Juventus: Comolli verso le dimissioni, Carnevali nuovo amministratore delegato

È durata solo un anno l’esperienza di Damien Comolli come amministratore delegato della Juventus. Al termine di una stagione segnata da deludenti risultati sportivi, complici anche una serie di acquisti disastrosi, il manager francese formalizzerà le dimissioni domani, venerdì 12 giugno, nel corso della riunione del cda. La decisione è maturata dopo gli ultimi confronti con la proprietà, che nel frattempo ha già individuato il successore: Giovanni Carnevali, da 12 anni al Sassuolo di cui è l’attuale ceo. Secondo quanto filtra da Torino, il consigliere d’amministrazione Antonio Belloni dovrebbe assumere un ruolo sempre più centrale nella gestione finanziaria del club.

Juventus: Comolli verso le dimissioni, Carnevali nuovo amministratore delegato
Giovanni Carnevali (Ansa).

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti

L’ultimo della serie si chiama Omar Abdulkadir Artan. È un arbitro, è stato giudicato il migliore del continente africano per l’anno 2025 e per questo motivo è stato inserito nel gruppo di chi dirigerà le partite del Mondiale 2026 al via giovedì 11 giugno, quello che per una serie di motivi potrebbe essere il peggiore di sempre. Purtroppo, mister Artan ha un problema: il passaporto somalo. Ciò che gli conferisce lo status di appartenenza a uno Stato-nazione che, per il grottesco mappamondo di Donald Trump, appartiene all’emisfero dei dannati. Il Canada ha provato timidamente a opporsi, dicendo che «è il benvenuto» e proponendo di farlo arbitrare a Vancouver. Invano. Lui ha raccontato così la sua frustrazione: «Vivevo un sogno. E invece sono finito in prigione ed espulso. Per colpa di un omonimo».

Nella rudimentale visione del mondo alimentata dallo psycho-POTUS, tutti coloro che provengono dai Paesi collocati nella parte sbagliata della carta geografica devono essere respinti alla frontiera. Del resto, per come la vede lui, bisognerebbe cacciare dagli Stati Uniti i cittadini che sono (anche lontanamente) provenienti da quei Paesi: figurarsi farne accedere di nuovi, fosse anche soltanto per arbitrare qualche partita di pallone.

Calpestate le regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati

Ergo, l’esito di tutto ciò è bell’e servito: il miglior arbitro del continente africano è stato respinto al confine, non appena messo piede all’aeroporto di Miami. A mister Artan non è servito a nulla nemmeno essere in possesso di un passaporto diplomatico. Evidentemente gli agenti incaricati di sorvegliare il sacro valico dell’America trumpiana hanno avuto istruzioni di sbattersene anche delle regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati. E se tutto ciò ha come conseguenza impoverire la pattuglia arbitrale, pazienza: si potrà sempre far dirigere le partite all’intelligenza artificiale.

Il percorso tortuoso della nazionale dell’Iraq

Il problema è grave e tocca non soltanto Omar Abdulkadir Artan, né esclusivamente gli arbitri. Molto faticoso è stato il percorso della nazionale dell’Iraq, atterrata all’aeroporto di Chicago e destinataria di un trattamento di particolare cortesia: diverse ore di interrogatorio da parte degli agenti della frontiera, cui è stato sottoposto ciascun componente della comitiva proveniente da Bagdad.

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Aymen Hussein, a destra con la maglia numero 18 dell’Iraq (foto Ansa).

Non per tutti è andata bene: Talal Salah, il fotografo ufficiale incaricato dalla federcalcio irachena, è stato rimandato indietro dopo essersi sorbito 11 ore d’interrogatorio. Appena meno spossante è stata la prova toccata a Aymen Hussein, 30enne attaccante dell’Al-Karma: a lui sono bastate sette ore di interrogatorio. Infine ha scansato il rischio di essere rimandato in Iraq, ma il sollievo non gli ha impedito di dar voce al pensiero che si fa sempre più condiviso: «Ma che senso ha ospitare un Mondiale se si è così ostili verso i calciatori stranieri?».

«Football unites the world», la frase boomerang di Infantino

Già, che senso ha? È una domanda che bisognerebbe rivolgere all’ineffabile presidente della Fifa, Gianni Infantino. Che in questi giorni continua a glorificare il presunto successo di questo primo Mondiale a 48 squadre e non guarda oltre le cifre sugli incassi. Tra le tante fanfaronate che ha diffuso nel corso dei mesi di vigilia, quella che adesso gli torna addosso come un boomerang è la frase: «Football unites the world». Una delle frasi a effetto di cui Fifantino ha abusato nel corso di questi mesi. Ma che, giorno dopo giorno, rivela di essere il sigillo di un fallimento.

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
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Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti

Per Cannavaro roba da caccia al narcos, altro che amichevole di calcio

Le segnalazioni si moltiplicano. L’ultimo a incappare negli arcigni controlli di sicurezza è stato Fabio Cannavaro: che vent’anni fa alzava al cielo di Berlino la Coppa del Mondo come capitano della nazionale azzurra, e che adesso si trova negli Usa nel ruolo di commissario tecnico dell’Uzbekistan. Per lui e i componenti della comitiva uzbeka i controlli in aeroporto non sono stati sufficienti: è toccato loro sottoporsi anche a quelli necessari per accedere allo stadio di New York, dove era in programma l’amichevole contro l’Olanda (persa 2-1). Una lunga trafila fatta di metal detector e cani antidroga. Roba da caccia al narcos, per un’amichevole di calcio.

Misure di sicurezza assurde, da stato d’assedio. Il caso della nazionale iraniana, la cui rappresentanza è stata decimata, è il più noto. Meno pubblicizzato è il caso dei numerosi giornalisti, iraniani o provenienti da Paesi africani, che hanno avuto negato il visto, o che ne hanno ricevuto uno valido per un solo accesso. Ciò che, in una manifestazione che porta le squadre nazionali a spostarsi tra un Paese organizzatore e l’altro (oltre che negli Usa, si gioca in Canada e in Messico), è un grave handicap: una volta che esci dagli Stati Uniti, non rientri più.

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
La seconda opera della street artist Laika raffigura un tifoso messicano con la faccia al muro e le mani alzate, perquisito e arrestato da due agenti dell’Ice (foto Ansa).

L’Associazione internazionale della stampa sportiva (Aips), presieduta dall’italiano Gianni Merlo, ha inviato il 5 giugno una lettera alla Fifa per chiedere di risolvere con urgenza il problema. Risposta da Fifantino? Nessuna.

Il presidente della Fifa pensa solo a spennare i tifosi più ingenui

In compenso il capo del calcio mondiale ha trovato un altro modo per mungere i tifosi, ciò che gli permetterà di magnificare un altro po’ gli incassi della manifestazione. Si chiama Super Shootout e permette di vedere il proprio nome, con relativo Paese di provenienza, passare sul maxischermo degli stadi in cui si disputano le gare. Per i pirla che volessero concedersi questa libidine, il costo è 79 dollari americani, che al cambio sono quasi 69 euro. Ma vuoi mettere, il piacere di vedere il tuo nome passare in mondovisione per pochi secondi e ingrassare il portafoglio di Fifantino?

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
A un giorno dall’inizio dei Mondiali di calcio 2026, sono apparse a Zurigo due nuove opere della street artist Laika. La prima, affissa davanti al quartier generale Fifa (foto Ansa).

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?

Qui ci sarebbe anche un Mondiale in programma. Il calcio d’inizio della 23esima edizione della Coppa del Mondo di calcio è fissato per l’11 giugno, ma fra i Paesi ospitanti non pare esservi uguale attenzione. Per esempio, provate a farvi un giro per i siti delle principali testate canadesi. Le homepage sono dominate da tutt’altri temi, a partire dalla strategia che il governo del premier liberal Mark Carney intende adottare sul tema dell’intelligenza artificiale. Per trovare contenuti sul Mondiale “di casa” bisogna andare parecchio in giù o cercare nelle sezioni laterali.

Il ricordo fresco del disastro finanziario delle Olimpiadi 1976 a Montreal

Si scopre così che la massima kermesse globale del pallone non è in cima ai pensieri dei canadesi. E che anzi, se proprio li incrocia, trova quelli cattivi. Per esempio, quelli di chi si interroga sui costi in aumento, che ai contribuenti canadesi toccherà pagare. Un tema che risveglia una sensibilità particolare. Qui il disastro finanziario delle Olimpiadi estive 1976 a Montreal non è stato mai dimenticato. Ai contribuenti locali rimase l’eredità di un debito per la cui estinzione fu necessario un trentennio.

In Canada solo 13 partite su 104

Stavolta il rischio finanziario viene affrontato avendo come contropartita la possibilità di ospitare soltanto 13 partite. Che su un totale di 104 match previsti in calendario fa il 12,5 per cento della manifestazione. Inoltre, è anche una forzatura dire che il Canada sia un Paese ospitante; perché in realtà le sedi delle gare sono soltanto due: Toronto (stadio BMO Field) e Vancouver (stadio BC Place).

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Lo stadio di Toronto che ospiterà il Mondiale 2026 (foto Ansa).

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Mondiale a tre, ma solo per modo di dire

L’elemento dello squilibrio organizzativo di questa manifestazione è uno dei meno dibattuti. Si parla di Canada-Messico-Usa 2026, ma in realtà sarebbe il caso di inventarsi un’altra formula. Per esempio: “Usa 2026 al 75 per cento”. Che è la quota di gare programmate in territorio statunitense. Infatti, detto della molto relativa incidenza del Canada in questa manifestazione, stessa valutazione va fatta nel caso del Messico. Anche sul versante Sud di questo Mondiale del continente nordamericano il numero di gare sarà 13. Dunque un altro risicato 12,5 per cento, con la differenza che le piazze interessate sono tre: Città del Messico (stadio Azteca, dove si giocherà la partita inaugurale tra la nazionale di casa e il Sudafrica), Guadalajara (stadio Akron) e Monterrey (stadio BBVA Bancomer).

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in visita allo stadio Azteca, in Messico, nel 2025, quando forse sperava nella partecipazione dell’Italia (foto Ansa).

A rafforzare l’idea della perifericità di Canada e Messico nel torneo provvede un altro dato: col turno degli ottavi di finale (una gara a testa) il Mondiale dei due Paesi si chiude. Dai quarti in poi si gioca soltanto negli Usa. Una sproporzione sconcertante. Ed è ancor più assurdo che Canada e Messico lo abbiano accettato.

Allargamento a 48 squadre, con la novità dei sedicesimi di finale

Fossero soltanto queste le stranezze, in un Mondiale bizzarro a partire dalla taglia: 48 squadre, in conseguenza del più spettacolare allargamento nella storia della manifestazione. Fin qui si era proceduto con aumenti da 8 nazionali per volta (da 16 a 24 in occasione di Spagna 1982, da 24 a 32 per Francia 1998). Stavolta sono state ammesse 16 nuove finaliste in un colpo solo. Con l’effetto che, per la prima volta nella storia, la fase a eliminazione diretta partirà coi sedicesimi di finale anziché gli ottavi di finale.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
I giocatori dell’Italia in bianco e nero, senza colori come questa Nazionale (foto Ansa).

Una maratona ridicola, che avrà il solo effetto di abbassare drasticamente il livello tecnico e spettacolare. Ovvio che tutte queste considerazioni suonano ancora più urticanti se si pensa che la nazionale azzurra non è stata capace di qualificarsi nemmeno a un’edizione così larga (anche se le europee sono aumentate soltanto da 13 a 16, calando a livello percentuale sul numero dei partecipanti): ciò che è l’indicatore più spietato della povertà che segna il nostro movimento.

