I trattori in piazza. I leader sul rooftop vista Duomo dopo la cena da Cracco. La manifestazione dei Patrioti europei a Milano si era aperta con il corteo dei trattori a guidare la protesta del popolo leghista contro i vincoli economiciimposti dall’Unione europea. L’iniziativa, Senza paura. In Europa padroni a casa nostra, nelle intenzioni di Matteo Salvini, avrebbe dovuto dare una “sveglia” a Bruxelles, una sorta di ultimatum a favore della sospensione del patto di stabilità, per tutelare «giovani e lavoratori che combattono contro le regole assurde» imposte dalla «coppia malefica di Fmi e Ue». Un obiettivo ambizioso, se non impossibile.
Cena stellata da Cracco per big e delegati
L’altra finalità, più concreta e semplice, è invece stata raggiunta: fare trascorrere una due giorni ‘elegante’ ai partecipanti al raduno, interamente spesata dal gruppo a Strasburgo, con tanto di buffet-briefing sul rooftop The Dome vista Duomo prima del comizio, e cena stellata della vigilia – il 17 aprile – da Cracco, in Galleria Vittorio Emanuele II.
Una cinquantina i commensali, per un menù elaborato: uovo soffice asparagi e pisello (52 euro sulla carta), riso mantecato allo zafferano, sugo dell’orto e gremolada (una versione rielaborata di un piatto a 48 euro sul menù), Salmerino in crosta (una versione per due, 140 euro sul menù) e, per chiudere, colomba con mascarpone. Il tutto innaffiato dai vini dell’azienda agricola Rosa Fanti – moglie di Carlo Cracco – La Ciola 2022 e Colle Giove 2020 (44 euro a bottiglia sull’e-commerce di Cracco). Più low profile il brindisi, con un semplice Moscato d’Asti Saracco 2025.
Il selfie di Wilders con Salvini e Borchia
Il ristorante si trova al primo piano della Galleria e offre tre sale, due privé e un ‘fumoir’, «luogo d’altri tempi in stile Art Deco, messo in risalto da pareti rivestite da un filato metallico verde muschio», si legge sul sito. Sous chef Luca Sacchi, restaurant manager Christian Proserpio. I leader europei sembrano aver apprezzato, come testimonia il selfie scattato da Geert Wilders prima della cena in cui compare insieme a Salvini e, sullo sfondo, il capo delegazione della Lega a Strasburgo, Paolo Borchia.
Il selfie pubblicato da Geert Wilders sul suo profilo Instagram.
Il giorno dopo, prima della manifestazione di piazza, ai dirigenti leghisti è stato dato appuntamento al The Dome rooftop, che offre una vista mozzafiato sulla piazza, per un buffet con le delegazioni straniere. Si tratta della terrazza dell’Odsweet hotel, «primo sweet hotel al mondo», che si trova in piazza Duomo. Si tratta di un hotel 4 stelle superior dal design ispirato ai dolci dei marchio partner con stanze arredate sulle «tonalità rosa marshmallow e marrone cioccolato».
Nemmeno il tempo di insediarsi come sottosegretario alla Cultura (e vicesindaco di Palermo) Giampiero Cannella è già finito al centro di un caso, già noto: quello dei contributi erogati dal Mic ai film considerati meritevoli, dai quali è stato escluso il documentario su Giulio Regeni. Come ha ricostruito da La Stampa, la commissione ministeriale ha infatti finanziato con 600 mila euro il film Tf45 – Kilo Point, tratto dal quasi omonimo romanzo Task Force 45 – Scacco al califfo, scritto proprio dal meloniano Cannella.
Il regista è stato elogiato da Meloni per un film sulle foibe
La pellicola, così come il romanzo da cui è stata tratta la sceneggiatura, racconta le operazioni di un’élite delle forze armate italiane contro il network terroristico di Al Qaeda, Isis e talebani in Afghanistan. Il regista? Maximiliano H. Bruno, elogiato in passato da Giorgia Meloni per Red Land (Rosso Istria), film sulle foibe. Altro curioso particolare: la task force protagonista di Tf45 – Kilo Point è quella che nel 2006 fu guidata da Roberto Vannacci.
Giampiero Cannella e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Il Pd e il M5s annunciano un’interrogazione parlamentare
La storia è subito approdata in Parlamento: nel corso della seduta fiume sul decreto Sicurezza, il deputato Pd Andrea Casu ha annunciato che chiederà conto «in altre sedi di questa situazione, perché è fondamentale comprendere quali siano i criteri con cui vengono assegnate le risorse pubbliche in Italia». La senatrice dem Cecilia D’Elia, capogruppo del Pd in Commissione Cultura, e il collega Francesco Verducci, componente dello stesso organismo, hanno annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro Alessandro Giuli e a Meloni. E lo stesso ha fatto il M5s tramite il deputato Gaetano Amato, che ha parlato di «azione predatoria» di Fratelli d’Italia nella cultura e nel cinema, che «non smette di offrire ogni giorno dettagli sempre peggiori».
Ormai c’è la fila: gli eredi dei grandi del passato chiamati per “valorizzare” le politiche del governo di Giorgia Meloni e delle Regioni guidate dal destra-centro continuano a dire no. Una contestazione cominciata con la famiglia di Enrico Matteiche non vuole vedere il cognome del patron dell’Eni accostato al progetto per l’Africa della premier. Adesso anche gli eredi di Gio Ponti puntano i piedi: il nipote del grande architetto Salvatore Licitra, curatore dei Gio Ponti Archives, e Paolo Rosselli, altro nipote che cura l’archivio epistolare, hanno inviato una diffida formale a Regione Lombardia e all’Adi (Associazione design industriale, di cui Ponti fu tra i fondatori) perché affermano di non essere stati consultati in merito alla convenzione siglata tra Regione e Adi per creare uno spazio espositivo Gio Ponti all’interno dell’Adi Museum, ricordando che ogni uso del nome e delle opere di Ponti deve avere il loro benestare.
Federica Caruso tra Ignazio La Russa e Gianmarco Mazzi alla Scala (Imagoeconomica).
L’accordo è stato celebrato da Francesca Caruso, assessora regionale alla Cultura di fede larussiana, e dal presidente della commissione Cultura della Camera, il melonianissimo Federico Mollicone. L’Adi contesta questa ricostruzione e assicura che il progetto è stato approvato dagli eredi. Mentre gli interessati, come scrive Repubblica, non vogliono che il nome del grande designer sia associato alla destra, magari con la scusa della sua fervente fede cattolica e della sua attività durante il Ventennio. Comunque, alcune straordinarie opere di Ponti sono state acquisite, nel corso dei decenni, da un “collezionista finissimo” come Marcello Dell’Utri…
Federico Mollicone (Imagoeconomica).
Ndo sta Veltroni?
Venerdì mattina nella nuova sede Rai di via Alessandro Severo i giornalisti lo aspettavano. Ma nulla, Walter Veltroni alla conferenza stampa di presentazione della fiction Buonvino. Misteri a Villa Borgheseispirata ai suoi romanzi gialli che sarà trasmessa su Rai 1 il 7 e il 14 maggio, non si è fatto vedere. Del resto, nel comunicato Raiche annunciava l’evento il nome dell’ex sindaco di Roma non compariva. Una dimenticanza assai strana, anche alla luce dei comunicati diffusi per altre serie come Imma Tataranni, l’avvocato Guerrieri, Màkari e Rocco Schiavone in cui sono sempre stati citati gli autori dei romanzi ispiratori: Mariolina Venezia, Gianrico Carofiglio, Gaetano Savatteri e Antonio Manzini. Visto lo sgarbo, o presunto tale, perché Veltroni avrebbe dovuto partecipare? Se non altro perché nell’invito diffuso dalla casa di produzione della fiction, la Palomar, il suo nome compariva come consulente editoriale…
Walter Veltroni (foto Imagoeconomica).
