Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff

Ogni tanto, nel mezzo di un’intervista, qualcuno dice la verità per sbaglio. È successo al francese Damien Comolli, amministratore delegato della Juventus, mentre raccontava ai giornalisti la sua celebre arma segreta. «L’algoritmo è un metodo economico», ha detto. Cinque parole. È l’unica frase di tutta l’intervista in cui ha descritto con precisione chirurgica ciò che fa davvero. Solo che credeva di vantarsi. Perché un conto è l’algoritmo che ci ha venduto per un anno e mezzo, quello alla Moneyball, basato sulla scienza dei dati, per una Juve che finalmente smette di comprare a sentimento. Un altro conto è quello che esce, riga dopo riga, dalle sue stesse dichiarazioni: un filtro per spendere meno. Che non è la stessa cosa. Anzi, è l’esatto contrario.

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Cos’è Moneyball: battere i ricchi comprando chi è sottovalutato

Conviene ripassarlo, perché è semplice. Moneyball non era una formula magica chiusa in un computer. Era un’idea, e per giunta facile: il mercato del baseball prezzava male alcuni giocatori, e chi se ne accorgeva poteva comprarli a poco e vincere lo stesso. Billy Beane, con un budget da poveri, batteva i ricchi perché comprava ciò che tutti gli altri sottovalutavano.

Metodo predittivo, controcorrente e che non lascia spazio all’intuizione

Tre cose definivano quel metodo. Era predittivo: produceva un numero, una stima che potevi verificare. Era controcorrente: compravi proprio ciò che gli osservatori scartavano, perché lì stava l’affare. Ed era spietato con l’intuizione: nasceva per cacciare dalle decisioni il «carattere», il «fisico da campione», l’occhio dell’esperto. Tutta roba che costa cara e non si misura. Tenete a mente questi tre punti. Perché Comolli, nella stessa intervista, è riuscito nell’impresa di sbagliarli tutti e tre. Di fila.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).

«Nomi che anche lo scouting apprezza»: allora c’è un problema

Primo. Si vanta che l’algoritmo ha prodotto «nomi che anche lo scouting apprezza». Fermatevi qui. Il senso di Moneyball era comprare ciò che gli scout non apprezzano: è lì che si nasconde il valore a buon mercato. Se invece il tuo algoritmo conferma quello che gli osservatori pensavano già, non stai trovando affari: stai facendo un sondaggio interno. Comolli ha inventato il software più costoso del mondo per scoprire di essere d’accordo con i suoi dipendenti.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
David in azione durante la partita persa dalla Juventus in casa contro il Como (foto Ansa).

Ma come, le variabili impalpabili non dovevano essere tagliate?

Secondo. Subito dopo, racconta che con l’allenatore Luciano Spalletti vogliono analizzare «la personalità dei giocatori», il «linguaggio del corpo», il «carattere», perché per giocare alla Juve «serve qualcosa di speciale». Bellissimo. Peccato che siano esattamente le variabili impalpabili che Moneyball era nato per buttare fuori dalla porta. Lui le fa rientrare dalla finestra, con la valigia in mano. Lo strumento scientifico dura il tempo di una frase, poi torna il vecchio totem del calcio italiano: il giocatore che «ce l’ha dentro».

Risparmiare era solo l’effetto collaterale, non la mission

Terzo, il capolavoro: «metodo economico». Moneyball non era spendere poco. Era spendere bene. Risparmiare era l’effetto collaterale di aver trovato il prezzo sbagliato, non lo scopo. Chiamarlo «metodo economico» tradisce cosa sia davvero nella sua testa: non un modello che misura il valore, ma una scrematura di listino entro un tetto di budget. Un filtro. Che è poi il punto: quando uno ti dice «uso un modello quantitativo» e poi sceglie a naso entro il limite di spesa, quello non è Beane. È un commercialista con l’abbonamento a una banca dati.

Il fallimento dell’esperienza di Comolli al Liverpool

C’è un particolare che rende tutto più gustoso. Comolli un Moneyball vero lo ha già provato sul serio. E lo abbiamo visto tutti. Liverpool, 2010-2012. Ragionamento da manuale: il centravanti Andy Carroll segna di testa sui cross, quindi compriamo i migliori crossatori del campionato. Logico, no? Carroll costò 35 milioni, record britannico dell’epoca. Poi arrivarono Jordan Henderson, Charlie Adam e Stewart Downing, un’altra cinquantina di milioni. Risultato: sette acquisti su nove furono delusioni, Downing chiuse la prima stagione con zero gol e zero assist in Premier League, il Liverpool finì ottavo e nell’aprile 2012 Comolli venne licenziato proprio per quella politica di mercato.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Andy Carroll ai tempi del Liverpool (foto Ansa).

