Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto

No, dico, vi sembrano due coalizioni degne di questo nome? Vi sembra che ci sia sufficiente armonia interna per fronteggiare una campagna elettorale? No, dico, vi sembrano davvero alleati questi litigiosi partiti che fanno parte degli schieramenti di destra-centro e di sinistra-centro?

Non vanno d’accordo i partiti che dovrebbero essere alleati

Le campagne, certo, sono fatte per esaltare gli animal spirits della politica, ognuno fa per sé specie in un’epoca di polarizzazione in cui trionfa il particulare, in cui la ricerca del consenso si trasforma in un duello identitario. Ma il livello di animosità è tale che anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è dovuto intervenire pubblicamente – con un anno di anticipo sulla scadenza elettorale – per stigmatizzare l’aggressività verbale del dibattito pubblico. Il punto qui però non è tanto sottolineare quanto destra e sinistra si disprezzino, ma quanto non vadano d’accordo, diciamo, i partiti che dovrebbero essere alleati.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

M5s e Avs stufi di inviare armi all’Ucraina

A sinistra, come ampiamente noto, non mancano discussioni regolari e costanti sulla politica estera. Una parte del campo largoMovimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra – accusa il Partito democratico di essere in preda al furore bellicista solo perché vuole continuare a dare una mano, anche con l’invio di armi, all’Ucraina dopo l’aggressione della Russia, tuttora perdurante.

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Volodymyr Zelensky (Ansa).

Gli utili idioti del putinismo ripetono che serve diplomazia

Dall’altra parte c’è Matteo Salvini che maramaldeggia, dice che l’ingresso di Kyiv nell’Unione europea non è attuale, spiega che spedire equipaggiamenti militari a Volodymyr Zelensky non serve a nulla. Sono tutti lì, gli utili idioti del putinismo, a ripetere che serve diplomazia, che serve pace, quando il primo a non avere alcuna intenzione di trattare alcunché è proprio l’autocrate russo.

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Matteo Salvini con la maglia di Putin.

Legge elettorale e intercettazioni, spaccatura a destra

E che dire dello scontro, a destra, su legge elettorale e intercettazioni. Il Senato riprende i lavori partendo, il 9 settembre, dall’esame del nuovo sistema di voto, ribattezzato Melonellum o Stabilicum; in quel momento sapremo che cosa accadrà alle preferenze, punto di scontro fra Forza Italia e Fratelli d’Italia.

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L’esito del voto alla Camera sulle preferenze e l’esultanza delle opposizioni (Ansa).

Anche le intercettazioni sono diventate, ancora una volta, terreno di scontro politico, con protagonisti sempre il partito di Antonio Tajani e quello di Giorgia Meloni: la presidente del Consiglio voleva far inserire nel decreto su giustizia e migranti una norma sui reati spia che estendesse l’uso delle intercettazioni. Contraria, contrarissima Forza Italia, tant’è che alla fine l’esecutivo ha posto la questione di fiducia al Senato e quell’emendamento è decaduto (insieme agli altri).

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Giorgia Meloni con Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Giusto per non farsi mancare nulla, la maggioranza s’è accapigliata, con punte di imbarazzo, sull’uso del Safe, fondo che è stato creato dall’Unione europea per agevolare e sostenere le spese per la difesa degli Stati membri: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe, il fondo europeo per l’acquisto di armi, chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno. Formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto come investirli nell’anno successivo», ha detto Tajani, facendo indispettire la Lega che prontamente ha dichiarato: «Sull’uso dei fondi Safe l’ultima parola spetta al parlamento». Seguirà dibattito.

Accogliere la mina Vannacci o lasciarlo andare da solo?

C’è poi la questione Roberto Vannacci. La coalizione non sa ancora se accoglierlo oppure lasciarlo andare, libero e ardito, fra i pascoli della campagna elettorale, esponendosi così al rischio di non farcela a superare il campo largo.

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Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Non che il centrosinistra non abbia i suoi problemi, anzi. Non solo non è chiaro se Dibba farà un suo partito e si presenterà alle prossime elezioni, magari sostenuto da Beppe Grillo dopo la cenciata recapitata al M5s e a Giuseppe Conte, ma non è neanche chiaro se Matteo Renzi farà parte della coalizione.

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Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

E che dire della patrimoniale? I cinque stelle sono contrari, ritengono che sia un errore parlarne, il Pd ha detto di essere favorevole e rilancia antiche battaglie contro i presunti “super ricchi”.

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Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La sicurezza sarà un tema centrale alle elezioni del 2027

C’è poi la questione della sicurezza, tema che sarà centrale e presidiato fino alle elezioni politiche del 2027. Conte, che ha governato con la Lega e quindi sa come si fa, si destreggia benissimo quando c’è da usare toni più risoluti sulla questione. D’altronde un sondaggio firmato da Alessandra Ghisleri, pubblicato su La Stampa, fornisce numeri interessanti sull’elettorato campolarghista.

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Mario Roggero con la moglie Mariangela Sandrone.

Sul caso Roggero il 17,6 per cento degli elettori Pd ritiene che sia stata legittima difesa, percentuale che sale al 43,3 tra il M5s. Il 44,8 per cento del partito di Conte pensa che la difesa sia sempre legittima ed è favorevole alla grazia per il gioielliere di Grinzane Cavour. Conte conosce i numeri della sua base e infatti cerca di sorpassare di nuovo a destra la segretaria del Pd. Domanda che mi domando: con questi dissapori destra e sinistra riusciranno ad arrivare intatti al 2027?

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile

La campagna elettorale appena cominciata porta in dono l’amichevole dissing via Instagram fra Matteo Renzi e Roberto Vannacci, due che hanno bisogno della reciproca pubblicità come il pane, ma soprattutto una rinnovata attenzione sulla giustizia da parte del governo. Fallito il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’esecutivo è tornato a fare quello che gli viene meglio sull’argomento: populismo penale.

Cosa cambia sulla presunzione di non imputabilità

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alle cosiddette norme “anti-maranza”, che modificano la presunzione di imputabilità. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio l’ha spiegata così: «Non abbiamo abbassato l’età per l’imputabilità del minore, che rimane di 14 anni, e non abbiamo inasprito le pene. La novità riguarda la presunzione di imputabilità». Cioè? «Oggi l’imputabilità del minore deve essere accertata positivamente caso per caso, perché c’è una sorta di presunzione di non imputabilità, cioè di non capacità di intendere e di volere. Con questa norma invertiamo l’onere della prova».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).

Le nuove norme anti-maranza più che essere legate a fatti di cronaca recente, ha precisato il guardasigilli, sono «il seguito di una serie di provvedimenti, a cominciare dal decreto Caivano, che sono stati adottati nei mesi e negli anni scorsi, proprio a seguito della recrudescenza e dell’aumento della delinquenza minorile».

Non c’è un’emergenza tale da giustificare questa svolta

Eppure secondo Antigone, l’organizzazione no-profit italiana che si occupa della tutela dei diritti umani, delle garanzie nel sistema penale e delle condizioni di vita nelle carceri, il nostro Paese non sta affrontando un’emergenza di criminalità minorile tale da giustificare una simile svolta: «I dati disponibili non mostrano un’esplosione della criminalità minorile, ma piuttosto una progressiva espansione dell’allarme e della risposta penale. È proprio questa trasformazione ad avere già prodotto un sistema minorile sempre più affollato, più securitario e più distante dalla sua originaria funzione educativa».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
L’istituto minorile Nicola Fornelli di Bari (foto Imagoeconomica).

Prendiamo segnalazioni di minori per omicidio, che sono rimaste sostanzialmente stabili. Erano 27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024, meno di quanto non fossero per esempio tra il 2014 e il 2017, quando erano in media 33 l’anno. «Insomma, molto rumore per nulla», dice Antigone in un rapporto pubblicato a febbraio del 2026.

I dati sul numero complessivo di minorenni denunciati

Quanto al numero complessivo di minorenni denunciati, il confronto più aggiornato a livello europeo (dati Eurostat) fa riferimento al 2023. I dati «collocano comunque l’Italia tra i Paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi, con un tasso di denunce per 100 mila abitanti, cioè 363,4, che è quasi la metà della media europea, che nel 2023 era di 647,9. In realtà si tratta di una notizia solo in parte sorprendente. È noto che il nostro Paese, rispetto ai reati segnalati, si colloca al di sotto della media europea, ma se questo è risaputo per gli adulti, i dati ci dicono che la cosa è ancora più evidente per i minori», dice ancora Antigone, che analizza nel dettaglio anche la situazione delle segnalazioni relative a minori denunciati e arrestati/fermati dalle forze di polizia.

«L’andamento delle segnalazioni è stato in calo per molti anni. Secondo le serie storiche dell’Istat negli Anni 90 erano stabilmente oltre le 40 mila l’anno, addirittura 46.051 nel 1995». Da allora, dopo varie oscillazioni, i numeri hanno iniziato a scendere e questa tendenza è proseguita fino al 2020, arrivando per la prima volta sotto le 30 mila segnalazioni nel primo anno della pandemia di Covid-19: «La tendenza si era in seguito invertita, ma senza superare i numeri del 2015, e anzi registrando il proprio picco nel 2022 per poi tornare a calare nel 2023».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
L’interno di una cella dell’istituto minorile Nicola Fornelli (foto Imagoeconomica).

Nel 2024, ultimo anno disponibile, le denunce sono tornate a salire. «Cresce del 16,7 per cento il totale delle segnalazioni, e per alcuni reati di grande allarme sociale questa crescita è ancora più significativa». Gli omicidi sono rimasti stabili, mentre i tentati omicidi sono aumentati del 26 per cento, le violenze sessuali del 25 per cento. In lieve aumento i furti (+6,2 per cento), maggiore la crescita delle rapine (+10,3 per cento).

Le segnalazioni sono solo indicatori della criminalità

Il punto è che le segnalazioni di minori all’autorità giudiziaria non sono «la criminalità», spiega Antigone: «Sono semmai dei possibili indicatori della criminalità, e trattandosi di denunce sono per la precisione ancora ipotesi, indizi del fatto che possa essere stato consumato un reato, in questo caso da parte di un minore. Alle denunce seguiranno le indagini, alle indagini eventualmente i processi, e ai processi eventualmente le condanne».

Da dove arriva la narrazione del governo Meloni sulla gioventù debosciata?

E questa è peraltro una semplificazione perché, nel processo minorile, ci sono ulteriori possibili esiti, diversi dalla condanna, anche quando l’evento si è in effetti consumato. «E dunque? La crescita delle denunce è indicativa di una crescita della criminalità, o solo del fatto che è cresciuta la propensione nostra, e delle forze dell’ordine, a denunciare? Ipotesi assolutamente plausibile questa, in una stagione in cui si addita la criminalità giovanile come una delle principali emergenze: più paura, più denunce. Ma esistono dati più affidabili per provare a rispondere alla nostra domanda? Sono aumentate solo le denunce o sono aumentati anche i reati? Allo stato bisogna riconoscere che dati definitivi non ce ne sono». Ordunque, resta intatta un’altra domanda: da dove arriva l’emergenza narrata da anni dal governo Meloni sulla gioventù debosciata?

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche

Ma quanti sono questi partiti e partitini di centro in procinto di scendere in campo alle elezioni politiche del 2027? Ormai s’è perso il conto, mentre i loro leader cercano di capire come presentarsi e con chi presentarsi. C’è insomma un sontuoso affollamento nel settore di campo libdem, riformista eccetera eccetera.

Renzi, il muro del M5s e le voci di un accordo con Schlein

Il più ingombrante di tutti è sempre Matteo Renzi, capo di Italia Viva meglio nota oggi come Casa Riformista. Ambisce a far parte del campo largo (CL), ma c’è chi non lo vuole, come il M5s di Giuseppe Conte, che passa le giornate a spiegare perché Renzi sarebbe un traditore – come dice Chiara Appendino – o quantomeno uno da imbullonare al programma elettorale (che sarà deciso a partire da settembre, con calma) in modo tale che non possa avere adeguata agibilità politica. Renzi da mesi è il miglior portavoce dell’opposizione. Ci crede più lui di Conte alla possibilità che nasca una coalizione di centrosinistra unitaria, allargata. Epperò non basta mai. Anche se c’è chi sostiene che al di là delle scaramucce Renzi abbia già un accordo con Elly Schlein per farsi candidare alle prossime elezioni nelle liste del Pd (non sarebbe una novità, citofonare Pier Ferdinando Casini).

