Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla

Non si può certo dire che con Leonardo Maria Del Vecchio ci si annoi, visto che ogni giorno ne pensa una. L’ultima ha preso forma con una lettera ai soci di Delfin e, per non perdere tempo, anche ai lettori di QN. «È la proposta più seria che io abbia mai fatto», assicura Lmdv. Detto da chi in sette mesi ne ha fatte quattro, è lecito nutrire qualche dubbio. Leonardino si propone come acquirente delle quote di tutti i fratelli, in modo tale da salire dal 12,5 all’87,5 per cento della cassaforte che controlla il 32,4 di EssilorLuxottica, il 10 di Generali e un pezzo di UniCredit e Mps, e lo fa grazie alla «disponibilità di un primario istituto di credito internazionale». Milano Finanza che per primo ne ha svelato le intenzioni gli dà un nome: Citigroup, con un finanziamento fino a 22 miliardi. Tutto questo da parte di chi a settembre aveva dichiarato 950 milioni di debiti, precisando che sono pochi.

Perché la scalata di Lmdv a Delfin ha i piedi di argilla
L’articolo sulla proposta di Leonardo Maria Del Vecchio e la lettera di Lmdv su Qn.

Chiunque vinca, Citi incassa

La lettera di Citi, datata 31 ottobre, è una highly confident letter. La banca si dice «altamente fiduciosa» di organizzare il finanziamento. Poi elenca le condizioni: accordi separati, approvazione del comitato crediti, intesa sul prezzo, mercati favorevoli. In cambio chiede i ruoli di bookrunner e arranger. Per la banca americana è l’affare perfetto. Su un finanziamento così le commissioni viaggiano intorno al 2,5 per cento: sui 20 miliardi del buyout di Electronic Arts le banche si sono divise 500 milioni di dollari. Con le stesse commissioni, se si chiude, si farebbero circa 550 milioni, una lettera sprecata se salta. Qualunque banca firmerebbe, e Citi ha firmato anche altrove: siede già nel pool che studia con Delfin il riacquisto delle quote, compresa quella di Leonardino. Finanzia il figlio per comprare la holding e la holding per comprare il figlio. Chiunque vinca, Citi incassa. Il giornale dell’editore mette il carro davanti ai buoi e scrive di «certezza di un’offerta finanziata». Il documento su cui poggia quella certezza subordina tutto all’approvazione del credito.

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Il logo di Citigroup.

Il prezzo del ceco Strnad

Il prezzo lo ha fissato Michal Strnad, il produttore ceco di armi la cui offerta da 30 miliardi è stata definita da Lmdv un attacco all’Italia. Ma la cifra deve essere stata considerata congrua, se Lmdv la fa sua offrendo 3,75 miliardi per ciascuna quota posseduta dai fratelli. La madre, Nicoletta Zampillo, è esclusa dalla transazione. Lo scorso aprile aveva firmato con Luca e Paola a 5 miliardi a testa, ora gliene offre 1,25 in meno. A Basilico 10 giorni fa ne ha offerti 3,5 e si è sentito rispondere che la quota vale 4,3. L’italianità si difende al prezzo del ceco con i soldi degli americani. Chi preferisce può incassare il 30 per cento subito e il resto fra un anno in azioni EssilorLuxottica, a un prezzo che nessuno conosce e senza garanzia sul capitale. Il titolo ha perso metà del valore da novembre. Si viene pagati con i titoli della propria holding e ci si tiene il rischio di Borsa. Il debito, infine, lo ripaga Delfin, con riserve per 7 miliardi e l’utile 2026. La cassaforte si compra con i soldi che stanno dentro la cassaforte. Servirà però il pegno sulle quote, la garanzia che il consiglio di Delfin ha già negato a giugno facendo saltare tutto.

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Michal Strnad (Ansa).

Nei panni dei fratelli

Mettetevi nei panni di Luca e Paola. Ad aprile firmano la vendita a 10 miliardi, senza clausola di finanziamento. Le banche chiedono il patronage, Milleri lo nega, l’affare salta e i due si ritrovano un contratto con una penale da 500 milioni, 250 a testa, e un arbitrato avviato l’8 settembre. Sei mesi dopo lo stesso compratore si ripresenta con un prezzo più basso, una formula pagata in azioni e una lettera di una banca che si impegna a nulla. Nel frattempo Lmdv ha lasciato EssilorLuxottica, ha mancato l’acquisto della quota di Basilico e ha lanciato e ritirato un’Opa sul Fatto Quotidiano in tre giorni, dopo aver definito i suoi giornalisti «ratti del giornalismo», salvo poi fare marcia indietro e proclamarsi garante della loro autonomia. La penale spiega la fretta: se i fratelli vendono, i 500 milioni finiscono dentro il prezzo e l’arbitrato si chiude. Le altre scadenze fanno il resto. L’offerta di Strnad scade il 19 novembre, il 16 c’è l’udienza sul sequestro della quota di Basilico, il 30 marzo scade la prelazione di Delfin sulla sua quota. Il 7 novembre, la data proposta per gli incontri, arriva prima di tutte. Le Figaro ha spiegato ai francesi che la crisi di Delfin comincia dalla sua mossa di primavera.

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Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Milleri in scadenza

Ma il suo bersaglio ha un nome e un obiettivo preciso. Il mandato di Francesco Milleri alla guida di EssilorLuxottica scade all’assemblea di primavera, e chi controlla Delfin vota il 32,4 per cento. Del Vecchio lo ha detto in chiaro: Milleri era un «traghettatore con il compito di trovare tre giovani successori, e i tre si attendono ancora». Qualche argomento lo ha: titolo quasi dimezzato dai massimi, minimi di quattro anni a settembre, il proxy advisor ISS che già nel 2024 storceva il naso sul doppio ruolo e sui compensi, la stampa francese che parla di influenza sproporzionata. Dall’altra parte una ventina di dirigenti ha firmato una nota in difesa del capo, Equita giudica negativo un cambio al vertice e Andrea Zappia, presidente del comitato nomine e remunerazione del gruppo, ha replicato che i piani di successione esistono e sono chiari. Ai soci Leonardo Maria chiede di decidere chi guida EssilorLuxottica, pagando con i loro dividendi.

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Francesco Milleri (Imagoeconomica).

La comunicazione prima di tutto

La lettera del rampollo ha il tono dei legali: scuse per gli «errori, anche di tono», governance rafforzata, due consiglieri indipendenti. L’articolo che l’accompagna invece ha il tono della fanfara: «Assunzione di responsabilità senza precedenti». Attorno lavora una macchina con un nome: secondo Policy Maker e il Fatto, la comunicazione di Lmdv passa da Fedez e dalla sua Doom Entertainment, mentre i consulenti gli avevano sconsigliato ogni intervista. Le Figaro lo presenta come l’erede «connu en Italie pour ses frasques» e Palazzo Chigi ha messo il dossier sotto osservazione. Resta da chiedersi che cosa pensino Consob e l’Amf di comunicati che presentano come certo un finanziamento condizionato.

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Leonardo Maria Del Vecchio ospite di Fedez e Mr. Marra a Pulp Podcast.

La mossa di Lmdv: offerta per acquistare tutte le quote di Delfin

Leonardo Maria Del Vecchio è passato al contrattacco dopo la proposta – rifiutata – da 30 miliardi di euro) del magnate ceco Michal Strnad: Lmdv ha infatti proposto agli altri sette soci di Delfin di rilevare le loro quote con un’offerta interamente finanziata da un «primario istituto di credito internazionale».

