamme non vengono ignorate: vengono montate in un racconto istantaneo. Il pericolo fisico diventa una scena di pericolo: non mi brucio, ma sto riprendendo qualcosa che brucia. L’emergenza non spezza la narrazione, le fornisce l’abbrivio. E così l’istinto di sopravvivenza non punta alla salvezza, ma alla testimonianza. Una volta, per shock o impotenza, si restava immobili davanti a un disastro. Oggi si resta immobili perché si è impegnati a fare un video. Il dito scorre. Il corpo, a differenza del fuoco, attende.

Il reale si consuma alle tue spalle. E, purtroppo, a tue spese

Viviamo nell’era della Fomo (Fear of missing out) evoluta: non più la paura di perdere l’evento, ma quella di non poterne diventare il tramite. L’importanza non risiede nel vivere il momento, ma nell’essere riconosciuti mentre il momento accade. La tragedia diventa atto pubblico che ti assegna un ruolo: testimone, narratore, regista del tuo video. Solo che, mentre ti attribuisci il ruolo, il reale si consuma alle tue spalle. E purtroppo, come dimostra la tragedia di Capodanno, a tue spese.

Prima l’io visibile, poi l’io in carne e ossa

Il dramma di Crans-Montana non è la vittoria del virtuale sul reale. È qualcosa di più sottile e più amaro: è il reale che deve diventare immagine per essere percepito come tale. La discoteca teatro dell’immane tragedia ha bruciato non solo un soffitto, ma l’ordine delle priorità: prima la prova, poi l’esperienza. Prima la testimonianza, poi la fuga. Prima l’io visibile, poi l’io in carne e ossa. Non è che quei ragazzi non sapessero che il fuoco uccide. Ma alcuni stavano verificando se si sviluppava in modo tale da meritare un pubblico fatto dai loro follower. Fornendo così un ritratto disilluso e spietatamente nitido di un tempo che non cancella la realtà, ma la riconosce tale solo quando è pronta per la condivisione.

Nella carne di Szalay: il paradosso dell’evento editoriale dell’anno

A leggere Nella carne, vincitore del Booker Prize e salutato come il miglior romanzo del 2025, viene un censurabile sospetto. Ovvero che il romanzo del canadese-ungherese David Szalay lo si stia celebrando più per il prestigio che si porta addosso che per ciò che lascia dentro al lettore. È l’evento editoriale dell’anno, che sembra confezionato per esserlo: un libro che vince uno dei premi internazionali più importanti ma che, per stare al titolo, non entra “nella carne” di chi lo legge. Parla di corpi, descritti come veicoli di una sessualità che risponde più al bisogno che al desiderio. Ma lo fa come certi ristoranti stellati descrivono i piatti nel menu: tutto è lì sulla carta, preciso e raffinato, ma all’assaggio difettano di sapore. I personaggi e gli eventi, anche i più drammatici, restano in superficie, controllati, levigati, impeccabili. L’involucro è perfetto, ma il contenuto emotivo lascia pochi segni. 

Nella carne di Szalay: il paradosso dell’evento editoriale dell’anno
La copertina di Nella carne (Adelphi).

L’unica forma di sopravvivenza è non trattenere nulla

Il paradosso è un libro che parla sì della carne, ma non la scalfisce. Brilla molto, ma morde poco. István, il protagonista, attraversa la guerra in Iraq, il carcere minorile, l’alta società londinese, il ritorno in Ungheria. La sua postura è quella di chi ha deciso che l’unica forma di sopravvivenza sia nel non trattenere nulla. È dotato di un firewall emotivo che risponde «Okay» a tutto: ai conflitti globali come ai piccoli o grandi accadimenti della vita quotidiana. Gli muoiono gli affetti più stretti: figlio, moglie, madre, lungo una sequenza che dovrebbe essere tragica e invece risulta solo cronologica. Le loro morti restano elementi della trama, non macigni interiori che aprono voragini. Non per cinismo, ma per uno stile che predilige l’ellissi allo scavo interiore. 

Nella carne di Szalay: il paradosso dell’evento editoriale dell’anno
David Szalay (dal profilo Fb).

Il minimalismo di Szalay risulta asettico

Szalay sceglie la distanza invece dell’impatto, il tocco leggero invece del colpo secco. Il suo penultimo libro, Turbolenza, aveva già questa impostazione: una serie di racconti legati tra loro che scivolavano via senza lasciare tracce profonde, senza creare vera inquietudine. Qui almeno l’ambizione di pesare c’è. L’effetto però raramente è raggiunto. Il minimalismo come stile: sottrarre interiorità per costringere il lettore a completare il disegno. L’operazione potrebbe essere raffinata, ma appare solo asettica. Il personaggio di István resta irrisolto non perché sia un enigma profondo, ma perché il testo non si decide mai a entrargli dentro. Vuole mostrarci come un uomo (e un autore) possano arrivare all’ultima pagina con il guscio lucido, senza ammaccature che non siano piccoli quasi invisibili graffi. 

Nella carne di Szalay: il paradosso dell’evento editoriale dell’anno
David Szalay alla premiazione del Booker Prize 2025 (da Fb).