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Onorato e la carica dei libdem: da Marattin a Calenda fino a Picierno

Renzi però non è l’unico a correre al centro. C’è l’assessore romano ai Grandi Eventi Alessandro Onorato, con il suo PCI (Progetto Civico Italia), benedetto da Goffredo Bettini, con cui il centrosinistra vorrebbe sostituire Renzi facendo leva sul qualunquismo del buonsenso. Difficilmente potrà andare oltre una candidatura nelle liste parlamentari del centrosinistra; toh, magari pure l’elezione sarà in qualche modo garantita, ma non sembra Onorato il campione dei libdem italiani, uno capace di cambiare gli equilibri della coalizione.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Alessandro Onorato (Imagoeconomica).

Tra i quali possiamo annoverare Luigi Marattin con il suo Partito Liberaldemocratico e anche Carlo Calenda, leader di Azione che sembra procedere spedito verso la candidatura in solitaria alle elezioni del 2027, sentendosi incompatibile con entrambe le coalizioni.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Adriana Pepe con Luigi Marattin (Imagoeconomica).

«Mi pare abbastanza chiaro che si andrà a votare ad aprile con cinque coalizioni. La destra, i fascisti putiniani, la sinistra, il centro europeista, i comunisti putiniani (D’Orsi, Di Battista, Basile etc)», ha scritto il leader di Azione su X, lanciando il «campo dei ‘volenterosi’»: «A inizio settembre costruiremo un incontro con TUTTE le forze che ruotano intorno all’area europeista: popolari, libdem, riformisti, socialisti liberali, per stabilire insieme le regole di ingaggio per un lavoro comune». In programma c’è una due giorni pubblica «per lanciare una mobilitazione in tutta Italia a partire dai 10 mila giovani incontrati nelle università e nelle iniziative fatte su tutto il territorio».

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Della partita sarà Pina Picierno, che sta organizzando manifestazioni europeiste per il mese di settembre (tra il 10 e il 12 settembre ci sarà la seconda edizione della Conferenza di Ventotene per la libertà e la democrazia). Prima però sarà in piazza con Calenda a Caserta ed Ercolano (il 21 luglio). Nel frattempo Picierno cerca di dare una struttura al suo movimento, Spazio Pubblico, nato dopo la fuoriuscita dal Pd, e prova ad allargare il consenso: Adesso! Italia, movimento che punta «a far ripartire l’ascensore sociale» è appena entrato a far parte di SP.

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Pina Picierno (Imagoeconomica).

Le ambizioni da rammendatore di Ruffini

Poi c’è la solita +Europa di Riccardo Magi, dunque il movimento Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, che ancora sembra ambire a fare da rammendatore – federatore a questo punto sembra troppo – delle anime dell’opposizione. «In un mondo che ci invita continuamente a sottrarci e fare finta di nulla, facciamo assieme un passo avanti», c’è scritto nel manifesto del movimento. «Perché bisogna tornare a credere nel futuro ed esserne responsabili. Nulla si costruisce in solitudine: è necessario riscoprire la forza di un progetto collettivo capace di unire, ispirare e cambiare».

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica).

Più che un centro, è una diaspora

Sarà dura resistere alla retorica centrista da qui all’anno prossimo, quando tutti ci spiegheranno che il bipolarismo è una truffa, che non è vero che non c’è spazio al centro, anzi, arriverà da lì la vera novità del 2027. Eppure con la polarizzazione dello scontro sempre più feroce, non sembrano esserci grandi spazi per la sobrietà centrista. Non sarebbe stato meglio fare un bel partito unico di ispirazione riformista anziché disperdere il consenso in mille direzioni? Più che un centro politico, sembra una diaspora

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?

Giuseppe Conte, Roberto Vannacci, Alessandro Di Battista. La quinta colonna del soft power russo in Italia. Non si tratta di essere prezzolati: aderiscono al filo-putinismo perché ci credono o perché è conveniente crederci. «Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti», dice il leader del M5s sul palco napoletano della prima riunione comiziale del campo largo (o meglio ristretto, non c’era Matteo Renzi), suscitando le comprensibili perplessità di quei riformisti superstiti del Pd che ancora chiedono: ma che davero davero dobbiamo allearci con questo signore?

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giuseppe Conte a Napoli (Ansa).

Si inserisce, nel dibattito sulla Russia, pure il generale in pensione: «Non sono d’accordo con Conte, è lui che è d’accordo con me». E non è un modo di dire, visto che questa settimana le delegazioni di Lega, M5s e FN hanno votato contro la relazione del 2025 del Parlamento europeo sull’Ucraina, testo in cui vengono accolti positivamente gli sforzi del Paese verso l’adesione ai Ventisette.

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Le litanie anti-europeiste di Dibba

Insomma non ce la vogliono proprio l’Ucraina nell’Unione, d’altronde per codesti signori Putin ha delle sue solide ragioni per volere la conquista di Kyiv. A dare manforte alle preziose opinioni putiniste ovviamente c’è anche Di Battista. Paper First, casa editrice del Fatto Quotidiano, ha inaugurato qualche tempo fa la collana SmartBook e la prima uscita è stata La Russia non è il mio nemico firmato Dibba, nel quale viene descritto un Paese immaginario a uso e consumo del Cremlino. La linea editoriale è la stessa del Fatto, come dimostrano gli editoriali travaglisti che ormai si sono sintonizzati su due standard: Renzi è un fellone e deve stare a casa sua, Putin ha delle ragioni che voialtri europeisti da strapazzo non vedete. Con una pubblica opinione così a che serve spendere milioni per comprare la gente? C’è gente che lo fa gratis, per l’engagement. Dibba lo fa forse per farci sghignazzare, anche quando è troppo serio e si lancia nelle litanie antieuropeiste nei suoi libercoli: «Basti pensare che finora l’Unione europea ha sostenuto il regime di Zelensky con quasi 200 miliardi di euro di denaro pubblico. Non solo. La folle strategia europea, sostenuta evidentemente dalla massiccia campagna denigratoria nei confronti di tutto quel che è russo, è servita a far accettare alle pubbliche opinioni del vecchio continente non solo i maxi-finanziamenti a Kyiv e le consegne di armamenti (molti dei quali spariti e presumibilmente finiti sul mercato nero), ma anche la sostituzione del gas russo, economico e di ottima qualità, con il gnl statunitense (gas naturale liquefatto), peggiore, più caro e molto più inquinante, dato che arriva in Europa non attraverso un gasdotto ma trasportato da immense navi-cisterne», scrive Dibba. Se la «denigrazione della Russia e dei russi» servisse almeno «ad arricchire l’Europa, non dico che arriverei ad approvarla ma almeno a comprenderla; ma la strategia Nato/Ue sta invece impoverendo l’Europa e contemporaneamente sta riducendo drasticamente le possibilità per l’Ucraina di restare un Paese sovrano».

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

Pd e FdI sono pronti a gestire i filoputiniani di area?

Ora, tutti questi signori saranno impegnatissimi in vista delle elezioni politiche del 2027. Conte, Vannacci, Travaglio con i suoi editoriali in cui condiziona la direzione politica del M5s. Dibba pure, visto che pare stia meditando di fare un partito suo. Conte, Vannacci e Dibba rischiano comunque di essere un serio problema per le coalizioni, perché rappresentano delle sacche di propaganda in lotta con la democrazia liberale. Tutti hanno buone possibilità di fare danni. Soprattutto chi è già saldamente in campo. Conte può far deragliare il campo largo, magari riuscendo persino a diventarne il capo in caso di primarie. Vannacci può condizionare il dibattito pubblico della destra al contempo bastonando e offrendosi al destra-centro. Pd e Fratelli d’Italia sono pronti a gestire i filo-putiniani di area? Fin qui parrebbe di no. 

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giorgia Meloni ed Elly Schlein (Ansa).


Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?

È grande la preoccupazione dalle parti del campo largo (anche nella extended version con Matteo Renzi dentro, per quanto l’ipotesi di un allargamento al momento sia più remota, basti vedere il sussiego quotidiano di Giuseppe Conte verso l’ex rottamatore). La sortita di Giorgia Meloni sul Quirinale («Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra») ha fatto risuonare l’allarme antifascismo della sinistra. Renzi stesso ripete, per accreditarsi nel campo largo, dove non lo amano molto, di volersi battere perché non diventi Capo dello Stato un (o una) sovranista. Persino Elly Schlein ha messo a fuoco la questione: «È un problema se non si individua la figura più adatta a ricoprire quel ruolo, che quello di garante dell’unità nazionale. Non può essere un capo politico, tanto più se ha appena fatto il presidente del Consiglio per cinque anni». Schlein sembra insomma essere fra quelli che credono che Meloni voglia diventare capo dello Stato nel 2029, dopo Sergio Mattarella.

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il totonomi della destra per il Colle

Il totonomi ha già svoltato l’estate del 2026, mentre ancora non si sa con quale legge elettorale voteremo nel 2027, visto che il centrodestra s’accapiglia sulle preferenze, e non solo. Gli alfieri della Repubblica si rianimano (citofonare Pier Ferdinando Casini, ma non è e non sarà l’unico), i giornali sono pieni di cognomi da bruciare o da usare come depistaggio per nascondere “quelli veri”. Tra questi, con sommo scandalo della sinistra, anche diversi del destra-centro. Dal ministro della Difesa Guido Crosetto al presidente del Senato Ignazio La Russa. Eppure lo disse anche l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2006 in un’intervista a Bruno Vespa per uno dei suoi libri (L’Italia spezzata, un paese a metà tra Prodi e Berlusconi); alla domanda se troverebbe strano se il suo posto fosse occupato un giorno da un uomo della destra, Napolitano rispose: «Assolutamente no, lo troverei assolutamente fisiologico. Quel che conta per chi sia eletto presidente è saper rappresentare tutto il Paese».

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giorgio Napolitano (Imagoeconomica).

Eppure per Conte, pater familias degli italiani, anche solo l’ipotesi è motivo di scandalo: «Meloni e il governo hanno trasformato le istituzioni in un palco da campagna elettorale», ha detto questa settimana. «Di fronte alle priorità degli italiani che sono il caro energia, il caro bollette, il caro alimentare, loro si concentrano sulla legge elettorale e mirano al Quirinale. Abbiamo capito che significava: siamo pronti a tutto. Significava pronti anche a trasformare le istituzioni democratiche e a cercare tutte le modalità per rimanere al potere tradendo l’interesse nazionale».

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Meloni pronta a raccogliere i frutti della dédiabolisation

Per la verità una maggioranza politica adulta può fare entrambe le cose: governare e fare campagna elettorale, anche per il Quirinale. Conte, non governando, per ora è concentrato sul secondo aspetto, in attesa di vedere se gli riuscirà di conquistare almeno la leadership del campo largo. Il centrosinistra però rischia di commettere un errore strategico nel mettere paletti ideologico-retorici allo sbarco di “uno di destra” al Colle: c’è qualcosa che lo vieta? Il centrodestra non può essere garante dell’unità nazionale al Quirinale? Solo la sinistra può ambire a ricoprire quel ruolo in maniera rispettabile? Sono alcune domande che ci domandiamo mentre gli allarmi democratici scampanellano con insistenza. Il barrage viene usato da anni in Francia contro Marine Le Pen e le sue formazioni politiche (merito anche del sistema istituzionale che permette al secondo turno di frustrare, almeno fin qui così è stato, le ambizioni presidenziali dell’estrema destra francese). Il risultato è che l’anno prossimo Jordan Bardella o la signora Le Pen, sempre che la Corte d’appello di Parigi non le imponga di indossare un braccialetto elettronico, potrebbero tentare il colpo grosso. Sono quattro anni che Meloni pratica ogni giorno la dédiabolisation nei confronti della destra italiana, a partire dalla riscoperta della parola Nazione con cui ha costruito un chiaro messaggio identitario. L’elettorato, come accade in certi casi, potrebbe anche infischiarsene delle sirene dell’antifascismo avendone ormai viste e provate di tutte. Insomma l’Italia non si è fatta mancare niente: ora manca solo uno di destra come presidente della Repubblica. 

