L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali

Non bastavano i recenti scandali, dalla revoca della squalifica di Folarin Balogun al discutibile premio per la pace assegnato a Donald Trump. Ora Gianni Infantino se n’è inventata un’altra: il presidente della Fifa ha infatti messo a punto un progetto per cedere una parte del valore delle Coppe del Mondo (4,2 miliardi di dollari – circa il 20 per cento) a investitori privati, tra cui il fondo Thrive Eternal di Joshua Kushner, fratello di quel Jared genero di Trump.

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali
Gianni Infantino e Donald Trump con la Coppa del Mondo (Ansa).

Fifa Forward Enterprise: il piano di Infantino

A rivelare il progetto di Infantino è stato il Times e poco dopo la Fifa ha confermato l’anticipazione: tutto vero. Il dirigente elvetico intende creare una holding commerciale valutata 20 miliardi di dollari, denominata Fifa Forward Enterprise (Ffe), destinata a gestire in esclusiva i diritti e la macchina organizzativa di Coppa del Mondo e Mondiale per Club: diritti televisivi, sponsorizzazioni, licensing, biglietteria, hospitality ed eventi. Gli investitori privati, di fatto, saranno comproprietari dei grandi eventi Fifa e per massimizzare i dividendi sarà indispensabile aumentare ulteriormente il numero della Nazionali partecipanti alla fase finale dei Mondiali e rendere più frequenti i tornei (organizzandoli magari ogni due anni). Secondo il Financial Times, l’operazione è seguita da JP Morgan e da Greg Maffei, ovvero l’ex ceo di Liberty Media che ha trasformato la Formula 1 in uno dei prodotti sportivi più redditizi al mondo. Il Times scrive che Infantino, destinato al ruolo di amministratore delegato di Ffe al termine dell’incarico da presidente Fifa, si “auto-elargirebbe” uno stipendio da oltre 60 milioni di dollari. Da parte sua, la Fifa ha spiegato che si tratta di un progetto «per liberare il potenziale commerciale del calcio».

L’Uefa minaccia di boicottare i Mondiali del 2030

Secondo il giornalista investigativo Romain Molina, Infantino ha inviato una lettera ai presidenti delle 211 federazioni affiliate alla Fifa, chiedendo di esprimere entro il 19 settembre il proprio sostegno al suo progetto, che è già stato bocciato dall’Uefa. «L’anima e la governance del calcio non sono beni da mettere sul mercato, tanto più in assenza totale di trasparenza su chi ne trarrebbe vantaggi economici»., ha dichiarato in una nota l’organo di governo del pallone europeo, secondo cui il piano di Infantino «oltrepassa un limite che le istituzioni di governo del calcio non dovrebbero mai superare». L’Uefa sta accelerando i tempi per convocare una riunione d’emergenza delle sue 55 federazioni affiliate: tra le ipotesi sul tavolo pure il potenziale boicottaggio dei Mondiali 2030, secondo quanto riporta Espn. Come l’Uefa, ha espresso preoccupazione anche la Concacaf, ossia l’organo di controllo del calcio del Nordamerica, Centroamerica e dei Caraibi.

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali
Gianni Infantino (Ansa).

Il caso ha agitato anche Bruxelles. «Giù le mani dal nostro sport», ha dichiarato Glenn Micaleff, commissario allo Sport dell’Ue: «Nei limiti dei poteri conferitile dai Trattati, la Commissione europea esaminerà queste proposte con la massima attenzione per valutare il rispetto delle norme sulla concorrenza». Micaleff ha poi affermato che «diventa particolarmente preoccupante il caso in cui i poteri regolamentari della Fifa si allineano con gli interessi finanziari di entità private, quando il valore degli investimenti dipende dalle decisioni prese dalla Fifa. Questo solleva profondi interrogativi in merito a governance, indipendenza e conflitti di interesse». Anche la federcalcio francese ha già espresso forti perplessità sull’iniziativa. Unendosi alle critiche di Fifa e Ue, il nuovo premier britannico Andy Burnham ha dichiarato: «Il calcio non appartiene agli investitori. Appartiene alle persone che riempiono gli spalti e che stanno a bordo campo settimana dopo settimana, con la pioggia o con il sole».

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro

Fossero stati quattro amichetti al bar, ci saremmo risparmiati tutto questo balletto sul commissario tecnico che ci ha distratto dalle discussioni sul prezzo del gasolio e sui gioiellieri pistoleri. Invece al bar c’erano i rappresentanti di almeno tre comitive diverse, ciascuna con la sua rivendicazione per la panchina della Nazionale. E lì si è materializzato il fracasso. Perché fino a che c’è da discettare di Cynar Spritz, la famosa condivisione non è un problema. Ma se invece si tratta di assegnare un ruolo – e mica uno qualsiasi, bensì quello di guida della squadra azzurra – ecco che sbucano i coltelli da sotto il tavolino. Alla fine l’hanno spuntata Roberto Mancini nel ruolo di ct (quindi proveremo a tornare al Mondiale affidandoci all’allenatore che non ci ha portato al penultimo Mondiale, geniale) e Claudio Ranieri (74 anni, di nuovo in gioco nonostante avesse annunciato il suo addio al calcio nel 2024, prima di essere richiamato dalla Roma) in quello di direttore tecnico. Dunque ha vinto il filone dell’amichettismo targato Giovanni Malagò.

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro
Giovanni Malagò e Roberto Mancini.

Il nostro calcio si è avvitato in una crisi drammatica

La figuraccia però era stata già ampiamente confezionata. Di dimensione Mondiale, come la manifestazione che il nostro calcio manca con regolarità da 12 anni (e diventeranno almeno 16). Con facce che sembrano nuove (anche se in realtà sono sempre le stesse) a intestarsela e un record già incamerato: farsi ridere dietro dal mondo intero senza ancora essere scesi in campo. Bisognerebbe essere dei geni del male per raggiungere un esito del genere. E invece i personaggi coinvolti non possono aspirare nemmeno a questo status. Semplicemente sono persone di sciattissimi maneggi, seppur convinte di possedere la vis strategica. Giusto per capire una volta di più quanto drammatica sia la crisi in cui il nostro calcio si è avvitato. Abbiate fiducia, ché si può sempre fare peggio.

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro
Claudio Ranieri assieme a Giovanni Malagò durante la cerimonia per la consegna del Premio Enzo Bearzot 2016 (foto Ansa).

Giochi di potere con l’unica logica delle relazioni personali

Il caos Figc aveva raggiunto l’apice con le dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo dopo poco più di due settimane dal loro annuncio ufficiale. E meno male che Malagò aveva parlato di condivisione totale: «Loro non faranno mai nulla che non è condiviso con me e io non farò mai nulla che non è condiviso con loro». Si è visto. È bene trarre il principale insegnamento da quanto la vicenda ha messo in scena: un conflitto fra gruppetti di amici, pronti a scannarsi in applicazione di una strana declinazione della Logica del Beduino: cioè di quello schema che porta a filtrare le relazioni personali attraverso l’applicazione della dialettica amico-nemico. Nella caldazza di questo luglio romano abbiamo scoperto che in riva al Tevere vige una versione parecchio diversa di quella logica. Non più «l’amico del mio amico è mio amico…» eccetera eccetera, bensì «sei mio amico se assumi il mio amico, sei mio nemico se vuoi assumere il tuo amico anziché il mio amico».

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro
Giovanni Malagò, Leonardo e Paolo Maldini (foto Ansa).

Anche Pirlo non era una scelta dettata dal merito

Esagerazioni? Non proprio, visti gli esiti di questi 16 giorni in cui la federazione, in nome del grottesco Metodo clessidra” voluto dal fresco presidente, ha avuto un direttore tecnico e un consulente del direttore tecnico. Questi ultimi due avevano individuato il loro candidato in Andrea Pirlo: oggettivamente inadeguato alla missione, e per di più messo in fondo a una lista di tentativi andati a monte che comprende i nomi probabilmente troppo esosi di Carlo Ancelotti e Pep Guardiola. Al di là delle ombre russe, è evidente che fosse una scelta dettata non certo dal merito (Pirlo nella sua carriera in panchina, tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti, non ha fatto nulla per avere una credibilità tale da diventare ct), quanto dall’amicizia nata ai tempi del Milan.

