La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per una dipendente dell’Inps che il 7 febbraio del 2025, senza averne alcun motivo di servizio, consultò i dati personali di Giorgia Meloni. Gli accessi contestati, emersi dopo accertamenti interni dell’Istituto, furono tre: due all’Arca, l’archivio anagrafico dell’Inps in cui sono riportati i dati identificativi associati a una persona (come codice fiscale e luogo di residenza), e uno all’estratto contributivo, dove è registrata la storia previdenziale dei cittadini.
La sede centrale dell’Inps (Imagoeconomica).
La donna, interrogata a metà aprile, è accusata di accesso abusivo a un sistema informatico. Un reato che, già di per sé, sarebbe sufficiente per un processo. Nel caso specifico c’è pure l’aggravante di aver agito nella veste di dipendente dell’Inps (in particolare del Coordinamento generale medico legale), violando dunque i poteri connessi alla sua funzione. L’impiegata non ha fornito alcuna spiegazione per gli accessi indebiti. Nel procedimento risultano indicate come persone offese sia Meloni che l’Inps, titolare del sistema informatico utilizzato per gli accessi contestati. Per la premier, tra l’altro, c’è già un precedente di dati indebitamente consultati. Nel 2024 venne infatti alla luce che un impiegato di Intesa Sanpaolo aveva consultato senza autorizzazione migliaia di rapporti appartenenti ai clienti dell’istituto, tra cui appunto anche la presidente del Consiglio.
Dopo il botta e risposta di fine luglio, Beppe Grillo è tornato ad attaccare Giuseppe Conte. “Movimento zero stelle”, si legge infatti nell’aggiornamento dello stato Whatsapp dell’ex comico, tornato a puntare il dito contro l’attuale leader del partito da lui fondato assieme a Gianroberto Casaleggio. L’ultima frecciata di Grillo a Conte arriva a una settimana dalla sua annunciata ospitata a Pulp, il podcast di Fedez e Mr. Marra, che si terrà il 21 settembre all’indomani della conclusione della due giorni di Nova, la consultazione avviate dal M5s per scrivere il programma della coalizione progressista: «Vada dove vuole, dica ciò che vuole», ha commentato il presidente pentastellato.
La suggestione di un partito per le Politiche del 2027
Grillo, com’è noto, qualche mese fa ha rotto gli indugi avviando una causa legale contro Conte riprendersi nome e simbolo del Movimento 5 stelle: visti i tempi della giustizia è difficile (per non dire impossibile) che una decisione in tal senso arrivi in tempo per le elezioni del 2027. Ma dietro le quinte filtra l’idea di un Grillo sempre più intenzionato a tornare in campo che, riporta il Corriere della Sera, starebbe comunque lavorando a una lista da presentare alle Politiche del prossimo anno, più a sinistra del campo largo, con l’obiettivo di erodere voti all’alleanza di opposizione. In questo caso l’ostacolo maggiore sarebbe rappresentato dalla raccolta firme necessarie per presentarsi alle Politiche: la quota è infatti salita a 6 mila per ogni collegio.
Alessandro Onorato è sul piede di guerra. Il fondatore di Progetto Civico Italia protesta contro la norma con cui la maggioranza vuole aumentare la raccolta di firme per le formazioni che non sono in Parlamento e vogliono entrarci. Dice che così si alza un ponte levatoio davanti ai nuovi arrivati. Può avere ragione o torto, ma la vicenda contiene un paradosso evidente: per presentarsi alle elezioni un piccolo partito deve dimostrare di avere un seguito. Per partecipare al dibattito politico, evidentemente, no.
Alessandro Onorato nel corso della prima assemblea nazionale di Progetto Civico Italia (foto Ansa).
Se il peso sui media supera di gran lunga quello nelle urne
Partitini che valgono il 2 o il 3 per cento, a volte meno, ottengono sui media uno spazio che farebbe pensare a ben più solide percentuali. Carlo Calenda, leader di Azione, nei salotti tv è un inquilino fisso, Matteo Renzi non ha mai smesso di esserlo. Luigi Marattin, costola staccatasi dal senatore di Rignano e messasi in proprio, ha molte più interviste che deputati (che poi è uno, lui). Maurizio Lupi attraversa imperterrito governi, legislature e studi televisivi con il suo gruppetto, Noi Moderati, inchiodato da anni attorno all’1 per cento, eppure i giornali lo interpellano a giorni alterni come fosse De Gasperi. Ultimi arrivati gli scissionisti piddini di Spazio Pubblico, che almeno godono di un privilegio: essendo appena nati, la loro consistenza è ancora tutta da scoprire. Il risultato è che sui media finiscono per pesare assai più che nelle urne. E una parte della spiegazione sta proprio nella tivù. A essere aumentati esponenzialmente più dei partiti sono i luoghi dove farli esibire: talk show a tutte le ore, famelici come non mai di ospiti. Una volta c’erano le Tribune politiche, riservate ai leader. Oggi si pesca anche tra le quarte e le quinte linee, che raramente rifiutano un passaggio in video, gradita compensazione all’altrimenti anonima vita da peone. Sono i soldatini del palinsesto, quelli che ne consentono dilatazioni un tempo impensabili. Per di più gratis.
I personaggi politici hanno imparato dagli influencer
L’ubiquo Calenda è un caso di scuola. Gli si può chiedere di tutto e una risposta ce l’ha sempre. Renzi conosce i tempi televisivi meglio di parecchi conduttori, Marattin maneggia bene numeri e provocazioni. Intendiamoci, non c’è nulla di male: se ti invitano, vai. Sarebbe singolare pretendere che il leader di Azione, prima di accettare, consultasse l’ultimo sondaggio e rispondesse: guardi, oggi sono al 3,1, quindi mi spettano solo tre minuti e sette secondi. Il problema, semmai, è nostro. A forza di vedere un volto sul piccolo schermo finiamo per attribuirgli un peso proporzionale alla frequenza con cui appare. È un vecchio trucco della pubblicità, dove quello che si riconosce sembra più grande. Una volta succedeva con i fustini del detersivo, adesso con i personaggi politici, che nel frattempo hanno imparato parecchio dagli influencer. Rappresentare bene se stessi conta ormai più che avere al seguito una comunità. Basta una posa, una faccia, possibilmente un nemico e un’opinione abbastanza netta da diventare una clip. Il resto lo fanno i social: la battuta rimbalza, genera una replica cui segue una controreplica, e il giorno dopo si torna in tv a commentare quel che si è detto la sera prima. Non si butta via niente.
Carlo Calenda (Imagoeconomica).
La verità è che in una coalizione i cespugli servono
Ma sarebbe ingeneroso attribuire tutta la fortuna dei cespugli ai vari Floris, Berlinguer, Vespa e compagnia. Se sopravvivono è anche perché servono. La legge elettorale ha trasformato le piccole percentuali in merce pregiata. Un 2 per cento da solo rischia di non portarti da nessuna parte, ma dentro una coalizione può decidere le sorti di un collegio. Un piccolo gruzzolo di voti in cambio di qualche candidatura: contabilità applicata ai resti elettorali. I cespugli l’hanno capito da tempo. Non serve diventare alberi, basta essere quel poco di verde senza il quale il giardino dell’altro non raggiunge la maggioranza. E così continuano a nascere sigle che vanno a ingrossare un’area già affollatissima, quasi sempre con la promessa di riunirla. Liberali, popolari, riformisti, moderati, centristi, liberal-democratici. Ogni tanto, ma sempre solo nelle intenzioni, provano a mettersi insieme. Spazio Pubblico è l’ultimo arrivato, vedremo che cosa diventerà e soprattutto quanti voti prenderà. Intanto esiste già mediaticamente, perché non occorre più aspettare le elezioni per acquisire lo status di soggetto politico. Basta entrare nel giro. Un’intervista chiama l’altra, un invito televisivo per effetto domino ne produce altri e la notorietà finisce per diventare una specie di certificato di rappresentanza. Pina Picierno, per dire, da quando ha detto addio al Pd è molto più presente sui media di quando ci stava dentro.
Pina Picierno (Ansa).
Il consenso, ammesso che arrivi, viene dopo i follower e i talk
E alla fine si torna al povero Onorato. Per partecipare alle elezioni il governo gli chiede una montagna di firme, cioè la prova che qualcuno abbia davvero intenzione di votarlo. Per entrare nel circuito mediatico, invece, basta essere invitati. È questo che è cambiato. Il consenso, ammesso che arrivi, viene dopo. Prima ci sono la notorietà, le interviste, i talk, le clip, i follower. E a forza di apparire si finisce, anche quando non lo si è, per sembrare importanti.
