Cristina Seymandi si candida a sindaca di Torino con una sua lista civica

Dal gossip dei tradimenti a candidata sindaca di Torino. L’imprenditrice Cristina Seymandi, protagonista del famigerato video in cui l’allora compagno banchiere Massimo Segre la accusava di infedeltà durante una festa in cui avrebbero dovuto annunciare le nozze, sta mettendo a punto una sua lista civica in vista delle Comunali in programma nel capoluogo piemontese nel 2027. «Mi candido perché ho una figlia di 20 e vorrei rimanesse a Torino. Fa ingegneria aerospaziale e desidero che resti a lavorare qui per orgoglio nei confronti della sua città», ha spiegato all’edizione locale di Repubblica. I principali punti del suo programma, ha anticipato spiegando di aver ricevuto già numerose adesioni, saranno il caro affitti, la sicurezza, l’industria e le periferie.

Cristina Seymandi si candida a sindaca di Torino con una sua lista civica
Cristina Seymandi (Instagram).

Nel 2021 aveva tentato di entrare in Consiglio comunale

Sembrava che Seymandi in vista del 2027 stesse cercando una candidatura con Forza Italia. E invece correrà come sindaca con una sua lista. In passato collaboratrice dell’ex prima cittadina pentastellata Chiara Appendino, la manager aveva rotto col M5s e aveva tentato di entrare in Consiglio comunale a Torino candidandosi nel 2021 con l’aspirante sindaco per il centrodestra Paolo Damilano: appena 318 preferenze e niente di fatto. Dopo il “fattaccio” del video (cavalcato ampiamente tramite ospitate in trasmissioni televisive e podcast), Seymandi era stata avvistata ad Atreju di Fratelli d’Italia e aveva anche aderito a Italia c’è, formazione fondata dall’ex renziano Gianfranco Librandi, tornato dal 2024 in FI. Durante l’intervista a Repubblica, Seymnandi ha definito Maurizio Marrone (FdI), possibile candidato del centrodestra, «una persona per bene, ma carente su alcuni aspetti fondamentali della contemporaneità».

Cristina Seymandi si candida a sindaca di Torino con una sua lista civica
Cristina Seymandi (Instagram).

Come è finita la vicenda del video diventato virale

Facendo un passo indietro e ripercorrendo quanto successo dopo la diffusione del celeberrimo video con le accuse di corna sa parte del “quasi” promesso sposo, Seymandi aveva definito quell’agguato un «femminicidio mediatico»: il Garante della privacy aprì un’istruttoria (poi archiviata), mentre la vicenda giudiziaria tra i due protagonisti (che si incolparono reciprocamente di tradimento) finì con una querela ritirata grazie all’accordo economico trovato tra i rispettivi avvocati dopo una lunga trattativa.

Le manovre di Luigi Berlusconi, il party di Report e le altre pillole del giorno

Mentre Marina e Pier Silvio Berlusconi sono spesso in prima pagina per le loro presunte manovre su Forza Italia, Luigi, il più piccolo dei cinque eredi del Cav – diventato da poco padre per la terza volta nel massimo riserbo – avrebbe già messo a segno l’unica cosa che gli interessa dal punto di vista politico: la ricandidatura alle prossime Politiche di Matteo Perego di Cremnago, deputato e sottosegretario alla Difesa, suo strettissimo amico.

Le manovre di Luigi Berlusconi, il party di Report e le altre pillole del giorno
Matteo Perego di Cremnago (Imagopeconomica).

Report-party per Claudia Di Pasquale

La redazione di Report ha festeggiato la nomina di Claudia Di Pasquale a co-conduttrice, insieme a Daniele Piervincenzi, della prossima edizione della trasmissione di Rai3. Ovviamente non al bistrot Cefalù di Valter Lavitola, ma in zona Prati-piazza Bainsizza. Un locale in particolare, in via Euclide Turba, ha registrato il pienone per le celebrazioni di Di Pasquale. Vicinissimo a via Teulada, è un pub molto frequentato dai televisivi, amato anche da quelli che lavorano a La7 il cui centro di produzione è a due passi. E infatti la serata ha visto un mix tra volti del servizio pubblico e della rete di Urbano Cairo, emittente che tempo fa era stata indicata come possibile approdo per Sigfrido Ranucci e la sua trasmissione, e ben prima del caso Lavitola. Per il direttore degli Approfondimenti Rai Paolo Corsini la grana sembra risolta anche se lunedì si ricomincia, dato che in via Teulada si presenta la nuova edizione delle serate su Rai1 di Bruno Vespa: Porta a Porta e Cinque minuti.

Le manovre di Luigi Berlusconi, il party di Report e le altre pillole del giorno
Claudia Di Pasquale (Imagoeconomica).

Vittoria dell’AfD? Commenta Piantedosi

Dopo le elezioni in Sassonia che hanno visto gli ultranazi dell’AfD vincere a mani tese (altro che basse), chi è stato scelto per commentare il voto ad Agorà su Rai3? Vista la spaccatura provocata dall’ondata nera tedesca nel centrodestra nostrano (Antonio Tajani si è detto preoccupato, mentre il collega Matteo Salvini ha festeggiato) chi meglio del ministro ‘tecnico’ Matteo Piantedosi? Già la scena che immortala il titolare del Viminale attendere in piedi prima di entrare nello studio è da antologia, poi si entra nel vivo. Piantedosi comincia citando ed elogiando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, poi parla di Forza Italia che fa parte dei conservatori in Europa, infine procede cauto su Roberto Vannacci preferendo non attacca Futuro Nazionale. Insomma, un vero democristiano. Curiosamente nella giostra dei partiti non tocca, nella sua narrazione, la Lega di Matteo Salvini, in teoria suo “mentore”. Insomma, il ministro dell’Interno sembra davvero pronto a giocarsi la partita elettorale, tanto che alla domanda della conduttrice Annalisa Bruchi: «Ma lei si candida?», risponde con un sibillino: «No, ma si parla di politica a prescindere». La corsa alla visibilità è cominciata: Salvini è avvisato.

Le manovre di Luigi Berlusconi, il party di Report e le altre pillole del giorno
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

La «rispettosa attesa» di Calabresi

Dopo l’accelerata, l’attesa. Anzi la «rispettosa attesa». Mario Calabresi, che lasciando le cariche in Chora Media aveva rianimato il dibattito nel centrosinistra milanese, frena. Il possibile candidato sindaco alla Festa dell’Unità di Lodi ha detto di «non aspettare chiamate»: «Sono in rispettosa attesa per capire cosa succederà a Milano e, finora, non ho incontrato resistenze». In realtà Elly Schlein, che pareva essersi tirata fuori dalla mischia ambrosiana, ha invitato alla prudenza. Resta infatti da sciogliere il tema primarie e fino a che la segretaria non darà il segnale, meglio non ufficializzare discese in campo.

