Sarà Ruben Amorim il nuovo allenatore del Milan. Il tecnico portoghese ha raggiunto un accordo con il club rossonero, con cui ha firmato un contratto biennale (fino al 2028), con opzione per un terzo anno. A riferirlo è il quotidiano portoghese A Bola, secondo cui Amorim riceverà 3,5 milioni di euro netti a stagione, più bonus per scudetto e qualificazione alla Champions League, competizione mancata dai rossoneri nelle ultime due stagioni. Il 41enne di Lisbona attende solo l’approvazione definitiva di Gerry Cardinale di Red Bird, proprietario del club, per recarsi in Italia e firmare il contratto.
Jannik Sinner è all’ospedale San Raffaele di Milano per accertamenti programmati dopo il malore che lo ha colpito al Roland Garros, con conseguente eliminazione al secondo turno dello Slam francese: l’intenzione del tennista numero uno al mondo è capire bene cosa gli è successo a Parigi nel match contro Juanma Cerundolo, dove era avanti due set e 5-1 nel terzo, prima del tracollo.
Jannik Sinner (Ansa).
Fino al malore Sinner aveva giocato (e vinto) ininterrottamente da marzo
L’eliminazione al Roland Garros è avvenuta il 28 giugno: fino al colpo di calore che lo ha steso a Parigi, Sinner aveva giocando ininterrottamente da marzo, collezionando vittorie a Indian Wells, Miami, Monte Carlo, Madrid e Roma. Mercoledì 10 marzo riprenderà gli allenamenti a Monte Carlo e, come già annunciato, non giocherà nessun torneo sull’erba prima di Wimbledon.
Il cambio di programma di Sinner, che era atteso per i test al JMedical di Torino
Il fuoriclasse azzurro era atteso inizialmente a Torino al JMedical, il centro medico della Juventus a cui già in passato si era rivolto in altre occasioni. Poi il cambio di programma: relax al mare in Sardegna con la compagna Laila Hasanovic, in attesa degli accertamenti clinici riprogrammati a Milano.
Adriano Panatta, 76 anni a luglio, si è ritirato dai campi di tennis nel 1983. Dal 1984 al 1997 è stato capitano non giocatore di Coppa Davis. E poi ha fatto il direttore degli Internazionali di tennis di Roma dal 1999 al 2003. Ma nel 2002 è iniziato lo scontro con la Federtennis, già presieduta da Angelo Binaghi (siede su quella poltrona dal 2001), che peraltro Panatta aveva appoggiato, assieme ad altri, nella scalata per abbattere Paolo Galgani, presidente dal 1976 al 1998. Cos’era successo?
Una vecchia storia di compensi in nero versati dagli sponsor
La Federtennis aveva risolto il contratto di consulenza con Panatta, imputando all’ex campione «comportamenti lesivi dell’immagine e delle finanze della Federazione», relativi a ipotesi di compensi in nero versati da alcuni sponsor. Panatta, successivamente, perse sia la causa civile sia davanti ai giudici sportivi. E da lì in poi è iniziato il periodo di grande freddezza con la Fit.
Adriano Panatta (Ansa).
Nel 2015, quando al Foro Italico venne inaugurata la Walk of fame dello sport italiano, Binaghi fece di tutto perché la targa di Adriano Panatta venisse esclusa. Poi, però, con la mediazione dell’allora presidente del Coni Giovanni Malagò, il nome del campione di tennis rientrò tra i primi 100 (e negli anni successivi sono stati aggiunti altri 48 nomi incisi nelle targhe sulla pavimentazione del Foro Italico).
I rapporti tra i due sono rimasti comunque ai minimi storici
I rapporti tra Panatta e Binaghi, anche una volta risolte le questioni legali, sono rimasti comunque ai minimi storici. E, nell’avvicinarsi dell’edizione 2026, quella a 50 anni dalla vittoria di Panatta agli Internazionali di Roma del 1976, tutti si interrogavano sulla sua eventuale presenza alla cerimonia di premiazione.
Un Adriano Panatta d’annata (foto Ansa).
Il 22 aprile, tuttavia, a pochi giorni dal via degli Internazionali (disputati dal 4 al 17 maggio), Panatta faceva sapere: «Nessuno mi ha invitato. Però mi è arrivato l’invito di Parigi, come sempre: lo fanno con i campioni del Roland Garros e i francesi della Davis. A Roma mancano due settimane, magari ci ripensano: facciano un po’ come gli pare. Una decina di anni fa mi invitarono per celebrare i 40 anni dalla vittoria della Coppa Davis. Lo facemmo in uno stadio vuoto, deserto, erano andati tutti a mangiare. È stato abbastanza triste».
«Mi piacerebbe tanto consegnare la coppa a un italiano»
Evidentemente qualcuno, lette queste parole, si è messo una mano sulla coscienza. E lo stesso Panatta, in una successiva intervista al Corriere della sera del 5 maggio, disse: «Mi hanno invitato al Foro Italico per premiare il vincitore. È arrivata una mail a nome del consiglio della Federtennis. Mi fa piacere, ci vado volentieri. Mi piacerebbe tanto consegnare la coppa a un italiano».
In tribuna autorità sul Centrale Panatta era molto defilato
Le apparenze sembravano salve, insomma. Il resto è cronaca: la finale di domenica 17 ha visto Jannik Sinner vincitore. Un altro italiano dopo 50 anni. Un passaggio di consegne perfetto tra lui e Panatta. Ma attenzione, colpo di scena. Innanzitutto, anche solo osservando la tribuna autorità sul Centrale del Foro Italico durante la finale maschile, si poteva notare come Panatta fosse stato fatto accomodare lontano da tutti, in posizione molto defilata rispetto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
In secondo luogo, è stato lo stesso Binaghi a rivelare cos’è accaduto: «Sono stato io, senza che nulla fosse programmato, a convincere il capo dello Stato a venire in campo a fare la premiazione, nel minuto immediatamente successivo alla vittoria di Jannik. Tutti gli italiani avrebbero voluto che fosse lui a premiare Sinner. Gli ho detto che anche Jannik sarebbe stato molto emozionato di essere premiato da lui».
Niente passaggio di consegne, solo un abbraccio
E così è andata. Niente passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo campione. Al buon Panatta, pure lui sul campo centrale, non è rimasto che abbracciare con affetto Sinner, premiato da Mattarella, farsi spettinare il ciuffo, e poi, mesto mesto, tornarsene al suo circolo tennis a Treviso. Perché Binaghi non perdona.
Il Foro Italico non è un luogo: è una metafora. Di una città capitale, di un Paese, di un popolo intero con la sua anima guitta ch’è peso netto anziché tara. Il Foro Italico siamo noi. Per questo dovremmo guardare con serietà a tutto ciò che in questi giorni si è mosso intorno all’epicentro di un pasticciaccio brutto. Perché la vicenda parla di noi: della povera cosa che siamo diventati come Stato. Ma soprattutto perché siamo al cospetto di un vero “foro”: un buco ampio e profondo da cui è stata inghiottita la credibilità italica. Da qui in avanti, quando pronunciate “Foro Italico”, percepite la formula in questo senso.
