Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole

Francesco Gaetano Caltagirone, dopo la sconfitta della battaglia su Monte dei Paschi di Siena, si appresta a contare i soldi della plusvalenza grazie all’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo d’accordo con Carlo Cimbri, Unipol e Bper, in risposta alla mossa di Bpm. E intanto che fa il costruttore-editore? Nel pomeriggio di martedì 9 giugno è in programma nella romana Villa Miani, a Monte Mario, la solita kermesse aziendale del suo gruppo, con l’Ingegnere in pole position pronto a dettare la linea ai suoi “scudieri” e a chi «deve ascoltare le sue parole». L’incontro è intitolato “Futuro Capitale – La Nuova Italia: Roma motore strategico del Sistema Paese”. Con Calta, «presidente de Il Messaggero» ci saranno, tra gli altri, Flavio Cattaneo, ad di Enel, Pierroberto Folgiero, ad e dg di Fincantieri, Claudio Descalzi, ad di Eni, Fabrizio Palermo, ad e dg di Acea, Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea. Certo, quel titolo “Futuro Capitale” suona molto simile al vannacciano Futuro Nazionale, ma almeno qui lasciamo stare il generalissimo…

Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole

Cairo ringrazia Gualtieri e Onorato: cosa c’è dietro?

A destra è allarme rosso: i meloniani sfogliano le pagine capitoline del Corriere della Sera e trovano solo articoli elogiativi della giunta “de sinistra”. Perché accade? I maligni hanno subito la risposta pronta. Roma ormai è diventata la sede del gran finale del Giro d’Italia, che una volta si svolgeva a Milano. Dal 2023 la Capitale si è garantita la vetrina fissa dell’ultima tappa (in precedenza era successo, in via eccezionale, solo nel 1911, 1950, 2009 e 2018), versando nelle casse di Urbano Cairo 1,2 milioni di euro a stagione. Soldi che nel 2023 erano stati presi addirittura dal Pnrr, poi invece si è attinto a fondi ordinari del Comune, comunque pubblici. Il sindaco Roberto Gualtieri gongola, e pure l’assessore ai Grandi eventi Alessandro Onorato, che nelle pagine romane viene sempre lodato: anche nell’edizione di domenica 7 giugno, con tanto di foto. E poi c’è la marcia di avvicinamento all’evento del 12 giugno, quando Onorato riunirà tutti i suoi amici in vista del passaggio alla politica nazionale (la famosa quarta gamba centrista del campo largo, o anche “partito degli amministratori”).

Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
L’intervista a Onorato sul Corriere.

Comunque le pagine del Corriere della Sera sono davvero da incorniciare, per merito del Giro d’Italia: «Il Giro come se fosse il concertone del Primo Maggio», si legge, «una marea rosa che aveva voglia solo di divertirsi e fare festa», «il trionfo del Giro si celebra a Roma per il quarto anno consecutivo mentre il quinto è già nel mirino», fino all’apoteosi, «i Campi Elisi parigini al confronto sono una strada di periferia». Il traffico diventa «un festoso ingorgo» (chiedetelo ai romani in coda), e poi «ha vinto il Giro, ha vinto Roma. Il binomio funziona», «il presidente di Rcs MediaGroup, Urbano Cairo, si è goduto una giornata da ricordare», «il sindaco non può che condividere le parole di Cairo», dato che la corsa «costruisce un rapporto di amore e passione con i romani», e il patron di Rcs sottolinea come «il Giro sia la più grande festa popolare italiana» che «coinvolge tutta Roma, dal centro storico a Ostia». Sì, proprio nel quartier generale di Onorato. Fino al dato “spannometrico”, che serve sempre a riempire gli articoli, sul fatto che il Giro fa «cascare sulla città 175 milioni». Evviva. «Che passione, aumenta ogni anno», dice Cairo, che ha sempre un occhio di riguardo al fatturato, quando registra un segno positivo.

Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole

Cento anni di Tortorella con una (quasi) centenaria

Due giornate, lunedì 8 e martedì 9 giugno a Roma, per ricordare Aldo Tortorella nel centenario della nascita e anche la storia del comunismo italiano. Tortorella fu partigiano, dirigente nazionale del Pci, direttore de l’Unità e protagonista del dibattito politico e culturale italiano del secondo Novecento: il convegno si intitola “Passione politica e libertà – Aldo Tortorella a 100 anni dalla nascita” ed è promosso dalla Fondazione Gramsci, dall’Associazione Enrico Berlinguer, dall’Associazione per il rinnovamento della sinistra e dalla rivista Critica Marxista. Sessioni dedicate alla sua esperienza nel Pci, alla direzione del giornale fondato da Gramsci, al rapporto con Berlinguer, alla crisi e alla trasformazione della sinistra italiana dopo il 1989 e ai principali nuclei della sua riflessione teorica, dall’idea di libertà al socialismo, dal razionalismo critico al rapporto tra politica, cultura e femminismo. Ci sarà anche Luciana Castellina, classe 1929, in un momento che si annuncia anche spiritoso, dato che il titolo è “Sei una pivla!…”, cioè come Tortorella definiva, con la sua “evve” moscia, la Castellina. E nei due giorni non mancheranno pause e buffet. Per ricordare che i comunisti si cibano come tutti gli altri, mica mangiano i bambini…

Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole

Intesa Sanpaolo risponde a Bpm: opas sul Monte dei Paschi di Siena

Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sulle azioni di Banca Monte dei Paschi di Siena. L’opas avrà a oggetto un massimo di 3.036.151.673 azioni dell’emittente. Come si legge in una nota, l’operazione valorizza le azioni della banca senese 10,091 euro l’una ed è strutturata con un corrispettivo in azioni di 1,6 azioni di Intesa Sanpaolo e una componente cash di un euro per ogni azione di Mps, con un premio del 12,5 per cento rispetto al prezzo ufficiale in Borsa del 5 giugno. Il controvalore complessivo massimo dell’offerta, in caso di integrale adesione, sarà di circa 30,6 miliardi di euro.

LEGGI ANCHE: Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato

Intesa Sanpaolo risponde a Bpm: opas sul Monte dei Paschi di Siena
Rocca Salimbeni (Imagoeconomica).

La proposta di Bpm a Mps: fusione alla pari

La mossa di Intesa Sanpaolo è di fatto una risposta a Bpm, che ha sottoposto a Mps un’offerta di fusione alla pari. L’aggregazione dei due istituti bancari – con Siena che sta completando l’integrazione di Mediobanca – porterebbe alla creazione del secondo operatore nazionale, dietro proprio a Intesa Sanpaolo. Il primo azionista della nuova entità sarebbe la francese Crédit Agricole, (che detiene quasi il 23 per cento di Bpm), poi ci sarebbero Delfin e il gruppo Caltagirone.

Intesa Sanpaolo risponde a Bpm: opas sul Monte dei Paschi di Siena
La sede di Banco Bpm (Imagoeconomica).

Nel risiko bancario entra anche Unipol

Nel riassetto del settore bancario italiano legato all’operazione su Monte dei Paschi di Siena entra anche Unipol, che ha sottoscritto un accordo con Intesa Sanpaolo per l’acquisizione di un ramo bancario composto da 635 filiali Mps una volta completata l’opas promossa dall’istituto guidato da Carlo Messina. Unipol, si legge in una nota, proporrà a Bper – di cui è azionista di riferimento – una combinazione tra l’istituto modenese e la banca ceduta da Intesa, con il gruppo post-fusione che prenderà il nome Banca Monte dei Paschi. A supporto dell’operazione è previsto un aumento di capitale di Unipol assicurazioni fino a 2,5 miliardi di euro. Il perimetro interessato comprende una rete con circa 55 miliardi di raccolta diretta e 42 miliardi di finanziamenti alla clientela, oltre a una base di circa 2 milioni di clienti. Il corrispettivo massimo dell’acquisizione sarà pari a circa 3,5 miliardi di euro.

Intesa Sanpaolo risponde a Bpm: opas sul Monte dei Paschi di Siena
Logo Unipol (Imagoeconomica).