Le manovre di Luigi Berlusconi, il party di Report e le altre pillole del giorno
Mario Calabresi (Imagoeconomica).

Lo chef su Italia1? Il marito di Luna Berlusconi

Una domenica di inizio settembre, con il caldo che ancora tortura gli italiani, dopo Studio Aperto arriva Mag con un approfondimento enogastronomico. E chi è lo chef che propone nel suo ristorante milanese la ricetta delle cozze con lo zafferano? Vittorio Vaccaro, marito di Luna Berlusconi.

Le manovre di Luigi Berlusconi, il party di Report e le altre pillole del giorno
Vittorio Vaccaro (da Instagram).

La Cernobbio di Mario Monti

«Tra i corridoi della villa rinascimentale, si aggira Federica Monti, figlia del premier che per anni ha lavorato nello studio del Forum di Ambrosetti, amico di vecchia data di papà Mario», scriveva Linkiesta nel lontano 2012. Già, lo scomparso Alfredo Ambrosetti era legato a Mario Monti, e la figlia dell’economista, Federica, faceva parte del suo staff. «Ma sì, il Monti fa proprio parte del mobilio di Villa d’Este, dato che la Federica ha sposato Antonio Ambrosetti, il figlio di Alfredo», dice un partecipante di tanti forum sul lago, «certo non poteva fare come Carlo Calenda che con una sfuriata ha disertato Cernobbio per via della presenza di Vannacci… ».

Le manovre di Luigi Berlusconi, il party di Report e le altre pillole del giorno
Mario Monti con Roberto Vannacci a Cernobbio (Imagoeconomica).

La vittoria di AfD in Germania spacca il centrodestra in Italia

La vittoria schiacciante di Alternative für Deutschland nel piccolo land della Sassonia-Anhalt ha un’importanza che travalica i confini tedeschi, in quanto certifica l’avanzata di un’ombra nera sulla Germania. E, dunque, nel cuore d’Europa. Resta da capire se riuscirà a governare, ma intanto il trionfo di AfD ha evidenziato una spaccatura nel centrodestra in Italia. Se Matteo Salvini ha infatti esultato per il successo della formazione di ultradestra tedesca, l’altro vicepremier Antonio Tajani ha invece mostrato preoccupazione. Giorgia Meloni, invece, per il momento tace.

Salvini esulta (e si trova d’accordo con Vannacci)

«Complimenti all’amica Alice Weidel e a tutta AfD per il trionfo in Sassonia-Anhalt! Un successo clamoroso, che evidenzia la forte richiesta di cambiamento, sicurezza e lavoro. Alla faccia di chi, a sinistra, alimentava paure e scenari catastrofici», ha scritto Salvini sui social. «Paura? Terrore? Pericolo? No, si chiama democrazia. Un’altra Europa è possibile», ha aggiunto il segretario della Lega. Il trionfo dell’ultradestra in Sassonia-Anhalt è riuscito peraltro a mettere d’accordo gli ex alleati Salvini e Roberto Vannacci.

Il fondatore di Futuro Nazionale ha infatti scritto su Facebook: «L’Europa cambia. Merz ha l’ulcera. Monti dovrà dedicare la sua scarsa energia anche a loro. Nessun dorma». Vannacci, eletto al Parlamento europeo con la Lega, dopo l’addio al Carroccio è poi passato nel gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, di cui fa parte AfD.

La vittoria di AfD in Germania spacca il centrodestra in Italia
Ulrich Siegmund, leader di AfD in Sassonia-Anhalt (Imagoeconomica).

La preoccupazione di Tajani: «Pessima notizia»

Per Tajani, invece, la vittoria di AfD è «una pessima notizia», in quanto «affermazione di una forza politica che è antitetica rispetto ai valori liberali e occidentali». Il segretario di Forza Italia ha poi dichiarato: «Questo risultato, senz’altro doloroso, ci obbliga anche a registrare e comprendere le paure di molti europei e che per l’ennesima volta chiama l’Ue, a cominciare dai suoi vertici istituzionali, a una presa d’atto: il percorso d’integrazione comunitaria non è un automatismo, i valori occidentali di libertà, solidarietà, ripudio di qualsiasi sirena delle autocrazie non rappresentano una conquista definitiva ma un obiettivo che va conservato e perseguito giorno dopo giorno». Come detto, nessun commento è invece ancora arrivato da Fratelli d’Italia e dalla premier Giorgia Meloni.

La vittoria di AfD in Germania spacca il centrodestra in Italia
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Ingroia aderisce a Controcorrente, il movimento di La Vardera

Antonio Ingroia è entrato a far parte di Controcorrente, il movimento dell’ex inviato de Le Iene Ismaele La Vardera. Alla base della decisione, ha spiegato l’ex pubblico ministero, «la condivisione di valori che converge in una visione politica nella quale la legalità rappresenta un elemento centrale e non negoziabile». L’ingresso di Ingroia, pm del processo sulla trattativa Stato-mafia e oggi avvocato, riguarda esclusivamente al movimento regionale siciliano di Controcorrente: pertanto manterrà contestualmente i suoi ruoli di presidente di un movimento politico nazionale come Azione Civile e della Fondazione Spazio Legalità.

Ingroia aderisce a Controcorrente, il movimento di La Vardera
Ismaele La Vardera (Imagoeconomica).

«Metterò a disposizione la mia esperienza e il mio impegno nella difesa della legalità e della Costituzione per supportare il movimento nella sua attività, con l’obiettivo di contribuire alle istanze di cambiamento ormai non più differibili, che vogliamo portare avanti insieme», ha dichiarato Ingroia. In vista delle Politiche del 2027, Controcorrente a fine luglio aveva ufficializzato la federazione con Progetto Civico Italia, movimento politico fondato da Francesco Onorato, assessore del Comune di Roma, guidato in Sicilia da Carmelo Miceli.

Ingroia aderisce a Controcorrente, il movimento di La Vardera
Antonio Ingroia (Imagoeconomica).