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro
Il presidente della Figc Giovanni Malagò (foto Ansa).

La fuga milionaria di Mancini in Arabia? Già in cavalleria

Dal canto suo, Malagò è riuscito a imporre il suo candidato, il socio di circolo e compagno di calcetto Roberto Mancini, formando così un quadretto da film di Muccino più che da questione di emergenza calcistica nazionale. Tra l’altro i due assieme hanno appena vinto la Coppa Canottieri Over 60, con la squadra dell’Aniene, battendo 8-3 i biancocelesti del Circolo Canottieri Lazio. E pazienza se il Mancio nel 2023 aveva abbandonato la nave per un contratto pluriennale da oltre 90 milioni come ct dell’Arabia Saudita, tanto che ancora oggi c’è chi lo accusa di essere un traditore. A condire ulteriormente il volemose bene in salsa capitolina, ecco rispolverato dalla pensione Ranieri, vicino di casa – guarda un po’ – di Malagò: entrambi abitano nel quartiere Parioli.

La Lega Serie A pro-Conte martellava grazie alla Gazza

È risultata sconfitta la terza banda, un po’ meno chiassosa ma non per questo mansueta, cioè quella della Lega di Serie A, che non ha mai nascosto la preferenza per Antonio Conte. A nulla è servita la campagna a mezzo stampa de La Gazzetta dello Sport, edita dal presidente del Torino Urbano Cairo, per scongiurare l’opzione Mancini: «Non si può farlo rientrare dalla finestra, ha lasciato la Nazionale in un mare di guai per allenare l’Arabia. Sarebbe incomprensibile», scriveva il direttore della rosea prima dell’ufficializzazione della scelta di Malagò. Per la serie: marciare divisi e colpirsi uniti.

Malagò, Mancini, Ranieri e il trionfo dell’amichettismo come metodo di lavoro
Antonio Conte quando guidava la Nazionale, nel 2016 (foto Ansa).

L’annuncio di Malagò: Mancini nuovo ct della Nazionale

Fine della telenovela: Roberto Mancini è il ct della Nazionale. Lo ha annunciato il presidente della Figc Giovanni Malagò al Consiglio Federale in corso a Roma, spiegando che in pratica manca solo la firma. Attesa anche l’ufficialità di Claudio Ranieri come direttore tecnico azzurro in sostituzione di Paolo Maldini, il quale ha lasciato l’incarico (assieme al consulente Leonardo) dopo la bocciatura di Andrea Pirlo.

L’annuncio di Malagò: Mancini nuovo ct della Nazionale
Roberto Mancini (Imagoeconomica).

Mancini era stato già ct dal 2018 al 2023

Per Mancini si tratta di un ritorno sulla panchina azzurra: era stato infatti commissario tecnico dal 2018 al 2023, guidando l’Italia per 61 partite e portandola a vincere il Campionato europeo nel 2021. Aveva poi lasciato l’incarico (con una pec inviata da Mykonos) dopo la mancata qualificazione alla fase finale della Coppa del Mondo del 2022 e una successiva Nations League senza squilli, venendo sostituito da Luciano Spalletti. Mancini aveva motivato il passo indietro con l’eccessiva stanchezza, salvo poi dire sì – poco dopo – a un ricco contratto offerto dalla federcalcio saudita. La sua esperienza come commissario tecnico dall’Arabia Saudita si era conclusa dopo poco più di un anno. A novembre del 2025, ingaggiato dall’Al-Sadd di Doha (Qatar), era poi tornato ad allenare una squadra di club. Adesso il ritorno sulla panchina dell’Italia.

Infantino ha corrotto Trump? Il Congresso Usa apre un’indagine

Jamie Raskin, massimo esponente democratico della Commissione Giustizia della Camera Usa, ha avviato un’indagine su Gianni Infantino, richiedendo documenti in grado di fare luce sui legami tra la Fifa e Donald Trump. Raskin, spiega il Guardian, ha chiesto al dirigente svizzero di fornire tutti i documenti e le comunicazioni relativi a regali, pagamenti o vantaggi concessi a Trump e ai suoi collaboratori, nonché i registri degli accessi agli uffici di rappresentanza che l’organo di governo del calcio mondiale ha aperto nella Trump Tower di New York a luglio del 2025. Fissando il 9 agosto come termine per la consegna dei documenti, ha inoltre sollecitato un’audizione di Infantino davanti al Congresso. Dato che i Democratici non hanno la maggioranza alla Camera, Raskin non ha il potere di imporre a Infantino di presentarsi: servirebbe il sostegno dei Repubblicani.

Infantino ha corrotto Trump? Il Congresso Usa apre un’indagine
GIANNI INFANTINO PRESIDENTE FIFA DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

L’affondo di Raskin, che in una lettera a Infantino ha scritto di «vantaggi inquietanti e inspiegabili concessi alla Fifa apparentemente in cambio di favori a Trump», si inserisce in un quadro già complicato per la federazione calcistica mondiale. Il rapporto Infantino-Trump è finito sotto esame a partire da dicembre, quando in occasione del sorteggio dei gironi della fase finale dei Mondiali a Washington il dirigente elvetico ha conferito al tycoon il “Premio Fifa per la pace” di nuova istituzione. Poi, durante la Coppa del Mondo, ha fatto molto discutere la revoca della squalifica inflitta all’attaccante statunitense Folarin Balogun, arrivata dopo il “pressing” di Trump su Infantino. La lettera di Raskin fa inoltre riferimento alla decisione del Dipartimento di Giustizia di ritirare le accuse contro gli imputati coinvolti nelle indagini del governo statunitense sulla corruzione nel calcio mondiale, inclusa l’azione legale avviata nel 2015 nei confronti di oltre 20 alti funzionari Fifa e dirigenti del marketing sportivo. «La sua elezione a presidente della Fifa avrebbe dovuto segnare una netta rottura – come un cartellino rosso – con una cultura di corruzione e scandali durata decenni, che aveva infangato la reputazione del calcio mondiale. Invece, all’inizio del suo mandato, ha smantellato i presidi etici della Fifa e neutralizzato il comitato etico dell’organizzazione, allontanandone la maggior parte dei membri. Tale mancanza di trasparenza e di controlli le ha poi spianato la strada per ingraziarsi l’Amministrazione Trump attraverso tattiche che un docente di diritto della New York University e un suo ex membro del comitato etico hanno definito “corruzione legale”», si legge nella lettera, che affronta anche la politica sulla vendita dei biglietti per la Coppa del Mondo, su cui stanno conducendo indagini i procuratori generali di New York, New Jersey, Texas e California.

Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera

Il caos attorno alla scelta del nuovo commissario tecnico dell’Italia, ennesima figuraccia del calcio azzurro, ha varcato i confini nazionali approdando sulle home page dei siti delle principali testate sportive (e non) estere.

Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera
Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera
Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera
Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera

«Terremoto in Italia con Pirlo e Maldini», titola il quotidiano sportivo spagnolo As. Senza cambiare Paese, Marca scrive: « Pirlo rompe il silenzio in mezzo alla tempesta: “L’amore per l’Italia non dipende da un lavoro”». Dello stesso tono il titolo de L’Equipe: «Pirlo fuori. La Nazionale nella tempesta». La prestigiosa testata sportiva francese irride poi l’Italia: «È più difficile qualificarsi per i Mondiali o trovare un allenatore?». Così la tedesca Bild: «Salta l’accordo Pirlo-Italia, che caos!».

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto

A Paolo Maldini e Leonardo va riconosciuta l’ambizione. L’ex segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica Nikita Krusciov, che pure non era uomo da mezze misure – per farsi capire all’Onu batteva la scarpa sul banco -, quando volle strafare si spinse fino al piano settennale, la semiletka del 1959. Sette anni. Oltre, nemmeno il Gosplan – l’agenzia di pianificazione economica dell’Urss – osava: troppo lontano, troppo comodo, troppo inverificabile. Ci voleva la nuova direzione tecnica della Figc per superare il Cremlino: otto-10 anni, annunciati il 23 luglio in Lega Serie A, con Giovanni Malagò costretto a correggere al ribasso in diretta – «io penso a sei anni, Paolo ha parlato addirittura di otto-10». Quando persino lo sponsor della tua nomina ti dimezza l’orizzonte davanti ai club, forse un problema c’è. Aspettiamo solo di capire se, al prossimo Consiglio federale, Maldini batterà il mocassino sul banco. Coerenza estetica vorrebbe di sì.