Biennale, niente premi a Russia e Israele
«Xe pèso el tacòn del buso», hanno sibilato a Venezia dopo la decisione della “giuria” della Biennale di escludere dai premi Russia e Israele in quanto «i leader dei due Paesi sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale». Un po’ come giocare un Mondiale, vincere le partite e non poter sollevare la coppa. La decisione, ovviamente, è un maldestro tentativo di togliere le castagne dal fuoco a Pietrangelo Buttafuoco, lasciato solo a inaugurare l’edizione 2026 della Biennale. Fatto sta che il risultato, a sentire i veneziani, appare ridicolo…
Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).
Tajani mostra i muscoli con la festa del Ppe
Una folla per Antonio Tajani. Il leader di Forza Italia mostra i muscoli (o quantomeno ci prova) per far vedere a Marina Berlusconi quanto ancora conta. In Europa, innanzitutto. Venerdì pomeriggio si tiene la kermesse 50 PPE, liberi forti, popolari al Salone delle Fontane, all’Eur, il quartiere «più facile da raggiungere per chi sbarca in aereo a Fiumicino», per celebrare il mezzo secolo dei Popolari europei.
Chi ci sarà alla giornata organizzata da Forza Italia? Aprono i lavori, Fulvio Martusciello, capodelegazione dei forzisti al Parlamento Europeo, Enrico Costa, nuovo capogruppo alla Camera, Roberta Metsola presidente del Parlamento Ue e il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar. A seguire, sono previsti interventi di Deborah Bergamini, Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa, Antonio De Poli, Dieter Steger presidente del Südtiroler Volkspartei, Paolo Alli, presidente di Alternativa Popolare, Giuseppe De Mita, segretario di Base Popolare, Damijan Terpin, presidente di Slovenska Skupnost, Raffaele Lombardo, fondatore del Movimento per le Autonomie Sicilia. E, ancora, di Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl – sindacato ora in rotta con Giorgia Meloni – e di Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti dato tra i favoriti per il dopo-Fontana in Lombardia.
Daniela Fumarola (Imagoeconomica).
Tra i relatori figurano anche Maurizio Gasparri e Stefania Craxi dopo lo scambio di poltrone (il primo è stato costretto a lasciare quella di capogruppo a Palazzo Madama alla seconda sostituendola alla presidenza della commissione Esteri e Difesa del Senato); Simone Leoni segretario dei Giovani azzurri; l’eurodeputata Letizia Moratti, Barbara Cimmino vicepresidente di Confindustria, l’ex numero 1 degli Industriali Antonio D’Amato ora presidente di Seda International Packaging Group. Chiudono i lavori Dolors Montserrat, segretario generale del Partito Popolare Europeo,il presidente Manfred Weber, e ovviamente Tajani. Con buona pace di Marina…
Antonio Tajani e Manfred Weber (Imagoeconomica).
Chi si rivede? Maria Teresa Armosino
Chi si ricorda di Maria Teresa Armosino? La Fondazione Cassa di Risparmio di Asti ha ufficializzato i propri rappresentanti nel cda della Banca di Asti. Nella lista appare il nome di Armosino, classe 1955, già presidente della Provincia dal 2008 al 2012, e prima ancora sottosegretaria all’Economia e Finanze quando al governo c’era Silvio Berlusconi, dal 2001 al 2006. Uscita ufficialmente dalla politica per tornare alla professione legale, aveva tentato di diventare presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti con l’aiuto degli industriali.
Maria Teresa Armosino in uno scatto del 2008 (Imagoeconomica).
Un Caravaggio per la signora Previti
Giovedì pomeriggio culturale a Roma con la presentazione, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, del nuovo libro di Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese, dedicato a Caravaggio e pubblicato da Mondadori. A dialogare con l’autrice, la firma di Repubblica Dario Pappalardo. Chissà se si è accorto che ad ascoltare la presentazione, tra il pubblico, c’era la moglie di Cesare Previti, Silvana.
Cesare Previti e la moglie Silvana (Imagoeconomica).
L’Aula della Camera ha approvato in via definitiva il decreto Sicurezza con 162 voti a favore, 102 contrari e un astenuto. Un voto lampo per evitare che scadessero i termini per la conversione in legge, fissati per il 25 aprile, caratterizzato dalla protesta delle opposizioni che, in apertura della seduta, si sono alzati in piedi e hanno cantato Bella Ciao. «Colleghi, abbiamo capito su, dobbiamo proseguire i nostri lavori», ha redarguito il presidente di turno Fabio Rampelli. In risposta, i deputati di Fratelli d’Italia hanno intonato l’inno di Mameli alla fine della seduta. In Aula c’erano soltanto due ministri, dell’Interno Matteo Piantedosi e del Turismo Gianmarco Mazzi. C’erano anche i sottosegretari ai Rapporti con il Parlamento, Matilde Siracusano e Paolo Barelli, e quello all’Interno, Nicola Molteni. In giornata dovrebbe arrivare anche il decreto correttivo che abroga, dopo i rilievi del Colle, la norma sui compensi agli avvocati per incentivare i rimpatri.
Gli interventi dell’opposizione si sono tutti concentrati sull’anniversario della liberazione. «Dobbiamo difendere la nostra Costituzione e la nostra democrazia anche da una parte della destra che oggi governa ma ancora non riesce a fare i conti con la storia e dirsi chiaramente antifascista perché il 25 aprile è divisivo solo per chi ha nostalgie che noi non accetteremo mai», ha detto la capogruppo del Pd Chiara Braga intervenendo con il fazzoletto dell’Anpi al collo. «Ricordare la resistenza significa capire che la democrazia si conquista ogni giorno. Viva la resistenza, l’Italia libera, la Repubblica e il 25 aprile». «La ricorrenza del 25 aprile fu voluta da De Gasperi come festa di tutti gli italiani», ha replicato il deputato di FdI Gianfranco Rotondi. Pronta la controreplica di Nicola Fratoianni di Avs: «Il 25 aprile è la festa di chi è morto per consentire anche a voi, che ha nel simbolo la fiamma del Movimento sociale italiano, di parlare in un’Aula della Repubblica. Affermare che cantare Bella ciao, una canzone che viaggia sotto braccio all’inno nazionale – perché l’antifascismo è la religione civile di questo Paese – è un atto divisivo, è un comportamento peloso». Per Luca Squeri di Forza Italia la canzone viene usata «come uno strumento di propaganda» e «il 25 aprile deve essere un momento unificante per l’Italia che, grazie a quel momento che visse, riuscì a scrivere questa Costituzione».