Le frecce tricolori sopra il Foro Italico (foto Ansa).
Quei 30 minuti di scarto che hanno salvato la situazione
La Lazio e la Roma (più le altre otto squadre che dovevano giocare in contemporanea per ragioni di “regolarità”). La Lega di Serie A e la federazione italiana del tennis (Fit). La prefettura di Roma e il Tar del Lazio, con l’avvocatura dello Stato a fare rinterzo. E poi Jannik Sinner e Maurizio Sarri. E ancora: il pallone e le palline, le scarpe coi tacchetti e le racchette. Una serie di dualismi che potrebbe continuare fino al derby di ritorno e alla finale degli Internazionali, mettendoci dentro anche la domenica alle 12.30 e il lunedì alle 20.45. Alla fine del caos, la decisione si è trovata in mezz’ora. Quei 30 minuti di scarto, l’inezia che ha salvato le capre del calendario e il cavolo di situazione in cui s’erano cacciate. Che a leggerla così era la soluzione più semplice del mondo: partita di domenica alle 12 anziché 12.30. Una cosa così facile che pare di rivedere il Lino Banfi di Fracchia la belva umana mentre si dà manate sulla pelata per certificare quanto è stato abile nella cogitazione. E invece si era stati davvero a mezz’ora dal casino supremo.
Ezio Simonelli, presidente della Serie A (Imagoeconomica).
Dire che adesso siano tutti contenti sarebbe una fake news. Diciamo che sono sollevati. Se avessero l’opportunità di ritrovarsi in un vicolo, e contassero sulla certezza che tutto quanto avvenga lì non sia portato fuori, si accapiglierebbero a morsi e sputi. Ma poiché sono soggetti di pubbliche responsabilità e governance, allora tocca loro indossare la parte di quelli che sono riusciti a venire a capo della situazione. Per il resto, devono incrociare le dita. Perché soltanto il test di questa domenica bestiale potrà dire se la soluzione ha funzionato. Cosa mica scontata, dato che i ceffi abituati ad aggirarsi intorno al derby romano possono fare casino a mezzogiorno della domenica come alle nove di sera del lunedì, e indipendentemente dal fatto che nei dintorni si giochi la finale degli Internazionali di tennis o un Burraco Contest.
Sarri e la Lazio si presenteranno?
Chi vivrà vedrà. E saprà anche quale sarà la soluzione per uno degli interrogativi collaterali: davvero l’allenatore Sarri si rifiuterà di accomodarsi sulla panchina laziale al mezzodì di domenica? Parole forti, quelle da lui pronunciate nel post partita della finale di Coppa Italia persa contro l’Inter. E certo, bisogna riservargli qualche comprensione per la rognosa stagione che gli è toccato affrontare. Ma spararla così grossa, suvvia. Fosse per lui, la Lazio non dovrebbe nemmeno presentarsi in campo per la partita dell’ora di pranzo, «che tanto, anche se ci penalizzano di un punto in classifica, non ci cambia niente». Come no? Ve l’immaginate la situazione in cui una delle due romane diserta il derby concedendo all’altra la vittoria a tavolino, e magari spianandole la strada verso la Champions League? Nemmeno Zdenek Zeman, al tempo in cui sosteneva che il derby è una partita come tutte le altre, avrebbe osato tanto.
L’allenatore della Lazio Maurizio Sarri (foto Ansa).
Ormai si è capito che si può fare soltanto di peggio
Due sole sono le certezze che questo immenso Foro Italico si lascia alle spalle. La prima: che la domenica bestiale, in qualche modo, passerà. La seconda: che la figura di melma rimane a imperitura memoria. Di più: andrebbe solennizzata, calendarizzata. Ricordata come il giorno in cui il Paese si è concesso una botta di grottesco e ancora nemmeno sapeva se sarebbe bastata. Perché ormai s’è capito che si può fare soltanto di peggio, e che gli architetti del caos sono l’unico corpo d’élite sul cui servizio permanente effettivo questo Paese possa contare.
Il presidente della Fitp Angelo Binaghi (Imagoeconomica).
Non c’è stata la minima considerazione per i tifosi
Tenetevi sempre in mente la situazione da commediola di Serie Z: 10 squadre (!) che ancora il giovedì non sapevano se avrebbero giocato la domenica mattina o il lunedì sera; le relative tifoserie messe in sospeso senza la minima considerazione per i loro diritti; la bollinatura dei responsabili del calendario di Serie A che da qui in avanti si porteranno in giro questa vicenda come una macchia di sugo sulla cravatta; il cortocircuito istituzionale; e infine, l’innata simpatia di quel presidente della Federtennis che, come direbbero nelle East Midlands, è «like sand in your underwear». Va’ a vedere che potrebbero farci anche un format, su ‘sta storia qui. Orfani come siamo di Boris, potrebbe anche essere un successone.
È un pasticcio di cui si parla da un paio di settimane ma ancora non se ne viene a capo. Domenica 17 maggio, alle 17, è prevista la finale degli Internazionali Bnl d’Italia, dove si spera giochi e vinca Jannik Sinner. Nel medesimo pomeriggio, però, è previsto anche il derby capitolinoRoma-Lazio, che è sempre una partita seguitissima in città, con l’aggiunta che, essendo in finale di stagione, entrambe le squadre si giocano la partecipazione alle competizioni europee: Champions ed Europa League.
Jannik Sinner (Ansa).
Spostare il derby Roma-Lazio? Sia mai!
Il derby era previsto alle 15, ma si sovrappone alla finale degli Internazionali: l’area del Foro Italico rischia di essere invasa da 60 mila spettatori per il calcio e altri 10 mila per il tennis. Troppi. In un primo tempo si era proposto di spostare il derby il giorno dopo, lunedì sera alle 20.45, ma entrambe le società, Roma e Lazio, si sono opposte. Poi si è parlato di anticipare il match alle 12.30 di domenica, ma qui sono intervenuti questore e prefetto sostenendo che il grande problema di gestione dell’ordine pubblico rimane. Troppo pericoloso. Problema che potrebbe presentarsi anche nella serata di mercoledì 13, quando all’Olimpico si giocherà la finale di Coppa Italia tra Lazio e Inter e, in contemporanea, le partite notturne degli Internazionali, ma di questo quasi non si parla. L’attenzione di tutti è concentrata sul derby, perché la questione ancora non si scioglie. «Credo che sarebbe il caso di fare la finale del tennis la domenica e il derby lunedì alle 20.45. Si sarebbe potuto organizzare meglio», ha detto nelle ultime ore l’assessore capitolino ai Grandi eventi, Alessandro Onorato. Ma una decisione finale ancora non c’è.
