Btp Italia Sì, tasso minimo a 1,60 per cento più il tasso di inflazione nazionale

Il ministero dell’Economia e delle Finanze ha comunicato che il tasso annuo minimo garantito della prima emissione del nuovo Btp Italia Sì, al via da lunedì 15 giugno e fino a venerdì 19 giugno alle ore 13, salvo chiusura anticipata, è stato fissato all’1,60 per cento. Per il calcolo del valore delle cedole a questo tasso minimo, garantito anche in caso di deflazione, dovrà quindi essere sommato il tasso di inflazione nazionale (Indice Foi senza tabacchi – Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi) rilevato nel periodo di riferimento. Si potrà prenotare in banca, posta e tramite home-banking.

La Bce torna ad alzare i tassi dopo due anni e mezzo

La Bce ha deciso di alzare i tassi di interesse di area euro di 0,25 punti percentuali. Non lo faceva da più di due anni e mezzo, l’ultima volta fu il 14 settembre 2023. Il tasso sui depositi sale, così, dal 2 al 2,25 per cento, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,40 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,65 per cento. L’ente ha poi tagliato le previsioni sulla crescita dell’Unione europea, e alzato quelle sull’inflazione, a fronte del prolungarsi della guerra di Usa e Israele all’Iran. Nel nuovo scenario di base, la crescita è ora attesa allo 0,8 per cento per il 2026 (da 0,9 per cento delle precedenti proiezioni di marzo) e all’1,2 per cento per il 2027 (da 1,3). L’inflazione è alzata al 3 per cento per quest’anno (da 2,6) e al 2,3 per cento per il 2027 (da 2).

Ft, nel 2025 la Bce intervenne per limitare la crescita di Revolut in Europa

Nel 2025 la Bce è intervenuta per limitare temporaneamente l’espansione di Revolut in Europa, chiedendo alla fintech britannica di rafforzare i propri sistemi di controllo interno prima di procedere con il lancio di nuovi prodotti finanziari. Lo scrive il Financial times, secondo cui la Banca centrale europea ha imposto all’istituto una serie di restrizioni, preoccupata per la rapidità con cui questo introduceva nuovi servizi e per l’adeguatezza dei processi interni chiamati a valutarne rischi e conformità normativa. In particolare, Revolut avrebbe dovuto sospendere il lancio di alcuni nuovi prodotti nello spazio economico europeo fino alla correzione delle carenze individuate dai supervisori. La società conta oggi circa 75 milioni di clienti nel mondo e nel 2025 ha registrato un utile ante imposte di circa 1,7 miliardi di sterline, consolidando la propria posizione tra i maggiori operatori finanziari digitali europei.

La Bce preoccupata dell’ampia autonomia decisionale dei team della società

Al centro delle preoccupazioni dei regolatori vi sarebbe stato il modello organizzativo promosso dal fondatore e amministratore delegato di Revolut Nik Storonsky, con team dotati di ampia autonomia decisionale e capaci di sviluppare e lanciare prodotti con grande rapidità. Proprio questa velocità di esecuzione sarebbe entrata in tensione con le esigenze di controllo richieste a un gruppo bancario ormai di dimensioni sistemiche.

Mediaset e non solo: i rapporti tesi tra Inps ed editori e la crisi del giornalismo

Il rapporto tra Inps e mondo dell’editoria, da qualche anno, vive momenti di tensione. Da un lato l’Istituto nazionale di previdenza sociale, che dal 2022 ha anche assorbito l’Inpgi (l’ente previdenziale dei giornalisti), cerca di massimizzare le entrate con ispezioni frequenti nelle aziende, provando pure a ergersi a organizzazione di tutela di una professione, quella giornalistica, sempre meno sindacalizzata, con scarso potere contrattuale e dove ormai quasi nessuno ha il coraggio di denunciare situazioni poco chiare per timore di venire espulso dal sistema.

Il business è cambiato, le regole in parallelo no

Dall’altro, tuttavia, ci sono gli editori, che operano in un comparto in crisi strutturale da quasi 20 anni, dove il business, con l’avvento del digitale e dei grandi over the top, è completamente cambiato senza che le regole si siano però in parallelo adeguate: la definizione di collaboratore, di consulente, l’applicazione di questo o quel contratto giornalistico o poligrafico, creano zone d’ombra dove per le società e gli imprenditori, anche quando intendano agire correttamente, non è sempre facile muoversi.

Le accuse di truffa aggravata ai danni dello Stato

Giusto per citare qualche caso di cronaca: nel 2018 ci fu la vertenza Inps contro RepubblicaEspresso, con le accuse di truffa aggravata ai danni dello Stato per aver ottenuto sia cig (Cassa integrazione e guadagno) sia prepensionamenti a favore di circa 80 dei propri dipendenti senza averne diritto.

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La vecchia insegna di Repubblica a Roma (foto Ansa).

Poi, in epoca pandemia, l’Inps si è costituito parte civile nel processo contro la casa editrice Visibilia per i rimborsi Covid. Non è ovviamente colpa dell’Inps, ma in entrambi i casi i destini successivi dei poli editoriali non sono poi stati fortunatissimi.

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Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

La questione del contratto: Fieg-Fnsi oppure Uspi?

Più di recente, ecco altre operazioni targate Inps che hanno sollevato dibattito. A febbraio del 2026, per esempio, dopo numerose ispezioni sono state comminate sanzioni per 4,5 milioni di euro a Citynews (editore dei quotidiani online Roma Today, Milano Today, eccetera) e per 3,5 milioni a Ciaopeople (Fanpage, eccetera) per una diatriba tutta interna alle associazioni di categoria e relativa all’applicazione, per i giornalisti, di un contratto FiegFnsi (con remunerazioni più alte) oppure Uspi (con remunerazioni più basse di circa il 40 per cento).

