Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

Nel conflitto apertosi fra il Papa e Donald Trump non ci sono solo i due protagonisti – che certo attirano il grosso dell’attenzione mediatica per ovvie ragioni – ma contano pure tutta una serie di personalità tutt’altro che secondarie. Si tratta delle rispettive squadre, fra cardinali e uomini chiave dell’amministrazione, che hanno alimentato lo scontro o il confronto, inedito, fra Casa Bianca e Santa Sede.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Papa Leone XIV e Donald Trump.

I vescovi americani compatti con Prevost

Di certo senza precedenti è il declino delle relazioni fra Chiesa di Roma e amministrazione repubblicana. Se tutto era cominciato già con Francesco all’epoca del primo mandato del presidente Trump – ma in quel caso le diffidenze erano state attribuite un po’ superficialmente soprattutto all’origine sudamericana del Papa argentino – pochi immaginavano che si arrivasse ai ferri corti con un Pontefice nato a Chicago.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Donald Trump e Papa Francesco (Imagoeconomica).

Eppure Prevost, che pure ha passato lunghi anni e della propria esperienza ecclesiale in Perù, forse è stato scelto proprio per questo dai suoi confratelli cardinali in Conclave. Non tanto perché in quanto americano poteva essere un buon interlocutore per il tycoon, ma al contrario, proprio perché statunitense, poteva contrastarne meglio politiche e metodi. Con Prevost, a differenza di quanto avvenne con Bergoglio, i vescovi Usa si sono schierati come un sol uomo dalla sua parte. Non solo quelli tradizionalmente “liberal”, ma anche diversi esponenti considerati più vicini al fronte repubblicano.

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Papa Prevost (Imagoeconomica).

La squadra dei porporati: da Broglio a Gomez

A cominciare dall’ex presidente della conferenza episcopale Usa, mons. Timothy Broglio, ordinario militare, che si è spinto a ipotizzare l’obiezione di coscienza da parte di militari in caso di attacco Usa alla Groenlandia; ha poi duramente criticato la caccia agli immigrati in scuole e chiese. D’altro canto, la politica migratoria trumpiana ha suscitato ampie proteste nella chiesa d’Oltreoceano; e anche un altro arcivescovo ‘conservatore’ come Josè Gomez, non a caso originario del Messico, titolare della diocesi di Los Angeles, una delle più grandi del Paese, ha puntato il dito contro i metodi usati dalle forze di sicurezza in modo indiscriminato contro chi lavora e vive in negli Stati Uniti da molti anni. Più classica la presa di posizione di tre cardinali progressisti contro la politica estera della Casa Bianca, contestata nel merito e nel metodo. Si tratta di Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington e di Joseph Tobin, capo della diocesi di Newark che hanno firmato un documento comune.

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Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

La linea diplomatica di Parolin con Gallagher e Giordano Caccia

La cattura di Nicolas Maduro, senza che il Venezuela avviasse una transizione verso la democrazia, lo strangolamento economico imposto a Cuba, l’appoggio acritico a Benjamin Netanyahu nella distruzione di Gaza, il tentativo di svuotare definitivamente le Nazioni Unite da qualsiasi ruolo attivo nella risoluzione delle crisi internazionali e, infine, la guerra di aggressione all’Iran, sono altri capitoli del dissenso della Chiesa cattolica rispetto al modus operandi di Trump e dei suoi più stretti collaboratori. D’altro canto, i vescovi Usa giocano di sponda con il Vaticano dove il capo della diplomazia del Papa, il cardinale Pietro Parolin in questi mesi ha sapientemente tracciato la linea politico-diplomatica da seguire. «La risposta alla crisi dell’ordine internazionale, generata da un rinnovato orientamento all’uso della forza e dal dileggio delle regole del diritto internazionale, può trovarsi solo nel delineare percorsi concreti di pace, fatti di principi, regole e strutture garanti dell’ordine tra le Nazioni», spiegava lo scorso 27 aprile il cardinale. Al suo fianco troviamo l’inglese mons. Paul Gallagher quale Sostituto per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato; insieme a loro la rete dei nunzi apostolici che costituisce un riferimento essenziale in questa vicenda, a cominciare da quello negli Usa appena nominato il 7 marzo scorso e proveniente dall’incarico di rappresentante vaticano alle Nazioni Unite: monsignor Gabriele Giordano Caccia.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
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Il fronte della Casa Bianca: dal ‘teologo’ Vance a Paula Cain

