Stellantis, due nuovi ceo per Ram e Jeep

Stellantis ha nominato due manager di lunga esperienza nel settore automobilistico alla guida dei marchi Ram e Jeep. Si tratta di Matt VanDyke, nominato ceo del marchio Ram con effetto dal 20 luglio, e di Branden Coté, nominato ceo del marchio Jeep dal 3 agosto.
VanDyke succede a Tim Kuniskis, che nel luglio 2025 è stato nominato responsabile dei marchi americani, della strategia di marketing e retail di Stellantis North America, mantenendo al contempo la guida del marchio Ram. Coté succede invece a Bob Broderdorf, il quale prenderà un congedo per malattia. Al suo rientro, Broderdorf assumerà un nuovo ruolo di leadership all’interno dell’azienda.

Chi sono VanDyke e Coté

VanDyke vanta una consolidata esperienza nel settore automotive. Di recente ha ricoperto il ruolo di presidente di Shift Digital, una delle principali società di marketing digitale che ha lavorato con alcuni noti marchi automobilistici. In precedenza è stato ceo di FordDirect e ha ricoperto diversi incarichi presso Ford Motor Company. Coté entra in Jeep forte di 20 anni di esperienza alla guida delle attività retail. Recentemente, con AutoNation ha ricoperto il ruolo di brand president guidando diversi marchi di alto livello. Prima ha occupato ruoli di leadership in Aston Martin Lagonda, Canoo e Mercedes-Amg/Mercedes-Benz Usa e in altre aziende automobilistiche e della distribuzione.

Varriale perde il ricorso contro la Rai, confermato il licenziamento per giusta causa

Il Tribunale di Roma ha respinto il ricorso del giornalista Enrico Varriale contro il licenziamento della Rai per giusta causa, ritenendo infondata la tesi secondo cui il provvedimento sarebbe stato una ritorsione legata alle precedenti cause per il demansionamento. Secondo il giudice, la Rai ha fondato il licenziamento su fatti concreti e documentati, tra cui la condanna a 10 mesi per atti persecutori e lesioni personali e le vicende emerse in un secondo procedimento penale, considerate incompatibili con il ruolo ricoperto dal giornalista e lesive dell’immagine dell’azienda.

Il licenziamento motivato dalla gravità dei fatti contestati

Il Tribunale ha inoltre escluso che la tempistica del licenziamento fosse sufficiente a dimostrare una ritorsione, osservando che la Rai, in precedenza, aveva adottato nei suoi confronti solo una sanzione conservativa per un diverso procedimento disciplinare e aveva anche valutato possibili soluzioni organizzative per il suo reinserimento professionale. Per il giudice, quindi, il recesso non era una reazione alle iniziative giudiziarie del lavoratore, ma era motivato dalla gravità dei fatti contestati.

Bologna, Meloni: «Inaccettabile, accertare la verità con rigore»

La premier Giorgia Meloni è intervenuta sui fatti di Bologna, dove domenica 19 luglio 2026 un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, è morto durante un fermo di Polizia. «Quanto accaduto è inaccettabile. Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno», ha scritto sui suoi canali social. «Ma nulla può giustificare la violenza contro le forze dell’ordine. Chi ha scelto di usare questa vicenda come pretesto per mettere a ferro e fuoco la città, aggredire gli agenti e seminare violenza, mettendo a rischio anche l’incolumità di cittadini del tutto estranei ai disordini, non cercava la verità, cercava lo scontro», ha aggiunto con riferimento alla manifestazione di lunedì sera che, da protesta, si è trasformata in guerriglia urbana con auto bruciate, cassonetti divelti e aggressioni agli agenti. «Alimentare un clima di odio e di delegittimazione verso un intero corpo dello Stato è un atto di grave irresponsabilità. Trasformare migliaia di donne e uomini in divisa in un bersaglio significa colpire chi ogni giorno serve l’Italia con professionalità, sacrificio e coraggio», ha concluso.