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Francesco Cancellato, direttore di Fanpage (foto Imagoeconomica).

Il rischio di dimezzamento delle redazioni

Prescindendo da chi ha torto e chi ha ragione, va constatato che un intervento di queste proporzioni su realtà come Citynews e Ciaopeople, che peraltro danno spazio al giornalismo e ai giornalisti a differenza di tante altre iniziative sul digitale, potrebbe avere come effetto proprio la riduzione dei posti di lavoro che si vorrebbero tutelare: si è parlato addirittura di un dimezzamento delle redazioni, dove oggi lavorano circa 500 addetti giornalistici, per far fronte a queste multe. I due editori stanno interloquendo con l’Inps, e per il momento non ci sono novità rispetto a quanto uscito a inizio anno.

Mediaset e il faro sui “collaboratori” di Videonews

Freschissima, invece, la notizia di una multa da 21 milioni di euro inflitta dall’Inps a Mediaset e anticipata sabato 6 giugno da Il Fatto Quotidiano. La questione riguarda una cinquantina di collaboratori dei programmi di informazione del Biscione che, in base alle accuse, lavorerebbero di fatto a Videonews come fossero dipendenti, pur essendo inquadrati come partite Iva o con contratti co.co.co.

Mediaset e non solo: i rapporti tesi tra Inps ed editori e la crisi del giornalismo
Pier Silvio Berlusconi, presidente e amministratore delegato del gruppo MFE – MediaForEurope (foto Imagoeconomica).

Mediaset ha subito risposto, ribadendo che «non esistono casi di lavoratori sottopagati. I professionisti coinvolti sono lavoratori autonomi, non lavoratori dipendenti. Hanno svolto la loro attività sulla base di accordi liberamente sottoscritti e con compensi coerenti con il lavoro richiesto. L’Inps contesta il ruolo di alcuni collaboratori. L’azienda non condivide questa ricostruzione e ha già presentato ricorso. Il contenzioso non riguarda il livello dei compensi e non nasce da denunce o segnalazioni dei professionisti interessati. Mediaset conferma la correttezza del proprio operato e farà valere le proprie ragioni nelle sedi previste dalla legge».

Il rapporto Inps: gap retributivo e precarietà

Consulenti, collaboratori, redattori sotto mentite spoglie: confini labili che spesso si fatica a individuare con certezza. Ricordando, peraltro, che l’ultimo report dell’Inps su “Lo stato del giornalismo italiano” mostra come su 103.581 giornalisti iscritti all’Ordine dei giornalisti, nel 2023 solo 17.179 hanno versato contributi all’Inps, mentre 25.791 all’Inpgi.

Mediaset e non solo: i rapporti tesi tra Inps ed editori e la crisi del giornalismo
Un giornalista freelance (foto Unsplash).

La retribuzione media dei giornalisti è di circa 59 mila euro, con un divario di genere (oltre che generazionale) significativo: gli uomini guadagnano in media il 16 per cento in più rispetto alle donne. Le pensioni mostrano una disparità ancora maggiore, con una media di 71 mila euro per gli uomini e 48 mila euro per le donne. Inoltre, il 70 per cento dei lavoratori autonomi guadagna meno di 25 mila euro all’anno, evidenziando una precarietà diffusa nel settore.

Italia, l’Ocse rivede le stime del Pil nel 2026 e 2027

L’economia italiana crescerà dello 0,5 per cento nel 2026, mentre «il nuovo shock energetico pesa su consumi delle famiglie, investimenti ed export», frenando lo slancio legato all’aumento delle spese legate al Pnrr. Lo rileva l’Ocse, che rispetto a marzo ha quindi rivisto in lieve rialzo le previsioni per il nostro Paese da +0,4 per cento. Nel 2027, d’altra parte, il calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterà alla crescita di salire a +0,6 per cento, ma si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla stima precedente di +0,7 per cento. L’organizzazione di Parigi sottolinea che «assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali».

Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp

Per quanto possa sembrare assurdo, c’è un filo rosso che unisce il licenziamento di Mario Sechi a… Jannik Sinner. Sono finiti ko entrambi in simultanea, anche se in modi diversi. Ma il punto è un altro: il vero collegamento tra i destini del direttore di un quotidiano di destra e il racconto dell’exploit del nostro tennis e dell’altoatesino numero uno a livello mondiale passa attraverso una storia di finanziamenti federali alla stampa, irritazioni, ripicche e un apparente e tacito patto di non belligeranza fra conterranei. Ma riavvolgiamo quel filo per capire meglio la vicenda.

Quei 5 milioni di euro per acquistare il 6,7 per cento della Sae

Quando ad Angelo Binaghi, presidente della Federtennis e padel, è stato chiesto come mai la Federazione avesse investito 5 milioni di euro per acquistare il 6,7 per cento della Sae, holding che sovrintende a La Stampa e ad altri quotidiani locali, la risposta, nel corso della conferenza stampa a chiusura degli Internazionali di Roma 2026, era stata questa: «L’investimento in Sae viene fatto dalla nostra media company Sportcast. E serve per rendere il tennis più popolare anche sulla carta stampata. Già in occasione di questi Internazionali abbiamo visto come la copertura dell’evento sui giornali Sae sia stata maggiore rispetto al passato, quando, per esempio, i grandi giornali davano la notizia di Jannik Sinner numero uno del ranking mondiale solo a pagina 24, dopo le notizie sul calcio, il calcetto e il calcio femminile».

Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp

Il gruppo Sae (Sapere Aude Editori) controlla, oltre a La Stampa di Torino, i quotidiani La Provincia Pavese, Il Tirreno di Livorno, La Nuova Ferrara, la Gazzetta di Modena, la Gazzetta di Reggio Emilia, La Nuova Sardegna di Sassari. E, quindi, in base a quanto detto da Binaghi, c’è da attendersi che queste testate, d’ora in poi, avranno un occhio di riguardo per le notizie e i business legati al tennis e al padel, essendo la Fitp uno degli azionisti.

Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Alberto Leonardis davanti alla sede de La Stampa, nell’immagine elaborata da L43.

E il resto della carta stampata? La notizia dell’ingresso della Federtennis nel capitale di Sae ha mandato in fibrillazione tutti gli altri editori di quotidiani: ma come, una Federazione percepita come ente pubblico e con soldi pubblici (in realtà è ente privato e funziona con risorse al 95 per cento trovate sul mercato) inietta liquidità nelle casse di un particolare editore, Sae, e non lo fa anche con noi? Non va bene!

Il gruppo della famiglia Angelucci ha sparato contro Binaghi

Il gruppo più incattivito con Binaghi è stato fin da subito quello governato dalla famiglia Angelucci: il Giornale e Il Tempo da settimane fanno campagna contro questa anomala iniziativa (una federazione sportiva che investe soldi in una catena di quotidiani), sottolineando, a prescindere dalle spiegazioni di Binaghi, l’enormità delle cifre (cinque milioni sembrano tanti per quella quota) e continuando a non comprendere il senso reale dell’operazione.

Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).

Un sardo di Oristanio non attacca un sardo di Cagliari…

Tra le testate degli Angelucci, tuttavia, Libero si era parzialmente sottratto alla campagna contro Binaghi. E, come scrive il Corriere della sera del 29 maggio, il licenziamento del direttore di Libero, Mario Sechi, deriverebbe anche da «un mancato affondo del quotidiano sul caso del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, circa l’acquisto del 6,7 per cento della Sae di Alberto Leonardis, l’editore che ha comprato La Stampa». Insomma: Sechi, sardo di Oristano, non avrebbe sposato del tutto le tesi contro Binaghi, sardo di Cagliari. Tra corregionali non si fa la guerra. Però, alla fine, il giornalista ci ha rimesso la poltrona di direttore di Libero.

Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp

Anche Il Fatto Quotidiano, Il Foglio e La Verità hanno usato la mano pesante contro Binaghi. E fa davvero specie che il Corriere della sera del 29 maggio abbia dedicato la notizia di apertura in prima pagina alla sconfitta di Sinner al Roland Garros di Parigi, con pagine 2-3-4 tutte ad approfondire le debolezze del tennista italiano. Quasi una sorta di ritorsione contro la grandeur rivendicata ultimamente ai quattro venti da Binaghi.

Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Sinner ko sulla prima pagina del Corriere.

Se pure Rcs, che significa anche La Gazzetta dello sport, si è arrabbiata, allora tira proprio una brutta aria. Per non parlare di Leonardo Maria Del Vecchio, nuovo editore di Il Giorno, il Resto del Carlino e La Nazione e interessato, si dice, ad acquistare il Corriere dello sport e Tuttosport.

Un certo mondo editorial-imprenditoriale non l’ha presa bene

Insomma, quei 5 milioni di euro nella Sae, più che migliorare l’immagine del tennis sulla carta stampata, sembrano aver irritato un certo mondo editorial-imprenditoriale. E sappiamo bene che i quotidiani, anche se ormai non li compra più nessuno, restano comunque ancora il miglior strumento di pressione e influenza sulle scrivanie che contano e negli uffici che decidono.

L’allarme di Panetta: «Con la guerra nel Golfo rischio inflazione al 6 per cento»

«Negli scenari più sfavorevoli, un prolungamento del conflitto e ulteriori danni alle infrastrutture energetiche del Golfo potrebbero sottrarre complessivamente 1 punto percentuale alla crescita nel biennio 2026-27» nell’Eurozona, «con l’inflazione che potrebbe raggiungere un picco superiore al 6 per cento e, se non contrastata, rimanere a lungo al di sopra dell’obiettivo, via via che lo shock energetico si trasmette a un numero crescente di settori». Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta in occasione della Relazione annuale. Tanti i temi affrontati: dall’AI al lavoro, fino al debito pubblico e alle già citate ripercussioni della crisi in Medio Oriente.

L’allarme di Panetta: «Con la guerra nel Golfo rischio inflazione al 6 per cento»
Un momento del discorso di Fabio Panetta (Imagoeconomica).

Parlando della situazione in Medio Oriente, Panetta ha spiegato che «è difficile stabilire quanto dureranno le ostilità e quanto sarà stabile l’assetto che seguirà». In ogni caso, ha detto il governatore di Bankitalia, «i danni alle infrastrutture energetiche continueranno a pesare sulle forniture», in quanto «i costi di trasporto e assicurazione per la navigazione nello stretto di Hormuz rimarranno alti a lungo». L’incertezza, ha aggiunto, «è destinata a restare elevata, ostacolando la pianificazione di famiglie e imprese e frenando i consumi e gli investimenti».

Panetta: «Sull’IA la rapidità di azione è cruciale»

Tra i temi affrontati, come detto, anche l’intelligenza artificiale: «In questo campo la rapidità di azione è cruciale. L’Unione europea ha definito regole per l’uso dei modelli e delle informazioni, una strategia per lo sviluppo del settore e programmi di investimento dedicati. Eppure i ritardi nell’attuazione delle iniziative già avviate rischiano di frenare i progressi e di ampliare il divario con le altre grandi economie». Lo sviluppo dell’IA, ha avvertito Panetta, «deve restare al servizio della persona e della società, non della concentrazione del potere tecnologico». La rivoluzione dell’intelligenza artificiale «non produrrà spontaneamente benessere condiviso: deve essere governata».

