Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol

In tutte le cose arriva il momento della verità, e di solito i protagonisti lo sentono sopraggiungere prima degli altri, anche se poi continuano per dovere d’ufficio, perché lo spettacolo deve proseguire o, più semplicemente, perché a forza di raccontarsi di avere ragione finiscono per crederci davvero. È il tema che in queste ore gira nella business community a proposito di Luigi Lovaglio. I pareri divergono sulle cause, ma convergono sugli effetti: l’amministratore delegato di Mps, dopo il colpo di reni con cui era riuscito a restare in sella nonostante l’ostilità di un azionista forte come Francesco Gaetano Caltagirone, davanti all’offerta di Intesa Sanpaolo sembra avere infilato una serie di mosse che più che una strategia difensiva assomiglia a una collezione di autogol.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Imagoeconomica).

La stessa strada che aveva provato a imboccare Nagel

La prima contromossa è stata l’operazione su Banca Generali. Cioè esattamente la strada alla quale aveva pensato Alberto Nagel, l’ad di Mediobanca, quando cercava di reagire all’assalto di Mps, mentre Delfin e Caltagirone marciavano ancora compatti nella stessa direzione. Con una differenza non proprio trascurabile. Nagel si era accorto abbastanza in fretta che sarebbe stato difficile vendere agli azionisti qualcosa che, in buona sostanza, era già loro, e quindi aveva lasciato perdere. Lovaglio invece ha tirato dritto.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Alberto Nagel (Imagoeconomica).

I mercati finanziari hanno però il vizio di conoscere l’aritmetica

La sua proposta prevede una distribuzione straordinaria di 1,208 euro per azione: 30,2 centesimi in contanti e 90,6 centesimi attraverso l’assegnazione di azioni Generali. Solo che quei soldi non arrivano da un benefattore, né spuntano dal cilindro di Rocca Salimbeni. Sono patrimonio di Mps e dunque appartengono già, indirettamente, agli azionisti della banca. Non si crea nuovo valore: si cambia semplicemente tasca a quello che già esiste. E siccome i mercati finanziari, a differenza di certe presentazioni agli investitori, hanno il vizio di conoscere l’aritmetica, quando una società distribuisce una parte del proprio patrimonio ecco allora che il suo valore si riduce in misura corrispondente.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Rocca Salimbeni, sede di Mps (foto Imagoeconomica).

Fin qui sarebbe quasi una partita di giro. Poi arriva il fisco e la partita diventa meno divertente. Come ha spiegato sul Sole 24 Ore il professor Franco Paparella, per una persona fisica residente in Italia l’imposizione del 26 per cento si applicherebbe sia alla componente cash sia a quella distribuita sotto forma di azioni Generali. Il conto stimato è di circa 31,4 centesimi per azione: più dei 30,2 centesimi ricevuti in contanti. Il valore era già dell’azionista, la tassa è nuova di zecca.

La proposta di Lovaglio era a sconto, non a premio come quella di Intesa

A questo punto la differenza tra le due offerte diventa piuttosto semplice. Intesa dice agli azionisti: aderite all’operazione e vi riconosciamo un premio. La controffensiva di Lovaglio suona invece più o meno in questi termini: votatemi e vi restituisco una parte di quello che è già vostro. Non a caso, rispondendo ai rilievi della Consob, la stessa banca senese ha dovuto riconoscere che la sua proposta era a sconto, non a premio come quella di Intesa Sanpaolo.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Luigi Lovaglio (foto Imagoeconomica).

La linea del Piave contro l’avanzata milanese si è parecchio indebolita

Nel frattempo anche il fronte senese, sul quale per settimane si è cercato di costruire una sorta di linea del Piave contro l’avanzata milanese, si è parecchio sgonfiato. Carlo Messina ha promesso di preservare identità, marchio e legame di Mps con Siena. Carlo Cimbri, patron di Unipol, vuole che la banca rimanga a Rocca Salimbeni e diventi capofila di un secondo polo bancario italiano. Il governo ha dichiarato la propria neutralità. E soprattutto hanno parlato gli azionisti: l’aumento di capitale di Intesa è stato approvato con il 96,96 per cento dei voti espressi, con gli investitori istituzionali vicini al 70 per cento dell’assemblea.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Luigi Lovaglio con l’ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina (foto Imagoeconomica).

Il fondo Norges ha reso pubblico il suo sostegno e l’aritmetica del voto indica l’appoggio anche di altri grandi azionisti, molti dei quali presenti pure nel capitale di Mps, BlackRock compresa. Resta il muro francese di Crédit Agricole, titolare del 29,3 per cento di Banco Bpm, che non ha dato segnali pubblici di aver cambiato posizione sulla difficoltà di giustificare una combinazione Mps-Bpm in termini di creazione di valore.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

Poi ci sono le autorizzazioni. E qui il calendario diventa interessante. Lovaglio ha continuato a sostenere che le operazioni difensive di Mps resteranno valide anche qualora l’Opas di Intesa dovesse chiudersi con successo, nonostante quelle mosse non avessero ancora ottenuto i necessari via libera delle autorità di vigilanza. Nel frattempo, però, dall’altra parte della barricata le autorizzazioni cominciano ad arrivare. Il 16 settembre Intesa Sanpaolo ha infatti comunicato di avere ricevuto dall’Ivass l’autorizzazione preventiva all’acquisizione delle partecipazioni qualificate indirette in Assicurazioni Generali, Axa Mps Assicurazioni Vita e Axa Mps Assicurazioni Danni. Un via libera arrivato con una rapidità che restringe ulteriormente lo spazio per trasformare le autorizzazioni in una trincea capace di rallentare l’operazione. Nello stesso comunicato Intesa informa che l’Antitrust ha aperto l’istruttoria sull’offerta, precisando che si tratta di un passaggio «come è prassi e come atteso». Insomma, mentre a Siena si studiano le barricate, a Milano cominciano ad arrivare i timbri.

Per trovare la vera sorpresa bisogna guardare a Trieste

Ma la conseguenza forse più sorprendente della strategia di Lovaglio non si trova né a Siena né a Milano: bisogna guardare a Trieste. Mps intende distribuire circa tre miliardi di euro di azioni Generali, oltre a un miliardo in contanti, mentre prova contemporaneamente a conquistare Banco Bpm e Banca Generali. La partecipazione nel Leone detenuta attraverso Mediobanca scenderebbe così dal 13,32 per cento a circa l’8,8 per cento. Non proprio un dettaglio: significherebbe rinunciare a quella maggioranza relativa che per 70 anni ha rappresentato un ancoraggio del risparmio italiano intorno al gruppo del Leone.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

Ed è forse il paradosso più vistoso dell’intera vicenda. Per difendere Mps dall’offerta di Intesa, Lovaglio mette sul tavolo una parte consistente delle azioni Generali. Per conquistare Banco Bpm e Banca Generali indebolisce il presidio sul Leone. E per convincere gli azionisti offre loro, almeno in parte, ciò che già possiedono. Con l’aggiunta del conto fiscale.

L’ad continua a spiegare che la guerra non è affatto finita

Mps continua a produrre comunicati per spiegare che le sue operazioni conserveranno validità anche se l’offerta di Intesa andrà a buon fine. Ma più aumentano le spiegazioni, più la vicenda sembra semplificarsi. Da una parte Intesa raccoglie il 96,96 per cento dei voti sull’aumento di capitale, rassicura Siena e comincia a incassare le autorizzazioni. Dall’altra Lovaglio distribuisce patrimonio, combatte su più fronti e continua a spiegare che la guerra non è affatto finita. Può darsi. Del resto i soldati la spuntano proprio quando la battaglia sembra perduta. Il problema, per Lovaglio, è capire quanti siano ancora disposti a darsi da fare per salvarlo.