Nella carne riflette perfettamente quest’epoca

È un romanzo fisico solo nelle intenzioni. E proprio per questo funziona come diagnostica perfetta di quest’epoca: non vince perché ferisce, ma perché non si lascia ferire. La letteratura come superficie riflettente: brillante, stilosa, certificabile, instagrammabile. István attraversa la storia senza mai cambiare, come avesse la consapevolezza che il destino è ineluttabile. Gli affetti più cari gli muoiono accanto, i conflitti gli esplodono intorno, il Covid non gli stravolge la vita ma è solo un banale incidente di percorso. Tutto resta in una specie di camera a pressione controllata, dove il dolore non diventa deformazione, i legami non diventano fratture, gli eventi non lasciano cicatrici. È il vero tratto distintivo di Szalay: scrivere di un uomo che resiste al mondo, che al tempo stesso non riesce mai a entrare in attrito con lui. Questa mancanza, che molti hanno scambiato per profondità, è in realtà il suo stile: una narrativa che accade, osserva, sfiora, e passa oltre. Bellissima da leggere, difficile da afferrare, impossibile da odiare perché alla fine ti ha lasciato addosso l’impronta della sua manieristica perfezione

Perché il caso Signorini costringe Marina e Pier Silvio alla prova più dura con Mediaset

Suona l’allarme ai piani alti di Mediaset. E non è una semplice esercitazione cui segue il ritorno alla normalità. Lo scandalo CoronaSignorini non è un inciampo reputazionale né un fastidio giudiziario da gestire con la consueta liturgia delle distanze e delle smentite. È qualcosa di più profondo: la crisi di una narrazione che per anni ha protetto Mediaset più di quanto abbia mai potuto fare la sua solidità industriale.

Perché il caso Signorini costringe Marina e Pier Silvio alla prova più dura con Mediaset
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In discussione il modo in cui Mediaset ha raccontato il potere

È la prova più dura che Pier Silvio e Marina Berlusconi si trovano ad affrontare da quando hanno preso in mano le redini dell’azienda, e ora la stanno traghettando oltre i confini di Cologno, con l’ambizione di farla diventare un broadcaster europeo. Perché qui non è in discussione un volto o un programma, ma il modo stesso in cui Mediaset ha raccontato il potere. E la discontinuità di quel racconto che ora sarà necessariamente chiamata ad affrontare.

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Alfonso Signorini non era solo un conduttore o un giornalista vicinissimo alla famiglia di Arcore. Era una funzione che incarnava un ruolo fondante, quello di raccontare il potere come sentimento, la politica come costume, l’opacità come intimità innocua, tutto ricondotto a salvaguardare l’aura di integrità dei suoi padroni. Che peraltro lo ricompensavano del lavoro condividendo con lui i loro segreti. La sua narrazione non serviva a difendere Mediaset dagli attacchi, ma a evitare che certi attacchi prendessero forma. Mentiva, ma più spesso addolciva. Non indagava, normalizzava. Trasformava il conflitto in feuilleton e la responsabilità in serialità patinata.

Chi non è mai stato un semplice settimanale di costume

In questo schema Chi non è stato un semplice settimanale di costume, ma l’infrastruttura editoriale del sistema. Il luogo dove la narrazione veniva testata, raffinata e resa permanente. Chi ha svolto un compito cruciale: spostare il baricentro del racconto dal fatto alla relazione, dall’atto al sentimento, dalla responsabilità pubblica alla comprensione privata. Non un giornale che raccontava il potere, ma uno spazio che lo depotenziava nell’apologia di una storia familiare additata come esemplare.

Perché il caso Signorini costringe Marina e Pier Silvio alla prova più dura con Mediaset
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Perché il caso Signorini costringe Marina e Pier Silvio alla prova più dura con Mediaset

Dentro Chi la famiglia Berlusconi non appariva mai come centro di un sistema di influenza, ma come saga affettiva permanente, esposta ma non vulnerabile, mai messa in discussione. Era il cuore morbido di Mediaset: non informazione, ma ambientazione. Un settimanale che non costruiva notizie, ma contesti emotivi in cui le notizie venivano depotenziate.

Chiunque proponeva una contro-narrazione era un «povero comunista»

Quel sistema ha retto finché il berlusconismo mediatico ha potuto permettersi un privilegio raro: essere narrato sempre dall’interno con indulgenza, l’epopea di una famiglia come esempio virtuoso che esibiva i suoi modelli comportamentali in chiave emulativa. Un racconto dotato di una forza evocativa tale da rendere irrilevante qualsiasi contro-narrazione, sempre respinta come astio, pregiudizio o ossessione ideologica di chi restava irriducibilmente un «povero comunista».

Se è bastato il detonatore Corona, significa che l’architettura era già logora

L’irruzione di Fabrizio Corona ha fatto saltare tutto non perché abbia portato verità definitive – Corona non è un testimone, è un detonatore – ma perché ha mostrato la fragilità del meccanismo. In due puntate del suo Falsissimo ha fatto più danni all’impianto simbolico di Mediaset di quanto non siano riusciti a fare trent’anni di opposizione politica e critica culturale. Non perché sia più credibile, ma perché parla lo stesso linguaggio del sistema cui appartiene geneticamente, solo senza il filtro dell’ipocrisia. E quando basta una voce borderline per provocare il collasso, significa che l’architettura era già logora. Il confine tra informazione, confidenza e spettacolo era evaporato da tempo. Restava solo un cortocircuito buono a coprire l’immagine di un gruppo che d’altro canto aveva trovato nello scudo della politica un riparo ai suoi affari.