Cosa ha detto Panetta sulla velocità delle misure Ue

Panetta nel suo discorso ha poi rilevato che l’instabilità internazionale «non lascia spazio a esitazioni o risposte parziali» e che «l’efficacia delle riforme dipenderà dalla capacità dell’Europa di superare gli ostacoli che troppo spesso ne rallentano l’attuazione: negoziati lunghi, compromessi al ribasso, applicazioni nazionali disomogenee, risorse annunciate ma non mobilitate». Le priorità «sono state individuate» e il compito, ha osservato il governatore della Banca d’Italia, «è trasformarle in decisioni tempestive, finanziamenti adeguati e risultati concreti».

Le parole sul problema dell’elevato debito pubblico

Panetta si è poi soffermato sull’annoso problema dell’elevato debito pubblico italiano, che supera i 3 mila miliardi di euro, chiedendo al Paese di imboccare «con decisione un sentiero che consenta di ridurre stabilmente il suo peso», in modo da «liberare risorse per la spesa sociale e per lo sviluppo». Secondo Panetta «occorre facilitare il salto tecnologico delle imprese, rafforzare il capitale umano, orientare il risparmio verso investimenti produttivi, accompagnare i lavoratori nei cambiamenti che la nuova economia richiederà».

Cvc e Gbl lanciano opa su Recordati da 10,7 miliardi

Cvc Fund ix e Groupe Bruxelles Lambert hanno lanciato un’offerta pubblica di acquisto volontaria su tutte le azioni ordinarie di Recordati finalizzata al delisting. Il controvalore complessivo è di 10,7 miliardi sulla base di un corrispettivo pari a 51,29 euro per azione che incorpora un premio un premio pari a 12,891 per cento rispetto al prezzo ufficiale delle azioni Recordati alla data del 25 marzo 2026, giorno in cui è stata presentata la manifestazione di interesse non vincolante da Cvc al board della casa farmaceutica. «Questa operazione è pienamente coerente con la strategia di Gbl di investire in aziende leader nei settori prioritari identificati dal gruppo -incluso l’healthcare – attraverso strutture di controllo o co-controllo e un approccio di active ownership», ha evidenziato Michal Chalaczkiewicz, Investment partner di Gbl.

Unicredit non parteciperà all’assemblea di Commerzbank

Unicredit non parteciperà all’assemblea annuale di Commerzbank, secondo quanto riportato da Bloomberg, allontanandosi così dal principale appuntamento che chiama a raccolta i soci della banca tedesca su cui sta tentando la scalata. Mentre è in corso l’Ops sul gruppo tedesco, Unicredit non ha registrato entro la scadenza del 13 maggio le azioni Commerzbank detenute in portafoglio. Senza questa registrazione, non potrà prendere parte all’assemblea in programma il 20 maggio. La mossa arriva mentre il board dell’istituto tedesco ha consigliato ai propri azionisti di rifiutare l’offerta di Piazza Gae Aulenti, giudicandola rischiosa.

Stellantis, partnership con Accenture e Nvidia per portare l’IA nelle fabbriche

Stellantis ha annunciato l’intenzione di avviare una partnership strategica con Accenture per accelerare l’utilizzo di funzionalità di digital twin abilitate dall’intelligenza artificiale, sfruttando le tecnologie Nvidia, all’interno della propria rete produttiva globale. Questa iniziativa conferma l’impegno dell’azienda nel trasformare le proprie attività industriali facendo leva su tecnologie basate sui dati. Il progetto unisce l’esperienza industriale di Stellantis, le competenze di Accenture nell’ambito della physical AI e della manifattura digitale, e le tecnologie di accelerated computing e le librerie omniverse di Nvidia. L’obiettivo è esplorare lo sviluppo di ambienti manifatturieri virtuali di nuova generazione, alimentati da dati in tempo reale e intelligenza artificiale.

Ciancia: «Esploriamo nuovi modi per rendere le operazioni più scalabili e intelligenti»

«Stiamo costruendo le basi per la prossima generazione del manufacturing in Stellantis», ha dichiarato Francesco Ciancia, head of Manufacturing di Stellantis. «Combinando digital twin, IA e simulazione avanzata, stiamo ripensando il modo in cui progettiamo, gestiamo e miglioriamo continuamente i nostri sistemi produttivi. Questa iniziativa è pensata per lavorare a stretto contatto con i nostri team, rafforzando la loro capacità di anticipare i problemi, prendere decisioni più rapide e favorire il miglioramento continuo. Insieme ad Accenture e Nvidia, stiamo esplorando nuovi modi per rendere le operazioni più scalabili e intelligenti».


Il board di Commerzbank invita gli azionisti a respingere l’offerta di Unicredit

Il consiglio di amministrazione e il consiglio di sorveglianza di Commerzbank raccomandano agli azionisti della banca di non accettare l’offerta pubblica di acquisto volontaria sotto forma di offerta di scambio da parte di Unicredit, perché quest’ultima «non offre loro un premio adeguato e non ha presentato un piano strategico coerente e credibile per l’aggregazione». Lo si legge in una nota stampa pubblicata dalla banca tedesca, da cui emerge che «entrambi gli organi sono convinti che, implementando la strategia “Momentum 2030”, Commerzbank crei maggiore valore autonomamente rispetto alla proposta di Unicredit». L’istituto ha aggiunto che «il valore implicito dell’offerta costituisce uno sconto significativo rispetto al potenziale di creazione di valore a lungo termine di Commerzbank, nonché rispetto agli attuali parametri di mercato». Inoltre, «l’offerta di acquisizione di Unicredit non offre un premio adeguato ai nostri azionisti». «Quella che viene descritta come una fusione è in realtà una proposta di ristrutturazione che avrebbe un impatto enorme sul nostro modello di business collaudato e redditizio», ha dichiarato l’amministratore delegato Bettina Orlopp.