Filtrare numeri grezzi senza capirli è superstizione con il foglio Excel

Il modello aveva un difetto piccolo piccolo: la statistica sui cross non dice nulla sulla qualità di un giocatore in Premier League. Filtrare numeri grezzi senza capirli non è scienza, è superstizione con il foglio Excel. Lo dice la sua biografia: Comolli non ha portato a Torino il metodo che fece grande Oakland. Ha portato il Liverpool che lo fece esonerare. Con 13 anni di ritardo, ma la stessa identica idea.

Gli errori di valutazione fatti di continuo, come sull’allenatore Tudor

Vediamolo all’opera oggi, il dirigente dei dati. A giugno 2025 ha confermato l’allenatore Igor Tudor esaltandone intensità e resilienza, una dote che giudicava «impressionante». Lo ha esonerato il 27 ottobre. Dopo appena quattro mesi. La previsione più importante della stagione — chi deve guidare la squadra — gli è collassata in poco più di un trimestre. Se l’algoritmo serviva a evitare gli errori di valutazione, qui ha fatto il pieno.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Igor Tudor, ex allenatore della Juventus (foto Ansa).

L’algoritmo ha riportato indietro la Juventus

I numeri, già che ci siamo. La Juventus che ereditò arrivava da un quarto posto e dalla partecipazione alla Champions. La Juventus che consegna è sesta e in Europa League. L’algoritmo ha preso una squadra nell’élite europea e l’ha riportata indietro: in discesa, ma con metodo. Per la cronaca, fuori dalla Champions per due punti dal Como, ma a 18 dall’Inter. Cioè vicinissima al quarto posto e lontanissima dal vincere lo scudetto, che era l’unica cosa promessa. L’ossessione per la vittoria, applicata con rigore, ha prodotto il sesto posto.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Luciano Spalletti e Damien Comolli (foto Ansa).

Un processo quantitativo serve a sapere perché hai sbagliato

Poi c’è la perla finale. Sull’attaccante Loïs Openda — belga di scuola francese, preso e mai sbocciato in bianconero — Comolli ha ammesso candidamente di non sapere perché non abbia funzionato: «Abbiamo sbagliato noi o non era pronto per la Juve?». Ecco la domanda che uccide il personaggio. Un processo quantitativo serve esattamente a sapere perché hai sbagliato: scomponi, misuri, correggi. Comolli, invece, apre le braccia. E non è un caso isolato.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).

David, Zhegrova, Openda: il sistema usato parla (e male) solo francese

C’è un filo che lega i suoi colpi di mercato, ed è curiosamente lo stesso del suo passaporto: Jonathan David, preso a parametro zero dal Lilla, solo 6 gol in campionato (tra l’altro distribuiti malissimo: quattro raggruppati in cinque partite, tra gennaio e febbraio); Edon Zhegrova, ancora dal Lilla, parcheggiato in panchina da Spalletti (zero gol e zero assist in tutte le competizioni, una rete enorme decisiva mangiata in Champions contro il Galatasaray e soprattutto il lunare giudizio finale di Comolli: «Siamo felici del suo contributo e anche l’allenatore è felice del suo contributo»); e lo stesso Openda (una sola rete in Serie A). Comolli è andato a fare la spesa nel campionato che conosce meglio e ha riportato a Torino una fila di occasioni mancate con l’accento giusto. L’algoritmo, evidentemente, parla solo francese.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Damien Comolli con Kenan Yldiz e Edon Zhegrova (foto Ansa).

La responsabilità più comoda del mondo

Per chiudere, il bon ton istituzionale. «Mi prendo la piena responsabilità», ha detto. E due righe dopo: «Non ho mai pensato a una mia possibile uscita». È la responsabilità più indolore mai vista in un campo da calcio: tutta la colpa, zero conseguenze. Una responsabilità a sovranità limitata, garantita dal fatto che a deciderlo è lui stesso. Comolli ha aggiunto anche che il giudizio sul suo lavoro va dato «tra i tre e i cinque anni», cioè il periodo perfetto: abbastanza lungo da non rispondere oggi, abbastanza vago da non rispondere mai. Resta una sola cosa vera, in tutta l’intervista. Quella frase di cinque parole all’inizio. «L’algoritmo è un metodo economico». Sì. È un modo per spendere meno, travestito da scienza, che conferma gli scout invece di smentirli e rimette al centro il «carattere» che doveva eliminare. Non è il Moneyball di Beane. È money, e basta. La ball, a Torino, si è persa per strada.

