Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino

C’è una poltrona che da qualche giorno tiene banco nei palazzi romani e sulla quale si starebbe esercitando una certa pressione politica. È quella di amministratore delegato di Rheinmetall Italia, controllata del colosso tedesco della Difesa con quartier generale a Düsseldorf. A occuparsene con particolare insistenza, secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti industriali, sarebbe un esponente della maggioranza di governo, intenzionato a trovare una nuova sistemazione a un manager di sua fiducia.

Rheinmetall è uno dei protagonisti del riarmo europeo

La questione sarebbe probabilmente rimasta confinata alle consuete schermaglie sulle nomine se non riguardasse un gruppo come Rheinmetall, diventato uno dei protagonisti del riarmo europeo. A guidarlo è Armin Papperger, ingegnere classe 1963, manager che nel 2024 è finito persino nel mirino dei servizi russi. Un complotto per assassinarlo, sventato dalle intelligence americana e tedesca, si inseriva nella campagna di guerra ibrida attribuita al Cremlino contro l’industria europea della difesa, impegnata a sostenere militarmente l’Ucraina.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino

Papperger ha investito molto anche nei rapporti con l’Italia, promuovendo insieme con Leonardo la nascita di Lrmv, Leonardo Rheinmetall Military Vehicles, joint venture con sedi a Roma e La Spezia destinata a svolgere un ruolo di primo piano nello sviluppo della nuova difesa terrestre europea. Un’operazione industriale che lo ha portato a intensificare i rapporti con Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Leonardo, nominato da Palazzo Chigi e considerato una delle figure sulle quali il governo punta per accompagnare la nuova stagione dell’industria europea della difesa.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Lorenzo Mariani, ad di Leonardo (foto Imagoeconomica).

I due si conoscono da tempo e godono di reciproca stima. La collaborazione tra i rispettivi gruppi poggia dunque anche su un rapporto personale consolidato, che la scelta del prossimo amministratore delegato di Rheinmetall Italia potrebbe tuttavia mettere alla prova.

Gualdaroni, uomo considerato vicino al ministro Crosetto

Il nome attorno al quale si starebbe lavorando è infatti quello di Carlo Gualdaroni, già uomo forte del precedente consiglio di amministrazione di Leonardo e considerato vicino al ministro della Difesa Guido Crosetto. Il suo allontanamento dal gruppo pubblico, avvenuto soltanto di recente, è stato accompagnato da una buonuscita superiore ai 7 milioni di euro. Una cifra che rende quantomeno singolare l’ipotesi di un suo rapido ritorno sulla scena, questa volta attraverso la porta di un’azienda tedesca.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Roberto Cingolani con Carlo Gualdaroni (foto Imagoeconomica).

Chi raccoglierà l’eredità di Ercolani, atteso da Sparkle?

Non sarebbe peraltro il primo tentativo di ricollocazione. Un’operazione analoga, tentata recentemente in Elettronica, società nella quale lavora già il figlio di Gualdaroni, non avrebbe avuto successo. Adesso la partita si sarebbe spostata su Rheinmetall, dove l’ex manager di Leonardo potrebbe raccogliere l’eredità di Alessandro Ercolani, figura di peso e molto apprezzata a Palazzo Chigi, destinato secondo le indiscrezioni al vertice di Sparkle.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Alessandro Ercolani con Giorgio Mulè di Forza Italia (foto Imagoeconomica).

La società del gruppo Tim, il cui controllo sta per passare a Mef e Retelit, rappresenta un asset strategico nelle telecomunicazioni internazionali, grazie a una rete proprietaria in fibra ottica di oltre 600 mila chilometri, che comprende anche i cavi sottomarini transoceanici attraverso i quali transita una parte rilevante del traffico mondiale dei dati.

Rapporti tutt’altro che idilliaci tra l’ex dirigente e Leonardo

Il problema, però, non è soltanto quello di trovare una nuova occupazione a Gualdaroni. A preoccupare sarebbero soprattutto i rapporti tutt’altro che idilliaci tra l’ex dirigente e Leonardo, proprio mentre la società italiana e Rheinmetall sono impegnate a costruire una collaborazione industriale di grande rilievo.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Un carro armato della Rheinmetall (foto Imagoeconomica).

Una sua eventuale nomina rischierebbe così di introdurre un elemento di tensione in un’intesa sulla quale Roma e Düsseldorf hanno investito parecchio. E non è detto che Palazzo Chigi apprezzerebbe una scelta capace di mettere in difficoltà un rapporto costruito con pazienza da Mariani e Papperger.

Rheinmetall Italia, la nomina che rischia di creare un caso tra Roma e Berlino
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (foto Ansa).

Negli ambienti politici e industriali c’è già chi parla del rischio di uno sgarbo istituzionale. Anche perché sarebbe curioso che, dopo aver pagato oltre 7 milioni di euro per separarsi da un manager, Leonardo se lo ritrovasse dall’altra parte del tavolo in una delle sue alleanze più importanti.

Vinceranno le sollecitazioni politiche o gli equilibri industriali?

La decisione spetta ora ai vertici tedeschi di Rheinmetall ed è attesa a breve. A Berlino e Düsseldorf dovranno valutare se assecondare le sollecitazioni che arriverebbero da Roma oppure privilegiare gli equilibri industriali. Del resto, non tutte le poltrone da occupare sono necessariamente poltrone da assegnare.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge

Luigi Lovaglio ha una passione per il calcio che potrebbe tornargli utile. Non necessariamente nell’immediato, ma in un futuro che gli ultimi sviluppi della vicenda Mps lasciano immaginare meno remoto di quanto lui stesso auspichi. Del resto, è stato proprio l’amministratore delegato del Monte a scegliere il linguaggio del pallone per raccontare la sua partita con Intesa Sanpaolo. Una decisione personale, verrebbe da dire, che per una volta sembra escludere il contributo dei numerosi e ben remunerati consulenti di cui si circonda.

L’assemblea dei soci che non gli consentirebbe di giocare

Convocata una televisione locale nel cortile della banca, Lovaglio ha spiegato che in campo c’è una sola squadra, quella di Intesa, mentre Mps è costretto a restare negli spogliatoi in attesa che l’assemblea dei soci gli consenta di giocare. Circostanza che, a suo giudizio, dimostrerebbe quanto poco gli avversari desiderino una partita vera.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Luigi Lovaglio di Mps con Carlo Messina di Intesa (foto Imagoeconomica).

La metafora è suggestiva, anche se non del tutto rispettosa della cronaca. La passivity rule impone effettivamente al Monte di attendere il pronunciamento dell’assemblea. Ma Lovaglio, nel frattempo, non è rimasto precisamente con le mani in mano. Ha messo a punto due contro-Opa, una delle quali, quella su Banco Bpm, ha incontrato subito la contrarietà di Crédit Agricole.

I progetti di Lovaglio non hanno raccolto grandi consensi

Poi ha intrapreso un giro di presentazioni internazionali per illustrare i suoi progetti, senza raccogliere grandi consensi. I proxy advisor hanno espresso pareri negativi, ai quali si sono aggiunte le prese di posizione dei principali azionisti, da Delfin a Caltagirone, dai Benetton a Enasarco, fino alla Fondazione Mps.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

Difficile, insomma, sostenere che al Monte sia stato impedito persino di scaldarsi a bordo campo. Semmai, il problema sembra riguardare il numero di giocatori disposti a seguire le indicazioni dell’allenatore.

Quando in Polonia sfidava la squadra di Donald Tusk

Il riferimento al calcio, comunque, non è casuale. Lovaglio lo ha praticato con passione anche durante gli anni trascorsi in Polonia alla guida di Bank Pekao, allora controllata di UniCredit. Panorama raccontò tempo fa delle partite alle quali partecipava assieme a Donald Tusk, protagonista della politica polacca. Una di queste si concluse con un eloquente 12 a 2 a favore dei polacchi. Un ricordo che il Comune di Siena ha ritenuto meritevole di menzione persino nell’agosto del 2026, in occasione della consegna al banchiere del premio Mangia d’Oro, la massima onorificenza civica della città.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Luigi Lovaglio, ad di Mps, con la sindaca di Siena Nicoletta Fabio durante la cerimonia del Premio Mangia d’oro 2026 (foto Ansa).

L’aneddoto contiene un particolare interessante. Prima della partita, Lovaglio aveva raccomandato ai compagni di evitare qualsiasi contatto con Tusk, invitandoli a tenersi prudentemente a distanza. Una sensibilità nei confronti dell’avversario che, almeno a giudicare dalla vicenda senese, sembra aver conosciuto qualche evoluzione. Contro Intesa la disposizione tattica è diventata assai meno remissiva, anche se i risultati, per il momento, non sembrano premiare il cambiamento.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Nel fotomontaggio, Luigi Lovaglio davanti alla sede di Mps, Rocca Salimbeni.

Né è servito molto prospettare agli azionisti benefici che, a un esame più attento, risultavano già nelle loro disponibilità. Un’operazione forse ingegnosa nelle intenzioni, ma che ha avuto il difetto di rivolgersi a interlocutori sufficientemente esperti da riconoscere ciò che già possiedono.

Nel suo futuro Coverciano o i campi della periferia lucana

Resta dunque da vedere come si concluderà la partita. Se l’Opas di Intesa dovesse produrre gli effetti che molti si attendono, Lovaglio potrebbe ritrovarsi con il tempo necessario per coltivare più assiduamente la sua antica passione. C’è Coverciano, naturalmente, per chi desidera prendere sul serio il mestiere di allenatore. Oppure ci sono i campi della periferia lucana sui quali il futuro banchiere tirava i primi calci al pallone. Un ritorno alle origini che avrebbe anche una sua eleganza.

Lovaglio, Mps e quella metafora calcistica che proprio non regge
Comunardo Niccolai, tra i protagonisti dello Scudetto del Cagliari del 1970 e famoso per i suoi autogol (foto Ansa).

Quanto al ruolo, la vicenda suggerisce un precedente illustre. Quello di Comunardo Niccolai, indimenticabile difensore del Cagliari, capace di gesti tecnici che lasciavano senza parole compagni e avversari. Anche perché non sempre era la porta giusta a beneficiarne.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo

C’è chi al cinema va per dimenticare i problemi e chi, forse, per dimenticare quelli della propria banca. Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis, ha scelto la Festa del Cinema di Roma, di cui il suo istituto è main partner fino al 2028, per celebrare il valore della cultura, dell’empatia e dello spirito critico. Tutto molto nobile. Peccato che, lontano dai riflettori dell’Auditorium Parco della Musica, la sceneggiatura sia decisamente meno rassicurante.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Gli stand di Banca Ifis alla Festa del Cinema di Roma (foto L43).

In Borsa il titolo Ifis, che a febbraio aveva toccato i 27,72 euro, è scivolato sotto quota 10, lasciando sul terreno quasi due terzi del suo valore. Un andamento che riflette le preoccupazioni del mercato per una banca impegnata in una complicata riorganizzazione, alle prese con i rilievi della vigilanza e con un’acquisizione, quella di Illimity, che si sta rivelando assai più impegnativa del previsto. Insomma, mentre Fassio si concede il tappeto rosso, agli azionisti è toccato finora uno spettacolo di tutt’altro genere.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo

Il rapporto di Bankitalia e i 215 milioni di possibili rettifiche

La parte meno cinematografica della vicenda è contenuta nel rapporto ispettivo consegnato il 23 settembre da Bankitalia, al termine degli accertamenti condotti tra gennaio e giugno. Il giudizio è stato «parzialmente sfavorevole», con rilievi che spaziano dall’antiriciclaggio ai controlli interni, dalla gestione del credito alle cartolarizzazioni, fino al governo societario e alla sostenibilità del modello di business. Un elenco sufficientemente ampio da suggerire che i problemi non si esauriscano in qualche dettaglio amministrativo.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia (Imagoeconomica).

Non solo. In un’integrazione informativa richiesta dalla Consob, Ifis ha precisato che l’eventuale recepimento delle risultanze ispettive comporterebbe rettifiche sui crediti per complessivi 215 milioni di euro, di cui 157 relativi ai deteriorati e 58 ai finanziamenti in bonis. Su questi ultimi, 45 milioni erano già stati contabilizzati al 30 giugno. La banca ha annunciato piani di intervento per rispondere alle richieste della vigilanza e confermato l’intenzione di cedere il business dei crediti deteriorati. Una revisione profonda di un’attività che ne aveva caratterizzato il modello industriale.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis, con Frederik Geertman (foto Imagoeconomica).

Il cambio dell’amministratore delegato e il rating rivisto da Moody’s

Nel frattempo è cambiato anche l’amministratore delegato. Il 24 settembre Frederik Geertman ha lasciato l’incarico, sostituito da Raffaele Zingone. Sullo sfondo, un primo semestre nel quale l’utile è sceso da 88 a 8 milioni e una previsione di risultato netto per il 2026 ridimensionata a 100-110 milioni, rispetto ai 170-190 milioni precedentemente indicati. A completare il quadro è arrivata Moody’s, che il 5 ottobre ha rivisto i rating della banca, mantenendo un outlook negativo.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Raffaele Zingone (foto Imagoeconomica).

Illimity, l’acquisizione che presenta il conto

Poi c’è Illimity, la banca fondata da Corrado Passera e acquisita da Ifis nel luglio 2025. Un’operazione nata con l’ambizione di creare un gruppo più forte e diversificato, ma accompagnata da svalutazioni e problemi ereditati dalla precedente gestione. La due diligence affidata a PwC aveva individuato la necessità di ulteriori rettifiche per 75 milioni, da aggiungere ai 290 milioni già contabilizzati da Illimity nel corso del 2025. E il conto non si è fermato lì: secondo quanto ricostruito da Repubblica, tra il 2025 e il 2026 le rettifiche e gli accantonamenti riferiti a Illimity hanno raggiunto complessivamente 405 milioni.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Corrado Passera (foto Imagoeconomica).

A rendere la vicenda ancora più delicata è la prospettiva di un’azione di responsabilità contro gli ex amministratori della banca di Passera. Al centro degli approfondimenti figurano alcuni accordi tecnologici e i trattamenti economici riconosciuti a dirigenti usciti dopo l’acquisizione. In particolare, un audit interno avrebbe individuato la retrodatazione di cinque accordi relativi a liquidazioni particolarmente generose. Il consiglio di Illimity ha avviato ulteriori accertamenti per quantificare gli eventuali danni e verificare le responsabilità.

Si punta a completare la fusione entro la fine dell’anno

Una situazione che solleva anche un interrogativo sulla capacità dell’acquirente di valutare fino in fondo ciò che stava comprando. Non significa che la due diligence abbia necessariamente mancato il suo obiettivo, ma la successione delle rettifiche e delle criticità emerse dopo l’operazione rende legittimo chiedersi quanto fosse effettivamente visibile prima dell’acquisizione. Per il momento Ifis conferma le sinergie attese, pari a 75 milioni annui dal 2027, e punta a completare la fusione entro la fine dell’anno.