Reda Belahyane della Lazio e Lorenzo Pellegrini della Roma durante il derby del 21 settembre 2025 (Ansa).
Binaghi rispolvera la guerra tra racchetta e pallone
La vicenda ha però riacceso i riflettori sulla guerra ormai in corso tra calcio e tennis. Il presidente di Federtennis, Angelo Binaghi, uno con un bel caratterino, sta col fucile puntato. «Lo spostamento del derby? Che la finale si sarebbe giocata quel giorno a quell’ora si sa da due anni. Credo che questa possa essere la volta buona in cui il calcio si renda conto che bisogna programmare il campionato tenendo conto che a Roma ci sono gli Internazionali e a Torino le Atp Finals», ha tuonato. Non è la prima volta che calcio e tennis si incrociano a Roma, ma questa volta Binaghi si è innervosito più del solito. Perché, come lui stesso ha sottolineato, «il tennis in Italia ormai è pronto a superare il calcio, quindi meritiamo più rispetto».
Il campo centrale degli Internazionali di tennis (Ansa).
Il presidente della Fitp ne ha per tutti, compreso Malagò
Che Binaghi stia vivendo il suo momento di gloria e che un po’ goda della disfatta della Nazionale e della Federcalcio è abbastanza evidente, come emerso pure dalla conferenza stampa di presentazione degli Internazionali. Parole che poi ha ribadito in un’intervista al Foglio. «Una ventina d’anni fa noi facemmo una rivoluzione. Nel calcio non accadrà perché non ci sono le condizioni. Il governo in questi anni ha continuato a sostenere economicamente il calcio ben oltre i suoi meriti e valorizzando oltremodo la sua rilevanza sociale. E purtroppo si sono visti i risultati», ha affermato il presidente della Fitp. Che poi sorride quando sente girare il nome di Giovanni Malagò per la presidenza della Figc. «Se diventerà presidente farà quello che ha sempre fatto, diventerà amico di tutti, farà tutti contenti allargando il suo consenso, ma non farà alcuna rivoluzione, che necessita di due cose: le idee e la disponibilità a prendere decisioni impopolari, fino a rendersi antipatico. Io se mi accorgo di essere troppo simpatico, mi preoccupo…», ha tagliato corto Binaghi.
Angelo Binaghi (Imagoeconomica).
Il tennis tallona il calcio: i numeri del boom
Del resto i numeri degli ultimi anni parlano chiaro. La Fitp vanta 1 milione e 254 mila tesserati nel 2025 contro 1 milione 497 mila della Figc. Gli italiani che praticano tennis o padel l’anno scorso sono stati circa 6 milioni e 200 mila, contro i 6 milioni e 500 mila del calcio. Il sorpasso è a portata di mano. E Binaghi sta vivendo una personale rivincita della racchetta sul pallone, soprattutto grazie al momento d’oro con Sinner, numero uno al mondo, e altri tre giocatori nei primi 20 del ranking. Mentre dall’altra parte il calcio annaspa, con la nazionale esclusa dal terzo Mondiale di fila e i club che nelle competizioni europee non toccano palla, nel vero senso della parola. Non solo: quest’anno gli Internazionali potrebbero essere i più seguiti di sempre: l’obiettivo è superare quota 400 mila spettatori (393.671 nel 2025). Altro traguardo è superare l’impatto economico di 1 miliardo di euro per la città (894 milioni nel 2025), mentre il fatturato Fitp ha raggiunto il record di 243.459.085 euro. Anche per questo Binaghi pretende più rispetto dal mondo pallonaro, che invece sembra comportarsi come se nulla fosse accaduto.
Il Presidente Sergio Mattarella con Angelo Binaghi presidente della Federazione Italiana Tennis e Padel, Luciano Buonfiglio, presidente del Coni e Andrea Abodi, ministro per lo Sport (Ansa).
Il silenzio assordante di Sport & Salute
In questa diatriba sul derby, poi, c’è da registrare l’assordante silenzio di Sport & Salute, la società pubblica che gestisce tutta l’area del Foro Italico, quindi i diretti interessati della faccenda. Dal presidente Marco Mezzaroma (amico personale di Giorgia Meloni) neanche una parola, mentre l’ad Diego Nepi quando venne presentato il calendario di Serie A avanzò legittime critiche. «Non si può mettere il derby di Roma quando c’è la finale degli Internazionali, danneggia tutti e non si fa sistema», la sua accusa a inizio campionato. Poi da Sport & Salute più nulla, con la patata bollente rimasta in mano alla Fitp, alla Roma, alla Lazio, al questore e al prefetto.
Risultati abnormi. La maratona di Londra del 26 aprile ci ha regalato risultati che dovremmo definire straordinari. Ma che straordinari rischiano di smettere di esserlo. Sia nel segmento maschile sia in quello femminile sono state registrate nuove prestazioni record. Fra le donne, l’etiope Tigist Assefa ha fissato il cronometro a 2 h 15’ 41”, migliorando se stessa, visto che esattamente un anno prima, a Londra, aveva toccato il tempo di 2 h 15’ 50”. Più clamoroso l’esito della gara maschile, dove sono stati tre gli atleti che hanno superato la prestazione ottenuta a Chicago nel 2023 dal keniota Kelvin Kiptum (2 h 00’ 35”). Soprattutto, addirittura due di questi tre atleti sono scesi sotto le due ore: il keniota Sabastian Sawe, che ha fermato il cronometro a 1 h 59’ 30”, e l’etiope Yomif Kejelcha, che ha fatto registrare il tempo di 1 h 59’ 41”. Alle loro spalle si è piazzato l’ugandese Jacob Kiplimo, che con 2 h 00’ 28” ha migliorato di sette secondi la performance di Kiptum. Tre risultati record in un colpo, due dei quali sterilizzati. È davvero un buon segno?
Da sinistra a destra il secondo arrivato Yomif Kejelcha (Etiopia), il vincitore Sabastian Sawe (Kenya) e il terzo arrivato, l’ugandese Jacob Kiplimo (foto Ansa).
Non solo Adidas: è una battaglia tecnologica tra case produttrici
Prima di rispondere a questo interrogativo è necessario soffermarsi su un dettaglio, e cioè l’impatto generato dai nuovi modelli di calzature da competizione. Che definire iper-prestative rischia persino di essere riduttivo. Siamo nel pieno di una battaglia tecnologica tra case produttrici, che porta le principali marche globali a trasformarsi in laboratori della sperimentazione sulla performance. Come informa un dettagliato articolo pubblicato dal sito di Sky Sport, le nuove scarpe Adidas Evo hanno fatto segnare una tappa trionfale. A Londra le avevano sia i due vincitori (Sawe e Assefa) sia il secondo classificato nella gara maschile (Kejelcha). Una circostanza che dà il titolo: con questi “attrezzi” ai piedi, per la prima volta nella storia della maratona competitiva, due esseri umani si sono spinti sotto il muro delle due ore.