A Zurigo hanno pensato anche all’ipotesi di torneo biennale…

Ma al di là d’ogni italica miseria e malinconia, resta la realtà di una manifestazione ipertrofica. Che per di più potrebbe non aver terminato di espandersi. Di tanto in tanto fa capolino l’ipotesi di un’ulteriore dilatazione, così come era stata in ponte l’ipotesi del Mondiale biennale. Evidentemente a Zurigo, nelle stanze della Fifa, il rischio di “inflazione” della manifestazione non viene contemplato. Men che meno questo timore sfiora il presidente.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
La nazionale iraniana (foto Ansa).

Una Fifa tutta sua (ma non dei tifosi)

Già, il presidente. Gianni Infantino, che nel 2016 si è trovato, in modo del tutto fortuito, la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che da quel momento in poi ha ridisegnato l’organizzazione a misura della sua figura. Potremmo chiamarla Fifantino. Sotto la sua presidenza la Fifa è diventata una macchina da soldi, ciò che è il suo principale vanto. Peccato che, in ultima analisi, quei soldi vengano sborsati soprattutto dalla “gente”, gli appassionati di calcio: che remunera i main sponsor coi propri comportamenti di consumo, paga le pay tivù e, soprattutto, acquista i biglietti delle partite. Sempre che ciò sia possibile e che i prezzi siano alla portata.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
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E proprio qui sta uno degli aspetti più critici, ossia il costo dei ticket, andato fuori controllo a causa del meccanismo di vendita via web costruito per generare l’asta. I biglietti sono inaccessibili, ma altrettanto lo è il costo di ogni altro bene o servizio che i supporter dovranno comprare per seguire la propria nazionale: trasporti, sistemazione alberghiera, eventuale noleggio auto e parcheggi. Per non dire della novità di non poter portare cibo e acqua all’interno dello stadio: ogni cosa dovrà essere acquistata in loco, a costi esorbitanti. Un salasso. Ma Infantino sorride sempre.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Un tifoso mostra i biglietti originali del 1994 (foto Ansa).

La ridicola ipotesi di ripescaggio e la guerra sullo sfondo

Sorrideva anche quando, con sommo sprezzo del ridicolo, consegnava a Donald Trump un improbabile Premio Fifa per la Pace. L’atteggiamento scodinzolante era quello di sempre. Ha continuato a esserlo durante tutte queste settimane in cui c’è stata da gestire la grana della nazionale iraniana, di cui per lungo tempo si è ipotizzato il ritiro. Ci si è dovuti pure sorbire il Paolo Zampolli di turno che faceva pressioni per un impossibile ripescaggio dell’Italia.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Paolo Zampolli e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Alla fine è stata trovata la soluzione di compromesso: l’Iran giocherà negli Usa le gare del girone eliminatorio, ma farà base in Messico. Tutto ciò lascia scivolare sullo sfondo una verità che nessuno vuol dire: il Mondiale si gioca sul suolo di un Paese in guerra. Secondo Infantino il calcio unisce il mondo. Di sicuro trova il favore degli autocrati. Come lui.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff

Ogni tanto, nel mezzo di un’intervista, qualcuno dice la verità per sbaglio. È successo al francese Damien Comolli, amministratore delegato della Juventus, mentre raccontava ai giornalisti la sua celebre arma segreta. «L’algoritmo è un metodo economico», ha detto. Cinque parole. È l’unica frase di tutta l’intervista in cui ha descritto con precisione chirurgica ciò che fa davvero. Solo che credeva di vantarsi. Perché un conto è l’algoritmo che ci ha venduto per un anno e mezzo, quello alla Moneyball, basato sulla scienza dei dati, per una Juve che finalmente smette di comprare a sentimento. Un altro conto è quello che esce, riga dopo riga, dalle sue stesse dichiarazioni: un filtro per spendere meno. Che non è la stessa cosa. Anzi, è l’esatto contrario.

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Cos’è Moneyball: battere i ricchi comprando chi è sottovalutato

Conviene ripassarlo, perché è semplice. Moneyball non era una formula magica chiusa in un computer. Era un’idea, e per giunta facile: il mercato del baseball prezzava male alcuni giocatori, e chi se ne accorgeva poteva comprarli a poco e vincere lo stesso. Billy Beane, con un budget da poveri, batteva i ricchi perché comprava ciò che tutti gli altri sottovalutavano.

Metodo predittivo, controcorrente e che non lascia spazio all’intuizione

Tre cose definivano quel metodo. Era predittivo: produceva un numero, una stima che potevi verificare. Era controcorrente: compravi proprio ciò che gli osservatori scartavano, perché lì stava l’affare. Ed era spietato con l’intuizione: nasceva per cacciare dalle decisioni il «carattere», il «fisico da campione», l’occhio dell’esperto. Tutta roba che costa cara e non si misura. Tenete a mente questi tre punti. Perché Comolli, nella stessa intervista, è riuscito nell’impresa di sbagliarli tutti e tre. Di fila.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).

«Nomi che anche lo scouting apprezza»: allora c’è un problema

Primo. Si vanta che l’algoritmo ha prodotto «nomi che anche lo scouting apprezza». Fermatevi qui. Il senso di Moneyball era comprare ciò che gli scout non apprezzano: è lì che si nasconde il valore a buon mercato. Se invece il tuo algoritmo conferma quello che gli osservatori pensavano già, non stai trovando affari: stai facendo un sondaggio interno. Comolli ha inventato il software più costoso del mondo per scoprire di essere d’accordo con i suoi dipendenti.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
David in azione durante la partita persa dalla Juventus in casa contro il Como (foto Ansa).

Ma come, le variabili impalpabili non dovevano essere tagliate?

Secondo. Subito dopo, racconta che con l’allenatore Luciano Spalletti vogliono analizzare «la personalità dei giocatori», il «linguaggio del corpo», il «carattere», perché per giocare alla Juve «serve qualcosa di speciale». Bellissimo. Peccato che siano esattamente le variabili impalpabili che Moneyball era nato per buttare fuori dalla porta. Lui le fa rientrare dalla finestra, con la valigia in mano. Lo strumento scientifico dura il tempo di una frase, poi torna il vecchio totem del calcio italiano: il giocatore che «ce l’ha dentro».

Risparmiare era solo l’effetto collaterale, non la mission

Terzo, il capolavoro: «metodo economico». Moneyball non era spendere poco. Era spendere bene. Risparmiare era l’effetto collaterale di aver trovato il prezzo sbagliato, non lo scopo. Chiamarlo «metodo economico» tradisce cosa sia davvero nella sua testa: non un modello che misura il valore, ma una scrematura di listino entro un tetto di budget. Un filtro. Che è poi il punto: quando uno ti dice «uso un modello quantitativo» e poi sceglie a naso entro il limite di spesa, quello non è Beane. È un commercialista con l’abbonamento a una banca dati.

Il fallimento dell’esperienza di Comolli al Liverpool

C’è un particolare che rende tutto più gustoso. Comolli un Moneyball vero lo ha già provato sul serio. E lo abbiamo visto tutti. Liverpool, 2010-2012. Ragionamento da manuale: il centravanti Andy Carroll segna di testa sui cross, quindi compriamo i migliori crossatori del campionato. Logico, no? Carroll costò 35 milioni, record britannico dell’epoca. Poi arrivarono Jordan Henderson, Charlie Adam e Stewart Downing, un’altra cinquantina di milioni. Risultato: sette acquisti su nove furono delusioni, Downing chiuse la prima stagione con zero gol e zero assist in Premier League, il Liverpool finì ottavo e nell’aprile 2012 Comolli venne licenziato proprio per quella politica di mercato.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Andy Carroll ai tempi del Liverpool (foto Ansa).

Filtrare numeri grezzi senza capirli è superstizione con il foglio Excel

Il modello aveva un difetto piccolo piccolo: la statistica sui cross non dice nulla sulla qualità di un giocatore in Premier League. Filtrare numeri grezzi senza capirli non è scienza, è superstizione con il foglio Excel. Lo dice la sua biografia: Comolli non ha portato a Torino il metodo che fece grande Oakland. Ha portato il Liverpool che lo fece esonerare. Con 13 anni di ritardo, ma la stessa identica idea.

Gli errori di valutazione fatti di continuo, come sull’allenatore Tudor

Vediamolo all’opera oggi, il dirigente dei dati. A giugno 2025 ha confermato l’allenatore Igor Tudor esaltandone intensità e resilienza, una dote che giudicava «impressionante». Lo ha esonerato il 27 ottobre. Dopo appena quattro mesi. La previsione più importante della stagione — chi deve guidare la squadra — gli è collassata in poco più di un trimestre. Se l’algoritmo serviva a evitare gli errori di valutazione, qui ha fatto il pieno.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Igor Tudor, ex allenatore della Juventus (foto Ansa).

L’algoritmo ha riportato indietro la Juventus

I numeri, già che ci siamo. La Juventus che ereditò arrivava da un quarto posto e dalla partecipazione alla Champions. La Juventus che consegna è sesta e in Europa League. L’algoritmo ha preso una squadra nell’élite europea e l’ha riportata indietro: in discesa, ma con metodo. Per la cronaca, fuori dalla Champions per due punti dal Como, ma a 18 dall’Inter. Cioè vicinissima al quarto posto e lontanissima dal vincere lo scudetto, che era l’unica cosa promessa. L’ossessione per la vittoria, applicata con rigore, ha prodotto il sesto posto.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Luciano Spalletti e Damien Comolli (foto Ansa).

Un processo quantitativo serve a sapere perché hai sbagliato

Poi c’è la perla finale. Sull’attaccante Loïs Openda — belga di scuola francese, preso e mai sbocciato in bianconero — Comolli ha ammesso candidamente di non sapere perché non abbia funzionato: «Abbiamo sbagliato noi o non era pronto per la Juve?». Ecco la domanda che uccide il personaggio. Un processo quantitativo serve esattamente a sapere perché hai sbagliato: scomponi, misuri, correggi. Comolli, invece, apre le braccia. E non è un caso isolato.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).

David, Zhegrova, Openda: il sistema usato parla (e male) solo francese

C’è un filo che lega i suoi colpi di mercato, ed è curiosamente lo stesso del suo passaporto: Jonathan David, preso a parametro zero dal Lilla, solo 6 gol in campionato (tra l’altro distribuiti malissimo: quattro raggruppati in cinque partite, tra gennaio e febbraio); Edon Zhegrova, ancora dal Lilla, parcheggiato in panchina da Spalletti (zero gol e zero assist in tutte le competizioni, una rete enorme decisiva mangiata in Champions contro il Galatasaray e soprattutto il lunare giudizio finale di Comolli: «Siamo felici del suo contributo e anche l’allenatore è felice del suo contributo»); e lo stesso Openda (una sola rete in Serie A). Comolli è andato a fare la spesa nel campionato che conosce meglio e ha riportato a Torino una fila di occasioni mancate con l’accento giusto. L’algoritmo, evidentemente, parla solo francese.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Damien Comolli con Kenan Yldiz e Edon Zhegrova (foto Ansa).

La responsabilità più comoda del mondo

Per chiudere, il bon ton istituzionale. «Mi prendo la piena responsabilità», ha detto. E due righe dopo: «Non ho mai pensato a una mia possibile uscita». È la responsabilità più indolore mai vista in un campo da calcio: tutta la colpa, zero conseguenze. Una responsabilità a sovranità limitata, garantita dal fatto che a deciderlo è lui stesso. Comolli ha aggiunto anche che il giudizio sul suo lavoro va dato «tra i tre e i cinque anni», cioè il periodo perfetto: abbastanza lungo da non rispondere oggi, abbastanza vago da non rispondere mai. Resta una sola cosa vera, in tutta l’intervista. Quella frase di cinque parole all’inizio. «L’algoritmo è un metodo economico». Sì. È un modo per spendere meno, travestito da scienza, che conferma gli scout invece di smentirli e rimette al centro il «carattere» che doveva eliminare. Non è il Moneyball di Beane. È money, e basta. La ball, a Torino, si è persa per strada.