Sul fronte opposto, ovvero quello della Casa Bianca, sono diversi gli esponenti dell’amministrazione Trump che si sono scatenati dopo che il presidente ha deciso di rompere gli indugi e attaccare frontalmente Leone XIV. Anche perché il rischio intravisto dall’establishment trumpiano è quello di perdere una parte del voto cattolico – decisivo per la vittoria di The Donald alle Presidenziali – in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre. Ma non è affatto detto che la strategia di assaltare la Santa Sede produca gli effetti sperati. Fra i falchi di questa battaglia, c’è senz’altro il vicepresidente JD Vance, neoconvertito al cattolicesimo, che ha cercato di contrastare Leone tirando fuori l’argomento della «guerra giusta» contro i regimi autoritari (quale appunto l’Iran), come argomento teologico del quale il papa non avrebbe tenuto conto.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
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Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

Con lui, c’è il capo del Dipartimento di Stato, Marco Rubio, cattolico, di origini cubane. Rimasto ai margini delle polemiche, Rubio ha però in mente la «reconquista» dell’isola caraibica e non molla la presa dell’embargo economico-energetico puntando al sovvertimento del regime castrista. Si prosegue con Pete Hegseth, capo del Pentagono, protestante d’assalto, che per giustificare il conflitto in corso in Iran si è abbandonato a una citazione biblica, ma invece delle Scritture ha citato Pulp fiction. Una gaffe niente male.

Da rilevare poi, sempre in tema religioso, il ruolo di Paula White, capa dell’Ufficio della fede presso la Casa Bianca, nota telepredicatrice evangelica che promuove il Vangelo della prosperità. A lei si devono, ad esempio, le immagini che ritraggono Trump raccolto in preghiera circondato da pastori evangelici nello Studio Ovale. Anche in questo caso il tentativo è quello di non perdere quella parte del voto MAGA che non vede di buon occhio l‘interventismo internazionale di Trump ed è fortemente legato a un fondamentalismo religioso di origine protestante. Da ultimo tuttavia, a polemizzare apertamente con il Papa, ci si è messo Tom Homan, il cosiddetto  “zar delle frontiere”, cattolico di formazione e interprete della linea dura contro gli immigrati. Homan ha invitato Leone a occuparsi di ciò che non va nella Chiesa lasciando da parte la politica. Una menzione, infine,  merita anche Steve Bannon, ex uomo forte del primo mandato di Trump, per la sua lunga opposizione a Bergoglio e poi a Prevost.  

L’incanto di Barbara Hannigan, soprano con la bacchetta

È nata e cresciuta nella Nuova Scozia, sulla costa atlantica del Canada, fra i boschi e l’oceano. Entrare nel mondo della musica da un luogo così speciale, un paradiso naturalistico lontano dai grandi centri culturali, ha probabilmente avuto un ruolo nel formare lo sguardo sul repertorio e sulle convenzioni esecutive di Barbara Hannigan, soprano che è anche direttrice d’orchestra, o viceversa. Di fatto, a 55 anni una delle figure più interessanti e originali della musica contemporanea.

