Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol

In tutte le cose arriva il momento della verità, e di solito i protagonisti lo sentono sopraggiungere prima degli altri, anche se poi continuano per dovere d’ufficio, perché lo spettacolo deve proseguire o, più semplicemente, perché a forza di raccontarsi di avere ragione finiscono per crederci davvero. È il tema che in queste ore gira nella business community a proposito di Luigi Lovaglio. I pareri divergono sulle cause, ma convergono sugli effetti: l’amministratore delegato di Mps, dopo il colpo di reni con cui era riuscito a restare in sella nonostante l’ostilità di un azionista forte come Francesco Gaetano Caltagirone, davanti all’offerta di Intesa Sanpaolo sembra avere infilato una serie di mosse che più che una strategia difensiva assomiglia a una collezione di autogol.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Imagoeconomica).

La stessa strada che aveva provato a imboccare Nagel

La prima contromossa è stata l’operazione su Banca Generali. Cioè esattamente la strada alla quale aveva pensato Alberto Nagel, l’ad di Mediobanca, quando cercava di reagire all’assalto di Mps, mentre Delfin e Caltagirone marciavano ancora compatti nella stessa direzione. Con una differenza non proprio trascurabile. Nagel si era accorto abbastanza in fretta che sarebbe stato difficile vendere agli azionisti qualcosa che, in buona sostanza, era già loro, e quindi aveva lasciato perdere. Lovaglio invece ha tirato dritto.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Alberto Nagel (Imagoeconomica).

I mercati finanziari hanno però il vizio di conoscere l’aritmetica

La sua proposta prevede una distribuzione straordinaria di 1,208 euro per azione: 30,2 centesimi in contanti e 90,6 centesimi attraverso l’assegnazione di azioni Generali. Solo che quei soldi non arrivano da un benefattore, né spuntano dal cilindro di Rocca Salimbeni. Sono patrimonio di Mps e dunque appartengono già, indirettamente, agli azionisti della banca. Non si crea nuovo valore: si cambia semplicemente tasca a quello che già esiste. E siccome i mercati finanziari, a differenza di certe presentazioni agli investitori, hanno il vizio di conoscere l’aritmetica, quando una società distribuisce una parte del proprio patrimonio ecco allora che il suo valore si riduce in misura corrispondente.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Rocca Salimbeni, sede di Mps (foto Imagoeconomica).

Fin qui sarebbe quasi una partita di giro. Poi arriva il fisco e la partita diventa meno divertente. Come ha spiegato sul Sole 24 Ore il professor Franco Paparella, per una persona fisica residente in Italia l’imposizione del 26 per cento si applicherebbe sia alla componente cash sia a quella distribuita sotto forma di azioni Generali. Il conto stimato è di circa 31,4 centesimi per azione: più dei 30,2 centesimi ricevuti in contanti. Il valore era già dell’azionista, la tassa è nuova di zecca.

La proposta di Lovaglio era a sconto, non a premio come quella di Intesa

A questo punto la differenza tra le due offerte diventa piuttosto semplice. Intesa dice agli azionisti: aderite all’operazione e vi riconosciamo un premio. La controffensiva di Lovaglio suona invece più o meno in questi termini: votatemi e vi restituisco una parte di quello che è già vostro. Non a caso, rispondendo ai rilievi della Consob, la stessa banca senese ha dovuto riconoscere che la sua proposta era a sconto, non a premio come quella di Intesa Sanpaolo.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Luigi Lovaglio (foto Imagoeconomica).

La linea del Piave contro l’avanzata milanese si è parecchio indebolita

Nel frattempo anche il fronte senese, sul quale per settimane si è cercato di costruire una sorta di linea del Piave contro l’avanzata milanese, si è parecchio sgonfiato. Carlo Messina ha promesso di preservare identità, marchio e legame di Mps con Siena. Carlo Cimbri, patron di Unipol, vuole che la banca rimanga a Rocca Salimbeni e diventi capofila di un secondo polo bancario italiano. Il governo ha dichiarato la propria neutralità. E soprattutto hanno parlato gli azionisti: l’aumento di capitale di Intesa è stato approvato con il 96,96 per cento dei voti espressi, con gli investitori istituzionali vicini al 70 per cento dell’assemblea.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Luigi Lovaglio con l’ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina (foto Imagoeconomica).

Il fondo Norges ha reso pubblico il suo sostegno e l’aritmetica del voto indica l’appoggio anche di altri grandi azionisti, molti dei quali presenti pure nel capitale di Mps, BlackRock compresa. Resta il muro francese di Crédit Agricole, titolare del 29,3 per cento di Banco Bpm, che non ha dato segnali pubblici di aver cambiato posizione sulla difficoltà di giustificare una combinazione Mps-Bpm in termini di creazione di valore.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

Poi ci sono le autorizzazioni. E qui il calendario diventa interessante. Lovaglio ha continuato a sostenere che le operazioni difensive di Mps resteranno valide anche qualora l’Opas di Intesa dovesse chiudersi con successo, nonostante quelle mosse non avessero ancora ottenuto i necessari via libera delle autorità di vigilanza. Nel frattempo, però, dall’altra parte della barricata le autorizzazioni cominciano ad arrivare. Il 16 settembre Intesa Sanpaolo ha infatti comunicato di avere ricevuto dall’Ivass l’autorizzazione preventiva all’acquisizione delle partecipazioni qualificate indirette in Assicurazioni Generali, Axa Mps Assicurazioni Vita e Axa Mps Assicurazioni Danni. Un via libera arrivato con una rapidità che restringe ulteriormente lo spazio per trasformare le autorizzazioni in una trincea capace di rallentare l’operazione. Nello stesso comunicato Intesa informa che l’Antitrust ha aperto l’istruttoria sull’offerta, precisando che si tratta di un passaggio «come è prassi e come atteso». Insomma, mentre a Siena si studiano le barricate, a Milano cominciano ad arrivare i timbri.

Per trovare la vera sorpresa bisogna guardare a Trieste

Ma la conseguenza forse più sorprendente della strategia di Lovaglio non si trova né a Siena né a Milano: bisogna guardare a Trieste. Mps intende distribuire circa tre miliardi di euro di azioni Generali, oltre a un miliardo in contanti, mentre prova contemporaneamente a conquistare Banco Bpm e Banca Generali. La partecipazione nel Leone detenuta attraverso Mediobanca scenderebbe così dal 13,32 per cento a circa l’8,8 per cento. Non proprio un dettaglio: significherebbe rinunciare a quella maggioranza relativa che per 70 anni ha rappresentato un ancoraggio del risparmio italiano intorno al gruppo del Leone.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

Ed è forse il paradosso più vistoso dell’intera vicenda. Per difendere Mps dall’offerta di Intesa, Lovaglio mette sul tavolo una parte consistente delle azioni Generali. Per conquistare Banco Bpm e Banca Generali indebolisce il presidio sul Leone. E per convincere gli azionisti offre loro, almeno in parte, ciò che già possiedono. Con l’aggiunta del conto fiscale.

L’ad continua a spiegare che la guerra non è affatto finita

Mps continua a produrre comunicati per spiegare che le sue operazioni conserveranno validità anche se l’offerta di Intesa andrà a buon fine. Ma più aumentano le spiegazioni, più la vicenda sembra semplificarsi. Da una parte Intesa raccoglie il 96,96 per cento dei voti sull’aumento di capitale, rassicura Siena e comincia a incassare le autorizzazioni. Dall’altra Lovaglio distribuisce patrimonio, combatte su più fronti e continua a spiegare che la guerra non è affatto finita. Può darsi. Del resto i soldati la spuntano proprio quando la battaglia sembra perduta. Il problema, per Lovaglio, è capire quanti siano ancora disposti a darsi da fare per salvarlo.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

In casa della Leonardino Del Vecchio editore ci si muove tra i curriculum di cani da tartufi, penne deliziose e giovani raffinati analisti, i cui nomi sono tutti annotati nel taccuino di Mario Orfeo, l’uomo deputato a costruire la gioiosa macchina da guerra che farà di Quotidiano Nazionale un giornale coi controfiocchi. Almeno a guardare le ambizioni e i soldi messi in quantità per realizzarle.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Intanto però Leonardino, controverso erede di una dinastia che si sta dilaniando sull’eredità del padre, un merito ce l’ha: è anche grazie a lui se il morente mercato dei giornalisti si è improvvisamente ravvivato. Per anni non si muoveva foglia. Chi aveva una poltrona se la teneva stretta, chi la perdeva difficilmente ne trovava un’altra e gli editori, quando sentivano pronunciare la parola assunzione, d’istinto pensavano alla Madonna di Ferragosto.

Rimesso in movimento un settore dato per spacciato

Adesso invece si compra, si vende e soprattutto si paga. E pare anche parecchio. Merito di Del Vecchio, ma anche dei vari Theo Kyriakou e Alberto Leonardis, nuovi padroni di Repubblica e Stampa, che hanno rimesso in movimento un settore dato per spacciato.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Il vero deus ex machina resta però lui, Lmdv, specie adesso che può disporre come crede delle sue azioni Luxottica, per la soddisfazione delle banche che, avendogli prestato tanti soldi, cominciavano a spazientirsi. Dopo aver rilevato QN, cioè i quotidiani degli eredi Riffeser, ed essere salito al 30 per cento del Giornale (ma l’intenzione prima o poi è di prenderselo tutto), si è lasciato convincere da un’idea piuttosto controcorrente: che per fare i giornali servano i giornalisti. Così ha aperto il portafoglio e dato mandato al buon Orfeo di prenderne un bel manipolo.

Preso anche il Gianni Letta dell’editoria italiana

Nel frattempo ha irrobustito anche la componente manageriale con Francesco Dini, una specie di Gianni Letta dell’editoria italiana. Uno che con discrezione è passato da Carlo De Benedetti a John Elkann e adesso a Del Vecchio senza colpo ferire, sopravvivendo a proprietà e cambi della guardia. Dote non secondaria in un ambiente dove i padroni cambiano più spesso di chi li consiglia.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Francesco Dini (foto Imagoeconomica).

Resta da capire se Leonardino abbia capito fino in fondo in che mestiere si è infilato. Perché lui compra un po’ di tutto, dalle acque minerali ai ristoranti, dagli stabilimenti balneari alle case di produzione cinematografiche, e il sospetto è che consideri i giornali un’altra tessera da aggiungere al mosaico piuttosto variegato che sta mettendo insieme. Solo che un giornale non è un’acqua minerale e nemmeno un bagno sulla spiaggia: oltre a comprarlo, bisogna sapere che cosa farne. Ma questo, eventualmente, è un discorso che viene dopo.

Orfeo ha cominciato puntando ai bersagli grossi

Orfeo, ex direttore di Repubblica, dei telegiornali della Rai e di tanto altro, ha cominciato puntando ai bersagli grossi: Guido Boffo, che si era quasi accasato a Il Gazzettino di Venezia, e Mattia Feltri, che stazionava senza grandi prospettive alla guida dell’HuffPost per di più orfano di quel “Buongiorno” che quotidianamente lo gratificava di complimenti.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Ma la campagna acquisti è tutt’altro che conclusa. Sul taccuino di Orfeo ci sono Carmelo Caruso ed Ermes Antonucci del Foglio, Mattia Ferraresi di Domani, Alessandro Da Rold della Verità e Giacomo Salvini del Fatto Quotidiano. Poi gli opinionisti, da Edoardo Nesi a Pietrangelo Buttafuoco passando per Roberto Regoli, e altri che si aggiungeranno.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
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La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Leonardino del resto non bada a spese. E qui viene la parte che appassiona maggiormente le redazioni: gli stipendi. Si parla di cifre favolose che, secondo quello che nella letteratura orale si definisce racconto cumulativo, crescono passando di bocca in bocca. Uno guadagna 100, ma chi lo riferisce lo fa arrivare a 150, che dopo un caffè con uno che la sa più lunga sono già 200, fino all’ora dell’aperitivo, quando il fortunato con quel che prende potrebbe tranquillamente comprarsi un attico. Vero, falso? Poco importa. La notizia è che da parecchio tempo a nessuno passava per la testa di invidiare lo stipendio di un giornalista.

Cuzzocrea ha rifiutato la direzione dell’HuffPost

Il movimento non riguarda soltanto la nascente editoriale di Del Vecchio. L’uscita di Feltri dall’HuffPost ha lasciato libera una casella per la quale si era pensato ad Annalisa Cuzzocrea. Lei ci ha riflettuto e alla fine, a meno di un ripensamento all’ultimo minuto, ha preferito restare vicedirettrice di Repubblica. Non tutte le promozioni, viste da vicino, hanno necessariamente l’aria di esserlo.

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Annalisa Cuzzocrea (foto Imagoeconomica).

Adesso all’HuffPost dovranno cercare un altro direttore. E magari, già che ci sono, anche un modello di business sostenibile, visto che dalla nascita il sito ha una certa familiarità con il rosso dei bilanci. A Repubblica, intanto, Stefano Cappellini dovrebbe presto liberarsi di quell’interim che, appiccicato a un direttore, somiglia tanto a una data di scadenza.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Stefano Cappellini (Ansa).

Insomma, è tornato il calciomercato delle penne, liturgia che sembrava sepolta. Per 15 anni il settore ha conosciuto una sola direzione: l’uscita. Tagli, prepensionamenti, incentivi all’esodo: il giornalista, da depositario di un certo status, era diventato solo una voce di costo. Poi internet, i social, i bilanci in perdita, l’intelligenza artificiale, e ogni piano industriale finiva sempre allo stesso modo, col taglio dei redattori. Ora che le copie scendono, le edicole chiudono e da vent’anni si celebra il funerale della carta stampata, qualcuno ha ricominciato a cercarli. E perfino a pagarli molto bene.

Forse il valore di un giornale sta anche in quelli che lo fanno

Potrebbe essere il canto del cigno. Si sa che gli ultimi esemplari di una specie, quando diventano rari, acquistano valore. Oppure può darsi che i nuovi editori abbiano riscoperto una banalità che i vecchi avevano dimenticato: nell’epoca in cui tutti scrivono, postano e commentano, si ergono a influencer di non si sa bene cosa, un giornale ha ancora bisogno di qualcuno capace di trovare una notizia e magari anche di scriverla bene. Sarebbe una discreta vendetta della storia su chi pensava che il problema dei giornali fossero i giornalisti. Adesso che sono diminuiti, e i lettori pure, fatti due conti si è scoperto che forse il valore di un giornale stava anche in quelli che lo facevano.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power

Chi inizia ad annoiarsi con il risiko bancario potrebbe scoprire al rientro dalle ferie un’alternativa: il risiko degli yacht. Niente a che vedere con le solite facce dei vari Lovaglio, Caltagirone e Donnet. Questa è una storia di bellissime barche contese, di autorità italiane sbertucciate e forse anche di segreti militari trafugati.

