Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo

Alla fine dei conti, della fiera, alla fine del campo largo, alla fine del sinistra-centro, delle primarie, della coalizione tanto attesa quanto disattesa, alla fine di tutto, insomma: c’è questo progetto oppure no?

Il dubbio sulla lealtà dell’elettorato è la fine intrinseca del campolarghismo

Perché le idee scarseggiano a sinistra quanto scarseggiano i leader autorevoli, carismatici, di quelli che si impongono senza bisogno di competere. Questi leader non ci sono più, a sinistra, ecco perché c’è tutta questa discussione campolarghista assai estenuante per decidere chi fa il capo. Se ci fosse un capo naturale, come c’è a destra, le primarie sarebbero un feticcio scenografico. Invece c’è chi le mette in discussione, vedi Roberto Speranza, ex ministro della Salute, che ha pure proposto la boiata simbolica del neo 18enne o del partigiano da mettere come candidato premier (e il problema è che i campolarghisti si dividerebbero pure sul giovane e sul vecchio, ecco). Il partito anti-primarie teme, non senza qualche ragione eh beninteso, che gli elettori sconfitti non correrebbero alle urne per sostenere il candidato che ha vinto le primarie, e quindi la soluzione migliore è congelare tutto, narcotizzare il dibattito, far finta che non ci sia, andiamo sul giovane o sul vecchio e poi ci si pensa dopo. Ma questa è già la fine intrinseca del campolarghismo. Il dubbio sulla lealtà e la fedeltà dell’elettorato. Il timore d’essere fregati

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Roberto Speranza (Imagoeconomica).

L’assenza di vero capo e la maledizione del renzismo

Non ci sono leader a sinistra, è un fatto palmare. Le sacre istituzioni sono state già desertificate, di Bankitalia ormai da ingaggiare mancano solo gli uscieri. L’ultimo grande leader a sinistra è stato Matteo Renzi, uno che oggi vale il 2 per cento e viene incolpato anche di colpe che non ha (e pure le responsabilità non gli mancano), mentre delle segreterie Zingaretti e Letta non v’è traccia nel dibattito pubblico del centrosinistra. Renzi era il leader per essenza maggioritario, ma come Icaro s’è bruciato le ali avvicinandosi al sole, cercando peraltro di fare sia la parte di Icaro sia quella del sole. Il problema è che quella sua leadership muscolare adesso non è più possibile perché la sua sconfitta politico-culturale impedisce a qualsiasi altro di mettersi sulle sue tracce. È come le riforme istituzionali e costituzionali: ogni volta che si perde un referendum su questi temi, si assiste alla loro sparizione totale dal dibattito parlamentare e politico. Sono temi associati alla sconfitta, dunque consegnati alla storia per non essere più riproposti. Ci penserà magari qualcuno fra 30 anni, chissà.

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Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Con le leadership ordinarie la gente non sogna

Vale anche per i leader: nessuno può assomigliare a Renzi. Sì, ogni tanto sui giornali torna l’“ipotesi Gentiloni”, che rischia di essere come l’“ipotesi Amato” per qualsiasi incarico ai massimi livelli. È il destino dell’essere riserva della Repubblica; sei lì a disposizione per salire al governo. Il problema però è che con leadership ordinarie la gente non sogna, è il motivo (uno dei motivi, via) per cui, tragicamente, Donald Trump negli Stati Unito ha vinto non una ma due volte. La politica è anche credere in qualcosa, finanche di assurdo. Qui non si capisce però in che cosa creda il campo largo o come perbacco si chiamerà quella che rischia di essere un’accozzaglia non troppo larga (bisogna ancora capire se il solito Renzi sarà accolto oppure se sarà un’alleanza Pd-M5S-Avs e stop).

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Paolo Gentiloni (Imagoeconomica).

È Conte il trendsetter del campo largo e magari vince pure le primarie

La politica estera, il fisco, forse la legge elettorale. È sui valori non negoziabili o presunti tali che l’armonia campoarghista scarseggia, perché come il coraggio la visione comune se non ce l’hai non te la puoi dare. Non si può inventare la chimica fra due persone. Vale anche per la politica. È per questo che il più scaltro di tutta la combriccola, cioè Beppe Conte, insieme a qualche suo amico che prova a essere scaltro, cioè Goffredo Bettini, sa dove andare a colpire. È lui che detta i tempi del sinistra-centro, c’è poco da fare. Così come dopo due ore dalla chiusura dei seggi referendari, a marzo, aveva già riaperto il caso primarie dicendosi a favore, oggi obbliga la sinistra a parlare della cultura woke, prendendone le distanze. È Conte il trendsetter del campo largo. Magari vince pure le primarie. Tanti cari auguri. 

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male

E anche questo Ferragosto ce lo siamo tolti di mezzo. Dove eravamo rimasti? Ah già. L’avventura politica del campo largo alle primarie rischia di finire molto bene per Giuseppe Conte, molto male per il Pd, e chissà quanto bene per la mitologica unità della coalizione.

I riformisti e la carta Salis

Secondo l’ultimo sondaggio dell’Istituto Piepoli, elaborato per testare la fiducia sulla futura leadership del sinistra-centro, Conte sarebbe in testa con il 36 per cento. A seguire, Silvia Salis (30 per cento) ed Elly Schlein (29 per cento). Per carità, i sondaggi vanno presi per quello che valgono. Soprattutto ora, a chissà quanto tempo dalle famose o famigerate primarie, per adesso solo virtuali. Ancora infatti non si sa se, come e quando ci saranno. Intanto però si sa che sono già un problema per il Pd. Non solo per la cara leader, ma pure per i suoi avversari interni, che non vedrebbero l’ora di poter partecipare alle prossime consultazioni interne del sinistra-centro. C’è solo un dettaglio, non secondario: Giorgio Gori – riformista non bonacciniano – sarebbe disposto a fare un passo in avanti verso la candidatura. Ci sta ragionando seriamente da tempo. Solo che se c’è Salis candidata, no.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giorgio Gori con Elly Schlein (foto Ansa).

Ma se questi sono i numeri, allora una possibilità per la sindaca di Genova c’è. Il punto per Salis non è vincere ora le primarie, ma articolare una presenza, certificare che un’area moderata nel centrosinistra è possibile, che non è tutto Conte quel che luccica (che poi sembra essere quello che dice Matteo Renzi, che da settimane cerca di convincere la sindaca genovese a presentarsi alle primarie). 

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Conte è tutto ciò che Schlein non è (e non può essere)

L’ex presidente del Consiglio comunque rimane il più insidioso fra gli avversari, è considerato competitivo persino nei confronti di Giorgia Meloni, ha l’allure di chi ha già governato, elemento che inspiegabilmente sembra piacere, persino rassicurare. Il capo dei cinque stelle è tutto ciò che Schlein non è e non può essere. È trasversale, pronto a governare con chiunque, come dimostra il curriculum di uno che ha prima governato con la Lega e poi con il Pd, pronto a piroettare sulla sicurezza, mettendo in seria difficoltà gli alleati tradizionalmente molto generosi, pronto anche a fare della politica estera, dell’Ucraina, il suo principale terreno di scontro politico irenico-pacifista. Non è un’improvvisazione, quella su Kyiv, non è nemmeno una provocazione costante. Conte sa che c’è un pezzo dell’elettorato che non condivide la linea Schlein e che pensava, sperava, ipotizzava, rosybindianamente, che il Pd tre anni fa cambiasse rotta. E lì sta, rimane, titilla la pubblica opinione infischiandosene se nel resto della coalizione qualcuno borbotta.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giuseppe C>onte (Imagoeconomica).

Conte ragiona già da capo del campo largo, qualche giorno fa è pure andato a Sant’Anna di Stazzema nelle vesti di oratore ufficiale dell’anniversario dell’eccidio nazista, dispensando lezioni di bon ton etico-istituzionale alla maggioranza: «Chi si professa patriota dovrebbe essere qui per onorare la patria. Non possiamo onorare la patria se non onoriamo chi ha sacrificato la propria vita per non piegarsi alla dittatura», ha detto Conte: «Anzi chi evita di pronunciare parole di verità non solo continua a ferire la verità ma finisce per disconoscere i fondamenti stessi della nostra storia repubblicana. La Costituzione è punto di partenza per l’unità, per costruire l’azione politica del futuro».

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giuseppe Conte a Sant’Anna di Stazzema (Ansa),

Il Pd, ancora oggi, sembra che debba farsi perdonare qualcosa

Il Pd ha sempre sofferto Conte e sembra continuare a soffrirlo. Soprattutto culturalmente: il partito di Schlein sembra sempre, ancora oggi, che debba farsi perdonare qualcosa (aver troppo governato o essere stato troppo renziano, o renziano e basta). Il capo del M5s è stato dunque così in questi anni il surrogato della leadership del centrosinistra; ne ha condizionato l’impostazione culturale, come dimostra il taglio del numero dei parlamentari avallato anche dal Pd, soprattutto da quella parte che bettinianamente adora Conte, il pater familias degli italiani, l’avvocato del popolo, il tribuno del campo largo in pochette arcobaleno che sogna di tornare a Palazzo Chigi

Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?

Rilancia, strappa, ricuce. Riparte daccapo: rilancia, strappa, ricuce. È americano? È forse il presidente degli Stati Uniti? Ma no, è Giuseppe Conte, che dopo le sue improvvide parole sull’Ucraina, con le quali ha rischiato e rischia tuttora di spaccare il campo largo, è andato a pranzo con Elly Schlein.

Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Al Pd e al M5s manca una visione del mondo condivisa

Il copione lo conosciamo: attacca, attacca, attacca, secondo le regole di The Apprentice, poi rallenta prima di cadere nel dirupo. C’è però un problema sostanziale: la politica estera per una coalizione non è negoziabile. O si è d’accordo o non si può andare d’accordo. È una precondizione per poter sviluppare un progetto, un programma, persino per poter fare delle primarie e duellare. Perché ci si sfida a partire da una visione del mondo condivisa. Dunque fra sostenere l’Ucraina e non sostenere l’Ucraina c’è tutto un mondo di differenza; una coalizione può esistere e può non esistere. Poi possono arrivare tutti i Dario Franceschini – già teorico della “casa comune” con i cinque stelle – di questo mondo a riportare ordine e disciplina democristiana.

Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?
Dario Franceschini con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il problema resta, perché Conte fa del no al sostegno militare all’Ucraina un valore non negoziabile. È la sua operazione politica speciale sul Pd in vista delle future primarie. Magari Kyiv è solo un pretesto per la sfida finale sul campo largo e tornare così a Palazzo Chigi da capo del sinistra-centro. Conte sa di avere un vantaggio rispetto alla settaria Schlein, che è la sua trasversalità. Il leader del M5s sa come modulare il proprio messaggio, d’altronde è uno che ha governato con la Lega e poi con il Pd senza soluzione di continuità. Sa rendersi riconoscibile insomma. Sulla sicurezza dice cose che agitano il Pd, sulla politica estera uguale. Non basterà l’accordo sul salario minimo o sulle liste d’attesa nella sanità per creare le precondizioni di un’alleanza politica alle elezioni del 2027. 

Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Ansa).

Il pranzo di Conte e Schlein ha solo contenuto i danni

Dunque c’è da immaginarsi che il pranzo Conte-Schlein avrà provvisoriamente contenuto i danni ma non sarà stato risolutivo. Conte continuerà a sostenere sull’Ucraina quello che ha detto fin qui, nella consapevolezza di poter spingere l’asticella più in alto senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Il Pd in questi anni d’altronde gli ha concesso quasi tutto. L’ex presidente del Consiglio si muove già da leader della coalizione, anche quando rinfresca i suoi dubbi – che per qualcuno come Chiara Appendino sono certezze – sull’eventualità di una presenza di Matteo Renzi nella coalizione del campo largo. Anche quando distribuisce patenti di pacifismo agli alleati. Anche quando stabilisce le regole del gioco in vista delle primarie: viene prima il programma o la scelta del capo? E via così.

Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?
Chiara Appendino (Imagoeconomica).

Il progetto viene prima del programma e pure prima delle primarie

Il campo largo in questi anni ha giustamente sottolineato le linee di frattura del destra-centro, l’incompatibilità fra Lega e Forza Italia (sempre su Russia e Ucraina peraltro), ma la coalizione guidata da Giorgia Meloni si è fatta trovare tutto sommato pronta in Parlamento per quattro anni. Solo l’eventuale ingresso di Roberto Vannacci – tutt’altro che scontato – trasformerebbe il destra-centro in una compagine più litigiosa di ora, pronta a dividersi sui valori non negoziabili. Il centrosinistra, per ora all’opposizione, non ha l’onere del governo – che appiana molte incomprensioni – ma potrebbe anche scoprire di non avere un progetto condiviso. Il progetto viene prima del programma, prima anche delle primarie. Insomma, in che cosa crede il centrosinistra, posto che creda in qualcosa? 

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto

No, dico, vi sembrano due coalizioni degne di questo nome? Vi sembra che ci sia sufficiente armonia interna per fronteggiare una campagna elettorale? No, dico, vi sembrano davvero alleati questi litigiosi partiti che fanno parte degli schieramenti di destra-centro e di sinistra-centro?

Non vanno d’accordo i partiti che dovrebbero essere alleati

Le campagne, certo, sono fatte per esaltare gli animal spirits della politica, ognuno fa per sé specie in un’epoca di polarizzazione in cui trionfa il particulare, in cui la ricerca del consenso si trasforma in un duello identitario. Ma il livello di animosità è tale che anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è dovuto intervenire pubblicamente – con un anno di anticipo sulla scadenza elettorale – per stigmatizzare l’aggressività verbale del dibattito pubblico. Il punto qui però non è tanto sottolineare quanto destra e sinistra si disprezzino, ma quanto non vadano d’accordo, diciamo, i partiti che dovrebbero essere alleati.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

M5s e Avs stufi di inviare armi all’Ucraina

A sinistra, come ampiamente noto, non mancano discussioni regolari e costanti sulla politica estera. Una parte del campo largoMovimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra – accusa il Partito democratico di essere in preda al furore bellicista solo perché vuole continuare a dare una mano, anche con l’invio di armi, all’Ucraina dopo l’aggressione della Russia, tuttora perdurante.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Gli utili idioti del putinismo ripetono che serve diplomazia

Dall’altra parte c’è Matteo Salvini che maramaldeggia, dice che l’ingresso di Kyiv nell’Unione europea non è attuale, spiega che spedire equipaggiamenti militari a Volodymyr Zelensky non serve a nulla. Sono tutti lì, gli utili idioti del putinismo, a ripetere che serve diplomazia, che serve pace, quando il primo a non avere alcuna intenzione di trattare alcunché è proprio l’autocrate russo.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Matteo Salvini con la maglia di Putin.

Legge elettorale e intercettazioni, spaccatura a destra

E che dire dello scontro, a destra, su legge elettorale e intercettazioni. Il Senato riprende i lavori partendo, il 9 settembre, dall’esame del nuovo sistema di voto, ribattezzato Melonellum o Stabilicum; in quel momento sapremo che cosa accadrà alle preferenze, punto di scontro fra Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
L’esito del voto alla Camera sulle preferenze e l’esultanza delle opposizioni (Ansa).

Anche le intercettazioni sono diventate, ancora una volta, terreno di scontro politico, con protagonisti sempre il partito di Antonio Tajani e quello di Giorgia Meloni: la presidente del Consiglio voleva far inserire nel decreto su giustizia e migranti una norma sui reati spia che estendesse l’uso delle intercettazioni. Contraria, contrarissima Forza Italia, tant’è che alla fine l’esecutivo ha posto la questione di fiducia al Senato e quell’emendamento è decaduto (insieme agli altri).

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Giorgia Meloni con Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Giusto per non farsi mancare nulla, la maggioranza s’è accapigliata, con punte di imbarazzo, sull’uso del Safe, fondo che è stato creato dall’Unione europea per agevolare e sostenere le spese per la difesa degli Stati membri: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe, il fondo europeo per l’acquisto di armi, chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno. Formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto come investirli nell’anno successivo», ha detto Tajani, facendo indispettire la Lega che prontamente ha dichiarato: «Sull’uso dei fondi Safe l’ultima parola spetta al parlamento». Seguirà dibattito.

Accogliere la mina Vannacci o lasciarlo andare da solo?

C’è poi la questione Roberto Vannacci. La coalizione non sa ancora se accoglierlo oppure lasciarlo andare, libero e ardito, fra i pascoli della campagna elettorale, esponendosi così al rischio di non farcela a superare il campo largo.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Non che il centrosinistra non abbia i suoi problemi, anzi. Non solo non è chiaro se Dibba farà un suo partito e si presenterà alle prossime elezioni, magari sostenuto da Beppe Grillo dopo la cenciata recapitata al M5s e a Giuseppe Conte, ma non è neanche chiaro se Matteo Renzi farà parte della coalizione.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

E che dire della patrimoniale? I cinque stelle sono contrari, ritengono che sia un errore parlarne, il Pd ha detto di essere favorevole e rilancia antiche battaglie contro i presunti “super ricchi”.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La sicurezza sarà un tema centrale alle elezioni del 2027

C’è poi la questione della sicurezza, tema che sarà centrale e presidiato fino alle elezioni politiche del 2027. Conte, che ha governato con la Lega e quindi sa come si fa, si destreggia benissimo quando c’è da usare toni più risoluti sulla questione. D’altronde un sondaggio firmato da Alessandra Ghisleri, pubblicato su La Stampa, fornisce numeri interessanti sull’elettorato campolarghista.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Mario Roggero con la moglie Mariangela Sandrone.

Sul caso Roggero il 17,6 per cento degli elettori Pd ritiene che sia stata legittima difesa, percentuale che sale al 43,3 tra il M5s. Il 44,8 per cento del partito di Conte pensa che la difesa sia sempre legittima ed è favorevole alla grazia per il gioielliere di Grinzane Cavour. Conte conosce i numeri della sua base e infatti cerca di sorpassare di nuovo a destra la segretaria del Pd. Domanda che mi domando: con questi dissapori destra e sinistra riusciranno ad arrivare intatti al 2027?

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi

Elly Schlein è accerchiata. O meglio, un po’ si sente e un po’ lo è. Qualche settimana fa l’ha pure detto, pubblicamente: «Ovvio che c’è un pezzo di establishment che mal sopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi. Io sconto anche il fatto di essere una donna, di stare con un’altra donna e di avere 40 anni… Ma andremo avanti lo stesso, se ne facciano una ragione».

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Elly Schlein (Imagoeconomica).

I (presunti) dubbi di Franceschini e il nodo dell’Ucraina

La retorica del complotto è un grande classico, trasversale a tutti i partiti. Resta tuttavia da capire chi è che dovrebbe farsene una ragione. Da come Schlein parla, sembra che i “poteri forti” siano quelli che fiancheggiano la destra, ma a leggere le cronache politiche dei giornali pare semmai che i problemi maggiori vengano dall’establishment del campo largo. Il Fatto dà conto di sommovimenti specifici nel Pd, in zona Dario Franceschini, presunto portavoce di dubbi profondi di una parte del partito sulla possibilità che la cara leader possa competere con Giorgia Meloni alle elezioni politiche del 2027. Impossibile non notare il fatto che Il Fatto è vicino all’irenismo pacifista del M5s e di Giuseppe Conte (una posizione che tiene insieme peraltro i populisti e Alleanza Verdi Sinistra della ditta Bonelli & Fratoianni).

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Dario Franceschini (Imagoeconomica).

Così come è impossibile non notare che la questione dirimente pare essere ancora una volta la politica estera e che la posizione di Schlein a sostegno dell’Ucraina venga scambiata per il solito, beppecontesco, «furore bellicista», neanche fossero – i sostenitori della resistenza ucraina – dei marinettiani a piede libero che vogliono vedere il mondo bruciare. Sicché i pacifisti si lamentano perché Schlein non dice no agli aiuti militari; per la verità si sono lamentati dal giorno uno dell’era schleiniana, vedi Rosy Bindi che aveva già iniziato a borbottare dopo la prima assemblea nazionale con il primo discorso ufficiale della leader del Pd.

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Elly Schlein e, in video, Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Solo in Toscana Schlein non è accerchiata

Sarebbe invero bizzarro se tutta questa resistenza anti-Schlein riuscisse a ottenere quel che vuole, cioè il “passo indietro” della segretaria dalla corsa per la presidenza del Consiglio, lei che sembra pronta, prontissima, a sfidare Conte alle primarie. Sarebbe bizzarro anzitutto perché il risultato più notevole di Schlein come segretaria è stato quello di azzerare il dibattito pubblico interno al Pd dopo anni in cui fare il segretario del maggior partito di centrosinistra era diventato un lavoro usurante, meritevole di indennizzo. Schlein dunque è accerchiata (e un po’ è vero e un po’ no). Persino nella sua Bologna, stando a quel che ha riferito il Foglio, dove Elisabetta Gualmini, ex Pd oggi in Azione, potrebbe correre alle Amministrative del 2027 col sostegno del destra-centro. Solo in Toscana l’accerchiamento non c’è; ogni volta che la segretaria passa da Firenze e dintorni, viene accolta come la condottiera che deve, soprattutto, comporre le liste elettorali per l’anno prossimo ed è dunque meritevole di massima, vibrante e fervente attenzione per qualsiasi suo comizio, sempre partecipato da aspiranti parlamentari delle varie Giunte e dei vari Consigli (comunali e regionali) che fanno capolino fra la folla per farsi riconoscere.

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Elisabetta Gualmini (Imagoeconomica).

L’incognita Silvia Salis

Ma ad aumentare ancora la sensazione dell’accerchiamento potrebbe essere la futura discesa in campo di Silvia Salis. Dopo una fase iniziale scoppiettante, a ritmo di techno, l’esposizione mediatica dell’ambiziosa sindaca di Genova sembrava essere rientrata. Ma forse era ed è solo tattica; Salis infatti non ha ancora abbandonato l’idea di diventare la leader del campo largo, o come si chiamerà quando verrà il momento. In ogni caso, sarebbe un altro ostacolo per Schlein – da parte dell’establishment di centrosinistra – verso la presidenza del Consiglio.

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile

La campagna elettorale appena cominciata porta in dono l’amichevole dissing via Instagram fra Matteo Renzi e Roberto Vannacci, due che hanno bisogno della reciproca pubblicità come il pane, ma soprattutto una rinnovata attenzione sulla giustizia da parte del governo. Fallito il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’esecutivo è tornato a fare quello che gli viene meglio sull’argomento: populismo penale.

Cosa cambia sulla presunzione di non imputabilità

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alle cosiddette norme “anti-maranza”, che modificano la presunzione di imputabilità. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio l’ha spiegata così: «Non abbiamo abbassato l’età per l’imputabilità del minore, che rimane di 14 anni, e non abbiamo inasprito le pene. La novità riguarda la presunzione di imputabilità». Cioè? «Oggi l’imputabilità del minore deve essere accertata positivamente caso per caso, perché c’è una sorta di presunzione di non imputabilità, cioè di non capacità di intendere e di volere. Con questa norma invertiamo l’onere della prova».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).

Le nuove norme anti-maranza più che essere legate a fatti di cronaca recente, ha precisato il guardasigilli, sono «il seguito di una serie di provvedimenti, a cominciare dal decreto Caivano, che sono stati adottati nei mesi e negli anni scorsi, proprio a seguito della recrudescenza e dell’aumento della delinquenza minorile».