Il cinema, la musica e quello «sguardo critico»…

In questo scenario, la banca ha trovato anche il tempo e le risorse per diventare protagonista della 21esima Festa del Cinema di Roma. Non una semplice sponsorizzazione, ma una partnership triennale con la Fondazione Cinema per Roma, corredata da una Banca Ifis Lounge destinata a incontri, interviste e attività di networking. C’è anche un premio musicale, il Banca Ifis Music Award, assegnato per la prima volta al compositore Nicola Piovani, premio Oscar per La vita è bella, al quale Fassio ha consegnato il riconoscimento durante la serata inaugurale.

Fassio tra cinema e red carpet mentre Banca Ifis offre tutt’altro spettacolo
Il compositore Nicola Piovani (foto Imagoeconomica).

Naturalmente, non c’è nulla di censurabile nel fatto che una banca sostenga la cultura. E nemmeno che il suo presidente partecipi agli eventi che finanzia. Semmai colpisce il contrasto tra l’immagine che Ifis propone di sé e le difficoltà che sta attraversando. Da una parte le fotografie con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, gli incontri con i protagonisti del cinema e le dichiarazioni sulla responsabilità sociale dell’impresa. Dall’altra i conti da rimettere in ordine, i rilievi di Bankitalia, gli azionisti alle prese con il crollo del titolo e un’acquisizione di cui si stanno ancora misurando le conseguenze.

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol

Fino a qualche mese fa Luigi Lovaglio era l’uomo che aveva rimesso in piedi il Monte dei Paschi. Oggi la domanda è un’altra: che cosa resta di quella reputazione dopo un’estate trascorsa a costruire una linea di difesa contro l’Opas di Intesa Sanpaolo che, pezzo dopo pezzo, sembra essersi smontata da sola? E soprattutto: quanto può durare alla guida della banca? 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La controffensiva spuntata di Lovaglio

Lovaglio quella poltrona l’aveva conservata per il rotto della cuffia, grazie alla lista Tortora e all’appoggio decisivo di Delfin, contro il volere dell’altro socio forte, Francesco Gaetano Caltagirone. Oggi anche Delfin ha cambiato campo e il mercato considera molto probabile il successo di Intesa. Eppure a Siena la macchina continua a girare. Avvocati, consulenti, advisor: si parla di decine di milioni spesi per una controffensiva che ha prodotto molti annunci e risultati più modesti. Ora si valuta persino il rinvio dell’assemblea del 29 ottobre e contemporaneamente la distribuzione agli azionisti del 4,5 per cento di Generali, se non dell’intero pacchetto posseduto dal Monte. L’effetto è suggestivo, la sostanza meno. Quelle azioni fanno già parte del patrimonio di Mps e quindi del valore attribuito alla banca. Si distribuirebbe agli azionisti qualcosa che indirettamente è già loro, con in più il problema della tassazione. È forse questo il filo che lega le mosse di Lovaglio: non la mancanza di idee, semmai la tendenza ad annunciarle prima di avere verificato le condizioni per realizzarle. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Carlo Messina (Imagoeconomica).

Gli ostacoli alle Ops su Banco Bpm e Banca Generali

Il primo caso è Banco Bpm. Il progetto si scontra subito con Crédit Agricole, che possiede il 29,3 per cento della banca milanese e non è d’accordo. Il 20 agosto Mps rilancia addirittura con due Ops, su Banco Bpm e Banca Generali, per circa 34 miliardi complessivi, accompagnate da una distribuzione straordinaria da 4 miliardi. L’ambizione non manca. Il problema sono ancora una volta i soci delle banche bersaglio. L’offerta su Banco Bpm non prevede premio e Crédit Agricole la giudica poco attraente e non sufficientemente creatrice di valore. Con Banca Generali cambia poco. Generali possiede il 50,2 per cento dell’istituto, mentre l’offerta Mps è condizionata al raggiungimento del 50 per cento più un’azione. Senza il Leone, dunque, l’operazione diventa assai difficile. Alberto Nagel aveva tentato una strada difensiva simile e, verificatane l’impraticabilità, aveva preferito abbandonarla. Quel precedente avrebbe forse meritato qualche riflessione. Se non altro per scaramanzia. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il nodo della passivity rule

Poi c’è la passivity rule, questione meno spettacolare ma più delicata. Le Ops vengono annunciate ad agosto, mentre l’autorizzazione degli azionisti è rinviata all’assemblea del 29 ottobre. Intesa presenta un esposto alla Consob sostenendo che il via libera avrebbe dovuto precedere iniziative potenzialmente in grado di ostacolare la sua offerta. Si aggiunge quindi un problema di numeri. Per liberare Mps dai vincoli della passivity rule occorre il 66,67 per cento dei voti presenti. Con un azionariato frammentato, una maggioranza tutt’altro che scontata. Prima di dichiarare battaglia, forse, conveniva contare i soldati.

Intesa alza l’offerta e Delfin cambia campo

Lovaglio sostiene inoltre che il 29 ottobre non sarà un referendum tra lui e Intesa: approvare le Ops, spiega, significa soltanto mantenere aperta la possibilità di esplorarle. Fino a quando, lo scorso 3 ottobre, Intesa cambia la partita aumentando di 800 milioni la componente cash dell’offerta, portandola da 1 a 1,25 euro per azione, ma ribadisce che, se gli azionisti approveranno le operazioni difensive, potrà ritirarsi. Il referendum che Lovaglio aveva escluso finisce così per materializzarsi. L’ultimo colpo di scena arriva la sera dello stesso giorno. Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, titolare del 17,6 per cento di Mps e decisiva a suo tempo per la conferma dello stesso Lovaglio, si impegna a conferire l’intera partecipazione all’Opas di Intesa e a votare in coerenza con le condizioni dell’offerta. È il colpo più pesante. Lovaglio perde il maggiore azionista proprio mentre gli servono i due terzi dei voti. Caltagirone era già sull’altro fronte. Insieme, Delfin e Caltagirone rappresentano circa il 31 per cento del capitale. Poiché basta il 33,34 per cento dei presenti per bloccare una delibera che richiede il 66,67 per cento, il margine si è fatto strettissimo. Quasi inesistente. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Palazzo Rocca Salimbeni a Siena, sede di Mps (Imagoeconomica).

Il paradosso prodotto dalla resistenza di Lovaglio

I sostenitori di Lovaglio hanno però ancora un argomento: la sua resistenza ha contribuito a far mettere a Intesa altri 800 milioni sul tavolo. Per gli azionisti Mps è una buona notizia. Ma qui sta anche il paradosso: la strategia costruita per difendere il Monte dall’offerta di Intesa rischia di avere ottenuto soprattutto il risultato di renderla più conveniente. Una specie di eterogenesi dei fini applicata alla finanza. Resta, come si diceva, il conto della battaglia, mentre il mercato considera l’esito dell’Opas sempre meno incerto. E qui il Cda prima o poi dovrà porsi una domanda: fino a quando si difende un progetto industriale e quando diventa difficile distinguere quel progetto dalla permanenza di chi lo ha costruito? Lovaglio intanto continua il road show e prova a convincere investitori e mercato che la partita sia ancora aperta. È il suo mestiere e, finché resta amministratore delegato, anche il suo diritto. Solo che la Lovaglieide sembra arrivata ai titoli di coda. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).

La battaglia ormai è finita, quando Siena ne prenderà atto?

Banco Bpm si è fermata davanti a Crédit Agricole, Banca Generali davanti a Generali. La passivity rule ha complicato il percorso, Intesa ha trasformato il 29 ottobre nel referendum che Lovaglio non voleva e Delfin ha cambiato campo. Resta quell’aumento di 800 milioni strappato a Intesa. Per gli azionisti Mps non è poco. Per Lovaglio, però, è una vittoria singolare: dopo mesi trascorsi a cercare un’alternativa a Intesa, il risultato più concreto potrebbe essere stato quello di rendere Intesa più conveniente. A questo punto la domanda non è più se la battaglia sia finita. Ma quanto tempo occorrerà perché a Siena ne prendano atto. 

Intesa alza il prezzo e mette Lovaglio all’angolo

Alla fine Carlo Messina ha deciso che per convincere gli azionisti del Monte dei Paschi non bastavano le parole. Servivano altri soldi, e con essi un avvertimento piuttosto difficile da equivocare: se il 29 ottobre l’assemblea di Mps darà il via libera alle operazioni con cui Luigi Lovaglio sta cercando di costruire la sua alternativa all’Opas di Intesa Sanpaolo, Ca’ de Sass farà saltare la propria offerta.

Intesa alza il prezzo e mette Lovaglio all’angolo
Carlo Messina (Imagoeconomica).

L’assemblea di Mps diventa un referendum sul piano di Lovaglio

A seguito del cda straordinario convocato sabato 3 ottobre, Intesa ha aumentato di 25 centesimi la componente in contanti: per ogni azione Mps offrirà 1,6 azioni Intesa più 1,25 euro cash, contro l’euro previsto inizialmente. In caso di adesione totalitaria, il controvalore dell’operazione sale così a 31,4 miliardi, di cui 3,8 miliardi in contanti. Ma il vero rilancio non sta nei 25 centesimi, che qualcuno già dava per possibili. Sta nelle condizioni che li accompagnano. Intesa ha chiarito che se l’assemblea del Monte del 29 ottobre approverà una o entrambe le Ops su Banco Bpm e Banca Generali, con i relativi aumenti di capitale, oppure la riduzione di capitale funzionale alla distribuzione straordinaria prevista dal piano, considererà non avverate le condizioni della propria offerta. L’Opas, dunque, diventerà inefficace. Tradotto per la casalinga di Voghera: cari azionisti del Monte, scegliete. Diverso il discorso sulla fusione tra Mps e Mediobanca. Anche qui Intesa invita caldamente i soci a non procedere, giudicando evidentemente preferibile lasciare aperta la strada alla propria offerta. Ma l’invito, per quanto esplicito, non è vincolante. Se la fusione venisse comunque approvata, Intesa non farebbe automaticamente decadere l’Opas. In caso contrario Ca’ de Sass ha già fatto sapere che rinuncerebbe alla relativa condizione prevista nell’offerta. Una differenza non secondaria: Intesa sconsiglia la fusione, ma non ne fa il casus belli. Sulle due Ops, invece, non lascia margini di manovra. È qui che il rilancio di Messina diventa qualcosa di più di un aumento del prezzo. L’obiettivo è trasformare l’assemblea del 29 ottobre in una sorta di referendum sul progetto di Lovaglio.

Intesa alza il prezzo e mette Lovaglio all’angolo
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Gli ostacoli al disegno di Mps

L’ad del Monte ha costruito la propria difesa mettendo sul tavolo un disegno tanto ambizioso quanto complicato: dopo Mediobanca, anche Banco Bpm e Banca Generali, fino alla nascita di un gruppo destinato, nelle sue intenzioni, a giocare nella prima fila della finanza italiana. Più il progetto diventa grande, però, più aumentano le caselle da incastrare, i rischi di esecuzione e soprattutto i soldi necessari per realizzarlo. Con due problemi non proprio secondari. Banco Bpm ha già bollato l’offerta come a sconto anziché a premio, facendo capire di non vedere alcuna convenienza nell’aderirvi. Più complessa la partita su Banca Generali, per la quale Mps offre 6,958 proprie azioni per ogni titolo portato in adesione. Sullo sfondo c’è poi il 13,3 per cento di Generali ereditato da Mediobanca, che Mps intende acquisire direttamente e in parte distribuire ai propri azionisti attraverso la maxicedola straordinaria. Un patrimonio, dunque, che non arriva dal nulla: è già dentro il perimetro conquistato dal Monte con Mediobanca.

Intesa alza il prezzo e mette Lovaglio all’angolo
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dove finiscono gli interessi del Monte e iniziano quelli di chi lo guida?

È precisamente su questo punto che Intesa ha deciso di battere. Da una parte offre agli azionisti Mps un prezzo certo, adesso un po’ più ricco, e la possibilità di diventare soci del maggiore gruppo bancario italiano. Dall’altra mette sotto i loro occhi un progetto che richiede di credere contemporaneamente nell’integrazione con Mediobanca, nella conquista di Banco Bpm e di Banca Generali e nelle sinergie che Lovaglio promette di ricavarne. E soprattutto costringe l’ad del Monte a rispondere a una domanda che fino a ieri poteva restare sullo sfondo: tutto questo serve davvero agli azionisti di Mps o solo a rendere la banca abbastanza grande e complicata da impedire a Intesa di conquistarla? Il dubbio è legittimo anche per un’altra ragione. Se il progetto andasse in porto, oltre a ridisegnare il sistema finanziario italiano consoliderebbe inevitabilmente Lovaglio alla guida del nuovo gruppo. Nulla di scandaloso: un amministratore delegato difende il proprio progetto e, insieme, anche il proprio ruolo. Ma gli azionisti hanno altrettanto legittimamente il diritto di chiedersi dove finisca l’interesse della banca e dove cominci quello di chi la guida. Messina ha scelto un modo piuttosto efficace per porre la domanda. Ha aggiunto 25 centesimi e ha tolto ai soci del Monte l’illusione di poter tenere aperte tutte le porte. Sulla fusione con Mediobanca possono ancora farlo, anche se Intesa li invita con forza a fermarsi. Su Banco Bpm e Banca Generali, invece, il 29 ottobre dovranno decidere con chi stare.

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 

Doveva essere la formalità finale di un’operazione già scritta. Invece l’Opas lanciata da Poste Italiane su Tim, pur rilanciata da 1,67 a 1,97 euro in contanti più 0,218 azioni Poste per ogni titolo Tim conferito, si è fermata all’85,823 per cento del capitale. Non abbastanza per raggiungere o superare il 90 per cento, la soglia che consente lo squeeze-out: in parole semplici, il diritto dell’azionista di controllo, al ricorrere delle condizioni previste dal Tuf, di acquistare anche le azioni rimaste in mano alla minoranza e portare così la società fuori dalla Borsa. Poste, però, non ha perso tempo. Con gli acquisti effettuati il primo ottobre sul mercato è già salita all’86,952 per cento di Tim. La strada verso il delisting, insomma, è già ripartita. Per coprire la distanza che ancora separa l’azienda guidata dall’ad Matteo Del Fante e dal dg Giuseppe Lasco dal 90 per cento serviranno altri acquisti sul mercato, con ogni probabilità anche per blocchi. E questa volta niente concambio con azioni proprie, come nell’Opas: bisognerà pagare cash. Il conto finale dipenderà da quante azioni Poste deciderà di acquistare oltre la soglia e dai prezzi a cui riuscirà a farlo. In Borsa il rovesciamento si è visto subito. Se nelle settimane dell’Opas era stata Poste a sostenere Tim, adesso è Tim a pesare su Poste: il mercato prova a calcolare quanto costerà a Del Fante chiudere davvero la partita. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Giuseppe Lasco e Matteo Del Fante (Imagoeconomica).

