Negli uffici milanesi di LMDV Capital, in via Montenapoleone, l’aria si è fatta pesante. Secondo quanto risulta, Leonardo Maria Del Vecchio avrebbe avuto un confronto durissimo con Marco Talarico, amministratore delegato del suo family office. Al termine del faccia a faccia, il manager sarebbe stato sollevato dall’incarico. Eppure Talarico era l’uomo che il rampollo di casa Luxottica aveva messo alla guida operativa della holding fin dai primi passi: ex executive director per i grandi patrimoni di UBS, prima ancora relationship manager in Kairos Partners. Quattro anni a costruire una galassia di partecipazioni che oggi varrebbe intorno al mezzo miliardo, tra hospitality di lusso, editoria, ristorazione, real estate e tech.
Marco Talarico, ad di LMDV Capital (foto Imagoeconomica).
Costi guardati con occhi sempre meno indulgenti
Le indiscrezioni che circolano negli ambienti finanziari milanesi parlano di frizioni montate su più fronti. Ritmi di crescita vertiginosi, forse eccessivi, e un controllo dei costi che l’azionista unico avrebbe cominciato a guardare con occhio sempre meno indulgente. Da qui una stretta che, raccontano, non si fermerebbe al solo Talarico.
Passate al setaccio deleghe e scelte dell’intera squadra
Anche il direttore generale Luigi Mascellaro, arrivato da PwC, sarebbe finito sotto la lente. Del Vecchio jr avrebbe deciso di passare al setaccio deleghe e scelte dell’intera squadra, con un piglio da padrone di casa che vuole vederci chiaro fino in fondo. E qui entra in scena il nome che guadagna posizioni.
Luigi Mascellaro.
A raccogliere pezzi pesanti della macchina sarebbe Gabriele Benedetto, ex amministratore delegato di Telepass. Pescarese, classe 1982, Bocconi, oltre un decennio di consulenza in Value Partners tra Europa e Asia, poi la trasformazione di Telepass nel sistema di pagamento della mobilità italiana.
Gabriele Benedetto (foto Imagoeconomica).
I collaboratori osservano il risiko con un certo nervosismo…
In LMDV, in realtà, Benedetto è già di casa: siede nel board e segue alcuni dossier, da EsaNanotech ad Acqua Fiuggi fino al fintech Qomodo. La novità sarebbe il salto di grado, con un ruolo nella plancia di comando. Il quadro è quello di un erede che, mentre tenta la scalata alla cassaforte di famiglia Delfin, decide di rimettere ordine nel proprio cortile. I collaboratori che fin qui hanno costruito la holding osservano il risiko con un certo nervosismo. Quando il principale comincia a contare le poltrone, c’è sempre qualcuno che resta in piedi nel momento in cui la musica si ferma.
A giorni di distanza dallo scoppio del caso, Teresa Ciabatti ha rotto il silenzio. Raggiunta dall’Ansa, la scrittrice ha parlato di quanto accaduto su quel “famoso” pulmino diretto verso la Puglia con a bordo quattro dei sei finalisti del Premio Strega. «Ho letto ricostruzioni congetturali e dichiarazioni su cosa è lecito e cosa no, dove inizia e finisce la privacy. Attenendomi ai fatti: alcuni giorni fa ho assistito e poi preso parte a una conversazione. L’oggetto della conversazione era Michela Murgia, il suo corpo. Non c’è stato alcun litigio furioso tra me e Michele Mari, ma un confronto diretto di idee profondamente diverse. In seguito, Mari si è scusato dicendo che non era sua intenzione ferirmi».
Michele Mari (Imagoeconomica).
Le affermazioni di Mari su Murgia: cosa ha detto
Mari, favorito per lo Strega col romanzo I convitati di pietra, avrebbe detto che Murgia «era intransigente e violenta, perché brutta» e che «con i suoi atteggiamenti aggressivi faceva pagare agli altri la sua bruttezza». Un’uscita, questa, che di sicuro non è piaciuta a Ciabatti, in corsa per il premio con Donnaregina e peraltro a lungo amica di Murgia. Ma, appunto, non ci sarebbe stata alcuna lite tra i due.
