Calciomercato, una slot machine che non conosce crisi: quando scoppierà la bolla?

Avrebbero anche continuato a spendere. La chiusura del calciomercato estivo 2026 è scoccata in Italia alle 20 di martedì primo settembre e come sempre c’è stata la corsa a chi depositava in extremis la documentazione dell’ultimo trasferimento. Si conclude sempre così questa maratona che ogni estate dura circa due mesi: con uno sprint assurdo, tale da far sembrare che nei 59 giorni precedenti si sia rimasti tutti quanti a girarsi i pollici. Ciò che non corrisponde al vero, ma è come se lo fosse. E così si giunge regolarmente sul limitare estremo: con la sensazione che i dirigenti dei club seguiterebbero a spendere se avessero altri giorni a disposizione, con una compulsività da ludopatici alla slot machine. Toccherà loro stare in astinenza fino al 2 gennaio, quando aprirà la sessione invernale e ci sarà tempo fino al primo febbraio per scatenare un altro baccanale di dissipazioni. Invero, ci sarebbero ancora alcuni mercati nazionali aperti: quello turco chiude venerdì 4 settembre, quello saudita addirittura il 12 ottobre. E poi ci sarebbe anche qualche mercato africano. Ma in questi casi si potrebbe agire soltanto in uscita, niente spesa. Va aggiunto il vasto capitolo degli svincolati, ma non dà una particolare libidine. Saranno quattro mesi di quaresima.

Calciomercato, una slot machine che non conosce crisi: quando scoppierà la bolla?
Goncalo Ramos, pagato circa 74 milioni dal Milan al Psg (foto Ansa).

Come se il denaro venisse generato da una fonte inesauribile

Pare una provocazione e invece non lo è per niente. Quello che un tempo era semplicemente il mercato dei trasferimenti di calciatori si è trasformato in un manicomio globale che non conosce crisi. Scordatevi le guerre, le crisi energetiche, il prezzo del gasolio e lo Stretto di Hormuz: per il calcio tutto ciò appartiene a un’altra galassia. Non c’è contrazione alla spesa per acquisizione di calciatori e per i loro salari, come se il denaro venisse generato da una fonte alternativa e sconosciuta. E da un anno all’altro viene fissato un nuovo record di spesa, regolarmente fatto segnare dalla Premier League, il campionato inglese: stavolta sono state acquisizioni di calciatori per 3,49 miliardi di sterline, che in euro fanno 4,07 miliardi.

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Randal Kolo Muani della Juventus in azione contro il Parma (foto Ansa).

Anche la finestra “di riparazione” ha preso una piega pericolosa

Dunque la linea rossa dei 4 miliardi di euro è stata oltrepassata. Inoltre, la storia recente insegna che anche il mercato “di riparazione” di gennaio (che un tempo era dedicato agli aggiustamenti e per questo registrava livelli molto inferiori di trasferimenti e circolazione del denaro) ha preso la piega delle spese allegre. Si può già scommettere su quale sarà la cifra all’altezza della quale verrà fissato il prossimo primato. E nell’attesa che ciò succeda si può guardare ai casi più clamorosi.

Follie inglesi: 590 milioni di euro spesi l’ultimo giorno

Spicca il Manchester City, che ha speso 533,5 milioni di euro. Seguono il Liverpool con 483,4 milioni di euro, il Chelsea con 406,5 milioni e il Tottenham con 351,8 milioni. I Citizens, oltre a capeggiare la classifica della spesa, sono anche quelli che fanno segnare il saldo negativo più vasto (oltre 190 milioni di euro) perché sono quelli che hanno ricavato meno dalle cessioni. Un ulteriore dato delle follie inglesi è quello del denaro che i club della Premier hanno speso nell’ultimo giorno di mercato: quasi 590 milioni di euro, un salto clamoroso rispetto ai 455,5 milioni di euro spesi nell’ultimo giorno del calciomercato estivo 2025.

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Da sinistra Mateo Kovacic, Gianluigi Donnarumma e Josko Gvardiol del Manchester City (foto Ansa).

Persino la Roshan League saudita ha dovuto rassegnarsi alla realtà

Tra la Premier e il resto del mondo c’è una distanza abissale. A partire dalle altre quattro principali leghe europee, nessuna può mettersi in concorrenza con la NBA del calcio. Anche la Roshan League saudita, dopo la partenza pirotecnica dell’estate 2023, ha dovuto rassegnarsi alla realtà: gli inglesi sono irraggiungibili e lo rimarranno almeno finché non esploderà la bolla.

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Cristiano Ronaldo, attaccante dell’Al-Nassr (foto Ansa).

Secondi e infelici: il super disavanzo della nostra Serie A

Tenuto conto di questo dato strutturale va rimarcato l’aspetto più interessante per noi italiani: la Serie A si conferma la seconda lega più spendacciona al mondo. Il dato elaborato dal sito specializzato Transfermarkt dice che i nostri club hanno speso 1,16 miliardi di euro in questo mercato estivo. Siamo secondi anche per disavanzo tra acquisti e cessioni: 423,34 milioni di euro. Una cifra molto lontana da quella della Premier (-1,606 miliardi di euro), ma superiore a quella della Liga spagnola (-257,63 milioni di euro) e a quelle delle due che addirittura fanno registrare attivi; Bundesliga tedesca (+35,66 milioni) e Ligue 1 francese (+726,6 milioni).

Il Paris Saint-Germain più virtuoso di Lecce e Frosinone

Tutto ciò avviene in un’estate nella quale persino un big spender come il Paris Saint-Germain ha registrato un clamoroso attivo di calciomercato: 152 milioni di euro di acquisizioni, 334,3 milioni di euro di cessioni. Stiamo parlando del club bicampione europeo in carica, controllato dal ricchissimo fondo sovrano del Qatar. Ma che, nonostante ciò, si dimostra più virtuoso di Lecce (-4,65 milioni di euro) e Frosinone (-30,2 milioni di euro).

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Luis Enrique, allenatore del Psg (foto Ansa).

Siamo un campionato di esuberi e di seconde-terze scelte

Si tratta del segno eloquente di un movimento che continua a spendere malissimo e vende poco perché non ha molto da piazzare, né in termini di giovani promesse né guardando ai calciatori in carriera. I migliori vanno via subito, chi resta o arriva lo fa rispecchiandosi in una situazione sempre più deprimente. La Serie A è diventata un campionato di esuberi (della Premier, principalmente) e di seconde-terze scelte.

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Fabio Paratici, dirigente della Fiorentina (foto Imagoeconomica).

Le multiproprietà ingovernabili e la schizofrenia di Paratici

Un contesto nel quale può capitare che il binomio formato da allenatore e direttore sportivo blocchi la cessione di un calciatore decisa dalla proprietà americana (come è successo alla Roma col centrocampista Manu Koné che era a un passo dal Chelsea). Dove il fattore della multiproprietà sta diventando sempre più ingovernabile. E dove i figlioli prodighi alla Fabio Paratici entrano in totale confusione e mettono in piedi due campagne trasferimenti fra prima e dopo l’inizio del campionato (la Fiorentina ha speso oltre 150 milioni di euro, quasi quanto il Psg). La prospettiva di risanare è sempre più lontana, quella di tornare a essere competitivi si fa complicata. Ma finché c’è spesa c’è speranza.

Inter-Ausilio, è addio

Piero Ausilio è vicinissimo a lasciare il ruolo di direttore sportivo dell’Inter. Il dirigente, in scadenza nel 2027 e da 29 anni in nerazzurro, non ha trovato l’accordo con Oaktree per il rinnovo (l’offerta era per un altro anno) e ha comunicato alla società che non ci sono le condizioni per proseguire. L’addio è a questo punto inevitabile e, stando a quanto filtra da Milano, potrebbe arrivare in anticipo: le parti sono infatti al lavoro per una risoluzione consensuale. Ausilio è entrato nei quadri nerazzurri nel 1997 e da segretario delle giovanili è arrivato a ricoprire l’incarico di direttore sportivo della prima squadra, assunto nel 2014: da allora l’Inter ha vinto tre campionati, tre Coppe Italia e altrettante Supercoppe italiane

L’Uefa è pronta a un’azione penale contro Infantino

L’Uefa, dopo aver revocato il sostegno precedentemente accordato a Gianni Infantino per nuovo mandato, ha intenzione di presentare una denuncia penale contro il presidente della Fifa presso i tribunali della Svizzera per cattiva gestione, ai sensi dell’articolo 158 del Codice penale elvetico. Per sostenere la denuncia, la confederazione calcistica europea ha chiesto alla Corte distrettuale della Florida di emettere un’ordinanza per l’accesso a documenti Fifa ritenuti probatori: di recente il Congresso Usa ha avviato un’indagine su presunti rapporti economici illeciti tra Infantino e Donald Trump. La battaglia tra l’organo di governo del calcio europeo e il presidente della Fifa, iniziata a causa del progetto – poi ritirato – di vendere quote della Coppa del Mondo a investitori privati, si arricchisce così di un nuovo capitolo.