Ferretti ha in portafoglio la crème della crème delle imbarcazioni di lusso

Il tribunale di Bologna e più avanti l’autorità del Golden power sono chiamati a pronunciarsi su un’inedita battaglia tra Pechino e Praga che si svolge sul suolo (o per meglio dire sul mare) italiano e ha per oggetto Ferretti, il gruppo che ha in portafoglio la crème della crème delle imbarcazioni di lusso (Ferretti, Itama, Riva, Pershing eccetera).

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Alberto Galassi (foto Imagoeconomica).

I cinesi del gruppo statale Weichai hanno controllato per anni la società con una quota di minoranza, lasciando però la gestione in mani italiane. Fino a maggio del 2026 la presidenza era affidata a Piero Ferrari (figlio del Drake) con l’amministratore delegato Alberto Galassi. Nel capitale c’è il magnate ceco Karel Komarek, già noto in Italia per essersi aggiudicato con Igt la gara per il Lotto.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Piero Ferrari.

Kkcg Maritime, questa la società di Komarek, voleva dare maggiore peso alla sua presenza in Ferretti, salendo dal 13 al 29 per cento. Ha stretto quindi un’alleanza con i manager italiani, insofferenti dell’invadenza cinese, lanciando un’Opa sulla maggioranza della Ferretti, che però è riuscita solo in parte (si è arrivati a poco più del 23 per cento).

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Karel Komarek (foto Imagoeconomica).

Addirittura è stata sconfitta la Banca d’Italia

Il 14 maggio i due contendenti si sono affrontati in assemblea e, a sorpresa, Weichai ha sconfitto Kkcg. Perché a sorpresa? Perché nel capitale di Ferretti ci sono circa 150 fondi italiani e stranieri che votano tutti per i cechi. Non solo: c’è addirittura la Banca d’Italia, con l’1,38 per cento del capitale. Via Nazionale, per tradizione, non vota in assemblea. Questa volta lo ha fatto ed è finita tra gli sconfitti. Cose mai viste.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Fabio Panetta, governatore di Bankitalia (Imagoeconomica).

I cinesi hanno eluso le regole di comunicazione e l’obbligo di Opa

Come hanno fatto i cinesi a vincere, per la precisione 52 per cento contro 47? Semplice: accanto a Weichai sono comparsi con pacchetti inferiori al 3 per cento – e quindi senza obbligo di notifica alla ConsobBank of China, AdTech, Yanjian International, Hong Kong Securities e altri soggetti cinesi per una quota del 10 per cento circa. Eludendo non solo le regole di comunicazione, ma anche l’obbligo di Opa.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power

Un manager bulgaro privo di esperienza (e il titolo crolla in Borsa)

Dopo l’assemblea di maggio gli italiani sono stati cacciati. Alla presidenza è arrivato un cinese e come amministratore delegato Stassi Anastassov, manager bulgaro di lungo corso, ma privo di esperienza nella cantieristica e nella nautica di lusso. Tanto è vero che dal suo insediamento il titolo Ferretti ha perso quasi il 20 per cento.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Stassi Anastassov, manager bulgaro.

C’è dell’altro? Sì, c’è molto altro. C’è la divisione difesa della Ferretti che produce scafi dual use (cioè buoni sia per le imbarcazioni da diporto sia per quelle militari) e che è valsa, secondo la presidenza del Consiglio dei ministri, la definizione di azienda strategica. Su questa base Weichai avrebbe dovuto notificare al Golden power il nuovo assetto azionario. Ma loro, zitti zitti, si sono limitati a far sapere che è un business minore in via di dismissione.

I dubbi dell’ex capo di Stato maggiore Camporini

Chi non la pensa così è però Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore e forse il massimo esperto di cose militari in Italia. In un articolo di giugno su Il Sole 24 Ore ha scritto: «Il gruppo Ferretti custodisce scafi plananti oltre i 45 nodi, carbonio che riduce la firma radar, propulsione ibrida che abbatte la segnatura acustica, competenze che convertono uno yacht veloce in un pattugliatore o in un mezzo d’assalto». Immaginate un barchino iraniano con quelle caratteristiche stealth lanciato contro una portaerei Usa e intercettabile solo quando è a portata di binocolo.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Vincenzo Camporini (foto Imagoeconomica).

La richiesta in America: mettete Weichai in black list

Anastassov ha minimizzato: «Abbiamo chiuso la divisione difesa, non ci interessa, sarebbe come chiedere a Ferrari di produrre un carro armato». Chiusa per andare dove? Nel polo nautico di Qingdao, sede della flotta settentrionale cinese? «Emerge un trasferimento di tecnologie produttive», ha scritto ancora Camporini, che ora nessun manager italiano potrà contrastare. In ogni caso, a non credere al manager bulgaro è il senatore repubblicano Jim Banks, un super falco ex ufficiale della Marina americana, che ha chiesto al segretario alla guerra Pete Hegseth di mettere il gruppo Weichai in black list. Ce n’è abbastanza perché il Golden power batta un colpo.

Il risiko degli yacht: le mani cinesi su Ferretti alla faccia del Golden power
Il senatore repubblicano Jim Banks (foto Ansa).

Le mani di Angelucci su Pulp Podcast

Il gruppo Angelucci sta mettendo in piedi una vera e propria corazzata in vista della campagna elettorale per le Politiche 2027. Ma il Giornale, Libero e il Tempo, seppur schieratissimi al fianco del governo di Giorgia Meloni, potrebbero non essere sufficienti. Così la famiglia del deputato leghista starebbe valutando il colpo grosso: a quanto apprende Lettera43, sarebbe in trattativa per acquisire addirittura Pulp Podcast di Fedez e Mr Marra.

I numeri di Pulp Podcast

Nato a fine 2024, Pulp Podcast conta attualmente oltre 380 mila iscritti al canale ufficiale YouTube e 300 mila follower su Instagram. Una potenziale gioiosa macchina da guerra per il centrodestra, utile per attirare il voto dell’ormai mitologica GenZ e degli elettori più giovani. L’operazione poi, sempre che vada in porto, non provocherebbe cataclismi. Da tempo infatti Fedez ha archiviato il passato filo-grillino e di attivista (restano le invettive ai microfoni di Muschio Selvaggio, al Concerto del Primo Maggio 2021 e a Sanremo 2023) per avvicinarsi in modo felpato al centrodestra.

Le mani di Angelucci su Pulp Podcast
Fedez al congresso dei giovani di Fi (Imagoeconomica).

L’avvicinamento di Fedez al centrodestra

Galeotto fu l’invito di Maurizio Gasparri al congresso dei giovani di Forza Italia nel maggio 2025 che Fedez accettò in cambio di un’ospitata del forzista in trasmissione. Qualche mese dopo, ad agosto, il rapper e la compagna Giulia Honegger, che da poco lo ha reso padre per la terza volta, vennero immortalati da Chi su uno yacht in Costa Smeralda con Ignazio La Russa e Daniela Santanchè. A invitarlo a bordo, in quel caso, si disse fosse stato Lorenzo Mazzaro, figlio dell’ex ministra del Turismo. Come dimenticare poi la puntata di Pulp Podcast con Giorgia Meloni dello scorso 19 marzo, proprio a ridosso del referendum della Giustizia. Insomma in caso di acquisto degli Angelucci, tout se tient.

Le mani di Angelucci su Pulp Podcast
Giorgia Meloni con Mr Marra e Fedez.

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?

Luigi Lovaglio gioca come se avesse in mano un asso. O almeno come se fosse convinto di averlo. E così, dopo aver spiegato una decina di giorni fa al cda di Mps che all’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) di Intesa non esisteva una vera alternativa, adesso l’ad del Montepaschi, uomo solo al comando, ne avrebbe trovate addirittura due che potrebbe presentare al cda convocato giovedì 20 agosto. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Luigi Lovaglio con Carlo Messina (Imagoeconomica).

L’ipotesi di doppia Ops su Bpm e Banca Generali

Quando al tavolo non sai più se rilanciare o passare, qualche volta la soluzione è cercare di rovesciarlo con una doppietta. La prima mossa avrebbe il sapore della vendetta. Un’Ops su Bpm, la banca dell’ex amico Giuseppe Castagna, quello che prima lo aveva corteggiato con quella che venne definita una «bella lettera d’amore» in cui proponeva il matrimonio tra i due istituti, e poi lo aveva lasciato al suo destino adducendo la contrarietà del Crédit Agricole, il suo azionista di riferimento. La seconda invece è su Banca Generali. Esattamente ciò che voleva fare Alberto Nagel quando Mediobanca era sotto l’attacco di Mps. Una nemesi quasi perfetta, se non fosse che rischia di assomigliare anche alla dimostrazione che Lovaglio, come Nagel prima di lui, sta cercando di sparare l’ultima cartuccia in un caricatore oramai vuoto. Che l’assalto a Bpm possa riuscire è ipotesi alquanto improbabile, specie pensando che Agricole difficilmente stenderebbe il tappeto rosso senza averci un forte tornaconto. Lato Siena ci sono anche le perplessità che attraversano il stesso consiglio di amministrazione, e poi c’è da fare i con la passivity rule, la regola che impedisce alla società sotto Opas di mettere in campo mosse capaci di ostacolare l’offerta senza passare per la delibera dell’assemblea degli azionisti, a maggioranza qualificata in caso di modifiche al capitale. Solo che Lovaglio, secondo chi conosce il dossier, sarebbe pronto a sostenere che nel suo caso la passivity rule non si applica, dicendosi pronto ad andare in causa per dimostrarlo. Una strada resa ancora più delicata dal fatto che sulla vicenda c’è anche l’attenzione della Procura che nel novembre scorso lo ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di concerto nella vendita di azioni Mps in mano al Mef. Insomma, la partita che fino a ieri sembrava soprattutto finanziaria rischia di diventare anche giudiziaria. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il cda del Monte viaggia a ranghi ridotti

Il paradosso è che Lovaglio prepara le sue contromosse mentre il cda di Mps viaggia ancora a ranghi ridotti. Dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il consiglio è rimasto con 13 membri anziché 15. Quattro consiglieri di minoranza hanno chiesto di reintegrarlo immediatamente attraverso la cooptazione di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro, primi due non eletti della lista del cda. La banca sostiene che la procedura stia seguendo l’iter richiesto dalla Bce. Resta il fatto politico e societario: mentre si ragiona di Ops, contro-Ops e operazioni capaci di ridisegnare gli equilibri del sistema bancario italiano, due sedie del consiglio continuano a essere vuote. E sono proprio due sedie che spetterebbero alla minoranza. Un dettaglio soltanto in apparenza, perché quando si progettano operazioni destinate a cambiare la fisionomia di una banca, la composizione dell’organo chiamato a valutarle diventa parte della sostanza. Soprattutto se attorno al tavolo non regna esattamente l’unanimità. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
La sede del Monte dei Paschi di Siena (Getty Images).

Il jolly di Trieste

Lovaglio però sembra non avere più molto da perdere. E forse proprio per questo continua a comportarsi come l’uomo delle missioni impossibili. È pronto a giocarsi tutto, compreso il patrimonio della banca. Sul tavolo potrebbe finire infatti anche la partecipazione in Generali, ceduta in tutto o in parte per trovare le risorse necessarie a distribuire un dividendo straordinario agli azionisti e rendere meno appetibile l’Opas di Intesa. Solo che quel pacchetto del 13 per cento è nella disponibilità di Mediobanca, visto che la fusione tra Rocca Salimbeni e Piazzetta Cuccia s’ha ancora da fare. Naturalmente, come auspicano anche molti esponenti del governo scottati a suo tempo dall’accusa di tifare per Siena, l’ultima parola dovrebbe averla il mercato. Il condizionale però in questa storia è d’obbligo. Perché un conto è difendere l’autonomia di una banca, un altro è trasformare quella difesa nella battaglia personale di chi la guida. E quando per salvare la casa si cominciano a vendere i mobili di pregio, qualche domanda sul prezzo finale dell’operazione diventa inevitabile. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Imagoeconomica).

Il Pd dimentica il costo della «senesità» del Monte

Ma Lovaglio non ha cercato sponde soltanto nella finanza. Ha bussato anche alla politica. E qui il risultato più sorprendente lo ha ottenuto con il Pd, che per bocca del suo responsabile economico Antonio Misiani è arrivato a invocare il mantenimento della «senesità» del Monte. Una conversione che avrebbe qualcosa di commovente se la memoria non fosse una bestia così fastidiosa.  Perché fu proprio negli anni in cui la sinistra esercitava un controllo ferreo sulla banca che Mps si imbarcò nell’acquisizione di Antonveneta, l’operazione destinata a diventare il simbolo della sua rovina. Un’avventura pagata a carissimo prezzo, che contribuì a trascinare il Monte verso una crisi dalla quale sarebbe stato difficilissimo uscire senza l’intervento dello Stato e quindi dei contribuenti. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Antonio Misiani (Imagoeconomica).

Così oggi il partito che vide la banca precipitare quando la «senesità» era garantita soprattutto dalla presa della politica sul Monte riscopre proprio quella senesità come valore da difendere. Lovaglio è riuscito nel piccolo miracolo di trasformare una delle pagine che il Pd senese avrebbe interesse a dimenticare nell’argomento con cui chiedere che tutto resti com’è. Ed è forse questo il bluff più riuscito dell’intera partita. Perché il punto non è stabilire se Siena debba perdere il Monte o se Mps debba necessariamente finire nelle mani di qualcun altro, ma è capire dove finisca la difesa della banca e dove cominci quella di chi la guida. E soprattutto perché, ogni volta che qualcuno pronuncia la parola «senesità», ci si dimentichi di chiedere quanto sia costata l’ultima volta che la politica decise di difenderla. Il poker ha una regola che vale anche quando sul tavolo ci sono miliardi: si può bluffare fino all’ultima carta. Il problema arriva quando qualcuno chiede di vederla. 