Commerz: «Rischi considerevoli dalle proposte di Unicredit»

E ancora: «Le proposte speculative di Unicredit comportano rischi considerevoli, che minacciano le relazioni con i clienti che Commerzbank ha costruito sulla base della fiducia e dell’affidabilità, nonché la motivazione dei suoi dipendenti. Poiché l’offerta è strutturata come uno scambio di azioni Unicredit, gli azionisti di Commerzbank che accettassero l’offerta si assumerebbero questi rischi in qualità di futuri azionisti di Unicredit. Ciò sottolinea ulteriormente perché raccomandiamo agli azionisti di non accettare l’offerta».

Evergrande, i liquidatori chiedono 8,4 miliardi di dollari a PwC per negligenza

I liquidatori di Evergrande Group, il colosso dell’immobiliare cinese andato in fallimento, hanno chiesto a PwC un risarcimento danni pari a 8,4 miliardi di dollari, accusando la società di revisione di negligenza nello svolgimento della propria attività di controllo contabile. È quanto emerge dall’udienza di lunedì 18 maggio 2026 al tribunale di Hong Kong, che si è concentrata su quanta responsabilità debba assumersi PwC. I potenziali risarcimenti si aggiungerebbero alle ingenti multe imposte dalle autorità della Cina continentale e di Hong Kong dopo il crollo di Evergrande, che ha lasciato dietro di sé passività per oltre 300 miliardi di dollari, uno dei più grandi buchi finanziari del settore immobiliare cinese. Richard Handyside, avvocato che rappresenta PwC International, ha sostenuto che la società non avrebbe dovuto essere parte in causa poiché il colosso della revisione è composta da diverse società e le entità di Hong Kong e Cina non erano sue filiali. Non vi furono comunicazioni tra PwC International ed Evergrande, e quest’ultima non aveva alcun «obbligo di diligenza» in relazione alle revisioni contabili del costruttore cinese. Dal canto suo, l’avvocato dei liquidatori, Adrian Beltrami, ha sostenuto che PwC International si trova al vertice del gruppo ed è responsabile del mantenimento degli standard delle società che ne fanno parte. S

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita

A metà maggio la fotografia dell’ex Ilva è desolante: gara di vendita non chiusa, scadenza di aprile disattesa, due offerenti formali ancora in campo, un piano B governativo che si sgonfia già nella settimana in cui è stato annunciato. E un dossier che ha cambiato scrivania.

Le offerte sul tavolo: pro e contro

La proposta di Flacks group

I due pretendenti in campo sono Flacks Group e Jindal Steel International. Il primo, family office di Miami fondato dal britannico Michael Flacks, ha depositato l’offerta l’11 dicembre 2025: 5 miliardi di investimenti, 8.500 posti garantiti, asset a un euro simbolico, Stato al 40 per cento del capitale. Il 30 dicembre 2025 il Mimit dà mandato di trattativa esclusiva. Sulla carta, le cifre piacciono al pubblico. Ma sotto le cifre, il curriculum siderurgico è semplicemente assente. La storia di Flacks Group del resto è fatta di real estate, retail, chimica, immobili. Sui metalli, al massimo, qualche partita di trading. Gestire un mostro come l’ex Ilva non si fa da un ufficio di Miami con un cv di vernici e palazzi. E i numeri lo dicono: a fine marzo i commissari chiedono coperture bancarie pluriennali, per Flacks sono condizioni «irricevibili» e chiede un vendor loan statale a fare da ponte. Tradotto: prima i soldi pubblici, poi vediamo.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Michael Flaks.

I numeri di Jindal Steel

Jindal Steel International, attraverso il presidente Naveen Jindal – accompagnato a Roma, Taranto e Genova dal figlio Venkatesh – ha presentato un’offerta vincolante il 21 marzo scorso: forno elettrico da 2 milioni di tonnellate a Taranto, dismissione del ciclo integrato entro il 2030, capacità a regime 6 mln di tonnellate di acciaio prodotte, investimento fino a 1 miliardo nei propri impianti, 3.600 dipendenti. Sulla carta garantisce una presenza globale nella siderurgia e la dotazione tecnica. Sotto la carta: se i soldi li mette lo Stato, la presenza globale non vale nulla. Il governo italiano deve mantenere la proprietà degli impianti di Taranto sino alle bramme, restare proprietario delle centrali, accollarsi forza lavoro e oneri CO2. Jindal prende solo i laminatoi di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi, Paderno Dugnano, Legnaro e Marghera, e i porti. E acquisterà fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti del governo, per tre anni, a prezzi di mercato. Quei prezzi non coprono i costi di un’area a caldo che brucia 50-100 milioni al mese: lo Stato venderà bramme in perdita a Jindal finché lei non avrà le sue dall’OmanGame over per Taranto come ciclo integrato. Si aggiunga che lo stesso Naveen Jindal aveva provato a comprare Thyssenkrupp Steel Europe in Germania, ma le trattative sono state sospese il 2 maggio per costi pensionistici e investimenti. A Berlino la due-diligence è stata fatta sul serio.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Sajjan Jindal con Aldolfo Urso (Imagoeconomica).