Aveva criticato Infantino: la Fifa licenzia il direttore operativo Lamour

Kevin Lamour, ovvero il direttore operativo della Fifa, è stato improvvisamente licenziato dall’organo di governo del calcio mondiale. «La decisione è stata presa dopo un’attenta valutazione e con grande rispetto» nei confronti del dirigente francese, si legge in un comunicato. Dove però non c’è scritto che, di fatto, Lamour è stato silurato per aver criticato pubblicamente il piano del presidente Gianni Infantino (poi abortito), che prevedeva di vendere a investitori privati il 21 per cento delle quote della Coppa del Mondo. Commentando la proposta denominata Fifa Forward Enterprise, Lamour aveva detto di essere stato «ingannato» dalla mancanza di trasparenza nella pianificazione del progetto. E dunque da Infantino. Il dirigente francese, approdato nel mondo del calcio dalla politica circa 20 anni fa come assistente dell’allora presidente della Uefa Michel Platini, era stato nominato direttore operativo della Fifa alla fine del 2024.

Aveva criticato Infantino: la Fifa licenzia il direttore operativo Lamour
Gianni Infantino (Ansa).

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La controversa presidenza di Infantino, deciso a rimanere a capo della Fifa

Col licenziamento del numero tre della Fifa la controversa presidenza di Infantino si arricchisce così di un nuovo capitolo. Dopo le polemiche per il progetto Fifa Forward Enterprise il suo indice di gradimento è crollato, ma il dirigente elvetico era già inviso a buona parte degli appassionati, per vari motivi. Durante la Coppa del Mondo era finito nella bufera per la revoca della squalifica dello statunitense Folarin Balogun, arrivata dopo il pressing di Donald Trump e una forzatura dell’articolo 27 del Codice disciplinare, e prima ancora aveva sollevato perplessità il premio per la pace assegnato proprio al presidente Usa. A tal proposito Jamie Raskin, massimo esponente democratico della Commissione Giustizia della Camera Usa, ha avviato un’indagine su Infantino chiedendo un’audizione del presidente della Fifa e la consegna di documenti per fare luce sui presunti scambi di favori con Trump. Andando ancora a ritroso, a tutto questo si aggiungono le controversie riguardanti le assegnazioni di due edizioni dei Mondiali a Qatar e Arabia Saudita.

Aveva criticato Infantino: la Fifa licenzia il direttore operativo Lamour
Donald Trump e Gianni Infantino (Ansa).

L’11 agosto Trump ha preso le difese di Infantino con un post su Truth, in cui lo ha definito un presidente «eccezionale» che «ha appena presieduto il Mondiale di maggior successo di sempre (quattro volte superiore a qualsiasi altra edizione)», aggiungendo: «La Fifa commetterebbe un errore gravissimo se prendesse anche solo in considerazione l’idea di sostituirlo». L’organo di governo del calcio mondiale, sostanzialmente, ha messo in chiaro di pensarla allo stesso modo: dopo la riunione del Consiglio direttivo a Rabat, in Marocco (Paese che co-ospiterà i Mondiali nel 2030), la Fifa ha chiesto scusa per l’idea di Infantino, ribadendo però la piena fiducia all’attuale presidente, intenzionato a candidarsi per un nuovo mandato.

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Figc, indagine del Coni sull’elezione di Malagò: il motivo e cosa può succedere

Non sembra esserci pace nella Figc targata Giovanni Malagò. Dopo il caso Pirlo, le dimissioni di Maldini, la contestata scelta di Mancini come ct e il presunto conflitto di interessi per Bianchedi capodelegazione della Nazionale maschile, la Procura del Coni ha infatti avviato un’indagine riguardante l’effettiva possibilità della sua candidatura alla presidenza della Federcalcio.

L’indagine è partita dal ricorso di un mancato candidato

Lo scrive La Stampa, spiegando che l’inchiesta è partita dopo il ricorso presentato dall’avvocato Renato Miele, che aveva tentato a sua volta di candidarsi senza però trovare alcun appoggio: da mesi quest’ultimo chiede di sapere se Malagò fosse in regola con il tesseramento. L’articolo 29 comma 1 dello Statuto della Figc, infatti, dice che bisogna essere iscritti per poter fare il presidente della Federcalcio.

Figc, indagine del Coni sull’elezione di Malagò: il motivo e cosa può succedere
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

La Figc: «Malagò ritenuto candidabile dagli uffici»

Finora i tribunali federali hanno respinto la richiesta di Miele, giudicandola «inammissibile» perché non aveva legittimazione per contestare la candidatura. Dello stesso parere è stato il Collegio di Garanzia dello Sport. Tuttavia la Procura generale dello Sport ha scritto alla Procura federale della Figc invitandola «a iscrivere il fascicolo di un procedimento nel rispetto di quanto disposto ex art. 47, comma 1, del Codice della Giustizia Sportiva, al fine di poterne accertare la veridicità di quanto sostenuto dal ricorrente, acquisendo il tesseramento di cui trattasi con i relativi termini di decorrenza, ai fini delle conseguenti valutazioni». La Figc ha risposto che Malagò «è stato ritenuto candidabile dagli uffici», ma il modulo relativo all’attuale presidente non figurerebbe nell’anagrafe federale S400.

Figc, indagine del Coni sull’elezione di Malagò: il motivo e cosa può succedere
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Cosa può succedere in caso di “non tesseramento”

Adesso, spiega La Stampa, il procuratore della Figc Giuseppe Chiné dovrà aprire un fascicolo sulla questione. Se dovesse essere verificato il non tesseramento al momento delle elezioni, la candidatura di Malagò risulterebbe non valida e sfocerebbe in una decadenza, con rischio di annullamento delle elezioni o di commissariamento della Figc. Oltre alla posizione dell’attuale presidente della Federcalcio, sarebbe a rischio anche la nomina di Roberto Mancini come commissario tecnico della Nazionale, decisa proprio da Malagò.

Un altro amico di Malagò in Figc: Luca Bergamini capo di gabinetto

Prosegue la ricostruzione della Figc sotto la nuova presidenza di Giovanni Malagò, che dopo Roberto Mancini come ct (dopo il caso-Pirlo) e la pupilla Diana Bianchedi come capodelegazione della Nazionale maschile (ma la nomina è in standby) pesca di nuovo nella sua cerchia di conoscenze, alla faccia di chi lo accusa di amichettismo da Circolo Aniene. L’avvocato Luca Bergamini, che a cavallo tra gli Anni 80 e 90 ha giocato (e vinto) con Malagò nel calcio a 5, è infatti in procinto di diventare il nuovo capo dello staff della Figc, incarico amministrativo e finora inedito.

Un altro amico di Malagò in Figc: Luca Bergamini capo di gabinetto
Giovanni Malagò (Ansa).

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I tre scudetti di calcio a 5 vinti con Malagò

Romano classe 1961, Bergamini è già ben inserito nella macchina federale e avrà il compito di coordinare i più fidati collaboratori del numero uno di Via Allegri: non entrerà nelle questioni tecniche e calcistiche in senso stretto. Oggi legato al consiglio d’amministrazione del Bologna dopo essersi occuato dell’area legale del club, come detto in passato è stato portiere di futsal, vincendo quattro campionati con la Roma RCB: tre gli scudetti conquistati assieme a Malagò, tra il 1988 e il 1991. Sempre come giocatore vanta la partecipazione, con la Nazionale italiana, al Fifa Futsal World Championship 1989. Appesi i guanti al chiodo, successivamente nel calcio a 5 ha anche ricoperto dal 2021 al 2024 il ruolo di presidente della Divisione all’interno della Lega Nazionale Dilettanti.