L’ultimo poker di Lovaglio: difendere Mps o difendere se stesso?
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop

Nella rete ex Tim che fa capo a FiberCop, controllata dal fondo americano Kkr, la partita per la poltrona di amministratore delegato si è trasformata in un braccio di ferro istituzionale. Il primo nome, alla costituzione della società, era stato quello di Luigi Ferraris, arrivato dalla presidenza di Ferrovie dello Stato. Se n’è andato in meno di sei mesi, lasciandosi alle spalle un’intervista al Financial Times che in tanti, dentro Kkr, ricordano ancora come uno degli episodi più imbarazzanti della storia del fondo. Le sue deleghe sono finite tutte nelle mani di Massimo Sarmi, che da presidente si è ritrovato anche amministratore delegato a tutti gli effetti, cumulando le due cariche. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Massimo Sarmi (Imagoeconomica).

I rapporti con Tim sono ai minimi storici

Da allora la situazione, sussurrano i bene informati, non avrebbe fatto che peggiorare. Il bilancio 2025 si è chiuso con una perdita di oltre 200 milioni e per quest’anno si parla già di un Ebitda negativo per oltre 200 milioni di euro. Numeri pesanti per una società dal valore di 18,8 miliardi di euro, debito compreso, che nel frattempo litiga apertamente con Tim sui termini dell’accordo di cessione della rete, perfezionato nel luglio 2024. Nei corridoi si racconta che i rapporti tra le due aziende siano ai minimi storici: l’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, non perderebbe occasione per far pesare a Sarmi ogni disservizio segnalato dai clienti. Una sorta di sveglia quotidiana alla quale in FiberCop si sarebbero ormai abituati, senza però riuscire a dare risposte operative. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
L’ad di Tim Pietro Labriola (Imagoeconomica).

L’emorragia di manager (senza esperienza di rete)

Quello che colpisce, più ancora dei numeri, è il turnover ai vertici e il tratto che accomuna quasi tutti i manager usciti di scena: pochissimi arrivavano dal mondo delle telecomunicazioni e nessuno è rimasto abbastanza a lungo da lasciare qualcosa di diverso da un vuoto – un buco, si dice in FiberCop – da riempire in fretta. Ha lasciato Riccardo Busani, chief strategy officer, arrivato direttamente da Kkr e già membro del board di FiberCop prima di assumere l’incarico operativo. Stessa sorte è toccata a Simone Bonannini, responsabile commerciale, che aveva affiancato Kkr nella fase di acquisizione della rete da Tim, e ad Alberto Boffelli, chief corporate officer, che nei fatti svolgeva il ruolo di direttore generale. Se n’è andato anche Gabriele Mandurino, alla guida dell’immobiliare, e prima ancora Alessandro Mona, arrivato da Ariston a capo degli acquisti e rimasto meno di un anno. Al suo posto è stato chiamato Dario Pantaleo, proveniente da Ferrero, altro nome senza trascorsi nel settore. Ultimo, in ordine di tempo, l’addio di Fabio Ruffini, capo dell’investor relations arrivato a marzo in vista di una possibile Ipo nel 2028, che a fine agosto passerà ad Acea. Manager provenienti dal largo consumo, dalla cosmesi, dal packaging, dal real estate, dalle ferrovie: profili scelti, dicono in FiberCop, senza una conoscenza diretta delle dinamiche industriali di una rete in rame e fibra. Il risultato, fanno notare i critici, è sotto gli occhi di tutti: partenze dopo pochi mesi, caselle nuovamente da riempire e pezzi di continuità operativa che si perdono per strada

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Fabio Ruffini (da LinkedIn).

Il ruolo di Sarmi e la sponsorizzazione di Nespolo 

Non è un caso, notano osservatori vicini al dossier, che sia stato proprio Sarmi, nella sua doppia veste di presidente e amministratore delegato, a favorire l’ingresso di manager privi di esperienza specifica sulla rete. Una scelta che gli avrebbe consentito di mantenere saldamente nelle proprie mani la guida dell’azienda, senza contrappesi tecnici interni abbastanza forti da contestarne le decisioni. In quest’ottica si spiegherebbe anche il sostegno di Sarmi alla candidatura di Marco Nespolo

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Marco Nespolo (Imagoeconomica).

Chi spinge per la nomina dell’ad di Fedrigoni

Per la successione, Kkr avrebbe individuato proprio Nespolo, amministratore delegato delle Cartiere Fedrigoni, controllate da Bain Capital. Fedrigoni produce carte speciali ed etichette di alta gamma, soprattutto per il settore vinicolo: un profilo industriale, sostengono in Kkr, abituato a gestire contesti complessi, ma certamente più familiare con l’umidità delle cantine che con i guasti nelle centraline. La spinta più forte a favore di Nespolo arriverebbe dall’interno dello stesso fondo, in particolare da James Gordon, che ha seguito l’operazione FiberCop fin dalle origini, e dal suo diretto superiore Mattia Caprioli, a capo di Kkr per l’Europa. Gordon è stato anche compagno di master di Nespolo, un rapporto che non sarebbe stato estraneo alla scelta del manager di Fedrigoni. La cui candidatura, però, non convince i soci di minoranza: Adia, il fondo sovrano di Abu Dhabi che possiede il 17,5 per cento, e soprattutto il Mef, titolare del 15,93 per cento, che pur non potendo imporre un proprio candidato ha fatto sapere di non gradire quello scelto da Kkr. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Mattia Caprioli (Imagoeconomica).

La rosa di candidati scartati

L’obiezione principale è semplice: Nespolo ha guidato una realtà industriale di dimensioni assai più contenute, mai un gruppo da 10 mila dipendenti diretti e 30 mila esterni come FiberCop. Ma Gordon non vuole sentire ragioni: la scelta, ribadisce, spetta per statuto a Kkr e il fondo l’ha fatta dopo aver passato al setaccio una rosa iniziale di 20 profili e ristretto progressivamente la short list. Sono stati scartati, secondo indiscrezioni, nomi più noti come Stefano Donnarumma, che avrebbe guardato con interesse a FiberCop prima di essere allontanato da Ferrovie dello Stato; Marco Patuano, dato in cerca di un rientro in Italia dopo l’esperienza in Cellnex in Spagna, e Paolo Bertoluzzo, ex ad di Nexi, il cui nome, secondo alcuni fondi, resterebbe legato all’andamento non brillante del titolo durante il suo mandato. Alla fine, da una rosa di 20 manager industriali, alcuni dei quali con esperienza nelle telecomunicazioni, Kkr avrebbe scelto proprio chi di telecomunicazioni non si è mai occupato. Un paradosso che nel settore in pochi riescono a spiegarsi. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Stefano Donnarumma (Imagoeconomica).

I due profili ancora in corsa

Eppure, nonostante Kkr consideri la partita chiusa, oltre a Nespolo restano in corsa due profili di segno opposto. Il primo è quello di Paolo Gallo, amministratore delegato di Italgas dal 2016, con un passato in Grandi Stazioni e Acea e sostenuto da Caltagirone. Da tempo Gallo cercherebbe una via d’uscita da Italgas, dove siede al vertice ormai da nove anni, e un approdo a FiberCop libererebbe una poltrona assai ambita nel giro delle nomine pubbliche

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Paolo Gallo (Imagoeconomica).

Il secondo è quello di Stefano Siragusa, consigliere di Tim, ex vicedirettore generale del gruppo e per anni responsabile della rete fissa. Fu lui, su mandato dell’allora amministratore delegato Luigi Gubitosi, a ristrutturare la rete dell’ex monopolista e a disegnare l’architettura che avrebbe poi dato vita a FiberCop. Lasciò Tim perché contrario alla vendita della rete: avrebbe preferito la creazione di una rete unica sotto la guida di Cdp, con Kkr e Macquarie nel ruolo di soci di minoranza. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Stefano Siragusa (dal sito Tim).

La contromossa di Kkr: la poltrona a Soro 

Di fronte alle resistenze del Mef sulla nomina di Nespolo, che Kkr considera chiusa e definitiva già dal 30 luglio, il fondo avrebbe deciso di giocare su un altro tavolo: offrire al direttore generale del Tesoro, Francesco Soro, la presidenza di FiberCop quando il mandato di Sarmi arriverà a scadenza, nella primavera del 2027. Una contropartita istituzionale prima ancora che manageriale: la presidenza a un uomo del Tesoro per ammorbidire la linea del ministero sulla scelta dell’amministratore delegato e far digerire al Mef un nome, quello di Nespolo, che a Roma non è mai davvero piaciuto. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Francesco Soro (Imagoeconomica).

L’ombra di Grilli potrebbe accelerare il progetto rete unica 

Ma c’è un altro nome che, nei conciliaboli fioriti attorno alla partita FiberCop, torna con crescente insistenza: Vittorio Grilli. Ex ministro dell’Economia, prima in JpMorgan e oggi presidente di Mediobanca, Grilli è stato tra i principali interlocutori italiani nella trattativa che nel 2023 ha portato Kkr a rilevare la rete da Tim. Un dossier sul quale, insieme al capo di gabinetto di Palazzo Chigi Gaetano Caputi, ha lavorato a stretto contatto con i vertici del Mef, imparando a conoscere uomini e stanze del Tesoro meglio di molti altri. Oggi Grilli veste anche i panni di advisor dello stesso fondo americano, dopo essere stato dall’altra parte del tavolo come consulente della componente pubblica. Una posizione che lo colloca in un punto di osservazione privilegiato proprio mentre Kkr cerca di smussare le resistenze del Mef sulla successione a Sarmi. Ed è qui che riemerge un’ipotesi mai del tutto tramontata: quella della rete unica, con la componente pubblica, Cdp in testa, chiamata ad assumere un ruolo più incisivo e Kkr e Macquarie ridotti a soci finanziari di minoranza. Un disegno che, qualora Grilli decidesse di spendere il proprio credito istituzionale in questa direzione, troverebbe in lui un interlocutore tutt’altro che marginale presso il Tesoro. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Vittorio Grilli (Imagoeconomica).

Poste, il convitato di pietra 

Sullo sfondo resta infine un attore che sul dossier non ha ancora parlato, ma che osserva la partita con attenzione crescente: Poste Italiane. L’obiettivo dichiarato di Matteo Del Fante e del condirettore generale Giuseppe Lasco è la digitalizzazione del Paese, un mandato che difficilmente può prescindere dall’infrastruttura sulla quale quella digitalizzazione poggia. Resta da capire chi, tra i tre nomi superstiti, riuscirà davvero a portare Kkr e Mef a un’intesa. Nel frattempo, mentre il totonomi si consuma tra Roma, Milano e New York, molti nel settore sono ancora in ferie. E c’è chi scommette che qualcuno, in questi giorni, stia sorseggiando un calice con addosso proprio un’etichetta Fedrigoni, senza immaginare che Kkr vorrebbe mettere chi la produce sulla poltrona più importante di FiberCop. 

Cosa c’è dietro il braccio di ferro per il nuovo ad di FiberCop
Matteo Del Fante e Giuseppe Lasco (Imagoeconomica).

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita

Nella semiotica del potere i pranzi hanno una duplice funzione. Una secondaria: mangiare perché, parafrasando Battiato, bisogna pur che lo stomaco esulti. E una primaria: farsi vedere. Quello della scorsa settimana alla romana trattoria Stendhal, in Galleria Sordi, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da una parte della tavola, Enrico Mentana, dall’altra Mirja Cartia d’Asero, amministratrice delegata di Gedi, la casa editrice di Repubblica. Siamo a pochi passi da Palazzo Chigi e dal Transatlantico. Il ristorante, che ha una convenzione con la Rai, è molto frequentato dai suoi giornalisti. Se l’obiettivo fosse stato quello della discrezione, la scelta del luogo sarebbe stata quantomeno opinabile. Naturalmente nessuno dei due commensali si è soffermato più di tanto sul menù, essendo ben altro l’argomento in agenda. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Mirja Carta d’Asero (Imagoeconomica).

Il tira e molla con La7 e la tentazione Kyriakou

Mentana infatti ha il contratto con La7 in scadenza a fine anno. È vero: ogni rinnovo del direttore del TgLa7 assomiglia a una partita di poker. Lui fa ammuina, rilancia, Urbano Cairo aspetta, gli osservatori scommettono dividendosi tra divorzio e continuazione del matrimonio. Finora, dopo plateali tira e molla, è sempre arrivata la fumata bianca. Mentana resta al timone della sua creatura, il patron di La7 tira un sospiro di sollievo. Va avanti così da sempre, un copione che gli addetti ai lavori conoscono a memoria. Ma in questo caso, a differenza del passato, una differenza c’è. Per la prima volta dopo 15 anni Mentana ha un’alternativa credibile. E, soprattutto, un editore deciso a convincerlo. Theo Kyriakou, il nuovo proprietario di Gedi, non ha mai nascosto di voler costruire un gruppo multimediale molto più aggressivo di quello ereditato dagli Agnelli. E il tassello fondamentale del progetto sarebbe una televisione all news sul modello della Cnn, un’ambizione che il magnate greco racconta come se gli studi fossero già in piedi, e mancasse solo il taglio del nastro. Per costruire una televisione, però, servono i mattoni, ovvero i soldi. E quelli, pare, ci sono già. Ci vuole anche tempo, ma non troppo, vista la determinazione con cui il greco si muove. Quello che serve è soprattutto un volto. E in Italia, piaccia o no, il volto dell’informazione televisiva continua a essere quello di Mentana, l’unico one man show in grado di costruire il giocattolo e portarlo al successo. Lo ha fatto col Tg5, poi con Tg La7, non si vede perché non possa ancora replicare.  

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Enrico Mentana e Urbano Cairo (Imagoeconomica).