Una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione

Il punto comunque non è l’orizzonte lungo. Le rifondazioni serie – quella tedesca dopo il 2000, o quella belga – erano decennali. Ma erano piani: fasi, tappe, obiettivi misurabili, gente che rispondeva se i numeri non tornavano. Qui invece abbiamo «linee guida» e una data d’arrivo collocata in un futuro nel quale, statisticamente, nessuno dei presentatori sarà più in carica. Siamo di fronte a una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione. Il quinquennale sovietico, almeno, prevedeva punizioni severe per chi mancava l’obiettivo. Qui non è previsto nemmeno il tagliando. E poi c’è il capolavoro: il pasticcio sulla scelta del commissario tecnico.

Siamo partiti dai migliori al mondo per arrivare a Pirlo

Ricapitoliamo la sequenza, perché merita. Primo atto: «Siamo partiti dai migliori al mondo». Pep Guardiola contattato, Carlo Ancelotti sentito. Applausi: finalmente si ragiona in grande! Secondo atto: i migliori del mondo, com’era prevedibile, hanno detto di aver meglio da fare. Terzo atto: si scende dunque al gradino successivo: Roberto Mancini, il preferito del presidente? Antonio Conte, il preferito della Lega? No. Si precipita su Andrea Pirlo, vincitore della First Division degli Emirati con lo United FC di Dubai, campionato che conta 28 club professionistici in tutto, contro i 100 italiani.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Roberto Mancini, Andrea Pirlo e Pep Guardiola (foto Ansa).

Nessun appeal a livello commerciale

Dall’allenatore che definisce un’epoca al vincitore della cadeteria emiratina, senza fermate intermedie. Non esiste modo più crudele di far apparire inadeguato un candidato che presentarlo come esito della stessa ricerca iniziata da Guardiola. E l’hanno fatto i suoi sponsor. L’errore Pirlo, del resto, non era solo tecnico: era contabile, e su questo sito i conti sono già stati fatti. Un ct con quel profilo produce zero riprezzamento commerciale il giorno dell’annuncio: nessun partner ritocca una voce di listino per chi ha vinto la cadetteria emiratina. E parliamo di una Federazione che ha già iscritto a bilancio 9,5 milioni di riduzione dei corrispettivi commerciali per il 2026, un malus Adidas da 9,6 milioni per la mancata qualificazione mondiale, un rosso previsto di 6,6 milioni, dentro un danno complessivo che Unimpresa stima oltre i 50 milioni.

Il pasticcio su Fonbet, il principale bookmaker di Mosca

In questo quadro, la direzione tecnica ha proposto l’unico candidato che non spostava un euro. Un risparmio senza investimento: il peggio di entrambi i mondi. Poi, certo, c’è stata la Russia. E qui il sarcasmo si scrive da solo: i signori del piano decennale in salsa Gosplan si presentano con un candidato ct che dall’ottobre 2025 fa il global ambassador di Fonbet, il principale bookmaker di Mosca, e che a maggio 2026, mentre su Kyiv cadeva di tutto, posava per i selfie al “Football Day” moscovita.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Il messaggio di Pirlo su Instagram e la pubblicità di Fonbet.

«Nessun significato politico, è solo commercio», si è difeso Pirlo. Gli crediamo. È esattamente questo il problema: per fermarsi davanti a certe fotografie non serve un’opinione politica, basta un ufficio di due diligence. La Figc ne ha uno. La direzione tecnica non l’ha consultato, o peggio, l’ha consultato e ha proceduto lo stesso. Ci ha pensato l’ex attaccante ucraino Andriy Shevchenko nonché ex compagno di Maldini e Pirlo al Milan, con la sobrietà di chi ha la madre a Kyiv, a dire quello che a via Allegri non avevano notato: «Condanno ciò che hanno fatto».

Un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi

Dunque 35 giorni dopo l’elezione di Malagò, il bilancio della gestione è questo: un candidato bruciato da un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi; un presidente federale scavalcato e poi affrontato a muso duro in nome dell’«autonomia»; un potenziale conflitto d’interessi in casa (i figli di Maldini e Pirlo avviati alla professione di procuratori, con una norma federale sull’incompatibilità che pende come un lampadario); e zero commissari tecnici a 60 giorni dalla prima partita che ci attende, Italia-Belgio.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Paolo Maldini, Andrea Pirlo, Gigi Buffon e Andriy Shevchenko nel 2014 (foto Ansa).

Il tutto condito dalla terza rottura professionale in tre anni – Cardinale nel 2023, il Fenerbahçe di Safi a giugno, Malagò oggi – per un dirigente il cui mandato dichiarato sarebbe «unire mondi che fanno fatica a interagire». Finora l’unico mondo che è riuscito a unire è quello, trasversale e affollato, di chi ha litigato con lui.

La fiducia si è consumata in nome dell’amichettismo

Per questo le dimissioni dovrebbero arrivare oggi, non domani. Nessuna punizione – Maldini resta una leggenda di questo sport, e nessuno glielo toglie -, ma una presa d’atto: la fiducia si è consumata prima di produrre alcunché, e l’amichettismo, come ha scritto Fabrizio Roncone sul Corriere della sera, qui è andato “oltre” se stesso. Prima si invoca il merito (Guardiola! Ancelotti!) per nobilitare l’amico, e quando l’amico affonda si grida all’autonomia violata. L’Italia che ha saltato tre Mondiali non si merita questo teatrino.

Chiellini ha dimostrato di tenere insieme uno spogliatoio

Serve un progetto serio. Che esiste, ed è persino a portata di mano. Al vertice tecnico un uomo che con la maglia azzurra ha vinto davvero: Giorgio Chiellini, capitano dell’Europeo 2021, oggi dirigente con ruolo istituzionale e (dettaglio non irrilevante) capacità dimostrata di tenere insieme uno spogliatoio, che è poi la versione ridotta del tenere insieme un sistema.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Antonio Conte e Giorgio Chiellini insieme ai tempi della Nazionale 2016 (foto Ansa).

In panchina Antonio Conte, il miglior valorizzatore di rose del calcio italiano, con un contratto costruito per una volta con intelligenza: quadriennale, bonus legati al Mondiale 2030 e al ciclo completo, malus pesanti in caso di fuga anticipata. Perché la sua nomea di uomo da bienni la conosciamo tutti, e proprio per questo va messa sotto contratto, non sotto silenzio.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Antonio Conte ct della Nazionale a Euro 2016 (foto Ansa).

Attorno, il progetto vero: la scadenza dell’Europeo 2032 in casa come orizzonte misurabile e una fondazione di partecipazione che vincoli le risorse di club e sponsor ai vivai, con conferimenti irrevocabili e conferenti fuori dagli organi di governo. Sei anni, tappe annuali, responsabili con nome e cognome. Si chiama piano. È quella cosa che, tra una scarpa e l’altra, nemmeno a Mosca riuscivano a fare durare 10 anni.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato

Voleva rovesciare la clessidra. E invece l’ha sfasciata. Servirebbe un Master in Ingegneria del caos per cacciarsi in un pateracchio come quello che Giovanni Malagò, al suo primo cimento da presidente della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), ha costruito con le sue stesse manine. E invece trattasi di sciatteria casereccia, seppur allevata tra le maniere felpate e i rigidi dress code del Circolo Aniene.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Giovanni Malagò, Leonardo e Paolo Maldini (foto Ansa).

La scelta del commissario tecnico della Nazionale doveva essere il primo test di affidabilità. E, vedendo come sta andando a finire, si scopre che era stato un crash test. Perché era dai tempi del fallito esperimento della Superlega europea per club, aprile 2021, che non si vedeva un progetto capace di andare così rapidamente a schiantarsi sul muro, senza nemmeno avere approssimato la prima curva. Willy il Coyote non avrebbe saputo fare meglio. Ma se proprio si vuole trovare un’immagine che dia la summa della figura in corso d’opera, bisogna tornare proprio alla clessidra rovesciata.