Leggerissime (97 grammi) e costosissime (500 euro)
Lo hanno fatto calzando una scarpa leggerissima in termini di peso (97 grammi) e pesantissima in termini di prezzo (500 euro). Di per sé, la questione dei costi è un argomento che non può essere eluso: se davvero indossarle dà un vantaggio competitivo così evidente, gli atleti che non possono permettersele sono doppiamente penalizzati.
Sabastian Sawe, primo arrivato alla maratona di Londra, con annesso nuovo record del mondo (foto Ansa).
Ma al quadro va aggiunto che Adidas non è la sola a essere impegnata in una campagna di sviluppo tecnologico delle calzature da competizione. Il terzo classificato nel maschile, Kiplimo, ha testato con ottimi risultati le nuove Nike Alphafly 4: ha mancato per soli 29 secondi l’obiettivo di abbattere il limite delle due ore. E tornando alla gara femminile, la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya) ha sperimentato un nuovo modello di scarpe svizzere On.
Da destra a sinistra la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya), la vincitrice Tigst Assefa (Etiopia) e la terza arrivata Joyciline Jepkosgei (Kenya) posano dopo la fine della maratona di Londra 2026 (foto Ansa).
Siamo dunque nel pieno di una competizione tecnologica tra case produttrici. Ciò crea una situazione in cui bisogna chiedersi se lo sviluppo delle calzature sia al servizio della prestazione, o se viceversa la prestazione sia diventata un test per lo sviluppo tecnologico. Ma si deve tornare al dato dei record per porsi qualche questione cruciale.
Cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo?
Si diceva: se in una sola gara il record viene battuto tre volte, possiamo ancora parlare di circostanza straordinaria? Dipende. Di sicuro non è cosa normale. Altrettanto sicuro è che si banalizza il record stesso. Che deve essere, a sua volta, circostanza straordinaria perché rara. Ma cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo? Nulla, specie se questo dovesse diventare l’andazzo prossimo venturo.
I controversi costumi in poliuretano che sono stati banditi nel nuoto (foto Ansa).
La memoria torna al biennio dei costumi in poliuretano nel nuoto (2008-09). In quel lasso di tempo vennero battuti 255 record del mondo. Ai Mondiali di nuoto di Roma (2009), nelle otto giornate di gara in vasca vennero battuti 43 record. Alcuni duravano dalla sera alla mattina. Si parlò di doping tecnologico, ma soprattutto ci si rese conto di avere esagerato: se normalizziamo il record, lo sport perde fascino. Per questo si decise di mettere al bando il poliuretano per tornare ai costumi in tessuto. Il timore è che nella maratona si sia attraversata la medesima soglia. Lo sapremo presto. Ma intanto è bene tenere presente questo dato.
Gli atleti russi e bielorussi «saranno autorizzati a competere negli eventi mondiali di nuoto allo stesso modo dei loro colleghi che rappresentano altre nazionalità sportive», ovvero «con le rispettive divise, bandiere e inni». È quanto si legge in un comunicato diffuso da World Aquatics, nota fino al 2022 come Federazione internazionale di nuoto, dopo la modifica delle linee guida sulla partecipazione degli atleti nei periodi di conflitto politico. «Negli ultimi tre anni, World Aquatics e Aquatics Integrity Unit hanno contribuito con successo a garantire che i conflitti rimangano al di fuori delle sedi delle competizioni sportive. Siamo determinati a garantire che piscine e acque libere restino luoghi in cui atleti di tutte le nazioni possano riunirsi in competizioni pacifiche», ha dichiarato il presidente Husain Al Musallam. La federnuoto mondiale aveva già aperto le porte a russi e bielorussi nelle gare juniores e ammesso molti senior, ma solo come atleti neutrali. Resta un unico paletto alla riammissione con bandiera e inno nazionale degli atleti di Russia e Bielorussia: come precisa World Aquatics, potranno gareggiare solo dopo aver superato almeno quattro controlli antidoping consecutivi.
Giancarlo Abete lancia la sua candidatura alla presidenza della Figc attraverso la Lega nazionale dilettanti. L’ha annunciato lui stesso a margine del Premio Bearzot in corso al Coni. «Chiederò al Consiglio direttivo della Lega nazionale dilettanti di investirmi delle stesse titolarità di cui è stato investito il presidente Malagò da parte delle società di Serie A, cioè di poter – attraverso una condivisione della candidatura – presentarmi seguendo la logica di discutere prima i contenuti e poi vedere quale è il punto di caduta sui nomi». Già presidente della Figc dal 2007 al 2014, dal 2022 Abete è presidente della Lega Nazionale Dilettanti. È stato anche alla guida del settore tecnico, presidente dell’allora Serie C, commissario della Lega Serie A e vice presidente Uefa.
I presidenti dei club di Serie A si sono riuniti a Milano per un’assemblea di Lega volta a individuare il candidato della componente Serie A alla presidenza della Figc, in vista delle prossime elezioni federali dopo le dimissioni di Gravina. Il nome che ha raccolto il consenso più ampio è stato quello di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni, che può contare sull’appoggio di gran parte dei top club tra cui Inter, Napoli e Torino. Sono in totale 18 le preferenze complessive a suo favore, mentre all’opposizione restano Lazio e Verona che non hanno sottoscritto la sua candidatura. La Lega rappresenta il 18 per cento del peso elettorale in Figc. Se le previsioni verranno confermate, l’assemblea indicherà Malagò come candidato ufficiale entro il 13 maggio, con il voto in Consiglio federale previsto per il 22 giugno. Il 13 aprile toccherà invece ai club di Serie B esprimersi sulla candidatura per la presidenza della Federazione.
Aurelio De Laurentiis è pronto a lasciar andare Antonio Conte in caso di chiamata come allenatore della Nazionale. Lo ha detto lo stesso presidente del Napoli a Los Angeles, dove si trova per la proiezione di Ag4in, il documentario sullo scudetto conquistato dai partenopei la scorsa stagione, proprio con Conte in panchina. In un’intervista a Calcionapoli24, De Laurentiis ha dichiarato: «Se Conte mi chiedesse di liberarlo per tornare ct, penso che gli direi di sì. Ma, poiché è molto intelligente, fino a quando non esiste un interlocutore serio, e fino ad ora non ce ne sono stati, penso che lui desisterebbe nell’immaginarsi a capo di una cosa completamente disorganizzata».