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato

I matrimoni che non s’hanno da fare sono i più ostinati. Quello tra Milano e Siena, dato per morto almeno un paio di volte, ha scelto una domenica per risorgere, contendendo allo sport il suo giorno di gloria. Giuseppe Castagna, ad di Bpm, ha infatti mandato a Luigi Lovaglio, il suo omologo del Montepaschi, una proposta di nozze. Alla pari, per prevenire la suscettibilità di due galli la cui convivenza nello stesso pollaio sulla carta non promette bene specie quando, apprendiamo dalla missiva inviata a Siena, in palio c’è la costruzione del secondo polo bancario italiano. Non più il terzo, come lo si era sin qui battezzato per distinguerlo dai giganti Intesa e Unicredit. Ma bisogna pur sempre ricordare che se Lovaglio all’ultima assemblea dei soci è tornato clamorosamente alla guida della banca di Rocca Salimbeni lo deve proprio a Castagna, che lo ha sostenuto in un’impresa che sembrava persa in partenza. Eguali sì, ma con qualche debito di riconoscenza del Napoleone senese verso l’ex campione di nuoto olimpico. 

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Lega e Mef tornano a spingere sull’acceleratore

Passano i mesi, ma il disegno è sempre lo stesso, quello teorizzato a suo tempo da un governo in maggior spolvero di adesso, e ostinatamente difeso quando Unicredit, che aveva messo occhi e mani su Bpm, voleva rovinargli la festa: unire Milano e Siena, costruire un’alternativa ai poteri forti bancari ammantandola da crociata in difesa dell’italico risparmio. Sullo sfondo Generali, la preda più ambita, l’oggetto del desiderio di chiunque voglia cementare la propria egemonia. A spingere sull’acceleratore, allora come oggi, la Lega e il Mef, per mano di un Giancarlo Giorgetti che a suo tempo, pur di frenare le mire di Andrea Orcel e della sua Unicredit su Piazza Meda, non aveva esitato a maneggiare il golden power con incredibile disinvoltura facendo alzare più di un sopracciglio in Europa. Un esecutivo che da arbitro si era trasformato in giocatore. Uno strumento nato per difendere gli asset strategici dagli appetiti stranieri, impiegato invece per orientare il risiko domestico, cui quella di Orcel non poteva partecipare in quanto «banca tedesca» (copyright Matteo Salvini). 

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Niente golden power per Crédit Agricole?

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. Lovaglio è stato fatto fuori e poi subitamente reintegrato dagli azionisti, si è preso Mediobanca e due settimane fa ha sentenziato che «tutte le strade portano a Siena». Profezia o presagio, dipende dai punti di vista. Ma sotto i ponti della politica l’acqua invece non sembra scorrere, e quel progetto Roma continua a coltivarlo con la tenacia di chi non si rassegna. C’è però un particolare che meriterebbe un soprassalto di coerenza. Se le nozze si celebrassero, il primo azionista del nuovo soggetto sarebbe il Crédit Agricole, socio di riferimento di Bpm. Vale a dire una banca francese. Per gli amanti delle simmetrie, esattamente il medesimo contesto (ammessa e non concessa l’inverosimile etichetta tedesca appiccicata dall’esecutivo a Unicredit) contro cui il golden power era stato sfoderato. A rigore, il governo dovrebbe dunque rispolverarlo all’istante. 

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

La contromossa di Messina in tandem con Bper

Ma le cose non finiscono qui perché, in serata, ecco arrivare la contromossa dell’ad di Intesa Carlo Messina, pronto a mettersi di traverso in tandem con Bper e, sullo sfondo, l’ombra della Unipol di Cimbri. Dal terzo polo al terzo incomodo. Ed è qui che la faccenda comincia a popolarsi di interrogativi. A partire da quello sulla natura e il senso della lettera di Castagna, non l’annuncio di un’Opa con tanto di concambi ma una richiesta affinché Siena convenisse sulla bontà del matrimonio. Il che è curioso, per non dire incomprensibile. Le offerte, di norma, si fanno, non si annunciano. Le si lascia parlare con i numeri, non con i comunicati. A meno che lo scopo non fosse l’offerta in sé, ma il presidio del territorio: piantare una bandierina su Mps prima che pretendenti più ingombranti si presentassero al portone. Tipo, appunto, Messina. Se così fosse, la mossa avrebbe già mancato il suo obiettivo. 

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato
Carlo Messina (Imagoeconomica).

Occhi puntati sulle mosse del governo

Resta la domanda delle domande: cosa farà ora il governo. Non fosse altro perché il Mef siede ancora, con il suo 5 per cento, al tavolo di Mps, tra Caltagirone e la Delfin dei Del Vecchio i quali, comunque vada, ne usciranno ricchissimi. Almeno a parole, Giorgia Meloni aveva detto che di Mps non voleva più sentir parlare, specie dopo che la Procura di Milano era entrata a piedi uniti nel dossier. Vedremo se manterrà il proposito. Difficile, comunque, immaginare una regia ferma da parte di un esecutivo reduce da una sconfitta referendaria che ne ha incrinato l’aura. E con la Lega di Salvini, il partito più innamorato delle nozze tra Milano e Siena, alle prese con l’emorragia dei suoi uomini che sfollano numerosi in direzione Vannacci

Bpm-Mps, dietro le quinte di un matrimonio ostinato
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Un governo indebolito, un partito che perde pezzi, una banca francese in cima alla catena di comando e un terzo incomodo che bussa perentoriamente alla porta. L’offerta di matrimonio arriva lunedì mattina sul tavolo del cda di Siena, dove però la dote l’aveva messa anni fa il contribuente. Resta da capire chi si siederà a capotavola. Tradizione vuole infatti che nei matrimoni combinati gli sposi siano gli ultimi a saperlo. 

Panetta eletto presidente della Banca dei regolamenti internazionali

Il consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) ha eletto come nuovo presidente Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia. Succederà all’omologo transalpino François Villeroy de Galhau, che aveva annunciato la decisione di lasciare la Banca di Francia.

Cos’è la Banca dei regolamenti internazionali

La Bri, fondata nel 1930 e con sede a Basilea in Svizzera, funge da “banca centrale delle banche centrali”, promuovendo la cooperazione tra 63 istituti nazionali. Il cda, che si riunisce regolarmente durante l’anno, è responsabile è responsabile della definizione degli orientamenti strategici e politici della Bri, della supervisione della sua gestione e dell’adempimento dei compiti specifici previsti dallo Statuto.

Delfin, Rocco Basilico fa ricorso contro la procedura per il passaggio delle quote

Rocco Basilico, figlio della vedova di Leonardo Del Vecchio, ha presentato un ricorso al Tribunale del Lussemburgo contro la procedura per il passaggio del 25 per cento di Delfin, la holding di famiglia che controlla quasi un terzo di EssilorLuxottica, a Leonardo Maria Del Vecchio per circa 10 miliardi. Lo riporta Bloomberg spiegando che Basilico, che detiene il 12,5 per cento di Delfin, sostiene che l’assemblea abbia applicato una soglia di approvazione del 75 per cento anziché dell’88 per cento richiesto dallo statuto per i trasferimenti a terzi. Tale soglia avrebbe conferito al suo voto contrario potere di veto. L’erede contesta inoltre l’approvazione di una politica di dividendi minimi all’80 per cento dell’utile netto per il triennio 2025-2027, che non figurava nell’ordine del giorno originale. L’operazione, che porterebbe Leonardo Maria Del Vecchio al 37,5 per cento di Delfin come primo azionista, dovrebbe chiudersi entro il 27 giugno. All’Ansa fonti finanziarie hanno segnalato che l’iniziativa di Basilico non impedisce il trasferimento delle quote.

Mps, Palermo si dimette dal cda

Fabrizio Palermo, consigliere d’amministrazione indipendente e componente del Comitato per le operazioni con le parti correlate di Banca Monte dei Paschi di Siena, ha rassegnato le dimissioni dalla carica, con decorrenza immediata: alla base della decisione le recenti determinazioni in materia di governance, non condivise dal ceo e direttore generale di Acea. Lo ha reso noto Mps in un comunicato.