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida

Giorgio Gori è lì che osserva. In giro – dentro il Partito democratico, nel campo largo, tra le fila dell’opposizione – abbonda l’agitazione. Gente che se ne va, come Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e Pina Picierno, sbattendo più o meno la porta. L’europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo ha invece deciso di restare, almeno per ora. Anzi, sta persino meditando qualche passo in avanti. D’altronde prima o poi ci saranno le Primarie nel centrosinistra e il tema della candidatura riformista è ancora intatto.

Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Elly Schlein e, dietro di lei, un’immagine di Giorgio Gori (foto Imagoeconomica).

Sa che il rischio strumentalizzazione è elevato

La quota demopopulista è già abbondantemente coperta, fra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Stefano Bonaccini è già passato armi, bagagli e occhiali a goccia nella maggioranza. Fra i riformisti superstiti si cerca dunque qualcuno che possa rappresentare l’area. Gori ci pensa. Studia il campo. Sa che il rischio strumentalizzazione è elevato. Da una parte Schlein potrebbe dimostrare che così il pluralismo è rispettato: vedete?, anche Gori è libero di candidarsi, mica siamo in una caserma; dall’altra parte c’è invece Matteo Renzi che deve trovare un sostituto di Silvia Salis, visto che la sindaca di Genova si sente come Marco Palestra che ha preferito il Chelsea all’Inter, puntando direttamente al salto più in alto. Gori conosce entrambi i rischi, ma non disdegna pragmaticamente nessuno. Nemmeno il vecchio compagno di viaggio Renzi, di cui ricorda bene i limiti.

Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
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Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida

Da tempo si confronta regolarmente con le aziende

Lunedì 22 giugno è andato al convegno “L’Europa che vogliamo”, organizzato dalla delegazione del Pd al parlamento europeo per un confronto con il mondo delle imprese. Gori da tempo si confronta regolarmente con le aziende (un’attività che sembra voler scoprire per la prima volta anche la segretaria del Pd). Ora che il tema dei riformisti del Pd col malessere è finalmente entrato nell’agenda di Schlein, che ha pure fatto un mini tour tra i cattolici e si sta ponendo il problema di non far scappare Graziano Delrio, Gori sta trovando quantomeno qualcuno disposto ad ascoltarlo nella maggioranza del Pd.

Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Giorgio Gori, Pina Picierno e Graziano Delrio (Imagoeconomica).

Il mantra del Paese che non cresce per colpa del governo Meloni

L’ex sindaco di Bergamo ha già pronta, nel caso, la piattaforma. Sono mesi che ne parla nei convegni, a Bruxelles, con gli imprenditori. L’Italia, dice, è un Paese che non cresce, da più di tre anni – cioè da quando c’è il governo Meloni – la produzione industriale è in calo e la produttività è diminuita del 3 per cento. Senza crescita non si produce ricchezza, senza ricchezza non c’è niente da redistribuire e non si possono aumentare gli stipendi.

L’importanza di sostenere l’ingresso di Kyiv nell’Ue

La crescita però da sola non basta, in un mondo sempre più insicuro, con guerre e autocrati pronti a sconvolgere abitudini, consumi, mercati. Per questo Gori sostiene che per l’Europa sia prezioso sostenere l’ingresso di Kyiv nell’Ue e imprescindibile garantirsi, come europei, l’autodifesa, che peraltro non è gratis. «La risposta europea alla guerra avviata da Vladimir Putin è stata superiore alle aspettative, tanto per rapidità che per compattezza. Questo però non toglie che l’Europa si sia trovata impreparata ad affrontare un conflitto in casa propria», ha scritto qualche mese fa su Il Foglio.

Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Giorgio Gori quando da sindaco di Bergamo issò la bandiera dell’Ucraina sul palazzo del Comune, il 24 febbraio 2022 (foto Ansa).

«Non solo: in un mondo in cui le relazioni internazionali sono tornate a misurarsi sul piano della forza, la capacità di deterrenza militare è una componente non rinunciabile». Dunque «è intuitivo che quanto più questa capacità di difesa e di deterrenza sarà sviluppata a livello sovranazionale, tanto più sarà efficace e tanto più si allontanerà il rischio che gli strumenti militari possano tornare ad alimentare una conflittualità interna, tra i Paesi dell’Ue».

Sperimenta altre forme di comunicazione, come i podcast

Gori ci tiene molto alla sua piattaforma e al suo stile, non esattamente da rottamatore. Uno stile che vorrebbe mantenere in caso di campagna elettorale per le Primarie. In questi mesi però ha cercato di sperimentare modalità diverse di comunicazione rispetto ai suoi standard più tradizionali, partecipando a podcast grazie ai quali agganciare un pubblico diverso. Il suo staff punterà ancora su questo tipo di format per veicolare le idee dell’ex sindaco di Bergamo.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?

E se lasciassero fuori dal gruppo Matteo Renzi? Proprio lui, che per mesi è stato il miglior portavoce del campo largo, il primo a crederci, l’ultimo a spegnere la luce, mentre Elly Schlein cavalcava la logica «testardamente unitaria» e Giuseppe Conte era lì che si smarcava e Bonelli & Fratoianni, i nostri Sussi e Biribissi, iniziavano a seminare patrimoniali. La foto postprandiale dell’altro giorno ha agitato non Renzi, che è uomo di mondo e sa come vanno certe cose, ma quelli che lo sostengono. Quelli del campo largo versione ristretta, Partito democraticoMovimento 5 stelleAlleanza Verdi e sinistra, sotto sotto sono convinti di vincere da soli, vorrebbero dettare l’agenda e la linea. Senza altre alleanze. Conte maramaldeggia, dice che non accetta «accozzaglie», gli animal spirits schleiniani vedono Renzi come una colpa da espiare, anche ora che non è più nel Pd da anni. Eppure Elly ha fatto intendere di non voler mettere veti. E quindi, cosa fare con questo Renzi?

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Il selfie del campo largo senza Matteo Renzi: da sinistra Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli.

La «sinistra-sinistra» non è sufficiente a vincere le elezioni

L’ex rottamatore rischia grosso. Può solo continuare a ripetere per convincere gli alleati che la «sinistra-sinistra» non è sufficiente a vincere le elezioni politiche del 2027 e che il bipolarismo è l’unica via, perché non ci sono ricette centriste in grado di funzionare (ciao Carlo Calenda). Lo dice Renzi e lo dicono i suoi, come Maria Elena Boschi, capogruppo alla Camera di Italia vivaCasa Riformista, parlando a Radio Anch’io: «Il centrosinistra non può ripetere l’errore del 2022, quando la divisione regalò la vittoria alla destra. Italia viva ha una proposta riformista chiara, diversa su molti temi da altre forze del centrosinistra, ma proprio per questo lavoriamo da tempo a un programma comune serio, perché ciò che conta non è cancellare le differenze ma costruire una proposta credibile per il Paese».

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Maria Elena Boschi e Matteo Renzi (foto Imagoeconomica).

Lo spauracchio di un sovranista al Quirinale basterà?

L’argomento punta su un elemento drammatico: disuniti si perde, rivince la destra che si elegge il suo presidente della Repubblica. Lo spauracchio di un sovranista al Quirinale potrebbe funzionare, chissà. Ma per ora c’è un elemento di burbanza che prevale nel campo largo, che punta a riottenere l’effetto politico del referendum costituzionale di marzo proiettato sulle elezioni politiche. La presunzione fa sì che Renzi venga messo in attesa dal “call center” del campo largo. Casomai dopo, in un secondo momento, potrebbe esserci un qualche tipo di accordo. Ma prima Pd-M5s-Avs vogliono iniziare a scrivere loro le regole insieme, anche perché i problemi non mancano, checché ne dicano gli entusiasti sostenitori di un’alleanza demopopulista. C’è la patrimoniale (Pd e Avs favorevoli, M5s contrario), c’è la politica estera (M5s contro gli aiuti all’Ucraina, Pd favorevole).

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Elly Schlein e, dietro di lei una foto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Per ora lo lasciamo fuori, poi si vedrà

Su Renzi sembra esserci maggiore armonia: per ora lo lasciamo fuori, poi si vedrà. In questo modo il campo largo versione identitaria potrebbe cercare di appianare le sue divergenze sviluppando un potere contrattuale nettamente superiore rispetto a quello dei renziani. La questione non è tanto «non fidarsi», come riassume Chiara Appendino, convinta che Renzi fregherà tutti il giorno dopo, quanto occupare – colonizzare – lo spazio ideologico possibile, senza lasciare libertà ad altri di connotare troppo la coalizione che si oppone a Giorgia Meloni.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Chiara Appendino (Ansa).

Meglio che non avanzi troppe pretese di incarichi e ricompense politiche

Il campo più o meno largo vuole evitare che Renzi e quel che gli ruota ancora attorno condizionino eccessivamente il programma elettorale. L’esclusione di Renzi è l’ammissione che con lui i conti ancora non si sono chiusi, che lui resterà sempre, ai loro occhi, un traditore del centrosinistra e che in fondo non serve averlo in coalizione. Potrebbe anche essere solo una tattica per fargli abbassare parecchio il prezzo nella trattativa futura e dunque le aspettative di incarichi e ricompense politiche.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per qualcuno il renzismo è stata una malattia politica

Ma quale sia l’esito di questa gara a chi è più puro e ha meno colpe da espiare, Renzi rischia grosso. Anche se dovesse partecipare alla coalizione di centrosinistra, come alla fine è probabile, potrebbe rimanere ai margini in caso di vittoria elettorale. D’altronde, per una parte del Pd e della sinistra il renzismo è stata una malattia politica. Loro vogliono essere la cura. Gli schleiniani, anche se dovessero accettare Renzi in coalizione, negherebbero a Italia viva uno spazio troppo ingombrante di agibilità politica. Nella loro testa Renzi è una quota minoritaria, di mera testimonianza, di una sottosfumatura del centrosinistra. E lì deve restare.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti

L’addio di Pina Picierno al Pd è stato salutato persino con gioia dagli schleiniani, che evidentemente non vedevano l’ora di liberarsene. Era già accaduto di recente con Elisabetta Gualmini e con Marianna Madia. Festeggiamenti sui social e nelle chat di partito; insomma viva e vibrante soddisfazione per essersi tolti un peso. Come se Picierno stesse bloccando il dibattito pubblico del Pd, ne impedisse lo svolgimento. Come se l’immagine del centrosinistra fosse stata fin qui appesantita dalla vicepresidente del Parlamento europeo. 

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
L’intervento di Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd, 14 dicembre 2025 (Ansa).

Il renzismo di Schlein

Ragionevolmente non cambierà niente nel Pd, dove il dibattito pubblico è stato normalizzato con l’arrivo di Elly Schlein, la segretaria inclusiva che non sa ben gestire il dissenso politico; in questo ricorda alcuni aspetti deteriori di Matteo Renzi, anche se a nessuno verrebbe di ammettere che la leadership schleiniana è settaria quanto muscolare era quella dell’ex presidente del Consiglio.

È da quando Schlein ha vinto il congresso che la nuova maggioranza brinda e festeggia. Prima per aver ribaltato il risultato nelle primarie nel 2023, poi per aver azzerato la discussione in un partito litigioso nel quale la linea del segretario di turno è sempre stata impallinata sui giornali, in tv, sui social, un giorno sì e l’altro pure. Il risultato principale di Schlein è dunque quello di aver evitato il logoramento quotidiano che i suoi predecessori hanno sperimentato sulla loro pelle. L’assenza di un’alternativa politica forte – lo sconfitto Stefano Bonaccini si è presto unito al coro schleiniano – ha senz’altro aiutato.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Ciaoni progressisti anche a un pezzo di elettorato

Epperò, fra tutti questi festeggiamenti e brindisi e stelle filanti e giochi di luce stroboscopici, insomma fra tutti questi “ciaoni” in versione progressista non verrà il dubbio a qualcuno che un pezzo dell’elettorato forse non sarà felice del trattamento ricevuto per interposta Madia, per interposta Picierno?

