Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato

Voleva rovesciare la clessidra. E invece l’ha sfasciata. Servirebbe un Master in Ingegneria del caos per cacciarsi in un pateracchio come quello che Giovanni Malagò, al suo primo cimento da presidente della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), ha costruito con le sue stesse manine. E invece trattasi di sciatteria casereccia, seppur allevata tra le maniere felpate e i rigidi dress code del Circolo Aniene.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Giovanni Malagò, Leonardo e Paolo Maldini (foto Ansa).

La scelta del commissario tecnico della Nazionale doveva essere il primo test di affidabilità. E, vedendo come sta andando a finire, si scopre che era stato un crash test. Perché era dai tempi del fallito esperimento della Superlega europea per club, aprile 2021, che non si vedeva un progetto capace di andare così rapidamente a schiantarsi sul muro, senza nemmeno avere approssimato la prima curva. Willy il Coyote non avrebbe saputo fare meglio. Ma se proprio si vuole trovare un’immagine che dia la summa della figura in corso d’opera, bisogna tornare proprio alla clessidra rovesciata.

Una decisione del direttore tecnico appositamente nominato

È la formula che Malagò ha usato, con evidente compiacimento, durante le interviste felpate che ha rilasciato al sussiegoso vicedirettore di Dazn e poi al morbidissimo duo di Cronache di spogliatoio. In entrambi i casi l’ex presidente del Coni ha piazzato il mantra: «Ho voluto rovesciare la clessidra». Formula con la quale ha inteso etichettare il metodo individuato per la selezione del ct: non una scelta del presidente federale, bensì del direttore tecnico appositamente nominato.

«È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta»

Roba forte, frutto di cogitazioni che lèvati. Dall’autunno diventerà un case study nei migliori MBA, ma forse anche materia da thriller filologico: dopo Il pendolo di Foucault toccherà a La clessidra di Malagò. Che in effetti gli elementi di mistero ci sarebbero tutti. Uno fra tutti: chi diamine ha telefonato ad Andrea Pirlo nella sera di domenica 26 luglio, per annunciargli che non sarà più il commissario tecnico della Nazionale? Time will tell. Con una certezza, tuttavia: che il primo a storcere il naso davanti alla scelta del global ambassador di Fonbet è stato proprio il presidente federale, protagonista di un dissenso nemmeno nascosto. Per la serie: la scelta del ct è competenza del dt, ma a patto che sia gradita al rc (rovesciatore di clessidre). «È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta», ha detto sibillino Malagò, rispondendo ai giornalisti.

Silvio Baldini escluso perché troppo “pane e salame”

Mai come stavolta la situazione è grave, ma non seria. E intanto ci si confronta con un dato di fatto: da aprile gli Azzurri sono privi di un commissario tecnico ufficialmente nominato. Dopo il disastro di Zenica e le dimissioni di Rino Gattuso il posto è vacante. Lo ha tenuto in caldo per due partite l’ottimo Silvio Baldini, mai preso seriamente in considerazione per il ruolo perché troppo “pane e salame”. Uno che, per dire, al Circolo Aniene non ci metterebbe mai piede, con grande sollievo dei soci: rischierebbero di trovarsi a tavola un soggetto simile a quell’onorevole del film interpretato da Michele Placido, che per una strana sindrome, prendeva a dire in faccia agli interlocutori ciò che davvero pensava di loro.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Rin Gattuso e Gabriele Gravina (Ansa).

Ovvio che non tutti i quattro mesi di non decisione possano essere imputati a Malagò, che è stato eletto presidente Figc il 22 giugno: fin lì la scelta della guida tecnica era stata tenuta in sospeso perché non poteva essere il presidente in uscita (Gabriele Gravina) ad assumersi una responsabilità così pesante. E tuttavia, resta il dato di fatto: da inizio aprile a (ormai) tutto luglio la panchina azzurra è scoperta.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Paolo Maldini e Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Il culmine della tristezza in quel viaggio da Guardiola

Nel mezzo, durante questo ultimo mese di frenesie che hanno portato allo zero tagliato di oggi, c’è stato il balletto di nomi e personaggi di più diversa taglia. Con Stanlio Maldini e Ollio Leonardo (a proposito: qualcuno ha capito la necessità del suo ruolo di advisor?) impegnati a fare un casting da Isola dei Famosi per poi ridursi al più scarso del mazzo. Una Baraccone Strategy che ha toccato il culmine della tristezza col viaggio speso per tentare di convincere Pep Guardiola.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Pep Guardiola e, dietro di lui, Simone Inzaghi (foto Ansa).

Peccato non ci fosse una telecamera nascosta, per registrare le facce da Muppet Show che il tecnico catalano avrà esibito mentre si sentiva illustrare il «progetto tecnico». Il cui respiro avrebbe dovuto essere decennale e invece rischia di non approdare al mese di agosto. Manco l’etichetta di governo balneare: che era roba da sabbia ruvida da arenile, mica quella glitterata da clessidra.

Torna d’imperio la candidatura di Mancini?

E adesso non rimane che mettersi in attesa e vedere come va a finire. Nella consapevolezza che questo articolo nasce vecchio, perché qui le cose cambiano da un quarto d’ora all’altro. Per la panchina azzurra tornerebbe d’imperio la candidatura di Roberto Mancini, che giusto tre anni fa di questi tempi mollava la Nazionale perché si sentiva logorato. Salvo, poche settimane dopo, andare a firmare un ricco contratto coi sauditi. Mancini e Malagò erano in campo nella Coppa Canottieri, torneo di calcio a cinque che celebra l’eternità del generone romano. Hanno spezzato le reni al Circolo Canottieri Lazio, sicché abbiate fede.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Giovanni Malagò con Roberto Mancini (foto Ansa).

Ma adesso la prima cosa da conoscere è non già il nome del nuovo ct, quanto l’ora esatta delle dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo. E a quel punto rimarranno nella mente le immagini della conferenza stampa in Lega Serie A: vecchie di nemmeno una settimana eppur già seppiate. Con alcune pose di Malagò che già qualcosa dovevano pur lasciarla intendere. È stato quando, dopo aver parlato per primo ai presidenti di club, ha lasciato spazio ai Gemelli dell’autogol per starsene di lato ad ascoltare le loro parole. Probabilmente non aveva messo in preventivo che i due si prendessero così tanto tempo: fatto sta che, a partire da un dato momento, l’uomo che rovescia le clessidre e inventa nuovi schemi di governance ha assunto pose da svacco totale. Poggiato col gomito sul bordo a reggersi il mento con la mano. Pareva Silvio Berlusconi durante quella famosa conferenza stampa assieme a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, mancava solo che facesse la conta con le dita. L’unica scena godibile di questa tristissima vicenda federale.

Caos Italia: Pirlo non sarà il ct della Nazionale, Maldini può lasciare

Dopo il rifiuto di Pep Guardiola, il direttore tecnico Paolo Maldini e il suo consulente Leonardo avevano puntato su Andrea Pirlo come ct dell’Italia. Un’investitura che non aveva entusiasmato gli appassionati di pallone, visto il curriculum da allenatore dell’ex centrocampista di Milan e Juventus. Poi sono arrivate le “ombre russe”, con relative polemiche: stamattina Pirlo ha annunciato con una storia su Instagram «di aver appreso di non essere più il candidato alla panchina della Nazionale italiana».

Caos Italia: Pirlo non sarà il ct della Nazionale, Maldini può lasciare
La storia pubblicata da Andrea Pirlo su Instagram.

Le parole di Pirlo dopo le critiche per i legami con la Russia

Dopo giorni di polemiche riguardanti il ruolo di global brand ambassador della principale piattaforma russa di scommesse sportive Fonbet, ricoperto da ottobre del 2025 e che di recente lo ha portato anche a partecipare a un evento a Mosca, Pirlo nella serata del 26 luglio aveva rotto il silenzio sui social. «Nel corso della mia carriera, prima da calciatore e oggi da allenatore, ho sempre svolto la mia attività nel pieno rispetto delle leggi dei Paesi in cui ho lavorato e dei contratti che ho sottoscritto», ha dichiarato, aggiungendo poi che la sua collaborazione con Fonbet «è esclusivamente di natura commerciale e sportiva».

Prima di ringraziare Maldini e Leonardo per la stima e fiducia dimostrata (facendo dunque intendere che non sarà lui il ct), Pirlo ha inoltre scritto: «Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono». E poi: «Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono. L’amore per l’Italia non dipende da un incarico. Fa parte della mia storia, della mia identità e continuerà ad accompagnarmi, sempre».

Caos Italia: Pirlo non sarà il ct della Nazionale, Maldini può lasciare
Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Saltato l’accordo con Pirlo, Maldini potrebbe decidere di dimettersi

Il presidente della Figc Giovanni Malagò aveva delegato a Maldini la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale, riuscendo così a convincere l’ex calciatore e dirigente del Milan – inizialmente reticente – ad assumere l’incarico di direttore tecnico azzurro. Venuto meno l’accordo con Pirlo, Maldini (che ha intrecciato il suo destino a quello dell’ex compagno di squadra) potrebbe addirittura annunciare le dimissioni. Martedì 28 luglio è in programma un Consiglio federale, a cui si contava di arrivare con il nome del nuovo commissario tecnico dell’Italia: l’annuncio a questo punto sarà rimandato. Saltato Pirlo, restano in corsa i due grandi ex Roberto Mancini e Antonio Conte, con il primo favorito sul secondo.