Il paradosso fiscale che ha scoraggiato i fondi 

C’è poi un capitolo meno raccontato, ma che nei desk dei grandi gestori avrebbe pesato parecchio: la tassazione. Aderire all’Opas equivaleva fiscalmente a una cessione a titolo oneroso, con la plusvalenza tassata al 26 per cento sull’intero controvalore ricevuto, cash più azioni Poste. Il meccanismo utilizzato da alcuni intermediari per calcolare il valore di carico ha prodotto un paradosso che ha fatto discutere nelle sale operative: agli aderenti è stata attribuita una plusvalenza gonfiata di circa 1,80 euro per azione Tim, con un’imposta in eccesso stimata in 0,47 euro per azione rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati ai valori di mercato. Le azioni Poste ricevute in concambio sono state caricate in portafoglio a circa 35,15 euro, contro un valore di Borsa più vicino ai 25,85 euro. Il risultato, per ora, è una perdita soltanto sulla carta. La minusvalenza diventerebbe effettiva con la vendita delle azioni Poste e potrebbe poi essere utilizzata per compensare eventuali plusvalenze fiscalmente compatibili realizzate nello stesso anno o nei quattro periodi d’imposta successivi. Per un fondo che deve rendere conto trimestralmente ai propri sottoscrittori, anticipare l’uscita di cassa per le tasse e lasciare il recupero fiscale sospeso fino a quattro anni non è un dettaglio. Può diventare un disincentivo concreto ad aderire all’offerta anziché vendere direttamente sul mercato. Anche per questo la scelta di alcuni grandi gestori di restare fuori dall’Opas appare meno sorprendente di quanto sembrasse a prima vista. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Logo Tim (Imagoeconomica).

Tre piste e nessuna certezza 

Perché l’operazione non abbia raggiunto la soglia attesa è la domanda che circola con più insistenza nei corridoi finanziari milanesi. Le spiegazioni che si rincorrono sono tre. Nessuna, per ora, ha la forza di una certezza. 

1. La posizione di Labriola

La prima porta a Pietro Labriola. L’amministratore delegato di Tim, rimasto ai margini della regia dell’operazione, secondo alcune letture non avrebbe avuto particolare interesse a favorirne il successo. C’è però un dato che complica questa ricostruzione: lo stesso Labriola ha personalmente aderito all’offerta con circa 1,7 milioni di azioni Tim, incassando un controvalore, tra cash e azioni Poste, superiore ai 13 milioni di euro. Un comportamento che mal si concilia con l’idea di un’opposizione frontale all’operazione. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Pietro Labriola (Imagoeconomica).

2. La strategia di Assogestioni

La seconda pista chiama in causa Assogestioni. Alcuni gestori avrebbero preferito liquidare parte delle proprie posizioni direttamente sul mercato anziché aderire all’offerta, anche per evitare l’anticipo di tassazione descritto sopra, tema discusso da settimane negli uffici legali dei fondi. Resta da capire quanto abbia pesato il fattore fiscale e quanto, invece, la volontà di non aumentare indirettamente l’esposizione a Poste. Da qui nasce anche la domanda, inevitabile, sulla loro piena fiducia nel piano di Del Fante. Chissà che cosa ne dirà Massimo Menchini, direttore affari istituzionali di Assogestioni, nelle sue prossime cene romane. Il papillon, almeno, non dovrebbe passare inosservato. 

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Massimo Menchini (Imagoeconomica).

3. L’ombra di Kkr

La terza pista, forse la più delicata, porta a Kkr. Il fondo americano è già in tensione sul dossier della rete unica e sull’estensione dell’earn out legato alla cessione della rete Tim, per oltre due miliardi e mezzo di euro. Secondo la ricostruzione che circola negli ambienti vicini al dossier, Kkr avrebbe voluto segnalare che il futuro di FiberCop non può essere deciso unilateralmente da Poste, pur destinata a esserne il primo cliente. Sullo sfondo restano due nodi: la richiesta di oltre 500 milioni di danni per mancate performance avanzata da Tim contro FiberCop e i solleciti che l’ex monopolista dei telefoni indirizzerebbe quotidianamente alla società della rete. Solo sciolti questi punti, sostengono fonti vicine alla partita, il confronto potrebbe ripartire. Anche la scelta di Marco Nespolo per la guida di FiberCop è stata letta in questa chiave. Un manager proveniente da un settore lontano dalle telecomunicazioni è stato preferito ai nomi che circolavano a Roma. Una decisione con cui Kkr ha mostrato di voler mantenere autonomia nelle proprie scelte. Chi sostiene la terza pista legge nello scarso apporto all’Opas lo stesso messaggio. Ma, anche in questo caso, si tratta di una lettura e non di una prova. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Marco Nespolo (Imagoeconomica).

Del Fante irritato, il cda nel mirino 

Il risultato ha lasciato Del Fante molto irritato e riaperto immediatamente il dossier del consiglio di amministrazione di Tim. L’ad vorrebbe un controllo più saldo del board, ma la strada non è ancora evidente. La soluzione più lineare, quella che il mercato si sarebbe aspettato dopo un’operazione di questa portata, sarebbe il passo indietro di presidente e amministratore delegato. Ed è proprio qui che cominciano le resistenze. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Matteo Del Fante (Poste italiane).

La presidente Alberta Figari, avvocato d’affari passata da Clifford Chance e poi da Legance, specialista di M&A ed equity capital markets, già consigliere indipendente e presidente del comitato controllo e rischi di Generali, sarebbe per ruolo uno dei primi profili su cui si concentra il ragionamento sul nuovo assetto. Al momento, però, non emergono segnali di una sua disponibilità a lasciare. Negli ambienti finanziari milanesi si parla da tempo di rapporti consolidati con quello che era il mondo Mediobanca, fino a una vicinanza personale con l’ex amministratore delegato Alberto Nagel, e di una distanza dalla galassia Caltagirone. È una ricostruzione che resta tale, ma circola proprio mentre Mediobanca e Caltagirone si fronteggiano sui dossier Generali, Mps e Banca Generali. Figari avrebbe inoltre fatto presente che la sua sostituzione con un uomo gradito a Del Fante potrebbe aprire un tema di rappresentanza di genere nel board: argomento che, secondo quanto si raccoglie, a Poste non viene considerato decisivo. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Alberta Figari (Imagoeconomica).

Poi c’è Labriola. Negli ultimi anni non ha presentato un piano industriale di ampio respiro e la sua visione del mercato viene considerata sempre meno sovrapponibile alla strategia di Poste. Il suo mandato scade nella primavera 2027 e, secondo le ricostruzioni che circolano, l’ad di Tim può contare su rapporti solidi con Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni e figura centrale nei dossier delle partecipate, e con il vicepremier Antonio Tajani. Labriola si sarebbe inoltre reso disponibile per un passaggio alla guida di FiberCop e, secondo indiscrezioni, avrebbe osteggiato alcuni dei candidati più accreditati alla poltrona. Alla fine Kkr ha scelto Nespolo. Da qui, secondo i suoi critici, sarebbe nata una parte della tensione successiva tra Tim e FiberCop. È una lettura che va tenuta distinta dai fatti accertati, ma aiuta a capire il clima che circonda il dossier. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
L’ad di Tim Pietro Labriola (Imagoeconomica).

Il resto del cda, nome per nome 

Scendendo nella composizione del board, il quadro non diventa più semplice. Giovanni Gorno Tempini, in consiglio dal 2021 in rappresentanza di Cdp e membro della lista del cda uscente, è un uomo di lungo corso delle istituzioni finanziarie e viene considerato vicino a Poste. Per Del Fante avrebbe poco senso liberare una casella già favorevole per occuparla personalmente: semmai l’obiettivo sarebbe aggiungerne un’altra. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Giovanni Gorno Tempini (Imagoeconomica).

Federico Ferro Luzzi, professore ordinario di Diritto commerciale ed esponente di area Assogestioni, siede in consiglio dal 2021 come indipendente. Il punto politico è evidente: la stessa area di riferimento viene indicata tra quelle che avrebbero preferito vendere sul mercato anziché aderire all’offerta. Si parla inoltre di un rapporto personale stretto con lo stesso Menchini. Se questa ricostruzione fosse confermata, aiuterebbe a spiegare la solidità della sua posizione. Ferro Luzzi presiede il comitato rischi e sostenibilità, incarico che rafforza il suo peso nel board ma non chiude il tema della sua collocazione nel nuovo equilibrio azionario. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Federico Ferro Luzzi (dal sito di Tim).

Stefano Siragusa è da sempre contrario alla cessione della rete e favorevole a una sua nazionalizzazione sotto controllo pubblico, sia esso Cdp o Poste. Resta uno dei pochi indipendenti con una forte matrice industriale presenti in consiglio ed è al tempo stesso allineato al piano di digitalizzazione del Paese portato avanti da Poste. Per Labriola è una presenza scomoda. Da gennaio 2026 siede anche nel comitato parti correlate. Negli ambienti finanziari viene ricordato un precedente: le sue dimissioni dal cda di Saipem, che aprirono la strada all’ingresso in consiglio di Leone Pattofatto. Se quella scelta fu davvero, come si racconta, un favore ad Assogestioni per consolidare la posizione di Ferro Luzzi, oggi la domanda è se Siragusa sarebbe disposto a una mossa analoga, questa volta con effetti anche sugli equilibri attorno a Labriola. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Stefano Siragusa (dal sito ufficiale di Tim).

Lorenzo Cavalaglio, notaio cooptato il primo gennaio 2026 in sostituzione di Umberto Paolucci, dimessosi per ragioni professionali, era stato indicato come presidente nella lista a suo tempo promossa da Siragusa. È entrato su indicazione di Poste ed è oggi membro del comitato nomine e remunerazione. Vota in linea con Siragusa, che a sua volta vota generalmente in linea con Gorno Tempini. Ne risulta un alleato indiretto di Del Fante che Poste non avrebbe interesse a perdere, anche se il suo curriculum non presenta esperienze specifiche nel settore delle telecomunicazioni. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Lorenzo Cavalaglio (dal sito Tim).

Completano il quadro tre consigliere la cui posizione, secondo alcuni osservatori critici, appare oggi meno direttamente collegata alla base azionaria che le aveva espresse. Paola Giannotti De Ponti, presidente del comitato nomine – proprio la casella che sarebbe particolarmente utile a Del Fante – è entrata in consiglio nella lista presentata dal fondo attivista Bluebell Capital Partners di Giuseppe Bivona, il finanziere che negli anni ha animato i cda di Leonardo, Mps e Mediobanca anche con richieste di azioni di responsabilità. Bluebell ha chiuso il proprio hedge fund nel dicembre 2024, restituendo il capitale ai sottoscrittori esterni perché le dimensioni non erano più considerate sufficienti a giustificarne i costi. Continua tuttavia a svolgere attività tramite co-investimenti e mandati di consulenza. La lista da cui proviene Giannotti De Ponti, insomma, fa oggi riferimento a una realtà molto diversa da quella che l’aveva presentata. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Paola Giannotti De Ponti (dal sito Tim).

Alessandra Perrazzelli, ex vicedirettrice generale della Banca d’Italia, è stata cooptata nel settembre 2025 al posto della dimissionaria Domitilla Benigni. È un profilo di forte impronta istituzionale, che diversi osservatori considerano vicino alla linea Mef-Bankitalia e quindi, nei fatti, compatibile con quella di Del Fante. Proprio nei giorni della sua nomina, il cda ha votato all’unanimità di escludere il Mef dall’elenco delle parti correlate di Tim. Perrazzelli è oggi parte della lista del cda e non è espressione diretta di uno specifico azionista. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Alessandra Perrazzelli (dal sito Tim).

Paola Camagni, giurista con un passato specialistico nel diritto tributario internazionale, è presidente del comitato parti correlate dove siede insieme a Ferro Luzzi e Siragusa. È anch’essa considerata espressione dell’area Assogestioni e, secondo i critici, il nuovo assetto azionario rende meno immediato il rapporto tra quella rappresentanza e il capitale di Tim. Anche qui torna, sullo sfondo, la scelta attribuita a una parte dei gestori di vendere sul mercato anziché consegnare le azioni all’Opas. Un elemento politico più che formale, ma destinato a pesare nella discussione sul futuro del board. 

Tim, l’Opas che non basta: Del Fante vorrebbe cambiare il cda, ma Figari e Labriola non si muovono 
Paola Camagni (Imagoeconomica).

Un rebus senza soluzioni facili 

La soluzione più netta, secondo gli osservatori favorevoli a un riassetto, sarebbe l’uscita di presidente e amministratore delegato. Ma Figari viene considerata forte di relazioni importanti nella piazza finanziaria, mentre Labriola ritiene di poter contare su solidi interlocutori a Roma. Del Fante, dal canto suo, avrebbe potuto allargare il consiglio già nel 2025 oppure prendere direttamente il posto lasciato da Paolucci. Non lo fece, anche per non alterare gli equilibri con Labriola. Adesso il quadro è cambiato. Poste è già salita all’86,952 per cento e il rastrellamento verso il 90 per cento è cominciato, mentre diversi analisti si aspettano conti trimestrali dell’ex monopolista dei telefoni poco brillanti. In questo scenario torna la domanda che per mesi si era preferito rinviare: quanto può restare immutato il cda di Tim dopo che l’azionista di controllo è cambiato? Tra le ipotesi che circolano c’è anche la richiesta di dimissioni in blocco di almeno cinque consiglieri. Per ora nessuno si muove. E forse è proprio questo, più dell’86,952 per cento, il numero che Del Fante vorrebbe cambiare. 

Banca Ifis, il conto di illimity arriva dopo la due diligence 

C’è una domanda piuttosto semplice che comincia ad aleggiare dalle parti di Piazza Affari. Se Banca Ifis sente oggi il bisogno di passare al setaccio la precedente gestione di Illimity, per capire chi abbia fatto cosa e soprattutto da dove arrivino le voragini emerse nei conti, che cosa aveva guardato prima di comprarsi la banca fondata da Corrado Passera? Una due diligence, peraltro, c’è stata. E non una ricognizione fatta in casa con qualche foglio Excel e molta fiducia nel prossimo. Banca Ifis l’aveva affidata a PwC e nel dicembre del 2025 aveva annunciato al mercato che l’analisi si era conclusa con risultati «in linea con le attese preliminari». Erano emerse rettifiche per 75 milioni di euro, da aggiungere ai 290 milioni di svalutazioni già effettuate da Illimity nel corso del 2025. Nonostante ciò, Ifis aveva confermato le sinergie previste dall’operazione, a regime circa 75 milioni l’anno. 

Banca Ifis, il conto di illimity arriva dopo la due diligence 
Ernesto Fürstenberg Fassio (Imagoeconomica).

La vecchia gestione di Illimity finisce sotto esame

Nove mesi dopo il paesaggio appare diverso. Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, la banca presieduta da Ernesto Fürstenberg Fassio ha avviato verifiche sulla precedente gestione di Illimity per quantificare eventuali danni riconducibili alle decisioni dei vecchi vertici. Gli accertamenti, iniziati ad aprile, riguardano svalutazioni che lo scorso anno hanno raggiunto un ammontare di circa 400 milioni. Naturalmente una due diligence non è una polizza assicurativa contro le sorprese e nel credito le valutazioni possono cambiare. Resta però il paradosso nel quale si trova oggi Ifis: da una parte cerca di capire che cosa sia successo prima del suo arrivo, dall’altra deve spiegare che cosa avesse visto quando decise di procedere con l’operazione. 

