Caso Delmastro, i deputati della Giunta potranno consultare le chat con Caroccia

Via libera alla consultazione del materiale istruttorio inviato dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi alla Camera assieme alla lettera indirizzata al presidente Lorenzo Fontana, relativo al caso dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e delle sue chat con il ristoratore prestanome del clan Senese Mauro Caroccia. Lo ha deciso il presidente della Giunta per le autorizzazioni Davis Dori (deputato di Avs), dopo lo slittamento tra le polemiche del voto previsto oggi in aula alla Camera.

Dori: «La maggioranza non vuole, ma devo consentire l’accesso alla documentazione»

«La maggioranza non vuole consentire l’accesso alla documentazione e alle chat inviate dalla Procura di Roma. Io invece ho il dovere, come Presidente, di tutelare il diritto di tutti i membri Giunta di poter prendere visione della documentazione per avere un quadro completo. Non c’è motivo perché la Giunta inibisca a se stessa tale accesso, pur entro gli usuali limiti di divulgabilità», ha dichiarato Dori: «Pertanto darò agli uffici, avendo anche vari precedenti, il via libera alla visione della documentazione a partire da domani mattina per consentire di organizzare la visione con criteri di non divulgabilità. Mai la Giunta ha limitato l’accesso a se stessa. Ci sono precedenti in tal senso e non intendo compromettere i diritti dei commissari e violare le prerogative parlamentari».

Caso Delmastro, i deputati della Giunta potranno consultare le chat con Caroccia
Andrea Delmastro e Mauro Caroccia (TIKTOK/BISTECCHERIA DA BAFFO).

I membri della Giunta potranno visionare il materiale dalle 10 del 31 luglio

I membri della Giunta potranno visionare il materiale, che dovrebbe contenere le chat tra Delmastro e Carocci, a partire dalle ore 10 del 31 luglio, con il vincolo di riservatezza. Dori ha spiegato che, dopo la lettera inviata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi alla Camera sull’uso delle chat, la Giunta dovrà esprimersi sulla necessità di una integrazione istruttoria. Quando all’accesso al materiale della Procura di Roma la maggioranza in Giunta si è espressa in modo contrario.

Pasticcio sul riconoscimento facciale: l’Ue richiama l’Italia, slitta il voto alla Camera

Nella giornata di oggi a Montecitorio non è slittato solo il voto sull’utilizzabilità delle chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, ma anche quello della commissione Affari Ue della Camera sullo schema di decreto legislativo in materia di riconoscimento facciale, tema su cui si è espressa anche l’Unione europea, bacchettando l’Italia.

Cosa prevede il decreto legislativo

L’Italia ha accelerato sul decreto che recepisce l’AI Act europeo, ma con una sbandata. Se l’articolo 8 prevede il riconoscimento facciale in tempo reale nei casi più estremi – come terrorismo e ricerca di persone scomparse – con l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, a far discutere è l’articolo 10. Che, a differenza dei momenti successivi a gravi reati o sparizioni, disciplina la quotidianità. Il decreto legge, infatti, introduce la raccolta preventiva dei dati biometrici di chi entra in un’area ritenuta sensibile, per una sorta di “sorveglianza generalizzata” che ha fatto drizzare le antenne del centrosinistra e pure di Bruxelles.

Pasticcio sul riconoscimento facciale: l’Ue richiama l’Italia, slitta il voto alla Camera
Telecamere di sorveglianza (Ansa).

La strigliata dell’Unione europea all’Italia

In base all’articolo 10 del decreto, i dati biometrici di chi passa davanti a una telecamera potranno in un’area sensibile potranno restare in memoria per sette giorni. Se nel frattempo verrà commesso un reato, diventeranno materiale d’indagine. Altrimenti saranno cancellati. Il trattamento automatizzato e generalizzato dei dati biometrici, che suona molto simile a una profilazione di massa stile Grande Fratello (tipica dei regimi) non è però coerente con le norme introdotte da Bruxelles due anni fa con l’AI Act, firmato dagli allora commissari Margrethe Vestager e Thierry Breton. Rispondendo a una domanda decreto legislativo, il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier ha dichiarato: «Il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è una pratica vietata dalla legge Ue sull’intelligenza artificiale: questo divieto vige già dall’anno scorso. Non vogliamo che con l’IA ci sia un controllo pubblico su dove ci spostiamo quotidianamente».

Palazzo Chigi: «L’Italia rispetta le norme Ue»

«Sul riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili l’Italia continuerà a rispettare la normativa europea, a partire dall’AI Act, come fatto finora, in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà, la cui verifica spetta all’Autorità giudiziaria», hanno dichiarato fonti di Palazzo Chigi, aggiungendo che «l’Italia si pone all’avanguardia nella governance dell’intelligenza artificiale». Le stesse fonti hanno poi affermato: «Siamo stati i primi in Europa ad adottare una normativa di sistema e a darne rapida attuazione. Il Governo continuerà a lavorare in questa direzione, nel rispetto della visione che porta avanti fin dall’inizio, per uno sviluppo e un’applicazione dell’IA centrata sull’uomo e governata dall’uomo». Dopo il via libera della commissione Politiche Ue del Senato, arrivato ieri, il provvedimento è approdato oggi anche all’esame delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia di Camera e Senato per i rispettivi pareri. In tali sedi al momento l’iter prosegue senza rinvii.

La grana giudiziaria di Vannacci a Milano, Bocelli tra il papa e Trump e le altre pillole

Va bene raccogliere «lo scarto, la feccia, i figli di nessuno» ed essere «orgogliosi», anzi «fierissimi» di farlo, come ha sempre detto il Roberto Vannacci. Ma forse il generalissimo non si aspettava che il suo uomo forte a Milano inciampasse in una bega giudiziaria. E così il responsabile vicario di Futuro nazionale per la Lombardia, con delega su Milano, è già saltato per aria. Luca Carleo, imprenditore milanese classe 1981, si è dimesso dopo un giorno. Nominato il 28 luglio, ha salutato tutti il 29. È durato meno di Paolo Maldini e Leonardo alla guida della rivoluzione calcistica italiana. Carleo è indagato per presunte frodi da oltre 30 milioni di euro: è uno degli amministratori delle società del gruppo Ops finita al centro di un’inchiesta finanziaria della procura di Milano, che oltre a lui coinvolge altre otto persone. Tra le varie ipotesi di reato contestate ci sono: ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza, false comunicazioni sociali per le società quotate, formazione fittizia di capitale, malversazioni di erogazioni pubbliche, responsabilità amministrativa delle società per reati commessi a loro vantaggio da parte degli amministratori. Come ha riportato Il Giorno, Carleo nel suo curriculum si definiva un «manager creativo e visionario», con un’esperienza ventennale nello sviluppo di brand a livello internazionale, soprattutto nei settori del retail e dell’editoria locale lombarda. Su Instagram il suo motto è «Crederci fino in fondo! Crederci ad ogni costo!». Ci aveva creduto anche Vannacci, ma è durata solo un giorno. Il coordinatore nazionale di Fn, Massimiliano Simoni, ha commentato così provando a togliersi dall’imbarazzo: «Mi auguro che possa essere fatta piena luce e lo ringrazio per il senso di responsabilità nel fare un passo indietro in un momento così delicato. Nei prossimi giorni il partito provvederà a una nuova nomina all’altezza dell’incarico». Nel 2018 Carleo era stato presentato come candidato dell’Udc nella lista Noi con l’Italia. Dal centro è poi giunta la virata verso l’estrema destra. Però si è bruciato in fretta.

La grana giudiziaria di Vannacci a Milano, Bocelli tra il papa e Trump e le altre pillole
Luca Carleo nel 2018 ai tempi dell’Udc (foto Imagoeconomica).

Tra papa Leone e Trump sbuca… Bocelli

È sempre in viaggio, Andrea Bocelli: il cantante non conosce soste, e nella serata di mercoledì 29 luglio era da papa Leone XIV, a Castel Gandolfo. Il pontefice, appena tornato a Roma dopo quasi un mese di vacanza, è rientrato apposta nella villa vaticana per partecipare all’incontro di preghiera e fraternità “Cantico di Pace” a Borgo Laudato si’, nei Giardini Pontifici, insieme a Bocelli e al coro formato da voci bianche provenienti da Uganda, Terra Santa e Italia. Già, ma quale ruolo ha Bocelli? A Castel Gandolfo si spiffera di un compito molto delicato, ossia addirittura quello di “ponte” tra papa Leone XIV e Donald Trump. Non è un mistero che Bocelli abbia praticamente “libero accesso” alla Casa Bianca, e infatti molte volte appare al fianco del presidente degli Stati Uniti nello Studio Ovale, anche grazie alle tante iniziative benefiche che vedono come protagonista il cantante italiano vivente più famoso al mondo con la sua fondazione. Un ambasciatore di lusso, che si somma alla vastissima rete diplomatica vaticana, e che però ha il vantaggio di parlare “a tu per tu” con Trump. E visto il contesto attuale, dove le guerre non si contano più, aver ospitato Bocelli proprio nel luogo più amato da papa Leone XIV, Castel Gandolfo, fuori dal caos romano e lontano dai “sacri palazzi”, aumenta il valore dell’iniziativa nel Borgo Laudato si’. È stata promossa dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ e dalla Andrea Bocelli Foundation, rappresentata dallo stesso tenore, inserita nel programma delle celebrazioni per l’ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi.