Percularne uno per educarne cento non sembra essere la soluzione migliore per trattenere elettori che forse faticano a stare nel Pd di oggi e che avrebbero bisogno di incentivi a rimanere.

Non manca poi molto alle elezioni politiche e gli scenari di conflitto politico suffragati dai sondaggi testimoniano una vivace polarizzazione in vista del 2027, quando non ci sarà spazio – è vero – per cose centriste, ma ci sarà sempre tutto lo spazio per restare a casa.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein, Maurizio Landini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La trappola identitaria della segretaria

La trappola identitaria di Schlein non è dunque solo programmatica – la solita patrimoniale – ma insiste su un desiderio di autosufficienza politica. Altro che campo largo, insomma, dove tutti coesistono nella pacifica competizione. Pluralismo è infatti cosa decido io, un po’ come capotavola è dove si siede Max D’Alema. Fin qui il Pd ha scambiato il risultato referendario di marzo per una proiezione politica sul 2027, ma già le elezioni di Venezia – con la vittoria del centrodestra al primo turno – hanno riacceso qualche pensiero funesto, come Fantozzi fu colpito da un leggerissimo sospetto: non è che Giorgia Meloni è tutt’altro che morta politicamente?

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein con Marta Bonafoni (Imagoeconomica).

Il duello con Conte tornato in casacca gialloverde

In ogni caso, c’è da aspettarsi – come già sta succedendo a destra per via di Roberto Vannacci – che l’offerta politica del Pd si radicalizzi per rispondere alle fuoriuscite riformiste. D’altronde se la prospettiva è quella delle primarie di coalizione, con il duello fra Schlein e Giuseppe Conte, bisogna già acconciarsi alla singolar tenzone. Conte ancora una volta cerca di buttare la palla in tribuna, prima proponendo le primarie dopo aver appena vinto il referendum, poi rispolverando vecchie tematiche gialloverdi sulla sicurezza dopo il primo turno delle Amministrative.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il Pd rischia di non potersi tirare indietro nella gara al rialzo (o al ribasso, dipende dai punti di vista) con il M5s e non avrà molta pietà dei riformisti superstiti, nemmeno di quelli che si sono uniti armi e occhiali a goccia alla causa dello schleinismo, nella composizione delle liste elettorali

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia

Il Pd versione campolarghista sogna di «fare come Sánchez» o di fare come a Venezia. In entrambi i casi c’è qualcosa da fare ma c’è anche qualcosa che non funziona, diciamo.

Le crepe nel modello spagnolo

Pedro Sánchez il pacifista è quello che si oppone al fetente Donald Trump e all’aumento delle spese militari, ma soprattutto è diventato il leader di un partito che colleziona inchieste giudiziarie, a cominciare da quelle in casa. Ad aprile i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio per la moglie Begoña Gómez per i presunti reati di traffico di influenze, corruzione negli affari, malversazione e appropriazione indebita, mentre il 28 maggio è iniziato il processo a carico di suo fratello David Sánchez, accusato di traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Secondo i magistrati, il fratello del primo ministro spagnolo avrebbe ottenuto un incarico fatto su misura dal Consiglio comunale a guida socialista di Badajoz nel luglio 2017.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Pedro Sànchez con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Ma la lista degli scandali giudiziari socialisti è lunga, l’ultimo coinvolge persino l’ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero, già stella del firmamento spagnolo (e tra gli sponsor dell’attuale capo del governo), indagato per riciclaggio e traffico d’influenze. Il garantismo vale sempre, da queste parti, ma è abbastanza curioso che il Pd di Elly Schlein e Peppe Provenzano citi sempre la crescita economica della Spagna salvo fischiettare sul resto. Ed è quel resto che potrebbe far finire il governo Sánchez. Il premier Pedro però non ci pensa un secondo a mollare. Adelante, chissà però se di juicio ve ne sia a sufficienza.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Jose Luis Rodriguez Zapatero (Ansa).

A Venezia il campo larghissimo non è bastato

C’è poi il modello Venezia. Il Pd sogna, o meglio sognava, di fare come nella città lagunare, dove il campo larghissimo, grandangolare (c’era persino Rifondazione Comunista), ha perso sonoramente al primo turno contro il centrodestra che continua a governare la città 11 anni dopo averla conquistata. Non c’è più Luigi Brugnaro per sopraggiunto limite di mandati, ma Simone Venturini, cattolico di continuità con l’amministrazione precedente. Anche a Venezia, come in Spagna, i sogni del Pd non sono di gloria, perché gli incubi sono più reali e feroci della fantasia. Schlein dice di perseguire una logica «testardamente unitaria», ma gli elettori del M5s la pensano in maniera diversa: a Venezia, ci dice un’analisi dei flussi di YouTrend, il M5s ha fatto vincere Venturini: la metà di coloro che alle Europee del 2024 aveva votato per i cinque stelle ha scelto, stavolta, il candidato sostenuto dalla maggioranza meloniana. Un dato decisivo per la sua vittoria al primo turno, ha osservato YouTrend, «visto che ha superato di poco la soglia della maggioranza assoluta dei voti validi».

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Elly Schlein, alla chiusura della campagna elettorale del candidato sindaco Andrea Martella a Mestre (Ansa).

L’atavico disprezzo dei cinque stelle per il Pd

Vecchia storia: i cinque stelle disprezzano il Pd e i suoi candidati, e in fondo a suo tempo nacquero proprio per questo, per rottamare il carrozzone della sinistra. Una prospettiva non esattamente incoraggiante in vista delle elezioni politiche del 2027, quando l’alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, vorrebbe sfidare la presidente del Consiglio: e se l’unitarietà fosse poco testarda? Se dunque i cinque stelle si ribellassero – come avvenuto a Venezia ma come avvenuto anche in Abruzzo alle Regionali del 2024, ci dice sempre l’analisi dei flussi – all’idea di concorrere insieme all’odiato Pd per la conquista del Palazzo? Saranno pure dinamiche diverse, quelle locali e quelle politico-nazionali, ma un punto di caduta identico c’è: vincere insieme vuol dire governare insieme. E sulla base di quali idee, quali programmi, quale visione del mondo? I programmi si possono pure aggiustare, emendare, si trova un compromesso per tutto, ma sull’idea di mondo come ci si accorda? La politica estera in questi anni è stata la cartina di tornasole dei rapporti interni alle coalizioni. Nel campo largo in modalità ispanico-veneziana albergano posizioni distinte che verranno rinvigorite dall’avvicinarsi delle Politiche.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Conte intanto rispolvera l’abito gialloverde

Già si notano vistosi sommovimenti. Giuseppe Conte si è appena accodato al no della Lega all’ingresso dell’Ucraina in Europa: «L’Ucraina io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioni. Peraltro c’è un problema serio per l’Europa che non riguarda solo l’Ucraina ma anche gli altri Paesi: un’Europa a 27 già oggi è un’Europa ormai sparita, che non ha voce, che nelle crisi internazionali non è pervenuta», ha detto il leader del M5s. «C’è un deficit politico dell’Europa che riguarda anche le regole di funzionamento, a partire dall’unanimità. Oggi prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è assolutamente non raccomandabile», ha aggiunto. «Oggi far entrare l’Ucraina non è all’ordine del giorno, tenendo anche conto che c’è l’articolo 42.7 del trattato che siccome impone il mutuo soccorso in caso di attacchi armati a un Paese europeo significherebbe entrare in guerra domani mattina contro la Russia. Secondo me si può pensare per l’Ucraina e altri Paesi lo statuto in prospettiva di partner privilegiato, che significherebbe avere la possibilità di godere di benefici reciprocamente, ma gestendo queste partnership con molta attenzione». Anche perché «sapete che se l’Ucraina domani mattina entrasse in Europa noi avremmo un impatto devastante su alcuni settori di attività a partire dall’agricoltura». L’alleanza gialloverde è tornata, è viva e lotta insieme a loro. 

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Carceri, il fallimento della linea securitaria del governo Meloni

Cinquantacinque. Sessanta. Sessantacinque. Non sono i numeri del lotto, ma sono, rispettivamente, i nuovi reati, le aggravanti e gli aumenti di pena introdotti dal governo Meloni (il conteggio è di Antigone, che ha appena presentato il suo nuovo rapporto sulle condizioni di vita, e purtroppo di morte, in carcere). E dire che alla guida del ministero della Giustizia ci sarebbe un liberale; al prossimo giro metteteci direttamente Matteo Salvini.

Carceri, il fallimento della linea securitaria del governo Meloni
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1 per cento

«Le carceri italiane sono oggi più affollate, più chiuse e il governo continua ad aggravare l’emergenza penitenziaria con nuovi reati, aumenti delle pene e nuovi annunci di edilizia penitenziaria, con i numeri che raccontano il fallimento di questo approccio», dice Antigone. Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti (che però si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili): «Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1 per cento. Sono ormai 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150 per cento, mentre in otto carceri si supera addirittura il 200 per cento. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutta Italia». Nonostante il governo abbia annunciato da tempo un piano carceri, «i posti realmente disponibili sono addirittura diminuiti di 537 unità dall’avvio del piano stesso. Nel frattempo, dal 2018 al 2024, i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30 mila ricorsi per trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone detenute». Numeri superiori a quelli che portarono alla condanna dell’Italia nella Sentenza Torreggiani, quando i ricorsi presentati furono circa 4 mila. 

Carceri, il fallimento della linea securitaria del governo Meloni
L’istituto penitenziario minorile Fornelli di Bari (Imagoeconomica).

Il mancato reinserimento produce solo più insicurezza

L’aumento delle presenze, peraltro, non dipende da un aumento della criminalità: «I reati in Italia restano sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8 per cento. Calano anche gli ingressi in carcere e continua a diminuire il ricorso alla custodia cautelare, che oggi riguarda il 24,1 per cento delle persone detenute». A crescere sono invece le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal governo. «Ma soprattutto il sistema continua a fallire sul terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere», dice ancora l’associazione guidata da Patrizio Gonnella. «Oggi solo il 40,8 per cento delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9 per cento è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6 per cento da cinque a nove volte. Il 2,7 per cento addirittura più di 10 volte. È la dimostrazione di un sistema che non reinserisce e, di conseguenza, produce solo più insicurezza».

Carceri, il fallimento della linea securitaria del governo Meloni
Immagine realizzata con l’Ia (Imagoeconomica).

I fatti di Modena hanno ridato fiato alla propaganda

Il diritto penale è, o dovrebbe essere, una risorsa scarsa. Invece c’è chi vorrebbe abusarne. Come la Lega nei giorni scorsi, dopo i fatti di Modena. Il partito di Matteo Salvini, in piena campagna elettorale per le Politiche – un po’ come tutti a dire il vero – incalzato dalla costante presenza di Roberto Vannacci, che scippa voti e parlamentari alla Lega, se n’è uscito con la proposta di rivedere (di nuovo) la legge sulla cittadinanza, articolo 10 bis della legge 91 del 1992 già modificato dal ddl sicurezza del 2025. Dopo la tentata strage per cui è accusato Salim El Koudri, Salvini vorrebbe allargare le possibilità di revoca della cittadinanza, per ora prevista per, fra l’altro, condanne passate in giudicato per terrorismo. È probabile che la proposta di modifica, già bocciata dal resto del governo, si areni nel regno delle paccottiglie retorico-populistiche. Ma è altrettanto probabile che al prossimo episodio di cronaca utile, Salvini proporrà nuove strette. Non sappiamo ancora niente di El Koudri – qual è il movente? – ma sappiamo che fra il 2022 e il 2024 è stato in cura per un disturbo mentale. Forse è facile dargli del pazzo e chiuderla lì, ma l’ipotesi degli psichiatri (Alessandro Bertolino, professore ordinario di Psichiatria dell’Università di Bari e direttore del Dipartimento di Neuroscienze della stessa università) è che il comportamento di El Koudri sia compatibile non tanto con il disturbo schizoide di personalità di cui è affetto quanto con la sospensione dei farmaci. Insomma, potrebbe non essere la “cittadinanza” il punto di caduta del dibattito.