Trump scende in campo per Infantino: «Eccezionale presidente della Fifa»

La Fifa «commetterebbe un errore gravissimo se, per qualsiasi motivo, prendesse anche solo in considerazione l’idea di sostituire il presidente Gianni Infantino». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, prendendo le parti del dirigente svizzero, finito nell’occhio del ciclone per il progetto – poi abortito – di vendere quote della Coppa del Mondo a investitori privati. Infantino, ha affermato Trump, è «eccezionale» e «ha appena presieduto il Mondiale di maggior successo di sempre (quattro volte superiore a qualsiasi altra edizione)». Se Infantino dovesse andarsene, ha avvertito il presidente Usa, «l’evento non raggiungerà mai più tali livelli di successo o di redditività».

Trump scende in campo per Infantino: «Eccezionale presidente della Fifa»
Il post pro-Infantino di Trump su Truth.

La lettera aperta di Uefa, Concacaf e Afc contro Infantino

Ieri le confederazioni calcistiche europea (Uefa), nordamericana (Concacaf) e asiatica (Afc) hanno preso ulteriormente le distanze Infantino. Lo hanno fatto attraverso una lettera aperta alla «famiglia del calcio», la «più grande passione condivisa al mondo» che «non appartiene a nessun individuo né a nessuna istituzione». L’Uefa, peraltro, aveva minacciato di boicottare i Mondiali dopo che era diventata di dominio pubblico l’idea di Infantino di creare una holding per raccogliere miliardi cedendo agli investitori una parte dei ricavi delle future Coppe del Mondo. Alcune federazioni calcistiche europee hanno inoltre deciso di voler ritirare il sostegno già accordato a Infantino, alla ricerca di un nuovo mandato come capo della Fifa.

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Trump scende in campo per Infantino: «Eccezionale presidente della Fifa»
Donald Trump e Gianni Infantino (Ansa).

Lo stretto rapporto, forse troppo, tra Infantino e Trump

Dopo le polemiche per il progetto Fifa Forward Enterprise l’indice di gradimento di Infantino è crollato, ma il dirigente elvetico era già inviso a buona parte degli appassionati per la sua gestione della Fifa. Durante la Coppa del Mondo era finito nella bufera per la revoca della squalifica dello statunitense Folarin Balogun, arrivata dopo il pressing di Trump e una forzatura dell’articolo 27 del Codice disciplinare, e prima ancora aveva sollevato perplessità il premio per la pace assegnato proprio al presidente Usa. A tal proposito Jamie Raskin, massimo esponente democratico della Commissione Giustizia della Camera Usa, ha avviato un’indagine su Infantino chiedendo un’audizione del presidente della Fifa e la consegna di documenti per fare luce sui presunti scambi di favori con Trump. Andando ancora a ritroso, a tutto questo si aggiungono le controversie riguardanti le assegnazioni di due edizioni dei Mondiali a Qatar e Arabia Saudita.

Trump scende in campo per Infantino: «Eccezionale presidente della Fifa»
Gianni Infantino e Donald Trump (Ansa).

Infantino, un leader azzoppato alla Fifa: la spaccatura è irrimediabile?

Pretendeva di unire il mondo attraverso il calcio. Per adesso ha soltanto spaccato il calcio in modo irrimediabile. Basterebbe questa considerazione per capire che Gianni Infantino non dovrebbe rimanere un minuto di più a capo della Fifa. Semplicemente: se ne deve andare.

Infantino, un leader azzoppato alla Fifa: la spaccatura è irrimediabile?
Gianni Infantino e Aleksander Ceferin (foto Ansa).

Si sarebbe già dovuto dimettere il primo agosto, cioè nel momento esatto in cui ha annunciato il ritiro del progetto di costituire Fifa Forward Enterprise (Ffe), il veicolo societario che avrebbe dovuto privatizzare il 21 per cento della confederazione (e dunque degli introiti derivati dalle sue principali manifestazioni sportive, a partire dai Mondiali maschili per rappresentative nazionali).

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Chi gli è rimasto accanto lo fa per puro interesse

Invece Infantino sta lì asserragliato nel bunker, circondato dai fedelissimi e costretto a chiedere asilo in Paesi che gli sono rimasti accanto per questione di puro interesse. E tenta di ricostruirsi la rete del consenso facendo esattamente ciò che recita il nome della ridente cittadina del Canton Vallese che gli ha dato i natali: Briga.

Infantino, un leader azzoppato alla Fifa: la spaccatura è irrimediabile?
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Le accuse di aver governato in modo personalistico

Al suo disegno si è contrapposta radicalmente l’Uefa. Fin dall’inizio della vicenda la confederazione del calcio europeo si è schierata nettamente non soltanto contro il progetto di privatizzazione della Fifa, ma anche e soprattutto contro il suo presidente. Lo ha (giustamente) accusato di governare in modo eccessivamente personalistico il calcio mondiale e di aver fatto del progetto Ffe l’espressione più eclatante di questo stile di governance.

Lo scandalo Balogun e la subalternità a Trump

Chi osserva le questioni di politica calcistica internazionale sa che il conflitto fra l’Uefa e la Fifa di Infantino era latente da tempo, e che al primo casus belli sarebbe esploso in modo aperto. Già nel corso del Mondiale 2026 non erano mancati i motivi di aperta frizione, che hanno raggiunto il culmine con la revoca della squalifica per cartellino rosso di Folarin Balogun, attaccante della nazionale Usa: una mossa operata su espressa richiesta del presidente statunitense Donald Trump.

Infantino, un leader azzoppato alla Fifa: la spaccatura è irrimediabile?
Infantino in versione monarca.

In quella circostanza il duro intervento dell’Uefa era stato motivato dal fatto che quella cancellazione del provvedimento disciplinare andasse a danneggiare una nazionale europea (il Belgio), che si sarebbe ritrovata ad affrontare un giocatore avversario graziato con procedura di assoluto privilegio.

Partita la ribellione contro il capo della Fifa

Ma fino al momento in cui Infantino non aveva osato la mossa del progetto Ffe, dimostrando definitivamente di essere diventato Fifantino (la perfetta coincidenza fra l’organizzazione e il suo presidente, come se si trattasse di un abito sartoriale), il conflitto non era deflagrato in scontro aperto. Invece da quel passaggio in poi, la Fifa si è trasformata nell’avanguardia della ribellione al suo capo.

Infantino, un leader azzoppato alla Fifa: la spaccatura è irrimediabile?
Un disegno comparso in Svizzera poco prima dell’inizio del Mondiale che ritrae Infantino e Trump con una Coppa del Mondo alterata (foto Ansa).

L’annuncio che club e nazionali affiliate all’Uefa diserteranno le manifestazioni Fifa finché Infantino non si dimetterà da presidente è stata la presa di posizione più netta. E da quel momento in poi la confederazione presieduta dall’avvocato sloveno Aleksander Ceferin ha reiterato la richiesta attraverso comunicati ufficiali. L’ultimo dei quali è stato pubblicato lunedì 10 agosto: una dichiarazione congiunta con altre due confederazioni continentali (la Concacaf, che rappresenta le federazioni nazionali di Nord e Centro America e dei Caraibi, e l’asiatica Afc) in cui viene ripreso il tema del governo autocratico di Infantino. Il calcio non appartiene a uno solo, è il succo del testo.

Africa e Sud America ancora lo appoggiano

La mossa è forte e delinea degli schieramenti ben precisi. Da una parte c’è il gruppo degli anti-Fifantino, con l’Uefa a fare da capofila e Afc e Concacaf a condividere l’indirizzo. Dall’altra parte c’è una leadership azzoppata e ampiamente screditata della Fifa, che trova l’appoggio delle confederazioni di Africa (Caf) e Sud America (Conmebol).

Rimane indefinita la posizione della confederazione dell’Oceania (Ofc), che è anche quella caratterizzata dalla presenza di federazioni lillipuziane. Cioè le organizzazioni che, per intenderci, vengono ampiamente foraggiate dai programmi di sviluppo Fifa Forward voluti da Infantino dopo l’elezione nel 2016.

Al Congresso 2027 punta(va) sull’adesione di 200 federazioni su 211

Il riferimento ai programmi Fifa Forward (da cui il progetto di privatizzazione Ffe trae ispirazione non soltanto nella denominazione) è cruciale per capire quali siano le reali fazioni in campo e quale direzione possa prendere la guerra che ormai si è aperta per la guida della Fifa. Grazie a una distribuzione di denaro a pioggia, Infantino era arrivato ad assicurarsi, in vista del Congresso Fifa di Rabat che a marzo 2027 dovrebbe rieleggerlo, l’adesione di 200 federazioni nazionali su 211.