Perché Meloni non parteciperà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite

Salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, Giorgia Meloni non parteciperà alla prossima riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo scrive Adnkronos, citando fonti di Palazzo Chigi: l’Italia sarà comunque presente, rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

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Gli impegni in Italia e i rapporti deteriorati con Trump

Meloni già l’8 luglio, al termine del vertice Nato, aveva comunicato l’intenzione di delegare a Tajani la partecipazione ai successivi appuntamenti internazionali. «Non per disimpegno, ma perché arrivo da diversi vertici internazionali e ho l’obbligo di occuparmi di diversi dossier anche in Italia», aveva spiegato la premier. Il passo indietro si inserisce dunque in un orientamento già esplicitato pubblicamente dalla premier e la scelta di Meloni, precisano le fonti di governo, «non ha bisogno di essere giustificata né difesa», anche perché nel recente passato era stata presa da altri leader come l’ormai ex ministro britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier canadese Mark Carney. Era però da 15 anni che un presidente del Consiglio italiano non disertava l’Assemblea generale delle Nazioni Unite: la sensazione è che Meloni abbia deciso di dare forfait anche per i rapporti ormai deteriorati con Donald Trump.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei

La Corte dei Conti ha condannato due dirigenti del Comune di Pompei, Vittorio Martino e Salvatore Petirro, per il danno erariale causato – tra le altre cose – dall’acquisto di due chiavi d’oro a nove carati impreziosite da diamanti, dal valore superiore a 14 mila euro ciascuna, consegnate come riconoscimento istituzionale ai ministri della Cultura Dario Franceschini e Gennaro Sangiuliano. Per Petirro è stata quantificata una responsabilità di 3.352 euro, mentre altri 3.840 dovranno essere versati in solido da Petirro e Martino, che è segretario generale del Comune di Pompei.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
La chiave d’oro consegnata a Sangiuliano (Instagram Maria Rosaria Boccia).

La vicenda riguarda in tutto quattro doni

La vicenda non riguarda solo le chiavi consegnate a Franceschini e Sangiuliano, ma anche altri due omaggi destinate ad altre figure vicine alla città: un orologio con vetro zaffiro donato all’ex direttore degli Scavi archeologici Massimo Osanna e un rosario d’oro al vescovo Tommaso Caputo. Tutti preziosi erano stati comprati nella stessa gioielleria in centro a Pompei, molto vicina all’allora sindaco Carmine Lo Sapio.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica).

Nessuna responsabilità attribuita ai beneficiari

La Corte dei Conti ha stabilito che le spese sono state del tutto ingiustificate e sproporzionate rispetto ai canoni di sobrietà richiesti per un’attività di rappresentanza. Da qui la condanna. Nessuna responsabilità, invece, è stata attribuita ai quattro beneficiari dei doni, rimasti estranei all’illecito contestato ai vertici amministrativi del Comune campano. Per Lo Sapio, deceduto alla fine del 2025, il procedimento si è invece estinto.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Dario Franceschini (Imagoeconomica).

Franceschi aveva lasciato il regalo al ministero

Se Franceschini lascio il cadeux al Collegio Romano (per legge un ministro può tenere un dono solo se vale meno di 300 euro, altrimenti deve consegnarlo all’amministrazione pubblica), particolarmente singolare è la vicenda della chiave d’oro finita nelle mani di Sangiuliano, che l’aveva ricevuta a luglio del 2024 durante una cerimonia a cui aveva assistito, in prima fila, anche una fino a quel momento sconosciuta Maria Rosaria Boccia.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Maria Rosaria Boccia (Imagoeconomica).

La chiave ricevuta da Sangiuliano è scomparsa

Dopo la consegna, della chiave d’oro si sono perse le tracce: Sangiuliano, che per difendersi l’aveva definita una patacca, era stato di fatto costretto a versare alla Ragioneria dello Stato una somma equivalente al valore del dono ricevuto, mentre Boccia (nel frattempo diventata famosa) ha sempre negato il suo coinvolgimento nella scomparsa dell’oggettp. Un anno fa il Comune di Pompei ha peraltro dato incarico a un legale di recuperare le somme versate da Sangiuliano al MiC, che però ha fatto muro.

Spunta l’ipotesi di un election day in primavera con politiche e amministrative insieme

Dopo il confronto sulla modifica della legge elettorale, tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein sarebbero iniziati i contatti sulla possibile data delle elezioni politiche 2027. Per ora prevale la riservatezza ma, secondo il Corriere, ci sarebbe una convergenza sull’ipotesi di anticipare il voto rispetto alla scadenza naturale della legislatura. Se gli alleati preferirebbero arrivare fino a ottobre, puntando sia su ragioni tecniche legate alle norme elettorali, sia sugli effetti della prossima finanziaria e sia sul possibile ridimensionamento del fenomeno vannacciano, la premier considera la primavera l’opzione più conveniente. Per questo starebbe meditando di accorpare le elezioni politiche con le amministrative in un unico election day da tenersi tra aprile e maggio. La mossa sarebbe delicata per il centrodestra – andranno al voto molte grandi città tra cui Roma, Milano, Napoli, Bologna e Firenze – e c’è il rischio di un effetto favorevole al Campo largo. Ma, secondo alcune fonti citate dal Corsera, sia nella Capitale sia nel capoluogo lombardo ci sarebbero «margini per vincere» e «Giorgia potrebbe fare da traino».

Sia Meloni sia Schlein sarebbero favorevoli all’election day

L’election day avrebbe inoltre un vantaggio sul piano istituzionale. La decisione sulla fine della legislatura spetta infatti al Quirinale e, secondo la prassi, la premier dovrebbe prima formalizzare la crisi in Parlamento e poi salire al Colle. Legare le dimissioni all’accorpamento delle elezioni renderebbe politicamente più comprensibile la scelta e, secondo esponenti dell’esecutivo, anche più favorevole a Meloni. La soluzione potrebbe incontrare il consenso dell’opposizione perché anche Schlein avrebbe interesse ad anticipare il voto, per evitare che un’attesa troppo lunga finisca per alimentare le tensioni interne e indebolire la sua leadership. Per ciò che riguarda le date, le amministrative devono essere indette tra il 15 aprile e il 15 giugno, quindi il 18 aprile sarebbe la prima domenica utile. Questo timing non consentirebbe però di varare i decreti attuativi delle norme che verranno approvate con la finanziaria. Per questo si valutano le domeniche successive, in particolare quelle del 23 e del 30 maggio, ultima data utile per applicare l’election day e consentire il ballottaggio delle Comunali entro il 15 giugno. In ogni caso, se ne riparlerà dopo l’approvazione definitiva della legge elettorale.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci

Piccolo bilancio controcorrente. Meno migranti, meno criminalità, conti in ordine: è il medagliere che Giorgia Meloni potrebbe appuntarsi al petto nel celebrare il raggiungimento del record di governo più longevo della Repubblica. E invece la premier rischia di fare harakiri per non farsi scavalcare a destra da Roberto Vannacci. Un vero e proprio paradosso di propaganda.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Un manifesto per l’evento di FdI a Bari (Imagoeconomica).

Ecco i numeri che uno si aspetterebbe in occasione della celebrazione in pompa magna a Bari per rimarcare che lei, prima donna a diventare premier, prima esponente di destra-destra a guidare un esecutivo, è anche colei che ha saputo tenere a bada le riottose anime della sua maggioranza per più tempo di ogni suo predecessore della prima, seconda e terza Repubblica.