Il costante confronto con la musica contemporanea

Cresciuta in una famiglia che aveva nella musica un punto di riferimento fondamentale, Hannigan ha studiato all’Università di Toronto e al Conservatorio dell’Aia. Qui i suoi interessi si sono orientati in maniera decisiva (e definitiva) verso il Novecento: Satie, Webern, Nono, Berio, i lati meno frequentati del repertorio vocale europeo. Il debutto concertistico è avvenuto presto, a 19 anni. Da allora, il percorso è sempre stato chiaro: non solo il repertorio, ma il confronto sistematico con la musica più recente e con quella che nasce adesso. A oggi sono quasi 100 le prime esecuzioni assolute da lei sostenute. Un catalogo che attraversa molte tendenze della musica colta contemporanea: Sciarrino, Dusapin, Gerald Barry, George Benjamin – del quale ha eseguito Written on Skin – e Hans Abrahamsen, il cui ciclo Let me tell you per soprano e orchestra, scritto per lei, ha eseguito insieme ai Berliner Philharmoniker diretti da Andris Nelsons nel 2013.

L’incanto di Barbara Hannigan, soprano con la bacchetta
Barbara Hannigan e il baritono Christopher Purves nel 2016 (Ansa).

Opere e direzioni fino al Grammy

Sul versante operistico, la sua carriera ha avuto come centro focale le figure femminili problematiche del teatro per musica del Novecento. Di particolare rilievo la sua interpretazione della protagonista nella Lulu di Alban Berg (1937) e quella di Marie in Die Soldaten di Bernd Alois Zimmermann (1965), grande successo alla Bayerische Staatsoper di Monaco nel 2014. Dal 2011, quando ha debuttato come direttrice al Théâtre du Châtelet di Parigi, la sua presenza sul podio è diventata sistematica e autonoma rispetto a quella vocale, anche se Hannigan continua a praticare entrambe, spesso nello stesso concerto.

Dal 2019 è direttrice ospite principale della Gothenburg Symphony Orchestra; dal prossimo agosto sarà la direttrice principale dell’Iceland Symphony Orchestra. Ha guidato alcune delle principali formazioni internazionali, dai Berliner alla London Symphony, dalla Cleveland Orchestra alla Royal Concertgebouw di Amsterdam. In Italia ha diretto l’Orchestra di Santa Cecilia e la Filarmonica della Scala. Nel 2017 ha iniziato a collaborare con l’etichetta discografica Alpha Classics. La prima registrazione è stata Crazy Girl Crazy, in cui dirige la Ludwig Orchestra e canta al tempo stesso. L’incisione propone la celebre Sequenza III per voce sola di Luciano Berio (1965), la Suite da Lulu di Alban Berg e quella dal celebre musical di George Gershwin che dà il titolo all’incisione. Pochi mesi dopo è arrivato il Grammy per il miglior album vocale solistico classico.

L’incanto di Barbara Hannigan, soprano con la bacchetta
Barbara Hannigan (dal profilo Instagram della Iceland Symphony).

La decennale collaborazione con John Zorn

Sempre in Italia il suo nome è legato in particolare Festival dei Due Mondi di Spoleto, dove è stata anche artista in residenza. Nel 2022 in piazza Duomo ha diretto e interpretato vocalmente La voix humaine di Poulenc, su testo di Cocteau, drammatico monologo al telefono di una donna lasciata dal suo amante. In quella produzione dirigeva e cantava allo stesso tempo, realizzando così il “multitasking” gestuale, musicale, vocale e attoriale (visibile al pubblico tramite i video proiettati su grande schermo) che è solo suo. La stessa proposta è approdata alla Scala nello scorso ottobre, acclamatissima. Ed è stata eseguita pochi giorni fa alla David Geffen Hall nel Lincoln Center, per il suo debutto alla testa della New York Philharmonic. Nel 2024, al Teatro Romano spoletino Barbara Hannigan ha realizzato un ampio programma dedicato a John Zorn, eclettico compositore americano 72enne con il quale collabora da ormai più di 10 anni. Questo musicista è una delle figure più difficilmente classificabili della musica americana: compositore e sassofonista, passa dal free jazz alla musica da camera, dallo stile klezmer alla noise music, dalle musiche per film alle composizioni rituali ispirate alla Kabbalah.

L’incanto di Barbara Hannigan, soprano con la bacchetta
John Zorn.