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Lmdv: «È l’offerta più seria che io abbia mai fatto»

A renderlo noto è stato lo stesso Leonardo Maria Del Vecchio, tramite una lettera pubblicata sul QN (di cui è editore). «È l’offerta più seria che io abbia mai fatto», scrive il quartogenito del fondatore di EssilorLuxottica Leonardo Del Vecchio, che al momento ha in mano (come gli altri sette eredi) il 12,5 per cento della cassaforte di famiglia. «Da quando nostro padre è scomparso, ho sentito il peso di custodire ciò che ha costruito. Non sempre l’ho fatto nel modo giusto», prosegue Lmdv nella missiva, prodigo di ammissioni di colpa: «In questi anni ho cercato soluzioni diverse e talvolta ho scelto la strada dello scontro. Lo riconosco: ci sono stati errori, anche di tono, e non ne vado fiero».

La mossa di Lmdv: offerta per acquistare tutte le quote di Delfin
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

L’autocritica sul passato e lo stop ai contenziosi

«All’inizio ho cercato di dare stabilità, impegnandomi direttamente in EssilorLuxottica e difendendo l’assetto che si era costruito nelle ore successive alla sua morte. In seguito, ho provato a rafforzare quell’equilibrio acquistando le quote di chi era più lontano dalla gestione», continua Leonardo Maria Del Vecchio, evocando i dissidi tra gli eredi: «Quando ho capito che quella strada non portava da nessuna parte, ho fatto un passo indietro». E poi: «Negli ultimi mesi ho scelto un’altra direzione: ridurre i conflitti e riaprire il dialogo». Nella lettera, Lmdv conferma inoltre di aver «dato mandato di rinunciare alle azioni legali» promosse nei confronti di alcuni familiari: «Non è stato semplice, ma era necessario».

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L’offerta recapitata agli altri sette soci Delfin

Così sull’offerta recapitata agli altri otto eredi di Leonardo Del Vecchio: «Ho proposto sia un acquisto totale e immediato delle quote, sia altre forme di acquisizione più diluite nel tempo, lasciando a ciascuno la libertà di scegliere». Sul piatto una proposta da circa 3,7 miliardi di euro a ciascun socio: l’operazione sarebbe sostenuta da un finanziamento da 22 miliardi di euro concesso dalla banca statunitense Citi. La cifra servirebbe in realtà ad acquistare sei quote, escludendo quella della madre Nicoletta Zampillo, e a portare Del Vecchio jr all’87,5 per cento del capitale di Delfin. Il piano richiede l’adesione di almeno cinque soci, che con Lmdv comporrebbero una maggioranza di sei su otto. «Il veicolo che acquisirà le quote avrà regole di governance rafforzate, fissate in uno statuto vincolante. Accanto a me siederanno in consiglio due persone con una lunga esperienza manageriale, finanziaria e legale che avranno pareri vincolanti sulle decisioni finanziarie più rilevanti. È la condizione perché questa proposta sia credibile per la mia famiglia, per i mercati e per le persone che lavorano nelle società che nostro padre ha fatto crescere», spiega poi l’imprenditore nella lettera al QN: proposto agli altri soci un incontro entro il 7 novembre, «tutti insieme o singolarmente, per presentare il progetto nel dettaglio».

Chi è il magnate ceco Michal Strnad, che ha offerto 30 miliardi per Delfin

https://www.lettera43.it/del-vecchio-lunico-giocattolo-che-leonardino-non-puo-comprare/Delfin ha rifiutato l’offerta del magnate ceco Michal Strnad, che il 20 ottobre aveva messo sul piatto 30 miliardi di euro per l’intero capitale della holding della famiglia Del Vecchio, la cui proprietà è molto frammentata: ognuno degli otto eredi detiene infatti il 12,5 per cento, e come noto, ci sono forti contrasti interni. La notizia, anticipata dal Domani, è stata confermata da Leonardo Maria Del Vecchio, secondo cui «il lavoro di una vita» del padre Leonardo, fondatore di Luxottica, «deve restare un patrimonio dell’Italia».

Strnadc è l’uomo più ricco della Repubblica Ceca

Strnad, che ha solo 34 anni, è l’uomo più ricco della Repubblica Ceca: nel 2018 ha rilevato dal padre Jaroslav (che a metà Anni 90 aveva fondato Excalibur Army, azienda specializzata nel recupero e nella commercializzazione di mezzi militari dismessi dopo la fine della Guerra Fredda) il controllo nel 2018 del gruppo Czechoslovak Group (CSG), attivo nella difesa, che oggi capitalizza circa 14,7 miliardi di euro. Come ha evidenziato l’Economist, il fatturato di CSG ha cominciato a lievitare nel 2022, con lo scoppio della guerra in Ucraina: il gruppo è infatti uno dei cardini della Czech Ammunition Initiative, programma promosso dal governo di Praga (e finanziato da diversi Paesi occidentali) per fornire munizioni a Kyiv.

Il colosso CSG è quotato in Borsa da gennaio

Della galassia di CSG, sbarcato a gennaio alla Borsa di Amsterdam, fanno parte oltre 100 aziende, appartenenti non solo alla difesa: dall’italiana Fiocchi, punto di riferimento a livello globale nella produzione di munizioni di piccolo calibro, a Kinetic Group, ramo delle munizioni di Vista Outdoor che comprende marchi statunitensi come Federal, CCI e Remington, fino a Tatra, storica casa automobilistica ceca, e l’italiana Armi Perazzi. Nel portafoglio di Strnad, diversificato attraverso una serie di investimenti del braccio finanziario Akipia, figurano anche la maggioranza del Viktoria Plzeň, squadra di calcio ceca, e il 14 per cento di Pirelli, acquisita dai cinesi di Sinochem per 987 milioni.

Intesa Sanpaolo: avanti con l’offerta su Mps, pronta un’opa obbligatoria su Mediobanca

All’indomani dell’assemblea dei soci di Mps che ha bocciato la fusione con Mediobanca e le offerte su Banco Bpm e Banca Generali, tramite una nota Intesa Sanpaolo ha confermato formalmente l’intenzione di proseguire con l’opas rivolta alla totalità delle azioni ordinarie di Monte dei Paschi di Siena. La decisione di procedere è una diretta conseguenza dell’esito dei voti assembleari di Rocca Salimbeni, che hanno respinto una serie di operazioni straordinarie alternative che avrebbero mutato l’assetto della banca senese, e da cui è uscito un “no” anche alla riduzione volontaria del capitale funzionale alla distribuzione straordinaria di riserve.

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Pronta un’opa obbligatoria su Piazzetta Cuccia

Il punto cruciale per il proseguimento dell’offerta di Intesa Sanpaolo riguardava la fusione per integrazione tra Mps e Mediobanca. L’istituto guidato da Carlo Messina ha infatti confermato la rinuncia alla relativa ‘condizione di efficacia’ posta originariamente l’8 giugno. L’offerta, di conseguenza, resta pienamente valida e non viene annullata dal mancato accordo con Piazzetta Cuccia. La nota diffusa chiarisce infine un ulteriore passaggio: nel caso in cui l’opas su Mps dovesse perfezionarsi con successo, la banca torinese promuoverà un’offerta pubblica obbligatoria sulle azioni ordinarie di Mediobanca che non sono attualmente detenute né da Monte dei Paschi né dalla stessa Intesa Sanpaolo.

I soci Mps bocciano le offerte su Banco Bpm e Banca Generali

Dopo aver detto no alla fusione per integrazione con Mediobanca, l’assemblea dei soci di Monte dei Paschi di Siena ha bocciato le due offerte pubbliche di scambio su Banco Bpm e Banca Generali: tramonta così il piano dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio per resistere all’offerta di Intesa Sanpaolo.

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I soci Mps bocciano le offerte su Banco Bpm e Banca Generali
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

In entrambi i casi il ‘no’ ha superato quota 90 per cento

All’offerta pubblica di scambio su Banco Bpm, primo punto del piano di Lovaglio, ha detto no il 91,1 per cento del capitale presente (due terzi del totale), a fronte di un 6,47 favorevole e di un 2,41 che si è astenuto. Nel caso dell’offerta su Banca Generali, i voti contrari sono stati pari al 90,9 per cento del capitale presente, quelli favorevoli al 6,66 e gli astenuti al 2,41.