Sul piatto ci sarebbe anche la direzione di Repubblica

L’idea che circola con sempre maggiore insistenza è quella di affidargli non soltanto la nuova all news, ma anche la direzione di Repubblica, almeno nella fase di transizione in cui il quotidiano resterà dentro il perimetro Gedi perché si sa che Kyriakou la passione per la carta non l’ha mai avuta. Un doppio incarico che trasformerebbe Mentana nel vero architrave editoriale del nuovo corso. È anche alla luce di questo scenario che acquista un significato diverso la scelta di affidare la direzione del quotidiano a Stefano Cappellini soltanto ad interim. Non necessariamente un ripiego. Piuttosto una soluzione che consente all’editore di aspettare senza scoprire troppo le carte. Se Mentana accettasse la sfida, Cappellini potrebbe diventare il suo uomo di fiducia, magari con un ruolo da condirettore operativo, lasciando al nuovo arrivato il compito di imprimere la linea e il peso politico del giornale. Anche alcuni dettagli, che presi singolarmente sembravano semplici coincidenze, finiscono così per assumere un’altra luce. Le recenti critiche di Mentana alla sua rete, descritta come troppo schierata contro Giorgia Meloni. L’assenza alla presentazione dei nuovi palinsesti lo scorso 8 luglio. E un rinnovo di contratto che, nonostante qualche abboccamento, continua a non arrivare. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Enrico Mentana (Imagoeconomica).

Nel dubbio Cairo ha pre-allertato Floris

Naturalmente Cairo non è tipo da arrendersi senza combattere. Sa perfettamente quanto Mentana rappresenti il marchio identitario della sua televisione. Il suo addio significherebbe perdere, insieme ad ascolti e riconoscibilità, quel patrimonio di credibilità che anche gli avversari gli riconoscono. Non un dettaglio. Nel dubbio, però, Urbano ha pre-allertato Giovanni Floris, conduttore di punta considerato all’interno l’unico in grado di succedere al direttorissimo. Non una riserva qualunque: è il nome che Cairo tiene pronto per il giorno in cui Mentana varcasse davvero la soglia di Gedi. Dopo aver reinventato il telegiornale di La7 e averlo reso uno dei protagonisti dell’informazione generalista, a 71 anni potrebbe essere tentato dall’ultima grande avventura professionale. Costruire qualcosa di nuovo, invece di limitarsi a presidiare ciò che già esiste. Se l’incontro alla trattoria Stendhal ha sortito qualcosa, lo capiremo dopo l’estate. Se invece era soltanto un pranzo, resta la curiosità di sapere che cosa c’era nel piatto. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Giovanni Floris (Imagoeconomica).

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi

Chissà di cosa hanno discusso la scorsa settimana a New York il presidente di Mediobanca Vittorio Grilli e l’ad di EssilorLuxottica Francesco Milleri. Qualche sospetto viene. Dopo che il 17 luglio il cda di Montepaschi ha respinto l’offerta di Intesa Sanpaolo, infatti, le grandi manovre del risiko bancario sono riprese. «Non congrua», è stato il verdetto di Siena. Nel linguaggio felpato dei consigli d’amministrazione significa due cose: o ci si sfila oppure si prova ad alzare il prezzo. Ma questa volta il denaro spiega solo una parte della vicenda. Il resto parla di equilibri di potere, di politica e di quella neutralità che i governi proclamano con convinzione salvo dimenticarsene quando la partita entra nel vivo. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Mps, Bpm e il ruolo di Crédit Agricole

Luigi Lovaglio aveva immaginato una Mps predatrice. In parte gli è riuscito, con l’operazione su Mediobanca. Adesso l’ad di Rocca Salimbeni cambia spartito e guarda a Banco Bpm, riesumando il vecchio progetto del terzo polo bancario. Un’idea che a Roma non passa mai di moda perché, più che un disegno industriale, è sempre stata un’ossessione politica travestita da strategia. La coerenza, del resto, non è mai stata il requisito fondamentale di questa storia. La stessa Bpm che oggi diventa la sposa ideale di Montepaschi è la banca sulla quale appena un anno fa Palazzo Chigi aveva sventolato un ineffabile golden power per fermare Unicredit, invocando la tutela del risparmio nazionale. Nel frattempo, però, quello stesso scudo è rimasto appeso al muro mentre Crédit Agricole saliva silenziosamente fino a sfiorare il 30 per cento di Bpm, la soglia oltre la quale scatterebbe l’obbligo di Opa. Se il matrimonio con Siena andrà in porto, i francesi non saranno gli invitati d’onore ma quelli che pagano il ricevimento. Con una quota tra l’11 e il 12 per cento finiranno infatti per diventare il primo azionista del nuovo gruppo. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Giuseppe Castagna con Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro la banque verte c’è Delfin

Ed è qui che il racconto assume i contorni, come direbbero Oltralpe, di un roman à clef. Dietro Crédit Agricole c’è Delfin, la cassaforte lussemburghese della famiglia Del Vecchio, primo azionista privato di Montepaschi, secondo di Generali e protagonista di buona parte delle grandi partite della finanza italiana. A sua volta Delfin, dentro EssilorLuxottica, divide il tavolo con lo Stato francese attraverso Bpifrance e Caisse des Dépôts, l’equivalente della nostra Cdp. Se poi il ricambio generazionale nella famiglia (progetto per ora in stallo), quello che vedrebbe Leonardo Maria rilevare le quote dei fratelli in un’operazione da 11 miliardi, dovesse essere finanziato da un pool guidato proprio da Crédit Agricole e Bnp Paribas, allora il cerchio si chiude quasi da solo. Tutte le strade del risiko, parafrasando i romani, portano a Parigi. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

La vera posta in gioco è Generali

La vera posta in gioco, però, non è Siena. È il 13 per cento di Generali che Montepaschi si è ritrovata in portafoglio grazie all’acquisizione di Mediobanca. È quella la leva con cui si potrebbe orientare il futuro del Leone, magari avvicinandolo ad Axa, che non ha mai smesso di guardare Trieste come oggetto del suo desiderio. 

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Philippe Donnet (Imagoeconomica).

Una bandiera (francese) e due misure

In tutto questo Giancarlo Giorgetti, dopo essersi oltremodo esposto per fermare Unicredit, ha trascorso l’ultimo anno coltivando l’immagine del ministro neutrale. Il golden power lo teneva nel cassetto senza usarlo, salvo ricordare al Senato che avrebbe potuto valere «anche tra banca italiana e banca italiana». Adesso per il titolare del Mef quella neutralità sembra essersi trasformata di nuovo in regia. Poco importa se il principale beneficiario di un eventuale matrimonio tra Milano e Siena, con annessa partita su Generali, rischia di parlare sempre più francese. Viene quasi da chiedersi se a Via XX Settembre qualcuno abbia finito per confondere il verde della Lega con quello della banque verte, come i francesi chiamano con orgoglio Crédit Agricole. Fa sorridere soprattutto pensando che appena sette mesi fa gli azionisti forti di Generali, Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, avevano combattuto con ogni mezzo il progetto di joint venture con la francese Natixis sul risparmio gestito, denunciando il rischio che una fetta consistente del risparmio italiano finisse sotto controllo straniero. Evidentemente alcune bandiere diventano meno ingombranti quando cambia il vento politico

Mps, Bpm e Crédit Agricole: tutte le strade del risiko portano a Parigi
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il solito golden power a geometrie variabili

Restano così le domande che a Palazzo Chigi nessuno sembra avere troppa voglia di affrontare. Se il golden power è servito a fermare gli italiani su Banco Bpm, perché non dovrebbe valere anche quando ad avanzare sono i francesi? E se il terzo polo nascerà con la benedizione di Roma ma con gli equilibri che portano sempre più verso Parigi, di quale italianità stiamo davvero parlando? Giorgia Meloni, che negli ultimi mesi forse distratta dall’avvicinarsi delle elezioni è sembrata seguire con minore attenzione i grandi dossier finanziari, farebbe bene a prestare attenzione all’evolversi del risiko. Dove tutti si stanno dando un gran daffare. Come Grilli e Milleri che nella Grande Mela si immagina non abbiano parlato della bellezza dei grattacieli.

Secolo XIX, il casting degli Aponte per sostituire Brambilla

Da tempo si sa che gli Aponte, quelli di MSC crociere, non sarebbero particolarmente soddisfatti del direttore del Secolo XIX, quotidiano di cui hanno rilevato la proprietà da Gedi nel 2024. Il motivo sarebbe sempre lo stesso: Michele Brambilla, per altro scelto da loro, è poco incline ad accompagnare i desiderata dell’establishment cittadino, in particolare del presidente della Regione Marco Bucci, con cui si è spesso scontrato lamentandone l’invadenza. Così, con la pazienza degli armatori abituati a scegliere i comandanti delle loro navi, avrebbero aperto il casting per il nuovo direttore.

Secolo XIX, il casting degli Aponte per sostituire Brambilla
Gianluigi Aponte (Imagoeconomica).

Tra i nomi sondati c’è anche quello di Malaguti

Tra i nomi sondati c’è stato anche quello di Andrea Malaguti, appena uscito dalla direzione della Stampa in coincidenza del suo passaggio alla Sae di Alberto Leonardis. Un incontro c’è stato, ma per il momento senza seguito. Malaguti, dopo la direzione, è diventato editorialista del quotidiano torinese. La cosa curiosa, semmai, è un’altra. Se davvero il problema di Brambilla è quello di avere la schiena troppo dritta, quale ragionamento porta a pensare che Malaguti possa essere più disponibile a piegarla? Perché, con tutti i difetti che si possono attribuire ai due, ce n’è uno che difficilmente si può contestare loro: non hanno mai costruito la loro carriera inginocchiandosi davanti agli editori o ai potenti di turno. Forse il vero casting non è quello del nuovo direttore. È quello dell’editore ideale: uno che cerca un giornalista indipendente e poi non si stupisce se si comporta da giornalista come tale.

Secolo XIX, il casting degli Aponte per sostituire Brambilla
Andrea Malaguti (Imagoeconomica).

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Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?

Per anni Banca Ifis ha investito una cifra monstre in immagine, sponsorizzazioni, mostre, eventi e convegni d’ogni sorta, costruendo l’aura dell’istituto diverso da tutti gli altri: vellutato, colto, mecenate, banca con l’anima, non solo attenta al vil denaro. E i dipendenti, chiamati Ifis people come fossero una classe di eletti, dovevano essere orgogliosi di lavorare lì. Una macchina del consenso oliata alla perfezione, capace di travestire da fondazione culturale un gruppo che tra i principali mestieri ha più prosaicamente quello di vendere crediti deteriorati.

Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?
Il presidente di Banca Ifis Ernesto Fürstenberg Fassio presenta l’opera restaurata “Il bambino migrante” dello street artist Banksy (foto Ansa).

Le banche d’affari hanno certificato il disastro

A certificare il disastro hanno provveduto le banche d’affari, matita rossa impugnata con ineludibile severità. Intesa Sanpaolo da buy a neutral, con target price quasi dimezzato da 27,6 a 15,2 euro e stime di utile per azione 2026 tagliate del 70 per cento. Banca Akros da accumulate a neutral, prezzo obiettivo anche qui dimezzato da 28 a 14,8, e quel pudico riferimento alla «fase di transizione» con cui in finanza si indica il momento in cui non si capisce più granché. Persino la generosa Equita, che il buy lo conserva, ha dovuto resettare le attese e allinearsi alla parte bassa della guidance, da 28 a 19 euro.

Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?
Ernesto Fürstenberg Fassio (foto Ansa).

Ciò che ieri era un asset strategico oggi è diventato zavorra

All’origine del patatrac, la decisione di avviare la vendita del business Npl, quei crediti deteriorati raccontati per anni come il gioiello di famiglia, per deconsolidarli, complici le nuove regole sul calendar provisioning. Tradotto: ciò che ieri era un asset strategico oggi è diventato zavorra da scaricare in fretta. E la guidance 2026, già che c’eravamo, ridotta da 170-190 a 100-110 milioni, una notizia comunicata con la nonchalance di chi annuncia un semplice cambio di stagione.

Una promessa su cui il mercato ha smesso di credere

Il punto delicato, però, sta nei tempi. Il deconsolidamento arriva pochi mesi dopo l’acquisizione di Illimity, la banca di Corrado Passera che Ernesto Fürstenberg Fassio e l’amministratore delegato Frederik Geertman hanno portato in casa con un’Ops costruita anch’essa su una narrazione di crescita e visione. Il copione era quello del gruppo che si fa grande comprando il futuro. Salvo poi scoprire che, mentre si recitava la parte dell’acquirente ambizioso, il motore storico della redditività, proprio gli Npl, andava smontato perché il regolatore non lo finanzia più a buon mercato. Il presidente che mette il nome sull’operazione e il manager che la esegue ora condividono la titolarità di una promessa su cui il mercato, numeri alla mano, ha smesso di credere.

Banca Ifis dimezzata in Borsa: chi paga il conto del disastro ora?
Ernesto Fürstenberg Fassio (foto Ansa).

Di solito in questi casi prima o poi qualche testa rotola

Ora il futuro si regge più sulle speranze che sulle certezze, tant’è che Banca Ifis ha rinunciato a fare previsioni. Resta da capire chi pagherà il conto di uno spettacolo partito come festa e trasformatosi in un film dell’orrore. Perché una regola non viene mai meno: quando un titolo in due sedute dimezza la sua capitalizzazione di Borsa, prima o poi qualche testa rotola. Di solito, si comincia da quella di coloro che prima del crollo hanno imbastito la sceneggiatura.

Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio

In ogni operazione finanziaria, grande o piccola che sia, arriva il momento in cui la narrazione (abilmente costruita a suon di storytelling e munifici investimenti pubblicitari) incontra il bilancio. Per Banca Ifis quel momento è arrivato venerdì 26 giugno, con un crollo in Borsa che in tarda mattinata ha sfiorato il 40 per cento. Non quella che gli analisti chiamano una correzione di un titolo giudicato sopravvalutato, ma proprio una resa dei conti.

L’utile 2026 si è quasi dimezzato rispetto alle promesse

Il mercato, che pur nei mesi scorsi aveva applaudito la scalata a Illimity, la banca fondata da Corrado Passera, ha deciso di leggere bene i numeri. L’utile 2026, che a febbraio il presidente Ernesto Fürstenberg Fassio prometteva tra i 170 e i 190 milioni «in assenza di shock geopolitici», si è quasi dimezzato a 100-110 milioni. Un tonfo tanto più clamoroso se si pensa che, complice il risiko bancario in corso, l’intero settore viaggia sui massimi. Evidentemente lo shock Banca Ifis ce l’aveva già in casa, e si chiama appunto Illimity. Un brutto inciampo per le ambizioni di Fürstenberg Fassio.

Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
Corrado Passera (foto Imagoeconomica).

