Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato

La Consob sta studiando da tempo il caso della governance del Monte dei Paschi di Siena. Lo riporta Il Sole 24 Ore Radiocor citando fonti della Commissione nazionale per le società e la borsa, organo di controllo del mercato finanziario italiano. Un’attività, questa, che prosegue mentre sul mercato i fari restano puntati sulle attività del board di Rocca Salimbeni, in vista di una possibile proposta di fusione con Banco Bpm, e – vista l’opas lanciata da Intesa Sanpaolo – sui possibili riflessi della “passivity rule” che limita le iniziative delle società destinatarie di un’offerta pubblica. E proprio a tal proposito, scrive Adnkronos, la Consob starebbe valutando una potenziale manipolazione del mercato: ogni azione difensiva o negoziazione che possa frustrare un’offerta in corso deve obbligatoriamente passare al vaglio preventivo dell’assemblea dei soci e pertanto le trattative portate avanti in solitaria dai vertici di Siena potrebbero configurare una serie di potenziali illeciti. Come se non bastasse, sono anche previsti vincoli ulteriori per le operazioni che riguardano le parti correlate, proprio come sono Mps e Bpm.

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Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato
Logo di Banco Bpm (Imagoeconomica).

La lettera dei quattro consiglieri di minoranza sull’operato di Lavaglio

Non finisce qui. Quattro dei cinque consiglieri di minoranza del cda di Monte dei Paschi di Siena (tutti tranne Corrado Passera) tramite una lettera hanno chiesto conto per punti di una serie di inadempienze attribuite alla gestione dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Al centro delle contestazioni le operazioni straordinarie prospettate con Banco Bpm per un’integrazione, la mancata convocazione di una riunione del cda per la nomina dei consiglieri mancanti, le tempistiche di consegna dei documenti al consiglio e la composizione dei comitati endoconsiliari. Da inizio maggio, dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il boad di Mps è composto da 13 membri: la mancata sostituzione dei due consiglieri viene attribuita alla lentezza nella comunicazione da parte del cda alla Banca centrale europea. Tutto fermo sul piano della governance, denunciano i consiglieri di minoranza, mentre di contro è stato incessante il lavoro di Lovaglio per la fusione con Banco Bpm, operazione alternativa all’ops lanciata da Intesa Sanpaolo.

Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).

Messina sull’ops su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti»

Intanto, in una call con gli analisti sui risultati del primo semestre 2026, il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina ha parlato dell’opas lanciata su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti e siamo convinti che sia la migliore opzione per Monte dei Paschi, per gli azionisti e per Intesa Sanpaolo. L’operazione creerà valore senza rischi di integrazione». E poi: «Possiamo creare una situazione normale in termini di governance dell’azienda. È incredibile che l’impresa si trovi in questa situazione, anche in base a quello che è successo negli ultimi mesi. C’è qualcosa che deve esser valutato da parte delle controparti con una solida reputazione che dà agli azionisti di Siena una base solida e un porto sicuro».

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi

Chissà di cosa hanno discusso la scorsa settimana a New York il presidente di Mediobanca Vittorio Grilli e l’ad di EssilorLuxottica Francesco Milleri. Qualche sospetto viene. Dopo che il 17 luglio il cda di Montepaschi ha respinto l’offerta di Intesa Sanpaolo, infatti, le grandi manovre del risiko bancario sono riprese. «Non congrua», è stato il verdetto di Siena. Nel linguaggio felpato dei consigli d’amministrazione significa due cose: o ci si sfila oppure si prova ad alzare il prezzo. Ma questa volta il denaro spiega solo una parte della vicenda. Il resto parla di equilibri di potere, di politica e di quella neutralità che i governi proclamano con convinzione salvo dimenticarsene quando la partita entra nel vivo. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Mps, Bpm e il ruolo di Crédit Agricole

Luigi Lovaglio aveva immaginato una Mps predatrice. In parte gli è riuscito, con l’operazione su Mediobanca. Adesso l’ad di Rocca Salimbeni cambia spartito e guarda a Banco Bpm, riesumando il vecchio progetto del terzo polo bancario. Un’idea che a Roma non passa mai di moda perché, più che un disegno industriale, è sempre stata un’ossessione politica travestita da strategia. La coerenza, del resto, non è mai stata il requisito fondamentale di questa storia. La stessa Bpm che oggi diventa la sposa ideale di Montepaschi è la banca sulla quale appena un anno fa Palazzo Chigi aveva sventolato un ineffabile golden power per fermare Unicredit, invocando la tutela del risparmio nazionale. Nel frattempo, però, quello stesso scudo è rimasto appeso al muro mentre Crédit Agricole saliva silenziosamente fino a sfiorare il 30 per cento di Bpm, la soglia oltre la quale scatterebbe l’obbligo di Opa. Se il matrimonio con Siena andrà in porto, i francesi non saranno gli invitati d’onore ma quelli che pagano il ricevimento. Con una quota tra l’11 e il 12 per cento finiranno infatti per diventare il primo azionista del nuovo gruppo. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Giuseppe Castagna con Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro la banque verte c’è Delfin

Ed è qui che il racconto assume i contorni, come direbbero Oltralpe, di un roman à clef. Dietro Crédit Agricole c’è Delfin, la cassaforte lussemburghese della famiglia Del Vecchio, primo azionista privato di Montepaschi, secondo di Generali e protagonista di buona parte delle grandi partite della finanza italiana. A sua volta Delfin, dentro EssilorLuxottica, divide il tavolo con lo Stato francese attraverso Bpifrance e Caisse des Dépôts, l’equivalente della nostra Cdp. Se poi il ricambio generazionale nella famiglia (progetto per ora in stallo), quello che vedrebbe Leonardo Maria rilevare le quote dei fratelli in un’operazione da 11 miliardi, dovesse essere finanziato da un pool guidato proprio da Crédit Agricole e Bnp Paribas, allora il cerchio si chiude quasi da solo. Tutte le strade del risiko, parafrasando i romani, portano a Parigi. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

La vera posta in gioco è Generali

La vera posta in gioco, però, non è Siena. È il 13 per cento di Generali che Montepaschi si è ritrovata in portafoglio grazie all’acquisizione di Mediobanca. È quella la leva con cui si potrebbe orientare il futuro del Leone, magari avvicinandolo ad Axa, che non ha mai smesso di guardare Trieste come oggetto del suo desiderio. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Philippe Donnet (Imagoeconomica).

Una bandiera (francese) e due misure

In tutto questo Giancarlo Giorgetti, dopo essersi oltremodo esposto per fermare Unicredit, ha trascorso l’ultimo anno coltivando l’immagine del ministro neutrale. Il golden power lo teneva nel cassetto senza usarlo, salvo ricordare al Senato che avrebbe potuto valere «anche tra banca italiana e banca italiana». Adesso per il titolare del Mef quella neutralità sembra essersi trasformata di nuovo in regia. Poco importa se il principale beneficiario di un eventuale matrimonio tra Milano e Siena, con annessa partita su Generali, rischia di parlare sempre più francese. Viene quasi da chiedersi se a Via XX Settembre qualcuno abbia finito per confondere il verde della Lega con quello della banque verte, come i francesi chiamano con orgoglio Crédit Agricole. Fa sorridere soprattutto pensando che appena sette mesi fa gli azionisti forti di Generali, Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, avevano combattuto con ogni mezzo il progetto di joint venture con la francese Natixis sul risparmio gestito, denunciando il rischio che una fetta consistente del risparmio italiano finisse sotto controllo straniero. Evidentemente alcune bandiere diventano meno ingombranti quando cambia il vento politico

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il solito golden power a geometrie variabili

Restano così le domande che a Palazzo Chigi nessuno sembra avere troppa voglia di affrontare. Se il golden power è servito a fermare gli italiani su Banco Bpm, perché non dovrebbe valere anche quando ad avanzare sono i francesi? E se il terzo polo nascerà con la benedizione di Roma ma con gli equilibri che portano sempre più verso Parigi, di quale italianità stiamo davvero parlando? Giorgia Meloni, che negli ultimi mesi forse distratta dall’avvicinarsi delle elezioni è sembrata seguire con minore attenzione i grandi dossier finanziari, farebbe bene a prestare attenzione all’evolversi del risiko. Dove tutti si stanno dando un gran daffare. Come Grilli e Milleri che nella Grande Mela si immagina non abbiano parlato della bellezza dei grattacieli.

Ok della Consob, l’opas di Poste Italiane su Tim inizierà il 20 luglio

La Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) ha approvato il documento d’offerta per l’offerta pubblica di acquisto e scambio (opas) di Poste Italiane su Tim. Il periodo di adesione avrà inizio alle 8:30 del 20 luglio e terminerà alle ore 17:30 dell’11 settembre, con pagamento del corrispettivo il 18 settembre. Qualora ricorrano i relativi presupposti, il periodo di adesione potrà essere riaperto tra il 21 e il 25 settembre, con pagamento del corrispettivo il 2 ottobre. L’opas è un’operazione con cui un soggetto propone agli azionisti di una società quotata di acquistare i loro titoli offrendo, in cambio, una combinazione di denaro e azioni del soggetto offerente. Per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’offerta, il gruppo guidato dall’amministratore delegato Matteo Del Fante riconoscerà un corrispettivo costituito da una componente in denaro, pari 1,67 euro, e una componente in azioni, rappresentata da 0,218 azioni ordinarie di Poste Italiane di nuova emissione.

Ok della Consob, l’opas di Poste Italiane su Tim inizierà il 20 luglio
Logo di Tim (Imagoeconomica).

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot

C’è un momento preciso, leggendo la lectio magistralis che Leonardo Maria Del Vecchio ha pronunciato il 9 luglio a Villa Mondragone per il conferimento della laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità dell’Università di Roma Tor Vergata (notizia data in anteprima da Lettera43), in cui si smette di seguire il filo e si comincia a contare. Succede più o meno alla terza occorrenza di quella costruzione retorica che ormai chiunque frequenti un chatbot riconosce a occhi chiusi: la negazione seguita dalla correzione. «Il privilegio non è una sentenza. È una prova». «Non è un gesto. È un cantiere». «Il limbo non ti distrugge. Ti conserva». «Non è poco. È tutto».