Un sodalizio cominciato con l’ineseguibile Jumalattaret

Il primo progetto condiviso fra Zorn e Hannigan è stato Jumalattaret, un ciclo di canzoni per voce e pianoforte ispirato alle figure divine della mitologia ugro-finnica, che attinge al Kalevala, l’epopea nazionale finlandese pubblicata nel 1835. Il pezzo era rimasto ineseguito per anni ed era considerato per la sua asperrima scrittura di fatto ineseguibile. La musica si muove dalla semplicità melodica, quasi di ispirazione folklorica, fino a pirotecnici passaggi atonali di ardua complessità, alternando tecniche stilistiche di natura assai diversa. Al soprano è richiesta non solo un’ampiezza vocale eccezionale, ma la disponibilità a trasgredire qualsiasi convenzione di genere: il belcanto coesiste con il grido, il lirismo con il suono ridotto a pura materia. Hannigan ha affrontato per la prima volta questa musica nel 2018, poi la collaborazione con Zorn si è ampliata con la partecipazione a Pandora’s Box, la rielaborazione zorniana del mito di Lulu. Nel 2024 sono usciti per Tzadik, etichetta creata dal compositore, due dischi intitolati Hannigan Sings Zorn, registrazioni dal vivo che documentano il sodalizio artistico.

Appuntamento al Vicenza Jazz con Bertrand Chamayou

Ora Jumalattaret, eseguito per la prima volta in Italia a Spoleto nel mese di luglio del 2022, torna nell’ambito di un sofisticato programma che Hannigan e il pianista Bertrand Chamayou stanno portando in tournée europea. La composizione di Zorn è affiancata da pagine novecentesche: i Chants de Terre et de Ciel di Olivier Messiaen (1938) e alcune pagine solo pianistiche di Aleksandr Skrjabin. È un accostamento intrigante: i tre compositori sono accomunati dalla tensione verso il trascendente, ciascuno con linguaggi diversi, e da un rapporto esplicito tra il suono e il mito. Eseguito in anteprima Torino lo scorso 28 aprile, nel concerto inaugurale del festival Seven Springs della Scuola Holden, il pezzo verrà proposto il 16 maggio al Teatro Olimpico di Vicenza, nell’ambito della XXX edizione di Vicenza Jazz. Zorn ha sempre rifiutato le categorie, la sua musica abita lo spazio di intersezione tra il jazz d’avanguardia, la sperimentazione colta e la cultura popolare americana. La rassegna vicentina, diretta da Riccardo Brazzale, con il suo cartellone che comprende Joshua Redman, Mary Halvorson e Uri Caine, è per molti aspetti il luogo naturale per l’evento.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico

Risultati abnormi. La maratona di Londra del 26 aprile ci ha regalato risultati che dovremmo definire straordinari. Ma che straordinari rischiano di smettere di esserlo. Sia nel segmento maschile sia in quello femminile sono state registrate nuove prestazioni record. Fra le donne, l’etiope Tigist Assefa ha fissato il cronometro a 2 h 15’ 41”, migliorando se stessa, visto che esattamente un anno prima, a Londra, aveva toccato il tempo di 2 h 15’ 50”. Più clamoroso l’esito della gara maschile, dove sono stati tre gli atleti che hanno superato la prestazione ottenuta a Chicago nel 2023 dal keniota Kelvin Kiptum (2 h 00’ 35”). Soprattutto, addirittura due di questi tre atleti sono scesi sotto le due ore: il keniota Sabastian Sawe, che ha fermato il cronometro a 1 h 59’ 30”, e l’etiope Yomif Kejelcha, che ha fatto registrare il tempo di 1 h 59’ 41”. Alle loro spalle si è piazzato l’ugandese Jacob Kiplimo, che con 2 h 00’ 28” ha migliorato di sette secondi la performance di Kiptum. Tre risultati record in un colpo, due dei quali sterilizzati. È davvero un buon segno?

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Da sinistra a destra il secondo arrivato Yomif Kejelcha (Etiopia), il vincitore Sabastian Sawe (Kenya) e il terzo arrivato, l’ugandese Jacob Kiplimo (foto Ansa).