La riscossa della “porchetta magica”. Da qualche tempo in Forza Italia gli uomini vicini al segretario Antonio Tajani hanno ricominciato a rialzare la testa. La famosa “porchetta magica”, così chiamata perché si parla di esponenti quasi tutti del basso Lazio, con qualche sconfinamento in Umbria e Campania. L’ultimo colpo è stato piazzato con la vittoria di Fulvio Martusciello al congresso campano, dopo una spaccatura che ha generato liti e malumori. Ma a far gonfiare il petto alla vecchia guardia è la caduta del partito nei sondaggi. «Dall’inizio dell’estate abbiamo perso l’1,5 per cento nelle rilevazioni e ora siamo stabilmente sotto Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Peggio di così…», fa notare un fedelissimo del ministro degli Esteri.
La rivoluzione imposta da Marina dopo la sconfitta al referendum
Il ragionamento è il seguente. Dopo il referendum perso malamente, Marina Berlusconi ha imposto la sua rivoluzione, con il cambio dei capigruppo alla Camera e al Senato (via Paolo Barelli e Maurizio Gasparri, dentro Enrico Costa e Stefania Craxi), più potere ai suoi fedelissimi – in primis Mario Occhiuto e Paolo Zangrillo – e rinnovamento totale dei volti da mandare in tivù.
In televisione i “vecchi” sono completamente spariti
«Nei talk show non voglio più vedere Gasparri e compagnia. Largo ai giovani!», fu l’input giunto direttamente da Arcore. E così è stato, non senza frizioni e malumori. L’ex capogruppo a Montecitorio Barelli non ha affatto gradito la sostituzione e ha reagito in modo ruvido («i partiti si guidano da dentro», ebbe a dire, quasi a sfidare i Berlusconi). Comunque il rinnovamento del partito azzurro è ormai inarrestabile e l’approdo finale sarà il cambio alla guida, dopo le elezioni: Tajani dovrà lasciare in favore di Zangrillo oppure di Occhiuto, si vedrà. Ma intanto in televisione i vecchi sono completamente spariti e imperversano le “nuove” leve, da Alessandro Cattaneo a Giorgio Mulè (che però ha quasi 60 anni, altro che “nuova” leva…).
Alessandro Cattaneo e Giorgio Mulè (foto Imagoeconomica).
Vannacci cresce, Forza Italia crolla
Tutto bene? Neanche per sogno. Perché da quando Vannacci ha iniziato a crescere, la curva forzista si è arrestata, e anzi ha preso a deflettere. E ora è arrivato pure il sorpasso. Insomma, secondo le rilevazioni delle intenzioni di voto non sono soltanto la Lega e Fratelli d’Italia a cedere elettori al generale, ma pure i “berluscones”.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
«Quando c’eravamo noi si viaggiava verso il 10 per cento…»
Se infatti a luglio, secondo Nando Pagnoncelli, Forza Italia viaggiava sull’8,3 per cento con Futuro Nazionale al 6, la rilevazione di Swg del 7 settembre ha dato il partito azzurro al 6,9 per cento mentre Vannacci è salito al 7,7. Una discesa che nessuno finora aveva previsto. Per l’esultanza della vecchia guardia, che si sta godendo la sua amara rivincita. «Quando c’eravamo noi si viaggiava verso il 10 per cento, adesso siamo al 7 e continuiamo a scendere. Qualcuno ad Arcore dovrebbe porsi il problema e fare qualche ragionamento. Forse non eravamo tanto male», ragiona un altro scudiero del segretario.
L’avanzata della candidatura di Matteo Perego di Cremnago
Tajani, naturalmente, sul tema tace. Anche perché vuole mantenere un buon rapporto con Marina e Pier Silvio. Ma anche lui un filo di soddisfazione lo sta provando. E il successo di Martusciello in Campania rappresenta una sua vittoria. Questo non significa che la tendenza verrà invertita. Il rinnovamento del partito andrà avanti, come dimostra l’avanzata della candidatura per Milano di Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa, amico personale di Luigi Berlusconi, il più giovane dei figli del Cavaliere.
Matteo Perego di Cremnago (foto Imagoeconomica).
«Se continuiamo così facciamo la fine della Lega»
Una mossa subito benedetta da Cattaneo: «Perego è un milanese doc, ha una storia parlamentare e di governo, ha le caratteristiche giuste per rappresentare esperienza e novità». Però, ecco, qualche riflessione in più sul modus operandi tra Arcore, corso Venezia e Roma dovrà essere elaborata. La vecchia guardia sta rialzando la testa. «Anche perché se continuiamo così facciamo la fine della Lega», dicono i laziali, e non solo, vicini a Tajani. “Porchetta magica” alla riscossa.
Nel regolamento de Il Mondo al Contrario, i Team Vannacci sono presentati come parte di una strategia di «guerra asimmetrica», nella quale forze minoritarie ma agguerrite agiscono di sorpresa, «colpendo l’avversario». La macchina politica di Roberto Vannacci si autodefinisce con il lessico dei manuali militari. Prendiamoli in parola, allora. E leggiamola con lo strumento adatto: un manuale vero.
Cosa sono le operazioni psicologiche
Si intitola Mind Weavers, “i tessitori di menti”, ed è uscito a Islamabad nell’aprile 2024. Lo firma Fahd Ayub, militare pakistano. Nel manuale l’autore spiega come si progetta una psy-op: come si sceglie il bersaglio, come lo si studia, come lo si lavora, come si misura il risultato. Ma che cos’è una psy-op? In parole povere è un insieme di strategie messe in atto per influenzare emozioni, comportamenti e opinioni di un gruppo o di una popolazione. Prima si studiano paure, frustrazioni e abitudini dei soggetti. Poi si somministrano stimoli a dosi calibrate, uno alla volta. Ogni messaggio è un mattone che si ha l’impressione di aver posato in autonomia. E alla fine il muro nemmeno si vede. Ayub condensa questa tecnica in un’immagine: gli schiavi possono ignorare perfino l’esistenza del padrone. Ora proviamo a leggere le tappe dell’avventura vannacciana attraverso questa lente.
La copertina di Mind Weavers.
Le tappe: dal Mondo al contrario a Futuro Nazionale
Agosto 2023. Un generale in servizio pubblica tramite la piattaforma in self-publishing Il mondo al contrario. Costo editoriale contenuto. Resa: settimane di prime pagine, oltre 230 mila copie vendute e una seconda edizione curata dalla casa editrice Il Cerchio con la prefazione di Francesco Borgonovo. Diritti d’autore stimati in quasi 1 milione di euro. Un’operazione che nel manuale di Ayub ricorda lo stimolo d’innesco, la provocazione costruita perché sia il pubblico a selezionarsi da solo. Chi si indigna amplifica. Chi applaude alza la mano, e si fa contare. Il titolo stesso scelto da Vannacci taglia il mondo in due: noi del mondo dritto, loro che l’hanno rovesciato.
Roberto Vannacci presenta Il mondo al contrario (Imagoeconomica).
Giugno 2024. Alle Europee, Vannacci viene candidato da indipendente nelle liste della Lega ottenendo 555.980 preferenze totali, il secondo in assoluto più votato in Italia dietro Giorgia Meloni. È una dinamica simile a quella che Ayub descrive quando parla di scelta del veicolo: cerchi un gruppo già organizzato, con simboli, sedi e platee, ci entri e sali.
Roberto Vannacci con Matteo Salvini in campagna elettorale per le Europee (Imagoeconomica).
Aprile-maggio 2025. Vannacci prende la tessera della Lega e poco dopo Matteo Salvini lo nomina, tra le polemiche interne, vicesegretario. Intanto, all’esterno del partito cresce la rete con il suo marchio: l’associazione Il Mondo al Contrario e i Team Vannacci della «guerra asimmetrica». Dieci tesserati minimo, un team leader, nomi come “Decima Laghi” e “Decima Bustense”. Tessera a 20 euro. Così Vannacci costruisce un proprio fortino all’interno della casa che lo ospita. Una dinamica analoga a quella descritta nel manuale: il gruppo che ti ospita si conquista dall’interno, e intanto ti prepari la struttura tua, per il giorno in cui non ti servirà più.
Matteo Salvini consegna la tessera della Lega a Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).
Febbraio 2026. La scissione. Nasce Futuro Nazionale. A giugno si tiene il congresso a Roma, tesseramento dichiarato dal partito a quota 100 mila iscritti. Vannacci accoglie i suoi definendoli i rifiuti degli altri, “la sporca dozzina”, «la feccia». Nel suo libro, Ayub parla di coesione per marchio d’infamia: prendi l’insulto che il tuo pubblico riceve e trasformalo in divisa; l’esclusione diventa orgoglio, il gruppo si salda proprio sulla ferita.