Mps, depositati alla Consob i documenti delle offerte su Bpm e Banca Generali

Monte dei Paschi di Siena ha depositato presso la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (Consob) i documenti delle due offerte pubbliche di scambio volontarie totalitarie promosse su Banco Bpm e Banca Generali. I documenti forniti da Siena, a sua volta oggetto di un’opas da parte di Intesa Sanpaolo, che ha presentato un esposto relativo alla duplice offerta, saranno pubblicati al termine dell’istruttoria svolta dalla Consob. Per ciascuna azione di Piazza Meda portata in adesione, Rocca Salimbeni riconoscerà un corrispettivo unitario pari a 1,567 azioni ordinarie di nuova emissione. Per quanto riguarda la banca del Leone di Trieste, verranno invece corrisposte 6,958 azioni ordinarie di nuova emissione di Mps. Siena, che pochi giorni fa ha ricevuto il via libera della Bce all’incorporazione di Mediobanca, ha anche presentato alle autorità competenti le comunicazioni per l’ottenimento delle autorizzazioni richieste ai sensi della normativa applicabile a ciascuna delle offerte.

Delfin, Luca e Paola Del Vecchio chiedono 500 milioni di penale a Leonardo Maria

Luca e Paola Del Vecchio sono pronti a chiedere a Leonardo Maria il pagamento di una penale da 500 milioni di euro per il mancato acquisto delle quote di Delfin in loro possesso che, complessivamente, valgono un quarto del capitale della holding di famiglia (detengono il 12,5 per cento a testa). Lo scrive il Corriere della Sera.

Delfin, Luca e Paola Del Vecchio chiedono 500 milioni di penale a Leonardo Maria
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

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Perché i due fratelli chiedono 500 milioni a Lmdv

A marzo Leonardo Maria Del Vecchio aveva esercitato la prelazione sulle quote di Paola e Luca, firmando un contratto per acquistarle a un valore di 10 miliardi complessivi. Il suo piano è però poi saltato perché il board di Delfin non ha fornita la lettera di patronage richiesta dalle banche per finanziare la maxioperazione. Nel contratto di compravendita era però prevista una clausola che imponeva una penale di 500 milioni totali nel caso in cui l’operazione non fosse stata perfezionata, mentre l’acquisto non era subordinato al finanziamento. Da qui la richiesta in arrivo di 250 milioni a testa come penale. Fonti vicine a Lmdv, scrive il Corsera, parlano della possibilità di aprire un arbitrato per cercare un accordo con i fratelli: in questo contesto potrebbe avvicinarsi alle richieste di Luca e Paola per una modifica dello statuto di Delfin, volontà questa condivisa anche da Clemente e Rocco Basilico.

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps

Nel grande Palio bancario che da mesi tiene occupati governo, banchieri e retroscenisti, Federico Freni ha improvvisamente cambiato contrada. E siccome non è un passante ma il sottosegretario all’Economia, per di più leghista, la cosa merita qualche attenzione. A Cernobbio ha definito l’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps «strutturata, importante e intelligente», liquidando invece la contromossa di Luigi Lovaglio come «difensiva» e «meno strutturata». Parole abbastanza nette da non poter essere archiviate nella cartella delle dichiarazioni diplomatiche. Tanto più che, fino a questo momento, dalle parti del governo le simpatie sembravano pendere decisamente verso Siena

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Federico Freni (Ansa).

La difesa bipartisan della senesità del Monte

Giorgia Meloni aveva già fatto capire di non gradire l’ipotesi dello «smembramento» del Monte che seguirebbe alla vittoria di Intesa, con una parte degli sportelli destinata al sistema Unipol-Bper. Adolfo Urso, ancora domenica, è tornato sulla necessità di preservare l’integrità di Mps. E attorno alla banca più antica d’Italia si era formato uno di quegli schieramenti trasversali che in politica nascono quando gli interessi in gioco sono così importanti da prevalere sulle appartenenze. A difesa della senesità del Monte si era infatti schierata anche una parte del Pd, custode di una memoria territoriale che evidentemente sopravvive alle disavventure del passato. Il rapporto tra la sinistra e Mps non ha bisogno di essere ricordato ai senesi, e forse nemmeno agli azionisti che pagarono caro il conto dell’acquisizione di Antonveneta e della successiva crisi, conclusa con il salvataggio dello Stato.  

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Le rassicurazioni di Cimbri

Nel frattempo Carlo Cimbri con una lunga intervista al Sole 24 Ore aveva però provveduto a togliere qualche argomento ai difensori dell’identità senese, assicurando che il Monte avrebbe conservato nome e radicamento territoriale. Dettaglio non proprio irrilevante: Cimbri è il presidente di Unipol, la cassaforte assicurativa cresciuta dentro quel mondo cooperativo che per decenni ha rappresentato uno degli architravi economici della sinistra italiana. Così, mentre pezzi del Pd si preoccupavano della sorte di Siena, proprio dal mondo delle cooperative arrivavano rassicurazioni sul fatto che l’operazione Intesa non avrebbe cancellato Mps dalla carta geografica. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Carlo Cimbri (Imagoeconomica).

Freni cambia le geometrie della Lega

Poi è arrivato Freni. Che, oltre a essere sottosegretario al Mef, porta sulla giacca il distintivo della Lega. Matteo Salvini non perde occasione per prendersela con le grandi banche, e soprattutto con le due più grandi, Intesa e UniCredit, accusate di gigantismo e chiamate più volte a contribuire, con i loro profitti, alle necessità dei conti pubblici. Freni, invece, ha appena promosso senza troppi giri di parole l’operazione costruita da Carlo Messina. Naturalmente un conto sono gli extraprofitti e un altro le aggregazioni bancarie. Ma Freni da tempo gravita nell’orbita di Giancarlo Giorgetti, che dentro il Carroccio rappresenta una sensibilità assai diversa da quella salviniana. Non a caso proprio Giorgetti lo aveva indicato per la presidenza della Consob, prima che il veto di Forza Italia, contraria a mettere un esponente politico alla guida dell’Authority, lo convincesse a ritirarsi. La sua sortita su Mps finisce quindi inevitabilmente dentro le geometrie di una Lega nella quale il segretario non sembra più avere il monopolio della linea. C’è Salvini che picchia sui colossi bancari, c’è Freni che frena e  promuove l’operazione del più grande di quei colossi. E c’è Giorgetti che, il giorno dopo, rimette prudentemente la palla al centro proclamando la «totale neutralità» del Tesoro.  