Una decisione del direttore tecnico appositamente nominato

È la formula che Malagò ha usato, con evidente compiacimento, durante le interviste felpate che ha rilasciato al sussiegoso vicedirettore di Dazn e poi al morbidissimo duo di Cronache di spogliatoio. In entrambi i casi l’ex presidente del Coni ha piazzato il mantra: «Ho voluto rovesciare la clessidra». Formula con la quale ha inteso etichettare il metodo individuato per la selezione del ct: non una scelta del presidente federale, bensì del direttore tecnico appositamente nominato.

«È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta»

Roba forte, frutto di cogitazioni che lèvati. Dall’autunno diventerà un case study nei migliori MBA, ma forse anche materia da thriller filologico: dopo Il pendolo di Foucault toccherà a La clessidra di Malagò. Che in effetti gli elementi di mistero ci sarebbero tutti. Uno fra tutti: chi diamine ha telefonato ad Andrea Pirlo nella sera di domenica 26 luglio, per annunciargli che non sarà più il commissario tecnico della Nazionale? Time will tell. Con una certezza, tuttavia: che il primo a storcere il naso davanti alla scelta del global ambassador di Fonbet è stato proprio il presidente federale, protagonista di un dissenso nemmeno nascosto. Per la serie: la scelta del ct è competenza del dt, ma a patto che sia gradita al rc (rovesciatore di clessidre). «È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta», ha detto sibillino Malagò, rispondendo ai giornalisti.

Silvio Baldini escluso perché troppo “pane e salame”

Mai come stavolta la situazione è grave, ma non seria. E intanto ci si confronta con un dato di fatto: da aprile gli Azzurri sono privi di un commissario tecnico ufficialmente nominato. Dopo il disastro di Zenica e le dimissioni di Rino Gattuso il posto è vacante. Lo ha tenuto in caldo per due partite l’ottimo Silvio Baldini, mai preso seriamente in considerazione per il ruolo perché troppo “pane e salame”. Uno che, per dire, al Circolo Aniene non ci metterebbe mai piede, con grande sollievo dei soci: rischierebbero di trovarsi a tavola un soggetto simile a quell’onorevole del film interpretato da Michele Placido, che per una strana sindrome, prendeva a dire in faccia agli interlocutori ciò che davvero pensava di loro.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Rin Gattuso e Gabriele Gravina (Ansa).

Ovvio che non tutti i quattro mesi di non decisione possano essere imputati a Malagò, che è stato eletto presidente Figc il 22 giugno: fin lì la scelta della guida tecnica era stata tenuta in sospeso perché non poteva essere il presidente in uscita (Gabriele Gravina) ad assumersi una responsabilità così pesante. E tuttavia, resta il dato di fatto: da inizio aprile a (ormai) tutto luglio la panchina azzurra è scoperta.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Paolo Maldini e Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Il culmine della tristezza in quel viaggio da Guardiola

Nel mezzo, durante questo ultimo mese di frenesie che hanno portato allo zero tagliato di oggi, c’è stato il balletto di nomi e personaggi di più diversa taglia. Con Stanlio Maldini e Ollio Leonardo (a proposito: qualcuno ha capito la necessità del suo ruolo di advisor?) impegnati a fare un casting da Isola dei Famosi per poi ridursi al più scarso del mazzo. Una Baraccone Strategy che ha toccato il culmine della tristezza col viaggio speso per tentare di convincere Pep Guardiola.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Pep Guardiola e, dietro di lui, Simone Inzaghi (foto Ansa).

Peccato non ci fosse una telecamera nascosta, per registrare le facce da Muppet Show che il tecnico catalano avrà esibito mentre si sentiva illustrare il «progetto tecnico». Il cui respiro avrebbe dovuto essere decennale e invece rischia di non approdare al mese di agosto. Manco l’etichetta di governo balneare: che era roba da sabbia ruvida da arenile, mica quella glitterata da clessidra.

Torna d’imperio la candidatura di Mancini?

E adesso non rimane che mettersi in attesa e vedere come va a finire. Nella consapevolezza che questo articolo nasce vecchio, perché qui le cose cambiano da un quarto d’ora all’altro. Per la panchina azzurra tornerebbe d’imperio la candidatura di Roberto Mancini, che giusto tre anni fa di questi tempi mollava la Nazionale perché si sentiva logorato. Salvo, poche settimane dopo, andare a firmare un ricco contratto coi sauditi. Mancini e Malagò erano in campo nella Coppa Canottieri, torneo di calcio a cinque che celebra l’eternità del generone romano. Hanno spezzato le reni al Circolo Canottieri Lazio, sicché abbiate fede.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Giovanni Malagò con Roberto Mancini (foto Ansa).

Ma adesso la prima cosa da conoscere è non già il nome del nuovo ct, quanto l’ora esatta delle dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo. E a quel punto rimarranno nella mente le immagini della conferenza stampa in Lega Serie A: vecchie di nemmeno una settimana eppur già seppiate. Con alcune pose di Malagò che già qualcosa dovevano pur lasciarla intendere. È stato quando, dopo aver parlato per primo ai presidenti di club, ha lasciato spazio ai Gemelli dell’autogol per starsene di lato ad ascoltare le loro parole. Probabilmente non aveva messo in preventivo che i due si prendessero così tanto tempo: fatto sta che, a partire da un dato momento, l’uomo che rovescia le clessidre e inventa nuovi schemi di governance ha assunto pose da svacco totale. Poggiato col gomito sul bordo a reggersi il mento con la mano. Pareva Silvio Berlusconi durante quella famosa conferenza stampa assieme a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, mancava solo che facesse la conta con le dita. L’unica scena godibile di questa tristissima vicenda federale.

Caos Italia: Pirlo non sarà il ct della Nazionale, Maldini può lasciare

Dopo il rifiuto di Pep Guardiola, il direttore tecnico Paolo Maldini e il suo consulente Leonardo avevano puntato su Andrea Pirlo come ct dell’Italia. Un’investitura che non aveva entusiasmato gli appassionati di pallone, visto il curriculum da allenatore dell’ex centrocampista di Milan e Juventus. Poi sono arrivate le “ombre russe”, con relative polemiche: stamattina Pirlo ha annunciato con una storia su Instagram «di aver appreso di non essere più il candidato alla panchina della Nazionale italiana».

Caos Italia: Pirlo non sarà il ct della Nazionale, Maldini può lasciare
La storia pubblicata da Andrea Pirlo su Instagram.

Le parole di Pirlo dopo le critiche per i legami con la Russia

Dopo giorni di polemiche riguardanti il ruolo di global brand ambassador della principale piattaforma russa di scommesse sportive Fonbet, ricoperto da ottobre del 2025 e che di recente lo ha portato anche a partecipare a un evento a Mosca, Pirlo nella serata del 26 luglio aveva rotto il silenzio sui social. «Nel corso della mia carriera, prima da calciatore e oggi da allenatore, ho sempre svolto la mia attività nel pieno rispetto delle leggi dei Paesi in cui ho lavorato e dei contratti che ho sottoscritto», ha dichiarato, aggiungendo poi che la sua collaborazione con Fonbet «è esclusivamente di natura commerciale e sportiva».

Prima di ringraziare Maldini e Leonardo per la stima e fiducia dimostrata (facendo dunque intendere che non sarà lui il ct), Pirlo ha inoltre scritto: «Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono». E poi: «Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono. L’amore per l’Italia non dipende da un incarico. Fa parte della mia storia, della mia identità e continuerà ad accompagnarmi, sempre».

Caos Italia: Pirlo non sarà il ct della Nazionale, Maldini può lasciare
Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Saltato l’accordo con Pirlo, Maldini potrebbe decidere di dimettersi

Il presidente della Figc Giovanni Malagò aveva delegato a Maldini la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale, riuscendo così a convincere l’ex calciatore e dirigente del Milan – inizialmente reticente – ad assumere l’incarico di direttore tecnico azzurro. Venuto meno l’accordo con Pirlo, Maldini (che ha intrecciato il suo destino a quello dell’ex compagno di squadra) potrebbe addirittura annunciare le dimissioni. Martedì 28 luglio è in programma un Consiglio federale, a cui si contava di arrivare con il nome del nuovo commissario tecnico dell’Italia: l’annuncio a questo punto sarà rimandato. Saltato Pirlo, restano in corsa i due grandi ex Roberto Mancini e Antonio Conte, con il primo favorito sul secondo.