Delfin, Rocco Basilico respinge l’offerta di Lmdv per l’acquisto del suo 12,5 per cento

Dopo quello dei soci fondatori del Fatto Quotidiano, Leonardo Maria Del Vecchio incassa un altro no: il fratellastro Rocco Basilico ha infatti respinto la sua offerta di 3,5 miliardi di euro per il 12,5 per cento delle quote di Delfin (che alla morte di Leonardo Del Vecchio sono state divise tra otto eredi).

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I tre motivi per cui Basilico ha detto no a Leonardo Maria Del Vecchio

La cifra avrebbe comportato uno sconto del 30 per cento sul valore netto patrimoniale di Delfin: la finanziaria lussemburghese è quotata attorno a 40 miliardi. Ma non è questo l’unico motivo che ha spinto Basilico (anch’egli figlio di Nicoletta Zampillo che in prime nozze ha sposato Paolo Basilico) a dire no. Ce ne sono altri due: il fratellastro di Lmdv non ha intenzione di vendere e inoltre c’è la questione dell’affidabilità compromessa del compratore, indebitato per oltre un miliardo, senza flussi di dividendi in entrata e in difficoltà a ricevere ulteriore credito dal sistema bancario.

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Lmdv aveva già provato a rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola

Lmdv aveva già provato ad acquistare per 10 miliardi (5 a testa) il 25 per cento di Delfin dai fratelli Luca e Paola. L’operazione, praticamente definita, era poi saltata a causa di problemi di finanziamento bancario e garanzie, oltre che per il rifiuto del cda di Delfin su determinati passaggi. Rimasto scottato, Lmdv aveva disertato l’assemblea della holding del 31 giugno e, ad agosto, aveva lasciato tutte le cariche ricoperte in EssilorLuxottica. Successivamente, Luca e Paola Del Vecchio hanno chiesto una penale complessiva di 500 milioni di euro per la mancata acquisizione delle quote di Delfin.

L’assemblea dei soci di Mps boccia la fusione con Mediobanca

L’assemblea di Monte dei Paschi di Siena ha bocciato il progetto di fusione per incorporazione di Mediobanca. I voti contrari alla delibera sono stati il 63,65 per cento del totale, mentre i favorevoli sono stati il 32,91 per cento e gli astenuti il 3,42 per cento. Al momento del voto era rappresentato il 65,86 per cento del capitale di Mps. Il voto sulla fusione era l’unico punto all’ordine del giorno sul quale Delfin (che detiene il 17,53 per cento di Siena) non aveva assunto l’impegno di votare contro. Nel suo intervento assembleare, il ceo Luigi Lovaglio aveva evidenziato l’incertezza del voto: «Conoscevamo le posizioni di alcuni azionisti rilevanti e sapevamo che l’aritmetica della fusione sarebbe stata difficile». Rocca Salimbeni, che controlla l’86,5 per cento del capitale di Piazzetta Cuccia, in caso di via libera dell’assemblea avrebbe dovuto poi varare un’opa residuale per realizzare il delisting. All’assemblea non ha preso parte Banco Bpm.

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa

Attacca i cronisti che scrivono dei suoi debiti, poi annuncia di voler comprare il loro giornale e giura di amarne la libertà. Il titolo azionario vola, e Il Fatto da oggi è sospettato di ritorsione qualunque cosa scriva. Mentre l’arbitro della Borsa tace.

La holding non risulta aver depositato il bilancio del 2025

Per sgomberare i pregiudizi dal ragionamento si può provare a togliere il cognome dalla storia. Un imprenditore ha una società piena di debiti, che a oggi non risulta aver depositato il bilancio del 2025: una domenica sera annuncia che vuole comprare un giornale quotato in Borsa. Dice il prezzo, le condizioni, però tace sui soldi. Il lunedì il titolo sale del 18 per cento, il mercoledì supera il prezzo che lui stesso ha offerto. Intanto va in radio, scrive sui social, e il podcast di Fedez rilancia l’annuncio in tempo reale. Quanto ci metterebbe la Consob, l’arbitro della Borsa, a chiedergli: scusi, che cosa intendeva? Ecco, quell’imprenditore – come si sarà capito – si chiama Leonardo Maria Del Vecchio. La Consob qualche domanda se la sarà fatta?

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa
Guido Stazi, presidente della Consob (foto Imagoeconomica).

Ricapitolando, il 14 settembre Il Fatto ha pubblicato un’inchiesta sui debiti di Del Vecchio. Il 23 ottobre ha rilanciato le intercettazioni di alcuni suoi manager, e lui ha risposto con un tweet, chiamando i cronisti «ratti del giornalismo». Due giorni dopo, la sua società Lmdv Media ha annunciato un’offerta per comprare tutta la Seif, casa editrice del Fatto: 7,15 milioni di euro. In poche ore i fondatori, che hanno la maggioranza, hanno risposto di non avere intenzione di vendere. Del resto lo statuto vieta a chiunque di avere più del 17 per cento delle azioni, e senza i fondatori quella regola resta dov’è. L’offerta non può andare in porto. Il titolo in Borsa si è messo a correre: 0,22 euro venerdì, 0,32 mercoledì mattina, +45 per cento in tre giorni.

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa
Il tweet cancellato da Del Vecchio.

Restano alcune parole scelte con cura: «due diligence confermatoria». La due diligence è il controllo dei conti che fa chi vuole comprare un’azienda; confermatoria vuol dire che serve a confermare quello che si sa già. I conti della Seif sono pubblici e li ha già controllati un revisore, Kpmg. Dicono cose scomode e note a tutti: perdite, patrimonio sotto zero, un richiamo sulla capacità di andare avanti senza nuovi capitali. Del Vecchio stesso ha detto in radio che con i soci non c’è stato alcun dialogo, quindi non ha visto un solo documento riservato. Che cosa resta da confermare? Detta così, la frase lascia intendere che dietro quei numeri ci sia altro. L’effetto si è visto subito: per tre giorni giornali e televisioni hanno parlato dei debiti del Fatto, mentre di quelli di chi lo voleva comprare non ha parlato più nessuno.

Del Vecchio dichiara 950 milioni di debiti tra personali e societari

Eppure i conti da guardare «con franchezza», per usare l’espressione della sua società, sono anche altri. Del Vecchio dichiara 950 milioni di debiti tra personali e societari. L’ultimo bilancio depositato dalla sua holding, Lmdv Capital, è quello del 2024: approvato 10 mesi dopo la chiusura dell’anno, quattro mesi oltre il termine massimo, senza che alcun revisore lo controllasse.

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa
Il taglio alto della prima pagina del Fatto Quotidiano il 28 ottobre.

Dei suoi 156 milioni di patrimonio, 146 vengono da una rivalutazione delle partecipazioni. Gli interessi sul debito, a seconda delle stime, valgono fra 80 e 110 milioni l’anno. Delfin, la cassaforte di famiglia, nel 2025 gli ha versato 18,75 milioni di dividendi: per ogni euro di dividendo, da quattro a sei euro di interessi. Le azioni di Lmdv Media, la società che dovrebbe comprare Il Fatto, sono già in pegno a una banca.

Sotto gli 8 milioni l’offerta non deve superare l’esame della Consob

Dunque con quali soldi avrebbe eventualmente pagato? I comunicati non lo dicono. C’è un dettaglio, però, che potrebbe aiutare a capire. Sotto gli 8 milioni un’offerta su questo listino non passa dall’esame della Consob: nessun documento da far approvare, nessuna garanzia bancaria da mostrare. L’offerta di Del Vecchio era di 7,15 milioni. Adesso però il titolo vale più del prezzo offerto, e per fare sul serio bisognerebbe alzare la cifra oltre gli 8 milioni. A quel punto i soldi andrebbero mostrati.