Carceri, il fallimento della linea securitaria del governo Meloni
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

In quel caso la Lega potrebbe essere utile con una nuova protesta: potrebbe protestare contro il governo di cui fa parte e chiedere di aumentare le spese per la salute mentale. Nel 2023 solo 3,5 miliardi su 133 di spesa pubblica per la sanità sono stati impiegati per la salute mentale, il 2,69 per cento. Un terzo in meno di quanto spendono altri Paesi, tra cui la Francia. Aumentare la spesa naturalmente non eliminerà i rischi, perché il rischio zero non esiste. Certamente non saranno i 400 anni di reclusione che si ottengono sommando i massimi edittali previsti per le numerose fattispecie di reato e gli inasprimenti introdotti dal governo in questi anni a risolvere i problemi. 

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi

In Toscana è nato, o meglio ri-nato visto che già esisteva tempo fa, l’asse Giani-Renzi. Il leader di Italia viva vale meno del 3 per cento nei sondaggi, ma riesce sempre a trovare il modo di essere centrale nel Palazzo. Anche nelle vicende più modeste, come l’elezione del garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza della Toscana. Matteo Renzi è infatti riuscito a far nominare questa settimana, dal Consiglio regionale e grazie a un accordo di ferro con Eugenio Giani e il Pd, uno dei suoi uomini di fiducia: il senese Stefano Scaramelli, ex consigliere regionale rimasto senza un posto nel nuovo Consiglio.

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Stefano Scaramelli (Imagoeconomica).

L'”odiato” Renzi è temuto dal Pd schleiniano

Ed è qui che si dimostra come in Toscana, dove pure governa saldamente il Pd schleiniano, nessuno può prescindere dall’“odiato” Renzi, di cui fondamentalmente tutti hanno paura per via delle sue capacità da demolition man. Dunque se l’ex presidente del Consiglio desidera qualcosa, il partito di Elly Schlein può solo eseguire. Anche quando questo mette in difficoltà il campo largo, visto che sia Avs sia il M5s non hanno votato Scaramelli in Consiglio. Giani in prima persona è intervenuto in Aula per difendere la scelta di Scaramelli, accusato dalle opposizioni (e da qualcuno della maggioranza) di non avere i requisiti adatti per ricoprire un incarico così delicato. 

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Matteo Renzi con Eugenio Giani nel 2020 (Imagoeconomica).

Le mire di Giani su Firenze

Da qui ai prossimi anni, l’asse Giani-Renzi potrebbe produrre risultati pittoreschi. Uno dei sogni dell’attuale presidente della Regione, arrivato al secondo e dunque ultimo mandato, è quello di diventare sindaco di Firenze. Alle prossime elezioni manca parecchio visto che si voterà nel 2029, e prima soprattutto ci sono le Politiche del 2027 (elezioni fondamentali anche per la leadership del centrosinistra: Schlein sopravvivrà a sé stessa?), ma Giani sta già apparecchiando la sua successione e pensando a che cosa fare del suo futuro. Non deve rendere conto a nessuno, soprattutto non deve rendere conto al Pd che pure aveva coltivato l’idea di rottamarlo dopo un solo mandato, per piazzare il deputato Marco Furfaro o il segretario regionale Emiliano Fossi. L’asse con Renzi potrebbe permettere a Giani di raggiungere l’obiettivo: diventare sindaco.

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Eugenio Giani (Imagoeconomica).

Certo, ci sarebbe da risolvere un problema non secondario, che di nome fa Sara e di cognome Funaro. L’attuale prima cittadina è appena arrivata, è al primo mandato, anche se in città le lamentele sulla sua amministrazione iniziano a farsi sentire; c’è un problema di sicurezza, e non è più una questione da derubricare a percezione alimentata dalla destra, e c’è un problema con la viabilità, visti i numerosi lavori (per il completamento delle vie tramviarie) che stanno bloccando la città. A Firenze si accettano scommesse: riuscirà Funaro a fare un secondo mandato? 

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Sara Funaro ed Eugenio Giani ricevono Sergio Mattarella a Firenze il 25 ottobre 2025 (Ansa).

Alle Amministrative si presenta un Pd a pezzi

Prima di Firenze però il Pd – che sceglierà, salvo anticipi, i suoi nuovi segretari, metropolitano e cittadino, in autunno – deve fronteggiare le prossime Amministrative. Tra pochi giorni andranno al voto 20 Comuni, tra cui tre capoluoghi di provincia: Arezzo, Pistoia, Prato. Le prime due città sono in mano al centrodestra, l’ultima al centrosinistra. Il Pd potrebbe vincere, ma il partito è a pezzi ovunque. A Prato, dopo le dimissioni della sindaca Ilaria Bugetti, si è dovuto ricandidare Matteo Biffoni, mister 22 mila preferenze, già sindaco di Prato per 10 anni.

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Matteo Biffoni (foto Imagoeconomica).

A Pistoia ci sono state le primarie, caratterizzate dalla spaccatura del Pd: Furfaro, dirigente nazionale del Pd, ha sostenuto il candidato che poi le ha vinte, Giovanni Capecchi, contro la candidata scelta dalla segreteria locale, Stefania Nesi, sostenuta anche dal potente Bernard Dika, sottosegretario alla presidenza della Regione Toscana. A Pisa, invece, dove si voterà nel 2028, il Pd è commissariato due volte. Dopo il commissariamento del Pd provinciale a fine aprile è stato commissariato anche il Pd comunale. A dare le carte ancora una volta sono stati gli esterni (come il responsabile organizzazione del Pd nazionale Igor Taruffi), a testimonianza del fatto che il Pd regionale non è governato ed è sotto l’influsso del commissariamento ombra targato Marco Furfaro. Insomma, tutta campagna elettorale per migliorare l’efficacia dell’asse Giani-Renzi. 

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Marco Furfaro (Imagoeconomica).

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini

Il lavoro di ricucitura di Marco Rubio, segretario di Stato americano da giovedì in Italia per un denso giro diplomatico fra Vaticano e Roma, potrebbe essere parecchio complicato, forse persino insufficiente, dopo le ultime sortite di Donald Trump. O meglio, precisiamo: il Papa vive secondo altre coordinate e altri canoni, poco gli importa se Trump continuerà a insultarlo e ad attaccarlo; il dialogo, almeno da parte del Vaticano, non si fermerà. Sarebbe ontologicamente impossibile il contrario. Il che non significa che il Papa smetterà di intervenire a favore della pace (si è parlato, durante l’udienza, anche di Cuba, proprio mentre gli Stati Uniti adottavano nuove sanzioni). 

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Marco Rubio in udienza da Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Meloni ha capito che di Trump non ci si può fidare del tutto

Diverso il discorso per quanto riguarda il governo italiano. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra aver raggiunto la consapevolezza che di Trump non ci si può fidare del tutto. D’altronde il presidente degli Stati Uniti, nei fatti, cerca di indebolire sistematicamente il progetto europeo, nonostante a parole rivendichi l’interesse ad avere un’Unione Europea più forte.

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa).

Il problema è che per Trump l’Ue è forte se gli dà ragione, se sostiene acriticamente le sue sortite. Anche a Palazzo Chigi, sponda Fratelli d’Italia, paiono averlo compreso molto bene. Così come sembrano aver compreso il giochino in corso da parte del mondo MAGA nei confronti dell’Italia. 

L’intervista di Salvini a BreitBart rilanciata da Trump

Qualche giorno fa è uscita su BreitBart News, quotidiano estremista di destra co-fondato da Steve Bannon – principe delle tenebre del trumpismo ed ex stratega della Casa Bianca durante il primo mandato – un’intervista a Matteo Salvini realizzata a febbraio. Un’intervista in cui il capo della Lega s’acconcia a primo tifoso di Trump e della sua amministrazione. Grandi elogi per come l’amministrazione americana affronta la questione dell’immigrazione, grandi elogi per la battaglia culturale di Trump, un’evoluzione, dice Salvini, rispetto al primo mandato. Merito anche di J.D. Vance, dice Salvini, esaltato da BreitBart e dallo stesso Trump che su Truth Social ha rilanciato la sua intervista. Per Bannon e soci, Meloni non è l’alleata più affidabile, è troppo europeista, troppo mainstream e il mondo MAGA cerca altri alleati. 

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
da Truth Social.

Dopo la caduta di Orbán, Donald cerca altri alleati europei

D’altronde la rotta trumpiana era stata individuata nell’ultima strategia sulla sicurezza nazionale pubblicata l’anno scorso. Le questioni più importanti che l’Europa deve affrontare «includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi. Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile entro 20 anni o meno».  L’amministrazione Trump, convinta com’è di poter esportare il trumpismo all’estero, è particolarmente interessata a «coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa all’interno delle nazioni europee». Un vero peccato che Viktor Orbán, sostenuto da Trump e Vance in prima persona, non possa più essere la quinta colonna del trumpismo in Europa. Sicché servono altri alleati. Alleati disponibili a rivedere i canoni europei riadattandoli all’ideologia MAGA.

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Viktor Orbán e JD Vance (Imagoeconomica).

La sintonia tra il presidente Usa e il segretario della Lega

D’altronde secondo Trump l’Europa sta sbagliando tutto. La Casa Bianca lo ha detto anche nella “strategia antiterrorismo degli Stati Uniti” pubblicata due giorni fa: «I Paesi europei restano i nostri partner principali e di lunga data nella lotta al terrorismo. Il mondo è più sicuro quando l’Europa è forte, ma l’Europa è fortemente minacciata ed è sia un obiettivo del terrorismo sia un terreno fertile per le minacce terroristiche. I terroristi spesso cercano di attaccare le nazioni europee per minare le loro istituzioni democratiche e i loro legami con gli Stati Uniti. Eppure, un conglomerato di attori malvagi – al-Qaeda, l’ISIS, i cartelli e attori statali – ha sfruttato liberamente le frontiere deboli dell’Europa e le risorse antiterrorismo ridotte per trasformare l’Europa in un ambiente operativo permissivo dove tramare contro europei e americani». È inaccettabile che i «ricchi alleati della NATO» possano «fungere da centri finanziari, logistici e di reclutamento per i terroristi. L’Europa ha ancora la possibilità di cambiare il proprio destino individuale e collettivo in materia di antiterrorismo se riconosce la minaccia reale e agisce subito». L’amministrazione Trump ha individuato il responsabile di questa situazione? Ovviamente sì: «L’immigrazione di massa incontrollata è stata il motore che ha alimentato il terrorismo». Che poi è quello che dice Salvini nella sua intervista a BreitBart e nelle sue rinnovate battaglie sovraniste. Tutto si tiene, tutto torna. Meloni è avvisata.  

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Trump nei panni di Zio Sam e Matteo Salvini.

Il problema di Forza Italia non è la caduta, ma l’atterraggio

Silvio Berlusconi non c’è più, ma i suoi figli – ottimi imprenditori – sono lì che governano Forza Italia dall’alto. Soprattutto dall’alto dei debiti che il partito creato dal Cav ha nei confronti della famiglia Berlusconi. Un dettaglio non secondario, come spiegò bene una volta il filosofo Marcello Pera, già presidente del Senato, già esponente di spicco di Forza Italia, oggi senatore di Fratelli d’Italia: «Forza Italia è un partito del presidente. C’è il presidente e ci sono gli elettori. Piaccia o no, questo partito è nato e morirà così». Ed essendo il partito di Berlusconi nato con Berlusconi, «dipendente dalle intuizioni di Berlusconi oltre che in alcune circostanze dai soldi di Berlusconi, e dai voti di Berlusconi, bisogna rispettarlo per quello che è», aggiunse Pera.

Il problema di Forza Italia non è la caduta, ma l’atterraggio
Marcello Pera (Imagoeconomica).