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I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

A New York la Spagna ha vinto la Coppa del Mondo. In Italia l’hanno guardata milioni di persone, e tra queste ci sono ragazzi di vent’anni che ne avevano otto l’ultima volta che gli Azzurri hanno giocato un Mondiale. Cioè Brasile 2014 (un fallimento, usciti ai gironi). Poi sono arrivati i disastri contro Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia ai rigori a Zenica. Se l’appuntamento buono sarà il 2030, quei giovani avranno attraversato l’intera adolescenza senza un giugno Azzurro. Il direttore tecnico della Figc e presidente del Club Italia Paolo Maldini e l’advisor strategico Leonardo hanno passato a Barcellona il fine settimana in cui finiva il Mondiale, per offrire a Pep Guardiola la panchina della Nazionale. Tre giorni di lavoro, un piano quadriennale, pieni poteri tecnici. In attesa della risposta, nella short list restano Roberto Mancini e Andrea Pirlo. Come finirà?

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

Va riconosciuto: il tentativo per l’allenatore catalano è il più ambizioso che la Federazione potesse fare e smentisce chi ha letto la nuova area tecnica come un esercizio di potere interno. Ma il dettaglio che conta è un altro, e lo ha riferito Sky Sport. Per Guardiola l’ostacolo non è tanto l’ingaggio, quanto le prospettive del progetto, lo stato del movimento italiano e le riforme che servirebbero per farne nascere uno nuovo. Il miglior tecnico del mondo, a cui i soldi in questo momento interessano poco, sta esitando sul prodotto. È la diagnosi più autorevole disponibile e arriva da qualcuno che non ha alcun interesse in gioco.

I conti piangono: un danno diretto da oltre 50 milioni

Un po’ di numeri. Il contratto con Adidas, sponsor tecnico dal 2023, vale circa 30 milioni e conteneva un malus da 9,6 milioni per la mancata qualificazione. Telepass non ha rinnovato. Nel budget 2026 la Figc aveva già iscritto una riduzione dei corrispettivi commerciali di 9,5 milioni e un risultato negativo per 6,6, costruito ipotizzando esattamente ciò che è poi accaduto. Tra premio Fifa, malus, merchandising e accordi mai firmati, Unimpresa stima un danno diretto oltre i 50 milioni.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Paolo Maldini (Ansa).

Poi c’è il danno che non entra in nessuna riga di bilancio. La fedeltà sportiva di un ragazzino si forma tra i 10 e i 16 anni, e in quella fascia c’è una fetta intera di italiani che ha allocato altrove tempo, abbonamenti e magliette. Ogni ciclo perso brucia clienti futuri, probabilmente per sempre.

La data che non si può bucare: l’Europeo 2032 in casa

C’è una scadenza che molti dimenticano o sottovalutano: nel 2032 l’Europeo si gioca in Italia, che organizza l’evento assieme alla Turchia, e il presidente federale Giovanni Malagò l’ha già indicato come priorità. Da Paese ospitante l’Italia sarà qualificata di diritto (almeno quello).

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Qui sta la trappola. Gli Azzurri scenderanno in campo davanti al proprio pubblico, con la massima esposizione internazionale e i massimi ricavi potenziali, a prescindere da quanto saranno forti. Se arriveranno a quell’appuntamento senza aver giocato un Mondiale dal 2014, il torneo di casa diventerà la certificazione del declino, trasmessa in 80 Paesi. Sei anni sono il tempo che serve a una riforma dei vivai per dare i primi effetti. E sono anche il tempo che resta a quella fatidica data.

Il cv di Pirlo non convince: una scelta al risparmio

Se Guardiola dice no, la scelta si restringe. Il curriculum di Pirlo piange. A Dubai ha ottenuto la promozione dalla First Division con lo United FC, club fondato nel 2022. La First Division è la seconda serie di un Paese che schiera 14 squadre nel massimo campionato e 14 in quello immediatamente sotto: 28 club professionistici in tutto, contro i 100 che l’Italia mette in campo tra A, B e C. Il professionismo emiratino esiste da 18 stagioni, e nella divisione da cui Pirlo è salito ogni club può registrare due soli stranieri con contratto professionistico, mentre tutti gli altri tesseramenti possono essere non professionistici.

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Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Prima, nella carriera di Pirlo c’è stata una stagione alla Juventus con vittoria di Coppa Italia, Supercoppa e quarto posto. Quindi l’esonero al Karagümrük, in Turchia (squadra lasciata al nono posto in classifica), e quello alla Sampdoria dopo un punto in tre giornate, in Serie B. Non si intravede nulla di ciò che serve a un commissario tecnico: gestire giocatori forti, visti 40 giorni l’anno, in partite secche sotto pressione totale.

L’intervento di Puma che servì per portare Conte in Azzurro

In cambio, la Federazione risparmia qualche milione. Gennaro Gattuso, il volto del tracollo ai playoff 2026, guadagnava 800 mila euro, prima di lui Luciano Spalletti 2,8 milioni. Antonio Conte al Napoli percepiva tra gli 8 e i 9 netti e oggi fa sapere che sotto i 4 non è disposto ad aprire la trattativa. Nel 2014, per portarlo in azzurro la prima volta, servì l’intervento di Puma, allora sponsor tecnico, che coprì circa metà di un ingaggio intorno ai 3,5 milioni.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa

Sull’altro ex ct Roberto Mancini pesa un precedente che riguarda proprio la tenuta di un progetto lungo: lasciò la Nazionale a ciclo aperto, nell’agosto 2023, per la ricca panchina dell’Arabia Saudita.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Roberto Mancini (Ansa).

Quindi l’opzione Pirlo porterebbe a un risparmio di tre o quattro milioni, scegliendo però di non investire proprio quando l’asset costa meno rilanciarlo.

Il nodo del sostegno economico da parte della Lega Serie A

Giovedì 23 luglio l’assemblea della Lega Serie A discute la proposta annunciata dal presidente e amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta: i club cercheranno una forma di sostegno alle finalità di alto livello della Federazione, in pratica un contributo all’ingaggio del ct. Allo stesso tavolo Malagò, Maldini e Leonardo presenteranno il progetto tecnico.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Beppe Marotta, amminostratore delegato e presidente dell’Inter (Imagoeconomica).

L’obiezione va affrontata prima che la sollevino gli altri. Un ct pagato dai club che gli forniscono i giocatori è un ct catturato, e le clausole di indipendenza sulle convocazioni non valgono niente: la pressione arriverebbe comunque, via telefono.

Uno sponsor non indirizza la scelta di un allenatore piuttosto che di un altro

Malagò ha però indicato lui stesso la via d’uscita, spiegando che uno sponsor non indirizza un sostegno per prendere un allenatore piuttosto che un altro, mentre può dire alla Federazione dove indirizzare il proprio investimento. E sui conti ha aggiunto una frase che vale come metodo: «Prima devi impegnarti e poi trovare le soluzioni».

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
La Nazionale italiana di calcio (Ansa).

La soluzione può essere questa: club e sponsor conferiscono risorse a una fondazione di partecipazione, il cui scopo statutario è vincolato alle scuole calcio e ai settori giovanili. Il denaro dunque non sfiora la Nazionale maggiore. La Figc vede liberarsi le risorse proprie oggi impegnate su quelle voci e le rialloca dove crede, allenatore compreso. Il precedente contabile esiste: nel 2022 la Federazione destinò 4,9 milioni, il 20 per cento degli utili commerciali, a un fondo vincolato per impianti e vivai.

Organizzazione e metodologia: l’esempio Luis de la Fuente

Malagò ha portato l’esempio giusto. Luis de la Fuente, che ha vinto il Mondiale, viene dal settore giovanile spagnolo e quei giocatori li allenava già nelle Under. Il collega argentino Lionel Scaloni ha avuto una carriera modesta da calciatore ed è arrivato alla guida dell’Albiceleste dopo i rifiuti dei grandi nomi. Il presidente federale italiano ne trae dunque la conclusione corretta: prima si sistemano organizzazione e metodologia, poi si discute della persona.

I tentennamenti di Guardiola e l’errore Pirlo: i conti sulla Nazionale che nessuno fa
Il ct della Spagna Luis de la Fuente (foto Ansa).

Vale anche al contrario, e spiega perché il nome grosso serve comunque. Una riforma dei vivai produce i primi effetti nel 2032. Fino ad allora qualcuno deve tenere in piedi il negozio, qualificare la squadra a Euro 2028 e riaprire il mercato pubblicitario. Le due leve vanno mosse insieme, e la fondazione è ciò che permette di muoverle senza che la seconda comprometta la prima.

Guardiola serve a “comprare” il tempo che ci serve

Se Guardiola accetta, la Federazione avrà “comprato” il tempo che le serve. Se rifiuta, avrà almeno ricevuto gratis la diagnosi che le mancava, dalla fonte più autorevole del mestiere: il problema del calcio italiano non è chi siede in panchina. L’assemblea è giovedì. L’Italia torna in campo il 25 settembre a Roma contro il Belgio. E ci sono ragazzi di 20 anni che ancora aspettano.

Infantino oltre gli scandali: è senza avversari per il suo terzo mandato alla Fifa

Nonostante il clima di agitazione scatenato dallo scandalo ai Mondiali per la revoca della squalifica dello statunitense Folarin Balogun su “invito” di Donald Trump (che per stessa ammisscione non sa nulla di pallone), Gianni Infantino ha ottenuto il sostegno formale di oltre 200 federazioni calcistiche per la rielezione a presidente della Fifa. Lo scrive il Guardian, spiegando che solo una manciata federazioni affiliate al massimo organo di governo del calcio deve ancora inviare una lettera di sostegno a Infantino, il quale dunque si avvia verso un terzo mandato con una vittoria schiacciante.

L’elezione del presidente Fifa si terrà a marzo 2027

Le federazioni della Fifa sono 211 e solo una manciata non ha ancora espresso il proprio appoggio a Infantino. Tra esse la più importante è la federcalcio della Germania, affiliata a sua volta all’Uefa: il massimo organo di governo del pallone europeo ha espresso chiaramente la propria opposizione alle politich di Infantino su diverse questioni recenti. L’elezione del presidente Fifa si terrà a marzo del 2027 e le candidature devono essere presentate entro il 18 novembre. Fino a tale data, le federazioni calcistiche possono ritirare la propria lettera di sostegno o trasferirla a un altro candidato.