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I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

A New York la Spagna ha vinto la Coppa del Mondo. In Italia l’hanno guardata milioni di persone, e tra queste ci sono ragazzi di vent’anni che ne avevano otto l’ultima volta che gli Azzurri hanno giocato un Mondiale. Cioè Brasile 2014 (un fallimento, usciti ai gironi). Poi sono arrivati i disastri contro Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia ai rigori a Zenica. Se l’appuntamento buono sarà il 2030, quei giovani avranno attraversato l’intera adolescenza senza un giugno Azzurro. Il direttore tecnico della Figc e presidente del Club Italia Paolo Maldini e l’advisor strategico Leonardo hanno passato a Barcellona il fine settimana in cui finiva il Mondiale, per offrire a Pep Guardiola la panchina della Nazionale. Tre giorni di lavoro, un piano quadriennale, pieni poteri tecnici. In attesa della risposta, nella short list restano Roberto Mancini e Andrea Pirlo. Come finirà?

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

Va riconosciuto: il tentativo per l’allenatore catalano è il più ambizioso che la Federazione potesse fare e smentisce chi ha letto la nuova area tecnica come un esercizio di potere interno. Ma il dettaglio che conta è un altro, e lo ha riferito Sky Sport. Per Guardiola l’ostacolo non è tanto l’ingaggio, quanto le prospettive del progetto, lo stato del movimento italiano e le riforme che servirebbero per farne nascere uno nuovo. Il miglior tecnico del mondo, a cui i soldi in questo momento interessano poco, sta esitando sul prodotto. È la diagnosi più autorevole disponibile e arriva da qualcuno che non ha alcun interesse in gioco.

I conti piangono: un danno diretto da oltre 50 milioni

Un po’ di numeri. Il contratto con Adidas, sponsor tecnico dal 2023, vale circa 30 milioni e conteneva un malus da 9,6 milioni per la mancata qualificazione. Telepass non ha rinnovato. Nel budget 2026 la Figc aveva già iscritto una riduzione dei corrispettivi commerciali di 9,5 milioni e un risultato negativo per 6,6, costruito ipotizzando esattamente ciò che è poi accaduto. Tra premio Fifa, malus, merchandising e accordi mai firmati, Unimpresa stima un danno diretto oltre i 50 milioni.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Paolo Maldini (Ansa).

Poi c’è il danno che non entra in nessuna riga di bilancio. La fedeltà sportiva di un ragazzino si forma tra i 10 e i 16 anni, e in quella fascia c’è una fetta intera di italiani che ha allocato altrove tempo, abbonamenti e magliette. Ogni ciclo perso brucia clienti futuri, probabilmente per sempre.

La data che non si può bucare: l’Europeo 2032 in casa

C’è una scadenza che molti dimenticano o sottovalutano: nel 2032 l’Europeo si gioca in Italia, che organizza l’evento assieme alla Turchia, e il presidente federale Giovanni Malagò l’ha già indicato come priorità. Da Paese ospitante l’Italia sarà qualificata di diritto (almeno quello).

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Qui sta la trappola. Gli Azzurri scenderanno in campo davanti al proprio pubblico, con la massima esposizione internazionale e i massimi ricavi potenziali, a prescindere da quanto saranno forti. Se arriveranno a quell’appuntamento senza aver giocato un Mondiale dal 2014, il torneo di casa diventerà la certificazione del declino, trasmessa in 80 Paesi. Sei anni sono il tempo che serve a una riforma dei vivai per dare i primi effetti. E sono anche il tempo che resta a quella fatidica data.

Il cv di Pirlo non convince: una scelta al risparmio

Se Guardiola dice no, la scelta si restringe. Il curriculum di Pirlo piange. A Dubai ha ottenuto la promozione dalla First Division con lo United FC, club fondato nel 2022. La First Division è la seconda serie di un Paese che schiera 14 squadre nel massimo campionato e 14 in quello immediatamente sotto: 28 club professionistici in tutto, contro i 100 che l’Italia mette in campo tra A, B e C. Il professionismo emiratino esiste da 18 stagioni, e nella divisione da cui Pirlo è salito ogni club può registrare due soli stranieri con contratto professionistico, mentre tutti gli altri tesseramenti possono essere non professionistici.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Prima, nella carriera di Pirlo c’è stata una stagione alla Juventus con vittoria di Coppa Italia, Supercoppa e quarto posto. Quindi l’esonero al Karagümrük, in Turchia (squadra lasciata al nono posto in classifica), e quello alla Sampdoria dopo un punto in tre giornate, in Serie B. Non si intravede nulla di ciò che serve a un commissario tecnico: gestire giocatori forti, visti 40 giorni l’anno, in partite secche sotto pressione totale.

L’intervento di Puma che servì per portare Conte in Azzurro

In cambio, la Federazione risparmia qualche milione. Gennaro Gattuso, il volto del tracollo ai playoff 2026, guadagnava 800 mila euro, prima di lui Luciano Spalletti 2,8 milioni. Antonio Conte al Napoli percepiva tra gli 8 e i 9 netti e oggi fa sapere che sotto i 4 non è disposto ad aprire la trattativa. Nel 2014, per portarlo in azzurro la prima volta, servì l’intervento di Puma, allora sponsor tecnico, che coprì circa metà di un ingaggio intorno ai 3,5 milioni.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

Sull’altro ex ct Roberto Mancini pesa un precedente che riguarda proprio la tenuta di un progetto lungo: lasciò la Nazionale a ciclo aperto, nell’agosto 2023, per la ricca panchina dell’Arabia Saudita.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Roberto Mancini (Ansa).

Quindi l’opzione Pirlo porterebbe a un risparmio di tre o quattro milioni, scegliendo però di non investire proprio quando l’asset costa meno rilanciarlo.

Il nodo del sostegno economico da parte della Lega Serie A

Giovedì 23 luglio l’assemblea della Lega Serie A discute la proposta annunciata dal presidente e amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta: i club cercheranno una forma di sostegno alle finalità di alto livello della Federazione, in pratica un contributo all’ingaggio del ct. Allo stesso tavolo Malagò, Maldini e Leonardo presenteranno il progetto tecnico.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Beppe Marotta, amminostratore delegato e presidente dell’Inter (Imagoeconomica).

L’obiezione va affrontata prima che la sollevino gli altri. Un ct pagato dai club che gli forniscono i giocatori è un ct catturato, e le clausole di indipendenza sulle convocazioni non valgono niente: la pressione arriverebbe comunque, via telefono.

Uno sponsor non indirizza la scelta di un allenatore piuttosto che di un altro

Malagò ha però indicato lui stesso la via d’uscita, spiegando che uno sponsor non indirizza un sostegno per prendere un allenatore piuttosto che un altro, mentre può dire alla Federazione dove indirizzare il proprio investimento. E sui conti ha aggiunto una frase che vale come metodo: «Prima devi impegnarti e poi trovare le soluzioni».

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
La Nazionale italiana di calcio (Ansa).

La soluzione può essere questa: club e sponsor conferiscono risorse a una fondazione di partecipazione, il cui scopo statutario è vincolato alle scuole calcio e ai settori giovanili. Il denaro dunque non sfiora la Nazionale maggiore. La Figc vede liberarsi le risorse proprie oggi impegnate su quelle voci e le rialloca dove crede, allenatore compreso. Il precedente contabile esiste: nel 2022 la Federazione destinò 4,9 milioni, il 20 per cento degli utili commerciali, a un fondo vincolato per impianti e vivai.

Organizzazione e metodologia: l’esempio Luis de la Fuente

Malagò ha portato l’esempio giusto. Luis de la Fuente, che ha vinto il Mondiale, viene dal settore giovanile spagnolo e quei giocatori li allenava già nelle Under. Il collega argentino Lionel Scaloni ha avuto una carriera modesta da calciatore ed è arrivato alla guida dell’Albiceleste dopo i rifiuti dei grandi nomi. Il presidente federale italiano ne trae dunque la conclusione corretta: prima si sistemano organizzazione e metodologia, poi si discute della persona.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Il ct della Spagna Luis de la Fuente (foto Ansa).

Vale anche al contrario, e spiega perché il nome grosso serve comunque. Una riforma dei vivai produce i primi effetti nel 2032. Fino ad allora qualcuno deve tenere in piedi il negozio, qualificare la squadra a Euro 2028 e riaprire il mercato pubblicitario. Le due leve vanno mosse insieme, e la fondazione è ciò che permette di muoverle senza che la seconda comprometta la prima.