«Malagò in Figc sarebbe perfetto»
Il presidente del Napoli è tornato anche a parlare del futuro del calcio italiano dopo la disfatta contro la Bosnia e la raffica di dimissioni che ne è seguita, ribadendo il suo supporto nei confronti di Giovanni Malagò come successore di Gabriele Gravina alla guida della Figc: «È la persona perfetta per fare il commissario prima e il presidente poi di una nuova federazione». Un altro punto che ha toccato è la maggior centralità che per lui dovrebbe avere la Lega Serie A: «Il calcio italiano è la Serie A che viene considerata come una cenerentola, ha soltanto il 18 per cento federativamente parlando, mentre i dilettanti e i calciatori hanno la maggioranza. Questa è un’assurdità considerando che senza la Serie A la federazione non esisterebbe, considerando che noi la finanziamo con ben 130 milioni all’anno. Bisogna rimodulare tutto, azzerare il sistema e dare alla Serie A la maggioranza assoluta. Perché altrimenti potrebbe anche capitare che la Serie A decida di non appartenere più al mondo federativo e di crearsi autonomamente la sua lega e la sua federazione in casa. Tutto è possibile». E infine: «Ci sono troppi galli a cantare nel calcio, bisogna mettersi d’accordo con la Uefa, con la Fifa, poi con la politica italiana che però è molto lontana dal calcio. Tutti quanti vogliono partecipare, chiedono biglietti, fanno il tifo ma di positività e di cambiamento non apportano mai nulla. Questo è grave».
Dopo quello del presidente della Figc Gabriele Gravinae del capo delegazione Gigi Buffon, è arrivato anche il passo indietro di Rino Gattuso. Dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali, il ct della Nazionale ha risolto il contratto con la federazione. Si dovrà ora cercare un allenatore che lo sostituisca. Verrà scelto dopo il 22 giugno, giorno dell’assemblea elettiva, dal nuovo presidente federale. I nomi che circolano maggiormente sono quelli di Allegri e Conte.
L’Italia non parteciperà per la terza volta di fila alla Coppa del Mondo di calcio. Un dramma sportivo, diventato però un’abitudine per gli Azzurri. Dopo Svezia e Macedonia del Nord, ieri sera siamo stati sbattuti fuori dai Mondiali dalla Bosnia, che ha prevalso ai rigori. A Zenica in panchina c’era Rino Gattuso, mentre milioni di allenatori hanno seguito la partita in tv: l’eliminazione dell’Italia è diventata rapidamente (anche) un caso politico.
Esposito sbaglia il rigore: la Russa se la prende col «presuntuoso» Bonucci
Questo il commento su X di Ignazio La Russa, presidente del Senato: «Non andiamo ai mondiali. Abbiamo tifato, abbiamo sperato, abbiamo inveito contro un paio di decisioni arbitrali discutibili, ci siamo persino stupiti che incredibilmente abbiano mandato il più giovane a tirare il PRIMO rigore (lo ha deciso Gattuso o forse un Bonucci presuntuoso?). Ma a ripensarci bene, in cuor nostro lo temevamo o meglio lo sapevamo. Ridire adesso come la pensiamo – e non da oggi – sarebbe inutile più che ingeneroso. Ma a tutto c’è un limite». Da interista, insomma, La Russa condanna la scelta di affidare a Pio Esposito il primo tiro dal dischetto, “scagionando” l’attaccante nerazzurro (che lo ha sbagliato) e scagliandosi contro l’ex juventino Bonucci. Quel «ridire adesso come la pensiamo sarebbe inutile» lascia invece intravedere una critica all’eccessiva presenza di calciatori stranieri nelle squadre italiane, anche a livello giovanile.
Non andiamo ai mondiali. Abbiamo tifato, abbiamo sperato, abbiamo inveito contro un paio di decisioni arbitrali discutibili, ci siamo persino stupiti che incredibilmente abbiano mandato il più giovane a tirare il PRIMO rigore (lo ha deciso Gattuso o forse un Bonucci…
Salvini parla di «vergogna inaccettabile» e invoca le dimissioni di Gravina
«Ancora eliminati. Niente Mondiale per l’Italia: è una vergogna inaccettabile. Il calcio italiano è da rifondare, partendo dalle dimissioni di Gabriele Gravina», ha scritto Matteo Salvini chiedendo un passo indietro da parte del presidente della Figc, che essendo in sella dal 2018 ha già due mancati Mondiali nel curriculum.
Ancora eliminati. Niente Mondiale per l’Italia: è una vergogna inaccettabile. Il calcio italiano è da rifondare, partendo dalle dimissioni di Gabriele Gravina. pic.twitter.com/gFL2Vo0Dec
La Lega è allineata al pensiero del suo segretario: «Ancora eliminati. Niente Mondiale per l’Italia: è una vergogna inaccettabile. Il calcio italiano è da rifondare, partendo dalle dimissioni di Gabriele Gravina».
Ancora eliminati. Niente Mondiale per l’Italia: è una vergogna inaccettabile. Il calcio italiano è da rifondare, partendo dalle dimissioni di Gabriele Gravina. pic.twitter.com/LPmadLW3f9
Mollicone (FdI): «Chiederò un’audizione a Gravina in Parlamento»
La Russa non ha chiesto le dimissioni di Gravina, ma altri esponenti di Fratelli d’Italia sì. Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura Istruzione e Sport della Camera, ha annunciato che, «dati i poteri di vigilanza del Parlamento», chiederà un’audizione del presidente della Figc «per capire i motivi di una simile disfatta». Così su X Galeazzo Bignami, capogruppo meloniano alla Camera: «Dopo l’ennesimo fallimento della nazionale di calcio italiana, il Presidente della Figc Gabriele Gravina deve semplicemente dimettersi. Il calcio italiano va rifondato e le sue dimissioni sono imprescindibili».
Dopo l’ennesimo fallimento della nazionale di calcio Italiana, il Presidente della FIGC Gabriele Gravina deve semplicemente dimettersi. Il calcio italiano va rifondato e le sue dimissioni sono imprescindibili. #italia#figc#mondiali
Ronzulli: «L’Italia del calcio merita di meglio rispetto a Gravina»
Tra i partiti di governo manca solo Forza Italia. Ecco il post social della senatrice azzurra Licia Ronzulli: «Per la terza volta l’Italia ESCLUSA dai Mondiali. Nonostante la grinta degli azzurri e un grande capitano come Gattuso. E così, in totale, saranno 16 gli anni fuori dal torneo più importante del mondo. Una vergogna nazionale senza precedenti. Il Sistema Calcio è da azzerare, i vertici della figc dovrebbero avere la decenza di farsi da parte. GRAVINA, DOPO QUESTO DISASTRO HAI SOLO UNA COSA DA FARE: DIMISSIONI IMMEDIATE! Basta. L’Italia del calcio merita di meglio».
Per la terza volta l’Italia ESCLUSA dai Mondiali. Nonostante la grinta degli azzurri e un grande capitano come Gattuso. E così, in totale, saranno 16 gli anni fuori dal torneo più importante del mondo. Una vergogna nazionale senza precedenti. Il Sistema Calcio è da azzerare, i… pic.twitter.com/fF1JTCZpvy
Dopo Indian Wells, Jannik Sinner ha vinto anche il secondo Masters 1000 che viene disputato a marzo negli Usa, cioè il torneo di Miami: niente da fare per il ceco Jiri Lehecka, regolato in due set con un doppio 6-4. Il fuoriclasse azzurro è l’ottavo nella storia del tennis (maschile) a mettere a segno in singolare la prestigiosa doppietta statunitense, nota come “Sunshine double”. Ma nessuno prima di Sinner c’era riuscito senza perdere nemmeno un set. Ecco come cambia la classifica Atp dopo questo successo.