Allegri, il disastro al Milan e la beffarda pubblicità con il colpo sul muso

Secondo i suoi detrattori più incalliti è più bravo ad allenare i giornalisti che i giocatori. Nel senso che Massimiliano Allegri, reduce da un cocente fallimento alla guida del Milan, è forse il tecnico della Serie A che più gode di buona stampa. Difficilmente finisce sul banco degli imputati, spesso viene assolto anche di fronte a risultati modesti. Che farebbero rotolare la testa di qualsiasi altro collega meno protetto. Insomma, una narrazione benevola, alimentata in particolar modo da una nutrita e agguerrita schiera di opinionisti che popolano le tivù e i salotti in cui si litiga sul pallone difendendo la posizione del 58enne livornese con un trasporto che tradisce amichettismo. Questa volta però, almeno involontariamente, anche la carta stampata ha teso un imprevedibile agguato a Max. E per di più su La Gazzetta dello Sport, il quotidiano più letto d’Italia e di certo nella lista di quelli indulgenti con Allegri.

Allegri, il disastro al Milan e la beffarda pubblicità con il colpo sul muso
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“Meglio di una vittoria di corto muso c’è solo un colpo sul muso”

A pagina 4 della Rosea, infilata proprio tra gli articoli che raccontavano la disfatta rossonera in casa contro il Cagliari, lunedì 25 maggio è comparsa un’enorme pubblicità sul wrestling che sponsorizzava la Wwe trasmessa in esclusiva su Netflix. Peccato che il claim fosse questo: “Meglio di una vittoria di corto muso c’è solo un colpo sul muso”, con tanto di immagine di un calcione in faccia tra due combattenti sul ring. Beffardo, quasi canzonatorio per l’allenatore del Milan che aveva metaforicamente appena sbattuto il muso fortissimo, mancando in modo clamoroso la qualificazione alla Champions League 2026-2027 per colpa della sconfitta a San Siro, dopo essere stato tra le prime quattro posizioni praticamente per tutto il campionato.

Allegri, il disastro al Milan e la beffarda pubblicità con il colpo sul muso
La beffarda pubblicità sul wrestling.

Per chi fosse sbarcato da Marte nel weekend, quella del corto muso è una filosofia teorizzata da Allegri il 13 aprile 2019, quando allenava la Juventus, dopo una partita persa a Ferrara contro la Spal: «Sei intenditore di ippica?», chiese a un giornalista in conferenza stampa. «Nelle corse dei cavalli non c’è bisogno di vincere di cento, basta mettere il musetto davanti. Fotografia: corto muso».

Game over per i “risultatisti” senza risultati

Pragmatismo e vittorie speculative al fotofinish, senza dare spazio allo spettacolo: il neologismo divertì tutti tantissimo e finì sulla Treccani nel 2021, ma dopo quel campionato il tecnico non ha vinto (quasi) più nulla, eccezion fatta per una Coppa Italia nel 2023-2024. A dimostrazione che il modo sparagnino e “risultatista” di intendere lo sport (e la vita) è stato superato dalla storia e dall’evoluzione del calcio, che va nella direzione dei “giochisti” alla Cesc Fabregas (Como), chiamati con disprezzo «filosofi» dalla claque allegriana, ma che alla fine guarda caso hanno superato il Milan all’ultima curva, per un punto. Di corto muso.

Allegri, il disastro al Milan e la beffarda pubblicità con il colpo sul muso
L’allenatore del Como Cesc Fabregas (foto Ansa).

Da “Solo Max” alla rivoluzione che gli costerà la panchina

E pensare che fino a tre giorni prima la stessa Gazza titolava in prima pagina “Solo Max”, profetizzando per lui un contratto allungato fino al 2028 con ingaggio alzato da cinque a sei milioni di euro l’anno più bonus. Poi è arrivato lo sgambetto cagliaritano e la probabile rivoluzione degli assetti societari che non risparmierà nemmeno l’allenatore: secondo Sky Sport il proprietario Gerry Cardinale vuole accompagnare alla porta l’amministratore delegato Giorgio Furlani, il responsabile dell’area scouting Geoffrey Moncada, il direttore sportivo Igli Tare oltre allo stesso Allegri. Che forse, secondo radio mercato, potrebbe però trovare subito una nuova sistemazione al Napoli, chiamato dal presidente Aurelio De Laurentiis. Un altro che rischia così di farsi abbindolare dalla grancassa mediatica dei tirapiedi di Max. Fino al prossimo colpo sul muso.

Allegri, il disastro al Milan e la beffarda pubblicità con il colpo sul muso
La prima pagina de La Gazzetta di giovedì 21 maggio 2026.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento

Lo 0-2 incassato all’Allianz Stadium dalla Fiorentina — una squadra che non segnava da tre partite e mezzo, fuori dal rischio retrocessione giusto una settimana prima — non è una sconfitta: è una diagnosi. A una giornata dalla fine del campionato la Juventus è sesta in classifica, scavalcata in un colpo solo da Milan, Roma e Como; per centrare la qualificazione alla Champions League servirebbe all’ultima giornata una combinazione di risultati che oggi rasenta l’aritmetica del miracolo. E anche qualora la congiuntura astrale arrivasse, non cambierebbe la sostanza dei fatti: il quadro tecnico bianconero è in macerie, e una giornata storta non basta a spiegarlo. Pesano sei anni di gestione fallimentare. Tre i responsabili, in ordine ascendente: Damien Comolli, amministratore delegato; Gianluca Ferrero, presidente; e a monte di tutto John Elkann, l’azionista di riferimento che da quando ha ripreso il timone dal cugino Andrea Agnelli non ha imbroccato una scelta strategica.

Il calcio non è baseball, il mercato di Comolli è stato il peggiore

Comolli è arrivato a Torino in estate con un mantra: il metodo Moneyball applicato al pallone. Sostituire il top player costoso con due o tre giocatori più economici la cui somma di statistiche eguagli — sulla carta — il titolare ceduto. Si pesano gli expected goal, cioè i gol attesi, e poi la precisione dei passaggi sotto pressione, i chilometri ad alta intensità, la propensione agli infortuni. Il problema è che il calcio non è il baseball, e i database non hanno occhi. Nicola Balice su La Stampa lo ha scritto senza giri di parole: «La firma sul mercato peggiore degli ultimi 15 anni è tutta sua».

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).

Gli sciagurati David, Openda e i giocatori svalutati

Le due scommesse principali dell’algoritmo si chiamano Jonathan David e Loïs Openda. Il primo, prelevato a parametro zero dal Lilla con stipendio da top player, è passato dai 16 gol e 5 assist in 32 presenze nel campionato francese 2024-25 alla miseria di 6 gol e 2 assist in 34 presenze di Serie A. Il secondo è andato peggio: 2 gol in 32 partite tra campionato e coppe, sette minuti totali nelle ultime nove giornate, Mondiale con il Belgio saltato per mancata convocazione.

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Jonathan David in occasione del rigore sbagliato contro il Lecce in casa (foto Ansa).

Stesso destino per i francesi Pierre Kalulu e Khéphren Thuram, protagonisti di prestazioni sicuramente migliori ma finiti fuori dal giro (super competitivo) della nazionale allenata dal ct Didier Deschamps, ex juventino.

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Kephren Thuram e Pierre Kalulu (foto Ansa).

L’allenatore della Juve Luciano Spalletti, prima di farlo entrare in campo nella sfida di Champions contro il Benfica, ha mollato a Openda uno schiaffetto: «Ti devi svegliare». Non si è svegliato. Tra Comolli e il tecnico toscano, ha scritto Emanuele Gamba su la Repubblica, «i rapporti sono gelidi».

Obblighi di riscatto, minusvalenze e rinnovi kamikaze

Openda, oltre a non giocare, costerà. Il piazzamento aritmetico tra le prime 10 ha fatto scattare l’obbligo di riscatto a 40,5 milioni di euro, da spalmare in quattro anni di ammortamento per 10,15 milioni l’anno. Sommando lo stipendio lordo (7,4 milioni), il costo annuo dal 2026/27 sarà di 17,55 milioni. Per un giocatore fantasma che nessuno vuole: cedendolo, la minusvalenza è scolpita nel bilancio.

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Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).

Anche il canadese David è ufficialmente svalutato dal mercato. E, oltre tutto questo, la dirigenza voleva blindare l’attaccante serbo Dušan Vlahović — un giocatore che ha passato metà stagione in infermeria — con un prolungamento di uno o due anni a 6-7 milioni netti, bonus inclusi. Anche se il sesto posto e il conseguente addio alla Champions potrebbero complicare il discorso. E non è detto che sia per forza un male.

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Dusan Vlahovic dopo il gol segnato ma poi annullato contro la Fiorentina (foto Ansa).

Bernardo Silva non verrà, Yildiz andrà via?

Per un club di prima fascia, il mancato accesso all'”Europa che conta” significherebbe rinunciare a una forbice di mancati ricavi compresa tra 40 e 80 milioni di euro. A cui si aggiunge il problema politico di trattenere e attrarre i big: come si convince il forte centrocampista portoghese Bernardo Silva, in uscita dal Manchester City, a giocare in Europa League? E come si trattiene la stella Kenan Yildiz, scivolato dalla lista degli incedibili a quella dei sacrificabili? Sempre Balice ha scritto una frase che dovrebbe far tremare i polsi a chi legge un bilancio: «Un altro aumento di capitale appare inevitabile». L’ennesimo.

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Bernardo Silva (foto Ansa).

Dal 2019 a oggi, un miliardo praticamente buttato via

Sotto la gestione di John Elkann ed Exor, la Juventus ha effettuato quattro aumenti di capitale dal 2019 a oggi, per un totale complessivo di 997,8 milioni di euro: 300 milioni nel 2019 per coprire i costi dell’era Ronaldo, 400 milioni nel 2021 per fronteggiare il Covid, 200 milioni nel 2024 per il nuovo piano strategico, 97,8 milioni a novembre 2025 in un accelerated bookbuilding lampo cui ha partecipato anche Tether. Di quel miliardo, Exor ha iniettato direttamente oltre 600 milioni per coprire la propria quota di maggioranza. Un quinto aumento, secondo La Stampa, è già nei piani.

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Andamento titolo Juve vs FTSE MIB, Manchester United e SS Lazio. Base 100 al 28 novembre 2022. Prezzi rettificati per il raggruppamento 1:10 del 22 gennaio 2024. Fonti: Borsa italiana, NYSE, Xetra.

Per certificare il disastro basta aprire il terminale di Borsa italiana. Il 28 novembre 2022, giorno delle dimissioni di Agnelli e dell’intero consiglio di amministrazione, il titolo Juve — rettificato per il raggruppamento azionario 1:10 di gennaio 2024 — chiudeva a 2,53 euro. Oggi vale 2 euro. Meno 21 per cento in tre anni e mezzo. Nello stesso periodo il FTSE MIB ha toccato i 50 mila punti il 14 maggio, massimo storico, segnando +100 per cento.

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Claudio Lotito, presidente della Lazio (Ansa).

Il Manchester United alla NYSE ha guadagnato il 28 per cento. Persino la Lazio di Claudio Lotito, considerata da sempre il modello opposto alla grandeur bianconera, ha messo a referto un +67 per cento. L’unico peer europeo in territorio comparabilmente negativo è il Borussia Dortmund (-20 per cento), che però non ha chiesto ai suoi azionisti aumenti di capitale per circa 300 milioni nel periodo.