Mps, Palermo si dimette dal cda
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

Palermo era in pole come nuovo ceo, poi il ribaltone

Palermo era stato indicato come unico candidato alla carica di amministratore delegato nella lista del cda uscente per il rinnovo del board del Monte. Ma nell’assemblea del 15 aprile 2026 c’è stato il ribaltone con la vittoria a sorpresa della lista promossa da Plt Holding, che sosteneva il ceo uscente Luigi Lovaglio, il quale ha dunque ottenuto la conferma alla guida di Rocca Salimbeni.

LEGGI ANCHE: Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri

Vivaldi è stato invece dichiarato decaduto

Nei giorni scorsi Carlo Vivaldi, altro rappresentante della lista del consiglio poi superata da quella di Plt Holding, era stato invece dichiarato decaduto per non aver dato le dimissioni da consigliere di Banca Mediolanum. L’articolo 15 comma 1 dello Statuto di Mps prevede infatti l’immediata decadenza di coloro che siedono nel board di un istituto concorrente.

Borsa Italiana rinnova il cda, Testa confermato amministratore delegato

L’assemblea di Borsa Italiana, che ha come unico socio Euronext, ha rinnovato il consiglio di amministrazione, che ha poi confermato Fabrizio Testa come amministratore delegato e Claudia Parzani nel ruolo di presidente. Il rinnovo senza una procedura di valutazione e selezione è arrivato nonostante la contrarietà di Cassa depositi e prestiti, che si era rivolta alla Corte di Amsterdam contro la gestione delle nomine dei vertici da parte di Euronext, ottenendo però una sentenza sfavorevole.

Borsa Italiana rinnova il cda, Testa confermato amministratore delegato
Claudia Parzani (Imagoeconomica).

Il contenzioso tra Euronext e Cdp

Cdp, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (che ne detiene l’82,77 per cento del capitale), sostiene che la presentazione delle candidature per il cda di Borsa Italiana debba sempre avvenire previa procedura di valutazione e selezione dei candidati. Euronext, invece, sostiene che in base al Transaction Cooperation Agreement firmato nel 2020 assieme a Cdp e Intesa Sanpaolo, questo iter non sia previsto se i vertici vengono confermati. Oltre che alla Corte di Amsterdam, Cdp – azionista di Borsa Italiana – si è rivolta anche al Tribunale di Milano, vedendosi però respingere l’istanza presentata.

Rinnovati anche i vertici di MTS

Dopo il rinnovo, il board di Borsa Italiana oltre a Testa e Parzani ha confermato Gianluca Garbi come vicepresidente e Giorgio Modica (cfo del gruppo Euronext) consigliere con delega alla finanza. Il contenzioso tra Cassa Depositi e Prestiti e Euronext riguarda non solo Piazza Affari, anche il rinnovo dei vertici di MTS, che a sua volta si è riunito per confermare Maria Cannata presidente e Angelo Proni amministratore delegato.

Mps, Vivaldi dichiarato decaduto

Il consiglio di amministrazione di Mps, riunitosi sotto la presidenza di Cesare Bisoni, ha dichiarato Carlo Vivaldi decaduto dalla carica di consigliere in quanto ricopre, al contempo, l’incarico di consigliere di amministrazione di Banca Mediolanum. L’articolo 15 comma 1 dello Statuto prevede infatti l’immediata decadenza di coloro che siedano nel cda di una banca concorrente. Il posto di Vivaldi dovrebbe andare al primo dei non eletti nella lista dei cda, ovvero Gianluca Brancadoro. Se anche l’ex vicepresidente di Mps declinasse l’invito, la poltrona andrebbe di diritto ad Alessandro Caltagirone, secondogenito del costruttore romano.

Costituiti i comitati endoconsiliari

Il board ha poi deliberato di procedere alla costituzione dei comitati endoconsiliari, nominandone i relativi componenti:

  • Comitato Rischi e sostenibilità, formato da cinque membri: Carlo Corradini (presidente), Livia Amidani Aliberti, Antonella Centra, Paola De Martini e Massimo Di Carlo;
  • Comitato Remunerazione, formato da tre membri: Livia Amidani Aliberti (presidente), Antonella Centra e Paola Leoni Borali;
  • Comitato per le Operazioni con le parti correlate, formato da tre membri: Flavia Mazzarella (presidente), Patrizia Albano e Fabrizio Palermo;
  • Comitato IT e digitalizzazione, formato da tre membri: Paolo Boccardelli (presidente), Carlo Corradini e Paola Leoni Borali.

È stato inoltre integrato il Comitato Nomine, formato da cinque membri, con la nomina del consigliere Corrado Passera. Il Comitato Nomine risulta pertanto costituito da quest’ultimo e da Patrizia Albano (presidente), Massimo Di Carlo, Paola Leoni Borali e Flavia Mazzarella, nominati in data 23 aprile 2026. È stato, da ultimo, costituito l’organismo di vigilanza con compiti di presidio composto da due professionisti esterni, Romina Guglielmetti (presidente) e Gianluca Tognozzi, nonché dal consigliere Nicola Maione.

Al via l’ops di UniCredit su Commerzbank: resterà aperta fino al 16 giugno

Prende il via oggi 5 maggio l’offerta pubblica di sottoscrizione di UniCredit su Commerzbank. L’operazione resterà aperta fino al 16 giugno e prevede un rapporto di scambio pari a 0,485 azioni UniCredit per ogni titolo Commerzbank conferito. Lo ha comunicato l’amministratore delegato Andrea Orcel nel corso della conference call con gli analisti sui risultati trimestrali.

Al via l’ops di UniCredit su Commerzbank: resterà aperta fino al 16 giugno
Andrea Orcel, ceo di UniCredit (Imagoeconomica).

Cosa prevede l’offerta pubblica di sottoscrizione lanciata da UniCredit

Il via libera di UniCredit all’aumento di capitale fino a 6,7 miliardi di euro a servizio dell’offerta su Commerzbank è stato approvato il 4 maggio dall’assemblea straordinaria dei soci, che si è tenuta a Milano. L’operazione, a cui ha dato semaforo verde il 99,55 per cento del capitale e avente diritto di voto, prevede l’emissione di un massimo di 470 milioni di nuove azioni ordinarie UniCredit, con godimento regolare e le stesse caratteristiche di quelle già in circolazione. L’istituto guidato da Orcel è aperto a raccogliere la totalità delle quote ordinarie della banca tedesca non già detenute direttamente, pari a circa il 30 per cento.

Al via l’ops di UniCredit su Commerzbank: resterà aperta fino al 16 giugno
Torre Unicredit a Milano (Imagoeconomica).

Il management di Commerzbank e Berlino continuano a opporsi all’operazione

«Ciò che UniCredit ha messo sul tavolo dopo 18 mesi e numerosi incontri è un piano che smantella la banca così come funziona oggi per i suoi clienti e non paga alcun premio ai nostri azionisti», ha dichiarato al Frankfurter Allgemeine Zeitung il vicepresidente del consiglio di amministrazione di Commerzbank, Michael Kotzbauer. Unicredit, entrata in Commerzbank a settembre 2024, è già ora il maggiore azionista dell’istituto, davanti allo Stato tedesco. A marzo il governo federale di Berlino, che detiene una partecipazione del 12 per cento, tramite il portavoce del ministero delle Finanze Maximilian Kall aveva espresso la sua opposizione all’ops, definita «inaccettabile» in quanto la seconda banca privata tedesca per dimensioni «è di importanza sistemica». Orcel, presentando un piano di ristrutturazione in caso di acquisizione, aveva criticato la rete estera di Commerzbank definendola «sovradimensionata» e «inefficiente». Pier Carlo Padoan, presidente di UniCredit, nel corso dell’assemblea straordinaria ha rassicurato i tedeschi parlando di «interesse chiaro affinché la banca esprima pienamente il proprio potenziale» e di «opinione condivisa, sia dal consiglio di amministrazione sia dal management, che ciò non stia attualmente accadendo nella misura in cui sarebbe possibile e opportuno».

Mps, Lovaglio e Bisoni eletti a maggioranza

Il nuovo corso di Banca Monte dei Paschi di Siena ha preso forma con la prima riunione del cda, che ha definito il nuovo ticket di vertice e più in generale la riorganizzazione interna, senza alcuno spazio concesso alla minoranza. Luigi Lovaglio è stato confermato amministratore delegato e direttore generale. Cesare Bisoni, che tra il 2019 e il 2021 ha presieduto Unicredit, è stato investito della carica di presidente. Ha prevalso dunque la linea della lista Plt, promossa dall’imprenditore Pierluigi Tortora, che era uscita vincitrice dall’assemblea del 15 aprile.