Silvio Berlusconi non c’è più, ma i suoi figli – ottimi imprenditori – sono lì che governano Forza Italia dall’alto. Soprattutto dall’alto dei debiti che il partito creato dal Cav ha nei confronti della famiglia Berlusconi. Un dettaglio non secondario, come spiegò bene una volta il filosofo Marcello Pera, già presidente del Senato, già esponente di spicco di Forza Italia, oggi senatore di Fratelli d’Italia: «Forza Italia è un partito del presidente. C’è il presidente e ci sono gli elettori. Piaccia o no, questo partito è nato e morirà così». Ed essendo il partito di Berlusconi nato con Berlusconi, «dipendente dalle intuizioni di Berlusconi oltre che in alcune circostanze dai soldi di Berlusconi, e dai voti di Berlusconi, bisogna rispettarlo per quello che è», aggiunse Pera.
Marcello Pera (Imagoeconomica).
In Forza Italia la rottamazione è ontologicamente impossibile
Anche oggi dunque andrebbe rispettato per quello che è, anche ora che non c’è più Silvio Berlusconi: un partito nel quale non sono possibili rottamazioni. Da quelle parti non possono nascere i Matteo Renzi, perché non sono geneticamente compatibili, ontologicamente possibili. Sicché quando c’è da praticare il rinnovamento, si organizza qualche bella riunione e si fanno fuori Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato per metterci Stefania Craxi e Paolo Barelli da capogruppo alla Camera per metterci Enrico Costa (peraltro ottimo garantista). Ora, finché c’era il Cav, tutto era consentito. Anche passare sopra la dignità politica dei presidenti dei gruppi parlamentari. Adesso che però queste decisioni vengono prese dai capi morali di Forza Italia senza che questi abbiano mangiato «pane e cicoria», per dirla con Francesco Rutelli, beh, questo sembra essere più difficile da comprendere. Anche se vale sempre quello che ha detto quella volta Pera, beninteso.
Antonio Tajani, Maurizio Gasparri e Paolo Barelli (Imagoeconomica).
I make-up creano solo incattiviti sottoposti
Il problema di Forza Italia è che così non nascono le rivoluzioni, semmai si creano incattiviti sottoposti. Barelli nelle sortite pubbliche, interviste comprese, non sembra essere il massimo della spensieratezza. Anche essere rimasto di fatto presidente della Federnuoto, delegando le sue funzioni al vice Andrea Pieri, nonostante la promozione a sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, senz’altro lo allieterà. Berlusconi senior però sapeva ricompensare meglio quelli che faceva fuori. Non è con quelli che hanno fatto sempre parte di Forza Italia, ancorché magari non in posizioni di comando, che il partito di Berlusconi potrà raggiungere l’agognata doppia cifra.
Paolo Barelli (foto Imagoeconomica).
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio
La politica è fatta sì di feroci rinnovamenti, ma devono essere appunto rinnovamenti. Altrimenti è solo arte cosmetica, trucchi per convincere se stessi che «fino a qui tutto bene». Il problema, ne L’odio di Mathieu Kassovitz come in politica, non è la caduta ma l’atterraggio. E a un anno o poco più dalle elezioni politiche, l’atterraggio di Forza Italia potrebbe non essere molto sereno. La coalizione rischia di essere spostata a destra; Giorgia Melonipotrebbe incattivirsi dopo la sconfitta referendaria e Matteo Salvini ha ancora da gestire, ancorché dall’esterno, quel mostro politico di Roberto Vannacci nato in vitro, un errore che potrebbe rivelarsi esiziale per la Lega: hanno dato le chiavi di casa a uno che ne ha approfittato per incendiarla. Capolavoro politico.
Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini (Ansa).
Meloni rischia di perdere l’invincibilità per colpa degli alleati
Vannacci è dunque lì che reclama attenzione e la presidente del Consiglio non sembra intenzionata a fargliela mancare. Il partito di Antonio Tajani, la cui data di scadenza è paragonabile a quella di uno yogurt, sarà stretto fra il manettarismo di ritorno della presidente del Consiglio e quello del capo leghista, ormai saldamente tornato in formato Cremlino. «Piuttosto che chiudere fabbriche, scuole e ospedali torniamo a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, Russia compresa, visto che non siamo in guerra contro la Russia», ha detto Salvini lo scorso fine settimana, durante la manifestazione destrorsa con Jordan Bardella e soci a Milano. Salvini come Jep Gambardella vuole avere il potere di far fallire le coalizioni. Resta da capire se Meloni avrà tutta questa energia per occuparsi anche di quello che fanno e faranno gli altri partiti della maggioranza, ora e nei prossimi mesi, oppure dovrà accettare di aver perso lo scettro dell’invincibilità anche per colpa degli alleati. Servirebbe, insieme a un Renzi di destra, anche un Nanni Moretti di destra che da un palco gridi: «Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai».
Ci mancava giusto la serie sui gialli di Walter Veltroni. E invece mamma Rai non dimentica mai nessuno, soprattutto se sei una personalità ancora con un certo potere, come lo è l’ex segretario del Partito democratico. Che, tra le sue mille attività, compreso scrivere assiduamente come editorialista per il Corriere della Sera (diretto dal suo collega ai tempi della direzione de l’Unità, Luciano Fontana), dal 2019 si è inventato pure giallista, con romanzi che hanno per protagonista Giovanni Buonvino, che indaga su fatti, delitti e misteri avvenuti in quel di Roma, a Villa Borghese o nelle immediate vicinanze.
L’ultimo libro di Veltroni su Buonvino.
Una fiction in due puntate con protagonista Giorgio Marchesi
«Giovanni Buonvino, amante della buona cucina, psicologo, solitario e nostalgico, preferisce l’intuizione all’uso della pistola», recita la descrizione dell’IA di Google. I gialli in questione sono sei, di cui l’ultimo uscito proprio a inizio 2026: Buonvino e l’omicidio dei ragazzi. Gli altri, a partire dal 2019, sono Assassinio a Villa Borghese, C’è un cadavere al Bioparco, Buonvino e il caso del bambino scomparso, Buonvino tra amore e morte, Buonvino e il circo insanguinato, tutti pubblicati da Marsilio. E ora la Rai ne fa una fiction: Buonvino. Misteri a Villa Borghese è il titolo, per due puntate programmate in prima serata su Rai 1 il 7 e il 14 maggio, entrambe di giovedì, con protagonista Giorgio Marchesi, per la regia di Milena Cocozza, mentre la realizzazione è di Palomar di Carlo Degli Esposti, la stessa casa di produzione della serie su Montalbano.
Nei comunicati passati si è sempre citato l’autore dei romanzi
Un fatto curioso, però, è che nel comunicato che annuncia la conferenza stampa in programma venerdì alle 12 nella nuova sede Rai di Via Alessandro Severo a Roma non ci sia alcun riferimento a Veltroni. Da nessuna parte si dice che la serie su Buonvino è basata sui romanzi dell’ex sindaco di Roma. Una dimenticanza assai strana. Anche a vedere altri comunicati precedenti: per esempio, per Imma Tataranni, l’avvocato Guerrieri, Màkari e Rocco Schiavone c’è sempre un accenno al fatto che le serie sono tratte dai romanzi di Mariolina Venezia, Gianrico Carofiglio, Gaetano Savatteri e Antonio Manzini.
Walter Veltroni (foto Imagoeconomica).
Così come nella presentazione di Malinconico avvocato d’insuccesso è spiegato che sono storie tratte dai romanzi di Diego Da Silva. O quella sul commissario Ricciardi, ispirata ai libri di Maurizio De Giovanni. Anzi, a volte l’autore è anche stato presente alle conferenze stampa, magari perché ha collaborato alla sceneggiatura.