Siamo sicuri che il fronte degli oppositori sia così compatto?

C’è da dubitare che, per gran parte di quelle federazioni, la rinuncia alla grassa prebenda venga effettuata spensieratamente, specie laddove non si abbia certezza di un meccanismo sostitutivo. In questo senso, il sostegno delle federazioni africane al loro grande benefattore non veniva nemmeno quotato dai bookmaker, né si può dubitare che le micro-federazioni dell’Oceania possano andare in direzione opposta. Piuttosto, è sulla saldezza dello schieramento anti-Infantino che bisogna porsi qualche interrogativo. Siamo proprio sicuri che sia così compatto?

Infantino, un leader azzoppato alla Fifa: la spaccatura è irrimediabile?
Il presidente della Fifa Gianni Infantino (foto Ansa).

I segnali di senso contrario non mancano. E rispetto a ciò la Concacaf è la confederazione che ha già in casa un soggetto dichiaratamente dissidente: la federazione messicana, che nei giorni scorsi ha esternato l’appoggio a Infantino. E come la mettiamo con la federazione Usa e con le probabilissime pressioni di Trump? Per non dire di quelle caraibiche. Un esempio: Suriname (640 mila abitanti, 15 mila tesserati) è una delle miracolate (pur non essendo tra le qualificate) dall’allargamento a 48 squadre della fase finale dei Mondiali voluta da Infantino. Il suo voto vale quanto quello della Germania o del Brasile. Vogliamo dare per certo che si schieri contro il presidente azzoppato?

Qatar e Arabia Saudita stanno con Infantino

Né sul fronte Afc si può dare per assodata l’unanimità. Qatar e Arabia Saudita stanno con Infantino, che negli anni scorsi ne ha difeso il diritto a ospitare il Mondiale nonostante i discutibilissimi standard dei diritti civili e umani. Va aggiunto che, nel caso dei sauditi, Infantino ha proprio spianato la strada verso la candidatura a ospitare l’edizione 2034. In particolare, il Qatar ha un ruolo chiave nell’area Mena (Medio Oriente e Nordafrica) e nella costruzione di un’opinione pubblica globale di matrice araba (un tema sul quale la propaganda interna ha molto battuto durante il Mondiale 2022).

Che ruolo vuole giocare Nasser Al-Khelaifi?

Rispetto a questa posizione dell’emirato, resta da capire quale sia il ruolo che vorrà giocare Nasser Al-Khelaifi. Il plenipotenziario del Qatar per le questioni sportive, oltre a essere presidente del Paris Saint-Germain e dell’European Football Association (l’associazione dei club calcistici europei, ex Eca), è più che uno stretto alleato di Ceferin: è stato il suo lord protettore nei giorni del fallito tentativo di Superlega europea per club (aprile 2021) e da allora ha consolidato un potere personale che lo rende autonomo persino dal Qatar e dalla famiglia regnante degli Al Thani.

Infantino, un leader azzoppato alla Fifa: la spaccatura è irrimediabile?
Aleksander Ceferin con Nasser Al-Khelaifi (foto Ansa).

Come agirà Al-Khelaifi in questa partita? E se, per un verso, liberarsi di Infantino sarebbe la migliore notizia per la salute del calcio globale, per altro verso avere il dirigente qatariota come kingmaker è un approdo davvero auspicabile? Da qualsiasi parte la si giri, la situazione è incancrenita. Il calcio mondiale è totalmente balcanizzato. E il responsabile di tutto ciò è una sola persona, che adesso se ne sta attaccata alla poltrona come a un catetere.

Bezos sbarca nel calcio: l’accordo per l’acquisto del 30 per cento del Liverpool

Jeff Bezos è pronto a sbarcare nel mondo del calcio: il fondatore di Amazon fa parte di un gruppo di investitori pronto a rilevare poco meno di un terzo delle quote del Liverpool. Lo scrive Sky News, aggiungendo che l’ingresso del gruppo nel capitale del club inglese avverrebbe sulla base di una valutazione complessiva del club di circa 4,4 miliardi di sterline, pari a quasi 5 miliardi di euro. Fenway Sports Group, holding che detiene la maggioranza del Liverpool dal 2010, dovrebbe annunciare in settimana la transazione.

Bezos sbarca nel calcio: l’accordo per l’acquisto del 30 per cento del Liverpool
Anfield, stadio del Liverpool (Ansa).

Gli altri investitori della cordata

La cordata che ha messo gli occhi sulla quota di minoranza – ma comunque significativa – del Liverpool non è guidata da Bezos, ma da Amit Bhatia, imprenditore che in passato ha detenuto una quota del Queens Park Rangers, nonché genero del miliardario indiano Lakshmi Mittal, a capo della più grande società siderurgica al mondo. Sky News scrive che tra gli investitori c’è anche Eduardo Saverin, uno dei co-fondatori di Facebook: in passato aveva tentato di acquisire quote del Chelsea. Fenway – che nel 2010 comprò il Liverpool per 300 milioni di sterline – ha confermato l’interesse del gruppo di Bhatia, precisando che non è in corso una vendita integrale del club.

Infantino nel mirino di Uefa, Concacaf e Afc: la lettera congiunta

Le confederazioni calcistiche europea (Uefa), nordamericana (Concacaf) e asiatica (Afc) prendono ulteriormente le distanze dal presidente della Fifa Gianni Infantino, che dopo l’alzata di scudi a livello globale si è visto costretto a ritirare il suo piano di vendere quote dei Mondiali a investitori privati. Lo hanno fatto attraverso una lettera aperta alla «famiglia del calcio», la «più grande passione condivisa al mondo» che «non appartiene a nessun individuo né a nessuna istituzione».

La lettera congiunta delle tre confiderazioni

«L’ampliamento dei tornei, l’assegnazione delle edizioni 2030 e 2034 della Coppa del Mondo, la distribuzione delle risorse alle federazioni: si è trattato di traguardi condivisi, concordati e realizzati insieme», si legge nella lettera, che punta il dito contro Infantino. «La recente lettera della Fifa ai suoi vicepresidenti e alle 211 federazioni affiliate riconosce che nel processo sono stati commessi degli errori, inquadrando l’accaduto come un fallimento comunicativo. Una proposta avanzata con tempistiche ristrette, priva di una consultazione significativa e spinta verso una scadenza prima ancora che le federazioni potessero esaminarne adeguatamente i termini, non è frutto di una semplice svista, bensì di una strategia volta a limitare il vaglio critico. Non è stato riconosciuto che la proposta in sé fosse intrinsecamente errata», scrivono Uefa, Concacaf e Afc: «Manca tuttora la consapevolezza che il tentativo di vendere una quota di partecipazione alla Coppa del Mondo abbia rappresentato un grave errore di valutazione: non un mero passo falso procedurale, ma una violazione fondamentale del rapporto di fiducia con le stesse istituzioni che la Fifa ha il compito di servire». Tra i passaggi della lettera c’è anche: «Quando la fiducia viene infranta dall’inganno, quando un individuo si pone al di sopra della collettività che gli ha conferito l’autorità, il dovere di servizio verso la famiglia del calcio viene tradito». E poi: «C’è silenzio dove dovrebbe esserci responsabilità, distanza dove dovrebbe esserci trasparenza. Queste non sono le qualità che il calcio merita di trovare nella sua leadership».

Zola nuovo coordinatore per i progetti giovanili del Club Italia

Da calciatore aveva indossato per 35 volte la maglia della Nazionale, segnando 10 gol. A distanza di tanti anni, Gianfranco Zola torna a vestire l’Azzurro ed entra nel Club Italia con il ruolo di coordinatore dei progetti delle attività giovanili. Lo ha annunciato la Figc: riempita così un’altra casella del nuovo corso targato Giovanni Malagò, che ha già visto le nomine di Roberto Mancini come ct e quella di Claudio Ranieri come direttore tecnico, a sua volta in sostituzione di Paolo Maldini.