LEGGI ANCHE: Mps, Lovaglio torna ceo: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin

Mps, Lovaglio e Bisoni eletti a maggioranza
Cesare Bisoni (Imagoeconomica).

La maggioranza ha deciso di non aprire al confronto

Le decisioni sono state approvate a maggioranza, con il voto favorevole degli otto consiglieri – sui 15 totali – espressione di Plt Holding (tra cui gli stessi Lovaglio e Bisoni), senza il coinvolgimento delle minoranze. A votare in senso contrario sono stati i sei membri della lista del cda uscente e quello espresso dalla lista di Assogestioni. Secondo quanto scrive Adnkronos da fonti ben informate, i consiglieri che si sono opposti alla nomina di Bisoni sarebbero stati anche pronti a votare Lovaglio come ceo, qualora la presidenza fosse stata assegnata a un profilo super partes. Ma la maggioranza ha deciso di non aprire al confronto, forte dei voti necessari per imporre il suo ticket. Nominati anche i due vicepresidenti, sempre della lista Plt: Flavia Mazzarella, ex presidente di Bper; e Carlo Corradini, ex consigliere delegato di Banca Imi.

Mps, Lovaglio e Bisoni eletti a maggioranza
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

LEGGI ANCHE: Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri

Le voci sulla cessione della partecipazione in Generali

Secondo il Financial Times, che cita cinque fonti vicine a Siena, Lovaglio starebbe valutando la cessione della partecipazione di Mps in Generali tramite Mediobanca (il 13,2 per cento, valutato attorno ai 7,4 miliardi di euro) per finanziare l’acquisizione di Banco Bpm. Tra le opzioni vagliate al momento, scrive il Ft, ci sono la vendita dell’intero pacchetto a investitori italiani, con Unicredit e Intesa Sanpaolo tra i candidati, e la distribuzione della quota agli azionisti Mps come dividendo straordinario. Rocca Salimbeni ha però smentito.

Cdp sconfitta, ma la causa contro i francesi non finisce qui: le pillole del giorno

Nelle grandi stanze di via Goito, a Roma, nella sede di Cassa depositi e prestiti, non hanno preso affatto bene la decisione del tribunale di Amsterdam, dove la giudice Willemien de Vries ha dato ragione a Euronext nella contesa sulle nomine. Uno scontro che riguarda gli accordi di governance per il rinnovo dei vertici. I francesi, che nel 2021 hanno acquisito Borsa Italiana, si erano infatti impuntati sulla conferma di Fabrizio Testa come amministratore delegato a Piazza Affari e di Angelo Proni alla guida di MTS, piattaforma leader nel trading elettronico di titoli a reddito fisso e parte di Euronext. Ma come, in Cdp hanno quindi promosso un’azione legale per contestare una decisione che premia i due manager italiani? In realtà non è proprio così: la Cassa, azionista di peso del gruppo Euronext, ha portato avanti la causa per tutelare il suo diritto di nomina degli ad, che le spetta per contratto, e che invece a Parigi hanno bellamente disatteso. Per Roma insomma Piazza Affari non può essere considerata una semplice filiale di un network europeo. La vicenda è tutt’altro che finita. Con l’ente guidato da Dario Scannapieco che si prepara a presentare appello…

Cdp sconfitta, ma la causa contro i francesi non finisce qui: le pillole del giorno
Cdp sconfitta, ma la causa contro i francesi non finisce qui: le pillole del giorno
Cdp sconfitta, ma la causa contro i francesi non finisce qui: le pillole del giorno

Che cena elegante, Renzi

Vestito a festa, con addirittura un farfallone nero che ricordava quello esibito da Fiorello quando imita, alla grande, il vincitore di Sanremo, Sal Da Vinci: Matteo Renzi si è presentato così, in collegamento da Firenze, su La7, per parlare con Marianna Aprile e Luca Telese che avevano in studio il gran capo della Cgil Maurizio Landini, uno che ha abbandonato le camicie con canottiera a vista, quelle che arrivano fino al collo, per indossare panni borghesissimi giacca e cravatta. Era senz’altro una “cena elegante”, quella dove era atteso, e la scritta alla sua sinistra recitava “Maggio Musicale Fiorentino”. Ora lì il sovrintendente è Carlo Fuortes, e in passato c’è stato Salvo Nastasi, sempre accompagnato da Gianni Letta, un fedelissimo delle serate a Firenze. Fatto sta che al festival era in programma la prima di The death of Klinghoffer, regia e scenografia di Luca Guadagnino, per l’opera del musicista americano John Adams che prende spunto dal dirottamento della nave da crociera Achille Lauro da parte dei terroristi del Fronte per la liberazione della Palestina nell’ottobre 1985, conclusosi con l’assassinio di Leonard Klinghoffer, cittadino americano di religione ebraica. Per la cronaca, oltre a Renzi erano presenti Jovanotti, il governatore della Regione Toscana Eugenio Giani, la sindaca di Firenze Sara Funaro, l’ex primo cittadino e attuale eurodeputato Dario Nardella, Simona Bonafè, Maria Elena Boschi, Daniela Ballard, console generale Usa, Guillaume Rousson, console generale di Francia, Huang Xinhua e Guan Zhongqi in rappresentanza della Cina. Immancabili le contestazioni, sintetizzate nel testo del volantino dal gruppo “Firenze per la Palestina”, dove si sottolinea che «l’opera inizia con i due cori, quello degli esuli palestinesi e quello degli ebrei e quindi ci porta istintivamente a pensare che il contrasto sia tra i palestinesi e gli ebrei, mentre il contrasto è tra i palestinesi e gli israeliani che hanno occupato la Palestina, quindi non è una lotta tra due civiltà, tra due religioni, è una lotta tra un occupante e un occupato».

Cdp sconfitta, ma la causa contro i francesi non finisce qui: le pillole del giorno
Matteo Renzi.

Opus dem

Ma era proprio la piddina Marianna Madia la devota fedele cattolica, in jeans, che domenica sera, dopo le 19, è entrata in quella che viene definita come “la chiesa dell’Opus Dei”, ossia la basilica dedicata a Sant’Eugenio, in via delle Belle Arti, e che ha acceso vari lumini e pregato davanti a diverse immagini sacre? Ah, saperlo…

Cdp sconfitta, ma la causa contro i francesi non finisce qui: le pillole del giorno
Marianna Madia con Elly Schlein (foto Imagoeconomica).

Bppb, Vittorio Sorge direttore generale e Francesco Acito condirettore generale

Il consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Puglia e Basilicata (Bppb) ha definito gli assetti di governo societario per il triennio 2026-2028. In tale ambito, sono stati costituiti i seguenti comitati endoconsiliari: Comitato Rischi, presieduto da Giuseppe Abatista e composto da Caterina Luisa Appio e Candida Bussoli; Comitato Esg, presieduto da Lucia Forte e composto da Rosa Calderazzi e Valeria Stefanelli; Comitato Esecutivo, di nuova costituzione, presieduto da Luigi Montemurro e composto da Giovanni Rosso e Giuseppe Tammaccaro. Alla carica di vicepresidente è stata nominata Rosa Calderazzi. Nel corso della stessa seduta, il cda ha nominato Vittorio Sorge direttore generale e Francesco Paolo Acito condirettore generale. La scelta dei due manager è finalizzata ad assicurare continuità gestionale e a valorizzare le risorse interne.