Infantino oltre gli scandali: è senza avversari per il suo terzo mandato alla Fifa
Gianni Infantino (Imagoeconomica).

Infantino, in carica dal 2016, è al momento l’unico in corsa

Tuttavia, Infantino – in sella dal 2016 – è al momento l’unico in corsa. Secondo alcune fonti vicine ai vertici del calcio europeo, un candidato capace di raccogliere 30 o 40 voti riuscirebbe quantomeno ad avviare un legittimo dibattito pubblico sulla governance della Fifa e sulla direzione intrapresa dall’organizzazione. A tal proposito girano i nomi di Aleksander Ceferin (numero uno dell’Uefa) e di Nasser Al-Khelaifi (presidente del Paris Saint-Germain). Le federazioni affiliate si riuniranno sabato 18 luglio a New York: dato che a presiedere il meeting sarà Infantino, è improbabile che i recenti scandali figurino all’ordine del giorno.

Morto Osvaldo Bagnoli, allenatore del Verona campione d’Italia nel 1985

Mondo del calcio in lutto per la morte di Osvaldo Bagnoli, allenatore che nella stagione 1984/85 guidò l’Hellas Verona alla conquista dello scudetto in una Serie A che, all’epoca, era la NBA del pallone. Aveva 91 anni. Nel corso della carriera aveva anche allenato Genoa e Inter.

La carriera del “mago della Bovisa”

Nato nel 1935 alla Bovisa, quartiere della periferia settentrionale di Milano, come calciatore Bagnoli aveva iniziato la carriera nel Milan, vincendo lo scudetto nel 1957. Di ruolo centrocampista, aveva poi vestito le maglie di Verona, Udinese, Catanzaro, Spal e Verbania. In seguito aveva iniziato la carriera di allenatore sulla panchina della Solbiatese, in Serie C. Dopo le esperienze con Como, Rimini, Fano e Cesena tra A, B e C, nel 1981 era stato tornato da tecnico al Verona, all’epoca in serie cadetta. Con gli scaligeri aveva ottenuto subito la promozione A, a cui aveva fatto seguito un quarto posto. Dopo la sesta posizione del 1983/1984, il miracolo sportivo della stagione successiva: la squadra, con gli innesti di Hans-Peter Briegel e dell’attaccante danese Preben Elkjær Larsen conquistò il primo e unico scudetto della sua storia. Bagnoli, diventato nel frattempo “il mago della Bovisa”, restò alla guida dell’Hellas fino al 1990, anno in cui passò al Genoa: col Grifone arrivò in semifinale di Coppa Uefa dopo aver eliminato il Liverpool con tanto di vittoria ad Anfield. Dopo due stagioni in rossoblù, Bagnoli fu poi ingaggiato dall’Inter: fu esonerato a gennaio del 1994 e non tornò più in panchina, chiudendo la carriera di allenatore a soli 59 anni.

Arbitri, le lamentele di Rocchi per le pressioni dell’Inter e la telefonata scomparsa

La posizione dell’Inter è stata archiviata perché, secondo i pm di Milano, gli elementi raccolti nel corso delle indagini sulle presunte «inteferenze» nelle scelte degli arbitri da parte dell’ex designatore Gianluca Rocchi non sarebbero stati solidi al punto da reggere in un eventuale processo per frode sportiva. A corroborare l’ipotesi di reato c’erano però diverse intercettazioni, alcune dal contenuto anche piuttosto “pesante”.

Rocchi si lamentava delle pressioni nerazzurre

Il Corriere della Sera ha pubblicato il contenuto di una telefonata del 29 aprile 2025 tra Rocchi e l’allora supervisore degli arbitri Andrea Gervasoni, in cui l’ex designatore dice: «Siccome questi dell’Inter ci stanno rompendo il cazzo pesantemente, stavo pensando… Ma se noi invertissimo, e su Inter-Verona mettessimo Piccinini invece che Sozza?». Dello stesso tenore un’altra chiamata intercettata, che vede Rocchi al telefono con Riccardo Pinzani, fino allo scorso anno coordinatore dei rapporti con le società di calcio per l’Aia. Quest’ultimo riferisce a Rocchi di un colloquio telefonico con Giorgio Schenone, addetto agli arbitri dell’Inter. «Lo so, rompono il cazzo per questo motivo», replica l’ex designatore riferendosi allo scarso gradimento dei nerazzurri per Sozza. A questo punto Pinzani aggiunge: «Schenone mi ha detto: “Guarda, so che Marotta (presidente dell’Inter, ndr) ne stava parlando con Viglione” (capo dell’ufficio legislativo della Federcalcio ndr)». Questa l’ulteriore risposta di Rocchi: «Sì, mi hanno chiamato, mi hanno rotto i coglioni, te lo dico io».

Il caso della chiamata “scomparsa” con qualcuno dell’Inter

In un’intercettazione, insomma, Rocchi si lamenta con Pinzani per una telefonata che vedeva dall’altro capo qualcuno dell’Inter: forse l’addetto agli arbitri Schenone, forse direttamente il presidente Beppe Marotta. Non è dato saperlo, perché la chiamata non è stata intercettata e dunque non è agli atti. Il motivo? La telefonata in questione potrebbe essere avvenuta su altre utenze non individuate oppure – molto semplicemente -tramite una piattaforma come WhatsApp. Quel che è sicuro è che, alla fine, Rocchi per Inter-Verona del 3 maggio 2025 non designò Simone Sozza, bensì Gianluca Manganiello.

Inchiesta arbitri, la Procura di Milano archivia Rocchi e l’Inter

La procura di Milano ha chiesto l’archiviazione della posizione dell’ex designatore Gianluca Rocchi, che era accusato di frode sportiva presunte assegnazioni arbitrali a favore dell’Inter. Venendo meno i reati contestati, verrà inoltre archiviata anche la posizione del club nerazzurro, che – si è saputo oggi – era stata iscritta nel fascicolo per la responsabilità amministrativa degli enti. Le carte verranno spedite alla giustizia sportiva e alla Procura Generale del Coni per valutare la sussistenza o meno di illeciti sportivi.

Inchiesta arbitri, la Procura di Milano archivia Rocchi e l’Inter
Beppe Marotta, amminostratore delegato e presidente dell’Inter (Imagoeconomica).

Di cosa era accusato Rocchi e il ruolo dell’Inter

Rocchi era accusato, in «concorso con esponenti dell’Inter» e «per effetto dei rapporti preferenziali» del club con Gabriele Gravina, ex presidente della Figc, di aver designato arbitri graditi alla società nerazzurra a seguito di queste «interferenze». Quattro le partite sotto la lente: Bologna-Inter del 20 aprile 2025, Inter-Milan semifinale di Coppa Italia di tre giorni dopo, Inter-Verona del 3 maggio 2025 e Torino-Inter del 26 aprile 2026. A corroborare tale ipotesi c’erano anche delle intercettazioni: per i pm, tuttavia, gli elementi raccolti non sarebbero stati solidi al punto da reggere in un eventuale processo per frode sportiva. Da qui l’archiviazione.

Inchiesta arbitri, la Procura di Milano archivia Rocchi e l’Inter
Gianluca Rocchi (Ansa).

Le carte sulle “bussate” in sala Var passano a Monza

Per competenza territoriale, il pm Maurizio Ascione e il procuratore aggiunto Paolo Ielo hanno poi disposto la trasmissione delle carte per il filone sulle cosiddette “bussate” in sala Var a Lissone alla procura di Monza. Al centro delle indagini quanto successo durante Udinese-Parma e Salernitana-Modena del 2025: restano indagati Rocchi, dell’ex supervisore Andrea Gervasoni, i varisti Luigi Nasca e Oreste Di Vuolo. Il filone sul terzo varista Daniele Paterna, che risponde di false informazioni al pm, resta invece a Milano.

Inchiesta arbitri, Rocchi verso l’archiviazione

L’inchiesta che aveva scosso il mondo del calcio si sta sgonfiando. L’ex designatore degli arbitri Gianluca Rocchi, indagato per concorso in frode sportiva, sta infatti per vedere archiviata la sua posizione dopo l’interrogatorio reso una settimana fa negli uffici della Procura di Milano. La decisione dovrebbe arrivare entro fine mese.

Sparite dal capo d’imputazione le “bussate” in sala Var

Convocato il 30 aprile dal pm Maurizio Ascione, Rocchi aveva scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. A seguito di un nuovo invito a comparire, l’ex fischietto si è invece presentato, rispondendo alle domande dell’accusa. Stando a quanto emerso, dal capo d’imputazione sono sparite le “bussate” in sala Var a Lissone per suggerire le decisioni agli arbitri davanti ai monitor. Insomma, su questo aspetto della vicenda non sarebbe stato rilevato alcunché di rilevante sul piano penale.

Inchiesta arbitri, Rocchi verso l’archiviazione
Gianluca Rocchi (Ansa).

Restano le accuse legate alle designazioni per l’Inter

Resta l’accusa di aver «fraudolentemente accettato interferenze al fine di alterare il corretto coinvolgimento della competizione», ovvero di aver concordato le designazioni degli arbitri destinati all’Inter. Non più con ignoti, ma con esponenti della società nerazzurra «e previo concerto con costoro, agendo questi ultimi per effetto dei rapporti preferenziali con Gabriele Gravina». Tuttavia non risultano indagati né dirigenti dell’Inter, né l’ex presidente della Figc. Peraltro, a seguito di nuove intercettazioni a Rocchi viene contestato di essere intervenuto (dopo l’autosospensione da designatore) nella scelta di Maurizio Mariani come arbitro di Torino-Inter del 26 aprile 2026 (partita ormai ininfluente) «soltanto dopo il previo consenso della società nerazzurra, siccome arbitro da questa non gradito».