Perché il caso Signorini costringe Marina e Pier Silvio alla prova più dura con Mediaset
Fabrizio Corona al Palazzo di Giustizia di Milano per l’interrogatorio, da lui richiesto, nell’inchiesta che lo vede indagato per revenge porn, sulla base della denuncia di Alfonso Signorini (foto Ansa).

La domanda più scomoda per Marina e Pier Silvio: che cosa fare adesso?

Qui sta il vero problema per Marina e Pier Silvio. Non possono limitarsi a una presa di distanza rituale né a un sacrificio simbolico. Signorini non è stato una figura accessoria, è stato un pilastro. E Chi non è stato un semplice contenitore, ma il luogo dove quella grammatica è diventata senso condiviso. Rinnegarli implica spiegare perché erano centrali. Ma soprattutto costringe a rispondere alla domanda più scomoda: che cosa fare adesso?

Il vecchio frame è imploso, ma il nuovo non esiste ancora

Mediaset da questa vicenda non patisce soltanto una crisi d’immagine. Si trova improvvisamente a dover fare i conti con un vuoto di racconto. Il vecchio frame fatto di affetti amorevoli, leggerezza e assoluzione preventiva, è imploso. Ma il nuovo non esiste ancora. E inventarlo significa rinunciare a un’abitudine profonda: usare il racconto come protezione. Accettare che l’informazione non sia più carezza, ma attrito. Che la credibilità non si costruisca con il silenzio, ma con una discontinuità visibile.

Quell’epoca dell’epopea sentimentale ormai è finita

Il punto non è ripulire Mediaset, come se fosse solo una questione cosmetica. È decidere se restare in un ambiente protetto, dove le domande entrano solo se innocue, o diventare un’azienda normale: esposta, discutibile, giudicabile. Passare da media che assolve a media che regge il conflitto. Il sistema Signorini non è caduto per colpa di Corona. È caduto perché apparteneva a un’epoca in cui il potere poteva ancora permettersi di essere raccontato come epopea sentimentale. Quell’epoca è finita.

Perché il caso Signorini costringe Marina e Pier Silvio alla prova più dura con Mediaset
Una foto di Silvio Berlusconi coi figli (manca Barbara) e nipoti su Chi.

Ora i Berlusconi hanno davanti una scelta che non riguarda solo il destino di un volto televisivo o di un settimanale di gossip, ma la natura stessa di Mediaset: possono continuare a gestire l’eredità del padre, smussandola ed edulcorandola come sin qui fatto, o accettare che crescere significhi, finalmente, rinunciare all’indulgenza.

Il risiko dei giornali e quel sovranismo salviniano che non vale per l’editoria

C’è il sovranismo alimentare, quello semplice, digeribile, da scaffale del supermercato. Il suo cantore è Matteo Salvini, che per anni ha riempito i social di selfie masticanti: qualunque cosa, purché rigorosamente prodotta entro i confini del sacro suolo. Una di queste esternazioni riguardava la Nutella, orgoglio tricolore delle cioccolate spalmabili, conquistatrice dei mercati globali. Un’ode piena alla Ferrero, salvo poi storcere il naso davanti alla rivelazione blasfema: per produrla, la multinazionale di Alba usa anche nocciole turche. Elogio del made in Italy, ma con riserva. Patriottismo a scadenza, da etichetta nutrizionale.

Il risiko dei giornali e quel sovranismo salviniano che non vale per l’editoria
Matteo Salvini (foto Ansa).

Dipende sempre da cosa globalizzi: se sono i giornali va bene

Oggi quel sovranismo si è fatto adulto, cosmopolita, con frequentazioni migliori. Il turbamento per le nocciole dell’Anatolia è un ricordo sbiadito. E infatti Salvini plaude senza esitazioni all’iniziativa dell’imprenditore greco che vuole comprare la Repubblica. Evidentemente la globalizzazione, anche quella editoriale, non è più una minaccia, ma una risorsa. Dipende sempre da cosa globalizzi: se sono i giornali va bene, se sono gli ingredienti un po’ meno. La coerenza non è obbligatoria, la tracciabilità nemmeno.

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L’editoria italiana sembra un rutilante gioco di società

Nel frattempo, mentre l’armatore greco finalizza lo sbarco a Roma, l’editoria italiana assume l’aspetto di un rutilante gioco di società. Entra in scena Leonardo Maria Del Vecchio, deciso a fare sul serio. Il progetto è ambizioso: mettere le mani su Gedi. Ma la porta è già chiusa. Exor ha concesso l’esclusiva a Theo Kyriakou, che fa di tutto per mostrarsi all’altezza dell’acquisto (si tratta pur sempre del secondo e del quarto quotidiano italiano) rischiando però di strafare. Succede quando si lancia in un peana sulla stabilità del Paese e del governo che lo guida, proprio mentre la Repubblica e La Stampa ne sono fieramente antagoniste. Dettagli, evidentemente.