Trump impone nuovi dazi al 50 per cento al Canada

Donald Trump ha annunciato nuovi dazi del 50 per cento contro le importazioni di alcuni prodotti dal Canada. La presidenza degli Stati Uniti ha detto di voler imporre le tariffe, che entreranno in vigore fra 30 giorni, come ritorsione per le misure adottate da Ottawa contro le merci statunitensi, considerate discriminatorie. Ha citato i dazi canadesi del 25 per cento su alcune auto statunitensi, il presunto trattamento di sfavore riservato al formaggio americano rispetto a quello europeo e il divieto di vendita di alcolici prodotti negli Stati Uniti imposto in molte province canadesi. Si tratta in gran parte di misure introdotte in risposta proprio ai primi dazi imposti da Trump sulle merci canadesi. I nuovi dazi riguarderanno prodotti che vanno dal vino ai bastoni da hockey al cemento, e anche prodotti che dovrebbero essere esclusi dai dazi secondo l’accordo commerciale fra Stati Uniti, Canada e Messico. Saranno esclusi invece il pesce, le terre rare (metalli fondamentali per moltissime produzioni tecnologiche), i sali di potassio (usati in agricoltura) e prodotti già sottoposti a dazi.

Morto a Bologna, scontri e guerriglia durante la protesta: 11 feriti

È di almeno 11 feriti, tra poliziotti e manifestanti, il bilancio della protesta che si è tenuta lunedì 20 luglio 2026 a Bologna per chiedere verità e giustizia sulla morte di Abderrahim Fakir, il 43enne deceduto durante un intervento della Polizia. La manifestazione, nata pacificamente, è degenerata in ore di tensione con lanci di bombe carta, auto date in fiamme, cassonetti divelti e atti vandalici. Un agente e un civile sono stati portati in ospedale, e il 118 ha soccorso sul posto altri cinque agenti e quattro civili. Ma il dato potrebbe cambiare. Il Coisp, sindacato di Polizia, parla infatti di 56 agenti feriti di cui 15 del reparto mobile di Padova, 26 di quello di Firenze e 15 di quello di Bologna, con prognosi fino a 15 giorni. «Sono rimasti feriti perché colpiti da enormi pietre, bottiglie di vetro e bombe carta lanciate dai violenti gruppi di antagonisti e anarchici», ha spiegato il segretario Pianese. È stata anche incendiata un’auto del Comune.

Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine

Dalla piazza gremita si sono alzati slogan come “Tout le monde deteste la police” e “Giustizia, giustizia” e in breve tempo la tensione è salita fino a sfociare in violenza. Oltre ai lanci di oggetti, gli agenti hanno ricevuto insulti e calci, rispondendo con manganellate e scudi. Poi la situazione è degenerata, con continui tentativi di respingere e disperdere la folla con lacrimogeni e idranti. Gli attivisti hanno usato le barriere del cantiere del tram per difendersi, distruggendo le bici del servizio sharing e lanciando anche le sedie dei dehor.

Daniele Compatangelo, chi era il giornalista di La7 morto a Washington

È morto improvvisamente, all’età di 50 anni, Daniele Compatangelo, giornalista e corrispondente dagli Stati Uniti per La7. Il cronista è stato trovato senza vita nel suo appartamento di Washington e sarebbe deceduto per un malore. Nato a Savona nel 1975, da anni viveva negli Usa da dove aveva curato corrispondenze per varie testate italiane, tra cui anche Sky TG24.

Chi era Daniele Compatangelo

Oltre a essere il punto di riferimento e corrispondente da Washington per La7, Compatangelo ricopriva la carica di presidente della White house foreign correspondents’ association, l’associazione che riunisce i giornalisti internazionali accreditati presso la politica governativa statunitense. Nel corso della sua carriera aveva collaborato anche con altre grandi testate e network internazionali. Negli ultimi mesi era salito alla ribalta per la sua intervista telefonica a Donald Trump in cui il tycoon aveva rivelato che la premier Meloni l’aveva implorato di fare un selfie con lui. Una dichiarazione che aveva innescato un rilevante dibattito politico e diplomatico e che aveva fatto deteriorare i rapporti tra Trump e Meloni. La notizia della sua scomparsa ha scosso La7, con il direttore Andrea Salerno che ha così espresso il cordoglio dell’intera emittente: «Siamo attoniti. Tutta La7 si stringe ai suoi cari. Daniele era un collaboratore prezioso e raro. Per la sua voglia di raccontare sempre e con precisione e allegria. Era un bravo giornalista. Mancherà».

La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini

Desalvinizzazione della Lega. È la definizione giornalistica più in voga del momento per descrivere la fase di grande decadenza della leadership di Matteo Salvini.