Banca Ifis, il conto di illimity arriva dopo la due diligence 
Il logo di Illimity (Imagoeconomica).

Il piano d’uscita dagli Npl

Nel frattempo si è aperto un altro cantiere: l’uscita dagli Npl, business che per anni è stato uno dei marchi di fabbrica della banca. A giugno il cda aveva annunciato l’avvio del processo competitivo per la vendita delle attività Npl e il loro deconsolidamento. Nella stessa occasione sono arrivati 30 milioni di accantonamenti su alcune esposizioni creditizie e altri 40 milioni relativi a esposizioni cartolarizzate nel comparto Npl di Illimity. Contemporaneamente la guidance sull’utile 2026 è stata ridotta a 100-110 milioni di euro dai precedenti 170-190 milioni. Il mercato non l’ha presa benissimo. Nella seduta successiva all’annuncio il titolo arrivò a perdere oltre il 40 per cento. Il 24 settembre Banca Ifis ha segnato un ulteriore calo di quasi il 5 per cento, chiudendo appena sopra i 14 euro in Borsa, contro i massimi di 27,72 toccati il 5 febbraio. In sei mesi ha lasciato sul terreno circa un terzo del proprio valore. Quanto agli Npl, ad agosto la banca ha parlato di «forte interesse» da parte di investitori italiani e internazionali. Siamo alla fine di settembre e si continua ad aspettare di sapere chi comprerà, che cosa comprerà e soprattutto a quale prezzo. Tre dettagli non proprio marginali quando si vende un’attività. Anche perché dalla cessione passa una parte importante della nuova Banca Ifis immaginata dall’amministratore delegato Frederik Geertman: meno Npl e maggiore concentrazione su commercial e corporate banking, servizi finanziari alle imprese e private banking. Per cambiare mestiere, però, bisogna prima riuscire a uscire da quello precedente. 

Banca Ifis, il conto di illimity arriva dopo la due diligence 
Frederik Geertman (Imagoeconomica).

Più che le brutte notizie, la Borsa non digerisce l’incertezza

Poi ci sono i conti. Il primo semestre 2026 si è chiuso con appena 8 milioni di utile netto. Il Cet1, al 13,4 per cento, rimane ampiamente sopra i requisiti regolamentari e la banca continua a indicare per l’intero esercizio un utile tra 100 e 110 milioni. Ma la guidance non comprende gli effetti del previsto deconsolidamento degli Npl e nel secondo semestre devono essere contabilizzate ulteriori rettifiche per circa 36 milioni. Il numero, dunque, c’è. Quello che ancora manca è una visibilità piena su come ci si arriverà e su che cosa resterà una volta venduti gli Npl e completata la pulizia di Illimity. È probabilmente questa incertezza che la Borsa continua a scontare. Il mercato può digerire una brutta notizia, anche due. Quello che sopporta molto meno è non sapere se la seconda sia davvero l’ultima. Banca Ifis definisce il 2026 un «anno di transizione» e conferma 75 milioni di sinergie annue dal 2027. Prima del 2027, però, bisogna chiudere il 2026. E capire quanto costerà davvero Illimity, a quanto verranno venduti gli Npl e quale sarà, alla fine della fiera, l’utile della banca. 

Mps-Intesa, la battaglia dei prof sul fisco: quanto resta agli azionisti?

La montagna di Rocca Salimbeni rischia di partorire un topolino, e per giunta tassato. Nel frattempo la guerra tra Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi è arrivata ormai a un punto in cui non si combatte più soltanto con miliardi, Opas, assemblee e comunicati alla Consob. Sono entrati in campo i professori di Diritto tributario. E quando una battaglia bancaria finisce nelle mani dei tributaristi, le strategie cedono il posto alla calcolatrice. 

Mps-Intesa, la battaglia dei prof sul fisco: quanto resta agli azionisti?
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).

I rilievi di Paparella sul “prodigio tributario” di Mps

Il primo a farlo è stato Franco Paparella, ordinario alla Sapienza, che sul Sole 24 Ore è intervenuto sul punto più delicato della controffensiva escogitata da Luigi Lovaglio per sottrarre Mps all’abbraccio della banca guidata da Carlo Messina. Il suo ragionamento è molto semplice: Intesa mette sul tavolo soldi propri e riconosce agli azionisti del Monte un premio rispetto alle quotazioni precedenti l’offerta. Mps invece, per rendere più appetibile la propria strategia, distribuisce ai soci 1,208 euro per azione fra contanti e titoli Generali. Solo che quei soldi, osserva Paparella, non arrivano da fuori: erano già dentro la banca e dunque appartenevano già, indirettamente, agli azionisti. Fin qui siamo ancora nella finanza, ma è quando si passa alla fiscalità che il discorso si fa più interessante. Paparella infatti calcola che per una persona fisica residente in Italia la distribuzione straordinaria può generare un’imposta di circa 31,4 centesimi per azione, addirittura superiore ai 30,2 centesimi ricevuti in contanti. Una specie di prodigio tributario: il socio si vede restituire una parte di ciò che era già suo e, nel tragitto da una tasca all’altra, incontra lo Stato che presenta il conto. Non esattamente il genere di argomento con cui si vincono le assemblee. E così, mentre Lovaglio continua a presentare la doppia operazione su Banco Bpm e Banca Generali come l’alternativa industriale allo “spezzatino” attribuito al progetto di Intesa, il terreno dello scontro si è spostato su una domanda molto meno epica: alla fine della fiera, quanto resta davvero in tasca all’azionista di Rocca Salimbeni? 

Mps-Intesa, la battaglia dei prof sul fisco: quanto resta agli azionisti?
Franco Paparella in una foto del 2012 (Imagoeconomica).

La risposta di Fransoni, vecchia conoscenza di Siena

A rispondere alle tesi di Paparella è arrivato, sempre sul quotidiano di Confindustria, Guglielmo Fransoni, ordinario di Diritto tributario all’Università di Foggia. Un nome che, nella storia recente di Montepaschi, non è esattamente quello di uno sconosciuto. Fransoni ha infatti assistito la banca in controversie tributarie arrivate fino in Cassazione. Il rapporto è documentato da atti giudiziari nei quali compare come suo difensore. Nulla di irregolare, naturalmente. Ma nella battaglia feroce che si sta combattendo attorno al Monte è un dettaglio che merita di essere conosciuto. Perché il professore chiamato oggi a misurarsi con la tesi che mette in difficoltà la strategia di Lovaglio conosce Mps non soltanto dai bilanci. E conosce anche altre stagioni della finanza italiana. Nel febbraio del 2005 venne infatti fermato dalla Guardia di Finanza alla frontiera di Chiasso mentre viaggiava insieme a Luigi Gargiulo, uno stretto collaboratore di Stefano Ricucci. Con loro c’erano documenti relativi alle società e alle operazioni finanziarie dell’immobiliarista che proprio allora stava diventando uno dei protagonisti della stagione dei “furbetti del quartierino”, e del quale il professore era stato uno dei collaboratori più stretti. Sono passati più di 20 anni, Ricucci appartiene ormai all’archeologia della finanza italiana e Fransoni è da tempo professore ordinario a Foggia, dove coordina anche il dottorato in Diritto e sicurezza. Ma certi incroci hanno la curiosa abitudine di ricomparire quando meno te li aspetti. 

Mps-Intesa, la battaglia dei prof sul fisco: quanto resta agli azionisti?
Guglielmo Fransoni (Imagoeconomica).

Gli ostacoli al piano di Lovaglio

Il punto, tuttavia, non è lui. È Lovaglio. Perché il numero uno di Mps si trova davanti a un problema che nessuna sottigliezza tributaria riesce a cancellare. La sua controffensiva contro Intesa deve convincere contemporaneamente il mercato, gli azionisti del Monte, quelli di Banco Bpm – Crédit Agricole in testa – e infine le autorità. Non proprio una passeggiata in Piazza del Campo. Mps ha lanciato in agosto offerte su Banco Bpm e Banca Generali per circa 34 miliardi complessivi, trasformando quella che era una difesa dall’assalto di Intesa in una controffensiva su due fronti. Ma su quello di Banco Bpm c’è seduto al tavolo il Crédit Agricole che ne possiede quasi il 30 per cento e parla francese, il quale considera poco attraente l’offerta di Siena e ha fatto capire di avere idee diverse sul futuro dell’istituto di Piazza Meda. Dall’altra parte Intesa non è rimasta a guardare. Messina aveva chiarito fin dall’inizio che Ca’ de Sass sarebbe andata avanti anche in presenza di una controfferta e l’aumento di capitale necessario all’operazione è stato approvato a larghissima maggioranza dall’assemblea. Ivass ha dato il suo via libera, mentre l’Antitrust ha aperto un’istruttoria sugli effetti dell’operazione sulla concorrenza. 

Mps-Intesa, la battaglia dei prof sul fisco: quanto resta agli azionisti?
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La matrioska di interessi dietro la battaglia tra Intesa e Mps

È questa la vera partita. Non Fransoni contro Paparella, ma Intesa contro Mps. Da una parte una banca che vuole comprare il Monte, dall’altra quest’ultimo che, per non essere comprato, tenta a sua volta di comprare Banco Bpm e Banca Generali. Una matrioska nella quale ogni volta che si apre una scatola ne compare un’altra. Lovaglio sostiene che il suo progetto tiene insieme ciò che Intesa vorrebbe dividere. Intesa replica, nei fatti, mettendo sul tavolo un premio per convincere gli azionisti a consegnarle il controllo. Nel mezzo ci sono miliardi di capitalizzazione, il futuro di Mediobanca e Generali, gli equilibri del sistema bancario italiano e soprattutto gli azionisti Mps, che a fine ottobre saranno chiamati ad approvare la duplice offensiva del loro ad. Ed è proprio qui che l’aritmetica diventa più insidiosa della finanza. Perché Paparella ha sollevato una questione dirimente: se una banca restituisce al socio una parte del patrimonio che già gli appartiene e quella restituzione viene tassata, quanto vale davvero il regalo? Si può discutere per paginate di diritto tributario, inoltrarsi in distinguo tra imponibile, valore fiscale, distribuzione e realizzo, magari chiamando a raccolta altri professori e fiscalisti. Alla fine, però, l’azionista del Monte farà una cosa molto meno accademica. Confronterà quanto aveva prima con quanto gli rimane dopo e deciderà se chiamarlo premio. 

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol

In tutte le cose arriva il momento della verità, e di solito i protagonisti lo sentono sopraggiungere prima degli altri, anche se poi continuano per dovere d’ufficio, perché lo spettacolo deve proseguire o, più semplicemente, perché a forza di raccontarsi di avere ragione finiscono per crederci davvero. È il tema che in queste ore gira nella business community a proposito di Luigi Lovaglio. I pareri divergono sulle cause, ma convergono sugli effetti: l’amministratore delegato di Mps, dopo il colpo di reni con cui era riuscito a restare in sella nonostante l’ostilità di un azionista forte come Francesco Gaetano Caltagirone, davanti all’offerta di Intesa Sanpaolo sembra avere infilato una serie di mosse che più che una strategia difensiva assomiglia a una collezione di autogol.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Imagoeconomica).

La stessa strada che aveva provato a imboccare Nagel

La prima contromossa è stata l’operazione su Banca Generali. Cioè esattamente la strada alla quale aveva pensato Alberto Nagel, l’ad di Mediobanca, quando cercava di reagire all’assalto di Mps, mentre Delfin e Caltagirone marciavano ancora compatti nella stessa direzione. Con una differenza non proprio trascurabile. Nagel si era accorto abbastanza in fretta che sarebbe stato difficile vendere agli azionisti qualcosa che, in buona sostanza, era già loro, e quindi aveva lasciato perdere. Lovaglio invece ha tirato dritto.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Alberto Nagel (Imagoeconomica).

I mercati finanziari hanno però il vizio di conoscere l’aritmetica

La sua proposta prevede una distribuzione straordinaria di 1,208 euro per azione: 30,2 centesimi in contanti e 90,6 centesimi attraverso l’assegnazione di azioni Generali. Solo che quei soldi non arrivano da un benefattore, né spuntano dal cilindro di Rocca Salimbeni. Sono patrimonio di Mps e dunque appartengono già, indirettamente, agli azionisti della banca. Non si crea nuovo valore: si cambia semplicemente tasca a quello che già esiste. E siccome i mercati finanziari, a differenza di certe presentazioni agli investitori, hanno il vizio di conoscere l’aritmetica, quando una società distribuisce una parte del proprio patrimonio ecco allora che il suo valore si riduce in misura corrispondente.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Rocca Salimbeni, sede di Mps (foto Imagoeconomica).

Fin qui sarebbe quasi una partita di giro. Poi arriva il fisco e la partita diventa meno divertente. Come ha spiegato sul Sole 24 Ore il professor Franco Paparella, per una persona fisica residente in Italia l’imposizione del 26 per cento si applicherebbe sia alla componente cash sia a quella distribuita sotto forma di azioni Generali. Il conto stimato è di circa 31,4 centesimi per azione: più dei 30,2 centesimi ricevuti in contanti. Il valore era già dell’azionista, la tassa è nuova di zecca.

La proposta di Lovaglio era a sconto, non a premio come quella di Intesa

A questo punto la differenza tra le due offerte diventa piuttosto semplice. Intesa dice agli azionisti: aderite all’operazione e vi riconosciamo un premio. La controffensiva di Lovaglio suona invece più o meno in questi termini: votatemi e vi restituisco una parte di quello che è già vostro. Non a caso, rispondendo ai rilievi della Consob, la stessa banca senese ha dovuto riconoscere che la sua proposta era a sconto, non a premio come quella di Intesa Sanpaolo.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Luigi Lovaglio (foto Imagoeconomica).

La linea del Piave contro l’avanzata milanese si è parecchio indebolita

Nel frattempo anche il fronte senese, sul quale per settimane si è cercato di costruire una sorta di linea del Piave contro l’avanzata milanese, si è parecchio sgonfiato. Carlo Messina ha promesso di preservare identità, marchio e legame di Mps con Siena. Carlo Cimbri, patron di Unipol, vuole che la banca rimanga a Rocca Salimbeni e diventi capofila di un secondo polo bancario italiano. Il governo ha dichiarato la propria neutralità. E soprattutto hanno parlato gli azionisti: l’aumento di capitale di Intesa è stato approvato con il 96,96 per cento dei voti espressi, con gli investitori istituzionali vicini al 70 per cento dell’assemblea.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Luigi Lovaglio con l’ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina (foto Imagoeconomica).