Jannik Sinner (Ansa).
Sinner è ora molto vicino a Alcaraz
Vincendo il Miami Open, Sinner ha conquistato punti pesanti nella corsa al primo posto del ranking Atp, avvicinando Carlos Alcaraz in testa alla classifica generale. Lo spagnolo, che nel 2025 era stato eliminato al secondo turno, quest’anno ha perso contro Sebastian Korda al terzo, mettendo in cascina solo 40 punti: ora è a quota 13.590. Sinner, invece, esattamente come a Indian Well, non aveva punti da difendere in quanto nel 2025 non aveva partecipato al torneo a causa della sospensione per il caso Clostebol: grazie alla vittoria è salito a 12.400, arrivando quindi a 1.190 punti dal numero uno.
Jannik Sinner (Ansa).
A Montecarlo può tornare numero 1
Il sorpasso di Sinner su Alcaraz sarà possibile già nel prossimo torneo di Montecarlo, inizio della stagione sulla terra rossa, che si disputerà dal 5 al 17 aprile. Nel Principato l’altoatesino avrà zero punti da difendere (nel 2025 era ancora squalificato) contro i 1.000 del rivale (che qui invece aveva vinto). I due, insomma, inizieranno il torneo con soli 190 punti di scarto, cioè la differenza tra un turno di tennis e un altro. Senza fare troppi calcoli, se Sinner vincerà il torneo monegasco torna in vetta al ranking Atp, indipendentemente dal risultato di Alcaraz, altrimenti gli basterà fare un turno in più dello spagnolo.
Il ministro dello Sport di Teheran ha annunciato che l’Iran non parteciperà ai Mondiali di calcio in programma in estate negli Stati Uniti. «Dal momento che questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, non abbiamo alcuna intenzione di partecipare ai Mondiali», ha affermato Ahmad Donjamali in tv, sottolineando le «misure malvagie intraprese contro l’Iran». «Ci sono state imposte due guerre in otto o nove mesi e diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi. Non abbiamo assolutamente alcuna possibilità di partecipare», ha evidenziato. Donald Trump aveva detto al presidente della Fifa Gianni Infantino che la nazionale iraniana era benvenuta a partecipare al torneo. L’Iran è inserito nel girone G che comprende anche Belgio, Egitto e Nuova Zelanda, come stabilito dal sorteggio del 5 dicembre a Washington.
FIFA President Gianni Infantino:
"This evening, I met with the President of the United States, Donald J. Trump to discuss the status of preparations for the upcoming FIFA World Cup, and the growing excitement as we are set to kick off in just 93 days.
È nata con l’intento di unire le nazioni, eppure continua a essere oggetto di dispute. Proseguono infatti le polemiche sulla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali in programma il 6 marzo 2026. Come ha deciso l’Ipc, il Comitato paralimpico internazionale, a portare le bandiere non saranno gli atleti rappresentanti di un Paese ma dei volontari. «Poiché molte delegazioni non hanno inviato atleti alla cerimonia a causa delle gare in programma la mattina seguente, l’Ipc, per garantire la massima uniformità, ha deciso che sarebbero stati i volontari a portare le bandiere durante la cerimonia di apertura». Oltre alla lontananza dai campi di gara, motivo ufficiale della decisione, a pesare è però stata anche la scelta di alcuni Stati di boicottare la cerimonia come gesto di protesta contro la sfilata delle bandiere di Russia e Bielorussia. Tra questi Ucraina, Repubblica Ceca, Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Paesi Bassi, Croazia, Canada e Germania. Un totale di 11 Paesi che, rispetto ai 56 in gara, avrebbero rappresentato un’assenza troppo impattante per poter mantenere la cerimonia così com’era.
Alcuni Stati non trasmetteranno la cerimonia in tv
Immagini pre-registrate degli atleti portabandiera andranno in onda nella trasmissione televisiva della cerimonia, che resta comunque oggetto di ulteriori boicottaggi. Le televisioni di Estonia, Finlandia, Lettonia e Lituania hanno deciso di non trasmetterla, mentre la Polonia interromperà la diretta quando sfileranno le bandiere russa e bielorussa, sostituendo le immagini con un messaggio sullo schermo che ne spiegherà il motivo.
Ricordiamo ancora il Fabrizio Romano, classe 1993, di una decina di anni fa, ai tempi di Sky Sport. Quando lo incrociavamo in luglio, sulla linea 2 della metropolitana di Milano, completamente sfatto, camicia bianca d’ordinanza sudata e fuori dai pantaloni, attorno a mezzanotte, mentre se ne tornava a casa dopo aver fatto la posta ad agenti e direttori sportivi fuori dai ristoranti della movida. E, fra di noi, commentavamo: «Mamma mia, che lavoro assurdo, speriamo che almeno lo paghino decentemente».
Lo slogan Here we go e incassi da 5 milioni l’anno
Ma di lì a poco, citando Francesco De Gregori, «il ragazzo si farà», diventando, negli ultimi sei anni, il giornalista sportivo più influente al mondo sulle vicende di calciomercato, con il suo celebre slogan «Here we go» a sancire la buona riuscita di una trattativa e oltre 122 milioni di follower sui social sparsi su tutto il Pianeta che gli valgono incassi annui attorno ai 5 milioni di euro. In un settore in continua evoluzione, dove il confine tra giornalismo e intrattenimento è sempre più labile.
Coccolato e corteggiato da brand e media
Testimonial Tim (agendo prevalentemente come influencer e creator sui social media, opera al di fuori dei vincoli più rigidi dell’informazione tradizionale italiana, che non permetterebbe ai giornalisti di fare pubblicità), coccolato e corteggiato da tutti i media internazionali (nel nostro Paese collabora con Dazn), Fabrizio Romano siede su una miniera d’oro. Anche se è stato sommerso da una classica shitstorm social, cioè una “tempesta di guano”, per un video postato sui suoi canali social in cui elogia il ruolo umanitario globale dell’Arabia Saudita attraverso il King Salman Humanitarian Aid and Relief Centre (KSRelief), elencando tutta una serie di progetti meritevoli, dalla realizzazione di centri di soccorso in 13 Paesi, passando per forniture di acqua potabile e finendo con programmi sanitari contro le malattie e di riabilitazione per le vittime di conflitti armati.