In Forza Italia la rottamazione è ontologicamente impossibile

Anche oggi dunque andrebbe rispettato per quello che è, anche ora che non c’è più Silvio Berlusconi: un partito nel quale non sono possibili rottamazioni. Da quelle parti non possono nascere i Matteo Renzi, perché non sono geneticamente compatibili, ontologicamente possibili. Sicché quando c’è da praticare il rinnovamento, si organizza qualche bella riunione e si fanno fuori Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato per metterci Stefania Craxi e Paolo Barelli da capogruppo alla Camera per metterci Enrico Costa (peraltro ottimo garantista). Ora, finché c’era il Cav, tutto era consentito. Anche passare sopra la dignità politica dei presidenti dei gruppi parlamentari. Adesso che però queste decisioni vengono prese dai capi morali di Forza Italia senza che questi abbiano mangiato «pane e cicoria», per dirla con Francesco Rutelli, beh, questo sembra essere più difficile da comprendere. Anche se vale sempre quello che ha detto quella volta Pera, beninteso.

Il problema di Forza Italia non è la caduta, ma l’atterraggio
Antonio Tajani, Maurizio Gasparri e Paolo Barelli (Imagoeconomica).

I make-up creano solo incattiviti sottoposti

Il problema di Forza Italia è che così non nascono le rivoluzioni, semmai si creano incattiviti sottoposti. Barelli nelle sortite pubbliche, interviste comprese, non sembra essere il massimo della spensieratezza. Anche essere rimasto di fatto presidente della Federnuoto, delegando le sue funzioni al vice Andrea Pieri, nonostante la promozione a sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, senz’altro lo allieterà. Berlusconi senior però sapeva ricompensare meglio quelli che faceva fuori. Non è con quelli che hanno fatto sempre parte di Forza Italia, ancorché magari non in posizioni di comando, che il partito di Berlusconi potrà raggiungere l’agognata doppia cifra.

Il problema di Forza Italia non è la caduta, ma l’atterraggio
Paolo Barelli (foto Imagoeconomica).

Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio

La politica è fatta sì di feroci rinnovamenti, ma devono essere appunto rinnovamenti. Altrimenti è solo arte cosmetica, trucchi per convincere se stessi che «fino a qui tutto bene». Il problema, ne L’odio di Mathieu Kassovitz come in politica, non è la caduta ma l’atterraggio. E a un anno o poco più dalle elezioni politiche, l’atterraggio di Forza Italia potrebbe non essere molto sereno. La coalizione rischia di essere spostata a destra; Giorgia Meloni potrebbe incattivirsi dopo la sconfitta referendaria e Matteo Salvini ha ancora da gestire, ancorché dall’esterno, quel mostro politico di Roberto Vannacci nato in vitro, un errore che potrebbe rivelarsi esiziale per la Lega: hanno dato le chiavi di casa a uno che ne ha approfittato per incendiarla. Capolavoro politico.

Il problema di Forza Italia non è la caduta, ma l’atterraggio
Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini (Ansa).

Meloni rischia di perdere l’invincibilità per colpa degli alleati

Vannacci è dunque lì che reclama attenzione e la presidente del Consiglio non sembra intenzionata a fargliela mancare. Il partito di Antonio Tajani, la cui data di scadenza è paragonabile a quella di uno yogurt, sarà stretto fra il manettarismo di ritorno della presidente del Consiglio e quello del capo leghista, ormai saldamente tornato in formato Cremlino. «Piuttosto che chiudere fabbriche, scuole e ospedali torniamo a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, Russia compresa, visto che non siamo in guerra contro la Russia», ha detto Salvini lo scorso fine settimana, durante la manifestazione destrorsa con Jordan Bardella e soci a Milano. Salvini come Jep Gambardella vuole avere il potere di far fallire le coalizioni. Resta da capire se Meloni avrà tutta questa energia per occuparsi anche di quello che fanno e faranno gli altri partiti della maggioranza, ora e nei prossimi mesi, oppure dovrà accettare di aver perso lo scettro dell’invincibilità anche per colpa degli alleati. Servirebbe, insieme a un Renzi di destra, anche un Nanni Moretti di destra che da un palco gridi: «Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai». 

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd

A Salerno e Prato va di moda l’usato sicuro. Nella città campana e in quella toscana si vota alle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026, in anticipo sulla scadenza naturale per via delle dimissioni dei rispettivi sindaci. Per motivi nettamente diversi. A Salerno l’ex primo cittadino Vincenzo Napoli ha lasciato l’incarico per permettere – suscitando grande scandalo nel centrosinistrail ritorno di Vincenzo De Luca nella sua città, che potrebbe amministrare per la quinta volta. A Prato l’ex sindaca Ilaria Bugetti ha fatto un passo indietro per via di un’inchiesta giudiziaria tuttora in corso e con molti strascichi. Pochi giorni fa il Partito democratico ha scelto: il candidato sindaco è Matteo Biffoni, che ha guidato il Comune già per due mandati, prima di candidarsi in Regione ed essere eletto con 22 mila preferenze.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd

Schlein costretta ad accettare le condizioni del vicerè De Luca

Verosimilmente sia De Luca sia Biffoni vinceranno le elezioni e la notizia è che lo faranno da “avversari” politico-culturali dello schleinismo. Certo, il clima è diverso nelle due città. De Luca a Salerno si candida senza simbolo del Pd, forte solo della sua personalità e del suo consenso. Anzi, il Pd schleiniano aveva l’intenzione di farlo fuori, lui insieme a tutti i cacicchi del Mezzogiorno, ai quali vengono attribuiti mali politici di ogni sorta. La cronaca ci dice che le cose non sono andate bene per il partito di Elly Schlein, costretto ad accettare le condizioni del vicerè De Luca, con cui il Pd non può non fare i conti.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Uno scambio di saluti con stretta di mano e sguardi fulminanti tra Elly Schlein e Vincenzo De Luca (foto Ansa).

I dem hanno dovuto accollarsi anche il figlio di Vincenzo

De Luca ha prima tenuto il punto in Regione, dove solo alla fine – previo accordo con il Pd nazionale e con il Movimento 5 stelle – ha dato il via libera alla candidatura del suo successore, Roberto Fico. Le condizioni non sono state simpatiche per i dem, che hanno dovuto accollarsi Piero De Luca, figlio di Vincenzo, come segretario regionale del Pd campano. De Luca insomma torna in campo Nonostante il Pd, per citare il titolo di un suo libro.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Elly Schlein con Piero De Luca (foto Imagoeconomica).

Il candidato della destra senza il sostegno di Forza Italia

A sfidarlo sarà Gherardo Maria Marenghi, candidato di Fratelli d’Italia, Lega (con la lista Prima Salerno), Noi Moderati (a benedire l’operazione il viceministro agli Affari esteri e alla Cooperazione Internazionale Edmondo Cirielli). Non sarà però sostenuto da Forza Italia, e qui viene la parte più divertente della storia salernitana: il partito di Antonio Tajani infatti ha deciso di unirsi a una congrega liberale a sostegno di Armando Zambrano, libero professionista, già presidente del Consiglio nazionale degli Ingegneri.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Gherardo Maria Marenghi.

La strana ricomposizione dell’ex Terzo Polo, versione allargata

La sua candidatura è appoggiata, fra gli altri, da Forza Italia, Azione, Italia viva-Casa Riformista, Partito Liberaldemocratico, Udc e Noi di Centro. A Salerno insomma si va ricomponendo l’ex Terzo Polo, versione allargata: nemmeno i due gemelli del gol libdem Matteo Renzi e Carlo Calenda avrebbero potuto sognare di meglio.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Armando Zambrano (foto Imagoeconomica).

A Prato un mix di complotti, trappole, inchieste e dimissioni

Prato invece meriterebbe un romanzo politico a sé, tra complotti, trappole, inchieste e dimissioni. È successo di tutto in questi mesi, al punto che alcuni cronisti si sono messi al lavoro per qualche instant book pratese. La svolta su Biffoni è arrivata quando il Pd ha capito che a Pistoia (siamo nello stesso fazzoletto di terra) le Primarie di centrosinistra le avrebbe vinte Giovanni Capecchi, docente universitario, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, sostenuto nientemeno che da Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd

L’appoggio a un candidato non iscritto al Pd e la spaccatura

E qui sta la parte da popcorn della storia pratese: il commissario ombra del Pd toscano ha apertamente sostenuto un candidato, Capecchi, non iscritto al Pd, contro la candidatura ufficiale del Pd pistoiese, Stefania Nesi. Chissà, Capecchi avrebbe vinto anche senza il sostegno di Furfaro, ma intanto così si è spaccato il Pd pistoiese.

Due chiamati sindaci anche quando non lo erano più…

Il Pd nazionale e il Pd regionale, così attenti agli equilibri di genere politico, hanno così permesso che ci fosse un riformista candidato a Prato. Anche lì è il partito di Giorgia Meloni a candidare un suo uomo: Gianluca Banchelli, sostenuto dal centrodestra. Ma gli avversari di De Luca e Biffoni non hanno la possibilità di vincere contro quelli che, dappertutto, anche in Regione, continuavano a essere chiamati sindaci persino quando non lo erano più.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Gianluca Banchelli.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere

La legislatura è politicamente finita ed è iniziata la campagna elettorale. Giorgia Meloni è unchained, bastava ascoltare giovedì in Parlamento il suo intervento sullo stato dell’Unione, pardon, dell’Italia. Lei non ha sbagliato niente, le opposizioni non collaborano con l’esecutivo e le sue grandi idee, la bocciatura della riforma Nordio è stata una grande occasione persa per il Paese, nessun altro si dimetterà, non ci saranno rimpasti, Donald Trump è un camerata che sbaglia, e via così. Meloni è tutta schierata in difesa, è tornata in modalità opposizione. Solo che è ancora al governo e si vota fra un anno. Sarà lunga. Sarà dura per lei resistere altri 12 mesi così, ma anche per tutto quello che le sta attorno. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’informativa alla Camera (Ansa).

A Meloni manca la “leggerezza” tipica di Berlusconi

In quasi un’ora di discorso non ha preso atto della situazione post-referendaria, semmai ha rilanciato. Lo faceva anche Silvio Berlusconi, che però non si è mai così imbruttito, nemmeno quando gridava: «Siete ancora oggi, e come sempre, dei poveri comunisti» ai contestatori in piazza o quando spolverava la sedia su cui si era seduto Marco Travaglio prima di lui, ospite di Michele Santoro. Erano momenti di situazionismo, c’era l’allegria del potere divertito e divertente. Meloni invece non ha leggerezza, serve anche quella a un leader di governo che deve, inevitabilmente, anche saper perdere.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Marco Travaglio e Silvio Berlusconi ad Anno zero nel 2013 (Imagoeconomica).

Le purghe (tardive) dopo la sconfitta del Sì

E invece no. È dal referendum che la presidente del Consiglio si accanisce contro il suo esecutivo. Prima con le defenestrazioni tardivamente manettare di chi avrebbe potuto o dovuto essere cacciato da tempo – Andrea Delmastro per l’incompetenza sulle carceri, Giusi Bartolozzi per il caso Almasri, Daniela Santanchè per traffico di borsette (si scherza, signor maresciallo, ma soprattutto si scherza, signora Santanchè). Poi l’ultimo atto è arrivato giovedì in tarda serata, con un comunicato stampa firmato dal Mef, che ha depositato le liste per il rinnovo degli organi sociali di Enel, Enav, Eni e Leonardo. E a leggere l’elenco colpisce, anche se non stupisce, visto che era attesa, la defenestrazione di Roberto Cingolani, fin qui amministratore delegato di Leonardo. Fra le colpe che gli vengono attribuite, quella di aver fatto adontare, diciamo così, il governo americano. Alla faccia dell’indipendenza rivendicata da Meloni nei confronti dell’amministrazione Trump nell’ora di intervento in Parlamento. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Intanto l’opposizione si incarta sulle primarie

Nonostante il momento di rabbia, che rischia di protrarsi per mesi, Meloni continua a mantenere un vantaggio invidiabile, che è garantito dall’opposizione. C’è poco da fare. La presidente del Consiglio s’incrudelisce, sbotta, taglia teste, e loro? Si incartano sulle primarie. Giuseppe Conte dopo un’ora dalla chiusura delle urne era già lì a disegnare traiettorie, le primarie, il programma, la leadership, dopo aver fischiettato allegramente per settimane, prima del referendum. Poi è andata a votare un sacco di gente, più del previsto, e contrariamente a quello che dicevano i sondaggisti, più gente è andata a votare e più il No è cresciuto, sicché Conte s’è convinto che c’è del materiale per il suo ritorno a Palazzo Chigi. Il Pd, dopo una fase iniziale di smarrimento, adesso è entrato in quella della negazione. Primarie chi? Quando? Come? Perché? Un fiorino! Insomma, con questo tipo di dirigenti, direbbe Nanni Moretti aggiornando il suo sfogotto memorabile, Meloni governerà cent’anni.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa).