Il risiko dei giornali e quel sovranismo salviniano che non vale per l’editoria
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Del Vecchio però non è tipo da tornare a mani vuote. Incassato il no torinese, cambia tavolo, cambia musica, ma resta nel locale dove evidentemente destra o sinistra per lui pari sono. Compra una quota di minoranza del Giornale da Paolo Berlusconi. Ma la minoranza è spesso una posizione strategica: non comandi e non governi, ma orienti e talvolta suggerisci. È il potere soffuso, quello che non finisce nei titoli ma pesa nelle riunioni di redazione. A suggellare l’operazione arriva l’intesa con gli Angelucci, che del Giornale detengono la maggioranza. Più che editori, la famiglia romana è un ecosistema stabile della destra editoriale.

Il risiko dei giornali e quel sovranismo salviniano che non vale per l’editoria
Antonio Angelucci (foto Imagoeconomica).

Riffeser, presidente della Fieg, non crede più nel settore che rappresenta

E siccome l’appetito viene mangiando, Del Vecchio presenta anche un’offerta per i quotidiani di Andrea Riffeser, altro nome che difficilmente verrebbe scambiato per un campione del progressismo. Riffeser, tra l’altro, è anche presidente della Fieg, la Confindustria degli editori. Se vuol vendere evidentemente non crede nemmeno lui nel settore che rappresenta. Anche questi dettagli, evidentemente. A questo punto il disegno è chiaro: non una concentrazione industriale, ma una mappa politica. Non una linea editoriale, ma una ideologica linea Maginot.

Il risiko dei giornali e quel sovranismo salviniano che non vale per l’editoria
Andrea Riffeser, presidente della Fieg (foto Imagoeconomica).

La domanda non è più chi compra cosa, ma perché

Se è così, la domanda non è più chi compra cosa, ma perché. E la risposta resta sempre la stessa: perché i giornali non servono più a informare, ma a posizionare. Sono badge di accesso, strumenti di relazione, leve di trattativa. Non li si compra per leggerli, ma per esserci. Come in certi club dove conta poco di cosa si parla, molto chi è seduto al tavolo. Il risultato è un sovranismo editoriale a geometria variabile: nazionale quando conviene, internazionale quando serve, ideologico quando rassicura. Un sovranismo che non difende confini, ma interessi, che non teme lo straniero, ma l’irrilevanza. E che, alla fine, non si chiede più da dove arrivino le nocciole, purché il barattolo resti saldamente nelle mani giuste.

Il caso Corona-Signorini e la frattura insanabile tra media tradizionali e social

La scena si ripete ormai con una regolarità che delinea un fenomeno: ogni volta che un fatto scivola fuori dal perimetro del dicibile, ossia ciò che è consentito raccontare senza pagare pegno, a parlare sono i social, mentre i media tradizionali tacciono. Non per pudore, né per improvvisi scrupoli deontologici. Ma perché intervenire significherebbe disturbare un equilibrio di relazioni, conoscenze e convenienze che rischierebbe di ritorcersi contro. È accaduto con la violenta campagna condotta da Fabrizio Corona contro Alfonso Signorini: accuse pesanti di abuso di potere, chat esibite come prova, un sottotesto che richiama il baratto più antico dello show business, sesso in cambio di lavoro e notorietà.

Il caso Corona-Signorini e la frattura insanabile tra media tradizionali e social
Un’immagine di Fabrizio Corona – Io Sono Notizia, la docuserie in cinque episodi, in arrivo su Netflix.

Toccherà alla magistratura, e alle immancabili querele, il compito di stabilire se Corona dica il vero o se stia semplicemente recitando l’ennesimo numero da fustigatore morale a gettone. Il punto è un altro. Ed è più scomodo perché mette in crisi un intero ecosistema: la frattura ormai strutturale tra l’informazione tradizionale e quella che viene generata e prospera sulle piattaforme. Una divaricazione che non è più solo tecnologica, ma culturale, etica, persino antropologica.

Per i giornali il costo potenziale supera qualsiasi beneficio

Le clip di Corona nascono su YouTube, migrano su Instagram e TikTok, vengono sezionate, criticate, difese, rilanciate. Vivono di commenti, reazioni, polarizzazioni. I giornali invece, salvo rarissime eccezioni, scelgono di ignorare: non riportare, non citare, non approfondire. Nemmeno rifugiarsi nella formula pigra del caso diventato virale sul web. E non perché manchino gli elementi narrativi che al contrario abbondano, ma perché il costo potenziale supera qualsiasi beneficio.

Il caso Corona-Signorini e la frattura insanabile tra media tradizionali e social
Alfonso Signorini fuori dalla casa del Grande Fratello Vip (foto Ansa).

L’autocensura, la forma più elegante e ipocrita del silenzio

Querele, inserzionisti, rapporti di filiera, incroci di interessi: l’editoria è diventata un esercizio quotidiano di sopravvivenza dentro un settore i cui numeri sono in drammatica contrazione. Da qui nasce l’autocensura, la forma più elegante e ipocrita del silenzio. Non servono telefonate intimidatorie: basta attenersi alle tacite regole che sovrintendono al mercato editoriale. Chi scrive le conosce, e chi dirige un giornale ancora meglio.