Michela Murgia (Imagoeconomica).
Ciabatti: «Non ho riferito alla stampa le parole di Mari»
Oltre ad aver smentito il litigio con Mari, Ciabatti ha anche negato di aver riferito alla stampa quanto successo a bordo del pulmino: «Io ho dato la risposta che volevo in quel preciso contesto, alle persone con cui ho parlato. Tutti i presenti possono avere raccontato ad altri l’accaduto, com’è normale nella vita di ciascuno di noi. Anch’io l’ho raccontato, ma non ho alcuna responsabilità circa la diffusione della notizia alla stampa, né circa la correttezza di quanto è stato riportato».
Le parole di Mari e la precisazione della Fondazione Bellonci
«Non volevo certo offendere Murgia, ma soltanto rievocare (peraltro in un contesto privato) un lontano episodio di reciproca incomprensione», ha dichiarato Mari, di cui molti hanno auspicato l’esclusione dalla sestina dei finalisti dello Strega. Fondazione Bellonci, che organizza il concorso letterario, ha chiarito che il premio è «una competizione tra opere» e che tale provvedimento nei confronti di un autore non è consentita dal regolamento.
L’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma europeo sulla difesa Safe. Altrimenti la somma che dovrebbe toccare al Paese – quasi 15 miliardi di euro – verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti, visto l’alto interesse registrato. Lo detto all’Ansa un’alta fonte Ue vicina al dossier, sottolineando che «a breve servirà chiarezza» da parte di Roma. La Commissione europea è ancora impegnata a firmare i contratti definitivi con gli altri Paesi e, soprattutto e sta discutendo con l’Ungheria per definire meglio la sua partecipazione. Quando questi processi termineranno, finirà anche il tempo a disposizione dell’Italia.
Crosetto: «Dipende da Giorgetti, lui sa cosa vorrei»
«Sa perfettamente le cose che io vorrei e io so perfettamente le cose che lui può fare. Sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, ospite a Il giorno della Verità, riferendosi al titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti. Nonostante abbia a disposizione – in teoria – 14,9 miliardi di euro sotto forma di prestiti a tassi più convenienti di quelli che deve pagare per finanziarsi da sola sui mercati obbligazionari, l’Italia non ha ancora sottoscritto l’intesa. Questo perché i prestiti andrebbero a incidere sul debito pubblico, che è già molto elevato. Come ha fatto intendere il governo, Roma chiederà solo una parte dei prestiti a cui potrebbe accedere: l’intenzione è utilizzare solo tra i 5 e i 6 miliardi, cioè lo stretto necessario per coprire i progetti per i quali sono già stati firmati contratti.
Cosa è il piano Security Action for Europe
Considerato da uno dei pilastri del progetto ReArm Europe, il piano SAFE (acronimo di Security Action for Europe), è il nuovo strumento europeo di prestiti da 150 miliardi di euro, creato per rafforzare la difesa comune dell’Ue e finanziato tramite emissioni di debito da parte di Bruxelles sui mercati finanziari. Il programma, che prevede il rimborso a lungo termine da parte degli Stati beneficiari, ha come obiettivi il rafforzamento dell’industria europea della difesa, l’incentivazione di programmi comuni tra Stati e la riduzione della dipendenza dagli armamenti extraeuropei, tramite acquisti condivisi di armamenti, droni, missili, cybersicurezza e tecnologie militari provenienti dall’Ue.
Al ministero della Cultura da poco tempo c’è un nuovo sottosegretario, Pietro Cannella (anche se c’è chi lo chiama Giampiero), che ha preso il posto di Gianmarco Mazzi, nominato ministro del Turismo al posto di Daniela Santanchè. Cannella è siciliano, e anche se fa parte di Fratelli d’Italia “fa coppia” con il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, che ha preso parte domenica sera, all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, al concerto organizzato in occasione della Festa della Musica 2026. C’era un “Omaggio a Paolo Conte”. Ma Mulè e Cannella si sono presentati in “missione istituzionale” al Museo del Prado di Madrid che ha approvato il prestito temporaneo in Sicilia del celebre capolavoro Cristo in pietà e un angelo di Antonello da Messina. Al presidente della Regione Sicilia Renato Schifani il viaggio della coppia non è sfuggito: Mulè punta da tempo alla poltrona di governatore dell’isola, un obiettivo che si scontra con le lotte interne al centrodestra.