Il fondo Norges ha reso pubblico il suo sostegno e l’aritmetica del voto indica l’appoggio anche di altri grandi azionisti, molti dei quali presenti pure nel capitale di Mps, BlackRock compresa. Resta il muro francese di Crédit Agricole, titolare del 29,3 per cento di Banco Bpm, che non ha dato segnali pubblici di aver cambiato posizione sulla difficoltà di giustificare una combinazione Mps-Bpm in termini di creazione di valore.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

Poi ci sono le autorizzazioni. E qui il calendario diventa interessante. Lovaglio ha continuato a sostenere che le operazioni difensive di Mps resteranno valide anche qualora l’Opas di Intesa dovesse chiudersi con successo, nonostante quelle mosse non avessero ancora ottenuto i necessari via libera delle autorità di vigilanza. Nel frattempo, però, dall’altra parte della barricata le autorizzazioni cominciano ad arrivare. Il 16 settembre Intesa Sanpaolo ha infatti comunicato di avere ricevuto dall’Ivass l’autorizzazione preventiva all’acquisizione delle partecipazioni qualificate indirette in Assicurazioni Generali, Axa Mps Assicurazioni Vita e Axa Mps Assicurazioni Danni. Un via libera arrivato con una rapidità che restringe ulteriormente lo spazio per trasformare le autorizzazioni in una trincea capace di rallentare l’operazione. Nello stesso comunicato Intesa informa che l’Antitrust ha aperto l’istruttoria sull’offerta, precisando che si tratta di un passaggio «come è prassi e come atteso». Insomma, mentre a Siena si studiano le barricate, a Milano cominciano ad arrivare i timbri.

Per trovare la vera sorpresa bisogna guardare a Trieste

Ma la conseguenza forse più sorprendente della strategia di Lovaglio non si trova né a Siena né a Milano: bisogna guardare a Trieste. Mps intende distribuire circa tre miliardi di euro di azioni Generali, oltre a un miliardo in contanti, mentre prova contemporaneamente a conquistare Banco Bpm e Banca Generali. La partecipazione nel Leone detenuta attraverso Mediobanca scenderebbe così dal 13,32 per cento a circa l’8,8 per cento. Non proprio un dettaglio: significherebbe rinunciare a quella maggioranza relativa che per 70 anni ha rappresentato un ancoraggio del risparmio italiano intorno al gruppo del Leone.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

Ed è forse il paradosso più vistoso dell’intera vicenda. Per difendere Mps dall’offerta di Intesa, Lovaglio mette sul tavolo una parte consistente delle azioni Generali. Per conquistare Banco Bpm e Banca Generali indebolisce il presidio sul Leone. E per convincere gli azionisti offre loro, almeno in parte, ciò che già possiedono. Con l’aggiunta del conto fiscale.

L’ad continua a spiegare che la guerra non è affatto finita

Mps continua a produrre comunicati per spiegare che le sue operazioni conserveranno validità anche se l’offerta di Intesa andrà a buon fine. Ma più aumentano le spiegazioni, più la vicenda sembra semplificarsi. Da una parte Intesa raccoglie il 96,96 per cento dei voti sull’aumento di capitale, rassicura Siena e comincia a incassare le autorizzazioni. Dall’altra Lovaglio distribuisce patrimonio, combatte su più fronti e continua a spiegare che la guerra non è affatto finita. Può darsi. Del resto i soldati la spuntano proprio quando la battaglia sembra perduta. Il problema, per Lovaglio, è capire quanti siano ancora disposti a darsi da fare per salvarlo.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

In casa della Leonardino Del Vecchio editore ci si muove tra i curriculum di cani da tartufi, penne deliziose e giovani raffinati analisti, i cui nomi sono tutti annotati nel taccuino di Mario Orfeo, l’uomo deputato a costruire la gioiosa macchina da guerra che farà di Quotidiano Nazionale un giornale coi controfiocchi. Almeno a guardare le ambizioni e i soldi messi in quantità per realizzarle.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Intanto però Leonardino, controverso erede di una dinastia che si sta dilaniando sull’eredità del padre, un merito ce l’ha: è anche grazie a lui se il morente mercato dei giornalisti si è improvvisamente ravvivato. Per anni non si muoveva foglia. Chi aveva una poltrona se la teneva stretta, chi la perdeva difficilmente ne trovava un’altra e gli editori, quando sentivano pronunciare la parola assunzione, d’istinto pensavano alla Madonna di Ferragosto.

Rimesso in movimento un settore dato per spacciato

Adesso invece si compra, si vende e soprattutto si paga. E pare anche parecchio. Merito di Del Vecchio, ma anche dei vari Theo Kyriakou e Alberto Leonardis, nuovi padroni di Repubblica e Stampa, che hanno rimesso in movimento un settore dato per spacciato.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Il vero deus ex machina resta però lui, Lmdv, specie adesso che può disporre come crede delle sue azioni Luxottica, per la soddisfazione delle banche che, avendogli prestato tanti soldi, cominciavano a spazientirsi. Dopo aver rilevato QN, cioè i quotidiani degli eredi Riffeser, ed essere salito al 30 per cento del Giornale (ma l’intenzione prima o poi è di prenderselo tutto), si è lasciato convincere da un’idea piuttosto controcorrente: che per fare i giornali servano i giornalisti. Così ha aperto il portafoglio e dato mandato al buon Orfeo di prenderne un bel manipolo.

Preso anche il Gianni Letta dell’editoria italiana

Nel frattempo ha irrobustito anche la componente manageriale con Francesco Dini, una specie di Gianni Letta dell’editoria italiana. Uno che con discrezione è passato da Carlo De Benedetti a John Elkann e adesso a Del Vecchio senza colpo ferire, sopravvivendo a proprietà e cambi della guardia. Dote non secondaria in un ambiente dove i padroni cambiano più spesso di chi li consiglia.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Francesco Dini (foto Imagoeconomica).

Resta da capire se Leonardino abbia capito fino in fondo in che mestiere si è infilato. Perché lui compra un po’ di tutto, dalle acque minerali ai ristoranti, dagli stabilimenti balneari alle case di produzione cinematografiche, e il sospetto è che consideri i giornali un’altra tessera da aggiungere al mosaico piuttosto variegato che sta mettendo insieme. Solo che un giornale non è un’acqua minerale e nemmeno un bagno sulla spiaggia: oltre a comprarlo, bisogna sapere che cosa farne. Ma questo, eventualmente, è un discorso che viene dopo.

Orfeo ha cominciato puntando ai bersagli grossi

Orfeo, ex direttore di Repubblica, dei telegiornali della Rai e di tanto altro, ha cominciato puntando ai bersagli grossi: Guido Boffo, che si era quasi accasato a Il Gazzettino di Venezia, e Mattia Feltri, che stazionava senza grandi prospettive alla guida dell’HuffPost per di più orfano di quel “Buongiorno” che quotidianamente lo gratificava di complimenti.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Ma la campagna acquisti è tutt’altro che conclusa. Sul taccuino di Orfeo ci sono Carmelo Caruso ed Ermes Antonucci del Foglio, Mattia Ferraresi di Domani, Alessandro Da Rold della Verità e Giacomo Salvini del Fatto Quotidiano. Poi gli opinionisti, da Edoardo Nesi a Pietrangelo Buttafuoco passando per Roberto Regoli, e altri che si aggiungeranno.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
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La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Leonardino del resto non bada a spese. E qui viene la parte che appassiona maggiormente le redazioni: gli stipendi. Si parla di cifre favolose che, secondo quello che nella letteratura orale si definisce racconto cumulativo, crescono passando di bocca in bocca. Uno guadagna 100, ma chi lo riferisce lo fa arrivare a 150, che dopo un caffè con uno che la sa più lunga sono già 200, fino all’ora dell’aperitivo, quando il fortunato con quel che prende potrebbe tranquillamente comprarsi un attico. Vero, falso? Poco importa. La notizia è che da parecchio tempo a nessuno passava per la testa di invidiare lo stipendio di un giornalista.

Cuzzocrea ha rifiutato la direzione dell’HuffPost

Il movimento non riguarda soltanto la nascente editoriale di Del Vecchio. L’uscita di Feltri dall’HuffPost ha lasciato libera una casella per la quale si era pensato ad Annalisa Cuzzocrea. Lei ci ha riflettuto e alla fine, a meno di un ripensamento all’ultimo minuto, ha preferito restare vicedirettrice di Repubblica. Non tutte le promozioni, viste da vicino, hanno necessariamente l’aria di esserlo.

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Annalisa Cuzzocrea (foto Imagoeconomica).

Adesso all’HuffPost dovranno cercare un altro direttore. E magari, già che ci sono, anche un modello di business sostenibile, visto che dalla nascita il sito ha una certa familiarità con il rosso dei bilanci. A Repubblica, intanto, Stefano Cappellini dovrebbe presto liberarsi di quell’interim che, appiccicato a un direttore, somiglia tanto a una data di scadenza.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Stefano Cappellini (Ansa).

Insomma, è tornato il calciomercato delle penne, liturgia che sembrava sepolta. Per 15 anni il settore ha conosciuto una sola direzione: l’uscita. Tagli, prepensionamenti, incentivi all’esodo: il giornalista, da depositario di un certo status, era diventato solo una voce di costo. Poi internet, i social, i bilanci in perdita, l’intelligenza artificiale, e ogni piano industriale finiva sempre allo stesso modo, col taglio dei redattori. Ora che le copie scendono, le edicole chiudono e da vent’anni si celebra il funerale della carta stampata, qualcuno ha ricominciato a cercarli. E perfino a pagarli molto bene.

Forse il valore di un giornale sta anche in quelli che lo fanno

Potrebbe essere il canto del cigno. Si sa che gli ultimi esemplari di una specie, quando diventano rari, acquistano valore. Oppure può darsi che i nuovi editori abbiano riscoperto una banalità che i vecchi avevano dimenticato: nell’epoca in cui tutti scrivono, postano e commentano, si ergono a influencer di non si sa bene cosa, un giornale ha ancora bisogno di qualcuno capace di trovare una notizia e magari anche di scriverla bene. Sarebbe una discreta vendetta della storia su chi pensava che il problema dei giornali fossero i giornalisti. Adesso che sono diminuiti, e i lettori pure, fatti due conti si è scoperto che forse il valore di un giornale stava anche in quelli che lo facevano.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power

Chi inizia ad annoiarsi con il risiko bancario potrebbe scoprire al rientro dalle ferie un’alternativa: il risiko degli yacht. Niente a che vedere con le solite facce dei vari Lovaglio, Caltagirone e Donnet. Questa è una storia di bellissime barche contese, di autorità italiane sbertucciate e forse anche di segreti militari trafugati.

Ferretti ha in portafoglio la crème della crème delle imbarcazioni di lusso

Il tribunale di Bologna e più avanti l’autorità del Golden power sono chiamati a pronunciarsi su un’inedita battaglia tra Pechino e Praga che si svolge sul suolo (o per meglio dire sul mare) italiano e ha per oggetto Ferretti, il gruppo che ha in portafoglio la crème della crème delle imbarcazioni di lusso (Ferretti, Itama, Riva, Pershing eccetera).

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Alberto Galassi (foto Imagoeconomica).

I cinesi del gruppo statale Weichai hanno controllato per anni la società con una quota di minoranza, lasciando però la gestione in mani italiane. Fino a maggio del 2026 la presidenza era affidata a Piero Ferrari (figlio del Drake) con l’amministratore delegato Alberto Galassi. Nel capitale c’è il magnate ceco Karel Komarek, già noto in Italia per essersi aggiudicato con Igt la gara per il Lotto.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Piero Ferrari.

Kkcg Maritime, questa la società di Komarek, voleva dare maggiore peso alla sua presenza in Ferretti, salendo dal 13 al 29 per cento. Ha stretto quindi un’alleanza con i manager italiani, insofferenti dell’invadenza cinese, lanciando un’Opa sulla maggioranza della Ferretti, che però è riuscita solo in parte (si è arrivati a poco più del 23 per cento).

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Karel Komarek (foto Imagoeconomica).

Addirittura è stata sconfitta la Banca d’Italia

Il 14 maggio i due contendenti si sono affrontati in assemblea e, a sorpresa, Weichai ha sconfitto Kkcg. Perché a sorpresa? Perché nel capitale di Ferretti ci sono circa 150 fondi italiani e stranieri che votano tutti per i cechi. Non solo: c’è addirittura la Banca d’Italia, con l’1,38 per cento del capitale. Via Nazionale, per tradizione, non vota in assemblea. Questa volta lo ha fatto ed è finita tra gli sconfitti. Cose mai viste.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Fabio Panetta, governatore di Bankitalia (Imagoeconomica).

I cinesi hanno eluso le regole di comunicazione e l’obbligo di Opa

Come hanno fatto i cinesi a vincere, per la precisione 52 per cento contro 47? Semplice: accanto a Weichai sono comparsi con pacchetti inferiori al 3 per cento – e quindi senza obbligo di notifica alla Consob – Bank of China, AdTech, Yanjian International, Hong Kong Securities e altri soggetti cinesi per una quota del 10 per cento circa. Eludendo non solo le regole di comunicazione, ma anche l’obbligo di Opa.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power

Un manager bulgaro privo di esperienza (e il titolo crolla in Borsa)

Dopo l’assemblea di maggio gli italiani sono stati cacciati. Alla presidenza è arrivato un cinese e come amministratore delegato Stassi Anastassov, manager bulgaro di lungo corso, ma privo di esperienza nella cantieristica e nella nautica di lusso. Tanto è vero che dal suo insediamento il titolo Ferretti ha perso quasi il 20 per cento.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Stassi Anastassov, manager bulgaro.

C’è dell’altro? Sì, c’è molto altro. C’è la divisione difesa della Ferretti che produce scafi dual use (cioè buoni sia per le imbarcazioni da diporto sia per quelle militari) e che è valsa, secondo la presidenza del Consiglio dei ministri, la definizione di azienda strategica. Su questa base Weichai avrebbe dovuto notificare al Golden power il nuovo assetto azionario. Ma loro, zitti zitti, si sono limitati a far sapere che è un business minore in via di dismissione.

I dubbi dell’ex capo di Stato maggiore Camporini

Chi non la pensa così è però Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore e forse il massimo esperto di cose militari in Italia. In un articolo di giugno su Il Sole 24 Ore ha scritto: «Il gruppo Ferretti custodisce scafi plananti oltre i 45 nodi, carbonio che riduce la firma radar, propulsione ibrida che abbatte la segnatura acustica, competenze che convertono uno yacht veloce in un pattugliatore o in un mezzo d’assalto». Immaginate un barchino iraniano con quelle caratteristiche stealth lanciato contro una portaerei Usa e intercettabile solo quando è a portata di binocolo.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Vincenzo Camporini (foto Imagoeconomica).

La richiesta in America: mettete Weichai in black list

Anastassov ha minimizzato: «Abbiamo chiuso la divisione difesa, non ci interessa, sarebbe come chiedere a Ferrari di produrre un carro armato». Chiusa per andare dove? Nel polo nautico di Qingdao, sede della flotta settentrionale cinese? «Emerge un trasferimento di tecnologie produttive», ha scritto ancora Camporini, che ora nessun manager italiano potrà contrastare. In ogni caso, a non credere al manager bulgaro è il senatore repubblicano Jim Banks, un super falco ex ufficiale della Marina americana, che ha chiesto al segretario alla guerra Pete Hegseth di mettere il gruppo Weichai in black list. Ce n’è abbastanza perché il Golden power batta un colpo.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il senatore repubblicano Jim Banks (foto Ansa).