Un uso massiccio dell’antitesi che farebbe impallidire Cicerone

Nel testo integrale pubblicato dal Corriere della Sera, la formula ricorre più di 30 volte. Trenta. In 21 minuti di discorso. Cicerone, che pure di antitesi campava, a quel ritmo avrebbe chiesto una pausa. Bisogna dirlo subito, per correttezza: nessuno può dimostrare in modo incontestabile che un testo sia stato scritto da un’intelligenza artificiale. Ma è anche impossibile non notare che la lectio esibisce, con una densità probabilmente mai vista in alcun discorso pronunciato da un essere umano, l’intero campionario stilistico della prosa generata dai modelli linguistici.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
La moltitudine di “non” presenti nella lectio magistralis.

Ciascuno tragga le proprie conclusioni, magari dopo aver chiesto a un chatbot «scrivimi un discorso ispirazionale per una laurea honoris causa, sul modello di Steve Jobs a Stanford». Provateci. Vi verrà restituito qualcosa di sorprendentemente familiare. Perché sì, c’è anche un passaggio su Jobs in quel calderone. Nel suo discorso, il neolaureato mette le mani avanti: «Lo schema non l’ho inventato io: lo usò Steve Jobs, a Stanford, nel 2005. Ve lo dico io, prima che lo scriva qualcun altro».

Raggiunte vette di involontario umorismo

Ma Jobs a Stanford raccontava fatti. Il corso di calligrafia seguito da imbucato al Reed College, il licenziamento dall’azienda che aveva fondato, la diagnosi di tumore. Cose successe, con date, luoghi, nomi. In 21 minuti di discorso autobiografico di Del Vecchio invece non compare un solo aneddoto circostanziato, a parte il bambino per mano al padre in fabbrica. E poi c’è il momento in cui il testo si supera, raggiungendo una vetta di involontario umorismo che nessuna penna umana avrebbe osato: il passaggio sull’intelligenza artificiale. «Una macchina produce risposte. Non può assumersi le conseguenze morali di una scelta. Nel tempo dell’IA, la difficoltà giusta sarà restare umani senza diventare lenti, e diventare veloci senza diventare vuoti».

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Leonardo Maria Del Vecchio mentre legge il suo discorso (foto Imagoeconomica).

Chiunque abbia posto a un chatbot la domanda «cosa resta all’uomo nell’era delle macchine?» ha ricevuto, pressoché parola per parola, questa risposta, chiasmo finale compreso. Se davvero la lectio è farina del sacco del suo autore, si tratta della più straordinaria imitazione involontaria della prosa artificiale mai prodotta da mente umana, e allora la laurea in innovazione tecnologica sarebbe pure meritata.

L’eredità e il riferimento a LMDV Capital

Fin qui la forma. Il contenuto, volendo, è anche meglio. Viene raccontato di come, alla morte del padre, l’autore sia «ripartito da uno zero che i numeri non registrano». Precisazione doverosa, perché i numeri registravano in effetti tutt’altro: una quota di Delfin, la holding di famiglia che controlla partecipazioni in EssilorLuxottica, Generali, Monte dei Paschi e UniCredit, menzionata 16 righe più in basso («Ho ereditato una quota in Delfin»), dopo aver dichiarato tre paragrafi prima che «il mio percorso non l’ho ereditato». Il percorso non ereditato ha per veicolo LMDV Capital, fondata nel 2022 con capitali sulla cui provenienza la lectio sorvola con l’eleganza di chi sa che certe domande, a Villa Mondragone, non le fa nessuno.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Da sinistra Carlo Nucci, prorettore vicario di Tor Vergata, il ministro della Salute Orazio Schillaci, la presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane Laura Ramaciotti, Leonardo Maria Del Vecchio, la ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini e il magnifico rettore Nathan Levialdi Ghiron (foto Imagoeconomica).

C’è poi la dichiarazione d’amore. «Ti amo, Italia. Nei fatti». I fatti: Delfin, la cassaforte di famiglia da una quarantina di miliardi, ha sede in Lussemburgo dal 2006, dove il capostipite la piazzò per godere della riservatezza e della tassazione agevolata che il Granducato riserva alle holding. Quanto alla «partita nell’ordine dei 15 miliardi» che l’oratore rivendica di aver «provato a riportare in Italia», le cronache finanziarie registrano un’operazione lievemente diversa: l’acquisto, con una decina di miliardi da prendere in prestito dalle banche, delle quote dei fratelli Paola e Luca in una holding lussemburghese, acquisto che avrebbe portato lui – non l’Italia – dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte, facendone l’azionista di riferimento.

I dubbi dei manager vicini al padre sulle capacità del rampollo

Negli atti, nessuna traccia di traslochi verso la madrepatria. E la «scelta fermata nel punto in cui avrebbe dovuto trovare custodia», formula sibillina degna di un oroscopo, ha in realtà nome e indirizzo: il consiglio di amministrazione di Delfin, che a giugno ha rifiutato di autorizzare il pegno delle quote richiesto dalle banche finanziatrici, facendo saltare tutto anche perché, pare, i manager più vicini al padre non sono proprio convinti delle capacità di Leonardo Maria.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Insomma un patriota fermato non dal mercato, non dallo Stato, ma dal cda della holding di famiglia, all’assemblea della quale, il 30 giugno, ha preferito non presentarsi. Con un souvenir: circa un miliardo di debiti personali verso le banche che, riferisce il Corriere, fatica a restituire. Nove giorni dopo Del Vecchio saliva sul palco di Villa Mondragone a spiegare agli studenti che «il limbo delle decisioni non prese è una delle forme più eleganti della paura».

Non parla ai media, però se li compra

E il capolavoro finale: «Io oggi non parlo ai media. Parlo al futuro dell’Italia». Frase pronunciata davanti ai media, consegnata ai media e pubblicata integralmente dal primo quotidiano italiano cinque giorni dopo, con firma dell’autore e copyright in calce. Detta, per giunta, da un uomo che dei media è editore: primo azionista di Editoriale Nazionale, la casa di QN, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, socio al 30 per cento del Giornale, e con un’offerta ventilata in passato perfino per il gruppo Gedi. Non parla ai media nel senso tecnico dell’espressione: semmai li compra.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
La cerimonia del conferimento della laurea honoris causa a Leonardo Maria Del Vecchio (foto Ansa).

Ricordiamo che Del Vecchio ha ottenuto una laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità. Ricapitolando. Diritto: il neolaureato non risulta avere formazioneattività giuridica, se si esclude la raffinata ingegneria societaria lussemburghese della holding di famiglia, che però immaginiamo non fosse il titolo della laudatio. Innovazione tecnologica: LMDV Capital investe in ristoranti, hotel e stabilimenti balneari, settore rispettabilissimo in cui l’ultima grande innovazione risale all’ombrellone. Sostenibilità: l’hospitality italiana detiene stabilmente il primato di stipendi più bassi e stagionalità più selvaggia del Paese, e i «1.500 posti di lavoro» rivendicati come «contabilità concreta» del capitalismo umanista andrebbero pesati anche con quella bilancia.

Quelle mille visite oculistiche gratuite…

La motivazione ufficiale del conferimento della laurea cita il lavoro alla guida della Fondazione OneSight EssilorLuxottica Italia, ossia la fondazione dell’azienda costruita dal padre. E la lectio si apre ringraziando per il «progetto concreto» da cui è nato l’incontro con l’ateneo: il Campus Visivo, mille visite oculistiche gratuite agli studenti di Tor Vergata, con la promessa di molte altre grazie alla Conferenza dei rettori. L’università riceve le visite, il benefattore riceve la laurea, e sull’opportunità di questo elegante circuito di gratitudine reciproca lasciamo volentieri la parola agli organi accademici, al ministero presente in sala e a chiunque, in quell’aula, si occupi per mestiere di conflitti di interessi.

UniCredit sale al 47,59 per cento di Commerzbank

UniCredit ha chiuso l’offerta pubblica di acquisto volontaria su Commerzbank con adesioni pari al 17,6 per cento del capitale della banca tedesca. È quanto emerge dai dati definitivi dopo i tempi supplementari dell’operazione, fortemente osteggiata da Berlino. L’istituto guidato da Andrea Orcel, che deteneva già il 26,77 per cento della quarta banca di Germania, arriva così a possedere il 44,37 per cento delle quote. E con il 3,22 per vento in strumenti convertibili in azioni, la partecipazione può raggiungere il 47,59 per cento. Nella prima parte dell’offerta, lanciata il 5 maggio e chiusa il 16 giugno, le adesioni erano arrivate al 12,51 per cento.

UniCredit sale al 47,59 per cento di Commerzbank
Una filiale di Commerzbank (Ansa).

Come spiega UniCredit, che parla di «risultato ben oltre le aspettative iniziali», la posizione del 47,59 per cento «corrisponde al 49,65 per cento dei diritti di voto di Commerzbank, in quanto le azioni proprie non conferiscono diritto di voto». Tale percentuale «salirà comunque a tale livello una volta che Commerzbank avrà effettuato l’annullamento delle azioni proprie, operazione che la banca si è impegnata a realizzare».

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 

Per anni il capitalismo italiano è rimasto prigioniero della stessa fotografia. Giuliano Amato la chiamò la «foresta pietrificata», una definizione diventata iconica. Ora però, con l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, la foresta si rimette in movimento. Quella lanciata dalla banca di Ca’ de Sass non è infatti una semplice operazione di mercato, ma il segnale che il risiko bancario ha smesso di essere una faccenda di condominio. La partita ora si gioca su un tavolo europeo, dove i confini contano meno delle dimensioni e il peso si misura sulla capacità di raccogliere risparmio, finanziare imprese e competere con gruppi che ragionano su scala globale. 