Il duo Salvini-Sardone fa discutere molto a Roma…
A Romal’accoppiata tra Matteo Salvini e Silvia Sardone fa parlare. Molto. I due sono stati i più votati ai gazebo leghisti che cercavano un possibile futuro candidato sindaco di Milano. Sai che sorpresa. Silvia Serafina Sardone (sì, c’è anche Serafina nel nome) una volta era di Forza Italia, «tra quei forzisti che piacevano senz’altro a Mario Giordano ma che Marina Berlusconi non tollera proprio», spifferano i fedelissimi dell’erede del Cavaliere (a proposito della famiglia del fondatore del partito, a Roma si è affacciata Marta Fascina, sempre con accanto il fidato Tullio Ferrante, e qualche giorno fa la “vedova” è stata notata a Napoli, a Marechiaro, con Eleonora Berlusconi). Comunque a Milano la lotta è appena cominciata. A Roma, intanto, la Lega è diventata la materia prima per le barzellette politiche, dato che quello che era stato candidato da Salvini come sindaco della Capitale, cioè Antonio Maria Rinaldi, se n’è andato via dal Carroccio per entrare nelle truppe del generale Roberto Vannacci. E pensare che aveva appena rinnovato la tessera leghista…
Malagò debutta a Confcommercio
Singolare battesimo per Giovanni Malagò come nuovo numero uno del calcio italiano: nella mattinata di mercoledì 24 giugno sarà a Roma nel Centro Congressi Confcommercio, tra i protagonisti del convegno intitolato “Equità e sicurezza: le due leve dello sport che verrà”, insieme al presidente del Coni, Luciano Buonfiglio. Malagò era stato chiamato a partecipare in qualità di presidente della Fondazione Milano Cortina 2026. Nel frattempo ha ampliato i suoi incarichi…
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).
Mezzo governo da Belpietro (ma non Giuli!)
A Roma va in scena la terza edizione del “giorno de La Verità“, evento promosso dal quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Gli annunci sui partecipanti parlano della presenza di mezzo governo: Giorgia Meloni, presidente del Consiglio; Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia; Guido Crosetto, Difesa; Francesco Lollobrigida, Agricoltura; Gilberto Pichetto Fratin, Ambiente; Marina Calderone, Lavoro. Chissà perché non appare tra gli invitati il titolare della Cultura Alessandro Giuli…
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).
All’Inps Fava vuole l’albo delle… badanti
Un albo professionale per le badanti: quella che viene definita come «una stravagante idea» è venuta in mente al presidente dell’InpsGabriele Fava, che ha spiegato come l’istituzione di un «albo nazionale per colf e badanti» sarebbe «capace di qualificare e certificare le competenze degli assistenti familiari». Può servire? La stragrande maggioranza di deputati e senatori valuta negativamente la proposta, sottolineando che si tratta in gran parte di straniere, ormai vicine alla terza età, spesso senza titoli di studio spendibili in Italia. «Rischia di essere l’ennesimo via libera a un’ondata di migrazione», si sente dire, una specie di «regolarizzazione di massa di persone presenti in Italia che si farebbero certificare una presenza in una famiglia come domestico per avere un documento». Nel Sud, poi, da sempre sono tantissime le colf senza contratto, che spesso sono al servizio di anziani e vengono sposate quando “il badato”, ormai solo al mondo, è in fin di vita.