L’informazione ha rinunciato al conflitto per preservare se stessa

Ed è proprio in questo spazio lasciato vuoto che si infilano figure come Corona, che non sono giornalisti ma nemmeno semplici provocatori. Sono sintomi della metamorfosi in atto. Occupano il territorio abbandonato da un’informazione che ha rinunciato al conflitto per preservare se stessa. Quando Corona rivendica di fare vera informazione mente. Ma non quando dice che oggi i giornali certe cose non se le possono più permettere. Non perché siano false, ma perché incompatibili con il sistema di relazioni che ne garantisce la sopravvivenza.

Il caso Corona-Signorini e la frattura insanabile tra media tradizionali e social
Fabrizio Corona in tribunale a Milano (foto Ansa).

Corona gioca apertamente su questa frattura. Si nutre del silenzio dei media tradizionali per accreditarsi come l’unico che osa parlare, l’unico non condizionato da editori, pubblicità, equilibri di palazzo, amichettismi. È una narrazione interessata, ma efficace. E soprattutto resa credibile dall’esiguità di voci alternative.

Non è libertà contro responsabilità, è esposizione contro protezione

Il risultato è paradossale. Le piattaforme, nate come luoghi del rumore, diventano sedi di discussione pubblica. I giornali, nati per illuminare, scelgono l’ombra. Non è libertà contro responsabilità, come piace raccontarsi nelle redazioni. È esposizione contro protezione. I social non hanno capitale relazionale da difendere. I giornali sì. E lo fanno restringendo il campo d’intervento.

Se nessuno è del tutto innocente, nel silenzio tutti sono complici?

Il caso Corona pone una domanda che comprensibilmente crea più di un imbarazzo: se le accuse toccano il nervo scoperto del potere opaco, trasversale, che governa carriere e ambizioni, perché per l’informazione tradizionale è diventato quasi impossibile anche solo nominarlo? Forse perché quel nervo attraversa anche le redazioni, gli uffici stampa, i salotti televisivi dove tutti si conoscono e dove, proprio perché nessuno è del tutto innocente, nel silenzio tutti sono complici?

Il caso Corona-Signorini e la frattura insanabile tra media tradizionali e social
Alfonso Signorini (foto Imagoeconomica).

Luoghi meno presentabili ma meno permeabili ai condizionamenti

Difficile dire se siamo all’inizio di un #MeToo all’italiana. Intanto però siamo davanti a qualcosa di più rivelatore: la certificazione che il racconto del potere si è spostato altrove, in luoghi meno presentabili ma meno permeabili ai condizionamenti. Non è una buona notizia. Ma è una notizia. E il fatto che a darla siano gli algoritmi, mentre i giornali abbassano lo sguardo, dice molto sullo stato dell’informazione. E forse ancora di più sul sistema che dovrebbe raccontare.

Il governo fa cassa su Mps ma dice addio ai piani ambiziosi

Dopo grandi tira e molla, fatti di vani tentativi di trovare qualche banca che se lo comprasse, lo Stato vende poco meno della metà della sua quota nel Monte dei Paschi. Lo ha deciso per il disperato bisogno di fare cassa, anche se i proventi dalla cessione di asset pubblici dovrebbero andare a riduzione del debito e non a ingrossare la spesa corrente. Ma anche per battere un colpo dopo aver annunciato un ambizioso piano di privatizzazioni che sulla carta dovrebbe fruttargli una ventina di miliardi. Ovviamente saranno molti di meno.

Lo Stato non porterà a casa i 9 miliardi investiti

Alla fine però la sua uscita dalla banca senese sarà comunque in perdita, nel senso che mai il Mef, titolare delle azioni, porterà a casa i 9 miliardi e passa che vi aveva investito per tenerla in piedi. Ma chi si accontenta gode, anche se ci sarebbe da fare un ragionamento sul come mai all’estero, soprattutto in America, i salvataggi dei grandi istituti di credito da parte dei governi si sono spesso trasformati in un lucroso affare.

Il governo fa cassa su Mps ma dice addio ai piani ambiziosi
Rocca Salimbeni, sede di Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).

Ita giace spersa nella terra di nessuno

Il Mef ha rotto gli indugi quando ha capito, nonostante le numerose proroghe generosamente concesse da Bruxelles, che un’altra banca italiana che si prendesse sulle spalle Mps non la avrebbe mai trovata. E l’idea del terzo polo da affiancare a Intesa e Unicredit sarebbe rimasta al palo. La banca guidata da Andrea Orcel, per lungo tempo l’indiziato numero uno all’acquisto, aveva giustamente preteso una dote importate, specie dopo quella che era stata data a Intesa quando rilevò le popolari venete sull’orlo della bancarotta. Significava un esborso di altri 4/5 miliardi da aggiungere ai capitali già profusi. Troppo anche per chi non vedeva l’ora di togliersi la grana senese e dedicarsi alle altre, ossia la privatizzazione di Ita, che al momento giace spersa nella terra di nessuno (in realtà un protettorato francese) dell’Antitrust europeo.