Macelleria certificata dal mercato, non dai tifosi

E il -21 per cento del titolo è la fotografia ottimistica. Gli azionisti, durante la gestione Elkann diretta, hanno sottoscritto due aumenti per complessivi 297,8 milioni di euro. Se alla capitalizzazione iniziale di circa 640 milioni si sommano questi soldi freschi, la capitalizzazione attesa sarebbe attorno al miliardo. Quella effettiva oggi è 843 milioni. Cento milioni semplicemente evaporati. Il gap rispetto al benchmark — cioè rispetto a cosa sarebbero diventati quei soldi in un fondo scambiato in Borsa su Piazza Affari — supera i 400 milioni. Dal massimo storico di 114,40 euro (split-adjusted) del 20 settembre 2018 — giorno della prima stagione di CR7 — il titolo ha perso il 98,25 per cento. Macelleria certificata dal mercato, non dai tifosi.

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John Elkann e Gianluca Ferrero. Dietro di loro, i fratelli Chiellini (foto Ansa).

Confermare Spalletti con grande anticipo è stata una buona idea?

Come si spiega che Spalletti abbia ottenuto un rinnovo fino al 2028 molto prima di aver ottenuto aritmeticamente l’accesso alla Champions, in un atto di fede dell’azionista poi clamorosamente smentito dal campo? La verità è che a monte di ogni scelta sportiva, da sei anni, c’è una sola persona: John Elkann. È lui che ha voluto Comolli, scelto personalmente. È lui che ha promosso il “governo tecnico” del 2023, con Ferrero, commercialista storico della famiglia, alla presidenza di facciata. La differenza con il cugino Andrea, al netto della bufera giudiziaria, è che Andrea portava titoli. Nove scudetti consecutivi. John ha trasformato un patrimonio sportivo di cent’anni in carne di porco contabile.

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Luciano Spalletti (foto Ansa).

L’alternativa che c’era ma è stata rifiutata: Tether

E qui la storia diventa esplicitamente politica. Elkann un’alternativa concreta ce l’ha già sul tavolo. Si chiama Tether, la società che emette USDT — la stablecoin più diffusa al mondo, 140 miliardi di capitalizzazione, 14 miliardi di profitti — controllata dagli italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino. Tether è il secondo socio Juve con l’11,5 per cento, ha un suo rappresentante nel cda (Francesco Garino, entrato nel novembre del 2025) e ha partecipato all’ultimo aumento di capitale.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Paolo Ardoino.

Il 12 dicembre 2025 Ardoino ha inviato a Exor un’offerta vincolante interamente in contanti: 1,1 miliardi per la quota di controllo del 65,4 per cento, più un miliardo aggiuntivo da reinvestire nel club. Elkann ha rifiutato in poche ore, con formula sentimentale: «La società fa parte della mia famiglia da 102 anni». A marzo 2026 Devasini risulta essere l’italiano più ricco, con un patrimonio di 89,3 miliardi. Tether non ha ritirato l’offerta. «Make Juventus Great Again», ha scritto Ardoino su X scimmiottando il Maga trumpiano. Si possono avere tutti i dubbi del caso su Tether — riserve USDT, sede a El Salvador, biografia di Devasini —, ma il dato è uno: c’è chi mette sul tavolo un miliardo cash e c’è chi continua a chiedere aumenti di capitale ai propri azionisti per ritrovarsi sesti a una giornata dalla fine, con la Champions appesa a un miracolo.

Ha ancora senso il diritto di veto della Famiglia su qualsiasi cessione?

La Juventus non si rinforza con qualche colpo estivo. La Juventus va rifondata. Allontanare Comolli e il direttore tecnico François-Joseph Modesto, ridimensionare l’esperimento algoritmico, ricostruire una governance fatta da uomini di calcio e non da commercialisti di famiglia. E soprattutto, una domanda che a Torino nessuno vuole porre apertamente: se Exor non è in grado di gestire questo asset, ha ancora senso il diritto di veto della Famiglia su qualsiasi cessione? Spalletti ha in programma un incontro con Elkann. Vorrebbe certezze, ha detto: «Devo portare robe diverse da queste qua». Manuel Locatelli, da capitano, ha detto di essere «distrutto». L’unica certezza, in casa Juventus, sono le perdite a bilancio — e un miliardo, ancora cash, ancora sul tavolo, che la Famiglia continua a non vedere.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato

Negli Anni 70-80-90 e pure nei primi 2000 il dibattito che ruotava attorno agli stadi di calcio descriveva quegli spazi come zone di sospensione della legalità, dove prevaleva la violenza o quantomeno la maleducazione. E dove comandavano gli ultrà. Alla conclusione delle varie tavole rotonde, si auspicava sempre «il ritorno dei bambini e delle famiglie sugli spalti», perché il pallone era una cosa da vivere in serenità e col sorriso sulla bocca. La goccia, anno dopo anno, ha scavato un solco, e, al netto delle curve che continuano a essere porti franchi in mano a bande di malavitosi, ora gli stadi sono diventati effettivamente un’altra cosa. Non soltanto sono tornati a essere frequentati dalle mitologiche famiglie, ma, soprattutto nelle grandi città, sono entrati nel circuito dei turisti, come il Colosseo a Roma o la Tour Eiffel a Parigi.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
L’esterno dello stadio Giuseppe Meazza (foto Ansa).

E quindi, nella visita a Barcellona, Madrid, Torino o Milano, ecco che l’esperienza di una partita di calcio si trova ormai su qualunque programma dei tour operator. Con un paio di effetti collaterali che, però, piacciono poco al pubblico dei veri appassionati.

I prezzi dei biglietti pensati per un target altospendente

In primis: i prezzi dei biglietti sono aumentati in maniera vertiginosa. Vale per gli stadi come un po’ per tutti gli eventi live, che dopo il Covid sono stati travolti da un boom di “ritorno alla vita” che non pare ancora scemare. Tanto per fare qualche esempio: nel 1999 un biglietto al secondo anello di San Siro, in quelli che erano i vecchi popolari pre-ristrutturazione per Italia 90, costava 20-30 mila lire. La tribuna 100 mila lire.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
Tifosi al secondo e terzo anello di San Siro (foto Unsplash).

Nel 2005 i settori più a buon prezzo dello stadio milanese erano già saliti a 20-30 euro. Il listino prezzi di Inter-Parma, la partita che il 4 maggio ha consegnato ai nerazzurri la matematica vittoria del campionato 2025-26, elencava come tariffa più abbordabile i 130 euro per il terzo anello. Il secondo anello (cioè i vecchi popolari) quotava 210 euro (un papà con il figlio avrebbe quindi speso 420 euro). Per la tribuna rossa ci volevano 350 euro a testa. Un salasso.

Solo gli abbonati possono beneficiare di tariffe calmierate

Ovviamente i club dicono di preservare i tifosi attraverso gli abbonamenti, che hanno tariffe calmierate (Inter, Milan e Roma vendono circa 40 mila abbonamenti a testa a stagione), mentre i biglietti partita per partita (circa 35 mila sia per Inter sia per Milan), destinati appunto a target disposti a spendere, hanno prezzi che volano. E spennare i turisti è diventata una prassi un po’ ovunque, in particolar modo quando ci si avvicina a uno stadio, anche se ormai quegli inglesi sono diventati quasi a buon prezzo rispetto agli impianti italiani o spagnoli.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
Lo stadio San Siro a Milano (foto Ansa).

All’estero fanno grandi ricavi da stadio anche quando non si gioca

C’è, in questo aspetto dei ricavi da stadio, anche una strategia di fondo dei club: convinti che coi diritti tivù non si camperà ancora per molto, la gran parte delle società si sta infatti strutturando proprio per accrescere i flussi di denaro derivanti dalle attività dello stadio, magari di proprietà. Strutture aperte tutti i giorni, sfruttate al massimo e in grado di assicurare entrate anche quando non ci sono partite. Per esempio il nuovo Santiago Bernabeu, inaugurato dal Real Madrid all’inizio della stagione 2024/2025, porta nelle casse dei Blancos circa 350 milioni di euro all’anno, soprattutto grazie ai 90 milioni di euro assicurati nei giorni senza match in programma, solo con i tour al museo e sugli spalti, o da eventi e ristoranti. Giusto per fare un paragone: il Real Madrid, in quelle date senza sfide in programma, incassa più soldi rispetto a quelli complessivi che ora frutta San Siro, partite comprese, all’Inter o al Milan.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
La contestazione dei tifosi del Milan contro l’amministratore delegato Giorgio Furlani (foto Ansa).

Turisti che esultano, senza capire granché, mentre la squadra perde

Il secondo effetto negativo, perlomeno per i puristi, i tifosi o i nostalgici dei vecchi tempi, è il mutamento radicale dell’atmosfera da stadio. Lo si nota già quando le curve fanno lo sciopero del tifo e le partite si seguono praticamente in silenzio sugli spalti, senza cori, incitamenti o insulti. Ma ancora peggio quando l’atteggiamento di chi sta sulle tribune è completamente scollegato da quanto avviene in campo, e coi risultati della squadra di casa. I tifosi del Milan, per esempio, si sono parecchio lamentati del clima surreale di San Siro, con la squadra di casa umiliata da Udinese o Atalanta ma gli spalti gremiti da turisti in maglietta rossonera sorridenti che si facevano selfie, salutavano la telecamera entusiasti e applaudivano alle azioni senza capirci molto.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
L’immagine “stonata” dei tifosi occasionali che esultavano davanti alla telecamera nonostante il Milan stesse perdendo malamente in casa contro l’Atalanta.

Ci si avvicina sempre più, insomma, a quel modello statunitense dove andare allo stadio è un momento di svago, intrattenimento, in cui si ride, si scherza, si mangia, si fanno foto e video. Ma della partita frega poco, tranne negli ultimi tre minuti del match.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale

Massimiliano Allegri è pronto a lasciare il Milan a un solo anno dal suo ritorno in rossonero, al termine di una stagione partita molto bene ma che potrebbe terminare senza la qualificazione in Champions League. Lo riporta il Corriere della Sera. Al di là dell’esito del campionato (stravinto dai cugini dell’Inter) e di un contratto valido fino al 2028, a pesare sulla decisione (che appare sempre più probabile) sono soprattutto i rapporti ormai freddi – anzi inesistenti – con Zlatan Ibrahimovic, senior advisor della proprietà: i due hanno avuto un alterco dopo la sconfitta rimediata a Napoli a inizio aprile e lo strappo non si è ricucito.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Zlatan Ibrahimovic (Ansa).

Perché è avvenuta la rottura con Ibra

Il litigio tra i due sarebbe scoppiato per la scelta del terzo portiere da inserire nella rosa del prossimo anno. Per la serie corsi e ricorsi storici, anzi calcistici, Ibrahimovic e Allegri erano venuti alle mani sempre per una questione di portieri nel 2012, al termine del ritorno degli ottavi di finale di Champions League in casa dell’Arsenal, quando il calciatore svedese aveva rinfacciato al tecnico, che lo aveva criticato per la prestazione in campo, di aver portato in panchina due estremi difensori. A suo modo di vedere una scelta troppo rinunciataria in vista del match, poi perso 3-0 (risultato che aveva comunque permesso il passaggio del turno). Questo episodio è stato raccontato di recente dall’ex calciatore rossonero.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Massimiliano Allegri e Zlatan Ibrahimovic nel 2012 (Ansa).

Dalla partita di Napoli il Milan ha inanellato una serie di prestazioni poco convincenti, rimediando diverse sconfitte e adesso la classifica preoccupa: i rossoneri, quarti, precedono la Roma solo in virtù degli scontri diretti. Come se non bastasse, scrive il Corsera, Allegri ha scoperto che Ibrahimovic ha frequenti colloqui con Antonio Cassano, che nel corso della trasmissione su Twitch Viva el futbol critica spesso il gioco proposto dall’allenatore toscano. Come se non bastasse, il senior advisor di RedBird – visto il calo di risultati – avrebbe telefonato a ha iniziato a telefonare a Rafael Leão e Youssouf Fofana fornendo loro consigli tattici. Un’invasione di campo ritenuta intollerabile da Allegri.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Massimiliano Allegri (Ansa).