Lancio a Roma per il Pride Barcelona
Pride Barcelona sbarca in Italia, con tanto di presentazione ufficiale della candidatura di WorldPride Barcellona 2030 nell’Ambasciata di Spagna a Roma, in un evento organizzato con il supporto di Turespaña e della stessa ambasciata. Con una folla di interventi, tra i quali sono da segnalare quelli di Alberto Lacasta, dg delle Politiche Pubbliche Lgbtq+ della Generalitat de Catalunya, e di Javier Rodríguez, commissario per le Politiche dell’Infanzia, dell’Adolescenza, della Gioventù e Lgbtq+ del Comune di Barcellona, c’erano attivisti internazionali in «difesa dei diritti umani in un contesto internazionale caratterizzato dalla crescita dei discorsi d’odio, dei movimenti reazionari e delle minacce ai valori democratici». Cosa è stato detto? Che «la comunità Lgbtq+ rappresenta la resistenza di fronte a un’agenda politica dell’odio guidata dall’estrema destra, dal fascismo e da tutti quei movimenti politico-sociali contrari ai diritti umani e alla democrazia». E giusto per non dimenticare nulla, a pochi passi da Giorgia Meloni è stato sottolineato che «nel 2030 ricorreranno il 25esimo anniversario dell’approvazione del matrimonio egualitario in Spagna e il 50esimo anniversario della legalizzazione della prima organizzazione sociale Lgbtq+ del Paese: il Front d’Alliberament Gai de Catalunya. Queste due ricorrenze non rappresentano semplici celebrazioni commemorative, ma opportunità strategiche per attivare la memoria collettiva, riconoscere l’eredità delle lotte del passato e proiettare impegni concreti verso il futuro».
Ospite de L’Aria che Tira su La7, Matteo Renzi ha criticato Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che «hanno riportato divisioni» nell’opposizione, lanciando poi il suo progetto politico Casa Riformista verso le elezioni «come una lista di centrosinistra che porterà quello che ha fatto in questi anni contro il governo Meloni ed evitare che al Quirinale ci vada La Russa».
Renzi: «Possiamo giocare a chi è più di sinistra, ma guarderei al futuro»
«Io ho molta ammirazione per chi è riuscito, in un momento in cui nel centrosinistra si dialogava e il centrodestra si spaccava, a riportare le divisioni nel centrosinistra», ha detto Renzi ironizzando sull’immagine postata sui social da Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, che a luglio saranno protagonisti di due eventi pubblici con i cittadini per la costruzione del campo largo. «Non ho problemi: se vogliono parlare del passato, Conte può spiegare chi ha portato Salvini al ministero dell’Interno, se vogliamo giocare a chi è più di sinistra, ma guarderei più al futuro. Io devo portare al centrosinistra i voti di chi detesta Conte, Bonelli e Fratoianni», ha aggiunto il segretario di Italia Viva». E poi: «Se qualcuno preferisce mettere veti invece che prendere voti si sta sparando sui piedi. La domanda a quelli di sinistra è: volete riconsegnare il Paese a Meloni? Fate pure, io non sarò complice». Poco dopo, Renzi ha espresso gli stessi concetti sui social.
Casa Riformista sarà sulla scheda elettorale. Chi vorrà votarla metterà una croce. Se qualcuno preferisce mettere veti anziché prendere i voti si assumerà la responsabilità di far perdere il centrosinistra e regalare il Colle alla destra sovranista pic.twitter.com/Wq8v3NZDwe
«Prendiamo atto che il professor Conte vuole fare gli esami di ammissione alla coalizione. Ma la politica non è l’università. Casa Riformista sarà sulla scheda elettorale come espressione del centrosinistra di Obama e Clinton, non della destra di Trump e Salvini. Si vota col proporzionale e tutti i voti servono», hanno detto inoltre all’Agi fonti di Italia Viva.
Le forze dell’ordine hanno ritrovato il suv Audi Q7 che non si è fermato al posto di blocco alla periferia di Milano portando al suo inseguimento da parte di un agente della polizia locale che è morto durante la corsa. La vettura – a noleggio, la targa sembra fosse clonata – è stata rintracciata, abbandonata per strada, a Pioltello, a una decina di chilometri dal luogo dell’incidente. Partendo dal contratto di noleggio si è arrivati al presunto pirata della strada, un uomo di origini albanesi che è stato rintracciato insieme con un connazionale in provincia di Monza e Brianza. La procura, che non ha emesso provvedimenti di fermo nei confronti dei due uomini a bordo, sembra aver escluso che ci possa essere stato un contatto tra la moto su cui viaggiava l’agente e il suv.