Orsato nuovo designatore degli arbitri di Serie A e B

Dopo l’autosospensione di Gianluca Rocchi e l’interim di Dino Tommasi, gli arbitri hanno un nuovo designatore per Serie A e B: Daniele Orsato. L’ex fischietto è stato scelto dal nuovo direttore tecnico Domenico Messina (designatore dal 2014 al 2017) assieme al Comitato Nazionale: almeno inizialmente erano in lizza anche Nicola Rizzoli e Daniele Doveri, che però ha deciso di restare sul campo per un altro anno. Il mandato di Orsato sarà biennale.

Orsato nuovo designatore degli arbitri di Serie A e B
Daniele Orsato (Ansa).

Nel 2020 era stato eletto miglior arbitro al mondo

Orsato, 50 anni, come arbitro vanta ben 290 gare dirette in Serie A, distribuite in 18 stagioni calcistiche: più di lui solo Concetto Lo Bello, che dal 1954 al 1974 ne collezionò addirittura 328. Orsato è stato eletto inoltre miglior arbitro al mondo dall’IFFHS nel 2020, anno in cui ha diretto anche la finale di Champions League tra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco. Ritiratosi da arbitro alla fine della stagione 2023/24, a gennaio del 2025 è stato scelto come commissario per lo sviluppo del talento arbitrale dell’AIA. Nel luglio successivo è stato poi nominato Responsabile della Commissione Arbitri Nazionale di Serie C.

Juventus, Massara nuovo Chief Football Officer

Innesto nella dirigenza della Juventus. L’ex direttore sportivo di Milan e Roma Frederic Massara è stato scelto dall’amministratore delegato Giovanni Carnevali come Chief Football Officer. Come si legge in un comunicato, «Massara avrà la responsabilità di guidare la gestione e lo sviluppo dell’area sportiva maschile, contribuendo alla definizione e all’attuazione delle strategie e dei progetti sportivi del Club, in stretta sinergia con Marco Ottolini, Sporting Director».

Chi è Massara, ex dirigente di Milan e Roma

Massara riparte dalla Juventus a poco più di un mese dall’addio alla Roma. La sua terza esperienza in giallorosso, dopo quelle del 2016/17 e del 2018/19, è stata segnata da frizioni legate al mercato con l’allenatore Gian Piero Gasperini, che hanno portato anche all’addio di Claudio Ranieri, advisor della famiglia Friedkin. Dal 2019 al 2023 Massara aveva ricoperto l’incarico di direttore sportivo del Milan: durante la sua permanenza in rossonero, il club ha vinto lo scudetto nel 2022.

Juventus, Massara nuovo Chief Football Officer
Frederic Massara (Ansa).

Ottolini confermato, Chiellini cambia ruolo

Ottolini, come sottolinea la nota, resta in carica come direttore sportivo. È invece ai saluti il francese François Modesto, ormai ex direttore tecnico: era stato voluto dal connazionale Damien Comolli, che ha guidato come ceo la Juventus per appena un anno. Cambio di incarico poi per l’ex difensore bianconero Giorgio Chiellini, che da Director of Football Strategy diventa Chief Club Affairs Officer: avrà il compito di mantenere i rapporti con le istituzioni calcistiche in Italia e in Europa.

Juventus, Massara nuovo Chief Football Officer
Giorgio Chiellini (Ansa).

Scandalo ai Mondiali: il caso della squalifica di Balogun sospesa grazie a Trump

Con la decisione di revocare la squalifica del calciatore statunitense Falorin Balogun, la Fifa «ha oltrepassato il limite». È quanto si legge in un duro comunicato della Uefa che parla di una decisione «senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile». L’attaccante è stato graziato dopo – pare – una telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino. «Il calcio, come qualsiasi altro sport, si basa su regole che sono il fondamento di una competizione equa, onesta e trasparente. A volte, le regole sono soggette a interpretazione. In questo caso, non è così», si legge nella nota dell’organo di governo del calcio europeo.

La revoca della squalifica con l’articolo 27

Balogun, espulso contro la Bosnia ed Erzegovina dopo una revisione al Var, avrebbe dovuto saltare il match dei quarti di finale Stati Uniti-Belgio. Partita in cui invece potrà scendere in campo, ha spiegato la Fifa, in virtù di quanto previsto dall’articolo 27 del Codice disciplinare, secondo cui il comitato disciplinare Fifa «può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l’attuazione di un provvedimento disciplinare». Nell’articolo si legge anche: «Se la persona che beneficia di una sanzione sospesa commette un’altra infrazione di natura e gravità analoghe durante il periodo di prova, la sospensione sarà revocata dall’organo giudiziario e la sanzione sarà eseguita, fatto salvo ogni ulteriore sanzione inflitta per la nuova infrazione». Balogun, insomma, è stato squalificato con la condizionale.

Scandalo ai Mondiali: il caso della squalifica di Balogun sospesa grazie a Trump
Donald Trump e Gianni Infantino (Ansa).

Il ringraziamento di Trump alla Fifa

Come ha rivelato il New York Times, di mezzo ci sarebbe però una telefonata fatta dalla Casa Bianca direttamente a Infantino. «Grazie alla Fifa per aver posto rimedio a una grave ingiustizia!», ha scritto il tycoon sul suo social Truth dopo la grazia a Balogun. In precedenza era intervenuto anche il segretario di Stato statunitense Marco Rubio: «Siamo stati fregati con quel cartellino rosso. Dovrebbe esserci un ricorso», aveva detto. Secondo la Bild, la sospensione della squalifica di Balogun è arrivata dopo quattro giorni di pressing da parte di Andrew Giuliani, figlio di Rudy e capo della task force per la Coppa del Mondo alla Casa Bianca; del segretario al Commercio Howard Lutnick, di dirigenti della federazione calcistica Usa e di un team di avvocati.

Scandalo ai Mondiali: il caso della squalifica di Balogun sospesa grazie a Trump
Il post di Trump dopo la “grazia” a Balogun.

La Federcalcio belga fa ricorso

Il tutto questo, rischia di rimetterci il Belgio. Evidenziando che «l’articolo 66.4 dello stesso Codice Disciplinare della FIFA precisa che un cartellino rosso (espulsione) comporta automaticamente la squalifica per la partita successiva», la Federcalcio belga si è detta «sbalordita» per quanto accaduto, aggiungendo di star valutando «tutte le possibili opzioni». Uscendo rapidamente dal linguaggio dei comunicati, la Federcalcio di Bruxelles ha scelto di presentare un ricorso urgente contro la discussa decisione presa dalla Fifa. La partita tra Stati Uniti e Belgio è in programma nella notte italiana tra lunedì 6 e martedì 7 luglio, con calcio d’inizio alle ore 2.

Scandalo ai Mondiali: il caso della squalifica di Balogun sospesa grazie a Trump
Giovanni Malagò (Ansa).

Malagò: «Precedente pericolosissimo»

Parlando di «assurdità», sulla questione si è espresso anche il neopresidente della Figc, Giovanni Malagò: «Sono andato anche a guardare questo articolo 27 che consente o consentirebbe alla Fifa e solo alla Fifa, per cui non è replicabile nei vari campionati nazionali e dico meno male perché sarebbe veramente l’Armageddon. È inutile che ce la raccontiamo, questa scelta ha un evidente sapore politico, lo ha scritto anche il New York Times». E poi: «Oggettivamente è un precedente pericolosissimo».

Fininvest ha ceduto la quota residua del 20 per cento del Monza

Fininvest ha perfezionato la cessione della residua partecipazione del 20 per cento detenuta nell’AC Monza. «Si conclude così, con il ritorno della squadra in Serie A, il percorso di Fininvest nell’azionariato del club, che ha rappresentato l’ultimo, grande progetto sportivo di Silvio Berlusconi», si legge in una nota della finanziaria della famiglia dell’ex premier, morto nel 2023: «Proprio nel segno della passione e della visione del suo fondatore, Fininvest rivolge all’AC Monza l’augurio di continuare a scrivere nuove importanti pagine della sua storia sportiva».

Ora a detenere la totalità delle quote è il fondo Beckett Layne Ventures

Fininvest aveva ratificato la cessione dell’80 per cento delle quote azionarie del Monza a Beckett Layne Ventures a fine settembre, annunciando contestualmente che il restante 20 per cento sarebbe stato rilevato dal fondo d’investimento statunitense guidato da Brandon Berger entro giugno 2026. E così è stato. BLV aveva corrisposto tre milioni di euro all’atto della firma (avvenuta a luglio 2025) e altri 21 al momento del closing. Berlusconi aveva rilevato il 100 per cento dell’Associazione Calcio Monza nel 2018.

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. L’ex numero uno del Coni è stato eletto con il 68,58 per cento dei voti e preferito all’unico altro candidato Giancarlo Abete, che aveva già guidato la Figc dal 2007 al 2014. Le elezioni, che si sono tenute al Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel di Roma, si sono svolte a scrutinio segreto, con voto elettronico. Erano presenti 266 delegati su 273 (assenti un delegato della Lega Pro e sei atleti): i voti complessivi erano dunque 502,946 e per essere eletti ne serviranno 252. Le votazioni sono avvenute a scrutinio segreto con sistema elettronico. L’incarico di Malagò durerà due anni: di fatto coprirà la seconda metà del mandato di Gabriele Gravina, che rieletto nel 2025 si è poi dimesso dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali.

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc
Giovanni Malagò e Giancarlo Abete (Ansa).