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Federico Freni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Il fronte governativo pro-Lovaglio si incrina

Forza Italia, dal canto suo, ha scelto una posizione più semplice e anche più coerente con la propria tradizione: a decidere dovrà essere il mercato. Antonio Tajani lo ha ripetuto a Cernobbio. Mps va del tutto privatizzata e saranno gli azionisti a stabilire se sia migliore il progetto di Intesa o quello di Lovaglio. Una posizione che consente agli azzurri di non arruolarsi esplicitamente con Messina, anche se simpatizzano con le sue ragioni, ma soprattutto di non finire nella trincea senese. A restarci sono soprattutto Fratelli d’Italia e quella parte del partito che vede nell’autonomia del Monte qualcosa da preservare. È qui che l’uscita di Freni assume un peso che va oltre il giudizio tecnico sulle due operazioni. Perché rompe l’immagine di una maggioranza di governo schierata con Lovaglio e lascia intravedere, anche sul risiko bancario, sensibilità molto diverse. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Antonio Tajani e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ombra francese e la partita per Generali

Dietro c’è poi un’altra storia, che da Siena porta direttamente a Trieste passando per Milano e Parigi. Luigi Bisignani l’ha raccontata sul Tempo mettendo al centro non Mps ma Generali. La sua tesi è che la catena delle operazioni immaginate da Lovaglio possa finire per rafforzare enormemente la presenza francese nel risparmio gestito italiano. Il passaggio è questo. Crédit Agricole è già il primo azionista di Banco Bpm. Se Mps conquistasse Bpm, i francesi si ritroverebbero con un peso rilevante anche nel capitale del Monte. E Mps, dopo aver conquistato Mediobanca, si trova ormai nel cuore del sistema che porta a Generali. Crédit Agricole, Bpm, Mps, Mediobanca, Generali: basta unire i puntini per capire perché qualcuno, a Roma, cominci a guardare con una certa apprensione verso Parigi. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

Due patriottismi finanziari per due conclusioni contrarie

È il rovescio più curioso dell’intera vicenda. Chi sostiene Lovaglio lo fa anche in nome della difesa di un campione italiano e dell’autonomia di Siena, chi ne diffida teme invece che proprio quella costruzione possa consegnare ai francesi una leva importante sul risparmio gestito nazionale. Due opposti patriottismi finanziari che conducono a conclusioni perfettamente contrarie. E forse è per questo che la battaglia è diventata così politica. Non si discute più soltanto di quale offerta sia migliore, ma di chi controllerà cosa quando il rumore delle armi sarà cessato. Mps, Banco Bpm, Mediobanca e Generali sono ormai caselle della stessa scacchiera e ogni mossa ne sposta almeno un’altra. In teoria, ma in tempi di sovranismo e golden power agitati a vanvera, dovrebbe decidere il mercato. Giorgetti proclama la neutralità del Tesoro, Tajani invita la politica a stare fuori dalle banche e lo stesso Freni assicura che la quota del Mef non servirà a condizionare l’esito della partita. Nel frattempo ministri, sottosegretari e leader di partito discutono ogni giorno di chi debba comprare chi. Il mercato, insomma, sarà anche sovrano, ma intorno c’è troppa gente che lo vuole condizionare. 

Mps, via libera della Bce all’incorporazione di Mediobanca

Monte dei Paschi di Siena ha comunicato «di aver ricevuto da parte della Banca Centrale Europea le autorizzazioni in merito alla fusione per incorporazione di Mediobanca», di cui Rocca Salimbeni controlla l’86,3 per cento dopo l’opas da quasi 14 miliardi di euro. Via libera anche alle «altre operazioni di riorganizzazione societaria previste che saranno sottoposte all’assemblea degli azionisti» del 29 ottobre: ok della Bce all’ingresso nel cda di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro, primi non eletti della lista di minoranza, destinati a subentrare nei posti rimasti vacanti nel board dopo le dimissioni di Fabrizio Palermo e la decadenza di Carlo Vivaldi. Il consiglio d’amministrazione tornerà quindi presto nella sua composizione a 15 membri. Contestualmente, si legge nella nota diffusa da Mps, «sono state autorizzate le conseguenti modifiche statutarie». L’assemblea degli azionisti di Siena sarà chiamata anche a esprimersi sulla duplice ops su Banco BPM e Banca Generali.

Mps, via libera della Bce all’incorporazione di Mediobanca
Mediobanca (Imagoeconomica).

Leonardo Maria Del Vecchio chiede ai revisori di Delfin un’indagine sul cda

Leonardo Maria Del Vecchio, che ha recentemente lasciato i ruoli ricoperti nel gruppo EssilorLuxottica, il 29 agosto ha inviato una lettera formale ai revisori legali di Delfin, Fabio Scoyni e Lara Forte, chiedendo di avviare un’indagine su una serie di criticità riscontrate nella gestione del board della holding di famiglia, con sede in Lussemburgo. Lo riporta Il Sole 24 Ore.

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Le contestazioni sollevate da Leonardo Maria Del Vecchio

Nel mirino di Leonardo Maria Del Vecchio, in particolare, ci sono presunti conflitti di interessi di due consiglieri: Mario Notari (amministratore di Delfin) e Romolo Bardin (ceo), così come i legami con Brooks Brothers. Notari risulta coinvolto in cause legali contro eredi e legatari della famiglia, mentre Bardin ricoprirebbe ruoli sovrapposti tra Delfin e CDV Holdings, società di proprietà di Claudio Del Vecchio (primogenito di Leonardo, fondatore di Luxottica). C’è inoltre l’esposizione legale di Delfin negli Stati Uniti relativa a Brooks Brothers di cui il fondatore di LMDV Capital non sarebbe mai stato informato. Leonardo Maria Del Vecchio lamenta poi che le proprie richieste di documenti a Delfin siano state respinte nel corso del tempo. Si tratta di contestazioni già sollevate in passato: la novità è che adesso sono stati chiamati in causa i revisori.

Leonardo Maria Del Vecchio chiede ai revisori di Delfin un’indagine sul cda
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Pochi giorni fa un giudice lussemburghese ha dato il via libera al trasferimento delle quote di Delfin detenute personalmente da Paola e Luca Del Vecchio (12,5 per cento ciascuno) in società veicolo di loro proprietà. Il semaforo verde era imprescindibile, in quanto lo statuto della holding stabilisce che i soci siano solo persone fisiche eredi del fondatore: l’operazione consentirà pertanto agli eredi di Leonardo Del Vecchio di aggirare il veto di dare in pegno le azioni Delfin, aprendo margini operativi maggiori e sbloccando di fatto il riassetto della holding. A marzo Leonardo Maria Del Vecchio aveva esercitato la prelazione sulle quote dei fratelli Paola e Luca, ma il suo piano è poi saltato perché il board di Delfin non ha fornita la lettera di patronage richiesta dalle banche per finanziare la maxioperazione.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power

Chi inizia ad annoiarsi con il risiko bancario potrebbe scoprire al rientro dalle ferie un’alternativa: il risiko degli yacht. Niente a che vedere con le solite facce dei vari Lovaglio, Caltagirone e Donnet. Questa è una storia di bellissime barche contese, di autorità italiane sbertucciate e forse anche di segreti militari trafugati.

Ferretti ha in portafoglio la crème della crème delle imbarcazioni di lusso

Il tribunale di Bologna e più avanti l’autorità del Golden power sono chiamati a pronunciarsi su un’inedita battaglia tra Pechino e Praga che si svolge sul suolo (o per meglio dire sul mare) italiano e ha per oggetto Ferretti, il gruppo che ha in portafoglio la crème della crème delle imbarcazioni di lusso (Ferretti, Itama, Riva, Pershing eccetera).

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Alberto Galassi (foto Imagoeconomica).

I cinesi del gruppo statale Weichai hanno controllato per anni la società con una quota di minoranza, lasciando però la gestione in mani italiane. Fino a maggio del 2026 la presidenza era affidata a Piero Ferrari (figlio del Drake) con l’amministratore delegato Alberto Galassi. Nel capitale c’è il magnate ceco Karel Komarek, già noto in Italia per essersi aggiudicato con Igt la gara per il Lotto.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Piero Ferrari.