In un weekend di fine giugno la Lega ha rimontato i gazebo, il suo più rassicurante rifugio politico. Quando il vento gira, Matteo Salvini torna sempre lì: tra adesivi, manifesti, strette di mano e quel popolo che almeno non gli chiede conto dei sondaggi. A Milano ne sono così comparsi una quarantina e lo zelig del Carroccio si è rimesso perfino a distribuire volantini, deciso a dimostrare che sotto la casacca di ministro e vicepremier batte sempre il cuore del vecchio militante. L’uomo annusa come pochi l’arrivo della tempesta che rischia di travolgerlo e mai, a differenza dei treni che amministra, si muove in ritardo.
Se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, cosa vuoi che ti risponda?
L’occasione è servita anche per chiedere ai simpatizzanti milanesi chi avrebbero voluto come futuro sindaco. La risposta era quella che tutti conoscevano prima ancora di procedere ai conteggi. Salvini e la sua vice Silvia Sardone hanno fatto il pieno di preferenze. Del resto, se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, difficilmente ti sorprenderai della risposta. Ma il punto non era il risultato. Era il bisogno di metterlo in scena.
C’è una regola non scritta della politica: quando un leader comincia a perdere potere, aumenta il movimento. Se non puoi dimostrare di comandare come un tempo, almeno fai vedere che non stai fermo. E così Salvini moltiplica banchetti, selfie, dichiarazioni, visite ai cantieri e iniziative mentre alle sue spalle cresce il brusio della pattuglia nordista che sogna Luca Zaia segretario. Una fronda curiosa: abbastanza spessa da farsi notare, troppo prudente per tentare davvero la spallata.
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Infatti qualora il (quasi ex) Capitano dovesse perdere il timone, difficilmente sarà per un ammutinamento dei governatori. Più probabilmente verrà superato dal transfuga illustre che, guarda la ferocia del contrappasso, si è trasformato nel suo più acerrimo nemico. Roberto Vannacci sta allungando inesorabilmente la sua ombra, e ormai anche la Lombardia è diventata territorio di conquista.
Quindi l’inutile rito consumato ai gazebo ha prodotto pochi risultati, se non quello di far riluccicare l’ego dei protagonisti come si fa con l’argenteria buona tirata fuori per la festa. Naturalmente né Salvini né la tonitruante Sardone (che ha trasformato il volume della voce in un codificato registro espressivo) hanno alcuna intenzione di candidarsi davvero. Lui fa il ministro, lei l’europarlamentare: hanno ringraziato gli elettori e rimesso tutto nel cassetto, paghi della gratificante dimostrazione d’affetto.
Milano è la città italiana che meno assomiglia all’universo politico leghista
Sanno bene che la realtà non la si governa con plebisciti e banchetti. Milano è probabilmente la città italiana che meno assomiglia all’universo politico costruito dalla Lega negli ultimi vent’anni. Vive di finanza, design, università, innovazione, settimane dedicate a qualsiasi cosa possa trasformarsi in evento e una vocazione internazionale che ormai è parte della sua identità. È la stessa città che Salvini descrive polemicamente come una boutique per pochi privilegiati. Può anche avere ragione, ma resta il fatto che nessuna boutique affiderebbe l’allestimento della sua vetrina a chi continua a vendere soprattutto paura.
Matteo Salvini in piazza Duomo, sabato 18 aprile (Imagoeconomica).
Non c’è alcuna intenzione di lasciare a Salvini la scelta del nome
Ed è qui che il teatrino dei gazebo produce l’effetto più interessante. Dovevano certificare la centralità della Lega nel centrodestra milanese e hanno ottenuto il contrario. Forza Italia, partito che Palazzo Marino lo ha governato più volte, osserva con malcelato sarcasmo la prospettiva di una “sardonizzazione” della coalizione. Fratelli d’Italia guarda con ancora più distacco. A Milano il partito passa dalle mani di Ignazio La Russa e del suo cerchio ristretto, e non c’è alcuna intenzione di lasciare alla Lega il diritto di scegliere il candidato.