Zola lavorerà assieme al coordinatore tecnico Viscidi

«Ringrazio il presidente Malagò per avere pensato a me in questo ruolo, a dimostrazione della bontà del progetto portato avanti in Lega Pro con la struttura interna, con i club e con la governance di cui faccio parte. Mi metto a disposizione del movimento azzurro con soddisfazione, slancio e senso del dovere, rivolto soprattutto allo sviluppo e alla crescita dei nuovi talenti italiani», ha dichiarato Zola, che da vicepresidente della Lega Pro è stato artefice della riforma che porta il suo nome e che ha stimolato l’impiego di giovani calciatori in Serie C. Zola lavorerà assieme al coordinatore tecnico Maurizio Viscidi. «Il suo carisma, la sua preparazione e il suo impegno verso i giovani mostrato in questi anni in Lega Pro rappresentano la base migliore per costruire il nostro futuro», ha dichiarato Malagò. «Lo ringrazio perché ha accettato con entusiasmo, disponibilità e responsabilità. Con Ranieri, Mancini e Zola vogliamo costruire una nuova prospettiva per il calcio italiano». Malagò ha spiegato all’Ansa di aver condiviso la scelta di Zola con Ranieri e anche con Matteo Marani, numero uno della Lega Pro, di cui l’ex fantasista di Parma e Chelsea continuerà a essere vicepresidente vicario.

Infantino perde consensi: la decisione di Galles e Inghilterra

Dopo le polemiche sulla proposta di vendere a privati quote della Coppa del Mondo l’indice di gradimento di Gianni Infantino, già inviso a buona parte degli appassionati per la sua gestione della Fifa, è crollato. Il presidente dell’organo di governo del calcio mondiale ha rinunciato ai suoi propositi, ma a quanto pare è servito a poco: 50 delle 55 federazioni affiliate alla Uefa si starebbero preparando a ritirare in massa le lettere di sostegno al dirigente svizzero in vista di un possibile quarto mandato e alcune sono già passate ai fatti.

Dal Galles la prima revoca al sostegno per la rielezione

Il Galles, prima nazione a farlo, ha ritirato ufficialmente il sostegno alla candidatura di Infantino per un nuovo mandato dal 2027 al 2031. La Football Association of Wales, in una nota, ha parlato di «recenti fallimenti in termini di buona governance, processi, leadership, valori, gestione degli stakeholder, comunicazioni e giudizio sano». Nel comunicato della Federcalcio gallese si legge anche: «Non mettere al primo posto i migliori interessi del calcio è un fallimento che non possiamo accettare». A breve è attesa un’analoga presa di posizione da parte della Football Association inglese. Come scrive il Guardian, la FA scriverà a Infantino per ritirare una precedente lettera di sostegno alla sua rielezione, segno dell’approccio coordinato che l’Europa del calcio sta adottando per rimuoverlo dall’incarico il più rapidamente possibile.

Infantino perde consensi: la decisione di Galles e Inghilterra
Gianni Infantino (Imagoeconomica).

Infantino gode ancora di grande sostegno a livello globale

Tale approccio arriva dopo la dura condanna dell’Uefa: l’organo di governo del calcio europeo (che non vota) aveva minacciato di boicottare i Mondiali dopo che era diventata di dominio pubblico l’idea di Infantino di creare una holding per raccogliere miliardi cedendo agli investitori una parte dei ricavi delle future Coppe del Mondo. Con ogni probabilità molte altre federazioni calcistiche seguiranno l’esempio di quelle gallese e inglese, nel tentativo di portare Infantino a non ricandidarsi. Il destino del dirigente elvetico, tuttavia non dipende solo dai voti che verranno meno dall’Europa: in Asia e Centro-Nord America, infatti, Infantino continua a godere di grande sostegno.

La morte di Franco Baresi sulla stampa estera

Il calcio italiano è in lutto per la scomparsa di Franco Baresi. Una notizia che, vista la caratura del personaggio, ha trovato ampio spazio anche sulle principali testate sportive straniere. L’Equipe apre l’edizione online col titolo: «Baresi, la scomparsa di un precursore». Un riferimento alla modernità del gioco del numero 6 rossonero, un difensore centrale molto avanti rispetto ai suoi tempi. «Libero italiano di grande eleganza e incarnazione della grande squadra del Milan di fine Anni 80», lo ricorda poi nel pezzo la testata francese. Lo spagnolo Marca titola: «È morto Franco Baresi, leggenda eterna del Milan e del calcio italiano», definendo poi l’ex capitano rossonero «uno dei più grandi difensori della storia». Nell’articolo dedicato alla sua scomparsa si legge poi: «Baresi è stato molto più di un difensore straordinario. È stato il grande capitano di un Milan leggendario, il leader di una generazione che ha trasformato i rossoneri in una potenza del calcio europeo e in una delle squadre più memorabili di tutti i tempi».

La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera

Anche As ha dedicato un lungo articolo alla scomparsa di Baresi: «Il suo numero 6 passerà alla storia. Nessuno nel mondo del calcio l’ha mai indossato con maggiore eleganza. È stato un elemento imprescindibile sia per il Milan di Arrigo Sacchi che per quello di Fabio Capello. Le sue doti difensive, il portamento unico e la tecnica nel trattare il pallone hanno fatto sì che la sua figura trascendesse lo sport stesso. Una vera icona». Della scomparsa di Baresi, ovviamente, scrivono anche Mundo Deportivo e – passando al Portogallo – A Bola. La leggenda del calcio italiano non è stata solo ricordata e omaggiata dai giornali sportivi stranieri, ma anche dalle principali testate generaliste e dalle più importanti agenzie di stampa estere. «In un’epoca dominata da difensori fisici, Baresi si distinse per la sua lettura del gioco, ridefinendo il ruolo di libero e coniugando autorevolezza difensiva e capacità di avviare l’azione dalle retrovie», ha scritto la Reuters. Il Telegraph ha definito Baresi «uno dei migliori giocatori della sua generazione».

Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale

Stavolta purtroppo non è una fake news: è morto a 66 anni Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale. Ad annunciarlo è stata la società rossonera, alle 7:31 di stamattina: «La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del dna e del cammino di tutto il Club». Baresi, che nel 2025 era stato operato per un nodulo polmonare, ha collezionato 719 presenze ufficiali con il Milan, vincendo sei scudetti e tre Coppa dei Campioni, senza lasciare il club nemmeno negli anni bui della Serie B, mentre in Nazionale ha disputato 81 gare vincendo il Mondiale 1982 (pur senza scendere in campo).

La straordinaria carriera di Franco Baresi

All’anagrafe Franchino, Baresi era nato a Travagliato (Brescia) nel 1960. Tifoso dell’Inter, a 14 anni era entrato nelle giovanili del Milan facendo il percorso contrario del fratello maggiore Beppe, di fede rossonera ma ingaggiato dall’Inter. Il “Piscinin” – “piccolino” in dialetto milanese – aveva esordito col Milan nell’aprile 1978 con Nils Liedholm in panchina, per poi affermarsi come titolare nella stagione successiva, terminata con la conquista dell’agognato decimo scudetto rossonero. Negli anni successivi sarebbe sceso due volte in Serie B col Milan: la prima volta a causa del Totonero, mentre nella seconda occasione la retrocessione arrivò sul campo. In mezzo la promozione a capitano rossonero (a soli 22 anni) e la vittoria della Coppa del Mondo nel 1982 (da riserva di Gaetano Scirea, senza mai scendere in campo).

Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale

Rimasto fedele al Milan, Baresi era ormai una colonna del club quando nel 1986 arrivò Silvio Berlusconi: negli anni successivi, prima con Arrigo Sacchi e poi con Fabio Capello in panchina, avrebbe alzato da capitano trofei su trofei. Per quanto riguarda la Nazionale, dopo la delusione di Italia 90 Baresi disputò il campionato del mondo 1994 negli Usa con la fascia di capitano al braccio: infortunatosi al menisco contro la Norvegia nei gironi, contro ogni aspettativa dopo soli 25 giorni tornò in campo nella finale contro il Brasile. E fu, purtroppo, il primo a sbagliare dal dischetto: un errore a cui fece seguito un pianto inconsolabile. A giugno del 1997 l’addio al calcio giocato: il Milan, senza esitare, decise di ritirare il suo numero 6 di Baresi, che da “Piscinin” era diventato “Kaiser Franz”. Successivamente era entrato nei quadri dirigenziali rossoneri, tradendo il Diavolo solo per una breve esperienza (81 giorni) al Fulham, in Inghilterra.

Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale

Il cordoglio del mondo del calcio e non solo

Dalle istituzioni ai club, passando per ex compagni, avversari e tifosi: in tantissimi stanno piangendo Baresi. «Il calcio italiano perde una delle sue leggende, un campione straordinario che in tutta la sua carriera ha indossato solo due maglie, quella del Milan e quella azzurra. Una scelta romantica, che lo ha fatto entrare di diritto nel cuore dei tifosi e di milioni di italiani», ha dichiarato Giovanni Malagò, presidente della Figc. «Lo ricorderemo come merita in occasione delle prossime partite della Nazionale, quella Nazionale per la quale ha sempre dimostrato un attaccamento eccezionale diventandone uno dei simboli più gloriosi».

Messaggi di cordoglio sono arrivati da numerosi club: dall’Inter («Capitano, uomo squadra e bandiera del Milan, ha vissuto ogni confronto con l’Inter tra competizione e rispetto, dentro una sfida che ha scritto pagine indimenticabili del calcio italiano»,) alla Juventus («Ci sono persone che, con il loro talento, entrano nella storia. E altre che, con la loro umanità, vi restano per sempre. Franco Baresi è stato entrambe le cose»), fino alla Roma e alla Lazio.

Così Giorgia Meloni: «Con la scomparsa di Franco Baresi, l’Italia perde non solo uno dei più grandi campioni della sua storia sportiva, ma anche un esempio di lealtà, serietà e dedizione. Capitano del Milan e della Nazionale, ha indossato gli stessi colori per un’intera carriera, vivendo la fedeltà come un valore e la fascia come una responsabilità. Ha dimostrato che si può diventare leggenda senza mai smettere di essere un punto di riferimento, dentro e fuori dal campo».

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali

Non bastavano i recenti scandali, dalla revoca della squalifica di Folarin Balogun al discutibile premio per la pace assegnato a Donald Trump. Ora Gianni Infantino se n’è inventata un’altra: il presidente della Fifa ha infatti messo a punto un progetto per cedere una parte del valore delle Coppe del Mondo (4,2 miliardi di dollari – circa il 20 per cento) a investitori privati, tra cui il fondo Thrive Eternal di Joshua Kushner, fratello di quel Jared genero di Trump.

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali
Gianni Infantino e Donald Trump con la Coppa del Mondo (Ansa).

Fifa Forward Enterprise: il piano di Infantino

A rivelare il progetto di Infantino è stato il Times e poco dopo la Fifa ha confermato l’anticipazione: tutto vero. Il dirigente elvetico intende creare una holding commerciale valutata 20 miliardi di dollari, denominata Fifa Forward Enterprise (Ffe), destinata a gestire in esclusiva i diritti e la macchina organizzativa di Coppa del Mondo e Mondiale per Club: diritti televisivi, sponsorizzazioni, licensing, biglietteria, hospitality ed eventi. Gli investitori privati, di fatto, saranno comproprietari dei grandi eventi Fifa e per massimizzare i dividendi sarà indispensabile aumentare ulteriormente il numero della Nazionali partecipanti alla fase finale dei Mondiali e rendere più frequenti i tornei (organizzandoli magari ogni due anni). Secondo il Financial Times, l’operazione è seguita da JP Morgan e da Greg Maffei, ovvero l’ex ceo di Liberty Media che ha trasformato la Formula 1 in uno dei prodotti sportivi più redditizi al mondo. Il Times scrive che Infantino, destinato al ruolo di amministratore delegato di Ffe al termine dell’incarico da presidente Fifa, si “auto-elargirebbe” uno stipendio da oltre 60 milioni di dollari. Da parte sua, la Fifa ha spiegato che si tratta di un progetto «per liberare il potenziale commerciale del calcio».

L’Uefa minaccia di boicottare i Mondiali del 2030

Secondo il giornalista investigativo Romain Molina, Infantino ha inviato una lettera ai presidenti delle 211 federazioni affiliate alla Fifa, chiedendo di esprimere entro il 19 settembre il proprio sostegno al suo progetto, che è già stato bocciato dall’Uefa. «L’anima e la governance del calcio non sono beni da mettere sul mercato, tanto più in assenza totale di trasparenza su chi ne trarrebbe vantaggi economici»., ha dichiarato in una nota l’organo di governo del pallone europeo, secondo cui il piano di Infantino «oltrepassa un limite che le istituzioni di governo del calcio non dovrebbero mai superare». L’Uefa sta accelerando i tempi per convocare una riunione d’emergenza delle sue 55 federazioni affiliate: tra le ipotesi sul tavolo pure il potenziale boicottaggio dei Mondiali 2030, secondo quanto riporta Espn. Come l’Uefa, ha espresso preoccupazione anche la Concacaf, ossia l’organo di controllo del calcio del Nordamerica, Centroamerica e dei Caraibi.

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali
Gianni Infantino (Ansa).

Il caso ha agitato anche Bruxelles. «Giù le mani dal nostro sport», ha dichiarato Glenn Micaleff, commissario allo Sport dell’Ue: «Nei limiti dei poteri conferitile dai Trattati, la Commissione europea esaminerà queste proposte con la massima attenzione per valutare il rispetto delle norme sulla concorrenza». Micaleff ha poi affermato che «diventa particolarmente preoccupante il caso in cui i poteri regolamentari della Fifa si allineano con gli interessi finanziari di entità private, quando il valore degli investimenti dipende dalle decisioni prese dalla Fifa. Questo solleva profondi interrogativi in merito a governance, indipendenza e conflitti di interesse». Anche la federcalcio francese ha già espresso forti perplessità sull’iniziativa. Unendosi alle critiche di Fifa e Ue, il nuovo premier britannico Andy Burnham ha dichiarato: «Il calcio non appartiene agli investitori. Appartiene alle persone che riempiono gli spalti e che stanno a bordo campo settimana dopo settimana, con la pioggia o con il sole».

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro

Fossero stati quattro amichetti al bar, ci saremmo risparmiati tutto questo balletto sul commissario tecnico che ci ha distratto dalle discussioni sul prezzo del gasolio e sui gioiellieri pistoleri. Invece al bar c’erano i rappresentanti di almeno tre comitive diverse, ciascuna con la sua rivendicazione per la panchina della Nazionale. E lì si è materializzato il fracasso. Perché fino a che c’è da discettare di Cynar Spritz, la famosa condivisione non è un problema. Ma se invece si tratta di assegnare un ruolo – e mica uno qualsiasi, bensì quello di guida della squadra azzurra – ecco che sbucano i coltelli da sotto il tavolino. Alla fine l’hanno spuntata Roberto Mancini nel ruolo di ct (quindi proveremo a tornare al Mondiale affidandoci all’allenatore che non ci ha portato al penultimo Mondiale, geniale) e Claudio Ranieri (74 anni, di nuovo in gioco nonostante avesse annunciato il suo addio al calcio nel 2024, prima di essere richiamato dalla Roma) in quello di direttore tecnico. Dunque ha vinto il filone dell’amichettismo targato Giovanni Malagò.

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro
Giovanni Malagò e Roberto Mancini.

Il nostro calcio si è avvitato in una crisi drammatica

La figuraccia però era stata già ampiamente confezionata. Di dimensione Mondiale, come la manifestazione che il nostro calcio manca con regolarità da 12 anni (e diventeranno almeno 16). Con facce che sembrano nuove (anche se in realtà sono sempre le stesse) a intestarsela e un record già incamerato: farsi ridere dietro dal mondo intero senza ancora essere scesi in campo. Bisognerebbe essere dei geni del male per raggiungere un esito del genere. E invece i personaggi coinvolti non possono aspirare nemmeno a questo status. Semplicemente sono persone di sciattissimi maneggi, seppur convinte di possedere la vis strategica. Giusto per capire una volta di più quanto drammatica sia la crisi in cui il nostro calcio si è avvitato. Abbiate fiducia, ché si può sempre fare peggio.

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro
Claudio Ranieri assieme a Giovanni Malagò durante la cerimonia per la consegna del Premio Enzo Bearzot 2016 (foto Ansa).

