Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno

La storia è da feuilleton. Ha fatto rumore la tirata di Giorgia Meloni contro Più libri più liberi, la storica kermesse romana della piccola e media editoria che si svolge alla Nuvola, per la decisione di introdurre una dichiarazione di antifascismo da far sottoscrivere ai partecipanti. Orrore e sacrilegio, tutti a commentare le parole della presidente del Consiglio. Ma il sasso per primo lo aveva gettato Luca Ricolfi con un editoriale in prima pagina su Il Messaggero in cui citava pure “lo scandalo Leonardo Caffo”. Fatto sta che nei salotti romani non si parla d’altro e si ricorda che la presidente e «anima della manifestazione è Annamaria Malato, ex moglie di Raffaele Ranucci», e, si fa notare, «nota antifa». Lui, Ranucci, è uno dei pochi uomini fidatissimi di Francesco Gaetano Caltagirone, l’editore del quotidiano, e dopo il naufragio del matrimonio con la figlia di Enrico Malato, storico filologo ed editore con i marchi Salerno e Antenore, ha impalmato Kerssty Torres, stella della moda e amica di Malvina, l’attuale «metà di Calta». Roma è davvero un romanzo… 

Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno
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Raduno europeista a Milano con Monti

Lunedì sera, al Teatro Parenti di Milano, va in scena la presentazione del Movimento Europeisti.eu, con l’apertura dei lavori affidata all’ex presidente del Consiglio e senatore a vita Mario Monti. Tra gli ospiti dell'”imperdibile” appuntamento meneghino ci sono ovviamente Carlo Calenda, la pasionaria riformista ex Pd, Pina Picierno, Matteo Hallissey, l’economista specializzato in riserve della Repubblica Carlo Cottarelli, Filippo Rossi, Gianni Vernetti, Giuseppe De Mita, Giuseppe Benedetto e la politologa Sofia Ventura. I maligni dicono che Monti «sta tornando a pensare al Quirinale…».

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Mario Monti (Imagoeconomica).

Gianni Letta punta sulla cultura

Gianni Letta punta sulla cultura. Mercoledì a Roma si terrà una giornata sul tema “Cultura, leva per una crescita sostenibile”, organizzata dall’Associazione Nazionale per lo Studio dei Problemi del Credito, sotto la presidenza di Ercole Pellicanò, con il supporto della Fondazione Silvano Toti. Tra i presenti Claudio Strinati in qualità di “patron” dell’Accademia Nazionale di San Luca, la bocconiana Paola Dubini, Simonetta Giordani segretaria generale dell’Associazione Civita, Salvatore Rossi “economista e divulgatore”, Innocenzo Cipolletta presidente Associazione Italiana Editori, Francesco Rutelli come presidente Soft Power Club, Barbara Tagliaferri, Head of Arts & Culture Deloitte. A concludere, ovviamente, ci penserà Letta.

Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno
Gianni Letta (Imagoeconomica).

IA, nei giornali è emergenza

Ai piani alti dei giornali italiani, o meglio quelli che rimangono in vita nonostante la continua ecatombe di edicole, è scattata l’emergenza: troppa IA negli articoli. Se all’estero chi fa svolgere tutto il lavoro all’Intelligenza artificiale viene cacciato seduta stante, in Italia riesce a dormire sonni tranquilli. In un noto quotidiano, da una verifica è emerso che un pezzo era stato realizzato dall’IA al 100 per cento. Per essere precisi al 98,75 per cento, ma è bastato togliere la firma per raggiungere l’en plein. Intanto non si sa più che pesci pigliare per giustificare l’accaduto tra «figli di», «quella è potente», «ma questa ci porta la pubblicità» e, ciliegina sulla torta: «Si tratta di un settore molto specialistico dove è meglio non sbagliare»…

Chi si rivede a sinistra? La Malfa

Giorgio La Malfa, classe 1939, non si ferma mai: venerdì pomeriggio era alla convention di Alessandro Onorato all’Eur, al Palazzo dei Congressi, e sabato mattina sempre a Roma, a Teatro Flaiano, ha organizzato la seconda assemblea di Officina Repubblicana dal tema “Uscire dalla crisi. Il programma economico per le prossime elezioni politiche”. Tra gli invitati Giuseppe Conte, Stefano Fassina, Antonio Misiani, Luigi Zanda e anche Onorato, fresco della volata tiratagli da Goffredo Bettini. «Chissà cosa ha in mente, il figlio di Ugo», si sente dire nel Pd.

Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno
Giorgio La Malfa (foto Imagoeconomica).

Vannacci, tra ex An e Ravetto

L’ingresso dell’ex leghista, e prima ancora ex forzista, Laura Ravetto in Futuro Nazionale è stato tra i più contestati da parte della maggioranza di governo. Ma anche la pattuglia di ex aennini alla corte del generale potrebbe dare filo da torcere. All’assemblea costituente di FnV che si è tenuta il 13 e il 14 giugno all’Auditorium Conciliazione hanno tenuto banco il coordinatore nazionale del neo partito Massimiliano Simoni e Massimo Arlechino, ex presidente di Indipendenza, il movimento fondato da Gianni Alemanno confluito in Futuro Nazionale. Simoni, consigliere regionale in Toscana e parà in congedo, già tra i fondatori di Alleanza Nazionale, nel 2024 aveva lasciato il posto di responsabile nazionale Dipartimento Spettacolo e Teatro di Fratelli d’Italia, caro all’attuale ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, per seguire il generale. Arlechino invece ha lavorato fianco a fianco a Umberto Croppi (entrambi hanno ricoperto ruoli di vertice nella Fondazione Valore Italia), già assessore alla Cultura della prima Giunta Alemanno, esponente storico della nuova destra romana e tra gli ideatori dei Campi Hobbit. Dopo essersi sganciato dall’orbita meloniana, Croppi è diventato big di Federculture e ora è presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, con un incarico dalla durata triennale. Vannacci intanto ha parlato, durante l’assemblea, della necessità di dare vita ad «avanguardie futuriste». Per quanto riguarda Alemanno – che uscirà da Rebibbia il 24 giugno – al Foglio ha dichiarato di aver rivisto dopo parecchio tempo Isabella Rauti e di aver rinsaldato la coppia.

Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno
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Tutti a Ferentino con Tajani

Qualche giorno fa in quel di Ferentino è stato inaugurato un nuovo polo logistico realizzato da Techbau nell’area dell’ex stabilimento Bonser: 89 mila metri quadrati, capacità fino a 40 mila posti pallet, un hub pensato «per diventare un acceleratore industriale e un volano occupazionale per il territorio». E trattandosi della provincia Frosinone, al taglio del nastro poteva mancare Antonio Tajani? Con lui c’erano lo storico forzista Giorgio Simeoni, il parlamentare di Fratelli d’Italia Massimo Ruspandini, il vicepresidente del gruppo di Fratelli d’Italia alla Regione Lazio Daniele Maura (con un passato da leader del Fronte della Gioventù), l’assessore regionale del Lazio Pasquale Ciacciarelli, il sindaco di Ferentino Piergianni Fiorletta, Raffaele Trequattrini per il Consorzio Industriale del Lazio.

La Fondazione Lucio Dalla contro Vannacci per l’uso di “Futura”

All’Assemblea costituente del partito Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, andata in scena a Roma all’Auditorium della Conciliazione, per presentare i programmi per cultura, musica e sport delle sue immaginate Avanguardie Futuriste, l’ex generale ha scelto come sottofondo Futura, celebre brano di Lucio Dalla. Chissà cosa avrebbe pensato il cantautore bolognese, verrebbe da dire. Di sicuro, la fondazione intitolata all’artista ha messo in chiaro di non aver apprezzato la scelta di Vannacci.

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La Fondazione: «Non ha chiesto alcuna autorizzazione»

«Non ci è stata chiesta alcuna autorizzazione, e se quello da parte di un partito politico è sempre un uso improprio delle canzoni di Dalla, è ancora più spiacevole se avviene da chi è così lontano dal pensiero e dal mondo di Lucio», ha dichiarato a Repubblica Dea Melotti, cugina dell’artista e vicepresidente della Fondazione Lucio Dalla. Così Daniela Caracchi, anche lui membro della fondazione e presidente dell’etichetta discografica Pressing Line: «Siamo rimasti spiazzati e meravigliati, per tutelare le immagini e l’arte di Lucio non abbiamo mai consentito che di Dalla si facesse un uso in contesto politico, a prescindere dal partito. Dalla è fuori da ogni ragionamento di parte, qualsiasi essa sia. Credo sia la prima volta che capita questo tipo di uso e cercheremo di fare chiarezza».

La Fondazione Lucio Dalla contro Vannacci per l’uso di “Futura”
Lucio Dalla (Imagoeconomica).

Di cosa parla Futura e la genesi del brano

Scritta nel 1979 e inserita nell’album Dalla del 1980, Futura parla di una storia d’amore sullo sfondo del Muro di Berlino tra un uomo dell’Est e una donna dell’Ovest, capaci di immaginare un futuro comune nonostante le avversità. E persino di avere un figlio: «E se è una femmina si chiamerà Futura», recita il testo. Il brano è dunque un messaggio di speranza nel domani e desiderio di unità, al di là di bandiere e di tutto ciò che ci vorrebbe dividere: un po’ il contrario del Vannacci-pensiero.

Dalla raccontò di aver scritto la canzone su un taccuino in una notte del 1979 quando, dopo un suo concerto a Berlino, si fece portare in taxi al Checkpoint Charlie, posto di blocco situato tra il settore sovietico e quello statunitense. Arrivato sul posto, Dalla si sedette su una panchina per riflettere, fumando una sigaretta e, immaginando la storia due amanti nella città divisa, scrisse di getto il testo di Futura. Il cantautore bolognese raccontò anche che, proprio in quei momenti, vide scendere da un taxi anche Phil Collins, allora batterista dei Genesis, il quale poi si sedette accanto a lui senza parlare.

Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini

Sul palco brandiscono lo spray per stirare chiedendo che le donne siano valorizzate nel Merito (il nome di un famoso marchio, copyright di Laura Ravetto). Evocano la «remigrazione», all’urlo di «camerati» (la voce è di Domenico Furgiuele), e arrivano a chiedere la cancellazione del reato di femminicidio (la frase choc è del leader, Roberto Vannacci). Si potrà alleare Giorgia Meloni, prima donna presidente del Consiglio, con un partito che vorrebbe tornare a non considerare il femminicidio un reato ad hoc?

La frase choc sul femminicidio e la risposta di Bongiorno

Vannacci chiude l’assemblea costituente del suo partito, nato a febbraio davanti a un notaio. Futuro Nazionale ora ha un presidente (il generale stesso, in carica per tre anni), un’assemblea nazionale di 120 componenti, un esecutivo e truppe in tutta Italia. E nel giorno del debutto, il leader sale sul ring. E dall’Auditorium della Conciliazione tira fendenti e non fa sconti a nessuno. Ma quella che più fa discutere è la frase su un’emergenza come il femminicidio. Il reato introdotto in Italia un anno fa è «un’assurdità» perché «è un omicidio come tutti gli altri», sostiene il fondatore di FnV, convinto che non sia il genere della vittima a poter definire un delitto. «Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità», argomenta. E messo alle strette dai cronisti, è definitivo: «Il femminicidio non esiste».

Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini

Il centrodestra affida la difesa a Giulia Bongiorno, avvocato e senatrice della Lega. «Il punto non è che la morte di una donna ‘pesa’ più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore», puntualizza Bongiorno, promotrice del codice rosso e anche relatrice del disegno di legge che ha introdotto il reato di femminicidio nel codice penale. «Ecco perché la critica del leader di Futuro Nazionale è totalmente fuorviante», sottolinea. «Spero non ci sia nostalgia per il reato previsto fino al 1981, quando venivano concesse attenuanti a chi uccideva una donna per causa d’onore».

Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Giulia Bongiorno (Imagoeconomica).

Il primo affondo della premier contro FvN

La sala dell’Auditorium a due passi dal Vaticano dove si svolge l’assemblea di FnV è affollatissima e applauditissimi sono stati i discorsi più controversi. Così come da diversi mesi sono sold out tutti gli eventi organizzati dal generale. «Io non voglio fare implodere il centrodestra», assicura lui. «Le alleanze si fanno prima delle elezioni, ho delle linee rosse e non sono disposto a negoziarle», aggiunge. Deciderà tutto Meloni, è il refrain ripetuto dal centrodestra. Giovedì alla Camera, per la prima volta la premier si è espressa sul tema. La leader di FdI ha rotto il silenzio attorno al quale aveva finora congelato il nodo Vannacci ed è andata all’attacco in un’occasione di primissimo piano (in Aula nel corso delle comunicazioni in vista del Consiglio europeo). «Per sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo, insieme a Schlein, Conte e Renzi», ha detto rivolgendosi ai deputati di FnV. «Votare contro la fiducia significa votare per mandare a casa il governo. E fare quello che serve alla sinistra non è mai difendere l’interesse nazionale». Un affondo inedito proprio alla vigilia dell’assemblea costituente di FnV.

Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La vera preoccupazione della premier è Salvini

Ma non è all’Auditorium della Conciliazione che pensava Meloni mentre pronunciava il suo discorso. O forse sì, ma solo in minima parte. Il vero nodo che angustia la premier è il caos interno in casa leghista. L’attacco a Vannacci è parso a molti più una mossa a tutela degli ex lumbard che faticano a trovare una intesa sul rilancio del partito. In particolare le difficoltà del vicepremier Matteo Salvini, che ha ‘creato’ il fenomeno Vannacci, sono sotto gli occhi di tutti. E la premier è seriamente preoccupata dell’impatto che un sorpasso di FnV sulla Lega potrebbe causare nel partito di Salvini, che è in una fase di grande stallo bloccato da protagonismi e veti incrociati tra l’ala nordista guidata dei governatori e da Luca Zaia, e i sudisti guidati dal vicesegretario Claudio Durigon.

Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

L’incognita Futuro Nazionale e lo scetticismo di FdI

In Fratelli d’Italia poi si guarda con estremo scetticismo al boom di Vannacci nei sondaggi. «Il 4,8 per cento è tanto, noi ci abbiamo messo 10 anni ad arrivarci», è il ragionamento di chi frequenta Meloni. Un conto però sono gli incontri elettorali, un conto è mettere una croce e infilare la scheda nell’urna. Non che Meloni abbia avuto un ruolo marginale nel gestire la vicenda dell’uscita di Vannacci dalla Lega. Anzi, come L43 ha raccontato a inizio anno, sarebbe stata proprio la leader di FdI a spingere un Salvini recalcitrante a cercare un chiarimento con il generale. Fondare un partito dal nulla, un anno prima delle elezioni, comporta molti rischi, andava ripetendo, tra i corridoi di Montecitorio, il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli. Un anno in politica è un’era geologica, succede di tutto, queste operazioni funzionano se fatte come blitz, ragionava l’esponente meloniano. In un anno il rischio è che il fenomeno si sgonfi, continuava, sicuro che l’operazione di ‘scollamento’ da Vannacci potesse alla lunga favorire il centrodestra. Chissà se invece avere tutto questo tempo davanti non servirà al generale per crescere ancora e provare a radicarsi sul territorio. Chi frequenta le stanze della premier intanto scodella numeri. L’ultima elezione che Vannacci ha gestito per la Lega era il voto regionale toscano nel 2025 e il partito si è fermato al 3,6 per cento. Certo bisognerebbe anche ricordare le 538.938 preferenze ottenute alle Europee dell’anno precedente. Intanto il ‘duello’ con Meloni è iniziato.

Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini
Giorgia Meloni e Giovanni Donzelli (Imagoeconomica).

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi

Gli allenatori scarsi hanno un trucco. Partita complicata? Palla lunga in tribuna. Non segni, ma intanto passa il tempo e nessuno ti chiede come stavi giocando. La politica energetica italiana fa così da vent’anni. Oggi la palla si chiama nucleare. Tutti pazzi per l’atomo. In televisione, sui social, nei convegni. Solo che la cura si materializzerà, forse, nel 2035. E la bolletta – la più cara d’Europa – arriva invece alla fine di ogni mese.

I soldi buttati col Superbonus

Il Superbonus ci è costato 172 miliardi. Più o meno come tutto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un terzo delle pratiche è risultato irregolare. E nel 2026 pesa sul debito per 40 miliardi tondi. La premier Giorgia Meloni si lamenta, e ha ragione: il buco l’ha ereditato. Però quel bonus fu votato, in varie fasi, da quasi tutto il parlamento. E anche Fratelli d’Italia, quando non era al governo, spinse per estendere scadenze e platea dei beneficiari. L’unico che lo bocciò sul serio fu l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi: «Ha triplicato i prezzi», disse, perché quando paga lo Stato nessuno tratta più. Profeta inascoltato. È andato avanti uguale.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
Facciate rifatte con i soldi del Superbonus (foto Ansa).

E le rinnovabili? Nel cassetto

Mentre piange sui 40 miliardi, lo Stato non ha investito quasi nulla per il sole e il vento. La Corte dei conti l’ha scritto: dei fondi verdi del Pnrr, tolti i bonus, ne abbiamo spesi il 14,7 per cento. Sul resto si dorme. Le comunità energetiche? Fondi tagliati del 64 per cento. Le regole nuove? Servono a dire no: il decreto sulle “aree idonee” permette alle Regioni di bocciare quasi ovunque.

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Inaugurazione del primo sistema solare galleggiante realizzato da Enel, nel 2025 a Venaus, Torino (foto Ansa).

E i famosi «14 miliardi per l’energia» sbandierati a giugno 2026? Spoiler: non sono soldi. Sono il permesso di fare più debito senza che l’Europa ci rimproveri. Tradotto: ci hanno dato il via libera a spendere, e noi festeggiamo in conferenza stampa come se avessimo vinto alla lotteria. Spendere bene, però, è un’altra cosa. E quella, per ora, non si vede.

La grande idea del governo: il voucher benzina

Qual è stata, infatti, la grande idea del governo contro il caro-energia? Il voucher benzina. Cioè 100 euro per fare il pieno. Mentre il resto d’Europa investe per dipendere meno dai fossili, noi pensavamo di regalare soldi per comprarne di più. È come curare la sbornia con un altro giro di shot. Per fortuna è saltato: l’ha bloccato la Lega. A volte ci salva l’incapacità di mettersi d’accordo.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
Il voucher benzina era un’idea del governo, poi affossata (foto Ansa).

Le crociate contro le pale eoliche

E appena spunta una pala eolica, parte la crociata. A Orvieto contro lo stesso parco si sono schierati Vittorio Sgarbi e Fiorello. Popolo curioso, il nostro: il paesaggio diventa sacro solo se a comparire è energia pulita. Le autostrade, i capannoni, i tralicci: quelli no, fanno parte del folklore. La Francia, che di bellezza s’intende, le pale le ha messe ovunque. Noi facciamo gli esteti e paghiamo il gas.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
Pale eoliche (foto Ansa).

La cura miracolosa? I mini reattori

Rieccola, la palla lunga. La cura miracolosa sembra essere diventata quella degli Smr (Small Modular Reactor), cioè i mini-reattori. Enel, Ansaldo e Leonardo hanno fondato Nuclitalia per studiarli. La startup Newcleo ha promesso reattori al piombo che «mangiano le scorie» ed è schizzata in Borsa a 2,4 miliardi. Senza – piccolo dettaglio – avere ancora un reattore acceso.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
Render in 3D di small modular nuclear reactors.

Il guaio è uno: costano cifre da capogiro. L’unico progetto serio arrivato in Occidente, l’americano NuScale, l’hanno cancellato nel 2023 perché il conto era esploso: prezzo da 58 a 89 dollari a megawattora, costo da 5,3 a 9,3 miliardi. In soldoni: costa oltre 10 volte in più rispetto a un campo solare, e l’energia che sforna costa il doppio di quella del sole. E parliamo del migliore, prima che chiudesse baracca.

La fusione «verso il 2050»: siamo a cavallo

I tempi, poi, sono comici. I primi reattori italiani, nella migliore delle ipotesi, sono destinati ad arrivare nel 2035. La fusione «verso il 2050». Cioè: la soluzione per i nostri nipoti, la bolletta per noi. E la filiera? Non esiste. Dovremmo ricostruirla da zero, esattamente la situazione che fa lievitare i costi del primo esemplare. La stessa che ha affondato gli americani. Ma noi siamo ottimisti per natura…

Persino la Finlandia ha fatto lievitare costi e tempi

Un esempio europeo? La Finlandia. Che possiede l’ultimo reattore acceso nel continente, Olkiluoto 3. Cantiere aperto nel 2005, doveva costare 3 miliardi ed essere pronto nel 2009. È entrato in funzione nel 2023: cioè 14 anni dopo, a 11 miliardi. Quasi quattro volte il preventivo. E tra l’altro la Finlandia è il Paese più serio e organizzato che esista in materia. Loro. Figuriamoci noi, che il nucleare l’abbiamo spento nel 1987, grazie al referendum abrogativo sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, e da allora non avvitiamo un bullone.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi

Dove mettiamo le scorie?

Poi ci sono le scorie. Non durano mille anni: ne durano decine di migliaia. Al mondo non c’è un solo deposito definitivo acceso con questo tipo di funzione. La più avanti è – di nuovo lei – la Finlandia, con Onkalo: e nemmeno quello è ancora in funzione. Da noi? Ci sono 51 aree definite «idonee», ma zero candidature. In tutto si tratta di 32 mila metri cubi già parcheggiati in giro per l’Italia, anche se la soluzione è rinviata a «non prima del 2050». Insomma, vogliamo fabbricare scorie nuove prima di sapere dove mettere le vecchie.