Cosa si muove (e cosa no)

Negli ultimi giorni è circolata la voce di una cordata di Flacks con Danieli Metinvest. Va letta con calma. Non c’è nulla di firmato: c’è un tavolo tecnico e ci sono colloqui. Danieli ha sempre detto di essere un fornitore di tecnologia, non un acquirente di brownfield; un eventuale ingresso in equity, secondo le ricostruzioni più precise, sarebbe limitato al 10 per cento (5 per cento Danieli e altrettamto Metinvest) e rinviato a una “seconda fase”. Dettaglio non secondario, a confermare il quadro è stato il presidente Danieli Alessandro Brussi: è il governo che ha messo Flacks in contatto con Metinvest e con Danieli. Tradotto: non è un’iniziativa industriale autonoma del fondo di Miami, è un puntellamento ministeriale a un offerente impallato sulle garanzie. Sull’altro lato del tavolo: Metinvest a Piombino è ancora in stallo. Domanda di VIA ripresentata ad aprile, dopo 36 quesiti inevasi sulla precedente; accordo di Programma non firmato, cantiere previsto entro fine 2026 ma in ritardo di un anno su un investimento da 3,2 miliardi. Chiedere a chi non ha ancora avviato Piombino di farsi carico dell’ex Ilva è un esercizio da retroscenisti. Sul fronte governativo, l’ipotesi Arvedi circolata la settimana scorsa è data per non più in piedi; l’ipotesi Qatar Steel resta sullo sfondo. Federmeccanica (Simone Bettini) ha rilanciato: Occorre «mantenere la produzione siderurgica e l’indipendenza degli approvvigionamenti». Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, chiede società mista Stato-privato e la nazionalizzazione: «Il pubblico investe attraverso Fincantieri e Leonardo, non vedo perché non possa investire in un settore strategico».

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
L’ex Ilva di Taranto (Imagoeconomica).

Il piano vecchio, archiviato da Urso

Vale la pena tornare al vecchio piano Jindal datato ottobre 2024 e archiviato dal ministro Adolfo Urso. È intestato a Jindal Steel (International) con un indirizzo che ricorre su ognuna delle 25 pagine: «Two Tribeca, Trianon 72261, MAURITIUS». La più grande acciaieria d’Europa offerta da una società domiciliata in una giurisdizione che per l’Ue resta nella zona grigia della pianificazione fiscale aggressiva. Condizioni: investimento fino a 3,01 miliardi entro il 2030, di cui 1,67 miliardi di grant pubblici già richiesti, più 606 mln per gli EAF e 660 per il secondo DRI. Due miliardi su tre li mette lo Stato. E a pagina 12, in chiaro, c’è la richesta di un decreto che garantisca immunità penale, civile e amministrativa all’offerente e ai suoi dirigenti per le responsabilità pregresse. Un Salva-Ilva prima di entrare. EBITDA in rosso cinque anni di fila, pareggio al 2030 solo grazie alle sovvenzioni. Urso lo archiviò. La nuova versione chiede meno contributi ma ha la stessa filosofia: lo Stato tiene il problema, Jindal tiene la rendita.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Adolfo Urso a Taranto (Imagoeconomica).

Il fatto politico: il dossier è in mano a Palazzo Chigi

Veniamo all’unico vero fatto politico di queste settimane, e va detto senza cuscinetti. Il 6 maggio Urso ha dichiarato in pubblico che «l’ultima parola spetta a Palazzo Chigi». Tradotto: questa pratica non la chiudo io. Le ricostruzioni nella maggioranza e nel Mimit sono concordi: il dossier ex Ilva sarebbe passato nelle mani di Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi. Avvocato di Bisceglie, classe 1965, formato tra Tesoro di Tremonti, Consob e ministero del Turismo, Caputi è un funzionario amministrativo, non un decisore industriale. Affidare a lui la regia di un dossier da oltre 20 mila lavoratori, otto miliardi di debito e tre regioni significa una cosa: la maggioranza ha deciso di non scegliere più.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Gaetano Caputi (Imagoeconomica).

Il piano industriale fantasma

Il problema dell’Ilva non sono i compratori che mancano: è il piano industriale che lo Stato non ha mai voluto avere. Quando un piano c’era – il business plan Bain, 8 mln di tonnellate al 2030, 3,6 miliardi di investimenti, decarbonizzazione – è stato messo nel cassetto. Quando Invitalia poteva salire al 60 per cento di Acciaierie d’Italia versando 680 milioni, non li ha versati. Da allora il governo Meloni ha versato comunque: prestiti ponte (320+100 milioni nel 2024, altri 149 nel 2026), DL 3/2025 (circa 480 mln tra continuità e bonifiche), DL 92/2025 (200 milioni più la cassa integrazione), DL 180/2025, rimborsi dal conto bonifiche, garanzie SACE per altri 220 mln di rischio pubblico. Il tutto per un totale stimato in circa 2,3 miliardi di euro dal 2023 a oggi, più di tre volte i 680 milioni che sarebbero serviti per prendere il controllo. Oltre il triplo, per non comandare. E nel solo 2025 Acciaierie d’Italia ha perso 1,376 miliardi, oltre 100 milioni al mese che bruciano. Non si vende ciò che non si è prima governato. E ora, dopo il piano archiviato di Mauritius, dopo il puntellamento ministeriale al fondo di Miami, dopo il «piano B» qatarino che vacilla e l’Arvedi che non c’è mai stata, il fascicolo è uscito dalle mani del ministro che lo ha gestito per tre anni. È in un’altra stanza.

Lufthansa eserciterà un’opzione per salire al 90 per cento di Ita a giugno

Lufthansa ha fatto sapere che a giugno eserciterà un’opzione per acquisire un ulteriore 49 per cento di Ita Airways, portando la propria quota dal 41 al 90 per cento per un corrispettivo di 325 milioni di euro concordato al momento della firma dell’accordo con il Mef nel 2023. Il completamento dell’operazione è atteso nel primo trimestre del 2027, subordinato alle autorizzazioni regolamentari della Commissione europea e del Dipartimento di Giustizia americano. A seguito del closing, Ita sarà pienamente integrata nel Gruppo Lufthansa come quinta compagnia aerea di rete, sia sul piano organizzativo che finanziario. Il Mef manterrà inizialmente il restante 10 per cento, con possibilità per Lufthansa di acquisire anche questa tranche nel 2028.