Su Tim il Mef dovrà scucire altri 2 miliardi

E infine Tim, perché la pubblicizzazione della rete dell’ex monopolista dei telefoni era un caposaldo del programma del centrodestra una volta entrato a Palazzo Chigi. Solo che per fare l’operazione, su cui dopo la decisione di vendere a Kkr pesa l’incognita dei soci francesi, il Mef dovrà scucire altri 2 miliardi. Insomma, soldi che entrano e soldi che escono, con il saldo ahinoi pesantemente negativo (si pensi solo alla quantità di denaro pubblico pompato nelle casse della spompatissima Alitalia/Ita).

Nelle mani dei fondi stranieri di private equity

Sono tutte operazioni che celano grandi ambizioni, ma che si devono scontrare con l’endemica penuria di risorse che un debito pubblico destinato a sfondare la soglia dei 3 mila miliardi brucia con voracità. Tradotto: il governo vorrebbe essere parte attiva nella creazione di campioni industriali nazionali, ma per farlo deve mettersi nelle mani dei fondi stranieri di private equity che i soldi sì ce li mettono, ma se li fanno pagare cari. La vicenda Autostrade, ma anche quella di Open Fiber che ha appena chiesto alle banche altri 2 miliardi, e quella di Tim sono lì a mostrare che i fondi sono tutt’altro che enti benefici felici di compiacere Giorgia Meloni, Giancarlo Giorgetti e compagnia cantante. Infatti sul capitale investito impongono rendimenti che sfiorano le due cifre. Quindi i governi, e non solo questo così fieramente sovranista, sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco. Del resto nella sua lungimiranza il vecchio Enrico Cuccia lo aveva profetizzato che meglio non si poteva: per il fondatore di Mediobanca l’Italia era un Paese pieno di capitalisti e di aziende senza capitali. Che è esattamente la situazione con cui Palazzo Chigi deve fare in conti adesso.

Cdp, la battaglia sui nomi è l’ultimo capitolo della rivalità tra Fratelli d’Italia e Lega

Destino cinico e baro. Era un momento di bonaccia, tutti alle prese con i propri guai, la politica col premierato e relativi litigi, la finanza con la partita Tim di cui ancora non si riesce a scrivere il finale, fatto sta che di Cdp si erano dimenticati un po’ tutti. Compreso il suo amministratore delegato, quel Dario Scannapieco che sta tenendo un profilo bassissimo, e che nell’ultima uscita pubblica veniva ritratto mestamente accoccolato all’ombra della mole larger than life di Fabrizio Palenzona, vecchia volpe che ha attraversato indenne molte ere geologiche dell’italica finanza. E sul quale forse il banchiere ex Bei punta per prolungare la sua permanenza alla guida della Cassa, pur sapendo che se te lo ritrovi in casa anche se presidente non tocchi più palla.

Cdp, la battaglia sui nomi è l'ultimo capitolo della rivalità tra Fratelli d’Italia e Lega
Fabrizio Palenzona (Imagoeconomica).

Un articolo censurato internamente ma rimbalzato su siti e social

Questo è il momento buono, devono aver pensato in via Goito, per piazzare una paccata di miliardi di obbligazioni con tanto di relativa sontuosa campagna pubblicitaria, che oltretutto sarebbe venuta buona nel momento in cui i giornali avrebbero ricominciato a occuparsi di Cassa depositi e prestiti che, assieme a Ferrovie, costituisce il boccone più ghiotto delle nomine di aprile 2024. Invece ci ha pensato il Foglio di sabato 18 novembre a rovinare il fine settimana di Scannapieco e co., con un articolo sapientemente perfido, che l’affollato ufficio comunicazione (sono più di 60 persone, un paradosso per una gestione che all’inizio del suo mandato teorizzava il fatto che Cassa non dovesse comunicare) ha pensato bene di rimuovere dalla rassegna stampa interna, ignaro del fatto – imperdonabile errore di valutazione – che ci avrebbero pensato siti e social, anche quelli ironia della sorte beneficiati dai suoi investimenti pubblicitari, a farlo rimbalzare ovunque mostrando l’inutilità della grottesca censura.

Cdp, la battaglia sui nomi è l'ultimo capitolo della rivalità tra Fratelli d’Italia e Lega
Dario Scannapieco (Imagoeconomica).

Palazzo Chigi, Mef e le Fondazioni vogliono mettere il becco su Cdp

Così sono stati riportati al centro della scena i destini dell’ente che dovrebbe essere il perno della politica industriale dei governi. Ossia l’ineludibile scadenza di primavera, dove le rondini del potere vorrebbero nidificare, in una sfida che si preannuncia sapida e intricata. Perché sugli assetti di Cdp sono in tanti a mettere becco: Palazzo Chigi, Mef, le Fondazioni, e tutte con idee e uomini alcuni in cerca d’autore, altri invischiati in una matassa di relazioni che sovente cozzano tra di loro. Scannapieco in questi mesi ha cercato in tutti i modi di ingraziarsi Giorgia Meloni intrecciando solide relazioni con Giovanbattista Fazzolari, spugna per gli amici, uno che da sempre tiene il posto fisso nel suo cuore. Non importa che la vicenda Tim e la decisione di vendere la rete agli americani di Kkr se la sia gestita il capo di gabinetto Gaetano Caputi senza che Cdp venisse filata di pezza.