La delusione del mercato di gennaio

Infine, Allegri è rimasto deluso dall’inesistente mercato di gennaio: aveva chiesto un paio di innesti di qualità per lottare per le primissime posizioni, sentendosi dire che non c’erano risorse (anche se poi il ceo Sergio Furlani sarebbe stato pronto a spendere 30 milioni per l’attaccante Jean-Philippe Mateta, affare non andato in porto).

Allegri potrebbe diventare ct dell’Italia

Allegri non lascerebbe il Milan per restare fermo o per approdare in qualche altro club, in Serie A o all’estero. Nel suo futuro, in caso di addio al Diavolo, ci sarebbe infatti la Nazionale. Sarebbe lui il prescelto di Giovanni Malagò, che si appresta a diventare presidente della Figc, come nuovo ct dell’Italia.

Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Federcalcio

Giovanni Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Figc dopo aver ottenuto anche l’endorsement della Lega Serie B, l’ultima componente di cui attendeva una posizione. È stato lo stesso ex capo del Coni a renderlo noto: «Lo avevo detto e sono stato di parola, per rispetto istituzionale della presidente Cio Coventry che era qui a Roma e delle componenti ho sempre ribadito che avrei sciolto le riserve subito dopo». La formalizzazione avverrà oggi. Malagò (grande favorito) avrà come sfidante Giancarlo Abete, che contattato da LaPresse ha confermato la sua candidatura come presidente della Figc, incarico già ricoperto dal 2007 al 2014: da quattro anni è alla guida della Lega Nazionale Dilettanti.

Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Federcalcio
Giancarlo Abete (Imagoeconomica).

Il comunicato della Lega Serie B

«La Lega Nazionale Professionisti Serie B comunica il completamento del percorso intrapreso nelle scorse settimane sul tema dell’Assemblea Elettiva Federale del prossimo 22 giugno, incentrato sul metodo e sui contenuti, concretizzatosi con la stesura di un documento programmatico», si legge in una nota. «L’esito della consultazione che il presidente Paolo Bedin ha svolto in questi giorni con le singole società, a valle dell’incontro tenutosi la scorsa settimana in Figc con i potenziali candidati, ha registrato un deciso orientamento sulla figura di Giovanni Malagò, sul quale quindi si intende convergere. Si entrerà ora, all’avvenuta formalizzazione della candidatura, nell’analisi del relativo programma elettorale».

Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Federcalcio
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione

Una figuraccia come quella rimediata la scorsa settimana sarebbe stata più che sufficiente per indurlo a farsi da parte. Ma Gianni Infantino, presidente della Fifa, a levarsi di torno non ci pensa proprio. Da quando è a capo dell’organizzazione che governa il calcio ha passato il tempo a piegarla su se stesso, facendola coincidere con la sua persona: Fifantino.

Un pacificatore fallito: la figuraccia di Vancouver

L’interpretazione egocentrica del ruolo non lo mette al riparo dal collezionare scivoloni. Come quello che ha messo in curriculum lo scorso 30 aprile, in occasione del 76° Congresso Fifa tenuto a Vancouver (Canada). Convinto di poter recitare il ruolo di grande pacificatore (che nessuno gli ha assegnato), Infantino ha chiamato al centro della scena il presidente della federazione palestinese, Jibril Al Rajoub, e il vicepresidente della federazione israeliana, Basim Sheikh Suliman. Pretendeva una stretta di mano, per dimostrare che la Fifa è capace di regalare un istante di pace anche tra parti ferocemente divise. Risultato: stretta di mano rifiutata e boomerang che torna veloce sulla pelata presidenziale. Infantino si è limitato a dire che certe situazioni sono complicate. Come se avesse soltanto scambiato il sale col pepe rosa.

Un mix di personalismo e riformismo megalomane

Una scena emblematica del modo di governare infantiniano, quella rappresentata a Vancouver. Un impasto di personalismo, improvvisazione, presunzione e faccia bronzea. Sintetizzando il tutto con un’etichetta: dilettantismo politico. Ma proiettato su una dimensione di governo che si espande su scala globale e pretende di abbracciare un mappamondo più vasto di quello tracciato dall’Onu (211 federazioni calcistiche nazionali contro i 193 Stati nazione riconosciuti dalle Nazioni Unite). Questa è la Fifa governata dall’avvocato italo-svizzero. Un ex oscuro segretario generale dell’Uefa che, per una straordinaria coincidenza di circostanze, si è trovato la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che adesso lo governa in modo pasticciato, mettendo se stesso davanti a tutto e imprimendo un riformismo megalomane, che ha il solo effetto di inflazionare le competizioni e renderle sempre più costose.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
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Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione

Il servilismo nei confronti di Trump

A dimostrare questo andazzo sono state le due grandi manifestazioni che Infantino ha voluto fortemente: il Mondiale Fifa per Club e il Mondiale per nazionali in versione extralarge, passato d’un colpo da 32 a 48 squadre. Due competizioni pacchiane, tecnicamente discutibili, caratterizzate da prezzi indecenti dei biglietti e conseguenti spalti vuoti in diverse gare. Ma lui è contento così e sventola l’aumento del montepremi, o le fantascientifiche cifre delle richieste di biglietti online. Come se questi fossero i parametri per giudicare lo stato di salute del movimento. E mentre sfoggia numeri mirabolanti, si preoccupa di intessere rapporti politici muovendosi con un piglio da segretario generale dell’Onu. Il servilismo nei confronti di Donald Trump – insignito di un inedito Premio Fifa per la Pace, che già basterebbe per battezzarlo definitivamente Fifantino – è degno del miglior Giandomenico Fracchia.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino consegna a Trump il premio Fifa per la pace (foto Ansa).

Il pasticcio della Coppa d’Africa scopre la classe dirigente infantiniana

Ma anche la gestione delle periferie dell’impero desta non pochi imbarazzi. Il pateracchio dell’ultima Coppa d’Africa, con l’irrisolta querelle fra Marocco e Senegal, porta la sua firma perché ha visto in prima linea due uomini della sua massima fiducia: il presidente della confederazione calcistica africana (CAF), Patrice Motsepe, e il segretario generale allora in carica della stessa CAF, Véron Mosengo Omba, svizzero di origine congolese nonché stretto collaboratore di Infantino. Il disastro combinato da quei due è un marchio d’infamia per la stessa Fifa. In seguito a quel fattaccio, ma anche per avere superato i limiti di età per rivestire la carica di segretario generale, Mosengo Omba si è dimesso a fine marzo. Ma è già pronto a rientrare in pista come candidato presidente della federcalcio congolese. Evidentemente non riesce a fare a meno del campo, così come Motsepe. Che, quando venne eletto per la prima volta alla presidenza della CAF, disse che avrebbe fatto un solo mandato. E invece è ancora lì a fare il secondo. L’inscalfibile classe dirigente infantiniana.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Patrice Motsepe (Ansa).

L’autocelebrazione e il culto della personalità

Ma, per il capo del calcio mondiale, questo e molti altri episodi sono roba secondaria. Il suo culto della personalità, che è anche l’altra faccia di un insopprimibile complesso di inferiorità che lo porta a una ininterrotta celebrazione di se stesso. E poiché giusto quest’anno ricorre il decennale della sua elezione alla presidenza, ecco il diluvio di celebrazioni. Il sito Fifa è stato usato per diffondere un imbarazzante messaggio a più voci in cui i più fidi collaboratori incensano il capo. E adesso è stato appena mandato in libreria un volume celebrativo. Del quale omettiamo il titolo perché non leggerlo è il solo uso sensato che se ne possa fare. L’autore è Alessandro Alciato, insipido bordocampista promosso agiografo ufficiale. Così vanno le cose nel regno di Fifantino. Blatter era un modesto travet, al confronto.

Inchiesta arbitri, indagini su un presunto incontro tra Rocchi e Schenone

La Procura di Milano sta lavorando all’ipotesi che, nell’incontro del 2 aprile presso lo stadio di San Siro, in cui sarebbero state decise le designazioni di due incontri dell’Inter contestate a Gianluca Rocchi, abbia preso parte anche Giorgio Schenone, club referee manager della società nerazzurra. Rocchi, indagato per frode sportiva, si è autosospeso (al suo posto come designatore ad interim c’è Dino Tommasi), mentre Schenone non risulta iscritto nel registro: dovrebbe essere ascoltato l’8 aprile dai magistrati e dalla Guardia di Finanza.

Inchiesta arbitri, indagini su un presunto incontro tra Rocchi e Schenone
Giorgio Schenone (LinkedIn).

Perché Rocchi è indagato per frode sportiva

Rocchi è indagato dal pm della Procura di Milano Maurizio Ascione perché avrebbe “combinato” le designazioni di due gare dell’Inter nel 2025: quella in trasferta a Bologna in campionato e il derby di ritorno di Coppa Italia col Milan, assegnandole rispettivamente a Andrea Colombo (gradito al club nerazzurro) e Daniele Doveri (sgradito). Nel secondo caso la designazione sarebbe avvenuta per «assicurare all’Inter direzioni di gara diverse per l’eventuale finale di Coppa Italia e per il resto delle partite di A»). Rocchi avrebbe inoltre violato il protocollo Var durante Udinese-Parma, sempre nella stagione 204/25: ma questo è un altro filone dell’inchiesta. Agli atti, tra le intercettazioni ce n’è una – sempre dell’aprile 2025 – tra Rocchi e Andrea Gervasoni, supervisore Var (anche lui indagato e autosospeso), su sospette pressioni e sul presunto incontro allo stadio “Giuseppe Meazza”, in cui si faceva riferimento a tale “Giorgio”.

Inchiesta arbitri, indagini su un presunto incontro tra Rocchi e Schenone
Gianluca Rocchi (Ansa).

Sentiti in procura Pinzaini e Butti: chi sono

Come è emerso dalle audizioni in Procura, nell’inchiesta sul sistema arbitrale ci sono intercettazioni, risalenti a poco più di un anno fa, tra Rocchi e Riccardo Pinzani (non indagato), oggi club referee manager della Lazio che fino alla scorsa stagione era l’incaricato Figc per i rapporti tra Aia e club, e pure tra lo stesso ex designatore e Andrea Butti (non indagato), responsabile ufficio Competizioni della Lega Serie A. Entrambi sono stati sentiti oggi in Procura a Milano come persone informate sui fatti. Il filone dell’inchiesta per frode arbitrale si concentra proprio su eventuali rapporti diretti tra Rocchi e le società e sull’influenza che le ‘pretese’ di quest’ultime avrebbero avuto nella scelta degli arbitri.

Perché la giustizia sportiva ancora non si è mossa

Insomma, la Procura intende capire se l’incontro allo stadio è avvenuto e su cosa verteva, oltre a fare luce sulla partecipazione di Schenone e dunque dell’Inter. L’indagine, ovviamente, punta anche stabilire se le ‘pretese’ avanzate nei confronti di Rocchi possano configurare la frode sportiva. Per quanto riguarda la giustizia sportiva, visto che l’indagine della Procura di Milano è ancora coperta da segreto investigativo, Ascione non può trasmettere gli atti alla Procura della Figc.

È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi

È morto a 69 anni Evaristo Beccalossi, ex calciatore ricordato soprattutto per la militanza nell’Inter e molto amato dai tifosi nerazzurri. Lottava da oltre un anno contro le conseguenze di un’emorragia cerebrale che lo aveva colpito a gennaio del 2025.

È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi

La carriera di Evaristo Beccalossi, bandiera dell’Inter

Trequartista mancino molto dotato tecnicamente ma discontinuo nel rendimento, Beccalossi era cresciuto nel Brescia – squadra della sua città – per poi passare all’Inter nel 1978. In sei anni di permanenza a Milano collezionò 217 presenze in tutte le competizioni e mise a segno 37 reti, tra cui una doppietta nel derby con Milan vinto per 2-0 il 28 ottobre 1979. Vinse da protagonista lo scudetto nel 1980 e poi la Coppa Italia nel 1982.