Occhio al candidato di compromesso, come il fallimentare Bernardo
Il rischio, dunque, è quello di assistere all’ennesima liturgia del centrodestra: settimane di trattative, veti incrociati, equilibrismi e telefonate infinite per arrivare alla fine al classico candidato di compromesso. Uno di quei nomi che mette tutti d’accordo proprio perché non entusiasma nessuno. Esattamente come accadde cinque anni fa con il carneade Luca Bernardo, il pediatra spedito quasi per dovere civico contro un Beppe Sala destinato a vincere senza troppa fatica. Spiace per Salvini. Ma se i gazebo leghisti dovevano servire a indicare un sindaco, hanno finito per fotografare un leader che organizza il casting sapendo bene che non sarà lui il regista del film.
Luca Bernardo, candidato sindaco del centrodestra a Milano nel 2021 (Imagoeconomica).
Dopo giorni di tensioni sull’asse Roma-Washington e la richiesta (tra gli altri) del senatore leghista Claudio Borghi di diffondere la registrazione della conversazione tra Donald Trump e Daniele Compatangelo, andata in precedenza in onda doppiata, L’Aria che Tira ha trasmesso l’audio originale della telefonata tra il presidente degli Stati Uniti e l’inviato di La7.
Attenzione, la Casa Bianca ha autorizzato la diffusione dell'audio originale della telefonata a Trump e La7 lo manda in onda in risposta al complottismo del senatore Borghi. Attendiamo la sua scrupolosa analisi del testo e dei toni #lariachetirapic.twitter.com/K0QNPFWKI3
— Il Grande Flagello (@grande_flagello) June 23, 2026
Per la diffusione dell’audio serviva l’ok della Casa Bianca
Il conduttore David Parenzo ha spiegato che, in linea col protocollo previsto per le comunicazioni con il presidente degli Stati Uniti, La7 aveva potuto pubblicare solo il testo della conversazione: per la diffusione integrale dei contenuti audio serve infatti una specifica autorizzazione. Inoltrata la richiesta alla Casa Bianca e ottenuto il via libera, a L’Aria che Tira è stata così trasmessa la telefonata tra Trump e Compatangelo, in cui il tycoon ha affermato che Giorgia Meloni lo aveva «implorato» di scattare una foto assieme al G7 di Evian. Compatangelo, peraltro, aveva avviato l’intervista telefonica chiedendo la posizione di Trump sulla futura adesione dell’Ucraina all’Unione europea: è stato il presidente americano a spostare rapidamente il focus su Meloni.
«Ho scritto all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per domandare un pronunciamento sulla possibilità o meno di far passare per vere delle telefonate editate con tono e traduzione senza pubblicare l’audio originale. È l’unica cosa che posso fare come Parlamentare perché un’interrogazione non è adatta», aveva scritto Borghi su X.
Ho scritto ad @AGCOMunica per domandare un pronunciamento sulla possibilità o meno di far passare per vere delle telefonate editate con tono e traduzione senza pubblicare l'audio originale. E' l'unica cosa che posso fare come Parlamentare perché un'interrogazione non è adatta.
Dopo la diffusione dell’audio originale, il senatore della Lega ha “replicato”: «Quindi la storia che non si poteva pubblicare era una balla. Si conferma che la parola “pity” non è mai stata detta. Quanto al tono e al contesto giudicate voi se l’effetto è lo stesso di quel “ma mi ha fatto pena” che ha provocato la reazione di tutti. Giudicate voi se si può fare una crisi internazionale partendo da una conversazione (privata) di questo tipo».
Atterrato adesso e finalmente abbiamo l'audio originale della telefonata fra Trump e il giornalista de la7 dove parlano di Meloni. Quindi la storia che non si poteva pubblicare era una balla. Si conferma che la parola "pity" non è mai stata detta. Quanto al tono e al contesto…
Nel presentare l’audio, La7 ha tradotto l’espressione «I felt sorry» pronunciata da Trump e riferita a Meloni con “mi ha fatto pena”, anche se – in effetti – forse sarebbe stato più adeguato “mi dispiaceva” (non concederle una foto).
L’Iran «non ha intenzione di consentire agli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di visitare i siti nucleari bombardati» dagli Stati Uniti. Lo ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, contraddicendo le affermazioni del vicepresidente statunitense JD Vance, il quale aveva affermato che i negoziati in Svizzera avevano portato a un’intesa per consentire appunto all’Aiea di visitare i siti iraniani.