Cdp, la battaglia sui nomi è l'ultimo capitolo della rivalità tra Fratelli d’Italia e Lega
Giovanbattista Fazzolari con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Al Tesoro piace Turicchi, occhio però anche al banchiere Daffina

Invece il ministero dell’Economia, cui spetta la nomina dell’ad e che vede l’attuale numero uno come Superman la criptonite, punta le sue carte su Antonino Turicchi, sempre che si riesca a risolvere per tempo la sfinente vicenda Ita, di cui è presidente, che somiglia alla tela d Penelope, con l’Antitrust di Bruxelles impegnato a disfare di notte ciò che le controparti intessono di giorno. Ma la lista dei pretendenti è molto più lunga: c’è anche Alessandro Daffina, banchiere Rothschild e cuore a destra fin dai tempi della sua giovinezza (suo fratello Antonio, attivista della sezione Parioli del Fronte della Gioventù, eseguì l’autopsia sul corpo di Nanni De Angelis, figura di riferimento nel pantheon meloniano, ucciso dalla polizia).

Cdp, la battaglia sui nomi è l'ultimo capitolo della rivalità tra Fratelli d’Italia e Lega
Antonino Turicchi, presidente di Ita (Imagoeconomica).

E buone possibilità ha pure Stefano Donnarumma, il più gettonato per le nomine di aprile 2023, alla fine rimasto inopinatamente a bocca asciutta. Non gli hanno dato Enel, come si pensava, e gli hanno tolto anche Terna dove stava, dovendo fare tassativamente posto a un’amica della sorella della premier.

Cdp, la battaglia sui nomi è l'ultimo capitolo della rivalità tra Fratelli d’Italia e Lega
Stefano Donnarumma (Imagoeconomica).

Ce n’è abbastanza per capire che la partita sui vertici di Cassa sarà l’ennesimo capitolo della rivalità tra Fratelli d’Italia e Lega, che tra l’altro arriverà a maturazione alla vigilia delle elezioni europee, quindi con i due partiti impegnati a darsele di santa ragione. Scannapieco, che ha subito il peggior scorno che può toccare a una manager pubblico, cioè essere nominato da un governo e poi dover fare i conti con un altro, confida di essere stato annesso nel novero della ristretta cerchia meloniana: dio patria famiglia, ma anche famigli. I dirigenti di Cassa non la pensano così e già stanno cercando di riposizionarsi altrove sconfessando in parole e azioni il loro attuale dante causa. Onestamente, non ce la sentiamo di dar loro torto.

Coldiretti che muove le mani e quel rapporto intimo con Fratelli d’Italia

Coldiretti, che per mano del suo presidente Ettore Prandini voleva prendere a ceffoni i mansueti Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova che protestavano contro la legge che vieta produzione e uso delle carni coltivate, è la comfort zone dei Fratelli d’Italia e della sua leader Giorgia Meloni. Un rapporto talmente organico che spesso se ne confondono i confini, tale è la contaminazione di idee, uomini e battaglie identitarie nel nome del sovranismo alimentare. Il sindacato dei contadini è un esercito con oltre 1,6 milioni di iscritti, e dai tempi della Dc è sempre stato un formidabile serbatoio di consenso per chi governava o aspirava a farlo. È chiaro dunque che qualunque inquilino di Palazzo Chigi debba tenerne in massimo conto le istanze, coccolarlo e magari aizzarlo nel momento in cui ha bisogno di maggior sostegno.

Lollobrigida non sarebbe ministro senza Coldiretti

Per contro, chi nell’esecutivo si occupa delle sorti dell’agricoltura deve essere il portato di una nomina condivisa con l’organizzazione. Per intenderci, Francesco Lollobrigida non sarebbe diventato ministro solo in forza del fatto di essere cognato della premier se il suo rapporto con Coldiretti non fosse stato di amorosi sensi. Tant’è che giovedì, dopo aver tiepidamente criticato il minaccioso agitar di mani di contro i due ex Radicali, si è poi subito allineato alla teoria giustificazionista della provocazione evocata dal riottoso Prandini. Niente e nulla può incrinare la consustanzialità tra Coldiretti e governo che deve essere totale, senza alcun distinguo.

Coldiretti che muove le mani e quel rapporto intimo con Fratelli d'Italia
Francesco Lollobrigida con Ettore Prandini (Imagoeconomica).