Non c’è un’emergenza tale da giustificare questa svolta

Eppure secondo Antigone, l’organizzazione no-profit italiana che si occupa della tutela dei diritti umani, delle garanzie nel sistema penale e delle condizioni di vita nelle carceri, il nostro Paese non sta affrontando un’emergenza di criminalità minorile tale da giustificare una simile svolta: «I dati disponibili non mostrano un’esplosione della criminalità minorile, ma piuttosto una progressiva espansione dell’allarme e della risposta penale. È proprio questa trasformazione ad avere già prodotto un sistema minorile sempre più affollato, più securitario e più distante dalla sua originaria funzione educativa».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
L’istituto minorile Nicola Fornelli di Bari (foto Imagoeconomica).

Prendiamo segnalazioni di minori per omicidio, che sono rimaste sostanzialmente stabili. Erano 27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024, meno di quanto non fossero per esempio tra il 2014 e il 2017, quando erano in media 33 l’anno. «Insomma, molto rumore per nulla», dice Antigone in un rapporto pubblicato a febbraio del 2026.

I dati sul numero complessivo di minorenni denunciati

Quanto al numero complessivo di minorenni denunciati, il confronto più aggiornato a livello europeo (dati Eurostat) fa riferimento al 2023. I dati «collocano comunque l’Italia tra i Paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi, con un tasso di denunce per 100 mila abitanti, cioè 363,4, che è quasi la metà della media europea, che nel 2023 era di 647,9. In realtà si tratta di una notizia solo in parte sorprendente. È noto che il nostro Paese, rispetto ai reati segnalati, si colloca al di sotto della media europea, ma se questo è risaputo per gli adulti, i dati ci dicono che la cosa è ancora più evidente per i minori», dice ancora Antigone, che analizza nel dettaglio anche la situazione delle segnalazioni relative a minori denunciati e arrestati/fermati dalle forze di polizia.

«L’andamento delle segnalazioni è stato in calo per molti anni. Secondo le serie storiche dell’Istat negli Anni 90 erano stabilmente oltre le 40 mila l’anno, addirittura 46.051 nel 1995». Da allora, dopo varie oscillazioni, i numeri hanno iniziato a scendere e questa tendenza è proseguita fino al 2020, arrivando per la prima volta sotto le 30 mila segnalazioni nel primo anno della pandemia di Covid-19: «La tendenza si era in seguito invertita, ma senza superare i numeri del 2015, e anzi registrando il proprio picco nel 2022 per poi tornare a calare nel 2023».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
L’interno di una cella dell’istituto minorile Nicola Fornelli (foto Imagoeconomica).

Nel 2024, ultimo anno disponibile, le denunce sono tornate a salire. «Cresce del 16,7 per cento il totale delle segnalazioni, e per alcuni reati di grande allarme sociale questa crescita è ancora più significativa». Gli omicidi sono rimasti stabili, mentre i tentati omicidi sono aumentati del 26 per cento, le violenze sessuali del 25 per cento. In lieve aumento i furti (+6,2 per cento), maggiore la crescita delle rapine (+10,3 per cento).

Le segnalazioni sono solo indicatori della criminalità

Il punto è che le segnalazioni di minori all’autorità giudiziaria non sono «la criminalità», spiega Antigone: «Sono semmai dei possibili indicatori della criminalità, e trattandosi di denunce sono per la precisione ancora ipotesi, indizi del fatto che possa essere stato consumato un reato, in questo caso da parte di un minore. Alle denunce seguiranno le indagini, alle indagini eventualmente i processi, e ai processi eventualmente le condanne».

Da dove arriva la narrazione del governo Meloni sulla gioventù debosciata?

E questa è peraltro una semplificazione perché, nel processo minorile, ci sono ulteriori possibili esiti, diversi dalla condanna, anche quando l’evento si è in effetti consumato. «E dunque? La crescita delle denunce è indicativa di una crescita della criminalità, o solo del fatto che è cresciuta la propensione nostra, e delle forze dell’ordine, a denunciare? Ipotesi assolutamente plausibile questa, in una stagione in cui si addita la criminalità giovanile come una delle principali emergenze: più paura, più denunce. Ma esistono dati più affidabili per provare a rispondere alla nostra domanda? Sono aumentate solo le denunce o sono aumentati anche i reati? Allo stato bisogna riconoscere che dati definitivi non ce ne sono». Ordunque, resta intatta un’altra domanda: da dove arriva l’emergenza narrata da anni dal governo Meloni sulla gioventù debosciata?

La destra cercava l’egemonia culturale, ma ha trovato Vannacci

Il “momento Vannacci” sembra non finire più. Anzi, è in corso un’operazione di egemonia culturale vannaccizzante, complice anche la cronacaccia nera. Il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori, è diventato materiale di contesa elettorale estrema ed estremizzante. La destra ha già deciso, vannaccianamente parlando, da che parte stare. Forza Italia cerca di distinguersi, ma dentro il partito di Antonio Tajani c’è anche chi si smarca dalla linea di partito (favorevole alla grazia) e dice di non voler firmare alcunché, vedi Tommaso Calderone, convinto peraltro che non serva a niente lanciare appelli pubblici e che la grazia, lo dice la legge, spetta al presidente della Repubblica.

La destra cercava l’egemonia culturale, ma ha trovato Vannacci
Tommaso Calderone (Imagoeconomica).

Tutti a rincorrere l’ex generale

Il “momento Vannacci” dura e perdura. A destra a Bologna – senza nemmeno aver capito bene la dinamica dei fatti – ci si schiera in difesa della polizia. Non si tratta però di difendere nessuno, bensì di accertare le responsabilità. Il generale in pensione ci sguazza, continua a crescere, le responsabilità politiche di Matteo Salvini, suo ex demiurgo, crescono con l’aumentare dei consensi di Futuro nazionale. Il “momento Vannacci” è un sentimento, non soltanto una fase. Chissà quanto durerà. Oltretutto, è così trasversale che nessuno può fare a meno di occuparsene. Se Vannacci parla di sicurezza, attiva una risposta anche a sinistra, dove però abbondano i problemi su un tema sentito anche dai cittadini e dagli elettori di sinistra. Un tema «divisivo» come si direbbe con una parolaccia. Se Vannacci parla di Russia, attiva il cortocircuito del campo largo, con Giuseppe Conte pronto a putinizzarsi in tempo zero. Se parla di Decima MAS, vecchio classico della campagna elettorale vannacciana, attiva il cortocircuito della destra che non ha fatto i conti con la destra della destra. Insomma, il “momento Vannacci” è imprescindibile, sia che il generale in pensione faccia parte del destra-centro sia che non ne faccia parte.

La destra cercava l’egemonia culturale, ma ha trovato Vannacci
Matteo Salvini (Ansa).

Vannacci ha contaminato il dibattito pubblico, a destra e a sinistra

Ha ormai vinto lui, perché ha contaminato il dibattito pubblico di destra e di sinistra. Peraltro si capisce benissimo che vorrebbe stare dentro il destra-centro, d’altronde lo egemonizzerebbe bene, creando non pochi problemi a chi per ruolo non può estremizzarsi più di tanto. L’Italia è quel Paese in cui non si può fare la rivoluzione perché tanto ci conosciamo tutti; è stato così per tutti i migliori dinamitardi politici della Repubblica, chissà se varrebbe anche per Vannacci. Non è ancora chiaro tuttavia se Giorgia Meloni sia disponibile – pare di no, visto che Vannacci vota contro il governo, ma è tutto possibile – a imbarcare l’ex militare, abituato più a dare ordini e comandare che a seguire le direttive.

La destra cercava l’egemonia culturale, ma ha trovato Vannacci
Roberto Vannacci nel corso di un evento in Comune a Pescara (foto Ansa).

Dopo Trump, ecco il campione nostrano della slopaganda

D’altronde il capo è lui. Vuole essere anche il capo della slopaganda con quel video fatto con l’intelligenza artificiale in cui nei panni di imperatore romano ordina la morte per dei finti Schlein e Conte. Sicché, si capisce, dopo Donald Trump il generale in pensione vuole diventare anche il capo della memetica, nel senso dei meme. La politica nel 2026 si fa anche con l’intelligenza artificiale, anche in maniera grossolana.

Il “momento Vannacci” così rischia di rimanere fra noi a lungo, perché mancano soluzioni creative ed efficaci per contrastarne il proseguimento. Il leader di Futuro nazionale in ogni caso gode di un invidiabile vantaggio politico: può ancora crescere, richiamando al voto ex elettori della destra ed elettori populisti che avevano smesso di crederci. Finché non arriverà il prossimo leader estremista, beninteso, chissà magari uno della Gen Z, già nativamente pronto per la repubblica dei meme.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche

Ma quanti sono questi partiti e partitini di centro in procinto di scendere in campo alle elezioni politiche del 2027? Ormai s’è perso il conto, mentre i loro leader cercano di capire come presentarsi e con chi presentarsi. C’è insomma un sontuoso affollamento nel settore di campo libdem, riformista eccetera eccetera.

Renzi, il muro del M5s e le voci di un accordo con Schlein

Il più ingombrante di tutti è sempre Matteo Renzi, capo di Italia Viva meglio nota oggi come Casa Riformista. Ambisce a far parte del campo largo (CL), ma c’è chi non lo vuole, come il M5s di Giuseppe Conte, che passa le giornate a spiegare perché Renzi sarebbe un traditore – come dice Chiara Appendino – o quantomeno uno da imbullonare al programma elettorale (che sarà deciso a partire da settembre, con calma) in modo tale che non possa avere adeguata agibilità politica. Renzi da mesi è il miglior portavoce dell’opposizione. Ci crede più lui di Conte alla possibilità che nasca una coalizione di centrosinistra unitaria, allargata. Epperò non basta mai. Anche se c’è chi sostiene che al di là delle scaramucce Renzi abbia già un accordo con Elly Schlein per farsi candidare alle prossime elezioni nelle liste del Pd (non sarebbe una novità, citofonare Pier Ferdinando Casini).

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Onorato e la carica dei libdem: da Marattin a Calenda fino a Picierno

Renzi però non è l’unico a correre al centro. C’è l’assessore romano ai Grandi Eventi Alessandro Onorato, con il suo PCI (Progetto Civico Italia), benedetto da Goffredo Bettini, con cui il centrosinistra vorrebbe sostituire Renzi facendo leva sul qualunquismo del buonsenso. Difficilmente potrà andare oltre una candidatura nelle liste parlamentari del centrosinistra; toh, magari pure l’elezione sarà in qualche modo garantita, ma non sembra Onorato il campione dei libdem italiani, uno capace di cambiare gli equilibri della coalizione.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Alessandro Onorato (Imagoeconomica).

Tra i quali possiamo annoverare Luigi Marattin con il suo Partito Liberaldemocratico e anche Carlo Calenda, leader di Azione che sembra procedere spedito verso la candidatura in solitaria alle elezioni del 2027, sentendosi incompatibile con entrambe le coalizioni.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Adriana Pepe con Luigi Marattin (Imagoeconomica).

«Mi pare abbastanza chiaro che si andrà a votare ad aprile con cinque coalizioni. La destra, i fascisti putiniani, la sinistra, il centro europeista, i comunisti putiniani (D’Orsi, Di Battista, Basile etc)», ha scritto il leader di Azione su X, lanciando il «campo dei ‘volenterosi’»: «A inizio settembre costruiremo un incontro con TUTTE le forze che ruotano intorno all’area europeista: popolari, libdem, riformisti, socialisti liberali, per stabilire insieme le regole di ingaggio per un lavoro comune». In programma c’è una due giorni pubblica «per lanciare una mobilitazione in tutta Italia a partire dai 10 mila giovani incontrati nelle università e nelle iniziative fatte su tutto il territorio».