La soluzione ce l’abbiamo già in mano

Gli altri, intanto, corrono. La Spagna è al 56 per cento di rinnovabili, la Germania oltre il 60 per cento. Noi fermi al 41, con la corrente più cara. Scelte opposte sull’atomo – Berlino l’ha spento, Madrid lo spegne – ma una cosa in comune: hanno deciso e fatto. Gli spagnoli, da soli, mettono 10 gigawatt di rinnovabili l’anno e oggi hanno l’elettricità all’ingrosso tra le più economiche del continente. Noi annunciamo, rinviamo, e poi ci stupiamo della bolletta.

Eppure la soluzione ce l’abbiamo già in mano. Il sole e il vento. Costano meno, si montano in mesi e non in decenni, e non lasciano in regalo nulla di radioattivo ai pronipoti. Gli accumuli e le reti intelligenti tengono insieme il sistema anche quando non c’è vento, e lo fanno adesso, non nel 2040. Manca una sola cosa: la voglia di farlo.

Non è tifo, tra atomo sì o atomo no. Un giorno il nucleare potrà servire. Ma non può essere l’ennesima scusa per non fare oggi ciò che già conviene. Basta sparare la palla in tribuna. Una volta tanto giochiamola, questa benedetta partita.

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta

Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, attualmente in carcere a Rebibbia per una condanna per traffico di influenze, tornerà libero il prossimo 24 giugno. Il tribunale di Sorveglianza di Roma ha rigettato il reclamo del Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, contro la riduzione di pena per le condizioni inumane di detenzione. In questi anni l’ex ministro delle Politiche agricole ha raccontato regolarmente l’inferno carcerario italiano nel suo diario dal carcere pubblicato sul suo account Facebook. Un memoir in corso d’opera che ha contribuito a diffondere, in virtù della notorietà di Alemanno, lo stato di salute degli istituti di pena in Italia, sempre più sovraffollati e carichi di morte (27 i suicidi in carcere dall’inizio del 2026; l’anno scorso furono 80 e l’anno prima 91, cifra record).

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
Il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana con Gianni Alemanno durante una visita nel carcere di Rebibbia (Ansa).

La lettera dei compagni di Rebibbia

I suoi compagni di Rebibbia gli hanno anche scritto una lettera per salutarlo e ringraziarlo: «Vogliamo farti un augurio speciale affinché tu, appena libero, possa riabbracciare i tuoi cari e dedicarti a quello che sai fare meglio, cioè la politica», scrivono. «Hai dimostrato in questa valle di lacrime che i diritti umani non hanno colore politico e sono al di sopra di tutto. Noi che non vedevamo di buon occhio la politica, grazie a te ci siamo potuti appassionare alla materia, lo abbiamo fatto perché eri come noi, ma in più avevi quella ‘cazzimma’ per far conoscere il carcere e le persone che lo abitano. Ci hai fatto capire che la politica è lo studio di fatti e di idee e in questa tua detenzione di fatti e di idee ne hai potuto studiare tanti, per poi trasformarli in battaglie civili».

I numeri di Antigone sul sovraffollamento carcerario

Chissà se dopo il 24 giugno Alemanno continuerà a raccontare che cos’è il carcere in Italia al tempo del governo Meloni. Nemmeno l’amico Ignazio La Russa ha potuto fare alcunché, i suoi appelli d’altronde sono rimasti inascoltati. Lo testimoniano anche i numeri più recenti, registrati da Antigone. «La popolazione detenuta continua ancora a crescere. E d’altronde, in assenza di qualunque intervento utile, perché mai questa crescita dovrebbe fermarsi?», si chiede l’associazione presieduta da Patrizio Gonnella. «Il carcere, oggi, è fuori dalla legalità costituzionale». Al 31 maggio 2026 i presenti erano 64.741, 305 in più di un mese fa, 1.980 in più di un anno fa. Con un tasso di crescita come quello degli ultimi 12 mesi supereremo quota 66 mila per la fine del 2026, ma con il tasso di crescita degli ultimi cinque mesi ci arriveremo ancora prima. «I numeri della condanna Torreggiani sono sempre più vicini», osserva Antigone. 

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
Detenuto in carcere (Imagoeconomica).

A fine maggio le donne erano 2.881, il 4,5 per cento dei presenti, e gli stranieri 20.350, il 31,4 per cento. «Da segnalare il fatto che nell’ultimo anno, se gli stranieri sono cresciuti del 2,7 per cento, dunque meno della crescita della media della popolazione detenuta, che è complessivamente aumentata del 3,2 per cento, nello stesso periodo le sole donne detenute sono aumentate del 5,3 per cento». Il dato, storicamente sostanzialmente stabile, della presenza femminile all’interno della popolazione detenuta, negli ultimi 12 mesi ha mostrato una leggera crescita. A livello regionale, la crescita di presenze più alta nell’ultimo anno si è registrata in Abruzzo (+14,9 per cento), nel Trentino-Alto Adige (+14 per cento) e nelle Marche (+11,2 per cento). I posti effettivamente disponibili alla stessa data erano 46.320 (390 in meno di 12 mesi fa) e dunque il tasso medio di affollamento nazionale raggiunge il 139,8 per cento. Gli istituti più sovraffollati sono Lucca (259 per cento), Foggia (220 per cento), Grosseto (213 per cento), Milano San Vittore (212 per cento), Brescia Canton Monbello (210 per cento), Busto Arsizio (206 per cento), Varese (204 per cento), Lodi (202 per cento), Taranto (200 per cento).

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
L’istituto penitenziario minorile Fornelli di Bari (Imagoeconomica).

I bambini in prigione con le madri sono saliti a 30

«Con il crescere del sovraffollamento continua a crescere il numero di persone sottoposte a trattamenti inumani e degradanti. Oltre 6.500 ricorsi sono stati accolti nel 2025 e, con l’aumento della popolazione detenuta, è facile presumere che nel 2026 saranno ancora di più», sottolinea Antigone. L’inciviltà delle carceri italiane è testimoniata da dati terribili come questi appena citati. Ma ce n’è uno che è più terribile di altri, quello sui bambini in prigione con le loro madri: sono 30, al momento. Erano anni che non si registravano numeri così alti. Nel 2025 erano 11. «Si tratta di un effetto diretto del decreto sicurezza, che ha cancellato il rinvio obbligatorio della pena per le donne incinte o con figli piccoli», dice Antigone. «Come se la sicurezza del Paese passasse da una manciata di donne. Da anni in Italia una legge prevede la costruzione di case famiglia dove far scontare la pena, evitando così che bambini piccoli debbano iniziare la loro vita dentro un carcere. Ma è una legge senza finanziamenti e senza nessun impegno obbligatorio». Alemanno, grazie al governo Meloni, avrà di che scrivere anche dopo il 24 giugno. 

La ritirata di Abodi e le quotazioni di Fitto in Europa: le pillole del giorno

Da quando si è sfilato dalla possibile corsa per il Campidoglio lo chiamano «don Abodi», manco fosse il don Abbondio manzoniano. Fare il sindaco «è un lavoro meraviglioso, amare la città è la cosa più bella del mondo, poterla migliorare e cambiare è fantastico. Ma non è il mio caso», ha messo in chiaro il ministro dello Sport a Un giorno da pecora. «Non credo sia questa la mia prospettiva». Forse Abodi non ha troppa voglia di correre contro Roberto Gualtieri partendo sfavorito, almeno stando ai sondaggi. Senza contare che le “faccende locali” nella Capitale sono pericolosissime da gestire. Nel centrodestra agitato dal fantasma Vannacci – per Futuro Nazionale potrebbe correre l’ex leghista Antonio Maria Rinaldi, che a gennaio era stato indicato come candidato di bandiera da Matteo Salvini – i nomi che continuano a girare sono quelli dei meloniani Fabio Rampelli e Roberta Angelilli, che comunque non sarebbero in grado, a quanto pare, di scalfire il dominio di Gualtieri, specie da quando Il Messaggero dell’ottavo re di Roma, ossia Francesco Gaetano Caltagirone, tratta con i guanti di velluto il primo cittadino.

La ritirata di Abodi e le quotazioni di Fitto in Europa: le pillole del giorno
Andrea Abodi e Roberto Gualtieri (Imagoeconomica).

Fitto for president

Mentre in Italia si litiga, pure tra ex alleati (imperdibile l’attacco in Aula a Giorgia Meloni della neo-vannacciana Laura Ravetto) in Europa c’è chi punta ad alti traguardi. Nel silenzio, come spesso accade tra Bruxelles e Strasburgo, un italiano sta seminando e pare molto proficuamente per il suo futuro. Stiamo parlando di Raffaele Fitto, meloniano con Dna democristianissimo, che da vicepresidente della Commissione Ue continua a coltivare relazioni a tutto campo e senza dare nell’occhio. Fitto riceve e ascolta tutti, non alza mai la voce, offre la massima disponibilità su ogni argomento. Una linea così efficace che secondo alcuni europarlamentari, anche nordeuropei, sarebbe «un ottimo presidente per voi italiani». Insomma, Fitto potrebbe essere un avversario davvero temibile per chi spera di diventare presidente della Repubblica dopo Sergio Mattarella. Solo fantapolitica?

La ritirata di Abodi e le quotazioni di Fitto in Europa: le pillole del giorno
Raffaele Fitto (Imagoeconomica).

Il Pd per i vigilantes nel centro di Roma

Incredibile ma vero: il Partito democratico si converte ai vigilantes nel centro della Capitale. Dopo Cicalone e Serpico, protagonisti di blitz contro i borseggiatori in metropolitana, ecco che la presidente del Primo Municipio, la piddina Lorenza Bonaccorsi, ha avviato un piano per l’impiego di vigilantes privati a supporto delle forze dell’ordine nel centro storico. L’iniziativa mira a presidiare le aree più critiche e contrastare il degrado, integrando il lavoro di polizia, carabinieri e polizia locale.

Giorgetti mette il sigillo del Mef sulla Rai e congela la riforma

Dunque, ora che fine farà la riforma della Rai? La tanto attesa audizione di Giancarlo Giorgetti mercoledì in VIII commissione a Palazzo Madama sembra essere la pietra tombale della legge sulla tv pubblica, almeno come ce l’ha chiesta l’Europa.

Il testo base della maggioranza dopo mesi di stallo

Breve riassunto delle puntate precedenti. Lo scorso 8 agosto è entrato in vigore l’Emfa (European Media Freedom Act), un regolamento europeo che vincola i Paesi membri su alcuni punti essenziali per quanto riguarda le tv pubbliche. Innanzitutto, dice che la governance delle tv deve essere completamente sganciata dal governo, cosa che in Italia non è visto che il Mef indica amministratore delegato e presidente della Rai. Dice che le tv pubbliche devono essere amministrate in modo trasparente, con risorse certe, e non modificabili ogni anno. E poi fissa alcuni paletti sull’indipendenza e la tutela della libertà di stampa e del lavoro giornalistico. Dopo mesi di stallo, finalmente la maggioranza di governo ha messo a punto un testo base, cui la minoranza si oppone, che comunque fissa almeno una regola, andando incontro all’Emfa: il cda Rai durerà cinque anni e sarà composto da sette consiglieri, uno espresso dai dipendenti e gli altri sei dal parlamento, tre dalla Camera e tre dal Senato. Quindi, almeno su questo, l’Emfa è rispettato.