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Del Vecchio sostiene di voler proteggere il giornalismo del Fatto, e di conseguenza di voler mantenere Marco Travaglio alla direzione. Insomma crede nel pluralismo, ha perfino chiesto scusa per le parole che hanno ferito la redazione, cancellando il tweet incriminato. Ma se crede sul serio nella libertà d’informazione dovrebbe rispondere alle domande sui propri debiti.

Del Vecchio vs Il Fatto, la Consob in silenzio e quelle domande che nessuno fa
Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano (foto Imagoeconomica).

Maurizio Belpietro, su La Verità, ha scritto che Del Vecchio punta a strangolare il giornale e ha ipotizzato che acquisti azioni per contestare dall’interno amministratori e revisori. Eppure anche così i cassetti restano chiusi: in una società per azioni infatti il piccolo socio vede giusto l’elenco dei soci e i verbali delle assemblee, nient’altro.

In un giorno sono passate di mano azioni Seif per un valore pari a due mesi

Capitolo sull’arbitro. La Seif è quotata, e in Borsa valgono regole europee precise: cioè è vietato diffondere notizie capaci di dare segnali falsi o fuorvianti sul prezzo di un titolo. Martedì 27 ottobre, in un solo giorno, sono passate di mano azioni Seif per un valore pari a circa due mesi di scambi normali. Chi le ha comprate? Nel 2023, per esempio, la Consob fermò nel giro di poche settimane un’offerta su Piaggio lanciata su LinkedIn da un gruppo che nessuno conosceva.

Opas Mps, la Bce dà il via libera a Intesa Sanpaolo

Intesa Sanpaolo ha ricevuto dalla Bce, nell’ambito all’opas promossa su Mps, l’autorizzazione preventiva all’acquisizione della partecipazione diretta di controllo nella banca e all’acquisizione delle partecipazioni indirette di controllo in Wise dialog bank, Mediobanca – Banca di credito finanziario, Mediobanca premier e Compass banca – nonché all’acquisizione di una partecipazione indiretta qualificata in Banca progetto. La Bce, si legge in una nota, ha contestualmente rilasciato l’autorizzazione ad acquisire una partecipazione in Mps e nelle sue partecipate il cui valore supera complessivamente il 10 per cento dei fondi propri consolidati del Gruppo bancario Intesa Sanpaolo.

Padoan lascerà la presidenza di UniCredit al termine del mandato

UniCredit ha annunciato che Pier Carlo Padoan lascerà l’incarico di presidente del consiglio di amministrazione al termine del suo mandato. La notizia arriva con circa sei mesi di anticipo sul rinnovo del consiglio e apre il percorso per individuare il successore.

Padoan lascerà la presidenza di UniCredit al termine del mandato
Pier Carlo Padoan (Ansa).

Padoan lascia per motivi personali

Padoan, ministro dell’Economia dal 22 febbraio 2014 al primo giugno 2018 nei governi Renzi e Gentiloni, lascia per motivi personali: la transizione è stata concordata tra le parti e Padoan collaborerà strettamente con Jeffrey Edberg, in qualità di responsabile del Comitato Nomine della banca, per individuare un successore adeguato, assicurando un passaggio di consegne ordinato e senza discontinuità. «Desidero ringraziare personalmente Pier Carlo per la sua leadership e il suo supporto sin dall’inizio del mio mandato. È stato per me una fonte costante di saggi consigli e di grande esperienza, e ho molto apprezzato la nostra collaborazione», ha dichiarato il ceo Andrea Orcel.

Banco Bpm diserta l’assemblea di Monte dei Paschi di Siena

Il consiglio di amministrazione di Banco Bpm, prendendo «preso atto dei vincoli legali connessi alla posizione di socio di Monte dei Paschi di Siena e al relativo conflitto di interesse», ritiene «opportuno» non partecipare all’assemblea di Mps in programma il 29 ottobre». Lo ha reso noto un portavoce dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna. Secondo quanto filtra da fonti finanziarie, la decisione è stata presa all’unanimità.

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Banco Bpm detiene il 3,7 per cento di Mps

Banco Bpm da un lato possiede circa il 3,7 per cento del capitale di Mps, dall’altro è oggetto di una delle due offerte pubbliche di scambio (l’altra è su Banca Generali) annunciate da Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Rocca Salimbeni. Il board di Piazza Meda – dove si rafforza l’ipotesi di un merger con Crédit Agricole – era chiamato a stabilire quale posizione assumere sulle proposte presentate da Lovaglio (dunque anche sulla fusione con Mediobanca) e stava valutando due possibilità: astenersi oppure non partecipare all’assemblea. Alla fine ha prevalso la seconda.

L’aumento di Unipol per Mps sottoscritto al 98,4 per cento

Si è concluso con successo il periodo di offerta in opzione dell’aumento di capitale di Unipol finalizzato all’acquisto degli sportelli di Mps, con la sottoscrizione del 98,42 per cento del totale delle azioni offerte, per un ammontare complessivo di 2,46 miliardi di euro. I diritti di opzione non esercitati, si legge in una nota, saranno offerti in Borsa il 28 e il 29 ottobre 2026, salvo chiusura anticipata dell’asta. Restano inoptate solo 1,92 milioni di azioni, per un valore di circa 39,45 milioni di euro. L’operazione, deliberata il 7 ottobre dal consiglio di amministrazione della compagnia, è finalizzata all’acquisto da Intesa Sanpaolo di 635 filiali di Mps in caso di successo dell’opas sulla banca di Siena. Filiali che saranno poi trasferite a Bper, con Unipol che vedrà crescere la sua partecipazione nel polo bancario. I principali azionisti – il patto delle cooperative guidato da Coop Alleanza 3.0 – titolari complessivamente del 50,27 per cento del capitale, hanno rispettato integralmente gli impegni di sottoscrizione.

Opa sul Fatto, chi e cosa c’è dietro la provocazione di Del Vecchio jr

In Noi uomini duri Renato Pozzetto è Silvio, banchiere milanese finito in una scuola di sopravvivenza, che risolve ogni guaio tirando fuori il portafoglio: «Vabbè cià, quanto costa la baracca?».

Leonardo Maria Del Vecchio ha rifatto la scena con il Fatto Quotidiano. Domenica sera Lmdv Media ha annunciato una due diligence in vista di un’Opa totalitaria su Seif, l’editrice del giornale, garantendo che Marco Travaglio resterebbe direttore e la linea inalterata. Leonardino paga e il Fatto continua a fargli le pulci con i suoi soldi. La notizia più gustosa riguarda la paternità dell’idea. Negli ambienti della finanza milanese si racconta che la mossa sia stata suggerita al giovane erede da casa Angelucci, sua socia nel Giornale, di cui Lmdv possiede il 30 per cento. È un’indiscrezione, e come tale la riportiamo. Trova però un riscontro curioso in edicola: lunedì mattina i quotidiani degli Angelucci sono schierati come un sol uomo a favore dell’operazione, con lo slancio che si riserva ai rigori all’ultimo minuto.

Opa sul Fatto, chi e cosa c’è dietro la provocazione di Del Vecchio jr
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Opa sul Fatto, chi e cosa c’è dietro la provocazione di Del Vecchio jr

Un’Opa morta in poche ore

Che l’offerta non potesse andare da nessuna parte lo sapeva chiunque avesse letto lo statuto di Seif: nessun socio può superare il 17 per cento, e per far saltare il tetto Lmdv chiedeva adesioni all’82,9 per cento. La maggioranza sta in mano ai fondatori, che in poche ore si sono detti non interessati a cedere. Lo 0,286 euro per azione, 7,1 milioni più circa quattro stimati per la ricapitalizzazione, è rimasto sul tavolo. La “baracca”, gli hanno spiegato, non è in vendita. Il 22 ottobre Leonardino aveva chiamato i cronisti del Fatto «ratti del giornalismo». Tre giorni dopo ha provato a comprarsi la colonia, garantendo per iscritto che avrebbe continuato a rosicchiare.

Qual è il vero obiettivo della mossa?