Fuori dai crediti spazzatura proprio mentre si scopre di averne ereditati

Da notare l’ironia, tipica di quelle che la finanza confeziona con rara perfidia. Banca Ifis ha comprato l’istituto di Passera con l’idea di crescere nella specialty finance, ma nel frattempo aveva dato l’addio al business degli Npl, quello dei crediti deteriorati, prevalentemente nel segmento di mercato small tickets unsecured, crediti di piccolo taglio e senza garanzia. Cioè il mestiere che ne ha fatto la fortuna. Quindi la banca veneziana di Fassio esce dai crediti spazzatura proprio mentre scopre di averne ereditati a sufficienza altrove. Un miliardo e mezzo di portafoglio messo in vendita, firma entro l’anno, perfezionamento «a inizio 2027». Almeno si spera.

Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis (foto Imagoeconomica).

Comprarsi un competitor e portarsi in dote anche i rilievi della Vigilanza

Ma il capitolo più istruttivo è quello degli accantonamenti: 70 milioni, già stanziati, di cui 30 su «alcune esposizioni creditizie di grandi dimensioni» riviste con approccio «ancor più conservativo». Gli altri 40 su esposizioni cartolarizzate di Illimity, su cui Bankitalia aveva già acceso un faro, di cui Banca Ifis si è fatta carico con la sua acquisizione. Insomma, un capolavoro: si compra un competitor per le sinergie e ci si porta in dote anche i rilievi della Vigilanza. Che infatti è in casa: ispezione conclusa, rapporto finale atteso «tra la fine di luglio e l’inizio di settembre». Tradotto dal banchese: prima dell’estate non si sa nulla.

Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
Banca Ifis.

A scongiurare il crollo della baracca sono arrivati puntuali altri 70 milioni di attività fiscali differite, le benemerite Dta, che «contribuiranno positivamente alla generazione di capitale negli esercizi successivi». È l’alchimia di sempre: una perdita di oggi promossa a risorsa di domani, purché domani vada tutto bene. Il Cet 1 dovrebbe attestarsi a 13,5 punti, ma l’amministratore delegato Frederik Geertman si dice «impegnato a raggiungere i 14». L’impegno, come la guidance, resta un genere letterario.

Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio
Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis, con l’amministratore delegato Frederik Geertman (foto Imagoeconomica).

Sul piano industriale, prospettive diciamo nebulose. Niente «guidance formale» per il prossimo anno perché «abbiamo diverse cose in divenire». E sui dividendi, vero termometro per la famiglia Fürstenberg Fassio, imparentata con gli Agnelli e padrona del 50,5 per cento via la lussemburghese La Scogliera, la rassicurazione è di quelle che inquietano: la politica «non è cambiata formalmente».

Acquisire a sconto una banca in difficoltà è facile. Ma poi gli azionisti…

Resta la fotografia di un istituto che nel 2025 ha celebrato la «tappa storica», doppiato gli utili a 328 milioni grazie al badwill di una preda pagata meno del suo patrimonio, e che oggi scopre il significato meno nobile di quel termine inglese: cattiva volontà, sì, ma anche cattivo presagio. Comprare a sconto una banca in difficoltà è facile. Il difficile viene quando tocca poi spiegarlo agli azionisti. Che infatti hanno risposto nel modo più eloquente: vendendo i titoli a manetta.

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko

La metafora è abusata, ma continua a funzionare. Quando il sole scioglie la neve, tornano visibili cose che fino al giorno prima sembravano scomparse. L’offerta di Intesa Sanpaolo su Montepaschi sta producendo qualcosa di simile nel capitalismo italiano, muovendo gli equilibri e al contempo rendendo visibili relazioni, convergenze e interessi che finora erano rimasti sullo sfondo.  

Bpm è nel pool di banche che finanziano LMDV

Come spesso accade, il dettaglio più interessante arriva da una notizia apparentemente laterale. Repubblica ha raccontato che Banco Bpm è entrata nel pool di banche che finanziano Leonardo Maria Del Vecchio nell’operazione con cui il giovane imprenditore, da poco approdato anche all’editoria, punta a riacquistare le quote detenute da due dei suoi fratelli in Delfin. Nel gruppo dei finanziatori siedono già Unicredit e Crédit Agricole, che del resto è anche il principale azionista della stessa Bpm. Di per sé non ci sarebbe nulla di straordinario. Le banche da sempre finanziano gli imprenditori impegnati a ridefinire l’azionariato delle proprie società. Ma è quando si allarga lo sguardo che il quadro diventa più interessante. 

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Gli incroci tra Mps, Bpm e Delfin

Basta tornare allo scorso aprile, al rinnovo degli organi sociali della banca senese, per accorgersi che molti dei protagonisti di oggi frequentavano già lo stesso tavolo. Allora la lista presentata dall’imprenditore Pierluigi Tortora (risultata poi vincente rispetto a quella del consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni) aveva proposto alla carica di ceo Luigi Lovaglio. La Holding PLT di Tortora risultava già beneficiaria di finanziamenti da parte di Mps. Il voto finale fece emergere che a quell’intesa avevano partecipato, oltre a Lovaglio e a PLT, anche Bpm e Delfin, la stessa Bpm che oggi è coinvolta nel riassetto azionario della cassaforte dei Del Vecchio. Se questo non basta a tratteggiare un patto occulto, è comunque sufficiente a delineare un quadro nitido: da un lato Bpm, titolare di circa il 3,8 per cento di Mps, ha sostenuto la candidatura di Lovaglio già pensando di invitarlo a nozze, come poi è successo domenica scorsa con la proposta di fusione. Dall’altro Bpm e Delfin, quest’ultima titolare di circa il 17,5 per cento di Mps, hanno trovato un ulteriore punto di convergenza nella partecipazione della banca guidata da Giuseppe Castagna al riassetto della stessa Delfin.  

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Riassumendo. Castagna dialoga con Lovaglio, il quale trova il sostegno di Delfin (socio di riferimento di Montepaschi) e Banco Bpm che a sua volta finanzia Leonardo Maria. Sullo sfondo si muovono Crédit Agricole, Unicredit e gli altri protagonisti del grande risiko bancario. Più che una sequenza di episodi separati, sembra un sistema di relazioni che tende periodicamente a ricomporsi attorno agli stessi nomi. Non risulta che i soggetti coinvolti abbiano chiesto, come prevede l’articolo 22-bis del TUB, preventiva autorizzazione della Bce per la detenzione concertata di partecipazioni capaci di esercitare una notevole influenza. Né che l’accordo sia stato comunicato al mercato, con tutte le conseguenze del caso, inclusa la possibile applicazione della disciplina sull’Opa obbligatoria qualora la somma delle partecipazioni avesse superato il 25 per cento del capitale e vi fossero stati acquisti di azioni nell’anno precedente la stipula del patto. 

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Milleri prigioniero dei vincoli imposti da Del Vecchio?

In questa storia compare inevitabilmente anche Francesco Milleri, chiamato a gestire una fase delicata per Delfin dopo la scomparsa di Leonardo Del Vecchio. È difficile immaginare che un manager della sua esperienza non abbia valutato tutte le implicazioni degli assetti che si stavano formando. Così come è difficile pensare che i diversi protagonisti della vicenda non abbiano ben chiaro il disegno complessivo nel quale si muovono. Milleri, da manager esperto, deve aver percepito il rischio e verosimilmente cercato interlocuzioni anche con altri istituti di credito. Ma a quanto risulta è rimasto prigioniero dei vincoli imposti da Leonardo Maria, che mantiene i propri legami con i finanziamenti di Unicredit e Bpm ottenuti dando in pegno azioni Delfin. Il risultato è un intreccio complesso, una trama che, oltre a sfidare le norme, si presta al sospetto di un evidente conflitto di interessi. 

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio

Mentre in tutta Italia migliaia di imprese, associazioni ed enti sono impegnati nella redazione e nell’approvazione dei bilanci d’esercizio 2025, affiancati dai commercialisti chiamati a garantire correttezza formale, trasparenza e rispetto delle norme, nel cuore della categoria emerge un nodo che sta facendo discutere.

Bilancio non sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale

Al centro del confronto c’è il bilancio del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec), guidato da Elbano De Nuccio, che secondo l’attuale normativa (il decreto legislativo 139/2005) non è sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale. Una situazione che molti, all’interno della professione, giudicano quantomeno paradossale: proprio l’organo che rappresenta i professionisti chiamati ogni giorno a vigilare sui bilanci altrui, infatti, non sarebbe tenuto a passare da quel vaglio assembleare che costituisce uno dei cardini della vita degli Ordini territoriali e delle società.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Elbano De Nuccio, con la premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Malumori e perplessità in diversi settori della categoria

La questione assume un rilievo ancora maggiore alla luce della riforma dell’ordinamento professionale. Nel testo trasmesso dal Consiglio nazionale al parlamento e recepito nel disegno di legge 2628, secondo i critici non sarebbe stata inserita alcuna norma che possa colmare questa lacuna. Un’assenza che ha alimentato malumori e perplessità in diversi settori della categoria.

Problemi di coerenza istituzionale e trasparenza interna

A intervenire, però, sono stati i parlamentari, che hanno presentato 49 emendamenti al ddl. Tra questi, due in particolare puntano a introdurre l’obbligo di approvazione del bilancio del Consiglio nazionale da parte dell’assemblea dei 132 presidenti degli Ordini territoriali, sul modello di quanto avviene da sempre per i bilanci degli Ordini locali. Una misura che, per molti osservatori, rappresenterebbe un elemento minimo di coerenza istituzionale e di trasparenza interna.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

I conti non tornano nonostante l’aumento della quota annuale

Le critiche non si fermano qui. A suscitare discussione sono anche i numeri del bilancio 2025 del Consiglio nazionale, descritto da più parti come caratterizzato da uscite superiori alle entrate per alcuni milioni di euro, nonostante l’aumento della quota annuale di 20 euro. Uno squilibrio che, secondo i contestatori, sarebbe stato coperto utilizzando liquidità accumulata negli anni precedenti, vale a dire risorse provenienti dalle quote versate dagli iscritti.

Alcuni emendamenti sono considerati strategici

Nel dibattito rientrano anche altri emendamenti considerati strategici da Ordini e sindacati di categoria, già sollevati nel corso delle audizioni parlamentari: dalla valorizzazione degli Ordini territoriali alla tutela della sopravvivenza di quelli più piccoli, dal tema delle competenze professionali alla richiesta che eventuali specializzazioni siano accompagnate da ambiti di esclusiva, fino al sostegno ai neo-iscritti e alla garanzia di una quota di minoranza all’interno del Consiglio nazionale.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio col ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).

In questo clima, alcuni Ordini si sono già mossi per sensibilizzare i parlamentari dei rispettivi territori, chiedendo sostegno a quegli emendamenti ritenuti necessari per correggere quelle che vengono definite «dimenticanze» del testo promosso dalla governance nazionale.

Irritazione per l’aumento degli emolumenti

Sul fondo resta una crescente insoddisfazione della base, che giudica la riforma insufficiente e guarda con preoccupazione anche l’andamento delle spese del Consiglio nazionale, compresi gli aumenti degli emolumenti destinati al presidente e ai consiglieri nazionali. Il prossimo passaggio decisivo è fissato per il 15 aprile, quando i presidenti degli Ordini sono chiamati a esprimersi. A quel punto si capirà se prevarrà l’indicazione proveniente dagli iscritti dei territori oppure se, in un ulteriore paradosso tutto interno alla categoria, il voto finirà comunque per rafforzare la leadership di Elbano De Nuccio.

Nessuno come me: la lettera di Lovaglio a Mps e la maledizione dell’hybris

Circola in questi giorni sui tavoli del Monte dei Paschi e nelle redazioni di qualche giornale amico una lettera di due pagine che ha tutto il sapore dell’autoagiografia: si intitola Motivazioni a essere inserito nella lista del cda e porta la firma di Luigi Lovaglio, preparata per il Comitato nomine e per il Cda chiamati a selezionare i candidati per il nuovo cda del Monte che sarà eletto nella prossima assemblea. Una lettera di presentazione, insomma. Solo che di solito le lettere di presentazione le scrivono i candidati junior in cerca del primo impiego, non i banchieri che guidano la banca più antica del mondo. 

Nessuno come me: la lettera di Lovaglio a Mps e la maledizione dell’hybris
Luigi Lovaglio (Ansa).

All’improvviso quel sussulto narcisista…

Il testo si apre con la premessa che «la motivazione fondamentale è garantire la continuità e il completamento del progetto industriale». Un’operazione «sistemica», da concludersi entro fine anno, che richiede «stabilità, continuità e supervisione costante». Fin qui, niente di scandaloso. Poi, all’improvviso, arriva il sussulto narcisista: «Nessuno nel sistema bancario italiano e europeo possiede, al mio livello, l’insieme combinato di competenze, esperienze e track record». E, nel caso qualcuno non avesse capito, Lovaglio precisa: «Non esiste un altro banchiere che abbia guidato per 20 anni tre istituzioni in tre Paesi diversi». Tre Paesi. Vent’anni. Un solo uomo al comando.  Tanta professione di autostima ha fatto sobbalzare più di un consigliere. Non per il contenuto, che pure si presterebbe alla discussione, ma per il tono. Perché esiste una certa differenza tra presentare le proprie credenziali e dichiarare la propria cosmica indispensabilità. Lovaglio ha scelto la seconda strada con una sicurezza di sé che ha lasciato qualcuno interdetto e qualcun altro divertito. 

Nessuno come me: la lettera di Lovaglio a Mps e la maledizione dell’hybris
Uno stralcio della lettera inviata a Mps da Luigi Lovaglio (L43).

L’auto incoronazione finale all’insegna dell’hybris

Il documento prosegue con una raffica di affermazioni apodittiche. Sotto il capitolo Caratteristiche e valore aggiunto di chi ritiene di apportare, titolo già in sé memorabile, si legge che Mps «non ha bisogno solo di competenza: ha bisogno di una guida che garantisca continuità industriale, credibilità istituzionale e affidabilità regolatoria». Qualità che evidentemente Lovaglio ritiene di possedere in esclusiva. «Sono l’unico banchiere oggi candidato con oltre 20 anni di esperienza da capo azienda in tre diversi Paesi». E in chiusura, assertivo come un verdetto, l’auto incoronazione finale. «Mi considero l’unico in grado di garantire stabilità, velocità e coerenza fino al completamento dell’integrazione». Sul perché Lovaglio abbia deciso di lanciarsi in questa autocelebrazione ci sono due scuole di pensiero. La prima rimanda agli antichi greci e al loro concetto di hybris, ovvero quell’eccesso di orgoglio che spinge l’eroe a sfidare gli dei, convinto di non aver bisogno di nessuno. Nella mitologia finisce sempre male, nella finanza spesso altrettanto

Nessuno come me: la lettera di Lovaglio a Mps e la maledizione dell’hybris
Uno stralcio della lettera di Luigi Lovaglio a Mps (L43).