Giorgetti mette il sigillo del Mef sulla Rai e congela la riforma
L’Aula del Senato (Imagoeconomica).

Giorgetti tira il freno

A questo punto i parlamentari dell’VIII commissione di Palazzo Madama, che stanno lavorando sul testo, attendono il parere del Mef, che è decisivo. Giorgetti però fa melina, si nega, si fa attendere, viene fissata una prima audizione e il ministro dà buca. Finalmente viene audito mercoledì e dice quello che un po’ tutti temevano. «Se la forma che abbiamo scelto per la Rai è quella di una società per azioni, è evidente quel modello implica che ci sia un amministratore espresso dall’azionista, anche se con tutti gli accorgimenti dovuti al caso specifico», afferma il ministro. «Uno spazio che non si ritiene ulteriormente comprimibile, se non al prezzo di compromettere la coerenza con l’assetto azionario e le funzionalità connesse al ruolo e alle responsabilità dell’azionista». Di più: la riforma della Rai non può stravolgere l’assetto societario della tv pubblica. Giorgetti dichiara di aver avuto interlocuzioni con i tecnici di Bruxelles che sul tema l’avrebbero rassicurato. «Non stupisce che da parte dei servizi tecnici della Commissione Ue non siano stati sollevati rilievi strutturali», ha sottolineato il titolare dell’Economia. Cosa assai strana visto che l’Emfa chiede di sganciare il vertice della tv dall’esecutivo.

Giorgetti mette il sigillo del Mef sulla Rai e congela la riforma
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

L’Italia rischia una procedura di infrazione

Giorgetti fa trapelare di essere in possesso anche di una lettera di Bruxelles che avvalora la sua tesi ma, quando i parlamentari gli chiedono di mostrarla, fa il vago e non risponde. Come non risponde alla presidente della Vigilanza, Barbara Floridia, che per settimane gli ha chiesto conto di questa fantomatica lettera, ricevendo solo spallucce da Via XX Settembre. «Sembra il terzo segreto di Fatima», si ironizza in Commissione. Insomma, alla fine Giorgetti pone una condizione: fate la riforma come volete, seguendo l’Emfa, ma il Mef deve avere la possibilità di esprimere almeno l’amministratore delegato. Così facendo, però, sostengono le opposizioni, non si rispetta l’Emfa, con la conseguenza che l’Ue potrebbe far partire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. «Come fa Giorgetti a dire che la nomina dell’ad Rai su proposta del Mef è compatibile con il regolamento Ue? Lo ha letto? C’è scritto nero su bianco che le nomine devono avvenire sulla base di meccanismi liberi da influenze politiche da parte dei governi», ha attaccato Floridia. «Questa destra vuole continuare a lottizzare la tv pubblica, disposta anche a far pagare al nostro Paese le sanzioni per le procedure di infrazione», ha rincarato la dose il capogruppo dem in Senato, Francesco Boccia.

Giorgetti mette il sigillo del Mef sulla Rai e congela la riforma
Barbara Floridia, presidente della Commissione Vigilanza Rai (foto Ansa).

Gli Stati in regola sono solo due

Da quel che si sa, da Bruxelles per ora sono partite 20 lettere ad altrettanti Paesi membri (tra cui l’Italia) in ritardo sulla riforma, per sollecitarli a darsi una mossa. Anche se poi si fa anche notare che gli Stati in regola con l’Emfa sono soltanto due: Finlandia e Danimarca. Mal comune mezzo gaudio, si direbbe. Staremo a vedere. Ora però si dovrà ricominciare a lavorare sul testo, introducendo la modifica chiesta da Giorgetti. «Dall’audizione abbiamo appreso che un assetto che veda presente un numero limitato di consiglieri espressi dal ministero dell’Economia non sarebbe incompatibile con le nuove regole europee. Se una fonte così autorevole fa un’affermazione del genere in Parlamento, non si può non tenerne conto», fa notare il forzista Maurizio Gasparri. Ma l’ipotesi più probabile è che si fermi di nuovo tutto, in attesa che si esprima la Corte di Giustizia europea, che dovrà rispondere a un ricorso delle autorità slovacche sullo stesso tema. Non è solo un problema italiano, dunque.

Giorgetti mette il sigillo del Mef sulla Rai e congela la riforma
Antonio Marano, Giampaolo Rossi e Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Per fare ulteriore chiarezza, Floridia ha annunciato di voler audire il ministro dell’Economia anche in Vigilanza, che però è ancora bloccata per l’impasse tra maggioranza e opposizione sulla presidenza Rai. L’audizione dovrà dunque avere il benestare del centrodestra, che ogni tanto lo concede, come mercoledì scorso quando è stato ascoltato il dg Roberto Sergio sulla vendita del patrimonio immobiliare.

Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole

Pina Picierno se ne va dal Partito democratico. E questo si sa. Ma intanto che fa? Propone film al parlamento europeo. Mercoledì 10 giugno infatti Bruxelles ha ospitato la proiezione speciale del film Elena del ghetto, diretto da Stefano Casertano. Un «evento privato» promosso proprio da Picierno, vicepresidente del parlamento europeo con delega alla Giornata della memoria (che si celebra il 27 gennaio) e alla lotta contro l’antisemitismo. Il film è stato presentato nell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, mentre a Bruxelles si è detto che «l’iniziativa rappresenta un importante momento di riflessione dedicato alla memoria della Shoah. In un contesto storico in cui il contrasto all’antisemitismo e la tutela dei valori democratici sono quanto mai urgenti, il cinema si conferma un linguaggio universale capace di parlare alle coscienze, promuovere la consapevolezza civile e dialogare con le nuove generazioni». Con Picierno c’erano Maria Grazia Saccà, ceo di Titanus Production, il regista Casertano, l’attore Marcello Maietta e Guido Lombardo, presidente di Titanus Spa.

Ma al di là del “Nuovo Cinema Picierno”, come l’ha ribattezzata qualcuno, cosa farà politicamente ora la fuoriuscita dem? L’appuntamento è al Teatro Franco Parenti di Milano, lunedì 15 giugno. Lì, dalle 17 alle 20, verrà presentato ufficialmente il Movimento degli europeisti. A proposito di quella “Cosa centrista” che sa tanto di chimera. Hanno aderito al progetto, tra gli altri, Mario Monti, il leader di Azione Carlo Calenda, l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, il presidente di +Europa Matteo Hallissey. Si punta forte su «difesa comune», «difesa dell’Ucraina», «difesa dei confini». C’è davvero un elettorato pronto a dire ciaone a Elly Schlein per seguire questa iniziativa?

Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole

A Cardinaletti ormai il Tg1 va stretto

Il Tg1 ormai sta stretto a Giorgia Cardinaletti, sposa promessa del giornalista del quotidiano Il Messaggero Francesco Bechis, figlio di Franco, oggi direttore di Open. Dopo l’exploit al Festival di Sanremo, la conduttrice del tg della rete ammiraglia del servizio pubblico condurrà il mega concerto “Vita!”, al Circo Massimo, nella Capitale, lunedì 22 giugno. In occasione della giornata mondiale contro la droga e le dipendenze, sono attesi 10 artisti: sul palco saliranno Andrea Bocelli, Annalisa, Gianni Morandi, Biagio Antonacci, Emma, Antonello Venditti, Alessandra Amoroso, Gigi D’Alessio, Riccardo Cocciante e Il Volo, accompagnati dalla Nuova Orchestra Sinfonietta diretta dal maestro Leonardo De Amicis. A condurre la serata, assieme a Giorgia Cardinaletti, ci sarà Nek. Ospiti Lorella Cuccarini e Raoul Bova. Patrocinano Gianmarco Mazzi e Alessandro Giuli, con i ministeri del Turismo e della Cultura, con la “regia” dell’evento nelle mani di Salvo Nastasi, presidente della Siae. Tra l’altro Cardinaletti sarà sul palco di quel Circo Massimo dove per due giorni, il 6 e 7 giugno, c’è stato il suo ex Cesare Cremonini, con concerti sold out…

Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole

Anche Carraro junior a La Stampa

C’è pure Luigi Carraro, figlio di Franco, ex presidente del Coni, nel board del quotidiano La Stampa “deagnellizzato”. Luigi è a capo della federazione del padel, sport amatissimo nei circoli romani, formalmente indipendente ma nei fatti “costola” di quella Fit che è guidata da Angelo Binaghi. E il salotto di casa Carraro, nella Capitale, con Sandra, è sempre stato lo snodo di tanti accordi e trattative, con la benedizione di Gianni Letta. Maria Angiolillo, la regina dei salotti con il suo villino a Trinità de’ Monti, definiva Sandra Carraro la sua «migliore amica». Il mondo è piccolo…

Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Luigi Carraro (Imagoeconomica).

L’Inps e quei concorsi che fanno discutere

È un classico: ormai l’Inps mette a concorso decine di posti di dirigenti di seconda fascia per chi vanta «almeno cinque anni di servizio nella pubblica amministrazione, oppure in alternativa, requisiti specifici equivalenti per dipendenti di organismi internazionali o con funzioni dirigenziali già maturate». Insomma, si assume chi già lavora nello Stato. Una modalità che suscita qualche polemica, ma che stranamente viene vista “di buon occhio” dai sindacati, che da sempre hanno vantato nel board i loro rappresentanti (è sufficiente vedere quanti numeri uno dell’istituto facevano il mestiere di sindacalista, uno fra tutti lo scomparso Giacinto Militello, Cgil e presidente Inps, compagno di Laura Pennacchi, sottosegretaria al Tesoro nel primo governo di Romano Prodi). E pensare che Beppe Grillo favoleggiava anni fa di un sistema potentissimo con un gigantesco computer che avrebbe permesso a una persona sola di gestire le pensioni di tutti gli italiani, senza avere uffici sparsi in ogni città…

Niente Salerno? Erri De Luca va al festival “Ebraica”

Cacciato dalla kermesse che Salerno dedica alla letteratura, Erri De Luca diventa protagonista a Roma del festival “Ebraica”. E probabilmente per lo stesso motivo (cioè le sue parole su Gaza). Si parte domenica 14 giugno, di sera, nel Palazzo della Cultura, con “Difendiamo le parole”, una conversazione tra lo scrittore e l’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari per «proteggere il linguaggio da veleni, aggressività e fake news che generano intolleranza, con l’idea che rispettare le parole significhi rispettare chi le pronuncia». Non mancheranno le polemiche. A seguire, “Disegnare il futuro. Cultura, innovazione, speranza. Il caso Roma” , un dibattito con protagonisti il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, Enrico Vanzina e ancora Molinari.

Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Erri De Luca (Imagoeconomica).

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere

Anche oggi la Lega cambia domani. È il refrain che si ode al termine della riunione del consiglio federale di mercoledì, uno ‘sfogatoio’ di tre ore, tutti in presenza, nella sala Salvadori del gruppo a Montecitorio. E, mentre volano gli stracci, Luca Zaia appare sempre più arroccato sulle sue posizioni e meno disponibile a mettersi a disposizione per ‘salvare’ il partito dal calo di consensi dopo l’uscita del generale Roberto Vannacci.

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

I dubbi di Zaia

Non si capisce bene se il Doge sia più restio a farsi carico del partito o Matteo Salvini a cedergli spazio all’interno della struttura leghista. Anche perché chi è vicino al segretario sostiene che non sia ben chiaro cosa l’ex governatore voglia. Gli è stato proposto di tutto e lui ha sempre rifiutato tutto, è la lamentela. Chi è invece vicinissimo a Zaia sa cosa il veneto non vuole: fare da vice a Salvini con il rischio di essere trascinato giù al 4 per cento alle Politiche del prossimo anno. «Se continua così, finiremo al 3 per cento, segnatevelo», va dicendo da almeno un anno con chiunque parli della Lega. Da sempre critico rispetto all’operazione Vannacci, nei giorni scorsi era apparso più possibilista rispetto a un suo coinvolgimento. «Non posso tirarmi indietro. Mi tocca candidarmi», aveva confidato ai leghisti che lo avevano contattato.

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Il presidente del Consiglio regionale del Veneto ed ex governatore, Luca Zaia (Ansa).

L’affondo di Romeo contro la leadership

Ma c’è il tema della «immagine deteriorata» del segretario, per citare le parole choc usate da Massimiliano Romeo durante il federale. Nel durissimo intervento, il capogruppo al Senato parla di partito «in crisi di credibilità» senza più ormai anticorpi. «Tra poco non saremo più in grado neanche di organizzare una serata delle scope», aggiunge, citando la notte in cui Umberto Bossi chiese scusa ai militanti, piangendo sul palco di Bergamo dopo l’inchiesta sui rimborsi irregolari. Ed è questo che più allontana Zaia dal posto di vicesegretario della Lega. Non è disposto al sacrificio della sua immagine al fianco di un leader che tutti considerano ormai «finito». La mediazione però non è ancora completamente chiusa. Salvini ha rinviato ogni decisione alla prossima settimana, ma Zaia ha fatto spallucce. «Io la prossima gliel’ho detto che sono via», lamenta, «non posso andare ad alcun federale, lo sa». Insomma, sembra proprio che questo matrimonio non s’abbia da fare. E intanto continuano i litigi. Contro Romeo tuona il senatore ‘sudista’ Roberto Marti, per mesi dato come colui che avrebbe voluto sfilare proprio al lombardo il ruolo di capogruppo a Palazzo Madama. Interviene Attilio Fontana a difendere le ragioni del Nord.

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).

Torna l’ipotesi di Salvini al Viminale

E poi c’è il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari che rilancia l’idea di Salvini al Viminale. «Possiamo chiedere», propone, «di avere garanzie su questo in cambio del via libera alla riforma della legge elettorale». L’idea viene proposta da molti. Non si capisce se con intenzioni reali o solo come suggestione per accontentare il capo. Anche perché si tratta di un progetto molto difficile da realizzare, come si vorrebbe, nel corso dell’attuale legislatura: dovrebbe quantomeno avere l’avvallo degli alleati, Giorgia Meloni e Antonio Tajani, e il via libera del Quirinale. Resta comunque scolpita nelle menti di tutti la frase di Giancarlo Giorgetti che su Matteo Piantedosi confessa: «Neanche io lo capisco a volte quando parla in Consiglio dei ministri».

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).

I governatori contro Siri

Altri momenti di tensione si registrano tra Salvini e Susanna Ceccardi. Al segretario non va giù che l’europarlamentare toscana si sia fermata qualche minuto a rilasciare dichiarazioni ai giornalisti, prima dell’inizio della riunione del federale. E quando lei definisce i vannacciani dei «minus habens» senza futuro politico, fenomeni da baraccone creati dalla stampa, Salvini interviene duramente per rimproverarla e chiedere di parlare meno di Vannacci alla stampa: è controproducente. Ma il climax si ha solo alla fine. Il responsabile dei dipartimenti Armando Siri pensa bene di esplicitare quello che i salviniani vanno dicendo da anni: ovvero che i governatori hanno remato contro Salvini e il partito, decidendo di non candidarsi alle Europee.

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Matteo Salvini e Armando Siri (Imagoeconomica).

La reazione di Zaia, Massimiliano Fedriga e Fontana non si fa attendere. Fedriga rivendica i risultati ottenuti alle Regionali, ultimo in ordine di tempo in Veneto con il 36 per cento. Il governatore lombardo si infervora ed esce sbattendo la porta. Zaia si arrabbia e poi la butta in caciara, sfoderando sarcasmo. «E cosa fa di mestiere questo? L’ideologo …» chiede, parlando di Siri, tra le risate. Sipario. Attendiamo la nuova puntata. Se ci sarà.

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Attilio Fontana.

Vannacci da Gruber: cosa ha detto su remigrazione, diritti Lgbt, Salvini e Meloni

«I miei compagni di partito sono i rifiuti degli altri, quello che avanza, e a me sta bene. Voglio la sporca dozzina». Lo ha detto Roberto Vannacci nel corso della sua prima ospitata da Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7, nel corso della quale ha anche respinto per Futuro Nazionale l’etichetta di estrema destra. Semmai, ha precisato, «destra autentica». Ecco i temi affrontati e le affermazioni dell’ex generale.

Sulla remigrazione: «Servono tanti Cpr. Le piacciono i clandestini?»

Tra i temi affrontati l’immigrazione o, meglio la remigrazione: «Innanzitutto vanno remigrati coloro che non hanno motivo e diritto di essere da noi. Sono la maggior parte, l’80 per cento». E come si fa la remigrazione? «Intanto creando tanti Cpr. Ci sono già accordi bilaterali per il rimpatrio, con quasi tutti i Paesi. Il problema è che poi in Europa c’è qualcuno che fa parte di questa alleanza di centrodestra che quando c’è da votare sull’applicazione di questi accordi vota contro». Secondo l’ex generale «possiamo portare queste persone in Paesi terzi sicuri, l’importante è che non stiano da noi». Poi Vannacci, citando le espulsioni messe in atto da Donald Trump, ha provocato Gruber: «A lei piacciono i clandestini?».

Vannacci da Gruber: cosa ha detto su remigrazione, diritti Lgbt, Salvini e Meloni
Roberto Vannacci (Ansa).

Su Salvini: «Non l’ho usato, lui ha usato me per prendere 500 mila voti»

Così su Matteo Salvini: «Non l’ho usato, lui ha usato me per prendere 500 mila voti. Oggi il mio partito ha fatto 100 mila iscritti in soli tre mesi. Sono tutti quelli che probabilmente mi hanno votato quando ero nella Lega, senza voler votare per il Carroccio. È la dimostrazione plastica di quello che ho portato alla Lega». L’europarlamentare ha anche dichiarato: «Come mai proprio adesso il centrodestra è così titubante nei miei confronti e ogni giorno c’è qualcuno che dice che non vuole Vannacci mentre gli andavo bene quando ero vicesegretario della Lega? Non ho cambiato mai alcuna posizione, sono le stesse che ho oggi».

Vannacci da Gruber: cosa ha detto su remigrazione, diritti Lgbt, Salvini e Meloni
Roberto Vannacci e Matteo Salvini (Ansa).

Meloni «destra autentica, ma probabilmente deve dimostrarlo di più»

«È destra autentica, ma probabilmente deve dimostrarlo di più», ha detto poi Vannacci riferendosi a Giorgia Meloni. «Con la presidente del Consiglio ho tante idee in comune, il problema poi è stato come metterle a terra», ha aggiunto il fondatore di Futuro Nazionale, puntando il dito sulle «molte proposte mai realizzate» e sulle riforme mancate del governo. «Tante posizioni che vengono prese in Europa da alcuni partiti di questa coalizione di centrodestra sono le stesse che prende il Pd», ha osservato Vannacci, definendosi poi «il sestante che fa il punto nave e riporta sulla giusta rotta una destra che ha perso la trebisonda».

Vannacci: «I gay? In ospedale vengono curati e in strada possono guidare»

Al centro del dibattito a Otto e Mezzo anche le posizioni di Vannacci sui diritti Lgbtq+: «E se scoprissimo che lei è gay?», la domanda posta a un certo punto all’ex generale. La risposta: «Non accamperei diritti. I gay se vanno in ospedale li curano, e in strada possono guidare. Continuo a promuovere la famiglia naturale. Non capisco perché il frutto di un orientamento sessuale, quindi di un gusto personale, debba dare luogo a diritti».

Meloni in Aula: «Sì alle sanzioni contro i coloni e Ben Gvir»

La premier Meloni ha tenuto alla Camera le comunicazioni in vista della riunione del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, esprimendosi su diversi temi di politica estera. «Sosteniamo la difesa dell’Ucraina, la nostra linea non cambia. Sostenere Kyiv e mantenere la pressione su Mosca rappresenta ancora oggi l’unico modo per aprire una stagione negoziale. Per questo sosteniamo il ventesimo pacchetto di sanzioni europee», ha detto in merito alla guerra in Ucraina, sostenendo «la necessità di individuare una figura autorevole investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri per portare il punto di vista dell’Europa». E ancora: «Dobbiamo contribuire a costruire le condizioni della pace, lavorando insieme ai nostri alleati a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina, una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo, obiettivo per il quale è chiaramente indispensabile preservare l’unità euroatlantica, rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida non sempre facile ma necessaria, solo che coordinamento non significa delega».

Meloni contro Ben Gvir: «Dichiarazioni inaccettabili»

Quanto a Israele, ha dichiarato: «L’Italia intende sostenere misure contro coloro che, come i coloni violenti, fomentano l’odio e l’estremismo. Come il ministro Ben Gvir che abbiamo chiesto di sanzionare dopo l’inaccettabile comportamento nei confronti di cittadini italiani. Approfitto per rispedire al mittente le dichiarazioni che lo stesso ministro ha fatto, inaccettabili per l’Italia e poco dignitose per Israele».