Resta da capire che cosa intendesse comprare, visto che promette di mantenere sia il direttore sia la linea. L’Opa in realtà serviva a dire in pubblico che il Fatto ha bisogno di soldi: il comunicato lega la due diligence ai richiami sulla continuità aziendale che Kpmg ha messo nelle relazioni sui conti di Seif, e stima che per tenere in piedi il quotidiano servano fino a quattro milioni. Mario Seminerio ha proposto su X l’esperimento mentale giusto: che succede se la due diligence non conferma la cifra e l’Opa viene ritirata? Resta in circolo un solo messaggio: i conti del Fatto sono peggio del previsto. Missione compiuta e a costo zero. La crisi delle copie riguarda mezza editoria, compreso il Giornale di cui Lmdv è socio, che ha chiuso nel 2025 con tre milioni di perdita. Per il 30 per cento di quel Giornale, il rampollo ha pagato 30 milioni, per tutto il Fatto ne offre sette. I giornali “amici” evidentemente costano di più. E un favore al Fatto l’ha fatto comunque: ora i soci sanno di dover trovare liquidità, e quattro milioni, per una testata radicata come quella di via di Sant’Erasmo, sono alla portata di molti. Generosità pura.

Opa sul Fatto, chi e cosa c’è dietro la provocazione di Del Vecchio jr
Marco Travaglio (Imagoeconomica).

Un family office alla Stanlio e Ollio

Poi ci sono i consiglieri. Le intercettazioni dei Ros depositate nel fascicolo stralcio di Equalize raccontano un family office che pare uscito da un film di Stanlio e Ollio. Il 4 maggio l’amministratore delegato di Lmdv Capital, Marco Talarico, e il consigliere Gabriele Benedetto, entrambi non indagati in quel filone, ragionano sulla direzione di Qn. Benedetto propone: «E se gli rubiamo Orfeo?». Con lui avrebbero la sinistra in mano, e se vincesse Meloni le direbbero di averlo preso «al guinzaglio». Orfeo, estraneo a quelle conversazioni, da settembre dirige davvero Qn. Poi Talarico passa ai conti: «500 milioni di penali», «c’abbiamo l’aria fritta», «Stiamo bluffando con tutti». Domenica il bluff è diventato strategia ufficiale, con tanto di comunicato. Talarico dice anche di capire il detto «rido per non piangere». Viene da Beaumarchais, che lo mise in bocca a Figaro, barbiere e faccendiere di Siviglia. Figaro, però, i guai li risolveva. Dietro le risate resta un fatto serio: un family office che tratta le direzioni dei giornali come fiches da puntare sulle Politiche voleva comprarsi il quotidiano che ha reso pubbliche quelle conversazioni.

Opa sul Fatto, chi e cosa c’è dietro la provocazione di Del Vecchio jr
Marco Talarico con Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Fedez starebbe mettendo mano alla comunicazione

Il resto della corte non va meglio. In città raccontano che Fedez stia rimettendo in ordine la comunicazione dell’erede, e domenica è arrivato un indizio: Pulp Podcast è stato il primo a rilanciare l’Opa, spiegando che Leonardino, «stupito delle difficoltà economiche del Fatto», ha deciso di salvarlo. Lui ha ripostato tutto su Instagram.

Opa sul Fatto, chi e cosa c’è dietro la provocazione di Del Vecchio jr
Dal profilo Instagram di Pulp Podcast.

Due settimane prima, a quel microfono, ne era uscito come un pugile alla quindicesima ripresa, tra la droga che riempiva il buio e le 2 mila donne, regalando a Selvaggia Lucarelli un pezzo intitolato «Del Vecchio jr fa harakiri da Fedez». A Milano si sussurra anche che quel podcast non porti una gran fortuna agli ospiti: Giorgia Meloni ci andò il 19 marzo a perorare la causa del Sì al referendum, e quattro giorni dopo vinse il No. Ora il podcast vuole salvare il Fatto, e in via di Sant’Erasmo sono partiti gli scongiuri.

Opa sul Fatto, chi e cosa c’è dietro la provocazione di Del Vecchio jr
Leonardo Maria Del Vecchio ospite di Fedez e Mr. Marra a Pulp Podcast.

Prima di chiedere quanto costa la “baracca” altrui…

Poi c’è l‘azienda di casa. Lmdv dichiara 950 milioni di debiti, il Fatto ne conta 1,3 miliardi, e Lmdv Media, il veicolo dell’Opa, è in pegno alle banche che hanno finanziato le acquisizioni. Il 14 settembre l’erede aveva risposto su X: «Il Fatto parla di debiti. Il punto è un altro». Il punto, si è capito domenica, era comprarselo. Le banche il miliardo glielo hanno prestato, e hanno una memoria da elefante: prima o poi lo rivogliono indietro. Selvaggia Lucarelli gli ha suggerito una cura più economica: «Prova a cambiare vita. Costa meno che comprarti i giornali». Ci permettiamo di aggiungere un consiglio gratuito. La regola Leonardino la conosce: i manager che non funzionano si cambiano, e di recente qualcuno l’ha cambiato davvero. Tra il podcast, le intercettazioni, l’Opa morta in poche ore, non sarebbe forse il caso di dare un’occhiata a quelli che ha in casa? Prima di chiedere quanto costa la baracca degli altri, conviene sapere quanto costa la propria. Le banche il prezzo lo conoscono già.

Opa sul Fatto, chi e cosa c’è dietro la provocazione di Del Vecchio jr
Leonardo Maria Del Vecchio, editore di Qn (Imagoeconomica).

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge

Luigi Lovaglio ha una passione per il calcio che potrebbe tornargli utile. Non necessariamente nell’immediato, ma in un futuro che gli ultimi sviluppi della vicenda Mps lasciano immaginare meno remoto di quanto lui stesso auspichi. Del resto, è stato proprio l’amministratore delegato del Monte a scegliere il linguaggio del pallone per raccontare la sua partita con Intesa Sanpaolo. Una decisione personale, verrebbe da dire, che per una volta sembra escludere il contributo dei numerosi e ben remunerati consulenti di cui si circonda.

L’assemblea dei soci che non gli consentirebbe di giocare

Convocata una televisione locale nel cortile della banca, Lovaglio ha spiegato che in campo c’è una sola squadra, quella di Intesa, mentre Mps è costretto a restare negli spogliatoi in attesa che l’assemblea dei soci gli consenta di giocare. Circostanza che, a suo giudizio, dimostrerebbe quanto poco gli avversari desiderino una partita vera.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Luigi Lovaglio di Mps con Carlo Messina di Intesa (foto Imagoeconomica).

La metafora è suggestiva, anche se non del tutto rispettosa della cronaca. La passivity rule impone effettivamente al Monte di attendere il pronunciamento dell’assemblea. Ma Lovaglio, nel frattempo, non è rimasto precisamente con le mani in mano. Ha messo a punto due contro-Opa, una delle quali, quella su Banco Bpm, ha incontrato subito la contrarietà di Crédit Agricole.

I progetti di Lovaglio non hanno raccolto grandi consensi

Poi ha intrapreso un giro di presentazioni internazionali per illustrare i suoi progetti, senza raccogliere grandi consensi. I proxy advisor hanno espresso pareri negativi, ai quali si sono aggiunte le prese di posizione dei principali azionisti, da Delfin a Caltagirone, dai Benetton a Enasarco, fino alla Fondazione Mps.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

Difficile, insomma, sostenere che al Monte sia stato impedito persino di scaldarsi a bordo campo. Semmai, il problema sembra riguardare il numero di giocatori disposti a seguire le indicazioni dell’allenatore.

