Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti

L’ultimo della serie si chiama Omar Abdulkadir Artan. È un arbitro, è stato giudicato il migliore del continente africano per l’anno 2025 e per questo motivo è stato inserito nel gruppo di chi dirigerà le partite del Mondiale 2026 al via giovedì 11 giugno, quello che per una serie di motivi potrebbe essere il peggiore di sempre. Purtroppo, mister Artan ha un problema: il passaporto somalo. Ciò che gli conferisce lo status di appartenenza a uno Stato-nazione che, per il grottesco mappamondo di Donald Trump, appartiene all’emisfero dei dannati. Il Canada ha provato timidamente a opporsi, dicendo che «è il benvenuto» e proponendo di farlo arbitrare a Vancouver. Invano. Lui ha raccontato così la sua frustrazione: «Vivevo un sogno. E invece sono finito in prigione ed espulso. Per colpa di un omonimo».

Nella rudimentale visione del mondo alimentata dallo psycho-POTUS, tutti coloro che provengono dai Paesi collocati nella parte sbagliata della carta geografica devono essere respinti alla frontiera. Del resto, per come la vede lui, bisognerebbe cacciare dagli Stati Uniti i cittadini che sono (anche lontanamente) provenienti da quei Paesi: figurarsi farne accedere di nuovi, fosse anche soltanto per arbitrare qualche partita di pallone.

Calpestate le regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati

Ergo, l’esito di tutto ciò è bell’e servito: il miglior arbitro del continente africano è stato respinto al confine, non appena messo piede all’aeroporto di Miami. A mister Artan non è servito a nulla nemmeno essere in possesso di un passaporto diplomatico. Evidentemente gli agenti incaricati di sorvegliare il sacro valico dell’America trumpiana hanno avuto istruzioni di sbattersene anche delle regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati. E se tutto ciò ha come conseguenza impoverire la pattuglia arbitrale, pazienza: si potrà sempre far dirigere le partite all’intelligenza artificiale.

Il percorso tortuoso della nazionale dell’Iraq

Il problema è grave e tocca non soltanto Omar Abdulkadir Artan, né esclusivamente gli arbitri. Molto faticoso è stato il percorso della nazionale dell’Iraq, atterrata all’aeroporto di Chicago e destinataria di un trattamento di particolare cortesia: diverse ore di interrogatorio da parte degli agenti della frontiera, cui è stato sottoposto ciascun componente della comitiva proveniente da Bagdad.

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Aymen Hussein, a destra con la maglia numero 18 dell’Iraq (foto Ansa).

Non per tutti è andata bene: Talal Salah, il fotografo ufficiale incaricato dalla federcalcio irachena, è stato rimandato indietro dopo essersi sorbito 11 ore d’interrogatorio. Appena meno spossante è stata la prova toccata a Aymen Hussein, 30enne attaccante dell’Al-Karma: a lui sono bastate sette ore di interrogatorio. Infine ha scansato il rischio di essere rimandato in Iraq, ma il sollievo non gli ha impedito di dar voce al pensiero che si fa sempre più condiviso: «Ma che senso ha ospitare un Mondiale se si è così ostili verso i calciatori stranieri?».

«Football unites the world», la frase boomerang di Infantino

Già, che senso ha? È una domanda che bisognerebbe rivolgere all’ineffabile presidente della Fifa, Gianni Infantino. Che in questi giorni continua a glorificare il presunto successo di questo primo Mondiale a 48 squadre e non guarda oltre le cifre sugli incassi. Tra le tante fanfaronate che ha diffuso nel corso dei mesi di vigilia, quella che adesso gli torna addosso come un boomerang è la frase: «Football unites the world». Una delle frasi a effetto di cui Fifantino ha abusato nel corso di questi mesi. Ma che, giorno dopo giorno, rivela di essere il sigillo di un fallimento.

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
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Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti

Per Cannavaro roba da caccia al narcos, altro che amichevole di calcio

Le segnalazioni si moltiplicano. L’ultimo a incappare negli arcigni controlli di sicurezza è stato Fabio Cannavaro: che vent’anni fa alzava al cielo di Berlino la Coppa del Mondo come capitano della nazionale azzurra, e che adesso si trova negli Usa nel ruolo di commissario tecnico dell’Uzbekistan. Per lui e i componenti della comitiva uzbeka i controlli in aeroporto non sono stati sufficienti: è toccato loro sottoporsi anche a quelli necessari per accedere allo stadio di New York, dove era in programma l’amichevole contro l’Olanda (persa 2-1). Una lunga trafila fatta di metal detector e cani antidroga. Roba da caccia al narcos, per un’amichevole di calcio.

Misure di sicurezza assurde, da stato d’assedio. Il caso della nazionale iraniana, la cui rappresentanza è stata decimata, è il più noto. Meno pubblicizzato è il caso dei numerosi giornalisti, iraniani o provenienti da Paesi africani, che hanno avuto negato il visto, o che ne hanno ricevuto uno valido per un solo accesso. Ciò che, in una manifestazione che porta le squadre nazionali a spostarsi tra un Paese organizzatore e l’altro (oltre che negli Usa, si gioca in Canada e in Messico), è un grave handicap: una volta che esci dagli Stati Uniti, non rientri più.

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
La seconda opera della street artist Laika raffigura un tifoso messicano con la faccia al muro e le mani alzate, perquisito e arrestato da due agenti dell’Ice (foto Ansa).

L’Associazione internazionale della stampa sportiva (Aips), presieduta dall’italiano Gianni Merlo, ha inviato il 5 giugno una lettera alla Fifa per chiedere di risolvere con urgenza il problema. Risposta da Fifantino? Nessuna.

Il presidente della Fifa pensa solo a spennare i tifosi più ingenui

In compenso il capo del calcio mondiale ha trovato un altro modo per mungere i tifosi, ciò che gli permetterà di magnificare un altro po’ gli incassi della manifestazione. Si chiama Super Shootout e permette di vedere il proprio nome, con relativo Paese di provenienza, passare sul maxischermo degli stadi in cui si disputano le gare. Per i pirla che volessero concedersi questa libidine, il costo è 79 dollari americani, che al cambio sono quasi 69 euro. Ma vuoi mettere, il piacere di vedere il tuo nome passare in mondovisione per pochi secondi e ingrassare il portafoglio di Fifantino?

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
A un giorno dall’inizio dei Mondiali di calcio 2026, sono apparse a Zurigo due nuove opere della street artist Laika. La prima, affissa davanti al quartier generale Fifa (foto Ansa).

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?

Qui ci sarebbe anche un Mondiale in programma. Il calcio d’inizio della 23esima edizione della Coppa del Mondo di calcio è fissato per l’11 giugno, ma fra i Paesi ospitanti non pare esservi uguale attenzione. Per esempio, provate a farvi un giro per i siti delle principali testate canadesi. Le homepage sono dominate da tutt’altri temi, a partire dalla strategia che il governo del premier liberal Mark Carney intende adottare sul tema dell’intelligenza artificiale. Per trovare contenuti sul Mondiale “di casa” bisogna andare parecchio in giù o cercare nelle sezioni laterali.

Il ricordo fresco del disastro finanziario delle Olimpiadi 1976 a Montreal

Si scopre così che la massima kermesse globale del pallone non è in cima ai pensieri dei canadesi. E che anzi, se proprio li incrocia, trova quelli cattivi. Per esempio, quelli di chi si interroga sui costi in aumento, che ai contribuenti canadesi toccherà pagare. Un tema che risveglia una sensibilità particolare. Qui il disastro finanziario delle Olimpiadi estive 1976 a Montreal non è stato mai dimenticato. Ai contribuenti locali rimase l’eredità di un debito per la cui estinzione fu necessario un trentennio.

In Canada solo 13 partite su 104

Stavolta il rischio finanziario viene affrontato avendo come contropartita la possibilità di ospitare soltanto 13 partite. Che su un totale di 104 match previsti in calendario fa il 12,5 per cento della manifestazione. Inoltre, è anche una forzatura dire che il Canada sia un Paese ospitante; perché in realtà le sedi delle gare sono soltanto due: Toronto (stadio BMO Field) e Vancouver (stadio BC Place).

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Lo stadio di Toronto che ospiterà il Mondiale 2026 (foto Ansa).

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Mondiale a tre, ma solo per modo di dire

L’elemento dello squilibrio organizzativo di questa manifestazione è uno dei meno dibattuti. Si parla di Canada-Messico-Usa 2026, ma in realtà sarebbe il caso di inventarsi un’altra formula. Per esempio: “Usa 2026 al 75 per cento”. Che è la quota di gare programmate in territorio statunitense. Infatti, detto della molto relativa incidenza del Canada in questa manifestazione, stessa valutazione va fatta nel caso del Messico. Anche sul versante Sud di questo Mondiale del continente nordamericano il numero di gare sarà 13. Dunque un altro risicato 12,5 per cento, con la differenza che le piazze interessate sono tre: Città del Messico (stadio Azteca, dove si giocherà la partita inaugurale tra la nazionale di casa e il Sudafrica), Guadalajara (stadio Akron) e Monterrey (stadio BBVA Bancomer).

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in visita allo stadio Azteca, in Messico, nel 2025, quando forse sperava nella partecipazione dell’Italia (foto Ansa).

A rafforzare l’idea della perifericità di Canada e Messico nel torneo provvede un altro dato: col turno degli ottavi di finale (una gara a testa) il Mondiale dei due Paesi si chiude. Dai quarti in poi si gioca soltanto negli Usa. Una sproporzione sconcertante. Ed è ancor più assurdo che Canada e Messico lo abbiano accettato.

Allargamento a 48 squadre, con la novità dei sedicesimi di finale

Fossero soltanto queste le stranezze, in un Mondiale bizzarro a partire dalla taglia: 48 squadre, in conseguenza del più spettacolare allargamento nella storia della manifestazione. Fin qui si era proceduto con aumenti da 8 nazionali per volta (da 16 a 24 in occasione di Spagna 1982, da 24 a 32 per Francia 1998). Stavolta sono state ammesse 16 nuove finaliste in un colpo solo. Con l’effetto che, per la prima volta nella storia, la fase a eliminazione diretta partirà coi sedicesimi di finale anziché gli ottavi di finale.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
I giocatori dell’Italia in bianco e nero, senza colori come questa Nazionale (foto Ansa).

Una maratona ridicola, che avrà il solo effetto di abbassare drasticamente il livello tecnico e spettacolare. Ovvio che tutte queste considerazioni suonano ancora più urticanti se si pensa che la nazionale azzurra non è stata capace di qualificarsi nemmeno a un’edizione così larga (anche se le europee sono aumentate soltanto da 13 a 16, calando a livello percentuale sul numero dei partecipanti): ciò che è l’indicatore più spietato della povertà che segna il nostro movimento.

A Zurigo hanno pensato anche all’ipotesi di torneo biennale…

Ma al di là d’ogni italica miseria e malinconia, resta la realtà di una manifestazione ipertrofica. Che per di più potrebbe non aver terminato di espandersi. Di tanto in tanto fa capolino l’ipotesi di un’ulteriore dilatazione, così come era stata in ponte l’ipotesi del Mondiale biennale. Evidentemente a Zurigo, nelle stanze della Fifa, il rischio di “inflazione” della manifestazione non viene contemplato. Men che meno questo timore sfiora il presidente.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
La nazionale iraniana (foto Ansa).

Una Fifa tutta sua (ma non dei tifosi)

Già, il presidente. Gianni Infantino, che nel 2016 si è trovato, in modo del tutto fortuito, la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che da quel momento in poi ha ridisegnato l’organizzazione a misura della sua figura. Potremmo chiamarla Fifantino. Sotto la sua presidenza la Fifa è diventata una macchina da soldi, ciò che è il suo principale vanto. Peccato che, in ultima analisi, quei soldi vengano sborsati soprattutto dalla “gente”, gli appassionati di calcio: che remunera i main sponsor coi propri comportamenti di consumo, paga le pay tivù e, soprattutto, acquista i biglietti delle partite. Sempre che ciò sia possibile e che i prezzi siano alla portata.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
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E proprio qui sta uno degli aspetti più critici, ossia il costo dei ticket, andato fuori controllo a causa del meccanismo di vendita via web costruito per generare l’asta. I biglietti sono inaccessibili, ma altrettanto lo è il costo di ogni altro bene o servizio che i supporter dovranno comprare per seguire la propria nazionale: trasporti, sistemazione alberghiera, eventuale noleggio auto e parcheggi. Per non dire della novità di non poter portare cibo e acqua all’interno dello stadio: ogni cosa dovrà essere acquistata in loco, a costi esorbitanti. Un salasso. Ma Infantino sorride sempre.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Un tifoso mostra i biglietti originali del 1994 (foto Ansa).

La ridicola ipotesi di ripescaggio e la guerra sullo sfondo

Sorrideva anche quando, con sommo sprezzo del ridicolo, consegnava a Donald Trump un improbabile Premio Fifa per la Pace. L’atteggiamento scodinzolante era quello di sempre. Ha continuato a esserlo durante tutte queste settimane in cui c’è stata da gestire la grana della nazionale iraniana, di cui per lungo tempo si è ipotizzato il ritiro. Ci si è dovuti pure sorbire il Paolo Zampolli di turno che faceva pressioni per un impossibile ripescaggio dell’Italia.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Paolo Zampolli e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Alla fine è stata trovata la soluzione di compromesso: l’Iran giocherà negli Usa le gare del girone eliminatorio, ma farà base in Messico. Tutto ciò lascia scivolare sullo sfondo una verità che nessuno vuol dire: il Mondiale si gioca sul suolo di un Paese in guerra. Secondo Infantino il calcio unisce il mondo. Di sicuro trova il favore degli autocrati. Come lui.

Il Foro Italico siamo noi: il pasticciaccio del calendario ritrae un Paese grottesco

Il Foro Italico non è un luogo: è una metafora. Di una città capitale, di un Paese, di un popolo intero con la sua anima guitta ch’è peso netto anziché tara. Il Foro Italico siamo noi. Per questo dovremmo guardare con serietà a tutto ciò che in questi giorni si è mosso intorno all’epicentro di un pasticciaccio brutto. Perché la vicenda parla di noi: della povera cosa che siamo diventati come Stato. Ma soprattutto perché siamo al cospetto di un vero “foro”: un buco ampio e profondo da cui è stata inghiottita la credibilità italica. Da qui in avanti, quando pronunciate “Foro Italico”, percepite la formula in questo senso.

Il Foro Italico siamo noi: il pasticciaccio del calendario ritrae un Paese grottesco
Le frecce tricolori sopra il Foro Italico (foto Ansa).

Quei 30 minuti di scarto che hanno salvato la situazione

La Lazio e la Roma (più le altre otto squadre che dovevano giocare in contemporanea per ragioni di “regolarità”). La Lega di Serie A e la federazione italiana del tennis (Fit). La prefettura di Roma e il Tar del Lazio, con l’avvocatura dello Stato a fare rinterzo. E poi Jannik Sinner e Maurizio Sarri. E ancora: il pallone e le palline, le scarpe coi tacchetti e le racchette. Una serie di dualismi che potrebbe continuare fino al derby di ritorno e alla finale degli Internazionali, mettendoci dentro anche la domenica alle 12.30 e il lunedì alle 20.45. Alla fine del caos, la decisione si è trovata in mezz’ora. Quei 30 minuti di scarto, l’inezia che ha salvato le capre del calendario e il cavolo di situazione in cui s’erano cacciate. Che a leggerla così era la soluzione più semplice del mondo: partita di domenica alle 12 anziché 12.30. Una cosa così facile che pare di rivedere il Lino Banfi di Fracchia la belva umana mentre si dà manate sulla pelata per certificare quanto è stato abile nella cogitazione. E invece si era stati davvero a mezz’ora dal casino supremo.