Il calo degli sbarchi cancellato dalla rincorsa a Vannacci

Grazie alle politiche del governo e dell’Unione europea, nel primo semestre del 2026 gli sbarchi di migranti irregolari in Italia sono calati del 52 per cento rispetto all’anno precedente e in tutto il continente sono calati del 37 per cento. Merito delle politiche messe in campo con i Paesi d’origine sia dai singoli governi sia, soprattutto, da Bruxelles e merito del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo su cui l’Italia ha influito non poco. In un Paese normale e in tempi normali sarebbe un successo, ma siamo in Italia in tempi di fake news e di nuovi posizionamenti in vista di elezioni politiche e allora il tema migranti diventa un campo di battaglia a destra. Dunque Vannacci attacca, la Lega insegue, Meloni rincorre. E i dati passano in secondo piano. FN parla di «remigrazione», Salvini di invasione e Italia «campo profughi d’Europa», la premier lancia l’allarme sicurezza davanti allo sbarco di migranti nell’exclave spagnola di Ceuta. E quello che avrebbe potuto essere un successo di cui andare fieri diventa nella narrazione dello stesso governo un tallone d’Achille di Palazzo Chigi.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Migranti a Ceuta (Ansa).

Meno criminalità, più decreti sicurezza

Stesso schema per la sicurezza. A Ferragosto i dati diffusi dal Viminale da un orgoglioso ministro Matteo Piantedosi hanno restituito la fotografia di un Paese in cui il tasso di criminalità, per la verità mai altissimo se paragonato a quelli di altri Paesi occidentali, è ulteriormente diminuito. Se escludiamo la piaga della corruzione, infatti, i reati di sangue e quelli a maggior allarme sociale, che cioè toccano i semplici cittadini, sono calati del 10 per cento rispetto al 2025. Omicidi (meno 15,3 per cento), furti (meno 11,4 per cento), rapine (meno 12,3 per cento), violenze sessuali (meno 7,1 per cento), truffe informatiche (meno 9,5 per cento). Un altro successo del governo? Apparentemente sì, ma non per il governo… che infatti continuerà a produrre decreti sicurezza come se non ci fosse un domani, lanciando allarmi che generano altra paura. Al momento, leggina più leggina meno, siamo arrivati ad almeno sei decreti sicurezza in quattro anni, per un totale di 57 nuovi reati e 60 aggravanti. Qualcuno potrebbe osservare che il calo dei crimini è dovuto proprio al profluvio di norme restrittive: in realtà i delitti calati non sono quelli messi in mora dalle nuove leggi, il controllo del territorio e la prevenzione sono stati il vero motore del crollo dei casi. Eppure, grazie alla propaganda del combinato disposto Vannacci-Lega, la premier da Bari dovrebbe lanciare l’ennesimo allarme sicurezza e l’ennesima stretta, legittimando una narrazione che vuole il Paese sempre più insicuro. Vero è che migranti e sicurezza sono i cavalli di battaglia del centrodestra in ogni elezione, ma se ad alzare i toni e ad alimentare la paura è il governo in carica, il rischio autogol è dietro l’angolo.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Almeno l’austerity ha contenuto il debito

Infine un piccolo paradosso, questa volta solo positivo: stupendo economisti, politologi e osservatori internazionali, il governo di Giorgia Meloni è stato il primo esempio di un esecutivo italiano di centrodestra che non ha sfondato i conti pubblici. Questa forse è una lode che fa venire l’orticaria alla stessa maggioranza, ma per la prima volta l’austerity non è stata impersonata da tecnocrati o dal Pd ma dai partiti che negli anni berlusconiani erano abituati a spese allegre. Dopo il biennio di fortissima spesa per sostenere l’economia durante il Covid (nel 2020 il rapporto debito/Pil è toccato il 154 per cento), va a merito della premier e del suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di aver cercato di far rientrare il rapporto debito/Pil in ranghi più accettabili (siamo al 137 per cento). C’è ancora tanto da fare e forse gli italiani non apprezzeranno di dover tirare la cinghia, ma la strada di contenimento del debito è quella giusta soprattutto per non gravare sulle nuove generazioni.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Giancarlo Giorgetti e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Indagine sui militari che hanno aderito a Futuro Nazionale

La Procura militare di Roma ha avviato «accertamenti preliminari» in relazione all’esposto presentato ieri dal Sindacato dei Militari in relazione alla presenza di membri delle Forze armate nei ranghi di Futuro Nazionale. Il sindacato, in particolare, aveva richiesto approfondimenti sul ruolo di un carabiniere e di un militare dell’Aeronautica, indicati come referenti di due comitati del movimento fondato dall’ex generale Roberto Vannacci.

Il Sindacato dei militari ha presentato due esposti

L’attività della Procura con le stellette, «è in ordine alla posizione di appartenenti alle Forze Armate all’interno della struttura organizzativa Futuro Nazionale», spiega in una nota il procuratore Marco De Paolis. L’obiettivo dei pm è verificare «l’eventuale sussistenza di fatti di propria stretta competenza in relazione a persone soggette alla giurisdizione militare». La Procura, insomma, intende chiarire quali incarichi sono stati assegnati da Vannacci a militari in servizio, che poteri comportano e da quanto durano. L’esposto in questione aveva fatto seguito a quello del 28 agosto in cui è stata ipotizzata la ricostituzione del Partito fascista e dunque una violazione della legge Scelba.

Ponte sullo Stretto, entro settembre al via l’istruttoria per la delibera CIPESS

Entro settembre il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e la società Stretto di Messina Spa avvieranno l’istruttoria per la delibera del CIPESS di approvazione del progetto definitivo del Ponte sullo Stretto. Lo ha reso noto il ministero guidato da Matteo Salvini. A novembre 2025 la Corte dei Conti aveva dichiarato illegittima la delibera CIPESS n. 41/2025 sul Ponte sullo Stretto di Messina a causa di una grave inadeguatezza dell’istruttoria e di vizi procedurali. Dopo le osservazioni della Corte dei Conti, la “macchina” del Ponte sullo Stretto è ripartita e, di recente, è arrivato il parere favorevole del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Ottenuto il visto di legittimità, la delibera del CIPESS (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile) diventerà efficace: questo dovrebbe consentire, entro la fine del 2026, di avviare la fase realizzativa con la progettazione esecutiva e l’inizio del Programma delle Opere anticipate. Il cronoprogramma prevede l’apertura al traffico nel 2034, dopo sette anni e mezzo di lavori.