Banco Bpm, Castagna e Tononi rieletti ai vertici

Giovedì 16 aprile 2026 i soci di Banco Bpm si sono riuniti a Milano per rinnovare la governance, confermando l’amministratore delegato Giuseppe Castagna e il presidente Massimo Tononi per un nuovo mandato. La lista del cda ha infatti ottenuto il 58,87 per cento dei voti, accaparrandosi 10 posti in Consiglio. Quattro sono andati ai francesi di Credit Agricole, che hanno ottenuto il 30,9 per cento delle preferenze, e uno ad Assogestioni, che ha registrato l’8 per cento. Dopo la notizia della riconferma dei vertici, il titolo di Banco Bom ha registrato un rialzo di quasi tre punti percentuali a Piazza Affari. Alla votazione era presente il 72,32 per cento del capitale. Il nuovo Consiglio di Piazza Meda che sarà in carica fino alla primavera del 2029 risulta così composto: Massimo Tononi (presidente), Giuseppe Castagna (amministratore delegato), Marina Mantelli, Luigia Tauro, Alberto Oliveti, Costanza Torricelli, Eugenio Rossetti, Giovanna Zanotti, Francesco Mele, Silvia Stefini (lista del cda), Domenico Siniscalco, Frederic de Courtois, Rossella Leide, Alessio Foletti (Credit Agricole) e Giampiero Massolo (Assogestioni).

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri

C’è un’ironia sottile, quasi crudele, in quello che è accaduto mercoledì all’assemblea del Monte dei Paschi. Mentre la Procura di Milano continua a scavare, convinta dell’esistenza di un concerto tra Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri nell’operazione che ha portato la banca senese a mettere le mani su Mediobanca, gli stessi protagonisti si sono presentati all’appuntamento per il rinnovo dei vertici suonando spartiti diversi

Il vecchio ad defenestrato torna in sella

Concerto che diventa sconcerto, dunque. Per i protagonisti, ma anche per quanti, quasi tutti, avevano scommesso sulla vittoria della lista del cda uscente. Tanto più che il nuovo amministratore delegato, che poi è il vecchio appena defenestrato, torna in sella pur essendo a sua volta toccato dall’accusa di aver partecipato (concorso esterno, bizzarra e assai discutibile formula) a quel medesimo concerto. Luigi Lovaglio, fatto scendere dal podio, ci è risalito nell’incredulità generale. Forse anche nella sua. Ma veniamo ai concertisti, presunti tali. Delfin, cioè la famiglia Del Vecchio, vota contro la lista del cda uscente, quella che aveva in Caltagirone il suo sponsor più convinto. E aggiunge a una storia già piuttosto barocca un elemento quasi teatrale, che i magistrati milanesi faranno fatica a incasellare nelle loro costruzioni. Il mondo al contrario, direbbe qualcuno. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Luigi Lovaglio (Ansa).

Dalla rottura tra Caltagirone e Lovaglio al colpo di scena di Delfin

Breve riassunto delle puntate precedenti. Il governo stoppa UniCredit nel tentativo di scalata a Bpm, invocando un golden power che grida vendetta per la sua bislaccheria. Nel frattempo spinge Mps a osare l’inosabile: l’assalto a Piazzetta Cuccia, con un occhio a ciò che davvero conta, il controllo delle Generali. L’operazione riesce. Fine della storia? Nemmeno per sogno, perché subito qualcosa si incrina. Lovaglio e Caltagirone, che all’indomani della conquista di Milano si scambiavano affettuosi convenevoli, si dividono sulla gestione della preda. Il consiglio si spacca e si arriva alla resa dei conti. E qui il colpo di scena. Delfin vota contro la lista del cda, quindi contro il suo alleato Caltagirone. Una scelta che riflette la tensione crescente tra gli eredi Del Vecchio e lo stesso Milleri, con i primi che gli avrebbero imposto di votare contro la lista del cda. Cosa che, sorprendentemente, fa anche Bpm. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

L’assenza del Mef a Siena pesa più di una presenza

Eravamo tre amici al bar, poi non più. Calta e i signori degli occhiali si dividono e il governo, che su Mps era entrato in scena come azionista forte, decide che non è più il caso di occuparsene. Così a Siena il Mef non si fa vedere. Una scelta che pesa più di una presenza, perché segnala che la sua regia non è più operativa. O forse che ha semplicemente cambiato posizione, defilandosi in un momento in cui, specie dopo il tracollo referendario, l’attenzione giudiziaria consiglia di non venire allo scoperto. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il voto di Bpm rafforza il progetto di un terzo polo bancario

A questo punto la domanda è inevitabile: come si passa, in poche settimane, da un’operazione percepita come coordinata a una dispersione così evidente delle forze in campo? E ancora: perché anche Bpm, che quel percorso aveva accompagnato, decide di votare Lovaglio? Qui la politica riemerge, ma senza dichiararsi. La banca più sensibile agli umori leghisti potrebbe aver fatto i suoi calcoli: con Lovaglio al timone, l’ipotesi di un terzo polo bancario che unisca Milano e Siena si fa più agibile. Un progetto cui potrebbero frapporsi  dinamiche personali, tipo la non irresistibile sintonia tra Lovaglio e Castagna, ma che resta, nel complesso, coerente con un disegno che circola da tempo. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Palermo resta una riserva credibile per le prossime partite

In questo gioco di spostamenti laterali, esce di scena Fabrizio Palermo. Non era l’amministratore delegato uscente, ma quello designato a segnare la discontinuità rispetto alla precedente gestione. Il mercato, ovvero i proxy advisor che ne raccolgono gli umori, avevano indicato in lui un profilo di garanzia per il futuro di Rocca Salimbeni. Resta in Acea, con un secondo mandato davanti. E con un’età, 55 anni, e una rete di relazioni che lo rendono una riserva credibile per le prossime partite pubbliche quando molti degli attuali protagonisti usciranno di scena. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Fabrizio Palermo (Ansa).

La vittoria di Lovaglio fa emergere nuovi equilibri in via di definizione

Tutto finito dunque col ritorno di Napoleone Lovaglio? Difficile crederlo. La politica è già in campagna elettorale e nei prossimi mesi le fibrillazioni aumenteranno. Impensabile che il sistema finanziario ne resti immune. Siena chiude una pagina e ne riapre subito un’altra. Con nuovi equilibri, vecchie logiche e attori pronti a rientrare in gioco. Quella di Lovaglio non è solo una vittoria, è l’emersione di equilibri che stanno altrove: più opachi, più mobili, ancora in cerca di una forma definitiva. Alleanze che fino a ieri venivano raccontate come granitiche si sono rivelate per quello che sono sempre state: costruzioni temporanee, tenute insieme più dalla convenienza che dalla convinzione. Non si rompono davvero, semplicemente smettono di coincidere. E a quel punto ciascuno torna a muoversi lungo la propria traiettoria, su nuovi fronti, come se nulla ci fosse stato prima. 

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin

Lovaglio ha vinto. Il 15 aprile, l’assemblea dei soci di Mps ha sancito il ritorno dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio alla guida della banca senese, con il voto determinante di Delfin – la holding della famiglia Del Vecchio, prima azionista con il 17,5 per cento -, di Banco BPM con il 3,76 per cento e anche grazie al Mef che non si è presentato. Così la lista presentata da Plt Holding ha avuto la meglio contro quella del board uscente, appoggiata dal 13,5 per cento di Francesco Gaetano Caltagirone. Per la prima volta dalla morte di Leonardo Del Vecchio, avvenuta nel giugno 2022, i due pilastri del patto che aveva conquistato Mediobanca e puntava al controllo di Generali si sono fronteggiati in assemblea. Una rottura clamorosa, che segna la fine di un’alleanza durata anni e che ridisegna gli equilibri del nascente terzo polo bancario italiano.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro la decisione di Delfin la pressione della famiglia Del Vecchio

Ma il voto di mercoledì racconta una storia diversa da quella che appare in superficie. La decisione di Delfin di schierarsi con Lovaglio non è stata una scelta strategica di Francesco Milleri, presidente della holding e Ceo di EssilorLuxottica. Ma è stata imposta dalle dinamiche interne alla famiglia. Da tre anni e mezzo gli otto eredi di Del Vecchio – la moglie Nicoletta Zampillo e i sette figli compreso Rocco Basilico (nato dal primo matrimonio di Zampillo col banchiere Paolo Basilico), ciascuno con il 12,5 per cento di Delfin – non riescono a chiudere la disputa sulla successione. I dividendi sono bloccati al 10 per cento dell’utile netto secondo lo statuto che richiede l’unanimità per le decisioni strategiche. Milleri governa per inerzia, non per mandato. E la pressione degli eredi, che vogliono risposte su come viene gestito un patrimonio che ai valori attuali supera i 40 miliardi di euro, si è scaricata anche sul voto in assemblea. Alla fine i figli spalleggiati dalla madre hanno dettato la linea a Milleri che avrebbe invece votato per la lista del board.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Milleri (Ansa).