Quando in Polonia sfidava la squadra di Donald Tusk

Il riferimento al calcio, comunque, non è casuale. Lovaglio lo ha praticato con passione anche durante gli anni trascorsi in Polonia alla guida di Bank Pekao, allora controllata di UniCredit. Panorama raccontò tempo fa delle partite alle quali partecipava assieme a Donald Tusk, protagonista della politica polacca. Una di queste si concluse con un eloquente 12 a 2 a favore dei polacchi. Un ricordo che il Comune di Siena ha ritenuto meritevole di menzione persino nell’agosto del 2026, in occasione della consegna al banchiere del premio Mangia d’Oro, la massima onorificenza civica della città.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Luigi Lovaglio, ad di Mps, con la sindaca di Siena Nicoletta Fabio durante la cerimonia del Premio Mangia d’oro 2026 (foto Ansa).

L’aneddoto contiene un particolare interessante. Prima della partita, Lovaglio aveva raccomandato ai compagni di evitare qualsiasi contatto con Tusk, invitandoli a tenersi prudentemente a distanza. Una sensibilità nei confronti dell’avversario che, almeno a giudicare dalla vicenda senese, sembra aver conosciuto qualche evoluzione. Contro Intesa la disposizione tattica è diventata assai meno remissiva, anche se i risultati, per il momento, non sembrano premiare il cambiamento.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Nel fotomontaggio, Luigi Lovaglio davanti alla sede di Mps, Rocca Salimbeni.

Né è servito molto prospettare agli azionisti benefici che, a un esame più attento, risultavano già nelle loro disponibilità. Un’operazione forse ingegnosa nelle intenzioni, ma che ha avuto il difetto di rivolgersi a interlocutori sufficientemente esperti da riconoscere ciò che già possiedono.

Nel suo futuro Coverciano o i campi della periferia lucana

Resta dunque da vedere come si concluderà la partita. Se l’Opas di Intesa dovesse produrre gli effetti che molti si attendono, Lovaglio potrebbe ritrovarsi con il tempo necessario per coltivare più assiduamente la sua antica passione. C’è Coverciano, naturalmente, per chi desidera prendere sul serio il mestiere di allenatore. Oppure ci sono i campi della periferia lucana sui quali il futuro banchiere tirava i primi calci al pallone. Un ritorno alle origini che avrebbe anche una sua eleganza.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Comunardo Niccolai, tra i protagonisti dello Scudetto del Cagliari del 1970 e famoso per i suoi autogol (foto Ansa).

Quanto al ruolo, la vicenda suggerisce un precedente illustre. Quello di Comunardo Niccolai, indimenticabile difensore del Cagliari, capace di gesti tecnici che lasciavano senza parole compagni e avversari. Anche perché non sempre era la porta giusta a beneficiarne.

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli

C’è una parola che andrebbe bandita dal vocabolario economico, ma che la politica maneggia con troppa disinvoltura: extraprofitti. Un’invenzione lessicale che serve a rendere presentabile ciò che altrimenti apparirebbe per quello che è, un prelievo arbitrario sui guadagni di qualcuno. Perché i profitti esistono, gli extra no: servono soltanto a giustificare lo Stato quando decide di mettere le mani nelle tasche dei privati. 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La favola del guadagno eccessivo e la “confisca morale”

Il governo Meloni vuole cinque miliardi da banche e assicurazioni per far quadrare la manovra. Ormai è un rito d’autunno. Nel 2023 la tassa annunciata a sorpresa in pieno agosto, con la Borsa in picchiata, fu poi annacquata fino a fruttare quasi nulla. L’anno scorso fu la volta del contributo «concordato», con Forza Italia a escludere gli extraprofitti come roba da Unione Sovietica. Quest’anno il bis. Cambiano le etichette, resta la favola dei guadagni eccessivi, quasi esistesse una misura giusta del profitto oltre la quale scatta una sorta di confisca morale. Un po’ come il calmiere che il gran cancelliere Antonio Ferrer impose al pane nella Milano dei Promessi sposi: il giusto prezzo stabilito per decreto, con i risultati che Manzoni ci ha raccontato. Ma chi decide quanto un’impresa abbia diritto di guadagnare, il mercato o il Consiglio dei ministri? 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La discrezionalità dello Stato nei salvataggi

Le banche hanno beneficiato di una congiuntura favorevole, soprattutto grazie all’aumento dei tassi d’interesse. Come in altre stagioni è andata bene alle aziende farmaceutiche, alle maison del lusso, ai produttori di semiconduttori e via discorrendo. Quando il Covid fece sparire l’Amuchina dagli scaffali, spingendone il prezzo alle stelle, a qualcuno venne forse in mente di chiedere un obolo al suo produttore? Del resto, il mercato non garantisce a nessuno una rendita perpetua. Talvolta premia, altre volte punisce. E quando le cose vanno male lo Stato non si precipita a ripianare le perdite di nessuno. O meglio, di quasi nessuno: qualcuno ha avuto la fortuna di vedersi togliere le castagne dal fuoco a spese dei contribuenti, e chi ha contato le resurrezioni di Alitalia o i prestiti ponte all’ex Ilva sa bene di che cosa si parla. Anche lì, evidentemente, la discrezionalità non manca. Con una costante: a decidere chi merita di essere salvato e chi invece deve pagare è sempre la politica. 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Uno stabilimento Angelini (Imagoeconomica).

Se i profitti altrui sono considerati una risorsa pubblica

La questione non è difendere i banchieri, esercizio peraltro assai poco remunerativo in termini di consenso, ma il principio che in un sistema liberale le tasse si pagano secondo regole generali, fondate sulla capacità contributiva e sulla progressività dell’imposta. Non sulla base delle simpatie del governo o della sua valutazione su quanto una categoria abbia guadagnato. Una volta introdotto questo criterio, il confine diventa mobile e si entra in una terra di nessuno nella quale il successo economico, anziché essere premiato, diventa un’aggravante. C’è poi un aspetto che i fautori di queste operazioni fingono di ignorare. Le imprese non sono enti di beneficenza: se aumentano i loro costi, cercano di trasferirli sui clienti. Le banche possono farlo attraverso commissioni e condizioni meno favorevoli, le assicurazioni aumentando i premi. Non sempre e non integralmente, perché esiste la concorrenza, ma abbastanza da rendere probabile che una parte del conto finisca sulle spalle proprio di chi dovrebbe beneficiare dell’operazione. Il paradosso è che tutto questo venga da un governo che si proclama liberale, amico degli imprenditori e del mercato, salvo poi considerare i profitti altrui una risorsa pubblica alla quale attingere quando i conti non tornano. Un metodo certamente più comodo che tagliare la spesa improduttiva o mettere mano alle inefficienze dello Stato. Anche perché le banche non votano, e i loro clienti se ne accorgono solo spulciando l’estratto conto. 

La favola degli extraprofitti: il fisco ha bisogno di regole, non di bersagli
Giorgia Meloni con Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il fisco dovrebbe avere regole, non bersagli

Un profitto può essere grande o piccolo, ma non eccessivo per definizione. A meno di voler stabilire per legge quanto sia lecito guadagnare. Nel qual caso, più che di economia di mercato, converrebbe cominciare a parlare d’altro. Insomma, il problema non è che le banche abbiano realizzato extraprofitti. È che il governo, non sapendo dove trovare i soldi, abbia deciso di inventarseli. E se proprio vogliamo usare il prefisso extra, riserviamolo all’operazione che Palazzo Chigi ha in animo. Forse non extra legem, di sicuro extra rationem, perché il fisco dovrebbe avere regole, non bersagli. 

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo

C’è chi al cinema va per dimenticare i problemi e chi, forse, per dimenticare quelli della propria banca. Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis, ha scelto la Festa del Cinema di Roma, di cui il suo istituto è main partner fino al 2028, per celebrare il valore della cultura, dell’empatia e dello spirito critico. Tutto molto nobile. Peccato che, lontano dai riflettori dell’Auditorium Parco della Musica, la sceneggiatura sia decisamente meno rassicurante.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Gli stand di Banca Ifis alla Festa del Cinema di Roma (foto L43).