Giochi di potere con l’unica logica delle relazioni personali

Il caos Figc aveva raggiunto l’apice con le dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo dopo poco più di due settimane dal loro annuncio ufficiale. E meno male che Malagò aveva parlato di condivisione totale: «Loro non faranno mai nulla che non è condiviso con me e io non farò mai nulla che non è condiviso con loro». Si è visto. È bene trarre il principale insegnamento da quanto la vicenda ha messo in scena: un conflitto fra gruppetti di amici, pronti a scannarsi in applicazione di una strana declinazione della Logica del Beduino: cioè di quello schema che porta a filtrare le relazioni personali attraverso l’applicazione della dialettica amico-nemico. Nella caldazza di questo luglio romano abbiamo scoperto che in riva al Tevere vige una versione parecchio diversa di quella logica. Non più «l’amico del mio amico è mio amico…» eccetera eccetera, bensì «sei mio amico se assumi il mio amico, sei mio nemico se vuoi assumere il tuo amico anziché il mio amico».

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro
Giovanni Malagò, Leonardo e Paolo Maldini (foto Ansa).

Anche Pirlo non era una scelta dettata dal merito

Esagerazioni? Non proprio, visti gli esiti di questi 16 giorni in cui la federazione, in nome del grottesco Metodo clessidra” voluto dal fresco presidente, ha avuto un direttore tecnico e un consulente del direttore tecnico. Questi ultimi due avevano individuato il loro candidato in Andrea Pirlo: oggettivamente inadeguato alla missione, e per di più messo in fondo a una lista di tentativi andati a monte che comprende i nomi probabilmente troppo esosi di Carlo Ancelotti e Pep Guardiola. Al di là delle ombre russe, è evidente che fosse una scelta dettata non certo dal merito (Pirlo nella sua carriera in panchina, tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti, non ha fatto nulla per avere una credibilità tale da diventare ct), quanto dall’amicizia nata ai tempi del Milan.

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro
Il presidente della Figc Giovanni Malagò (foto Ansa).

La fuga milionaria di Mancini in Arabia? Già in cavalleria

Dal canto suo, Malagò è riuscito a imporre il suo candidato, il socio di circolo e compagno di calcetto Roberto Mancini, formando così un quadretto da film di Muccino più che da questione di emergenza calcistica nazionale. Tra l’altro i due assieme hanno appena vinto la Coppa Canottieri Over 60, con la squadra dell’Aniene, battendo 8-3 i biancocelesti del Circolo Canottieri Lazio. E pazienza se il Mancio nel 2023 aveva abbandonato la nave per un contratto pluriennale da oltre 90 milioni come ct dell’Arabia Saudita, tanto che ancora oggi c’è chi lo accusa di essere un traditore. A condire ulteriormente il volemose bene in salsa capitolina, ecco rispolverato dalla pensione Ranieri, vicino di casa – guarda un po’ – di Malagò: entrambi abitano nel quartiere Parioli.

La Lega Serie A pro-Conte martellava grazie alla Gazza

È risultata sconfitta la terza banda, un po’ meno chiassosa ma non per questo mansueta, cioè quella della Lega di Serie A, che non ha mai nascosto la preferenza per Antonio Conte. A nulla è servita la campagna a mezzo stampa de La Gazzetta dello Sport, edita dal presidente del Torino Urbano Cairo, per scongiurare l’opzione Mancini: «Non si può farlo rientrare dalla finestra, ha lasciato la Nazionale in un mare di guai per allenare l’Arabia. Sarebbe incomprensibile», scriveva il direttore della rosea prima dell’ufficializzazione della scelta di Malagò. Per la serie: marciare divisi e colpirsi uniti.

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro
Antonio Conte quando guidava la Nazionale, nel 2016 (foto Ansa).

L’annuncio di Malagò: Mancini nuovo ct della Nazionale

Fine della telenovela: Roberto Mancini è il ct della Nazionale. Lo ha annunciato il presidente della Figc Giovanni Malagò al Consiglio Federale in corso a Roma, spiegando che in pratica manca solo la firma. Attesa anche l’ufficialità di Claudio Ranieri come direttore tecnico azzurro in sostituzione di Paolo Maldini, il quale ha lasciato l’incarico (assieme al consulente Leonardo) dopo la bocciatura di Andrea Pirlo.

L’annuncio di Malagò: Mancini nuovo ct della Nazionale
Roberto Mancini (Imagoeconomica).

Mancini era stato già ct dal 2018 al 2023

Per Mancini si tratta di un ritorno sulla panchina azzurra: era stato infatti commissario tecnico dal 2018 al 2023, guidando l’Italia per 61 partite e portandola a vincere il Campionato europeo nel 2021. Aveva poi lasciato l’incarico (con una pec inviata da Mykonos) dopo la mancata qualificazione alla fase finale della Coppa del Mondo del 2022 e una successiva Nations League senza squilli, venendo sostituito da Luciano Spalletti. Mancini aveva motivato il passo indietro con l’eccessiva stanchezza, salvo poi dire sì – poco dopo – a un ricco contratto offerto dalla federcalcio saudita. La sua esperienza come commissario tecnico dall’Arabia Saudita si era conclusa dopo poco più di un anno. A novembre del 2025, ingaggiato dall’Al-Sadd di Doha (Qatar), era poi tornato ad allenare una squadra di club. Adesso il ritorno sulla panchina dell’Italia.

Infantino ha corrotto Trump? Il Congresso Usa apre un’indagine

Jamie Raskin, massimo esponente democratico della Commissione Giustizia della Camera Usa, ha avviato un’indagine su Gianni Infantino, richiedendo documenti in grado di fare luce sui legami tra la Fifa e Donald Trump. Raskin, spiega il Guardian, ha chiesto al dirigente svizzero di fornire tutti i documenti e le comunicazioni relativi a regali, pagamenti o vantaggi concessi a Trump e ai suoi collaboratori, nonché i registri degli accessi agli uffici di rappresentanza che l’organo di governo del calcio mondiale ha aperto nella Trump Tower di New York a luglio del 2025. Fissando il 9 agosto come termine per la consegna dei documenti, ha inoltre sollecitato un’audizione di Infantino davanti al Congresso. Dato che i Democratici non hanno la maggioranza alla Camera, Raskin non ha il potere di imporre a Infantino di presentarsi: servirebbe il sostegno dei Repubblicani.

Infantino ha corrotto Trump? Il Congresso Usa apre un’indagine
GIANNI INFANTINO PRESIDENTE FIFA DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

L’affondo di Raskin, che in una lettera a Infantino ha scritto di «vantaggi inquietanti e inspiegabili concessi alla Fifa apparentemente in cambio di favori a Trump», si inserisce in un quadro già complicato per la federazione calcistica mondiale. Il rapporto Infantino-Trump è finito sotto esame a partire da dicembre, quando in occasione del sorteggio dei gironi della fase finale dei Mondiali a Washington il dirigente elvetico ha conferito al tycoon il “Premio Fifa per la pace” di nuova istituzione. Poi, durante la Coppa del Mondo, ha fatto molto discutere la revoca della squalifica inflitta all’attaccante statunitense Folarin Balogun, arrivata dopo il “pressing” di Trump su Infantino. La lettera di Raskin fa inoltre riferimento alla decisione del Dipartimento di Giustizia di ritirare le accuse contro gli imputati coinvolti nelle indagini del governo statunitense sulla corruzione nel calcio mondiale, inclusa l’azione legale avviata nel 2015 nei confronti di oltre 20 alti funzionari Fifa e dirigenti del marketing sportivo. «La sua elezione a presidente della Fifa avrebbe dovuto segnare una netta rottura – come un cartellino rosso – con una cultura di corruzione e scandali durata decenni, che aveva infangato la reputazione del calcio mondiale. Invece, all’inizio del suo mandato, ha smantellato i presidi etici della Fifa e neutralizzato il comitato etico dell’organizzazione, allontanandone la maggior parte dei membri. Tale mancanza di trasparenza e di controlli le ha poi spianato la strada per ingraziarsi l’Amministrazione Trump attraverso tattiche che un docente di diritto della New York University e un suo ex membro del comitato etico hanno definito “corruzione legale”», si legge nella lettera, che affronta anche la politica sulla vendita dei biglietti per la Coppa del Mondo, su cui stanno conducendo indagini i procuratori generali di New York, New Jersey, Texas e California.

Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera

Il caos attorno alla scelta del nuovo commissario tecnico dell’Italia, ennesima figuraccia del calcio azzurro, ha varcato i confini nazionali approdando sulle home page dei siti delle principali testate sportive (e non) estere.

Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera
Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera
Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera
Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera

«Terremoto in Italia con Pirlo e Maldini», titola il quotidiano sportivo spagnolo As. Senza cambiare Paese, Marca scrive: « Pirlo rompe il silenzio in mezzo alla tempesta: “L’amore per l’Italia non dipende da un lavoro”». Dello stesso tono il titolo de L’Equipe: «Pirlo fuori. La Nazionale nella tempesta». La prestigiosa testata sportiva francese irride poi l’Italia: «È più difficile qualificarsi per i Mondiali o trovare un allenatore?». Così la tedesca Bild: «Salta l’accordo Pirlo-Italia, che caos!».

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto

A Paolo Maldini e Leonardo va riconosciuta l’ambizione. L’ex segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica Nikita Krusciov, che pure non era uomo da mezze misure – per farsi capire all’Onu batteva la scarpa sul banco -, quando volle strafare si spinse fino al piano settennale, la semiletka del 1959. Sette anni. Oltre, nemmeno il Gosplan – l’agenzia di pianificazione economica dell’Urss – osava: troppo lontano, troppo comodo, troppo inverificabile. Ci voleva la nuova direzione tecnica della Figc per superare il Cremlino: otto-10 anni, annunciati il 23 luglio in Lega Serie A, con Giovanni Malagò costretto a correggere al ribasso in diretta – «io penso a sei anni, Paolo ha parlato addirittura di otto-10». Quando persino lo sponsor della tua nomina ti dimezza l’orizzonte davanti ai club, forse un problema c’è. Aspettiamo solo di capire se, al prossimo Consiglio federale, Maldini batterà il mocassino sul banco. Coerenza estetica vorrebbe di sì.

Una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione

Il punto comunque non è l’orizzonte lungo. Le rifondazioni serie – quella tedesca dopo il 2000, o quella belga – erano decennali. Ma erano piani: fasi, tappe, obiettivi misurabili, gente che rispondeva se i numeri non tornavano. Qui invece abbiamo «linee guida» e una data d’arrivo collocata in un futuro nel quale, statisticamente, nessuno dei presentatori sarà più in carica. Siamo di fronte a una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione. Il quinquennale sovietico, almeno, prevedeva punizioni severe per chi mancava l’obiettivo. Qui non è previsto nemmeno il tagliando. E poi c’è il capolavoro: il pasticcio sulla scelta del commissario tecnico.

Siamo partiti dai migliori al mondo per arrivare a Pirlo

Ricapitoliamo la sequenza, perché merita. Primo atto: «Siamo partiti dai migliori al mondo». Pep Guardiola contattato, Carlo Ancelotti sentito. Applausi: finalmente si ragiona in grande! Secondo atto: i migliori del mondo, com’era prevedibile, hanno detto di aver meglio da fare. Terzo atto: si scende dunque al gradino successivo: Roberto Mancini, il preferito del presidente? Antonio Conte, il preferito della Lega? No. Si precipita su Andrea Pirlo, vincitore della First Division degli Emirati con lo United FC di Dubai, campionato che conta 28 club professionistici in tutto, contro i 100 italiani.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Roberto Mancini, Andrea Pirlo e Pep Guardiola (foto Ansa).

Nessun appeal a livello commerciale

Dall’allenatore che definisce un’epoca al vincitore della cadeteria emiratina, senza fermate intermedie. Non esiste modo più crudele di far apparire inadeguato un candidato che presentarlo come esito della stessa ricerca iniziata da Guardiola. E l’hanno fatto i suoi sponsor. L’errore Pirlo, del resto, non era solo tecnico: era contabile, e su questo sito i conti sono già stati fatti. Un ct con quel profilo produce zero riprezzamento commerciale il giorno dell’annuncio: nessun partner ritocca una voce di listino per chi ha vinto la cadetteria emiratina. E parliamo di una Federazione che ha già iscritto a bilancio 9,5 milioni di riduzione dei corrispettivi commerciali per il 2026, un malus Adidas da 9,6 milioni per la mancata qualificazione mondiale, un rosso previsto di 6,6 milioni, dentro un danno complessivo che Unimpresa stima oltre i 50 milioni.

Il pasticcio su Fonbet, il principale bookmaker di Mosca

In questo quadro, la direzione tecnica ha proposto l’unico candidato che non spostava un euro. Un risparmio senza investimento: il peggio di entrambi i mondi. Poi, certo, c’è stata la Russia. E qui il sarcasmo si scrive da solo: i signori del piano decennale in salsa Gosplan si presentano con un candidato ct che dall’ottobre 2025 fa il global ambassador di Fonbet, il principale bookmaker di Mosca, e che a maggio 2026, mentre su Kyiv cadeva di tutto, posava per i selfie al “Football Day” moscovita.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Il messaggio di Pirlo su Instagram e la pubblicità di Fonbet.

«Nessun significato politico, è solo commercio», si è difeso Pirlo. Gli crediamo. È esattamente questo il problema: per fermarsi davanti a certe fotografie non serve un’opinione politica, basta un ufficio di due diligence. La Figc ne ha uno. La direzione tecnica non l’ha consultato, o peggio, l’ha consultato e ha proceduto lo stesso. Ci ha pensato l’ex attaccante ucraino Andriy Shevchenko nonché ex compagno di Maldini e Pirlo al Milan, con la sobrietà di chi ha la madre a Kyiv, a dire quello che a via Allegri non avevano notato: «Condanno ciò che hanno fatto».

Un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi

Dunque 35 giorni dopo l’elezione di Malagò, il bilancio della gestione è questo: un candidato bruciato da un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi; un presidente federale scavalcato e poi affrontato a muso duro in nome dell’«autonomia»; un potenziale conflitto d’interessi in casa (i figli di Maldini e Pirlo avviati alla professione di procuratori, con una norma federale sull’incompatibilità che pende come un lampadario); e zero commissari tecnici a 60 giorni dalla prima partita che ci attende, Italia-Belgio.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Paolo Maldini, Andrea Pirlo, Gigi Buffon e Andriy Shevchenko nel 2014 (foto Ansa).

Il tutto condito dalla terza rottura professionale in tre anni – Cardinale nel 2023, il Fenerbahçe di Safi a giugno, Malagò oggi – per un dirigente il cui mandato dichiarato sarebbe «unire mondi che fanno fatica a interagire». Finora l’unico mondo che è riuscito a unire è quello, trasversale e affollato, di chi ha litigato con lui.

La fiducia si è consumata in nome dell’amichettismo

Per questo le dimissioni dovrebbero arrivare oggi, non domani. Nessuna punizione – Maldini resta una leggenda di questo sport, e nessuno glielo toglie -, ma una presa d’atto: la fiducia si è consumata prima di produrre alcunché, e l’amichettismo, come ha scritto Fabrizio Roncone sul Corriere della sera, qui è andato “oltre” se stesso. Prima si invoca il merito (Guardiola! Ancelotti!) per nobilitare l’amico, e quando l’amico affonda si grida all’autonomia violata. L’Italia che ha saltato tre Mondiali non si merita questo teatrino.

Chiellini ha dimostrato di tenere insieme uno spogliatoio

Serve un progetto serio. Che esiste, ed è persino a portata di mano. Al vertice tecnico un uomo che con la maglia azzurra ha vinto davvero: Giorgio Chiellini, capitano dell’Europeo 2021, oggi dirigente con ruolo istituzionale e (dettaglio non irrilevante) capacità dimostrata di tenere insieme uno spogliatoio, che è poi la versione ridotta del tenere insieme un sistema.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Antonio Conte e Giorgio Chiellini insieme ai tempi della Nazionale 2016 (foto Ansa).

In panchina Antonio Conte, il miglior valorizzatore di rose del calcio italiano, con un contratto costruito per una volta con intelligenza: quadriennale, bonus legati al Mondiale 2030 e al ciclo completo, malus pesanti in caso di fuga anticipata. Perché la sua nomea di uomo da bienni la conosciamo tutti, e proprio per questo va messa sotto contratto, non sotto silenzio.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Antonio Conte ct della Nazionale a Euro 2016 (foto Ansa).

Attorno, il progetto vero: la scadenza dell’Europeo 2032 in casa come orizzonte misurabile e una fondazione di partecipazione che vincoli le risorse di club e sponsor ai vivai, con conferimenti irrevocabili e conferenti fuori dagli organi di governo. Sei anni, tappe annuali, responsabili con nome e cognome. Si chiama piano. È quella cosa che, tra una scarpa e l’altra, nemmeno a Mosca riuscivano a fare durare 10 anni.