Il Foro Italico siamo noi: il pasticciaccio del calendario ritrae un Paese grottesco
Ezio Simonelli, presidente della Serie A (Imagoeconomica).

Dire che adesso siano tutti contenti sarebbe una fake news. Diciamo che sono sollevati. Se avessero l’opportunità di ritrovarsi in un vicolo, e contassero sulla certezza che tutto quanto avvenga lì non sia portato fuori, si accapiglierebbero a morsi e sputi. Ma poiché sono soggetti di pubbliche responsabilità e governance, allora tocca loro indossare la parte di quelli che sono riusciti a venire a capo della situazione. Per il resto, devono incrociare le dita. Perché soltanto il test di questa domenica bestiale potrà dire se la soluzione ha funzionato. Cosa mica scontata, dato che i ceffi abituati ad aggirarsi intorno al derby romano possono fare casino a mezzogiorno della domenica come alle nove di sera del lunedì, e indipendentemente dal fatto che nei dintorni si giochi la finale degli Internazionali di tennis o un Burraco Contest.

Sarri e la Lazio si presenteranno?

Chi vivrà vedrà. E saprà anche quale sarà la soluzione per uno degli interrogativi collaterali: davvero l’allenatore Sarri si rifiuterà di accomodarsi sulla panchina laziale al mezzodì di domenica? Parole forti, quelle da lui pronunciate nel post partita della finale di Coppa Italia persa contro l’Inter. E certo, bisogna riservargli qualche comprensione per la rognosa stagione che gli è toccato affrontare. Ma spararla così grossa, suvvia. Fosse per lui, la Lazio non dovrebbe nemmeno presentarsi in campo per la partita dell’ora di pranzo, «che tanto, anche se ci penalizzano di un punto in classifica, non ci cambia niente». Come no? Ve l’immaginate la situazione in cui una delle due romane diserta il derby concedendo all’altra la vittoria a tavolino, e magari spianandole la strada verso la Champions League? Nemmeno Zdenek Zeman, al tempo in cui sosteneva che il derby è una partita come tutte le altre, avrebbe osato tanto.

Il Foro Italico siamo noi: il pasticciaccio del calendario ritrae un Paese grottesco
L’allenatore della Lazio Maurizio Sarri (foto Ansa).

Ormai si è capito che si può fare soltanto di peggio

Due sole sono le certezze che questo immenso Foro Italico si lascia alle spalle. La prima: che la domenica bestiale, in qualche modo, passerà. La seconda: che la figura di melma rimane a imperitura memoria. Di più: andrebbe solennizzata, calendarizzata. Ricordata come il giorno in cui il Paese si è concesso una botta di grottesco e ancora nemmeno sapeva se sarebbe bastata. Perché ormai s’è capito che si può fare soltanto di peggio, e che gli architetti del caos sono l’unico corpo d’élite sul cui servizio permanente effettivo questo Paese possa contare.

Il Foro Italico siamo noi: il pasticciaccio del calendario ritrae un Paese grottesco
Il presidente della Fitp Angelo Binaghi (Imagoeconomica).

Non c’è stata la minima considerazione per i tifosi

Tenetevi sempre in mente la situazione da commediola di Serie Z: 10 squadre (!) che ancora il giovedì non sapevano se avrebbero giocato la domenica mattina o il lunedì sera; le relative tifoserie messe in sospeso senza la minima considerazione per i loro diritti; la bollinatura dei responsabili del calendario di Serie A che da qui in avanti si porteranno in giro questa vicenda come una macchia di sugo sulla cravatta; il cortocircuito istituzionale; e infine, l’innata simpatia di quel presidente della Federtennis che, come direbbero nelle East Midlands, è «like sand in your underwear». Va’ a vedere che potrebbero farci anche un format, su ‘sta storia qui. Orfani come siamo di Boris, potrebbe anche essere un successone.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione

Una figuraccia come quella rimediata la scorsa settimana sarebbe stata più che sufficiente per indurlo a farsi da parte. Ma Gianni Infantino, presidente della Fifa, a levarsi di torno non ci pensa proprio. Da quando è a capo dell’organizzazione che governa il calcio ha passato il tempo a piegarla su se stesso, facendola coincidere con la sua persona: Fifantino.

Un pacificatore fallito: la figuraccia di Vancouver

L’interpretazione egocentrica del ruolo non lo mette al riparo dal collezionare scivoloni. Come quello che ha messo in curriculum lo scorso 30 aprile, in occasione del 76° Congresso Fifa tenuto a Vancouver (Canada). Convinto di poter recitare il ruolo di grande pacificatore (che nessuno gli ha assegnato), Infantino ha chiamato al centro della scena il presidente della federazione palestinese, Jibril Al Rajoub, e il vicepresidente della federazione israeliana, Basim Sheikh Suliman. Pretendeva una stretta di mano, per dimostrare che la Fifa è capace di regalare un istante di pace anche tra parti ferocemente divise. Risultato: stretta di mano rifiutata e boomerang che torna veloce sulla pelata presidenziale. Infantino si è limitato a dire che certe situazioni sono complicate. Come se avesse soltanto scambiato il sale col pepe rosa.

Un mix di personalismo e riformismo megalomane

Una scena emblematica del modo di governare infantiniano, quella rappresentata a Vancouver. Un impasto di personalismo, improvvisazione, presunzione e faccia bronzea. Sintetizzando il tutto con un’etichetta: dilettantismo politico. Ma proiettato su una dimensione di governo che si espande su scala globale e pretende di abbracciare un mappamondo più vasto di quello tracciato dall’Onu (211 federazioni calcistiche nazionali contro i 193 Stati nazione riconosciuti dalle Nazioni Unite). Questa è la Fifa governata dall’avvocato italo-svizzero. Un ex oscuro segretario generale dell’Uefa che, per una straordinaria coincidenza di circostanze, si è trovato la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che adesso lo governa in modo pasticciato, mettendo se stesso davanti a tutto e imprimendo un riformismo megalomane, che ha il solo effetto di inflazionare le competizioni e renderle sempre più costose.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
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Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione

Il servilismo nei confronti di Trump

A dimostrare questo andazzo sono state le due grandi manifestazioni che Infantino ha voluto fortemente: il Mondiale Fifa per Club e il Mondiale per nazionali in versione extralarge, passato d’un colpo da 32 a 48 squadre. Due competizioni pacchiane, tecnicamente discutibili, caratterizzate da prezzi indecenti dei biglietti e conseguenti spalti vuoti in diverse gare. Ma lui è contento così e sventola l’aumento del montepremi, o le fantascientifiche cifre delle richieste di biglietti online. Come se questi fossero i parametri per giudicare lo stato di salute del movimento. E mentre sfoggia numeri mirabolanti, si preoccupa di intessere rapporti politici muovendosi con un piglio da segretario generale dell’Onu. Il servilismo nei confronti di Donald Trump – insignito di un inedito Premio Fifa per la Pace, che già basterebbe per battezzarlo definitivamente Fifantino – è degno del miglior Giandomenico Fracchia.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino consegna a Trump il premio Fifa per la pace (foto Ansa).

Il pasticcio della Coppa d’Africa scopre la classe dirigente infantiniana

Ma anche la gestione delle periferie dell’impero desta non pochi imbarazzi. Il pateracchio dell’ultima Coppa d’Africa, con l’irrisolta querelle fra Marocco e Senegal, porta la sua firma perché ha visto in prima linea due uomini della sua massima fiducia: il presidente della confederazione calcistica africana (CAF), Patrice Motsepe, e il segretario generale allora in carica della stessa CAF, Véron Mosengo Omba, svizzero di origine congolese nonché stretto collaboratore di Infantino. Il disastro combinato da quei due è un marchio d’infamia per la stessa Fifa. In seguito a quel fattaccio, ma anche per avere superato i limiti di età per rivestire la carica di segretario generale, Mosengo Omba si è dimesso a fine marzo. Ma è già pronto a rientrare in pista come candidato presidente della federcalcio congolese. Evidentemente non riesce a fare a meno del campo, così come Motsepe. Che, quando venne eletto per la prima volta alla presidenza della CAF, disse che avrebbe fatto un solo mandato. E invece è ancora lì a fare il secondo. L’inscalfibile classe dirigente infantiniana.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Patrice Motsepe (Ansa).

L’autocelebrazione e il culto della personalità

Ma, per il capo del calcio mondiale, questo e molti altri episodi sono roba secondaria. Il suo culto della personalità, che è anche l’altra faccia di un insopprimibile complesso di inferiorità che lo porta a una ininterrotta celebrazione di se stesso. E poiché giusto quest’anno ricorre il decennale della sua elezione alla presidenza, ecco il diluvio di celebrazioni. Il sito Fifa è stato usato per diffondere un imbarazzante messaggio a più voci in cui i più fidi collaboratori incensano il capo. E adesso è stato appena mandato in libreria un volume celebrativo. Del quale omettiamo il titolo perché non leggerlo è il solo uso sensato che se ne possa fare. L’autore è Alessandro Alciato, insipido bordocampista promosso agiografo ufficiale. Così vanno le cose nel regno di Fifantino. Blatter era un modesto travet, al confronto.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico

Risultati abnormi. La maratona di Londra del 26 aprile ci ha regalato risultati che dovremmo definire straordinari. Ma che straordinari rischiano di smettere di esserlo. Sia nel segmento maschile sia in quello femminile sono state registrate nuove prestazioni record. Fra le donne, l’etiope Tigist Assefa ha fissato il cronometro a 2 h 15’ 41”, migliorando se stessa, visto che esattamente un anno prima, a Londra, aveva toccato il tempo di 2 h 15’ 50”. Più clamoroso l’esito della gara maschile, dove sono stati tre gli atleti che hanno superato la prestazione ottenuta a Chicago nel 2023 dal keniota Kelvin Kiptum (2 h 00’ 35”). Soprattutto, addirittura due di questi tre atleti sono scesi sotto le due ore: il keniota Sabastian Sawe, che ha fermato il cronometro a 1 h 59’ 30”, e l’etiope Yomif Kejelcha, che ha fatto registrare il tempo di 1 h 59’ 41”. Alle loro spalle si è piazzato l’ugandese Jacob Kiplimo, che con 2 h 00’ 28” ha migliorato di sette secondi la performance di Kiptum. Tre risultati record in un colpo, due dei quali sterilizzati. È davvero un buon segno?

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Da sinistra a destra il secondo arrivato Yomif Kejelcha (Etiopia), il vincitore Sabastian Sawe (Kenya) e il terzo arrivato, l’ugandese Jacob Kiplimo (foto Ansa).

Non solo Adidas: è una battaglia tecnologica tra case produttrici

Prima di rispondere a questo interrogativo è necessario soffermarsi su un dettaglio, e cioè l’impatto generato dai nuovi modelli di calzature da competizione. Che definire iper-prestative rischia persino di essere riduttivo. Siamo nel pieno di una battaglia tecnologica tra case produttrici, che porta le principali marche globali a trasformarsi in laboratori della sperimentazione sulla performance. Come informa un dettagliato articolo pubblicato dal sito di Sky Sport, le nuove scarpe Adidas Evo hanno fatto segnare una tappa trionfale. A Londra le avevano sia i due vincitori (Sawe e Assefa) sia il secondo classificato nella gara maschile (Kejelcha). Una circostanza che dà il titolo: con questi “attrezzi” ai piedi, per la prima volta nella storia della maratona competitiva, due esseri umani si sono spinti sotto il muro delle due ore.

Leggerissime (97 grammi) e costosissime (500 euro)

Lo hanno fatto calzando una scarpa leggerissima in termini di peso (97 grammi) e pesantissima in termini di prezzo (500 euro). Di per sé, la questione dei costi è un argomento che non può essere eluso: se davvero indossarle dà un vantaggio competitivo così evidente, gli atleti che non possono permettersele sono doppiamente penalizzati.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Sabastian Sawe, primo arrivato alla maratona di Londra, con annesso nuovo record del mondo (foto Ansa).

Ma al quadro va aggiunto che Adidas non è la sola a essere impegnata in una campagna di sviluppo tecnologico delle calzature da competizione. Il terzo classificato nel maschile, Kiplimo, ha testato con ottimi risultati le nuove Nike Alphafly 4: ha mancato per soli 29 secondi l’obiettivo di abbattere il limite delle due ore. E tornando alla gara femminile, la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya) ha sperimentato un nuovo modello di scarpe svizzere On.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Da destra a sinistra la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya), la vincitrice Tigst Assefa (Etiopia) e la terza arrivata Joyciline Jepkosgei (Kenya) posano dopo la fine della maratona di Londra 2026 (foto Ansa).

Siamo dunque nel pieno di una competizione tecnologica tra case produttrici. Ciò crea una situazione in cui bisogna chiedersi se lo sviluppo delle calzature sia al servizio della prestazione, o se viceversa la prestazione sia diventata un test per lo sviluppo tecnologico. Ma si deve tornare al dato dei record per porsi qualche questione cruciale.

Cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo?

Si diceva: se in una sola gara il record viene battuto tre volte, possiamo ancora parlare di circostanza straordinaria? Dipende. Di sicuro non è cosa normale. Altrettanto sicuro è che si banalizza il record stesso. Che deve essere, a sua volta, circostanza straordinaria perché rara. Ma cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo? Nulla, specie se questo dovesse diventare l’andazzo prossimo venturo.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
I controversi costumi in poliuretano che sono stati banditi nel nuoto (foto Ansa).

La memoria torna al biennio dei costumi in poliuretano nel nuoto (2008-09). In quel lasso di tempo vennero battuti 255 record del mondo. Ai Mondiali di nuoto di Roma (2009), nelle otto giornate di gara in vasca vennero battuti 43 record. Alcuni duravano dalla sera alla mattina. Si parlò di doping tecnologico, ma soprattutto ci si rese conto di avere esagerato: se normalizziamo il record, lo sport perde fascino. Per questo si decise di mettere al bando il poliuretano per tornare ai costumi in tessuto. Il timore è che nella maratona si sia attraversata la medesima soglia. Lo sapremo presto. Ma intanto è bene tenere presente questo dato.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?

La frase più in voga: «È un altro sport». Lo spettacolo messo in scena nella serata di martedì 28 aprile da Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, con quel 5-4 che pareva un punteggio fissato dopo i calci di rigore, ha rappresentato in un certo senso l’ennesimo indicatore dello stato di crisi del calcio italiano. Una sfida pirotecnica, che è soltanto metà del doppio confronto e che dunque potrebbe moltiplicare le emozioni nella partita di ritorno di mercoledì 6 maggio all’Allianz Arena di Monaco di Baviera. In tutto ciò, è la comparazione a ferire maggiormente. Perché il termine di paragone è stato MilanJuventus. Un match concluso sullo 0-0, e che su questo punteggio si sarebbe fissato anche se si fosse andati avanti a giocare per tre giorni.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Marquinhos contro Luis Diaz durante Psg-Bayern (foto Ansa).

Non siamo più all’altezza di quel livello

Già, il paragone. Come provare a fare un confronto tra il Metaverso e i fratelli Lumière. Una cosa impietosa, che bisognerebbe avere l’accortezza di evitare, ma che invece è impossibile eludere. Perché, volenti o nolenti, quel livello del calcio internazionale continua a essere il nostro termine di paragone. Anche quando è ormai palese che non è alla nostra portata e chissà quando potrà tornare a esserlo. Proprio qui sta il punto: crediamo di essere ancora su quel livello lì, vogliamo darci la missione di mantenerlo, ma ci rendiamo perfettamente conto di non esserne all’altezza. È un ruolo troppo largo per il nostro gracile presente. Ma allora, che fare?