Non solo Adidas: è una battaglia tecnologica tra case produttrici

Prima di rispondere a questo interrogativo è necessario soffermarsi su un dettaglio, e cioè l’impatto generato dai nuovi modelli di calzature da competizione. Che definire iper-prestative rischia persino di essere riduttivo. Siamo nel pieno di una battaglia tecnologica tra case produttrici, che porta le principali marche globali a trasformarsi in laboratori della sperimentazione sulla performance. Come informa un dettagliato articolo pubblicato dal sito di Sky Sport, le nuove scarpe Adidas Evo hanno fatto segnare una tappa trionfale. A Londra le avevano sia i due vincitori (Sawe e Assefa) sia il secondo classificato nella gara maschile (Kejelcha). Una circostanza che dà il titolo: con questi “attrezzi” ai piedi, per la prima volta nella storia della maratona competitiva, due esseri umani si sono spinti sotto il muro delle due ore.

Leggerissime (97 grammi) e costosissime (500 euro)

Lo hanno fatto calzando una scarpa leggerissima in termini di peso (97 grammi) e pesantissima in termini di prezzo (500 euro). Di per sé, la questione dei costi è un argomento che non può essere eluso: se davvero indossarle dà un vantaggio competitivo così evidente, gli atleti che non possono permettersele sono doppiamente penalizzati.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Sabastian Sawe, primo arrivato alla maratona di Londra, con annesso nuovo record del mondo (foto Ansa).

Ma al quadro va aggiunto che Adidas non è la sola a essere impegnata in una campagna di sviluppo tecnologico delle calzature da competizione. Il terzo classificato nel maschile, Kiplimo, ha testato con ottimi risultati le nuove Nike Alphafly 4: ha mancato per soli 29 secondi l’obiettivo di abbattere il limite delle due ore. E tornando alla gara femminile, la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya) ha sperimentato un nuovo modello di scarpe svizzere On.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Da destra a sinistra la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya), la vincitrice Tigst Assefa (Etiopia) e la terza arrivata Joyciline Jepkosgei (Kenya) posano dopo la fine della maratona di Londra 2026 (foto Ansa).

Siamo dunque nel pieno di una competizione tecnologica tra case produttrici. Ciò crea una situazione in cui bisogna chiedersi se lo sviluppo delle calzature sia al servizio della prestazione, o se viceversa la prestazione sia diventata un test per lo sviluppo tecnologico. Ma si deve tornare al dato dei record per porsi qualche questione cruciale.

Cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo?

Si diceva: se in una sola gara il record viene battuto tre volte, possiamo ancora parlare di circostanza straordinaria? Dipende. Di sicuro non è cosa normale. Altrettanto sicuro è che si banalizza il record stesso. Che deve essere, a sua volta, circostanza straordinaria perché rara. Ma cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo? Nulla, specie se questo dovesse diventare l’andazzo prossimo venturo.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
I controversi costumi in poliuretano che sono stati banditi nel nuoto (foto Ansa).

La memoria torna al biennio dei costumi in poliuretano nel nuoto (2008-09). In quel lasso di tempo vennero battuti 255 record del mondo. Ai Mondiali di nuoto di Roma (2009), nelle otto giornate di gara in vasca vennero battuti 43 record. Alcuni duravano dalla sera alla mattina. Si parlò di doping tecnologico, ma soprattutto ci si rese conto di avere esagerato: se normalizziamo il record, lo sport perde fascino. Per questo si decise di mettere al bando il poliuretano per tornare ai costumi in tessuto. Il timore è che nella maratona si sia attraversata la medesima soglia. Lo sapremo presto. Ma intanto è bene tenere presente questo dato.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa

«Yankee go home». La guerra del Vietnam, il golpe in Cile e poi la crisi dei missili nucleari a Comiso (1981-1983) sono stati momenti in cui quell’invito è stato urlato con più forza nelle strade e nelle piazze d’Italia. Era uno slogan velleitario, che esprimeva un desiderio impossibile. Perché la presenza delle basi militari statunitensi, soprattutto in Germania e in Italia, i due Paesi che avevano perso la guerra, era anche il presidio economico che garantiva la libera e massiccia circolazione delle merci Usa in Europa. Il “sogno americano” che era l’anima della nascente società dei consumi aveva il volto sorridente del cinema di Hollywood e della pubblicità della Coca Cola. Ma alla bisogna sapeva di potere contare sul potere molto convincente delle armi. E su quello sottostante, ma non meno persuasivo, dei servizi segreti (CIA) che spesso hanno condizionato e interferito nella vita politica italiana.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
La base di Sigonella (Archivio Ansa).

La minaccia trumpiana forse è un’occasione storica

Da decenni non si sente più urlare «Yankee go home», ma la novità è che ora sono loro, gli yankee, che minacciano di tornarsene a casa. Dopo che Donald Trump ha minacciato di uscire dalla Nato, è stato il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che ha invitato i Paesi europei a spendere di più in armamenti. Perché in caso contrario gli Usa ridimensioneranno o addirittura chiuderanno le basi in Europa. 

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Pete Hegseth e Donald Trump (Imagoeconomica).

Ora, detto che non è semplice per gli Stati Uniti sfilarsi dall’Alleanza Atlantica e che Hegseth è lo stesso che ha definito «la guerra un dono per il mondo» e che ha confuso la Bibbia con Pulp fiction, penso che dovremmo seriamente chiederci se non sia un’occasione storica accettare il ritiro statunitense. Detta così può sembrare, e in parte è, una provocazione. Come la canzone dei 99 Posse, Yankee go home, che peraltro, con la guerra Usa-Iran in corso risulta assai intonata.

Senza protettori Usa, l’Europa sarebbe costretta a reagire

Per un passo del genere servirebbero infatti statisti e grandi europeisti come Kohl e Mitterrand, dei quali al momento non c’è traccia. Però l’abbandono dei protettori americani costringerebbe a colmare rapidamente quel vuoto. A superare i personalismi e i nazionalismi che oggi frenano la costruzione di una difesa europea. Impedita da un’industria militare frammentata, con duplicazione di capacità produttive e mancanza di standard comuni. Ma pesano anche di più le differenze strategiche e geopolitiche. 

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Nel 1984, il Cancelliere tedesco Helmut Kohl e il Presidente francese François Mitterrand alla commemorazione della battaglia di Verdun (Ansa).

Mosca e Putin sono una minaccia reale?

Le questioni fondamentali, senza addentrarci in ambiti specialistici, si riassumono nei pensieri e nelle visioni che ispirano e contrappongono – per semplificare al massimo – filo-putiniani e anti-putiniani. Detto altrimenti: se senza protezione americana la Russia si mangerebbe l’Europa in un boccone o, al contrario, tornerebbe a essere un partner commerciale conveniente e affidabile. Ancorché da blandire, soprattutto per il possesso di un formidabile arsenale nucleare. In entrambi i casi l’immagine dei cosacchi che si abbeverano in piazza San Pietro a Roma deve fare i conti con la realtà di un esercito che non pare proprio così potente come è stato raccontato e come Putin lo accredita. Visto che un’operazione speciale che doveva durare una settimana è in corso da quattro anni e che l’esercito russo non dà proprio l’idea di essere un’invincibile armata smaniosa di invadere la grande pianura europea. Certo la Russia ha cento volte e più le bombe atomiche che potrebbero distruggere il mondo. Però, come è noto, ne bastano poche per mettere in moto un meccanismo di risposte a un attacco iniziale che otterrebbe velocemente quel risultato. Quindi se la Russia ha 5.500 bombe, Francia e Regno Unito assieme ne hanno più di 500 (300+220) e in una difesa europea coordinata e operativa sarebbero più che sufficienti per scoraggiare aggressioni militari nucleari russe e non.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Vladimir Putin (Ansa).