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Andrea Bocelli con Donald Trump nello Studio Ovale (foto Imagoeconomica).

Parliamo delle prigioni di Alemanno?

Nella giornata di venerdì 31 luglio, alla Regione Lazio, va in scena la relazione annuale del Garante regionale delle persone detenute, Stefano Anastasia. Oggetto dell’incontro, la presentazione della relazione di fine mandato, “Bilancio di un decennio (2016-2026)”. Si parlerà anche della storia carceraria di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e amico da sempre del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca? Si vedrà. A ruota, si prevedono i commenti del ministro della Giustizia Carlo Nordio, potenzialmente perfetti per alimentare una polemica sulla situazione carceraria italiana che può durare, grazie al sostegno dei media, almeno fino al prossimo lunedì.

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Gianni Alemanno all’uscita da Rebibbia (Ansa).

Cinghiali in vacanza

Sono ormai un classico del panorama di Roma nord: i cinghiali ormai fanno parte dell’habitat dell’Olgiata, ma anche del Fleming, di Vigna Clara, della via Cassia, della Giustiniana, e qualcuno si è affacciato anche in zona piazzale Clodio, dalle parti del tribunale. E chi ha una casa al Circeo o a Sabaudia adesso se li ritrova pure lì: le famigliole di ungulati stanno dominando il territorio, vagano quando non fa caldo, di sera, e hanno tanta sete. Ma mentre nella Capitale si “attaccano” alle fontanelle dell’acqua potabile, in campagna e al mare i cinghiali scavano forsennatamente in cerca dei tubi, spesso di plastica, rompendoli per riuscire a bere. Così nelle ville lungo la costa, quelle dei veri vip, spesso manca l’acqua perché i cinghiali di turno hanno spaccato le tubature. C’è chi ha messo delle grandi trappole dove far cadere i cinghiali, ma si muovono numerosi e al massimo riescono a prenderne un paio, mentre gli altri scappano. Non si contano le Smart che di notte vengono prese “a testate” dagli ungulati, con gravi danni. Una situazione che sembra essere sfuggita di mano e che non pare risolvibile, a breve. Intanto qualche ristorante annuncia con enfasi, tra i piatti del menù, “cacciagione di giornata”: qualcuno ha dei dubbi sulla provenienza, temendo una carne a “chilometro zero”, appena trovata su qualche strada di campagna, nei pressi del locale che offre secondi piatti succulenti e molto saporiti…

A Sabaudia arriva Piantedosi

Non solo cinghiali, a Sabaudia: venerdì 31 luglio, di sera, arriva l’incontro “L’Italia delle imprese: le sfide per la crescita”, per “Sabaudia Incontra – Dialoghi in Corte”, rassegna estiva condotta dal vicedirettore del Tg La7 Andrea Pancani. Non mancheranno le “autorità”, ossia il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e poi il leghista Alessandro Morelli in qualità di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla programmazione e al coordinamento della politica economica, il presidente dell’Anac Giuseppe Busia insieme agli amministratori delegati di Anas Claudio Andrea Gemme e della Società Stretto di Messina Pietro Ciucci, e molti altri ancora.

La grana giudiziaria di Vannacci a Milano, Bocelli tra il papa e Trump e le altre pillole
La grana giudiziaria di Vannacci a Milano, Bocelli tra il papa e Trump e le altre pillole
La grana giudiziaria di Vannacci a Milano, Bocelli tra il papa e Trump e le altre pillole
La grana giudiziaria di Vannacci a Milano, Bocelli tra il papa e Trump e le altre pillole
La grana giudiziaria di Vannacci a Milano, Bocelli tra il papa e Trump e le altre pillole
La grana giudiziaria di Vannacci a Milano, Bocelli tra il papa e Trump e le altre pillole

Il richiamo di Mattarella: «Tensioni elettorali non tolgano attenzione ai problemi»

In occasione della cerimonia del Ventaglio con i giornalisti, iI presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato il mondo politico a portare «reciproco rispetto, senza inopportuna aggressività verbale, spesso immotivata e, a mio avviso, anche controproducente». Un appello ad abbassare i toni e a lasciare da parte le tensioni elettorali che, con le urne lontane mesi e mesi, gli sembrano «per la verità piuttosto intempestive» e tolgono attenzione «ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini». Un monito che arriva dopo lo scontro sul caso Roggero, sulla morte di Fakir e sulle violenze in Val di Susa.

Mattarella: «Inaccettabile esitazione nel condannare le violenze in Val di Susa»

Su quest’ultimo punto, il capo dello Stato è stato netto: «La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale. Aggredisce la Costituzione chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica». Per questo ha chiesto alle forze politiche «maggiore responsabile attenzione» per fermare un fenomeno allarmante, «una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui». «Non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza». Gli scontri in Val di Susa da chi contesta la Tav sono per Mattarella un fatto grave e «inammissibile». Per questo, velato richiamo alla sinistra, «non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi».

Delmastro, rinviato il voto alla Camera sull’uso delle chat con Caroccia

Il voto sull’utilizzabilità delle chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il ristoratore prestanome del clan Senese Mauro Caroccia, che era atteso oggi a Montecitorio, è stato rinviato nella giunta per le autorizzazioni della Camera, che si riunirà quanto prima. Tale decisione è stata presa perché i membri devono analizzare una lettera inviata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi, che chiede di autorizzare anche per il diritto alla difesa la visione delle chat.

Il rinvio dopo la lettera del procuratore Lo Voi

Lo voi ha inviato una lettera al presidente della Camera Lorenzo Fontana dopo che il legale di Caroccia, l’avvocato Fabrizio Gallo, ha depositato in procura una memoria con le chat tra Delmastro e il suo assistito, indagato per il caso della Bisteccheria d’Italia, che sta già scontando una condanna definitiva per intestazione fittizia di beni, chiedendone l’acquisizione. Nella lettera, anticipata ieri sera da alcune testate, Lo Voi ha spiegato che l’accesso al contenuto del dispositivo non risponderebbe soltanto a esigenze investigative, ma anche a finalità di garanzia, in quanto permetterebbe di verificare integralmente il materiale presente nel telefono e di confrontarlo con quanto già prodotto dalla difesa.

Assieme alle opposizioni protesta anche Forza Italia

Il rinvio del voto è stato criticato dalle opposizioni: dal Pd al M5s, fino a Avs. Ma anche da Forza Italia. «Il presidente della Camera ha detto di aver ricevuto un’ora prima della riunione dei capigruppo la lettera del procuratore di Roma, peraltro annunciata dalle agenzie già ieri sera. È una procedura anomala, non è possibile riaprire l’istruttoria solo perché la Procura pensa di mandare ulteriori documenti», ha dichiarato il capogruppo azzurro Enrico Costa: «Se noi apriamo un precedente che un’ora prima della votazione, si manda un documento e si blocca l’Aula…».

Grillo attacca ancora Conte: il video del “sì” a Draghi

Continua l’offensiva social mediatica di Beppe Grillo contro Giuseppe Conte. Dopo il post al vetriolo di mercoledì con cui il co-fondatore del M5s ha accusato la sua creatura di aver «perso la sua identità e la sua diversità» e la replica del presidente pentastellato («Il Movimento ha perso identità? Con tutte le nostre battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Lui aveva detto che Draghi è un grillino, fate un po’ voi»), il comico è tornato alla carica contro l’ex premier. Lo ha fatto rispolverando un filmato del 2022 (con la formula “sblocchiamo un ricordo”), in cui si vede Conte affermare: «Nessuno si permetta di dire che il Movimento 5 Stelle dice no Draghi. Il M5s dice sì a Draghi e rafforza il suo sì», difendendo strenuamente la permanenza dell’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi.