Cosa aveva detto Vance dopo i colloqui in Svizzera
Parlando di «pietra miliare», Vance aveva dichiarato che Teheran aveva accettato di invitare nuovamente gli ispettori dell’Aiea nei siti nucleari bombardati: «Si tratta di un passo importante per il popolo americano e di un primo passo verso la cessazione definitiva del programma iraniano di armamento nucleare. Abbiamo gettato ottime basi per un accordo finale di successo». Donald Trump aveva poi scritto su Truth: «Tutti sanno bene che l’Iran accetterà ispezioni approfondite sui suoi armamenti per garantire la “trasparenza sul nucleare” a lungo termine». Baghaei, invece, si era limitato a dichiarare che – durante i negoziati in Svizzera – la delegazione iraniana aveva avuto con i rappresentanti Usa solo un «breve colloquio» sul nucleare.
I due appuntamenti tra Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per la costruzione del campo largo, che previsti per l’8 e il 15 luglio coinvolgeranno anche i cittadini, si terranno rispettivamente a Napoli e a Padova. Lo ha annunciato Bonelli, co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra, nel corso del programma Omnibus su La7: «Fratoianni e io pontieri tra Partito democratico e Movimento 5 stelle».
Le due iniziative pubbliche con i cittadini per iniziare a mettere a punto le priorità programmatiche del campo largo erano state annunciate sui social con una foto dei quattro leader e il messaggio: «Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!».
Al via oggi a Washington la quinta sessione di negoziati diretti tra Libano e Israele. I colloqui, che si concluderanno giovedì 24 giugno, cominceranno con una sessione congiunta politico-militare, seguita da una militare e da un’altra politica, secondo quanto riferito da fonti dell’Amministrazione Usa. Channel 12 e Haaretz riportano che Tel Aviv proporrà un progetto pilota di ritiro parziale da un’area limitata del Libano meridionale.
Cosa prevede il piano che Israele presenterà negli Stati Uniti
Il piano prevede il ritiro dell’IDF a sud del fiume Litani e dunque della Linea Gialla, cioè la demarcazione non ufficiale del territorio controllato da Israele nel Libano meridionale. L’esercito regolare di Beirut opererebbe in quest’area sotto la stretta supervisione degli Stati Uniti. «Arriveremo con delle mappe per decidere quale sarà l’area del progetto pilota», ha detto a Channel 12 un funzionario israeliano, spiegando che l’apparato della sicurezza e il governo guidato da Benjamin Netanyahu stanno cercando di promuovere «misure di rafforzamento della fiducia reciproca», con l’obiettivo di evitare un accordo imposto dall’esterno (ossia da Usa e dall’Iran).
Macerie in Libano dopo un attacco di Israele (Ansa).
Il Centcom istituisce un sistema di monitoraggio per il Libano
Israele e il Libano saranno rappresentati dai rispettivi ambasciatori a Washington. Per gli Stati Uniti siederanno al tavolo dei negoziati Dan Holler, consigliere del Dipartimento di Stato, e Dan Zimmerman, sottosegretario alla Difesa per gli Affari di Sicurezza internazionale. Intanto, lo United States Central Command ha istituito un sistema di monitoraggio per osservare in tempo reale i combattimenti in Libano. Lo riporta CBS News: il monitoraggio è stato creato dopo colloqui telefonici che il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto con il premier israeliano Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun.
Teheran: «Israele non abbia più il diritto di bombardare Libano e Palestina»
«Se non fossimo andati in Svizzera, in ogni momento più sangue sarebbe stato versato dai musulmani e sciiti del Libano». Lo ha scritto su X il capo negoziatore iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento di Teheran, replicando alle critiche ricevute in patria per la decisione di incontrare i rappresentanti Usa. «Dobbiamo impegnarci tutti affinché il Libano sia incluso nel processo di pace tra Iran e Stati Uniti e che Israele non abbia più il diritto di bombardare il Libano e la Palestina». Lo ha detto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, durante una conversazione telefonica con l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan.