Finita l’esperienza nerazzurra giocò una stagione alla Sampdoria (con cui vinse un’altra Coppa Italia) e poi una nel Monza, in B. Successivamente tornò a Brescia dove rimase per due stagioni, di cui la prima in Serie A ma conclusa con la retrocessione. Terminò la carriera da professionista al Barletta, in Serie B. Successivamente giocò nei dilettanti prima nel Pordenone e poi nel Breno. Nonostante il talento, Beccalossi non giocò mai in Nazionale maggiore, fermandosi a 3 presenze nell’under 21 e in 4 nell’Olimpica. Dopo il ritiro dal calcio, divenne molto popolare come commentatore in tivù.

Il monologo di Paolo Rossi sui due rigori sbagliati

Curiosità: nel 1992 l’attore e tifoso nerazzurro Paolo Rossi portò in scena il monologo intitolato Lode a Evaristo Beccalossi, nella quale ricordava la partita di Coppa delle Coppe del 1982 Inter-Slovan Bratislava, in cui il fantasista sbagliò due calci di rigore a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?

La frase più in voga: «È un altro sport». Lo spettacolo messo in scena nella serata di martedì 28 aprile da Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, con quel 5-4 che pareva un punteggio fissato dopo i calci di rigore, ha rappresentato in un certo senso l’ennesimo indicatore dello stato di crisi del calcio italiano. Una sfida pirotecnica, che è soltanto metà del doppio confronto e che dunque potrebbe moltiplicare le emozioni nella partita di ritorno di mercoledì 6 maggio all’Allianz Arena di Monaco di Baviera. In tutto ciò, è la comparazione a ferire maggiormente. Perché il termine di paragone è stato MilanJuventus. Un match concluso sullo 0-0, e che su questo punteggio si sarebbe fissato anche se si fosse andati avanti a giocare per tre giorni.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Marquinhos contro Luis Diaz durante Psg-Bayern (foto Ansa).

Non siamo più all’altezza di quel livello

Già, il paragone. Come provare a fare un confronto tra il Metaverso e i fratelli Lumière. Una cosa impietosa, che bisognerebbe avere l’accortezza di evitare, ma che invece è impossibile eludere. Perché, volenti o nolenti, quel livello del calcio internazionale continua a essere il nostro termine di paragone. Anche quando è ormai palese che non è alla nostra portata e chissà quando potrà tornare a esserlo. Proprio qui sta il punto: crediamo di essere ancora su quel livello lì, vogliamo darci la missione di mantenerlo, ma ci rendiamo perfettamente conto di non esserne all’altezza. È un ruolo troppo largo per il nostro gracile presente. Ma allora, che fare?

Peggio del 1974, quando tutti eravamo disfattisti

A memoria ci sovviene un solo precedente di situazione depressiva del nostro calcio equiparabile a quella attuale: il post Mondiale del 1974. La spedizione in Germania Ovest si era risolta in un’eliminazione al primo turno, ma a diffondere un senso di malessere era stata soprattutto l’immagine di disfacimento che la nostra Nazionale aveva proiettato. Ne erano uscite diagnosi allarmistiche sul calcio italiano, che a distanza di oltre cinquant’anni risultano francamente esagerate. E in effetti quattro anni dopo gli Azzurri avrebbero conquistato il quarto posto in Argentina, mentre al termine del quadriennio successivo avrebbero vinto il Mondiale di Spagna 1982.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
L’attaccante dell’Italia Giorgio Chinaglia durante il disastroso Mondiale dl 1974, quando la Nazionale uscì al girone (foto Ansa).

In quel momento però pareva davvero che si fosse nel pieno di una crisi di sistema. E si guardava ai campionati stranieri come se fossero tutti migliori della Serie A, cui invece si rimproverava l’eccesso di 0-0. Eh già, lo stereotipo che iniziava a diffondersi sull’arido calcio all’italiana.

Pensiamo sia un incidente anziché un errore di sistema

Tornando con la memoria a quei giorni, viene da rimpiangere quel senso di inadeguatezza e quell’impeto di autoflagellazione. Che, per quanto esagerati, hanno sortito l’effetto positivo di stimolare la ricostruzione. L’opposto di adesso. Siamo alla terza mancata partecipazione consecutiva a un Mondiale, e i nostri club non si spingono oltre i quarti di finale anche nelle coppe europee di rango inferiore. Eppure si continua a fare come se fossimo quelli di una volta. E a credere che, ogni volta, sia soltanto un incidente anziché un errore di sistema. Salvo poi guardare il calcio che si gioca nelle semifinali di Champions league e rendersi conto che si sta viaggiando su pianeti diversi.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Josip Stanisic e Willian Pacho durante Psg-Bayern (foto Ansa).

L’epoca del calcio camminato: la Serie A è ancora un prodotto vendibile?

Quanto è competitivo oggi il nostro calcio? I dati oggettivi sono già impietosi: siamo diventati una periferia del calcio d’élite. Ma ci sono anche altri aspetti, meno oggettivi e però egualmente riscontrabili. Riguardano l’ambito spettacolare: vi pare che il nostro calcio sia oggi un prodotto vendibile? Prendete una partita qualsiasi della nostra Serie A: nella maggior parte dei casi vi sembrerà di assistere a una prova di calcio camminato. Il ritmo è da moviola, il confronto fra le forze in campo è puro rifiuto della velocità, la tattica continua a essere l’elemento principale della contrapposizione. A meno di essere coinvolti come tifosi, lo spettacolo che vi si propone è quasi sempre inguardabile.

Le televisioni pagano un miliardo a stagione per i diritti di questo scempio

Fino a quando sarà possibile venderlo all’estero? Ma soprattutto: fino a quando le tivù pagheranno un miliardo a stagione per aggiudicarsi questo prodotto? Sono domande che bisogna farsi con urgenza, specie quando si sente montare la critica alle difese allegre di Psg e Bayern, capaci di rifilarsi nove gol e di sfiorarne altrettanti.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Gli allenatori di Milan e Juventus, Massimiliano Allegri e Luciano Spalletti (foto Ansa).

Milan-Juve allo stadio? I biglietti meno cari costavano 139 euro…

Secondo una visione integralista, partite con punteggi del genere non sarebbero più calcio. Opinione rispettabile. Ma a patto di controbattere con un’altra domanda: è calcio quello 0-0 fra Milan e Juventus, per il quale sono stati chiesti 139 euro agli spettatori piazzati nella “piccionaia” del Meazza? Soltanto dandosi una bella ridimensionata sarà possibile ripartire. Ma di segni che vanno in questa direzione non se ne vede. Zero autocritica, zero voglia di riformare. Il problema sta sempre altrove. Il problema siamo noi.

Presidenza Figc, Malagò incassa anche il sostegno di calciatori e allenatori

A poco meno di due mesi dall’Assemblea elettiva federale del 22 giugno e in vista dell’ultimo giorno per la presentazione delle candidature alla carica di presidente della Figc, Giovanni Malagò dopo quello della Lega Serie A incassa anche il sostegno dell’Associazione Italiana Calciatori e dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio. «È la persona in grado di rispondere alle tante sfide del presente e soprattutto del futuro», si legge in una nota in cui viene evidenziato che, nel corso degli incontri e dei confronti delle ultime settimane, «sono emerse importanti convergenze sui principali punti programmatici quali il Club Italia, la Sostenibilità e le Riforme, il Progetto tecnico-sportivo e il Calcio Femminile; una visione di politica sportiva che offre ampie garanzie in questa delicata e importante stagione federale nella quale ragionare di sistema è la sola strada da percorrere». All’Assemblea del 22 giugno le due componenti avranno assieme un peso del 30 per cento (20 per cento l’Aic e 10 per cento l’Aiac), che si aggiunge al 18 per cento della Lega Serie A (solo il presidente laziale Claudio Lotito fa ancora muro). Malagò, a questo punto, sfiora la maggioranza: per essere eletti occorre il 50 per cento più uno dei voti validi.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo

L’Inter come la Juventus, Beppe Marotta come Luciano Moggi. Vent’anni dopo lo scoppio di Calciopoli, è un parallelo che ha senso fare con la nuova Arbitropoli che sta scuotendo il campionato italiano?

L’avviso di garanzia a Rocchi per concorso in frode sportiva

Bisogna partire dai fatti. Il 25 aprile 2026, Festa della Liberazione, la procura di Milano ha notificato un avviso di garanzia per concorso in frode sportiva al designatore degli arbitri Gianluca Rocchi e al supervisore Var Andrea Gervasoni. Entro quella sera stessa entrambi si sono autosospesi. In 48 ore gli indagati noti sono diventati cinque: con loro i varisti Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca e l’ex arbitro Daniele Paterna, accusato di false informazioni al pubblico ministero.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Gianluca Rocchi (foto Ansa).

Doveri, arbitro ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter

Le partite finite sotto la lente sono «quattro o cinque», nessuna del campionato in corso. Uno dei fili rossi però sembra essere chiaro: l’Inter. In due dei tre capi d’imputazione contestati a Rocchi compare infatti il club nerazzurro: la designazione «gradita» del direttore di gara Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile 2025 e l’accordo «con più persone» (quali? chi?) a San Siro il 2 aprile 2025, per tenere lontano dalla fase conclusiva del campionato e dall’eventuale finale di Coppa Italia Daniele Doveri, ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Daniele Doveri in una gara dell’Inter (foto Ansa).

Il ritornello ripetuto da Marotta: «Siamo estranei»

La quarta partita è Inter-Verona dell’8 gennaio 2024, con la mancata on field review, cioè la revisione sul campo, sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda da cui l’inchiesta è partita. L’Inter, attraverso il presidente e amministratore delegato Giuseppe Marotta, ha replicato così: «Voglio tranquillizzare i tifosi. L’Inter ha sempre agito con la massima correttezza. Non c’è un elenco di arbitri a noi graditi e sgraditi. L’Inter è estranea e lo sarà anche in futuro». E ha aggiunto un grande classico, cioè l’argomentazione delle «vittime»: «L’anno scorso siamo stati penalizzati. Cito il rigore non dato in Inter-Roma». La frase chiave è «estranea». E qui vale la pena fermarsi, perché è la parola attorno a cui si gioca tutto.

Marotta ha usato «estranea» per dire una cosa precisa: nessun dirigente dell’Inter è oggi iscritto nel registro degli indagati della procura di Milano. È vero. Ed è anche, per questa fase, irrilevante sul fronte che davvero conta per un club di calcio: la giustizia sportiva. Perché le inchieste sportive e quelle penali corrono su binari diversi, con regole diverse, tempi diversi e standard di prova diversi. Lo dice la storia recente del calcio italiano. Lo dice, prima di tutto, l’articolo 7 del Codice di Giustizia sportiva della Figc.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Beppe Marotta interpellato a Sky Sport sul nuovo scandalo Arbitropoli.

Il testo è pubblico, lo si trova sul sito della Federazione: «Il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara o di una competizione ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica costituisce illecito sportivo. La fattispecie si perfeziona con il compimento degli atti diretti, anche se il risultato non è raggiunto».

Giuseppe Chinè ha chiesto le carte alla procura di Milano

Tre conseguenze pratiche, che la giurisprudenza federale ribadisce in decine di sentenze: l’illecito sportivo «prescinde da qualsiasi dolo specifico positivizzato dal legislatore». Cioè non serve provare l’accordo bilaterale, non serve provare lo scambio, non serve nemmeno provare che il risultato sia stato effettivamente alterato. Le società «rispondono oggettivamente, ai fini disciplinari, dell’operato dei dirigenti, dei tesserati e dei soggetti di cui all’art. 1 bis comma 5». E la stessa procura federale può aprire o riaprire il fascicolo «se emergeranno elementi nuovi e probanti», come ha già annunciato il procuratore Giuseppe Chinè il 27 aprile, chiedendo le carte alla procura di Milano.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Giuseppe Chinè (Imagoeconomica).