L’ambasciatore russo a Roma contro il Colle: «Falsità su di noi»

«Qui in Italia, da alcuni degli alti colli romani, ci sentiamo spesso accusati. La Russia sarebbe colpevole di tutti gli attuali problemi dell’ordine mondiale odierno, che si tratti dell’Europa dell’Est, del Medio Oriente o dell’Africa. Posso affermare con fermezza che queste accuse non corrispondono assolutamente al vero, sono una palese falsità. I fatti testimoniano l’esatto opposto». L’ha detto Alexei Paramonov, ambasciatore russo in Italia, sferzando un duro attacco alle autorità del nostro Paese – e, in particolare, al Quirinale, anche se non citato esplicitamente.

Le accuse alla Nato: «Ha spinto i propri confini verso Est tramando minacce reali»

Nel discorso ufficiale nella sua residenza per la festa della Giornata della Russia, ha aggiunto che «è stata proprio la Nato che, a partire dalla metà degli Anni 90, ha spinto con insistenza, senza alcuna giustificazione, i propri confini verso Est, procedendo all’assimilazione politico-militare dei Paesi dell’Europa Orientale e degli Stati che un tempo facevano parte dell’Urss, impegnandosi a tramare, nei confronti della Russia attuale, minacce reali е non immaginarie». «In questa situazione», ha proseguito, «a Mosca non restava, né resta oggi, altra via d’uscita se non quella di prendere in mano il proprio destino e di difendere in maniera autonoma gli interessi nazionali». «È difficile immaginare che uno Stato sovrano, dotato di una storia plurisecolare, possa agire a discapito dei propri interessi. Così si comportano solo gli Stati e i leader che hanno ormai smarrito la propria sovranità e indipendenza, trasformatisi in definitiva in vassalli e servitori dei potenti del mondo, a scapito degli interessi della propria stessa popolazione».

«Operazione in Ucraina risposta alla guerra ibrida dell’Occidente contro la Russia»

Paramonov ha concluso affermanto che l’operazione militare speciale in Ucraina «rappresenta una risposta alla guerra ibrida dell’Occidente contro la Russia, una risposta ai tentativi di limitare le nostre capacità di sviluppo sovrano, di minare i nostri legittimi interessi politici ed economici, di destabilizzare l’assetto politico interno e di relegare la Russia ai margini della storia mondiale».

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd

Goffredo Bettini ha saldamente preso il posto del Conte Max (Massimo D’Alema): ogni volta che c’è una sua intervista, e non si capisce peraltro da cosa derivi tutta questa sovraesposizione mediatica, il capo della “corrente thailandese” del Pd provoca ferite nel dibattito pubblico del partito di Elly Schlein.

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Massimo D’Alema e Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

La frenata sull’Ucraina e la volata a Onorato

L’ultima conversazione è stata con il Corriere della Sera, nel corso della quale Bettini, solitamente spacciato per intellettuale pubblico, lancia la solita volata al bencapitato di turno (stavolta tocca ad Alessandro Onorato, assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda del Comune di Roma e animatore della solita formazione paracentrista che piace a Bettini), distribuisce patenti di legittimità a sinistra e a sinistra, ritenendo che Pina Picierno fosse ormai incompatibile con il Pd e sparacchia sulla Russia e sull’Ucraina a favore dei putiniani (frenando parecchio sull’entrata di Kyiv nell’Ue): «Considerare la Russia asiatica e barbarica per sua natura, la spinge ancor di più verso un nazionalismo autocratico. La Russia è parte della storia europea. Serve all’Europa, alla sua stabilità e alla sua economia. E poi, altro che asiatici: Puskin, Gogol, Dostoevskij hanno capito, più di ogni altro, l’ombra della modernità occidentale».

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Alessandro Onorato (Imagoeconomica).

I riformisti contro la deriva filorussa

Filippo Sensi, senatore del Pd, ha però un sospetto: che Bettini non abbia letto o abbia capito poco della letteratura russa che cita. «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Filippo Sensi (Imagoeconomica).

E quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, dice la deputata del Pd Lia Quartapelle, Bettini «parla di sé? Sembrerebbe di sì, visto che oggi il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata». La miglior risposta, aggiunge la senatrice Simona Malpezzi, «è la risoluzione del Pd che ribadisce con forza il pieno sostegno all’Ucraina e, soprattutto, il suo necessario ingresso nell’Ue. Noi riteniamo l’allargamento a Kyiv una scelta decisiva». 

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Simona Malpezzi (Imagoeconomica).

È Bettini che è contiano o Conte che è bettiniano?

Citofonare però Giuseppe Conte, l’alleato preferito di Bettini, che ammette di avere divergenze con il Pd sull’Ucraina (è Conte che è bettiniano o Bettini che è contiano? Ah, saperlo). E lui, l’ex europarlamentare di stanza a Bangkok, è proprio lì per far cambiare idea ai suoi compagni di partito. Sono anni che Bettini teorizza d’altronde l’alleanza demopopulista con l’aggiunta di una quota centrista, giusto per preservare la specie, purché non rompa troppo le scatole e sappia stare al posto suo. Ogni volta trova qualcuno che lo ascolta per un po’ – con i suoi riferimenti, sempre i soliti peraltro, a terze o quarte gambe o terze o quarte punte della coalizione di centrosinistra, un mix di giuoco del calcio e soldatini – s’accende il solito giro di repliche più o meno efficaci, poi si ricomincia daccapo, come nel giorno della marmotta o nel giorno della patrimoniale, la tassa più citata dai leader di sinistra italiani, imprescindibile a giorni alterni.

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Goffredo Bettini e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La pratica della doppiezza comunista

È un mistero buffo quello di Bettini, che ha la capacità unica di far adontare anche quando prende una decisione apparentemente interessante. Come quando prima del referendum disse di essere a favore della separazione delle carriere dei magistrati, salvo poi rimangiarsi la parola per motivi puramente ideologici: «Non posso sostenere una contrapposizione così pesante alla sinistra e al Pd», disse a Radio24, spiegando però che il voto non era sulla giustizia bensì sull’esecutivo: «La formulazione della legge proposta dal governo include questa misura, ma oggi il dibattito è così politicizzato che il voto è diventato un sì o un no a Giorgia Meloni». Bettini d’altronde è fatto così, pratica la doppiezza comunista che qualcuno teorizzava. 

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Goffredo Bettini con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Sicurezza, cosa prevede il decreto sull’IA varato dal governo

Con l’obiettivo di «mettere a disposizione le funzionalità più avanzate, al fine di migliorare l’efficienza delle loro attività», come ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare un decreto legge che disciplina per la prima volta l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte delle forze dell’ordine.

L’uso dell’intelligenza artificiale in modalità ex ante

Il decreto legge prevede una duplice modalità di utilizzo dell’IA per la sicurezza. «La prima è ex ante la commissione di reati: ovvero in caso di pericolo e minaccia legati a condizioni come terrorismo o per la ricerca di persone scomparse o vittime di tratta». In questi casi, ha sottolineato Piantedosi, «serve richiesta del questore e autorizzazione dell’autorità giudiziaria». Previsti meccanismi di valutazione di impatto sui diritti fondamentali e meccanismi di notifica al garante della privacy.

L’utilizzo dell’IA ex post rispetto al reato

C’è poi un utilizzo ex post rispetto al reato. L’uso dell’IA da parte della polizia, ha spiegato il titolare del Viminale, «fa riferimento soprattutto ad attività di videosorveglianza, di riconoscimento facciale e di utilizzo di dati biometrici per finalità legate all’accertamento dell’identità successivo alla commissione di reati». Anche in questo caso sono previste misure di garanzia. I dati biometrici verranno infatti conservati solo per sette giorni e poi cancellati automaticamente, mentre i log delle operazioni saranno conservati per cinque anni, al fine di evitare eventuali abusi. Inoltre, ha assicurato Piantedosi, sarà vietato «prendere decisioni su una persona basandosi esclusivamente sul risultato del riconoscimento facciale». Proibita poi «qualsiasi forma di identificazione biometrica generalizzata e non mirata, non collegata a un procedimento penale».

Piantedosi assicura: «Non sarà un Grande Fratello»

«Ogni utilizzo dell’Intelligenza artificiale per la sicurezza deve essere sottoposto a una revisione e sorveglianza umana qualificata. Inoltre, deve garantire la tutela dei dati personali e sensibili. L’IA costituisce uno strumento di supporto e non un poliziotto automatizzato: le decisioni finali rimangono sempre dell’essere umano», ha detto Piantedosi: «Non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “Grande Fratello” generalizzato, con grandi banche biometriche».

Bettini agita il Pd: le repliche di Sensi, Quartapelle e dell’ex dem Picierno

Un’intervista rilasciata dal Corriere della Sera dallo storico dirigente del Partito democratico Goffredo Bettini sta agitando i dem. E pure chi ha da poco lasciato per approdare ad altri lidi. Tutto ruota attorno ad alcune affermazioni sulla leadership del campo largo, su cui Bettini di fatto ha invitato (senza citarla) Elly Schlein a non intestardirsi. E alle sue parole sull’adesione dell’Ucraina all’Ue, che sta creando spaccature nel centrosinistra.

Bettini agita il Pd: le repliche di Sensi, Quartapelle e dell’ex dem Picierno
ELENA ETHEL ELLY SCHLEIN SEGRETARIA PARTITO DEMOCRATICO GOFFREDO BETTINI POLITICO

Le parole di Bettini sulla leadership del campo largo e sull’Ucraina nelll’Ue

Sottolineando che «occorre togliere dalle nostre teste i destini e le ambizioni personali», Bettini ha detto che nell’opposizione tutti, a partire da Schlein e Giuseppe Conte, dovrebbero «fare insieme un passo in avanti, coscienti che hanno di fronte un destino comune», senza «caricare tutto sulla leadership», in quanto «anche nel centrosinistra ci vuole un attacco a più punte». Una discreta bordata nei confronti della segretaria dem.

Bettini agita il Pd: le repliche di Sensi, Quartapelle e dell’ex dem Picierno
ELLY SCHLEIN, SEGRETARIA PARTITO DEMOCRATICO, GIUSEPPE CONTE, PRESIDENTE DEL MOVIMENTO 5 STELLE

Quanto all’Ucraina, Bettini ha invitato a frenare: «In prospettiva vedo questa possibilità con favore. Ma il processo sarà inevitabilmente lungo. Di anni. Sventolare la questione oggi per motivi propagandistici rischia di non aiutare l’esito positivo».

Quartapelle: «Sull’incompatibilità in politica estera parla di sé?»

«Quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, Bettini parla di sé? Sembrerebbe di sì, visto che oggi il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata», ha scritto sui social la deputata dem Lia Quartapelle.

Sensi: «Il Pd non può seguire un’agenda filorussa»

Così il senatore dem Filippo Sensi: «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».

Picierno: «Per una volta devo dargli ragione»

Augurandosi di «mantenere il dialogo con gli amici e compagni che hanno lasciato il Pd», Bettini ha affermato che con Pina Picierno «l’incompatibilità era ormai evidente». Questo il commento della vicepresidente del Parlamento europeo, fresca di addio al Partito democratico: «Per una volta, devo dargli ragione. Era evidente, e ne ho dovuto prendere atto, la mia incompatibilità con un partito che sull’Ucraina e sull’imperialismo di Putin non si dissocia dalle posizioni di Bettini, che poi sono anche quelle di Conte, di Salvini e di Vannacci. Mi dispiace per gli amici che sono rimasti».