Smotrich: «Finché esisterà Hezbollah non ci ritireremo dal Libano»
La questione della fine dei combattimenti in Libano resta cruciale per il Medio Oriente. Ma Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze israeliano, continua a gettare benzina sul fuoco. «Non ci sarà alcun ritiro dalla zona di sicurezza in Libano, compresa la cresta di Beaufort, finché Hezbollah esisterà», ha detto nel corso di un’intervista alla radio dell’IDF: «È un’organizzazione terroristica. Deve essere smantellata, non deve far parte del governo libanese e non deve avere alcuna forza militare o capacità di minacciare lo Stato di Israele. Solo allora sarà possibile discutere di nuovi accordi di sicurezza».
Il parlamento romeno ha respinto la nomina del politico liberale Adrian Vestea a primo ministro designato. Una nuova sorpresa politica dopo mesi di turbolenze nel Paese membro Ue e della Nato, al confine con l’Ucraina. Nominato dal presidente, Vestea necessitava di 233 voti in entrambe le camere del parlamento per formare un governo, ma ne ha ottenuti solo 189, secondo il conteggio ufficiale, con alcuni deputati che hanno lasciato l’aula prima dell’inizio della votazione.
Francesco Imprezzabile, agente della Polizia Locale di Milano, è morto in uno schianto a Linate mentre inseguiva in moto un’auto che non si è fermata ad un posto di blocco nella zona di Ponte Lambro, nella periferia della città. Aveva 39 anni. Da valutare se l’agente abbia perso l’equilibrio da solo oppure per uno speronamento.
L’ipotesi dello speronamento è al momento la più remota
Secondo le ricostruzioni, l’inseguimento è iniziato verso le 21:30 di ieri sera, quando un’automobile – un’Audi Q7 – non si è fermata ad un posto di blocco. A quel punto l’agente Francesco Imprezzabile è partito all’inseguimento del veicolo sulla sua motocicletta, di cui avrebbe perso il controllo cadendo a terra. L’incidente è avvenuto in via Milano, strada di campagna che costeggia la pista dell’aeroporto di Linate. Sono in corso le indagini per ricostruire la dinamica e per rintracciare il conducente della vettura. L’ipotesi dello speronamento appare al momento la più remota, vista la mancanza di segni evidenti sulla carrozzeria della moto, non è stata scartata dagli investigatori. Tuttavia al momento viene privilegiata la pista della perdita di controllo del mezzo da parte di Imprezzabile.
Imprezzabile, originario di Mazara del Vallo, era molto attivo sui social. In un post recente spiegava il senso del suo mestiere: «Indossare questa divisa non è solo un lavoro, è una responsabilità. Non è un mestiere qualunque: è vocazione, passione e senso del dovere. Solo quando fai questo con il cuore puoi dare il meglio di te stesso».
Il decreto Infrastrutture, approvato dal Consiglio dei ministri, reintroduce norme già vigenti negli scorsi anni sulla possibilità, per alcuni operatori economici, di sospendere o ridurre l’attività lavorativa, con conseguente accesso in deroga al trattamento di cassa integrazione, a causa di eccezionali ondate di calore. Già nel 2025 l’Inps aveva confermato le istruzioni già previste l’anno precedente nei casi in cui la temperatura superi i 35° gradi o ci si avvicina con elevati tassi di umidità. Per accedere alla Cig, il responsabile della sicurezza deve considerare la tipologia, il luogo e la tipologia di materiali di lavoro. Incidono sulla valutazione i macchinari utilizzati ma anche i dispositivi che deve indossare il lavoratore per svolgere la mansione, come tute o caschi. Le categorie più esposte sono quelle di chi svolge attività all’aperto negli orari diurni, come gli addetti delle costruzioni o della manutenzione urbana. Ma anche chi lavora al chiuso quando non possano beneficiare di sistemi di ventilazione o raffreddamento per circostanze imprevedibili e non imputabili al datore di lavoro o nei casi in cui l’utilizzo dei predetti sistemi non sia compatibile con le lavorazioni stesse. Quando viene considerato pericoloso proseguire nelle attività a causa delle temperature troppo alte, vi è la possibilità di sospendere o ridurre l’orario di lavoro, con diritto alla casa integrazione ordinaria e di assegno ordinario del Fis e dei Fondi bilaterali.