Le affermazioni di Grillo rievocate da Conte

Replicando all’ex garante del M5s, Conte aveva fatto riferimento a quanto affermato da Grillo il 9 febbraio 2021 dopo un incontro con Mario Draghi, che era stato incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella di formare un nuovo esecutivo a seguito della caduta del governo Conte II. «Mi aspettavo il banchiere di Dio invece è un grillino. Mi ha dato ragione su tutto, era d’accordo su tutti i temi, però aspettiamo un attimo a votare su queste cose. Aspettiamo che pubblicamente dica cosa vuol fare, non ha ancora le idee chiare, poi sarete voi a decidere se mandare a fanculo questo o quell’altro», disse il cofondatore del M5s ai cronisti, sancendo di fatto un avvicinamento tra quella che era nata come una forza anti-sistema e uno dei maggiori simboli viventi dell’establishment europeo. In pratica, secondo Conte, il M5s aveva cambiato la sua identità quando sullo sfondo c’era ancora Grillo.

Scissione in DSP, la resa dei conti tra Rizzo e Toscano

Tutta colpa di Vannacci. E questa volta non si parla di Lega. L’ex generale ha combinato guai anche in Democrazia Sovrana Popolare, il partito da uno-virgola di Marco Rizzo e Francesco Toscano. La scissione dell’atomo si è consumata pubblicamente domenica scorsa: al congresso romano, l’ex comunista non si è nemmeno presentato. La “mozione” Toscano – classe 79, giornalista e già candidato con DSP alla presidenza della Regione Calabria (dove ha ottenuto l’1,01 per cento) – è passata quasi all’unanimità: niente alleanze di sorta, né con il centrodestra né tantomeno con Futuro Nazionale.

Scissione in DSP, la resa dei conti tra Rizzo e Toscano
Marco Rizzo (Imagoeconomica).

Rizzo assente è finito in minoranza

«All’indomani dello strepitoso successo del Congresso di Democrazia Sovrana Popolare del 26 luglio che ha visto riunirsi a Roma oltre 500 persone provenienti da ogni angolo d’Italia per ribadire una linea politica che conferma le nostre intenzioni iniziali, impreziosito dalla presenza di illustrissimi ospiti italiani e stranieri, arriva la fuga di Marco Rizzo», ha commentato sui social con una certa enfasi Toscano.

Scissione in DSP, la resa dei conti tra Rizzo e Toscano
Francesco Toscano (Imagoeconomica).

«Paventando fantomatici possibili scontri, che sicuramente non fanno parte del nostro ethos, Rizzo riconosce di fatto di non essere in sintonia con il popolo di Democrazia Sovrana Popolare che in questi anni lo ha sostenuto con grandissima generosità e intensità. L’agibilità politica di Rizzo in questi ultimi anni è stata il risultato dell’impegno di una comunità che il 26 luglio ha chiesto di vedere rispettata una linea politica che non cede di fronte all’opportunismo di tipo elettoralistico». Rizzo, che forte del suo “patrimonio mediatico” ha indetto un proprio congresso il 3 e il 4 ottobre, è accusato di aver abbandonato la “comunità” perché finito in minoranza. «Anziché accettare il risultato di un Congresso libero e democratico, che ha volutamente e irresponsabilmente disertato, decide di andare via, una volta resosi conto che non era possibile soffocare la passione e il sentimento della base attraverso un tentativo di colpo di mano partorito e realizzato insieme a quattro amici nel buio di una stanza», continua Toscano. Rizzo dal canto suo ha risposto a distanza pubblicando un nuovo manifesto politico, il suo «programma per l’Italia». Un video istituzionale, quasi quirinalizio, in giacca e cravatta, con stampante e pianta sullo sfondo.

Le accuse reciproche e la tentazione Vannacci

Alla base della rottura, come detto, la figura del generalissimo. Toscano da settimane accusava Rizzo di voler entrare in Futuro Nazionale in modo da garantirsi un seggio alle prossime Politiche, mentre Rizzo denunciava le simpatie del presidente del partito per Alessandro Di Battista e per il movimento Agorà lanciato dal professor Angelo D’Orsi. Insomma un duumviro era più tendente al bruno e l’altro al rosso. Resta da capire chi alla fine di questa tarantella fatta di congressi e veleni la spunterà. Intanto va registrato il passaggio da DSP a FN di Nicolas Gabrielli. Quello che Rizzo definiva «la meglio gioventù» e che da qualche tempo posa orgoglioso con il generalissimo.







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Calenda a Salvini: «Inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile»

«Mi scuso a nome di Azione con Salvini per l’uso di questo termine. È una cosa grave, moralmente sbagliata e anche inutile quando, per descrivere Matteo, si possono usare parole come: inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile.. E questi sono solo gli aggettivi che iniziano con la I». Lo ha scritto su X Carlo Calenda, cogliendo la “palla al balzo” di un brutto post di un iscritto ad Azione contro Matteo Salvini per attaccare duramente il segretario della Lega.

Un responsabile provinciale di Azione aveva definito Salvini «handicappato»

«C’è poco da fare, Salvini è un handicappato con l’aggravante di essere un populista e la recidiva di professare il sovranismo. Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia. Lasciamo stare l’operato come ministro». È quanto aveva scritto su X tale Maurizio Bufi, responsabile provinciale organizzazione del di Azione a Terni, commentando un post che criticava il plauso di Salvini al disegno di legge “anti-maranza” («Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!»). Il leader del Carroccio aveva a quel punto ripreso il post, commentando: «Comprendo che ci possa essere chi la pensa diversamente da me, chi mi critica anche aspramente, persino chi mi odia. Ma c’è un limite che non dovrebbe essere superato: usare la disabilità come insulto. Quella di questo esponente di Azione non è una caduta di stile, ma una mancanza di rispetto verso milioni di persone. Non chieda scusa a me: chieda scusa a loro e alle loro famiglie».

L’ultima sberla di Grillo a Conte, Salvini giallorosso e le altre pillole del giorno

«Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni». Beppe Grillo esce dal cono d’ombra in cui si era rintanato e torna a bastonare la sua ex creatura. Dal pulpito del suo blog, con un post dal titolo “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”, lancia il solito anatema: «Il Movimento 5 stelle ha perso la sua identità, soprattutto ha perso la sua “diversità”. Osservare la trasformazione antropologica dei suoi protagonisti serve a poco, è il solito film, il nuovo che diventa vecchio, i rivoluzionari che scoprono i palazzi e le intenzioni che lastricano la strada per l’inferno, con tanto di pedaggio». Eppure, continua il co-fondatore del M5s, «qualcosa deve essere ricordato, il MoVimento era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo…». E via a elencare le battaglie stellari che furono: reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, democrazia diretta e transizione ecologica. Insomma, «Il M5s doveva cambiare la politica ma la politica ha cambiato il Movimento», scrive Grillo. «Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone». «Ma le domande non sono scomparse», conclude Grillo, «sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere…».

Un appello grillino in purezza che però non è riuscito a “far rivedere le stelle” agli elettori delusi del Movimento, almeno sui social dove molti gli rinfacciano la fiducia al governo Draghi. A ben guardare, però, qualcuno ha risposto al j’accuse: sempre lui, Andrea Stroppa, il Musk Alfa italiano, che su X ha lanciato i suoi due cent, giusto per agitare le acque: «Casaleggio, con tutti i suoi limiti – spesso tecnologici – ha creato il Movimento 5 stelle, una potente innovazione portata al grande pubblico da Grillo e tradita da disgraziati. Sarebbe giusto che il Movimento tornasse al co-fondatore e che si ripartisse dall’idea originaria». Tutto fa brodo, per rompere le uova nel paniere del campo largo.

Infine fa pensare la tempistica dell’ultima sberla rifilata da Beppe all’avvocato del popolo. Solo pochi giorni fa, l’ex pasionario cinque stelle Alessandro Di Battista, ora scrittore-attivista politico-commentatore tv e reporter, ha infatti rimediato un primo flop: la raccolta firme lanciata dall’associazione Schierarsi contro il finanziamento pubblico ai giornali è terminata il 26 luglio a quota 264.734 sottoscrizioni online che sommate a quelle raccolte ai banchetti arrivano a circa 370 mila, dunque sotto le 500 mila necessarie per indire un referendum. Una doccia fredda sulle (presunte) ambizioni di tornare in campo in funzione anti Pd e anti-Conte.