La spesa europea in armamenti ha superato quella russa

C’è poi da considerare l’aspetto economico, al netto delle polemiche furiose fra bellicisti e pacifisti. Che la spesa europea sia attualmente frammentata, disordinata dunque inefficace è un dato di fatto. Ma è altresì vero, secondo l’Osservatorio dell’Università Cattolica, che nel 2024, la spesa militare europea ha raggiunto livelli record, superando quella russa. I Paesi europei (NATO inclusi) hanno speso circa 730 miliardi di dollari, una cifra superiore del 58 per cento rispetto ai circa 462 miliardi della Russia. «L’ampio divario tra spesa russa ed europea nel 2024 suggerisce cautela nel concludere che sia necessario un forte aumento della spesa militare in Europa, tranne che nei Paesi ancora al di sotto del 2 per cento del Pil».

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Mark Rutte e Donald Trump (Ansa).

Più armi significa meno welfare

Se però si considera che Trump e Hegseth chiedono che la spesa militare dei Paesi europei sia portata al 5 per cento, ecco che la rinuncia o la chiusura delle basi e della protezione Usa sarebbe economicamente conveniente, oltre che socialmente augurabile. Tre punti percentuali di aumento della spesa militare per la popolazione europea e italiana significano tagli sostanziosi al welfare. Considerato che ha valore quasi scientifico la correlazione inversa tra spesa militare e spesa sanitaria. Quando aumenta l’una cala l’altra: è sempre accaduto così. E se si considera che nel 2025 è stato stabilito il nuovo record mondiale di spesa in armamenti – 2.887 miliardi di dollari complessivi, con un aumento del 2,9 per cento rispetto al 2024 – auguri a tutti noi, che già lamentiamo tagli allo stato sociale e riduzione dei servizi assistenziali.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Pete Hegseth (Ansa).

In un colpo solo potremmo liberarci anche della tutela delle Big Tech

Ma rispolverare e accogliere in modo pacifico e consensuale l’opportunità di un ritiro americano dall’Europa non ha solo motivazioni economiche. Il valore e l’importanza del ruolo americano nella sconfitta del nazismo e del fascismo restano come pietre miliari di un atlantismo che ha generato libertà e democrazia. Ma quel debito e la riconoscenza per il piano Marshall lo abbiamo pagato e lo stiamo pagando abbondantemente. Con il quasi monopolio concesso ai servizi finanziari e tecnologici statunitensi. In questa luce «yankee go home» offre anche l’occasione, come scrive The Guardian, per provare a sottrarsi alla tutela di Microsoft, Google, Meta, Amazon, Apple e trovare nuove strade più etiche e rispettose dell’autonomia e dell’identità dei cittadini europei. Certo costruire alternative efficienti è una bella impresa. Però «fare switch è più facile di quanto possiamo pensare», ricorda sempre il Guardian, indicando modi e strumenti con i quali si può cominciare a farlo. Con gentilezza e riconoscenza: cari yankee potete portare a casa o altrove armi e bagagli, perché noi ce la possiamo fare da soli. È un sogno?

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio

Niente rende meglio il clima di questo Primo maggio della nuova tendenza dilagante fra i giovani in cerca di lavoro – anche se magari un lavoro ce l’hanno già, malpagato e insoddisfacente come sono spesso i primi impieghi. Si chiama doomjobbing, e se fa venire in mente il doomscrolling, cioè l’immersione morbosa nel flusso di cattive notizie ammannite dalla Rete, una ragione c’è: consiste nell’applicazione dello stesso principio alla ricerca di lavoro.

Il neologismo inventato da una ragazzina americana

Il termine, a quanto pare, è una creazione estemporanea di una sveglissima ragazzina americana di otto anni, che vedeva il padre, appena licenziato, passare inutilmente ore e ore su LinkedIn. «Lei l’ha chiamato doomjobbing. Esatto. È proprio quello», ha scritto l’uomo su Threads. Il suo post, e soprattutto il neologismo, sono diventati virali, e qualcuno ha persino suggerito al padre di registrarlo e di stamparlo sulle magliette, con il font di LinkedIn.