Le mani di Angelucci su Pulp Podcast

Il gruppo Angelucci sta mettendo in piedi una vera e propria corazzata in vista della campagna elettorale per le Politiche 2027. Ma il Giornale, Libero e il Tempo, seppur schieratissimi al fianco del governo di Giorgia Meloni, potrebbero non essere sufficienti. Così la famiglia del deputato leghista starebbe valutando il colpo grosso: a quanto apprende Lettera43, sarebbe in trattativa per acquisire addirittura Pulp Podcast di Fedez e Mr Marra.

I numeri di Pulp Podcast

Nato a fine 2024, Pulp Podcast conta attualmente oltre 380 mila iscritti al canale ufficiale YouTube e 300 mila follower su Instagram. Una potenziale gioiosa macchina da guerra per il centrodestra, utile per attirare il voto dell’ormai mitologica GenZ e degli elettori più giovani. L’operazione poi, sempre che vada in porto, non provocherebbe cataclismi. Da tempo infatti Fedez ha archiviato il passato filo-grillino e di attivista (restano le invettive ai microfoni di Muschio Selvaggio, al Concerto del Primo Maggio 2021 e a Sanremo 2023) per avvicinarsi in modo felpato al centrodestra.

Le mani di Angelucci su Pulp Podcast
Fedez al congresso dei giovani di Fi (Imagoeconomica).

L’avvicinamento di Fedez al centrodestra

Galeotto fu l’invito di Maurizio Gasparri al congresso dei giovani di Forza Italia nel maggio 2025 che Fedez accettò in cambio di un’ospitata del forzista in trasmissione. Qualche mese dopo, ad agosto, il rapper e la compagna Giulia Honegger, che da poco lo ha reso padre per la terza volta, vennero immortalati da Chi su uno yacht in Costa Smeralda con Ignazio La Russa e Daniela Santanchè. A invitarlo a bordo, in quel caso, si disse fosse stato Lorenzo Mazzaro, figlio dell’ex ministra del Turismo. Come dimenticare poi la puntata di Pulp Podcast con Giorgia Meloni dello scorso 19 marzo, proprio a ridosso del referendum della Giustizia. Insomma in caso di acquisto degli Angelucci, tout se tient.

Le mani di Angelucci su Pulp Podcast
Giorgia Meloni con Mr Marra e Fedez.

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?

Luigi Lovaglio gioca come se avesse in mano un asso. O almeno come se fosse convinto di averlo. E così, dopo aver spiegato una decina di giorni fa al cda di Mps che all’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) di Intesa non esisteva una vera alternativa, adesso l’ad del Montepaschi, uomo solo al comando, ne avrebbe trovate addirittura due che potrebbe presentare al cda convocato giovedì 20 agosto. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Luigi Lovaglio con Carlo Messina (Imagoeconomica).

L’ipotesi di doppia Ops su Bpm e Banca Generali

Quando al tavolo non sai più se rilanciare o passare, qualche volta la soluzione è cercare di rovesciarlo con una doppietta. La prima mossa avrebbe il sapore della vendetta. Un’Ops su Bpm, la banca dell’ex amico Giuseppe Castagna, quello che prima lo aveva corteggiato con quella che venne definita una «bella lettera d’amore» in cui proponeva il matrimonio tra i due istituti, e poi lo aveva lasciato al suo destino adducendo la contrarietà del Crédit Agricole, il suo azionista di riferimento. La seconda invece è su Banca Generali. Esattamente ciò che voleva fare Alberto Nagel quando Mediobanca era sotto l’attacco di Mps. Una nemesi quasi perfetta, se non fosse che rischia di assomigliare anche alla dimostrazione che Lovaglio, come Nagel prima di lui, sta cercando di sparare l’ultima cartuccia in un caricatore oramai vuoto. Che l’assalto a Bpm possa riuscire è ipotesi alquanto improbabile, specie pensando che Agricole difficilmente stenderebbe il tappeto rosso senza averci un forte tornaconto. Lato Siena ci sono anche le perplessità che attraversano il stesso consiglio di amministrazione, e poi c’è da fare i con la passivity rule, la regola che impedisce alla società sotto Opas di mettere in campo mosse capaci di ostacolare l’offerta senza passare per la delibera dell’assemblea degli azionisti, a maggioranza qualificata in caso di modifiche al capitale. Solo che Lovaglio, secondo chi conosce il dossier, sarebbe pronto a sostenere che nel suo caso la passivity rule non si applica, dicendosi pronto ad andare in causa per dimostrarlo. Una strada resa ancora più delicata dal fatto che sulla vicenda c’è anche l’attenzione della Procura che nel novembre scorso lo ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di concerto nella vendita di azioni Mps in mano al Mef. Insomma, la partita che fino a ieri sembrava soprattutto finanziaria rischia di diventare anche giudiziaria. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il cda del Monte viaggia a ranghi ridotti

Il paradosso è che Lovaglio prepara le sue contromosse mentre il cda di Mps viaggia ancora a ranghi ridotti. Dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il consiglio è rimasto con 13 membri anziché 15. Quattro consiglieri di minoranza hanno chiesto di reintegrarlo immediatamente attraverso la cooptazione di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro, primi due non eletti della lista del cda. La banca sostiene che la procedura stia seguendo l’iter richiesto dalla Bce. Resta il fatto politico e societario: mentre si ragiona di Ops, contro-Ops e operazioni capaci di ridisegnare gli equilibri del sistema bancario italiano, due sedie del consiglio continuano a essere vuote. E sono proprio due sedie che spetterebbero alla minoranza. Un dettaglio soltanto in apparenza, perché quando si progettano operazioni destinate a cambiare la fisionomia di una banca, la composizione dell’organo chiamato a valutarle diventa parte della sostanza. Soprattutto se attorno al tavolo non regna esattamente l’unanimità. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
La sede del Monte dei Paschi di Siena (Getty Images).

Il jolly di Trieste

Lovaglio però sembra non avere più molto da perdere. E forse proprio per questo continua a comportarsi come l’uomo delle missioni impossibili. È pronto a giocarsi tutto, compreso il patrimonio della banca. Sul tavolo potrebbe finire infatti anche la partecipazione in Generali, ceduta in tutto o in parte per trovare le risorse necessarie a distribuire un dividendo straordinario agli azionisti e rendere meno appetibile l’Opas di Intesa. Solo che quel pacchetto del 13 per cento è nella disponibilità di Mediobanca, visto che la fusione tra Rocca Salimbeni e Piazzetta Cuccia s’ha ancora da fare. Naturalmente, come auspicano anche molti esponenti del governo scottati a suo tempo dall’accusa di tifare per Siena, l’ultima parola dovrebbe averla il mercato. Il condizionale però in questa storia è d’obbligo. Perché un conto è difendere l’autonomia di una banca, un altro è trasformare quella difesa nella battaglia personale di chi la guida. E quando per salvare la casa si cominciano a vendere i mobili di pregio, qualche domanda sul prezzo finale dell’operazione diventa inevitabile. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Imagoeconomica).

Il Pd dimentica il costo della «senesità» del Monte

Ma Lovaglio non ha cercato sponde soltanto nella finanza. Ha bussato anche alla politica. E qui il risultato più sorprendente lo ha ottenuto con il Pd, che per bocca del suo responsabile economico Antonio Misiani è arrivato a invocare il mantenimento della «senesità» del Monte. Una conversione che avrebbe qualcosa di commovente se la memoria non fosse una bestia così fastidiosa.  Perché fu proprio negli anni in cui la sinistra esercitava un controllo ferreo sulla banca che Mps si imbarcò nell’acquisizione di Antonveneta, l’operazione destinata a diventare il simbolo della sua rovina. Un’avventura pagata a carissimo prezzo, che contribuì a trascinare il Monte verso una crisi dalla quale sarebbe stato difficilissimo uscire senza l’intervento dello Stato e quindi dei contribuenti. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Antonio Misiani (Imagoeconomica).

Così oggi il partito che vide la banca precipitare quando la «senesità» era garantita soprattutto dalla presa della politica sul Monte riscopre proprio quella senesità come valore da difendere. Lovaglio è riuscito nel piccolo miracolo di trasformare una delle pagine che il Pd senese avrebbe interesse a dimenticare nell’argomento con cui chiedere che tutto resti com’è. Ed è forse questo il bluff più riuscito dell’intera partita. Perché il punto non è stabilire se Siena debba perdere il Monte o se Mps debba necessariamente finire nelle mani di qualcun altro, ma è capire dove finisca la difesa della banca e dove cominci quella di chi la guida. E soprattutto perché, ogni volta che qualcuno pronuncia la parola «senesità», ci si dimentichi di chiedere quanto sia costata l’ultima volta che la politica decise di difenderla. Il poker ha una regola che vale anche quando sul tavolo ci sono miliardi: si può bluffare fino all’ultima carta. Il problema arriva quando qualcuno chiede di vederla. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop

Nella rete ex Tim che fa capo a FiberCop, controllata dal fondo americano Kkr, la partita per la poltrona di amministratore delegato si è trasformata in un braccio di ferro istituzionale. Il primo nome, alla costituzione della società, era stato quello di Luigi Ferraris, arrivato dalla presidenza di Ferrovie dello Stato. Se n’è andato in meno di sei mesi, lasciandosi alle spalle un’intervista al Financial Times che in tanti, dentro Kkr, ricordano ancora come uno degli episodi più imbarazzanti della storia del fondo. Le sue deleghe sono finite tutte nelle mani di Massimo Sarmi, che da presidente si è ritrovato anche amministratore delegato a tutti gli effetti, cumulando le due cariche. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Massimo Sarmi (Imagoeconomica).

I rapporti con Tim sono ai minimi storici

Da allora la situazione, sussurrano i bene informati, non avrebbe fatto che peggiorare. Il bilancio 2025 si è chiuso con una perdita di oltre 200 milioni e per quest’anno si parla già di un Ebitda negativo per oltre 200 milioni di euro. Numeri pesanti per una società dal valore di 18,8 miliardi di euro, debito compreso, che nel frattempo litiga apertamente con Tim sui termini dell’accordo di cessione della rete, perfezionato nel luglio 2024. Nei corridoi si racconta che i rapporti tra le due aziende siano ai minimi storici: l’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, non perderebbe occasione per far pesare a Sarmi ogni disservizio segnalato dai clienti. Una sorta di sveglia quotidiana alla quale in FiberCop si sarebbero ormai abituati, senza però riuscire a dare risposte operative. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
L’ad di Tim Pietro Labriola (Imagoeconomica).

L’emorragia di manager (senza esperienza di rete)

Quello che colpisce, più ancora dei numeri, è il turnover ai vertici e il tratto che accomuna quasi tutti i manager usciti di scena: pochissimi arrivavano dal mondo delle telecomunicazioni e nessuno è rimasto abbastanza a lungo da lasciare qualcosa di diverso da un vuoto – un buco, si dice in FiberCop – da riempire in fretta. Ha lasciato Riccardo Busani, chief strategy officer, arrivato direttamente da Kkr e già membro del board di FiberCop prima di assumere l’incarico operativo. Stessa sorte è toccata a Simone Bonannini, responsabile commerciale, che aveva affiancato Kkr nella fase di acquisizione della rete da Tim, e ad Alberto Boffelli, chief corporate officer, che nei fatti svolgeva il ruolo di direttore generale. Se n’è andato anche Gabriele Mandurino, alla guida dell’immobiliare, e prima ancora Alessandro Mona, arrivato da Ariston a capo degli acquisti e rimasto meno di un anno. Al suo posto è stato chiamato Dario Pantaleo, proveniente da Ferrero, altro nome senza trascorsi nel settore. Ultimo, in ordine di tempo, l’addio di Fabio Ruffini, capo dell’investor relations arrivato a marzo in vista di una possibile Ipo nel 2028, che a fine agosto passerà ad Acea. Manager provenienti dal largo consumo, dalla cosmesi, dal packaging, dal real estate, dalle ferrovie: profili scelti, dicono in FiberCop, senza una conoscenza diretta delle dinamiche industriali di una rete in rame e fibra. Il risultato, fanno notare i critici, è sotto gli occhi di tutti: partenze dopo pochi mesi, caselle nuovamente da riempire e pezzi di continuità operativa che si perdono per strada. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Fabio Ruffini (da LinkedIn).

Il ruolo di Sarmi e la sponsorizzazione di Nespolo 

Non è un caso, notano osservatori vicini al dossier, che sia stato proprio Sarmi, nella sua doppia veste di presidente e amministratore delegato, a favorire l’ingresso di manager privi di esperienza specifica sulla rete. Una scelta che gli avrebbe consentito di mantenere saldamente nelle proprie mani la guida dell’azienda, senza contrappesi tecnici interni abbastanza forti da contestarne le decisioni. In quest’ottica si spiegherebbe anche il sostegno di Sarmi alla candidatura di Marco Nespolo. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Marco Nespolo (Imagoeconomica).

Chi spinge per la nomina dell’ad di Fedrigoni

Per la successione, Kkr avrebbe individuato proprio Nespolo, amministratore delegato delle Cartiere Fedrigoni, controllate da Bain Capital. Fedrigoni produce carte speciali ed etichette di alta gamma, soprattutto per il settore vinicolo: un profilo industriale, sostengono in Kkr, abituato a gestire contesti complessi, ma certamente più familiare con l’umidità delle cantine che con i guasti nelle centraline. La spinta più forte a favore di Nespolo arriverebbe dall’interno dello stesso fondo, in particolare da James Gordon, che ha seguito l’operazione FiberCop fin dalle origini, e dal suo diretto superiore Mattia Caprioli, a capo di Kkr per l’Europa. Gordon è stato anche compagno di master di Nespolo, un rapporto che non sarebbe stato estraneo alla scelta del manager di Fedrigoni. La cui candidatura, però, non convince i soci di minoranza: Adia, il fondo sovrano di Abu Dhabi che possiede il 17,5 per cento, e soprattutto il Mef, titolare del 15,93 per cento, che pur non potendo imporre un proprio candidato ha fatto sapere di non gradire quello scelto da Kkr. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Mattia Caprioli (Imagoeconomica).