Giugno 2026. Il sorpasso: i sondaggi danno Futuro Nazionale sopra la Lega. Ora l’ha praticamente doppiata, superando anche Forza Italia. L’ospite è svuotato. Alle Comunali di Vigevano accade una cosa piccola ma significativa. Furio Suvilla, il candidato di Vannacci, resta fuori dal ballottaggio col 14,2 per cento e ordina ai suoi: scheda nulla o bianca. Secondo l’analisi dei flussi di YouTrend, su 100 elettori di Suvilla, 52 si sono astenuti, 41 hanno votato il candidato di Forza Italia e 7 quello del centrosinistra. Un dato che misura almeno in parte la capacità di incidere sul comportamento elettorale. Nel manuale di Ayub questo momento è compatibile con quello che viene definito l’indicatore di impatto. Ogni operazione seria misura i propri risultati, e il risultato qui è la prova che il pubblico risponde ai comandi.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Settembre 2026. Continuano gli attacchi alla «coerenza» della Lega (l’ultimo sulla giravolta di Matteo Salvini circa l’AfD) il partito che gli aveva aperto la porta.
Come può essere letto il caso-Egonu
Ogni tappa, da sola, è politica ordinaria. La sequenza intera, letta alla luce del manuale, è un’operazione a fasi: sotto-operazioni concatenate, correzioni di rotta, un obiettivo che avanza un gradino alla volta. Ayub mette in guardia: il professionista si riconosce dalla pazienza del dosaggio. Anche qui le similitudini non mancano. Un esempio? Il caso Egonu. Ne Il Mondo al contrario, la campionessa di pallavolo è «italiana di cittadinanza», però «i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità». Bufera. Nelle uscite successive la frase si ripresenta con la premessa nuova: «Non sono razzista. Io ammiro Paola Egonu, sono orgoglioso dei suoi successi sportivi, ma…». Il contenuto delle due dichiarazioni è identico, la dose però è ricalibrata. Prima la formulazione brutale che apre il ciclo mediatico, poi la versione ammorbidita che consolida il messaggio presso il pubblico esitante. Anche Ayub descrive un comportamento simile: misura la reazione, aggiusta lo stimolo, prosegui (la querela di Egonu è stata archiviata: le frasi erano inappropriate e scorrette ma il tribunale di Lucca non ha ritenuto la condotta penalmente rilevante come diffamazione).
Nella combo, Roberto Vannacci e Paola Egonu (Ansa).
Le parole-cardine e la satira gentile
Poi ci sono le parole-cardine. Il manuale insegna a costruire i messaggi con le glittering generalities, generalità scintillanti: parole-virtù talmente gonfie di consenso da non aver bisogno di argomenti. Prendiamo termini come “normalità”, “buonsenso” e “patria”. Il trucco della propaganda sta nella vaghezza: ognuno può riempirle come vuole. Proprio per questo tutti si sentono d’accordo. Smontarle è facile: basta chiedere: «Sì, ma in concreto?». Se la risposta è un’altra parola scintillante, si è scivolati dentro il meccanismo. E infine c’è il sorriso. Il manuale dedica pagine alla satira gentile: la battuta abbassa le difese, il messaggio entra senza attrito. Anche quando l’ex generale sfotte o posta meme e video assurdi, qualcuno ride. Poi rifila il sondaggio in crescita. È il tema dell’inevitabilità: la vittoria raccontata prima che accada, per convincerti a salire sul carro. E una volta a bordo tutto il resto si accetta a scatola chiusa.
Massimo D’Alema «si è stufato di guardare gli altri che fanno disastri». Gli amici del vecchio Pci romano sono contenti, “Baffino” sembra essere tornato nella battaglia politica. E ha scelto il suo “cavallo”, che poi è lo stesso che aveva individuato tanti anni fa, uno storico appassionato di Antonio Gramsci e della storia del partito, conosciuto grazie alla moglie Linda Giuva, archivista e “mente” dell’istituto che si occupa delle memorie di Gramsci: Roberto Gualtieri. Venne candidato al parlamento europeo proprio in “quota D’Alema”, ed era il 2009, la settima eurolegislatura: D’Alema, da non laureato, ama circondarsi di professori, come è la moglie e come è lo stesso Gualtieri. Anche stavolta vuole dire la sua, in vista delle elezioni 2027. Con la sua Fondazione Italianieuropei, Baffino segna una linea molto ben definita: martedì 15 settembre in Campidoglio tirerà le conclusioni di un convegnone dal titolo “Governare le città, governare l’Italia” che vuole far tornare in pista il vecchio, caro, partito dei sindaci. E i primi cittadini sparsi nel nostro Paese verranno messi a confronto sotto le insegne del Partito democratico e del progressismo: ecco così da Napoli il sindaco Gaetano Manfredi, da Firenze Sara Funaro, da Milano Beppe Sala, da Cagliari Massimo Zedda, da Bologna Matteo Lepore, da Perugia Vittoria Ferdinandi, da Bari Vito Leccese. D’Alema già procede spedito: sì, fare lo studioso gli piace tantissimo, ma la passionaccia per la politica è sempre lì, un tarlo. Di certo in quasi 30 anni deve aver mutato la sua idea sull’argomento: in un articolo del 1997 su il manifesto l’ex premier, allora leader della Quercia, caricava a testa bassa proprio contro… il partito dei sindaci! Ecco i virgolettati al veleno: «Accampamenti di cacicchi, ognuno con la sua tenda e la sua bandiera. Si avrebbe la versione moderna del vecchio notabilitato». Come si cambia…
Quel colloquio fitto tra Ranucci e Fratoianni
Sigfrido Ranucci continua a negare le voci che lo vorrebbero candidato alle prossime elezioni. Anche perché c’è ancora in ballo il reintegro d’urgenza a Report e presto si conoscerà la decisione del giudice. Nel frattempo lui continua a girare l’Italia col suo libro e ha iniziato a farsi vedere agli eventi politici. Mercoledì 9 settembre è stato a Terra!, la festa di Alleanza Verdi e Sinistra, mentre domenica 13 è atteso alla kermesse del Fatto Quotidiano. Piccola curiosità: alla festa di Avs l’intervento di Ranucci era atteso per le 18. Lui è arrivato puntualissimo. Ma è salito sul palco soltanto alle 18.30. Come mai? Semplice: è rimasto mezz’ora nel retropalco a parlare con Nicola Fratoianni. Avranno discusso di liste e candidature? Chissà…
Nicola Fratoianni, Sigfrido Ranucci e Angelo Bonelli (foto Imagoeconomica).
È morto a 90 anni l’ex ministro Raffaele Costa, ultimo segretario del Partito Liberale Italiano prima dello scioglimento avvenuto nel 1994 e poi esponente di Forza Italia, con cui aveva sfiorato l’elezione a sindaco di Torino.
La carriera politica di Costa
Nato a Mondovì (Cuneo), Costa era stato eletto alla Camera dei deputati la prima volta nel 1976 con il PLI. Confermato nelle successive sette legislature, sarebbe poi rimasto a Montecitorio per 30 anni esatti, fino al 2006. Nel 1994, dopo lo scioglimento del Partito Liberale Italiano, aveva fondato l’Unione di Centro, che si schierò al fianco di Forza Italia di Silvio Berlusconi, appena sceso in politica. Dopo essere stato più volte sottosegretario di Stato tra 1979 e il 1989 in vari dicasteri, Costa tra il 1992 e il 1994 fu scelto come ministro per il Coordinamento delle politiche comunitarie e gli Affari regionali nel primo governo Amato, ministro dei Trasporti nel governo Ciampi e ministro della Sanità nel primo governo Berlusconi. Nel 1997 Costa si candidò a sindaco di Torino: perse con uno scarto di meno di 5 mila voti contro Valentino Castellani. Eurodeputato dal 1999 al 2004, successivamente (fino al 2009) è stato presidente della Provincia di Cuneo. Era il padre di Enrico Costa, anch’egli politico e deputato (è capogruppo alla Camera di Forza Italia), già ministro nei governi Renzi e Gentiloni.
È morto Raffaele Costa, uno degli ultimi grandi esponenti della tradizione liberale piemontese che ha attraversato la Prima Repubblica. Aveva compiuto 90 anni pochi giorni fa, l’8 settembre, ed era malato da tempo. Avvocato, giornalista, laureato in Giurisprudenza e Scienze…
Lo ha ricordato in un lungo post Guido Crosetto: «Raffaele è stato un liberale vero: laico, garantista, non incline alle mode e allergico alla burocrazia, agli sprechi, ai privilegi e a quel proliferare di norme, paletti e leggi contro cui ha condotto battaglie continue». E poi: «Alla Sanità aveva avuto un approccio innovativo: i blitz negli ospedali, visite a sorpresa per verificare di persona le attese, i disservizi e il funzionamento delle strutture. Lo stesso approccio con cui per anni ha messo nel mirino sprechi della macchina pubblica, privilegi e complicazioni burocratiche». Così Antonio Tajani: «Con lui se ne va un grande protagonista della politica italiana, un vero liberale impegnato nella difesa dei valori e nella lotta contro gli eccessi della burocrazia che paralizzano le attività di chi intraprende e creano grandi difficoltà ai cittadini».
Il mondo politico italiano e internazionale esprime il suo cordoglio per la morte di Emma Bonino, leader di Più Europa scomparsa all’età di 78 anni. Dalla premier Meloni al presidente del Senato La Russa fino alla presidente del Parlamento europeo Metsola, tutti ricordano il suo ruolo nella scena pubblica e le sue battaglie.