Malagò: «Non sono un papa nero, sono uno di voi»

«Non sono un papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia. Ho sentito tutti gli interventi, faccio fatica a non essere d’accordo più o meno con tutti, ho sentito tante grida di dolore, problematiche di carattere strutturali, ma va detto che se io oggi sono qui è solo perché Gravina ha deciso di dimettersi», aveva detto Malagò nel suo intervento prima del voto. «Perché le componenti hanno pensato a me? Me lo sono chiesto, all’inizio ero scettico, reduce da un’esperienza molto dura come Milano-Cortina. Forse perché sono stato per 21 anni presidente del Circolo Canottieri Aniene, facendo parte quindi del mondo dilettanti che conosco a memoria, ho cantano e portato la croce. Forse hanno pensato che tutto quello che ho fatto in altri ambienti, si possa ripetere in Figc. Pur non avendo mai avuto l’ansia, sento fortissimo il peso delle responsabilità».

Riconfermato in blocco il Consiglio federale

Eletto anche il Consiglio federale, che è stato riconfermato in blocco: Stefano Campoccia, Giorgio Chiellini e Giuseppe Marotta per la Serie A; Antonio Gozzi per la Lega B; Giulio Gallazzi per la Lega Pro; Ilaria Bazzerla, Giacomo Fantazzini, Daniele Ortolano, Sergio Pedrazzini, Giuliana Tambaro per la Lega Nazionale Dilettanti. In rappresentanza degli atleti Valerio Bernardi, Davide Biondini, Umberto Calcagno e Sara Gama, mentre per i tecnici Giancarlo Camolese e Silvia Citta.

È morto l’ex calciatore Igor Protti

Mondo del calcio in lutto. È morto a 58 anni Igor Protti, ex attaccante di Bari, Messina, Lazio e Livorno. Era malato da tempo: circa un anno fa aveva scritto un messaggio sui social definendo la neoplasia che gli era stata diagnosticata come «uno sgraditissimo ospite».
Ad annunciare la morte di Protti è stata la famiglia, con un messaggio voluto dall’ex bomber: «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale. Difficile provare parole che possano spiegarlo, l’unica cosa che posso fare è ringraziare la mia grande e meravigliosa famiglia che ho adorato. Tutte le persone che mi hanno voluto bene e che mi sono state vicino, tutti i tifosi delle squadre nelle quali ho giocato per l’affetto e l’amore».

La carriera di Igor Protti, da bomber di provincia a capocannoniere della Serie A

Nato nel 1967 a Rimini, Protti aveva ha iniziato la sua carriera nella squadra della sua città in Serie C1, poi dopo una prima esperienza a Livorno e un passaggio alla Virescit Bergamo passa al Messina, in Serie B. Dopo tre stagioni e 31 reti segnate era approdato al Bari, centrando nel 1995 la promozione in A. L’anno seguente, al debutto in massima serie, Protti si laureò capocannoniere con 24 gol, a pari merito con Giuseppe Signori. Nonostante ciò, il Bari non evitò la retrocessione. A quel puntò passo alla Lazio, dove restò una stagione, e poi al Napoli.

È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti

Dopo un’annata in B alla Reggina, nel 1999 tornò al Livorno, in C1: nei sei anni successivi trascinò gli amaranto fino alla Serie A a suon di gol, diventando il simbolo di un’intera città. Protti, soprannominato “lo Zar”, è assieme a Dario Hubner uno dei due calciatori ad aver ottenuto il titolo di capocannoniere in Serie A (con la maglia del Bari), in Serie B e in Serie C1 (con quella del Livorno), nonché l’unico ad essersi laureato capocannoniere della Serie A giocando per una squadra (il Bari) poi retrocessa.

Il Mondiale delle diaspore alla faccia dei deliri sulla remigrazione

Il record è stato toccato al minuto 65 della partita contro il Brasile. È stato quello il momento in cui il commissario tecnico della nazionale del Marocco, Mohamed Ouahbi, ha effettuato le prime due sostituzioni. Una di queste ha riguardato Azzedine Ounahi, centrocampista classe 2000 tesserato dal Girona. Che nella partita contro la selezione brasiliana guidata da Carlo Ancelotti deteneva uno status particolare: nella formazione iniziale marocchina era l’unico calciatore nato in Marocco. Tutti gli altri sono nati in Europa, dividendosi tra Belgio, Francia, Paesi Bassi e Spagna. Il posto in campo di Ounahi è stato preso da Samir El Mourabet, calciatore nato a Strasburgo e tesserato dalla società locale che è anche un satellite del Chelsea. Dunque, dal 20′ del secondo tempo, il Marocco ha schierato 11 calciatori su 11 nati all’estero.

Il Mondiale delle diaspore alla faccia dei deliri sulla remigrazione
Il brasiliano Vinicius con Achraf Hakimi, capitano del Marocco (foto Ansa).

Una situazione che per la nazionale dei Leoni dell’Atlante è stata una sorta di chiusura del cerchio. Nelle due precedenti edizioni dei Mondiali il Marocco era stato primatista per numero di calciatori non nativi inseriti nella lista dei convocati: 17 a Russia 2018, 14 a Qatar 2022. In questa edizione di Canada-Messico-Usa il numero si è impennato a 19, ma la novità è che la nazionale marocchina ha perso il primato della squadra con il maggior numero di foreign-born athletes. Scivolando addirittura al terzo posto, preceduta da Curaçao con 25 e Repubblica Democratica del Congo con 20.

La diaspora che ha trasformato il Marocco in una potenza

Siamo partiti dal caso del Marocco perché è emblematico. Grazie all’utilizzo dei calciatori provenienti dalla vasta diaspora, la nazionale allenata prima da Walid Regragui (marocchino nato in Francia) e poi da Mohamed Ouahbi (marocchino nato in Belgio) è diventata una potenza emergente del calcio mondiale, capace di raggiungere le semifinali a Qatar 2022 (massimo risultato per una nazionale africana) e di dominare sul piano del gioco il Brasile (pur fermandosi sull’1-1) nella gara d’esordio della manifestazione del 2026. Ma molti altri esempi possono essere riportati, sia guardando i numeri sia le storie personali.

Sui 1.248 calciatori convocati dalle 48 selezioni, 292 sono “nati all’estero”

Quanto ai numeri, il conto è presto fatto: sui 1.248 calciatori convocati dalle 48 selezioni finaliste, 292 sono “nati all’estero”, una cifra che corrisponde al 23,6 per cento del totale, come riferiscono i dati elaborati dall’Oxford Migration Observatory. Va specificato che nell’insieme vengono conteggiati casi in cui la mera nascita all’estero ha un significato relativo, perché non connessa con un procedimento di naturalizzazione o con uno status di doppia nazionalità. Un esempio di questi riguarda l’interista Marcus Thuram, nazionale francese ma nato in Italia (a Parma) durante la militanza del padre Lilian in Serie A.

Il Mondiale delle diaspore alla faccia dei deliri sulla remigrazione
Marcus Thuram (foto Ansa).

Ma nella quasi totalità dei casi si tratta di calciatori che si sono ritrovati a scegliere fra due nazionali: quella del Paese di nascita e quella del Paese che offre un’altra opportunità per ius sanguinis o per procedimenti di acquisizione della cittadinanza. In questa condizione, che vede quasi un quarto del plotone di convocati al Mondiale portatore dello status di foreign-born player, le percentuali registrate dalle tre nazionali menzionate in precedenza sono soverchianti: Marocco 73 per cento, Repubblica Democratica del Congo 85 per cento, Curaçao 96 per cento. Né queste cifre esauriscono la vastità della casistica. Probabile che esse raddoppierebbero se si facesse il computo dei calciatori convocati che si trovano in una condizione di doppia o multipla nazionalità, e che dunque potrebbero o avrebbero potuto optare per una nazionale diversa da quella del Paese di nascita.

Lo svedese di padre tunisino che ha affossato la Tunisia

È il caso di Yasin Ayari, che ci permette di spostare il discorso dalla dimensione dei numeri a quella delle storie personali. Attaccante del Brighton e della Svezia che ha siglato una doppietta nella gara vinta 5-1 dalla sua nazionale contro la Tunisia, Ayari è svedese di padre tunisino e madre nata in Svezia da genitori marocchini. Con i suoi due gol (dopo il primo non ha esultato in segno di rispetto, dopo il secondo… sì) ha provocato l’immediato esonero del commissario tecnico tunisino Sabri Lamouchi, ma avrebbe potuto ritrovarsi schierato sul versante opposto o essere l’ennesimo calciatore reclutato dal Marocco.

Il Mondiale delle diaspore alla faccia dei deliri sulla remigrazione
Yasin Ayari, calciatore della Svezia (foto Ansa).

La casistica è molto ampia e comprende anche lo schema dei fratelli separati. Come succede ai due Doué: Désiré, centrocampista, gioca nel Paris Saint-Germain e milita nella nazionale francese; Guéla, difensore dello Strasburgo, ha scelto di difendere i colori della Costa d’Avorio. I due si sono ritrovati da avversari in occasione dell’amichevole pre-Mondiale vinta 2-1 dagli ivoriani sulla Francia.

Il Mondiale delle diaspore alla faccia dei deliri sulla remigrazione
Il Mondiale delle diaspore alla faccia dei deliri sulla remigrazione

E alla lista degli incroci familiari potrebbero essere aggiunti quelli mancati. Per esempio, il confronto tra i fratelli Reijnders: Tijjani, ex milanista che adesso gioca nel Manchester City, disputa questa edizione del Mondiale con la nazionale olandese; il fratello Eliano, centrocampista ex PEC Zwolle poi emigrato al Persib (Indonesia), ha provato ad arrivarci con la nazionale indonesiana, ma l’obiettivo è stato mancato.