Un post da 10 milioni di visualizzazioni e tante critiche
In meno di 24 ore quel contenuto su X ha comunque già superato quota 10 milioni di visualizzazioni, con più di 23 mila cuoricini e oltre 3 mila commenti, nella gran parte negativi («Fabri, perché non ricordare anche lo straordinario lavoro fatto dalla Germania nazista per la società multirazziale»; «Fabrizio, sei imbarazzante», «Per quanti soldi si è disposti a perdere la propria credibilità? Ognuno ha il suo prezzo, ma in ogni caso questa adv al regime saudita certifica la completa metamorfosi di Romano da giornalista a influencer», giusto per far capire il tono predominante dei messaggi). Il post si è beccato pure una di quelle note di fact-checking da parte della community dove si precisa la pessima reputazione dell’Arabia in materia di rispetto dei diritti umani (ma va?). E all’estero, come ha fatto per esempio il Telegraph, si è parlato di «giorno particolarmente triste per il giornalismo sportivo».
'Watching Fabrizio Romano pliantly spread the good news about Saudi Arabia felt like a particularly bleak day for football journalism' | Writes Thom Gibbs
Non sappiamo, ovviamente, se l’endorsement di Romano nei confronti dell’Arabia Saudita sia stato fatto spontaneamente o dietro lauto compenso. Poco dopo, guarda caso, ha però pubblicato un’esclusiva sulla permanenza di Cristiano Ronaldo nel regno, in un momento in cui si vociferava molto di un suo temporaneo ritorno in Europa, in fuga dalla guerra mediorientale (CR7 è anche infortunato). Di sicuro, come già spiegato da Lettera43, l’Arabia Saudita e tutti i Paesi del Golfo hanno usato, usano e useranno lo sport, e il calcio in particolare (Mondiale in Qatar nel 2022 e in Arabia Saudita nel 2034) come leva efficiente di soft power per imporsi sullo scacchiere internazionale, spolverando di modernità la loro immagine. Si chiama sportswashing.
Il business del pallone, volenti o nolenti, passa dal Medio Oriente
E gli addetti ai lavori (basti vedere il comportamento di Gianni Infantino, presidente della Fifa) non possono non tenerne conto, a prescindere dal fatto che ci sia o meno un cachet: il business del pallone, volenti o nolenti, passa ancora da quelle parti, a meno che la guerra in Iran non degeneri.
Fabrizio Romano, peraltro, è piuttosto sensibile ai temi che riguardano quell’area del mondo, essendo stato premiato proprio a Dubai con il Globe soccer award come Best football journalist nel 2022 e come Best digital journalist nel 2023.
Alla fine del 2025 lo stesso Romano era uno dei tre relatori italiani invitati alla prima edizione del prestigioso Bridge summit ad Abu Dhabi (8-10 dicembre), evento mediatico che ha riunito i leader globali dei settori dei media, della tecnologia e della creatività. E, in quella occasione, il giornalista aveva parlato del modello di uno storytelling sportivo tra breaking news, piattaforme digitali e community globali, con sessioni dedicate a come i media sportivi stanno cambiando linguaggio, tempi e relazioni con i fan.
A questo punto si tratta solo di attendere, per verificare se questa deriva “Pubblicità Progresso” di Romano a favore di chi calpesta i diritti umani avrà un seguito e sarà declinata anche in altri Paesi. O se, invece, resterà un caso isolato. Ma che prezzo ha un inciampo del genere a livello reputazionale?
L’attacco missilistico di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran ha scatenato una risposta di Teheran piuttosto imprevista quanto a obiettivi centrati: sono state colpite le città di Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, Riad in Arabia Saudita, Doha in Qatar, e sono stati coinvolti anche Bahrein e Kuwait.
La penisola araba.
Insomma, in poche ore tutti i Paesi del Golfo rischiano di vedere evaporare il lungo lavoro di trasformazione di quei luoghi da terre che vivevano sostanzialmente di estrazione del petrolio a moderne nazioni in grado di attirare capitali, aziende, start up, sviluppo immobiliare, turisti, vip e influencer.
Lo sport come leva molto efficiente di soft power
Per imporsi sullo scenario mondiale, questi Stati hanno usato lo sport come leva molto efficiente di soft power: dal Mondiale di calcio in Qatar (2022) a quelli previsti in Arabia Saudita nel 2034, passando per la Formula 1, la MotoGp, il tennis, il golf, o l’ingaggio di Cristiano Ronaldo e di altre star del pallone per la Saudi league araba.
Cristiano Ronaldo in campo ad Abu Dhabi (foto Ansa).
Ma la profonda instabilità creata dai droni iraniani che stanno colpendo i grattacieli simbolo di queste città del Golfo, con celebrity che sommergono i social mostrando i cieli illuminati dai missili, incendi, comunicando paura, voglia di rientrare nelle loro case in Europa o negli Stati Uniti, avvolge ora questa zona del mondo di una patina di insicurezza che mette a rischio, tra le altre cose, anche i più importanti circuiti professionistici.
La Formula 1 da anni fa molto affidamento sui soldi del Golfo
Giusto per citare alcuni casi: dal 10 al 12 aprile è previsto il Gran premio di Formula 1 in Bahrein; dal 17 al 19 aprile la gara a Gedda (Arabia Saudita). Due appuntamenti molto ravvicinati, per i quali manca solo un mese e mezzo. Ed è difficile ipotizzare che l’area ritorni tranquilla in così poco tempo. Peraltro la Formula 1, che da anni fa molto affidamento sui soldi del Golfo, ha anche in programma due ulteriori Grand prix da quelle parti nel 2026: dal 27 al 29 novembre a Lusail (Qatar) e dal 4 al 6 dicembre nel circuito di Abu Dhabi.
Formula 1 in Bahrein (foto Ansa).
Incombe, quindi, un bel problema su Formula One group (società controllata da Liberty Media) e sugli oltre 4 miliardi di dollari di incassi che le sfide tra McLaren, Red Bull, Mercedes e Ferrari assicurano annualmente. Anche il circus della MotoGp (che vale meno di 800 milioni di ricavi all’anno, controllato anch’esso da Liberty media) dovrebbe passare in Qatar dal 10 al 12 aprile. Ma ci sono tutte le incognite del caso.
Il tennis Atp ha appena concluso il suo mini tour nel Golfo
Il circuito del tennis Atp ha concluso il suo mini tour nel Golfo: si è giocato a Doha dal 16 al 21 febbraio (dove Jannik Sinner è stato eliminato presto), mentre il torneo di Dubai, dal 23 al 28 febbraio, è riuscito a non disputare la finale nel giorno degli attacchi missilistici grazie al ritiro dell’olandese Tallon Griekspoor, che ha consegnato quindi la vittoria al russo Daniil Medvedev.
Jannik Sinner in campo a Doha (foto Ansa).
Però pare che dopo gli attacchi iraniani siano rimasti bloccati a Dubai gli stessi Medvedev e Griekspoor, oltre ad altri tennisti come Andrej Rublev, Marcelo Arévalo e Mate Pavic e a giudici e membri dello staff ATP, visto che lo spazio aereo sugli Emirati Arabi Uniti è stato chiuso, con oltre 5 mila voli cancellati.