Per il Fmi il caro energia peserà fino a 2.270 euro sulle famiglie italiane

Con i prezzi attuali, la famiglia media dell’Ue perderebbe circa 375 euro nel 2026, pari allo 0,7 per cento del consumo medio, a causa di tutti gli aumenti di prezzo. È quanto rilevato da Oya Celasun, vicedirettore per l’Europa del Fondo monetario internazionale. «L’impatto varia notevolmente, da 620 euro in Slovacchia a 134 euro in Svezia. Secondo lo scenario ”grave” del Weo del Fmi di aprile 2026, la perdita media salirebbe a 1.750 euro». Il grafico dell’intervento include anche le stime sull’Italia, che vedono un impatto di 450 euro nello scenario base e 2.270 euro in quello grave.

Eurozona, aumentano i rischi di recessione

Secondo lo scenario di base, la crescita nell’Eurozona dovrebbe rallentare all’1,1 per cento nel 2026 e all’1,2 per cento nel 2027, con un’inflazione in aumento di 0,7 punti percentuali al 2,6 per cento nel 2026 e in calo al 2,2 per cento nel 2027. «Nello scenario grave al ribasso di aprile, l’area euro potrebbe avvicinarsi alla recessione», scrive ancora l’Fmi nel suo outlook sull’Ue e il caro energia, riportando le stime già diffuse ad aprile e sottolineando che «i mercati stanno diventando più pessimisti sui prezzi dell’energia», avvicinandosi allo «scenario avverso».

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio

Niente rende meglio il clima di questo Primo maggio della nuova tendenza dilagante fra i giovani in cerca di lavoro – anche se magari un lavoro ce l’hanno già, malpagato e insoddisfacente come sono spesso i primi impieghi. Si chiama doomjobbing, e se fa venire in mente il doomscrolling, cioè l’immersione morbosa nel flusso di cattive notizie ammannite dalla Rete, una ragione c’è: consiste nell’applicazione dello stesso principio alla ricerca di lavoro.

Il neologismo inventato da una ragazzina americana

Il termine, a quanto pare, è una creazione estemporanea di una sveglissima ragazzina americana di otto anni, che vedeva il padre, appena licenziato, passare inutilmente ore e ore su LinkedIn. «Lei l’ha chiamato doomjobbing. Esatto. È proprio quello», ha scritto l’uomo su Threads. Il suo post, e soprattutto il neologismo, sono diventati virali, e qualcuno ha persino suggerito al padre di registrarlo e di stamparlo sulle magliette, con il font di LinkedIn.

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio
Passare inutilmente ore e ore su LinkedIn? Ora c’è un neologismo (foto Unsplash).

Doomjobbing, l’avrete capito (perché magari lo fate anche voi), è guardare ogni giorno decine, centinaia di offerte d’impiego o inviare il proprio curriculum a pioggia a una lista infinita di potenziali interessati. Più lunga è la lista, più numerosi sono i rifiuti o le non-risposte che si ricevono, più aumenta l’impressione che tutto quell’impegno non serva a nulla, e che la propria situazione, lavorativa o no, non abbia alcun margine di miglioramento.

Le aspettative avvizziscono e in parallelo cresce l’ansia

Il doomjobbing è una trappola insidiosa, perché dà l’impressione di essere attivi, senza produrre nessun reale passo avanti, nemmeno nel rendere più efficace la propria ricerca, magari selezionando meglio le offerte di lavoro o finalizzando più utilmente il proprio curriculum. Le aspettative avvizziscono e in parallelo cresce l’ansia, e malgrado si sia sempre più convinti dell’inanità dei propri sforzi, è vietato smettere di tentare e ritentare, perché sarebbe ammettere di avere sbagliato tutto.

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio
Il doomjobbing è la vana e sfiancante ricerca di lavoro online (foto Unsplash).

Le imprese ora preferiscono affidare certi lavori all’intelligenza artificiale…

La beffa è che anche aver fatto tutte le cose “giuste” cinque o sei anni fa, fidandosi delle guide alla scelta universitaria più promettente e al master più quotato, oggi non mette al riparo dal doomjobbing. E infatti, i più esposti alla sindrome sono i laureati in STEM, illusi che il loro impegnativo percorso di studi avrebbe dato loro un lavoro sicuro e redditizio (fino a due-tre anni fa le aziende lamentavano la mancanza cronica di candidati con una formazione tecnicoscientifica), per poi scoprire non solo che in troppi hanno avuto la stessa idea, ma anche che le imprese ora preferiscono affidare quei lavori all’intelligenza artificiale, che li completa in una frazione di tempo, h24 e con zero salario. In pratica, cercare lavoro inviando a destra e a manca il proprio curriculum è come pescare a strascico in un braccio di mare in cui sono rimasti pochissimi pesci che richiedono modalità di cattura più sofisticate.

Occhio alla fuffa degli annunci-civetta

A incrementare la depressione da doomjobbing, dall’altro lato, c’è la sempre più diffusa pratica degli annunci-civetta, inserzioni per posti che non esistono, dietro ai quali a volte ci sono vere e proprie truffe, ma che possono avere anche obiettivi meno criminali ma più subdoli. Le aziende vogliono dare l’impressione di essere in crescita, quindi di cercare nuovo personale; oppure, gli annunci sono un modo per rastrellare dati personali o curriculum, per esercitare l’intelligenza artificiale o da sfruttare a fini pubblicitari.

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio
Il doomjobbing è una trappola insidiosa, perché dà l’impressione di essere attivi (foto Unsplash).