La rottura dell’asse con Caltagirone

Lovaglio è l’uomo che ha risanato Mps e ha condotto la scalata vincente su Mediobanca. In realtà ha sempre avuto buoni rapporti con Milleri. La sua estromissione dalla lista del cda, decisa a inizio marzo, non era piaciuta né al numero uno di Delfin né – secondo fonti finanziarie – alla Bce. Ma la scelta di votare contro Caltagirone ha un costo enorme: spacca l’asse che teneva insieme il sistema, dall’acquisizione di Mediobanca al posizionamento su Generali.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Gaetano Caltagirone (Ansa).

Le mire di LMDV tra inchieste e piani di acquisizione

Il dissidio interno a Delfin è profondo e ha radici che vanno ben oltre Mps. Leonardo Maria Del Vecchio, il quarto figlio del fondatore e chief strategy officer di EssilorLuxottica, è indagato dalla procura di Milano con il coordinamento della Dda nell’ambito dell’inchiesta Equalize per presunto spionaggio ai danni di quattro fratelli. È inoltre in causa con la madre e Basilico. A marzo ha rilasciato un’intervista a Les Echos, il principale quotidiano finanziario francese, annunciando di voler comprare le quote di due fratelli per arrivare al 37,5 per cento di Delfin, un’operazione a leva su una holding che potrebbe trovarsi di fronte a imprevisti di natura fiscale. A dicembre 2025, Rocco Basilico ha lasciato il ruolo di Chief Wearables Officer di EssilorLuxottica. Era stato lui ad avviare i contatti con Mark Zuckerberg che hanno portato alla partnership con Meta sugli smart glasses. Lo stesso Milleri è a sua volta indagato dalla procura di Milano per il presunto concerto nell’acquisizione di Mediobanca, insieme a Caltagirone e allo stesso Lovaglio che oggi, per una di quelle ironie che solo il capitalismo italiano sa produrre, torna alla guida della banca grazie proprio al voto di Milleri.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

La possibile grana francese sull’ultima residenza del fondatore

Ma all’orizzonte della famiglia Del Vecchio si potrebbe profilare una partita al confronto della quale le faide di oggi rischiano di essere derubricate a un dettaglio. Nel 2023 il fisco francese ha avviato verifiche sulla residenza effettiva di Leonardo Del Vecchio al momento della morte, con particolare riferimento a Villa La Leonina, la proprietà di Beaulieu-sur-Mer che, nel suo testamento, il fondatore definisce «la residenza più amata» e che l’inventario dell’eredità valuta 47 milioni di euro. Se la residenza francese fosse accertata, l’applicazione dell’articolo 750 ter del Code général des impôts sull’intero patrimonio mondiale degli eredi avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti per l’assetto azionario di EssilorLuxottica, società del CAC 40 di cui Delfin controlla il 32 per cento. Contattati in merito, da Delfin si sono limitati a un «no comment».

Ribaltone a Mps, vince la lista Lovaglio che resta ceo

Si è riunita mercoledì 15 aprile 2026 a Siena l’assemblea degli azionisti di Banca Mps per decidere il rinnovo della governance per il prossimo triennio. La sfida per conquistare la maggioranza del Consiglio, e i posti di vertice, era tra la lista promossa dal Consiglio uscente, che proponeva come amministratore delegato Fabrizio Palermo e la riconferma del presidente uscente Nicola Maione, e quella promossa dal piccolo azionista Plt Holding guidata da Luigi Lovaglio, amministratore delegato uscente di Mps, e Cesare Bisoni, ex Unicredit. C’era poi la lista di Assogestioni. A spuntarla è stata, a sorpresa, la lista Lovaglio con il 49,95 per cento dei voti. Quella del cda ha raccolto il 38,79 per cento dei consensi mentre quella di Assogestioni il 6,94.

Mps, il giallo BlackRock alla vigilia dell’assemblea sul rinnovo del Cda

Alla vigilia dell’assemblea che mercoledì 15 aprile dovrà rinnovare il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi, spunta un’indiscrezione che sa di mossa tattica più che di notizia: BlackRock avrebbe deciso di votare a favore della lista promossa da Plt Holding che candida l’ex ad Luigi Lovaglio. Fonti anonime, si precisa. Nessuna conferma dalla società americana. 

Mps, il giallo BlackRock alla vigilia dell’assemblea sul rinnovo del Cda
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Più di una fuga di notizie, sembra un’operazione di influenza

Il problema è esattamente questo. BlackRock non anticipa mai il proprio orientamento di voto prima delle assemblee. È prassi consolidata, non un’abitudine. Il fatto che la notizia circoli ora, alimentata da fonti che non si identificano, puzza di operazione d’influenza più che di fuga di notizie. Qualcuno vuole orientare il voto. O almeno provarci. Che serva a poco è probabile. Il mercato ha già dato il suo verdetto: ISS e Glass Lewis, i due principali proxy advisor mondiali, si sono già espressi entrambi a favore della lista del board che candida Fabrizio Palermo al ruolo di ad.  

Mps, il giallo BlackRock alla vigilia dell’assemblea sul rinnovo del Cda
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

I dubbi sul peso reale di BlackRock

Ma c’è un altro dettaglio che rende l’episodio ancora più curioso. Secondo quanto risulta, potrebbe esserci una differenza sostanziale tra il pacchetto azionario complessivamente disponibile del fondo e le azioni effettivamente depositate in assemblea. Il che significa che, anche ammettendo che l’indicazione fosse vera e confermata, il peso reale del voto di BlackRock potrebbe essere inferiore a quello suggerito dalla notizia.  Due anomalie in una: una fonte anonima che rivela un orientamento che BlackRock non ha mai anticipato, su un pacchetto che potrebbe essere più leggero di quanto sembri.  

Mps, il giallo BlackRock alla vigilia dell’assemblea sul rinnovo del Cda
Il logo di BlackRock (Imagoeconomica).

Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps

C’è un filo che unisce la crisi di una piccola multiutility ligure nei primi Anni 2000 alle acrobazie finanziarie di una società di energie rinnovabili quotata all’AIM di Borsa Italiana, a Mps. Quel filo ha un nome: Pierluigi Tortora.

Il caso Acam, i derivati e la crisi del 2008

Derivati, sindaci e azioni di responsabilità: Acam era la società partecipata dal Comune di La Spezia che gestiva i servizi pubblici locali per i comuni della provincia: acqua, gas, rifiuti, insomma una multiutility. Tortora ne era l’amministratore delegato. Nel marzo 2008, in piena euforia finanziaria pre-crisi subprime, la società sottoscrisse contratti derivati che, come è facile intuire, non sono proprio il core business per una società di servizi pubblici locali. Quando i mercati crollarono all’indomani del fallimento di Lehman Brothers, quei contratti si dimostrarono rovinosi e Acam si trovò esposta a perdite difficilmente recuperabili, con un bilancio sostanzialmente avviato verso il dissesto. La reazione dei Sindaci della società non tardò. E nell’aprile 2010, l’assemblea dei soci deliberò la denuncia nei confronti dell’ormai ex amministratore delegato, avviando un’azione di responsabilità proprio per la vicenda dei contratti derivati. L’assessore alla Riorganizzazione delle società partecipate Davide Natale e il sindaco di La Spezia Massimo Federici riferirono in commissione consiliare della volontà di verificare anche gli altri anni della gestione Tortora, affidando l’incarico a tre professionisti esterni con il mandato di esaminare bilanci e atti gestionali alla ricerca di ulteriori responsabilità. Il consigliere comunale Giacomo Gatti, nel gennaio 2011, presentò una formale interrogazione chiedendo aggiornamenti: quando fosse stato presentato l’atto di citazione nei confronti di Tortora per la vicenda dei derivati, quante udienze si fossero tenute, e quando i tre professionisti incaricati di verificare i bilanci degli anni passati avrebbero consegnato i loro risultati. La domanda sottintendeva un’insoddisfazione: i tempi si allungavano, le risposte scarseggiavano e intanto, come detto, il denaro della gestione Tortora appariva difficilmente recuperabile. Nel frattempo furono avviate diverse azioni di responsabilità, anche da Iren che ha poi acquisito alcune attività di Acam, conclusesi nel 2023 senza il riconoscimento dei danni richiesti a Tortora.

Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps
Pierluigi Tortora nel 2008 (Imagoeconomica).

Il ritorno nelle rinnovabili con PLT Energia

Crescita, debiti e leva finanziaria chiusa (o congelata) la stagione ligure, Tortora è riemerso nel settore delle energie rinnovabili. Fonda a Cesena PLT Energia, holding di partecipazioni attiva nello sviluppo e nella gestione di impianti eolici, fotovoltaici e a biomasse, e nel 2014 arriva a quotarla sull’AIM di Borsa Italiana. L’83,6 per cento del capitale sociale risultava intestato alla Sired, fiduciaria del gruppo Intesa Sanpaolo. Il modello di business era ambizioso: decine di impianti distribuiti tra Basilicata, Calabria e Puglia, ricavi cresciuti grazie agli incentivi pubblici, e una capacità installata che nel 2017 superava i 200 megawatt. Ma era la struttura finanziaria a destare perplessità. A fine 2017 l’indebitamento finanziario netto consolidato raggiunse 226 milioni di euro contro un patrimonio netto di circa 42 milioni: i debiti erano pari a circa cinque volte i mezzi propri.

La nuova holding PLT Wind

Nel 2018 arrivò l’operazione che peggiorò ulteriormente la situazione. PLT Energia costituì una nuova holding, PLT Wind, cui conferì nove impianti eolici da 110,6 megawatt, e la finanziò con uno strumento ibrido da 162 milioni strutturato da UniCredit: un project bond da 60 milioni a 15 anni e un prestito bancario da 102 milioni. Entrambe le operazioni erano classificate come senior secured, riservate cioè a soggetti il cui merito di credito è considerato non investment grade, ovvero rischioso. I numeri di PLT Wind erano eloquenti. La posizione finanziaria netta della società era negativa per 160 milioni a fronte di un patrimonio netto di 24 milioni: per ogni euro di capitale proprio, la società aveva contratto 6,6 euro di debito. Nel novembre 2021 la holding sottoscrisse sempre con UniCredit, la Bei e Cdp un contratto di finanziamento per 92,3 milioni per la realizzazione di progetti eolici per una capacità pari a 95 MW. A rendere il quadro ancora più colorito, PLT Energia era anche lo sponsor principale del Cesena Calcio tramite la controllata PLT Puregreen, e aveva ricevuto in passato finanziamenti dalla ex Cassa di Risparmio di Cesena. Calcio, incentivi pubblici e debiti a leva: un combinato disposto, del resto simile a quello sperimentato a Siena prima della grande crisi, che non mancò di suscitare commenti critici nell’ambiente finanziario locale. Una storia di rapporti e intrecci finanziari che fa riflettere.

LEGGI ANCHE: La lettera di Lovaglio a Mps e la maledizione dell’hybris

La sfida a Mps con la lista Lovaglio

La vicenda di Tortora attraversa due stagioni diverse della finanza italiana. Quella dei derivati nei bilanci delle società partecipate pubbliche degli anni 2000, e quella della finanza di progetto applicata alle rinnovabili nel decennio successivo. Comun denominatore la capacità di attrarre risorse, accedere a strumenti finanziari complessi e gestire asset pubblici, para-pubblici o comunque collegati a concessioni e finanziamenti pubblici, in condizioni di indebitamento strutturalmente elevato. Che dalla Acam di La Spezia alla PLT Wind di Cesena il protagonista sia lo stesso uomo merita più di una riflessione. Non tanto per stabilirne responsabilità, su cui peraltro la magistratura ha fatto il suo corso, quanto per interrogarsi sui meccanismi di selezione nella concessione di finanziamenti: come si fa a guidare una multiutility pubblica verso il dissesto da derivati e, qualche anno dopo, presiedere una società quotata in Borsa con debiti molto superiori al patrimonio, continuando a essere interlocutore riconosciuto di banche e istituzioni? La risposta, probabilmente, dice qualcosa di scomodo non solo su Tortora, ma sul sistema che lo ha reso possibile e che, ancora di recente, ha continuato a finanziarlo. I ben informati dicono che Tortora e la sua PLT hanno circa 150 milioni di affidamenti con Mps. Sarà forse questo il motivo per cui è stato l’unico a rendersi disponibile in vista dell’elezione del nuovo cda a sostenere una lista Lovaglio dopo i tentativi che l’ex ad del Monte aveva fatto con molti fondi che però gli avevano chiuso la porta.

Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda

Una lista concorrente annunciata di sabato, senza che nessuno sapesse come fosse stata formata. Un candidato presidente 81enne la cui ultima esperienza nel settore bancario appartiene a un’epoca che sembra lontana anni luce. E un amministratore delegato uscente che, dopo essere stato escluso dalla lista del board di Monte dei Paschi di Siena, ha deciso di sfidarla, mentre su di lui pende un’indagine della procura di Milano. La lista Tortora-Lovaglio, depositata da Plt, la holding dell’imprenditore cesenate, per il rinnovo del cda di Mps solleva più domande che risposte.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Pierluigi Tortora (Imagoeconomica).

Della lista Tortora-Lovaglio non si sa praticamente nulla

La Bce ha già chiesto una rendicontazione approfondita su come sia stata elaborata la lista del cda: un processo che ha prodotto 500 pagine di documentazione pubblica, 22 riunioni verbalizzate, il coinvolgimento di primari consulenti interni ed esterni. Un processo, in altri termini, costruito per resistere allo scrutinio del regolatore. Della lista Tortora-Lovaglio non si sa invece praticamente niente: né quando sia stata costruita, né chi l’abbia elaborata, né su quali criteri siano stati selezionati i candidati. Oltre a Lovaglio per il ruolo di ad e Cesare Bisoni (ex UniCredit) in quello di presidente, nella lista figurano diversi manager legati a Cassa Depositi e Prestiti, come Flavia Mazzarella, presidente del Comitato parti correlate di Cdp; Livia Amidani Alberti, nel cda di Cdp Venture Capital; Massimo Di Carlo, ex direttore del Business di Cdp, Carlo Corradini, già presidente del collegio sindacale della Cassa (completano l’elenco Paola Leoni Borali, Paolo Martelli, Andrea Cuomo, Paola Girdinio e Dante Campioni). Questo non rende la lista illegittima. Qualsiasi azionista con una quota sufficiente ha diritto di presentarne una. Ma pone un problema di credibilità istituzionale non banale per una banca che ha appena concluso uno dei percorsi di risanamento più seguiti d’Europa, sotto la lente continua della vigilanza europea. Un ad rinviato a giudizio in una banca vigilata dalla Bce si troverebbe in una posizione strutturalmente insostenibile.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Cesare Bisoni (Imagoeconomica).

La spada di Damocle su Lovaglio

Il nodo più delicato è quello giudiziario. Luigi Lovaglio — che è al tempo stesso l’unico elemento di continuità della lista e il suo vero motore — è sotto indagine da parte della procura di Milano. Se la lista vincesse e Lovaglio venisse rinviato a giudizio, le autorità di vigilanza potrebbero sollevare obiezioni formali sulla sua idoneità ai sensi dei requisiti fit and proper previsti dalla normativa europea. Il titolo subirebbe pressioni. La governance sarebbe paralizzata da un dibattito permanente sulla sua posizione. E tutto questo in un cda che, secondo le proiezioni più ottimistiche per la lista Tortora-Lovaglio, potrebbe contare su una maggioranza di appena un voto: otto consiglieri contro sette. Una base pericolosamente fragile per gestire qualsiasi crisi, figuriamoci una di natura giudiziaria che coinvolge il vertice esecutivo.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La matematica del voto: i capitali in campo

I numeri, nella loro brutalità, scattano una fotografia abbastanza chiara. La lista del cda (con l’appoggio di Banco Bpm, Anima e della famiglia Benetton) parte da una base consolidata intorno al 20 per cento del capitale. La lista Tortora-Lovaglio parte da qualcosa tra l’1 e il 2 per cento, con Giorgio Girondi come variabile non confermata, posto che all’assemblea straordinaria del 4 febbraio scorso era presente con l’1,04 per cento nonostante alcune fonti gli attribuissero una quota superiore al 3 per cento. Per ribaltare questo divario, la lista alternativa dovrebbe raccogliere una quota molto significativa dei fondi istituzionali. Ma per i proxy advisor i fondi tendono strutturalmente a preferire le liste del cda (il precedente Generali è ancora nella memoria di tutti) e lo stesso sembra intenzionata a fare Assogestioni.