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Della partita sarà Pina Picierno, che sta organizzando manifestazioni europeiste per il mese di settembre (tra il 10 e il 12 settembre ci sarà la seconda edizione della Conferenza di Ventotene per la libertà e la democrazia). Prima però sarà in piazza con Calenda a Caserta ed Ercolano (il 21 luglio). Nel frattempo Picierno cerca di dare una struttura al suo movimento, Spazio Pubblico, nato dopo la fuoriuscita dal Pd, e prova ad allargare il consenso: Adesso! Italia, movimento che punta «a far ripartire l’ascensore sociale» è appena entrato a far parte di SP.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Pina Picierno (Imagoeconomica).

Le ambizioni da rammendatore di Ruffini

Poi c’è la solita +Europa di Riccardo Magi, dunque il movimento Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, che ancora sembra ambire a fare da rammendatore – federatore a questo punto sembra troppo – delle anime dell’opposizione. «In un mondo che ci invita continuamente a sottrarci e fare finta di nulla, facciamo assieme un passo avanti», c’è scritto nel manifesto del movimento. «Perché bisogna tornare a credere nel futuro ed esserne responsabili. Nulla si costruisce in solitudine: è necessario riscoprire la forza di un progetto collettivo capace di unire, ispirare e cambiare».

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica).

Più che un centro, è una diaspora

Sarà dura resistere alla retorica centrista da qui all’anno prossimo, quando tutti ci spiegheranno che il bipolarismo è una truffa, che non è vero che non c’è spazio al centro, anzi, arriverà da lì la vera novità del 2027. Eppure con la polarizzazione dello scontro sempre più feroce, non sembrano esserci grandi spazi per la sobrietà centrista. Non sarebbe stato meglio fare un bel partito unico di ispirazione riformista anziché disperdere il consenso in mille direzioni? Più che un centro politico, sembra una diaspora

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?

Giuseppe Conte, Roberto Vannacci, Alessandro Di Battista. La quinta colonna del soft power russo in Italia. Non si tratta di essere prezzolati: aderiscono al filo-putinismo perché ci credono o perché è conveniente crederci. «Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti», dice il leader del M5s sul palco napoletano della prima riunione comiziale del campo largo (o meglio ristretto, non c’era Matteo Renzi), suscitando le comprensibili perplessità di quei riformisti superstiti del Pd che ancora chiedono: ma che davero davero dobbiamo allearci con questo signore?

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giuseppe Conte a Napoli (Ansa).

Si inserisce, nel dibattito sulla Russia, pure il generale in pensione: «Non sono d’accordo con Conte, è lui che è d’accordo con me». E non è un modo di dire, visto che questa settimana le delegazioni di Lega, M5s e FN hanno votato contro la relazione del 2025 del Parlamento europeo sull’Ucraina, testo in cui vengono accolti positivamente gli sforzi del Paese verso l’adesione ai Ventisette.

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Le litanie anti-europeiste di Dibba

Insomma non ce la vogliono proprio l’Ucraina nell’Unione, d’altronde per codesti signori Putin ha delle sue solide ragioni per volere la conquista di Kyiv. A dare manforte alle preziose opinioni putiniste ovviamente c’è anche Di Battista. Paper First, casa editrice del Fatto Quotidiano, ha inaugurato qualche tempo fa la collana SmartBook e la prima uscita è stata La Russia non è il mio nemico firmato Dibba, nel quale viene descritto un Paese immaginario a uso e consumo del Cremlino. La linea editoriale è la stessa del Fatto, come dimostrano gli editoriali travaglisti che ormai si sono sintonizzati su due standard: Renzi è un fellone e deve stare a casa sua, Putin ha delle ragioni che voialtri europeisti da strapazzo non vedete. Con una pubblica opinione così a che serve spendere milioni per comprare la gente? C’è gente che lo fa gratis, per l’engagement. Dibba lo fa forse per farci sghignazzare, anche quando è troppo serio e si lancia nelle litanie antieuropeiste nei suoi libercoli: «Basti pensare che finora l’Unione europea ha sostenuto il regime di Zelensky con quasi 200 miliardi di euro di denaro pubblico. Non solo. La folle strategia europea, sostenuta evidentemente dalla massiccia campagna denigratoria nei confronti di tutto quel che è russo, è servita a far accettare alle pubbliche opinioni del vecchio continente non solo i maxi-finanziamenti a Kyiv e le consegne di armamenti (molti dei quali spariti e presumibilmente finiti sul mercato nero), ma anche la sostituzione del gas russo, economico e di ottima qualità, con il gnl statunitense (gas naturale liquefatto), peggiore, più caro e molto più inquinante, dato che arriva in Europa non attraverso un gasdotto ma trasportato da immense navi-cisterne», scrive Dibba. Se la «denigrazione della Russia e dei russi» servisse almeno «ad arricchire l’Europa, non dico che arriverei ad approvarla ma almeno a comprenderla; ma la strategia Nato/Ue sta invece impoverendo l’Europa e contemporaneamente sta riducendo drasticamente le possibilità per l’Ucraina di restare un Paese sovrano».

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

Pd e FdI sono pronti a gestire i filoputiniani di area?

Ora, tutti questi signori saranno impegnatissimi in vista delle elezioni politiche del 2027. Conte, Vannacci, Travaglio con i suoi editoriali in cui condiziona la direzione politica del M5s. Dibba pure, visto che pare stia meditando di fare un partito suo. Conte, Vannacci e Dibba rischiano comunque di essere un serio problema per le coalizioni, perché rappresentano delle sacche di propaganda in lotta con la democrazia liberale. Tutti hanno buone possibilità di fare danni. Soprattutto chi è già saldamente in campo. Conte può far deragliare il campo largo, magari riuscendo persino a diventarne il capo in caso di primarie. Vannacci può condizionare il dibattito pubblico della destra al contempo bastonando e offrendosi al destra-centro. Pd e Fratelli d’Italia sono pronti a gestire i filo-putiniani di area? Fin qui parrebbe di no. 

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giorgia Meloni ed Elly Schlein (Ansa).


Il campo largo parte da Napoli, ma senza programma e senza leadership

Del campo largo si sa solo che c’è; nel senso si sa che esiste una cosa che si fa chiamare campo largo, ma che l’anno prossimo potrebbe diventare, invariabilmente, Alleanza progressista o Alleanza per la Costituzione. A seconda di chi ne parla, ovvero Elly Schlein o Giuseppe Conte. Per il resto, al di là delle intenzioni testardamente unitarie perlopiù rivendicate dalla segretaria del Pd in questi mesi, si sa poco. E l’incontro di mercoledì a Napoli, ore 19.30 in piazza del Gesù, non sarà molto illuminante, visto che i due nodi principali dell’opposizione di centrosinistra non saranno sciolti: programma e leadership.

Il campo largo parte da Napoli, ma senza programma e senza leadership
Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli (Instagram).

Per ora c’è accordo solo su salario minimo e congedo paritario

Sarà evidentemente un comizio corale, con Schlein, Conte e i Sussi e Biribissi della sinistra italiana, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (oltre naturalmente al sindaco Gaetano Manfredi e il presidente della Regione Campania Roberto Fico), ma il programma non sarà svelato in questa occasione. Anche perché Pd-M5S-Avs ci lavoreranno da settembre, figuriamoci: se ne parla dopo l’estate insomma, come nella migliore tradizione. A Napoli dunque, come ha spiegato Schlein nei giorni scorsi, saranno rilanciate proposte già condivise come salario minimo e congedo paritario. Un po’ poco insomma per il momento. Vediamo poi che cosa succederà quando ci sarà da parlare di politica estera fra Pd, M5s e Avs, cartina di tornasole per valutare la sostenibilità di qualsiasi alleanza, di questi tempi, che aspiri a diventare coalizione di governo

Il campo largo parte da Napoli, ma senza programma e senza leadership
Gaetano Manfredi e Roberto Fico (Imagoeconomica).

L’eterno nodo della leadership

C’è poi la questione della leadership; ancora non s’è capito, e forse non l’hanno capito neanche loro, se ci saranno delle primarie oppure no. Le alternative sono sempre allo studio: papa straniero esterno agli attuali partiti del campo largo o metodo analogo a quello usato dalla maggioranza di Palazzo Chigi (il candidato lo fa il leader del partito che ha un voto in più degli altri). Sembrano tutti dettagli, ma in realtà la somma di quei dettagli è come quella dei centimetri di cui parla Tony D’Amato alias Al Pacino in Ogni maledetta domenica: «Sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta».

Renzi sì o Renzi no?

Il ragionamento potrebbe essere allargato anche alla questione degli alleati. Renzi sì o Renzi no, vecchio tormento della politica italiana. Ancora l’incognita non è stata risolta e il leader di Italia Viva è in attesa di essere ricevuto dal customer care del campo largo. Renzi vorrebbe fare parte dell’alleanza progressista, tant’è che nel frattempo è diventato il portavoce ombra dell’opposizione di sinistra-centro. C’è però chi non lo vuole, come il M5s di Conte che non saprebbe come giustificare l’intesa di fronte al proprio riottoso elettorato antirenziano. La scelta delle alleanze – anzi del perimetro delle alleanze, come dicono quelli che parlano in politichese – potrebbe produrre centimetri utili a vincere le elezioni politiche del 2027.

Il campo largo parte da Napoli, ma senza programma e senza leadership
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Il Pd e la galassia dell’associazionismo cattolico

Le alleanze non sono solo con i partiti, peraltro. C’è tutto il mondo dell’associazionismo cattolico. Lunedì scorso Schlein e Conte hanno partecipato all’Istituto Sturzo a un incontro con una quindicina di associazioni cattoliche, dall’Acli all’Agesci a Sant’Egidio alla Compagnia delle opere. L’incontro è stato aperto da un messaggio del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei: «La frammentazione, la polarizzazione, le chiusure al dialogo in politica sono un male che può ripresentarsi. Nessuno è un’isola e la democrazia è proprio quella comunità di destino che aiuta a pensarci insieme e trovare le risposte necessarie al bene di tutti. Lo spirito costituente ci indica un metodo indispensabile per affrontare i grandi temi arrivando a decisioni condivise liberandosi dalla pericolosa polarizzazione, agonistica ma non costruttiva, povera di cultura e di visione». Insomma anche Zuppi è testardamente unitario, mentre Schlein prova a non far scappare i cattolici dal Pd, dopo riformisti e libdem già congedati. Citofonare Graziano Delrio, punto fortissimo di riferimento dei cattolici del Pd.  

Il campo largo parte da Napoli, ma senza programma e senza leadership
Graziano Delrio (Imagoeconomica).

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?

È grande la preoccupazione dalle parti del campo largo (anche nella extended version con Matteo Renzi dentro, per quanto l’ipotesi di un allargamento al momento sia più remota, basti vedere il sussiego quotidiano di Giuseppe Conte verso l’ex rottamatore). La sortita di Giorgia Meloni sul Quirinale («Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra») ha fatto risuonare l’allarme antifascismo della sinistra. Renzi stesso ripete, per accreditarsi nel campo largo, dove non lo amano molto, di volersi battere perché non diventi Capo dello Stato un (o una) sovranista. Persino Elly Schlein ha messo a fuoco la questione: «È un problema se non si individua la figura più adatta a ricoprire quel ruolo, che quello di garante dell’unità nazionale. Non può essere un capo politico, tanto più se ha appena fatto il presidente del Consiglio per cinque anni». Schlein sembra insomma essere fra quelli che credono che Meloni voglia diventare capo dello Stato nel 2029, dopo Sergio Mattarella.