Guardiola serve a “comprare” il tempo che ci serve

Se Guardiola accetta, la Federazione avrà “comprato” il tempo che le serve. Se rifiuta, avrà almeno ricevuto gratis la diagnosi che le mancava, dalla fonte più autorevole del mestiere: il problema del calcio italiano non è chi siede in panchina. L’assemblea è giovedì. L’Italia torna in campo il 25 settembre a Roma contro il Belgio. E ci sono ragazzi di 20 anni che ancora aspettano.

Infantino oltre gli scandali: è senza avversari per il suo terzo mandato alla Fifa

Nonostante il clima di agitazione scatenato dallo scandalo ai Mondiali per la revoca della squalifica dello statunitense Folarin Balogun su “invito” di Donald Trump (che per stessa ammisscione non sa nulla di pallone), Gianni Infantino ha ottenuto il sostegno formale di oltre 200 federazioni calcistiche per la rielezione a presidente della Fifa. Lo scrive il Guardian, spiegando che solo una manciata federazioni affiliate al massimo organo di governo del calcio deve ancora inviare una lettera di sostegno a Infantino, il quale dunque si avvia verso un terzo mandato con una vittoria schiacciante.

L’elezione del presidente Fifa si terrà a marzo 2027

Le federazioni della Fifa sono 211 e solo una manciata non ha ancora espresso il proprio appoggio a Infantino. Tra esse la più importante è la federcalcio della Germania, affiliata a sua volta all’Uefa: il massimo organo di governo del pallone europeo ha espresso chiaramente la propria opposizione alle politich di Infantino su diverse questioni recenti. L’elezione del presidente Fifa si terrà a marzo del 2027 e le candidature devono essere presentate entro il 18 novembre. Fino a tale data, le federazioni calcistiche possono ritirare la propria lettera di sostegno o trasferirla a un altro candidato.

Infantino oltre gli scandali: è senza avversari per il suo terzo mandato alla Fifa
Gianni Infantino (Imagoeconomica).

Infantino, in carica dal 2016, è al momento l’unico in corsa

Tuttavia, Infantino – in sella dal 2016 – è al momento l’unico in corsa. Secondo alcune fonti vicine ai vertici del calcio europeo, un candidato capace di raccogliere 30 o 40 voti riuscirebbe quantomeno ad avviare un legittimo dibattito pubblico sulla governance della Fifa e sulla direzione intrapresa dall’organizzazione. A tal proposito girano i nomi di Aleksander Ceferin (numero uno dell’Uefa) e di Nasser Al-Khelaifi (presidente del Paris Saint-Germain). Le federazioni affiliate si riuniranno sabato 18 luglio a New York: dato che a presiedere il meeting sarà Infantino, è improbabile che i recenti scandali figurino all’ordine del giorno.

Morto Osvaldo Bagnoli, allenatore del Verona campione d’Italia nel 1985

Mondo del calcio in lutto per la morte di Osvaldo Bagnoli, allenatore che nella stagione 1984/85 guidò l’Hellas Verona alla conquista dello scudetto in una Serie A che, all’epoca, era la NBA del pallone. Aveva 91 anni. Nel corso della carriera aveva anche allenato Genoa e Inter.

La carriera del “mago della Bovisa”

Nato nel 1935 alla Bovisa, quartiere della periferia settentrionale di Milano, come calciatore Bagnoli aveva iniziato la carriera nel Milan, vincendo lo scudetto nel 1957. Di ruolo centrocampista, aveva poi vestito le maglie di Verona, Udinese, Catanzaro, Spal e Verbania. In seguito aveva iniziato la carriera di allenatore sulla panchina della Solbiatese, in Serie C. Dopo le esperienze con Como, Rimini, Fano e Cesena tra A, B e C, nel 1981 era stato tornato da tecnico al Verona, all’epoca in serie cadetta. Con gli scaligeri aveva ottenuto subito la promozione A, a cui aveva fatto seguito un quarto posto. Dopo la sesta posizione del 1983/1984, il miracolo sportivo della stagione successiva: la squadra, con gli innesti di Hans-Peter Briegel e dell’attaccante danese Preben Elkjær Larsen conquistò il primo e unico scudetto della sua storia. Bagnoli, diventato nel frattempo “il mago della Bovisa”, restò alla guida dell’Hellas fino al 1990, anno in cui passò al Genoa: col Grifone arrivò in semifinale di Coppa Uefa dopo aver eliminato il Liverpool con tanto di vittoria ad Anfield. Dopo due stagioni in rossoblù, Bagnoli fu poi ingaggiato dall’Inter: fu esonerato a gennaio del 1994 e non tornò più in panchina, chiudendo la carriera di allenatore a soli 59 anni.

Arbitri, le lamentele di Rocchi per le pressioni dell’Inter e la telefonata scomparsa

La posizione dell’Inter è stata archiviata perché, secondo i pm di Milano, gli elementi raccolti nel corso delle indagini sulle presunte «inteferenze» nelle scelte degli arbitri da parte dell’ex designatore Gianluca Rocchi non sarebbero stati solidi al punto da reggere in un eventuale processo per frode sportiva. A corroborare l’ipotesi di reato c’erano però diverse intercettazioni, alcune dal contenuto anche piuttosto “pesante”.

Rocchi si lamentava delle pressioni nerazzurre

Il Corriere della Sera ha pubblicato il contenuto di una telefonata del 29 aprile 2025 tra Rocchi e l’allora supervisore degli arbitri Andrea Gervasoni, in cui l’ex designatore dice: «Siccome questi dell’Inter ci stanno rompendo il cazzo pesantemente, stavo pensando… Ma se noi invertissimo, e su Inter-Verona mettessimo Piccinini invece che Sozza?». Dello stesso tenore un’altra chiamata intercettata, che vede Rocchi al telefono con Riccardo Pinzani, fino allo scorso anno coordinatore dei rapporti con le società di calcio per l’Aia. Quest’ultimo riferisce a Rocchi di un colloquio telefonico con Giorgio Schenone, addetto agli arbitri dell’Inter. «Lo so, rompono il cazzo per questo motivo», replica l’ex designatore riferendosi allo scarso gradimento dei nerazzurri per Sozza. A questo punto Pinzani aggiunge: «Schenone mi ha detto: “Guarda, so che Marotta (presidente dell’Inter, ndr) ne stava parlando con Viglione” (capo dell’ufficio legislativo della Federcalcio ndr)». Questa l’ulteriore risposta di Rocchi: «Sì, mi hanno chiamato, mi hanno rotto i coglioni, te lo dico io».

Il caso della chiamata “scomparsa” con qualcuno dell’Inter

In un’intercettazione, insomma, Rocchi si lamenta con Pinzani per una telefonata che vedeva dall’altro capo qualcuno dell’Inter: forse l’addetto agli arbitri Schenone, forse direttamente il presidente Beppe Marotta. Non è dato saperlo, perché la chiamata non è stata intercettata e dunque non è agli atti. Il motivo? La telefonata in questione potrebbe essere avvenuta su altre utenze non individuate oppure – molto semplicemente -tramite una piattaforma come WhatsApp. Quel che è sicuro è che, alla fine, Rocchi per Inter-Verona del 3 maggio 2025 non designò Simone Sozza, bensì Gianluca Manganiello.

Inchiesta arbitri, la Procura di Milano archivia Rocchi e l’Inter

La procura di Milano ha chiesto l’archiviazione della posizione dell’ex designatore Gianluca Rocchi, che era accusato di frode sportiva presunte assegnazioni arbitrali a favore dell’Inter. Venendo meno i reati contestati, verrà inoltre archiviata anche la posizione del club nerazzurro, che – si è saputo oggi – era stata iscritta nel fascicolo per la responsabilità amministrativa degli enti. Le carte verranno spedite alla giustizia sportiva e alla Procura Generale del Coni per valutare la sussistenza o meno di illeciti sportivi.

Inchiesta arbitri, la Procura di Milano archivia Rocchi e l’Inter
Beppe Marotta, amminostratore delegato e presidente dell’Inter (Imagoeconomica).