Si invocano sovranità o mercato alla bisogna

Il paradosso è che mentre le banche cambiano pelle, una parte della politica e delle istituzioni continua a osservare il fenomeno con categorie che appartengono al secolo scorso. Si invoca la sovranità quando il compratore parla straniero e il mercato quando fa comodo. Intanto si scoprono problemi che fino al giorno prima nessuno vedeva. L’Antitrust ne offre un esempio curioso. Nel 2018 escluse che Mediobanca esercitasse il controllo sulle Assicurazioni Generali. Oggi sembra invece pronta a leggere nell’operazione di Intesa un’influenza che allora non esisteva. Il 13 per cento di Generali è sempre lì e l’ad Carlo Messina ha specificato di considerarlo un investimento, non una leva di comando. Se il principio è cambiato, sarebbe utile capire quando. Anche perché, nello stesso momento, il quasi 30 per cento detenuto da Crédit Agricole in Banco Bpm sembra suscitare un interesse decisamente più tiepido. Evidentemente anche la concorrenza conosce le sue geometrie variabili. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Carlo Messina (Imagoeconomica).

Le mire di Crédit Agricole

Ed è proprio la banca francese il convitato di pietra di questa stagione. Mentre il dibattito guarda altrove, Crédit Agricole continua a occupare posizioni. Banco Bpm è solo il tassello più visibile. Sul suo tavolo ci sono anche Banca del Mezzogiorno e la Cassa di Risparmio di Orvieto. Tutto legittimo, un po’ meno accorgersene soltanto quando conviene. Il golden power dovrebbe essere una regola. Da noi rischia di diventare uno stato d’animo. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

Generali continua a rappresentare un caso unico

In questo quadro Generali continua a rappresentare un caso quasi unico. Enrico Cuccia diceva che se era caduto l’Impero romano poteva cadere anche Mediobanca, ma non il Leone di Trieste. Oggi attorno alla compagnia convivono Mediobanca, Delfin, Caltagirone, Benetton, Intesa. Nessuno comanda davvero, e forse è proprio questo il suo valore. In un capitalismo sempre più concentrato, Generali resta una delle poche grandi istituzioni che non possono essere ricondotte al progetto di un solo azionista. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

La trasformazione di Mediobanca e di Mps

Anche Mediobanca, del resto, è chiamata a prendere atto che il proprio mestiere è cambiato. Per decenni è stata la regia del capitalismo italiano. Oggi quel capitalismo non esiste più. Non perché siano spariti gli interessi, ma perché hanno cambiato indirizzo. Alberto Nagel, l’ex ad, aveva intuito per tempo che il futuro passa dal risparmio gestito più che dai vecchi salotti finanziari. L’offerta di Intesa accelera questa trasformazione e, paradossalmente, potrebbe rafforzare Mediobanca proprio costringendola a concentrarsi su ciò che sa fare meglio. Quanto a Monte dei Paschi, forse è arrivato il momento di liberarla dalla nostalgia. Luigi Lovaglio ha restituito dignità a una banca che molti consideravano definitivamente perduta. Pensare che possa continuare a vivere come banca della città significa non avere capito che il mercato europeo non concede più rendite sentimentali.  

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

UniCredit e il muro di Berlino

Lo stesso vale per UniCredit. L’ad Andrea Orcel non ha incontrato Giancarlo Giorgetti, come pure è stato fatto circolare. I rapporti con il governo sono meno tesi di un anno fa. In Germania, invece, Berlino continua a opporsi all’operazione Commerzbank. È il segno che gli interessi nazionali non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato scala. Il credito europeo è ormai un sistema integrato nel quale gli interessi nazionali continueranno a esistere, ma dovranno imparare a convivere con quelli industriali. La politica può accompagnare questo processo, non fermarlo. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

È qui che si misura davvero la sovranità economica. Non nel guardare alla nazionalità dei passaporti di chi siede nei consigli di amministrazione, ma nel costruire gruppi abbastanza forti da non diventare essi stessi terreno di conquista. Per anni si è detto che il capitalismo italiano era immobile. Adesso che finalmente si muove, c’è già chi prova a fermarlo di nuovo. 

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa

La battaglia sulla holding di famiglia non gli sta giocando a favore, ma Leonardo Maria Del Vecchio può consolarsi. L’Università degli studi di Roma Tor Vergata e il suo magnifico rettore Nathan Levialdi Ghiron hanno deciso di premiarlo addirittura con una laurea honoris causa. Cerimonia in programma giovedì 9 luglio alle ore 11, nella splendida cornice di Villa Mondragone, a circa 20 chilometri a sud-est della Capitale e a breve distanza da Frascati.

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa
Nathan Levialdi Ghiron, magnifico rettore dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata (foto Imagoeconomica).

L’imprenditore innovatore che vuole le dita sporche di nero

Nel dettaglio, la materia del riconoscimento è “Diritto, Innovazione tecnologica e Sostenibilità“, per quella che l’ateneo definisce «una figura di spicco nel panorama industriale e filantropico internazionale». Da nuovo editore del Gruppo Editoriale Nazionale, LMDV alla festa del Giorno di fine maggio aveva rivolto un pensiero ai giovani «che non hanno più la passione e le dita sporche di nero per l’inchiostro del giornale». Insomma non proprio un manifesto di innovazione tecnologica, ma non stiamo a sottilizzare. Alla cerimonia sarà presente anche la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini.

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa
Leonardo Maria Del Vecchio e Anna Maria Bernini (foto Imagoeconomica).

Sulle orme del padre, alla faccia delle battutine sul suo eloquio

Leonardo Maria così può ricalcare le orme del padre, fondatore di Luxottica, che nella sua vita ha ricevuto tre lauree honoris causa: in Economia aziendale dall’Università Ca’ Foscari di Venezia (nel 1995), in Ingegneria gestionale dall’Università di Udine (2002) e in Ingegneria dei materiali dal Politecnico di Milano (2006), oltre ad aver conseguito un Master ad honorem in International Business dalla MIB School of Management di Trieste (1999). Una grande rivincita per il rampollo che si è buttato nell’editoria senza una grande visione e che, dall’ospitata da Lilli Gruber in poi, non aveva dimostrato molta dimestichezza con le parole…

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa
Leonardo Maria Del Vecchio mentre prova a sporcarsi le dita col nero della stampa (foto Imagoeconomica).

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta

Alla fine della giornata, il conto di Leonardo Maria Del Vecchio è impietoso. Trasferimento delle sue quote nel veicolo personale: due voti su otto. Il suo uomo Marco Talarico, candidato a sorvegliare i conti della cassaforte: bocciato. La diffida per tenere il fratellastro Rocco Basilico fuori dall’assemblea: respinta dal board. Il dividendo che gli serviva per fare cassa: bloccato. Nessuna delle sue partite è passata, e i colpi sono arrivati da ogni lato del tavolo.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Rocco Basilico e Leonardo Maria Del Vecchio (foto Ansa).

Il muro dell’unanimità ha respinto il trasferimento delle quote

Ogni meccanismo dentro l’assemblea dei soci di Delfin ha finito per ritorcersi contro di lui. I fratelli che frenano la successione, Luca, Clemente e Paola, lo hanno fermato sui dividendi, con Clemente nel ruolo di ago della bilancia che avevamo segnalato come l’incognita vera. Il muro dell’unanimità, costruito dal padre proprio contro le ambizioni di un singolo erede, ha respinto il trasferimento delle quote. E qui c’è il dato che pesa più di tutti: la sua richiesta personale ha raccolto due voti, meno dei cinque di Clemente e dei quattro di Rocco. Anche tra i soci a lui più vicini, quasi nessuno lo ha seguito su quella mossa.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Marco Talarico e Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Anche il mercato ha emesso la sua sentenza: titolo giù

Il fronte della prudenza ha tenuto il punto sul nome di Talarico. E il board presieduto dal suo presunto alleato Francesco Milleri ha difeso l’ingresso di Rocco contro la sua volontà esplicita. Perfino il mercato ha emesso la sua sentenza. Il titolo EssilorLuxottica ha scavato il minimo di giornata a 160,60 euro nelle ore dell’assemblea e ha ripreso fiato fino a 164 quando si è capito che il disegno di Leonardo non sarebbe passato.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Quando l’azienda di cui tu sei chief strategy officer rimbalza nel momento in cui perdi la conta, il messaggio è nitido. La griglia poneva una domanda di fondo: Leonardo gioca la conquista o la sopravvivenza. La giornata ha risposto con una terza opzione, la più rischiosa di tutte. Niente cassa per sopravvivere, niente numeri per conquistare. Ha lasciato la sala agli avversari, ha mandato una lettera che accusa il board di inerzia, e ha spostato la guerra davanti a un giudice del Granducato.

Da minoranza sconfitta LMDV diventa minoranza di blocco

Qui sta il punto da non perdere di vista. Un uomo battuto su ogni fronte e con un’esposizione che, sommate le penali da un miliardo, può viaggiare verso i 2,3 miliardi, resta pericoloso proprio perché conserva un’arma. Il suo 12,5 per cento pesa sull’unanimità richiesta per lo statuto, per i manager, per le operazioni straordinarie. Lo stesso meccanismo che oggi lo ha bloccato domani lavora per lui: da minoranza sconfitta diventa minoranza di blocco.

La partita davanti al tribunale lussemburghese

E i cinque soci su otto che hanno portato la richiesta di trasferimento davanti al tribunale lussemburghese, lui compreso, hanno aperto il fronte dove le maggioranze non contano e i tempi si misurano in mesi. La sedia vuota e la causa raccontano allora una strategia precisa. Chi perde la conta in assemblea e conserva il potere di inceppare ha una via d’uscita: spostare il tavolo. Da qui in avanti la partita corre su due binari per tutta l’estate.

Delfin, lo schiaffo a Leonardo Maria Del Vecchio e l’arma che gli resta
Romolo Bardin (foto Imagoeconomica).

Il board di Milleri e Romolo Bardin è chiamato a disegnare un buyback che a sua volta apre nodi statutari su prezzo e azioni proprie. E i ricorsi possono tenere in stallo la cassaforte mese dopo mese. Leonardo ha perso il controllo dell’agenda, e gli resta il potere di rallentarla. In una holding che produce utili e non li distribuisce, il tempo è una valuta. Il padre aveva blindato la fortezza contro le liti tra figli, immaginando che l’unanimità costringesse tutti a decidere insieme. Quella stessa regola oggi consegna all’erede più indebitato il potere di non far decidere nessuno. Lo schiaffo del 30 giugno ha chiuso un atto. La guerra di logoramento ne apre un altro.