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il totonomi della destra per il Colle

Il totonomi ha già svoltato l’estate del 2026, mentre ancora non si sa con quale legge elettorale voteremo nel 2027, visto che il centrodestra s’accapiglia sulle preferenze, e non solo. Gli alfieri della Repubblica si rianimano (citofonare Pier Ferdinando Casini, ma non è e non sarà l’unico), i giornali sono pieni di cognomi da bruciare o da usare come depistaggio per nascondere “quelli veri”. Tra questi, con sommo scandalo della sinistra, anche diversi del destra-centro. Dal ministro della Difesa Guido Crosetto al presidente del Senato Ignazio La Russa. Eppure lo disse anche l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2006 in un’intervista a Bruno Vespa per uno dei suoi libri (L’Italia spezzata, un paese a metà tra Prodi e Berlusconi); alla domanda se troverebbe strano se il suo posto fosse occupato un giorno da un uomo della destra, Napolitano rispose: «Assolutamente no, lo troverei assolutamente fisiologico. Quel che conta per chi sia eletto presidente è saper rappresentare tutto il Paese».

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giorgio Napolitano (Imagoeconomica).

Eppure per Conte, pater familias degli italiani, anche solo l’ipotesi è motivo di scandalo: «Meloni e il governo hanno trasformato le istituzioni in un palco da campagna elettorale», ha detto questa settimana. «Di fronte alle priorità degli italiani che sono il caro energia, il caro bollette, il caro alimentare, loro si concentrano sulla legge elettorale e mirano al Quirinale. Abbiamo capito che significava: siamo pronti a tutto. Significava pronti anche a trasformare le istituzioni democratiche e a cercare tutte le modalità per rimanere al potere tradendo l’interesse nazionale».

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Meloni pronta a raccogliere i frutti della dédiabolisation

Per la verità una maggioranza politica adulta può fare entrambe le cose: governare e fare campagna elettorale, anche per il Quirinale. Conte, non governando, per ora è concentrato sul secondo aspetto, in attesa di vedere se gli riuscirà di conquistare almeno la leadership del campo largo. Il centrosinistra però rischia di commettere un errore strategico nel mettere paletti ideologico-retorici allo sbarco di “uno di destra” al Colle: c’è qualcosa che lo vieta? Il centrodestra non può essere garante dell’unità nazionale al Quirinale? Solo la sinistra può ambire a ricoprire quel ruolo in maniera rispettabile? Sono alcune domande che ci domandiamo mentre gli allarmi democratici scampanellano con insistenza. Il barrage viene usato da anni in Francia contro Marine Le Pen e le sue formazioni politiche (merito anche del sistema istituzionale che permette al secondo turno di frustrare, almeno fin qui così è stato, le ambizioni presidenziali dell’estrema destra francese). Il risultato è che l’anno prossimo Jordan Bardella o la signora Le Pen, sempre che la Corte d’appello di Parigi non le imponga di indossare un braccialetto elettronico, potrebbero tentare il colpo grosso. Sono quattro anni che Meloni pratica ogni giorno la dédiabolisation nei confronti della destra italiana, a partire dalla riscoperta della parola Nazione con cui ha costruito un chiaro messaggio identitario. L’elettorato, come accade in certi casi, potrebbe anche infischiarsene delle sirene dell’antifascismo avendone ormai viste e provate di tutte. Insomma l’Italia non si è fatta mancare niente: ora manca solo uno di destra come presidente della Repubblica. 

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida

Giorgio Gori è lì che osserva. In giro – dentro il Partito democratico, nel campo largo, tra le fila dell’opposizione – abbonda l’agitazione. Gente che se ne va, come Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e Pina Picierno, sbattendo più o meno la porta. L’europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo ha invece deciso di restare, almeno per ora. Anzi, sta persino meditando qualche passo in avanti. D’altronde prima o poi ci saranno le Primarie nel centrosinistra e il tema della candidatura riformista è ancora intatto.

Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Elly Schlein e, dietro di lei, un’immagine di Giorgio Gori (foto Imagoeconomica).

Sa che il rischio strumentalizzazione è elevato

La quota demopopulista è già abbondantemente coperta, fra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Stefano Bonaccini è già passato armi, bagagli e occhiali a goccia nella maggioranza. Fra i riformisti superstiti si cerca dunque qualcuno che possa rappresentare l’area. Gori ci pensa. Studia il campo. Sa che il rischio strumentalizzazione è elevato. Da una parte Schlein potrebbe dimostrare che così il pluralismo è rispettato: vedete?, anche Gori è libero di candidarsi, mica siamo in una caserma; dall’altra parte c’è invece Matteo Renzi che deve trovare un sostituto di Silvia Salis, visto che la sindaca di Genova si sente come Marco Palestra che ha preferito il Chelsea all’Inter, puntando direttamente al salto più in alto. Gori conosce entrambi i rischi, ma non disdegna pragmaticamente nessuno. Nemmeno il vecchio compagno di viaggio Renzi, di cui ricorda bene i limiti.

Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida

Da tempo si confronta regolarmente con le aziende

Lunedì 22 giugno è andato al convegno “L’Europa che vogliamo”, organizzato dalla delegazione del Pd al parlamento europeo per un confronto con il mondo delle imprese. Gori da tempo si confronta regolarmente con le aziende (un’attività che sembra voler scoprire per la prima volta anche la segretaria del Pd). Ora che il tema dei riformisti del Pd col malessere è finalmente entrato nell’agenda di Schlein, che ha pure fatto un mini tour tra i cattolici e si sta ponendo il problema di non far scappare Graziano Delrio, Gori sta trovando quantomeno qualcuno disposto ad ascoltarlo nella maggioranza del Pd.

Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Giorgio Gori, Pina Picierno e Graziano Delrio (Imagoeconomica).

Il mantra del Paese che non cresce per colpa del governo Meloni

L’ex sindaco di Bergamo ha già pronta, nel caso, la piattaforma. Sono mesi che ne parla nei convegni, a Bruxelles, con gli imprenditori. L’Italia, dice, è un Paese che non cresce, da più di tre anni – cioè da quando c’è il governo Meloni – la produzione industriale è in calo e la produttività è diminuita del 3 per cento. Senza crescita non si produce ricchezza, senza ricchezza non c’è niente da redistribuire e non si possono aumentare gli stipendi.

L’importanza di sostenere l’ingresso di Kyiv nell’Ue

La crescita però da sola non basta, in un mondo sempre più insicuro, con guerre e autocrati pronti a sconvolgere abitudini, consumi, mercati. Per questo Gori sostiene che per l’Europa sia prezioso sostenere l’ingresso di Kyiv nell’Ue e imprescindibile garantirsi, come europei, l’autodifesa, che peraltro non è gratis. «La risposta europea alla guerra avviata da Vladimir Putin è stata superiore alle aspettative, tanto per rapidità che per compattezza. Questo però non toglie che l’Europa si sia trovata impreparata ad affrontare un conflitto in casa propria», ha scritto qualche mese fa su Il Foglio.

Gori non se ne va dal Pd: così il riformista superstite prepara la sfida
Giorgio Gori quando da sindaco di Bergamo issò la bandiera dell’Ucraina sul palazzo del Comune, il 24 febbraio 2022 (foto Ansa).

«Non solo: in un mondo in cui le relazioni internazionali sono tornate a misurarsi sul piano della forza, la capacità di deterrenza militare è una componente non rinunciabile». Dunque «è intuitivo che quanto più questa capacità di difesa e di deterrenza sarà sviluppata a livello sovranazionale, tanto più sarà efficace e tanto più si allontanerà il rischio che gli strumenti militari possano tornare ad alimentare una conflittualità interna, tra i Paesi dell’Ue».

Sperimenta altre forme di comunicazione, come i podcast

Gori ci tiene molto alla sua piattaforma e al suo stile, non esattamente da rottamatore. Uno stile che vorrebbe mantenere in caso di campagna elettorale per le Primarie. In questi mesi però ha cercato di sperimentare modalità diverse di comunicazione rispetto ai suoi standard più tradizionali, partecipando a podcast grazie ai quali agganciare un pubblico diverso. Il suo staff punterà ancora su questo tipo di format per veicolare le idee dell’ex sindaco di Bergamo.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?

E se lasciassero fuori dal gruppo Matteo Renzi? Proprio lui, che per mesi è stato il miglior portavoce del campo largo, il primo a crederci, l’ultimo a spegnere la luce, mentre Elly Schlein cavalcava la logica «testardamente unitaria» e Giuseppe Conte era lì che si smarcava e Bonelli & Fratoianni, i nostri Sussi e Biribissi, iniziavano a seminare patrimoniali. La foto postprandiale dell’altro giorno ha agitato non Renzi, che è uomo di mondo e sa come vanno certe cose, ma quelli che lo sostengono. Quelli del campo largo versione ristretta, Partito democraticoMovimento 5 stelleAlleanza Verdi e sinistra, sotto sotto sono convinti di vincere da soli, vorrebbero dettare l’agenda e la linea. Senza altre alleanze. Conte maramaldeggia, dice che non accetta «accozzaglie», gli animal spirits schleiniani vedono Renzi come una colpa da espiare, anche ora che non è più nel Pd da anni. Eppure Elly ha fatto intendere di non voler mettere veti. E quindi, cosa fare con questo Renzi?

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Il selfie del campo largo senza Matteo Renzi: da sinistra Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli.

La «sinistra-sinistra» non è sufficiente a vincere le elezioni

L’ex rottamatore rischia grosso. Può solo continuare a ripetere per convincere gli alleati che la «sinistra-sinistra» non è sufficiente a vincere le elezioni politiche del 2027 e che il bipolarismo è l’unica via, perché non ci sono ricette centriste in grado di funzionare (ciao Carlo Calenda). Lo dice Renzi e lo dicono i suoi, come Maria Elena Boschi, capogruppo alla Camera di Italia vivaCasa Riformista, parlando a Radio Anch’io: «Il centrosinistra non può ripetere l’errore del 2022, quando la divisione regalò la vittoria alla destra. Italia viva ha una proposta riformista chiara, diversa su molti temi da altre forze del centrosinistra, ma proprio per questo lavoriamo da tempo a un programma comune serio, perché ciò che conta non è cancellare le differenze ma costruire una proposta credibile per il Paese».

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Maria Elena Boschi e Matteo Renzi (foto Imagoeconomica).

Lo spauracchio di un sovranista al Quirinale basterà?

L’argomento punta su un elemento drammatico: disuniti si perde, rivince la destra che si elegge il suo presidente della Repubblica. Lo spauracchio di un sovranista al Quirinale potrebbe funzionare, chissà. Ma per ora c’è un elemento di burbanza che prevale nel campo largo, che punta a riottenere l’effetto politico del referendum costituzionale di marzo proiettato sulle elezioni politiche. La presunzione fa sì che Renzi venga messo in attesa dal “call center” del campo largo. Casomai dopo, in un secondo momento, potrebbe esserci un qualche tipo di accordo. Ma prima Pd-M5s-Avs vogliono iniziare a scrivere loro le regole insieme, anche perché i problemi non mancano, checché ne dicano gli entusiasti sostenitori di un’alleanza demopopulista. C’è la patrimoniale (Pd e Avs favorevoli, M5s contrario), c’è la politica estera (M5s contro gli aiuti all’Ucraina, Pd favorevole).

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Elly Schlein e, dietro di lei una foto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Per ora lo lasciamo fuori, poi si vedrà

Su Renzi sembra esserci maggiore armonia: per ora lo lasciamo fuori, poi si vedrà. In questo modo il campo largo versione identitaria potrebbe cercare di appianare le sue divergenze sviluppando un potere contrattuale nettamente superiore rispetto a quello dei renziani. La questione non è tanto «non fidarsi», come riassume Chiara Appendino, convinta che Renzi fregherà tutti il giorno dopo, quanto occupare – colonizzare – lo spazio ideologico possibile, senza lasciare libertà ad altri di connotare troppo la coalizione che si oppone a Giorgia Meloni.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Chiara Appendino (Ansa).