Di cosa era accusato Rocchi e il ruolo dell’Inter

Rocchi era accusato, in «concorso con esponenti dell’Inter» e «per effetto dei rapporti preferenziali» del club con Gabriele Gravina, ex presidente della Figc, di aver designato arbitri graditi alla società nerazzurra a seguito di queste «interferenze». Quattro le partite sotto la lente: Bologna-Inter del 20 aprile 2025, Inter-Milan semifinale di Coppa Italia di tre giorni dopo, Inter-Verona del 3 maggio 2025 e Torino-Inter del 26 aprile 2026. A corroborare tale ipotesi c’erano anche delle intercettazioni: per i pm, tuttavia, gli elementi raccolti non sarebbero stati solidi al punto da reggere in un eventuale processo per frode sportiva. Da qui l’archiviazione.

Inchiesta arbitri, la Procura di Milano archivia Rocchi e l’Inter
Gianluca Rocchi (Ansa).

Le carte sulle “bussate” in sala Var passano a Monza

Per competenza territoriale, il pm Maurizio Ascione e il procuratore aggiunto Paolo Ielo hanno poi disposto la trasmissione delle carte per il filone sulle cosiddette “bussate” in sala Var a Lissone alla procura di Monza. Al centro delle indagini quanto successo durante Udinese-Parma e Salernitana-Modena del 2025: restano indagati Rocchi, dell’ex supervisore Andrea Gervasoni, i varisti Luigi Nasca e Oreste Di Vuolo. Il filone sul terzo varista Daniele Paterna, che risponde di false informazioni al pm, resta invece a Milano.

Inchiesta arbitri, Rocchi verso l’archiviazione

L’inchiesta che aveva scosso il mondo del calcio si sta sgonfiando. L’ex designatore degli arbitri Gianluca Rocchi, indagato per concorso in frode sportiva, sta infatti per vedere archiviata la sua posizione dopo l’interrogatorio reso una settimana fa negli uffici della Procura di Milano. La decisione dovrebbe arrivare entro fine mese.

Sparite dal capo d’imputazione le “bussate” in sala Var

Convocato il 30 aprile dal pm Maurizio Ascione, Rocchi aveva scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. A seguito di un nuovo invito a comparire, l’ex fischietto si è invece presentato, rispondendo alle domande dell’accusa. Stando a quanto emerso, dal capo d’imputazione sono sparite le “bussate” in sala Var a Lissone per suggerire le decisioni agli arbitri davanti ai monitor. Insomma, su questo aspetto della vicenda non sarebbe stato rilevato alcunché di rilevante sul piano penale.

Inchiesta arbitri, Rocchi verso l’archiviazione
Gianluca Rocchi (Ansa).

Restano le accuse legate alle designazioni per l’Inter

Resta l’accusa di aver «fraudolentemente accettato interferenze al fine di alterare il corretto coinvolgimento della competizione», ovvero di aver concordato le designazioni degli arbitri destinati all’Inter. Non più con ignoti, ma con esponenti della società nerazzurra «e previo concerto con costoro, agendo questi ultimi per effetto dei rapporti preferenziali con Gabriele Gravina». Tuttavia non risultano indagati né dirigenti dell’Inter, né l’ex presidente della Figc. Peraltro, a seguito di nuove intercettazioni a Rocchi viene contestato di essere intervenuto (dopo l’autosospensione da designatore) nella scelta di Maurizio Mariani come arbitro di Torino-Inter del 26 aprile 2026 (partita ormai ininfluente) «soltanto dopo il previo consenso della società nerazzurra, siccome arbitro da questa non gradito».

Orsato nuovo designatore degli arbitri di Serie A e B

Dopo l’autosospensione di Gianluca Rocchi e l’interim di Dino Tommasi, gli arbitri hanno un nuovo designatore per Serie A e B: Daniele Orsato. L’ex fischietto è stato scelto dal nuovo direttore tecnico Domenico Messina (designatore dal 2014 al 2017) assieme al Comitato Nazionale: almeno inizialmente erano in lizza anche Nicola Rizzoli e Daniele Doveri, che però ha deciso di restare sul campo per un altro anno. Il mandato di Orsato sarà biennale.

Orsato nuovo designatore degli arbitri di Serie A e B
Daniele Orsato (Ansa).

Nel 2020 era stato eletto miglior arbitro al mondo

Orsato, 50 anni, come arbitro vanta ben 290 gare dirette in Serie A, distribuite in 18 stagioni calcistiche: più di lui solo Concetto Lo Bello, che dal 1954 al 1974 ne collezionò addirittura 328. Orsato è stato eletto inoltre miglior arbitro al mondo dall’IFFHS nel 2020, anno in cui ha diretto anche la finale di Champions League tra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco. Ritiratosi da arbitro alla fine della stagione 2023/24, a gennaio del 2025 è stato scelto come commissario per lo sviluppo del talento arbitrale dell’AIA. Nel luglio successivo è stato poi nominato Responsabile della Commissione Arbitri Nazionale di Serie C.

Juventus, Massara nuovo Chief Football Officer

Innesto nella dirigenza della Juventus. L’ex direttore sportivo di Milan e Roma Frederic Massara è stato scelto dall’amministratore delegato Giovanni Carnevali come Chief Football Officer. Come si legge in un comunicato, «Massara avrà la responsabilità di guidare la gestione e lo sviluppo dell’area sportiva maschile, contribuendo alla definizione e all’attuazione delle strategie e dei progetti sportivi del Club, in stretta sinergia con Marco Ottolini, Sporting Director».

Chi è Massara, ex dirigente di Milan e Roma

Massara riparte dalla Juventus a poco più di un mese dall’addio alla Roma. La sua terza esperienza in giallorosso, dopo quelle del 2016/17 e del 2018/19, è stata segnata da frizioni legate al mercato con l’allenatore Gian Piero Gasperini, che hanno portato anche all’addio di Claudio Ranieri, advisor della famiglia Friedkin. Dal 2019 al 2023 Massara aveva ricoperto l’incarico di direttore sportivo del Milan: durante la sua permanenza in rossonero, il club ha vinto lo scudetto nel 2022.

Juventus, Massara nuovo Chief Football Officer
Frederic Massara (Ansa).

Ottolini confermato, Chiellini cambia ruolo

Ottolini, come sottolinea la nota, resta in carica come direttore sportivo. È invece ai saluti il francese François Modesto, ormai ex direttore tecnico: era stato voluto dal connazionale Damien Comolli, che ha guidato come ceo la Juventus per appena un anno. Cambio di incarico poi per l’ex difensore bianconero Giorgio Chiellini, che da Director of Football Strategy diventa Chief Club Affairs Officer: avrà il compito di mantenere i rapporti con le istituzioni calcistiche in Italia e in Europa.

Juventus, Massara nuovo Chief Football Officer
Giorgio Chiellini (Ansa).

Scandalo ai Mondiali: il caso della squalifica di Balogun sospesa grazie a Trump

Con la decisione di revocare la squalifica del calciatore statunitense Falorin Balogun, la Fifa «ha oltrepassato il limite». È quanto si legge in un duro comunicato della Uefa che parla di una decisione «senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile». L’attaccante è stato graziato dopo – pare – una telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino. «Il calcio, come qualsiasi altro sport, si basa su regole che sono il fondamento di una competizione equa, onesta e trasparente. A volte, le regole sono soggette a interpretazione. In questo caso, non è così», si legge nella nota dell’organo di governo del calcio europeo.

La revoca della squalifica con l’articolo 27

Balogun, espulso contro la Bosnia ed Erzegovina dopo una revisione al Var, avrebbe dovuto saltare il match dei quarti di finale Stati Uniti-Belgio. Partita in cui invece potrà scendere in campo, ha spiegato la Fifa, in virtù di quanto previsto dall’articolo 27 del Codice disciplinare, secondo cui il comitato disciplinare Fifa «può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l’attuazione di un provvedimento disciplinare». Nell’articolo si legge anche: «Se la persona che beneficia di una sanzione sospesa commette un’altra infrazione di natura e gravità analoghe durante il periodo di prova, la sospensione sarà revocata dall’organo giudiziario e la sanzione sarà eseguita, fatto salvo ogni ulteriore sanzione inflitta per la nuova infrazione». Balogun, insomma, è stato squalificato con la condizionale.

Scandalo ai Mondiali: il caso della squalifica di Balogun sospesa grazie a Trump
Donald Trump e Gianni Infantino (Ansa).