Meloni: «Voce forte e riconoscibile»
Questo il messaggio della premier Giorgia Meloni: «Emma Bonino ha rappresentato per decenni una voce forte e riconoscibile della politica italiana, portando avanti le sue idee con determinazione. Le nostre storie e le nostre sensibilità sono state lontane, ma questo non mi ha mai impedito di riconoscerne il peso e il ruolo nella vita pubblica della nostra Nazione. Alla sua famiglia e ai suoi cari va il mio cordoglio».
Emma Bonino ha rappresentato per decenni una voce forte e riconoscibile della politica italiana, portando avanti le sue idee con determinazione.
Le nostre storie e le nostre sensibilità sono state lontane, ma questo non mi ha mai impedito di riconoscerne il peso e il ruolo nella…
Magi: «Ha lottato contro tutto ciò che nega le libertà»
Così Riccardo Magi, segretario di Più Europa: «Emma ci ha lasciati ma non ci lascerà mai. Oggi non ci lascia soltanto la nostra leader, ci lascia una delle protagoniste più lucide, coraggiose e libere della storia politica del nostro Paese e del mondo libero. Emma fu “scelta dalla politica radicale” quando un divieto cambiò la sua giovane vita. E da quel momento decise che avrebbe lottato affinché non potesse capitare mai più a nessuna. Attivista, parlamentare, ministra, commissaria europea. Sempre radicalmente libera. La sua vita è stata una lunga lotta contro tutto ciò che nega le libertà: contro l’aborto clandestino, contro la fame nel mondo, contro la partitocrazia, contro l’infibulazione, contro il giustizialismo, contro i genocidi, contro ogni forma di autoritarismo. Ma ancora più numerose sono state le sue battaglie per la democrazia, per lo Stato di diritto, per la giustizia internazionale, per i diritti e i doveri di ogni persona e ogni famiglia, per l’autodeterminazione delle donne, per la libertà di scegliere, fino alla fine. E per l’Europa unita, democratica e federale: gli Stati Uniti d’Europa. È questo il suo testamento: non è importante quante volte occorra perdere prima di riuscire a vincere e conquistare una libertà per tutti».
Emma ci ha lasciati ma non ci lascerà mai.
Oggi non ci lascia soltanto la nostra leader, ci lascia una delle protagoniste più lucide, coraggiose e libere della storia politica del nostro Paese e del mondo libero.
Metsola: «L’Europa per cui ha combattuto sentirà la sua mancanza»
Cordoglio anche da Bruxelles, con la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola che ha scritto: «Emma Bonino non ha mai aspettato che il mondo fosse pronto. Ha sempre scelto di andare avanti, indicando la strada agli altri. È così che sarà ricordata in Italia e a Bruxelles, dove ha ricoperto il ruolo di deputata al Parlamento europeo e di Commissaria europea. L’Europa per cui ha combattuto sentirà la sua mancanza».
Emma Bonino non ha mai aspettato che il mondo fosse pronto. Ha sempre scelto di andare avanti, indicando la strada agli altri.
È così che sarà ricordata in Italia e a Bruxelles, dove ha ricoperto il ruolo di deputata al Parlamento europeo e di Commissaria europea.
Calenda: «Le sue battaglie hanno portato alla modernizzazione del Paese»
Questo il messaggio di Carlo Calenda, leader di Azione: «È mancata Emma Bonino, l’ultima grande protagonista delle battaglie civili che hanno portato alla modernizzazione di questo Paese. È un pezzo della storia politica italiana ed europea che se ne va. A nome mio e di Azione esprimo la nostra vicinanza alla sua comunità politica e alla sua famiglia».
È mancata Emma Bonino, l’ultima grande protagonista delle battaglie civili che hanno portato alla modernizzazione di questo Paese. È un pezzo della storia politica italiana ed europea che se ne va. A nome mio e di @Azione_it esprimo la nostra vicinanza alla sua comunità politica…
Così l’ex premier dem Paolo Gentiloni: «Emma Bonino ci ha lasciati. Ci mancherà il suo esempio di militante per la libertà e di leader italiana e europea. Voleva sempre cambiare le cose. E qualche volta ci è riuscita. Buon viaggio Emma».
Emma #Bonino ci ha lasciati. Ci mancherà il suo esempio di militante per la libertà e di leader italiana e europea. Voleva sempre cambiare le cose. E qualche volta ci è riuscita. Buon viaggio Emma pic.twitter.com/4qPukDjeJs
La Russa: «Battaglie portate avanti con forza e tenacia»
Queste le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa: «Apprendo con sincero dispiacere della scomparsa di Emma Bonino, già vicepresidente del Senato, ministro degli Esteri nel governo Letta, ministro per il Commercio internazionale nel governo Prodi II, deputata, senatrice e Commissaria europea. Di lei ricordo le numerose battaglie portate avanti con forza e tenacia e che hanno segnato sempre il suo lungo impegno pubblico. Ai suoi familiari, ai suoi cari e alla sua comunità politica giungano le mie più sincere condoglianze e quelle del Senato della Repubblica».
Apprendo con sincero dispiacere della scomparsa di Emma Bonino, già vicepresidente del Senato, ministro degli Esteri nel governo Letta, ministro per il Commercio internazionale nel governo Prodi II, deputata, senatrice e Commissaria europea. Di lei ricordo le numerose battaglie…
È morta Emma Bonino, fondatrice di +Europa e storica esponente del Partito Radicale. Aveva 78 anni. Ricoverata il 7 settembre a Roma a seguito di un’insufficienza respiratoria, era poi è uscita dalla terapia intensiva dell’ospedale Santo Spirito di Roma per essere trasferita in una struttura privata.
Le ricostruzioni giornalistiche parlano di tregua. Le meno ottimistiche di tregua armata. Ma la verità sarebbe ancora un’altra. E un ‘nordista’ di peso la racconta così: è andata «male», è stato un «incontro finto», in cui è andata in scena una «finta pacificazione» per non ‘sporcare’ il sacro prato di Pontida, nel giorno del primo raduno dopo la morte di Umberto Bossi. Due ore con Matteo Salvini non sono servite a risolvere granché delle beghe interne leghiste. Il segretario – bisogna riconoscerlo – ha mostrato disponibilità: ha detto persino di essere pronto ad «allargare la segreteria», viene riferito. Restando lui il capo, però, ça va sans dire.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Le ambizioni nazionali di Zaia
All’incontro hanno partecipato i presunti critici del salvinismo: i governatori Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti e il presidente del Consiglio regionale veneto Luca Zaia. Presunti, appunto. Perché Zaia – e lo si era capito dai toni soft usati nell’intervista che ha preceduto l’incontro – ha dimostrato di non concordare sull’urgenza di un rinnovamento della leadership del partito chiesta invece dai riottosi lombardi (insieme a Fontana, l’altro ribelle è il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, che però non era stato invitato). «A Zaia interessa poco, lo ammette anche, ha poca voglia di essere coinvolto, e ha altri progetti», confida un big lombardo, «e non vuole partecipare a ‘processi’: per lui Salvini deve affondare da solo». All’ex doge poi non dispiacerebbe l’offerta del segretario di una candidatura alle Politiche nel 2027: magari in vista di un posto di prestigio, dopo gli anni passati a Palazzo Balbi, come la guida di un ministero o la presidenza di una delle Camere, in caso di vittoria del centrodestra.
Luca Zaia (Ansa).
L’incontro ha reso evidente la frattura del fronte dei governatori
In fondo a questo è servito l’incontro: a rendere evidente la frattura del fronte dei governatori. Su questo Salvini aveva ragione da vendere. I lombardi, in pressing per un rinnovamento profondo, non fanno proseliti tra gli altri big. Non che le critiche al capo siano risparmiate da altri, ma ci sono divergenze sulla strada da seguire. Zaia vuole evitare lo scontro. Fontana e Romeo sono sostanzialmente rimasti soli, anche se è vero che sono sostenuti dalle principali segreterieprovinciali della regione. Ed è anche per questo che, dopo aver nascosto tutte le armi sotto il tappeto per il weekend di Pontida, programmano di tornare alla carica e andare avanti con la costituzione dell’associazione nordista che hanno annunciato di voler fondare. Con tutte le conseguenze che ciò comporterà.
Attilio Fontana alla kermesse leghista ‘A tua difesa’ (Imagoeconomica).
Fontana in difesa di Romeo (che rischia la poltrona)
Chi rischia di più allo stato è Romeo, che potrebbe perdere il posto di capogruppo al Senato. Ma l’incontro romano è servito a Fontana anche per mettere in chiaro che sono inaccettabili simili ritorsioni. «Non pensare di toccare Romeo», ha avvertito il governatore, rivolgendosi a Salvini. I ribelli lombardi sostengono di interpretare il volere della base e di non riuscire più a contenere la Lega lombarda, storico movimento fondato da Bossi nel 1984 (dalle federazioni delle leghe regionali, sempre per intuizione del Senatur, nacque nel 1991 la Lega Nord).