Meglio che non avanzi troppe pretese di incarichi e ricompense politiche

Il campo più o meno largo vuole evitare che Renzi e quel che gli ruota ancora attorno condizionino eccessivamente il programma elettorale. L’esclusione di Renzi è l’ammissione che con lui i conti ancora non si sono chiusi, che lui resterà sempre, ai loro occhi, un traditore del centrosinistra e che in fondo non serve averlo in coalizione. Potrebbe anche essere solo una tattica per fargli abbassare parecchio il prezzo nella trattativa futura e dunque le aspettative di incarichi e ricompense politiche.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per qualcuno il renzismo è stata una malattia politica

Ma quale sia l’esito di questa gara a chi è più puro e ha meno colpe da espiare, Renzi rischia grosso. Anche se dovesse partecipare alla coalizione di centrosinistra, come alla fine è probabile, potrebbe rimanere ai margini in caso di vittoria elettorale. D’altronde, per una parte del Pd e della sinistra il renzismo è stata una malattia politica. Loro vogliono essere la cura. Gli schleiniani, anche se dovessero accettare Renzi in coalizione, negherebbero a Italia viva uno spazio troppo ingombrante di agibilità politica. Nella loro testa Renzi è una quota minoritaria, di mera testimonianza, di una sottosfumatura del centrosinistra. E lì deve restare.

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta

Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, attualmente in carcere a Rebibbia per una condanna per traffico di influenze, tornerà libero il prossimo 24 giugno. Il tribunale di Sorveglianza di Roma ha rigettato il reclamo del Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, contro la riduzione di pena per le condizioni inumane di detenzione. In questi anni l’ex ministro delle Politiche agricole ha raccontato regolarmente l’inferno carcerario italiano nel suo diario dal carcere pubblicato sul suo account Facebook. Un memoir in corso d’opera che ha contribuito a diffondere, in virtù della notorietà di Alemanno, lo stato di salute degli istituti di pena in Italia, sempre più sovraffollati e carichi di morte (27 i suicidi in carcere dall’inizio del 2026; l’anno scorso furono 80 e l’anno prima 91, cifra record).

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
Il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana con Gianni Alemanno durante una visita nel carcere di Rebibbia (Ansa).

La lettera dei compagni di Rebibbia

I suoi compagni di Rebibbia gli hanno anche scritto una lettera per salutarlo e ringraziarlo: «Vogliamo farti un augurio speciale affinché tu, appena libero, possa riabbracciare i tuoi cari e dedicarti a quello che sai fare meglio, cioè la politica», scrivono. «Hai dimostrato in questa valle di lacrime che i diritti umani non hanno colore politico e sono al di sopra di tutto. Noi che non vedevamo di buon occhio la politica, grazie a te ci siamo potuti appassionare alla materia, lo abbiamo fatto perché eri come noi, ma in più avevi quella ‘cazzimma’ per far conoscere il carcere e le persone che lo abitano. Ci hai fatto capire che la politica è lo studio di fatti e di idee e in questa tua detenzione di fatti e di idee ne hai potuto studiare tanti, per poi trasformarli in battaglie civili».

I numeri di Antigone sul sovraffollamento carcerario

Chissà se dopo il 24 giugno Alemanno continuerà a raccontare che cos’è il carcere in Italia al tempo del governo Meloni. Nemmeno l’amico Ignazio La Russa ha potuto fare alcunché, i suoi appelli d’altronde sono rimasti inascoltati. Lo testimoniano anche i numeri più recenti, registrati da Antigone. «La popolazione detenuta continua ancora a crescere. E d’altronde, in assenza di qualunque intervento utile, perché mai questa crescita dovrebbe fermarsi?», si chiede l’associazione presieduta da Patrizio Gonnella. «Il carcere, oggi, è fuori dalla legalità costituzionale». Al 31 maggio 2026 i presenti erano 64.741, 305 in più di un mese fa, 1.980 in più di un anno fa. Con un tasso di crescita come quello degli ultimi 12 mesi supereremo quota 66 mila per la fine del 2026, ma con il tasso di crescita degli ultimi cinque mesi ci arriveremo ancora prima. «I numeri della condanna Torreggiani sono sempre più vicini», osserva Antigone. 

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
Detenuto in carcere (Imagoeconomica).

A fine maggio le donne erano 2.881, il 4,5 per cento dei presenti, e gli stranieri 20.350, il 31,4 per cento. «Da segnalare il fatto che nell’ultimo anno, se gli stranieri sono cresciuti del 2,7 per cento, dunque meno della crescita della media della popolazione detenuta, che è complessivamente aumentata del 3,2 per cento, nello stesso periodo le sole donne detenute sono aumentate del 5,3 per cento». Il dato, storicamente sostanzialmente stabile, della presenza femminile all’interno della popolazione detenuta, negli ultimi 12 mesi ha mostrato una leggera crescita. A livello regionale, la crescita di presenze più alta nell’ultimo anno si è registrata in Abruzzo (+14,9 per cento), nel Trentino-Alto Adige (+14 per cento) e nelle Marche (+11,2 per cento). I posti effettivamente disponibili alla stessa data erano 46.320 (390 in meno di 12 mesi fa) e dunque il tasso medio di affollamento nazionale raggiunge il 139,8 per cento. Gli istituti più sovraffollati sono Lucca (259 per cento), Foggia (220 per cento), Grosseto (213 per cento), Milano San Vittore (212 per cento), Brescia Canton Monbello (210 per cento), Busto Arsizio (206 per cento), Varese (204 per cento), Lodi (202 per cento), Taranto (200 per cento).

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
L’istituto penitenziario minorile Fornelli di Bari (Imagoeconomica).

I bambini in prigione con le madri sono saliti a 30

«Con il crescere del sovraffollamento continua a crescere il numero di persone sottoposte a trattamenti inumani e degradanti. Oltre 6.500 ricorsi sono stati accolti nel 2025 e, con l’aumento della popolazione detenuta, è facile presumere che nel 2026 saranno ancora di più», sottolinea Antigone. L’inciviltà delle carceri italiane è testimoniata da dati terribili come questi appena citati. Ma ce n’è uno che è più terribile di altri, quello sui bambini in prigione con le loro madri: sono 30, al momento. Erano anni che non si registravano numeri così alti. Nel 2025 erano 11. «Si tratta di un effetto diretto del decreto sicurezza, che ha cancellato il rinvio obbligatorio della pena per le donne incinte o con figli piccoli», dice Antigone. «Come se la sicurezza del Paese passasse da una manciata di donne. Da anni in Italia una legge prevede la costruzione di case famiglia dove far scontare la pena, evitando così che bambini piccoli debbano iniziare la loro vita dentro un carcere. Ma è una legge senza finanziamenti e senza nessun impegno obbligatorio». Alemanno, grazie al governo Meloni, avrà di che scrivere anche dopo il 24 giugno. 

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd

Goffredo Bettini ha saldamente preso il posto del Conte Max (Massimo D’Alema): ogni volta che c’è una sua intervista, e non si capisce peraltro da cosa derivi tutta questa sovraesposizione mediatica, il capo della “corrente thailandese” del Pd provoca ferite nel dibattito pubblico del partito di Elly Schlein.

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Massimo D’Alema e Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

La frenata sull’Ucraina e la volata a Onorato

L’ultima conversazione è stata con il Corriere della Sera, nel corso della quale Bettini, solitamente spacciato per intellettuale pubblico, lancia la solita volata al bencapitato di turno (stavolta tocca ad Alessandro Onorato, assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda del Comune di Roma e animatore della solita formazione paracentrista che piace a Bettini), distribuisce patenti di legittimità a sinistra e a sinistra, ritenendo che Pina Picierno fosse ormai incompatibile con il Pd e sparacchia sulla Russia e sull’Ucraina a favore dei putiniani (frenando parecchio sull’entrata di Kyiv nell’Ue): «Considerare la Russia asiatica e barbarica per sua natura, la spinge ancor di più verso un nazionalismo autocratico. La Russia è parte della storia europea. Serve all’Europa, alla sua stabilità e alla sua economia. E poi, altro che asiatici: Puskin, Gogol, Dostoevskij hanno capito, più di ogni altro, l’ombra della modernità occidentale».

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Alessandro Onorato (Imagoeconomica).

I riformisti contro la deriva filorussa

Filippo Sensi, senatore del Pd, ha però un sospetto: che Bettini non abbia letto o abbia capito poco della letteratura russa che cita. «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Filippo Sensi (Imagoeconomica).

E quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, dice la deputata del Pd Lia Quartapelle, Bettini «parla di sé? Sembrerebbe di sì, visto che oggi il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata». La miglior risposta, aggiunge la senatrice Simona Malpezzi, «è la risoluzione del Pd che ribadisce con forza il pieno sostegno all’Ucraina e, soprattutto, il suo necessario ingresso nell’Ue. Noi riteniamo l’allargamento a Kyiv una scelta decisiva». 

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Simona Malpezzi (Imagoeconomica).

È Bettini che è contiano o Conte che è bettiniano?

Citofonare però Giuseppe Conte, l’alleato preferito di Bettini, che ammette di avere divergenze con il Pd sull’Ucraina (è Conte che è bettiniano o Bettini che è contiano? Ah, saperlo). E lui, l’ex europarlamentare di stanza a Bangkok, è proprio lì per far cambiare idea ai suoi compagni di partito. Sono anni che Bettini teorizza d’altronde l’alleanza demopopulista con l’aggiunta di una quota centrista, giusto per preservare la specie, purché non rompa troppo le scatole e sappia stare al posto suo. Ogni volta trova qualcuno che lo ascolta per un po’ – con i suoi riferimenti, sempre i soliti peraltro, a terze o quarte gambe o terze o quarte punte della coalizione di centrosinistra, un mix di giuoco del calcio e soldatini – s’accende il solito giro di repliche più o meno efficaci, poi si ricomincia daccapo, come nel giorno della marmotta o nel giorno della patrimoniale, la tassa più citata dai leader di sinistra italiani, imprescindibile a giorni alterni.

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Goffredo Bettini e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La pratica della doppiezza comunista

È un mistero buffo quello di Bettini, che ha la capacità unica di far adontare anche quando prende una decisione apparentemente interessante. Come quando prima del referendum disse di essere a favore della separazione delle carriere dei magistrati, salvo poi rimangiarsi la parola per motivi puramente ideologici: «Non posso sostenere una contrapposizione così pesante alla sinistra e al Pd», disse a Radio24, spiegando però che il voto non era sulla giustizia bensì sull’esecutivo: «La formulazione della legge proposta dal governo include questa misura, ma oggi il dibattito è così politicizzato che il voto è diventato un sì o un no a Giorgia Meloni». Bettini d’altronde è fatto così, pratica la doppiezza comunista che qualcuno teorizzava. 

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Goffredo Bettini con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti

L’addio di Pina Picierno al Pd è stato salutato persino con gioia dagli schleiniani, che evidentemente non vedevano l’ora di liberarsene. Era già accaduto di recente con Elisabetta Gualmini e con Marianna Madia. Festeggiamenti sui social e nelle chat di partito; insomma viva e vibrante soddisfazione per essersi tolti un peso. Come se Picierno stesse bloccando il dibattito pubblico del Pd, ne impedisse lo svolgimento. Come se l’immagine del centrosinistra fosse stata fin qui appesantita dalla vicepresidente del Parlamento europeo. 

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
L’intervento di Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd, 14 dicembre 2025 (Ansa).

Il renzismo di Schlein

Ragionevolmente non cambierà niente nel Pd, dove il dibattito pubblico è stato normalizzato con l’arrivo di Elly Schlein, la segretaria inclusiva che non sa ben gestire il dissenso politico; in questo ricorda alcuni aspetti deteriori di Matteo Renzi, anche se a nessuno verrebbe di ammettere che la leadership schleiniana è settaria quanto muscolare era quella dell’ex presidente del Consiglio.