Kkcg Maritime, questa la società di Komarek, voleva dare maggiore peso alla sua presenza in Ferretti, salendo dal 13 al 29 per cento. Ha stretto quindi un’alleanza con i manager italiani, insofferenti dell’invadenza cinese, lanciando un’Opa sulla maggioranza della Ferretti, che però è riuscita solo in parte (si è arrivati a poco più del 23 per cento).

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Karel Komarek (foto Imagoeconomica).

Addirittura è stata sconfitta la Banca d’Italia

Il 14 maggio i due contendenti si sono affrontati in assemblea e, a sorpresa, Weichai ha sconfitto Kkcg. Perché a sorpresa? Perché nel capitale di Ferretti ci sono circa 150 fondi italiani e stranieri che votano tutti per i cechi. Non solo: c’è addirittura la Banca d’Italia, con l’1,38 per cento del capitale. Via Nazionale, per tradizione, non vota in assemblea. Questa volta lo ha fatto ed è finita tra gli sconfitti. Cose mai viste.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Fabio Panetta, governatore di Bankitalia (Imagoeconomica).

I cinesi hanno eluso le regole di comunicazione e l’obbligo di Opa

Come hanno fatto i cinesi a vincere, per la precisione 52 per cento contro 47? Semplice: accanto a Weichai sono comparsi con pacchetti inferiori al 3 per cento – e quindi senza obbligo di notifica alla ConsobBank of China, AdTech, Yanjian International, Hong Kong Securities e altri soggetti cinesi per una quota del 10 per cento circa. Eludendo non solo le regole di comunicazione, ma anche l’obbligo di Opa.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power

Un manager bulgaro privo di esperienza (e il titolo crolla in Borsa)

Dopo l’assemblea di maggio gli italiani sono stati cacciati. Alla presidenza è arrivato un cinese e come amministratore delegato Stassi Anastassov, manager bulgaro di lungo corso, ma privo di esperienza nella cantieristica e nella nautica di lusso. Tanto è vero che dal suo insediamento il titolo Ferretti ha perso quasi il 20 per cento.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Stassi Anastassov, manager bulgaro.

C’è dell’altro? Sì, c’è molto altro. C’è la divisione difesa della Ferretti che produce scafi dual use (cioè buoni sia per le imbarcazioni da diporto sia per quelle militari) e che è valsa, secondo la presidenza del Consiglio dei ministri, la definizione di azienda strategica. Su questa base Weichai avrebbe dovuto notificare al Golden power il nuovo assetto azionario. Ma loro, zitti zitti, si sono limitati a far sapere che è un business minore in via di dismissione.

I dubbi dell’ex capo di Stato maggiore Camporini

Chi non la pensa così è però Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore e forse il massimo esperto di cose militari in Italia. In un articolo di giugno su Il Sole 24 Ore ha scritto: «Il gruppo Ferretti custodisce scafi plananti oltre i 45 nodi, carbonio che riduce la firma radar, propulsione ibrida che abbatte la segnatura acustica, competenze che convertono uno yacht veloce in un pattugliatore o in un mezzo d’assalto». Immaginate un barchino iraniano con quelle caratteristiche stealth lanciato contro una portaerei Usa e intercettabile solo quando è a portata di binocolo.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Vincenzo Camporini (foto Imagoeconomica).

La richiesta in America: mettete Weichai in black list

Anastassov ha minimizzato: «Abbiamo chiuso la divisione difesa, non ci interessa, sarebbe come chiedere a Ferrari di produrre un carro armato». Chiusa per andare dove? Nel polo nautico di Qingdao, sede della flotta settentrionale cinese? «Emerge un trasferimento di tecnologie produttive», ha scritto ancora Camporini, che ora nessun manager italiano potrà contrastare. In ogni caso, a non credere al manager bulgaro è il senatore repubblicano Jim Banks, un super falco ex ufficiale della Marina americana, che ha chiesto al segretario alla guerra Pete Hegseth di mettere il gruppo Weichai in black list. Ce n’è abbastanza perché il Golden power batta un colpo.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il senatore repubblicano Jim Banks (foto Ansa).

Dal Lussemburgo via libera al trasferimento del 25 per cento di Delfin

Svolta nel riassetto di Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio da oltre 40 miliardi di valore. I giudici lussemburghesi hanno dato semaforo verde al trasferimento delle rispettive quote del 12,5 per cento detenuto da Paola e Luca Del Vecchio in un veicolo societario di loro proprietà. Lo riporta Milano Finanza.

Perché serviva l’ok dei giudici

Le azioni di Delfin non resteranno più intestate direttamente ai due fratelli, ma confluiranno in una società da loro controllata. L’ok dei giudici era imprescindibile, in quanto lo statuto della holding stabilisce che i soci siano solo persone fisiche eredi del fondatore. L’operazione consentirà pertanto agli eredi di Leonardo Del Vecchio di aggirare il veto statutario di dare in pegno le azioni Delfin, aprendo margini operativi maggiori e sbloccando di fatto il riassetto della holding che, oltre al 32,4 per cento di EssilorLuxottica, custodisce anche il 17,5 per cento di Monte dei Paschi di Siena, il 10 per cento di Generali, il 2,7 per cento di UniCredit e il 28 per cento di Covivio, società attiva nel settore immobiliare.

Intesa Sanpaolo, esposto alla Consob sulle opas di Mps

Intesa Sanpaolo è passata al contrattacco dopo la doppia offerta pubblica di scambio di Monte dei Paschi di Siena su Banco Bpm e Banca Generali, messa a punto dal ceo Luigi Lovaglio per bloccare l’avanzata del gruppo guidato da Carlo Messina su Mps. Intesa Sanpaolo ha infatti presentato oggi alla Consob «osservazioni e considerazioni riguardanti criticità emerse da operazioni annunciate dopo il lancio dell’opas su Monte dei Paschi di Siena». L’iniziativa, spiegano fonti a conoscenza del dossier «è finalizzata a tutelare l’integrità del mercato e la corretta informazione verso tutti gli azionisti e a evidenziare in particolare la necessità del rispetto della normativa vigente con riferimento, tra l’altro, alla cosiddetta passivity rule». Quest’ultima è la norma che mira a salvaguardare la contendibilità delle società quotate, impedendo che gli amministratori attuino iniziative difensive per scongiurare offerte e scalate esterne.

Domani il cda straordinario di Generali per un primo esame dell’ops di Mps

È stato convocato per domani, giovedì 27 agosto, il consiglio d’amministrazione straordinario di Generali chiamato a un primo esame dell’offerta del Monte dei Paschi di Siena per Banca Generali, controllata del Leone di Trieste. Disponendo del 50,2 per cento delle quote, la posizione della compagnia di assicurazioni sarà determinante per l’esito dell’offerta di Mps, parte del piano ideato dal ceo Luigi Lovaglio per bloccare l’avanzata di Intesa Sanpaolo su Siena. La validità dell’ops da 8,72 miliardi di Rocca Salimbeni è infatti subordinata al conseguimento di almeno il 50 per cento più un’azione del capitale di Banca Generali.

