Com’è andato il primo round di colloqui Usa-Iran in Svizzera

Il primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, ospitato dalla Svizzera e durato in tutto 18 ore, si è tenuto in un’atmosfera «positiva e costruttiva» e nel corso dell’incontro «sono stati compiuti progressi incoraggianti, tra cui la creazione di un meccanismo per ulteriori colloqui tecnici». È quanto si legge in una dichiarazione congiunta di Qatar e Pakistan, Paesi mediatori.

Le nuove minacce di Trump e la replica di Teheran

Insomma, sarebbero stati fatti progressi nonostante le incendiarie dichiarazioni di Donald Trump, arrivate proprio durante i colloqui. «Se non fermate Hezbollah in Libano e non aprite Hormuz non avrete un Paese in cui tornare», ha minacciato il tycoon, ha cui ha prontamente risposto il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf: «Stia attento a quello che dice, il nostro esercito è pronto a rispondere». Ieri Tasnim aveva scritto che la delegazione iraniana aveva lasciato la sede delle trattative in segno di protesta contro le minacce di Trump e che i colloqui, interrotti, erano rimasti in una situazione di stallo. In realtà c’è stata solo una sospensione e successivamente sono ripartiti.

Le decisioni prese nel primo round di negoziati

Doha e Islamabad spiegano che «le parti hanno concordato di istituire un comitato di alto livello per sovrintendere al processo negoziale», a cui «riferiranno regolarmente» i capi delle delegazioni. Tale comitato ha già concordato una «tabella di marcia per raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni, ponendo le basi per l’avvio immediato di ulteriori negoziati tecnici». Washington e Teheran hanno inoltre istituito una «linea di comunicazione» per prevenire «incidenti e malintesi» nello stretto di Hormuz. Inoltre hanno concordato di istituire un centro di coordinamento per monitorare il cessate il fuoco in Libano.

Media iraniani: «18 ore di intense discussioni»

«La vendita di petrolio iraniano, il rilascio delle licenze necessarie per le esportazioni di petrolio e lo sblocco dei beni iraniani soggetti a restrizioni o congelati sono stati tra i temi discussi in dettaglio», ha detto alla stampa statale Irna il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei, aggiungendo che tali questioni «dovrebbero, di norma, entrare presto nella fase di attuazione». Quanto al nucleare, l’Iran ha messo in guardia gli Stati Uniti dal «ripetere posizioni eccessive e illogiche» sul tema. «Eravamo determinati a sfruttare questa opportunità per garantire che gli impegni dell’altra parte venissero rispettati», ha sottolineato Baghaei.

Chi ha partecipato ai colloqui in Svizzera

La parte iraniana era rappresentata dal presidente del parlamento Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Gli Usa sono stati rappresentati ai colloqui dal vicepresidente JD Vance e da Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati speciali di Trump.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?

C’è un dettaglio, in questa storia, che la rende vagamente grottesca. L’ottantesima edizione del Premio Strega, che nonostante gli anni e l’usura continua a muovere copie e prestigio, ha rischiato di naufragare dentro un van diretto a Bisceglie. Sei finalisti stipati come il cast di un reality show, 20 tappe in giro per l’Italia a recitare la parte di sé stessi e a magnificare i rispettivi romanzi. Era quasi inevitabile che prima o poi qualcuno saltasse per aria.

Un carico di vanità che diventa esperimento sociale prima che letterario

Sei scrittori chiusi per ore in un pulmino, fuori un caldo infernale e dentro un ingombrante carico di vanità, sono un esperimento sociale prima ancora che letterario. Se poi si tratta di primedonne, o primi uomini, per non urtare la sensibilità dell’epoca, il cortocircuito non è una possibilità, bensì una certezza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
L’ultimo saluto a Michela Murgia (Imagoeconomica).

Da quel momento, però, la storia ha smesso di parlare di Mari e ha cominciato a parlare di noi. Nel giro di poche ore, il dibattito non era più sul cosa avesse detto, ma come liberarsi di lui. Espulsione o spontaneo ritiro dello scrittore dalla gara? Il vocabolario è scivolato con sorprendente naturalezza dalla critica alla scomunica. Con un risvolto quasi comico.

Espulsione? Il regolamento racconta un’altra storia

La Fondazione Bellonci, custode dello Strega, ha diffuso un comunicato per ricordare che ogni espressione denigratoria è incompatibile con lo spirito del Premio. Per poi accorgersi, con un ritardo degno di miglior causa, che il regolamento raccontava un’altra storia: Mari non si può espellere e lui non si può ritirare perché lo Strega giudica i libri, non i loro autori. Una distinzione che fino a poco tempo fa pareva banale, e che oggi somiglia quasi a un atto di resistenza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Michele Mari (foto Imagoeconomica).