È da quando Schlein ha vinto il congresso che la nuova maggioranza brinda e festeggia. Prima per aver ribaltato il risultato nelle primarie nel 2023, poi per aver azzerato la discussione in un partito litigioso nel quale la linea del segretario di turno è sempre stata impallinata sui giornali, in tv, sui social, un giorno sì e l’altro pure. Il risultato principale di Schlein è dunque quello di aver evitato il logoramento quotidiano che i suoi predecessori hanno sperimentato sulla loro pelle. L’assenza di un’alternativa politica forte – lo sconfitto Stefano Bonaccini si è presto unito al coro schleiniano – ha senz’altro aiutato.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Ciaoni progressisti anche a un pezzo di elettorato

Epperò, fra tutti questi festeggiamenti e brindisi e stelle filanti e giochi di luce stroboscopici, insomma fra tutti questi “ciaoni” in versione progressista non verrà il dubbio a qualcuno che un pezzo dell’elettorato forse non sarà felice del trattamento ricevuto per interposta Madia, per interposta Picierno?

Percularne uno per educarne cento non sembra essere la soluzione migliore per trattenere elettori che forse faticano a stare nel Pd di oggi e che avrebbero bisogno di incentivi a rimanere.

Non manca poi molto alle elezioni politiche e gli scenari di conflitto politico suffragati dai sondaggi testimoniano una vivace polarizzazione in vista del 2027, quando non ci sarà spazio – è vero – per cose centriste, ma ci sarà sempre tutto lo spazio per restare a casa.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein, Maurizio Landini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La trappola identitaria della segretaria

La trappola identitaria di Schlein non è dunque solo programmatica – la solita patrimoniale – ma insiste su un desiderio di autosufficienza politica. Altro che campo largo, insomma, dove tutti coesistono nella pacifica competizione. Pluralismo è infatti cosa decido io, un po’ come capotavola è dove si siede Max D’Alema. Fin qui il Pd ha scambiato il risultato referendario di marzo per una proiezione politica sul 2027, ma già le elezioni di Venezia – con la vittoria del centrodestra al primo turno – hanno riacceso qualche pensiero funesto, come Fantozzi fu colpito da un leggerissimo sospetto: non è che Giorgia Meloni è tutt’altro che morta politicamente?

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein con Marta Bonafoni (Imagoeconomica).

Il duello con Conte tornato in casacca gialloverde

In ogni caso, c’è da aspettarsi – come già sta succedendo a destra per via di Roberto Vannacci – che l’offerta politica del Pd si radicalizzi per rispondere alle fuoriuscite riformiste. D’altronde se la prospettiva è quella delle primarie di coalizione, con il duello fra Schlein e Giuseppe Conte, bisogna già acconciarsi alla singolar tenzone. Conte ancora una volta cerca di buttare la palla in tribuna, prima proponendo le primarie dopo aver appena vinto il referendum, poi rispolverando vecchie tematiche gialloverdi sulla sicurezza dopo il primo turno delle Amministrative.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il Pd rischia di non potersi tirare indietro nella gara al rialzo (o al ribasso, dipende dai punti di vista) con il M5s e non avrà molta pietà dei riformisti superstiti, nemmeno di quelli che si sono uniti armi e occhiali a goccia alla causa dello schleinismo, nella composizione delle liste elettorali

Picierno, l’addio al Pd e la chimera di una Cosa centrista

Un addio ampiamente previsto, raccontato, annunciato, costruito nel corso dei mesi. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ha lasciato il Pd, dunque il gruppo dei Socialists and Democrats, per passare al Partito Democratico Europeo, di cui è segretario Sandro Gozi, e che fa parte del gruppo Renew. In questo modo peraltro la delegazione del Pd in S&D si riduce ulteriormente, dopo l’addio di Elisabetta Gualmini a febbraio di quest’anno. Finora i deputati erano 20, come la Spagna, ora diventano 19. Il Pd dunque non è più la delegazione più numerosa dentro il gruppo socialista. Non solo. Il partito di Elly Schlein, garantisce Picierno sbattendo la porta, non è nemmeno più la casa dei riformisti, dunque meglio sloggiare. Prima di lei, a inizio maggio, Marianna Madia aveva salutato la curva per aderire a Italia viva, seppur con toni meno ruvidi.

Picierno, l’addio al Pd e la chimera di una Cosa centrista
Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd all’Auditorium Antonianum, dicembre 2025 (Ansa).

Guerini punge Schlein ma resta al suo posto

Ma adesso? Magari ci saranno altri addii, anche se qualche allarme è già rientrato, peraltro da tempo. Lorenzo Guerini, che pure non ha condiviso il passaggio alla maggioranza schleiniana di Stefano Bonaccini, saluta cordialmente la compagna di battaglie riformiste ma rimane al suo posto: «Mi spiace molto che Pina Picierno abbia deciso di lasciare il Pd», dice. «Abbiamo fatto tante battaglie insieme e ne ho sempre apprezzato determinazione e coraggio. Anche quando, come in questo passaggio, avevamo una visione diversa. Le auguro davvero il meglio. Spero che la sua uscita sia valutata con attenzione e con rispetto. Il valore del pluralismo del Pd credo sia una delle sue fondamenta, se si impoverisce ne risente in negativo tutto il partito. Mi auguro che lo si abbia tutti presente». Lui presente lo ha di sicuro visto che nello stesso giorno dell’addio di Picierno, in un’intervista al Corriere della sera, non ha risparmiato stilettate alla segreteria, dai «necessari» investimenti nella difesa che «non possono essere subordinati alle ragioni di un’alleanza», perché «l’unità è importante, ma non può essere l’unica stella polare. Servono responsabilità e visione, non una confusa demagogia», alla patrimoniale recentemente rispolverata da Schlein. «La priorità delle priorità è la crescita», sottolinea Guerini. «E gli stipendi degli italiani, ben sotto la media europea. E gli affanni della produzione industriale. Ce n’è abbastanza, direi, per lavorare a dare risposta su questi fronti».

Picierno, l’addio al Pd e la chimera di una Cosa centrista
Lorenzo Guerini (Imagoeconomica).

La favola della Cosa centrista e la lezione di Renzi

Da parecchio si favoleggia di una Cosa centrista, un ircocervo – per metà libdem, per metà cattolico – che vada in doppia cifra e certifichi l’esistenza in vita di un punto di riferimento istituzionale che dia risposte ai delusi di entrambi gli schieramenti. Eppure quell’epoca è finita da tempo, le ambizioni terzopoliste sono state incenerite dalle elezioni politiche del 2022, quando Matteo Renzi e Carlo Calenda entrarono insieme in Parlamento, ma solo per separarsi. Un’alleanza di scopo durata quanto uno yogurt. Un’esperienza che ha segnato dirigenti ed elettori, convinti di non volerla più ripetere. D’altronde questa è un’epoca polarizzante e polarizzata. L’indicatore maggiore dell’assenza di una prospettiva centrista lo fornisce sempre Renzi, che da mesi è entrato saldamente dentro il campo largo e ripete in ogni dove che non ci sono spazi oggi per partitini di centro o esperimenti analoghi. D’altronde la sua Italia viva non si schioda dal 2 per cento (ultimo sondaggio Ipsos di 20 giorni fa) nonostante l’iperattivismo del caro leader.

Picierno, l’addio al Pd e la chimera di una Cosa centrista
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Picierno sembra seguire la logica calendiana

È dentro la coalizione di centrosinistra che si deve restare, come ha anche detto Madia andandosene dal Pd, quasi a spiegare che niente in fondo è cambiato: sì, me ne vado, ma tanto resto in un partito del campo largo, è soltanto un travaso parlamentare, che volete che sia. È il progetto di chi, bettinianamente parlando, vuole costruire una coalizione in cui c’è la sinistra, autorevolmente rappresentata dal Pd, e poi c’è la “gamba” (non s’è mai capito se terza o quarta, dipende dalle convenienze) riformista. Secondo questo schema, i riformisti sono legittimati a essere inseriti in una quota di rappresentanza, una fascia politico-sociale protetta. Picierno, per come si è mossa e per quello che ha detto in questi mesi, sembra ambire a restare fuori dallo schema Bettini-Franceschini, aderendo alla logica della corsa in splendida solitudine di Carlo Calenda, che non vuole fare un altro Terzo Polo ma andare dritto da solo con Azione. Non a caso, il leader azionista si è subito scapicollato su X, invitando la vicepresidente del parlamento europeo a unirsi alla causa. Così come Luigi Marattin del Partito Liberaldemocratico, pronto ad accogliere Picierno. Per ora, insomma, l’europarlamentare ex Pd ha risolto il problema della collocazione a livello europeo. Ha trovato una casa, Renew. Quello che le manca è però una sistemazione italiana.

Picierno, l’addio al Pd e la chimera di una Cosa centrista
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste

La patrimoniale s’affaccia ciclicamente nel dibattito pubblico della sinistra e subito scompare, se ne parla per un po’, titoli di giornale, solito giro di interviste, qualche punto di riferimento fortissimo per i progressisti brandito come esempio virtuoso (oggi svetta sopra tutti Zohran Mamdani), solito giro di incazzature e poi stop, pausa di qualche settimana, di qualche mese, di qualche anno, e poi si ricomincia.

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Schlein torna all’attacco (e Conte si smarca)

«Penso che non possa essere un tabù» tassare i patrimoni, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, ospite ad Accordi&Disaccordi. «Stiamo parlando dell’1 per cento, forse anche meno, della popolazione rispetto a una esigenza che è quella di garantire servizi pubblici fondamentali al 99 per cento». Sempre stata favorevole, precisa la leader del Pd, a una patrimoniale. Una proposta però che non entusiasma, diciamo così, gli alleati: «La patrimoniale è uno slogan che funziona bene sui social ma non funziona nella realtà», ha detto Matteo Renzi a Quotidiano Nazionale. «Se l’Italia aumenta le tasse ai ricchi, i ricchi se ne vanno dall’Italia. E così abbiamo meno gettito per la sanità, per la scuola, per la sicurezza. Dunque è uno slogan che funziona a parole ma nella sostanza è un autogol».

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Giuseppe Conte ha sempre espresso la sua contrarietà, anche in pubblico. L’anno scorso, a novembre, quando si riaccese per la milionesima volta il dibattito sull’argomento, il leader del M5s fu piuttosto esplicito: «La patrimoniale non è all’ordine del giorno, non è prevista. Quando se n’è parlato, come fanno eminenti studiosi, lo abbiamo fatto a livello globale». Qualche mese prima, a febbraio del 2025, era stato l’economista-movimentista vicino ai cinque stelle Andrea Roventini, nel corso di un dibattito organizzato dalla Treccani, a rilanciare l’idea, a riaprire la discussione, sempre con il solito giro di interventi (sì Avs, no M5s).

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

L’effetto campagna elettorale

L’avvicinarsi delle elezioni politiche radicalizza i leader e le proposte identitarie dei partiti. Nel 2021, prima dunque delle elezioni del 2022 vinte – chissà perché – dal centrodestra, Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, rilanciò l’assalto alle «grandi ricchezze»: «La nostra proposta di legge di iniziativa popolare per la tassazione sulle grandi ricchezze conviene al 95 per cento degli italiani. In Italia non è che non ci sia la ricchezza ma è suddivisa in un modo talmente ineguale quasi da configurare un quadro immorale. Questa è la realtà», sentenziò su La7. «E poi la nostra proposta, do una notizia, le tasse le toglie: viene cancellata l’Imu sulla seconda casa, e viene cancellata l’imposta di bollo introdotta da Monti che è una tassa sui titoli e sui depositi bancari a prescindere da quanto siano grandi, e quindi assai iniqua. Quindi ci sarebbe una bella fetta di popolazione italiana che paga un sacco di tasse a cui converrebbe davvero questa nostra riforma».