Il ringraziamento di Trump alla Fifa

Come ha rivelato il New York Times, di mezzo ci sarebbe però una telefonata fatta dalla Casa Bianca direttamente a Infantino. «Grazie alla Fifa per aver posto rimedio a una grave ingiustizia!», ha scritto il tycoon sul suo social Truth dopo la grazia a Balogun. In precedenza era intervenuto anche il segretario di Stato statunitense Marco Rubio: «Siamo stati fregati con quel cartellino rosso. Dovrebbe esserci un ricorso», aveva detto. Secondo la Bild, la sospensione della squalifica di Balogun è arrivata dopo quattro giorni di pressing da parte di Andrew Giuliani, figlio di Rudy e capo della task force per la Coppa del Mondo alla Casa Bianca; del segretario al Commercio Howard Lutnick, di dirigenti della federazione calcistica Usa e di un team di avvocati.

Scandalo ai Mondiali: il caso della squalifica di Balogun sospesa grazie a Trump
Il post di Trump dopo la “grazia” a Balogun.

La Federcalcio belga fa ricorso

Il tutto questo, rischia di rimetterci il Belgio. Evidenziando che «l’articolo 66.4 dello stesso Codice Disciplinare della FIFA precisa che un cartellino rosso (espulsione) comporta automaticamente la squalifica per la partita successiva», la Federcalcio belga si è detta «sbalordita» per quanto accaduto, aggiungendo di star valutando «tutte le possibili opzioni». Uscendo rapidamente dal linguaggio dei comunicati, la Federcalcio di Bruxelles ha scelto di presentare un ricorso urgente contro la discussa decisione presa dalla Fifa. La partita tra Stati Uniti e Belgio è in programma nella notte italiana tra lunedì 6 e martedì 7 luglio, con calcio d’inizio alle ore 2.

Scandalo ai Mondiali: il caso della squalifica di Balogun sospesa grazie a Trump
Giovanni Malagò (Ansa).

Malagò: «Precedente pericolosissimo»

Parlando di «assurdità», sulla questione si è espresso anche il neopresidente della Figc, Giovanni Malagò: «Sono andato anche a guardare questo articolo 27 che consente o consentirebbe alla Fifa e solo alla Fifa, per cui non è replicabile nei vari campionati nazionali e dico meno male perché sarebbe veramente l’Armageddon. È inutile che ce la raccontiamo, questa scelta ha un evidente sapore politico, lo ha scritto anche il New York Times». E poi: «Oggettivamente è un precedente pericolosissimo».

Fininvest ha ceduto la quota residua del 20 per cento del Monza

Fininvest ha perfezionato la cessione della residua partecipazione del 20 per cento detenuta nell’AC Monza. «Si conclude così, con il ritorno della squadra in Serie A, il percorso di Fininvest nell’azionariato del club, che ha rappresentato l’ultimo, grande progetto sportivo di Silvio Berlusconi», si legge in una nota della finanziaria della famiglia dell’ex premier, morto nel 2023: «Proprio nel segno della passione e della visione del suo fondatore, Fininvest rivolge all’AC Monza l’augurio di continuare a scrivere nuove importanti pagine della sua storia sportiva».

Ora a detenere la totalità delle quote è il fondo Beckett Layne Ventures

Fininvest aveva ratificato la cessione dell’80 per cento delle quote azionarie del Monza a Beckett Layne Ventures a fine settembre, annunciando contestualmente che il restante 20 per cento sarebbe stato rilevato dal fondo d’investimento statunitense guidato da Brandon Berger entro giugno 2026. E così è stato. BLV aveva corrisposto tre milioni di euro all’atto della firma (avvenuta a luglio 2025) e altri 21 al momento del closing. Berlusconi aveva rilevato il 100 per cento dell’Associazione Calcio Monza nel 2018.

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. L’ex numero uno del Coni è stato eletto con il 68,58 per cento dei voti e preferito all’unico altro candidato Giancarlo Abete, che aveva già guidato la Figc dal 2007 al 2014. Le elezioni, che si sono tenute al Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel di Roma, si sono svolte a scrutinio segreto, con voto elettronico. Erano presenti 266 delegati su 273 (assenti un delegato della Lega Pro e sei atleti): i voti complessivi erano dunque 502,946 e per essere eletti ne serviranno 252. Le votazioni sono avvenute a scrutinio segreto con sistema elettronico. L’incarico di Malagò durerà due anni: di fatto coprirà la seconda metà del mandato di Gabriele Gravina, che rieletto nel 2025 si è poi dimesso dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali.

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc
Giovanni Malagò e Giancarlo Abete (Ansa).

Malagò: «Non sono un papa nero, sono uno di voi»

«Non sono un papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia. Ho sentito tutti gli interventi, faccio fatica a non essere d’accordo più o meno con tutti, ho sentito tante grida di dolore, problematiche di carattere strutturali, ma va detto che se io oggi sono qui è solo perché Gravina ha deciso di dimettersi», aveva detto Malagò nel suo intervento prima del voto. «Perché le componenti hanno pensato a me? Me lo sono chiesto, all’inizio ero scettico, reduce da un’esperienza molto dura come Milano-Cortina. Forse perché sono stato per 21 anni presidente del Circolo Canottieri Aniene, facendo parte quindi del mondo dilettanti che conosco a memoria, ho cantano e portato la croce. Forse hanno pensato che tutto quello che ho fatto in altri ambienti, si possa ripetere in Figc. Pur non avendo mai avuto l’ansia, sento fortissimo il peso delle responsabilità».

Riconfermato in blocco il Consiglio federale

Eletto anche il Consiglio federale, che è stato riconfermato in blocco: Stefano Campoccia, Giorgio Chiellini e Giuseppe Marotta per la Serie A; Antonio Gozzi per la Lega B; Giulio Gallazzi per la Lega Pro; Ilaria Bazzerla, Giacomo Fantazzini, Daniele Ortolano, Sergio Pedrazzini, Giuliana Tambaro per la Lega Nazionale Dilettanti. In rappresentanza degli atleti Valerio Bernardi, Davide Biondini, Umberto Calcagno e Sara Gama, mentre per i tecnici Giancarlo Camolese e Silvia Citta.

È morto l’ex calciatore Igor Protti

Mondo del calcio in lutto. È morto a 58 anni Igor Protti, ex attaccante di Bari, Messina, Lazio e Livorno. Era malato da tempo: circa un anno fa aveva scritto un messaggio sui social definendo la neoplasia che gli era stata diagnosticata come «uno sgraditissimo ospite».
Ad annunciare la morte di Protti è stata la famiglia, con un messaggio voluto dall’ex bomber: «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale. Difficile provare parole che possano spiegarlo, l’unica cosa che posso fare è ringraziare la mia grande e meravigliosa famiglia che ho adorato. Tutte le persone che mi hanno voluto bene e che mi sono state vicino, tutti i tifosi delle squadre nelle quali ho giocato per l’affetto e l’amore».

La carriera di Igor Protti, da bomber di provincia a capocannoniere della Serie A

Nato nel 1967 a Rimini, Protti aveva ha iniziato la sua carriera nella squadra della sua città in Serie C1, poi dopo una prima esperienza a Livorno e un passaggio alla Virescit Bergamo passa al Messina, in Serie B. Dopo tre stagioni e 31 reti segnate era approdato al Bari, centrando nel 1995 la promozione in A. L’anno seguente, al debutto in massima serie, Protti si laureò capocannoniere con 24 gol, a pari merito con Giuseppe Signori. Nonostante ciò, il Bari non evitò la retrocessione. A quel puntò passo alla Lazio, dove restò una stagione, e poi al Napoli.

È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti

Dopo un’annata in B alla Reggina, nel 1999 tornò al Livorno, in C1: nei sei anni successivi trascinò gli amaranto fino alla Serie A a suon di gol, diventando il simbolo di un’intera città. Protti, soprannominato “lo Zar”, è assieme a Dario Hubner uno dei due calciatori ad aver ottenuto il titolo di capocannoniere in Serie A (con la maglia del Bari), in Serie B e in Serie C1 (con quella del Livorno), nonché l’unico ad essersi laureato capocannoniere della Serie A giocando per una squadra (il Bari) poi retrocessa.