Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!

Si poteva superare la bruttezza di Citizen Vigilante, il film tedesco di Uwe Boll (censurato in Germania e tanto apprezzato da Elon Musk) che inneggia alla giustizia fai-da-te come rimedio sovrano ai problemi dell’Occidente meticciato e debosciato? Sì, con il suo spin-off made in Italy, ossia la canonizzazione mediatica e, potenzialmente, anche politica, di Mario Roggero, il gioielliere piemontese 72enne che cinque anni fa sparò a tre rapinatori in fuga, ammazzandone due e ferendone uno. L’uomo, condannato per omicidio volontario, si è visto confermare in Cassazione la pena di 14 anni e 9 mesi comminata in appello, ridotta rispetto ai 17 anni della sentenza di primo grado.

Non ha mai mostrato ripensamento, e tantomeno pentimento o dispiacere, per avere spento due vite in un raptus di esasperazione. Nei suoi videomessaggi esprime rammarico solo per gli effetti negativi che il suo atto (o meglio, la «persecuzione» scatenata su di lui dai magistrati) ha avuto sulla sua famiglia, e su Instagram ha invitato i follower a essere «la sua voce» sottolineando che, vista l’età, la pena che gli hanno inflitto equivale all’ergastolo.

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Mario Roggero con la moglie Mariangela Sandrone.

Un po’ meno testosteronico del messaggio che Sanders, il Citizen Vigilante interpretato dal dolicocefalo biondo Armie Hammer (l’attore di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino), trasmette ai bianchi perbene dopo aver corcato di botte adolescenti molesti, soppresso giudici troppo tolleranti e soprattutto dopo aver ammazzato a sangue freddo dozzine di migranti: «Vi sto solo mostrando come fare, finché non sarete in grado di farlo da soli».

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Un frame di Citizen Vigilante.

Roggero, il cover boy per le politiche securitarie delle destre

Ma siamo sulla stessa linea: Roggero è uno che quella lezione l’aveva già appresa e messa in pratica, e sa di avere un folto fan club, grazie anche alla campagna a suo favore promossa da Giuseppe Cruciani dai microfoni de La Zanzara. Le destre, da Roberto Vannacci al pacioccone Antonio Tajani, lo hanno ufficialmente scelto come cover boy per le loro politiche securitarie, già pensando alle prossime elezioni: finora l’unico aspetto del fascismo da cui “Evita Melon” e camerati hanno preso apertamente le distanze, vedi il post della premier, riguarda i principi della legittima difesa stabiliti dal guardasigilli di Benito Mussolini, Alfredo Rocco, nel codice del 1930 (proporzionalità, necessità della reazione, attualità del pericolo).

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Una foto d’archivio di Benito Mussolini (Ansa).

Però aiutare a morire un malato terminale consenziente è un crimine

Nemmeno ai tempi del Duce la difesa della “roba” valeva una vita umana, compresa quella di un delinquente, figuriamoci due o tre. I post-fascisti, invece, riconoscono a ogni Mazzarò il diritto di diventare Robocop. Agli occhi dell’attuale maggioranza, aiutare a morire un malato terminale consenziente è un crimine, mentre prendere a calci un ladro agonizzante dopo avergli sparato nella schiena è moralmente giustificabile. A lasciarli fare, lo sarebbe anche legalmente. Nel frattempo, vogliamo negargli almeno la grazia del presidente della Repubblica?

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Giuseppe Cruciani e Roberto Vannacci con le maglie pro-Ruggero (foto Ansa).

La solidarietà della Canalis (che pure senza armi da fuoco neutralizza i cattivi!)

E poi ci sono quelli e quelle che, più che a tenersi il posto in parlamento, sembrano puntare a riaverlo in televisione. La solidarietà a Roggero coagula più celebrities di una copertina di Chi o di un’edizione del Grande Fratello Vip, da Melissa Satta a Elisabetta Gregoraci, da Sabrina Salerno a Elisabetta Canalis (che pure, essendo esperta di Krav Maga, kickboxing e Muay thai, potrebbe neutralizzare orde di rapinatori anche senza bisogno di armi da fuoco).

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Elisabetta Canalis sul ring durante una gara di di kickboxing (foto Ansa).

E se tornasse in auge il gesto della P38?