Peggio del 1974, quando tutti eravamo disfattisti

A memoria ci sovviene un solo precedente di situazione depressiva del nostro calcio equiparabile a quella attuale: il post Mondiale del 1974. La spedizione in Germania Ovest si era risolta in un’eliminazione al primo turno, ma a diffondere un senso di malessere era stata soprattutto l’immagine di disfacimento che la nostra Nazionale aveva proiettato. Ne erano uscite diagnosi allarmistiche sul calcio italiano, che a distanza di oltre cinquant’anni risultano francamente esagerate. E in effetti quattro anni dopo gli Azzurri avrebbero conquistato il quarto posto in Argentina, mentre al termine del quadriennio successivo avrebbero vinto il Mondiale di Spagna 1982.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
L’attaccante dell’Italia Giorgio Chinaglia durante il disastroso Mondiale dl 1974, quando la Nazionale uscì al girone (foto Ansa).

In quel momento però pareva davvero che si fosse nel pieno di una crisi di sistema. E si guardava ai campionati stranieri come se fossero tutti migliori della Serie A, cui invece si rimproverava l’eccesso di 0-0. Eh già, lo stereotipo che iniziava a diffondersi sull’arido calcio all’italiana.

Pensiamo sia un incidente anziché un errore di sistema

Tornando con la memoria a quei giorni, viene da rimpiangere quel senso di inadeguatezza e quell’impeto di autoflagellazione. Che, per quanto esagerati, hanno sortito l’effetto positivo di stimolare la ricostruzione. L’opposto di adesso. Siamo alla terza mancata partecipazione consecutiva a un Mondiale, e i nostri club non si spingono oltre i quarti di finale anche nelle coppe europee di rango inferiore. Eppure si continua a fare come se fossimo quelli di una volta. E a credere che, ogni volta, sia soltanto un incidente anziché un errore di sistema. Salvo poi guardare il calcio che si gioca nelle semifinali di Champions league e rendersi conto che si sta viaggiando su pianeti diversi.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Josip Stanisic e Willian Pacho durante Psg-Bayern (foto Ansa).

L’epoca del calcio camminato: la Serie A è ancora un prodotto vendibile?

Quanto è competitivo oggi il nostro calcio? I dati oggettivi sono già impietosi: siamo diventati una periferia del calcio d’élite. Ma ci sono anche altri aspetti, meno oggettivi e però egualmente riscontrabili. Riguardano l’ambito spettacolare: vi pare che il nostro calcio sia oggi un prodotto vendibile? Prendete una partita qualsiasi della nostra Serie A: nella maggior parte dei casi vi sembrerà di assistere a una prova di calcio camminato. Il ritmo è da moviola, il confronto fra le forze in campo è puro rifiuto della velocità, la tattica continua a essere l’elemento principale della contrapposizione. A meno di essere coinvolti come tifosi, lo spettacolo che vi si propone è quasi sempre inguardabile.

Le televisioni pagano un miliardo a stagione per i diritti di questo scempio

Fino a quando sarà possibile venderlo all’estero? Ma soprattutto: fino a quando le tivù pagheranno un miliardo a stagione per aggiudicarsi questo prodotto? Sono domande che bisogna farsi con urgenza, specie quando si sente montare la critica alle difese allegre di Psg e Bayern, capaci di rifilarsi nove gol e di sfiorarne altrettanti.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Gli allenatori di Milan e Juventus, Massimiliano Allegri e Luciano Spalletti (foto Ansa).

Milan-Juve allo stadio? I biglietti meno cari costavano 139 euro…

Secondo una visione integralista, partite con punteggi del genere non sarebbero più calcio. Opinione rispettabile. Ma a patto di controbattere con un’altra domanda: è calcio quello 0-0 fra Milan e Juventus, per il quale sono stati chiesti 139 euro agli spettatori piazzati nella “piccionaia” del Meazza? Soltanto dandosi una bella ridimensionata sarà possibile ripartire. Ma di segni che vanno in questa direzione non se ne vede. Zero autocritica, zero voglia di riformare. Il problema sta sempre altrove. Il problema siamo noi.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?

Come si dirà “chiagni e fotti” in arabo? L’interrogativo sorge raccogliendo il disappunto e le voci maliziose che serpeggiano fra i protagonisti della Roshn League, il massimo campionato saudita. Un torneo che sta provando la scalata per portarsi verso il rango delle leghe d’élite del calcio mondiale, ma intanto si è già allineato in materia di polemiche becere e sospetti di favoritismi. L’ultimo fra questi riguarda i presunti trattamenti di riguardo verso l’Al-Nassr, cioè la squadra in cui gioca Cristiano Ronaldo.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
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Cristiano non ha ancora vinto un titolo nazionale in Arabia

Secondo alcune voci, CR7 e compagni riceverebbero regali, sia diretti sia indiretti, per far vincere il campionato alla star portoghese. Finalmente, potrebbe aggiungere qualcuno. Perché da quando si è trasferito nel club di Riad, a partire dal 2023, Cristiano non ha ancora vinto nemmeno lo straccio di un titolo nazionale, nonostante un contributo personale di 124 gol in 139 partite ufficiali (l’ultimo segnato sabato 11 aprile nel 2-0 all’Al-Okhdood, 14esima vittoria di fila per il club). Zero titoli di lega, Coppa del Re o Supercoppa, con tre finali perse. Quantomeno si può consolare con la conquista dell’Arab Club Champions Cup 2023 (vinta 2-1 contro l’Al-Hilal). Ma alla collezione del primo calciatore della storia a segnare almeno 100 reti con quattro club diversi (Real Madrid, Juventus, Manchester United e appunto Al-Nassr) manca ancora il primo posto nella lega araba. E il 2026 potrebbe essere l’anno buono, visto che la squadra di CR7 è in testa con 5 punti di vantaggio su quella di Inzaghi, a 6 giornate dalla fine. Grazie anche a qualche spintarella?

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Cristiano Ronaldo accanto alla squadra degli arbitri (foto Ansa).

Il vecchio scontro con persino uno “sciopero” di due partite

Va da sé che, allo stato dei fatti, si tratta di illazioni e come tali vanno trattate. Piuttosto, va messo in evidenza un altro aspetto: soltanto due mesi fa Ronaldo era andato allo scontro, inscenando persino uno “sciopero” di due partite, in dissenso con quello che riteneva essere un atteggiamento di favore tenuto dalla lega – e da chi la governa e finanzia, cioè il fondo sovrano Pif, a sua volta presieduto dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman – verso l’Al-Hilal di Simone Inzaghi.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Nel fotomontaggio Simone Inzaghi e Mohammed bin Salman (foto Ansa).

In quel passaggio la Roshn League aveva risposto con un comunicato molto duro, per richiamare l’attaccante all’ordine e ricordargli che nessuno è al di sopra dell’interesse generale rappresentato dalla lega stessa. E tuttavia, guarda un po’, da lì in poi le cose hanno preso a girare in direzione opposta. Cioè favorevole all’Al-Nassr.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Simone Inzaghi, allenatore dell’Al-Hilal (foto Ansa).

L’altro comunicato: la protesta dell’Al-Ahli

Rispetto a quello emesso dalla lega a febbraio, per stigmatizzare l’atto di ribellione di Cristiano, c’è un altro comunicato che spiega come sono cambiate le cose nel frattempo. Lo ha pubblicato l’Al-Ahli, club che ambirebbe a concorrere per la vittoria del campionato, ma che si è ritrovato ad affrontare ostacoli inattesi. L’ultimo della serie riguarda le decisioni arbitrali avverse nella gara contro l’Al-Fayha, pareggiata 1-1 con due rigori negati. Queste due decisioni sfavorevoli si uniscono a numerosi episodi che avvengono in altri campi. Apparentemente slegati, ma tutti convergenti nello spianare all’Al-Nassr la strada verso il titolo.

È questo il motivo per cui, via social, si moltiplicano i post sul tema. In qualche caso sono calciatori come Riyad Mahrez, l’ex Manchester City che gioca proprio nell’Al-Ahli e si è visto negare uno dei due rigori nella partita contro l’Al-Fayha; o come Danilo Pereira, il portoghese che gioca nell’Al-Ittihad, secondo cui tutto quanto sarebbe già scritto.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Cristiano Ronaldo (foto Ansa).

L’attaccante inglese Toney rischia una lunga squalifica

Si tratta di esternazioni non esplicite, a differenza di quelle rilasciate da Ivan Toney, attaccante inglese dell’Al-Ahli: che ha parlato apertamente di un disegno per far vincere la squadra di CR7. A causa di queste non paludate prese di posizione l’inglese rischia una squalifica, che può arrivare fino a un anno.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Ivan Toney, attaccante inglese (foto Ansa).

La lega saudita perde un altro pezzo di credibilità

Sarà stato imprudente, o troppo diretto: ma di sicuro Toney ha dato voce a una lettura della situazione che è molto più di un sospetto. Fra rigori generosamente concessi all’Al-Nassr e episodi che regolarmente penalizzano le concorrenti al titolo, il cammino verso la vittoria del campionato è sempre più facilitato per la squadra di Ronaldo. Che, dal canto suo, a febbraio si lamentava perché Pif consentiva all’Al-Hilal di Inzaghi delle possibilità di rafforzarsi in sede di calciomercato che invece venivano negate alle concorrenti. Sarà una coincidenza, ma da allora il vento è completamente cambiato. Effetto delle lamentazioni di CR7? Di sicuro c’è che la tempistica coincide. E toglie un altro pezzo di credibilità a una lega nata artificiale e incapace di evolvere da quello status.

Italia fuori dai Mondiali: anatomia di un fallimento lungo vent’anni

Notizie dall’estero: c’è ancora chi si stupisce delle disfatte del calcio italiano. Pochi secondi dopo l’esito del campo che condannava ancora una volta all’eliminazione, è giunta sul telefono mobile una notifica di Noticias ao minuto, sito d’informazione portoghese. Titolo: «Inacreditável: Italia falha apuramento ao Mundial pela terceira vez!». Perché sì, all’estero continuano a pensare che l’Italia sia ancora una grande potenza calcistica. Quella dei quattro Mondiali vinti. Un’immagine a cui, dentro i nostri confini, non crede più nessuno e da molto tempo. Da almeno un ventennio, cioè giusto da quel 2006 in cui la nazionale azzurra vinceva in Germania il suo ultimo Mondiale. Da allora si sono susseguite non soltanto tre mancate partecipazioni, ma anche due rapide eliminazioni al primo turno della fase finale (Sudafrica 2010 e Brasile 2014). Abbiamo compiuto il nostro ventennio dell’Irrilevanza. E la cosa peggiore è che potrebbe non essere finita qui.

Italia fuori dai Mondiali: anatomia di un fallimento lungo vent’anni
Il rigore di Bryan Cristante (Ansa).

Gravina, Gattuso… c’è qualcuno che se ne va?

Se si va in cerca delle colpe, non c’è che l’imbarazzo della scelta. La presidenza federale, certo. Gabriele Gravina è il primo presidente nella storia della Figc che resiste a due eliminazioni consecutive. Nella conferenza stampa post-partita in Bosnia ha affermato che ogni valutazione sulla sua permanenza a capo della Federcalcio va rimessa al Consiglio federale.

Accanto a lui, il commissario tecnico Rino Gattuso ribadiva che non era il momento di parlare del suo destino. Inevitabile tornare con la memoria proprio all’ultima presenza azzurra in una fase finale: Brasile 2014, conferenza stampa post Italia-Uruguay. Con l’eliminazione dal girone appena sancita, il presidente federale Giancarlo Abete e il commissario tecnico Cesare Prandelli annunciarono dimissioni irrevocabili. Uno accanto all’altro, senza fare una piega. Sembra un’altra era geologica. Invece sono passati esattamente quei 12 anni di assenza che tanto dovrebbero traumatizzare i pargoli italici «che non hanno mai visto la nostra Nazionale ai Mondiali».

Italia fuori dai Mondiali: anatomia di un fallimento lungo vent’anni
Cesare Prandelli e Giancarlo Abete dopo l’eliminazione dell’Italia dal Mondiale in Brasile, 24 giugno 2014 (Ansa).

Quello del calcio italiano è uno sfascio di sistema

Ma detto delle dimissioni che non arrivano dal vertice federale, bisogna essere lucidi fino in fondo e dire che non può essere colpa soltanto della federazione e della sua leadership: perché quello del calcio italiano è uno sfascio di sistema. Una crisi di profonde radici che chiama in causa tutte le leghe, che confezionano campionati mediocri ma soprattutto non riescono a governare il movimento senza andare oltre la mediazione fra associati famelici e litigiosi. In tali condizioni è impossibile procedere alla riforma dei campionati, col dimagrimento della Lega Pro e la riduzione della Serie A a 18 squadre (o altrimenti, e forse meglio, col ritorno alle quattro retrocessioni mantenendo le 20 squadre). L’effetto è avere tornei di qualità tecnica scadente, col formarsi di una vasta zona grigia di società che tirano a campare sapendo che basta poco per mantenere la categoria.

Italia fuori dai Mondiali: anatomia di un fallimento lungo vent’anni
Gli azzurri durante i rigori contro la Bosnia Erzegovina (Ansa).

I club sono incapaci di formare talenti

E poi ci sono i club, incapaci di formare il talento e sempre più propensi a battere la scorciatoia del reclutamento all’estero. Tema a proposito del quale va detta una cosa con chiarezza: il problema non sono i troppi stranieri, ma i troppi stranieri di bassa levatura. Che vanno a sommarsi ai pochi italiani mediocri e sopravvalutati. In fondo, basta guardarsi intorno e farsi le domande giuste: 1) quanti sono i calciatori stranieri del nostro campionato che potrebbero interessare ai club dell’élite europea? 2) Quanti sono i calciatori italiani che giocano nei club dell’élite europea? Sono interrogativi che vengono accuratamente elusi. Sicché si prosegue a guardarsi l’ombelico, a battezzare come giovani fenomeni gente che poi, quando conta, tira rigori in modo indecente, e a riempire le squadre Primavera di mezze figure con passaporto estero.

Italia fuori dai Mondiali: anatomia di un fallimento lungo vent’anni
L’espulsione di Alessandro Bastoni (foto Ansa).

Il calcio è il parente debosciato che però non si può abbandonare

Se vi aspettate che la riforma del calcio venga dal mondo del calcio medesimo, allora preparatevi a un altro ventennio di mortificazioni. Bisognerebbe commissariare a ogni livello. Ma chi dovrebbe farlo? E intanto il resto dello sport italiano scoppia di salute. Un perfetto contrappasso. Una volta il calcio era lo sport leader del Paese. Adesso è il parente debosciato che ha dissipato anche ciò che non possedeva. In condizioni normali, quel parente lo si rinchiuderebbe lontano alla vista e gli si lascerebbe placidamente completare il processo di degenerazione. Ma col calcio italiano fare questo non si può. Dobbiamo infliggerci la spettacolare esibizione di uno sfacelo. E ce lo siamo anche meritato.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?

Pareva una normale partita di una competizione internazionale per club. Invece il match fra la squadra giamaicana dei Mount Pleasant e i Los Angeles Galaxy, giocato nella notte italiana fra giovedì 19 e venerdì 20 marzo, è stata un segno potente di quanto la follia isolazionista trumpiana stia già colpendo il calcio globale.

Risultato condizionato da fattori extra sportivi

Valevole come ritorno degli ottavi di finale della Concacaf Champions Cup, il match partiva già ampiamente condizionato dal risultato dell’andata: 3-0 per i Galaxy, un punteggio che si è dilatato nel finale dato che ancora all’88’ era fermo sull’1-0. L’esito del primo match era già dunque una seria ipoteca sulla qualificazione, che ha preso definitivamente la strada di Los Angeles con un altro 3-0 nella gara di ritorno. Ma al di là dei meriti sul campo, se si guarda a ciò che è successo una settimana fa non si può ignorare quanto il risultato sia stato condizionato da fattori extra sportivi: e cioè le restrizioni volute dal presidente statunitense Donald Trump in materia di visti d’ingresso negli Usa.