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio
Passare inutilmente ore e ore su LinkedIn? Ora c’è un neologismo (foto Unsplash).

Doomjobbing, l’avrete capito (perché magari lo fate anche voi), è guardare ogni giorno decine, centinaia di offerte d’impiego o inviare il proprio curriculum a pioggia a una lista infinita di potenziali interessati. Più lunga è la lista, più numerosi sono i rifiuti o le non-risposte che si ricevono, più aumenta l’impressione che tutto quell’impegno non serva a nulla, e che la propria situazione, lavorativa o no, non abbia alcun margine di miglioramento.

Le aspettative avvizziscono e in parallelo cresce l’ansia

Il doomjobbing è una trappola insidiosa, perché dà l’impressione di essere attivi, senza produrre nessun reale passo avanti, nemmeno nel rendere più efficace la propria ricerca, magari selezionando meglio le offerte di lavoro o finalizzando più utilmente il proprio curriculum. Le aspettative avvizziscono e in parallelo cresce l’ansia, e malgrado si sia sempre più convinti dell’inanità dei propri sforzi, è vietato smettere di tentare e ritentare, perché sarebbe ammettere di avere sbagliato tutto.

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio
Il doomjobbing è la vana e sfiancante ricerca di lavoro online (foto Unsplash).

Le imprese ora preferiscono affidare certi lavori all’intelligenza artificiale…

La beffa è che anche aver fatto tutte le cose “giuste” cinque o sei anni fa, fidandosi delle guide alla scelta universitaria più promettente e al master più quotato, oggi non mette al riparo dal doomjobbing. E infatti, i più esposti alla sindrome sono i laureati in STEM, illusi che il loro impegnativo percorso di studi avrebbe dato loro un lavoro sicuro e redditizio (fino a due-tre anni fa le aziende lamentavano la mancanza cronica di candidati con una formazione tecnicoscientifica), per poi scoprire non solo che in troppi hanno avuto la stessa idea, ma anche che le imprese ora preferiscono affidare quei lavori all’intelligenza artificiale, che li completa in una frazione di tempo, h24 e con zero salario. In pratica, cercare lavoro inviando a destra e a manca il proprio curriculum è come pescare a strascico in un braccio di mare in cui sono rimasti pochissimi pesci che richiedono modalità di cattura più sofisticate.

Occhio alla fuffa degli annunci-civetta

A incrementare la depressione da doomjobbing, dall’altro lato, c’è la sempre più diffusa pratica degli annunci-civetta, inserzioni per posti che non esistono, dietro ai quali a volte ci sono vere e proprie truffe, ma che possono avere anche obiettivi meno criminali ma più subdoli. Le aziende vogliono dare l’impressione di essere in crescita, quindi di cercare nuovo personale; oppure, gli annunci sono un modo per rastrellare dati personali o curriculum, per esercitare l’intelligenza artificiale o da sfruttare a fini pubblicitari.

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio
Il doomjobbing è una trappola insidiosa, perché dà l’impressione di essere attivi (foto Unsplash).

I Paesi che prendono sul serio i problemi lavorativi sono altri…

Da quando i miei figli cercano lavoro diffondendo, fra le altre cose, i loro recapiti, si vedono la casella email inondata di spam e ricevono messaggi o chiamate moleste da numeri sconosciuti. Il fenomeno è così grave e diffuso che Paesi come il Canada hanno appena varato una legge contro gli annunci falsi. Combinazione, sono quasi sempre Paesi dove c’è anche il salario minimo (in Canada, 18 dollari canadesi l’ora, poco più di 11 euro). Sono Paesi, insomma, dove la politica e i sindacati prendono sul serio i problemi lavorativi dei giovani, che si riflettono sul loro benessere fisico ed emotivo – e dove, non a caso, i giovani italiani finiscono per emigrare. Chissà quanti ce ne sono che, in questo Primo maggio, stanno preparando le valigie. Il doomjobbing fa tristezza, ma è ancora più triste che in Italia l’antidoto possa essere così semplice: un biglietto aereo, sola andata.