Vale la pena riprendere in mano il calendario di Calciopoli, perché i giorni si assomigliano. Maggio 2006: emerse il caso delle intercettazioni telefoniche. La procura di Napoli aveva aperto il fascicolo penale da mesi, ma l’inchiesta si concluse in via definitiva solo nel 2015, e con la maggior parte dei reati prescritti. La procura federale, intanto, andava per conto suo. Il 14 luglio 2006 la Caf emise la prima sentenza sportiva: Juventus in Serie B con 30 punti di penalizzazione, revoca dei due scudetti, sanzioni pesantissime per Milan, Fiorentina e Lazio.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Beppe Marotta e Gianluca Rocchi assieme.

La giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria

L’11 luglio successivo, in Appello, la sentenza venne rivista – Juve in B con -17 punti – ma il principio rimase. Quel giorno, in sede penale, contro i dirigenti bianconeri non c’era stata ancora una condanna. Non ce ne sarebbe stata una definitiva nemmeno 10 anni dopo (reati estinti per prescrizione). Eppure il club fu retrocesso. Il motivo è scritto in chiaro nelle motivazioni: l’illecito sportivo è una cosa diversa dalla questione penale, le società rispondono oggettivamente, e la giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria.

Testimonianza sui «codici gestuali» nei raduni settimanali

Vent’anni dopo, lo schema applicato a un altro club potrebbe essere lo stesso. Se la procura federale dovesse riaprire il fascicolo sulla base degli atti milanesi e delle nuove rivelazioni – la testimonianza dell’ex arbitro Pasquale De Meo sui «codici gestuali» nei raduni settimanali, gli audio di sala Var di Inter-Verona, i capi d’accusa già pubblici – non ci sarebbe bisogno di un dirigente nerazzurro indagato penalmente per contestare l’illecito alla società. Basterebbe dimostrare che siano stati compiuti atti diretti ad alterare il risultato o lo svolgimento di gare in cui l’Inter è stata favorita; e che gli autori, anche se non dirigenti, fossero tesserati o soggetti collegati.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Giuseppe Marotta (foto Ansa).

La differenza tra Marotta nel 2026 e Antonio Giraudo nel 2006 non è tanto giuridica, quanto temporale. Il primo ha ancora qualche settimana per dire «siamo estranei». Il secondo lo disse fino al giorno della retrocessione. Resta la difesa tramite numeri: «Siamo stati penalizzati», ha detto Marotta. Ma anche qui i dati dicono il contrario.

  • Stagione 2023/24: 14 rigori a favore dell’Inter contro quattro contro, rapporto 3,5, il più sbilanciato della Serie A.
  • Stagione 2024/25: secondo Tuttosport del 25 febbraio 2025, il saldo Open Var a favore dell’Inter è «tanto quanto Juventus, Napoli e Atalanta», non meno.
  • Stagione 2025/26: secondo i dati Aia Open Var, il saldo è sostanzialmente in pari.

Vent’anni fa Stefano Palazzi, l’ex procuratore federale che istruì il filone post-Calciopoli, disse a Tuttosport una frase che la stampa nerazzurra ha provato a rimuovere: l’Inter del 2006 avrebbe potuto rischiare la retrocessione in Serie B, altro che lo scudetto. Quel titolo restò ai nerazzurri per una decisione amministrativa del Consiglio di Stato nel 2023, quando fu respinto l’ultimo ricorso della Juventus, e non per un’assoluzione di merito.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Il procuratore federale Stefano Palazzi nel 2012 (foto Ansa).

Perché sullo sfondo sembra muoversi Lotito

A margine, ma non per caso, oggi sullo sfondo si muove Claudio Lotito. Il presidente della Lazio – vent’anni fa anche lui condannato in Calciopoli, in primo grado, alla retrocessione, poi salvato in Appello, con permanenza in A e pesanti penalizzazioni – è oggi, secondo Dagospia, in asse con il ministro dello Sport Andrea Abodi sull’ipotesi di un commissariamento della Figc, con un disegno di legge già pronto in parlamento. Sono 19 su 20 le squadre di Serie A favorevoli alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale. Una sola contraria: la Lazio.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio Claudio Lotito (foto Ansa).

Se l’inchiesta sugli arbitri portasse al commissariamento della Federcalcio, e poi alle elezioni anticipate, Lotito sarebbe in corsa. È un effetto collaterale dell’inchiesta, non il suo cuore. Ma è un effetto che merita di essere registrato.

Al vertice della procura di Milano c’è un interista sfegatato

Resta un punto di metodo. Il vertice della procura di Milano è Marcello Viola, noto tifoso dichiarato dell’Inter, che pranzò con Marotta e l’amministratore delegato corporate Alessandro Antonello pochi giorni dopo l’insediamento nel giugno 2022 e che il 30 settembre 2024 si presentò alla conferenza stampa sull’inchiesta Doppia Curva con il telefono provvisto di cover dell’Inter.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Marcello Viola con la cover dell’Inter.

Il pm titolare dell’inchiesta Arbitropoli è Maurizio Ascione. Il 27 aprile l’Ansa ha scritto che «in procura si respirerebbe un clima di tensione legato alla gestione dell’indagine da parte del pm rispetto ai vertici dell’ufficio». Tradotto: chi indaga e chi coordina non sono allineati. Il perché è intuibile.

Una società di calcio si difende come può. Marotta continua a ribadire che l’Inter è estranea: ha parlato di «registro degli indagati», di procura penale, scegliendo il binario più comodo. Ma il binario che decide la vita sportiva di un club non è quello. Lo sa l’Inter, lo sapeva la Juventus del 2006. La differenza, oggi, è che negli atti pubblici della procura di Milano viene usata la parola «gradito» riferita a un arbitro designato per una partita dell’Inter. È esattamente la fattispecie che l’articolo 7 chiama illecito sportivo. Il resto è una questione di tempi.

Arbitri: chi è il designatore ad interim Dino Tommasi

Sarà Dino Tommasi a prendere fino a fine stagione il posto di Gianluca Rocchi come designatore degli arbitri di Serie A e B, dopo lo scandalo che ha travolto l’Aia. La nomina è arrivata nel corso del Comitato Nazionale andato in scena nella giornata di lunedì 27 aprile. Ex arbitro originario di Bassano del Grappa (Vicenza), il 50enne Tommasi era uno dei cinque vice dello stesso Rocchi assieme a Maurizio Ciampi, Elenito Di Liberatore, Mauro Tonolini e Andrea Gervasoni, anch’egli indagato.

Arbitri: chi è il designatore ad interim Dino Tommasi
Dino Tommasi mentre redarguisce Domenico Berardi del Sassuolo (Ansa).

La carriera di Dino Tommasi

Tommasi non è stato un fischietto di primo piano, anche se ha comunque arbitrato 54 partite in Serie A tra il 2008 e il 2015. La sua carriera nelle serie professionistiche è iniziata nel 2003, con la promozione alla Commissione arbitri nazionale (Can) di Serie C: 52 le partite arbitrate in quattro stagioni, tra cui la finale playoff del 2007 tra Avellino e Foggia. A seguito della promozione alla Can A-B, il 15 marzo del 2008 ha debuttato in massima serie arbitrando Udinese-Lazio. Dal 2010, dopo la scissione della Can A e B, per tre anni ha fatto parte dell’organico degli arbitri designabili per la serie cadetta. In questo triennio la gara più importante diretta da Tommasi è stata la finale di ritorno dei playoff tra Livorno e Empoli nel 2013. Promosso in Serie A, ha chiuso poi la carriera il 18 maggio 2015 con un Fiorentina-Parma, venendo poi dismesso dalla Can per “motivate valutazioni tecniche“. Poco dopo è stato inserito nell’organico degli osservatori per la Can B. Dopo essere stato presidente del Comitato Regionale Veneto dal 2016 al 2020, Tommaso è diventato responsabile del Cai (Comitato arbitri interregionale).

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo-arbitri

Come se non bastasse la terza mancata qualificazione ai Mondiali di fila, il calcio italiano si trova ad affrontare un altro scandalo: al centro (ancora) gli arbitri. Il designatore di Serie A e B Gianluca Rocchi, indagato dalla procura di Milano, avrebbe interferito in modo illecito sulle decisioni della sala Var di Lissone e scelto direttore di gara “graditi” all’Inter per le gare dei nerazzurri. Cosa sappiamo.

Perché Rocchi è indagato per frode sportiva

Rocchi, che si è autosospeso, è indagato dal pm della Procura di Milano Maurizio Ascione per concorso in frode sportiva. Avrebbe “combinato” le designazioni di due gare dell’Inter nel 2025: quella in trasferta a Bologna in campionato e il derby di ritorno di Coppa Italia col Milan, assegnandole rispettivamente a Andrea Colombo (gradito al club nerazzurro) e Daniele Doveri (sgradito, per «assicurare all’Inter direzioni di gara diverse per l’eventuale finale di Coppa Italia e per il resto delle partite di A»). Inoltre avrebbe violato il protocollo Var durante Udinese-Parma, sempre nella stagione 204/25.

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo-arbitri
Gianluca Rocchi (Ansa).

Al di là di come siano effettivamente andate le partite (l’Inter perse a Bologna), la questione delle designazioni “pilotate” è facile da capire: il punto è dimostrare se davvero Rocchi sia stato indirizzato in qualche modo dal club nerazzurro. Per quanto riguarda l’altra accusa, in occasione di Udinese-Parma del primo marzo 2025 il supervisore Rocchi, «in concorso con altre persone, durante lo svolgimento della partita» avrebbe condizionato l’addetto Var Daniele Paterna per fare in modo che l’arbitro Fabio Maresca chiedesse l’on field review, ritenendo ci fosse da assegnare un calcio di rigore a favore dei friulani. La tesi della Procura è che Paterna, secondo cui non c’erano gli estremi per l’on field review, abbia avuto indicazioni da Rocchi al di là del vetro della sala Var. Come? Tramite una bussata. E c’è un video che lo dimostrerebbe. Repubblica, addirittura, scrive addirittura che Rocchi avrebbe ideato gesti e segnali per suggerire ai varisti come comportarsi in determinate occasioni. Tutto questo mentre nel centro di Lissone i varisti avrebbero dovuto essere tenuti al riparo da ogni ingerenza esterna: da qui l’ipotesi di frode sportiva.

Iscritto nel registro anche il supervisore Gervasoni

Rocchi non è l’unico indagato. La Procura di Milano ha iscritto nel registro anche il supervisore Andrea Gervasoni, anche lui per frode sportiva e sempre per un’interferenza in sala Var, avvenuta in occasione di una partita di Serie B: Salernitana-Modena, marzo 2025. Nell’avviso di garanzia si legge che, «alla concessione del calcio di rigore a favore della squadra emiliana da parte del direttore di gara Antonio Giuia incalzava e sollecitava l’addetto Var Luigi Nasca affinché questi lo all’on field review «ai fini della decisione iniziale sull’episodio». Anche Gervasoni si è autosospeso.

Paterna indagato per falsa testimonianza: il video che lo “incastra”

È poi indagato, ma per false informazioni, anche il già citato Paterna: convocato come testimone dal pm, ha negato ingerenze esterne, ma c’è un video in cui si vede che si gira di scatto verso un punto esterno alla sala Var e dire: «È rigore?», prima di chiamare Maresca all’on field review. Repubblica scrive che sarebbero poi indagati anche Nasca, Var in Salernitana-Modena dell’8 marzo 2025 ma anche in Inter-Verona del 6 gennaio 2024 in cui non fu sanzionata una gomitata del difensore nerazzurro Alessandro Bastoni a Ondrej Duda, pochi secondi prima della rete dei padroni di casa; e Rodolfo Di Vuolo, Avar della seconda gara.

