Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni

Essere amici di Donald Trump è assai difficile. Ne sanno qualcosa i vari Giuseppi che, pur vantando solide relazioni presidenziali con il padrone della Casa Bianca, sono stati costretti a venire a patti con la Realpolitik americana. Il Giuseppi del 2026 si chiama, come noto, Giorgia Meloni. È lei ad aver definito «legittima» la cattura di Nicolás Maduro perché trattasi, ha detto la presidente del Consiglio, di un intervento di «natura difensiva».

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Donald Trump con Giorgia Meloni, in occasione della firma dell’accordo di pace su Gaza, al vertice di Sharm el-Sheikh (Ansa).

E se Trump attaccasse la Groenlandia?

Il problema per gli amici di Trump di casa nostra è che dopo il Venezuela potrebbe arrivare la conquista della Groenlandia, ancora non è chiaro se via intervento militare o tramite regolare acquisto con fattura, come potrebbe voler fare invece il presidente americano, abituato a trattare tutto come se fosse la compravendita di un palazzo di New York (Marco Rubio, segretario di Stato, l’ha già comunicato ai parlamentari americani: pin e tasto verde). Il problema, dunque, sempre per gli amici di Trump, è che uno si trova invischiato in cose di cui forse vorrebbe fare a meno. La destituzione di un dittatore è, invero, sempre una buona notizia, ma Trump non si sa fin dove potrebbe spingersi. E se davvero attaccasse la Groenlandia, che fa parte della Danimarca, la quale a sua volta fa parte della Nato? Stephen Miller, vice capo dello staff alla Casa Bianca e mastino trumpiano, dice che gli «Stati Uniti dovrebbero avere la Groenlandia come parte degli Stati Uniti» e che nessuno vorrà mai avere militarmente a che fare con gli Stati Uniti. Che dirà Meloni nel caso in cui Trump non riuscisse a comprare, giocando al Monopoli internazionale, la Groenlandia? Che cosa farà Antonio Tajani, ministro degli Esteri?

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Giorgia Meloni e Antonio Tajani (Ansa).

Con The Donald ogni equilibrismo diventa impossibile

Il problema di essere amici di Trump è che il mondo in cui vive il presidente degli Stati Uniti non consente sfumature. È un mondo polarizzato come la stessa società americana, dove il ricorso alla violenza politica è strategico e sovrastrutturale. O si è con Trump o si è contro Trump. O si è con l’Ice, la polizia anti-immigrazione, o si è contro l’Ice, e ci si becca una pallottola in testa, come la 37enne Renee Nicole Good. E questa polarizzazione imposta a chiunque, amico, nemico, passante della storia, rende impossibile il mestiere in cui Meloni eccelle: quello di equilibrista. La presidente del Consiglio è il collante di cui il governo ha bisogno, non quello che si merita, ma l’equilibrio vale entro certi limiti. E soprattutto Trump fa perdere l’equilibrio a tutti. Persino Matteo Salvini si è risentito per l’operazione venezuelana (sarà che l’amico Vladimir Putin, un altro che ti mette in brutte situazioni, si è accigliato) e si è ritrovato a citare il Papa. Ha detto che «nessuno avrà nostalgia di Maduro, responsabile di aver affamato e oppresso per anni il suo popolo», ma «per la Lega la strada maestra per risolvere le controversie internazionali e chiudere i conflitti in corso deve tornare a essere la diplomazia, rispettando il diritto dei popoli a decidere del proprio futuro». Sicché, ha detto ancora Salvini, «illuminanti al proposito le parole del Papa, che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo stato di diritto». Il Papa notoriamente viene citato dai politici solo quando fa comodo; anche se fosse una volta ogni 10 prese di posizione che prende. Illuminante dunque, sì, ma soprattutto sui tic di alcuni leader di partito che fanno cherry picking tra le molte dichiarazioni papesche per darsi cristianamente un tono. 

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il filo-atlantismo italiano rischia di diventare una gabbia

Trump è in carica da un anno e più passa il tempo e più mena fendenti sui capisaldi liberaldemocratici. L’Italia non può rinunciare certamente a posizioni filo-atlantiste, lo dice la sua storia, che poi è una storia di co-dipendenza sentimentale ma anche culturale, non solo italiana ma in fondo europea; così però facendo rischia di accettare senza battere un sopracciglio qualsiasi decisione di Trump, pronto come in una canzone di Calcutta a fare una svastica a Bologna solo per litigare. Pronto a conquistare la Groenlandia solo per litigare. 