Una serie di misure altamente selettive ha infatti colpito alcuni Paesi più di altri. Fin qui il mondo dello sport ne era stato abbastanza al riparo. Ma la gara del 12 marzo ci dice che l’impatto di queste misure potrebbe essere pesante e falsare le competizioni. E tutto ciò, con lo scenario di un’edizione del Mondiale 2026 che inizia fra meno di tre mesi sul suolo Usa, deve dare parecchio da riflettere.

Le restrizioni all’ingresso hanno bloccato 10 calciatori

Gli stenti che i dirigenti del Mount Pleasant hanno dovuto affrontare, nella preparazione della partita d’andata, sono passati pressoché sotto silenzio in Europa. La stampa internazionale ne ha dato notizia a partire dal 10 marzo, due giorni prima della gara. La squadra giamaicana era alla sua prima partecipazione in Concacaf Champions Cup, conquistata dopo avere vinto la scorsa edizione della Concacaf Caribbean Cup. Per un club giovane, fondato soltanto nel 2016, si tratta di uno straordinario traguardo. Che però è stato compromesso dalle restrizioni all’ingresso negli Usa che 10 suoi calciatori si sono visti opporre.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Jakob Glesnes, giocatore dei Los Angeles Galaxy, impegnato in Concacaf Champions Cup (foto Ansa).

In particolare, il divieto si è abbattuto su sette calciatori di nazionalità haitiana, cioè una fra quelle maggiormente prese di mira dall’amministrazione Trump. Una condizione estrema, che ha costretto il management del club ad attingere pienamente alle squadre giovanili per riuscire a viaggiare verso gli Usa con una pattuglia minima di 18 calciatori.

Una pericolosa condizione di fragilità per un torneo internazionale

Resta il vulnus arrecato al club stesso, ma anche alla competizione e alla sua credibilità. Perché un conto è avere una squadra decimata da squalifiche o infortuni, altra storia è vederla sabotare dalle scelte politiche di un governo nazionale che distribuisce patenti da buoni o cattivi ai cittadini di altra nazionalità. Per una competizione sportiva internazionale si tratta di una pericolosa condizione di fragilità. Tanto più che tutto ciò è accaduto nei giorni della rinuncia al Mondiale da parte dell’Iran, con lo stesso Trump pronto a ribadire che i calciatori iraniani facevano bene a evitare di presentarsi.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Donald Trump con la Coppa del mondo (Ansa).

Ma se il caso iraniano ha richiamato l’attenzione dei media internazionali, quello giamaicano è stato pressoché snobbato. Ciò che non può non aver rafforzato il senso di frustrazione di Paul Christie, direttore sportivo del Mount Pleasant. Alla vigilia della partita d’andata, Christie aveva dichiarato: «Non vogliamo limitarci a scendere in campo. Noi vogliamo competere in modo adeguato. Ma non ci è stata data la possibilità di andare in campo al nostro meglio».

La Conmebol ha persino incolpato il club giamaicano

E qui sta il punto: stiamo ancora parlando di sport come un campo capace di esercitare autonomia dalla politica, o come di una sua appendice? L’interrogativo rimane saldo se si guarda alla posizione assunta sulla vicenda dalla confederazione di Nord America, Centro America e Caraibi (Concacaf): che sostanzialmente ha incolpato il club giamaicano, accusandolo di non essersi mosso per tempo nella gestione delle procedure per ottenere i visti. Dunque, dopo il danno pure la beffa.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Il presidente della Fifa Gianni Infantino (foto Ansa).

Sullo sfondo rimane il rapporto privilegiato (e iper-servile) del presidente della Fifa, Gianni Infantino, con Donald Trump. Un legame che sta ammazzando la credibilità del calcio mondiale. Ma lui la vede come alta politica. Rispetto a ciò, cosa volete che siano i problemi di un piccolo club giamaicano?

Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio

Qui si va oltre il dramma politico. Con la figura di Alessandro Rapinese, sindaco di Como, si entra ufficialmente nella stand up comedy. Con lui che piomba in scena, comincia e finisce quando gli pare, massacra tutti gli schemi possibili e, come direbbero quelli del mestiere, «rompe la quarta parete». Ma magari anche le successive, dovesse capitare.

Un sindaco situazionista, un po’ «Lider Maximo» e un po’ «pezza da piedi»

Ha uno stile tutto suo, irripetibile. Puro situazionismo, declinato in una modalità che trasforma il primo cittadino in un primattore. Stile proto-grillino, come è stato detto da qualcuno. E davanti a certe performance, come si può rispondere? Indignarsi? Invitare i cittadini al risveglio delle coscienze? Rispondiamo subito: tempo perso. E per capire il motivo di questa affermazione basta fare una cosa semplice: scaricare una copia del curriculum vitae del sindaco, presente nel sito del comune di Como. Sul web ne esiste una vecchia versione del 2003, rimasta sostanzialmente intatta nella versione presente in rete civica. È una raffica di nonsense come quello associato alla voce “Principali mansioni e responsabilità”: «Lider Maximo e pezza da piedi». Per quanto riguarda le competenze e capacità relazionali, viene rivendicato di aver fondato l’Associazione Polenta Uncia alle superiori e «l’Associazione Avv.Oltoio all’università». Competenze artistiche? Presto detto: «Nessuna. Alla recita di fine elementari mi hanno fatto suonare il triangolo. L’ho fatto male». Riguardo alle altre capacità e competenze, viene menzionato quanto segue: «Capace di convivere da 17 anni con Sara; Capace di farmi sopportare da Olivia da 15 anni». Conclusione coi botti, alla voce “Ulteriori Informazioni”: «Ex fumatore; Estimatore del Prosecco; Ciclista della domenica (non tutte); Amo la scherma ma Lei non contraccambia».

L’interminabile esibizione di se stesso

Date le premesse, è facile capire che qui siamo oltre anche rispetto alle figure di sindaco più eccentriche, dal vecchio Gentilini al fresco Bandecchi passando per Cateno De Luca. Con quest’uomo che oscilla fra il Lider Maximo e la pezza da piedi si apre la strada per una nuova antropologia politica: quella dell’outsider totale. L’uomo che è fuori non soltanto dal sistema dei partiti e dalla politica politicante, ma fuori proprio del tutto. Talmente fuori da rendere difficile anche l’applicazione dell’etichetta da candidato civico. Teorico della politica-trap, Rapinese è lo Sfera Ebbasta dell’ANCI. Con un ricorso all’insulto e al turpiloquio che viene normalizzato e rivendicato come una diversa forma di libertà d’espressione. Soprattutto, c’è che per lui il set deve essere sempre attivo e illuminato. Sicché, in condizioni del genere, è inevitabile che s’ingrassi l’aneddotica. Dal 2022, anno in cui questo agente immobiliare classe 1976 è stato eletto battendo al ballottaggio la candidata del centrosinistra Barbara Minghetti, la lista degli episodi è tale da costruire un’aneddotica sterminata. C’è l’imbarazzo della scelta. Fra le ultime prodezze si trova la lunga diretta video condotta, prima delle feste di fine anno, assieme alla vicesindaca nonché assessora ai servizi sociali, Nicoletta Roperto. Che durante quella diretta è stata decorativa e nulla più. A parte pronunciare gli auguri per le feste, Roperto non ha praticamente aperto bocca. Travolta dall’incontinenza verbale del suo sindaco, si è vista parlare sopra anche quando l’intervistatore ha provato a farla intervenire. Niente, il sindaco ha deciso che doveva continuare a parlare lui anche in vece di lei. Parevano Fabio e Mingo.

Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio
Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio
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Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio

Uno stile trap tra commenti inappropriati e battibecchi

La scena muta dell’assessora è soltanto uno fra i motivi di polemica con cui il sindaco comasco si è misurato. Il più delle volte gli è successo a causa del linguaggio esplicito (eufemismo) che usa come se – appunto – fosse un trapper. Tanto per fare un esempio: se si parla di due scuole che a suo giudizio andrebbero chiuse, queste vengono bollate come “cessi”. Epiteto che Rapinese utilizza in molte altre circostanze, ritenendo che non si tratti nemmeno di termine offensivo. Come ha specificato nella diretta successiva a quella con vicesindaca muta, quel termine è soltanto il nome di uso manufatto bianco presente in ogni casa. Quell’esternazione sulle due scuole è stata parte di un’esibizione in Consiglio comunale che ha visto il sindaco esprimere commenti del tutto inappropriati – eufemismo – sulle classi speciali per alunni disabili, e manifestare disprezzo quasi antropologico nei confronti delle opposizioni. Non un’esibizione isolata, come si può constatare facendo un giro per il web a caccia di video sulle esternazioni di Rapinese. Comunque sia, questo modo di esprimersi ha provocato un’iniziativa da parte di un esponente politico locale, Luigi Bottone, che ha inviato via PEC un esposto alla Prefettura di Como per segnalare la situazione e fare moral suasion sul debordante primo cittadino. Quanto a lui, la cosa non lo sfiora. E da sindaco continua a imperversare nell’arena mediatica. Battibecca in tv con Alessandro Cecchi Paone, irride gli avversari politici definendoli frustrati che contro di lui non toccano palla, zittisce un prete del luogo impegnato nel sociale (don Giusto Della Valle) invitandolo a farsi eleggere anziché stare a criticare. Un flusso irrefrenabile dell’uomo ch’è sempre più Lider Maximo e perciò sente d’essere autorizzato a trattare chiunque come pezze da piedi.

Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio
Alessandro Rapinese (da Fb).

Il dossier stadio e le mire dei fratelli Hartono

Tutto ciò avviene mentre Como è al centro di una vasta manovra di sviluppo territoriale condotta dall’esterno tramite l’uso del club calcistico. I ricchissimi proprietari indonesiani del club lariano, i fratelli Hartono, hanno riportato la squadra dalla Lega Pro alla Serie A e proseguono nel progetto di ascesa calcistica. Non lo fanno certo per amore della città e dei tifosi. Piuttosto, agiscono come se dovessero trasformare Como in un loro parco a tema, una meta per ricchissimi e famosi. E la comunità locale? Se ne farà una ragione, sempre che per essa resti spazio sul territorio.

Di questo tema si è occupato a inizio anno un vasto reportage del quotidiano francese Le Monde. Un articolo nel quale, fra le altre cose, si mette in evidenza il progetto di privatizzazione dello stadio Giuseppe Sinigaglia. Che, situato in riva al lago, è un gioiello paesaggistico definito da Gianni Brera «lo stadio più bello del mondo». Sull’impatto del progetto di rifacimento si sono già mobilitati i comitati locali, esprimendo posizioni nettamente contrarie. E invece il sindaco Rapinese, manco a dirlo, è favorevole. E per difendere il progetto ha messo mano al suo miglior frasario, invitando gli oppositori a «mettere il cappellino da muratori o lasciare perdere». L’uomo giusto al posto giusto, per la città che s’appresta a diventare provincia di Giacarta.

Il Portogallo e il marcio dietro le multiproprietà calcistiche

Tutto lecito, tutto secondo le regole. Un calciatore passa da un club a un altro del medesimo sistema multiproprietario, e a pagarne le conseguenze è un terzo club che incassa molto meno di quanto avrebbe preventivato. Succede in Portogallo, Paese che è l’epicentro dell’economia grigia del calcio globale. E poiché la vicenda coinvolge club dalla taglia molto relativa, va a finire che anche da quelle parti essa fila via quasi impercepita.

Tra club minori le furberie si notano meno

In terra lusitana l’attenzione è monopolizzata dalla triade composta dai tre grandi club: Benfica, Porto e Sporting. Tutto ciò che si muove al di fuori di questa cerchia è residuale. Sicché figuratevi quale attenzione possa essere riservata alle manovre di mercato condotte da club che si chiamano Rio Ave o Estrela Amadora. Ma proprio qui sta il punto: club di piccola taglia, transazioni di calciomercato che avvengono su cifre non clamorose, effetto-sordina assicurato. E se si dà anche la possibilità di sfruttare una multiproprietà calcistica, ecco che il gioco è fatto.

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André Luiz e il mistero sulla cifra della cessione

Succede tutto durante la scorsa sessione invernale di calciomercato. André Luiz, attaccante esterno brasiliano, viene trasferito dal Rio Ave (club con sede a Vila do Conde, Portogallo settentrionale) all’Olympiacos Pireo, club greco. Sulla cifra del trasferimento rimane qualche mistero. Il sito specializzato Transfermarkt indica 6,75 milioni di euro. Ma l’elemento dirimente è che il Rio Ave è titolare del 90 per cento dei diritti economici di André Luiz. Il restante 10 per cento è pertinenza dell’Estrela Amadora, il club con sede nella cintura metropolitana di Lisbona che ha portato il calciatore in Portogallo e poi lo ha ceduto al Rio Ave.

Ecco perché è stata rifiutata un’offerta superiore

Sembrerebbe un trasferimento come tanti. E invece ha molti elementi di stranezza, a partire dal comunicato che l’Estrela Amadora pubblica sul suo sito ufficiale. Un testo criptico, nel quale si dice che la cifra della cessione pattuita per il trasferimento di André Luiz in Grecia è coperta da una clausola di riservatezza. Il testo lascia intuire altri elementi di perplessità. Uno dei quali non viene menzionato esplicitamente: l’interessamento del Benfica per il calciatore, con offerta molto più pesante per la sua acquisizione rispetto alla cifra pagata dal club greco. Ciò che renderebbe più grasso l’incasso per l’Estrela Amadora, che ha diritto al 10 per cento sulla cifra di cessione. Invece il Rio Ave decide di accettare l’offerta del club greco. Su quei 6,75 milioni verrà calcolato il 10 per cento a beneficio dell’Estrela. E una volta liquidata la spettanza, si estingue ogni diritto per il club amadorense.

Il Portogallo e il marcio dietro le multiproprietà calcistiche
André Luiz (a sinistra) in azione contro il Benfica (foto Ansa).

Evangelos Marinakis, il greco che ronzava attorno al Monza

Messa in questi termini, sembrerebbe un caso di comportamento irrazionale di un club nella gestione del proprio patrimonio-calciatori. Invece, a leggere bene il quadro della situazione, le cose non stanno esattamente così. C’è un elemento dirimente che riporta nel perimetro della logica un affare di calciomercato apparentemente sballato. Il Rio Ave e l’Olympiacos sono infatti sotto la stessa proprietà: quella del magnate greco Evangelos Marinakis, che è proprietario anche del Nottingham Forest (in Premier League) e che qualche tempo fa era stato dato come possibile acquirente del Monza.

Il Portogallo e il marcio dietro le multiproprietà calcistiche
Evangelos Marinakis (foto Ansa).

Spostamenti verso Paesi dalla disciplina fiscale più favorevole

Fra i tre club del sistema multiproprietario c’è già un fitto intreccio di spostamenti di calciatori, fatto per dare corso a esigenze che possono essere di valorizzazione del calciatore come di rafforzamento di una delle squadre (ma con corrispettivo indebolimento dell’altra). Viene anche il sospetto che qualche spostamento – dei calciatori e del denaro – venga fatto per orientare il flusso verso il Paese dalla disciplina fiscale più favorevole.

Il Portogallo e il marcio dietro le multiproprietà calcistiche
Giocatori e tifosi dell’Estrela Amadora (foto Ansa).

