Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
La Germania è il grande malato d’Europa e Friedrich Merz non è certo il cancelliere che può curarla. Così la pensano tre tedeschi su quattro: solo il 18 per cento degli elettori ritiene che l’erede di Angela Merkel stia facendo un buon lavoro. La politica tedesca è impantanata fra la necessità di riforme interne che vengono solo abbozzate e la realtà del contesto internazionale che acuisce l’impressione di quanto il governo di Berlino sia incapace di ritrovare il ruolo guida avuto con Frau Merkel e, ancor prima, con Helmut Kohl. E poi c’è l’economia che ristagna, il Pil che crescerà meno dell’1 per cento nel 2026, con i pilastri dell’industria nazionale che vacillano. Su tutti quello dell’automobile, con la Volkswagen a simboleggiare la grandezza in declino.

Le stime parlano di 50 mila posti di lavoro in meno
In questi giorni Oliver Blume, amministratore delegato della casa di Wolfsburg, ha quantificato per la prima volta la portata del ridimensionamento già ampiamente annunciato: si tratterebbe della perdita di circa 50 mila posti di lavoro in tutto il mondo, una cifra conseguente al piano di riduzione dei costi amministrativi, infrastrutturali e di supporto alle attività principali. Costi che al momento sono ancora superiori del 20 per cento rispetto alla media delle aziende internazionali comparabili. Perciò il mercato sta diventando insostenibile. Già qualche settimana fa il consiglio di sorveglianza dell’azienda aveva respinto la prima proposta di Blume per un ulteriore pacchetto di riduzione dei costi che prevedeva la possibile perdita fino a 100 mila occupati in tutto il mondo. Anche secondo i nuovi numeri comunque quattro stabilimenti in Germania potrebbero essere a rischio chiusura: Hannover, Emden, Zwickau e quello Audi di Neckarsulm. Un disastro.

I tedeschi hanno smesso di spendere
La crisi della Volkswagen non è certo una novità, come non lo è l’indebolimento dell’economia tedesca dovuto prima alla pandemia e poi all’avvio del conflitto fra Russia e Ucraina. Senza contare l’avvento di Donald Trump e la ridefinizione dei rapporti transatlantici, fra dazi e guerre energetiche. In Germania l’inflazione ha portato negli ultimi anni a un calo dei consumi. L’aumento dei salari avrebbe dovuto compensare la crescita dei prezzi e stimolare il mercato, ma oggi i tedeschi anziché spendere di più preferiscono risparmiare. Secondo l’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw), il tasso di risparmio, pari al 10,8 per cento, è significativamente più alto rispetto a quello registrato nei 10 anni precedenti la pandemia. Così anche l’industria automobilistica ha dovuto affrontare le difficoltà legate alle vendite deludenti e ai costi della transizione ai veicoli elettrici.

Le difficoltà di Volkswagen in Cina e negli Usa
Per il gruppo Vw, oltre all’Europa, i mercati di vendita più rilevanti sono la Cina e gli Stati Uniti e c’è poco da stare allegri. La piazza europea è debole e probabilmente smetterà di crescere, su quella statunitense i profitti si stanno erodendo a causa delle tariffe doganali. In Cina poi i tedeschi dovrebbero recuperare il terreno perduto nel settore della mobilità elettrica, ma l’impresa è persa in partenza: i cinesi si sono ormai concentrati sulla produzione di veicoli elettrici grazie a consistenti sussidi, non hanno bisogno di importare, mentre i bassi salari, i costi energetici e i prezzi di acquisto contenuti offrono un ulteriore vantaggio competitivo. Volkswagen, a lungo leader di mercato in Cina, con una quota di mercato vicina al 40 per cento, si ritrova adesso con le braghe calate. Pechino controlla i due terzi del mercato e la concorrenza cinese sta penetrando sempre più nel mercato europeo.

Quali sono le cause del tracollo?
Il suicidio è dovuto a vari fattori. I vertici di Vw si sono adagiati sugli allori dopo i successi passati, ne ha raccolto i frutti e si sono addormentati davanti alle sfide del futuro. Il dieselgate del 2015 è stato un duro colpo al quale si è aggiunta l’incapacità di previsione: secondo gli analisti, Volkswagen si è concentrata troppo sullo sviluppo di veicoli nei segmenti di prezzo medio-alto, prestando poca attenzione ai veicoli più piccoli e accessibili, si è aggrappata al diesel per troppo tempo e ha sottovalutato il potenziale della mobilità elettrica. In un contesto in cui i pagamenti di dividendi, pari a circa 28 miliardi di euro tra il 2021 e il 2025, non hanno rispecchiato granché la salute del gruppo.

L’ipotesi di riconversione dall’automobilistico al militare
Per il futuro, anche prossimo, qualcuno ai piani alti di Wolfsburg vede un’ancora di salvezza nella riconversione dal settore automobilistico a quello militare, con la benedizione di Merz, secondo il quale la Germania fra un paio d’anni dovrebbe costituire l’esercito convenzionale più ampio e forte d’Europa: all’ultima fiera della sicurezza e della difesa Enforce Tac di Norimberga, Vw ha presentato due prototipi di veicoli militari, entrambi sviluppati presso la fabbrica di Osnabrück. Qui viene ancora prodotta tra l’altro la T-Roc Cabriolet, almeno fino al 2027, poi arriverà forse il momento delle versioni militari di Amarok e Crafter. Dalla decappottabile per le vacanze al pick-up in versione bellica il passo è breve. Bisognerà vedere se davvero questa sarà la soluzione per salvare il gigante tedesco.