Domani il cda straordinario di Generali per un primo esame dell’ops di Mps
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Le perplessità già espresse dal cda di Banco Bpm

Si è invece già tenuto il cda di Banco Bpm, che per ora ha sostanzialmente bocciato il matrimonio con Monte dei Paschi di Siena. L’offerta di scambio da 25 miliardi lanciata da Mps, «non concordata» e neppure «sollecitata», come ha evidenziato l’istituto guidato da Giuseppe Castagna, «per sua natura rappresenta un’operazione strutturalmente diversa» da quella proposta da Bpm a inizio giugno, «in quanto si configura come un’acquisizione e non una fusione tra le due banche». Inoltre «non presenta un premio per gli azionisti». Crédit Agricole, che detiene il 29,3 per cento del capitale di Bpm, aveva già manifestato dubbi sulla creazione di valore da una combinazione con Mps.

Mps, Lovaglio al Ft: «Travisato il nostro piano»

In una lettera pubblicata sul Financial Times, il ceo di Monte dei Paschi di Siena Luigi Lovaglio ha risposto a quanto scritto nella rubrica Column Lex del quotidiano britannico, in cui la doppia offerta da 34 miliardi di euro lanciata dal Monte dei Paschi di Siena su Banco Bpm e Banca Generali era stata definita «un’idea decisamente stravagante» e, soprattutto, «una fusione a quattro» visto il coinvolgimento di Mediobanca.

Mps, Lovaglio al Ft: «Travisato il nostro piano»
Palazzo Rocca Salimbeni a Siena, sede di Mps (Imagoeconomica).

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La spiegazione di Lovaglio: perché le opas sono diverse

Column Lex aveva titolato: “Mps in Italia ritiene che tre acquisizioni siano meglio di una”. Lovaglio ha spiegato che il Ft «ha travisato» il piano di Siena. Innanzitutto, ha precisato, «l’operazione con Mediobanca è già in corso», quindi «considerarla come una nuova operazione sovrastima in modo significativo sia le attività ancora da svolgere sia il rischio complessivo di esecuzione». Quanto a Banco Bpm e Banca Generali, i due istituti «non sono imprese equivalenti, e pertanto non dovrebbero essere considerate come un’unica sfida di integrazione». L’opas sull’istituto guidato da Giuseppe Castagna, spiega Lovaglio, sarebbe «una fusione tradizionale tra due banche commerciali con reti complementari e una chiara logica industriale». Con la controllata del Leone, invece, Rocca Salimbeni metterebbe a segno «un’acquisizione strategica complementare nel wealth management caratterizzata da modello operativo e una base di clientela distinti». Smentendo poi l’osservazione del Ft sulla supposta stravaganza del suo piano, ritenuto strettamente difensivo di fronte all’ops di Intesa Sanpaolo, Lovaglio nella lettera al quotidiano parla di un «progetto industriale» animato da «una forte visione di crescita volta a servire meglio le famiglie, le imprese e l’economia italiana nel suo complesso» attraverso la creazione di un gruppo leader nel settore bancario italiano (sarebbe il terzo polo del credito), con un mix di attività «paragonabile a quello dei principali modelli bancari europei».

Mps, Lovaglio al Ft: «Travisato il nostro piano»
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il cda di Banco Bpm ha bocciato l’offerta di Lovaglio

Intanto, il cda di Bpm ha per il momento bocciato l’offerta pubblica di scambio da 25 miliardi lanciata da Mps sulla totalità delle azioni, in quanto «per sua natura rappresenta un’operazione strutturalmente diversa» da quella proposta dal Banco a inizio giugno, «in quanto si configura come un’acquisizione e non una fusione tra le due banche». Inoltre «non presenta un premio per gli azionisti di Banco Bpm».

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel

La lettera di Leonardo Maria Del Vecchio è arrivata lunedì sera sul tavolo di Francesco Milleri e del consiglio di EssilorLuxottica, ed è un piccolo trattato di umanesimo aziendale: la gestione «distante» e «impersonale», le persone che «devono tornare al centro», la Luxottica di 20 anni fa dipinta come un paradiso perduto. La prosa della lettera sembra uscita dalla stessa officina digitale che avevamo già riconosciuto nella memorabile lectio magistralis di Tor Vergata. Il mercato ha archiviato tutto con un ribasso da prefisso telefonico; le dimissioni seguono di un anno quelle del fratellastro Rocco Basilico e chiudono la presenza operativa della famiglia in azienda. Il contenuto vero però sta nei numeri che la lettera si guarda bene dal citare.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Il divorzio si è consumato due mesi fa

Primo numero: il titolo. EssilorLuxottica ha perso circa il 40 per cento in 12 mesi e quasi il 50 per cento dal massimo di 322 euro dello scorso novembre. Ai 160 euro di questi giorni la capitalizzazione è precipitata da circa 150 a poco più di 74 miliardi. Su quel valore poggiava il progetto di LMDV: rilevare il 25 per cento di Delfin dai fratelli Luca e Paola e salire dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte di famiglia. Un’operazione da 10 miliardi, benedetta dall’assemblea del 27 aprile con sei voti su otto e affidata a un pool guidato da UniCredit con Bnp Paribas e Crédit Agricole. Poi il collaterale si è squagliato insieme al titolo, le banche hanno preteso manleve e una lettera di patronage da Delfin, e il consiglio della holding ha rifiutato di impegnare gli attivi di tutti per l’ascesa di uno solo. Al voto sulla patronage, Milleri si è espresso a favore insieme al notaio Mario Notari; contro, il ceo Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Milleri ha provato ad aiutare il suo alleato e ha scoperto di aver perso il proprio consiglio; Leonardo Maria ha scoperto a giugno che il patto aveva smesso di produrre risultati. La lettera di lunedì certifica un divorzio consumato due mesi fa.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Romolo Bardin (Imagoeconomica).

La via d’uscita negoziata con Apollo resta in standby

Secondo numero, il più eloquente: il debito. L’esposizione complessiva sfiora 1,3 miliardi: circa 650 milioni personali verso UniCredit, 350 riconducibili a Indosuez-Crédit Agricole, 110 di leasing. Il servizio del debito è stimato tra 80 e 100 milioni l’anno, mentre i dividendi Delfin, bloccati da Luca, Clemente e Paola, portano a ciascun erede meno di 19 milioni lordi. Il buco supera i 60 milioni l’anno e si allarga da solo. La via d’uscita negoziata a fine luglio con Apollo Global Management, un rifinanziamento con interesse vicino all’8 per cento, resta in standby: l’accordo è condizionato alla transfer notice, il trasferimento del suo 12,5 per cento di Delfin al veicolo Lmdv Fin, che l’assemblea della holding ha bocciato e che ora pende davanti ai giudici del Lussemburgo. Gli stessi giudici hanno già autorizzato un mini-trasferimento a Basilico applicando uno sconto-holding del 30 per cento: un precedente che deprime il valore di qualsiasi quota in uscita. Sul tavolo pesa infine la penale da 500 milioni dei contratti di prevendita con Luca e Paola, scaduti il 30 giugno. E nel frattempo, sussurrano ambienti vicini alla partita, i fratelli che dovevano farsi comprare starebbero studiando lo schema inverso: liquidare lui.