Il punto è sempre lo stesso: un’opera si giudica per quello che contiene, non per il passaporto o le simpatie politiche di chi l’ha scritta. Verità elementare, e proprio per questo sempre più ignorata. Sui social ogni stroncatura è un processo che non contempla assoluzione. C’è una distanza enorme tra biasimare le parole attribuite a Mari e pretendere che il suo libro venga escluso dalla competizione. Nel primo caso si esercita il diritto di critica. Nel secondo si pretende che un premio letterario certifichi la rispettabilità degli autori prima ancora della qualità delle opere.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Uno degli incontri con i finalisti dello Strega 2026 in giro per l’Italia (foto Ansa).

Ma siamo ormai immersi in una cultura che non si fida più del lettore. Ed è qui che la faccenda torna grottesca: un premio letterario, ammesso che i premi abbiano ancora senso (ma questa è un’altra storia), dovrebbe scegliere il libro migliore, non l’autore più presentabile.

Elezioni Colombia, De La Espriella canta vittoria ma la sinistra chiede il riconteggio

Con oltre il 99 per cento dei seggi scrutinati, Abelardo De La Espriella risulta il vincitore delle elezioni presidenziali della Colombia. Il candidato di estrema destra ha ottenuto il 49,67 per cento dei voti, mentre il suo rivale, il senatore di sinistra Ivan Cepeda, si è fermato al 48,69 per cento. A proclamarsi presidente è stato lo stesso De La Espriella, che in un messaggio su X ha scritto: «Abelardo presidente ufficialmente. Il tigre abbraccia il condor, ti amo Colombia» (ndr “El tigre” è il suo soprannome mentre il condor è il simbolo della Colombia). Tuttavia, il presidente del Paese Gustavo Petro ha denunciato numerose irregolarità nel combattuto scrutinio e anche Cepada ha parlato di possibili brogli, sostenendo che il risultato sia preliminare e non ufficiale e chiedendo un riconteggio.

Libia, Almasri condannato a 7 anni e 4 mesi

Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato a 7 anni e 4 mesi Osama Najeem Almasri, l’ex comandante libico del famigerato carcere di Mitiga al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale. Il verdetto è arrivato al termine di un procedimento avviato dopo le segnalazioni ricevute dalle autorità libiche su abusi commessi contro detenuti.

Le indagini hanno riguardato anche la morte di un detenuto

L’indagine della procura di Tripoli ha riguardato in particolare la morte di un detenuto nell’istituto di correzione e riabilitazione di Mitiga e la violazione dei diritti di 10 prigionieri. Nel corso del procedimento sono emerse accuse di torture e trattamenti crudeli e degradanti all’interno della struttura carceraria, indicata nei materiali della Cpi come luogo di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. Per Almasri sono state disposte anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo.

L’arresto a Torino, il rilascio dopo due giorni e il rimpatrio: il caso-Almasri

Almasri era stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025, in esecuzione del mandato della Cpi con l’accusa di crimini contro l’umanità e di guerra (tra cui omicidio, tortura e violenza sessuale), dopo essere passato anche da altri Stati europei. A causa di un problema procedurale nella trasmissione degli atti al Ministero della Giustizia, la Corte d’Appello di Roma non aveva convalidato l’arresto di Almarsi, che due giorni dopo era stato rilasciato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato. Il governo aveva motivato la decisione con ragioni di sicurezza nazionale: la scarcerazione di Almasri aveva sollevato dure proteste da parte delle opposizioni politiche e anche della Cpi, che aveva chiesto chiarimenti formali a Roma per la mancata consegna all’Aja di una persona ricercata per crimini molto gravi.

Ritrovate le sorelle scomparse: fermati la mamma, il compagno e il nonno

Sono state ritrovate a Formia le due sorelle di 12 e 16 anni scomparse da una casa famiglia di Civitella Alfedena (L’Aquila) 15 giorni prima. La mamma, il suo compagno e il nonno sono stati fermati con l’accusa di sequestro di persona in concorso. La donna, Valentina D’Acunto, è in carcere a Teramo, mentre il suo compagno e il nonno delle ragazze, Vincenzo Esposito e Marco D’Acunto, sono in quello di Sulmona. Indagata a piede libero, invece, l’anziana nel cui appartamento sono state ritrovate le sorelle. Secondo quanto si apprende, sarebbe una lontana parente della loro madre. Gli investigatori stanno continuando le indagini per verificare il coinvolgimento di altre persone nella vicenda.

Cosa sappiamo sul ritrovamento

Le due minorenni sono state rintracciate nella serata di domenica 21 giugno grazie a un’operazione congiunta condotta dai carabinieri del Comando provinciale dell’Aquila, dai militari del Comando provinciale di Latina e dai Ros, sotto il coordinamento del procuratore capo della Repubblica di Sulmona, Luciano D’Angelo, presente durante le operazioni. Ha collaborato anche la procura di Cassino, con il procuratore capo Carlo Fucci. Nel corso degli accertamenti, i militari e le unità speciali sono intervenuti all’interno dell’abitazione di un’anziana di circa 80 anni, dove erano ospitate e nascoste da 14 giorni le due sorelle.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine

Giorgia Meloni ha davvero «implorato» Donald Trump per una foto? Il punto è più serio: la premier ha costruito per anni una parte rilevante della sua politica estera sulla rappresentazione di sé. E quando il coprotagonista di quella rappresentazione esce dal copione e la racconta come comparsa in cerca di uno scatto (altro che alleata privilegiata), l’intero castello scenico viene giù insieme. Meloni ha preso una questione che riguarda lei – cioè il rapporto personale con Trump, il suo modo di costruire immagine – e l’ha trasformata istantaneamente in questione nazionale, come se una battuta su Giorgia fosse un’aggressione alla Repubblica. È stata lei a personalizzare la politica estera. Ora abbiamo assistito alla demolizione pubblica di un brand. Con tanto di storpiatura del nome nella contro-risposta di Trump («Gigiorgia», poi corretto) che rischia di rimanerle appiccicato addosso come accadde nel 2019 a «Giuseppi» Conte.

Che beffa: solidarietà dei leader da cui voleva distinguersi

Per anni ci hanno propinato la narrazione della leader ascoltata a Washington, migliore interlocutrice del conservatorismo americano, ponte tra Europa e Casa Bianca. Poi è arrivato il diretto interessato e, con la delicatezza di un bulldozer in un salotto, ha ridotto tutto a una scena da fan in cerca di selfie. È bastato che il padrone di casa ritirasse la propria faccia dal set cinematografico perché alla premier non restasse nulla in mano. Con tanto di beffa: a darle solidarietà sono stati Pedro Sánchez ed Emmanuel Macron, cioè i leader da cui voleva distinguersi facendo “il ponte”. Invece adesso è più sola di prima.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
Giorgia Meloni con i leader del G7 (foto Imagoeconomica).

L’immagine estera di Meloni tra meme, siparietti e rapporti personali

Meloni partecipa ai vertici anche nelle vesti di Giorgia la madre, la combattente, la cristiana, l’amica di Trump, quella che ha appena smesso di fumare e lo racconta ai colleghi. E porta l’immagine di “Melodi”: il selfie con Narendra Modi alla COP28, virale con 16 milioni di visualizzazioni; le caramelle Melody che il premier indiano le ha regalato a maggio; e ora, intercettata a Evian, la battuta «siamo la coppia più famosa».

Al G7 Meloni ha cercato di recitare la sua narrazione. Cornice familiare, sigaretta smessa, rapporto speciale con Trump, siparietto con Modi: stessa grammatica. La politica come autobiografia permanente, la diplomazia come contenuto. Ma il bilancio è desolante: quali risultati concreti ha portato a casa nei grandi vertici, quali dossier ha chiuso?

Legittimazione internazionale costruita su un partner inaffidabile

La reazione della maggioranza di centrodestra è stata più comica del fatto in sé. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha spiegato che Trump «soffre la leadership» di Meloni: come commentare Mike Tyson che prende a schiaffi un avventore al bar sostenendo che ne teme la superiorità pugilistica. Ignazio La Russa ha giurato che si mangerebbe «un pollo vivo» piuttosto che credere a una Meloni supplicante. Una gara a chi difende meglio la persona, senza porsi la domanda vera: perché avete costruito la legittimazione internazionale della premier su un uomo che oggi vi tratta così?

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
Giorgia Meloni con Donald Trump alla Casa Bianca (foto Imagoeconomica).

Quale interesse nazionale ha tutelato questa diplomazia dell’immagine?

C’è da dire che sbaglia bersaglio anche chi, all’opposizione, riduce tutto alla solidarietà personale: è la stessa trappola, cioè personalizzare. Non si tratta di difendere Giorgia come donna ferita dal maschio forte di turno, ma di chiedere che cosa fosse andata a fare a quel G7, e perché la relazione più esibita della sua politica estera si sia rovesciata in umiliazione. Quale interesse nazionale ha tutelato questa diplomazia dell’immagine?

I tavoli internazionali sono brutali e si rischia la svalutazione

Lo statista dovrebbe usare l’immagine per rafforzare una strategia, a differenza dell’influencer che usa la strategia per alimentare l’immagine. Qualcuno ha confuso troppo a lungo il frame con la realtà. La politica internazionale è un tavolo brutale, popolato da chi difende interessi, denaro, eserciti. Se ti presenti con un brand al posto di una linea, prima o poi qualcuno ti tratta da brand: e Trump, che di marchi se ne intende, l’ha fatto nel modo più crudele, svalutandola in diretta.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
I leader al tavolo del G7 (foto Imagoeconomica).

Trump si è sfilato dal racconto: sotto non resta niente

The Donald ha tolto la scenografia. Il partner è uscito dal tuo racconto, e se quel racconto era la tua unica politica estera, allora ti resta in mano solo il telefono. Dopo anni di vertici, guerre, dazi, Mediterraneo, Ucraina e Medio Oriente, il dramma è che la fotografia più nitida della politica estera di Giorgia Meloni sia ancora, letteralmente, una foto. Che, per giunta, l’altro protagonista dice di aver concesso per pietà.