Leonardo Maria Del Vecchio ha disertato l’assemblea di Delfin

Leonardo Maria Del Vecchio non ha preso parte all’assemblea dei soci di Delfin convocata per oggi, 30 giugno. E non è intervenuto neanche attraverso un suo rappresentante. La decisione è stata comunicata con una lettera, in cui il quartogenito del fondatore di Luxottica ha ripercorso tutta la serie di «gravi criticità irrisolte», scrivendo di «board inerte» e sottolineando che «non c’erano i presupposti per un’assemblea produttiva». Nell’assemblea del 27 aprile, quando in sei (sette su un punto specifico) avevano votato a favore delle sue proposte di delibera, Del Vecchio riteneva di aver ottenuto conferma dell’appoggio di gran parte dei soci e di conseguenza di Delfin. Da allora, scrive nella lettera, «vari fattori sono cambiati». Tra le altre cose, Del Vecchio – intenzionato a salire al 37,5 per cento della holding di famiglia – si è lamentato di non aver mai ottenuto «accesso a documentazione aziendale indispensabile anche per le interlocuzioni con le banche finanziatrici», ricevuto solo risposte telefoniche e nessun riscontro scritto.

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Assemblea Delfin: l’ordine del giorno

All’ordine del giorno dell’assemblea dei soci Delfin, che si è tenuta in Lussemburgo, c’erano l’approvazione del bilancio (arrivata all’unanimità, utile intorno a 1,5 miliardi), l’innalzamento dei dividendi al 10 per cento, le richieste di uscita dei soci Clemente Del Vecchio e Rocco Basilico, l’aumento degli emolumenti del cda e l’introduzione di un collegio di commissari dei conti che potrà accedere ai lavori del board. Ne sono stati approvati solo due, Lara Forte e Fabio Scoyni, mentre è stato bocciato l’altro candidato all’incarico, Marco Talarico, ex amministratore delegato di LMDV Capital, la società di Leonardo Maria Del Vecchio.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?

L’assemblea di Delfin di martedì 30 giugno non è una formalità. L’ordine del giorno mette in fila bilancio, innalzamento dei dividendi, richieste di uscita dei soci, aumento degli emolumenti del board e l’introduzione di un collegio di commissari. Ognuna di queste voci è una leva, e ognuna ha una soglia statutaria che ne decide l’esito. Questa è la griglia per leggere il voto, con i numeri che contano e cosa significa ciascun risultato.

Il bilancio: la soglia di sopravvivenza del sistema

Il primo punto è anche il più sottovalutato. L’approvazione del bilancio è ordinaria amministrazione in tempi normali, ma in un clima di guerra diventa un termometro. Una bocciatura del bilancio e della ripartizione degli utili è lo scenario che apre la china più ripida, fino all’ipotesi estrema di messa in liquidazione della holding evocata nelle ultime settimane. Da osservare se passa liscio o se qualcuno lo trasforma in terreno di scontro. Un bilancio che inciampa segnala che la frattura è andata oltre il punto di non ritorno.

I dividendi: la leva di cassa di Leonardo

Qui si gioca la liquidità, e va letto con una premessa. L’8 maggio l’assemblea aveva già deliberato di alzare il payout fino all’80 per cento degli utili, contro il 10 per cento ordinario, e su quella delibera Rocco Basilico ha depositato ricorso in Lussemburgo. Il voto del 30 vale quindi come conferma ed esecuzione. La soglia è la maggioranza dei due terzi, sei soci su otto. Il punto da seguire: con riserve sopra i 5,7 miliardi e una capacità di cedola intorno al miliardo e mezzo, un payout massimo è lo strumento con cui Leonardo fa cassa senza banche per servire il proprio debito. Un dividendo confermato all’80 per cento segnala un erede che gioca la sopravvivenza. Un blocco sui due terzi riaprirebbe la tensione di cassa, e il fronte che storicamente ha frenato i dividendi è quello dei tre che hanno accettato con beneficio d’inventario, Luca, Clemente e Paola. Con Luca e Paola oggi interessati a monetizzare, l’incognita vera resta Clemente.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?

Il collegio dei commissari: il test di forza su Talarico

Questa è la partita sulla governance, ed è il punto dove Marco Talarico diventa cartina di tornasole. La proposta porta tre nomi, con Talarico in testa, mandato fino al 2030 e poteri di accesso all’intera contabilità. Il meccanismo da capire è quello degli osservatori previsto dallo statuto: l’assemblea può nominare fino a tre figure che siedono alle riunioni del board senza diritto di voto, e se un amministratore cessa la carica per qualsiasi motivo diverso dalla revoca, l’osservatore più alto in grado ne prende automaticamente il posto. Piazzare l’uomo di Leonardo dentro quel presidio significa pre-posizionarlo per cadere nel board nel momento in cui l’amministratore delegato di Delfin Romolo Bardin dovesse vacillare. Se la proposta passa, Leonardo e Francesco Milleri hanno segnato il punto più pesante contro l’attuale gestione. Se cade, il fronte della prudenza ha tenuto la soglia.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
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Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?

Le uscite e il buyback: la sconfitta ordinata, con tre trappole

Il buyback è l’esito che in queste ore prende quota, e va spiegato perché è una vittoria avvelenata per chiunque lo invochi. Lo statuto pone tre vincoli che ne cambiano la natura. Il riacquisto deve essere aperto a tutti i soci, e non solo a Luca e Paola, con conseguenze incontrollabili se altri decidono di uscire. Il prezzo di esercizio della prelazione, secondo le fonti vicine al dossier, andrebbe fissato intorno ai 6,5 miliardi a quota sul valore di Nav (Net asset value, il Valore patrimoniale netto), non i 5 pattuiti tra i fratelli. E il riacquisto di azioni proprie è ammesso solo nei limiti degli utili distribuibili, con le quote che finiscono in tesoreria senza voto né dividendo, oppure annullate con riduzione di capitale. In tutte le varianti la conseguenza è una sola: Leonardo non sale al 37,5 per cento e non diventa socio di riferimento. Da osservare se l’assemblea imbocca questa strada, perché è la sconfitta strategica di Leonardo in forma ordinata.

L’incognita: la legittimazione di Rocco

Il primo scontro è procedurale e si gioca prima ancora del merito. Dall’8 maggio è pendente in Lussemburgo, oltre a un giudizio italiano, il ricorso con cui Rocco contesta il trasferimento del 25 per cento alla newco Lmdv Fin: i suoi legali sostengono che, trattandosi di un soggetto terzo, servisse l’88 per cento, sette soci su otto, mentre la delibera passò con il 75 per cento, sei voti, contro lui e Claudio. La lettura di Delfin è opposta, perché Lmdv Fin sarebbe controllata da un socio già presente. Da seguire se Rocco viene ammesso al voto e con quali riserve, e se la sua proposta di vendere le partecipazioni con lo sconto del 25 per cento su EssilorLuxottica arriva al tavolo o viene respinta in via pregiudiziale. Un Rocco ammesso con riserva apre un fronte legale che durerà mesi e tiene ogni delibera sotto la spada di un’impugnazione.

Le crepe interne: Claudio e l’eventuale passo indietro di Milleri

Due figure dicono più di qualsiasi conta. Claudio Del Vecchio ha votato contro il trasferimento insieme a Rocco e alla vigilia del voto ha proposto un bonus straordinario per il lavoro del board, una mossa che fotografa la frattura. Se Claudio emerge come polo del fronte anti-Leonardo, gli equilibri cambiano più di qualsiasi dichiarazione. E poi c’è Milleri, il segnale che vale più di tutti. La sua alleanza con Leonardo è uno scambio: vota con lui perché gli serve il blocco di eredi allineato per il proprio legato. Si racconta che leggendo la lettera aperta di Leonardo su QN il presidente si sia molto rabbuiato, perché quel patto di fiducia non era mai stato messo in discussione. Qualunque passo indietro di Milleri, anche solo nei toni, è la spia che Leonardo è rimasto solo.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
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La pressione reale: titolo, banche, debito

Mentre in assemblea si vota, tre indicatori esterni misurano la pressione reale. Il titolo EssilorLuxottica ha perso oltre il 37 per cento da gennaio, intorno ai 166 euro: ogni ulteriore scivolone peggiora le garanzie sui prestiti personali di Leonardo e avvicina la chiamata a margine. Il pool bancario si è già assottigliato, con BNP Paribas sfilata e Lmdv a trattare con fondi come Apollo per costruire il prestito da 10-11 miliardi. E la coda di private debt al 14-16 per cento è la spia che la tensione di liquidità è già in corso: se quel filone si muove, lo stallo sta diventando spirale. Sono i segnali più silenziosi e i più affidabili.

La diagnosi: la prima mossa di Leonardo dopo il voto

Al netto delle dichiarazioni, la strategia vera si legge da cosa fa il giorno dopo. Se spinge sul dividendo massimo, punta alla sopravvivenza. Se rilancia sul buyout o torna a chiedere garanzie a Delfin, resta in modalità conquista e si scava la fossa. Se vira sulla vendita delle partecipazioni, ha accettato la logica di Rocco e cerca cassa a ogni costo. La guerra mediatica contro il board, va ricordato, è già cominciata il 19 giugno con la lettera aperta su QN, il giornale di cui è editore: il punto ora è se alza ancora il tiro o rientra.

Conquista o sopravvivenza: che partita sta giocando Leonardo?