La partita di UniCredit

Ed è qui che entra in scena il regista. Secondo indiscrezioni raccolte da L43, UniCredit, con il costo del denaro in salita, ha chiesto a Leonardo Maria una rinegoziazione dei termini del debito. La banca di Andrea Orcel tiene dunque in mano il credito personale del socio più fragile di Delfin, e contemporaneamente corteggia da mesi gli asset della holding: a inizio anno i colloqui sul 17,5 per cento di Mps, respinti come speculazioni; a giugno la proposta di farsi conferire il 10 per cento di Generali in cambio di azioni proprie, operazione da quasi 20 per cento del Leone, rifiutata; a luglio la rassicurazione che su Mps trattative non ce n’erano. Il fatto che un fondo come Apollo gli prezzi il rischio all’8 per cento dice a chiunque sieda dall’altra parte del tavolo quale sia il suo prezzo di riserva. Nulla consente di affermare un uso improprio del credito, e la cautela è d’obbligo. Resta la fotografia: Orcel tiene i fili di ogni tavolo che conta, e Leonardo Maria balla.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Il ruolo di Delfin nell’operazione di Mps su Bpm e Banca Generali

Il calendario, poi, sembra scritto da un drammaturgo. Il 29 ottobre l’assemblea straordinaria di Mps vota, con maggioranza dei due terzi, la doppia ops da 34 miliardi su Banco Bpm e Banca Generali e la maxi-cedola da 4 miliardi, di cui 3 in azioni Generali: Delfin, primo azionista del Monte con il 17,5 per cento, è uno degli aghi della bilancia, e ai valori annunciati le spetterebbero circa 700 milioni tra contanti e titoli del Leone. C’è però un dettaglio magnifico: quel denaro entra nella holding e lì si ferma. Con i dividendi murati, l’ossigeno viene pompato nella stanza accanto mentre il debitore resta dietro una porta chiusa. Il 30 ottobre, secondo fonti vicine a LMDV, scade il termine entro cui il Lussemburgo dovrebbe pronunciarsi sul valore delle partecipazioni. Quarantott’ore in cui si decidono, insieme, il risiko bancario italiano e la sua libertà di manovra.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Ora per Milleri Leonardo Maria è diventato un fattore di rischio

Resta Parigi, che ha la posizione più comoda di tutti. Il sistema pubblico francese è entrato nel capitale negli anni scorsi attraverso Caisse des Dépôts e Bpifrance; soprattutto, EssilorLuxottica è una società francese, i diritti di voto di Delfin sono plafonati per statuto al 31 per cento e nel 2027 scadono i mandati di Milleri e di Paul du Saillant. I francesi, reduci dalla guerra di governance del 2019 contro l’ascesa italiana, hanno solo bisogno che Delfin arrivi divisa a quell’appuntamento. Ogni veto incrociato lavora per loro, gratis. La morale della favola capovolge la nota ufficiale sui «nuovi progetti imprenditoriali». Il figlio che doveva garantire a Milleri il controllo politico della famiglia è diventato il suo principale fattore di rischio. E dalla crepa aperta lunedì sera guardano dentro, contemporaneamente, Orcel e Parigi.

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda

Nel risiko bancario che torna a impazzare bisogna stare attenti a dichiararsi cacciatori. Si rischia di svegliarsi qualche settimana dopo e scoprire di essere stati impallinati. Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm, ne sa qualcosa. All’inizio dell’estate era andato a bussare alla porta di Luigi Lovaglio proponendogli un matrimonio tra eguali, con tanto di lettera d’amore – finanziario, che non si pensi ad altro -spedita da Milano a Siena, inneggiante alle magnifiche sorti e progressive che accompagnano immancabilmente ogni fusione. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Quel piano sfumato per colpa di Crédit Agricole

L’idea non era neppure malaccio. Banco Bpm e Montepaschi insieme avrebbero finalmente dato corpo al famoso terzo polo bancario, creatura mitologica che da anni compare e scompare dalle cronache senza mai materializzarsi. Un po’ come il centro in politica: tutti lo cercano, molti sostengono di abitarci, poi arrivano le elezioni e diventa difficile trovarlo. Al governo l’idea piaceva, alla Lega ancora di più. Banco Bpm è pur sempre la banca dei territori del Nord, quasi una dependance sentimentale del Carroccio. Mps invece, dopo essere stata per decenni una propaggine della sinistra senese che era quasi riuscita ad ammazzarla, è risorta grazie ai miliardi dello Stato, che attraverso il Mef ne conserva una piccola quota. Ma siamo sempre dalle parti di Cuccia: certe azioni, più che contarle, bisogna pesarle. Anche le poltrone erano sistemate. Castagna avrebbe comandato, Lovaglio sarebbe diventato presidente, e nessuno avrebbe dovuto cercarsi un altro mestiere. A mandare tutto all’aria ci ha però pensato Crédit Agricole, che possiede quasi il 30 per cento di Banco Bpm. Quando il primo azionista storce il naso, gli altri in genere si adeguano senza fare storie. Le nozze furono archiviate e ognuno tornò a casa sua. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Matteo Salvini con Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

La contromossa dell’irriducibile Lovaglio

Sembrava finita. Ma Lovaglio ha una tenacia che persino i suoi nemici gli ammirano e, come ha scritto ironicamente Mario Seminerio, pur di salvare Mps (e se stesso) sarebbe capace di lanciare un’Opa anche su JP Morgan. Per il momento si è accontentato di Banco Bpm e di Banca Generali, l’altro fronte che ha aperto, pur con grandi mal di pancia nel cda e uno dei suoi advisor Vitale-Barucci che, in mancanza di informazioni più dettagliate, non ha dato parere di fairness sull’operazione. Lovaglio ha ripescato la vecchia lettera di Castagna e gliel’ha rispedita sotto forma di Ops: 25,3 miliardi in azioni per comprarsi la banca di quello che pochi mesi fa voleva fondersi con lui. Per sottrarre Siena all’abbraccio di Intesa Sanpaolo, ha pensato che il modo migliore fosse abbracciare l’ex amico milanese.

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il governo potrebbe togliere Castagna dal fuoco

Per Castagna, ex nuotatore olimpico, ora comincia una gara nella quale qualunque corsia scelga rischia di sbattere contro il bordo della piscina. Se dice sì, Banco Bpm entra nel nuovo gruppo e lui, magari non subito, prepara le valigie: Lovaglio non ha attraversato tutte le guerre di Siena per costruire una banca più grande e poi consegnarne le chiavi a un altro. Se dice no, conserva banca e poltrona, ma anche il Crédit Agricole, che con quasi il 30 per cento da inquilino sta diventando padrone. I francesi potrebbero naturalmente decidere che quella quota è soltanto un antipasto e provare a mangiarsi tutto Banco Bpm. Ma a quel punto entrerebbe in scena la politica. Lo stesso governo che ha fermato con il golden power l’assalto di UniCredit avrebbe qualche difficoltà a spalancare le porte a Crédit Agricole. La Lega ancora di più. Per mesi Piazza Meda è stata difesa dagli appetiti di Andrea Orcel, trattato come uno straniero nonostante UniCredit abbia sede a Milano. Sarebbe curioso scoprire che, scampato il pericolo di Piazza Gae Aulenti, la soluzione patriottica si trova a Parigi. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

C’è differenza tra essere lo sposo o la dote

Castagna ha però una carta da giocare. Banco Bpm è azionista di Mps e quando l’assemblea senese sarà chiamata a pronunciarsi sulla maxi operazione potrà dire la sua. Con una situazione abbastanza rara persino nel nostro anomalo capitalismo: votare da socio della banca che vuole comprargli quella che dirige. Non è difficile immaginare quale possa essere il suo interesse. Nel risiko bancario tra essere lo sposo ed essere la dote la differenza non è un proprio un dettaglio. 