In Borsa il titolo Ifis, che a febbraio aveva toccato i 27,72 euro, è scivolato sotto quota 10, lasciando sul terreno quasi due terzi del suo valore. Un andamento che riflette le preoccupazioni del mercato per una banca impegnata in una complicata riorganizzazione, alle prese con i rilievi della vigilanza e con un’acquisizione, quella di Illimity, che si sta rivelando assai più impegnativa del previsto. Insomma, mentre Fassio si concede il tappeto rosso, agli azionisti è toccato finora uno spettacolo di tutt’altro genere.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo

Il rapporto di Bankitalia e i 215 milioni di possibili rettifiche

La parte meno cinematografica della vicenda è contenuta nel rapporto ispettivo consegnato il 23 settembre da Bankitalia, al termine degli accertamenti condotti tra gennaio e giugno. Il giudizio è stato «parzialmente sfavorevole», con rilievi che spaziano dall’antiriciclaggio ai controlli interni, dalla gestione del credito alle cartolarizzazioni, fino al governo societario e alla sostenibilità del modello di business. Un elenco sufficientemente ampio da suggerire che i problemi non si esauriscano in qualche dettaglio amministrativo.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia (Imagoeconomica).

Non solo. In un’integrazione informativa richiesta dalla Consob, Ifis ha precisato che l’eventuale recepimento delle risultanze ispettive comporterebbe rettifiche sui crediti per complessivi 215 milioni di euro, di cui 157 relativi ai deteriorati e 58 ai finanziamenti in bonis. Su questi ultimi, 45 milioni erano già stati contabilizzati al 30 giugno. La banca ha annunciato piani di intervento per rispondere alle richieste della vigilanza e confermato l’intenzione di cedere il business dei crediti deteriorati. Una revisione profonda di un’attività che ne aveva caratterizzato il modello industriale.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis, con Frederik Geertman (foto Imagoeconomica).

Il cambio dell’amministratore delegato e il rating rivisto da Moody’s

Nel frattempo è cambiato anche l’amministratore delegato. Il 24 settembre Frederik Geertman ha lasciato l’incarico, sostituito da Raffaele Zingone. Sullo sfondo, un primo semestre nel quale l’utile è sceso da 88 a 8 milioni e una previsione di risultato netto per il 2026 ridimensionata a 100-110 milioni, rispetto ai 170-190 milioni precedentemente indicati. A completare il quadro è arrivata Moody’s, che il 5 ottobre ha rivisto i rating della banca, mantenendo un outlook negativo.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Raffaele Zingone (foto Imagoeconomica).

Illimity, l’acquisizione che presenta il conto

Poi c’è Illimity, la banca fondata da Corrado Passera e acquisita da Ifis nel luglio 2025. Un’operazione nata con l’ambizione di creare un gruppo più forte e diversificato, ma accompagnata da svalutazioni e problemi ereditati dalla precedente gestione. La due diligence affidata a PwC aveva individuato la necessità di ulteriori rettifiche per 75 milioni, da aggiungere ai 290 milioni già contabilizzati da Illimity nel corso del 2025. E il conto non si è fermato lì: secondo quanto ricostruito da Repubblica, tra il 2025 e il 2026 le rettifiche e gli accantonamenti riferiti a Illimity hanno raggiunto complessivamente 405 milioni.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Corrado Passera (foto Imagoeconomica).

A rendere la vicenda ancora più delicata è la prospettiva di un’azione di responsabilità contro gli ex amministratori della banca di Passera. Al centro degli approfondimenti figurano alcuni accordi tecnologici e i trattamenti economici riconosciuti a dirigenti usciti dopo l’acquisizione. In particolare, un audit interno avrebbe individuato la retrodatazione di cinque accordi relativi a liquidazioni particolarmente generose. Il consiglio di Illimity ha avviato ulteriori accertamenti per quantificare gli eventuali danni e verificare le responsabilità.

Si punta a completare la fusione entro la fine dell’anno

Una situazione che solleva anche un interrogativo sulla capacità dell’acquirente di valutare fino in fondo ciò che stava comprando. Non significa che la due diligence abbia necessariamente mancato il suo obiettivo, ma la successione delle rettifiche e delle criticità emerse dopo l’operazione rende legittimo chiedersi quanto fosse effettivamente visibile prima dell’acquisizione. Per il momento Ifis conferma le sinergie attese, pari a 75 milioni annui dal 2027, e punta a completare la fusione entro la fine dell’anno.

Il cinema, la musica e quello «sguardo critico»…

In questo scenario, la banca ha trovato anche il tempo e le risorse per diventare protagonista della 21esima Festa del Cinema di Roma. Non una semplice sponsorizzazione, ma una partnership triennale con la Fondazione Cinema per Roma, corredata da una Banca Ifis Lounge destinata a incontri, interviste e attività di networking. C’è anche un premio musicale, il Banca Ifis Music Award, assegnato per la prima volta al compositore Nicola Piovani, premio Oscar per La vita è bella, al quale Fassio ha consegnato il riconoscimento durante la serata inaugurale.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Il compositore Nicola Piovani (foto Imagoeconomica).

Naturalmente, non c’è nulla di censurabile nel fatto che una banca sostenga la cultura. E nemmeno che il suo presidente partecipi agli eventi che finanzia. Semmai colpisce il contrasto tra l’immagine che Ifis propone di sé e le difficoltà che sta attraversando. Da una parte le fotografie con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, gli incontri con i protagonisti del cinema e le dichiarazioni sulla responsabilità sociale dell’impresa. Dall’altra i conti da rimettere in ordine, i rilievi di Bankitalia, gli azionisti alle prese con il crollo del titolo e un’acquisizione di cui si stanno ancora misurando le conseguenze.

Ue, Carlo Comporti nominato presidente dell’Esma

Il Consiglio dell’Ue ha formalmente nominato Carlo Comporti presidente dell’Esma, l’Autorita’ europea degli strumenti finanziari e dei mercati. Comporti assumerà l’incarico l’1 novembre 2026, con un mandato di cinque anni rinnovabile una sola volta. Comporti è attualmente commissario della Consob e membro del Consiglio delle autorità di vigilanza e del Consiglio di amministrazione dell’Esma. La nomina conclude un iter avviato con la presentazione al Consiglio, da parte del Consiglio delle autorità di vigilanza dell’Esma, di una rosa di due candidati. Dopo i colloqui con entrambi, gli ambasciatori dell’Ue avevano raggiunto un accordo provvisorio sulla nomina di Comporti nel luglio 2026. Il Parlamento europeo aveva dato il proprio via libera il 15 settembre. L’Esma, che ha sede a Parigi, ha il compito di rafforzare la tutela degli investitori e promuovere mercati stabili e ordinati. Opera nell’ambito del sistema europeo di vigilanza finanziaria, in collaborazione con le altre autorità europee e con le autorità nazionali competenti per i mercati mobiliari.

Tajani: «Successo per l’Italia»

Così il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato la nomina: «Un ulteriore successo per l’Italia e motivo di orgoglio che un italiano sia alla guida di un’autorità così strategica per i mercati finanziari europei».

Credit Agricole respinge la scalata di Mps su Banco Bpm

Credit Agricole non intende aderire all’offerta di Monte dei paschi di Siena su Banco Bpm. «Abbiamo deciso di non conferire le azioni», ha dichiarato l’amministratore delegato del gruppo francese, Olivier Gavalda, durante una conferenza stampa a Francoforte, secondo quanto riportato da Bloomberg. Credit Agricole detiene il 29,3 per cento del capitale di Banco Bpm ed è il primo azionista dell’istituto. Il no dei francesi non è l’unico ostacolo per l’amministratiore delegato di Mps Luigi Lovaglio. A restringere ulteriormente i suoi margini di manovra del banchiere sono arrivati il rilancio di Intesa Sanpaolo, che il 3 ottobre ha aumentato di 25 centesimi la componente in contanti della propria opas su Mps (portandola a 1,25 euro per azione, oltre a 1,6 titoli Intesa di nuova emissione), ma anche la bocciatura del Gruppo Caltagirone che, l’8 ottobre, ha annunciato di seguire Delfin ed Edizione votando contro le due ops su Banco Bpm e Banca Generali.