Una presunzione che non ha stupito chi negli anni ha lavorato con Lovaglio

Chi ha lavorato con Lovaglio in questi anni non è rimasto sorpreso. La nota ha solo messo nero su bianco ciò che molti avevano già intuito nel corso di riunioni, decisioni, silenzi, lamentando in privato la presenza di una presunzione “strutturale” propria del banchiere. Il Cda ha condiviso quelle intuizioni e ha tratto le proprie conclusioni: Lovaglio non verrà candidato. Al suo posto, tre nomi alternativi per la poltrona di amministratore delegato: Fabrizio PalermoCarlo VivaldiCorrado Passera. Tre banchieri che, è lecito immaginare, hanno letto la nota di Lovaglio. E che, altrettanto lecito immaginare, si sono fatti la loro opinione. 

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino

Dentro il Sovrano Militare Ordine di Malta si sta aprendo una crisi senza fine che coinvolge diplomazia, finanze e strutture operative. Nel mirino c’è la linea politica del Gran Cancelliere, il Duca Riccardo Paternò di Montecupo. Negli ultimi mesi diverse testate giornalistiche — tra cui Lettera43, oltre a Il Fatto Quotidiano e Il Messaggero — hanno sollevato interrogativi sulla gestione dell’Ordine. Parallelamente, nell’organizzazione della rete sul territorio italiano si è aperta una frattura sempre più evidente. Le dimissioni in blocco dei membri della Sala operativa nazionale del Cisom (il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta, cioè i volontari impegnati nei soccorsi e nella protezione civile) e il rinvio delle elezioni interne hanno portato alla luce un malessere che da tempo attraversa volontari e membri associativi, con accuse nei confronti dei vertici di scarsa trasparenza nelle decisioni e di forte concentrazione del potere decisionale.

La concentrazione di ruoli nelle mani del Principe Lorenzo Borghese

Tra i casi più discussi c’è per esempio quello del Principe Lorenzo Borghese, legato da una lunga amicizia con il Gran Cancelliere e attualmente titolare di incarichi di grande rilievo: ministro d’Ambasciata in Giordania e presidente dell’Acismom, la principale struttura associativa italiana dell’Ordine. Una concentrazione di ruoli difficilmente conciliabile con lo spirito dell’Ordine e in netto contrasto con le sue regole costituzionali. Nessuno entra dall’esterno, le poltrone passano da un membro della cerchia ristretta all’altro, addirittura anche tra persone che hanno un legame familiare.

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino
Lorenzo Borghese (foto Imagoeconomica).

Il nodo delle elezioni interne dell’Acismom rinviate

Uno degli episodi che ha contribuito ad aumentare le fibrillazioni riguarda il rinvio delle elezioni interne dell’Acismom, previste originariamente per la fine del 2025. La consultazione era stata inizialmente spostata a gennaio 2026, ma non si è svolta. E al momento non è stata fissata una nuova data. Una decisione che, secondo diversi membri dell’Ordine, ha congelato un passaggio considerato cruciale.

La crisi del Cisom e quelle dimissioni in blocco senza precedenti

Sul piano operativo la situazione appare ancora più delicata. L’Ordine ha infatti dovuto fare i conti con un passo indietro collettivo dei componenti della Sala operativa nazionale del Cisom, snodo centrale nella gestione delle emergenze e nel coordinamento dei volontari. Si tratta di un episodio senza precedenti per una struttura che rappresenta da anni uno dei principali strumenti operativi dell’Ordine di Malta in Italia.

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino
Guido Bertolaso su un mezzo dei volontari dell’Ordine di Malta ai tempi del coronavirus (foto Ansa).

Il malessere serpeggia anche a livello locale

Il malessere non è esploso soltanto a livello nazionale. Nel gruppo Cisom di Chieti, per esempio, hanno lasciato il loro posto la capogruppo, la vice capogruppo, il tesoriere e tutti i volontari. Anche la guida spirituale, don Sabatino Fioriti, ha rinunciato all’incarico. E, secondo quanto riferito da diversi volontari, altre strutture territoriali starebbero valutando decisioni analoghe.

Frattura crescente tra i vertici e la rete dei volontari

Durante un incontro interno che si è svolto a Roma nel fine settimana del 7-8 marzo, molti partecipanti avrebbero espresso preoccupazione per la direzione intrapresa dall’Ordine in Italia. Secondo alcune testimonianze raccolte tra i presenti, il clima della riunione sarebbe stato segnato più dal tentativo di comprendere e gestire le frizioni intestine che dalla discussione sulle attività operative e sulle missioni di soccorso. Un segnale che molti leggono come il sintomo di una frattura crescente tra il vertice istituzionale e una parte significativa del mondo dei volontari.

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino
I volontari dell’Ordine di Malta durante le vaccinazioni contro il Covid (foto Imagoeconomica).

Il Cisom rappresenta da decenni una delle espressioni più visibili dell’impegno umanitario dell’Ordine di Malta in Italia, con migliaia di volontari impegnati in interventi di soccorso, assistenza ai migranti, emergenze sanitarie e protezione civile. Proprio per questo la crisi che sta emergendo nelle ultime settimane viene osservata con crescente attenzione sia all’interno sia all’esterno dell’Ordine.

Il rischio che si perda lo storico spirito di servizio

Molti membri chiedono a gran voce maggiore trasparenza sulle decisioni prese negli ultimi mesi e una rapida definizione dei processi elettivi rimasti sospesi. Perché, come osserva un volontario di lungo corso, «oltre alla crisi organizzativa, il rischio è che si perda lo spirito di servizio che ha sempre reso il Cisom una realtà unica».

Paternò accusato di sistemare amici e parenti

Il Gran Cancelliere che sta facendo naufragare l’Ordine di Malta, e cioè il già citato Riccardo Paternò di Montecupo, è anche l’uomo che porta uno dei cognomi più antichi e blasonati d’Italia. La sua famiglia nel corso di una storia millenaria ha ottenuto 170 feudi e il primo titolo principesco di Catania nel 1633. Ora, secondo chi lo accusa, Paternò starebbe sfruttando la sua posizione in un Ordine fondato nel 1048 per distribuire passaporti diplomatici agli amici, sistemare i cugini degli amici nelle ambasciate, intascare contanti dalla Solvea (ossia il rimborso spese forfettario in contanti destinato ai membri del Sovrano Consiglio) e volare con jet privati. Nel frattempo i volontari si autofinanziano per assistere i poveri e sono costretti persino a pagarsi le ambulanze di tasca propria.

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino
Riccardo Paternò di Montecupo, Gran Cancelliere dell’Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).

Servire i poveri e i malati o servire più che altro sé stessi?

Un paradosso totale, visto che l’Ordine nasce per servire i poveri e i malati (Obsequium Pauperum è il motto che rappresenta il suo pilastro spirituale), ma in verità i capi attuali sembrano più preoccupati di servire sé stessi. L’Ordine di Malta ha 900 anni di storia e una reputazione internazionale unica, eppure secondo i suoi detrattori viene gestito come un club privato per una cerchia di sodali.

Diverse lettere già recapitate sul tavolo di papa Leone XIV

Lo slogan Tuitio Fidei, cioè difesa della fede, stride oltretutto con la decisione di nominare ambasciatori in violazione della dottrina cattolica (cioè divorziati e risposati). L’aspetto forse più grave è che tutto questo avviene sotto gli occhi del Vaticano, segnalato da nunzi e ambasciatori, con alcune lettere già recapitate sul tavolo di papa Leone XIV. La domanda che rimane aperta è sempre la stessa: la Santa Sede avrà il coraggio di intervenire davvero? O prevarrà – come spesso accade – la diplomazia del silenzio?

La crisi dell’Ordine di Malta: volontari in rivolta e Gran Cancelliere nel mirino
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

Sopravvivere alle Crociate è stato relativamente semplice. Sopravvivere a sé stessi è un’altra faccenda. Il Sovrano Ordine di Malta – fondato a Gerusalemme nel XI secolo, espulso da Rodi, cacciato da Malta, rifugiatosi a Roma – ha attraversato assedi, dispersioni e rivoluzioni geopolitiche senza mai perdere il filo della propria identità. Oggi quell’identità è messa a rischio non da un esercito nemico, ma da una gestione interna che i suoi stessi membri definiscono, con un eufemismo già fin troppo benevolo, «personalistica».

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Fra’ John T. Dunlap, Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).

Una gestione sempre più distante dallo spirito evangelico

Al centro della crisi ci sono due figure: il Gran Maestro Fra’ John T. Dunlap (nei corridoi dell’Ordine lo chiamano Fra’ Jet, per la sua passione per i viaggi intercontinentali) e soprattutto il Gran Cancelliere, il conte Riccardo Paternò di Montecupo. È Paternò il vero motore di questa stagione travagliata: le sue nomine, la sua fondazione, il suo stile di governo. Un governo che ambienti diplomatici e volontari hanno raccontato, attraverso segnalazioni formali indirizzate alla Santa Sede, come sempre più distante dallo spirito evangelico che dovrebbe animare un Ordine cavalleresco cattolico.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Il Gran Cancelliere Riccardo Paternò di Montecupo (foto Imagoeconomica).

Rimborsi spese di ogni tipo, con cui ci si paga anche la colf

Partiamo dai soldi, che è sempre il modo più rivelatore per capire qualsiasi istituzione. Esiste, nell’Ordine, uno strumento chiamato Solvea: un rimborso spese forfettario in contanti, destinato ai membri del Sovrano Consiglio. Non è una novità di questo governo, ma è con l’attuale che si è trasformata in qualcosa di difficile da giustificare. Il Gran Cancelliere Paternò e il Gran Maestro Dunlap percepiscono diverse migliaia di euro all’anno. Il problema è che, oltre a ciò, i consiglieri godono già di rimborsi di ogni tipo, compreso – secondo chi ha denunciato la situazione – il pagamento della colf. Dunque la Solvea, invece di essere ridotta o eliminata, è rimasta in piedi: inadeguata, ingiusta e sempre meno difendibile.

Le dimissioni “spintanee” di De Franciscis

L’unico membro del Sovrano Consiglio ad averla rifiutata è stato il Gran Ospedaliere Fra’ Alessandro De Franciscis. Un gesto di coerenza che gli è costato caro: all’inizio del 2025, De Franciscis si è dimesso o, più probabilmente, si è trattato di dimissioni “spintanee”, come vuole il copione di certi addii istituzionali. Le ragioni sarebbero due: il no alla Solvea e l’opposizione alla creazione di una nuova fondazione voluta fortemente da Paternò, denominata Omdp.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Fra’ Alessandro De Franciscis (foto Imagoeconomica).

Perché registrare una fondazione a Londra?

Quest’ultima meriterebbe un capitolo a sé. Non per le sue attività – che restano oscure, il che è già un problema – ma per la sua architettura. Per rendere il tutto ancora meno trasparente, la fondazione ha costituito un’ulteriore entità con lo stesso nome nel Regno Unito, registrata presso la Charity Commission britannica. Un dettaglio che suggerisce almeno una domanda: perché registrare una fondazione a Londra, se l’Ordine di Malta non ha un ambasciatore accreditato nel Regno Unito, e il Regno Unito non ha un ambasciatore presso l’Ordine a Roma? La risposta più ottimistica sarebbe: per motivi di efficienza filantropica internazionale. La risposta che circola negli ambienti interni è considerevolmente meno ottimistica.

Il sistema delle nomine tra amici e fratelli: nepotismo in purezza

Il Gran Cancelliere ha un metodo non complicato da descrivere. Si chiama nepotismo, ed è praticato con una disinvoltura che tradisce una certa sicurezza di sé. Il fratello Maurizio Paternò è stato nominato Consigliere presso l’ambasciata dell’Ordine all’Unesco, con relativo passaporto diplomatico. Un ruolo sulla cui funzione molti si interrogano, ma che comporta incarichi di rappresentanza per gli amici fraterni. Tra questi figura anche il Principe Lorenzo Borghese, nominato sia ministro Consigliere in Giordania (il numero due dell’ambasciata) sia presidente di Acismom, l’associazione sanitaria dell’Ordine.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Lorenzo Borghese (foto Imagoeconomica).

Quando le incompatibilità diventano dettagli trascurabili

Il problema è che il Codice dell’Ordine, all’articolo 118, è esplicito: diplomatico e presidente di associazione sono cariche incompatibili. Per gli amici di Paternò, evidentemente, le incompatibilità sono dettagli. E i conti di Acismom, sotto la guida di Borghese, sono in condizioni tali che se si trattasse di un’impresa privata avrebbero già suggerito il ricorso al tribunale fallimentare. Per non rischiare una non rielezione imbarazzante, l’assemblea prevista per il 28 ottobre è stata rinviata a data da destinarsi.

Gli intrecci al Circolo della caccia di Roma

Non meno interessante è il criterio di selezione che orienta le nomine. Secondo fonti interne, Paternò privilegia persone legate al Circolo della caccia di Roma, il salotto aristocratico nel quale si tiene, guarda caso, la cena di gala che ha aperto la Conferenza dei Tesorieri nel Mondo, mercoledì 18 febbraio. Giorno che, sul calendario liturgico, è il mercoledì delle ceneri. Austerità proclamata, cena d’apertura all’esclusivo Circolo della caccia: il contrasto simbolico non è sfuggito a nessuno dentro l’Ordine. E ha alimentato ulteriormente il disagio.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

Il consiglio personale di 13 persone (che sarebbe anticostituzionale)

Per consolidare il suo potere, Paternò si è inventato un consiglio personale di 13 persone. Alcune, va detto, di ottimo livello professionale. Peccato che questo organo non esista nella Costituzione dell’Ordine né nel suo Codice. È, per usare la definizione diffusa tra i giuristi interni, sostanzialmente anticostituzionale. La sua funzione reale, secondo gli osservatori, è quella di offrire una parvenza di collegialità a decisioni già prese, trasformando il volere del Gran Cancelliere in qualcosa che possa sembrare, almeno formalmente, legittimato da un consenso più ampio.