La rosa di candidati scartati

L’obiezione principale è semplice: Nespolo ha guidato una realtà industriale di dimensioni assai più contenute, mai un gruppo da 10 mila dipendenti diretti e 30 mila esterni come FiberCop. Ma Gordon non vuole sentire ragioni: la scelta, ribadisce, spetta per statuto a Kkr e il fondo l’ha fatta dopo aver passato al setaccio una rosa iniziale di 20 profili e ristretto progressivamente la short list. Sono stati scartati, secondo indiscrezioni, nomi più noti come Stefano Donnarumma, che avrebbe guardato con interesse a FiberCop prima di essere allontanato da Ferrovie dello Stato; Marco Patuano, dato in cerca di un rientro in Italia dopo l’esperienza in Cellnex in Spagna, e Paolo Bertoluzzo, ex ad di Nexi, il cui nome, secondo alcuni fondi, resterebbe legato all’andamento non brillante del titolo durante il suo mandato. Alla fine, da una rosa di 20 manager industriali, alcuni dei quali con esperienza nelle telecomunicazioni, Kkr avrebbe scelto proprio chi di telecomunicazioni non si è mai occupato. Un paradosso che nel settore in pochi riescono a spiegarsi. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Stefano Donnarumma (Imagoeconomica).

I due profili ancora in corsa

Eppure, nonostante Kkr consideri la partita chiusa, oltre a Nespolo restano in corsa due profili di segno opposto. Il primo è quello di Paolo Gallo, amministratore delegato di Italgas dal 2016, con un passato in Grandi Stazioni e Acea e sostenuto da Caltagirone. Da tempo Gallo cercherebbe una via d’uscita da Italgas, dove siede al vertice ormai da nove anni, e un approdo a FiberCop libererebbe una poltrona assai ambita nel giro delle nomine pubbliche. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Paolo Gallo (Imagoeconomica).

Il secondo è quello di Stefano Siragusa, consigliere di Tim, ex vicedirettore generale del gruppo e per anni responsabile della rete fissa. Fu lui, su mandato dell’allora amministratore delegato Luigi Gubitosi, a ristrutturare la rete dell’ex monopolista e a disegnare l’architettura che avrebbe poi dato vita a FiberCop. Lasciò Tim perché contrario alla vendita della rete: avrebbe preferito la creazione di una rete unica sotto la guida di Cdp, con Kkr e Macquarie nel ruolo di soci di minoranza. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Stefano Siragusa (dal sito Tim).

La contromossa di Kkr: la poltrona a Soro 

Di fronte alle resistenze del Mef sulla nomina di Nespolo, che Kkr considera chiusa e definitiva già dal 30 luglio, il fondo avrebbe deciso di giocare su un altro tavolo: offrire al direttore generale del Tesoro, Francesco Soro, la presidenza di FiberCop quando il mandato di Sarmi arriverà a scadenza, nella primavera del 2027. Una contropartita istituzionale prima ancora che manageriale: la presidenza a un uomo del Tesoro per ammorbidire la linea del ministero sulla scelta dell’amministratore delegato e far digerire al Mef un nome, quello di Nespolo, che a Roma non è mai davvero piaciuto. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Francesco Soro (Imagoeconomica).

L’ombra di Grilli potrebbe accelerare il progetto rete unica 

Ma c’è un altro nome che, nei conciliaboli fioriti attorno alla partita FiberCop, torna con crescente insistenza: Vittorio Grilli. Ex ministro dell’Economia, prima in JpMorgan e oggi presidente di Mediobanca, Grilli è stato tra i principali interlocutori italiani nella trattativa che nel 2023 ha portato Kkr a rilevare la rete da Tim. Un dossier sul quale, insieme al capo di gabinetto di Palazzo Chigi Gaetano Caputi, ha lavorato a stretto contatto con i vertici del Mef, imparando a conoscere uomini e stanze del Tesoro meglio di molti altri. Oggi Grilli veste anche i panni di advisor dello stesso fondo americano, dopo essere stato dall’altra parte del tavolo come consulente della componente pubblica. Una posizione che lo colloca in un punto di osservazione privilegiato proprio mentre Kkr cerca di smussare le resistenze del Mef sulla successione a Sarmi. Ed è qui che riemerge un’ipotesi mai del tutto tramontata: quella della rete unica, con la componente pubblica, Cdp in testa, chiamata ad assumere un ruolo più incisivo e Kkr e Macquarie ridotti a soci finanziari di minoranza. Un disegno che, qualora Grilli decidesse di spendere il proprio credito istituzionale in questa direzione, troverebbe in lui un interlocutore tutt’altro che marginale presso il Tesoro. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Vittorio Grilli (Imagoeconomica).

Poste, il convitato di pietra 

Sullo sfondo resta infine un attore che sul dossier non ha ancora parlato, ma che osserva la partita con attenzione crescente: Poste Italiane. L’obiettivo dichiarato di Matteo Del Fante e del condirettore generale Giuseppe Lasco è la digitalizzazione del Paese, un mandato che difficilmente può prescindere dall’infrastruttura sulla quale quella digitalizzazione poggia. Resta da capire chi, tra i tre nomi superstiti, riuscirà davvero a portare Kkr e Mef a un’intesa. Nel frattempo, mentre il totonomi si consuma tra Roma, Milano e New York, molti nel settore sono ancora in ferie. E c’è chi scommette che qualcuno, in questi giorni, stia sorseggiando un calice con addosso proprio un’etichetta Fedrigoni, senza immaginare che Kkr vorrebbe mettere chi la produce sulla poltrona più importante di FiberCop. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Matteo Del Fante e Giuseppe Lasco (Imagoeconomica).

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita

Nella semiotica del potere i pranzi hanno una duplice funzione. Una secondaria: mangiare perché, parafrasando Battiato, bisogna pur che lo stomaco esulti. E una primaria: farsi vedere. Quello della scorsa settimana alla romana trattoria Stendhal, in Galleria Sordi, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da una parte della tavola, Enrico Mentana, dall’altra Mirja Cartia d’Asero, amministratrice delegata di Gedi, la casa editrice di Repubblica. Siamo a pochi passi da Palazzo Chigi e dal Transatlantico. Il ristorante, che ha una convenzione con la Rai, è molto frequentato dai suoi giornalisti. Se l’obiettivo fosse stato quello della discrezione, la scelta del luogo sarebbe stata quantomeno opinabile. Naturalmente nessuno dei due commensali si è soffermato più di tanto sul menù, essendo ben altro l’argomento in agenda. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Mirja Carta d’Asero (Imagoeconomica).

Il tira e molla con La7 e la tentazione Kyriakou

Mentana infatti ha il contratto con La7 in scadenza a fine anno. È vero: ogni rinnovo del direttore del TgLa7 assomiglia a una partita di poker. Lui fa ammuina, rilancia, Urbano Cairo aspetta, gli osservatori scommettono dividendosi tra divorzio e continuazione del matrimonio. Finora, dopo plateali tira e molla, è sempre arrivata la fumata bianca. Mentana resta al timone della sua creatura, il patron di La7 tira un sospiro di sollievo. Va avanti così da sempre, un copione che gli addetti ai lavori conoscono a memoria. Ma in questo caso, a differenza del passato, una differenza c’è. Per la prima volta dopo 15 anni Mentana ha un’alternativa credibile. E, soprattutto, un editore deciso a convincerlo. Theo Kyriakou, il nuovo proprietario di Gedi, non ha mai nascosto di voler costruire un gruppo multimediale molto più aggressivo di quello ereditato dagli Agnelli. E il tassello fondamentale del progetto sarebbe una televisione all news sul modello della Cnn, un’ambizione che il magnate greco racconta come se gli studi fossero già in piedi, e mancasse solo il taglio del nastro. Per costruire una televisione, però, servono i mattoni, ovvero i soldi. E quelli, pare, ci sono già. Ci vuole anche tempo, ma non troppo, vista la determinazione con cui il greco si muove. Quello che serve è soprattutto un volto. E in Italia, piaccia o no, il volto dell’informazione televisiva continua a essere quello di Mentana, l’unico one man show in grado di costruire il giocattolo e portarlo al successo. Lo ha fatto col Tg5, poi con Tg La7, non si vede perché non possa ancora replicare.  

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Enrico Mentana e Urbano Cairo (Imagoeconomica).

Sul piatto ci sarebbe anche la direzione di Repubblica

L’idea che circola con sempre maggiore insistenza è quella di affidargli non soltanto la nuova all news, ma anche la direzione di Repubblica, almeno nella fase di transizione in cui il quotidiano resterà dentro il perimetro Gedi perché si sa che Kyriakou la passione per la carta non l’ha mai avuta. Un doppio incarico che trasformerebbe Mentana nel vero architrave editoriale del nuovo corso. È anche alla luce di questo scenario che acquista un significato diverso la scelta di affidare la direzione del quotidiano a Stefano Cappellini soltanto ad interim. Non necessariamente un ripiego. Piuttosto una soluzione che consente all’editore di aspettare senza scoprire troppo le carte. Se Mentana accettasse la sfida, Cappellini potrebbe diventare il suo uomo di fiducia, magari con un ruolo da condirettore operativo, lasciando al nuovo arrivato il compito di imprimere la linea e il peso politico del giornale. Anche alcuni dettagli, che presi singolarmente sembravano semplici coincidenze, finiscono così per assumere un’altra luce. Le recenti critiche di Mentana alla sua rete, descritta come troppo schierata contro Giorgia Meloni. L’assenza alla presentazione dei nuovi palinsesti lo scorso 8 luglio. E un rinnovo di contratto che, nonostante qualche abboccamento, continua a non arrivare. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Enrico Mentana (Imagoeconomica).

Nel dubbio Cairo ha pre-allertato Floris

Naturalmente Cairo non è tipo da arrendersi senza combattere. Sa perfettamente quanto Mentana rappresenti il marchio identitario della sua televisione. Il suo addio significherebbe perdere, insieme ad ascolti e riconoscibilità, quel patrimonio di credibilità che anche gli avversari gli riconoscono. Non un dettaglio. Nel dubbio, però, Urbano ha pre-allertato Giovanni Floris, conduttore di punta considerato all’interno l’unico in grado di succedere al direttorissimo. Non una riserva qualunque: è il nome che Cairo tiene pronto per il giorno in cui Mentana varcasse davvero la soglia di Gedi. Dopo aver reinventato il telegiornale di La7 e averlo reso uno dei protagonisti dell’informazione generalista, a 71 anni potrebbe essere tentato dall’ultima grande avventura professionale. Costruire qualcosa di nuovo, invece di limitarsi a presidiare ciò che già esiste. Se l’incontro alla trattoria Stendhal ha sortito qualcosa, lo capiremo dopo l’estate. Se invece era soltanto un pranzo, resta la curiosità di sapere che cosa c’era nel piatto. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Giovanni Floris (Imagoeconomica).

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi

Chissà di cosa hanno discusso la scorsa settimana a New York il presidente di Mediobanca Vittorio Grilli e l’ad di EssilorLuxottica Francesco Milleri. Qualche sospetto viene. Dopo che il 17 luglio il cda di Montepaschi ha respinto l’offerta di Intesa Sanpaolo, infatti, le grandi manovre del risiko bancario sono riprese. «Non congrua», è stato il verdetto di Siena. Nel linguaggio felpato dei consigli d’amministrazione significa due cose: o ci si sfila oppure si prova ad alzare il prezzo. Ma questa volta il denaro spiega solo una parte della vicenda. Il resto parla di equilibri di potere, di politica e di quella neutralità che i governi proclamano con convinzione salvo dimenticarsene quando la partita entra nel vivo. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Mps, Bpm e il ruolo di Crédit Agricole

Luigi Lovaglio aveva immaginato una Mps predatrice. In parte gli è riuscito, con l’operazione su Mediobanca. Adesso l’ad di Rocca Salimbeni cambia spartito e guarda a Banco Bpm, riesumando il vecchio progetto del terzo polo bancario. Un’idea che a Roma non passa mai di moda perché, più che un disegno industriale, è sempre stata un’ossessione politica travestita da strategia. La coerenza, del resto, non è mai stata il requisito fondamentale di questa storia. La stessa Bpm che oggi diventa la sposa ideale di Montepaschi è la banca sulla quale appena un anno fa Palazzo Chigi aveva sventolato un ineffabile golden power per fermare Unicredit, invocando la tutela del risparmio nazionale. Nel frattempo, però, quello stesso scudo è rimasto appeso al muro mentre Crédit Agricole saliva silenziosamente fino a sfiorare il 30 per cento di Bpm, la soglia oltre la quale scatterebbe l’obbligo di Opa. Se il matrimonio con Siena andrà in porto, i francesi non saranno gli invitati d’onore ma quelli che pagano il ricevimento. Con una quota tra l’11 e il 12 per cento finiranno infatti per diventare il primo azionista del nuovo gruppo. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Giuseppe Castagna con Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro la banque verte c’è Delfin

Ed è qui che il racconto assume i contorni, come direbbero Oltralpe, di un roman à clef. Dietro Crédit Agricole c’è Delfin, la cassaforte lussemburghese della famiglia Del Vecchio, primo azionista privato di Montepaschi, secondo di Generali e protagonista di buona parte delle grandi partite della finanza italiana. A sua volta Delfin, dentro EssilorLuxottica, divide il tavolo con lo Stato francese attraverso Bpifrance e Caisse des Dépôts, l’equivalente della nostra Cdp. Se poi il ricambio generazionale nella famiglia (progetto per ora in stallo), quello che vedrebbe Leonardo Maria rilevare le quote dei fratelli in un’operazione da 11 miliardi, dovesse essere finanziato da un pool guidato proprio da Crédit Agricole e Bnp Paribas, allora il cerchio si chiude quasi da solo. Tutte le strade del risiko, parafrasando i romani, portano a Parigi. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

La vera posta in gioco è Generali

La vera posta in gioco, però, non è Siena. È il 13 per cento di Generali che Montepaschi si è ritrovata in portafoglio grazie all’acquisizione di Mediobanca. È quella la leva con cui si potrebbe orientare il futuro del Leone, magari avvicinandolo ad Axa, che non ha mai smesso di guardare Trieste come oggetto del suo desiderio. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Philippe Donnet (Imagoeconomica).

Una bandiera (francese) e due misure

In tutto questo Giancarlo Giorgetti, dopo essersi oltremodo esposto per fermare Unicredit, ha trascorso l’ultimo anno coltivando l’immagine del ministro neutrale. Il golden power lo teneva nel cassetto senza usarlo, salvo ricordare al Senato che avrebbe potuto valere «anche tra banca italiana e banca italiana». Adesso per il titolare del Mef quella neutralità sembra essersi trasformata di nuovo in regia. Poco importa se il principale beneficiario di un eventuale matrimonio tra Milano e Siena, con annessa partita su Generali, rischia di parlare sempre più francese. Viene quasi da chiedersi se a Via XX Settembre qualcuno abbia finito per confondere il verde della Lega con quello della banque verte, come i francesi chiamano con orgoglio Crédit Agricole. Fa sorridere soprattutto pensando che appena sette mesi fa gli azionisti forti di Generali, Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, avevano combattuto con ogni mezzo il progetto di joint venture con la francese Natixis sul risparmio gestito, denunciando il rischio che una fetta consistente del risparmio italiano finisse sotto controllo straniero. Evidentemente alcune bandiere diventano meno ingombranti quando cambia il vento politico. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il solito golden power a geometrie variabili

Restano così le domande che a Palazzo Chigi nessuno sembra avere troppa voglia di affrontare. Se il golden power è servito a fermare gli italiani su Banco Bpm, perché non dovrebbe valere anche quando ad avanzare sono i francesi? E se il terzo polo nascerà con la benedizione di Roma ma con gli equilibri che portano sempre più verso Parigi, di quale italianità stiamo davvero parlando? Giorgia Meloni, che negli ultimi mesi forse distratta dall’avvicinarsi delle elezioni è sembrata seguire con minore attenzione i grandi dossier finanziari, farebbe bene a prestare attenzione all’evolversi del risiko. Dove tutti si stanno dando un gran daffare. Come Grilli e Milleri che nella Grande Mela si immagina non abbiano parlato della bellezza dei grattacieli.