Il gran ritorno di Salvini sulle barricate

Sempre che con questa rabbia atavica la leader di Fratelli d’Italia non trovi il verso di autodistruggersi. E sempre che Matteo Salvini le dia tregua. Perché il capo della Lega ha lasciato passare qualche giorno e ha già riconquistato la sua verve nel corso di un incontro con la stampa estera: «Non c’è allo studio nessun piano sul razionamento di carburante, né sulla chiusura di scuole, uffici, fabbriche e negozi», ha detto a proposito del caro energia. E lo smart working? «Non è da prendere in considerazione». Sarà Meloni a dover però prendere Salvini in considerazione. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi

E ora? L’attivismo di Giuseppe Conte – libro in uscita, incontro con amico-inviato speciale di Donald Trump, Paolo Zampolli a seguire, indi ri-occupazione del palinsesto mediatico-televisivo – ha decisamente spiazzato il Partito Democratico. A cominciare da Elly Schlein, convinta – insieme ai suoi strateghi – che bastasse non occuparsene. Che bastasse lasciar scorrere. Primarie? Noi si parla di giovani in difficoltà. Leadership del centrosinistra? Noi si ri-parla di salario minimo.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Renzi rilancia e presenta le Primarie delle Idee

E invece no. Conte si è ripreso la scena e il Pd si trova, di nuovo, ad aggiustare il tiro. Quello che sembrava appropriato la settimana scorsa – ignorare, resistere, ignorare, resistere, ignorare – non può più essere praticato. Anche perché è pure in corso uno strano asse fra Conte e Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva non è solo il principale sostenitore dell’alleanza progressista contro Giorgia Meloni, descritta come finita, bollita, etichettata come codarda dal senatore fiorentino.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Matteo Renzi e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

No, Renzi è il teorico e pratico della nuova stagione delle primarie. Al punto da lanciare le “Primarie delle Idee”, roba in sé non nuovissima e invero sufficientemente retorica, ma per ora funzionale all’agenda politica: il prossimo 11 aprile, alle ore 11, allo Spazio Vittoria a Roma, Renzi farà partire «il cantiere delle idee». «Il centrosinistra può vincere, ma per farlo deve mettere al centro le proposte per il Paese, non le ambizioni di leader, commentatori, editorialisti», dice Renzi. «E poi anche le primarie vere e proprie. Se fatte bene le primarie sono una grande festa di popolo. Il rischio divisioni esiste, certo. Ma parliamoci chiaro: qual è l’alternativa? Far decidere a chi? Ognuno ha il suo nome per fare il leader. E perché il nome di un commentatore o di un ex parlamentare deve valere più del voto di due milioni di persone? Io le primarie le ho vinte e le ho perse ma non ho mai avuto paura del giudizio delle persone: finché sei in democrazia non puoi rifiutare di misurarti con il consenso».

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Leader cercasi: ora spunta pure Nardella

Lo sta dicendo anzitutto a Schlein, che adesso – qui sta il punto – non può più tirarsi indietro. Dopo aver vinto tre anni fa le primarie per fare la leader del Pd, la segretaria non può rinunciare alle primarie del campo largo. In fondo è anche merito suo se c’è questa sacra alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, che cerca disperatamente di trasformare i No referendari in voti sonanti per le elezioni politiche. L’unico che potrebbe farlo per davvero sembra davvero Conte contro il settarismo schleiniano. Ma per ora sono soltanto speculazioni politiche in una fase liquida, a tratti persino ambigua. Una fase che sembra dare spazio alle ambizioni di tutti. Da Silvia Salis, che non si perde un convegno politico (a seguirla c’è Marco Agnoletti, già portavoce di Matteo Renzi), a qualcuno meno esposto ma alla ricerca di consenso più o meno facile.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Alla schiera di possibili candidati alle prossime primarie si potrebbe aggiungere persino l’ex sindaco di Firenze, Dario Nardella, oggi europarlamentare irrequieto. Ha persino fondato una sua corrente, quella dei nardelliani, un po’ per proteggere la sua eredità politica a Firenze dalla sindaca Sara Funaro, non particolarmente in forma di recente, tra sicurezza, lavori e ristrutturazione dello stadio, un po’ perché Nardella vede uno spazio fra lo schleinismo e il «riformismo radicale», come lo chiama il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. Anche Nardella si muove, insomma; ha persino una scuola di formazione in politiche europee, Akadémeia, “per il governo del territorio”. Glocal, insomma. L’ex sindaco di Firenze potrebbe non giocare l’eventuale partita delle primarie partita con l’ambizione di vincere, semmai per garantirsi un futuro più stabile.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Dario Nardella (Imagoeconomica).

Schlein deve stare attenta ai contiani di casa

Schlein insomma non può davvero stare tranquilla neanche dopo una vittoria referendaria, per quanto determinata dalla partecipazione straordinaria dell’Anm, ormai partito a tutti gli effetti. Tra poco dovrà iniziare a guardarsi anche da quelli che l’hanno sostenuta e che sognano di riportare Conte a Palazzo Chigi. Tanto lui il presidente del Consiglio l’ha già fatto. 

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra

La “cenciata” ricevuta da Giorgia Meloni è stata notevole. In cambio la presidente del Consiglio ha riversato la sua furia contro se stessa, o meglio contro il suo governo. Teste che saltano, richieste di dimissioni pubbliche dopo non essere riuscita a ottenerle in privato. Sembra una prova di forza ma è un’inevitabile prova di debolezza.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni nel suo messaggio post sconfitta referendaria (Fb).

Prima il problema era Salvini, poi Vannacci: ora è il resto d’Italia

La leader di Fratelli d’Italia vuole far vedere chi è che comanda. E visto che non ci riesce di fronte al Paese, è costretta a farlo almeno nel suo esecutivo, soprattutto nel suo partito. Sono di Fratelli d’Italia, o in quota FdI, quelli che hanno perso il posto. Questo potrebbe farci intuire qualcosa su quale sarà il destino della legislatura, che forse è già finita anche se si dovesse votare davvero nel 2027. Meloni non può non radicalizzarsi, perché prima il problema era Matteo Salvini, poi è diventato Roberto Vannacci, ora il problema è il resto dell’Italia. Il popolo sta con i magistrati, e come si fa a dare contro il popolo, quello che ti ha appena bocciato la riforma della separazione delle carriere dei magistrati?

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ex generale ora potrebbe servire e lui rilancia

Con Salvini, Meloni aveva raggiunto un punto d’equilibrio tenendolo a bada, soprattutto sulla politica estera, vera cartina di tornasole per capire se le cose funzionano in un matrimonio politico, cioè in una coalizione. Di Vannacci ha preferito accettarne le contraddizioni; il generale è in piena distonia sulla guerra con l’esecutivo, ma non lo si può mandare a farsi un giro, perché serve tutto, anche un partitino d’estremisti. Non gli si chiede niente, ma neanche gli si dice: arrivederci, grazie. Il generale in pensione stesso lo sa e adesso rilancia, aprendo pure a Firenze la prima sede provinciale italiana di Futuro Nazionale (all’inaugurazione, sabato, in piazza Tanucci, parteciperanno oltre a Vannacci, il coordinatore nazionale e consigliere regionale Massimiliano Simoni e il deputato Edoardo Ziello; sono attese manifestazioni e contestazioni da sinistra).

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La riscoperta del buon vecchio manettarismo di destra

Nell’accettare la presenza del vannaccismo, Meloni cerca di evitare di scoprirsi a destra, ma l’unico modo che ha per contrastarne lo spirito è radicalizzarsi. E qui potrebbe arrivare la novità più grossa dal referendum. La presidente del Consiglio potrebbe persino riscoprire il buon vecchio manettarismo di destra, che qualcuno dentro Fratelli d’Italia le consiglia di recuperare. In fondo aver ghigliottinato Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè appartiene a quello spettacolo splatter che piace alle masse, che non vedono l’ora di vedere cadere i potenti, specie con disonore.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

La premier rischia di autoisolarsi nel suo cerchietto magico

La campagna elettorale è appena cominciata, la presidente del Consiglio rischia di autoisolarsi, chiusa nel suo cerchietto ultra magico. Di Meloni si è sempre detto che è popolare, nel senso di vicina al popolo, di nazionalpopolare, capace di capire gli umori della gente, perché che cosa c’è meglio di essere stati una vita all’opposizione per una che si sente l’underdog della politica italiana? Il problema è che il Palazzo contamina, la prospettiva della presidenza del Consiglio può persino far prendere abbagli. C’è differenza fra il Paese legale e il Paese reale. Quello reale si è abbattuto, domenica e lunedì scorsi, su chi sembrava fosse attrezzata e pronta a tutto, dal cuore gitano di Andrea Giambruno al ciuffo incollerito di Donald Trump che attacca mezzo mondo – il Venezuela, l’Iran – e lei lì a fare l’amica degli americani. E invece Meloni ha scelto la via più semplice, ha scaricato i Fardelli d’Italia che avrebbe dovuto scaricare mesi fa e cerca una difficile riconferma alle elezioni politiche dell’anno prossimo, quando, è vero, non ci saranno i magistrati a dare una mano alla campagna elettorale del centrosinistra (forse), ma senz’altro non sarà tutto in discesa come è stato fin qui.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il consiglio del vecchio maestro Rampelli

Un leader accorto potrebbe anche sentirsi paradossalmente sollevato. In fondo la prima vera sconfitta è arrivata dopo quattro anni di governo e c’è ancora almeno un anno prima di raddrizzare la barca. È stata una sorpresa arrivata non all’ultimo, ma al penultimo momento. Forse Meloni fa in tempo a rispolverare il giustizialismo di destra, come sembra indicarle l’antico maestro Fabio Rampelli quando dice che la gente è interessata ai reati sociali, non a quelli mediatici. E ci siamo intesi.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Fabio Rampelli (Ansa).

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari

Poche ore all’apertura delle urne referendarie. «Sia il vostro parlare: “Sì, sì, No, no”; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37). Il campo largo ha scelto di opporsi alla riforma Nordio in maniera netta, con l’eccezione di Matteo Renzi che un po’ ha detto e un po’ non ha detto. In ogni caso anche la sua è sembrata una posizione strumentale, finalizzata perlopiù a non farsi cacciare dal campo largo nel quale è faticosamente rientrato. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Una vittoria del No non eliminerà i problemi del centrosinistra

Il centrosinistra scommette sulla vittoria del No e ha stimolato l’elettorato puntando sulla difesa strenua della Costituzione, della democrazia, dell’indipendenza della magistratura, sotto attacco dei soliti fascisti al governo. Bon. Magari l’emotività premierà il fronte del No e dunque vincerà chi si oppone alla separazione delle carriere dei magistrati, all’introduzione dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare. In quel caso il centrosinistra uscirà rinvigorito dal referendum, giusto in tempo per iniziare la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027. I problemi non mancano, tuttavia. Al campo largo serve un leader che oggi non c’è ed è in corso tutto un dibattito per capire come individuarlo. Renzi ora spinge per fare le primarie, dice che è arrivato il momento di scegliere. Da lunedì sarà il nuovo argomento di discussione preferito del centrosinistra, con sfumature diverse a seconda di come andrà il risultato referendario. In più, sempre alla voce problemi da non sottovalutare, c’è la possibilità che il centrosinistra, in caso di vittoria, sovrastimi il risultato, dando per conquistate le elezioni dell’anno prossimo. Qualora vincesse il No infatti avrebbe già pronto il copione: Giorgia Meloni è lontana dagli interessi reali degli italiani, che non vogliono più questa maggioranza. Vedete? Il risultato del referendum sta lì a dimostrarlo. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Elly Schlein e Giusepep Conte (Imagoeconomica).