Mps lancia le offerte su Bpm e Banca Generali: valore complessivo 34 miliardi

All’indomani del cda che ha dato semaforo verde al piano dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio, Monte dei Paschi di Siena ha annunciato il lancio di due offerte pubbliche di scambio volontarie, contestuali e parallele, interamente in azioni, sull’intero capitale di Banco Bpm e Banca Generali, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro.

Il valore delle due operazioni lanciate da Mps

L’offerta di scambio totalitaria su Banco Bpm prevede 1,567 azioni del di Mps per ogni titolo della banca milanese. L’ops, spiega Rocca Salimbeni, non include alcun premio e valorizza l’istituto guidato da Giuseppe Castagna 25,35 miliardi di euro. L’offerta su Banca Generali prevede un rapporto di cambio di 6,958 nuove azioni di Mps per ciascun titolo della controllata del Leone, con un premio del 10 per cento sui prezzi ufficiali del 19 agosto.

Mps lancia le offerte su Bpm e Banca Generali: valore complessivo 34 miliardi
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il 29 ottobre sarà l’assemblea dei soci a esprimersi

Mps prevede che il periodo di adesione alla doppia offerta su Banca Generali e Banco Bpm «possa avere inizio entro la prima metà del mese di dicembre 2026 e concludersi entro la prima metà del mese di febbraio 2027». L’efficacia delle due ops è condizionata al raggiungimento di un livello minimo di adesioni del 50 per cento. Inoltre, in osservanza della passivity rule, servirà il via libera dell’assemblea dei soci del Monte, convocata il 29 ottobre, che vedrà anche il voto sulla fusione con Mediobanca. In caso di adesione integrale, gli attuali azionisti di Siena deterranno il 50,1 per cento del gruppo combinato (che sarà il terzo polo italiano del credito), quelli di Bpm il 37,2 per cento e quelli Banca Generali il 12,7 per cento.

Mps lancia le offerte su Bpm e Banca Generali: valore complessivo 34 miliardi
Una filiale del Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).

In arrivo anche una supercedola per gli azionisti

Il piano messo a punto da Lovaglio per fronteggiare l’opas di Intesa Sanpaolo prevede poi la distribuzione di 4 miliardi di euro di dividendi a favore degli azionisti di Mps, da corrispondere parte in cassa (1 miliardo) e parte in azioni Generali (3 miliardi).

Mps, la decisione del cda sulle offerte di scambio su Bpm e Banca Generali

Il cda di Monte dei Paschi di Siena, dopo oltre sette ore, ha approvato il piano sottoposto dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio di promuovere due offerte di scambio separate su Banco Bpm e Banca Generali, nel tentativo di costruire un’alternativa all’offerta lanciata a giugno su Rocca Salimbeni da Intesa Sanpaolo. E dunque di evitare il piano che prevede lo smembramento e la divisione di Mps tra Intesa Sanpaolo e Unipol/Bper.

Mps, la decisione del cda sulle offerte di scambio su Bpm e Banca Generali
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Hanno detto sì nove consiglieri su 13, quattro gli astenuti

La proposta di Lovaglio sarebbe stata approvata con nove voti su 13, oltre a quattro astensioni da parte dei consiglieri espressi dalle liste di minoranza. Mps si prepara dunque a lanciare due offerte – da pagare in proprie azioni – con l’obiettivo di creare il terzo polo nel credito nazionale, con una capitalizzazione vicina ai 70 miliardi di euro. Nel caso di Banca Generali si profila un’offerta in cui entrerebbe in gioco la quota del 13,2 per cento del Leone di Trieste detenuta da Mps attraverso Mediobanca. La doppia operazione renderebbe i francesi di Crédit Agricole (che detiene il 29,3 per cento di Banco Bpm) e Generali tra i principali azionisti del nuovo polo. Il piano d Lovaglio prevederebbe inoltre l’ipotesi della distribuzione di un dividendo straordinario agli azionisti di Siena, per invogliarli a rinunciare all’opas di Intesa Sanpaolo.

Mps, la decisione del cda sulle offerte di scambio su Bpm e Banca Generali
Intesa Sanpaolo (Imagoeconomica).

Mps, nel piano di Lovaglio anche una supercedola per i soci

in corso a Siena il consiglio di amministrazione di Mps chiamato ad analizzare le opzioni strategiche messe a punto dal ceo Luigi Lovaglio e dagli advisor della banca (Ubs, Goldman Sachs, Kbw e Vitale) per trovare un’alternativa all’opas da 30,6 miliardi di euro di Intesa Sanpaolo. Come filtra da ambienti finanziari, oltre alla doppia offerta su Banco Bpm e Banca Generali – nel secondo caso potrebbe entrare in gioco la quota del 13,2 per cento di Generali detenuta da Mps attraverso Mediobanca – c’è anche l’ipotesi della distribuzione di un dividendo straordinario agli azionisti del Monte.

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?

Luigi Lovaglio gioca come se avesse in mano un asso. O almeno come se fosse convinto di averlo. E così, dopo aver spiegato una decina di giorni fa al cda di Mps che all’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) di Intesa non esisteva una vera alternativa, adesso l’ad del Montepaschi, uomo solo al comando, ne avrebbe trovate addirittura due che potrebbe presentare al cda convocato giovedì 20 agosto. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Luigi Lovaglio con Carlo Messina (Imagoeconomica).

L’ipotesi di doppia Ops su Bpm e Banca Generali

Quando al tavolo non sai più se rilanciare o passare, qualche volta la soluzione è cercare di rovesciarlo con una doppietta. La prima mossa avrebbe il sapore della vendetta. Un’Ops su Bpm, la banca dell’ex amico Giuseppe Castagna, quello che prima lo aveva corteggiato con quella che venne definita una «bella lettera d’amore» in cui proponeva il matrimonio tra i due istituti, e poi lo aveva lasciato al suo destino adducendo la contrarietà del Crédit Agricole, il suo azionista di riferimento. La seconda invece è su Banca Generali. Esattamente ciò che voleva fare Alberto Nagel quando Mediobanca era sotto l’attacco di Mps. Una nemesi quasi perfetta, se non fosse che rischia di assomigliare anche alla dimostrazione che Lovaglio, come Nagel prima di lui, sta cercando di sparare l’ultima cartuccia in un caricatore oramai vuoto. Che l’assalto a Bpm possa riuscire è ipotesi alquanto improbabile, specie pensando che Agricole difficilmente stenderebbe il tappeto rosso senza averci un forte tornaconto. Lato Siena ci sono anche le perplessità che attraversano il stesso consiglio di amministrazione, e poi c’è da fare i con la passivity rule, la regola che impedisce alla società sotto Opas di mettere in campo mosse capaci di ostacolare l’offerta senza passare per la delibera dell’assemblea degli azionisti, a maggioranza qualificata in caso di modifiche al capitale. Solo che Lovaglio, secondo chi conosce il dossier, sarebbe pronto a sostenere che nel suo caso la passivity rule non si applica, dicendosi pronto ad andare in causa per dimostrarlo. Una strada resa ancora più delicata dal fatto che sulla vicenda c’è anche l’attenzione della Procura che nel novembre scorso lo ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di concerto nella vendita di azioni Mps in mano al Mef. Insomma, la partita che fino a ieri sembrava soprattutto finanziaria rischia di diventare anche giudiziaria. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il cda del Monte viaggia a ranghi ridotti

Il paradosso è che Lovaglio prepara le sue contromosse mentre il cda di Mps viaggia ancora a ranghi ridotti. Dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il consiglio è rimasto con 13 membri anziché 15. Quattro consiglieri di minoranza hanno chiesto di reintegrarlo immediatamente attraverso la cooptazione di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro, primi due non eletti della lista del cda. La banca sostiene che la procedura stia seguendo l’iter richiesto dalla Bce. Resta il fatto politico e societario: mentre si ragiona di Ops, contro-Ops e operazioni capaci di ridisegnare gli equilibri del sistema bancario italiano, due sedie del consiglio continuano a essere vuote. E sono proprio due sedie che spetterebbero alla minoranza. Un dettaglio soltanto in apparenza, perché quando si progettano operazioni destinate a cambiare la fisionomia di una banca, la composizione dell’organo chiamato a valutarle diventa parte della sostanza. Soprattutto se attorno al tavolo non regna esattamente l’unanimità. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
La sede del Monte dei Paschi di Siena (Getty Images).