L’asciutta sinossi senza alcun riferimento all’ex sindaco di Roma
Qui, invece, di Veltroni non si fa menzione alcuna. «La vita sembra dare a Giovanni Buonvino, da anni relegato a un incarico burocratico e noioso, una seconda possibilità: il comando di un commissariato. Peccato che sia quello di Villa Borghese, nel grande cuore di Roma, dove non accade mai nulla. O forse no», è la sinossi che si legge nel comunicato. E stop. Nessun riferimento ai libri dell’ex segretario e fondatore del Pd.
Una vita extrapolitica fatta di libri, film, documentari…
Veltroni, nella sua carriera extrapolitica, ha pubblicato diversi libri, come La scoperta dell’alba e Senza Patricio, e ha pure diretto film e documentari, come Quando c’era Berlinguer, I bambini sanno e C’è tempo, alcuni trasmessi anche dalla tivù pubblica. «Forse c’è stata una dimenticanza, ma poi in conferenza stampa si farà menzione ai romanzi di Veltroni», spiegano da Via Asiago.
Elly Schlein con Maria Pia Ammirati, direttrice di Rai Fiction (foto Imagoeconomica).
Dito puntato sulla Rai destrorsa e meloniana
Qualcuno però, dentro mamma Rai, non è convinto. Anche perché i comunicati stampa sono vergati con la massima attenzione e una mancanza così non passa inosservata. Vengono date due spiegazioni: o nella Rai destrorsa e meloniana fare una fiction sui libri di Veltroni non va bene e quindi si vuol far passare la cosa sottotraccia (la direttrice di Rai Fiction Maria Pia Ammirati è considerata vicina al Pd, ma va molto d’accordo con l’amministratore delegato Giampaolo Rossi). Oppure, visto che c’è di mezzo un ex politico ancora ben presente e consultato nel dibattito pubblico, meglio lasciare la cosa sullo sfondo, senza enfatizzarla.
Rocco Casalino tenta il rientro in politica, anche se non esattamente dalla porta principale. L’ex portavoce di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi si è infatti candidato al Consiglio comunale di Ceglie Messapica (Brindisi), la sua città d’origine. Alle Amministrative che si terranno il 24 e il 25 maggio Casalino correrà in una lista del centrosinistra a sostegno della sindaca uscente Agata Scarafilo, che comprenderà rappresentanti del Movimento 5 stelle e della società civile.
Giuseppe Conte e Rocco Casalino (Imagoeconomica).
ROCCO CASALINO M5S
Casalino: «Momento storico in cui non si può restare neutrali né sottrarsi»
«Sono convinto che questo sia un momento storico in cui non si può restare neutrali né sottrarsi: bisogna scegliere se limitarsi a osservare la crescita di queste destre o lavorare per indebolirle. Credo che si debba partire dal livello locale», ha dichiarato Casalino in una nota, aggiungendo che «far vincere, nei Comuni, le forze che si oppongono a queste destre significa iniziare a costruire il terreno per le prossime elezioni politiche». E poi: «Ogni vittoria locale contribuisce a generare un’onda positiva che rafforza un fronte largo contro una deriva che considero pericolosa e dannosa per il Paese».
Dopo la nomina a sottosegretario del vicesindaco di Palermo, Giampiero Cannella, al ministero della Cultura potrebbero liberarsi altre poltrone. Il meloniano Cannella, subentrando a Gianmarco Mazzi – volato (si fa per dire) alla guida del Turismo – avrebbe “soffiato” il posto a Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica del MiC e vicinissimo a Giovanbattista Fazzolari. Ma per il figlio del noto esponente di Avanguardia nazionale scomparso a febbraio 2026, sarebbe pronta un’altra sistemazione. Si vocifera infatti che potrebbe essere nominato Direttore generale della Creatività Contemporanea al posto di Angelo Piero Cappello in carica dal 2023.
Angelo Piero Cappello (Imagoeconomica).
Merlino – storico, attore, sceneggiatore e scrittore – come scriveva il Patriota nel 2019 in occasione della sua nomina a coordinatore regionale Cultura di FdI nel Lazio, ha al suo attivo «numerose pubblicazioni e collaborazioni con importanti trasmissioni televisive di approfondimento culturale. Membro dell’ufficio studi del Senato di Fratelli d’Italia, vicepresidente del Comitato 10 Febbraio (ente che si occupa di tutelare e promuovere la memoria degli esuli giuliani, istriani, dalmati e di non dimenticare la tragedia delle foibe), membro del comitato scientifico del MODAVI ONLUS (ente di promozione sociale), attivo con varie associazione nella riqualificazione della periferia romana». Merlino è anche autore di fumetti come Foiba Rossa. Norma Cossetto: storia di un’italianae Nazario Sauro. Figlio dell’Istria, eroe d’Italia. I maligni sostengono che il passaggio di consegne sarà annunciato solo dopo il 25 aprile, per evitare di dare fuoco a polveri già incandescenti.
Il Tar della Lombardia ha respinto i ricorsi contro l’intitolazione dell’aeroporto di Milano Malpensa a Silvio Berlusconi presentati dai Comuni di Milano, Cardano al Campo, Samarate e Somma Lombardo. I giudici hanno stabilito che questi ultimi non hanno titolo per opporsi a una decisione che rientra nella sfera di competenza statale e che ha natura prevalentemente simbolica. L’intitolazione di un aeroporto, ha chiarito il Tar, non può essere assimilata a quella di strade o piazze, ambito in cui i Comuni esercitano poteri diretti, perché sono infrastrutture appartenenti al demanio statale e funzionali a interessi di rilievo nazionale e internazionale (come il trasporto di persone e merci). Gli enti locali ricorrenti, dunque, non sono titolari di una posizione giuridica qualificata tale da giustificare il ricorso. L’intitolazione viene inoltre qualificata come atto dal valore essenzialmente onorifico, privo di effetti lesivi immediati per i territori coinvolti.
Soddisfazione dall’Enac
Contattato dal Corriere della sera, il presidente dell’Enac Pierluigi Di Palma ha così commentato la decisione del tribunale: «Grande soddisfazione per la pronuncia del Tar che, dichiarando inammissibile e infondate le censure del Comune di Milano e degli altri comuni limitrofi a Malpensa, conferma l’intitolazione dello scalo lombardo a Silvio Berlusconi così come deliberato da Enac con delibera strategica approvata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini».
Con la Biennale di Venezia targata Pietrangelo Buttafuoco le polemiche non finiscono mai. Ed è sempre per colpa della partecipazione degli artisti cari a Vladimir Putin. Nei palazzi del potere romano si narra di scontri epici tra l’intellettuale siciliano e Giorgia Meloni, per non parlare di un presunto colloquio a tu per tu con Giovanbattista Fazzolari: «Roba da far tremare i muri». Fatto sta che rimarrà lui, Buttafuoco, da solo, a inaugurare la Biennale: l’assenza governativa rappresenta «una cosa mai vista» nella storia dell’istituzione veneziana. Addirittura, anche il Padiglione Italia verrà aperto senza la presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli, che diserterà completamente la manifestazione. Uno strappo fortissimo, senza dimenticare che Buttafuoco e Giuli un tempo erano amici: il legame si è però bruscamente interrotto, con la decisione del primo di avere il padiglione della Russia a Venezia. A oggi, chi sarà fisicamente nella laguna risponde al nome di Angelo Piero Cappello, il numero uno, al ministero, della creatività contemporanea. E basta.