L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole

L’uscita di Milo Infante dalla Rai era nell’aria, così come l’approdo a Mediaset. Mercoledì 10 giugno è arrivata l’ufficialità. L’azienda ha comunicato che si è conclusa la collaborazione professionale del 57enne conduttore di Ore 14, in seguito «alla sua lettera di dimissioni formalizzata questa mattina al capo del personale». «Nel ringraziarlo per l’attività svolta nel corso degli anni nelle strutture editoriali e produttive della Rai», prosegue il comunicato, «l’azienda gli rivolge i migliori auguri per il prosieguo del proprio percorso professionale». Alla base dello strappo ci sarebbero promesse non mantenute e il venire meno del rapporto di fiducia, nonostante i buoni ascolti del programma su Rai 2 in fascia pomeridiana e anche in prima serata. Dal canto suo la Rai avrebbe provato a giocarsi un’ultima carta economica per trattenere Infante (una volta esclusa la promozione a direttore a cui, si mormora, l’interessato mirava): portare il suo compenso a 240 mila euro con la possibile aggiunta di una quota variabile. L’offerta non è però bastata. Anche se qualcuno in Rai, si dice, tutto sommato ha tirato un sospiro di sollievo. Dunque Infante traslocherà a Cologno Monzese. Resta da capire dove e chi pagherà il prezzo del passaggio.

L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole

Gualtieri con Calta non guarda l’orologio

Roberto Gualtieri come sindaco di Roma ha tanto da fare. Ma quando c’è Francesco Gaetano Caltagirone non guarda l’orologio: nel pomeriggio di martedì 9 giugno è arrivato a Villa Miani per restarci fino a tarda sera, dopo la cena organizzata in occasione della kermesse del Messaggero. Risolvendo così anche il piccolo giallo sulla sua presenza, che inizialmente non era annunciata: Gualtieri voleva esserci. Seduto accanto ad Azzurra Caltagirone, la figlia che amministra i quotidiani del gruppo, a cominciare proprio dal Messaggero, il primo cittadino ha ascoltato il lungo pistolotto dell’Ingegnere, che ha sottolineato come lui, «da proprietario di cinque palazzi su via Barberini», solo di Imu paga «due milioni di euro sui sette che versa l’intera strada», e che vuole un ritorno di quell’importo in sicurezza, pulizia, decoro. «E pensare che non ha citato via del Tritone», dove c’è la sede del Messaggero, si è sentito dire in sala. Quando poi Calta ha chiesto più tasse sul turismo il sindaco ha annuito, tanto che poi nel suo discorso se ne è uscito ricordandosi del suo passato nel Pci, affermando, con una frase che non faceva parte dell’intervento, che «non è possibile che al Bulgari Hotel con la suite da 30 mila euro si paghino 10 euro di tassa di soggiorno come tutti gli altri». Gualtieri poi ha elogiato senza sosta Calta, per quello che fa, che pensa, che predice. In sala c’erano Raffaele Ranucci, Mauro Masi e Claudio Lotito (i due erano vicini, e tutti a spifferare: «Stanno parlando della Lazio»), poi è arrivato anche Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri. Presenti anche tutti i manager attesi, con protagonisti i big dell’energia, a cominciare da Flavio Cattaneo, numero uno di Enel, contentissimo anche perché nel giornale distribuito ai partecipanti c’era una pagina e mezza dedicata a Sabrina Ferilli, la sua dolce metà…

L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole

Le battute su De Mita alla riunione dei Ccd

Renzo Lusetti che racconta aneddoti su Ciriaco De Mita, tra Pier Ferdinando Casini, Bruno Tabacci, Alfredo Antoniozzi e Roberto Sergio. Un amarcord targato Ccd, Centro cristiano democratico, al Circolo Canottieri Aniene, con protagonista Maurizio Talarico, il “re delle cravatte”, tra i fondatori del Ccd in Calabria. E tra chi proviene dalla regione calabrese ecco Pino Galati. Per Sergio qualcuno scommette un futuro in politica, dopo una vita passata alla Rai. Giampiero D’Alia ricorda la nomina a ministro nel governo di Enrico Letta, arrivando a Roma da Palermo, dove ricevette la telefonata, con la moglie che gli portò un vestito di flanella, caldissimo, tanto che «il sudore arrivò alle stelle». Alla fine, brindisi con torta dedicata al Ccd.

L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole

Del Fante cavaliere del calcio storico

Flavio Cobolli, il tennista, sarà il “Magnifico Messere” della finale del calcio storico del 24 giugno, giorno dedicato a San Giovanni Battista, patrono di Firenze. Ma la notizia che fa più gola in città è questa: per la semifinale del 13 giugno il “Magnifico Messere” sarà Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane. Il calcio storico, si dice a Firenze, «è una vecchia passione per Del Fante, coltivata per anni insieme a un suo amico di gioventù, Matteo Renzi».

L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
Matteo Del Fante, ad di Poste Italiane (foto Imagoeconomica).

Tutti alla corte di Massimo Caputi

Massimo Caputi, fedelissimo di Francesco Gaetano Caltagirone, si appresta “all’intronizzazione” a presidente di Federturismo Confindustria. Dopo aver partecipato alla kermesse aziendale di “Calta” a Villa Miani, Caputi sarà protagonista nella giornata di giovedì 11 giugno con l’assemblea pubblica 2026 di Federturismo in programma al Maxxi di Roma con l’evento “Nuovi turismi verso il 2030: Economia stellare per occupazione stabile, sostenibilità, sviluppo”. Presentissimo il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Quindi, un focus sulla “trasformazione del comparto” a industria in proiezione verso il 2030, con l’intervento del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e le riflessioni di Marina Lalli, presidente uscente di Federturismo. Via a un dibattito politico su “La partita politica della crescita”, con Antonio Misiani per il Pd, Gianluca Caramanna per Fratelli d’Italia, Deborah Bergamini per Forza Italia, Stefano Patuanelli per M5s, affiancati da Leopoldo Destro, vicepresidente di Confindustria per i Trasporti e il Turismo (che terrà banco anche la mattina nella sede confederale in viale dell’Astronomia). Interverrà poi il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sulla proiezione internazionale e l’attrattività del brand Italia. E i sindaci? Eccoli: da Napoli arriverà Gaetano Manfredi, anche nella veste di presidente Anci, da Catania giungerà Enrico Trantino, da L’Aquila ecco Pierluigi Biondi, da Firenze il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. Imperdibile lo «sguardo globale» fornito da Manfredi Lefebvre d’Ovidio, presidente del World Travel & Tourism Council, e da Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea. Il percorso di Federturismo per lo sviluppo del sistema sarà quindi tracciato da Caputi, con la carica di nuovo presidente, mentre il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi illustrerà il quadro della futura azione governativa, e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini chiuderà l’assemblea.

L’addio di Milo Infante alla Rai, Gualtieri da Calta e le altre pillole
Massimo Caputi (Imagoeconomica).

Puglia, indagata per concussione l’assessora regionale al Turismo

Graziamaria Starace, assessora al Turismo della Regione Puglia, è indagata a causa di una presunta concussione che avrebbe messo in atto col sindaco di Vieste, Giuseppe Nobiletti (che è anche presidente della provincia di Foggia), e a Vincenzo Ragno, dirigente dell’ufficio tecnico comunale della cittadina garganica.

Puglia, indagata per concussione l’assessora regionale al Turismo
Giuseppe Nobiletti (Imagoeconomica).

La denuncia dell’ex marito di Starace: cosa sarebbe successo

I fatti risalirebbero al periodo in cui Starace faceva parte della giunta di Nobiletti a Vieste, prima di essere chiamata da Antonio Decaro, attuale governatore della Puglia, a far parte della sua squadra. Il reato ipotizzato dalla procura di Foggia sarebbe stato commesso nel 2025 ai danni di Alessandro Corso, ex marito dell’attuale assessora regionale, il quale ha denunciato presunte pressioni per far revocare la concessione balneare a uno stabilimento di cui era tornato in possesso dopo la messa in regola e i relativi controlli eseguiti nell’ambito di una ricognizione disposta dagli uffici comunali sugli stabilimenti balneari. A quanto sembra le pressioni sarebbero state messe in atto per ritorsione rispetto ai mancati pagamenti degli alimenti all’ex moglie.

Puglia, indagata per concussione l’assessora regionale al Turismo
Graziamaria Starace (Imagoeconomica).

A dare notizia dell’iscrizione nel registro è stato Nobiletti, che si è detto sereno e fiducioso riguardo all’esito delle indagini: «La vicenda trae origine da un’ordinaria attività di controllo svolta nei confronti di un operatore economico condotta con gli stessi criteri e con la medesima uniformità applicati a tutti gli altri operatori, e conclusasi con la sola richiesta di adeguamento degli impianti alla normativa comunale. Si tratta di soggetto legato da uno stretto rapporto ad un assessore della mia giunta. Da quel controllo, privo di qualsiasi intento persecutorio e anzi rispettoso della parità di trattamento, è scaturita la denuncia dalla quale è derivato il procedimento». Nobiletti ha anche spiegato di aver revocato la delega assessorile all’assessore ai grandi eventi Gaetano Paglialonga, dopo aver appreso dagli atti giudiziari che quest’ultimo ha registrato di nascosto le loro conversazioni e quelle avute con esponenti della maggioranza.

Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno

Le giornate di Pier Ferdinando Casini sono frenetiche. Lunedì mattina ha cominciato con un funerale: nella romana piazza Ungheria, a San Roberto Bellarmino, era in programma l’ultimo saluto a Vania Protti Traxler, protagonista del mondo del cinema nel ruolo della distribuzione e che per decenni ha segnato la vita mondana della Capitale, e non solo, nell’appartamento situato a Palazzo Carandini, a due passi dal Quirinale, dove il vicino di casa si chiamava Gianni Agnelli. Vania Protti per anni aveva avuto una boutique a Riccione, dopo la fine del matrimonio con Teddy Reno (che l’11 luglio compie 100 anni) e prima di impalmare Manfredi Traxler, morto nel 2000 a 63 anni.

Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Manfredi Traxler con la moglie Vania Protti (foto Imagoeconomica).

E poi incontri vari fino alla giornata di martedì, tra la kermesse aziendale di Francesco Gaetano Caltagirone nel pomeriggio a Villa Miani e in serata una cena dove proprio Casini sarà protagonista assieme a Maurizio Talarico, nel Circolo Canottieri Aniene, con una riunione che metterà insieme i vecchi amici del Ccd, il Centro cristiano democratico fondato nel 1994 da esponenti della Democrazia cristiana che non volevano la svolta a sinistra del Partito popolare e poi confluito nel 2002 nell’Udc, l’Unione di Centro: attesi Lorenzo Cesa, Mario Baccini, Renzo Lusetti, Bruno Tabacci, Roberto Sergio, Gianfranco Rotondi, Giampiero D’Alia e molti altri ancora.

Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno

Il menù è per palati fini: prosciutto di Parma e melone, mozzarella di bufala campana, tagliolini con pesce spada e pomodori pachino, spigola al forno, millefoglie di patate al rosmarino, torta di millefoglie con fragole.

Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Il menù visionato da L43.

Mercoledì? Si comincia di mattina nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, dove è stata organizzata la presentazione del volume Vino & Turismo. Teoria e pratica dell’enoturismo in cantina, firmato da Donatella Cinelli Colombini, direttrice del Ceseo (Centro studi enoturismo e oleoturismo), e da Dario Stefano, presidente del Ceseo e già parlamentare. L’incontro è promosso proprio su iniziativa di Casini e vedrà la partecipazione di Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura. Non mancherà Riccardo Cotarella, enologo dei vip. Cin cin…

Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Riccardo Cotarella e Francesco Lollobrigida (foto Imagoeconomica).

Zuppi contro il gioco d’azzardo: frecciata all’ambasciatore di Trump

Il cardinale Matteo Zuppi è pronto a lanciare la sua crociata contro il gioco d’azzardo, nella mattina di mercoledì. Il luogo? La sede di Roma dell’Associazione della stampa estera in Italia, a Palazzo Grazioli. Dove ci sono i giornalisti stranieri. Zuppi, che guida la Cei, la Conferenza episcopale italiana, esprime la linea di papa Leone XIV, americano, che sottotraccia ha ingaggiato una sua battaglia contro Donald Trump. E quindi contro l’ambasciatore americano a Roma, che si chiama Tilman Fertitta, che tra le sue attività più remunerative vanta proprio… il gioco d’azzardo. L’imprenditore texano di origine siciliana è proprietario della catena di casinò Golden Nugget, parte di un “impero” che comprende anche il gruppo di ristorazione Landry’s, numerosi marchi dell’hospitality e la squadra Nba degli Houston Rockets. Il miliardario Fertitta pochi giorni fa ha raggiunto un accordo per l’acquisizione di Caesars Entertainment per circa 5,7 miliardi di dollari, con “Fertitta Entertainment” pronta a pagare agli azionisti di Caesars 31 dollari per azione facendosi carico di circa 11,9 miliardi di dollari di debiti residui della società. E non mancano in Italia le voci di iniziative ideate per “legalizzare” i casinò, rendendo il mercato del gioco meno rigido. Casualmente, ora arriva Zuppi alla Stampa estera per «rimettere le persone al centro delle scelte politiche». Con il cardinale ci sarà il presidente del Forum delle Associazioni familiari Adriano Bordignon, il sociologo Maurizio Fiasco, la storica firma del quotidiano Avvenire Toni Mira, più una tavola rotonda alla quale parteciperanno Stefano Vaccari del Partito democratico, Ylenja Lucaselli di Fratelli d’Italia, Paola Boscaini di Forza Italia, Laura Cavandoli della Lega e Andrea Quartini del Movimento 5 stelle.

Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
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Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno

Fendi? Sfilerà in un museo, alla Gnamc di Roma

Roma sarà il palcoscenico della prima collezione couture autunno/inverno 2026-2027 di Fendi, firmata Maria Grazia Chiuri. La location resta al momento top secret, ma c’è una data confermata: giovedì 9 luglio. Top secret per tutti, non per Lettera43: il luogo scelto è la Gnamc, la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, a Valle Giulia. Il museo guidato da Renata Cristina Mazzantini sarà il palcoscenico per la sfilata con protagonista Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Fendi, incarico che ricopre da ottobre 2025.

Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno
Casini ovunque tra funerali, “Calta” e cene: le pillole del giorno

Davanti a Fini, Monda abbraccia Bocchino

Si chiamano “Conversazioni”, sono gli incontri che si svolgono a Roma nell’Hotel de Russie, nel giardino. Nella serata di lunedì c’erano Gianfranco Fini e Fausto Bertinotti, con Antonio Monda a condurre le danze. Tra chi chiedeva a Fini di alzare la voce, ma senza ottenere successo, e le visibilissime presenze di Alessia Fabiani, Camilla Morabito e Francesca Lo Schiavo, il dibattito è andato avanti con l’ex capo di Alleanza nazionale che parlava di Brigate rosse e il sub-comandante Fausto impegnato a ripetere cosa era accaduto al G8 di Genova del 2001. In tutto questo contesto, Monda ha avuto il tempo di abbracciare Italo Bocchino, che poi durante l’incontro era impegnatissimo con il telefono cellulare. Meno male che c’era un potente ventilatore per combattere il caldo, a beneficio della “sora Lella”, ossia la moglie di Bertinotti…

Ucraina, Crosetto: «Minaccia atomica torna attuale, pensavamo fosse storia»

A causa della guerra in Ucraina conviviamo «con un conflitto che non mostra rallentamenti facendo diventare la narrazione di guerra parte del nostro quotidiano purtroppo. Torna attuale la minaccia atomica che pensavamo aver consegnato ai libri di storia». L’ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto nelle comunicazioni sulle missioni internazionali dell’Italia davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. «Sul piano strettamente militare, ha aggiunto», «il conflitto appare oggi caratterizzato da una sostanziale situazione di stallo. Gli analisti sembrano concordare sul fatto che, mantenendo gli attuali ritmi operativi, sarebbero necessari 10 anni perché la Federazione russa possa completare la conquista del Donbass e di diversi decenni per conseguire la conquista dell’intero territorio ucraino».

Lega, Salvini è davvero arrivato al capolinea?

Matteo Salvini «sta perdendo il partito». «Ormai è finito». Sono tra i messaggi più ricorrenti che girano ai piani alti dei palazzi di governo occupati dagli alleati di centrodestra.

La mina Vannacci sulla leadership leghista

Dato al capolinea più di una volta, dal Papeete al sorpasso di Forza Italia, il segretario leghista ha sempre mostrato una tenacia incredibile, ed è stato capace di mantenersi al timone della Lega anche quando le acque erano veramente in tempesta. Ma, davanti al rischio di esser sorpassato da colui che ha fatto entrare dalla porta principale nel partito, il generale Roberto Vannacci, Salvini sembra aver esaurito tutte le ruote di scorta e anche i mezzi a pedali. E la domanda che tutti si pongono nel centrodestra è: riuscirà ad arrivare in sella alle elezioni politiche del prossimo anno?

Lega, Salvini è davvero arrivato al capolinea?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Per la prima volta su Salvini tira aria di ramazze

Non che l’altro vicepremier, l’azzurro Antonio Tajani, sia messo molto meglio, commissariato dai figli di Silvio Berlusconi e oscurato in politica estera dalla premier Giorgia Meloni. Ma sembra ormai chiaro che Marina B. prediliga la stabilità e non voglia grandi scombussolamenti al vertice di FI prima delle elezioni. Invece, nel partito che fu di Umberto Bossi, attorno all’ex capitano per la prima volta tira davvero aria di ‘ramazze’. Le uscite di parlamentari a cadenza quasi settimanale verso Futuro Nazionale, la discesa lenta e inesorabile come una goccia cinese nei sondaggi e il caos strategico, oltre che comunicativo, lo rendono debole come non mai. Non consolano neanche gli amati social, dove i commenti ai post sono spesso una sequela di insulti. E non può sempre intervenire la fidanzata Francesca Verdini a difenderlo, come fatto sul prato di Pontida dopo il funerale di Bossi, quando gridò «cafoni» ai militanti che chiedevano al capo di riavere la Lega. I commenti restano lì, lividi, spesso impietosi. Così come il numero dei presenti ai comizi e alle feste al Nord (sempre meno ne riesce a organizzare il partito).

Lega, Salvini è davvero arrivato al capolinea?
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La trattativa in salita per nominare Zaia vicesegretario

Ed è impietoso soprattutto il confronto con gli afflussi oceanici agli eventi organizzati dal generale. Persino i quotidiani del gruppo del leghista Angelucci riportano sondaggi sull’apporto in consensi che arriverebbe da un maggior coinvolgimento di Luca Zaia nella Lega. Alcuni parlano di un documento pronto con la richiesta di congresso da presentare al ritiro di partito che si dovrebbe tenere il primo fine settimana di luglio. La trattativa per nominare Zaia vice è complicatissima, perché quest’ultimo vuole garanzie su tutto: fondazione di un partito ‘nordista’ nel partito, autonomia sulle liste e sulla gestione della campagna elettorale. E poi il doge è abituato a comandare. «E allora, Matteo, cosa aspetti?», è il ragionamento di molti. «Indebolito dall’animale politico che tu stesso hai creato, davvero pensi di portare la Lega a fondo con te? Stai lì a raccontarci che sei tu che stai lavorando al lancio della nuova fase, con Zaia, Massimiliano Fedriga e Giancarlo Giorgetti. Ma la verità è che si tratta di una proposta allo stato vuota», almeno per come è stata illustrata mercoledì nel ‘vertice’ segreto a Roma con gli interessati. Non molto di più di una foto di gruppo. È tutto qua il progetto per ‘salvare’ la Lega?

Lega, Salvini è davvero arrivato al capolinea?
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Bossi e la parabola di Re Salomone

Ed ecco che per la prima volta si torna a sentir aria di scope, come nell’aprile 2012. Allora, alla Fiera di Bergamo, le scope per umiliare il fondatore le aveva portate proprio Salvini. Le lacrime di Bossi, travolto dalle indagini sui rimborsi elettorali irregolari e umiliato sul palco, furono catartiche per un partito che si doveva salvare dallo scandalo. Bossi che era Bossi – il capo per tutti, fondatore, anima e cuore della Lega – non si rassegnò. Costretto alle dimissioni, non si diede pace fino al minuto prima dell’elezione di Roberto Maroni, il primo luglio 2012, al Forum di Assago. In una saletta aveva parlato a lungo con Roberto Castelli e l’allora moglie, Sara Fumagalli, fervente cattolica. Salito sul podio, in camicia verde, il Senatur prese parola per raccontare la parabola di Re Salomone. Due madri si contendevano lo stesso neonato, narra la Bibbia. E per scoprire la verità, il re ordinò di dividere il bambino in due. La vera madre preferì cederlo pur di salvarlo, svelando così il suo amore. «Così ho dovuto fare io», scoppiò a piangere Bossi, lasciando in lacrime il palazzetto. «Il nuovo segretario della Lega è Roberto Maroni», proclamò, dopo il voto, il presidente dell’assemblea che – sembra un segno del destino – era proprio Zaia.

Lega, Salvini è davvero arrivato al capolinea?
Roberto maroni e Umberto Bossi nel 2012 (Imagoeconomica).