Durante l’incontro, che è servito formalmente ad annunciare che verrà redatto un manifesto programmatico condiviso in vista delle Politiche, è stata confermata la volontà di convocare i congressi provinciali lombardi entro la fine di ottobre. Quindi nelle prossime settimane si vedrà se le assise eleggeranno nuovi segretari vicini all’ala meno salviniana o se il segretario riuscirà a imporre i suoi uomini. «Ho ancora cinque camicie verdi nel mio armadio a Milano. E quando qualcuno non sapeva ancora di essere al mondo abbiamo fatto più di una battaglia. Nel 1990 ho fatto la tessera della Lega lombarda», ha rivendicato Salvini. Meglio lasciarle nell’armadio, le camicie verdi. L’ultima volta che ne ha indossata una fuori tempo è stato lo scorso marzo, per il funerale di Bossi e si prese i fischi e l’accusa di «traditore».
Matteo Salvini ai funerali di Umberto Bossi (Ansa).
Passeggiando tra gli stand della Festa dell’Unità milanese, si respira un clima decisamente rilassato, nonostante la morsa del caldo anomalo. Assistiamo al ritrovo di vecchi amici (o “compagni”, per i più nostalgici), alla sfilata di personalità di tutto il centrosinistra, a comuni elettori che ascoltano – più o meno interessati – i numerosi dibattiti e ai Giovani Democratici che, qualunque cosa succeda, continuano a spillare le birre come se non ci fosse un domani. Tutto come sempre molto bene organizzato, in una calma rassicurante, ma solo apparente.
La Festa dell’Unità milanese al circolo Corvetto (Ansa).
Così l’appoggio di Azione danneggia Calabresi
Il retroscena è una continua fibrillazione di contatti tra dirigenti locali e nazionali, nonché tra punti di riferimento delle varie correnti e gli aspiranti candidati a quelle primarie che nessuno si è ancora preso la briga di ufficializzare. La lunga attesa su una decisione in merito si è trasformata in tensione dopo l’annuncio di Mario Calabresi che, lasciando Chora Media, ha in pratica preso la rincorsa verso Palazzo Marino. Un effetto paradossale: come è possibile che, invece che gioire della disponibilità di una personalità unificante e fuori dagli schieramenti di partito, siano aumentate le turbolenze?
Mario Calabresi (Ansa).
Le ragioni sono diverse, ma la più evidente ha un nome e un cognome: Carlo Calenda. La pervicacia con la quale Azione vuole intestarsi la candidatura dell’ex direttore di Repubblica rischia di trasformarsi in un boomerang. Un conto è rivendicare il fatto di aver sempre indicato il suo nome come punto di caduta ideale per una proposta capace di andare oltre il perimetro del centrosinistra, ben altro è pretendere – come fa Calenda – di dettare le condizioni, riassumibili in una formula semplice: no a candidati considerati “estremisti” come Pierfrancesco Majorino e magari le primarie evitiamole del tutto. Con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, il lider maximo dei riformisti dà e toglie patenti di agibilità politica, dall’alto di un peso elettorale più autocertificato che reale. D’accordo, nei quartieri centrali Azione ha sicuramente un buon appeal, ma se si guarda ai precedenti storici e ai sondaggi sembra davvero azzardato ipotizzare che il suo contributo possa cambiare l’esito di una sfida che appare già scritta, come ammettono anche per i più ottimisti sostenitori del centrodestra. Semmai, Azione può fare la differenza in negativo, insistendo nel voler mettere la bandiera su un candidato che non è suo e che trae la sua forza proprio dall’essere civico.
Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Azione e la politica dei due forni
A molti elettori del Pd Calenda è indigesto come solo Matteo Renzi lo è stato in anni recenti, il ché è tutto dire. Non è certo una questione (solo) personale, ma strettamente politica. A Milano, Azione è saldamente collocata nel centrosinistra che marcia verso la vittoria, ma tutti ricordano il suo lungo flirt – alla luce del sole – con Forza Italia, con l’idea che arrivasse un Carlo Cottarelli a celebrare. Quando anche il pazientissimo economista ha deciso di scendere dal treno in corsa, Azione è rientrata nei ranghi, cogliendo con grande gioia la disponibilità di Calabresi, che pure aveva da tempo invocato. Questo le va riconosciuto, unitamente alla lealtà con la quale ha sostenuto la Giunta Sala anche nei momenti meno facili, senza avere in cambio né un assessore, né un presidente di Municipio. Altrettanto vero è però che Calenda ha serenamente dichiarato che alle prossime elezioni politiche correrà da solo, togliendo il proprio sostegno al campo largo e quindi aiutando indirettamente Giorgia Meloni nella sfida a distanza con Elly Schlein (o Giuseppe Conte).
Carlo Calenda e Carlo Cottarelli (Ansa).
I dirigenti dem temono la rivolta nelle urne
Il mal di pancia degli elettori sta iniziando a preoccupare i dirigenti del Pd milanese, schierati in larghissima maggioranza con Calabresi e – nel contempo – convinti di poter compattare una coalizione che tenga dentro tanto Azione, quanto Alleanza Verdi Sinistra, il Movimento cinque stelle e persino Rifondazione Comunista, che da tempo tratta la propria risalita a bordo. Progetto troppo ambizioso? Il problema, per i diretti interessati, non è tanto questo ma si nasconde in un piccolo dettaglio: in democrazia, bisogna convincere gli elettori. La più indispettita sta però a Roma e fa la segretaria del Pd, uno dei lavori più difficili al mondo. Già piuttosto indaffarata nel gestire le ambizioni di Giuseppe Conte e di chi, all’interno del suo partito, vorrebbe negare la candidatura a Palazzo Chigi, Schlein si trova di fronte a un bivio. La sua scelta di non partecipare alla Festa dell’Unità di Milano e tantomeno alle scelte politiche, lasciando il pallino nelle mani dei primaristi, è suonata come una condanna per le ambizioni (legittime) di Majorino, stretto al centro da Calabresi, a sinistra dall’arrembante Lorenzo Pacini e in nessun modo appoggiato dall’unica persona che potrebbe ribaltare l’equilibrio trovato a Milano. Fino ad oggi, almeno.
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Imagoeconomica).
Schlein medita un colpo di mano: imporre Majorino
Ai vertici del Pd milanese interessa soprattutto tenere calme le acque. La vittoria è praticamente certa (con Calabresi già al primo turno, sostengono informalmente molti analisti), basta tenere la barra dritta per riconquistare Palazzo Marino e proiettare verso il Parlamento sia la segretaria regionale Silvia Roggiani, che già vi è stata eletta, sia quello meneghino Alessandro Capelli, che invece vi aspira. A meno che, appunto, non sia Schlein a imporsi indicando lei stessa un candidato, che non potrebbe essere che Majorino. Una bella sconfessione per il livello locale, ma non sarebbe l’unico dei problemi, a cominciare dallo schiaffo che ciò rappresenterebbe per altri due dem importanti, quali la vicesindaco Anna Scavuzzo e il giovane Pacini, protagonista di una campagna che comunque rimarrà quale benchmark.
Elly Schlein con Alessandro Capelli (Imagoeconomica).
Lo spauracchio-Sardone e il precedente delle Regionali
Come cambierebbe lo scenario? Da un punto di vista di riconferma in città, probabilmente poco. Secondo i succitati analisti, l’unico scenario nel quale Majorino potrebbe rischiare la sconfitta sarebbe nello scontro con Silvia Sardone, che assumerebbe toni ideologici. La vicesegretaria della Lega ha però problemi ben diversi all’interno del suo partito, in netta crisi di identità, e non è quindi nella miglior posizione per tentare il colpaccio. Il vero strappo sarebbe però con la base, che ormai si sta preparando per dire la propria nelle primarie. Magari non le aspetta con il più acceso entusiasmo del mondo (anzi, c’è il tema di un’affluenza molto a rischio), ma è davvero complicato che a questo punto qualcuno abbia la faccia tosta di calare la scelta dall’alto, come se nulla fosse. Oltretutto sarebbe un déja-vu, viste le polemiche suscitate dalla candidatura di Majorino alle Regionali del 2023, anche in quel caso senza primarie, sebbene ci fosse un altro pezzo grosso come Pierfrancesco Maran altrettanto disponibile per la sfida.
Pierfrancesco Majorino (Ansa).
Chi decide davvero a Milano?