Una ricompensa per Merlino
Restando in tema Mic: il su citato Cappello a breve dovrebbe lasciare il posto di Direttore generale della Creatività Contemporanea a Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica del ministero e vicinissimo a Fazzolari. Una sorta di contentino per il figlio del noto esponente di Avanguardia nazionale scomparso lo scorso febbraio. Merlino era infatti tra i favoriti a occupare la poltrona di sottosegretario lasciata libera da Gianmarco Mazzi,volato (si fa per dire) al Turismo, su cui però alla fine si è accomodato il vicesindaco di Palermo Giampiero Cannella. I maligni sussurrano che l’annuncio della nomina di Merlino avverrà dopo il 25 aprile, giusto per non appiccare nuove polemiche.
Emanuele Merlino (Imagoeconomica).l
Petruccioli, Mieli e le spie
«Vado nella sede di Confagricoltura alla presentazione di un libro», si sente dire sempre più spesso a Roma. Possibile? Sì, e giovedì 23 aprile, nel Palazzo Della Valle, sarà la volta di Spie vere & carte false, scritto dall’85enne Claudio Petruccioli, già presidente della Rai ed esponente per tanti anni del Pci e delle sue successive declinazioni. Dopo l’introduzione del presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, via alla discussione con Paolo Mieli, Marcello Sorgi e Alessandra Libutti. Di cosa si parlerà? Del caso Cirillo, di cui Petruccioli si era molto occupato ai tempi del rapimento, e di tanto altro ancora. Nel suo libro Menù e dossier, Federico Umberto D’Amato scrisse che «la lunga prigionia dell’assessore democristiano Cirillo si risolse addirittura in un festival gastronomico, tanto che egli si convinse di essere tenuto prigioniero nel retrobottega di un ristorante di lusso. Invece, si occupava di lui la dottoressa Rosaria Perna (che poi passò fra i pentiti) e che cucinava secondo la buona tradizione partenopea. Fra i piatti che Cirillo non dimenticherà vi fu una fumante spaghettata ai frutti di mare arricchita sulla sommità da aragostine». Lo spettacolo è assicurato.
Claudio Petruccioli (foto Imagoeconomica).
Rimini, il sesso e… D’Annunzio
A Rimini il sesso non manca mai, non solo d’estate. A primavera, come da tradizione, ci si prepara alla stagione “calda”, e così ecco il congresso nazionale della Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmesse (Sidemast), in programma dal 21 al 24 aprile al Palacongressi di Rimini. I presidenti del congresso sono Maria Concetta Fargnoli, professoressa ordinaria di Dermatologia e Venereologia e direttrice scientifica dell’Istituto dermatologico San Gallicano Irccs di Roma, e Paolo Amerio, professore ordinario di Dermatologia e Venereologia e direttore della Clinica dermatologica dell’Università “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara. Chissà cosa ne penserebbe il Vate…
E alla fine arriva Silvia. Silvia Salis, naturalmente, la sindaca di Genova, citatissima su Internet e non solo, animatrice di musica techno per interposta Charlotte de Witte. È alla guida del suo Comune da neanche un anno ma già se ne tracciano traiettorie governative pazzesche: leader dell’opposizione, prossima sfidante di Giorgia Meloni, e allora perché no, presidente del Consiglio.
La politica è in mano alla comunicazione; la politica è morta, viva la politica! Spadroneggia l’agnolettismo, nel senso di Marco Agnoletti, potente spin doctor di Salis e non solo, ex portavoce di Matteo Renzi. Marito renziano, Fausto Brizzi, comunicatore renziano. «A questo punto Fantozzi venne colto da un leggero sospetto». Sarà mica un’operazione di Renzi, Silvia Salis? Mah, verrebbe da pensare che l’ex presidente del Consiglio in realtà cavalchi l’onda ma senza essere l’ispiratore del lancio della sindaca; in fondo Renzi cavalca soprattutto se stesso in vista delle elezioni politiche del 2027, quando Italia Viva o come si chiamerà, Casa Riformista, faticherà non poco a rientrare in Parlamento. Non c’è tempo per altri esperimenti.
Dalla polemica sulle Manolo alla copertina di Vanity
Nel frattempo la sindaca va ovunque, potenza agnolettiana. A Otto e Mezzo, su Bloomberg, dove viene descritta come «l’anti-Meloni», su Vanity Fair, dove si è appena conquistata il pacchetto completo: copertina e intervista. Dispensa perle di saggezza come se governasse da anni in ruoli di potere elevato. Parla come se il potere lo conoscesse e praticasse per davvero: «Non sempre potrai fare quello che vuoi, dovrai trovare continue mediazioni, dovrai mediare tra forze politiche nell’interesse della città. È un equilibrio difficile da trovare. E penso a quello che mi dicevano in tanti: una volta che hai fatto il sindaco, sei pronto a tutto». Lo ripetiamo: è sindaca da meno di un anno, ancora non è successo niente. L’importante però è esserci. Esserci in tv, nel dibattito pubblico. Anche lasciando che nascano, fioriscano e perdurino polemiche che di politico hanno poco. Le scarpe costose. L’abbigliamento. Qualsiasi cazzata va bene purché se ne parli e purché, poi, se ne riparli. E infatti se ne parla: «È la solita storia: per sminuire la persona, soprattutto quando si parla di una donna, non entrano nel merito ma guardano a come si veste e a come appare», dice ancora Salis a Vanity. È una vecchia e nota storia, la conosciamo bene, in cui abboccano tutti. Per la gioia dei portavoce.
Silvia Salis con le Manolo Blahnik (dai social).
Resta da sciogliere il nodo primarie
Rimane un problema: come può diventare Salis leader del campo progressista se non vuole partecipare alle primarie? Vabbè che ormai vale tutto, ma pensare che i partiti dell’opposizione si riuniscano nel segreto di una stanzetta per decidere di consegnare a lei la leadership del centrosinistra appare quantomeno puerile. Intendiamoci, potrebbe pure cambiare idea, come le suggerisce anche Renzi, che in questo modo avrebbe risolto il problema di chi appoggiare nelle eventuali primarie. Nel Pd, a Roma, studiano la faccenda, ma l’istruttoria potrebbe essere lunga. D’altronde devono calcolare bene quanto Salis possa danneggiare la cara leader Elly Schlein prima di ammetterla all’eventuale banchetto politico-istituzionale. Lei sembra essere persino pronta al salto: «Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione. Quest’attenzione nazionale mi lusinga», ha detto Salis a Bloomberg con una serietà disarmante. Il dibattito – «No, il dibattito no!» – rischia di andare avanti fino al prossimo voto, che dovrebbe essere nel 2027 (sempre che Meloni non cambi idea bruciando tutti sul tempo, Salis compresa).
Elly Schlein con Silvia Salis, durante ‘Democrazia alla Prova’ a palazzo Ducale (Ansa).