I Paesi che prendono sul serio i problemi lavorativi sono altri…

Da quando i miei figli cercano lavoro diffondendo, fra le altre cose, i loro recapiti, si vedono la casella email inondata di spam e ricevono messaggi o chiamate moleste da numeri sconosciuti. Il fenomeno è così grave e diffuso che Paesi come il Canada hanno appena varato una legge contro gli annunci falsi. Combinazione, sono quasi sempre Paesi dove c’è anche il salario minimo (in Canada, 18 dollari canadesi l’ora, poco più di 11 euro). Sono Paesi, insomma, dove la politica e i sindacati prendono sul serio i problemi lavorativi dei giovani, che si riflettono sul loro benessere fisico ed emotivo – e dove, non a caso, i giovani italiani finiscono per emigrare. Chissà quanti ce ne sono che, in questo Primo maggio, stanno preparando le valigie. Il doomjobbing fa tristezza, ma è ancora più triste che in Italia l’antidoto possa essere così semplice: un biglietto aereo, sola andata.

La Bce lascia i tassi al 2 per cento

Come da attese, il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha mantenuto fermi i tassi di interesse: nel dettaglio, quelli sui depositi presso Francoforte resta al 2 per cento (raggiunto a giugno del 2025); quelli sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15 per cento; quelli sui prestiti marginali al 2,40 per cento.

Aumentano i rischi per inflazione e crescita

L’istituto presieduto da Christine Lagarde sottolinea però che i rischi al rialzo per l’inflazione e i rischi al ribasso per la crescita economica si sono intensificati. «Il conflitto in Medio Oriente ha causato un brusco incremento delle quotazioni energetiche, sospingendo al rialzo l’inflazione e gravando sul clima di fiducia», si legge in una nota. «Le implicazioni della guerra per l’inflazione a medio termine e l’attività economica dipenderanno dall’intensità e dalla durata dello shock sui prezzi dell’energia nonché dalla portata dei suoi effetti indiretti e di secondo impatto. Più a lungo continuerà la guerra e più a lungo i prezzi dell’energia resteranno elevati, maggiore sarà il probabile impatto sulle misure più ampie dell’inflazione e sull’economia».

La politica monetaria per stabilizzare l’inflazione

Il Consiglio direttivo si è impegnato a definire la politica monetaria in modo da assicurare che l’inflazione si stabilizzi sull’obiettivo del 2 per cento a medio termine, spiegando di «essere tuttora in una posizione favorevole per affrontare l’attuale incertezza». Come evidenzia la nota, «le aspettative di inflazione a più lungo termine permangono saldamente ancorate, benché quelle sugli orizzonti temporali più brevi siano aumentate in misura significativa». E poi: «Le decisioni sui tassi di interesse saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi».

Precompilata al via, 730 disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate dal 30 aprile

Dal pomeriggio di giovedì 30 aprile 2026, sul sito dell’Agenzia delle entrate, saranno disponibili in modalità consultazione le dichiarazioni 730 già predisposte con i dati in possesso del Fisco o inviati dagli enti esterni, come datori di lavoro, farmacie e banche. In totale, sono più di 1 miliardo e 300 milioni le informazioni trasmesse per le precompilate 2026. L’invio del 730 ed eventuali modifiche saranno possibili dal prossimo 14 maggio fino al 30 settembre.

Come consultare la propria dichiarazione

Per visualizzare e scaricare la dichiarazione occorre accedere alla propria area riservata tramite Spid, Cie o Cns. Il contribuente che possiede i requisiti per presentare il modello 730 potrà decidere se consultare la dichiarazione in modalità semplificata o ordinaria. Scegliendo la modalità semplificata, l’utente avrà a disposizione un’interfaccia intuitiva e facilmente navigabile, in cui sono presenti i dati da confermare o modificare: “casa e altre proprietà”, “famiglia”, “lavoro”, “altri redditi”, “spese sostenute”. Una volta confermate o aggiornate le informazioni fiscali, queste verranno automaticamente riportate all’interno del modello dichiarativo.

Credito Lombardo Veneto, Fumagalli nuovo presidente, Gesa confermato ad

L’assemblea degli azionisti di Credito Lombardo Veneto ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione, in carica per il prossimo triennio. Marco Maria Fumagalli è stato nominato presidente, Aldo Bonomi e Carlo Jannone vice Presidenti. Confermate le deleghe in capo all’amministratore delegato Paolo Gesa, a cui è affidata la guida operativa del piano di rilancio. Il rinnovo degli organi sociali si inserisce nel percorso di marcata discontinuità avviato nella seconda parte del 2025, che ha visto il rafforzamento patrimoniale della banca, con il completamento dell’aumento di capitale da 20 milioni di euro lo scorso dicembre, l’ingresso nel capitale di investitori istituzionali ed industriali – tra i quali Banco di Desio e della Brianza e First Capital- e l’approvazione del Piano Industriale 2026-2029.

Unicredit sale all’8,72 per cento del capitale di Generali

Unicredit si rafforza nel capitale di Generali. All’assemblea del Leone in programma il 23 aprile 2026, la banca partecipa infatti con l’8,72 per cento del capitale contro il 6,68 per cento di cui era accreditata finora sul libro soci. Invariate rispetto al 2025 le quote degli altri principali azionisti (sopra il 3 per cento): Gruppo Monte dei paschi di Siena, attraverso Mediobanca, al 13,19 per cento, Delfin al 10,05 per cento, Gruppo Caltagirone al 6,26 per cento e i Benetton, attraverso Schema Delta, al 4,86 per cento del capitale sociale. L’assemblea dei soci di Generali ha all’ordine del giorno l’ok al bilancio 2025 e la destinazione dell’utile di esercizio, oltre alla nomina del collegio sindacale, al nuovo piano di azionariato per i dipendenti e al buyback da mezzo miliardo.