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo

Il 2025 si è chiuso con 80 suicidi nelle carceri italiane. Non è per fortuna un record; quello appartiene al 2024, quando si tolsero la vita 91 persone. In complesso i morti in prigione, secondo i dati di Ristretti Orizzonti, sono 241, appena cinque in meno dell’anno scorso. Il bilancio di fine anno è dunque tragico e niente fa sperare per un 2026 migliore. «Alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2 mila in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti (700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno)», scrive Antigone nel suo ultimo rapporto. Sono oltre 180 persone in più ogni mese. «Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5 per cento, con 72 istituti oltre il 150 per cento e punte superiori al 200 per cento». Nel 42,9 per cento delle 120 carceri visitate – e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati – non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona (nel 2024 questa percentuale si fermava al 32,3 per cento); oltre la metà delle carceri ha celle senza doccia e nel 45,1 per cento mancano acqua calda o si registrano scarse condizioni igieniche.

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Detenuti e guardie carcerarie a San Vittore (foto Ansa).

Amnistia: la parola che il governo non vuole sentire pronunciare

Tutti reclamano soluzioni adeguate. Anche Papa Leone XIV. «Sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare», ha detto il pontefice domenica 14 dicembre nella messa del Giubileo dei detenuti, rilanciando alle «istituzioni» l’appello fatto da Francesco nella Bolla di indizione per «forme di amnistia o di condono della pena»: «Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio». Il Papa si riferiva soprattutto a problemi come «il sovraffollamento, l’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro». Il governo però non vuole sentire pronunciare quel termine, amnistia. Nonostante le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa. «Occorre incarnarla la speranza affinché non sia foriera di illusioni», ha detto la presidente di Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini, all’Unità. «Amnistia e indulto sono provvedimenti costituzionali di ‘buon governo’ per affrontare il sovraffollamento dei detenuti e quello dei procedimenti penali pendenti che a milioni ingolfano la nostra giustizia i cui tempi sono irragionevolmente lunghi come certificato da almeno 30 anni dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa». Una giustizia che arriva troppo tardi è una giustizia negata sia per le vittime del reato sia per il reo: «Provvedimenti di clemenza dovrebbero essere obbligatori per uno Stato che non riesca ad assicurare un’esecuzione penale e un’amministrazione della giustizia ‘legali’. Pannella e il Presidente Napolitano (con il suo messaggio alle Camere del 2013) parlavano di ‘obbligo’ di intervento immediato per uno Stato che voglia definirsi ‘di diritto’. Se si transige su questo, si è pronti a fare qualsiasi scempio della democrazia nella sua accezione più alta».

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Il carcere italiano è ridotto a un «contenitore di corpi»

Gravissime, dice Antigone, sono le carenze di spazi per lavoro, scuola e socialità. «Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi», dice il presidente Patrizio Gonnella, «e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione». «È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia ma il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni. Perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra e degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo». 

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Patrizio Gonnella, presidente di Antigone (Imagoeconomica).

Il piano carceri si è rivelato un nulla di fatto

Il 2025 è stato l’anno del lancio del piano carceri da parte del governo Meloni. Secondo quanto riportato dallo stesso governo già nel 2025, i nuovi posti sarebbero dovuti essere 864. «Ciò a cui si è assistito è stata invece una perdita di 700 posti effettivi, con un dato registrato ai primi giorni di dicembre che non conteggia i circa 250 posti persi nel solo incendio di San Vittore di alcuni giorni fa», fa notare sempre Antigone. «Restano altissimi anche gli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute. La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano». Dalle oltre 100 visite effettuate nel 2025 da Antigone è emerso come l’8,9 per cento delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte di ciò, il 20 per cento assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4 per cento faceva uso di sedativi o ipnotici. «Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto. E mentre il carcere si riduce a spazio di mera custodia, lavoro, formazione e istruzione restano largamente marginali», ribadisce l’associazione presieduta da Gonnella. «Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30 per cento delle persone detenute, mentre solo il 3,7 per cento ha un impiego con datori di lavoro esterni. Frequenta la scuola il 30,4 per cento dei presenti, ma solo il 10,4 per cento è coinvolto in percorsi di formazione professionale. Strumenti che dovrebbero essere centrali nel reinserimento sociale diventano invece eccezioni. Tutto questo avviene nonostante il 38 per cento delle persone detenute abbia una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, che non rappresentano una rinuncia alla pena ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva». Fin qui però niente è servito per far cambiare idea al governo. Nemmeno i diari dal carcere dell’“amico” Gianni Alemanno. 