Sarà lo smacco per la sconfitta al referendum, sarà la tensione per le frizioni con Donald Trump, sta di fatto che lo stop del Quirinale alla norma contenuta nell’ultimo decreto legge sulla sicurezza ha fatto saltare i nervi alla maggioranza. Un’interferenza ai limiti dello sgarbo, secondo molti esponenti del centrodestra, da parte di Sergio Mattarella. Che invece tale non l’aveva considerato. «I rapporti con palazzo Chigi non sono mai stati tanto sereni», sussurrava qualcuno sul Colle più alto non più tardi di una settimana fa.
Giorgia Meloni con Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
La moral suasion di Mattarella e le prerogative del Colle
Da parte sua il presidente della Repubblica si è ‘limitato’ a fare quel che ha già fatto decine di altre volte in passato: mettere sull’avviso il governo circa un testo per evitare di andare allo scontro. Si chiama moral suasion. Visto che la Costituzione affida al capo dello Stato il potere di emanare un decreto e di promulgare una legge, il Quirinale fa sapere in fase di preparazione di un provvedimento se ritiene che ci siano elementi di palese incostituzionalità, dando il tempo al governo di correggerli. In caso contrario può negare la firma e, se si tratta di una legge, rinviarla alle Camere. Mattarella ha rinviato una sola legge, sulle mine antiuomo, durante il governo Gentiloni, sostenuto dalla maggioranza che lo aveva eletto Presidente. Più volte ha firmato allegando una nota in cui sottolineava alcune criticità, anche durante il governo Draghi che era ritenuto sua emanazione diretta. Molte volte, come ha confessato lui stesso, ha firmato leggi sulle quali non era d’accordo, e tutti hanno capito che tra queste ce n’erano diverse dei governi Conte e Meloni. Insomma, nel suo curriculum, per chi lo vuole leggere bene, c’è un atteggiamento concreto il più possibile super partes.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
Il nervosismo sospetto di Palazzo Chigi e della Lega
Eppure questa volta, sarà la fuga di notizie, sarà il delicato momento politico, lo stop del Quirinale non è andato giù a palazzo Chigi e tantomeno alla Lega. Ora l’ordine di scuderia di Giorgia Meloni sembra quello di voler salvare capra e cavoli, con una soluzione all’italiana che preservi il senso della norma contestata anche dagli avvocati senza arrivare allo scontro con il Colle. Dopo il gelo del caso Garofani di cinque mesi fa, i rapporti sembravano sereni, complice anche una rinnovata sponda sul piano internazionale, come dimostra la nota di solidarietà di Mattarella a Meloni dopo gli attacchi del giornalista russo Solovyev. Ma è bastato un tocco di moral suasion a far tornare l’orologio indietro di mesi, a un rapporto che è sempre stato di diffidenza reciproca, insomma a far scattare di nuovo l’allarme, segno del nervosismo che caratterizzerà gli ultimi mesi di legislatura, pochi o tanti che saranno.
Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Paolo Barelli, appena nominato sottosegretario di Statoai Rapporti con il Parlamento, lascia la guida operativa della Federazione Italiana Nuoto. Cambia la forma, non la sostanza: in sella dal 2000, l’ex capogruppo di Fratelli d’Italia alla Cameraha infatti solo delegato al vice Andrea Pieri le funzioni di presidente «in ragione del temporaneo impedimento ai sensi della legge n.215/2004 riguardante il regime delle incompatibilità dei titolari di cariche di Governo e in ottemperanza all’articolo 12, comma 6, dello Statuto della Federazione Italiana Nuoto», fa sapere la Fin. Pieri assumerà anche la rappresentanza della Federnuoto in seno al Consiglio Nazionale del Coni, in sostituzione di Barelli per tutta la durata dell’incarico governativo.
Andrea Pieri (Imagoeconomica).
La promessa di Barelli: «Non lascerò mai il nuoto»
La legge Frattini del 2004 imponendo una chiara separazione tra ruoli di governo e gestioni operative in enti come la Fin. Questo perché ogni anno attraverso Sport e Salute, società del Ministero dell’Economia e delle Finanze, lo Stato elargisce alle federazioni contributi pubblici (questo prima avveniva tramite il Coni). «Non lascerò mai il nuoto», aveva detto Barelli nei giorni scorsi. A tal proposito, si era parlato di una presidenza della Fin ancora possibile per l’esponente di FdI in quanto quello dei Rapporti con il Parlamento è un ministero senza portafoglio. Alla fine Barelli è di fatto rimasto alla guida della Federnuoto, delegando le funzioni operative al fidato vice Pieri.
Il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo Documento di finanza pubblica in cui il governo ha «adeguato il Pil per il 2026 e 2027, che scende nel 2026 da 0,7 a 0,6 per cento, nel 2027 dal 0,8 a 0,6 e nel 2028 da 0,9 a 0,8», ha spiegato in conferenza stampa il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «La naturale premessa è che non viviamo in circostanze normali, ma di tipo totalmente eccezionale e quindi le previsioni contenute nel documento, validate dall’Ufficio parlamentare di bilancio, inevitabilmente sono già oggi discutibili ma – ahimè – nelle prossime settimane meritevoli di ulteriori aggiornamenti».
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Le nuove previsioni su deficit e debito
Nelle nuove previsioni contenute nel Dfp cresce poi l’indebitamento netto del prossimo triennio. Il deficit nel 2026 sale dal 2,8 al 2,9 per cento, nel 2027 dal 2,6 al 2,8, nel 2028 dal 2,3 al 2,5. Nel Dfp il debito pubblico è al 137,1 nel 2025, al 138,26 nel 2026, al 138,5 nel 2027 e al 137,9 nel 2028. Dati che, ha spiegato Giorgetti, «risentono ancora del vecchio Superbonus», il quale «pesa per 40 miliardi nel 2026 e poi ci sarà la coda ancora di 20 miliardi nel 2027». Senza questi dati, ha aggiunto il titolare del Mef, «l’andamento del debito sarebbe stato discendente».
La citazione di Boskov sul rapporto deficit/Pil
Giorgetti ha poi commentato il rapporto deficit/Pil dell’Italia certificato dall’Eurostat, che per il 2025 è risultato del 3,1 per cento. E per farlo ha citato Vujadin Boskov, indimenticabile allenatore della Sampdoria e “aforista”: «Rigore è quando arbitro fischia, le regole sono queste, si può essere d’accordo o meno. Vi dico che tutto questo dibattito sull’uscita dalla procedura mi interessava molto fino al 28 febbraio 2026, cioè il giorno prima dell’inizio della guerra in Iran, dopo mi ha interessato molto meno». Secondo i dati di Eurostat, l’Italia dovrebbe quindi rimanere in procedura per deficit eccessivo: per uscirne, avrebbe dovuto assestarsi sotto la soglia del 3 per cento.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Giorgetti: «Potremmo muoverci da soli sullo scostamento»
Rispondendo a chi gli chiedeva un possibile isolamento dell’Italia in Europa in materia di scostamento di bilancio, Giorgetti ha detto: «Per quanto riguarda, non lo escluderei». E poi: «Parlando con i colleghi in tanti si ritrovano come me a fare il medico nell’ospedale da campo, in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. Abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti, non li possiamo curare dandogli l’aspirina». Durante la conferenza stampa, Giorgetti ha anche smentito di aver chiesto una deroga al patto di stabilità», aggiungendo però che «bisogna essere pronti e flessibili a rispondere alle situazioni». A tal proposito, il ministro dell’Economia ha affermato che «sicuramente la Manovra dovrà essere adeguata alle situazioni del momento».