Rizzo lancia un altro partito: nasce Italia Domani

Marco Rizzo ha fondato, di nuovo, un altro partito: l’ex PCI ha infatti annunciato la nascita di Italia Domani, progetto politico che ha preso forma dopo l’uscita da Democrazia Sovrana Popolare, da lui stesso creata assieme a Francesco Toscano. «L’Italia torni protagonista. Pace, lavoro, identità, sovranità»: questo lo slogan che si legge sulla pagina Facebook di Italia Domani, «movimento politico per cambiare per davvero» il Paese.

L’ombra di Vannacci, la rottura con Toscano e l’addio a Dsp

Rizzo, critico nei confronti del centrosinistra dai tempi dell’Ulivo, fa sapere che il nuovo partito è nato con l’ambizione di superare le tradizionali contrapposizioni tra gli schieramenti politici. «Con questa sinistra le cose sono totalmente chiuse. Con la destra dobbiamo vedere», ha dichiarato. Alla base della rottura con Toscano c’è stata soprattutto l’avvicinamento di Rizzo a Roberto Vannacci. La scissione si è consumata a fine luglio al congresso di Dsp, nel corso del quale è passata quasi all’unanimità la “mozione” di Toscano: niente alleanze, né con il centrodestra né tantomeno con Futuro Nazionale. Rizzo, che sapeva di essere finito in minoranza, non si era nemmeno presentato.

Vannacci cavallo di Troia della Russia, l’ironia della moglie che si improvvisa cabarettista

Camelia Mihailescu, la moglie rumena di Roberto Vannacci, risponde all’articolo del Financial times in cui suo marito viene definito un «cavallo di troia di Putin». In un video pubblicato su Instagram, la donna si improvvisa cabarettista indossando un foulard intorno al capo, bevendo vodka e brindando «ai miei amici russi, soprattutto a Vladimir e al cavallo di troia italiano». «Za zdorov’ye! (alla salute)». Il leader di Futuro nazionale aveva già risposto all’autore dell’articolo comparso sul quotidiano britannico: «Onestamente, mi aspettavo di più da lei. […] Tuttavia, grazie mille per aver amplificato – gratis, spero! – le mie posizioni».

Poche settimane prima il dito medio a una band che suonava Bella ciao

Nata a Bucarest da padre militare, laureata in Giurisprudenza e Pedagogia e madre di due figlie avute dall’ex generale, Lady Vannacci si era già distinta qualche settimana prima mostrando il dito medio a una band che suonava Bella ciao a Viareggio. Al passaggio suo e del marito, un complesso musicale aveva infatti intonato il canto partigiano a cui la donna aveva risposto con il gestaccio. Alcuni presenti l’avevano ripresa con i cellulari e il video era diventato virale.

Paolo Signorelli torna al fianco di Lollobrigida come capo della comunicazione

Francesco Lollobrigida ha fatto sapere di aver (di nuovo) assoldato Paolo Signorelli come capo della comunicazione del suo ufficio, incarico ricoperto da oltre due anni da Edoardo Garibaldi, il quale ha deciso di lasciare il posto al ministero dell’Agricoltura per un lavoro in Rai. Per Signorelli si tratta di un ritorno al passato: già portavoce di Lollobrigida, si era dimesso a giugno del 2024 dopo la pubblicazione di una serie di messaggi antisemiti e inneggianti al terrorismo neofascista scambiati qualche anno prima con Fabrizio Piscitelli, capo ultrà della Lazio noto come Diabolik, coinvolto in varie attività criminali e ucciso a Roma nel 2019.

Il contenuto delle chat scambiate con Diabolik

Tra le varie espressioni riportate anche: «Mortacci loro e degli ebrei. Che ha detto quel porco di Gad Lerner?». Nella chat su WhatsApp, Signorelli gioiva inoltre per l’assoluzione di Elvis Demce, un altro esponente della criminalità romana. Lollobrigida ha affermato che non esistono elementi «di impedimento» nel riassegnamento del ruolo: le chat erano sì confluite negli atti dell’inchiesta sull’omicidio di Piscitelli, ma furono considerate penalmente irrilevanti e Signorelli è sempre risultato estraneo alle indagini. Dopo la diffusione della chat, Signorelli – nipote di un importante esponente di Ordine Nuovo suo omonimo, condannato per associazione sovversiva e banda armata – in un’intervista al Foglio aveva spiegato di essere «lontano anni luce dall’antisemitismo» e marito e padre di tre figli «che ogni anno va a Medjugorje». Quanto al contenuto dei messaggi scambiati con Piscitelli, aveva detto: «Era un’altra fase della mia vita, quello era un altro Paolo. Sono notizie che parlano di un tempo lontano a cui non faccio riferimento e in cui non mi riconosco in nessun modo».

Vannacci, l’”imprensentabile” che eccita i media

Ci sono momenti in cui la politica italiana mette in scena i propri paradossi con una precisione che neppure un bravo sceneggiatore sognerebbe. Questo che stiamo vivendo è uno di quelli, e gli esempi abbondano. Ma qui interessa soprattutto il caso di Roberto Vannacci che viene invitato a Cernobbio, tempio laico dell’establishment, proprio mentre il Financial Times lo dipinge come un «cavallo di Troia» dell’influenza russa in Italia. Carlo Calenda, che all’ex generale riserva da tempo parole al fulmicotone, cancella la sua partecipazione: il Forum, dice, accoglie in pompa magna un personaggio neofascista, razzista e filorusso. 

Il cortocircuito russo del centrodestra

Sul cavallo di Troia si può discutere. Il leader di FN forse non nasconde in pancia un manipolo di cosacchi pronti a uscire nottetempo, ma le sue simpatie per Mosca non sono un mistero. Al confronto, quelle di un altro amico di Putin, Matteo Salvini, rischiano di sembrare tiepide. Con un curioso cortocircuito: mentre Antonio Tajani avverte che Mosca potrebbe tentare di interferire nelle prossime elezioni, il suo collega di governo si preoccupa dell’ansia antirussa che a suo giudizio starebbe contagiando il Paese. Il centrodestra riesce così nel piccolo miracolo di allarmarsi per le interferenze russe e, insieme, per chi si preoccupa troppo delle medesime. Ma questa è un’altra storia. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Dalla pagina Fb di Roberto Vannacci.

L'”impresentabile” che i talk si contendono

Quella più interessante riguarda Vannacci e la curiosa sorte riservata agli “impresentabili” nella società dello spettacolo. Il leader di Futuro Nazionale viene indicato da buona parte dello schieramento politico, tranne qualche eccezione (maggioranza compresa), come un personaggio dal quale tenersi alla larga. Poi si accende una telecamera e succede esattamente il contrario: i talk show fanno a gara per averlo. Ultimo caso mercoledì sera, quando nel programma di Bianca Berlinguer, l’ex generale ha goduto di uno spazio spropositato, avendo la meglio anche sui tentativi della conduttrice e di Gad Lerner, penalizzato peraltro dal collegamento esterno, di arginarlo. 