Un bel danno, ma Fifa e Uefa restano a guardare

Nel caso del trasferimento di André Luiz, il sospetto è un altro: che lo spostamento sia avvenuto da una squadra all’altra del sistema multiproprietario con lo scopo di liquidare all’Estrela Amadora una cifra più bassa per il suo 10 per cento. Ipotesi maliziosa: e se nel mercato della prossima estate il calciatore venisse ceduto dall’Olympiacos al Benfica, per quella cifra nettamente più alta che poteva essere incassata già lo scorso gennaio? Di sicuro per l’Estrela Amadora sarebbe un bel danno, rispetto al quale però potrebbe rivalersi ben difficilmente. Così vanno le cose, nel calcio delle multiproprietà sdoganate. Mentre Fifa e Uefa se ne stanno lì a guardare.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi

Il mercato è libero e concorrenziale soltanto se a vincere la competizione è il più forte. Non servirebbero test dimostrativi per verificare questa verità di fatto. Ma giusto a beneficio dei più recalcitranti, di coloro che insistono nel credere nel mito della libera concorrenza, bisogna raccontare il pasticciaccio brutto sorto intorno all’attribuzione, per il mercato francese, dei diritti audiovisivi sul Mondiale di calcio in Canada-Messico-Usa, programmati per l’estate del 2026. Una vicenda che si risolve in un mero atto di forza, grazie all’esercizio di un potere fuori scala sia sul piano finanziario sia sul piano politico. Davanti a un tale sfoggio muscolare, le regole del mercato possono tranquillamente essere messe fra parentesi. Sempre che parlare di regole abbia ancora un senso.

Mercato dei diritti audiovisivi sul calcio, che sofferenza

Per inquadrare la vicenda bisogna partire da una premessa: lo stato di sofferenza denotato dal mercato dei diritti audiovisivi sul calcio. Una condizione che comincia a manifestarsi in modo diseguale, ma che comunque fa da monito anche per i mercati più ricchi, che da questa crisi crisi potrebbero essere investiti in un secondo tempo. Come a più riprese evidenziato in passato da Lettera43, il caso francese fa da avanguardia di uno stato di sofferenza che per contagio potrebbe toccare altre leghe nazionali europee. Leghe accomunate da una struttura dei ricavi in cui le entrate dai diritti audiovisivi assorbono una quota nettamente maggioritaria.

La sfida ambiziosa e rischiosa del canale tivù della Lega francese

E tuttavia, proprio in Francia è stata cercata una soluzione: la creazione di un canale televisivo della Ligue de Football Professionnel (Lfp), la lega che raduna i club di Ligue 1 e Ligue 2. È nata così Lfp Media. Una sfida tanto ambiziosa quanto rischiosa, quella di autoprodurre e distribuire il prodotto televisivo. Soprattutto, una sfida che dalla dirigenza della Lfp è stata etichettata come riuscita. Si parla di 1,2 milioni di abbonati, cifra che negli auspici potrebbe crescere man mano che il progetto si consolida.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
Il Psg festeggia il titolo del 2024/2025 (Ansa).

Forte di questo progetto industriale che ha margini di crescita, la Lfp ha azzardato la mossa del cavallo: acquisire i diritti televisivi del Mondiale in calendario per i prossimi mesi di giugno e luglio. Una scommessa che, oltre a garantire a Lfp Media un incremento di abbonati stimato in 200 mila nuovi utenti, permetterebbe di dare al progetto un posizionamento strategico nell’ecosistema mediatico francese. Rispetto a questa offerta, tutto quanto sembrava andare per il meglio. Le fonti della Lfp hanno riferito che dalla Fifa sono giunti segnali positivi e pareva che la forma dell’accordo fosse a un passo. Ma a quel punto è entrata in gioco la variabile che cambia completamente le carte in tavola: quella del Qatar.

La forza dell’emiro che azzera la competizione

La storia del massimo campionato francese andrebbe divisa in due epoche: avanti-Qsi e dopo-Qsi. Perché l’irruzione del fondo sovrano Qatar sports investments come proprietario del Paris Saint-Germain, a partire dal 2011, ha completamente cambiato il panorama e creato una condizione di massima anomalia. La potenza finanziaria dell’emirato ha di fatto azzerato la competizione nel campionato francese, monopolizzato dal Psg. Che dal 2013 in poi ha lasciato alle avversarie soltanto due titoli su 13.

Il Qatar e il canale specializzato beIN Sports

Ormai in Ligue 1 si corre soltanto per il secondo posto, con grande disappunto dei tifosi degli altri club che sul web hanno riformulato la sigla Psg in Qsg (Qatar Saint-Germain). Le polemiche sul fatto che un club sportivo sia controllato da uno Stato-nazione, con lo squilibrio di forza finanziaria che tocca patire alle concorrenti, sono già passate di moda. Sostanzialmente silenziate. Inoltre, tramite il plenipotenziario dell’emirato per le questioni sportive Nasser Al-Khelaïfi, Qsi è entrato pesantemente nel mercato dei diritti audiovisivi tramite il canale specializzato beIN Sports, emanazione del colosso globale Al Jazeera. E proprio qui sta il punto attorno al quale è scoppiato il caso dei diritti televisivi per il Mondiale 2026.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
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L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi

Il canale tematico del Qatar è già titolare per il mercato francese dei diritti televisivi sulla successiva edizione del Mondiale, quella che nel 2030 si svolgerà in MaroccoPortogalloSpagna. Il suo management ha temporeggiato nel trattare i diritti dell’edizione 2026, ma con l’ingresso in scena del canale televisivo della Lfp si è svegliato e ha organizzato la reazione.

Quei 60 milioni sul piatto che hanno fatto cambiare idea a Infantino

È stata effettuata una manovra di inserimento nella trattativa quando l’accordo tra Fifa e Lfp era quasi chiuso. Sul tavolo è stata piazzata un’offerta più alta: 27 milioni di euro, che aggiunti ai circa 34 milioni di euro per l’edizione 2030 permettono di sfondare il tetto dei 60 milioni di euro iniettati nelle casse Fifa. A quel punto i gentiluomini della confederazione calcistica mondiale hanno scelto di rimangiarsi l’accordo quasi raggiunto con la lega francese. Fine della storia.

Qatar Airways guarda caso è pure nella rosa dei main sponsor Fifa

Ovvio che quelli della Lfp non l’abbiano presa bene. A partire da Nicolas de Tavernost, direttore generale di Lfp Media. Che per la rabbia ha rassegnato le dimissioni dall’incarico. Lui può farlo. Un po’ meno possono mostrare rimostranze gli altri dirigenti della Lfp, perché c’è una situazione di promiscuità irrisolvibile: il Psg è membro della Lfp, dunque il nemico è in casa. E ha alle spalle un soggetto economico-finanziario che, se gli gira, si compra l’intera lega. Soprattutto, c’è la questione del rapporto diretto fra Al-Khelaïfi e il presidente della Fifa, Gianni Infantino. Con tanto di presenza di Qatar Airways nella rosa dei main sponsor Fifa.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
Gianni Infantino (Ansa).

Ci prendono anche per i fondelli…

Facile pensare che all’uomo forte di Qsi sia bastato alzare il telefono e chiamare l’amico Gianni per cambiare l’esito delle trattative sui diritti per il Mondiale 2026. Al cospetto di questa ipotesi, fonti vicine ad Al-Khelaïfi hanno smentito: il boss di Qsi non si sarebbe interessato al dossier, che invece è stato gestito direttamente dal presidente di BeIN, Yousef Al-Obaidly. Cioè il braccio destro di Nasser Al-Khelaïfi. Che almeno ci evitino la presa per i fondelli, su.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Sicuramente è una storia di successo. Parliamo del Como Calcio 1907, tornato in Serie A nella stagione 2024-2025 e subito proiettato verso l’élite del calcio italiano con la prospettiva di affermarsi anche nello scenario internazionale. Altrettanto indiscutibile è che la squadra allenata dal tecnico catalano Cesc Fabregas stia giocando un calcio di alta qualità, che ne legittima lo statuto emergente. Ma il Como può essere anche proposto come un modello? Be’, qui il discorso cambia.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare l’equità competitiva

Il Como è un esperimento che si sottrae a qualsiasi tipizzazione. Lo è sotto diversi punti di vista, a partire da una peculiare pretesa di essere il principale agente di un progetto di sviluppo territoriale al cui tavolo la società politica e quella economica si stanno “attovagliando” in modo parecchio succube. Ma questo è un piano della questione che andrebbe affrontato a parte. Ciò che qui interessa è la dimensione economico-finanziaria del club lariano. Che rispetto al suo bacino d’utenza è un Ogm, un organismo geneticamente modificato: un soggetto che una volta di più certifica nel calcio lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare qualsiasi traccia di equità competitiva. Basta illustrare le cifre dell’ultimo esercizio di bilancio per comprendere l’abnormità del caso.

Un’inesauribile iniezione di soldi da parte della proprietà

Già i dati del precedente esercizio, quello chiuso il 30 giugno 2024, fornivano un’istantanea efficace. Quei numeri facevano riferimento alla stagione della promozione dalla Serie B alla Serie A. Passando in rassegna l’analitico delle voci sul valore della produzione, è sufficiente lasciare parlare le cifre.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Ricapitolando: nella stagione 2023-24 i ricavi da botteghino (abbonamenti più biglietti) ammontavano a 1,546 milioni di euro e contribuivano al fatturato per il 15,75 per cento. La somma delle voci da sponsorizzazioni, pubblicità e proventi commerciali offriva numeri poverissimi: 652 mila euro, il 6,64 per cento del fatturato. C’era quindi una voce residua e generica etichettata come “altri ricavi e proventi diversi”, che fruttava la marginale cifra di 261 mila euro, incidendo per il 2,66 per cento.

I fratelli indonesiani Hartono e il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso

I proventi da movimento calciatori (plusvalenze, prestiti, premi di valorizzazione et similia) si attestavano a zero. Insomma, un valore della produzione che non toccherebbe i 2,5 milioni di euro: livello da bassa Serie B/alta Lega Pro. Ma poi, a completare il quadro, ecco la voce “contributi in conto esercizio”. Che sono i versamenti dell’azionista di riferimento, la Sent Entertainment, emanazione dei ricchissimi fratelli indonesiani Hartono che controllano il Como attraverso il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso.

LEGGI ANCHE: I ricchissimi padroni indonesiani del Como, gli affari con le sigarette e il progetto nel calcio

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Il presidente del Bologna Joey Saputo con Mirwan Suwarso (foto Ansa).

Pompato nelle casse del club tre quarti del valore della produzione

E già il fatto che questa iniezione di denaro sia stata inserita sotto la rubrica del valore della produzione è indicativo. A ogni modo, durante l’esercizio 2023-24 la proprietà ha pompato nelle casse del club lariano 7,356 milioni di euro, corrispondente al 74,95 per cento del valore della produzione. Proprio così: stiamo parlando dei tre quarti del totale.

Copertura delle perdite e aumento dei diritti televisivi

Inoltre è stata predisposta una riserva per copertura perdite da 49 milioni 698 mila 453 euro che di fatto ha permesso di assorbire le perdite di esercizio, che toccavano quota 47 milioni 756 mila 634 euro. Le cifre relative al penultimo esercizio fanno da premessa, anche perché il salto dalla Serie B alla Serie A comporta una serie di cambiamenti nella struttura dei ricavi che deve tenere conto innanzitutto dei diritti televisivi. Proprio questa voce ha contribuito a fare impennare il valore della produzione, che è passata dagli 8,27 milioni dell’ultima stagione di Serie B ai 49,476 milioni della prima stagione di A.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Nico Paz, trascinatore del Como (foto Ansa).

Il totale del valore della produzione nel 2024-25 ha toccato quota 55,397 milioni di euro, coi “proventi da cessione dei diritti televisivi” che hanno contribuito per 31,782 milioni, il 57,3 per cento. Il valore della cessione delle prestazioni, pur balzando da 1,546 milioni di euro a 5,921 milioni di euro, è rimasto un decimo nella struttura dei ricavi. Si segnala la conferma della voce “contributo in conto esercizio”: 4,671 milioni, in chiara diminuzione rispetto all’anno precedente.

Il Como spende il triplo di ciò che produce

Tuttavia, c’è un’altra voce che richiama l’attenzione. Si trova nella rubrica del passivo e riguarda i “versamenti a copertura perdite”. Nel bilancio al 30 giugno 2024, come si è visto, ammontavano a oltre 49 milioni. Nel bilancio al 30 giugno 2025 sono balzati a 135 milioni 491 mila 818 euro. Una cifra sensazionale, così come è eclatante lo scarto tra valore della produzione e costo della produzione: 55 milioni 396 mila 617 euro contro 156 milioni 610 mila 937 euro, con una differenza in negativo di 103 milioni 214 mila 320 euro. Il Como spende il triplo di ciò che produce.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Di fatto, il Como si mantiene in equilibrio e costruisce una crescente competitività sportiva grazie alla continua provvista di denaro dell’azionista di riferimento. Quanto continua? Lasciamocelo dire dal testo della nota integrativa al bilancio, paragrafo dedicato alla continuità aziendale.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Come si evince dalla lettura, tutti i santi mesi (e spesso due volte al mese) c’è stata iniezione di denaro nelle casse della società. In particolare, vanno segnalati i due versamenti del mese di giugno, quello della chiusura di esercizio: 3,6 milioni di euro il giorno 6 e poi 8,5 milioni di euro il giorno 23, per un totale di 12,1 milioni di euro. C’è da aggiungere che, come è prassi nelle note integrative, è stato dato conto anche di alcuni fatti rilevanti avvenuti nel periodo compreso fra la data di chiusura dell’esercizio annuale e quella dell’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci (fine ottobre 2025).

I principi del fair play finanziario ormai ridotti a simulacro

Anche durante questo lasso di tempo c’è stato un continuo apporto di liquidità. Impressionante quello del mese di ottobre, con tre versamenti rispettivamente da 2 milioni di euro (il giorno 2), da 15,5 milioni di euro (il giorno 10) e da 10,5 milioni di euro (il giorno 24). Il totale fa 28 milioni di euro. In un solo mese. Un indice di costi crescenti che nemmeno le società metropolitane da Champions League riuscirebbero ad affrontare in questa misura. Il Como può. Tanto più che i sacrosanti principi del fair play finanziario sono ormai ridotti a simulacro.

La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?

Cose mai viste. La finale della 35esima edizione della Coppa d’Africa, giocata tra i padroni di casa del Marocco e il Senegal a Rabat, ha messo in scena una serie di circostanze grottesche, scatenate dopo il novantesimo minuto. Quando, anziché veder scattare il tempo di recupero, è stata inaugurata una fase di tempo isterico. Breve sintesi: gol annullato alla squadra ospite per un fallo in attacco, fischiato con adozione di parametri sul contatto fisico che potrebbero valere per il tennis o la pallavolo; rigore concesso alla squadra di casa per una scorrettezza (?) captata dal Var con la bacchetta del rabdomante; l’uscita dal campo della squadra ospite per proteste e il successivo lungo mercanteggiamento per convincerla a rientrare in campo; l’errore dal dischetto di Brahim Diaz, commesso in un modo che ha scatenato sul web le peggiori dietrologie; e infine, l’imbarazzante momento della premiazione, coi potenti del calcio e della politica che facevano a gara a chi non consegnava il trofeo al Senegal. Il giorno dopo, l’appendice polemica con strascichi legali: il Marocco ha annunciato l’intenzione di fare ricorso dopo il ritiro del Senegal, che avrebbe «avuto un impatto sulla partita».

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Un’organizzazione scadente, a tratti disastrosa

È stato il degno epilogo di una manifestazione organizzata in modo scadente, con passaggi persino disastrosi. E mentre in queste ore si vive lo scambio di accuse, possono già essere indicati i colpevoli di una débâcle assurda: gli organizzatori, a tutti i livelli. Partendo dal Marocco, Paese ospitante che fra quattro anni ospiterà il Mondiale, fino alla Fifa dell’impresentabile Gianni Infantino.

Rovinato un buon livello tecnico della competizione

La cosa peggiore di tutto ciò è che è stato rovinato un torneo dal livello tecnico molto elevato. Sui campi da gioco è stata una bellissima Coppa d’Africa, da cui giunge conferma che il calcio continentale ha raggiunto finalmente una soglia di maturità vera. E la finale fra Marocco e Senegal, fino a che non è scattata la follia post-90’, è stata equilibrata e ben giocata.