C’è quindi in gioco qualcosa di più che la scelta del candidato sindaco, ovvero il rapporto tra il Pd, quale principale partito della coalizione, e la città che governa da 15 anni, con altri cinque all’orizzonte, salvo autogol che non vanno mai esclusi. Questa lunghissima e stucchevole discussione sulla successione di Beppe Sala, al quale probabilmente fischiano le orecchie da un biennio, ha pochissimo a che fare con i reali problemi della città, i quali sono invece ben conosciuti da chi la vive. Dall’inquinamento ai trasporti, dalla sicurezza al carovita, i punti interrogativi sono veramente numerosi e profondamente incidenti sulla carne viva dei cittadini. Il momento delle decisioni si avvicina – con tutte le relative responsabilità che ciò comporta – e questo continuo buttare la palla in tribuna, sperando che l’arbitro fischi la fine, è una tattica che non può portare a nulla.
Dopo la sequenza temporale sospetta tra le polemiche sulla Biennale di Venezia e la chiusura del suo programma radiofonico in Rai, Pietrangelo Buttafuoco ha già trovato una nuova sistemazione. L’intellettuale di destra approda a Radio InBlu2000, cioè l’emittente della Conferenza episcopale italiana (Cei). Lo scrittore e presidente della Biennale di Venezia conduceva Lupus in fabula, una striscia letteraria quotidiana di 10 minuti che andava in onda al mattino su Rai Radio1, alle ore 6.50, ma che non è stata riconfermata. Insomma, da mamma Rai alla radio della Chiesa, che fa capo allo stesso gruppo di Tv2000. Entrambe le realtà sono dirette da Vincenzo Morgante, giornalista con un lungo passato in Rai. Ma cosa c’è dietro la chiusura di Lupus in fabula? Impossibile non pensare al duro confronto tra Buttafuoco e gli esponenti del governo Meloni sulla vicenda del padiglione russo alla Biennale (con la destra in preda a un tic conformista), e in particolare al gelo con il ministro della Cultura Alessandro Giuli e alle frizioni con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Eppure alla Mostra del Cinema di Venezia proprio Giuli, in una cerimonia ufficiale, alla presenza di Buttafuoco ha appena espresso la sua solidarietà al programma cancellato. Ad ascoltare il ministro tra l’altro c’erano anche la consigliera d’amministrazione Rai Simona Agnes e altri dirigenti della tivù pubblica. Non è certo bastato per un ripensamento. Per Buttafuoco ora si apre un nuovo capitolo. Secondo indiscrezioni dell’agenzia AdnKronos, il programma parlerebbe sempre di letteratura e sarebbe collocato proprio nella stessa fascia oraria di Lupus in fabula.
Gualtieri e gli irresistibili assaggi al Vinoforum
Le giornate del sindaco di Roma Roberto Gualtieri sono micidiali. Tra riunioni con gli assessori, Consigli comunali, visite di vip in Campidoglio che vogliono la foto sul balconcino che si affaccia sui Fori, video per i social, si arriva alla sera: e anche qui si lavora, come è accaduto martedì 8 settembre, al calar del sole. Via sull’Alfa Romeo Stelvio d’ordinanza, scorta attentissima: Gualtieri non indossa la cravatta, per colpa del caldo africano che opprime la Capitale anche nelle serate, e va a cercare un po’ di fresco. Dove? A Villa Borghese, dove è allestito il villaggio di Vinoforum, la kermesse enogastronomica che il giorno precedente era stata inaugurata da Lollo, ossia il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. L’Alfa del primo cittadino supera tutti i varchi della polizia municipale (e ci mancherebbe) e si ferma all’ingresso: improvvisamente si crea un codazzo, che man mano si ingrossa e forma un corteo che ricorda quello del film con Alberto Sordi intitolato Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue, diretto da Luciano Salce. Con passo militaresco, “alla Vannacci”, Gualtieri solca il prato verde di Piazza di Siena: manca solo il “Samba Fortuna” ideato da Piero Piccioni, e la scena è proprio quella della pellicola con Sordi. Il sindaco avanza rapido per andare negli stand istituzionali, quelli del Campidoglio: prima però c’è quello dell’Ama, l’azienda della nettezza urbana, e qui la fermata si impone. Cambio di passo, giro, e si arriva in fondo alla piazza: c’è pure lo stand dei vini di Massimo D’Alema, con la sua “Cantina La Madeleine”. D’ora in poi è una serie di incontri vinicoli, capaci di mettere a dura prova Gualtieri, perché da ognuno parte l’offerta di un assaggio. Cortesissimo, il sindaco non si tira indietro, all’inizio, dopo cerca di resistere, senza successo però: un produttore siciliano, con tenacia, riesce a fargli continuare le degustazioni. Fa caldo, e ogni grado alcolico rende difficile proseguire, ma il tour deve continuare: il passo rallenta, anche il corteo perde pezzi e rimane un drappello di fedelissimi. Quasi alla fine c’è uno stand che attira la sua attenzione, quello del Club degli Amici del Sigaro, e il sindaco si intrattiene, anche perché la missione pare finalmente conclusa: per Gualtieri c’è una borsa griffata Manifatture Sigaro Toscano ricca di prodotti da fumare, che gli viene offerta e rende felice lo staff. L’argomento gli è noto, perché quando era ministro dell’Economia, nel secondo governo di Giuseppe Conte, Gualtieri si occupava anche delle accise sul tabacco. Stanco ma soddisfatto, il sindaco può pensare alla prossima giornata: mercoledì, e all’ex Mattatoio di Testaccio, spazio caro al Comune di Roma, va in scena la kermesse di Alleanza Verdi e Sinistra con il vertice del cosiddetto campo largo, con l’annunciata presenza di Sigfrido Ranucci…
Gentiloni pasteggia con Lamberto Dini
Un pranzo nel The Westin Excelsior, nella romana via Veneto: con la scusa di partecipare a un evento culturale legato al Giappone, ecco che due ex presidenti del Consiglio si siedono a tavola, nella giornata di martedì. I due sono Paolo Gentiloni e Lamberto Dini (classe 1931), che vanta sempre la definizione di «ottima forchetta» in occasione dei pasti. Un’oretta di colloquio, presente anche la consorte di Dini, Donatella Pasquali Zingone. C’è da sottolineare che Gentiloni, perfetto conoscitore della lingua tedesca, ha sempre informazioni di prima mano su quello che accade in Germania…
Lamberto Dini (foto Imagoeconomica).Paolo Gentiloni (Imagoeconomica).
Mentre il fidanzato Matteo Salvini è impegnato nella due giorni di Roma organizzata da Claudio Durigon, Francesca Verdini interviene sui social – «così de botto» (citando Boris) – su fascismo, femminismo, inclusione, egemonia culturale e via dicendo. Un lungo e articolato post molto politico. «Scrivo queste parole perché da tempo sento di dovermi giustificare per ciò che penso. Come se il mio voto dicesse qualcosa non solo delle mie idee, ma della mia intelligenza, della mia sensibilità, persino della mia qualità umana. Come se non fossi mai abbastanza colta, preparata, consapevole. E alla fine resta sempre quella parola: fascista. A volte persino ‘sporca fascista’», scrive la produttrice cinematografica, chiarendo: «Mia nonna il fascismo lo ha combattuto. Io, dentro di me, di fascista non ho mai riconosciuto niente». Un «senso di estraneità», spiega, che incontra anche sul lavoro: «Attori, registi, sceneggiatori mi confidano ciò che pensano e poi aggiungono: “Non dirlo. Poi non mi fanno più lavorare”». Verdini punta il dito contro la sinistra o presunta tale: «Vedo Iacchetti minacciare botte e augurare la morte a un ministro, Saverio Tommasi parlare delle botte ai “fascisti” come legittima difesa, Bonaccini spiegare che chi vota a destra ha mediamente studiato meno, Brigitte Macron colpire il marito al volto, Rula Jebreal chiamare “scimmia” un uomo afroamericano. E ogni volta mi faccio la stessa domanda: se le parti fossero invertite, il metro sarebbe lo stesso?». Verdini se la prende con il «doppio standard» che «ti fa sentire espulso, ti rende più duro, ti fa venire voglia di urlare più forte». Un’uscita
Francesca Verdini compare spesso insieme con Salvini a comizi e feste di partito. Lo scorso marzo aveva fatto parlare di sé a causa del «cafone» gridato sul prato di Pontida in risposta a chi contestava Salvini al funerale di Umberto Bossi. Ma è la prima volta che scrive un intervento così politico sui social. Che stia pensando a un impegno più concreto ?
Dopo aver espulso Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale (finora think tank di riferimento di Futuro Nazionale), Roberto Vannacci è pronto a silurare anche Stefano Ruvolo, presidente di Confimprenditori e fondatore di Patto per l’Italia, che aveva stretto un’alleanza politica con l’ex generale. Alla base della decisione lo stesso motivo, ovvero le critiche alla linea di FN espresse negli ultimi giorni. Lo scrive Adnkronos, aggiungendo che secondo le indiscrezioni raccolte in Transatlantico la lettera ufficiale è già pronta. La mossa potrebbe però costare cara a Vannacci: è stato infatti proprio Ruvolo a prestare all’ex generale l’immobile in via Lucina 17 che ospita a Roma la sede nazionale del partito (allo stesso pianerottolo di quella di Forza Italia). Con ogni probabilità, dopo l’espulsione Ruvolo vorrà tornarne in possesso.