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Un altro assist alla maggioranza

Ma quello sulla patrimoniale è davvero un dibattito antico, gli archivi delle agenzie di stampa sono così ricchi da rischiare una robusta tassa sui patrimoni. Magari quello di Schlein è solo riposizionamento in vista delle future primarie che il campo largo dovrà celebrare per scegliere la prossima guida, soprattutto se nella nuova legge elettorale ci sarà l’indicazione del candidato premier. Magari sarà nella piattaforma programmatica del Pd formato elettorale, per la gioia di tutti i riformisti superstiti (che hanno appena ‘perso’ Pina Picierno) che hanno deciso di rimanere democratici sperando di non dover morire schleiniani. In ogni caso è il solito grande favore che il Pd fa al centrodestra in un momento in cui la coalizione di Palazzo Chigi non brilla. Il governo può adesso mettersi in modalità “Allarme Socialismo” e gridare che non i fascisti bensì i comunisti sono alle porte (tutte cose che funzionano altrettanto bene a livello retorico; anche sui social, per dirla con Renzi). Chissà se arriverà mai il momento in cui qualcuno fra Giorgio Gori e Filippo Sensi salterà su come il celebre Fantozzi gridando che la corazzata Patrimoniale è una cagata pazzesca.

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia

Il Pd versione campolarghista sogna di «fare come Sánchez» o di fare come a Venezia. In entrambi i casi c’è qualcosa da fare ma c’è anche qualcosa che non funziona, diciamo.

Le crepe nel modello spagnolo

Pedro Sánchez il pacifista è quello che si oppone al fetente Donald Trump e all’aumento delle spese militari, ma soprattutto è diventato il leader di un partito che colleziona inchieste giudiziarie, a cominciare da quelle in casa. Ad aprile i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio per la moglie Begoña Gómez per i presunti reati di traffico di influenze, corruzione negli affari, malversazione e appropriazione indebita, mentre il 28 maggio è iniziato il processo a carico di suo fratello David Sánchez, accusato di traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Secondo i magistrati, il fratello del primo ministro spagnolo avrebbe ottenuto un incarico fatto su misura dal Consiglio comunale a guida socialista di Badajoz nel luglio 2017.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Pedro Sànchez con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Ma la lista degli scandali giudiziari socialisti è lunga, l’ultimo coinvolge persino l’ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero, già stella del firmamento spagnolo (e tra gli sponsor dell’attuale capo del governo), indagato per riciclaggio e traffico d’influenze. Il garantismo vale sempre, da queste parti, ma è abbastanza curioso che il Pd di Elly Schlein e Peppe Provenzano citi sempre la crescita economica della Spagna salvo fischiettare sul resto. Ed è quel resto che potrebbe far finire il governo Sánchez. Il premier Pedro però non ci pensa un secondo a mollare. Adelante, chissà però se di juicio ve ne sia a sufficienza.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Jose Luis Rodriguez Zapatero (Ansa).

A Venezia il campo larghissimo non è bastato

C’è poi il modello Venezia. Il Pd sogna, o meglio sognava, di fare come nella città lagunare, dove il campo larghissimo, grandangolare (c’era persino Rifondazione Comunista), ha perso sonoramente al primo turno contro il centrodestra che continua a governare la città 11 anni dopo averla conquistata. Non c’è più Luigi Brugnaro per sopraggiunto limite di mandati, ma Simone Venturini, cattolico di continuità con l’amministrazione precedente. Anche a Venezia, come in Spagna, i sogni del Pd non sono di gloria, perché gli incubi sono più reali e feroci della fantasia. Schlein dice di perseguire una logica «testardamente unitaria», ma gli elettori del M5s la pensano in maniera diversa: a Venezia, ci dice un’analisi dei flussi di YouTrend, il M5s ha fatto vincere Venturini: la metà di coloro che alle Europee del 2024 aveva votato per i cinque stelle ha scelto, stavolta, il candidato sostenuto dalla maggioranza meloniana. Un dato decisivo per la sua vittoria al primo turno, ha osservato YouTrend, «visto che ha superato di poco la soglia della maggioranza assoluta dei voti validi».

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Elly Schlein, alla chiusura della campagna elettorale del candidato sindaco Andrea Martella a Mestre (Ansa).

L’atavico disprezzo dei cinque stelle per il Pd

Vecchia storia: i cinque stelle disprezzano il Pd e i suoi candidati, e in fondo a suo tempo nacquero proprio per questo, per rottamare il carrozzone della sinistra. Una prospettiva non esattamente incoraggiante in vista delle elezioni politiche del 2027, quando l’alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, vorrebbe sfidare la presidente del Consiglio: e se l’unitarietà fosse poco testarda? Se dunque i cinque stelle si ribellassero – come avvenuto a Venezia ma come avvenuto anche in Abruzzo alle Regionali del 2024, ci dice sempre l’analisi dei flussi – all’idea di concorrere insieme all’odiato Pd per la conquista del Palazzo? Saranno pure dinamiche diverse, quelle locali e quelle politico-nazionali, ma un punto di caduta identico c’è: vincere insieme vuol dire governare insieme. E sulla base di quali idee, quali programmi, quale visione del mondo? I programmi si possono pure aggiustare, emendare, si trova un compromesso per tutto, ma sull’idea di mondo come ci si accorda? La politica estera in questi anni è stata la cartina di tornasole dei rapporti interni alle coalizioni. Nel campo largo in modalità ispanico-veneziana albergano posizioni distinte che verranno rinvigorite dall’avvicinarsi delle Politiche.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Conte intanto rispolvera l’abito gialloverde

Già si notano vistosi sommovimenti. Giuseppe Conte si è appena accodato al no della Lega all’ingresso dell’Ucraina in Europa: «L’Ucraina io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioni. Peraltro c’è un problema serio per l’Europa che non riguarda solo l’Ucraina ma anche gli altri Paesi: un’Europa a 27 già oggi è un’Europa ormai sparita, che non ha voce, che nelle crisi internazionali non è pervenuta», ha detto il leader del M5s. «C’è un deficit politico dell’Europa che riguarda anche le regole di funzionamento, a partire dall’unanimità. Oggi prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è assolutamente non raccomandabile», ha aggiunto. «Oggi far entrare l’Ucraina non è all’ordine del giorno, tenendo anche conto che c’è l’articolo 42.7 del trattato che siccome impone il mutuo soccorso in caso di attacchi armati a un Paese europeo significherebbe entrare in guerra domani mattina contro la Russia. Secondo me si può pensare per l’Ucraina e altri Paesi lo statuto in prospettiva di partner privilegiato, che significherebbe avere la possibilità di godere di benefici reciprocamente, ma gestendo queste partnership con molta attenzione». Anche perché «sapete che se l’Ucraina domani mattina entrasse in Europa noi avremmo un impatto devastante su alcuni settori di attività a partire dall’agricoltura». L’alleanza gialloverde è tornata, è viva e lotta insieme a loro. 

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il Pd festeggia, ma dimentica che l’Italia non è una gigantesca Toscana

Il Pd toscano è giubilante – festa grande! – per la vittoria a Prato e Pistoia alle elezioni amministrative, in attesa dei ballottaggi di Arezzo e Viareggio. A Prato, la Gotham City del centro Italia, il Pd governava già, ma c’erano stati parecchi casini, compreso le dimissioni dell’ex sindaca Ilaria Bugetti accusata di corruzione. A Pistoia la destra aveva conquistato il Comune nel 2017 grazie ad Alessandro Tomasi, poi promosso in Regione. Sono due città in cui la sinistra ha sempre governato e ha anche perso, giusto lo spazio di una parentesi politica (Prato ha avuto un sindaco di centrodestra, Roberto Cenni, dal 2009 al 2014). Adesso i dirigenti locali del Pd spacciano formule proto-nazionali, l’unità che la vince, la solidità che la trionfa, il campo largo quale categoria dello spirito. Salvo dimenticare che l’Italia non è una gigantesca Toscana, ma leggermente più variegata.

Il Pd festeggia, ma dimentica che l’Italia non è una gigantesca Toscana
Matteo Biffoni con Ilaria Bugetti (Ansa).

A Prato vince Biffoni ma il Pd perde voti

A Prato vince anzitutto Matteo Biffoni, già mister 22 mila preferenze alle Regionali di qualche mese fa. Dopo pochissimi mesi in Consiglio regionale, Biffoni è tornato a Prato per salvare il Pd pur mettendoci parecchio del suo: la sua lista civica ha preso il 17,30 per cento (sette seggi); l’ultima volta, nel 2019, aveva preso l’8,67 per cento (quattro seggi). Il Pd è arrivato stavolta al 28,63 per cento (11 seggi) contro il 31,70 per cento del 2019 (14 seggi). Eppure Emiliano Fossi, il segretario del Pd toscano commissariato da Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd nazionale, è lì che brinda.

Il Pd festeggia, ma dimentica che l’Italia non è una gigantesca Toscana
Matteo Biffoni (Ansa).

Pistoia conferma il problema di classe dirigente in FdI

Il colpo grosso semmai è Pistoia, dove Fratelli d’Italia dimostra (e non è la prima volta) che c’è un problema di classe dirigente a destra. Tomasi vinse nel 2017 e anche cinque anni dopo prendendo voti pure a sinistra. Poi però è stato eletto in Consiglio regionale, dopo aver sfidato Eugenio Giani e lasciando in anticipo l’incarico di sindaco. Da quel momento in poi la sconfitta del centrodestra era già assicurata, perché a Pistoia in 10 anni non è nato un nuovo Tomasi.

Il Pd festeggia, ma dimentica che l’Italia non è una gigantesca Toscana
Alessandro Tomasi (Instagram).

Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di FdI, dice che andava clonato e ammette che il centrodestra ha perso tempo a scegliere l’avversario del Pd, o meglio, l’avversaria, Anna Maria Celesti. A vincere a Pistoia dunque è stato il centrosinistra guidato da Giovanni Capecchi, anche se il Pd ha rischiato come al solito di farsi male. Ci sono state le primarie (benedette primarie!), vinte appunto da Capecchi, garbato professore di letteratura italiana all’Università per stranieri di Perugia, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, sostenuto nelle suddette primarie da Furfaro, che se n’è infischiato delle direttive del Pd locale, schierato sulla candidata del Pd Stefania Nesi (futuro vicesindaco).

Il Pd festeggia, ma dimentica che l’Italia non è una gigantesca Toscana
Il neo sindaco di Pistoia, Giovanni Capecchi (Ansa).

Risultato: le primarie le ha vinte uno non del Pd, appoggiato da un pezzo grosso del Pd, contro il Pd locale. Sembra in fondo la parabola della segretaria Elly Schlein, che ha vinto puntando sul voto delle primarie aperte e poi ha costruito una segreteria a sua immagine e somiglianza con tutta gente che non faceva parte del Pd: da Furfaro a Igor Taruffi a Marta Bonafoni, eccetera eccetera.

Il Pd festeggia, ma dimentica che l’Italia non è una gigantesca Toscana
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Intanto mister preferenze guarda già al dopo Giani

Il riformista Biffoni – uno dei «riformisti radicali» come li chiama sprezzantemente Giani – ha salvato la faccia al Pd dopo che il Pd ha cercato di fare a meno di quelli che non si sono bonaccinianamente uniti al coro per la segretaria. Epperò quando ce n’è bisogno sono lì a prendere voti e a lanciare la sfida in vista delle prossime elezioni regionali. Biffoni è infatti sicuro di un fatto: anche da sindaco di Prato si può ambire a fare il grande salto e a fare il presidente della Regione. È quello che cercherà di fare al momento opportuno.