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Mps, il gruppo Caltagirone voterà contro le ops in assemblea

Il gruppo Caltagirone ha ufficializzato il voto contrario nell’assemblea straordinaria di Mps in calendario il 29 ottobre 2026 che dovrebbe varare, tra l’altro, le due ops su Banco Bpm e Banca Generali e l’operazione di riduzione del capitale finalizzata al pagamento del dividendo straordinario in parte con azioni Generali. La nota indica che il cda «ha recepito integralmente le valutazioni del comitato degli amministratori indipendenti coadiuvato dal parere del professor Giovanni Fiori e ha deliberato all’unanimità di dare voto contrario a tutti e cinque i punti dell’ordine del giorno». Con il no di Caltagirone, che segue Delfin (17,5 per cento del capitale) e i Benetton (1,45 per cento) cresce oltre il 32 per cento il capitale della banca di Rocca Salimbeni contrario all’operazione costruita dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio e a favore invece dell’opas di Intesa Sanpaolo.

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol

Fino a qualche mese fa Luigi Lovaglio era l’uomo che aveva rimesso in piedi il Monte dei Paschi. Oggi la domanda è un’altra: che cosa resta di quella reputazione dopo un’estate trascorsa a costruire una linea di difesa contro l’Opas di Intesa Sanpaolo che, pezzo dopo pezzo, sembra essersi smontata da sola? E soprattutto: quanto può durare alla guida della banca? 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La controffensiva spuntata di Lovaglio

Lovaglio quella poltrona l’aveva conservata per il rotto della cuffia, grazie alla lista Tortora e all’appoggio decisivo di Delfin, contro il volere dell’altro socio forte, Francesco Gaetano Caltagirone. Oggi anche Delfin ha cambiato campo e il mercato considera molto probabile il successo di Intesa. Eppure a Siena la macchina continua a girare. Avvocati, consulenti, advisor: si parla di decine di milioni spesi per una controffensiva che ha prodotto molti annunci e risultati più modesti. Ora si valuta persino il rinvio dell’assemblea del 29 ottobre e contemporaneamente la distribuzione agli azionisti del 4,5 per cento di Generali, se non dell’intero pacchetto posseduto dal Monte. L’effetto è suggestivo, la sostanza meno. Quelle azioni fanno già parte del patrimonio di Mps e quindi del valore attribuito alla banca. Si distribuirebbe agli azionisti qualcosa che indirettamente è già loro, con in più il problema della tassazione. È forse questo il filo che lega le mosse di Lovaglio: non la mancanza di idee, semmai la tendenza ad annunciarle prima di avere verificato le condizioni per realizzarle. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Carlo Messina (Imagoeconomica).

Gli ostacoli alle Ops su Banco Bpm e Banca Generali

Il primo caso è Banco Bpm. Il progetto si scontra subito con Crédit Agricole, che possiede il 29,3 per cento della banca milanese e non è d’accordo. Il 20 agosto Mps rilancia addirittura con due Ops, su Banco Bpm e Banca Generali, per circa 34 miliardi complessivi, accompagnate da una distribuzione straordinaria da 4 miliardi. L’ambizione non manca. Il problema sono ancora una volta i soci delle banche bersaglio. L’offerta su Banco Bpm non prevede premio e Crédit Agricole la giudica poco attraente e non sufficientemente creatrice di valore. Con Banca Generali cambia poco. Generali possiede il 50,2 per cento dell’istituto, mentre l’offerta Mps è condizionata al raggiungimento del 50 per cento più un’azione. Senza il Leone, dunque, l’operazione diventa assai difficile. Alberto Nagel aveva tentato una strada difensiva simile e, verificatane l’impraticabilità, aveva preferito abbandonarla. Quel precedente avrebbe forse meritato qualche riflessione. Se non altro per scaramanzia. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il nodo della passivity rule

Poi c’è la passivity rule, questione meno spettacolare ma più delicata. Le Ops vengono annunciate ad agosto, mentre l’autorizzazione degli azionisti è rinviata all’assemblea del 29 ottobre. Intesa presenta un esposto alla Consob sostenendo che il via libera avrebbe dovuto precedere iniziative potenzialmente in grado di ostacolare la sua offerta. Si aggiunge quindi un problema di numeri. Per liberare Mps dai vincoli della passivity rule occorre il 66,67 per cento dei voti presenti. Con un azionariato frammentato, una maggioranza tutt’altro che scontata. Prima di dichiarare battaglia, forse, conveniva contare i soldati.

Intesa alza l’offerta e Delfin cambia campo

Lovaglio sostiene inoltre che il 29 ottobre non sarà un referendum tra lui e Intesa: approvare le Ops, spiega, significa soltanto mantenere aperta la possibilità di esplorarle. Fino a quando, lo scorso 3 ottobre, Intesa cambia la partita aumentando di 800 milioni la componente cash dell’offerta, portandola da 1 a 1,25 euro per azione, ma ribadisce che, se gli azionisti approveranno le operazioni difensive, potrà ritirarsi. Il referendum che Lovaglio aveva escluso finisce così per materializzarsi. L’ultimo colpo di scena arriva la sera dello stesso giorno. Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, titolare del 17,6 per cento di Mps e decisiva a suo tempo per la conferma dello stesso Lovaglio, si impegna a conferire l’intera partecipazione all’Opas di Intesa e a votare in coerenza con le condizioni dell’offerta. È il colpo più pesante. Lovaglio perde il maggiore azionista proprio mentre gli servono i due terzi dei voti. Caltagirone era già sull’altro fronte. Insieme, Delfin e Caltagirone rappresentano circa il 31 per cento del capitale. Poiché basta il 33,34 per cento dei presenti per bloccare una delibera che richiede il 66,67 per cento, il margine si è fatto strettissimo. Quasi inesistente. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Palazzo Rocca Salimbeni a Siena, sede di Mps (Imagoeconomica).

Il paradosso prodotto dalla resistenza di Lovaglio

I sostenitori di Lovaglio hanno però ancora un argomento: la sua resistenza ha contribuito a far mettere a Intesa altri 800 milioni sul tavolo. Per gli azionisti Mps è una buona notizia. Ma qui sta anche il paradosso: la strategia costruita per difendere il Monte dall’offerta di Intesa rischia di avere ottenuto soprattutto il risultato di renderla più conveniente. Una specie di eterogenesi dei fini applicata alla finanza. Resta, come si diceva, il conto della battaglia, mentre il mercato considera l’esito dell’Opas sempre meno incerto. E qui il Cda prima o poi dovrà porsi una domanda: fino a quando si difende un progetto industriale e quando diventa difficile distinguere quel progetto dalla permanenza di chi lo ha costruito? Lovaglio intanto continua il road show e prova a convincere investitori e mercato che la partita sia ancora aperta. È il suo mestiere e, finché resta amministratore delegato, anche il suo diritto. Solo che la Lovaglieide sembra arrivata ai titoli di coda. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).

La battaglia ormai è finita, quando Siena ne prenderà atto?

Banco Bpm si è fermata davanti a Crédit Agricole, Banca Generali davanti a Generali. La passivity rule ha complicato il percorso, Intesa ha trasformato il 29 ottobre nel referendum che Lovaglio non voleva e Delfin ha cambiato campo. Resta quell’aumento di 800 milioni strappato a Intesa. Per gli azionisti Mps non è poco. Per Lovaglio, però, è una vittoria singolare: dopo mesi trascorsi a cercare un’alternativa a Intesa, il risultato più concreto potrebbe essere stato quello di rendere Intesa più conveniente. A questo punto la domanda non è più se la battaglia sia finita. Ma quanto tempo occorrerà perché a Siena ne prendano atto.