Massimiliano Simoni, Roberto Vannacci e Luca Sforzini inaugurano la sede nazionale di FN (Imagoeconomica).
Passerella di ministri leghisti, fedelissimi, vertici delle partecipate e persino di Confindustria con il presidente Emanuele Orsini in video collegamento. Per la due giorni “A tua difesa-verso la Finanziaria 2027” dell’8 e 9 settembre alle Officine Farneto (già location di Atreju nel 2015 e nel 2017), la Lega ha voluto fare le cose in grande. La kermesse è stata organizzata dal sottosegretario al Lavoro e vice di Matteo Salvini Claudio Durigon con l’obiettivo, secondo i maligni, di contare i “lealisti” dopo le turbolenze nordiste. Il format, scrive il Corriere, potrebbe addirittura essere riproposto in altre città in vista delle Politiche.
La locandina della due giorni leghista.
Oltre al segretario e al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sono presenti tutti (o quasi) i big leghisti, tra ministri, sottosegretari e parlamentari di stretta fede salviniana: da Nicola Molteni a Roberto Calderoli, da Lorenzo Fontana a Edoardo Rixi, da Attilio Fontana (già, c’è pure il ribelle governatore lombardo che parlerà di federalismo, ma non il veneto Alberto Stefani…) a Riccardo Molinari fino ad Alessandro Morelli, oltre al giorgettiano Federico Freni e a Giuseppe Valditara. Ricchissima poi la “quota manager” con Flavio Cattaneo di Enel, Claudio Descalzi di Eni, l’ad di Tim Pietro Labriola, quello di Poste Matteo Del Fante,GianpieroStrisciuglio di Ferrovie, ArrigoGiana di Autostrade, Marco Troncone di Aeroporti di Roma e Claudio Andrea Gemme di Anas.
Per l’angolo sport interverranno Luciano Buonfiglio del Coni e Giovanni Malagò, presidente della Figc. E spazio anche a Ettore Prandini di Coldiretti. In programma pure due «monologhi»: il primo sulla Flat Tax di Armando Siri e il secondo sulle banche di Claudio Borghi, i due cavalli di battaglia recentemente rispolverati. Occhio anche ai moderatori: il panel sulla sicurezza è affidato a Francesco Storace, quello sul Piano Casa alla giornalista Vittoriana Abate (storica inviata di Porta a Porta e moglie del parlamentare leghista Simone Billi). Immancabile Davide Vecchi, portavoce di Salvini, che dialogherà col presidente della Camera. Completano la lista Giovanni Sallusti, Alessandra Viero, Gino Zavalani e Francesco Giorgino sul palco con Salvini per la gran chiusura. Tra i parlamentari citati nel programma balzano agli occhi due nomi: il primo è quello di Gianpiero Zinzi che recentemente sul Corriere del Mezzogiorno ha attaccato frontalmente Massimiliano Romeo. Il secondo è quello di Simonetta Matone. Entrambi, stando ai retroscena, starebbero da tempo pensando a lasciare l’Alberto da Giussano per approdare in Forza Italia o in Futuro Nazionale. Naturalmente popoleranno gli incontri i fedelissimi del segretario: oltre al padrone di casa Durigon, le europarlamentari Anna Maria Cisint, Susanna Ceccardi e Silvia Sardone, Andrea Paganella, Gian Marco Centinaio, Roberto Marti e il tesoriere federale Alberto Di Rubba. Tanto che, a rileggere il titolo della manifestazione, viene il dubbio che quell’«a tua difesa» sia in realtà riferita a Salvini.
Claudio Durigon e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Spenti i riflettori sui panel, si accenderanno però quelli più intimi (non si sa ancora se a Roma o a Milano) sull’incontro tra Salvini e i governatori – Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti più l’ex Luca Zaia e forse il suo successore alla guida del Veneto Alberto Stefani). Incontro nel quale il fu Capitano potrebbe offrire ai nordisti la candidatura alle Politiche come capilista per salvare il salvabile. Grande assente Romeo, il cui futuro alla guida dei senatori leghisti è appeso a un filo.
Attilio Fontana, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).
Lollobrigida a Vinoforum, tra calici e Nobel
Lunedì sera, nel catino di Piazza di Siena, all’interno di Villa Borghese, Francesco Lollobrigida ha inaugurato Vinoforum, kermesse enogastronomica delle eccellenze italiane. Immancabile il discorso del ministro dell’Agricoltura, reduce dal video “didattico” sul latte italico e i produttori.
Ovviamente il ministro è partito con la solita elegia sul vino – «Dentro una bottiglia c’è l’Italia» – culminata con la dedica al premio Nobel premio Nobel Rita Levi-Montalcini, «che beveva sempre un bicchiere di vino ed è vissuta fino all’età di 103 anni». Lollobrigida però deve aver sforato i tempi perché il pubblico in attesa di entrare ha iniziato a rumoreggiare. L’attesa però non è stata vana: nel grande spazio del ministero, allestito elegantemente, sono stati serviti paccheri (forniti dallo sponsor) con pomodoro crusco, una delizia alla quale Lollo non sa rinunciare. Chissà cosa ne penserebbe Rita Levi-Montalcini del discorso del ministro: comunque per festeggiare i suoi 100 anni, nel 2009, la cantina umbra Arnaldo Caprai creò una preziosa edizione limitata di Sagrantino di Montefalco, a lei dedicata.
Francesco Lollobrigida a Vinoforum.
Torna Veltroni. Con il film sulla Gialappa’s
Dov’è Walter Veltroni? Praticamente assente dal dibattito politico, l’ex sindaco di Roma è impegnatissimo sul fronte cinematografico: il prossimo 22 ottobre esce il suo film documentarioL’assurda storia della Gialappa’s Band. È la storia di oltre 40 anni di carriera del trio comico composto da Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto, partendo dagli esordi radiofonici su Radio Popolare fino ai grandi successi televisivi. Veltroni stesso dichiara che «è la storia di tre ragazzi che, senza farsi vedere, da 40 anni fanno ridere gli italiani. E hanno attraversato gli anni più turbolenti del nostro paese restando fedeli alla loro ispirazione. Li abbiamo raccontati insieme a tutti i meravigliosi personaggi che loro hanno scoperto e valorizzato. Si ride e si pensa, due cose che è bene fare nella vita». Produzione Tramp Limited in associazione con Medusa Film guidata da Giampaolo Letta, figlio di Gianni, del documentario se ne parlerà moltissimo. Attesissimo l’elenco dei partecipanti vip alla première…
Il Silp Cgil Piemonte ha chiesto formalmente al questore di Torino di revocare il provvedimento con cui è stata riconosciuta come attività di aggiornamento professionale un’iniziativa pubblica in programma il 18 settembre 2023 all’Hotel Nh di Torino alla quale parteciperà, tra i relatori di una tavola rotonda, Roberto Vannacci. Il convegno è stato organizzato dai sindacati Fsp-Polizia di Stato e Fmpi e si intitola Insicurezza urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori. Secondo il segretario generale piemontese del Silp, Nicola Rossiello, la presenza di Vannacci, accanto ai saluti di apertura del questore di Torino Massimo Gambino, farebbe venire meno i presupposti richiesti per il riconoscimento dell’autoformazione, ovvero «la natura tecnico-scientifica e la stretta neutralità dell’iniziativa rispetto a qualsiasi connotazione politica». Il dipartimento della Pubblica sicurezza è già intervenuto precisando che si tratta di un’iniziativa sindacale per la quale non è prevista la partecipazione del questore di Torino e che il convegno non costituirà aggiornamento professionale per gli appartenenti alla Polizia di Stato. Ma ciò non ha fermato la polemica politica.
Fratoianni: «Piantedosi intervenga»
Così Nicola Fratoianni di Avs prima del chiarimento del dipartimento di Pubblica sicurezza: «Siamo davvero oltre ogni limite, il ministro Piantedosi ora deve spiegare al Parlamento e all’opinione pubblica del nostro Paese quale contributo alla formazione professionale del personale della Polizia di Stato possono dare le idee e le proposte di cui si fa portatore l’europarlamentare Vannacci. È necessario che il riconoscimento professionale che è stato riconosciuto con un’apposita circolare per questa iniziativa venga annullato e che il questore di Torino, responsabile dell’Autorità di Pubblica sicurezza, si astenga dal partecipare a quell’evento».
In Futuro Nazionale arriva la prima espulsione. Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale, il fu think tank del Mondo al Contrario, è stato cacciato dal partito a seguito, si legge nella nota della direzione disciplinare del partito, «delle sue ripetute sortite sulla stampa e sui social network foriere di attacchi ad altri iscritti del partito e di descrizioni del movimento del tutto infondate». La decisione è stata presa da Roberto Vannacci, dal coordinatore nazionale Massimiliano Simoni, dal responsabile organizzativo, Edoardo Ziello, e quello del Tesseramento, Annamaria Frigo. «Se qualcuno pensa di utilizzare Futuro Nazionale per le proprie ambizioni personali, volte a saziare appetiti antichi che si prestano alle mire di chi vuole avvelenare e soffocare il partito dall’interno», fanno sapere i futuristi, «deve sapere che qui ci sono degli anticorpi talmente forti da bloccare qualsiasi tentativo di sabotaggio».