La domanda che tiene insieme ogni segnale è una sola: Leonardo sta giocando la conquista o la sopravvivenza. Fino alla primavera erano la stessa cosa, perché comprare le quote dei fratelli significava anche rifinanziare il debito. Da oggi si separano. Un erede che “pivota” sulla liquidità, dividendo e riduzione dell’esposizione, ha capito la partita. Un erede che continua a spingere sul 37,5 per cento mentre il titolo scende e i creditori cari battono cassa sta correndo verso la margin call che Warren Buffett ha passato la vita a evitare. E sopra tutto resta il muro che il padre ha costruito: con l’unanimità richiesta per statuto, manager e operazioni straordinarie, ogni erede pesa per il suo 12,5 per cento. E nessuno vince da solo.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio

    Warren Buffett ha sempre tenuto la sua Berkshire Hathaway lontana dalla leva finanziaria usata per gonfiare i rendimenti, e la ragione che ripete da decenni è una sola: non voler mai essere costretto a soddisfare una margin call nel momento sbagliato. La vicenda che in queste ore tiene col fiato sospeso la finanza italiana, con l’assemblea di Delfin convocata per martedì 30 giugno in Lussemburgo, mostra cosa accade quando si imbocca la strada opposta. È prima di tutto una storia di leva, e di una margin call che incombe.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Warren Buffett (Imagoeconomica).

    Delfin è la cassaforte lussemburghese della famiglia Del Vecchio, e custodisce partecipazioni per oltre 40 miliardi: il 32 per cento di EssilorLuxottica e quote pesanti di Generali, Mps, UniCredit, Covivio. Chi controlla Delfin muove una fetta del capitalismo finanziario italiano. Per questo una faccenda nata come problema privato di uno degli otto eredi è diventata un caso di sistema.

    Il motore: 1,3 miliardi di debito personale

    Al centro c’è l’esposizione di Leonardo Maria, il quartogenito 31enne. Le ricostruzioni, confermate da fonti vicine al suo family office Lmdv, parlano di un indebitamento complessivo che supera quota 1,3 miliardi, maturato nei quattro anni dalla morte del padre: circa 350 milioni con Crédit Agricole, 650 milioni di prestito personale erogato da UniCredit alla persona fisica, 110 milioni di leasing per il mega-yacht da 72 metri e la collezione di auto, oltre 100 milioni di crediti di firma, più una coda di private debt molto caro.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

    Il dettaglio che ribalta la narrazione ufficiale sta nei numeri. L’acquisto delle quote dei fratelli Luca e Paola, valorizzate 10 miliardi per il 25 per cento complessivo, sarebbe servito a Leonardo per ottenere dalle banche un finanziamento ancora più ampio, intorno agli 11 miliardi, e rifinanziare così la sua posizione. La scalata alla holding e il salvataggio finanziario personale erano la stessa identica mossa.

    La clausola mancante e il rischio di maxi penale

    L’operazione si è arenata per due ragioni lineari. EssilorLuxottica ha perso oltre il 37 per cento da gennaio, scivolando verso i 166 euro: il valore delle quote da offrire in garanzia è crollato e i rapporti loan-to-value su cui le banche avevano costruito tutto sono saltati. In più i contratti con i fratelli sarebbero stati firmati senza la clausola che subordina l’acquisto all’effettiva concessione del finanziamento. La conseguenza è pesante. Se Leonardo non compra, rischia di dover versare una penale da 500 milioni a ciascuno dei due fratelli. Un altro miliardo. Il suo debito, in caso di scalata fallita, viaggia verso i 2,3 miliardi. Non può finanziare l’operazione, e tirarsi indietro gli costa quanto un piccolo Stato.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Romolo Bardin (foto Imagoeconomica).

    La detonazione sulla governance

    Quando le banche hanno chiesto garanzie più solide, la richiesta ha smesso di essere personale e ha bussato alla porta di Delfin. Lì la crisi è diventata societaria. Nel consiglio del 24 giugno il board si è spaccato: a favore della linea che apriva la cassaforte si sono schierati il presidente Francesco Milleri e il notaio di famiglia Mario Notari, contrari l’amministratore delegato Romolo Bardin con i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. La maggioranza del board ha bocciato l’ipotesi di impegnare risorse comuni a copertura di un’operazione fatta nell’interesse di un singolo socio, per giunta a valori non più coerenti con il mercato.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Mario Notari (foto Imagoeconomica).

    Leonardo Del Vecchio padre voleva evitare risse tra figli

    A complicare tutto c’è lo statuto, disegnato da Leonardo Del Vecchio padre proprio per evitare le risse tra figli. Per modificarlo serve l’88 per cento del capitale; per nominare o revocare i manager serve l’unanimità degli otto soci. Ogni erede, con il suo 12,5 per cento, è di fatto una minoranza di blocco. Nessuno vince da solo, e chiunque può inceppare la macchina.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Leonardo Del Vecchio, morto nel 2022.

    Gli interessi veri dietro gli schieramenti

    Milleri sostiene Leonardo perché ha un legato personale da incassare, un pacchetto di azioni Essilux da oltre 350 milioni più le relative imposte, che dipende dalla distribuzione dei dividendi e da passaggi statutari a maggioranza qualificata. Per portarlo a casa gli serve il blocco di eredi allineato, e il motore di quel blocco oggi è Leonardo. Il suo appoggio regge finché gli garantisce i numeri per il legato.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Francesco Milleri (Imagoeconomica).

    Bardin gioca un’altra partita. Tiene la linea della prudenza, che è solida sul piano societario, e soprattutto controlla l’orologio. Ogni giornata che Essilux passa in calo peggiora la posizione del debitore Leonardo. Per chi vuole logorare, la pazienza è un’arma. Anche la maggioranza dei cinque eredi firmatari è meno granitica di quanto sembri. È una coalizione di liquidità, tenuta insieme da chi vuole uscire e monetizzare. Luca e Paola appoggiano Leonardo finché lui resta il loro canale per incassare. Appena una strada alternativa offre gli stessi soldi senza passare da lui e dalle sue banche, quel sostegno evapora.

    I quattro scenari sul tavolo

    1 – Il buyback: Delfin ricompra direttamente le quote di Luca e Paola, attingendo a riserve e debito, e liquida chi vuole uscire. È l’esito più ordinato, e in queste ore prende quota. Per Leonardo è una sconfitta strategica: resta al 12,5 per cento, col debito personale intatto e senza il maxi-finanziamento che inseguiva.

    2 – Lo stallo: nessuna maggioranza, esecuzione del testamento congelata, Essilux che continua a scendere. È lo scenario più insidioso, perché avvicina la chiamata a margine sui prestiti di Leonardo e accende per primo il debito più caro, quello con clausole onerose in caso di default.

    3 – La vendita delle partecipazioni: è la strada che Rocco Basilico, il fratellastro in guerra con Leonardo, ha messo nero su bianco in una lettera al board e ai soci alla vigilia dell’assemblea. La avanza in due varianti. Nella prima Delfin vende le partecipazioni finanziarie (Mps, Generali, UniCredit), incassa e con quel denaro ricompra le quote di chi vuole uscire, lasciando ai soci che restano una holding concentrata solo sull’occhialeria. Nella seconda, definita intermedia, Delfin non vende nulla e distribuisce direttamente ai soci le partecipazioni finanziarie, così che ciascuno se le venda per conto proprio, preservando intatta la quota in EssilorLuxottica.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico.

    Il vero detonatore è il criterio di prezzo. Basilico propone di valutare le partecipazioni finanziarie al 100 per cento del valore di mercato, perché facilmente liquidabili, e di applicare invece a EssilorLuxottica uno sconto del 25 per cento sulla quotazione di Borsa, motivandolo con il fatto che il titolo dentro una holding non è liquido come sul mercato.

    4 – La rottura di governance: Milleri o Bardin sbattono la porta. Siccome nominare un nuovo amministratore richiede l’unanimità, una sola dimissione paralizza la holding. È l’arma di pressione reciproca, e per questo nessuno la impugna davvero finché può evitarlo.

    Il notaio Notari è in lite ma è un consigliere che vota

    Sul tavolo pesano poi alcuni nodi che meritano attenzione. Mario Notari, custode del testamento e membro del board, è in contenzioso civile con la stessa famiglia per una parcella giudicata troppo alta, tanto che la pratica di successione è passata a un altro notaio milanese. Oggi quel consigliere vota su operazioni che riguardano gli azionisti con cui è in lite.

    I ruoli che fanno discutere: Talarico e Paolo Basilico

    Marco Talarico, braccio destro di Leonardo appena uscito dalla guida del family office, è stato proposto come commissario ai conti della cassaforte che appartiene a tutti e otto gli eredi, con un mandato fino al 2030 e poteri di accesso all’intera contabilità. Un uomo legato a un singolo socio messo a sorvegliare i numeri di tutti. E qui la genealogia pesa: Talarico arriva da Kairos, la società fondata da Paolo Basilico, padre di quel Rocco che a Leonardo sta facendo la guerra. Il fedelissimo di un erede, con una storia professionale radicata nel mondo del padre del suo rivale, candidato a controllare i conti della holding di famiglia.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Marco Talarico e Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

    E la coda di private debt più costosa, fino al 14-16 per cento con clausole pesanti in caso di default secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, condurrebbe Lmdv verso una società di advisory, la Duepuntozero Npl, le cui ramificazioni, stando alle ricostruzioni finanziarie, sfiorano il mondo degli ex gestori di Kairos e gli investimenti di Paolo Basilico, padre proprio di Rocco.

    Cortocircuito Delfin, meglio di Succession: cosa succede nella holding di Del Vecchio
    Paolo Basilico (foto Imagoeconomica).

    Il genio di Agordo aveva costruito una fortezza pensata per durare oltre di lui, blindata contro le liti tra figli. Quella stessa fortezza oggi rischia di diventare una gabbia per l’erede più ambizioso, prigioniero della sua stessa leva. L’assemblea del 30 giugno non chiuderà la partita. La accompagnerà per tutta l’estate.

    Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?

    Per anni Banca Ifis ha investito una cifra monstre in immagine, sponsorizzazioni, mostre, eventi e convegni d’ogni sorta, costruendo l’aura dell’istituto diverso da tutti gli altri: vellutato, colto, mecenate, banca con l’anima, non solo attenta al vil denaro. E i dipendenti, chiamati Ifis people come fossero una classe di eletti, dovevano essere orgogliosi di lavorare lì. Una macchina del consenso oliata alla perfezione, capace di travestire da fondazione culturale un gruppo che tra i principali mestieri ha più prosaicamente quello di vendere crediti deteriorati.

    Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?
    Il presidente di Banca Ifis Ernesto Fürstenberg Fassio presenta l’opera restaurata “Il bambino migrante” dello street artist Banksy (foto Ansa).

    Le banche d’affari hanno certificato il disastro

    A certificare il disastro hanno provveduto le banche d’affari, matita rossa impugnata con ineludibile severità. Intesa Sanpaolo da buy a neutral, con target price quasi dimezzato da 27,6 a 15,2 euro e stime di utile per azione 2026 tagliate del 70 per cento. Banca Akros da accumulate a neutral, prezzo obiettivo anche qui dimezzato da 28 a 14,8, e quel pudico riferimento alla «fase di transizione» con cui in finanza si indica il momento in cui non si capisce più granché. Persino la generosa Equita, che il buy lo conserva, ha dovuto resettare le attese e allinearsi alla parte bassa della guidance, da 28 a 19 euro.

    Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?
    Ernesto Fürstenberg Fassio (foto Ansa).

    Ciò che ieri era un asset strategico oggi è diventato zavorra

    All’origine del patatrac, la decisione di avviare la vendita del business Npl, quei crediti deteriorati raccontati per anni come il gioiello di famiglia, per deconsolidarli, complici le nuove regole sul calendar provisioning. Tradotto: ciò che ieri era un asset strategico oggi è diventato zavorra da scaricare in fretta. E la guidance 2026, già che c’eravamo, ridotta da 170-190 a 100-110 milioni, una notizia comunicata con la nonchalance di chi annuncia un semplice cambio di stagione.

    Una promessa su cui il mercato ha smesso di credere

    Il punto delicato, però, sta nei tempi. Il deconsolidamento arriva pochi mesi dopo l’acquisizione di Illimity, la banca di Corrado Passera che Ernesto Fürstenberg Fassio e l’amministratore delegato Frederik Geertman hanno portato in casa con un’Ops costruita anch’essa su una narrazione di crescita e visione. Il copione era quello del gruppo che si fa grande comprando il futuro. Salvo poi scoprire che, mentre si recitava la parte dell’acquirente ambizioso, il motore storico della redditività, proprio gli Npl, andava smontato perché il regolatore non lo finanzia più a buon mercato. Il presidente che mette il nome sull’operazione e il manager che la esegue ora condividono la titolarità di una promessa su cui il mercato, numeri alla mano, ha smesso di credere.

    Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?
    Ernesto Fürstenberg Fassio (foto Ansa).

    Di solito in questi casi prima o poi qualche testa rotola

    Ora il futuro si regge più sulle speranze che sulle certezze, tant’è che Banca Ifis ha rinunciato a fare previsioni. Resta da capire chi pagherà il conto di uno spettacolo partito come festa e trasformatosi in un film dell’orrore. Perché una regola non viene mai meno: quando un titolo in due sedute dimezza la sua capitalizzazione di Borsa, prima o poi qualche testa rotola. Di solito, si comincia da quella di coloro che prima del crollo hanno imbastito la sceneggiatura.

    Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio

    In ogni operazione finanziaria, grande o piccola che sia, arriva il momento in cui la narrazione (abilmente costruita a suon di storytelling e munifici investimenti pubblicitari) incontra il bilancio. Per Banca Ifis quel momento è arrivato venerdì 26 giugno, con un crollo in Borsa che in tarda mattinata ha sfiorato il 40 per cento. Non quella che gli analisti chiamano una correzione di un titolo giudicato sopravvalutato, ma proprio una resa dei conti.

    L’utile 2026 si è quasi dimezzato rispetto alle promesse

    Il mercato, che pur nei mesi scorsi aveva applaudito la scalata a Illimity, la banca fondata da Corrado Passera, ha deciso di leggere bene i numeri. L’utile 2026, che a febbraio il presidente Ernesto Fürstenberg Fassio prometteva tra i 170 e i 190 milioni «in assenza di shock geopolitici», si è quasi dimezzato a 100-110 milioni. Un tonfo tanto più clamoroso se si pensa che, complice il risiko bancario in corso, l’intero settore viaggia sui massimi. Evidentemente lo shock Banca Ifis ce l’aveva già in casa, e si chiama appunto Illimity. Un brutto inciampo per le ambizioni di Fürstenberg Fassio.

    Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
    Corrado Passera (foto Imagoeconomica).

    Fuori dai crediti spazzatura proprio mentre si scopre di averne ereditati

    Da notare l’ironia, tipica di quelle che la finanza confeziona con rara perfidia. Banca Ifis ha comprato l’istituto di Passera con l’idea di crescere nella specialty finance, ma nel frattempo aveva dato l’addio al business degli Npl, quello dei crediti deteriorati, prevalentemente nel segmento di mercato small tickets unsecured, crediti di piccolo taglio e senza garanzia. Cioè il mestiere che ne ha fatto la fortuna. Quindi la banca veneziana di Fassio esce dai crediti spazzatura proprio mentre scopre di averne ereditati a sufficienza altrove. Un miliardo e mezzo di portafoglio messo in vendita, firma entro l’anno, perfezionamento «a inizio 2027». Almeno si spera.

    Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
    Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis (foto Imagoeconomica).

    Comprarsi un competitor e portarsi in dote anche i rilievi della Vigilanza

    Ma il capitolo più istruttivo è quello degli accantonamenti: 70 milioni, già stanziati, di cui 30 su «alcune esposizioni creditizie di grandi dimensioni» riviste con approccio «ancor più conservativo». Gli altri 40 su esposizioni cartolarizzate di Illimity, su cui Bankitalia aveva già acceso un faro, di cui Banca Ifis si è fatta carico con la sua acquisizione. Insomma, un capolavoro: si compra un competitor per le sinergie e ci si porta in dote anche i rilievi della Vigilanza. Che infatti è in casa: ispezione conclusa, rapporto finale atteso «tra la fine di luglio e l’inizio di settembre». Tradotto dal banchese: prima dell’estate non si sa nulla.

    Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
    Banca Ifis.

    A scongiurare il crollo della baracca sono arrivati puntuali altri 70 milioni di attività fiscali differite, le benemerite Dta, che «contribuiranno positivamente alla generazione di capitale negli esercizi successivi». È l’alchimia di sempre: una perdita di oggi promossa a risorsa di domani, purché domani vada tutto bene. Il Cet 1 dovrebbe attestarsi a 13,5 punti, ma l’amministratore delegato Frederik Geertman si dice «impegnato a raggiungere i 14». L’impegno, come la guidance, resta un genere letterario.

    Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
    Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis, con l’amministratore delegato Frederik Geertman (foto Imagoeconomica).

    Sul piano industriale, prospettive diciamo nebulose. Niente «guidance formale» per il prossimo anno perché «abbiamo diverse cose in divenire». E sui dividendi, vero termometro per la famiglia Fürstenberg Fassio, imparentata con gli Agnelli e padrona del 50,5 per cento via la lussemburghese La Scogliera, la rassicurazione è di quelle che inquietano: la politica «non è cambiata formalmente».

    Acquisire a sconto una banca in difficoltà è facile. Ma poi gli azionisti…

    Resta la fotografia di un istituto che nel 2025 ha celebrato la «tappa storica», doppiato gli utili a 328 milioni grazie al badwill di una preda pagata meno del suo patrimonio, e che oggi scopre il significato meno nobile di quel termine inglese: cattiva volontà, sì, ma anche cattivo presagio. Comprare a sconto una banca in difficoltà è facile. Il difficile viene quando tocca poi spiegarlo agli azionisti. Che infatti hanno risposto nel modo più eloquente: vendendo i titoli a manetta.

    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura

    Negli uffici milanesi di LMDV Capital, in via Montenapoleone, l’aria si è fatta pesante. Secondo quanto risulta, Leonardo Maria Del Vecchio avrebbe avuto un confronto durissimo con Marco Talarico, amministratore delegato del suo family office. Al termine del faccia a faccia, il manager sarebbe stato sollevato dall’incarico. Eppure Talarico era l’uomo che il rampollo di casa Luxottica aveva messo alla guida operativa della holding fin dai primi passi: ex executive director per i grandi patrimoni di UBS, prima ancora relationship manager in Kairos Partners. Quattro anni a costruire una galassia di partecipazioni che oggi varrebbe intorno al mezzo miliardo, tra hospitality di lusso, editoria, ristorazione, real estate e tech.

    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Marco Talarico, ad di LMDV Capital (foto Imagoeconomica).

    Costi guardati con occhi sempre meno indulgenti

    Le indiscrezioni che circolano negli ambienti finanziari milanesi parlano di frizioni montate su più fronti. Ritmi di crescita vertiginosi, forse eccessivi, e un controllo dei costi che l’azionista unico avrebbe cominciato a guardare con occhio sempre meno indulgente. Da qui una stretta che, raccontano, non si fermerebbe al solo Talarico.

    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura

    Passate al setaccio deleghe e scelte dell’intera squadra

    Anche il direttore generale Luigi Mascellaro, arrivato da PwC, sarebbe finito sotto la lente. Del Vecchio jr avrebbe deciso di passare al setaccio deleghe e scelte dell’intera squadra, con un piglio da padrone di casa che vuole vederci chiaro fino in fondo. E qui entra in scena il nome che guadagna posizioni.

    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Luigi Mascellaro.

    A raccogliere pezzi pesanti della macchina sarebbe Gabriele Benedetto, ex amministratore delegato di Telepass. Pescarese, classe 1982, Bocconi, oltre un decennio di consulenza in Value Partners tra Europa e Asia, poi la trasformazione di Telepass nel sistema di pagamento della mobilità italiana.

    Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
    Gabriele Benedetto (foto Imagoeconomica).

    I collaboratori osservano il risiko con un certo nervosismo…

    In LMDV, in realtà, Benedetto è già di casa: siede nel board e segue alcuni dossier, da EsaNanotech ad Acqua Fiuggi fino al fintech Qomodo. La novità sarebbe il salto di grado, con un ruolo nella plancia di comando. Il quadro è quello di un erede che, mentre tenta la scalata alla cassaforte di famiglia Delfin, decide di rimettere ordine nel proprio cortile. I collaboratori che fin qui hanno costruito la holding osservano il risiko con un certo nervosismo. Quando il principale comincia a contare le poltrone, c’è sempre qualcuno che resta in piedi nel momento in cui la musica si ferma.