Come IA, criptovalute e gruppi pro-Israele stanno influenzando le elezioni Usa

In vista delle elezioni Usa di metà mandato, le società di intelligenza artificiale, il settore delle criptovalute e i gruppi filo-israeliani stanno spendendo valanghe di dollari per ostacolare membri del Congresso e candidati poco graditi. Come sottolinea Axios, non si può ignorare l’entità di queste spese, perché si tratta di un volume di investimenti «che può stroncare carriere e bloccare sul nascere movimenti politici».

Le spese folli dei PAC per affossare i candidati sgraditi alle midterm

In base ai dati della Commissione elettorale federale, otto dei 12 maggiori finanziatori esterni nelle primarie per la Camera dei Rappresentanti di questo ciclo elettorale sono PAC (Political Action Committee, organizzazioni nate per raccogliere fondi a favore o contro un candidato) legati alle criptovalute e all’IA, oppure vicini a Tel Aviv. E in quattro occupano, appunto, le prime quattro posizioni di questa speciale classifica.

Come IA, criptovalute e gruppi pro-Israele stanno influenzando le elezioni Usa
Al Green (Ansa).

In vetta c’è Protect Progress, cioè la sezione democratica di Fairshake, ovvero il principale PAC finanziato dall’industria delle criptovalute, che ha speso 15,8 milioni di dollari in una decina di distretti. Quasi 5 quelli spesi nel 18esimo del Texas per estromettere il deputato di lunga data Al Green a favore del dem Christian Menefee, eletto al Congresso nel 2025. Segue lo United Democracy Project, affiliato all’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee – il più potente e influente gruppo di pressione pro-Israele negli Stati Uniti), che ha speso 11,6 milioni di dollari, di cui quasi 8 contro il deputato repubblicano Thomas Massie nel quarto distretto del Kentucky.

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Thomas Massie (Ansa).

In precedenza l’AIPAC si era messo di traverso nelle suppletive per l’11esimo distretto del New Jersey: Tom Malinowski, critico nei confronti di Israele, alle primarie dem ha dovuto così lasciare il passo a Analilia Mejia.

Come IA, criptovalute e gruppi pro-Israele stanno influenzando le elezioni Usa
Tom Malinowski (Ansa).

Al terzo posto troviamo Elect Chicago Women, organizzazione affiliata all’AIPAC, che ha speso ben 9,8 milioni di dollari per sostenere due candidate alla Camera dei Rappresentanti in Illinois: l’ex deputata Melissa Bean e la senatrice statale Laura Fine. Ai piedi del podio Think Big, sezione democratica del comitato pro-IA Leading the Future: degli 8,2 milioni di dollari spesi, la maggior parte è stata usata per sostenere la già citata Bean e per sfavorire Alex Bores, candidato alla Camera dei Rappresentanti per lo Stato di New York, favorevole alle misure di salvaguardia contro l’intelligenza artificiale.

I principali Super PAC preferiscono concentrarsi sulle elezioni generali

Una potenza di fuoco impressionante: di fatto, gli unici enti che possono davvero competere con tali livelli di spesa sono i principali Super PAC dei due partiti, ossia l’House Majority PAC dei Democratici e il Congressional Leadership Fund dei Repubblicani. Che, però, difficilmente spendono ingenti somme nelle primarie, preferendo invece concentrare le proprie “energie” sul sostegno ai candidati dei distretti più contesi nelle elezioni generali. E ciò lascia ampio spazio di manovra a PAC – per così dire – “alternativi”.

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Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa).

L’attività di promozione e di affossamento avvengono generalmente alla luce del sole. Come spiega Axios, i candidati presi di mira da questi PAC hanno cercato di fare dell’ingombrante presenza di tali organizzazioni il tema centrale delle loro campagne elettorali. Ma la tattica non si è rivelata efficace, in particolare contro i PAC legati alle criptovalute e all’IA, che sono riusciti in larga misura a promuovere i propri ‘protetti’. Ma anche l’AIPAC, che ha preferito utilizzare gruppi come Elect Chicago Women per occultare la propria interferenza, ha portato a casa risultati tutto sommato soddisfacenti, considerando che Israele al momento non gode esattamente di grande popolarità.

Nel distretto di New York si prospetta un “derby” tra PAC legati all’IA

E adesso, via con altre spese, perché le primarie sono tutt’altro che finite. Sia Protect Progress che United Democracy Project nel quinto distretto del Maryland sostengono il deputato statale Adrian Boafo come successore di Steny Hoyer, ex leader della maggioranza dem alla Camera. Nel 12esimo distretto di New York, invece, si prospetta un “derby” tra PAC legati all’intelligenza artificiale. Il già citato Bores, contro cui ha già speso molto Think Big (tra i suoi finanziatori c’è OpenAI), ha ottenuto il sostegno del Jobs and Democracy PAC, finanziato da Anthropic, così come di You Can Push Back, legato al mondo delle criptovalute.