Il Mondiale delle diaspore alla faccia dei deliri sulla remigrazione
Il Mondiale delle diaspore alla faccia dei deliri sulla remigrazione

Il quadro che se ne ricava parla di un panorama delle appartenenze nazionali di grande complessità. In tutto ciò il calcio, e lo sport in generale, dimostrano una volta di più di essere efficaci lenti d’ingrandimento sui processi di mutamento globale in corso. Le società sono sempre più differenziate dai fenomeni migratori, ciò che crea spazi di doppia appartenenza.

Nuove opportunità nell’era della propaganda sulla remigrazione

I soggetti che si trovano entro questi spazi compiono delle scelte e lo fanno a partire da motivazioni che possono variare, ma che in ultima analisi sono legittime e disciplinate dai regolamenti. Per molte federazioni nazionali la possibilità di attingere alle diaspore è una straordinaria opportunità, così come lo è per tanti calciatori che non troverebbero spazio nelle nazionali dei Paesi di nascita. In tutto ciò, c’è chi continua a parlare di remigrazione. No comment.

Juventus: Comolli verso le dimissioni, Carnevali nuovo amministratore delegato

È durata solo un anno l’esperienza di Damien Comolli come amministratore delegato della Juventus. Al termine di una stagione segnata da deludenti risultati sportivi, complici anche una serie di acquisti disastrosi, il manager francese formalizzerà le dimissioni domani, venerdì 12 giugno, nel corso della riunione del cda. La decisione è maturata dopo gli ultimi confronti con la proprietà, che nel frattempo ha già individuato il successore: Giovanni Carnevali, da 12 anni al Sassuolo di cui è l’attuale ceo. Secondo quanto filtra da Torino, il consigliere d’amministrazione Antonio Belloni dovrebbe assumere un ruolo sempre più centrale nella gestione finanziaria del club.

Juventus: Comolli verso le dimissioni, Carnevali nuovo amministratore delegato
Giovanni Carnevali (Ansa).

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti

L’ultimo della serie si chiama Omar Abdulkadir Artan. È un arbitro, è stato giudicato il migliore del continente africano per l’anno 2025 e per questo motivo è stato inserito nel gruppo di chi dirigerà le partite del Mondiale 2026 al via giovedì 11 giugno, quello che per una serie di motivi potrebbe essere il peggiore di sempre. Purtroppo, mister Artan ha un problema: il passaporto somalo. Ciò che gli conferisce lo status di appartenenza a uno Stato-nazione che, per il grottesco mappamondo di Donald Trump, appartiene all’emisfero dei dannati. Il Canada ha provato timidamente a opporsi, dicendo che «è il benvenuto» e proponendo di farlo arbitrare a Vancouver. Invano. Lui ha raccontato così la sua frustrazione: «Vivevo un sogno. E invece sono finito in prigione ed espulso. Per colpa di un omonimo».

Nella rudimentale visione del mondo alimentata dallo psycho-POTUS, tutti coloro che provengono dai Paesi collocati nella parte sbagliata della carta geografica devono essere respinti alla frontiera. Del resto, per come la vede lui, bisognerebbe cacciare dagli Stati Uniti i cittadini che sono (anche lontanamente) provenienti da quei Paesi: figurarsi farne accedere di nuovi, fosse anche soltanto per arbitrare qualche partita di pallone.

Calpestate le regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati

Ergo, l’esito di tutto ciò è bell’e servito: il miglior arbitro del continente africano è stato respinto al confine, non appena messo piede all’aeroporto di Miami. A mister Artan non è servito a nulla nemmeno essere in possesso di un passaporto diplomatico. Evidentemente gli agenti incaricati di sorvegliare il sacro valico dell’America trumpiana hanno avuto istruzioni di sbattersene anche delle regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati. E se tutto ciò ha come conseguenza impoverire la pattuglia arbitrale, pazienza: si potrà sempre far dirigere le partite all’intelligenza artificiale.

Il percorso tortuoso della nazionale dell’Iraq

Il problema è grave e tocca non soltanto Omar Abdulkadir Artan, né esclusivamente gli arbitri. Molto faticoso è stato il percorso della nazionale dell’Iraq, atterrata all’aeroporto di Chicago e destinataria di un trattamento di particolare cortesia: diverse ore di interrogatorio da parte degli agenti della frontiera, cui è stato sottoposto ciascun componente della comitiva proveniente da Bagdad.

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Aymen Hussein, a destra con la maglia numero 18 dell’Iraq (foto Ansa).

Non per tutti è andata bene: Talal Salah, il fotografo ufficiale incaricato dalla federcalcio irachena, è stato rimandato indietro dopo essersi sorbito 11 ore d’interrogatorio. Appena meno spossante è stata la prova toccata a Aymen Hussein, 30enne attaccante dell’Al-Karma: a lui sono bastate sette ore di interrogatorio. Infine ha scansato il rischio di essere rimandato in Iraq, ma il sollievo non gli ha impedito di dar voce al pensiero che si fa sempre più condiviso: «Ma che senso ha ospitare un Mondiale se si è così ostili verso i calciatori stranieri?».

«Football unites the world», la frase boomerang di Infantino

Già, che senso ha? È una domanda che bisognerebbe rivolgere all’ineffabile presidente della Fifa, Gianni Infantino. Che in questi giorni continua a glorificare il presunto successo di questo primo Mondiale a 48 squadre e non guarda oltre le cifre sugli incassi. Tra le tante fanfaronate che ha diffuso nel corso dei mesi di vigilia, quella che adesso gli torna addosso come un boomerang è la frase: «Football unites the world». Una delle frasi a effetto di cui Fifantino ha abusato nel corso di questi mesi. Ma che, giorno dopo giorno, rivela di essere il sigillo di un fallimento.

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
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Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti

Per Cannavaro roba da caccia al narcos, altro che amichevole di calcio

Le segnalazioni si moltiplicano. L’ultimo a incappare negli arcigni controlli di sicurezza è stato Fabio Cannavaro: che vent’anni fa alzava al cielo di Berlino la Coppa del Mondo come capitano della nazionale azzurra, e che adesso si trova negli Usa nel ruolo di commissario tecnico dell’Uzbekistan. Per lui e i componenti della comitiva uzbeka i controlli in aeroporto non sono stati sufficienti: è toccato loro sottoporsi anche a quelli necessari per accedere allo stadio di New York, dove era in programma l’amichevole contro l’Olanda (persa 2-1). Una lunga trafila fatta di metal detector e cani antidroga. Roba da caccia al narcos, per un’amichevole di calcio.

Misure di sicurezza assurde, da stato d’assedio. Il caso della nazionale iraniana, la cui rappresentanza è stata decimata, è il più noto. Meno pubblicizzato è il caso dei numerosi giornalisti, iraniani o provenienti da Paesi africani, che hanno avuto negato il visto, o che ne hanno ricevuto uno valido per un solo accesso. Ciò che, in una manifestazione che porta le squadre nazionali a spostarsi tra un Paese organizzatore e l’altro (oltre che negli Usa, si gioca in Canada e in Messico), è un grave handicap: una volta che esci dagli Stati Uniti, non rientri più.

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
La seconda opera della street artist Laika raffigura un tifoso messicano con la faccia al muro e le mani alzate, perquisito e arrestato da due agenti dell’Ice (foto Ansa).

L’Associazione internazionale della stampa sportiva (Aips), presieduta dall’italiano Gianni Merlo, ha inviato il 5 giugno una lettera alla Fifa per chiedere di risolvere con urgenza il problema. Risposta da Fifantino? Nessuna.

Il presidente della Fifa pensa solo a spennare i tifosi più ingenui

In compenso il capo del calcio mondiale ha trovato un altro modo per mungere i tifosi, ciò che gli permetterà di magnificare un altro po’ gli incassi della manifestazione. Si chiama Super Shootout e permette di vedere il proprio nome, con relativo Paese di provenienza, passare sul maxischermo degli stadi in cui si disputano le gare. Per i pirla che volessero concedersi questa libidine, il costo è 79 dollari americani, che al cambio sono quasi 69 euro. Ma vuoi mettere, il piacere di vedere il tuo nome passare in mondovisione per pochi secondi e ingrassare il portafoglio di Fifantino?

Il Mondiale ostile di Trump e il silenzio di Infantino sui respingimenti
A un giorno dall’inizio dei Mondiali di calcio 2026, sono apparse a Zurigo due nuove opere della street artist Laika. La prima, affissa davanti al quartier generale Fifa (foto Ansa).

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?

Qui ci sarebbe anche un Mondiale in programma. Il calcio d’inizio della 23esima edizione della Coppa del Mondo di calcio è fissato per l’11 giugno, ma fra i Paesi ospitanti non pare esservi uguale attenzione. Per esempio, provate a farvi un giro per i siti delle principali testate canadesi. Le homepage sono dominate da tutt’altri temi, a partire dalla strategia che il governo del premier liberal Mark Carney intende adottare sul tema dell’intelligenza artificiale. Per trovare contenuti sul Mondiale “di casa” bisogna andare parecchio in giù o cercare nelle sezioni laterali.

Il ricordo fresco del disastro finanziario delle Olimpiadi 1976 a Montreal

Si scopre così che la massima kermesse globale del pallone non è in cima ai pensieri dei canadesi. E che anzi, se proprio li incrocia, trova quelli cattivi. Per esempio, quelli di chi si interroga sui costi in aumento, che ai contribuenti canadesi toccherà pagare. Un tema che risveglia una sensibilità particolare. Qui il disastro finanziario delle Olimpiadi estive 1976 a Montreal non è stato mai dimenticato. Ai contribuenti locali rimase l’eredità di un debito per la cui estinzione fu necessario un trentennio.

In Canada solo 13 partite su 104

Stavolta il rischio finanziario viene affrontato avendo come contropartita la possibilità di ospitare soltanto 13 partite. Che su un totale di 104 match previsti in calendario fa il 12,5 per cento della manifestazione. Inoltre, è anche una forzatura dire che il Canada sia un Paese ospitante; perché in realtà le sedi delle gare sono soltanto due: Toronto (stadio BMO Field) e Vancouver (stadio BC Place).