Spalti vuoti e tifosi rimasti fuori a caccia del biglietto

Purtroppo le note positive finiscono qui. Perché fuori dal campo la Coppa d’Africa è stata un disastro. A partire dallo sconcertante spettacolo degli spalti vuoti. Un panorama indegno di un campionato continentale per squadre nazionali. Si sono verificate scene incomprensibili, come quelle che hanno visto migliaia di tifosi algerini fuori dagli impianti a caccia di biglietti, mentre all’interno i settori erano vuoti nonostante risultassero esauriti. Il caso si è ripetuto con altre tifoserie e chiama in causa il sistema di vendita dei tagliandi. Che evidentemente è andato in tilt.

Pessimo messaggio, come al Mondiale Fifa per club dell’estate 2025

Su questo aspetto si è innescato uno scaricabarile fra gli organizzatori locali e la confederazione africana (Caf). Secondo i marocchini, l’organizzazione della manifestazione è della Caf e per questo loro declinano ogni responsabilità. Rimane il pessimo messaggio, in linea con quanto è già successo e continua a succedere a margine di altre grandi manifestazioni internazionali sotto egida Fifa. Se n’è avuta una prima dimostrazione in occasione del Mondiale Fifa per club dell’estate 2025, quando fu quasi necessario chiamare i buttadentro per evitare scenari di spalti deserti.

La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?
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Infantino già rivendica successi surreali per il Mondiale 2026

Il seguito si avrà col Mondiale di Canada-Messico-Usa dell’estate 2026, già segnati dalle polemiche sul costo esorbitante dei biglietti. È una tendenza pericolosa che si sta strutturando, senza che si riesca ad approntare una contromisura. Anzi, il presidente della Fifa Infantino rivendica successi surreali. Come le 150 milioni di richieste di prenotazioni per i biglietti delle gare, presentate come un record assoluto. Bella forza: il Mondiale 2026 è il primo segnato dal passaggio da 32 a 48 squadre. Il record era nei fatti, non c’è nulla di cui vantarsi.

Fra quattro anni la prima edizione intercontinentale della Coppa del mondo

Per questa edizione della Coppa d’Africa il Marocco ha potuto giocarsi l’alibi dell’organizzazione da imputare alla confederazione africana. Non una grande dimostrazione di coraggio e responsabilità, per un Paese che fra quattro anni ospiterà la prima edizione intercontinentale del Mondiale. Nel 2030 la manifestazione si terrà infatti in Marocco, Portogallo e Spagna, con singole partite giocate in Argentina, Paraguay e Uruguay (altra megalomania di Infantino).

Giudizio pesantemente negativo sulle capacità del Marocco

Ne consegue che, se questa edizione della Coppa d’Africa doveva essere un test per le capacità organizzative del Marocco, il giudizio è pesantemente negativo. Certo, mancano quattro anni all’appuntamento. Ma bisognerà fare parecchi passi avanti per essere all’altezza di una sfida così gravosa. Soprattutto bisognerà evitare che si ripetano scene come quelle di cui si è lamentata la federazione senegalese.

Sicurezza, alberghi, campi d’allenamento: tante polemiche

Il trattamento riservato all’avversaria del Marocco in finale è stato pessimo. I calciatori del Senegal sono arrivati a Rabat in treno e non hanno trovato nessuna misura di sicurezza ad accoglierli: sul web girano filmati che li ritraggono mentre si mescolano coi viaggiatori in stazione, con ovvi rischi per la loro incolumità. Inoltre anche la sistemazione alberghiera e la messa a disposizione della struttura di allenamento sono state oggetto di polemica.

Re Mohammed VI del Marocco è uno dei potenti emergenti del calcio globale

Tutto quanto è avvenuto sotto l’occhio inerte di Fifa e Caf. Per ovvi motivi: re Mohammed VI del Marocco è visto come uno dei potenti emergenti del calcio globale. Trattato in modo estremamente riverente da Infantino, che per gli autocrati ha una passione speciale. I toni duri che, nelle scorse ore, il presidente Fifa ha riservato al Senegal non verrebbero replicati nei confronti del Marocco. Potete starne certi.

La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?
Re Mohammed VI del Marocco (foto Ansa).

Motsepe, il controverso miliardario a capo della Caf

Non meno meschina la figura rimediata da Patrice Motsepe, presidente della Caf. Sudafricano, imprenditore minerario, passato alla storia per essere stato il primo africano di pelle nera a entrare nella lista mondiale dei miliardari stilata da Forbes, Motsepe è una creatura di Infantino. Nel 2021 accettò quasi obtorto collo di essere eletto come presidente della confederazione africana (Infantino aveva fatto in modo che tutti i concorrenti lasciassero la competizione), annunciando che avrebbe svolto soltanto un mandato. Ovviamente, quando nel 2025 quel mandato è scaduto, Motsepe si è ripresentato e adesso è sempre lì. Ha capito anche lui la forza del calcio come strumento politico.

Il suo agire presidenziale consiste principalmente nell’applicare gli indirizzi dettati da Infantino. Fra questi, la decisione di allungare da due a quattro anni il lasso di tempo fra un’edizione e l’altra della Coppa d’Africa. Una mossa fatta in applicazione della volontà di Infantino di dare sempre meno spazio alle competizioni continentali. Dal 2028 (ultima edizione segnata dalla cadenza biennale) si cambia scadenze. Una mossa che ha fatto infuriare molte federazioni nazionali africane. Motsepe tira dritto, convinto di agire per il bene del calcio. Ma dopo la figuraccia di domenica, qualche dubbio sul suo modo di gestire (per altri) il potere dovrà pur sorgergli.

Il Chelsea e le prepotenti multiproprietà calcistiche, così odiate dai tifosi

Un’umiliazione. Per i tifosi dello Strasburgo non è una novità sentirsi trattati come una seconda scelta. Il loro club si è ritrovato dentro un portafoglio di multiproprietà calcistica, quello della BlueCo controllato dal magnate statunitense Todd Boehly. Per il momento quel portafoglio comprende soltanto un’altra società, che però vale per 10: il Chelsea. Inevitabile che lo Strasburgo venga messo in subordine nella gestione fatta dalla cabina di comando. Ma proprio questo è il punto sul quale i tifosi della squadra alsaziana prendono cappello: chi ha stabilito che questa cosa qui è “inevitabile”?

Il Chelsea e le prepotenti multiproprietà calcistiche, così odiate dai tifosi
Il proprietario del Chelsea e magnate americano Todd Boehly (foto Ansa).

Lo Strasburgo considerato dalla proprietà solo una seconda scelta

Di sicuro non lo è il fatto di essere trattati come la formazione B degli inglesi, un bacino cui attingere alla bisogna. Per questo la scelta di spostare da Strasburgo a Londra il tecnico Liam Rosenior, a campionati in corso, ha riportato sul livello massimo il termometro del malcontento. Dovendo sostituire l’esonerato Enzo Maresca sulla panchina del Chelsea, la multiproprietà ha optato per quella che dal suo punto di vista è una soluzione interna. E che invece, dalla parte della tifoseria dello Strasburgo, è l’ennesima dimostrazione dello statuto da seconda scelta. Per loro questa situazione non sarebbe mai dovuta esistere. Allo stadio della Meinau sono regolarmente presenti striscioni contro BlueCo e il principio della multiproprietà. Una contestazione che non ha mai smesso di animarsi: cambiano solo i toni e l’intensità.

Il Chelsea e le prepotenti multiproprietà calcistiche, così odiate dai tifosi
Liam Rosenior, nuovo allenatore del Chelsea (foto Ansa).

Il caso del club alsaziano è emblematico. Ma non isolato. Gli esperimenti di multiproprietà di club attecchiscono a ogni latitudine e le istituzioni calcistiche internazionali hanno ormai rinunciato ad andare oltre un contrasto di pura maniera. Ma il definitivo via libera non coincide con la rimozione di tutte le criticità. Ne sanno qualcosa i signori del City Football Group (Cfg), che hanno realizzato il modello fin qui più celebrato e imitato.

La contestazione dei tifosi del Troyes al City Football Group

Testa ad Abu Dhabi e cuore a Manchester (sponda City), il gruppo ha collezionato proprietà calcistiche in giro per il globo, acquisendo anche il Palermo. Ma la narrazione della formula vincente ha cominciato a trovare le sue confutazioni. E ancora una volta le contestazioni sono giunte dalla Francia. A maggio 2024 i tifosi del Troyes, club annesso alla multiproprietà emiratina, hanno fortemente contestato il Cfg in occasione della gara casalinga contro il Valenciennes, che ne decretava la quasi retrocessione. In quella circostanza, dalla curva, è partita una sequenza di fumogeni che ha costretto l’arbitro a sospendere la partita.

Il Chelsea e le prepotenti multiproprietà calcistiche, così odiate dai tifosi
L’allenatore del Manchester City Pep Guardiola (foto Ansa).

Un’altra battuta d’arresto è giunta dalla filiale indiana, il Mumbai City. Il mancato sviluppo della Indian Super League ha costretto il Cfg a ritirare l’investimento. Nessuno è infallibile. Se poi evitasse di provarci, sarebbe anche meglio.

Il progetto di 777 Partners e il crollo un pezzo dopo l’altro

Anche in Italia abbiamo sperimentato le multiproprietà internazionali. Con risultati anche poco commendevoli, come nel caso del 777 Partners, ex proprietario del Genoa. Il fondo d’investimento con sede a Miami aveva creato un portafoglio di club che comprendeva Hertha Berlino, Standard Liegi, Botafogo e Red Star Paris, oltre a fare un tentativo di scalata al Siviglia. I signori di 777 avevano provato il colpaccio puntando l’Everton in Premier League. Ma già il progetto si sfaldava un pezzo dopo l’altro, man mano che dagli Usa si sommavano le notizie sulle disavventure finanziarie del gruppo.

Il Chelsea e le prepotenti multiproprietà calcistiche, così odiate dai tifosi
L’ex proprietà del Genoa 777 partners con Alberto Zangrillo, che era presidente del club, nel 2021 (foto Ansa).

Ancora una volta, sul versante francese non è stato necessario attendere i mala tempora per prendere posizione contro la multiproprietà. I tifosi del Red Star, squadra di fortissima cultura operaia, hanno contestato immediatamente il passaggio del loro club sotto il controllo di un soggetto che vedevano interessato a fare nient’altro che speculazione. Avevano visto lunghissimo. Pensa te, questi francesi.

Multiproprietà all’italiana, gli esempi caserecci di Lotito e De Laurentiis

Sono numerosi altri i casi di multiproprietà in giro per il mondo del calcio. In Italia abbiamo avuto delle versioni caserecce, abbastanza tristi. C’è stato il caso di Claudio Lotito, patron sia della Lazio sia della Salernitana. E ricordiamo tutti l’imbarazzo di quella stagione in cui entrambe si ritrovarono in Serie A, prima che il club granata venisse venduto. La storia si è ripetuta con Napoli e Bari, entrambe sotto il controllo della famiglia De Laurentiis. Risultato: il Napoli è decollato, il Bari è inchiodato in B e cara grazia che non sprofondi di sotto. I tifosi di Salernitana e Bari lo sanno bene cosa significhi essere “l’altra squadra” in un sistema di multiproprietà…

Il Chelsea e le prepotenti multiproprietà calcistiche, così odiate dai tifosi
Aurelio De Laurentiis e Claudio Lotito in una foto del 2014 (Imagoeconomica).

Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa

Se mille vi sembrano abbastanza. Toccato dalle polemiche sul costo indecente dei biglietti per assistere alle partite del Mondiale di Canada-Messico-Usa 2026, il presidente della Fifa, Gianni Infantino, si è inventato la classica pezza peggiore del buco. È stato stabilito che, per ogni partita del torneo, verranno messi a disposizione mille ingressi da 60 dollari. Praticamente siamo ai biglietti di cittadinanza: 500 per ciascuna delle tifoserie nazionali coinvolte. Una quota che non arriva al 2 per cento della capienza degli stadi toccati dalla manifestazione. Sul modo in cui questi ticket verranno messi sul mercato nulla si sa, per il momento. Si prevede uno spettacolo simile a quello dei click day. E sarà anche da capire se i fortunati saranno inseriti in un settore dello stadio a sé. Una specie di riserva indiana, a rischio di essere percepita dagli altri spettatori come il simbolo di un welfarismo cieco e parassitario.

Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa
Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa
Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa
Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa
Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa
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Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa
Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa

Situazioni strane e folli. Tipiche della Fifa di Infantino. Un’istituzione ridisegnata dal suo presidente a propria immagine e somiglianza, come se si trattasse di un feudo personale. Tanto da autorizzare a ribattezzarla Fifantino. È uno stato delle cose che già così è sgradevolissimo. Diventa anche grottesco se si guarda al talento da gaffeur del presidente. Che non si capisce se ci è o ci fa, ma che certamente spende una formidabile faccia di bronzo anche quando la cosa migliore sarebbe andare a nascondersi. Invece lui va avanti come se nulla fosse, come se non gli avessero inserito il chip dell’imbarazzo.

Servile coi potenti: Putin, Trump, bin Salman…

Mister Fifantino ama gli autocrati. È stato chiaro fin dall’inizio del suo mandato, è stato confermato dal modo in cui si è mosso negli anni più recenti. Da Vladimir Putin alla famiglia Al Thani del Qatar, dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman al presidente statunitense Donald Trump, è ricca la galleria dei capi di Stato e di governo che gestiscono il potere al di fuori di ogni logica democratica. Ciò che per il capo del calcio mondiale non è un problema. Anzi, capita che egli si spenda per legittimare regimi che sul piano dei diritti umani e delle libertà civili lasciano molto a desiderare.

La conferenza diventata uno dei punti più bassi nella storia della Fifa

La sua conferenza stampa alla vigilia dell’apertura del Mondiale 2022 in Qatar rimane uno dei punti politicamente ed eticamente più bassi nella storia della Fifa. Quel giorno Infantino accusò l’Europa di ipocrisia e si nominò garante dell’emirato. Ciò che successivamente avrebbe fatto rispetto alla candidatura mondiale dell’Arabia Saudita, nella corsa all’edizione 2034. Ma è con Trump che si è toccato il fondo.

La farsa del premio Fifa per la pace

Nei confronti del presidente degli Usa il capo del calcio mondiale assume un atteggiamento scodinzolante. Nonché ampiamente munifico. All’inquilino della Casa Bianca è stato donato l’originale della coppa assegnata alla vincitrice della prima edizione del Mondiale Fifa per club (il Chelsea, che si è dovuto accontentare di una copia). E allo stesso Trump è stato conferito un improbabile premio Fifa per la pace, durante la cerimonia per il sorteggio dei gironi di fase finale del Mondiale. Questa cialtronata è valsa a Infantino una denuncia da parte di FairSquare, organizzazione che si occupa di difesa dei diritti umani. Ma nessun problema: a giudicare Infantino sarà il comitato etico della stessa Fifa. Una farsa, l’ennesima.

Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa
Infantino consegna a Trump il premio Fifa per la pace (foto Ansa).

Il siparietto scadente con IShowSpeed

La sua voglia di essere sempre sulla scena non conosce limiti, né trascura i canali più attuali di diffusione. Attivissimo su Instagram, dove celebra le nuove soglie di follower raggiunti manco fosse Rita De Crescenzo, Infantino non si è fatto mancare nemmeno una diretta streaming con Darren Jason Watkins Jr., meglio noto come IShowSpeed, youtuber e influencer statunitense che di recente ha orientato i suoi interessi verso il calcio. Nelle settimane che hanno preceduto il Mondiale Fifa per club (giugno-luglio 2025) è andato in diretta un desolante duetto nello studio dello streamer, col trofeo della competizione (quello originale, finito poi nelle mani di Trump) piazzato alle spalle dei due.

Nella parte finale dello streaming, IShowSpeed ha voluto cimentarsi in una capriola da fermo, giusto per rimarcare quale fosse l’atmosfera da mediocre circo. Provocando una vibrazione del pavimento che per poco non ha fatto cadere il trofeo. Un vero peccato che non sia successo, ché tanto al suo legittimo vincitore sarebbe toccata comunque una copia.