Un rapporto che Fratelli d’Italia ha sottratto all’egemonia della Lega

Sono molti i segnali che indicano la granitica solidità del rapporto. Per esempio il fatto che all’indomani delle Politiche del 2022, con i voti ancora caldi nelle urne, Meloni si sia precipitata al Villaggio Coldiretti di Milano ringraziare/omaggiare l’organizzazione firmando la loro petizione contro il cibo sintetico. Una visita che si è ripetuta uguale un anno dopo, allo stesso evento stavolta però ospitato nella cornice romana del Circo Massimo. E con lo stesso mantra: difendere l’eccellenza dell’italico mangiare dal rischio omologazione e la minaccia delle multinazionali e che a suon di ogm lo vogliono snaturare. Ma soprattutto difendere un rapporto che Fratelli d’Italia non può consentirsi di perdere, dopo averlo sapientemente sottratto all’egemonia della Lega e del suo segretario, ossia il partito che dai tempi della rivolta dei Forconi ne costituiva il naturale megafono, e che solo dopo una ferocia trattativa durante la composizione del governo si è rassegnato a lasciare l’Agricoltura nelle mani degli alleati rivali. Grossa perdita. Perché non c’è organizzazione sindacale, dalla trimurti confederale a Confindustria, il cui peso e relativo potere di rappresentanza sia così forte. C’è persino chi arriva a dire che senza Coldiretti dalla propria parte non si governa il Paese. Se poi a questa si aggiungono tassisti e balneari, chi siede Palazzo Chigi sta in una botte (vino italiano, ovviamente) di ferro.

Coldiretti che muove le mani e quel rapporto intimo con Fratelli d'Italia
Giorgia Meloni alla fiera di Coldiretti (Imagoeconomica).

Il voltafaccia di Massimo Sarmi che ha tradito i francesi nella partita Tim

Quando le grandi battaglie finanziarie si incrudeliscono, ci sono uomini che danno il meglio di sé, rivelando doti fino a quel momento nascoste. Ce ne sono altri che invece rivelano, per citare quella che fu la fortunata rubrica di un noto settimanale, il loro lato debole. Prendi la vicenda Tim, i cui incerti destini stanno tenendo banco da oltre un anno, complice un governo dove l’elevata schiera di ministri e sottosegretari che hanno voluto metterci becco ha creato una babele. E un azionista di riferimento, Vivendi, che di mosse incomprensibili ne ha fatte, inclusa quella di ritirare i suoi rappresentanti dal consiglio d’amministrazione salvo poi cercare di condizionarlo dall’esterno con una campagna acquisti (sia detto in senso puramente metaforico) che non ha dato i frutti sperati, se è vero che nella decisione di vendere la rete agli americani di Kkr, cosa che i francesi hanno sempre visto come l’aglio i vampiri, s’è ritrovata dalla sua parte solo tre consiglieri rispetto agli 11 che gli hanno votato contro.

Bolloré e soci impantanati anche sul fronte Mediobanca e Mediaset

Insomma, qualcosa non ha funzionato. Premesso che è difficile per chiunque muoversi in un Paese che non è il tuo, Vincent Bolloré e soci non hanno fatto tesoro della passata esperienza che ha visto i loro obiettivi sviliti per ben due volte, prima in Mediobanca e poi in Mediaset, dove sono tuttora impantanati senza che alle viste ci sia un onorevole e non oneroso disimpegno. E anche gli uomini su cui avevano puntato per difendere le loro ragioni in cda, o sono caduti sotto la controffensiva del governo, vedi l’ex capo dell’Aise Luciano Carta, mossa che nelle intenzioni avrebbe dovuto ammorbidire l’ostilità di Palazzo Chigi che però al generale ha sbarrato la strada. O sono passati dalla parte nel nemico e nel momento cruciale hanno voltato le spalle. Come ha fatto l’ineffabile Massimo Sarmi, manager di lunghissimo corso, di cui nella carriera non si contano, tanti sono, gli incarichi svolti.

Il voltafaccia di Massimo Sarmi che ha tradito i francesi nella partita Tim
Massimo Sarmi (Imagoeconomica).

Per Sarmi un posto in cda e la presidenza di FiberCop

Era soprattutto a lui che Vivendi aveva affidato la difesa delle sue ragioni, prima favorendo il suo ingresso nel cda al posto del suo candidato dimessosi. Poi, per dimostrare quanto fosse per loro importante, dandogli la presidenza di FiberCop, la società che possiede le chiavi della rete secondaria. Il 75enne Sarmi poteva vantare anche un pedigree politicamente corretto per i tempi che corrono, visto che da sempre il suo cuore batte forte a destra. In teoria aveva dunque tutte le caratteristiche per essere abile e arruolabile sotto le insegne d’oltralpe.

Il voltafaccia di Massimo Sarmi che ha tradito i francesi nella partita Tim
Massimo Sarmi col ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Il doppio salto carpiato in cambio di una poltrona di indubbio prestigio

Ma poi ci sono gli uomini con le loro ambizioni, e con quelle è difficile fare i conti a tavolino. Fatto sta che nel momento cruciale, quello in cui era chiamato a schierarsi con i suoi dante causa francesi, con un doppio salto carpiato il manager è passato dall’altra parte. Si dice che governo e Kkr non ci abbiano messo molto a fargli cambiare idea, promettendogli la presidenza della nuova società che gestirà, una volta scorporata, la rete. Una poltrona in più delle cento su cui si è seduto, ma di indubbio prestigio e visibilità. Di sicuro maligne insinuazioni che l’interessato respingerà con sdegno. Ci saranno sicuramente nobili ragioni alla base della sua giravolta, sulle quali però solo lui può illuminarci.