Secolo XIX, il casting degli Aponte per sostituire Brambilla

Da tempo si sa che gli Aponte, quelli di MSC crociere, non sarebbero particolarmente soddisfatti del direttore del Secolo XIX, quotidiano di cui hanno rilevato la proprietà da Gedi nel 2024. Il motivo sarebbe sempre lo stesso: Michele Brambilla, per altro scelto da loro, è poco incline ad accompagnare i desiderata dell’establishment cittadino, in particolare del presidente della Regione Marco Bucci, con cui si è spesso scontrato lamentandone l’invadenza. Così, con la pazienza degli armatori abituati a scegliere i comandanti delle loro navi, avrebbero aperto il casting per il nuovo direttore.

Secolo XIX, il casting degli Aponte per sostituire Brambilla
Gianluigi Aponte (Imagoeconomica).

Tra i nomi sondati c’è anche quello di Malaguti

Tra i nomi sondati c’è stato anche quello di Andrea Malaguti, appena uscito dalla direzione della Stampa in coincidenza del suo passaggio alla Sae di Alberto Leonardis. Un incontro c’è stato, ma per il momento senza seguito. Malaguti, dopo la direzione, è diventato editorialista del quotidiano torinese. La cosa curiosa, semmai, è un’altra. Se davvero il problema di Brambilla è quello di avere la schiena troppo dritta, quale ragionamento porta a pensare che Malaguti possa essere più disponibile a piegarla? Perché, con tutti i difetti che si possono attribuire ai due, ce n’è uno che difficilmente si può contestare loro: non hanno mai costruito la loro carriera inginocchiandosi davanti agli editori o ai potenti di turno. Forse il vero casting non è quello del nuovo direttore. È quello dell’editore ideale: uno che cerca un giornalista indipendente e poi non si stupisce se si comporta da giornalista come tale.

Secolo XIX, il casting degli Aponte per sostituire Brambilla
Andrea Malaguti (Imagoeconomica).

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Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?

Per anni Banca Ifis ha investito una cifra monstre in immagine, sponsorizzazioni, mostre, eventi e convegni d’ogni sorta, costruendo l’aura dell’istituto diverso da tutti gli altri: vellutato, colto, mecenate, banca con l’anima, non solo attenta al vil denaro. E i dipendenti, chiamati Ifis people come fossero una classe di eletti, dovevano essere orgogliosi di lavorare lì. Una macchina del consenso oliata alla perfezione, capace di travestire da fondazione culturale un gruppo che tra i principali mestieri ha più prosaicamente quello di vendere crediti deteriorati.

Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?
Il presidente di Banca Ifis Ernesto Fürstenberg Fassio presenta l’opera restaurata “Il bambino migrante” dello street artist Banksy (foto Ansa).

Le banche d’affari hanno certificato il disastro

A certificare il disastro hanno provveduto le banche d’affari, matita rossa impugnata con ineludibile severità. Intesa Sanpaolo da buy a neutral, con target price quasi dimezzato da 27,6 a 15,2 euro e stime di utile per azione 2026 tagliate del 70 per cento. Banca Akros da accumulate a neutral, prezzo obiettivo anche qui dimezzato da 28 a 14,8, e quel pudico riferimento alla «fase di transizione» con cui in finanza si indica il momento in cui non si capisce più granché. Persino la generosa Equita, che il buy lo conserva, ha dovuto resettare le attese e allinearsi alla parte bassa della guidance, da 28 a 19 euro.

Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?
Ernesto Fürstenberg Fassio (foto Ansa).

Ciò che ieri era un asset strategico oggi è diventato zavorra

All’origine del patatrac, la decisione di avviare la vendita del business Npl, quei crediti deteriorati raccontati per anni come il gioiello di famiglia, per deconsolidarli, complici le nuove regole sul calendar provisioning. Tradotto: ciò che ieri era un asset strategico oggi è diventato zavorra da scaricare in fretta. E la guidance 2026, già che c’eravamo, ridotta da 170-190 a 100-110 milioni, una notizia comunicata con la nonchalance di chi annuncia un semplice cambio di stagione.

Una promessa su cui il mercato ha smesso di credere

Il punto delicato, però, sta nei tempi. Il deconsolidamento arriva pochi mesi dopo l’acquisizione di Illimity, la banca di Corrado Passera che Ernesto Fürstenberg Fassio e l’amministratore delegato Frederik Geertman hanno portato in casa con un’Ops costruita anch’essa su una narrazione di crescita e visione. Il copione era quello del gruppo che si fa grande comprando il futuro. Salvo poi scoprire che, mentre si recitava la parte dell’acquirente ambizioso, il motore storico della redditività, proprio gli Npl, andava smontato perché il regolatore non lo finanzia più a buon mercato. Il presidente che mette il nome sull’operazione e il manager che la esegue ora condividono la titolarità di una promessa su cui il mercato, numeri alla mano, ha smesso di credere.

Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?
Ernesto Fürstenberg Fassio (foto Ansa).

Di solito in questi casi prima o poi qualche testa rotola

Ora il futuro si regge più sulle speranze che sulle certezze, tant’è che Banca Ifis ha rinunciato a fare previsioni. Resta da capire chi pagherà il conto di uno spettacolo partito come festa e trasformatosi in un film dell’orrore. Perché una regola non viene mai meno: quando un titolo in due sedute dimezza la sua capitalizzazione di Borsa, prima o poi qualche testa rotola. Di solito, si comincia da quella di coloro che prima del crollo hanno imbastito la sceneggiatura.

Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio

In ogni operazione finanziaria, grande o piccola che sia, arriva il momento in cui la narrazione (abilmente costruita a suon di storytelling e munifici investimenti pubblicitari) incontra il bilancio. Per Banca Ifis quel momento è arrivato venerdì 26 giugno, con un crollo in Borsa che in tarda mattinata ha sfiorato il 40 per cento. Non quella che gli analisti chiamano una correzione di un titolo giudicato sopravvalutato, ma proprio una resa dei conti.

L’utile 2026 si è quasi dimezzato rispetto alle promesse

Il mercato, che pur nei mesi scorsi aveva applaudito la scalata a Illimity, la banca fondata da Corrado Passera, ha deciso di leggere bene i numeri. L’utile 2026, che a febbraio il presidente Ernesto Fürstenberg Fassio prometteva tra i 170 e i 190 milioni «in assenza di shock geopolitici», si è quasi dimezzato a 100-110 milioni. Un tonfo tanto più clamoroso se si pensa che, complice il risiko bancario in corso, l’intero settore viaggia sui massimi. Evidentemente lo shock Banca Ifis ce l’aveva già in casa, e si chiama appunto Illimity. Un brutto inciampo per le ambizioni di Fürstenberg Fassio.

Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
Corrado Passera (foto Imagoeconomica).

Fuori dai crediti spazzatura proprio mentre si scopre di averne ereditati

Da notare l’ironia, tipica di quelle che la finanza confeziona con rara perfidia. Banca Ifis ha comprato l’istituto di Passera con l’idea di crescere nella specialty finance, ma nel frattempo aveva dato l’addio al business degli Npl, quello dei crediti deteriorati, prevalentemente nel segmento di mercato small tickets unsecured, crediti di piccolo taglio e senza garanzia. Cioè il mestiere che ne ha fatto la fortuna. Quindi la banca veneziana di Fassio esce dai crediti spazzatura proprio mentre scopre di averne ereditati a sufficienza altrove. Un miliardo e mezzo di portafoglio messo in vendita, firma entro l’anno, perfezionamento «a inizio 2027». Almeno si spera.

Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis (foto Imagoeconomica).

Comprarsi un competitor e portarsi in dote anche i rilievi della Vigilanza

Ma il capitolo più istruttivo è quello degli accantonamenti: 70 milioni, già stanziati, di cui 30 su «alcune esposizioni creditizie di grandi dimensioni» riviste con approccio «ancor più conservativo». Gli altri 40 su esposizioni cartolarizzate di Illimity, su cui Bankitalia aveva già acceso un faro, di cui Banca Ifis si è fatta carico con la sua acquisizione. Insomma, un capolavoro: si compra un competitor per le sinergie e ci si porta in dote anche i rilievi della Vigilanza. Che infatti è in casa: ispezione conclusa, rapporto finale atteso «tra la fine di luglio e l’inizio di settembre». Tradotto dal banchese: prima dell’estate non si sa nulla.

Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
Banca Ifis.

A scongiurare il crollo della baracca sono arrivati puntuali altri 70 milioni di attività fiscali differite, le benemerite Dta, che «contribuiranno positivamente alla generazione di capitale negli esercizi successivi». È l’alchimia di sempre: una perdita di oggi promossa a risorsa di domani, purché domani vada tutto bene. Il Cet 1 dovrebbe attestarsi a 13,5 punti, ma l’amministratore delegato Frederik Geertman si dice «impegnato a raggiungere i 14». L’impegno, come la guidance, resta un genere letterario.

Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis, con l’amministratore delegato Frederik Geertman (foto Imagoeconomica).

Sul piano industriale, prospettive diciamo nebulose. Niente «guidance formale» per il prossimo anno perché «abbiamo diverse cose in divenire». E sui dividendi, vero termometro per la famiglia Fürstenberg Fassio, imparentata con gli Agnelli e padrona del 50,5 per cento via la lussemburghese La Scogliera, la rassicurazione è di quelle che inquietano: la politica «non è cambiata formalmente».

Acquisire a sconto una banca in difficoltà è facile. Ma poi gli azionisti…

Resta la fotografia di un istituto che nel 2025 ha celebrato la «tappa storica», doppiato gli utili a 328 milioni grazie al badwill di una preda pagata meno del suo patrimonio, e che oggi scopre il significato meno nobile di quel termine inglese: cattiva volontà, sì, ma anche cattivo presagio. Comprare a sconto una banca in difficoltà è facile. Il difficile viene quando tocca poi spiegarlo agli azionisti. Che infatti hanno risposto nel modo più eloquente: vendendo i titoli a manetta.

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko

La metafora è abusata, ma continua a funzionare. Quando il sole scioglie la neve, tornano visibili cose che fino al giorno prima sembravano scomparse. L’offerta di Intesa Sanpaolo su Montepaschi sta producendo qualcosa di simile nel capitalismo italiano, muovendo gli equilibri e al contempo rendendo visibili relazioni, convergenze e interessi che finora erano rimasti sullo sfondo.  

Bpm è nel pool di banche che finanziano LMDV

Come spesso accade, il dettaglio più interessante arriva da una notizia apparentemente laterale. Repubblica ha raccontato che Banco Bpm è entrata nel pool di banche che finanziano Leonardo Maria Del Vecchio nell’operazione con cui il giovane imprenditore, da poco approdato anche all’editoria, punta a riacquistare le quote detenute da due dei suoi fratelli in Delfin. Nel gruppo dei finanziatori siedono già Unicredit e Crédit Agricole, che del resto è anche il principale azionista della stessa Bpm. Di per sé non ci sarebbe nulla di straordinario. Le banche da sempre finanziano gli imprenditori impegnati a ridefinire l’azionariato delle proprie società. Ma è quando si allarga lo sguardo che il quadro diventa più interessante. 

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Gli incroci tra Mps, Bpm e Delfin

Basta tornare allo scorso aprile, al rinnovo degli organi sociali della banca senese, per accorgersi che molti dei protagonisti di oggi frequentavano già lo stesso tavolo. Allora la lista presentata dall’imprenditore Pierluigi Tortora (risultata poi vincente rispetto a quella del consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni) aveva proposto alla carica di ceo Luigi Lovaglio. La Holding PLT di Tortora risultava già beneficiaria di finanziamenti da parte di Mps. Il voto finale fece emergere che a quell’intesa avevano partecipato, oltre a Lovaglio e a PLT, anche Bpm e Delfin, la stessa Bpm che oggi è coinvolta nel riassetto azionario della cassaforte dei Del Vecchio. Se questo non basta a tratteggiare un patto occulto, è comunque sufficiente a delineare un quadro nitido: da un lato Bpm, titolare di circa il 3,8 per cento di Mps, ha sostenuto la candidatura di Lovaglio già pensando di invitarlo a nozze, come poi è successo domenica scorsa con la proposta di fusione. Dall’altro Bpm e Delfin, quest’ultima titolare di circa il 17,5 per cento di Mps, hanno trovato un ulteriore punto di convergenza nella partecipazione della banca guidata da Giuseppe Castagna al riassetto della stessa Delfin.  

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Riassumendo. Castagna dialoga con Lovaglio, il quale trova il sostegno di Delfin (socio di riferimento di Montepaschi) e Banco Bpm che a sua volta finanzia Leonardo Maria. Sullo sfondo si muovono Crédit Agricole, Unicredit e gli altri protagonisti del grande risiko bancario. Più che una sequenza di episodi separati, sembra un sistema di relazioni che tende periodicamente a ricomporsi attorno agli stessi nomi. Non risulta che i soggetti coinvolti abbiano chiesto, come prevede l’articolo 22-bis del TUB, preventiva autorizzazione della Bce per la detenzione concertata di partecipazioni capaci di esercitare una notevole influenza. Né che l’accordo sia stato comunicato al mercato, con tutte le conseguenze del caso, inclusa la possibile applicazione della disciplina sull’Opa obbligatoria qualora la somma delle partecipazioni avesse superato il 25 per cento del capitale e vi fossero stati acquisti di azioni nell’anno precedente la stipula del patto. 

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Milleri prigioniero dei vincoli imposti da Del Vecchio?

In questa storia compare inevitabilmente anche Francesco Milleri, chiamato a gestire una fase delicata per Delfin dopo la scomparsa di Leonardo Del Vecchio. È difficile immaginare che un manager della sua esperienza non abbia valutato tutte le implicazioni degli assetti che si stavano formando. Così come è difficile pensare che i diversi protagonisti della vicenda non abbiano ben chiaro il disegno complessivo nel quale si muovono. Milleri, da manager esperto, deve aver percepito il rischio e verosimilmente cercato interlocuzioni anche con altri istituti di credito. Ma a quanto risulta è rimasto prigioniero dei vincoli imposti da Leonardo Maria, che mantiene i propri legami con i finanziamenti di Unicredit e Bpm ottenuti dando in pegno azioni Delfin. Il risultato è un intreccio complesso, una trama che, oltre a sfidare le norme, si presta al sospetto di un evidente conflitto di interessi. 

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Francesco Milleri (Imagoeconomica).