    Banco Bpm starebbe valutando l’acquisizione di Bff Bank insieme ad Amco

    Banco Bpm starebbe valutando un’operazione su Bff Bank insieme ad Amco. Lo scrive Milano Finanza, spiegando che l’ipotesi allo studio prevederebbe una suddivisione delle attività della banca a lungo sotto ispezione di Bankitalia e in fase di revisione strategica sotto il nuovo ceo Giuseppe Sica. Banco Bpm rileverebbe la banca depositaria e i servizi di pagamento, mentre Amco (controllata dal Mef) acquisirebbe il business del factoring verso la pubblica amministrazione. Negli scorsi mesi Bff ha avviato contatti, grazie agli advisor Mediobanca e Morgan Stanley, per individuare un compratore.

    La Germania respinge l’offerta di UniCredit per Commerzbank

    Il governo federale tedesco ha respinto ufficialmente l’offerta di acquisizione di UniCredit per Commerzbank, affermando di sostenere l’indipendenza dell’istituto di credito guidato da Bettina Orlopp, visto «il ruolo importante nel finanziamento dell’economia nazionale e del settore delle medie imprese». Lo ha reso noto l’Agenzia delle Finanze di Berlino, che gestisce la partecipazione statale di oltre il 12 per cento in Commerzbank, la quarta più grande banca della Germania.

    La Germania respinge l’offerta di UniCredit per Commerzbank
    Bettina Orlopp (Imagoeconomica).

    Berlino: «Approccio aggressivo di UniCredit e offerta non adeguata»

    «Accettare l’offerta non era già un’opzione dal punto di vista finanziario, in quanto non prevedeva un premio adeguato rispetto all’attuale prezzo delle azioni di Commerzbank», sottolinea il governo di Berlino, evidenziando poi «l’approccio aggressivo di UniCredit». La Germania si oppone fermamente all’operazione fin da quando l’istituto di credito italiano guidato da Andrea Orcel ha reso nota la sua partecipazione in Commerzbank, quasi due anni fa: 26 per cento del capitale in via diretta e un’ulteriore posizione di circa il 4 per cento tramite total return swap. A metà marzo UniCredit ha annunciato l’offerta pubblica di scambio, iniziata il 5 maggio e la cui chiusura – prevista in origine per oggi – è stata posticipata al 3 luglio.

    La Germania respinge l’offerta di UniCredit per Commerzbank
    Andrea Orcel (Imagoeconomica).

    Avviata un’indagine per possibile manipolazione del mercato

    La vicenda UniCredit-Commerzbank si è inoltre arricchito di un altro capitolo: la Procura di Francoforte ha infatti confermato di aver avviato un’indagine preliminare su una possibile manipolazione del mercato in relazione all’offerta pubblica di scambio. L’inchiesta fa seguito a una denuncia penale presentata dal consiglio dei lavoratori di Commerzbank, pervenuta alla procura il 14 giugno.

    BFF Bank, Luigi Lubelli nuovo chief financial officer

    BFF Bank, piattaforma pan-europea presente in nove Paesi specializzata nella gestione e nello smobilizzo pro soluto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione e i Sistemi sanitari nazionali, ha annunciato la nomina – con decorrenza odierna – di Luigi Lubelli come nuovo chief financial officer. Il ruolo era ricoperto ad interim da Giuseppe Sica, dal metà marzo amministratore delegato e direttore generale di BFF.

    BFF Bank, Luigi Lubelli nuovo chief financial officer
    Il logo di BFF Bank (Imagoeconomica).

    Chi è Luigi Lubelli

    Lubelli vanta più di 30 anni di esperienza internazionale nel settore finanziario. Ha ricoperto ruoli di senior management in importanti istituzioni bancarie, assicurative e di investimento, come Generali e Allfunds Bank. Ha inoltre trascorso più di un decennio in ruoli apicali nelle aree finance e risk management presso MAPFRE, dove è stato group chief risk officer e deputy general manager per Risk e Capital Markets.

    Le reazioni internazionali all’opas di Intesa Sanpaolo su Mps

    L’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria lanciata da Intesa San Paolo sulle azioni di Banca Monte dei Paschi di Siena, com’era prevedibile, viene osservata con attenzione dalla stampa economico-finanziaria internazionale. Non solo perché viene visto come un passaggio destinato a incidere sugli equilibri del credito italiano, ma anche per le possibili implicazioni a livello europeo.

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    Il Financial Times scrive di «ultimo colpo di scena»

    Il Financial Times definisce la mossa di Intesa Sanpaolo su Mps «l’ultimo colpo di scena» della lunga stagione di consolidamento del credito italiano, accogliendola favorevolmente. Il quotidiano britannico, che evidenzia anche il valore strategico delle partecipazioni detenute da Siena attraverso Mediobanca e Generali, sottolinea inoltre che il gruppo guidato da Carlo Messina diventerebbe il secondo istituto dell’Eurozona per capitalizzazione di mercato. Dell’offerta da oltre 30 miliardi di euro di Ca’ de Sass si è occupato anche The Banker, testata di proprietà del Ft.

    Le reazioni internazionali all’opas di Intesa Sanpaolo su Mps
    Le reazioni internazionali all’opas di Intesa Sanpaolo su Mps
    Le reazioni internazionali all’opas di Intesa Sanpaolo su Mps
    Le reazioni internazionali all’opas di Intesa Sanpaolo su Mps
    Le reazioni internazionali all’opas di Intesa Sanpaolo su Mps
    Le reazioni internazionali all’opas di Intesa Sanpaolo su Mps
    Le reazioni internazionali all’opas di Intesa Sanpaolo su Mps

    Reuters: «Mossa che ridisegna la mappa finanziaria italiana»

    L’agenzia di stampa britannica Reuters presenta l’opas come una mossa destinata a «ridisegnare la mappa finanziaria italiana», soffermandosi anche sulla dimensione europea dell’operazione e sul consolidamento del sistema bancario italiano, ormai entrato in una fase molto competitiva. Reuters rimarca poi l’intreccio di finanza, politica e potere industriale dietro il deal che coinvolge Mps, la banca più antica del mondo.

    Frankfurter Allgemeine Zeitung cita le parole dell’ad Messina

    Il tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung richiama la prospettiva della nascita della seconda maggiore banca dell’Eurozona riportando le parole di Messina, ceo di Intesa Sanpaolo: «Vogliamo diventare la UBS d’Italia».

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    Lo spagnolo El País si sofferma sul ruolo del governo Meloni

    In Spagna, El País scrive di un’operazione che «scuote lo scacchiere bancario italiano», spiegando che la partita per Mps va ben oltre il perimetro bancario. Il controllo dell’istituto senese, infatti, offre un accesso indiretto a partecipazioni considerate strategiche. A corredo del pezzo una foto di Giorgia Meloni: El País evidenzia la volontà del governo italiano di mantenere una posizione neutrale.

    Le reazioni internazionali all’opas di Intesa Sanpaolo su Mps
    Una sede di Mps (Imagoconomica).

    Le Monde: «La nuova stagione del settore bancario italiano parte in tromba»

    «La nuova stagione di consolidamento del settore bancario italiano è partita in tromba», scrive Le Monde. Secondo il quotidiano francese il risiko bancario ripropone anche il tema del ruolo dello Stato e degli interessi nazionali nell’assetto del sistema finanziario d’Italia.

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    Anche il Wsj inserisce l’opas nel più ampio processo di consolidamento bancario

    Come le altre testate straniere, anche il Wall Street Journal inserisce l’opas nel più ampio processo di consolidamento bancario in Italia e in Europa, ricordando che l’offerta di Intesa Sanpaolo è stata una replica alla proposta di aggregazione avanzata da Bpm.

    Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko

    La metafora è abusata, ma continua a funzionare. Quando il sole scioglie la neve, tornano visibili cose che fino al giorno prima sembravano scomparse. L’offerta di Intesa Sanpaolo su Montepaschi sta producendo qualcosa di simile nel capitalismo italiano, muovendo gli equilibri e al contempo rendendo visibili relazioni, convergenze e interessi che finora erano rimasti sullo sfondo.  

    Bpm è nel pool di banche che finanziano LMDV

    Come spesso accade, il dettaglio più interessante arriva da una notizia apparentemente laterale. Repubblica ha raccontato che Banco Bpm è entrata nel pool di banche che finanziano Leonardo Maria Del Vecchio nell’operazione con cui il giovane imprenditore, da poco approdato anche all’editoria, punta a riacquistare le quote detenute da due dei suoi fratelli in Delfin. Nel gruppo dei finanziatori siedono già Unicredit e Crédit Agricole, che del resto è anche il principale azionista della stessa Bpm. Di per sé non ci sarebbe nulla di straordinario. Le banche da sempre finanziano gli imprenditori impegnati a ridefinire l’azionariato delle proprie società. Ma è quando si allarga lo sguardo che il quadro diventa più interessante. 

    Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
    Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

    Gli incroci tra Mps, Bpm e Delfin

    Basta tornare allo scorso aprile, al rinnovo degli organi sociali della banca senese, per accorgersi che molti dei protagonisti di oggi frequentavano già lo stesso tavolo. Allora la lista presentata dall’imprenditore Pierluigi Tortora (risultata poi vincente rispetto a quella del consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni) aveva proposto alla carica di ceo Luigi Lovaglio. La Holding PLT di Tortora risultava già beneficiaria di finanziamenti da parte di Mps. Il voto finale fece emergere che a quell’intesa avevano partecipato, oltre a Lovaglio e a PLT, anche Bpm e Delfin, la stessa Bpm che oggi è coinvolta nel riassetto azionario della cassaforte dei Del Vecchio. Se questo non basta a tratteggiare un patto occulto, è comunque sufficiente a delineare un quadro nitido: da un lato Bpm, titolare di circa il 3,8 per cento di Mps, ha sostenuto la candidatura di Lovaglio già pensando di invitarlo a nozze, come poi è successo domenica scorsa con la proposta di fusione. Dall’altro Bpm e Delfin, quest’ultima titolare di circa il 17,5 per cento di Mps, hanno trovato un ulteriore punto di convergenza nella partecipazione della banca guidata da Giuseppe Castagna al riassetto della stessa Delfin.  

    Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
    Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

    Riassumendo. Castagna dialoga con Lovaglio, il quale trova il sostegno di Delfin (socio di riferimento di Montepaschi) e Banco Bpm che a sua volta finanzia Leonardo Maria. Sullo sfondo si muovono Crédit Agricole, Unicredit e gli altri protagonisti del grande risiko bancario. Più che una sequenza di episodi separati, sembra un sistema di relazioni che tende periodicamente a ricomporsi attorno agli stessi nomi. Non risulta che i soggetti coinvolti abbiano chiesto, come prevede l’articolo 22-bis del TUB, preventiva autorizzazione della Bce per la detenzione concertata di partecipazioni capaci di esercitare una notevole influenza. Né che l’accordo sia stato comunicato al mercato, con tutte le conseguenze del caso, inclusa la possibile applicazione della disciplina sull’Opa obbligatoria qualora la somma delle partecipazioni avesse superato il 25 per cento del capitale e vi fossero stati acquisti di azioni nell’anno precedente la stipula del patto. 

    Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
    Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

    Milleri prigioniero dei vincoli imposti da Del Vecchio?

    In questa storia compare inevitabilmente anche Francesco Milleri, chiamato a gestire una fase delicata per Delfin dopo la scomparsa di Leonardo Del Vecchio. È difficile immaginare che un manager della sua esperienza non abbia valutato tutte le implicazioni degli assetti che si stavano formando. Così come è difficile pensare che i diversi protagonisti della vicenda non abbiano ben chiaro il disegno complessivo nel quale si muovono. Milleri, da manager esperto, deve aver percepito il rischio e verosimilmente cercato interlocuzioni anche con altri istituti di credito. Ma a quanto risulta è rimasto prigioniero dei vincoli imposti da Leonardo Maria, che mantiene i propri legami con i finanziamenti di Unicredit e Bpm ottenuti dando in pegno azioni Delfin. Il risultato è un intreccio complesso, una trama che, oltre a sfidare le norme, si presta al sospetto di un evidente conflitto di interessi. 

    Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
    Francesco Milleri (Imagoeconomica).

    Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario

    C’è una lettera d’amore e c’è un assegno. Quando Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi una fusione «tra pari» – nessun premio, nessun contante, solo la promessa di un polo da 50 miliardi – Carlo Messina ha rovesciato il tavolo in 24 ore. Intesa ha lanciato un’Opas da 30,6 miliardi, con premio e un euro cash a titolo.

    «La loro è una lettera d’amore, la nostra è un’offerta vera», ha detto l’ad. Brutale, ma vero: una fusione tra pari non mette un euro nelle tasche dell’azionista oggi, un’Opas con premio sì.

    Lo schema ormai è noto: Intesa si tiene Mediobanca e il 13,2 per cento di Generali (di cui ha approvato in chiave difensiva anche l’acquisto del 3 per cento), gira a Unipol e Bper il retail di Siena, 635 sportelli che diventano il terzo polo italiano. Bene, ma non è finita. Perché lo spezzatino di Mps è solo il trailer: il film vero comincia dopo.

    Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
    Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio.

    Scenario uno: Intesa si prende Generali davvero

    Col 13 per cento non si governa nulla, e Messina lo sa: per questo ripete che la sua è «solo una partecipazione». Ma è il primo passo di una scommessa molto più grande. Oggi su Generali pesano due azionisti che valgono quanto e più di Mediobanca: Delfin, la holding dei Del Vecchio, al 10,15 per cento, e Caltagirone al 6,32 per cento. Anche se non comandano, insieme possiedono una partecipazione imprescindibile per chiunque puntasse a prendersi il Leone. Se Intesa, oltre che la quota in Mediobanca, rilevasse quelle di Delfin e Caltagirone, allora smetterebbe di essere un socio, diventando il padrone. A quel punto governerebbe Generali, e l’asse banca-assicurazione-risparmio gestito non sarebbe più uno slogan, ma un colosso mondiale vero, l’unico campione globale che l’Italia avrebbe la forza di esprimere. È costoso, servono altri miliardi sul tavolo.

    Ma è qui – non nello spezzatino di Siena – che si decide se Intesa gioca per il primato europeo o resta una grande banca nazionale. E Delfin e Caltagirone? Monetizzano una posizione che, una volta arrivata Intesa, in termini di potere conterebbe di meno. Vendono in alto, incassano, e liberano capitale per le loro partite. Tutti, in questa mossa, troverebbero un tornaconto. È il classico nodo che si scioglie quando arriva qualcuno con i contanti e la visione.

    E cosa sblocca, davvero, governare Generali? Un gruppo che mette insieme una grande banca commerciale, il primo assicuratore italiano con presenze pesanti in Francia, Germania e Mitteleuropa, e una macchina del risparmio gestito da centinaia di miliardi. Non un campione «anche all’estero», ma un campione che all’estero ci vive già, con i piedi dentro tre o quattro mercati continentali. È l’unico schema con cui l’Italia può sedersi al tavolo dei grandi senza chiedere permesso. Tutto il resto – gli sportelli, i premi, le filiali contese – è tattica. Questa è strategia. E si gioca su un orizzonte di anni, non di mesi: prima Mps-Mediobanca, poi la lenta scalata al capitale di Trieste, un mattone alla volta, finché il 13 per cento di oggi non diventa la maggioranza relativa che comanda.

    Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
    Carlo Messina, ceo Intesa Sanpaolo (Imagoeconomica).

    Scenario due: il terzo polo deve correre, e i francesi fanno la posta

    Dall’altra parte del tavolo, il polo Bper-Mps nasce con 2.600 sportelli e 170 miliardi di impieghi. Numeri da terzo gruppo italiano, ma con un mandato chiaro dagli azionisti di Unipol: non un trofeo che brucia cassa e taglia dividendi, bensì massa, solidità, crescita rapida. Il retail di Siena è solo il carburante. Il regista che tutti indicano, tra smentite e mezze ammissioni, è Alberto Nagel, l’uomo con il peso per far crescere ancora la creatura.

    E qui entra Banco Bpm, il quarto incomodo. Castagna ha mosso d’anticipo e si è ritrovato scavalcato. La sua proposta senza contanti non regge un assegno con premio. Se Siena sceglie Intesa, a Bpm resterebbe solo il rilancio: con quali soldi, però?

    Da sola non ha la potenza di fuoco. L’unico portafogli capace è quello di Crédit Agricole, già al 23 per cento e autorizzata a salire fino al 29,9. Ma attenzione: i francesi sono attentissimi al bilancio. Più che combattere una guerra cash, preferirebbero monetizzare, cedere il controllo di Bpm, prendersi un blocco pregiato di sportelli e diventare di fatto il quarto gruppo italiano senza dissanguarsi. E un terzo polo Bper-Mps in piena corsa sarebbe il compratore naturale di quel che resta. I francesi sarebbero interessati a vendere, Nagel a comprare. Ecco come, in un paio d’anni, la mappa si chiuderebbe su tre poli – Intesa, UniCredit, Bper-Mps – con la Francia che incasserebbe togliendosi così dal campo italiano alle sue condizioni.

    Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
    Alberto Nagel (Ansa).

    Scenario tre: Castagna o paga o diventa preda

    Diciamolo senza giri di parole. La sorte di Banco Bpm è segnata: non oggi, ma a breve.

    Castagna ha due sole strade: o si muove subito e tira fuori i soldi per comprare qualcuno – un’acquisizione che lo rimetta al centro come regista e non come oggetto. Oppure resta fermo, e diventa la preda che chiude il risiko: assorbito dal terzo polo o consegnato del tutto ai francesi.

    Ha ceduto leve strategiche ad Agricole per restare indipendente, e rischia di ritrovarsi senza preda e senza autonomia. Il tempo gioca contro di lui.

    Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
    Giuseppe Castagna, ceo Banco Bpm (Imagoeconomica).

    La cornice: o l’Europa o niente

    Ma alziamo un attimo lo sguardo dall’Italia. Mentre a Siena si combatte, UniCredit ha già superato il 34 per cento di Commerzbank: Orcel non gioca in casa, gioca in Europa. E ha capito prima di tutti dove sta il futuro.

    Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
    Andrea Orcel, ceo di UniCredit (Imagoeconomica).

    C’è un dato che dovrebbe toglierci il sonno: nella classifica mondiale delle banche per capitalizzazione comandano americani e cinesi. JPMorgan da sola vale oltre 800 miliardi di dollari.

    Nessuna banca dell’Eurozona – nemmeno Santander, la più grande del continente – è ai vertici. Nessuna. È la sindrome della Serie A: un tempo il campionato più bello del mondo, oggi scivolato dietro tutti. Stessa parabola, se non si cambia passo. E il consolidamento, da solo, non basta. Il nemico è la frammentazione: 27 mercati, 27 diritti, 27 pozze di capitale.

    Se compro casa in Spagna non posso chiedere un mutuo in Finlandia, perché la banca non saprebbe come recuperare su un immobile spagnolo. La startup europea pesca in una pozza, quella americana nuota in un oceano. Così i nostri risparmi finanziano la crescita di Wall Street invece della nostra. Serve l’unione bancaria – ferma da anni sulla garanzia comune dei depositi che i tedeschi non vogliono – e quella dei capitali. E poiché armonizzare 27 codici è impresa secolare, la via realistica è un “ventottesimo regime”: una corsia europea opzionale che scavalchi i sistemi nazionali. Non si tratta di smontare i recinti, ma di costruirci sopra un’autostrada. Ecco perché la partita di Messina su Generali non è un dettaglio italiano. È il tentativo di costruire l’unico colosso mondiale che possiamo permetterci. Riesca o no, la domanda resta una sola: l’Europa avrà il coraggio di costruire il campo da gioco su cui i suoi campioni possano finalmente crescere? O continueremo a fonderci tra di noi – banche un po’ più grandi ma prigioniere di mercati troppo piccoli – finché qualcuno da fuori non verrà a comprarci tutti?