L’ultima sberla di Grillo a Conte, Salvini giallorosso e le altre pillole del giorno
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

L’ultimo Stadio di Matteo

«Matteo Salvini è all’ultimo stadio. Quello della Roma», scherzano i tifosi giallorossi. E pure i leghisti duri e puri. Sì, perché fa discutere molto nella Capitale l’intervento del capo (?) della Lega, che in qualità di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha partecipato alla conferenza dei servizi dedicata al nuovo stadio della Roma Calcio. Il tentativo, forse, di mettere il cappello sul lavoro che da anni portano avanti l’As Roma e il Campidoglio. Ma cosa ha detto Salvini? «È l’inizio di un percorso: come ministero delle Infrastrutture siamo determinati a rispettare i tempi e i costi. Con Fs ci mettiamo un investimento di 35 milioni di euro per rendere più moderna e sicura la stazione Tiburtina che sarà di riferimento per i tifosi che andranno allo stadio». Con l’obiettivo di «avere per il quartiere una infrastruttura moderna e integrata con il territorio, che sia vissuta 365 giorni all’anno». Dopo l’affossamento del Ponte sullo stretto di Messina, a Salvini conviene aggrapparsi al nuovo stadio della Roma. Poi però non deve lamentarsi se dalle regioni del Nord, con in prima fila il governatore della Lombardia Attilio Fontana, arrivano attacchi pesantissimi…

L’ultima sberla di Grillo a Conte, Salvini giallorosso e le altre pillole del giorno
Matteo Salvini e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca (Ansa).

Sinner che fa? Inaugura le navi da crociera

«Jannik Sinner gioca a tennis solo quando vuole lui», spifferano i maligni al Coni. Partecipa ai tornei che rendono di più, sempre con un occhio alla classifica per restare il tennista numero uno al mondo, quando è in vacanza in Sardegna va a fare acquisti nei discount ma non dimentica il business, per esempio, inaugurando navi da crociera. Eccolo così a bordo del Mediterranean Prelude Journey, ovvero l’anteprima di viaggio della Explora III, la nuova ammiraglia extralusso di Explora Journeys, brand di eccellenza del gruppo Msc di Gianluigi Aponte. Salpata qualche giorno fa dal porto di Genova alla presenza dell’immancabile sindaca Silvia Salis, l’Explora III ha avuto come madrina Lorella Cuccarini mentre Maya D’Aponte ha rotto la classica bottiglia sullo scafo. Gli ospiti hanno avuto un accesso in anteprima a “In balance: a Jannik Sinner ocean wellness programme”, una nuova proposta wellness distintiva sviluppata in collaborazione con Explora Journeys. Non solo: il campione ha inaugurato il campo da padel a bordo di Explora. Senza dimenticare la promozione di “Jannik Sinner Foundation”, per raccogliere fondi destinati ad attività di educazione alla tutela marina per bambini nelle comunità del Mediterraneo.

C’era una volta Gianni Battistoni

Era il «re di via Condotti», Gianni Battistoni: nel suo negozio arrivavano vip di ogni tipo, capeggiati da Gianni Letta, e a metà dicembre la presentazione del suo calendario obbligava a disporre un servizio di security in grande stile. Scomparso il fondatore nel 2024, la società che porta il suo nome è in concordato preventivo in continuità aziendale, disposto dal tribunale di Roma. Il brand di alta sartoria maschile ha sempre il suo fascino, ma come spesso accade, «con l’addio del suo inventore diventano inevitabili i processi di ristrutturazione aziendale», spiffera un vecchio amico, e storico cliente, di Gianni Battistoni.

Grillo rompe il silenzio e attacca il M5s

Nel giorno in cui si tiene a Roma la prima udienza per la causa civile per la titolarità del nome e del simbolo, con un lungo post sul suo blog intitolato «Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni», Beppe Grillo è tornato dopo un lungo silenzio ad occuparsi del Movimento 5 stelle, lanciando una serie di frecciate alla formazione politica che aveva fondato nel 2009 assieme a Gianroberto Casaleggio. Queste le parole con cui ha presentato il post sui social: «Il M5s ha perso la sua identità e, soprattutto, quella “diversità” che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica ma poi la politica ha cambiato il MoVimento. Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone».

Grillo: «Le domande sono rimaste, le risposte sono scomparse»

«Osservare la trasformazione antropologica dei suoi protagonisti serve a poco, è il solito film, il nuovo che diventa vecchio, i rivoluzionari che scoprono i palazzi e le intenzioni che lastricano la strada per l’inferno, con tanto di pedaggio. Eppure, qualcosa deve essere ricordato, il MoVimento era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo», scrive Grillo. «Le domande sono rimaste, le risposte sono scomparse», prosegue poi il comico ricordando la nascita del M5s: «Noi avevamo provato a darne alcune, distribuire il reddito, cambiare la classe dirigente, coinvolgere i cittadini nelle decisioni e programmare il futuro invece di amministrare la prossima elezione. Le avevamo chiamate reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, restituzioni, democrazia diretta e transizione ecologica; proposte che, con il tempo sono diventate slogan da pronunciare nei convegni e dimenticate dopo il buffet».

I passaggi sull’intelligenza artificiale e il rapporto tra “rete” e democrazia

Grillo passa quindi ad un’analisi della crisi del modello occidentale: «Se pensiamo che debba essere difeso dobbiamo renderlo credibile, per farlo bisogna tornare ad ascoltare i cittadini, prima che la paura li consegni a modelli autoritari. Quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto, a volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo». L’ex garante pentastellato continua: «Il programma dovrebbe partire da qui, dall’ascolto. Le domande riguardano la sicurezza e la salute, l’equità, la partecipazione e l’identità. Servono risposte chiare e che guardino oltre il prossimo sondaggio». Infine nel post trovano spazio anche una riflessione sull’impatto dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite e un passaggio che lega la “rete” alla democrazia: «La tecnologia potrebbe permettere una partecipazione continua dei cittadini e un controllo sulle decisioni, più che per eliminare la rappresentanza, per limitarne il potere e impedire che la delega diventi una cambiale in bianco per cinque anni».

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi

Elly Schlein è accerchiata. O meglio, un po’ si sente e un po’ lo è. Qualche settimana fa l’ha pure detto, pubblicamente: «Ovvio che c’è un pezzo di establishment che mal sopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi. Io sconto anche il fatto di essere una donna, di stare con un’altra donna e di avere 40 anni… Ma andremo avanti lo stesso, se ne facciano una ragione».

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Elly Schlein (Imagoeconomica).

I (presunti) dubbi di Franceschini e il nodo dell’Ucraina

La retorica del complotto è un grande classico, trasversale a tutti i partiti. Resta tuttavia da capire chi è che dovrebbe farsene una ragione. Da come Schlein parla, sembra che i “poteri forti” siano quelli che fiancheggiano la destra, ma a leggere le cronache politiche dei giornali pare semmai che i problemi maggiori vengano dall’establishment del campo largo. Il Fatto dà conto di sommovimenti specifici nel Pd, in zona Dario Franceschini, presunto portavoce di dubbi profondi di una parte del partito sulla possibilità che la cara leader possa competere con Giorgia Meloni alle elezioni politiche del 2027. Impossibile non notare il fatto che Il Fatto è vicino all’irenismo pacifista del M5s e di Giuseppe Conte (una posizione che tiene insieme peraltro i populisti e Alleanza Verdi Sinistra della ditta Bonelli & Fratoianni).

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Dario Franceschini (Imagoeconomica).

Così come è impossibile non notare che la questione dirimente pare essere ancora una volta la politica estera e che la posizione di Schlein a sostegno dell’Ucraina venga scambiata per il solito, beppecontesco, «furore bellicista», neanche fossero – i sostenitori della resistenza ucraina – dei marinettiani a piede libero che vogliono vedere il mondo bruciare. Sicché i pacifisti si lamentano perché Schlein non dice no agli aiuti militari; per la verità si sono lamentati dal giorno uno dell’era schleiniana, vedi Rosy Bindi che aveva già iniziato a borbottare dopo la prima assemblea nazionale con il primo discorso ufficiale della leader del Pd.

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Elly Schlein e, in video, Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Solo in Toscana Schlein non è accerchiata

Sarebbe invero bizzarro se tutta questa resistenza anti-Schlein riuscisse a ottenere quel che vuole, cioè il “passo indietro” della segretaria dalla corsa per la presidenza del Consiglio, lei che sembra pronta, prontissima, a sfidare Conte alle primarie. Sarebbe bizzarro anzitutto perché il risultato più notevole di Schlein come segretaria è stato quello di azzerare il dibattito pubblico interno al Pd dopo anni in cui fare il segretario del maggior partito di centrosinistra era diventato un lavoro usurante, meritevole di indennizzo. Schlein dunque è accerchiata (e un po’ è vero e un po’ no). Persino nella sua Bologna, stando a quel che ha riferito il Foglio, dove Elisabetta Gualmini, ex Pd oggi in Azione, potrebbe correre alle Amministrative del 2027 col sostegno del destra-centro. Solo in Toscana l’accerchiamento non c’è; ogni volta che la segretaria passa da Firenze e dintorni, viene accolta come la condottiera che deve, soprattutto, comporre le liste elettorali per l’anno prossimo ed è dunque meritevole di massima, vibrante e fervente attenzione per qualsiasi suo comizio, sempre partecipato da aspiranti parlamentari delle varie Giunte e dei vari Consigli (comunali e regionali) che fanno capolino fra la folla per farsi riconoscere.