Daniil Medvedev a Dubai (foto Ansa).
È naturale pensare che il senso di sicurezza e di inviolabilità che caratterizzava quelle zone del mondo stia venendo meno. E anche per le finali Atp delle NextGen, fissate in dicembre a Gedda, si sta già cercando una nuova destinazione.
I campioni del golf si trasferiscono per motivi fiscali. Ma ora chissà…
Un altro circuito che vede gli Stati di quelle zone come terre strategiche per i propri business è quello del golf. Non solo per le gare che si disputano nei circoli, ma soprattutto perché i Paesi del Golfo nel loro complesso, da anni, stanno diventando per i golfisti quello che il Principato di Monaco è per i tennisti: ossia un hub per il golf, dove i vari campioni trasferiscono la loro residenza per motivi fiscali, di strutture, di logistica, di qualità della vita, di tutela della privacy e, cosa ora messa in forte discussione, di sicurezza.
L’olandese Darius Van Driel negli Emirati Arabi Uniti (foto Ansa).
Cosa succederà al Mondiale con Iran, Qatar e Arabia Saudita?
Insomma, tra i diversi effetti destabilizzanti che la tensione con l’Iran sta creando nell’area, ecco che ci sono quelli sullo sport, leva fondamentale di diplomazia e marketing che tutti gli Emirati hanno usato in questi anni. E che adesso potrebbe venire meno. Si pensi, per esempio, a cosa potrebbe accadere al Mondiale di calcio di Usa-Messico-Canada 2026, dove le nazionali di Iran, Qatar e Arabia Saudita risultano qualificate. O all’Eurolega di basket in cui gioca anche il club di Dubai. O ai tornei di volley organizzati nei Paesi del Golfo, così come per le gare di ciclismo, offshore oppure polo.
Gianni Infantino con Donald Trump nello Studio Ovale (foto Ansa).
È tutto un mondo di eventi sportivi gonfiati ad arte dai petrodollari, senza grosse reali passioni da parte del pubblico locale, e che all’improvviso potrebbe scomparire sotto i colpi di qualche drone targato Teheran.
L’Ucraina boicotterà la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Milano-Cortina, che si terrà il 6 marzo a Verona, in segno di protesta contro la decisione del Comitato Paralimpico Internazionale di consentire agli atleti russi e bielorussi di gareggiare sotto la propria bandiera nazionale e non più come neutrali. Il Comitato Paralimpico di Kyiv ha inoltre chiesto che la bandiera ucraina non venga utilizzata alla cerimonia di apertura. Matviy Bidny, ministro dello Sport ucraino, aveva definito «scandalosa» la decisione dell’International Paralympic Committee.
Il duro comunicato Comitato Paralimpico Ucraino
«È necessario rendersi conto che la Russia, che oggi occupa i territori ucraini, uccide in modo massiccio civili – donne, bambini, anziani, persone con disabilità – issando immediatamente la sua bandiera, intrisa del sangue della popolazione civile ucraina, sui territori che ha conquistato», si legge in una nota del Comitato Paralimpico Ucraino: «La leadership del Comitato Paralimpico Internazionale permetterà di issare sul territorio di Milano-Cortina proprio questa bandiera del Paese assassino, concedendo il numero massimo di posti per la partecipazione ai rappresentanti della Russia».
Assegnati sei posti alla Russia e quattro alla Bielorussia
Gli atleti di Russia e Bielorussia erano stati sospesi dalle competizioni dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. A Parigi 2024 c’era stata la parziale riammissione, senza simboli: alle Olimpiadi di Milano-Cortina hanno preso parte come atleti individuali e neutrali 13 sportivi russi e sette bielorussi. Alle Paralimpiadi sono attesi sei atleti russi e quattro bielorussi.
Saranno la biatleta Lisa Vittozzi e il pattinatore di velocità Davide Ghiotto i portabandiera dell’Italia alla cerimonia di chiusura dei Giochi di Milano-Cortina, che si svolgerà domenica 22 febbraio a partire dalle 20 all’Arena di Verona. La scelta di una coppia mista per la sfilata conclusiva sottolinea i valori di equilibrio e rappresentatività che hanno caratterizzato la delegazione azzurra, protagonista di una rassegna a cinque cerchi di altissimo livello.
Lisa Vittozzi (Ansa).
Chi è Lisa Vittozzi
Vittozzi, friulana classe 1995, è stata protagonista di un’Olimpiade di altissimo livello coronata con il primo oro olimpico individuale nella storia del biathlon italiano, primeggiando nell’inseguimento senza alcun errore al poligono. Si è aggiudicata inoltre l’argento nella staffetta mista, confermandosi, tra le grandi interpreti internazionali della disciplina, peraltro dopo un grave infortunio le aveva fatto saltare l’intera stagione 2024/2025. Nel 2018 a Pyeongchang aveva vinto il bronzo nella staffetta mista.
Davide Ghiotto (Ansa).
Chi è Davide Ghiotto
Ghiotto, classe 1993, con Andrea Giovannini e Michele Malfatti ha formato il terzetto tricolore che ha conquistato l’oro nell’inseguimento a squadre dello speed skating. Per l’atleta vicentino è stata la seconda medaglia olimpica della carriera dopo il bronzo nei 10.000 metri vinto a Pechino 2022.
Il Comitato paralimpico internazionale ha stabilito che sei atleti russi e quattro bielorussi potranno partecipare alle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina (che si svolgeranno dal 6 al 15 marzo) usando la bandiera, la divisa e l’inno dei loro Paesi, e non più come neutrali. Revocato dunque il divieto imposto dopo l’invasione dell’Ucraina: una mossa, quella del International Paralympic Committee, che ha fatto infuriare Kyiv. «La decisione degli organizzatori delle Paralimpiadi di consentire agli assassini e ai loro complici di competere ai Giochi Paralimpici sotto le bandiere nazionali è deludente e scandalosa», ha scritto su X Matviy Bidny, ministro dello Sport ucraino. Anche Valeriy Sushkevych, presidente del Comitato paralimpico ucraino, ha criticato duramente la decisione.
Il Comitato paralimpico internazionale ha assegnato sei posti alla Russia e quattro alla Bielorussia
A Parigi 2024 c’era stata la parziale riammissione senza simboli, dopo l’iniziale divieto di gareggiare: russi e bielorussi avevano potuto partecipare come atleti individuali e neutrali. E anche alle Olimpiadi di Milano-Cortina, sempre con gli stessi criteri, stanno gareggiando 13 atleti russi e sette bielorussi. L’International Paralympic Committee ha assegnato sei posti alla Russia: due nello sci alpino (uno maschile, uno femminile), due nello sci di fondo (uno maschile, uno femminile) e due nello snowboard (entrambi maschili). Alla Bielorussia sono stati invece assegnati quattro posti, tutti nello sci di fondo (uno maschile e tre femminili).