La tremenda uscita sul Memoriale del Genocidio ruandese

Purtroppo per lui, Infantino è così. Pare che le figure penose se le vada a cercare. Ne rimediò una terrificante in Ruanda, quando nel 2023 si è guadagnato l’ultima rielezione, in ordine di tempo, a capo della Fifa. Il ritorno nel Paese dell’Africa orientale gli aveva richiamato alla mente i giorni del 2016, quando si lanciava per la prima volta nella corsa elettorale per prendersi la poltrona più alta del calcio internazionale. E rievocando quei giorni, aveva raccontato che, in un momento d’incertezza sull’opportunità di continuare nella corsa elettorale, una visita al Memoriale del Genocidio ruandese lo aveva spinto a dire a se stesso: «Chi sono io per arrendermi? Questo Paese ha tanto sofferto e si è risollevato».

Questa associazione di idee, rimasta misteriosa a chiunque, lo avrebbe convinto a insistere nella corsa. E le polemiche seguite a una dichiarazione tanto irriguardosa e sballata lo hanno costretto a un tentativo di spiegazione che si è risolto in una supercazzola.

Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa
Il selfie postato da Infantino su Instagram durante una veglia funebre per Pelè.

Gli scivoloni su Pelé e i diritti salariali delle donne

E come dimenticare i selfie con la salma di Pelé sullo sfondo? E ancora, le sue dichiarazioni sulla prospettiva che si realizzi nel calcio una condizione di parità (a partire dai livelli salariali) fra uomini e donne, rilasciate alla vigilia della finale del Mondiale femminile 2023: «Fate la battaglia giusta, spingete la porta e convincete noi uomini». Perché invece lui, da capo del calcio mondiale, a prendere l’iniziativa non ci pensa proprio.

Le scuse per i guanti bianchi fatti indossare a Scaloni

Si è fatta anche una gran confusione sui guanti bianchi indossati da Lionel Scaloni, commissario tecnico dell’Argentina, per portare la Coppa del Mondo sul palco del sorteggio mondiale. In un primo momento si era creduto fosse un obbligo imposto dal cerimoniale Fifa, ma in seguito sono state diffuse interpretazioni alternative. A ogni modo, Infantino si è sentito in dovere di scusarsi. Almeno questa volta.

Il grottesco Gianni Infantino, gaffeur di professione che ridicolizza la Fifa
Il ct dell’Argentina Scaloni coi guanti bianchi.

Quando l’episodio è avvenuto, da pochi giorni Infantino aveva ricevuto l’annuncio che per lui è pronto il decreto per la concessione della cittadinanza libanese. Sarebbe il terzo passaporto, dopo quello svizzero e quello italiano.

Il fatto che abbia sposato una cittadina del Paese dei Cedri non è in relazione; tanto più che, per la legislazione libanese sulla cittadinanza, le mogli libanesi non possono trasmettere la cittadinanza ai mariti stranieri, a differenza di quanto avviene ai mariti libanesi con le mogli straniere. Il motivo per cui il presidente libanese Joseph Aoun ha concesso la cittadinanza a Infantino non è noto. Ha provveduto comunque il presidente della federcalcio libanese, Hachem Haidar, a illustrare una coincidenza: la Fifa si appresta a finanziare la costruzione di uno stadio da 30 mila posti a Beirut. Così vanno le cose nel magico mondo di Fifantino.

Come Aurelio De Laurentiis è riuscito a rompere il giocattolo Napoli da lui costruito

Costruire il giocattolo, rompere il giocattolo. C’è qualcosa del regresso all’infantilismo in questa assurda stagione del Napoli fresco di scudetto. E di questo regresso l’artefice è colui che dopo essersi cucito il tricolore sul petto ha deciso di mettere da parte ogni indugio per scendere in campo da protagonista assoluto: il presidente e patron Aurelio De Laurentiis. Che dall’inizio della sua avventura nel mondo del calcio, anno 2004, è stato elogiato e indicato come un modello di gestione dell’azienda calcio. Ma che proprio dopo avere raggiunto il culmine, con la vittoria del campionato nell’approssimarsi del ventennio al vertice della società azzurra, ha dato il via a uno spettacolare cammino versi lo smantellamento dei risultati e della reputazione. Come fosse una stagione di sabbatica dissipazione e con l’augurio, per i tifosi del Napoli, che soltanto di un anno si tratti.

Il Napoli aveva azzeccato l’azzardo tecnico di Kim e Kvaratskhelia

Un anno fa di questi tempi ci si trovava a elogiare uno stile gestionale che, oltre all’equilibrio economico, programmava l’azzardo tecnico. Il Napoli era riuscito a centrare un triplice obiettivo: cedere a prezzi di estremo vantaggio alcuni fra i calciatori più importanti della sua rosa (Kalidou Koulibaly e Fabiàn Ruiz), lasciare andare via da svincolati alcuni fra i protagonisti principali delle stagioni più recenti (nonché idoli della tifoseria, come Lorenzo Insigne e Dries Mertens) con l’effetto di alleggerire il monte-ingaggi, e infine impiegare soltanto parte del saldo attivo da calciomercato e dismissioni acquisendo atleti che hanno reso più forte la squadra (come il sudcoreano Kim e l’impetuoso georgiano Kvicha Kvaratskhelia).

Come Aurelio De Laurentiis è riuscito a rompere il giocattolo Napoli da lui costruito
Il difensore sudcoreano Kim passato dal Napoli al Bayern Monaco (Getty).

Interrotto l’oligopolio Inter-Juventus-Milan che durava dal 2001-2002

Un’impresa da dieci e lode che ha fatto del Napoli 2022-23 una storia da raccontare e tramandare, espressa sul campo attraverso una squadra capace di incantare l’Italia e l’Europa per almeno tre quarti di stagione e di portare finalmente a Napoli l’agognato terzo scudetto, oltre a rompere l’oligopolio InterJuventusMilan che in Serie A durava ininterrottamente dalla stagione 2001-02. Insomma, un’avventura unica e forse irripetibile. Ma proprio qui sta il punto: unica e irripetibile. Sia la stagione, sia l’ardita mossa di rivoluzionare i ranghi della squadra durante un’estate presentandosi più forti ai nastri di partenza.

Come Aurelio De Laurentiis è riuscito a rompere il giocattolo Napoli da lui costruito
Aurelio De Laurentiis con Luciano Spalletti (Getty).

Con Spalletti e Giuntoli lui poteva fare il patron illuminato

Il Napoli che ha trionfato è stato il frutto di un’eccezionale chimica, un mix di elementi che hanno saputo dare il massimo sia in termini individuali sia di contributo all’insieme: squadra che giocava un calcio di massima avanguardia; allenatore Luciano Spalletti, che ruotava con maestria una rosa di giocatori abbondante e assortita; società in cui ciascuno riusciva a svolgere il suo ruolo senza sconfinare nelle prerogative di altri. In particolare c’era la funzione chiave del capo dell’area tecnica, Cristiano Giuntoli, che negli anni più recenti ha costruito pezzo dopo pezzo il Napoli del terzo scudetto lavorando in silenzio e lasciando che la scena venisse occupata dal presidente. Che dal canto suo ha potuto disegnarsi intorno un profilo da patron illuminato, capace di mettere su un modello di azienda calcistica straordinariamente virtuoso, specie se lo si confronta col generale panorama dissipatorio del calcio nazionale.

Come Aurelio De Laurentiis è riuscito a rompere il giocattolo Napoli da lui costruito
Aurelio De Laurentiis allo stadio. Dietro di lui anche Osimhen (Getty).

Gasato dall’impresa, De Laurentiis ha pensato di essere il vero fuoriclasse del Napoli

C’è da aggiungere un elemento, forse il più significativo nell’annata che ha dato al Napoli il terzo scudetto: mai come durante la stagione 2022-23 il presidente è stato dentro il proprio ruolo, resistendo alla tentazione dell’invasione nelle prerogative altrui. Ma poi con l’avvicinarsi del trionfo gli equilibri sono andati in mutamento. Il rapporto con Spalletti, giunto soltanto alla seconda stagione, era già logorato; né, visto il carattere dei due e la lunga tradizione di rapporti con gli allenatori che per il presidente sono andati regolarmente a chiudersi in modo pessimo, ci si poteva aspettare qualcosa di diverso. E infine c’è stata la conclusione del rapporto con Giuntoli, che ha preferito rispondere alla chiamata della Juventus. A quel punto De Laurentiis, gasato dall’impresa del terzo scudetto e convinto di essere artefice unico del modello Napoli e dell’impresa realizzata, deve avere creduto di possedere il dono dell’infallibilità e di essere lui il vero e unico fuoriclasse del Napoli. Una fuga dalla realtà che ha immediatamente segnato le sorti della stagione 2023-24.

Scelte funzionali a rafforzare il profilo dell’uomo solo al comando

Nelle analisi dei motivi che hanno portato a una stagione fin qui così al di sotto delle aspettative ci si sofferma molto sulla partenza di Kim, che nella stagione della vittoria aveva sostituito Koulibaly facendolo dimenticare in fretta. Il sudcoreano non è stato adeguatamente sostituito al centro della difesa e questo è stato certamente un punto di debolezza. Ma gli stenti del Napoli 2023-24 non possono certo essere imputati alla partenza di un calciatore, né alla sola dimensione di campo. Vanno piuttosto prese in considerazione le scelte fatte in estate, tutte oggettivamente funzionali a rafforzare il profilo dell’uomo solo al comando.

Come Aurelio De Laurentiis è riuscito a rompere il giocattolo Napoli da lui costruito
Rudi Garcia (Getty).

Garcia, Meluso, ora Mazzarri: la piazza è sempre più sconcertata

L’allenatore, Rudi Garcia, è stato accolto da un immediato scetticismo che purtroppo si è rivelato motivato col passare delle settimane. Ma anche la decisione di affidare il ruolo di Giuntoli a Mauro Meluso, serio professionista e degnissima persona ma rimasto fuori dal giro, ha avuto l’effetto di rafforzare la figura del presidente-patron. Fra l’altro, circola con sempre maggiore insistenza la voce che vorrebbe anche Meluso in uscita. Con l’effetto di far segnare una clamorosa sconfessione delle scelte compiute da De Laurentiis in estate, senza che lo stesso presidente ne paghi le conseguenze. Lui costruisce, lui sfascia. Provando fra l’altro colpi a sensazione che per il momento hanno il solo effetto di sconcertare la piazza. Come il ritorno sulla panchina di un Walter Mazzarri in fase calante di carriera e dopo che 10 anni fa il rapporto fra le parti si era interrotto in modo tempestoso.

Come Aurelio De Laurentiis è riuscito a rompere il giocattolo Napoli da lui costruito
Walter Mazzarri (Getty).

Auguri a tutti. Compreso lo stesso De Laurentiis, avvistato al fianco del governatore campano Vincenzo De Luca per la presentazione del libro Nonostante il Pd. Chi c’era racconta che il numero uno del Napoli ha detto di essere «né di destra né di sinistra, ma un uomo libero», e che quanto al Partito democratico «sta vivendo il momento meno valido della sua storia». Beh, non è che di questi tempi il suo sia tanto meglio, caro presidente.

Evangelos Marinakis, luci e (tante) ombre del Berlusconi greco che vuole prendersi il Monza

Mister Evangelos Marinakis potrebbe arrivare in Italia e nessuno sembra farci caso. Lo shopping straniero di club italiani si è andato incrementando di mese in mese, ormai le proprietà estere dei club della nostra Serie A si apprestano a sopravanzare quelle nazionali, sicché il fatto che ne arrivi una dalla Grecia può sembrare soltanto un ulteriore tocco d’esotico. E invece bisognerebbe guardare con più attenzione al personaggio. Perché si tratta di un soggetto che intrattiene col mondo del calcio un rapporto sui generis: ha costruito un sistema di potere nel calcio greco che rimane tuttora inattaccabile, è alleato di tutti i super agenti in circolazione, è riuscito persino a venir fuori pressoché indenne da uno scandalo di match fixing che ha coinvolto il suo Olympiacos Pireo. E adesso ha deciso di crearsi un sistema di multiproprietà calcistica che guarda alle principali leghe europee. Per questo ha dapprima scelto di acquisire il glorioso Nottingham Forest, portandolo in Premier league dopo anni di seconda divisione, e adesso punta alla Serie A guardando al Monza, che la famiglia Berlusconi è pronta a mettere in vendita dopo la morte di Silvio.

Evangelos Marinakis, luci e (tante) ombre del Berlusconi greco che vuole prendersi il Monza
Silvio Berlusconi e Adriano Galliani (Imagoeconomica).

Magnate dei media coinvolto in politica: vi ricorda qualcuno?

Come da stereotipo dei magnati greci che investono nel mondo dello sport, Marinakis è un armatore. E giusto per proseguire nel solco degli stereotipi, è anche un magnate dei media oltreché direttamente coinvolto in politica (consigliere comunale al Pireo, da indipendente). Elementi, questi ultimi, che facilmente lo collocano nel profilo degli oligarchi che hanno colonizzato il calcio europeo con l’avvio del nuovo secolo. Inoltre, a spianargli il cammino è stato anche il fatto di appartenere a una dinastia ottimamente radicata nell’economia nazionale, col padre Miltiadis che ha consolidato un impero economico oltre a essere stato deputato del partito conservatore Nuova democrazia.

Evangelos Marinakis, luci e (tante) ombre del Berlusconi greco che vuole prendersi il Monza
Evangelos Marinakis in tribuna a guardare il suo Nottingham Forest. (Getty)

Sbaragliata la concorrenza delle rivali Aek e Panathinaikos

In questo contesto familiare il giovane Evangelos cresce respirando un’atmosfera fortemente intrisa dal connubio fra potere e denaro. E dopo essersi laureato a Londra in International Business Administration inizia a prendersi il proprio spazio. Lo fa innovando il sistema di potere costruito da Miltiadis. E in questo senso adotta la ricetta berlusconiana, trasformata nel frattempo in un copyright e esportata in giro per l’Europa: investire nel settore dei media e nel calcio. Due campi nei quali è possibile costruire un’immagine pubblica edificante e acquisire vasto consenso. Nel campo mediatico Marinakis ha fondato due quotidiani (To Vima e To Mea) e una stazione televisiva (Mega Channel). In campo calcistico, ha acquisito l’Olympiacos Pireo nel 2010 inaugurando una fase nella quale la squadra biancorossa ha sbaragliato la concorrenza delle rivali storiche Aek Atene e Panathinaikos.

Evangelos Marinakis, luci e (tante) ombre del Berlusconi greco che vuole prendersi il Monza
Evangelos Marinakis allo stadio durante una partita dell’Olympiacos in Europa league (Getty).

È presidente della lega greca e vicepresidente della federazione

Dal 2010 al 2022 la squadra biancorossa vince 10 campionati nazionali su 13. Lo fa perché è nettamente la più forte, ma anche perché dà proprio l’idea di essere intoccabile. Uno status che deriva anche dall’ascesa di Marinakis nella mappa del potere calcistico. L’armatore arriva a essere infatti, in entrambi i casi per due mandati, presidente della lega professionistica greca e vicepresidente della federazione. E il fatto che un magnate dai così vasti (e impegnativi) interessi trovi tempo da dedicare a due cariche politiche in ambito calcistico dà la misura dell’importanza che il calcio ha per il personaggio: uno strumento di potere per agire in una vasta zona grigia d’intersezione fra politica, economia e affari.