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Elisabetta Gualmini (Imagoeconomica).

L’incognita Silvia Salis

Ma ad aumentare ancora la sensazione dell’accerchiamento potrebbe essere la futura discesa in campo di Silvia Salis. Dopo una fase iniziale scoppiettante, a ritmo di techno, l’esposizione mediatica dell’ambiziosa sindaca di Genova sembrava essere rientrata. Ma forse era ed è solo tattica; Salis infatti non ha ancora abbandonato l’idea di diventare la leader del campo largo, o come si chiamerà quando verrà il momento. In ogni caso, sarebbe un altro ostacolo per Schlein – da parte dell’establishment di centrosinistra – verso la presidenza del Consiglio.

Elly Schlein sotto pressione: dal Pd a Silvia Salis, tutti gli ostacoli verso Palazzo Chigi
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Anche Fontana allontana la candidatura di Roggero

«Non mi sembra ci siano le possibilità giuridiche. Se ci fossero, starebbe alla sensibilità dei partiti valutare, ma non credo ci siano». Lo ha detto il presidente della Camera Lorenzo Fontana, rispondendo – durante la cerimonia del Ventaglio – a una domanda dei cronisti su un’eventuale candidatura di Mario Roggero https://www.lettera43.it/roggero-procura-sequestra-50-mila-euro-conto-tunisia/ , il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori. Fontana è un esponente della Lega, che ha reso noto di stare valutando «ogni possibile iniziativa, nel pieno rispetto della legge» per sostenere Roggero, tra cui «l’eventuale candidatura, qualora ne ricorrano i presupposti normativi». Il ministro e vicepremier Matteo Salvini, leader del Carroccio, aveva inoltre dichiarato: «Se fosse possibile candidarlo come rappresentante degli italiani che lavorano, che vengono aggrediti e che si difendono, io sarei orgoglioso di poterlo candidare». Lo stesso Salvini ha peraltro visitato più volte Roggero in carcere a Bollate, invocando fin dalla sentenza della Cassazione la grazia per il gioielliere. Quanto al provvedimento di clemenza, Fontana ha detto: «Legittimo che forze politiche facciano richieste, ma è una prerogativa del Presidente della Repubblica, per cui nutro grande rispetto. Spetta al Capo dello Stato verificare i margini che ci possono essere».

Anche Fontana allontana la candidatura di Roggero

Perché la candidatura di Roggero è impossibile

In effetti, la candidatura di Rogger è pressoché impossibile. Innanzitutto, l’articolo 29 del Codice penale stabilisce che la condanna ad almeno cinque anni di reclusione comporta «l’interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici»: al gioielliere piemontese è stata inflitta una pena (ormai definitiva) di quasi 15 anni. Per fare chiarezza, cosa si intende per interdizione dai pubblici uffici? Lo spiega l’articolo precedente, il numero 28: tale misura priva il condannato «del diritto di elettorato o di eleggibilità in qualsiasi comizio elettorale», cioè in qualsiasi votazione, e di ogni altro diritto politico. In pratica, Roggero non può più né votare né essere eletto. Come se non bastasse, c’è anche il decreto legislativo del 2012, noto come “legge Severino” dal nome dell’allora ministra della Giustizia Paola Severino, che fu adottato dal governo Monti grazie a una legge delega approvata anche con i voti della Lega. In base alla “legge Severino” per le elezioni della Camera e del Senato, così come del Parlamento europeo, non possono essere candidati coloro che sono stati condannati in via definitiva a più di due anni di reclusione per un delitto non colposo per il quale sia prevista una pena massima di almeno quattro anni.

Tajani inciampa sul Safe, l’emergenza al Circolo Canottieri Aniene e le altre pillole del giorno

Si Safe chi può. Antonio Tajani inciampa sullo strumento messo a disposizione da Bruxelles per fornire prestiti a tassi agevolati per aumentare gli investimenti in Difesa entro il 2030. Dopo aver dichiarato davanti alle commissioni riunite di Esteri e Difesa di Camera e Senato di aver deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno – «formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto per come investirli nell’anno successivo», ha detto – il ministro degli Esteri è stato costretto ad aggiustare il tiro: «Come ho sempre detto, e come hanno detto tutti i miei colleghi, Giorgetti e Crosetto, ne utilizzeremo probabilmente di meno: sei, sette, otto, nove, lo abbiamo detto anche oggi. Quindi ne abbiamo prenotati 14,9, cioè quello è il tetto massimo, ma ne utilizzeremo di meno». Una giravolta che non è sfuggita alle opposizioni e soprattutto a Matteo Renzi che su X è stato il primo a bacchettare il vicepremier azzurro: «Tajani va in commissione e dice: abbiamo deciso di chiedere fondi europei Safe per 14,9 miliardi di euro. Una notizia importante! Ma scatta il subbuglio in maggioranza. Dopo mezz’ora Tajani precisa: “Non li abbiamo chiesti ma solo ‘prenotati’. Ma dove vive il nostro ministro degli Esteri? I fondi Safe sono già prenotati: il governo deve decidere se usarli o no», ha twittato il leader di Italia, lanciando una stoccata finale: «Come al solito Tajani parla poi viene richiamato all’ordine. Un incapace totale. Verrebbe da dire con Checco Zalone: “Ma è del mestiere, questo?”».

Dalla maggioranza, invece, è arrivato lo stop della Lega che ricorda: «Sull’uso dei fondi Safe l’ultima parola spetta al Parlamento». Sul caso interviene pure l’Europa che invita Roma a essere più chiara: «Vogliamo sicuramente che l’Italia mantenga i 14,9 miliardi di Safe come annunciato oggi, e questo è uno sviluppo molto, molto positivo», ha dichiarato un portavoce della Commissione Ue. «Ora, dobbiamo procedere alla firma dell’accordo di prestito perché dobbiamo erogare i fondi per dare il via al progetto. Quindi questa è la tempistica che stiamo considerando», perché «c’è bisogno di chiarezza al più presto».

Emergenza “mensa” al Circolo Canottieri Aniene

I pasticci della Figc? La nomina a ct di Mancini? Al Circolo Canottieri Aniene di Roma hanno altro di cui discutere: il ristorante (che molti chiamano «la mensa») è chiuso. I lavori in corso sembrano interminabili, fatto sta che l’estate 2026 verrà ricordata a lungo dai soci, che non hanno a disposizione il giardino per passare delle serate al fresco con gli amici. Sarà un caso ma già a luglio, le zone di Roma Nord (Prati, Parioli, Fleming, Olgiata, aree di provenienza dei soci del circolo) si sono svuotate più del solito.

Tajani inciampa sul Safe, l’emergenza al Circolo Canottieri Aniene e le altre pillole del giorno
Il Circolo Canottieri Aniene (Imagoeconomica).

Conte con Paglia

L’agenda di monsignor Vincenzo Paglia è fittissima. Basta scorrere l’elenco dei suoi appuntamenti. Non solo il 30 luglio sarà cerimoniere del Centro all’incontro tra civici e centristi di area progressista: mercoledì mattina il prelato “che piace alla gente che piace” è atteso all’incontro “Dividendo Sociale Sistemico per una nuova società” organizzato da Human Economic Forum. Sempre nella Capitale, a Palazzo San Macuto, nella sala del Refettorio, sotto la moderazione dell’esperto Eugenio Fatigante, colonna del quotidiano della Cei, Avvenire. Dopo i saluti di Paglia, in qualità di presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, parleranno, tra gli altri, il docente Leonardo Becchetti, il parlamentare europeo ed ex presidente dell’Inps Pasquale Tridico e, udite udite, il leader pentastellato Giuseppe Conte. Chissà se si affaccerà all’incontro anche l’ex direttore del quotidiano Avvenire, attualmente eurodeputato, Marco Tarquinio

Tajani inciampa sul Safe, l’emergenza al Circolo Canottieri Aniene e le altre pillole del giorno
Monsignor Vincenzo Paglia (Imagoeconomica).