Sforzini poco tempo fa aveva avuto l’ardire di criticare alcuni punti del programma futurista su Libero. «Esiste una destra che difende la famiglia senza entrare nelle camere da letto», spiegava il gallerista pavese al quotidiano, «che può sostenere la natalità senza istituire polizie morali. E poi esistono le cornacchie nere. Sono quelle che consigliano di rispondere alle inquietudini del XXI secolo con il prontuario del XIX». Mettendo in guardia: «Ci sono momenti nei quali il problema di un progetto non sono i suoi avversari. Sono i suoi consiglieri». Ma Sforzini aveva fatto parlare di sé anche per un acceso scambio in chat con il “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, riportato da Il Foglio. «Sei un nazista autentico», avrebbe attaccato il primo. «Non sono uno sciuscià liberale atlantista sionista come te. Per me non è un’offesa», gli avrebbe risposto il secondo. Accuse di fatto confermate dal diretto interessato che sempre al quotidiano diretto da Claudio Cerasa aveva parlato di «clima agghiacciante».
La deriva nerissima del partito (come se fosse qualcosa di cui sorprendersi) aveva causato l’allontanamento di Luca Bellotti, ex meloniano e già sottosegretario nei governi Berlusconi: «Su Islam e immigrazione, posizioni inaccettabili», aveva scritto in una lettera aperta al generalissimo.
Appuntamento il 9 settembre. L’atteso redde rationem leghista si terrà in mattinata a Milano, esattamente a 10 giorni dal raduno di Pontida, in programma domenica 20. Stando a quanto L43 può anticipare, l’incontro con Matteo Salvini dovrebbe servire a definire il coinvolgimento del cosiddetto ‘fronte’ dei governatori. Ovvero il capofila dei critici, il lombardo Attilio Fontana, il collega del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti, il presidente del Consiglio regionale del Veneto Luca Zaia e il suo successore a Palazzo Balbi, il salviniano Alberto Stefani.
Attilio Fontana, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).
La via d’uscita win-win di Salvini
Il segretario federale avrebbe in mente una cooptazione diretta della ‘squadra’ di amministratori in vista delle Politiche. Una ricetta che riporta la memoria al 2024, quando Salvini la propose per superare il calo di consensi e lo scoglio delle Europee di quel giugno. Allora però il niet dei governatori produsse la frattura che si è ampliata fino a oggi e che obbligò il leader, almeno così lamentano i salviniani, a cercare altre strade fino a portarlo ad offrire un seggio a Roberto Vannacci. Ecco quindi il rewind: come due anni fa per le Europee, il leader proporrà ai governatori e a Zaia di candidarsi in prima linea alle Politiche per portare voti e preferenze alla Lega, i cui consensi sono erosi dall’ex generale. Si vedrà se questa volta i ‘nordisti’ accetteranno dandosi da fare o resteranno nelle loro comfort zone. L’incontro, necessario prima di Pontida e a circa un mese dal tentato ‘processo’ del direttivo lombardo alla leadership di Salvini, dovrebbe essere win-win per il segretario: se i nordisti accetteranno di scendere in campo, anche loro saranno responsabili del risultato elettorale; se diranno nuovamente ‘no’ allora non potranno più lamentarsi per gli scarsi risultati.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Romeo e le voci su un possibile ‘demansionamento’
Il grande assente di questi contatti di pacificazione potrebbe essere Massimiliano Romeo. Allo stato non risulta che il segretario della Lega lombarda sia stato contattato per partecipare all’incontro. Tra i più coraggiosi nel criticare linea e leadership di Salvini, Romeo sarebbe stato mandato in ‘avanscoperta’ da alcuni storici dirigenti – tra cui Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti – salvo poi essere abbandonato da quasi tutti tranne Attilio Fontana. A Romeo si sarebbe riferito Salvini quando, al comizio di Pinzolo, si è detto pronto a non coinvolgere chi si «autoesclude».
Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Nella storia recente della Lega gli ultimi che hanno dato vita ad associazioni o hanno promosso incontri come Romeo per presentare il suo libro sono stati Flavio Tosi e Paolo Grimoldi, entrambi poi espulsi. Di Romeo non si arriva ad evocare l’espulsione ma fioccano retroscena sul fatto che sia a rischio il suo incarico di capogruppo al Senato. Voci che sarebbero alimentate, secondo alcuni, sia dai suoi predecessori alla guida della Lega lombarda (Fabrizio Cecchetti ed Eugenio Zoffili), sia da chi non è riuscito a sfidarlo (Luca Toccalini). Secondo queste ricostruzioni, il segretario lombardo avrebbe solo tre senatori su 29 dalla sua. Interrogato sulla questione, Salvini si è limitato a rispondere, con fatalismo acido, che così come lui è segretario, oggi Romeo è capogruppo, ma «domani è un altro giorno». Molte cose «cambieranno dopo Pontida», ha assicurato. Si vedrà.
Luca Toccalini (Ansa).
Cambio in vista anche per Molinari alla Camera?
Sarebbe però curioso, a un anno dalla scadenza della legislatura, cambiare un solo capogruppo, soprattutto con ancora in campo l’idea che si possa votare il prossimo giugno. Perché non sembri una mossa vendicativa, un’epurazione, Salvini dovrebbe procedere anche al cambio del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, nelle ultime settimane tra i più vicini al leader dopo essere stato spesso critico nei suoi confronti in passato. Sia Molinari sia Romeo hanno infatti il doppio incarico di capigruppo e segretari regionali. E proprio il cumulo degli incarichi potrebbe essere il pretesto per pretendere il cambio.
Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).
L’onda dell’AfD che, come da previsioni, ha travolto la Sassonia-Anhaltnon ha lasciato indenne il centrodestra italiano. Se il vicepremier forzista e ministro degli Esteri Antonio Tajani si è detto preoccupato, in casa Lega c’è chi ha brindato. Matteo Salvini ha cavalcato la vittoria del partito di estrema destra complimentandosi sui social con «l’amica» Alice Weidel. «Un successo clamoroso, che evidenzia la forte richiesta di cambiamento, sicurezza e lavoro. Alla faccia di chi, a sinistra, alimentava paure e scenari catastrofici. Paura? Terrore? Pericolo? No, si chiama DEMOCRAZIA. Un’altra Europa è possibile», ha twittato il segretario leghista, ignorando che la paura e gli scenari catastrofici sono stati evocati pure dal suo collega azzurro.
Complimenti all’amica @Alice_Weidel e a tutta AfD per il trionfo in Sassonia-Anhalt!
Un successo clamoroso, che evidenzia la forte richiesta di cambiamento, sicurezza e lavoro. Alla faccia di chi, a sinistra, alimentava paure e scenari catastrofici.
L’uscita sulle SS e la presa distanza di Le Pen e Salvini
Ma c’è un ma. Salvini infatti deve avere cambiato idea anche sull’AfD. Nel maggio 2024 si era detto d’accordo con un’altra amica, ovvero Marine Le Pen, che aveva detto di non voler sedere più nello stesso gruppo europeo – Identità e democrazia – con l’estrema destra tedesca. La rottura era arrivata dopo l’uscita dell’europarlamentare Maximilian Krah, al tempo candidato del gruppo alla presidenza della Commissione Ue, che parlando con Repubblica non aveva preso le distanze dalle SS. «Sbagliato generalizzare, non tutti i membri della SS erano criminali di guerra», aveva sentenziato Krah. Immediato fu il muro alzato dal Rassemblement National con il presidente Jordan Bardella che assicurò di voler interrompere i rapporti con i filo nazisti. Poco dopo, sulla scia della decisione degli alleati transalpini, arrivò la presa di distanza della Lega. Per la cronaca, Krah prima del polverone era già invischiato in uno scandalo di spionaggio a causa di un suo assistente che sarebbe stato al soldo dei servizi segreti cinesi e accusato a sua volta di troppa vicinanza alla Russia. L’AfD prima lo sospese poi lo riammise nel gruppo parlamentare.
«Con Ranucci c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me». L’ha affermato, nel corso di dichiarazioni spontanee, Valter Lavitola davanti ai giudici del Riesame in base a quanto hanno riferito i suoi legali, gli avvocati Sergio e Arturo Cola. Il Riesame si è riservato di decidere in merito alla richiesta di domiciliari che i legali hanno individuato in un casa in Basilicata nella disponibilità dell’indagato. «Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata», ha aggiunto. E ancora: «L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutta la responsabilità. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo senza dirmi che sarebbe stata una bomba. Io avevo dato un mandato in bianco specificando che non doveva fare male a nessuno».