Il governo di Giorgia Meloni naviga in acque sempre più agitate, tra forti tensioni internazionali, un rapporto sempre più freddo con Donald Trump e la crisi economica che continua a mordere. A rendere il quadro ancora più complesso, il caos scoppiato in Forza Italiache l’attivismo crescente di Marina Berlusconi non è riuscito del tutto a placare. Elementi che suggeriscono scenari di profondo cambiamento nel centrodestra a poco più di un anno dalla fine naturale della legislatura. Tanto che sono tornate a circolare ipotesi di elezioni anticipate o addirittura di governo tecnico.
Giorgia Meloni e Donald Trump sul maxischermo (Imagoeconomica).
Il centrodestra in affanno, dal decreto Sicurezza al rapporto deficit-pil
L’ultimo inciampo del governo Meloni è stato il pasticciaccio (negato dalla premier in visita al Salone del Mobile) dell’ennesimo decreto Sicurezzaattenzionato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e la toppa di un decreto per correggere l’articolo 30bis sui rimpatri volontari e i compensi agli avvocati. Non va meglio sul fronte economico, con la certificazione europea di un rapporto deficit/pil al 3,1 per cento che costringe l’Italia a rimanere in procedura di infrazione. Le previsioni presentate dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nel Documento di finanza pubblica rivedono al ribasso il Pil con un +0,6 per cento nel 2026 e nel 2027. Un quadro che potrebbe portare le agenzie di rating a una revisione del nostro outlook e a speculazioni da parte dei mercati.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
I malumori crescenti in FI
La vera spina nel fianco è proprio il deficit pubblico. La conferma di Eurostat del rapporto deficit-Pil al 3,1 per cento per il 2025 complica non solo la prossima manovra di bilancio, ma potrebbe limitare drasticamente la libertà di azione del governo quando mancano (o mancherebbero) circa 400 giorni alle Politiche. Troppo per un esecutivo che, oltretutto, non è riuscito a portare a casa nessuna delle riforme che si era proposto. All’interno della maggioranza, e in particolare in Forza Italia, si avvertono forti scricchiolii. Nonostante i cambi al vertice imposti da Arcore con la sostituzione dei capigruppo alla Camera e al Senato, i malumori nel partito azzurro non sono finiti. Tanto che lo scenario, finora relegato alla fantapolitica, di una rottura con Fratelli d’Italia e Lega, per qualche berluscones sarebbe il male minore.
Pietro Mattei, uno dei nipoti ed eredi di Enrico fondatore dell’Eni, ha diffidato Giorgia Meloni «dall’uso del cognome di famiglia dopo tre anni di governo e due dall’avvio del Piano strategico di partenariato con i Paesi africani». Lo riporta La Stampa, che ha ricevuto una lettera dal nipote dell’imprenditore morto nel 1962 in un incidente aereo.
Enrico Mattei (Ansa).
Le accuse dell’erede di Mattei a Meloni
Meloni ha intitolato il suo Piano al fondatore dell’Eni in virtù del rapporto che aveva saputo coltivare con le nazioni africane. Ma la premier, sostiene il nipote Pietro, sta facendo esattamente «il contrario» dello zio, anche per quanto riguarda la dipendenza dagli Usa: «Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina».
Giorgia Meloni in una foot del 2023, mentre osserva alcune citazioni di Enrico Matteo nella sua casa natale di Acqualagna (Ansa).
Pietro Mattei: «Faremo causa, civile e penale»
Nella lettera riportata da La Stampa, Pietro Mattei definisce l’operato di Meloni «in totale antitesi» con le gesta dello zio, che negli Anni 50 lanciò la sfida alle Sette Sorelle (locuzione coniata per indicare il cartello delle principali compagnie petrolifere occidentali), aggiungendo che l’uso del suo cognome è «finalizzato a scopi di propaganda» che rischiano di distorcere la figura e l’eredità politica del fondatore dell’Eni: «Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota».
Gli eredi reclamano anche una serie di beni da Eni
La Stampa riporta inoltre che i nipoti ed eredi di Enrico Mattei (che quando morì era sposato, ma senza figli), stanno reclamando da Eni una serie di beni appartenuti allo zio: «oggetti, lettere, e diversi quadri del primo Novecento, soprattutto due nature morte di Giorgio Morandi», per i quali «è stata presentata una citazione in sede civile per petizione ereditaria al tribunale di Macerata contro l’azienda di Claudio Descalzi». La multinazionale ha risposto dicendo che «i beni rientrano nel patrimonio aziendale di Eni, che pertanto farà valere tale posizione nel giudizio avviato dai familiari di Mattei».
Dovrebbe completarsi oggi, con il Consiglio dei ministri previsto per mezzogiorno ma ancora non ufficialmente convocato, il giro di nomine per riempire le caselle dei sottosegretari rimaste vacanti nella squadra di governo. Secondo quanto si apprende, il posto di Andrea Delmastro al ministero della Giustizia sarà ricoperto dal senatore di Fratelli d’Italia Alberto Balboni, attuale presidente della commissione Affari costituzionali di palazzo Madama. Sempre in quota FdI, Giampiero Cannella, vicesindaco di Palermo dovrebbe ottenere il ruolo di sottosegretario alla Cultura. Atteso l’ingresso nell’esecutivo anche dell’ex capogruppo di Forza Italia Paolo Barelli, che andrà ai Rapporti con il Parlamento, e di Mara Bizzotto (Lega), che sostituirà il collega di partito Massimo Bitonci al Mimit – dopo che quest’ultimo è diventato assessore in Veneto. Infine Massimo Dell’Utri di Noi Moderati andrà al ministero degli Esteri dopo l’uscita di Giorgio Silli.
La premier Giorgia Meloni ha dichiarato che il decreto Sicurezza sarà approvato senza modifiche, ma i rilievi del Quirinale saranno recepiti con un nuovo provvedimento ad hoc. Il Colle aveva infatti chiesto al governo di modificare la norma sull’incentivo da 615 euro per gli avvocati che seguono una pratica di rimpatrio volontario. Per effettuare modifiche al testo originale, però, non ci sarebbe tempo perché il provvedimento va convertito in legge entro il 25 aprile. Di qui la decisione di correre ai ripari con un nuovo decreto correttivo, da pubblicare in Gazzetta insieme all’altro. «Sul decreto Sicurezza, che io non considero un pasticcio, stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc, perché non c’erano margini di tempo sulla conversione del decreto per correggere la norma», ha infatti spiegato Meloni ai margini della visita al Salone del Mobile di Milano. «Ma la norma rimane», ha assicurato, «perché è una norma di assoluto buon senso e francamente mi stupisce quello che ho sentito dire dalle opposizioni in questi giorni».
L’opposizione occupa i banchi del governo
Proprio i deputati delle opposizioni hanno occupato i banchi del governo alla Camera durante la discussione sul decreto. Il presidente di turno Fabio Rampelli ha espulso Arturo Scotto del Partito democratico e sospeso la seduta.