LEGGI ANCHE: la lettera di Lovaglio a Mps e la maledizione dell’hybris

La figura di Palermo e la grana Cdp

L’indicazione di Fabrizio Palermo tra i candidati alla carica di ad (insieme con Carlo Vivaldi e Corrado Passera) nella lista del cda risolve quello che era percepito come il principale punto debole della compagine uscente: l’assenza di un nome per la guida esecutiva. Palermo, su cui nelle ultime ore la decisione sembra convergere, ha credenziali internazionali, garantisce continuità operativa e, soprattutto, un’interlocuzione credibile con Francoforte e con i mercati in una fase in cui Mps deve dimostrare di saper stare in piedi da sola, dopo anni di sostegno pubblico.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

Sul fronte opposto, la presenza di Mazzarella, presidente del Comitato parti correlate di Cdp, crea un cortocircuito politico difficile da gestire. Il governo, per voce della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha dichiarato esplicitamente di non voler essere coinvolto nella contesa. Una posizione difficile da sostenere con un candidato dell’istituto pubblico controllato dal Tesoro – che è ancora azionista di Mps – in una lista avversaria. O la candidatura viene ritirata, o si dovrà offrire una spiegazione convincente a una contraddizione molto visibile.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Flavia Mazzarella (Imagoeconomica).

Una lista tattica, non industriale

La lettura più plausibile di questa vicenda è che la lista Tortora-Lovaglio sia più un tentativo di forzare una negoziazione — o di indebolire la lista del cda abbastanza da condizionarne la composizione finale — che una reale candidatura alternativa con prospettive concrete di vittoria. Il vero rischio, paradossalmente, non è che vinca: la matematica sembra escluderlo. È che riesca a frammentare sufficientemente il voto da creare instabilità nella governance risultante, qualunque essa sia. Per una banca che ha appena ritrovato la rotta, sarebbe un lusso che non può permettersi.

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni

Una telefonata allunga la vita. Il fortunato spot dell’allora Telecom, rinfrescato in una new edition per il Festival di Sanremo, ha avuto vita breve. La telefonata, arrivata come fulmine a ciel sereno nella serata di domenica mentre l’attenzione si spartiva tutta tra referendum e guerra, l’ha fatta Poste Italiane, annunciando per il colosso delle tlc il fine vita. Stop, si torna alle origini e al secolo scorso: l’ex gigante pubblico torna nelle mani dello Stato che con una discussa privatizzazione, Prodi regnante, se n’era privato. È finita insomma come succede in tante storie, con un ritorno a casa

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
La Torre Telecom Italia di Rozzano (Imagoeconomica).

Trent’anni di disastri privati inaugurati da Prodi

I liberisti duri e puri alzeranno il sopracciglio. Ma vista la lunga odissea dell’azienda, meglio così. Questi 30 anni sono stati un lungo, costoso e a tratti umiliante esperimento mal riuscito, conclusosi con un’inappellabile sentenza: nelle telecomunicazioni, settore sempre più strategico, i privati non ci hanno mai saputo fare granché. Anzi, hanno combinato disastri inenarrabili. A partire da subito, da quel lontano 1997 in cui Prodi, in uno slancio di entusiasmo liberista che in fondo non gli apparteneva, varò la privatizzazione di Telecom Italia, incassando 26 mila miliardi di vecchie lire. Una cifra che oggi fa ridere, ma allora destava il sospetto di voler favorire i soliti noti. Per ammorbidire i più scettici, il Professore si era infatti inventato il cosiddetto nocciolino duro: un nucleo stabile di azionisti, famiglia Agnelli in testa, banche e assicurazioni, che avrebbero dovuto fare da presidio. Guardiani del fortino, sentinelle dell’italianità. Si addormentarono in fretta. 

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Massimo D’Alema e Romano Prodi (Ansa).

La scalata della «razza padana» guidata da Colaninno

Due anni dopo, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi (l’unica merchant bank dove non si parla inglese, ebbe a dire allora la buonanima di Guido Rossi) a fare da decisivo sponsor arrivò Roberto Colaninno. Lui e la cordata che la stampa dell’epoca ribattezzò con una certa irriverenza la «razza padana», sconosciuti imprenditori del Nord, capitani coraggiosi, gente che nel suo ci sapeva fin troppo fare, si presero prima l’Olivetti e poi Telecom con una scalata che fece epoca. Il topolino che ingoiava l’elefante. Debito su debito, leva su leva, una pletora di professionisti e banche d’affari pronti a gonfiarsi le tasche, centinaia di miliardi caricati sulle spalle di un gruppo che da quel fardello non si sarebbe più ripreso. 

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Roberto Colaninno nel 2001 (Imagoeconomica).

Da Pirelli ai “barbari”: Telefónica e poi Vivendi

Durò poco. Nel 2001 entrò Marco Tronchetti Provera. Altro giro, altra corsa, altri debiti che ingolfavano la già precaria situazione dei conti. E una storiaccia di dossieraggi, intercettazioni, polemiche sulla Security interna che sembrava una centrale di spionaggio. Nel 2006 Pirelli tolse il disturbo lasciando intatte tutte le macerie che Tronchetti si era illuso di sgomberare.

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Marco Tronchetti Provera e Giuliano Tavaroli (Imagoeconomica).

Poi fu l’era dei barbari. Prima gli spagnoli di Telefónica, diventati padroni per una strana carambola del destino senza che nessuno si stracciasse più di tanto le vesti sull’italianità perduta. Quindi i francesi: il destro e nell’occasione maldestro Vincent Bolloré. Vivendi, primo azionista, mise i suoi uomini nel consiglio d’amministrazione pensando di domare la bestia. Invece l’affamò. Finale inglorioso: i transalpini che si tirano indietro, relegati al ruolo paradossale di padroni che non comandano. 

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Vincent Bolloré (Imagoeconomica).

La separazione della rete e la zampata di KKR

Nel frattempo Tim perdeva quote di mercato, bruciava piani industriali, vedeva la capitalizzazione di Borsa precipitare ai minimi. Fino alla svolta della separazione della rete. KKR, fondo americano, se la portò a casa a una cifra ben al di sotto delle aspettative. Con la velleitaria nazionalizzazione dell’infrastruttura fisica, i cavi, i doppini, la dorsale delle comunicazioni del Paese diventò nei fatti una cessione allo straniero. Una vicenda che in altri tempi avrebbe scatenato polemiche parlamentari di settimane passò invece per sfinimento, senza troppi sussulti. Debiti ridotti, ma prospettive ancora incerte e margini in perenne contrazione.

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Il logo Tim (Imagoeconomica).

L’ultimo atto targato Poste e il ritorno di Tim allo Stato

Fino all’ultimo atto: Poste prima compra la quota di Vivendi lasciando in apparenza il vecchio management, l’ad Pietro Labriola in testa, al suo posto. Poi cala la zampata finale: l’Ops per incorporare Tim e toglierla dal listino. Il cerchio si chiude. Ma dalla privatizzazione di fine secolo è passata tanta acqua sotto i ponti, e Tim ha cambiato fisionomia. Quella del 2026 è un’azienda più piccola, senza la rete, con lo Stato che torna sulla tolda di comando. Una saga industriale fatta di passaggi di mano, debiti mai del tutto smaltiti, strategie rimaste sulla carta. Fino alla conclusione: c’è Poste per te. Così, alla lunga, la madre di tutte le privatizzazioni ha partorito la figlia di tutte le rinazionalizzazioni.  

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Pietro Labriola (Imagoeconomica).