Tajani: «Abbiamo deciso di chiedere il Safe per 14,9 miliardi»

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che «abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno». «Formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto per come investirli nell’anno successivo», ha spiegato nel dibattito seguito all’informativa sugli esiti del vertice Nato di Ankara resa col ministro della Difesa Guido Crosetto alle commissioni Affari esteri e Difesa di Camera e Senato. Il Safe è lo strumento dell’Unione europea che fornisce prestiti fino a 150 miliardi di euro per aiutare gli Stati membri ad aumentare gli investimenti nel settore della difesa. «Quanti ne useremo (dei 14,9 miliardi, ndr) lo decideremo a fine anno», ha precisato Tajani. «Come ho sempre detto, e come hanno detto tutti i miei colleghi, Giorgetti e Crosetto, ne utilizzeremo probabilmente di meno. Sei, sette, otto, nove, lo abbiamo detto anche oggi. Quindi ne abbiamo prenotati 14,9, cioè il tetto massimo, ma ne utilizzeremo di meno».

Ct della Nazionale, la bocciatura di Pirlo diventa un caso politico

La bocciatura di Andrea Pirlo come nuovo ct dell’Italia, dovuta ai legami del “Maestro” con la Russia, è diventata anche un caso politico. E non solo perché sul caso si è espresso il ministro per lo Sport Andrea Abodi, il quale ha parlato di «brutta figura» provocando la reazione stizzita («Bisogna vedere chi l’ha fatta») del presidente della Figc Giovanni Malagò, entrato in rotta di collisione col direttore tecnico Paolo Maldini e l’advisor Leonardo, che nel frattempo si sono dimessi.

I vannacciani e i pentastellati stanno dalla parte di Pirlo

«Cultura, arte e sport devono restare fuori dalla politica e dalle relazioni internazionali. Per assegnare incarichi, anche a Pirlo, va considerata la competenza e certo non gli affari con agenzie varie», ha dichiarato Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale: «Come feci con Buttafuoco a Venezia, dunque, a lui do la mia solidarietà. Non vedo proprio una questione etica». Ha difeso Pirlo anche Riccardo Ricciardi, capogruppo del M5s alla Camera, cogliendo la palla al balzo per attaccare Guido Crosetto: «Siamo il paese in cui una persona non può fare il Commissario Tecnico della Nazionale, se ha un contratto con una società russa ma in cui un ex lobbista delle armi può fare il ministro della difesa». Sempre in casa pentastellata si è espressa sul caso anche l’eurodeputata ed ex calciatrice Carolina Morace: «La vicenda Pirlo è surreale. Lo stesso metro dovrebbe valere sempre. Dov’è stata la stessa indignazione nei confronti di chi ha continuato a intrattenere rapporti sportivi, istituzionali o culturali con Israele mentre Gaza veniva devastata?». Così Alessandro Di Battista, grande ex del M5s notoriamente vicino a Mosca: «Quello che sta accadendo a Pirlo è semplicemente osceno. Sapete tutto questo come si chiama? Russofobia. Secondo voi, se Pirlo avesse lavorato con un marchio israeliano, qualcuno avrebbe aperto bocca? Sarebbero stati tutti zitti!».

Il Pd e l’ex dem Picierno approvano la bocciatura di Pirlo

«Fateci caso: sulla questione Pirlo i primi galli a cantare e a dolersi per la sfumata indicazione a commissario tecnico, guarda caso, sono tutti esponenti politici molto sensibili alla Russia», ha dichiarato il senatore del Pd Filippo Sensi, commentando le dichiarazioni di Vannacci e Ricciardi. Questo il commento di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo ed ex esponente dem: «Accolgo con soddisfazione la scelta di non nominare Pirlo. È una scelta giusta e doverosa, considerato ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata».

La lettera dell’ambasciatore russo e la replica di Calenda

Nel caos totale di questi giorni, come se non bastasse, si è inserito anche l’ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov, che in una lettera aperta postata su Telegram ha espresso «sincera e umana solidarietà» nei confronti di Pirlo: «Rattrista constatare che, nonostante il suo contributo straordinario allo sport mondiale e all’immagine dell’Italia nel mondo, proprio nel Suo Paese, lei sia oggi oggetto di ostracismo da parte di un establishment da molti definito “pseudo-democratico”». Questa la replica di Carlo Calenda, leader di Azione: «Direi che con questa dichiarazione possiamo chiudere l’assurda discussione sull’opportunità di prendere come allenatore della Nazionale un signore pagato dai russi».

Salvini contro “nostalgici del Nord”: si allarga il fronte interno alla Lega

Sono nati i Cockroach padani. Come in India, dove i giovani hanno usato un insulto – “scarafaggi” – pronunciato da un giudice dell’Alta Corte per fondare un movimento di rivolta contro un sistema corrotto di ingresso all’università e ottenere le dimissioni del ministro dell’Istruzione, nelle valli tra Varese, Bergamo e Brescia, dove la Lega affonda le sue radici, i militanti si professano «nostalgici» per contrastare la leadership di Matteo Salvini.

L’attacco di Salvini alla falange nordista e ai fuoriusciti

Il manifesto è un articolo del Foglio. L’autore, il giornalista parlamentare Carmelo Caruso, da anni molto attento alle cronache interne del partito, si dilunga sullo sfogo di Salvini alla festa con i gruppi parlamentari che si è tenuta nella villa di Antonio Angelucci la settimana scorsa. Assente il padrone di casa, tra i fenicotteri rosa e le orchidee portate da Simonetta Matone, deputati e senatori di via Bellerio si sono ritrovati nei giardini della tenuta di Marino, ai Castelli, dove un tempo si faceva fotografare la vecchia proprietaria, Sophia Loren. Nel suo discorso il segretario leghista – stando a quanto risulta anche a L43 – è stato a sorpresa molto duro con la ‘falange’ dei nordisti lombardi, il governatore Attilio Fontana e il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, accusandoli di portare avanti una linea ormai «fuori dal tempo». Senza fare nomi, Salvini ha tuonato contro tutti i suoi critici. La proposta di un partito del Nord dentro la Lega avanzata da Luca Zaia? Macché. «Basta Nord, è una roba da nostalgici», ha detto il capo, che se l’è presa anche con i fuoriusciti che hanno scelto di abbracciare Futuro nazionale di Roberto Vannacci.

Salvini contro “nostalgici del Nord”: si allarga il fronte interno alla Lega
Matteo Salvini, alla festa AderLegaFest di Adro, nel Bresciano (Ansa).

In Lombardia il partito ribolle

È forse la prima volta che il segretario si pronuncia in modo così netto contro una parte del partito che da mesi, se non anni, ne critica la linea, a partire dalla decisione di coinvolgere Vannacci (ben prima del clamoroso addio dell’ex generale). L’asse dei governatori, formato, oltre che da Zaia e Fontana, da Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti, chiede un ritorno agli ideali delle origini, un rinnovamento della leadership con maggior coinvolgimento di Zaia. Si tratta di un movimento che trova ampio consenso in Lombardia, tra lo zoccolo duro del leghismo, ma anche tra dirigenti, sindaci, amministratori, che hanno fatto la storia della Lega e che ritengono, come molti militanti chiedono ai gazebo e alle feste, che Salvini da tempo avesse dovuto fare un passo indietro per ‘salvare’ il partito. Questa Lega è un partito che ascolta ancora i militanti, ma che da mesi soffre, impotente, l’occupazione salviniana della segreteria. Anche per colpa dell’immobilismo degli stessi governatori e di storici dirigenti come i ministri Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli.

Salvini contro “nostalgici del Nord”: si allarga il fronte interno alla Lega
Elio Fagioli e Roberto Calderoli alla festa estiva di Pontida (Ansa).

Il tam tam social in solidarietà a Fontana

Nelle settimane scorse sono stati appesi in diverse località del Nord alcuni manifesti in cui si chiedevano le dimissioni di Salvini a favore di Zaia. E ora è iniziato il tam tam sulle bacheche di militanti e dirigenti. Gli ‘scarafaggi’ padani si autoproclamano «nostalgici» in dissenso con la segreteria. E così gira lo slogan «Se Fontana è nostalgico, allora lo sono anche io», condiviso, tra i primi, sui social del consigliere lombardo, capogruppo al Pirellone nella passata legislatura, Roberto Anelli.

La grafica è stata condivisa sulla bacheca di diversi militanti storici. Seguita da commenti come: «Ora basta sedersi sulla riva del fiume e attendere». «Sì lo ammetto, sono nostalgica anche io», scrive l’ex senatrice Simona Pergreffi. «Non è una questione di nostalgia, ma di coerenza, Matteo Salvini. Siamo nati per impegnarci per le nostre comunità, per i nostri territori e per il nord, non siamo nostalgici ma realisti, così non va. Se non ci fossero le regioni con i governatori e le amministrazioni del nord, non ci sarebbe la Lega», commenta Giampaolo Pesenti, vicesindaco di Zogno, nella Bergamasca.