Il jolly di Trieste

Lovaglio però sembra non avere più molto da perdere. E forse proprio per questo continua a comportarsi come l’uomo delle missioni impossibili. È pronto a giocarsi tutto, compreso il patrimonio della banca. Sul tavolo potrebbe finire infatti anche la partecipazione in Generali, ceduta in tutto o in parte per trovare le risorse necessarie a distribuire un dividendo straordinario agli azionisti e rendere meno appetibile l’Opas di Intesa. Solo che quel pacchetto del 13 per cento è nella disponibilità di Mediobanca, visto che la fusione tra Rocca Salimbeni e Piazzetta Cuccia s’ha ancora da fare. Naturalmente, come auspicano anche molti esponenti del governo scottati a suo tempo dall’accusa di tifare per Siena, l’ultima parola dovrebbe averla il mercato. Il condizionale però in questa storia è d’obbligo. Perché un conto è difendere l’autonomia di una banca, un altro è trasformare quella difesa nella battaglia personale di chi la guida. E quando per salvare la casa si cominciano a vendere i mobili di pregio, qualche domanda sul prezzo finale dell’operazione diventa inevitabile. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Imagoeconomica).

Il Pd dimentica il costo della «senesità» del Monte

Ma Lovaglio non ha cercato sponde soltanto nella finanza. Ha bussato anche alla politica. E qui il risultato più sorprendente lo ha ottenuto con il Pd, che per bocca del suo responsabile economico Antonio Misiani è arrivato a invocare il mantenimento della «senesità» del Monte. Una conversione che avrebbe qualcosa di commovente se la memoria non fosse una bestia così fastidiosa.  Perché fu proprio negli anni in cui la sinistra esercitava un controllo ferreo sulla banca che Mps si imbarcò nell’acquisizione di Antonveneta, l’operazione destinata a diventare il simbolo della sua rovina. Un’avventura pagata a carissimo prezzo, che contribuì a trascinare il Monte verso una crisi dalla quale sarebbe stato difficilissimo uscire senza l’intervento dello Stato e quindi dei contribuenti. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Antonio Misiani (Imagoeconomica).

Così oggi il partito che vide la banca precipitare quando la «senesità» era garantita soprattutto dalla presa della politica sul Monte riscopre proprio quella senesità come valore da difendere. Lovaglio è riuscito nel piccolo miracolo di trasformare una delle pagine che il Pd senese avrebbe interesse a dimenticare nell’argomento con cui chiedere che tutto resti com’è. Ed è forse questo il bluff più riuscito dell’intera partita. Perché il punto non è stabilire se Siena debba perdere il Monte o se Mps debba necessariamente finire nelle mani di qualcun altro, ma è capire dove finisca la difesa della banca e dove cominci quella di chi la guida. E soprattutto perché, ogni volta che qualcuno pronuncia la parola «senesità», ci si dimentichi di chiedere quanto sia costata l’ultima volta che la politica decise di difenderla. Il poker ha una regola che vale anche quando sul tavolo ci sono miliardi: si può bluffare fino all’ultima carta. Il problema arriva quando qualcuno chiede di vederla. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Mps, rinviato l’incontro tra Giorgetti e gli enti locali

È stato rinviato al 25 agosto l’incontro previsto per domani – giovedì 20 agosto – tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e i rappresentanti di Regione Toscana, Comune e Provincia di Siena per affrontare il tema del futuro e delle prospettive di Banca Mps. Il vertice era stato fissato per il 20 agosto a seguito di una formale richiesta presentata insieme dal presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, da quella della Provincia Agnese Carletti e dalla sindaca Nicoletta Fabio.

Domani il cda di Mps: la doppia mossa di Lovaglio

Il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena dovrebbe riunirsi domani: sul tavolo dovrebbero approdare le operazioni straordinarie messe in campo per resistere all’ offerta pubblica di acquisto e scambio da 30,6 miliardi di Intesa Sanpaolo. Secondo il Sole 24 Ore, il ceo Luigi Lovaglio è intenzionato a proporre una doppia ops su Banco Bpm e Banca Generali.

Berlino apre alla vendita a UniCredit della quota in Commerzbank

Il governo di Berlino ha aperto alla possibilità di discutere una potenziale vendita a UniCredit del 12,7 per cento detenuto in Commerzbank, se i due istituti di credito riusciranno a concordare una strategia comune. Lo riporta Bloomberg citando la posizione di alcuni alti funzionari tedeschi e sottolineando che non si tratta di una posizione ufficiale dell’esecutivo, finora sempre contrario alla scalata dell’istituto italiano alla quarta più grande banca della Germania.

Le condizioni: prezzo equo e garanzie per il futuro della banca tedesca

I funzionari sentiti da Bloomberg hanno spiegato che alcuni esponenti del governo ritengono un esito accettabile una vendita delle quote al giusto prezzo e con precise garanzie per il futuro di Commerzbank, visto che UniCredit con ogni probabilità otterrà comunque il controllo della banca tedesca. La condizione più importante per avviare le trattative tra Berlino e UniCredit sarebbe il sostegno dell’attuale management di Commerzbank ai piani dell’istituto italiano. All’inizio di agosto la BaFin, ovvero l’autorità di vigilanza bancaria tedesca, ha dato a UniCredit il via libera alla richiesta di poter oltrepassare il 30 per cento delle quote di Commerzbank. Si tratta di un importante passaggio regolamentare: col semaforo verde della Bafin è scattato infatti il conto alla rovescia per la Bce, chiamata a completare la propria valutazione entro 60 giorni lavorativi. La decisione è attesa per la seconda metà di ottobre.

UniCredit, ok della Bafin al superamento del 30 per cento di Commerzbank

La BaFin, ovvero l’autorità di vigilanza bancaria tedesca, ha dato a UniCredit il via libera alla richiesta di poter oltrepassare il 30 per cento delle quote di Commerzbank. Lo scrive Bloomberg. Si tratta di un importante passaggio regolamentare per la scalata dell’istituto italiano alla quarta più grande banca della Germania. Col semaforo verde scatta infatti il conto alla rovescia per la Bce, che dovrà completare la propria valutazione entro 60 giorni lavorativi. La decisione è pertanto attesa per la seconda metà di ottobre. L’autorità di vigilanza può richiedere ulteriori informazioni nel corso dell’istruttoria: in tal caso l’esame potrebbe essere esteso fino a un massimo di 20 giorni lavorativi aggiuntivi.

UniCredit, ok della Bafin al superamento del 30 per cento di Commerzbank
Filiale Commerzbank in Germania (Imagoeconomica).