Schlein spera in una blindatura, almeno fino alle Politiche

Il centrosinistra coglierebbe una vittoria del No come un avviso di sfratto per il governo. Il che prolungherebbe la vita politica dei leader del campo largo, a cominciare da Elly Schlein. Giuseppe Conte, figurarsi, governa apparentemente senza alternative, l’unica sfidante è Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, la cui opposizione al contismo è velleitaria.

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Nel caso del Pd è già diverso; Schlein in questi tre anni di pace forzata ha accumulato sostenitori improbabili (Stefano Bonaccini), ma anche un certo numero di riformisti (Eugenio Giani li chiama sprezzantemente «radicali») pronti per l’eventuale inciampo. Un’eventuale vittoria referendaria allungherebbe il contratto politico dentro il Pd almeno fino alle elezioni dell’anno prossimo. Sarebbe dunque garanzia per Schlein che il suo posto è intoccabile, almeno finora. Forse qualche riformista più pragmatico spera proprio che vada così; che Schlein vinca il referendum per restare in sella almeno fino alle Politiche e poi, eventualmente, essere sconfitta da Meloni, leader indiscussa del destra-centro.

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Se vincesse il Sì, potrebbe tornare la voglia di un Papa straniero

E se il campo largo dovesse perdere? Nessuno si dimetterebbe, ovvio. Anche perché a parte Renzi, Schlein non chiede le dimissioni di Meloni in caso di sconfitta. Il centrosinistra in ogni caso non sembra pronto per questa eventualità, quasi che dia per scontata la vittoria. Il problema della leadership resterebbe lo stesso; è imprescindibile infatti la ricerca di un nuovo capo. A quel punto però il centrosinistra avrebbe bisogno di un nuovo tono oltre che di un nuovo leader. E magari a qualcuno verrebbe la voglia di proporre un altro Papa straniero, un possibile leader esterno ai partiti e alla politica tradizionale. D’altronde, se l’unione di tanti cervelli politicamente impegnati non fa la forza, meglio andare altrove, meglio scegliere chi risponde pienamente allo spirito dei tempi. Siamo sicuri che da qualche parte, nella sua officina trasformata in ufficio, Dario Franceschini stia pensando a qualcosa. Perché non di sola Silvia Salis può vivere l’alternativa agli attuali dirigenti del centrosinistra. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum

Matteo Salvini ha un tweet fissato sul suo account. È del 7 marzo e serve a ricordare che il 18 aprile a Milano in piazza Duomo ci sarà il «grande evento dei @PatriotsEU». «Per difendere i valori dell’Occidente, la nostra cultura, le nostre tradizioni, i nostri confini. SENZA PAURA. In Europa, padroni a casa nostra!». 

Le distrazioni social di Salvini: dal referendum all’Iran

Curiosamente, non è un tweet sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, anche se per il fine settimana sono annunciati 1.200 gazebo leghisti in tutta Italia per il Sì. Curiosamente, non è un tweet sull’Iran. Né per sostenere la popolazione iraniana né per dire che Donald Trump, stavolta, poteva risparmiarsela. Non un tweet sulle bollette o sulle accise, visto che ad aumentarle sul diesel è stato il governo di cui il segretario della Lega è vicepresidente del Consiglio nonché ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Sarà che in casi del genere dovrebbe ammettere che il presidente degli Stati Uniti non è un sincero pacifista come la Lega pensa di essere quando c’è di mezzo la madre Russia, che certe felpe e certi cappellini sono da riporre accuratamente nell’armadio. Sarà che la Difesa e gli Esteri sono problemi di Fratelli d’Italia e Forza Italia, e la Lega può continuare a occuparsi di far arrivare i treni in ritardo.

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Per il Sì quasi esclusivamente dichiarazioni di rimbalzo

Salvini si è politicamente volatilizzato in queste settimane, proprio lui che è così abile nell’occupare il centro della scena con i social. Quando vuole, come sappiamo, Salvini può diventare assai pressante. Come quando era ministro dell’Interno e c’era un’emergenza migranti al giorno su tutti i telegiornali. Ora invece le dichiarazioni sono di rimbalzo, di risposta a cose dette da altri, sono quasi garbate. Quasi. L’Ansa riporta una dichiarazione di giovedì a Dritto e rovescio: «Ci sono procuratori capo che dicono che per il Sì voteranno i mafiosi. Io dico sciacquatevi la bocca. Migliaia di italiani ogni giorno si confrontano con la lentezza della giustizia, votare Sì significa togliere le incrostazioni delle correnti e della politica dai tribunali». Altro lancio, 2 marzo: «Avrei piacere che i sostenitori del No – che vedo molto nervosi, molto arroganti, molto violenti –  parlassero del merito delle cose». Altro lancio, 28 febbraio, video collegamento alla direzione regionale della Lega Puglia: è «fondamentale» l’appuntamento con il referendum del 22 e 23 marzo, da «vincere con il Sì, perché anche i giudici, come tutti gli altri lavoratori, se sbagliano devono essere sanzionati. Perché se metti in galera la persona  sbagliata, e anche in Puglia è successo a tante famiglie normali, non puoi rimanere impunito o essere promosso».

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini a un gazebo per il Sì con Silvia Sardone e Samuele Piscina (Imagoeconomica).

Il vecchio Capitano tornerà, ma solo dopo il 23 marzo

E vabbè, Salvini, tutto qua? C’è Meloni che duella con i giudici, tu pensi alla famiglia nel bosco. Non che Meloni non ci pensi, beninteso, ma quantomeno sembra avere una curiosità variegata; un giorno si occupa di Sal Da Vinci, un altro giorno di Crosetto in vacanza a Dubai. La Lega stessa, a dire il vero, è fuori dal dibattito pubblico dopo averlo occupato per settimane con la fiammata di Roberto Vannacci, sovranista identitario col botto eletto all’Europarlamento con i voti leghisti e poi passato al bosco con libro e moschetto, insieme a un paio di pasdaran o giù di lì, per dichiarare fallita l’Europa, fallita la destra troppo moscia (lui è per il celodurismo parà) e fallita la sua esperienza nel partito di Salvini. Luca Zaia e soci non lo rimpiangono, ma pure loro sanno che i problemi della Lega non finiscono con l’addio di Vannacci. Ma forse persino tutto questo dire, non dire, di Salvini, descrive l’attesa della liberazione; dopo il referendum, la Lega potrà tornare a essere sé stessa, soprattutto il leader leghista avrà meno condizionamenti politici, quantomeno nessuno gli potrà più dire di darsi una regolata per non far perdere il referendum al fronte del Sì. Il vecchio Salvini tornerà, insomma, ma solo dopo il 23 marzo, quando si potrà ricominciare a chiedere il posto di Matteo Piantedosi

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?

Per Giorgia Meloni è arrivato il momento delle decisioni più o meno irrevocabili: esserci. L’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è il battito d’ali che scatena un tornado politico anche in Italia. La presidente del Consiglio ha accuratamente evitato di presentarsi in Parlamento e giovedì ha mandato in Aula i due ministri titolari di Esteri e Difesa a spiegare quello che abbiamo capito bene da prima che ce lo dicessero Crosetto&Tajani: Donald Trump fa quello che vuole senza condividere informazioni e obiettivi con nessuno (sempre che l’obiettivo effettivamente ci sia, il che non è detto).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto e Antonio Tajani in Parlamento (Imagoeconomica).

Non si fida soprattutto degli europei, anche se poi ha bisogno delle basi militari che sono sparse per il continente. Se muove guerra all’Iran, prima lo fa e poi lo twitta, lasciando ai Paesi alleati il compito di raccogliere i cocci e spiegare alle rispettive popolazioni che cosa sta succedendo. Il ragionamento ha una sua pragmatica forza e si fonda su un assunto granitico e strategico: nessuno si mette a discutere per davvero, in Europa, con gli Stati Uniti. È la dottrina di Stephen Miller, feroce vice capo dello staff di Trump. 

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Il capo dello staff di Trump, Stephen Miller (Ansa).

Meloni alla fine parlerà alle Camere prima del Consiglio europeo

Sulla cordialità atlantica Meloni ha scommesso parte della sua politica estera, andando ben oltre le evidenti necessità di un Paese come l’Italia che, insieme al resto d’Europa, mantiene un rapporto di interdipendenza con l’America, «impero irresistibile» per dirla con Victoria de Grazia. Giovedì in Parlamento le opposizioni hanno avuto gioco facile nel chiedere insistentemente a Meloni di intervenire alla Camera e al Senato e il risultato è che mercoledì prossimo, l’11 marzo, la leader di Fratelli d’Italia parlerà, anticipando le comunicazioni in programma il 18 marzo in vista del Consiglio europeo, allargandole anche alla situazione in Medio Oriente.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Giorgia Meloni (Ansa).

Pesa l’assenza della premier su Iran e campagna per il Sì

Si inizia a sentire la mancanza della presidente del Consiglio nei momenti topici; i comitati del Sì, persino quelli in cui c’è un po’ di sinistra, sperano in un’accelerazione meloniana sul referendum sulla giustizia. Speranza forse vana, perché Meloni, a parte qualche polemica chissà quanto produttiva con i magistrati sul post-Sea Watch, si guarda bene dal fare la figura di Matteo Renzi, che offrì la sua testa al grande pubblico che non vide l’ora di punirlo ormai 10 anni fa. Il referendum costituzionale del 2016 è la pietra di paragone fortissima per tutti i leader di governo che non vogliono fare una brutta fine. Questa settimana si è sentita la sua mancanza parlamentare anche sulla questione iraniana, proprio nella settimana in cui Guido Crosetto ha sentito il bisogno di mettersi nei guai con qualche sorprendente dichiarazione di troppo («Da tre anni non viaggio mai con la scorta quando sono con la famiglia, mai», è entrata nella top ten delle cose da NON dire).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto (Ansa).

Meloni paga l’amicizia con Trump e la polarizzazione sul referendum

Il problema è che da un lato – fronte esterno/estero – Meloni paga il suo rapporto con Trump e dall’altro – fronte interno – paga la polarizzazione dello scontro sul referendum gestita e organizzata da altri. A furia di avere paura di fare come Renzi, Meloni rischia di perdere come Renzi senza aver fatto Renzi. La leader di Fratelli d’Italia è l’unica a poter spostare voti sul sì al referendum, ma fin qui ha prevalso la cautela (chiamiamola così). Una cautela che rischia di ritorcersi contro le intenzioni di chi ha promosso la separazione delle carriere: l’Iran rischia di oscurare la già non particolarmente nutrita possibile partecipazione elettorale.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Donald Trump e Giorgia Meloni alla Casa Bianca (Imagoeconomica).

La guerra potrebbe oscurare pure la vittoria del Sì, ma meglio non farci affidamento

Le guerre d’altronde non fanno bene agli affari, creano speculazione montante (come si vede già alle pompe di benzina) e distraggono un elettorato già abbastanza pigro da non volersi alzare dal divano, come ha spiegato Nando Pagnoncelli sul Corriere, nemmeno quando favorevole alla riforma. Quasi che desse per scontato il risultato, quando invece il fronte del No ha trovato la chiave giusta per interpretare questa campagna elettorale, come dimostrano le sortite populiste di Nicola Gratteri e Tomaso Montanari contro i sostenitori del Sì.

È anche per questo che potrebbe vincere chi vuole affossare la riforma. Certo, la guerra in Iran, che potrebbe non essere breve, così come oscura il referendum potrebbe oscurarne anche il risultato eventualmente negativo, ma se fossimo in Giorgia Meloni non ci faremmo troppo affidamento, diciamo.