Mentre la Camera votava le pregiudiziali di costituzionalità sul decreto Sicurezza, le opposizioni hanno accerchiato, occupandoli, i banchi del governo. "Non potete bloccare i lavori del Parlamento, liberate i banchi del governo", ha detto il presidente di turno Fabio Rampelli pic.twitter.com/Mrzi4zwY6q
L’idea era geniale: avere come “guest star” alla cerimonia aziendale di Unipol il nuovo numero uno della Consob. E così, agenda alla mano, era stata scelta la data del 21 aprile, avendo come location il romano Palazzo della Cancelleria, per di più vaticanissimo dato che è di proprietà della Santa Sede, alla presenza di Carlo Cimbri e del vertice del colosso assicurativo: quasi una benedizione, per Federico Freni. Peccato però che il calcolo fosse sbagliato. Contro Freni si sono messi tutti: prima Antonio Tajani, poi Giorgia Meloni che formalmente nutrirebbe dubbi sul passaggio dal governo alla Consob senza un periodo sabbatico, quindi le varie autorità più o meno indipendenti che vagliano il curriculum del pretendente e fanno scivolare giudizi anonimi che però rischiano di essere letali per il candidato (come è già capitato con le banche, con fucilate dirette a chi vuole diventare amministratore delegato). I forzisti puntano su un altro Federico, Cornelli: sarebbe una promozione interna. Fatto sta che l’evento romano non ha permesso di festeggiare Freni. Non gli resta che andare al prossimo appuntamento al Teatro dell’Opera, nell’attesa.
Giovanna Melandri torna in un museo, il Palaexpo romano
«Come si fa a lasciare Giovanna Melandri senza un incarico?», si sente dire da tempo nei salotti romani, quelli del centro storico e dei Parioli, la ben nota “Ztl del Pd capitolino”. Già, la Melandri: senza il Maxxi, dove ha esercitato il suo potere per tanti anni, ora è pronta una nuova poltrona, stavolta per decisione del Campidoglio che ha il controllo dell’Azienda Speciale Palaexpo, quella che ha in pancia il Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale. Dopo Marco Delogu, tutte le voci indicano Giovanna Melandri come nuova presidente: intanto lei visita mostre, studi di artisti, va in giro per musei. Si è fatta vedere con Manfredi Catella, il numero uno di Coima, proprio al Maxxi, guardando dall’altra parte della strada, verso via Guido Reni, dove c’è il cantiere caro all’immobiliarista. «L’amica Melandri», ha sempre detto Catella. Che poi la ex presidente della Fondazione Maxxi ha la sua Human Foundation e, particolare da non dimenticare, è cugina di Giovanni Minoli…
Giovanna Melandri (foto Imagoeconomica).
Corriere, le due condirettrici pronte a duellare?
Cambiano gli equilibri al Corriere della sera. E il futuro post Luciano Fontana (che ha 67 anni ed è alla direzione dal 2015, ma è stato confermato almeno fino al 2028) sembra essere donna, visto che le due contendenti pronte a scannarsi per la poltrona più prestigiosa del quotidiano sono state designate. Barbara Stefanelli (classe 1965) assume l’incarico di condirettrice a Milano, affiancata da Fiorenza Sarzanini, 60 anni, che ricoprirà lo stesso ruolo nella sede di Roma. La rivoluzione – o presunta tale – è pronta a iniziare a metà maggio. Lo scopo? Nelle intenzioni, rafforzare la prima linea e attrezzare il gruppo dirigente per la gestione dei progetti legati all’intelligenza artificiale e alla completa trasformazione digitale, in un passaggio definito delicato quanto quello del 2016. Ma non tutti la pensano così. E specialmente Stefanelli sarebbe mal sopportata da un gruppo di uomini della redazione. Novità anche per Venanzio Postiglione: il 59enne vicedirettore viene promosso (siamo proprio sicuri sia una promozione?) alla direzione del settimanale 7. Postiglione manterrà comunque il ruolo di editorialista e la guida delle attività per le celebrazioni dei 150 anni del quotidiano. Sono mosse che rappresentano solo il primo tassello di una riorganizzazione più ampia che coinvolgerà l’intero gruppo dirigente e i progetti editoriali. Nelle prossime settimane è previsto il confronto con il Cdr per definire i dettagli di una fase che si preannuncia di rottura con il passato recente.
Papa Francesco oscura il Natale di Roma
C’era una volta il Natale di Roma, festeggiato il 21 aprile. Il Campidoglio si riempiva di personaggi arrivati da ogni parte del mondo, il Comune organizzava eventi con gli scienziati dell’Unione Sovietica e dei Paesi oltre la “cortina di ferro”, si parlava del legame tra Roma e Mosca. Fino a tempi recenti, con iniziative di ogni tipo. Ora, invece, dato che papa Francesco è morto il 21 aprile 2025, a Roma le cerimonie sono tutte in suo onore. La basilica di Santa Maria Maggiore ha in cantiere un omaggio nella cappella Paolina, tante volte visitata dal papa argentino, con la preghiera del Rosario. Quindi verrà svelata una lapide commemorativa dello speciale legame tra papa Francesco e l’icona della Salus Populi Romani. Si potrà leggere, in latino: «Francesco Sommo Pontefice che sostò 126 volte in devota preghiera ai piedi della Salus Populi Romani per sua volontà riposa in questa Basilica Papale, 21 aprile 2026, Primo anniversario della morte». Dopo il rosario, la Messa, durante la quale sarà letto il messaggio di Leone XIV, fisicamente assente da Roma, impegnato nel viaggio apostolico in Africa. La celebrazione sarà trasmessa su un maxischermo presente sul fronte della basilica, in piazza di Santa Maria Maggiore. Quella che era la “laicità” di Roma, celebrata il 21 aprile, resterà solo un ricordo. A dirla tutta, è una situazione che piace al sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri, che sta lavorando per candidarsi al secondo mandato di primo cittadino: anche perché, come ha sperimentato Donald Trump, a mettersi contro il papa e il Vaticano si rischia brutto…
Papa Francesco con Roberto Gualtieri nel 2024 (foto Imagoeconomica).
«Quando ero ministro della Difesa, nessuno mi obbligava, ma andavo a rendere omaggio al monumento che c’è al cimitero di Milano ai partigiani e portavo una corona, poi andavo al Campo 10 dove sono sepolti molti ignoti, diversi caduti della Repubblica Sociale italiana». Lo ha detto Ignazio La Russa a margine dell’apertura del Salone del Mobile di Milano, rispondendo ai cronisti che gli avevano chiesto se intendesse celebrare il 25 aprile. Poi il presidente del Senato, con un passato nel Movimento Sociale Italiano, ha aggiunto: «Ci andavo in forma privata perché secondo me era un momento doveroso di una pacificazione che, almeno quando si parla di coloro che hanno dato la vita, mi sembra doverosa. E lo rifarei».
Il Pd: «Dichiarazioni gravi e inaccettabili»
Il deputato dem Federico Fornaro, presidente della Giunta delle elezioni della Camera, ha definito «gravi e inaccettabili» le dichiarazioni di La Russa, «soprattutto perché arrivano dalla seconda carica dello Stato alla vigilia della festa della Liberazione». I partigiani, ha osservato Fornaro, «hanno combattuto per la libertà, la democrazia e la dignità del Paese; i militanti della Repubblica Sociale Italiana hanno scelto di stare dalla parte di un regime complice del nazismo e responsabile di persecuzioni, repressione e violenze, non spettatori, ma complici attivi nella persecuzione degli ebrei. Mettere queste esperienze sullo stesso piano non è un gesto di riconciliazione».