Le inchieste: traffico di droga e presunta corruzione

Ma il fatto che Marinakis venga percepito come un intoccabile è determinato dall’esplosione di vicende giudiziarie che fanno molto scalpore sia in patria che all’estero. Una di queste riguarda una storia di traffico di droga condotto attraverso la nave Noor One. Marinakis è stato coinvolto ma ne è uscito pulito. Va aggiunto che molti dei soggetti cui sarebbe toccato testimoniare sulla vicenda sono morti ammazzati, ma ovviamente si tratta di coincidenze. Una vicenda certamente meno grave sotto il profilo penale ma egualmente inquietante è una vasta manovra di presunte corruzioni calcistiche della quale l’Olympiacos sarebbe stato al centro. Anche in questo caso Marinakis ne è uscito pulito. Anche perché in sede Uefa l’inchiesta ha trovato un’attenzione un po’ discontinua. Ciò è avvenuto nel periodo finale della presidenza di Michel Platini, quando il segretario generale della confederazione calcistica si chiamava Gianni Infantino.

Marinakis fa affari con tutti e continuerebbe a farli a Monza. In certi casi non è soltanto calciomercato: sono relazioni di potere

Dopo lo stravolgimento che mette fuori gioco sia Joseph Blatter sia Platini e spiana a Infantino la strada verso la presidenza della Fifa, il ruolo chiave di segretario generale dell’Uefa viene assunto da Theodore Theodoridis. Che di Infantino era vice da segretario generale e che nella confederazione calcistica europea conta quanto e forse più del presidente Aleksander Ćeferin. Soprattutto, Theodore è figlio di Savvas, ex portiere nonché ex dirigente dell’Olympiacos. Nei giorni in cui lo scandalo sulle accuse di match fixing rivolte all’Olympiacos era nel pieno del clamore, Theodoridis padre chiedeva pubblicamente di non coinvolgere Theodoridis figlio nella vicenda, per non compromettere la nomina a segretario generale Uefa. Ma c’è da credere che nulla e nessuno avrebbe fermato la nomina. Che adesso permette a Marinakis di contare su una sponda solida all’interno della confederazione europea. E sponde ancora più solide vengono trovate presso la categoria dei super agenti, i monopolisti del calciomercato globale che con l’Olympiacos fanno affari tutti quanti. Marinakis era grande amico di Mino Raiola e continua a esserlo di Jorge Mendes, così come di Stellar Group e di Rogon, senza disdegnare i rapporti con Pini Zahavi e Fali Ramadani. Marinakis fa affari con tutti e continuerebbe a farli a Monza. In certi casi non è soltanto calciomercato: sono relazioni di potere.

Evangelos Marinakis, luci e (tante) ombre del Berlusconi greco che vuole prendersi il Monza

Mister Evangelos Marinakis potrebbe arrivare in Italia e nessuno sembra farci caso. Lo shopping straniero di club italiani si è andato incrementando di mese in mese, ormai le proprietà estere dei club della nostra Serie A si apprestano a sopravanzare quelle nazionali, sicché il fatto che ne arrivi una dalla Grecia può sembrare soltanto un ulteriore tocco d’esotico. E invece bisognerebbe guardare con più attenzione al personaggio. Perché si tratta di un soggetto che intrattiene col mondo del calcio un rapporto sui generis: ha costruito un sistema di potere nel calcio greco che rimane tuttora inattaccabile, è alleato di tutti i super agenti in circolazione, è riuscito persino a venir fuori pressoché indenne da uno scandalo di match fixing che ha coinvolto il suo Olympiacos Pireo. E adesso ha deciso di crearsi un sistema di multiproprietà calcistica che guarda alle principali leghe europee. Per questo ha dapprima scelto di acquisire il glorioso Nottingham Forest, portandolo in Premier league dopo anni di seconda divisione, e adesso punta alla Serie A guardando al Monza, che la famiglia Berlusconi è pronta a mettere in vendita dopo la morte di Silvio.

Evangelos Marinakis, luci e (tante) ombre del Berlusconi greco che vuole prendersi il Monza
Silvio Berlusconi e Adriano Galliani (Imagoeconomica).

Magnate dei media coinvolto in politica: vi ricorda qualcuno?

Come da stereotipo dei magnati greci che investono nel mondo dello sport, Marinakis è un armatore. E giusto per proseguire nel solco degli stereotipi, è anche un magnate dei media oltreché direttamente coinvolto in politica (consigliere comunale al Pireo, da indipendente). Elementi, questi ultimi, che facilmente lo collocano nel profilo degli oligarchi che hanno colonizzato il calcio europeo con l’avvio del nuovo secolo. Inoltre, a spianargli il cammino è stato anche il fatto di appartenere a una dinastia ottimamente radicata nell’economia nazionale, col padre Miltiadis che ha consolidato un impero economico oltre a essere stato deputato del partito conservatore Nuova democrazia.

Evangelos Marinakis, luci e (tante) ombre del Berlusconi greco che vuole prendersi il Monza
Evangelos Marinakis in tribuna a guardare il suo Nottingham Forest. (Getty)

Sbaragliata la concorrenza delle rivali Aek e Panathinaikos

In questo contesto familiare il giovane Evangelos cresce respirando un’atmosfera fortemente intrisa dal connubio fra potere e denaro. E dopo essersi laureato a Londra in International Business Administration inizia a prendersi il proprio spazio. Lo fa innovando il sistema di potere costruito da Miltiadis. E in questo senso adotta la ricetta berlusconiana, trasformata nel frattempo in un copyright e esportata in giro per l’Europa: investire nel settore dei media e nel calcio. Due campi nei quali è possibile costruire un’immagine pubblica edificante e acquisire vasto consenso. Nel campo mediatico Marinakis ha fondato due quotidiani (To Vima e To Mea) e una stazione televisiva (Mega Channel). In campo calcistico, ha acquisito l’Olympiacos Pireo nel 2010 inaugurando una fase nella quale la squadra biancorossa ha sbaragliato la concorrenza delle rivali storiche Aek Atene e Panathinaikos.

Evangelos Marinakis, luci e (tante) ombre del Berlusconi greco che vuole prendersi il Monza
Evangelos Marinakis allo stadio durante una partita dell’Olympiacos in Europa league (Getty).

È presidente della lega greca e vicepresidente della federazione

Dal 2010 al 2022 la squadra biancorossa vince 10 campionati nazionali su 13. Lo fa perché è nettamente la più forte, ma anche perché dà proprio l’idea di essere intoccabile. Uno status che deriva anche dall’ascesa di Marinakis nella mappa del potere calcistico. L’armatore arriva a essere infatti, in entrambi i casi per due mandati, presidente della lega professionistica greca e vicepresidente della federazione. E il fatto che un magnate dai così vasti (e impegnativi) interessi trovi tempo da dedicare a due cariche politiche in ambito calcistico dà la misura dell’importanza che il calcio ha per il personaggio: uno strumento di potere per agire in una vasta zona grigia d’intersezione fra politica, economia e affari.

Le inchieste: traffico di droga e presunta corruzione

Ma il fatto che Marinakis venga percepito come un intoccabile è determinato dall’esplosione di vicende giudiziarie che fanno molto scalpore sia in patria che all’estero. Una di queste riguarda una storia di traffico di droga condotto attraverso la nave Noor One. Marinakis è stato coinvolto ma ne è uscito pulito. Va aggiunto che molti dei soggetti cui sarebbe toccato testimoniare sulla vicenda sono morti ammazzati, ma ovviamente si tratta di coincidenze. Una vicenda certamente meno grave sotto il profilo penale ma egualmente inquietante è una vasta manovra di presunte corruzioni calcistiche della quale l’Olympiacos sarebbe stato al centro. Anche in questo caso Marinakis ne è uscito pulito. Anche perché in sede Uefa l’inchiesta ha trovato un’attenzione un po’ discontinua. Ciò è avvenuto nel periodo finale della presidenza di Michel Platini, quando il segretario generale della confederazione calcistica si chiamava Gianni Infantino.

Marinakis fa affari con tutti e continuerebbe a farli a Monza. In certi casi non è soltanto calciomercato: sono relazioni di potere

Dopo lo stravolgimento che mette fuori gioco sia Joseph Blatter sia Platini e spiana a Infantino la strada verso la presidenza della Fifa, il ruolo chiave di segretario generale dell’Uefa viene assunto da Theodore Theodoridis. Che di Infantino era vice da segretario generale e che nella confederazione calcistica europea conta quanto e forse più del presidente Aleksander Ćeferin. Soprattutto, Theodore è figlio di Savvas, ex portiere nonché ex dirigente dell’Olympiacos. Nei giorni in cui lo scandalo sulle accuse di match fixing rivolte all’Olympiacos era nel pieno del clamore, Theodoridis padre chiedeva pubblicamente di non coinvolgere Theodoridis figlio nella vicenda, per non compromettere la nomina a segretario generale Uefa. Ma c’è da credere che nulla e nessuno avrebbe fermato la nomina. Che adesso permette a Marinakis di contare su una sponda solida all’interno della confederazione europea. E sponde ancora più solide vengono trovate presso la categoria dei super agenti, i monopolisti del calciomercato globale che con l’Olympiacos fanno affari tutti quanti. Marinakis era grande amico di Mino Raiola e continua a esserlo di Jorge Mendes, così come di Stellar Group e di Rogon, senza disdegnare i rapporti con Pini Zahavi e Fali Ramadani. Marinakis fa affari con tutti e continuerebbe a farli a Monza. In certi casi non è soltanto calciomercato: sono relazioni di potere.

Lo zampino di Malagò dietro le dimissioni di Micciché

Il presidente della Lega di Serie A ha lasciato per le voci sull'irregolarità della sua elezione del 2018. Sulla quale aveva messo il timbro il n.1 del Coni. Un modo per evitargli conseguenze? Tutte le ombre su una vicenda politica che mina la credibilità dello sport italiano.

Dimissionario causa voci. È una bizzarra motivazione quella accampata da Gaetano Micciché per mollare a razzo la poltrona di presidente della Lega di Serie A, occupata da marzo 2018. Nella tambureggiante dichiarazione con cui ha reso noto l’addio alla presidenza, Micciché ha gridato la sua indignazione per le “indiscrezioni” giornalistiche sul suo conto. Relative alla chiusura delle indagini condotte dalla procura della Figc, capitanata dal dottor Giuseppe Pecoraro, riguardo all’elezione di un anno e mezzo fa.

NON ANCORA ARRIVATO IL DEFERIMENTO

Di fatto, l’ormai ex presidente si è dimesso non perché la sua elezione sia già stata considerata irregolare al termine di un procedimento della giustizia sportiva, e nemmeno perché egli abbia già ricevuto una notizia di deferimento. Nossignori, si è dimesso ancora prima di tutto ciò. Cioè quando “pare che” il documento conclusivo dell’istruttoria, come riferito da un articolo pubblicato nell’edizione del 16 novembre da Il Messaggero e firmato da Emiliano Bernardini, sia prossimo a planare sulla scrivania del presidente federale Gabriele Gravina. E sembra proprio di rivedere Massimo Troisi, nella scena in cui diceva che avrebbe confessato di tutto e di più se soltanto “forse” avessero minacciato di torturarlo.

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’ELEZIONE

Meglio bruciare le tappe e farsi da parte prima che la macchia arrivi. È questo il senso più rilevante di un comunicato altrimenti stilato secondo il mood che potremmo definire “Micciché fa cose”: le misure prese, i dossier portati avanti nel corso di un anno e mezzo, persino il numero delle riunioni tenute dall’Assemblea dei soci e dal Consiglio. Una lista di “realizzazioni” che ognuno potrà valutare come gli pare, ma che comunque in nessun modo scalfisce il problema da cui derivano l’inchiesta della procura federale e le conseguenti dimissioni: il pasticciaccio brutto di un’elezione che, a quel modo, non s’aveva da fare.

Il presidente del Coni, Giovanni Malagò.

UN PROBLEMA DI CONFLITTO DI INTERESSI

Micciché vi arrivava infatti in condizioni di conflitto d’interessi a causa della sua posizione di componente del consiglio d’amministrazione di Rcs. E dunque del suo rapporto col presidente del Torino, Urbano Cairo, che è anche componente dell’assemblea da cui Micciché è stato eletto presidente di Lega. Per consentirne l’ascesa alla presidenza si è approntata una modifica ad personam dello statuto Figc che comanda l’elezione all’unanimità. Ciò che ufficialmente è avvenuto, durante un’assemblea presieduta dal commissario straordinario Giovanni Malagò (presidente del Coni nonché grande sponsor di Micciché), nel corso della quale il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, si sarebbe spinto a chiedere l’elezione per acclamazione.

Urbano Cairo, presidente del Torino.

QUALCUNO HA MESSO SCHEDE BIANCHE NELL’URNA?

Ma nei fatti vi è davvero stata unanimità? O un paio di manine hanno depositato delle schede bianche nell’urna? Da questo interrogativo è partita l’indagine della procura federale. La cui conclusione (per il momento ancora ufficiosa, va ribadito) ha suggerito a Micciché di sposare il principio secondo cui la miglior difesa è la fuga. Ma come mai una decisione repentina al punto da sembrare improvvida?

Come sia andata l’elezione di Micciché è sotto gli occhi di tutti


Giovanni Malagò

Giovanni Malagò, a poche ore dalle dimissioni dell’ex presidente di Lega, ha detto: «Come sia andata l’elezione di Micciché è sotto gli occhi di tutti». Una frase da interpretarsi attraverso l’uso di diversi registri, cominciando con quello letterale. E giusto il registro letterale spinge a chiedersi: quali sarebbero questi “occhi di tutti”? Il presidente del Coni, nonché commissario di Lega sotto la cui reggenza si è consumato il pasticciaccio, farebbe bene a sciogliere l’interrogativo. I suoi, di occhi, hanno visto di sicuro. E resta da capire se al momento topico non si siano anche chiusi, o abbiano virato altrove.

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Gaetano Micciché.

STOPPATO IL RISCHIO DI “EFFETTI COLLATERALI”

Di certo il sempre più malconcio capo dello sport italiano sa di trovarsi sulla linea del fuoco. L’elezione di Micciché nel marzo 2018 porta il suo timbro, e costituisce motivo di pubblico vanto quando si tratta di ricapitolare il senso della sua missione da commissario della “Confindustria calcistica”. Del resto anche lui ha il personalissimo mood “Malagò fa cose”. Peccato che in questo caso la cosa fatta rischi di tornargli addosso tipo boomerang. Perché il presidente del Coni ha messo il marchio su un’elezione che dall’inchiesta della procura federale potrebbe essere etichettata come irregolare. E da lì in poi cosa succederebbe? Soprattutto, ciò che sta al centro del più dirimente fra gli interrogativi che si rincorrono in queste ore: le dimissioni di Gaetano Micciché hanno forse lo scopo di arrestare i possibili effetti collaterali, leggi alla voce “conseguenze per Malagò”?

VOCI SU UN PRANZO PRE-DIMISSIONI A MILANO

Se lo è chiesto Antonello Valentini, che essendo stato segretario generale della Figc è capace di leggere certe dinamiche. In un post scritto su Facebook nell’immediato dell’annuncio fatto da Micciché, Valentini ha dato una sua lettura dei fatti certamente degna di attenzione. A suo giudizio, dietro quelle dimissioni vi sarebbe proprio lo zampino di Malagò. Di più: la decisione sarebbe maturata nel corso del pranzo che i due hanno condiviso a Milano, poco prima che Micciché offrisse sul piatto la testa di se medesimo perché ossessionato dalle “voci”.

MISTERO BUFFO CHE MACCHIA LO SPORT ITALIANO

Un tentativo più o meno disperato, da parte del presidente dello sport italiano, per salvarsi? Non sappiamo, poiché si parla di cose che sotto gli occhi di tutti non sono. E ci auguriamo anche che il mistero buffo intorno alla vicenda non rimanga tale, e che le dimissioni di Micciché non abbiano l’effetto “saldo e stralcio” sull’intera vicenda. Perché le responsabilità di una situazione così grottesca vanno fatte scontare fino in fondo e a chicchessia. Ne va della credibilità dello sport italiano, o di ciò che ne rimane.

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