Vannacci, piaccia o meno, funziona bene in televisione. E il talk, per sua natura, non è un programma dove la discussione spacca il capello, ma mette sul piatto dichiarazioni grossolane che il giorno dopo diventano titoli di giornale o materiale per i social. Se il leader di FN è dunque politicamente da isolare, nella logica televisiva, questa sì affetta da un’ansia da prestazione permanente, è invece da invitare. Dice cose che dividono, irrita chi è lì per contrastarlo, entusiasma i suoi adepti che i sondaggi danno in costante crescita. Soprattutto garantisce risultati sicuri in termini di audience, l’unica cosa che interessa davvero a chi costruisce un palinsesto. Il resto viene dopo. Ed è questo l’equivoco con cui Calenda e gli altri indignati dovrebbero fare i conti. Ai media non importa stabilire se Vannacci abbia ragione o torto, né sottoporre il programma di Futuro Nazionale a una disamina politica ponderata. Interessa che faccia audience. E su questo, finora, lui è una garanzia. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Roberto vannacci alla Versiliana (Ansa).

Il circolo vizioso dei media

Si dirà che il fenomeno vale soprattutto per le televisioni commerciali, ma la distinzione tra pubblico e privato non regge più da tempo. Tutti inseguono gli ascolti e consultano freneticamente le curve dell’audience cercando il volto giusto per farle impennare. Di fronte a queste logiche, il telecomando non distingue tra i canali di Stato e quelli votati al profitto. Così, per i mesi che precederanno le elezioni, assisteremo a uno spettacolo prevedibile. Più Vannacci comparirà in televisione, più cresceranno le accuse di offrirgli una tribuna. Accuse che lo renderanno sempre più appetibile e prolifico in termini di share. I talk show, diventati un’ordalia nei palinsesti della nuova stagione, faranno a gara per strapparselo di mano, innescando un circolo vizioso destinato a ingigantirlo

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Roberto Vannacci e Lilli Gruber a Otto e mezzo (Ansa).

Anche i detrattori giovano dello stesso meccanismo infernale

C’è un dettaglio che mette nella vicenda una punta di perfidia: il fatto che di questo meccanismo infernale si giovano anche i suoi detrattori. Se infatti Vannacci produce ascolti, altrettanto fanno coloro che vanno in televisione a dire quanto sia scandaloso che sia onnipresente sul piccolo schermo. Manzoni si accontentava dei suoi venticinque lettori, ma qui il pubblico si conta a milioni e l’indignazione, nel mercato dell’audience, è materia preziosa quasi quanto la provocazione. I detrattori del leader di FN dovrebbero saperlo bene. Non perché abbiano qualcosa in comune con Vannacci, ma perché appartengono anch’essi a quella categoria di politici il cui peso mediatico supera di gran lunga quello elettorale. Vale per Calenda, per Matteo Renzi, per l’ineluttabile duo Bonelli-Fratoianni, per Lupi, persino per Salvini, che l’irrompere sulla scena del generale ha ridotto a percentuali minime. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Carlo Calenda (Ansa).

Addio al manuale Cencelli del consenso

Se distribuissimo gli spazi televisivi sulla base dei voti effettivamente raccolti, i palinsesti cambierebbero aspetto e qualche protagonista del dibattito passerebbe dalla prima serata a un più modesto salottino pomeridiano. Ma nessuno ormai distribuisce le presenze secondo il manuale Cencelli del consenso. I media hanno smesso da tempo di rispettare le vecchie gerarchie della politica: non conta quanti voti rappresenti, conta quanto sei utile alla narrazione. Un due o tre per cento di consenso reale può pesare televisivamente più del 20 di qualcun altro. Basta indovinare la battuta giusta o lo scontro buono a originare una clip a cui i social sono svelti a fare da cassa di risonanza, moltiplicandone a dismisura l’impatto. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Gli effetti della mutazione del politico in personaggio

Nulla di inspiegabile, sono gli effetti della trasformazione del politico in personaggio. Un tempo si finiva in televisione perché si era importanti, oggi ci si va nella speranza di diventarlo. La differenza sembra sottile, ma dentro ci sta tutta la mutazione del rapporto tra politica e media degli ultimi 30 anni, ovvero dall’irrompere di Silvio Berlusconi sulla scena. Vannacci ha capito il gioco, di sicuro meglio di molti che lo denunciano. Non ha bisogno che gli si dia ragione, basta che gli si dia spazio. Anzi, più è attaccato e più gli conviene, perché rafforza l’immagine dell’uomo che va contro il sistema proprio mentre quello stesso sistema se lo contende. 

Vannacci, l'”imprensentabile” che eccita i media
Silvio Berlusconi (Ansa).

Anche Cernobbio obbedisce al mainstream

E così si arriva al paradosso finale. Mentre l’Anticristo della politica italiana viene accolto nei salotti che dovrebbero tenerlo fuori, gli avversari protestano perché viene invitato e così moltiplicano le ragioni per farlo. I giornali denunciano la sua avanzata dedicandogli pagine, e le televisioni discutono se sia opportuno dargli spazio, dandogliene dell’altro. Chapeau. Cernobbio, da questo punto di vista, non è un’eccezione, ma obbedisce al mainstream. Al Forum, non diversamente che in televisione, gli argomenti contano meno del numero di spettatori disposti a pagare – e profumatamente – per ascoltarli. 

Morto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della Ricerca nel governo Prodi II

È morto Fabio Mussi, ex ministro dell’Università e della Ricerca nel secondo governo Prodi (2006-2008), in passato presidente di Sinistra Democratica e attualmente dirigente di Sinistra Italiana. Aveva 78 anni.

Morto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della Ricerca nel governo Prodi II
Morto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della Ricerca nel governo Prodi II
Morto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della Ricerca nel governo Prodi II
Morto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della Ricerca nel governo Prodi II
Morto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della Ricerca nel governo Prodi II
Morto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della Ricerca nel governo Prodi II
Morto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della Ricerca nel governo Prodi II
Morto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della Ricerca nel governo Prodi II

Dal PCI a Sinistra Italiana: la carriera politica

Nato a Piombino in una famiglia operaia, aveva aderito giovanissimo al Partito Comunista Italiano, diventando nel 1979 è il più giovane affiliato a fare parte del Comitato centrale: per permettere il suo inserimento venne abbassata di tre anni l’età minima. Allo scioglimento del PCI era diventato dirigente del Partito Democratico della Sinistra (1991-98), poi confluito nei Democratici di Sinistra. Deputato fin dal 1992, è stato vicepresidente della Camera dal 2001 al 2006, anno in cui era stato nominato ministro dell’Università e della Ricerca nel secondo governo Prodi. Contrario alla fusione dei DS col nascente Partito Democratico, nel 2007 Mussi aveva partecipato alla fondazione di Sinistra Democratica, poi unitasi a Sinistra Ecologia e Libertà, partito a sua volta confluito in Sinistra Italiana, di cui era dirigente.