La minaccia di provvedimenti disciplinari e la chiamata a Pontida

Sembra che Salvini non abbia preso bene l’iniziativa e minacci provvedimenti disciplinari. Sicuramente ha reagito diffondendo il manifesto di Pontida 2026 nel quale, per inciso, compare il vecchio simbolo della Lega senza il suo nome. Le bandiere autonomiste e i militanti sono ritratti sul prato davanti al grande palco. Tutti al raduno, esortano i fedelissimi.

Salvini contro “nostalgici del Nord”: si allarga il fronte interno alla Lega
Il manifesto d Pontida 2026.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi

Doppia sfida al Quirinale. Il centrodestra ha da tempo avviato una campagna di accerchiamento al Colle più alto della Repubblica con l’obiettivo dichiarato di conquistarlo nel 2029. Due le tattiche: assalto all’attuale inquilino, Sergio Mattarella, e scalata diretta al ruolo di presidente della Repubblica fra tre anni. Entrambe più che legittime, ma con rischi politici abbastanza evidenti, perché a volte in politica la forma è sostanza.

L’obiettivo Colle è a portata di mano

Dunque, ecco la storia. Dalla fine della Prima Repubblica, quando si è trattato di eleggere un capo dello Stato il centrodestra non ha toccato palla. Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, pur se eletti a volte anche con i loro voti, non possono certo definirsi di quella parte politica. Eppure la voglia c’era, e tanta. Silvio Berlusconi, per esempio, ci aveva sperato non poco. Ma la contingenza politica (si è quasi sempre votato quando la maggioranza era di centrosinistra) o l’imperizia strategica (come nel 2022) non hanno mai portato Forza Italia, Lega e FdI al successo. Ora invece, in caso di vittoria alle elezioni, il trofeo è a portata di mano, perlomeno stando ai numeri.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Sergio Mattarella (Ansa).

La Russa tira la volata a Meloni

Dopo un timido tentativo, fallito in poche settimane, di varare una riforma presidenziale, e un altro tentativo più robusto ma altrettanto fallito di varare la riforma del premierato, alla fine Giorgia Meloni ha deciso di giocare con le regole che ci sono già. E allora Fratelli d’Italia è uscita allo scoperto e ha dichiarato il gioco. La premier ha detto di voler superare il tabù di un presidente non di centrosinistra. Ignazio La Russa ha concordato e fatto nomi e cognomi, indicando proprio Meloni (anche se rimanendo vago sulle tempistiche): «Secondo me lo diventerà non questa volta ma la prossima, il mio è un augurio e un riconoscimento delle sue capacità. Sarebbe una grande fortuna per l’Italia, dopo Mattarella. Per me sarebbe un bene, un grande bene». Un messaggio all’opinione pubblica per testarla, uno agli alleati per unirli nella pugna ma anche per chiarire che se tocca a qualcuno, tocca a FdI. Qui sta il primo rischio, che chiunque sia entrato anche per sbaglio una sola volta in Transatlantico conosce bene: la maggioranza non basta, si vota a scrutinio segreto, ci sono i franchi tiratori, e per essere certi del risultato bisogna garantirsi decine di voti in più, cioè consolidare e tranquillizzare la propria base e tessere alleanze. Ci sono meno di tre anni di tempo e le elezioni politiche in mezzo. Forse è proprio per non innervosire gli alleati che il presidente del Senato ha chiesto più tempo. Come andrà a finire lo sapremo a gennaio 2029.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Mattarella nel mirino della destra

Intanto prosegue l’altra sfida al Quirinale. Il centrodestra, e in particolare sempre FdI, da tempo ha messo Mattarella nel mirino. Agli addetti ai lavori sono noti i malumori del partito di Meloni per molte mosse del Presidente. Più volte si è sfiorato lo scontro, lo scorso dicembre l’attacco del capogruppo FdI Giovanni Donzelli al consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani è stato il segnale che le micce sono accese. Qualche scaramuccia sotto traccia nei mesi a seguire e la dichiarazione ufficiale della premier che i rapporti sono ottimi con un “ma”: «Io e il Presidente della Repubblica non siamo sempre d’accordo». Poi a metà luglio lo scontro sulla grazia al gioielliere Mario Roggero, per cui il capo dello Stato ha richiamato il ministro Carlo Nordio per una fuga in avanti che invece Giorgia Meloni ha coperto politicamente.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Sergio Mattarella con Carlo Nordio in una foto del 2023 (Imagoeconomica).

La regola di Einaudi

Al netto dei singoli casi e della diffidenza reciproca, il disegno è chiaro e non è la prima volta che viene messo in atto: delegittimare l’inquilino del Quirinale. È successo già in passato in modo anche più virulento. Due le controindicazioni: una politica e una istituzionale. Quella politica è che l’attuale inquilino del Colle ha livelli di gradimento popolare altissimi e attaccarlo potrebbe non pagare in termini di consenso. Quella istituzionale l’ha ricordata proprio Mattarella ricevendo Nordio e riguarda la regola di Luigi Einaudi, primo Presidente repubblicano: «È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da qualsiasi incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce». Chi vuole salire al Quirinale dovrebbe essere il primo a volersi ritrovare intatte prerogative e poteri, se non vuole avere una presidenza azzoppata. La partita è cominciata da qualche mese, il traguardo è nel 2029, attendiamo nuove mosse.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Sergio Mattarella con Ignazio La Russa e Renato Brunetta (Imagoeconomica).

No Tav: Meloni parla di «violenza organizzata», per Schlein il governo «strumentalizza»

«Centoventi operatori delle forze dell’ordine sono rimasti feriti negli scontri di sabato scorso contro l’infrastruttura dell’Alta Velocità Torino-Lione. Uno scenario che si vede molto bene qui dietro, non è la scena di una guerra, è la scena di una presunta contestazione. Ma questo non è dissenso, questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata». Lo ha affermato la premier Giorgia Meloni in un video registrato durante la visita al cantiere della Tav in Val di Susa, effettuata assieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Faremo tutto quello che possiamo per assicurare queste persone alla giustizia e chiediamo anche a chi ne è responsabile, alla magistratura, a tutti gli inquirenti, di fare il massimo del lavoro perché uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere».

Schlein punta il dito contro il governo

Sulla questione si è espressa nelle stesse ore anche Elly Schlein. «Ci troviamo davanti a un governo i cui esponenti strumentalizzano fatti violenti per buttarli addosso alle opposizioni, nonostante sappiano che non abbiamo nulla a che fare con quelle frange vittime, di cui siamo bersagli», ha detto la segretaria del Pd a a L’Aria che tira, su La 7: «Perché strumentalizzano per accusarci di connivenze? Ci facciamo le domande giuste, invece di strumentalizzare ogni fatto per fini politici? Istituzioni e politica dovrebbero lavorare insieme per isolare la violenza. In quattro anni di governo hanno fallito miseramente sulla sicurezza». Schlein ha poi aggiunto: «Abbiamo visto violenze inaccettabili, gravi, che non si giustificano mai, noi condanniamo la violenza senza, senza se e senza ma. Violenze che hanno colpito molti agenti, a cui il Pd ha dato solidarietà e vicinanza. Abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza, senza esitazioni e tentennamenti».

Perché nell’era Meloni la maternità è scomparsa dal dibattito pubblico?

Negli anni di governo della mujer y madre Giorgia Meloni, un battibecco molto spiacevole tra Gigi Marzullo e Francesca Fagnani ci riporta a terra. E fa riaffiorare una domanda che forse non è così scontata: perché la maternità è improvvisamente sparita dal dibattito pubblico?

La battaglia contro la Gpa di cui non si parlapiù

Eppure della difesa delle donne, e in particolare modo delle madri, questo governo ha fatto una bandiera. In primo luogo, a livello ideologico, con il muro eretto attorno a una idea di figura ben precisa. La maggioranza di centrodestra ha iniziato la legislatura con la tutela della madre biologica, attraverso la legge che ha reso la gestazione per altri un reato universale. Una normativa pienamente in vigore dal 2024 che prevede la reclusione da tre mesi a due anni, oltre a una multa fino a un milione di euro. Ma la cui applicabilità è sostanzialmente ‘sospesa’ per le difficoltà che comporterebbe punire penalmente condotte perfettamente lecite e regolamentate in altri ordinamenti, oltre a sollevare dubbi sulla illegittimità di incriminare un genitore per aver formato una famiglia. Ma la legge Varchi (dal nome dell’esponente di FdI, Carolina Varchi) è sospesa anche dalla discussione pubblica, se ne parla raramente come se non fosse mai stata approvata. Una sorta di rimozione collettiva dell’argomento che riguarda invece molte famiglie che hanno fatto ricorso a queste pratiche affrontando viaggi, costosi e impegnativi a livello psicologico, in altri Stati o continenti.