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Lo stadio di Toronto che ospiterà il Mondiale 2026 (foto Ansa).

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Mondiale a tre, ma solo per modo di dire

L’elemento dello squilibrio organizzativo di questa manifestazione è uno dei meno dibattuti. Si parla di Canada-Messico-Usa 2026, ma in realtà sarebbe il caso di inventarsi un’altra formula. Per esempio: “Usa 2026 al 75 per cento”. Che è la quota di gare programmate in territorio statunitense. Infatti, detto della molto relativa incidenza del Canada in questa manifestazione, stessa valutazione va fatta nel caso del Messico. Anche sul versante Sud di questo Mondiale del continente nordamericano il numero di gare sarà 13. Dunque un altro risicato 12,5 per cento, con la differenza che le piazze interessate sono tre: Città del Messico (stadio Azteca, dove si giocherà la partita inaugurale tra la nazionale di casa e il Sudafrica), Guadalajara (stadio Akron) e Monterrey (stadio BBVA Bancomer).

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in visita allo stadio Azteca, in Messico, nel 2025, quando forse sperava nella partecipazione dell’Italia (foto Ansa).

A rafforzare l’idea della perifericità di Canada e Messico nel torneo provvede un altro dato: col turno degli ottavi di finale (una gara a testa) il Mondiale dei due Paesi si chiude. Dai quarti in poi si gioca soltanto negli Usa. Una sproporzione sconcertante. Ed è ancor più assurdo che Canada e Messico lo abbiano accettato.

Allargamento a 48 squadre, con la novità dei sedicesimi di finale

Fossero soltanto queste le stranezze, in un Mondiale bizzarro a partire dalla taglia: 48 squadre, in conseguenza del più spettacolare allargamento nella storia della manifestazione. Fin qui si era proceduto con aumenti da 8 nazionali per volta (da 16 a 24 in occasione di Spagna 1982, da 24 a 32 per Francia 1998). Stavolta sono state ammesse 16 nuove finaliste in un colpo solo. Con l’effetto che, per la prima volta nella storia, la fase a eliminazione diretta partirà coi sedicesimi di finale anziché gli ottavi di finale.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
I giocatori dell’Italia in bianco e nero, senza colori come questa Nazionale (foto Ansa).

Una maratona ridicola, che avrà il solo effetto di abbassare drasticamente il livello tecnico e spettacolare. Ovvio che tutte queste considerazioni suonano ancora più urticanti se si pensa che la nazionale azzurra non è stata capace di qualificarsi nemmeno a un’edizione così larga (anche se le europee sono aumentate soltanto da 13 a 16, calando a livello percentuale sul numero dei partecipanti): ciò che è l’indicatore più spietato della povertà che segna il nostro movimento.

A Zurigo hanno pensato anche all’ipotesi di torneo biennale…

Ma al di là d’ogni italica miseria e malinconia, resta la realtà di una manifestazione ipertrofica. Che per di più potrebbe non aver terminato di espandersi. Di tanto in tanto fa capolino l’ipotesi di un’ulteriore dilatazione, così come era stata in ponte l’ipotesi del Mondiale biennale. Evidentemente a Zurigo, nelle stanze della Fifa, il rischio di “inflazione” della manifestazione non viene contemplato. Men che meno questo timore sfiora il presidente.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
La nazionale iraniana (foto Ansa).

Una Fifa tutta sua (ma non dei tifosi)

Già, il presidente. Gianni Infantino, che nel 2016 si è trovato, in modo del tutto fortuito, la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che da quel momento in poi ha ridisegnato l’organizzazione a misura della sua figura. Potremmo chiamarla Fifantino. Sotto la sua presidenza la Fifa è diventata una macchina da soldi, ciò che è il suo principale vanto. Peccato che, in ultima analisi, quei soldi vengano sborsati soprattutto dalla “gente”, gli appassionati di calcio: che remunera i main sponsor coi propri comportamenti di consumo, paga le pay tivù e, soprattutto, acquista i biglietti delle partite. Sempre che ciò sia possibile e che i prezzi siano alla portata.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
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L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?

E proprio qui sta uno degli aspetti più critici, ossia il costo dei ticket, andato fuori controllo a causa del meccanismo di vendita via web costruito per generare l’asta. I biglietti sono inaccessibili, ma altrettanto lo è il costo di ogni altro bene o servizio che i supporter dovranno comprare per seguire la propria nazionale: trasporti, sistemazione alberghiera, eventuale noleggio auto e parcheggi. Per non dire della novità di non poter portare cibo e acqua all’interno dello stadio: ogni cosa dovrà essere acquistata in loco, a costi esorbitanti. Un salasso. Ma Infantino sorride sempre.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Un tifoso mostra i biglietti originali del 1994 (foto Ansa).

La ridicola ipotesi di ripescaggio e la guerra sullo sfondo

Sorrideva anche quando, con sommo sprezzo del ridicolo, consegnava a Donald Trump un improbabile Premio Fifa per la Pace. L’atteggiamento scodinzolante era quello di sempre. Ha continuato a esserlo durante tutte queste settimane in cui c’è stata da gestire la grana della nazionale iraniana, di cui per lungo tempo si è ipotizzato il ritiro. Ci si è dovuti pure sorbire il Paolo Zampolli di turno che faceva pressioni per un impossibile ripescaggio dell’Italia.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Paolo Zampolli e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Alla fine è stata trovata la soluzione di compromesso: l’Iran giocherà negli Usa le gare del girone eliminatorio, ma farà base in Messico. Tutto ciò lascia scivolare sullo sfondo una verità che nessuno vuol dire: il Mondiale si gioca sul suolo di un Paese in guerra. Secondo Infantino il calcio unisce il mondo. Di sicuro trova il favore degli autocrati. Come lui.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff

Ogni tanto, nel mezzo di un’intervista, qualcuno dice la verità per sbaglio. È successo al francese Damien Comolli, amministratore delegato della Juventus, mentre raccontava ai giornalisti la sua celebre arma segreta. «L’algoritmo è un metodo economico», ha detto. Cinque parole. È l’unica frase di tutta l’intervista in cui ha descritto con precisione chirurgica ciò che fa davvero. Solo che credeva di vantarsi. Perché un conto è l’algoritmo che ci ha venduto per un anno e mezzo, quello alla Moneyball, basato sulla scienza dei dati, per una Juve che finalmente smette di comprare a sentimento. Un altro conto è quello che esce, riga dopo riga, dalle sue stesse dichiarazioni: un filtro per spendere meno. Che non è la stessa cosa. Anzi, è l’esatto contrario.

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Cos’è Moneyball: battere i ricchi comprando chi è sottovalutato

Conviene ripassarlo, perché è semplice. Moneyball non era una formula magica chiusa in un computer. Era un’idea, e per giunta facile: il mercato del baseball prezzava male alcuni giocatori, e chi se ne accorgeva poteva comprarli a poco e vincere lo stesso. Billy Beane, con un budget da poveri, batteva i ricchi perché comprava ciò che tutti gli altri sottovalutavano.

Metodo predittivo, controcorrente e che non lascia spazio all’intuizione

Tre cose definivano quel metodo. Era predittivo: produceva un numero, una stima che potevi verificare. Era controcorrente: compravi proprio ciò che gli osservatori scartavano, perché lì stava l’affare. Ed era spietato con l’intuizione: nasceva per cacciare dalle decisioni il «carattere», il «fisico da campione», l’occhio dell’esperto. Tutta roba che costa cara e non si misura. Tenete a mente questi tre punti. Perché Comolli, nella stessa intervista, è riuscito nell’impresa di sbagliarli tutti e tre. Di fila.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).

«Nomi che anche lo scouting apprezza»: allora c’è un problema

Primo. Si vanta che l’algoritmo ha prodotto «nomi che anche lo scouting apprezza». Fermatevi qui. Il senso di Moneyball era comprare ciò che gli scout non apprezzano: è lì che si nasconde il valore a buon mercato. Se invece il tuo algoritmo conferma quello che gli osservatori pensavano già, non stai trovando affari: stai facendo un sondaggio interno. Comolli ha inventato il software più costoso del mondo per scoprire di essere d’accordo con i suoi dipendenti.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
David in azione durante la partita persa dalla Juventus in casa contro il Como (foto Ansa).

Ma come, le variabili impalpabili non dovevano essere tagliate?

Secondo. Subito dopo, racconta che con l’allenatore Luciano Spalletti vogliono analizzare «la personalità dei giocatori», il «linguaggio del corpo», il «carattere», perché per giocare alla Juve «serve qualcosa di speciale». Bellissimo. Peccato che siano esattamente le variabili impalpabili che Moneyball era nato per buttare fuori dalla porta. Lui le fa rientrare dalla finestra, con la valigia in mano. Lo strumento scientifico dura il tempo di una frase, poi torna il vecchio totem del calcio italiano: il giocatore che «ce l’ha dentro».

Risparmiare era solo l’effetto collaterale, non la mission

Terzo, il capolavoro: «metodo economico». Moneyball non era spendere poco. Era spendere bene. Risparmiare era l’effetto collaterale di aver trovato il prezzo sbagliato, non lo scopo. Chiamarlo «metodo economico» tradisce cosa sia davvero nella sua testa: non un modello che misura il valore, ma una scrematura di listino entro un tetto di budget. Un filtro. Che è poi il punto: quando uno ti dice «uso un modello quantitativo» e poi sceglie a naso entro il limite di spesa, quello non è Beane. È un commercialista con l’abbonamento a una banca dati.