Le indagini scattate dopo un esposto dell’ex assistente arbitrale Rocca

Le indagini sono scattate dopo un esposto inviato dall’ex assistente arbitrale Domenico Rocca (è stato dismesso nella scorsa stagione) alla Commissione Arbitrale Nazionale per denunciare gravi irregolarità nella gestione di Rocchi, tra cui episodi di mobbing. «Chi di spada ferisce, di spada perisce», ha scritto sui social dopo l’iscrizione del designatore nell’elenco degli indagati. Dopo la denuncia di Rocca, Antonio Zappi, presidente dell’Associazione Italiana Arbitri (AIA), ha inoltrato la segnalazione alla procura della Figc e subito dopo c’è stato un cambio di regolamento: da allora chiunque si rechi nella sala Var di Lissone è tento a inviare una relazione in cui descrive le attività svolte. Secondo quanto risulta dalle indagini, nessuno della squadra di Rocchi ci sarebbe più andato. A mettere nel mirino la conduzione sospetta di Inter-Verona è stato invece l’esposto di un tifoso gialloblù, l’avvocato Michele Croce.

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo-arbitri
Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter (Ansa).

Marotta: «Non abbiamo arbitri graditi o non graditi»

«Noi abbiamo appreso tutto dalla stampa. Le dichiarazioni e i comunicati che sono usciti ci meravigliano. Sappiamo di avere agito nella massima correttezza. Questa è la cosa più importante e che deve tranquillizzare tutti i tifosi», ha dichiarato Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, aggiungendo: «Di certo non abbiamo arbitri graditi e direttori di gara non graditi. Sono certo che l’Inter rimarrà estranea alla vicenda». E poi: «Lo scorso anno abbiamo avuto decisioni avverse e poi acclarate successivamente dai vertici arbitrali: penso per esempio al rigore non dato su Yann Bisseck in occasione di Inter-Roma».

Roma-Ranieri, ufficiale il divorzio

La Roma ha ufficializzato la fine del rapporto con l’ex tecnico Claudio Ranieri, che da luglio 2025, data della scadenza del contratto e del ritiro da allenatore, ricopriva l’incarico di senior advisor del club giallorosso. La fine del rapporto arriva dopo settimane di tensione tra Ranieri e l’attuale allenatore Gian Piero Gasperini.

Il comunicato della Roma

«L’AS Roma comunica che il rapporto con Claudio Ranieri è terminato. Il Club desidera ringraziare Claudio per il suo significativo contributo alla Roma. Ha guidato la squadra in un momento molto difficile e saremo sempre grati per i suoi sforzi», si legge in una nota. «Guardando al futuro, la nostra direzione è chiara. Il Club è solido, con una leadership forte e una visione ben definita. «L’AS Roma verrà sempre al primo posto. Abbiamo piena fiducia nel percorso che ci attende sotto la guida tecnica di Gian Piero Gasperini, con l’obiettivo condiviso di crescere, migliorare e ottenere risultati all’altezza della nostra storia».

Roma-Ranieri, ufficiale il divorzio
Gian Piero Gasperini (Ansa).

Pronto a lasciare anche Massara

Ranieri lascia così la Roma dopo un’avventura da calciatore (1973-74), tre da allenatore (2009-2011, 2019, 2024-2025) e l’ultima, appunto, da consulente. Nel comunicato, come sottolinea il Corriere dello Sport, non ci sono riferimenti a dimissioni, risoluzioni o licenziamenti. Questo perché ci sarebbero ancora questioni in mano ai legali. Resta in bilico il direttore sportivo Frederic Massara, legato a doppio filo a Ranieri: secondo quanto filtra da Trigoria sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni.

Roma-Ranieri, ufficiale il divorzio
Claudio Ranieri e Frederic Massara (Imagoeconomica).

Zampolli in pressing su Trump e Infantino: «Italia ai Mondiali al posto dell’Iran»

Paolo Zampolli, rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali e amico di vecchia data di Donald Trump, sta provando a compiere l’impresa che dal lontano 2017 sembra impossibile per ct e calciatori nostrani: far qualificare la Nazionale italiana ai Mondiali. Come riporta il Financial Times, l’imprenditore ha suggerito al presidente della Fifa Gianni Infantino e a Trump, in quanto leader di uno dei Paesi co-organizzatori del torneo, di ammettere l’Italia alla Coppa del Mondo al posto dell’Iran, in virtù del ricco palmares azzurro.

Zampolli in pressing su Trump e Infantino: «Italia ai Mondiali al posto dell’Iran»
Donald Trump e Gianni Infantino (Imagoeconomica).

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Il piano di Zampolli: ricucire lo strappo Trump-Meloni

«Confermo di aver suggerito a Trump e Infantino di sostituire l’Iran con l’Italia. Sono italiano, sarebbe un sogno vedere gli Azzurri ai Mondiali negli Stati Uniti. Con quattro titoli, l’Italia ha il pedigree per giustificare l’inclusione», ha detto Zampolli al Ft. Il giornale spiega che il piano dell’imprenditore è uno «sforzo per riparare i legami fra Trump e Giorgia Meloni» dopo le frizioni nate dagli attacchi del presidente Usa a papa Leone XIV per la guerra in Iran.

Zampolli in pressing su Trump e Infantino: «Italia ai Mondiali al posto dell’Iran»
Paolo Zampolli e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’Iran ha appena confermato la partecipazione ai Mondiali

C’è però un problema non da poco per Zampolli e il calcio italiano: dopo aver escluso la partecipazione a seguito dei primi raid statunitensi (e israeliani) e aver chiesto – invano – di poter giocare le proprie partite in Canada o in Messico (anziché a Los Angeles e Seattle), l’Iran ha fatto sapere di non aver intenzione di rinunciare al torneo, che si apre a giugno. Trump, da parte sua, aveva dichiarato che i giocatori della Repubblica Islamica erano i «benvenuti» negli Usa senza però nascondere che sarebbe stato inappropriato e potenzialmente pericoloso per loro. Quanto a Infantino, il presidente Fifa si è sempre detto certo della partecipazione dell’Iran.

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In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?

Come si dirà “chiagni e fotti” in arabo? L’interrogativo sorge raccogliendo il disappunto e le voci maliziose che serpeggiano fra i protagonisti della Roshn League, il massimo campionato saudita. Un torneo che sta provando la scalata per portarsi verso il rango delle leghe d’élite del calcio mondiale, ma intanto si è già allineato in materia di polemiche becere e sospetti di favoritismi. L’ultimo fra questi riguarda i presunti trattamenti di riguardo verso l’Al-Nassr, cioè la squadra in cui gioca Cristiano Ronaldo.

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Cristiano non ha ancora vinto un titolo nazionale in Arabia

Secondo alcune voci, CR7 e compagni riceverebbero regali, sia diretti sia indiretti, per far vincere il campionato alla star portoghese. Finalmente, potrebbe aggiungere qualcuno. Perché da quando si è trasferito nel club di Riad, a partire dal 2023, Cristiano non ha ancora vinto nemmeno lo straccio di un titolo nazionale, nonostante un contributo personale di 124 gol in 139 partite ufficiali (l’ultimo segnato sabato 11 aprile nel 2-0 all’Al-Okhdood, 14esima vittoria di fila per il club). Zero titoli di lega, Coppa del Re o Supercoppa, con tre finali perse. Quantomeno si può consolare con la conquista dell’Arab Club Champions Cup 2023 (vinta 2-1 contro l’Al-Hilal). Ma alla collezione del primo calciatore della storia a segnare almeno 100 reti con quattro club diversi (Real Madrid, Juventus, Manchester United e appunto Al-Nassr) manca ancora il primo posto nella lega araba. E il 2026 potrebbe essere l’anno buono, visto che la squadra di CR7 è in testa con 5 punti di vantaggio su quella di Inzaghi, a 6 giornate dalla fine. Grazie anche a qualche spintarella?

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Cristiano Ronaldo accanto alla squadra degli arbitri (foto Ansa).

Il vecchio scontro con persino uno “sciopero” di due partite

Va da sé che, allo stato dei fatti, si tratta di illazioni e come tali vanno trattate. Piuttosto, va messo in evidenza un altro aspetto: soltanto due mesi fa Ronaldo era andato allo scontro, inscenando persino uno “sciopero” di due partite, in dissenso con quello che riteneva essere un atteggiamento di favore tenuto dalla lega – e da chi la governa e finanzia, cioè il fondo sovrano Pif, a sua volta presieduto dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman – verso l’Al-Hilal di Simone Inzaghi.

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Nel fotomontaggio Simone Inzaghi e Mohammed bin Salman (foto Ansa).

In quel passaggio la Roshn League aveva risposto con un comunicato molto duro, per richiamare l’attaccante all’ordine e ricordargli che nessuno è al di sopra dell’interesse generale rappresentato dalla lega stessa. E tuttavia, guarda un po’, da lì in poi le cose hanno preso a girare in direzione opposta. Cioè favorevole all’Al-Nassr.

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Simone Inzaghi, allenatore dell’Al-Hilal (foto Ansa).

L’altro comunicato: la protesta dell’Al-Ahli

Rispetto a quello emesso dalla lega a febbraio, per stigmatizzare l’atto di ribellione di Cristiano, c’è un altro comunicato che spiega come sono cambiate le cose nel frattempo. Lo ha pubblicato l’Al-Ahli, club che ambirebbe a concorrere per la vittoria del campionato, ma che si è ritrovato ad affrontare ostacoli inattesi. L’ultimo della serie riguarda le decisioni arbitrali avverse nella gara contro l’Al-Fayha, pareggiata 1-1 con due rigori negati. Queste due decisioni sfavorevoli si uniscono a numerosi episodi che avvengono in altri campi. Apparentemente slegati, ma tutti convergenti nello spianare all’Al-Nassr la strada verso il titolo.

È questo il motivo per cui, via social, si moltiplicano i post sul tema. In qualche caso sono calciatori come Riyad Mahrez, l’ex Manchester City che gioca proprio nell’Al-Ahli e si è visto negare uno dei due rigori nella partita contro l’Al-Fayha; o come Danilo Pereira, il portoghese che gioca nell’Al-Ittihad, secondo cui tutto quanto sarebbe già scritto.

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Cristiano Ronaldo (foto Ansa).

L’attaccante inglese Toney rischia una lunga squalifica

Si tratta di esternazioni non esplicite, a differenza di quelle rilasciate da Ivan Toney, attaccante inglese dell’Al-Ahli: che ha parlato apertamente di un disegno per far vincere la squadra di CR7. A causa di queste non paludate prese di posizione l’inglese rischia una squalifica, che può arrivare fino a un anno.

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Ivan Toney, attaccante inglese (foto Ansa).

La lega saudita perde un altro pezzo di credibilità

Sarà stato imprudente, o troppo diretto: ma di sicuro Toney ha dato voce a una lettura della situazione che è molto più di un sospetto. Fra rigori generosamente concessi all’Al-Nassr e episodi che regolarmente penalizzano le concorrenti al titolo, il cammino verso la vittoria del campionato è sempre più facilitato per la squadra di Ronaldo. Che, dal canto suo, a febbraio si lamentava perché Pif consentiva all’Al-Hilal di Inzaghi delle possibilità di rafforzarsi in sede di calciomercato che invece venivano negate alle concorrenti. Sarà una coincidenza, ma da allora il vento è completamente cambiato. Effetto delle lamentazioni di CR7? Di sicuro c’è che la tempistica coincide. E toglie un altro pezzo di credibilità a una lega nata artificiale e incapace di evolvere da quello status.