La lista delle epurazioni è significativa

Non stupisce che in questo contesto alcuni dipendenti abbiano trovato nel Marchese del Grillo l’etichetta più adatta per descrivere il loro superiore. «Io so’ io, e voi non siete un c…». la celeberrima battuta del film è diventata, nelle anticamere dell’Ordine, una sintesi non troppo esagerata dello stile di governo. La lista delle epurazioni è significativa: il Segretario generale Stefano Ronca, il responsabile delle comunicazioni Eugenio Ajroldi, i consiglieri Fra’ De Franciscis e Fabrizio Colonna, oltre a diversi ambasciatori.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

La vicenda di Ajroldi merita un approfondimento. Il responsabile delle comunicazioni aveva tentato di opporsi a una linea editoriale che privilegiava la copertura dei viaggi e delle visite ufficiali di Gran Maestro e Gran Cancelliere, con le relative onorificenze accumulate, a scapito delle attività umanitarie, che sono la missione statutaria dell’Ordine.

Le inchieste del Fatto e la lettera di smentita che non smentiva nulla

Rimosso lui, è arrivata Marianna Balfour (oggi al Wwf), poi anche lei sostituita da Martina D’Onofrio. Per supportarne l’operatività è stata ingaggiata l’influente agenzia di comunicazione Comin & Partners. Risultato concreto: quando Il Fatto Quotidiano ha pubblicato, nell’ottobre del 2025, una serie di articoli documentati sulle criticità dell’Ordine (8, 12, 14 e 20 ottobre), la risposta ufficiale è stata una lettera di smentita che, di fatto, non smentiva nulla. Scritta pare contro il parere di Comin stesso, che aveva suggerito un approccio diverso.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

Il Gran Maestro Fra’ John Dunlap non è una figura marginale in questa storia, anche se tende a presentarsi come tale. Il Codice dell’Ordine, agli articoli 106-108, è chiaro: il Gran Maestro deve risiedere nella sede dell’Ordine, dedicarsi pienamente alle opere melitensi ed essere esempio di vita cristiana autentica. Secondo quanto pubblicato dal Fatto, i suoi frequenti viaggi negli Stati Uniti per seguire il suo (ex?) studio legale sollevano più di un dubbio sul rispetto di queste prescrizioni.

Fra’ Jet va ghiotto di lumache, anche al Cairo

In compenso, l’obiettivo dichiarato del tandem Dunlap-Paternò sembra essere soprattutto uno: visitare capi di Stato e di governo in giro per il mondo, raccogliere onorificenze, farsi fotografare con i potenti. La testimonianza è sul sito istituzionale dell’Ordine: basta confrontare quante notizie riguardano questi incontri rispetto a quante riguardano le attività umanitarie sul campo. E quando, in novembre, il viaggio ha toccato Il Cairo – accompagnato, come di consueto, da Gran Cancelliere e Segretario generale Giampaolo Cantini, tutti alloggiati in hotel di lusso – il Gran Maestro ha chiesto che gli venissero portate delle lumache al ristorante. Piatto che, come probabilmente sa chiunque non sia ospite fisso del Circolo della Caccia, non appartiene esattamente alla tradizione culinaria egiziana. La stessa richiesta è stata avanzata nel successivo viaggio in Austria. Un particolare minore, in sé. Ma sintomatico di un’attitudine complessiva.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Giampaolo Cantini (foto Imagoeconomica).

Le riforme volute da papa vengono sistematicamente disattese

Il papa ha un suo rappresentante nell’Ordine: il Cardinal Patrono, attualmente Gianfranco Ghirlanda, gesuita. Chi lo conosce dice che per farlo parlare non basterebbero le pinze. Eppure, secondo fonti accreditate e convergenti, il suo disappunto verso l’attuale governo sarebbe profondo. La ragione principale: le riforme volute da papa Francesco nel 2022 (e richiamate da papa Leone XIV in una lettera del 24 giugno all’Ordine) vengono sistematicamente disattese. La riforma prevedeva un rafforzamento della dimensione religiosa, una maggiore trasparenza nella gestione dei beni e il rilancio della vita comunitaria dei membri Professi. La casa destinata a ospitare questi ultimi, i cosiddetti Fra’, continua però a non essere disponibile.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Il cardinale Gianfranco Ghirlanda (foto Imagoeconomica).

Ghirlanda vede l’Ordine trasformarsi in una brutta copia di una Organizzazione non governativa, senza nemmeno la trasparenza contabile che le Ong vere sono tenute a garantire. Una struttura tutta orientata, ai livelli apicali, alla coltivazione di relazioni private e al collezionismo di onorificenze. La rete diplomatica, intanto, continua a operare senza stipendi né rimborsi: gli ambasciatori e i membri delle ambasciate sostengono i costi di tasca propria, con il risultato prevedibile di selezionare i rappresentanti dell’Ordine in base al patrimonio personale piuttosto che alla competenza diplomatica.

Crollano fede e fiducia, i due pilastri su cui si reggono le donazioni

Il motto dell’Ordine “Difesa della fede e servizio ai poveri” non è una formula araldica decorativa. È il cuore di otto secoli di storia. Fede e fiducia sono anche i due pilastri su cui si reggono le donazioni: le grandi famiglie cattoliche internazionali che finanziano le opere melitensi lo fanno perché credono in quel carisma. Quando la fede non viene rispettata, perché le riforme papali si trasformano in carta straccia, e la fiducia si erode perché i donatori cominciano a ricevere segnalazioni su come vengono gestiti i fondi, il problema smette di essere gestionale. E diventa esistenziale.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
L’ambulatorio medico del Sovrano militare Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).

Va detto che l’Ordine di Malta continua a svolgere un lavoro prezioso sul terreno: ospedali da campo in zone di guerra, assistenza umanitaria in contesti di povertà estrema, volontari che operano con risorse proprie in decine di Paesi. Il problema non è l’Ordine in quanto tale. Il problema è la concentrazione di potere in un ristrettissimo gruppo apicale, la distanza crescente tra le parole e i fatti, tra il carisma proclamato e lo stile di governo praticato.

L’Ordine può sopravvivere a questo inesorabile logoramento?

Un’istituzione millenaria può sopravvivere agli eserciti. Può sopravvivere alle dispersioni territoriali, alle rivoluzioni, ai trattati di pace che ignorano la sua esistenza. Non è detto, però, che possa sopravvivere al lento logoramento che nasce quando chi è chiamato a incarnarne i valori ne diventa, invece, la smentita vivente. Per un Ordine cavalleresco fondato sulla fede e sul servizio, perdere l’anima è la sconfitta che nessun assedio ha mai inflitto.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia

La possibile fusione tra Monte dei Paschi di Siena (la cui assemblea mercoledì ha approvato le modifiche statutarie per la lista del cda) e la controllata Mediobanca è diventata il nuovo terreno di scontro nel sistema finanziario italiano. Un’operazione che l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, starebbe spingendo con determinazione, convinto che sia l’unica strada per centrare i 700 milioni di sinergie promesse alla Bce. Il nuovo piano industriale, atteso nelle prossime settimane, non è ancora passato sul tavolo del Cda – impegnato nel proprio rinnovo – ma già solleva più di un dubbio.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia
La sede del Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).

I dubbi sui costi del delisting

Il primo riguarda i costi del delisting di Mediobanca. Ai valori dell’Opas lanciata lo scorso autunno, l’operazione peserebbe per circa 3 miliardi di euro. Da allora, infatti, i titoli di Piazzetta Cuccia hanno perso terreno (-9,7 per cento), mentre Mps ha corso (+16,3 per cento). Il risultato è un paradosso: l’offerta di Lovaglio – 2,533 azioni Mps più 0,90 euro cash per ogni titolo Mediobanca – oggi equivarrebbe a 24,25 euro per azione, contro un valore di mercato fermo a 18,8 euro. Una forbice che rende l’operazione sempre più costosa per Siena. Se si aggiungono i circa 500 milioni necessari per attivare le sinergie, il conto finale sfiora i 3,5 miliardi per ottenere risparmi stimati in 700 milioni.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia
La sede di Mediobanca in Piazzetta Cuccia a Milano (Imagoeconomica).

La narrazione degli impegni presi con la Bce non regge

A giustificare il delisting viene evocata la necessità di rispettare gli impegni presi con la Bce al momento dell’Opas. Ma basta leggere il prospetto depositato il 3 luglio – ancora disponibile sul sito della banca – per scoprire che la narrazione non regge. A pagina 79 si specifica che, con una partecipazione inferiore al 90 per cento (oggi Mps è all’86,35), è previsto il mantenimento della quotazione di Mediobanca, salvo casi di flottante insufficiente. E a pagina 181 si chiarisce che l’integrazione tra i due istituti non richiede affatto una fusione per incorporazione.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia
La sede della Bce a Francoforte (Imagoeconomica).

Le possibili alternative alla strategia di Lovaglio

In altre parole, il delisting non è un obbligo regolamentare, ma una scelta strategica di Lovaglio. Una scelta che potrebbe rivelarsi onerosa per gli azionisti di Mps, mentre esistono alternative meno traumatiche: dalla fusione tra Widiba e Mediobanca Premier a un più deciso intervento sui costi. C’è persino chi ipotizza l’opzione opposta: aumentare il flottante di Mediobanca, consentendo a Mps di monetizzare una parte della partecipazione e finanziare nuove iniziative.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).

L’occhio della Consob sulle possibili speculazioni

Nel frattempo, l’incertezza alimenta la speculazione. Il titolo Mediobanca è balzato di circa il 6 per cento, un movimento che avvantaggia gli investitori più aggressivi ma aumenta i rischi per entrambe le platee di azionisti. Una dinamica che Consob sta seguendo con crescente attenzione.

Guardia di Finanza, corsa al dopo De Gennaro: nomi, equilibri, registi

Il prossimo maggio scadrà il mandato del Comandante generale della Guardia di Finanza e la macchina che ne determinerà il successore è già da tempo in movimento. L’attuale numero uno, Andrea De Gennaro, sembra destinato a una presidenza di peso nel giro delle partecipate pubbliche, segnatamente Leonardo, secondo una tradizione che rispetta un copione già visto. La scorsa tornata di nomine era toccato a Giuseppe Zafarana, traslocato senza soluzione di continuità alla guida di Eni. Oggi il film si rimette in moto, con gli stessi registi che si dividono tra Palazzo Chigi, Mef, segreterie dei partiti, ma con un cast ancora da definire.

Guardia di Finanza, corsa al dopo De Gennaro: nomi, equilibri, registi
Andrea De Gennaro, Alfredo Mantovano, Matteo Piantedosi e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Buratti, Sirico e Greco tra i favoriti

Sul tavolo ci sono nomi, correnti, sponsor e qualche silenzio molto eloquente. Il primo papabile è l’attuale vice di De Gennaro, il generale Bruno Buratti: profilo solido, competenza indiscussa, ma carattere introverso. Uno che se entra nella stanza dei bottoni non lascia impronte. È il candidato che rassicura l’istituzione, meno la politica che preferisce figure più malleabili o quantomeno più estroverse. 

Guardia di Finanza, corsa al dopo De Gennaro: nomi, equilibri, registi
Bruno Buratti (Ansa).

Il secondo è Umberto Sirico, ora comandante dei reparti speciali della Gdf, sostenuto apertamente da Giancarlo Giorgetti. Appoggio pesante quello del titolare dell’Economia, ma non risolutivo. Sirico si porta dietro un rapporto complicato con Giovanni Melillo, il procuratore nazionale Antimafia, uomo chiave del sistema giudiziario in ottimi rapporti con il sottosegretario Alfredo Mantovano. Sullo sfondo, come un dossier che nessuno vuole intestarsi ma che resta comunque dirompente, il caso Striano: una di quelle vicende che non esplodono, ma sedimentano. E che vede indagati, oltre all’ex luogotenente della Gdf Pasquale Striano, il magistrato in pensione Antonio Laudati e alcuni giornalisti. 

Guardia di Finanza, corsa al dopo De Gennaro: nomi, equilibri, registi
Umberto Sirico (Imagoeconomica).

Il terzo nome è quello di Francesco Greco, attuale comandante interregionale dell’Italia meridionale. Profilo operativo, come conferma il suo curriculum, opera in un territorio difficile. Piace a chi pensa che la Guardia di Finanza debba limitarsi a fare il suo mestiere, meno a chi la immagina come lo snodo di una rete di potere più ampia. 

Guardia di Finanza, corsa al dopo De Gennaro: nomi, equilibri, registi
Francesco Greco (Ansa).

Cuzzocrea, il candidato della continuità

Questi i tre favoriti per sedersi sulla poltrona di De Gennaro. Ma i papabili non si fermano qui. Più di palazzo, nel senso romano del termine, è Leandro Cuzzocrea, oggi vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. È il candidato della continuità, fortemente appoggiato dallo stesso De Gennaro. Un passaggio di testimone che somiglia però più a una tutela che a una svolta autonoma. 

Guardia di Finanza, corsa al dopo De Gennaro: nomi, equilibri, registi
Leandro Cuzzocrea (Ansa).

La rosa degli outsider

E poi ci sono gli outsider, quelli che compaiono sempre nelle liste dei partecipanti ma raramente tagliano il traguardo da vincitori. Vito Augelli, comandante dei reparti d’istruzione, e Fabrizio Cuneo, alla guida dell’interregionale dell’Italia centrale. Nomi che servono a ricordare che l’istituzione è più larga delle sue correnti, anche se non sempre decide da sé i suoi destini. Ma la partita non si chiuderà nelle caserme e nemmeno nei corridoi di via XX Settembre. La scelta verrà fatta a Palazzo Chigi, dove i partiti della maggioranza porteranno come sempre le loro preferenze, col sorriso di circostanza ma il coltello in mano, pronti a battersi per i propri candidati. 

Guardia di Finanza, corsa al dopo De Gennaro: nomi, equilibri, registi
Vito Augelli (Ansa).