Il fallimento dell’esperienza di Comolli al Liverpool

C’è un particolare che rende tutto più gustoso. Comolli un Moneyball vero lo ha già provato sul serio. E lo abbiamo visto tutti. Liverpool, 2010-2012. Ragionamento da manuale: il centravanti Andy Carroll segna di testa sui cross, quindi compriamo i migliori crossatori del campionato. Logico, no? Carroll costò 35 milioni, record britannico dell’epoca. Poi arrivarono Jordan Henderson, Charlie Adam e Stewart Downing, un’altra cinquantina di milioni. Risultato: sette acquisti su nove furono delusioni, Downing chiuse la prima stagione con zero gol e zero assist in Premier League, il Liverpool finì ottavo e nell’aprile 2012 Comolli venne licenziato proprio per quella politica di mercato.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Andy Carroll ai tempi del Liverpool (foto Ansa).

Filtrare numeri grezzi senza capirli è superstizione con il foglio Excel

Il modello aveva un difetto piccolo piccolo: la statistica sui cross non dice nulla sulla qualità di un giocatore in Premier League. Filtrare numeri grezzi senza capirli non è scienza, è superstizione con il foglio Excel. Lo dice la sua biografia: Comolli non ha portato a Torino il metodo che fece grande Oakland. Ha portato il Liverpool che lo fece esonerare. Con 13 anni di ritardo, ma la stessa identica idea.

Gli errori di valutazione fatti di continuo, come sull’allenatore Tudor

Vediamolo all’opera oggi, il dirigente dei dati. A giugno 2025 ha confermato l’allenatore Igor Tudor esaltandone intensità e resilienza, una dote che giudicava «impressionante». Lo ha esonerato il 27 ottobre. Dopo appena quattro mesi. La previsione più importante della stagione — chi deve guidare la squadra — gli è collassata in poco più di un trimestre. Se l’algoritmo serviva a evitare gli errori di valutazione, qui ha fatto il pieno.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Igor Tudor, ex allenatore della Juventus (foto Ansa).

L’algoritmo ha riportato indietro la Juventus

I numeri, già che ci siamo. La Juventus che ereditò arrivava da un quarto posto e dalla partecipazione alla Champions. La Juventus che consegna è sesta e in Europa League. L’algoritmo ha preso una squadra nell’élite europea e l’ha riportata indietro: in discesa, ma con metodo. Per la cronaca, fuori dalla Champions per due punti dal Como, ma a 18 dall’Inter. Cioè vicinissima al quarto posto e lontanissima dal vincere lo scudetto, che era l’unica cosa promessa. L’ossessione per la vittoria, applicata con rigore, ha prodotto il sesto posto.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Luciano Spalletti e Damien Comolli (foto Ansa).

Un processo quantitativo serve a sapere perché hai sbagliato

Poi c’è la perla finale. Sull’attaccante Loïs Openda — belga di scuola francese, preso e mai sbocciato in bianconero — Comolli ha ammesso candidamente di non sapere perché non abbia funzionato: «Abbiamo sbagliato noi o non era pronto per la Juve?». Ecco la domanda che uccide il personaggio. Un processo quantitativo serve esattamente a sapere perché hai sbagliato: scomponi, misuri, correggi. Comolli, invece, apre le braccia. E non è un caso isolato.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).

David, Zhegrova, Openda: il sistema usato parla (e male) solo francese

C’è un filo che lega i suoi colpi di mercato, ed è curiosamente lo stesso del suo passaporto: Jonathan David, preso a parametro zero dal Lilla, solo 6 gol in campionato (tra l’altro distribuiti malissimo: quattro raggruppati in cinque partite, tra gennaio e febbraio); Edon Zhegrova, ancora dal Lilla, parcheggiato in panchina da Spalletti (zero gol e zero assist in tutte le competizioni, una rete enorme decisiva mangiata in Champions contro il Galatasaray e soprattutto il lunare giudizio finale di Comolli: «Siamo felici del suo contributo e anche l’allenatore è felice del suo contributo»); e lo stesso Openda (una sola rete in Serie A). Comolli è andato a fare la spesa nel campionato che conosce meglio e ha riportato a Torino una fila di occasioni mancate con l’accento giusto. L’algoritmo, evidentemente, parla solo francese.

Comolli ha ammesso involontariamente che il suo algoritmo per la Juve è un bluff
Damien Comolli con Kenan Yldiz e Edon Zhegrova (foto Ansa).

La responsabilità più comoda del mondo

Per chiudere, il bon ton istituzionale. «Mi prendo la piena responsabilità», ha detto. E due righe dopo: «Non ho mai pensato a una mia possibile uscita». È la responsabilità più indolore mai vista in un campo da calcio: tutta la colpa, zero conseguenze. Una responsabilità a sovranità limitata, garantita dal fatto che a deciderlo è lui stesso. Comolli ha aggiunto anche che il giudizio sul suo lavoro va dato «tra i tre e i cinque anni», cioè il periodo perfetto: abbastanza lungo da non rispondere oggi, abbastanza vago da non rispondere mai. Resta una sola cosa vera, in tutta l’intervista. Quella frase di cinque parole all’inizio. «L’algoritmo è un metodo economico». Sì. È un modo per spendere meno, travestito da scienza, che conferma gli scout invece di smentirli e rimette al centro il «carattere» che doveva eliminare. Non è il Moneyball di Beane. È money, e basta. La ball, a Torino, si è persa per strada.

Allegri, il disastro al Milan e la beffarda pubblicità con il colpo sul muso

Secondo i suoi detrattori più incalliti è più bravo ad allenare i giornalisti che i giocatori. Nel senso che Massimiliano Allegri, reduce da un cocente fallimento alla guida del Milan, è forse il tecnico della Serie A che più gode di buona stampa. Difficilmente finisce sul banco degli imputati, spesso viene assolto anche di fronte a risultati modesti. Che farebbero rotolare la testa di qualsiasi altro collega meno protetto. Insomma, una narrazione benevola, alimentata in particolar modo da una nutrita e agguerrita schiera di opinionisti che popolano le tivù e i salotti in cui si litiga sul pallone difendendo la posizione del 58enne livornese con un trasporto che tradisce amichettismo. Questa volta però, almeno involontariamente, anche la carta stampata ha teso un imprevedibile agguato a Max. E per di più su La Gazzetta dello Sport, il quotidiano più letto d’Italia e di certo nella lista di quelli indulgenti con Allegri.

Allegri, il disastro al Milan e la beffarda pubblicità con il colpo sul muso
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“Meglio di una vittoria di corto muso c’è solo un colpo sul muso”

A pagina 4 della Rosea, infilata proprio tra gli articoli che raccontavano la disfatta rossonera in casa contro il Cagliari, lunedì 25 maggio è comparsa un’enorme pubblicità sul wrestling che sponsorizzava la Wwe trasmessa in esclusiva su Netflix. Peccato che il claim fosse questo: “Meglio di una vittoria di corto muso c’è solo un colpo sul muso”, con tanto di immagine di un calcione in faccia tra due combattenti sul ring. Beffardo, quasi canzonatorio per l’allenatore del Milan che aveva metaforicamente appena sbattuto il muso fortissimo, mancando in modo clamoroso la qualificazione alla Champions League 2026-2027 per colpa della sconfitta a San Siro, dopo essere stato tra le prime quattro posizioni praticamente per tutto il campionato.

Allegri, il disastro al Milan e la beffarda pubblicità con il colpo sul muso
La beffarda pubblicità sul wrestling.

Per chi fosse sbarcato da Marte nel weekend, quella del corto muso è una filosofia teorizzata da Allegri il 13 aprile 2019, quando allenava la Juventus, dopo una partita persa a Ferrara contro la Spal: «Sei intenditore di ippica?», chiese a un giornalista in conferenza stampa. «Nelle corse dei cavalli non c’è bisogno di vincere di cento, basta mettere il musetto davanti. Fotografia: corto muso».

Game over per i “risultatisti” senza risultati

Pragmatismo e vittorie speculative al fotofinish, senza dare spazio allo spettacolo: il neologismo divertì tutti tantissimo e finì sulla Treccani nel 2021, ma dopo quel campionato il tecnico non ha vinto (quasi) più nulla, eccezion fatta per una Coppa Italia nel 2023-2024. A dimostrazione che il modo sparagnino e “risultatista” di intendere lo sport (e la vita) è stato superato dalla storia e dall’evoluzione del calcio, che va nella direzione dei “giochisti” alla Cesc Fabregas (Como), chiamati con disprezzo «filosofi» dalla claque allegriana, ma che alla fine guarda caso hanno superato il Milan all’ultima curva, per un punto. Di corto muso.

Allegri, il disastro al Milan e la beffarda pubblicità con il colpo sul muso
L’allenatore del Como Cesc Fabregas (foto Ansa).

Da “Solo Max” alla rivoluzione che gli costerà la panchina

E pensare che fino a tre giorni prima la stessa Gazza titolava in prima pagina “Solo Max”, profetizzando per lui un contratto allungato fino al 2028 con ingaggio alzato da cinque a sei milioni di euro l’anno più bonus. Poi è arrivato lo sgambetto cagliaritano e la probabile rivoluzione degli assetti societari che non risparmierà nemmeno l’allenatore: secondo Sky Sport il proprietario Gerry Cardinale vuole accompagnare alla porta l’amministratore delegato Giorgio Furlani, il responsabile dell’area scouting Geoffrey Moncada, il direttore sportivo Igli Tare oltre allo stesso Allegri. Che forse, secondo radio mercato, potrebbe però trovare subito una nuova sistemazione al Napoli, chiamato dal presidente Aurelio De Laurentiis. Un altro che rischia così di farsi abbindolare dalla grancassa mediatica dei tirapiedi di Max. Fino al prossimo colpo sul muso.

Allegri, il disastro al Milan e la beffarda pubblicità con il colpo sul muso
La prima pagina de La Gazzetta di giovedì 21 maggio 2026.