Il ricordo di Fratoianni: «Intellettuale raffinato»

«Fabio Mussi se n’è andato. Quando questa mattina ho aperto gli occhi e ho visto il messaggio di Valentina, sua figlia, non volevo crederci. Ho ancora nelle orecchie la sua voce squillante, la sua ironia tagliente e la passione travolgente con cui mi investiva ogni volta che mi telefonava», ha scritto su Facebook Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana. «Prima del ciao o del come stai, fluivano come una raffica di mitraglia le sue parole che “sezionavano” letteralmente la questione di cui aveva premura di parlarmi. Mi telefonava per parlarmi dei problemi che vedeva crescere attorno a noi, per parlarmi di politica. Anzi di Politica con la P maiuscola. Perché Fabio non era solo uno straordinario dirigente politico, Fabio era un intellettuale raffinato, una persona coltissima, curioso e inquieto di quella inquietudine di cui abbiamo un disperato bisogno».

Vannacci apre a Meloni al Quirinale: «Sarebbe un ottimo capo di Stato»

Ospite di È sempre Cartabianca su Rete 4, Roberto Vannacci ha lanciato un segnale di avvicinamento al centrodestra e in particolare a Giorgia Meloni, definendo la premier una figura adatta al Quirinale. «Perché no? Penso che abbia dimostrato carisma, notevoli capacità, quindi potrebbe essere anche un ottimo Presidente della Repubblica», ha detto il fondatore di Futuro Nazionale. Sollecitato poi sul sostegno del suo partito alla candidatura di Meloni per il Colle nel 2029, l’ex generale ha risposto che si tratta di «una delle eventualità possibili». Le sue dichiarazioni di Vannacci seguono a stretto giro le recenti aperture del viceministro Edmondo Cirielli su una possibile alleanza tra Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale in vista delle Politiche del 2027. L’ingresso dei vannacciani nella coalizione di centrodestra, però, è al momento osteggiata da Forza Italia e soprattutto dalla Lega, rimasta scottata dal contatto ravvicinato con l’ex generale, che di fatto è stato lanciato in politica da Matteo Salvini.

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Vannacci apre a Meloni al Quirinale: «Sarebbe un ottimo capo di Stato»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La replica di Vannacci al Financl Times

Vannacci ha teso la mano alla premier anche nella risposta via social data – in inglese – al Financial Times, che (citando l’European Council on Foreign Relations) in un articolo lo aveva definito «cavallo di Troia russo che mette alla prova Meloni» sfidando direttamente la politica estera italiana, favorevole all’Ucraina, «con argomenti sorprendentemente vicini a quelli di Mosca». Nel post, che accompagna una sua immagine con colbacco e bicchierino di vodka – Vannacci ha smentito di essere un candidato manciuriano, ovvero un individuo, che viene segretamente controllato o manipolato da una forza ostile o esterna per agire come una marionetta contro gli interessi del proprio Paese.

«Onestamente, mi aspettavo di più da voi. Trovo ammirevole l’eleganza del complotto: invece di infiltrarsi nel quartier generale della Nato o manipolare le elezioni, l’Fsb (il servizio di sicurezza interna e controspionaggio della Federazione Russ, ndr) si sarebbe accontentato di far brontolare un generale italiano per le vacanze estive rovinate dal costo del carburante, una lamentela condivisa da ogni cittadino italiano, da Palermo a Bolzano, nessuno dei quali – che io sappia – risponde alla Lubjanka», ha scritto Vannacci. «Perdonatemi, ma fatico ancora ad accettare l’idea che dissentire dall’ortodossia di Bruxelles equivalga ormai, di fatto, a una mancanza di lealtà verso l’Occidente. Attendo con interesse il suo prossimo articolo sul complotto internazionale che si celerebbe dietro le lamentele per i prezzi dei supermercati». E poi: «A proposito: da quando chiedersi perché la benzina costi tanto richiede un nulla osta di sicurezza? Vi ringrazio comunque molto per aver dato risonanza – spero gratuitamente! – alle mie posizioni».

Ex Ilva, l’8 settembre un nuovo tavolo con i sindacati a Palazzo Chigi

È stato convocato un nuovo incontro a Palazzo Chigi con i sindacati sul futuro dell’ex Ilva. L’appuntamento è per martedì 8 settembre 2026, alle 17.30, nella Sala verde. L’hanno riferito fonti sindacali. Si discuterà della vendita di Acciaierie d’Italia, del destino dell’area a caldo, dell’offerta della cordata italiana, di quella di Jindal Steel International e, soprattutto, del futuro occupazionale di migliaia di lavoratori. L’incontro si terrà alla vigilia dell’esame in Corte d’Appello di Milano sullo spegnimento dell’area a caldo. Il 9 settembre sarà infatti esaminata l’istanza con cui Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, ha chiesto di sospendere l’esecutività del decreto che dispone il fermo dell’area produttiva. Sul fronte della vendita, i commissari straordinari stanno esaminando due proposte, ovvero l’offerta vincolante presentata da Jindal e la manifestazione d’interesse della cordata italiana, che dovrà essere trasformata in un’offerta vera e propria.

Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi

A destra è tempo di pulizie. Soprattutto nelle liste elettorali: anche se non si conosce quale sarà il sistema di voto scelto per andare alle urne, in via della Scrofa, nel quartier generale di Fratelli d’Italia, si discute animatamente. Giorgia Meloni e la sorella Arianna vogliono svecchiare anagraficamente gli eletti ed evitare scivolate con qualche nome impresentabile.

Preoccupa il travaso in Veneto verso Vannacci

Tutto questo accade mentre non smettono di uscire dal partito esponenti locali, diretti verso il generale Roberto Vannacci: in Veneto, in particolare, la situazione pare sfuggita di mano, con Futuro nazionale che ha aperto una sede a Rovigo, e i sindaci che cambiano casacca per aderire al movimento dell’ex parà non si contano. Si va da Luciano Alberti, primo cittadino di San Mauro di Saline (Verona), a Roberto Brizzi, sindaco di Bussolengo, sempre nel Veronese, senza dimenticare Massimo Campagnolo, sindaco di Cervarese Santa Croce (Padova). A civici di destra e fratellini d’Italia, poi, la posizione sul fine vita di Luca Zaia (che la considera una «legge di civiltà») non piace a tutti, e così gli animi si riscaldano.

Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

In questo panorama, ecco la revisione delle liste, con le “Meloni sister” pronte a depennare alcuni pesi massimi: si parla innanzitutto di Marcello Pera, classe 1943, ex presidente del Senato.

Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Marcello Pera (foto Imagoeconomica).

Quindi potrebbe toccare al ministro della Giustizia Carlo Nordio, nato nel 1947, che non riporta voti alti nelle pagelle governative, in un dicastero dove pure il sottosegretario Andrea Delmastro si è fatto notare per le cattive compagnie.

Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
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Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi

Anche Giulio Tremonti, altro classe 1947, già ministro dell’Economia, pare destinato al capolinea, tanto che qualcuno di Fratelli d’Italia scherza, dicendo «ma era stato eletto con noi? Non me ne ero accorto». Insomma, basta con gli ottantenni: la direttiva sembra essere questa. L’unico a continuare l’esperienza politica, ormai lunghissima, è ovviamente l’intoccabile Ignazio La Russa, il presidente del Senato, classe (tanto per cambiare) 1947.

Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi

Spazio agli emergenti: si pesca nel mondo delle imprese

Spazio agli emergenti, e in particolare ai rappresentanti del mondo delle imprese, specialmente quelli del Nord-Est: tra i papabili, destinato a diventare ministro in un futuro governo di centrodestra, gira il nome di Matteo Zoppas, presidente dell’Agenzia Ice, del quale tra i meloniani si parla molto bene. Prima un seggio parlamentare, poi una poltrona ministeriale: il percorso sembra essere tracciato.

Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Matteo Zoppas (foto Imagoeconomica).

In Forza Italia c’è la grana Casellati

Un tema, quello dell’età dei candidati, che scalda anche un altro partito, Forza Italia, dove gli anni avanzano, e che ha un nome su tutti in cima ai problemi: quello di Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nata nel 1946, è la più anziana componente del governo di Giorgia Meloni, già presidente del Senato, «asfaltatrice degli uffici stampa, tanto da cambiarne più delle borsette», ricordano a Palazzo Madama.

Meloni svecchia le liste: chi rischia il posto in Fratelli d’Italia? Gli spifferi
Maria Elisabetta Alberti Casellati e Anna Maria Bernini (foto Imagoeconomica).

Lei ambirebbe a continuare la vita da parlamentare, ma all’interno della casa politica berlusconiana si dice abbia molti nemici. «E poi dove la candidiamo Casellati? In Veneto c’è già Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca, eletta alle ultime politiche al Senato nel collegio di Padova, e che certo non vuole mollare la zona per tornare nella sua Emilia-Romagna», spiffera un forzista di lungo corso, che non vorrebbe vedere accapigliarsi le due esponenti, addirittura due ministre, per un seggio. E la Lega? Matteo Salvini ha già troppi problemi, gli manca solo il dramma dell’età dei candidati…

Futuro Nazionale, Luca Bellotti lascia Vannacci

C’è chi entra, sperando magari in una ricandidatura altrove impossibile, ma anche chi lascia, nonostante il vento propizio dei sondaggi che danno Futuro Nazionale al 7,5 per cento, ormai seconda forza politica del centrodestra. Eppure anche tra i vannacciani si comincia a registrare qualche addio.

«Su Islam e immigrazione posizioni inaccettabili»

L’ultimo è quello di Luca Bellotti. Con alle spalle una lunga militanza nel centrodestra, da An a FdI passando per Pdl e Fli, e già sottosegretario al Lavoro nel Berlusconi IV, Bellotti aveva aderito a Futuro Nazionale lo scorso aprile insieme con l’ex meloniano Joe Formaggio (già consigliere regionale veneto e organizzatore dello “squadrismo summer fest” a Vedelago, giusto per inquadrare il personaggio) e l’ex leghista altoatesino Massimo Bessone. Ora però considera l’esperienza in FN conclusa. «Sono un uomo di destra, coerente e fedele alla mia storia», scrive in una lettera aperta indirizzata a Roberto Vannacci. Ma «su Islam e immigrazione» le posizioni sono «inaccettabili».

Futuro Nazionale, Luca Bellotti lascia Vannacci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

«Quando ho aderito», ricorda l’ormai ex futurista, «l’ho fatto con convinzione, mettendo a disposizione la mia esperienza e contribuendo, nella mia provincia, all’adesione di oltre 500 persone. Credevo di poter contribuire alla costruzione di una destra rigorosa sui temi dell’immigrazione, della sicurezza, della legalità e del merito, ma anche capace di mettere al centro umanità e rispetto verso le persone dí qualunque credo o colore. Purtroppo avevo visto male». L’ex meloniano dice di non riconoscersi più in una linea politica troppo spesso caratterizzata «dalla provocazione e dalla spregiudicatezza». «Ho chiesto più volte un confronto diretto con te, per discutere nel merito, senza mai riuscire a ottenerlo», continua la lettera. «Questo ha contribuito alla mia decisione, ma il motivo principale è politico: non mi sento più rappresentato dalla direzione intrapresa da Futuro Nazionale». Quella di Bellotti non è la prima retromarcia. Lo scorso giugno passò come una meteora in FN la consigliera comunale di Brindisi Maria Ciaccia. Giusto pochi giorni e tornò nelle fila di Forza Italia, ringraziando il segretario regionale azzurro Mauro D’Attis per la fiducia. Qualche defezione si è registrata anche in Puglia a causa della nomina di Rossano Sasso a responsabile regionale.

Salvini allontana il ritorno della Lega Nord: «Non c’è bisogno di partiti paralleli»

«Non c’è bisogno di partiti paralleli. Il nord – come il centro e il sud – non ha voglia di alchimie politiche, ha voglia di risposte concrete». Lo ha detto Matteo Salvini, in visita al comando di Stazione dei Carabinieri di Roma-Alessandrina, commentando la mossa degli ex parlamentari e segretari provinciali che hanno creato il ‘Comitato per il Congresso federale’ con l’obiettivo di riprendere il controllo della ‘vecchia’ Lega Nord, rottamata a fine 2017 e sostituita dalla Lega Salvini premier, ma tenuta in vita saldare il debito di 49 milioni di euro con lo Stato per le irregolarità commesse dal tesoriere Francesco Belsito nella rendicontazione dei rimborsi elettorali. «Di Lega ce n’è una. È forte e governa 14 Regioni su 20», ha aggiunto il segretario del Carroccio. Poi la stoccata ai promotori del comitato che chiede il congresso del partito fondato da Umberto Bossi: «Ci sono alcuni ex parlamentari che vorrebbero tornare a fare i parlamentari. Siccome la Lega sono i militanti, 500 sindaci, decine di migliaia di iscritti e volontari. Non è qualche ex parlamentare che cerca un altro posto. Mi tocca meno che zero».