Perché nell’era Meloni la maternità è scomparsa dal dibattito pubblico?
Carolina Varchi (Imagoeconomica).

Gli hater contro Chiara Tagliaferri e Nicola Lagioia

Ha riaperto il dibattito un libro autobiografico di Chiara Tagliaferri, Arkansas, che racconta l’esperienza nello Stato Usa, dove è nata, grazie a un’«alleanza tra tre donne» (Chiara, la donatrice e la gestante), la figlioletta avuta con il marito Nicola Lagioia.

Ma basta leggere i commenti agli articoli di riviste e quotidiani al libro di Tagliaferri per capire che l’assenza di un dibattito, serio e alto, sul tema non è un problema da trascurare. La maggior parte dei critici della scelta della Gpa accusa la coppia di aver agito con egoismo, accusandola di non aver scelto di aiutare un bambino bisognoso con l’adozione.

Perché nell’era Meloni la maternità è scomparsa dal dibattito pubblico?
Nicola Lagioia e Chiara Tagliaferri (da youtube).

Anche Benedetta Rossi finisce nel tritacarne

Ma altrettanto commentata è stata la scelta di adottare, annunciata dalla più nota Benedetta Rossi e dal marito. La celebre influencer dei fornelli ha diffuso una sua foto all’aeroporto in partenza per il «viaggio più bello della vita»: ovvero verso le due sorelline che entreranno a far parte della loro famiglia. E anche lì, sono arrivate migliaia di critiche. Chi ha apprezzato la scelta, ha lodato il buon cuore di Benedetta, come se l’adozione fosse un gesto caritatevole nei confronti di una umanità bisognosa e non l’atto di costruzione di una famiglia. I critici e gli hater, invece, hanno insinuato che avessero “pagato” le bambine, ignorando il percorso di controllo articolato cui bisogna sottoporsi per l’adozione internazionale in Italia. Insomma, il tema interessa molto e ci sarebbe tanto da dire. Per esempio, per quanto riguarda le adozioni internazionali questo governo ha cercato di tamponare la discesa drammatica delle richieste, approvando rimborsi cospicui per chi ha adottato nel 2024 e nel 2025.

Meloni in missione con Ginevra, ma tutti zitti

Ma anche l’essere madre in una società in cui le donne sono sempre più impegnate a livello professionale è un tema che non sembra più conquistare un posto degno nel dibattito pubblico. Meloni porta molto spesso con sé la figlia quando è costretta a essere assente per più giorni in missioni intercontinentali. Ma la premier intende mantenere questa sua dimensione molto privata, non ama che se ne parli. E i giornali evitano proprio di riportare là notizia, che comunque ha un suo senso sociale, sociologico e politico, anche solo di esempio. Non si parla neanche di questo.

Perché nell’era Meloni la maternità è scomparsa dal dibattito pubblico?
Giorgia Meloni (Ansa).

Manca una riflessione politica sul tema della maternità

E così ci troviamo impreparati davanti alla domanda indelicata di Marzullo, il “signore della notte”, a Francesca, la “belva della tv”. «Non hai avuto un figlio per scelta o per motivi medici?». Una domanda che non andrebbe posta neanche Sottovoce, caro Marzullo. Ma non perché siamo nel 2026, come lamenta Fagnani. Non va fatta e basta perché non sai mai il vissuto che risveglia in una donna che non ha avuto figli una richiesta del genere. E quindi tanta solidarietà alla belva che si è sentita ferita e ha giustamente replicato. Poi però uno si riascolta bene la risposta di Fagnani, e torna a pensare che è sempre più urgente una riflessione sul significato ‘politico’ (nel senso faucaultiano del termine) dell’esperienza della maternità. «Mi manca un figlio? Non ho la prova del contrario, non avendo figli non ho vissuto quell’esperienza. Mi manca qualcosa che non conosco? Non lo so. È una gioia immensa che non ho vissuto? Sicuramente», dice Fagnani prima di aggiungere: «Penso che la maternità si esplichi in mille modi diversi: con gli amici, con la famiglia, con i cani…». Per il Donald Winnicott, la maternità non è solo cura fisica, ma la capacità di farsi ambiente accogliente e protettivo. Questo permette al bambino, che sperimenta una dipendenza assoluta, di strutturare il proprio sé attraverso l’esperienza di essere compreso e contenuto dall’altro. È esperienza e accoglienza dell’altro. Un rapporto complesso tra essere umani. Ecco, non pensiamo che per “altro”, Winnicot avesse in mente un, seppur delizioso, cavalier king.

Perché nell’era Meloni la maternità è scomparsa dal dibattito pubblico?
Francesca Fagnani (Imageconomica).

Le Politiche si avvicinano, ma a parte le mire sul Colle si naviga a vista

Partiam partiamo! Per andare dove non importa. L’unica cosa che conta è acchiappare, tra tre anni, il Quirinale. Con chi e come sono tutti dettagli trascurabili.

Le Politiche si avvicinano, ma a parte le mire sul Colle si naviga a vista
Giorgia Meloni (Ansa).

La legge elettorale sarà determinante a decidere le alleanze

La campagna elettorale che è appena iniziata ha mille incognite, dai programmi alle alleanze fino alla leadership. Certo, manca ancora un anno, salvo imprevisti, ma il rebus principale con cui i partiti devono fare i conti è la legge elettorale. Le regole, si sa, sono determinanti nel decidere il perimetro dell’alleanza. E allora sia nel centrodestra sia nel centrosinistra tutto è ancora per aria. Futuro nazionale di Roberto Vannacci sarà parte integrante della carovana guidata da Giorgia Meloni o ne resterà fuori cannoneggiandola da destra? Forza Italia accetterà di far salire a bordo un partito che sente molto lontano dai suoi principi? E cambiando schieramento: il campo largo lo sarà a sufficienza da comprendere un’area di centro o il suo baricentro sarà tutto sbilanciato a sinistra? E al centro la nuova legge elettorale permetterà la nascita di un soggetto autonomo o tutto sarà schiacciato e diviso tra i due poli?

Le Politiche si avvicinano, ma a parte le mire sul Colle si naviga a vista
Roberto Vannacci nel corso di un evento in Comune a Pescara (foto Ansa).

La nebbia dei programmi, dalla politica estera alla sicurezza

Come si vede, le domande superano di gran lunga le risposte. Sui programmi poi è nebbia fitta. Alcuni temi, a cominciare dalla politica estera, sono una faglia che spacca in due entrambi gli schieramenti, ricomponendo strane alleanze trasversali. Una su tutte: la difesa dell’Ucraina. Salvini, per non contare Vannacci, da un lato, e Giuseppe Conte dall’altro sono pronti a ridurre gli aiuti a Kyiv, mentre Giorgia Meloni ed Elly Schlein continuano a sostenere Volodymyr Zelensky. In economia la manovra d’autunno sarà il vero banco di prova più della scrittura di qualunque programma, ma anche qui mentre la Lega chiede di abbassare l’età pensionabile, il governo la alza, mentre nel centrosinistra il gelo con cui il leader M5s ha accolto la proposta di patrimoniale della leader Pd ha fatto rumore. E anche sulla sicurezza, mentre nel centrosinistra ci si comincia appena ora a ragionare, nel centrodestra, dopo quattro anni di governo, si continuano a produrre provvedimenti su quello che fu il cavallo di battaglia delle elezioni del 2022. Un problema che non è stato ancora risolto, anzi pare peggiorare nella percezione dei cittadini.

Le Politiche si avvicinano, ma a parte le mire sul Colle si naviga a vista
Matteo Salvini alla festa AderLegaFest, nel Bresciano (Ansa).

Campo largo a cerca di leader

Ma soprattutto nel centrosinistra, problema che nell’altro campo invece non si pone affatto, la battaglia sostanziale è su chi farà il premier. Sia Conte che Schlein aspirano a guidare la coalizione e sedere a Palazzo Chigi in caso di vittoria. E qualcuno ancora spera che nessuno dei due prevalga ma sbuchi fuori un federatore, il proverbiale terzo incomodo, che si accolli l’onore di fare il presidente del Consiglio. Insomma, manca un anno alle elezioni, mese più mese meno, ma l’impressione è che servirebbero decenni prima di sciogliere tutti i nodi che leader, partiti e coalizioni dovranno affrontare per arrivare al giorno in cui gli elettori infileranno la loro scheda nelle urne, in una fase di incertezza internazionale che meriterebbe qualche punto fermo in più.

Le Politiche si avvicinano, ma a parte le mire sul Colle si naviga a vista
Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).