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi

Toh, è tornato Matteo Renzi. Vabbè, ma quando mai se n’è andato via, si dirà. E in effetti è vero. Renzi c’è anche quando non c’è. Le trattative di Gedi con i greci? «C’è Renzi dietro!». Silvia Salis? «C’è Renzi dietro!». La Fiorentina è in vendita? «C’è Renzi dietro!». C’è un po’ di retorica del complotto, ad accompagnare l’ex presidente del Consiglio, visto come l’artefice di qualsiasi sommovimento politico-editorial-sportivo. Nemmeno fosse Dario Franceschini, che diamine.

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La nuova fase politica del leader di Iv

Il fondatore di Italia Viva è alle prese con una nuova fase politica. Un po’ per convinzione, un po’ per convenienza, Renzi è il nuovo portavoce del campo largo. Ci crede più lui di Giuseppe Conte, per dire. È più in sintonia con Elly Schlein sulla logica testardamente unitaria dell’alleanza di quanto non lo siano gli alleati a cinque stelle. Lo dice in ogni intervista che fa, e ne fa sempre parecchie: solo uniti si vince contro Giorgia Meloni. Solo con la sacra alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, il centrosinistra può sperare di battere la destra nel 2027. Ma se Meloni perde il referendum sulla giustizia, beh, se ne deve andare a casa, ripete sempre Renzi facendo però leva su esperienze personali e su un’impostazione del dibattito pubblico che la presidente del Consiglio però non ha dato. Perché lei, a differenza di Renzi nel 2016, non ha mai detto «se perdo vado a casa».

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Quella sintonia (interessata) con Bonaccini

È così in buoni rapporti ormai con Schlein che le facilita pure il compito di tenere insieme testardamente anche il Pd, diviso finora fra maggioranza schleiniana e riformisti. Ora però questi ultimi si sono scissi e Stefano Bonaccini ha dichiarato sostegno alla segretaria. Sicché l’ex presidente del Consiglio sembra persino provare simpatia per i riformisti bonacciniani. Il presidente del Pd è stato anche ospite all’ultima edizione della Leopolda, dov’è stato molto applaudito per il suo intervento contro il governo. E il motivo forse non è così complicato da intuire: Renzi ci tiene ad avere un buon rapporto con Schlein, non fosse altro perché deve tenere i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole del campo largo. Quindi Bonaccini, accusato non a caso di un atteggiamento troppo consociativo nei confronti della segreteria nazionale dai riformisti che lo hanno appena salutato, è perfetto: non è uno che disturba il manovratore, in questo caso la manovratrice, e lascia il campo ad altri per intestarsi una eventuale futura battaglia riformista. Per Renzi, insomma, Giorgio Gori, Pina Picierno e Matteo Biffoni sono soprattutto dei competitor. E il leader di Italia Viva vuole essere certo di poter occupare quello spazio appena lasciato libero da Bonaccini con la sua piroetta verso Schlein.  

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Matteo Renzi con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

L’invenzione di Casa Riformista e il tentativo di restare in Parlamento

Ordunque, Renzi da rottamatore è diventato muratore, costruttore, architetto, ingegnere edile, cercate voi il mestiere che vi garba di più. Nel centrosinistra è rimasto tra i pochissimi a saper fare politica, il suo problema è che tutt’ora rimane inviso all’elettorato. In molti non lo sopportano al di là dei propri demeriti politici. Sicché ha capito che Italia Viva non poteva andare più da nessuna parte, avendo saturato l’opinione pubblica dopo averla saturata già lui stesso. Al che si è inventato Casa Riformista, con cui cerca di dare una risposta civica alla insoddisfazione dell’elettorato per tutto ciò che proviene dai partiti. In Toscana ha funzionato, grazie anche alla collaborazione di Eugenio Giani, in Calabria anche. Non è tuttavia diventato un buon samaritano gratis. Attacca Meloni, anche sulla legge elettorale, ma solo perché è pronto a sedersi attorno al tavolo principale per poter negoziare un accordo. D’altronde prima o poi si porrà il tema di come fare per rientrare in Parlamento. C’è anche il rischio che non ce la faccia, ma se c’è una cosa che ci ha insegnato Renzi è che non va sottovalutato. Anche se da Andreotti del prossimo secolo alla fine si è trasformato nel Fanfani dei prossimi decenni. 

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Il siparietto di Guido Crosetto e Matteo Renzi ad Atreju, insieme con Fabio Rampelli e Bruno Vespa (Imagoeconomica).