Mantovano e Fazzolari sono i veri kink maker

Alla fine la partita, prima che sui nomi, si chiuderà sul metodo. I veri king maker restano i due sottosegretari alla presidenza del Consiglio. Mantovano, che conosce a memoria gli equilibri fragili tra sicurezza e giustizia, e Giovanbattista Fazzolari, che delle trame della politica è diventato un interprete finissimo, capace di tradurre rapporti di forza in atti apparentemente neutri. Tutto il resto è liturgia: nomi che circolano, voci che si inseguono, curriculum che si sovrappongono come fogli di carta. 

Guardia di Finanza, corsa al dopo De Gennaro: nomi, equilibri, registi
Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano (Ansa).

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

In vista delle nomine di aprile delle grandi partecipate pubbliche, la giostra dei nomi ha già iniziato a girare. Il governo Meloni, almeno stando ai desiderata che si raccolgono nei corridoi di Palazzo Chigi, punta alla riconferma dei capi azienda nominati tre anni fa, ma lascia intendere grandi cambiamenti sulle presidenze.

Agnes a Terna per uscire dallo stallo Rai

Per quella di Terna, il colosso delle reti elettriche, circola il nome di Simona Agnes, pronta a lasciare in anticipo il consiglio di amministrazione della Rai, in scadenza nel 2027. Un passaggio strategico che risolverebbe un altro annoso problema: lo stallo in viale Mazzini, dove Agnes non ha mai trovato i numeri in Commissione Vigilanza per farsi eleggere presidente, nonostante la robusta sponsorizzazione di Forza Italia e il tacito consenso di Fratelli d’Italia. Agnes si siederebbe dunque nella poltrona attualmente occupata in quota Lega da Igor De Biasio: quasi una sliding door, visto che per sei anni è stato consigliere d’amministrazione proprio della tivù di Stato.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Chi alla presidenza di Leonardo dopo l’ambasciatore Pontecorvo?

Due i nomi in ballo per Leonardo, leader nel settore della difesa: una posizione, visto il contesto internazionale, particolarmente delicata. In sostituzione dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo i papabili sono Andrea De Gennaro, in scadenza a maggio dall’incarico di comandante generale della Guardia di Finanza, e l’onnipresente Elisabetta Belloni, data in corsa anche per la presidenza di Eni al posto di Giuseppe Zafarana. Su di lei pesa però il fatto che i rapporti con Palazzo Chigi si sono raffreddati dopo il suo addio anticipato al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza: nell’orbita di chi ruota intorno al potere nulla gela più del mancato allineamento con la premier.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Enel, avanza Maione di Montepaschi

Capitolo Enel. Data per certa l’uscita di Paolo Scaroni, la candidatura più accreditata per sostituire il manager, su cui si impuntò Silvio Berlusconi nella precedente tornata di nomine, è quella di Nicola Maione, attuale presidente di Montepaschi, uomo di fiducia della Lega.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

A proposito della banca senese, le possibilità di riconferma dell’attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio si stanno molto assottigliando, tenuto anche conto che il banchiere è sotto indagine della procura di Milano per la vicenda della vendita di azioni della banca senese detenute dal Tesoro a Francesco Gaetano Caltagirone, Delfin e Anima.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).

Palermo è un’opzione: ma preferirebbe non lasciare Acea

Come alternativa, c’è chi scommette su Fabrizio Palermo, nome molto gradito a Caltagirone che lo ha voluto nel cda di Generali. Ma il manager al momento non sembra entusiasta all’idea di lasciare Acea, la municipalizzata di Roma alla cui guida si è insediato nel settembre del 2022.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

Descalzi e Cingolani hanno la fiducia del governo

Nessuna sorpresa invece dovrebbe arrivare dal fronte degli amministratori delegati, che sembrano incastonati nel marmo delle loro poltrone. In Eni, Claudio Descalzi gode della granitica stima della premier. In Leonardo, Roberto Cingolani non solo ha anch’egli la sua fiducia, ma ha rinsaldato il legame con il ministro della Difesa Guido Crosetto, riorganizzando l’azienda come una sorta di ministero parallelo, ma con più efficienza e meno carte bollate. E creando una squadra di comando che vede in Filippo Maria Grasso, Carlo Gualdaroni, Antonio Liotti e Simone Ungaro gli uomini chiave dell’organigramma, come ricordato dallo stesso Cingolani durante il tradizionale brindisi di Natale del gruppo alla presenza di autorità istituzionali e vertici delle Forze armate.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi

Ci sono personaggi che, per anni, hanno vissuto fuori dal rischio. Hanno attraversato scandali, processi, tempeste mediatiche come se fossero stati protetti da una campana di vetro. Alfonso Signorini, lo storico direttore di Chi, è stato uno di questi. Sempre presente. Sempre centrale. Eppure raramente è finito nell’occhio del ciclone. Era (è) la cassaforte dei segreti della famiglia Berlusconi, come di tanti altri vip e potenti nell’Italia degli ultimi due decenni. Oggi, per la prima volta, quella campana però sembra essersi incrinata.

Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Alfonso Signorini (foto Imagoeconomica).

Le accuse di Fabrizio Corona non sono certo una sentenza. E non hanno nemmeno dato il via (per il momento) a un atto giudiziario. Sono un racconto. Confuso. Iperbolico. Spesso eccessivo. Arrivano in un momento in cui il network attorno a Signorini è meno compatto, di sicuro più fragile di una volta. E questo fa la differenza.

Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Un frame del trailer di Fabrizio Corona – Io Sono Notizia, la docuserie in cinque episodi in arrivo su Netflix dal 9 gennaio (foto Ansa).

Signorini, il centro di un sistema che gestiva relazioni, accessi, possibilità

Per la prima volta, infatti, Signorini non appare solo come il narratore del potere mediatico. Ma come uno dei suoi ingranaggi più visibili. È questo il salto che rende la vicenda diversa dalle molte polemiche che lo hanno riguardato negli anni, senza scalfirlo. Corona non lo attacca per una copertina, per una frase, per una scelta editoriale. Lo accusa di essere parte nevralgica di un sistema. Di gestire relazioni, accessi, possibilità. Di avere esercitato un potere non solo narrativo, ma selettivo. Un potere che passa dal decidere chi entra in televisione, chi ottiene visibilità, chi resta fuori. È un’accusa che non ha ancora riscontri giudiziari, ma che colpisce il cuore di quell’immagine di personaggio pubblico che Signorini si è costruito negli ultimi anni.

Le accuse non riguardano ciò che Alfonso racconta. Ma cosa rappresenta

La risposta, da parte di “Alfonsina la pazza” (copyright Dagospia), è stata al momento misurata. Nessuna sceneggiata. Nessuna contro-narrazione social. Nessun tentativo di ribaltare il racconto sul piano emotivo. Solo una frase asciutta: «Ho dato mandato ai miei legali». È una frase che chiude. Ma non spegne. Perché intorno, questa volta, il rumore non è solo gossip. È il suono di una domanda che, come mai accaduto prima, non riguarda ciò che Signorini racconta. Ma cosa rappresenta.

Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi

La rottura con Parpiglia e una perdita di copertura e protezione reciproca

Il tempismo è stato tutto in questa vicenda. Le accuse di Corona sono arrivate dopo la rottura con Gabriele Parpiglia con Signorini. Collaboratore storico di Alfonso. Firma riconoscibile. Uomo di fiducia. Un sodalizio durato anni, cresciuto tra redazioni e retroscena, e finito in modo pubblico, ruvido, non pacificato. Quando una coppia professionale di questo tipo si separa così, nel mondo del gossip non è mai solo una questione di caratteri. È una perdita di copertura. Di protezione reciproca. Di silenzi condivisi. È in questo spazio che Corona entra in scena.

Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Gabriele Parpiglia nel 2017 (foto Imagoeconomica).

Non colpisce Signorini come conduttore. Né come personaggio televisivo. Colpisce il ruolo. L’autorità che si occupa della selezione. L’idea che esista una soglia. E che Signorini sia stato, per anni, uno dei custodi di quella soglia. Non è un caso che Parpiglia stia cavalcando la questione sui social, raccontando come lui per anni abbia denunciato il sistema Signorini, senza ricordarsi di essere stato un suo prodotto e di aver alimentato quel meccanismo per decenni.

Negli anni di Vallettopoli Signorini era già una figura centrale

Per capire perché questa accusa pesa più di altre bisogna tornare indietro. Molto indietro. A quando il potere di Signorini non era televisivo, ma editoriale. E passava dalle fotografie. Negli anni di Vallettopoli, quando il gossip italiano venne messo sotto processo e il mondo dei paparazzi finì nei fascicoli giudiziari, Signorini era già una figura centrale. Non però l’uomo simbolo dell’inchiesta. Quello era Fabrizio Corona. Ma il settimanale Chi era il luogo dove le immagini arrivavano. Dove venivano valutate. Dove si decideva se una storia sarebbe diventata pubblica o meno. Dove si sceglieva anche se scavalcare i paparazzi che avevano inviato gli scatti, usando i propri fotografi per scovare in autonomia la notizia, evitando così di pagare.

Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Inchiesta del 2009 sui vip, Signorini in aula con alcune foto di Barbara Berlusconi, che gli vennero proposte da Fabrizio Corona (foto Ansa).

Nei processi il nome di Signorini compariva solo come testimone. Un interlocutore. E punto di snodo. Le cronache raccontavano di foto visionate in redazione. Di telefonate per avvertire i protagonisti. Di interviste organizzate. Di rapporti professionali con Corona che, riletti oggi, restituiscono il clima di un’epoca in cui il confine tra informazione, mediazione e pressione era labile.

Uomo di fiducia dei Berlusconi, non solo direttore di rotocalco

Ma è nel rapporto con la famiglia Berlusconi che la forza di Signorini ha assunto una forma più profonda. Per anni, Alfonso è stato considerato un uomo di fiducia. Non solo un direttore di rotocalco. Ma un interprete affidabile dell’universo berlusconiano. Un giornalista capace di maneggiare storie delicate senza farle esplodere. Abile a difendere. Schermare. Scegliere il tono giusto. Del resto, negli anni sulla sua scrivania è passato di tutto, anche le foto dei figli più piccoli del Cavaliere, che all’inizio degli Anni 2000 frequentavano discoteche come tanti altri calciatori beccati in flagranza di baldoria dai paparazzi.

Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Silvio Berlusconi su una copertina di Chi nel 2009 (foto Ansa).

Durante gli anni delle “cene eleganti” ad Arcore, Signorini è stato tra i pochi che pubblicamente ha difeso Silvio Berlusconi con convinzione. In tivù, sui giornali, spiegando che si trattava, secondo lui, di attacchi politici. Che la vita privata non poteva essere messa sotto processo. Una linea chiara. E coerente.

Un consigliere informale di Silvio, capace di leggere l’opinione pubblica

In ambienti giornalistici si racconta — da sempre — che Signorini fosse ascoltato. Che fosse considerato un consigliere informale. Non un stratega politico, ma un uomo capace di leggere l’opinione pubblica. Di capire cosa far uscire e cosa no. Di suggerire prudenza o reazione. Non è mai stato un ruolo ufficiale. Ma in quel mondo i ruoli più importanti non sono mai quelli negli organigrammi.

L’universo Mondadori e il rapporto sempre solido con Marina

Con Marina Berlusconi il rapporto è sempre stato solido. Di fiducia reciproca. Signorini ha diretto Chi, il cuore editoriale del gruppo Mondadori, per 17 anni, dal 2006 fino a marzo 2023. Poi ha lasciato la direzione operativa a Massimo Borgnis per assumere il ruolo di direttore editoriale e dedicarsi a nuovi progetti. Di certo è sempre stato affidabile. Uno che non sgarrava mai. Non tradiva. E soprattutto sapeva maneggiare un materiale che, per la famiglia, non è mai stato solo gossip. Era reputazione. Politica. Potere.

Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Alfonso Signorini durante la registrazione di una puntata di “Kalispera” nel 2011 (foto Ansa).

Perché per i Berlusconi il confine tra privato e pubblico è sempre stato politico. E lo è ancora di più oggi. Negli ultimi anni, l’ipotesi di una discesa in politica di Pier Silvio Berlusconi — evocata, smentita, lasciata fluttuare — o di Marina (ipotizzata da Corona) ha riacceso l’attenzione sull’immagine degli eredi del Cavaliere. In questo scenario, ogni scossa mediatica può trasformarsi potenzialmente in un problema politico. E ogni figura simbolo del potere mediatico del gruppo diventa sensibile.

Tacere non è segno di indifferenza, ma controllo del danno

Le accuse di Corona, in questo senso, sono una polpetta avvelenata difficile da gestire. Non colpiscono direttamente i Berlusconi. Ma se la prendono con uno degli uomini che meglio ha incarnato, per anni, il loro universo mediatico. Un direttore Mondadori. Un volto Mediaset. Un garante del racconto. Finora la reazione è stata principalmente il silenzio. Nessuna presa di distanza. Nessuna smentita pubblica. Nessun segnale di nervosismo. Ma tacere, in certi ambienti, non è segno di indifferenza. È controllo del danno.

Il Grande Fratello Vip assegna ruoli e distribuisce notorietà

Il ruolo di Signorini negli anni ha cambiato forma. Dalla carta è passato alla televisione. Dalle copertine al prime time. Dal racconto alla selezione. Il Grande Fratello Vip è diventato il nuovo ombelico di quel mondo. Non solo un reality. Ma una macchina di visibilità. Un dispositivo che crea personaggi. Assegna ruoli. E distribuisce notorietà.

Le accuse di Corona, la crepa nel sistema Signorini e il colpo al potere dei Berlusconi
Alfonso Signorini (foto Imagoeconomica).

In questo contesto, il conduttore non è solo un presentatore. È il custode morale del format e garante delle regole. Proprio lì Corona ha affondato il colpo. Non sul passato. Ma sul presente. Non sulle foto. Ma sulle opportunità. Non sulla carta. Ma sull’accesso.

L’apparenza è sostanza e la crepa conta quanto il crollo

Per questo oggi la storia pesa di più. Non perché Corona sia improvvisamente diventato affidabile. Ma perché il contesto è cambiato. Perché Signorini è più potente che mai. E perché ha appena perso una parte della sua rete di protezione. Nel mondo che lui conosce meglio di chiunque altro – quello dello spettacolo e del potere mediatico – l’apparenza è sostanza. E la crepa conta quanto il crollo. Per la prima volta, l’idea che Alfonso Signorini sia intoccabile non appare più granitica. E quando l’uomo che per anni ha gestito il racconto finisce dentro la storia, nulla è più davvero sotto controllo.