La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
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La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini

Scompare il nome del capo e tornano i vecchi simboli

La nuova terminologia parte da una constatazione reale. L’eliminazione del nome del capo dai simboli usati nelle feste estive del partito. In effetti, sempre meno numerose e sempre meno popolate, nelle tradizionali feste lombarde non solo viene usato il simbolo Lega senza l’aggiunta “Salvini premier”, ma la decisione viene accompagnata da una sorta di movimento nostalgico. Sono tornate le parole “Padania” e “centralismo” nei discorsi di alcuni big come il governatore lombardo Attilio Fontana. Sono tornati il Sole delle Alpi e i tributi a Umberto Bossi e Roberto Maroni. È tornato anche il Va’ pensiero con il militante più celebre, il cosiddetto militante ignoto, Elio Fagioli da Saronno, che sale sul palco a cantare con la mano sul petto e la polo rigorosamente verde.

Un patto con i governatori basterà a risollevare la Lega?

È come se la morte del Senatur e le difficoltà di Salvini abbiano dato il via a un movimento a ritroso. Ma la politica non è amarcord. Come ha ricordato Giancarlo Giorgetti dal palco della festa di Sumirago, nel Varesotto, in politica bisogna sapere «da dove si viene» per indicare «dove si vuole andare». Ed è questo che manca alla Lega di oggi. Erosa a destra da Fratelli d’Italia e, soprattutto, da Futuro nazionale di Roberto Vannacci, il movimento vive in quel prefisso privativo: ‘de’. Desalvinizzare la Lega, ma per andare dove? Lo stesso segretario non è poi così contrario a questa strategia. Parecchi mesi fa lui stesso aveva proposto in un’intervista di togliere il suo nome dal simbolo in vista delle Politiche del 2027 e nelle comunicazioni ufficiali del partito ha imposto da tempo ormai il termine “Lega” (senza la dicitura “Salvini premier”), ma il tema è tutto lì. Salvini ha fatto saltare il patto per dare maggiori poteri a Luca Zaia, quando una bozza di accordo era già stata elaborata con l’ex doge alla guida di una sorta di ‘falange’ del Nord per recuperare consensi nelle zone dove l’elettorato leghista è tradizionalmente forte. Con l’avvicinarsi delle Politiche, probabilmente Salvini proverà comunque a stringere un accordo con alcuni uomini elettoralmente forti al Nord (Zaia, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti e forse Attilio Fontana) per candidarli capolista nelle circoscrizioni settentrionali. Ma basterà ad arginare Vannacci e la perdita di consensi mentre i dirigenti del Sud sembrano essere già con un piede fuori dal partito?

Le responsabilità dei dirigenti yes man

Insomma, anche i principali critici di Salvini sembrano avere le idee molto confuse. Quale è la strategia di Fontana per esempio, che ogni quarto d’ora attacca un esponente di governo, compresi quelli del suo partito? O quella di Roberto Calderoli che si lamenta delle sedie vuote alle feste della Lega? O, ancora, quella di Giancarlo Giorgetti che invita la Lega a «non aver paura» di ritrovare la via ma poi è il primo a riallinearsi e mostrarsi fedele al capo? Insomma, il fallimento attuale non è tanto quello di Salvini che fa Salvini e si arrabatta, anche maldestramente, per rimanere attaccato al potere. Ma di tutti quei dirigenti la cui decennale azione politica si può condensare in una frase: accontentare le direttive del capo. Insensibili al rumore sempre più assordante della base che chiede un rinnovamento della leadership, i big della Lega restano immobili in uno stato di spleen politico. E non è che manca un successore perché di dirigenti che potrebbero prendere il posto di Salvini ce ne sono diversi (gli stessi Zaia, Fedriga, o Riccardo Molinari e Alberto Stefani). Ognuno di loro andrebbe bene a una base ormai troppo insofferente. Ma no: c’è un cordone di seconde linee che blocca tutto. È come se fossero lì, paralizzati a cantare una vecchia filastrocca: «Capo facci cambiare, facci cambiare capo, se non ci fai cambiare, ti romperemo il capo». Ma il capo dice no. E loro buttano via il sogno di cui tanto si riempiono la bocca nei comizi pur di non mettere in discussione il leader.