Per il gioielliere che ha vendicato sul posto e sanguinosamente l’assalto al suo negozio eseguito con un coltello e una pistola giocattolo, da parte di queste signore non c’è solo comprensione, ma una vera e propria identificazione. E tutto questo in uno dei Paesi europei dove si commettono meno rapine (ci battono Francia, Spagna e Germania). In un prossimo futuro, potrebbe tornare in auge il gesto della P38. Solo che a farlo non saranno gli autonomi o gli antagonisti, ma le soubrette vigilantes.

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Una manifestazione pro Palestina e contro la politica sulla scuola del governo italiano (foto Ansa).

Caso Roggero, Meloni: «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti?»

Anche la premier Giorgia Meloni sul caso di Mario Roggero, 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, entrando a gamba tesa sulle richieste di indennizzo da parte dei parenti dei ladri uccisi dal gioielliere. «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto. Con l’ultimo DDL Sicurezza introduciamo una regola di puro buon senso: chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato non può chiedere alcun risarcimento, né possono farlo i suoi familiari», ha scritto Meloni sui social. E poi: «Chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso. Lo Stato sta dalla parte delle persone perbene. Non dei criminali». Per la grazia a Roggero (per quale intanto è arrivato l‘ordine di carcerazione) si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale.

L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi

Ormai quel che succede nella Lega è tutto «made in Verdini». È la battuta velenosa che più circola tra i leghisti di lungo corso, dirigenti e parlamentari, che, a torto o a ragione, identificano nella donna del capo – un leitmotiv nella storia secolare della politica e in quella decennale di via Bellerio – l’origine della fase decadente di Matteo Salvini.

L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi

Francesca Verdini e la fastidiosa etichetta di “Yoko Ono di via Bellerio”

La linea è stata superata con quel «cafone» gridato da Francesca sul prato di Pontida in risposta a chi contestava Matteo al termine del funerale di Umberto Bossi, il 22 marzo scorso, chiedendo al segretario di riconsegnare la Lega ai militanti. E se non suscitava molte simpatie prima, da allora la figlia di Denis Verdini fatica a staccarsi di dosso l’etichetta della “Yoko Ono di via Bellerio“. A seguire le sono state addossate molte colpe, tra cui anche il ravvedimento last minute di Salvini e il mancato accordo con Luca Zaia per la formazione di un partito del Nord all’interno della Lega.

Il documentario con Davide Vecchi sul caso David Rossi

Ed è così che, nel flusso di notizie che alimentano questa narrazione interna, gira da giorni nelle chat di leghisti la locandina digitale del documentario in uscita per la Casa Rossa, la società di produzione di Verdini. Nel post, pubblicato sulla pagina social della Casa rossa il 13 luglio, compare di profilo il volto di Davide Vecchi, da qualche mese guru della comunicazione leghista, voluto si dice proprio da Francesca. Il caso David Rossi è il titolo del documentario, disponibile sul canale YouTube della casa di produzione a partire dal 17 luglio.

«David Rossi: un volo nel vuoto. Tredici anni di silenzi, omissioni e verità negate», si legge in un altro post. «Dopo i successi delle precedenti produzioni true crime, La Casa Rossa torna a indagare nei meandri più oscuri della cronaca italiana, continuando a usare il linguaggio della docu-serie per fare luce dove le ombre sono più fitte», si continua. «Siamo orgogliosi di annunciare Il caso David Rossi, una nuova miniserie sul mistero di Rocca Salimbeni che sarà vostra da venerdì prossimo». E si assicura: «Guidati dall’esperienza e dal coraggio di Davide Vecchi, il giornalista processato e poi assolto per le sue inchieste sul caso, ricostruiremo i tasselli di un dramma derubricato per due volte a suicidio e che oggi, finalmente, vede una clamorosa svolta giudiziaria con l’ipotesi di omicidio. Preparatevi a un viaggio scomodo ma necessario».

Le fibrillazioni nella squadra della comunicazione

Insomma, un’operazione giornalistica che non avrebbe nulla di strano. Una società che produce il documentario di un cronista che ha seguito la vicenda giudiziaria. Sennonché ormai tutto quello che succede attorno a Vecchi sembra creare agitazione nella Lega. Il suo inserimento alla guida della comunicazione è stato vissuto come un’ingerenza della famiglia nel partito. E l’uscita dello storico portavoce di Salvini, Matteo Pandini, che è passato di recente alla guida della comunicazione di Enav, oltre alle defezioni che si registrano nel gruppo dell’ufficio stampa, non migliorano certo il clima. I rapporti con i giornalisti poi non sarebbero migliorati, le interviste di Salvini ai quotidiani sarebbero ormai rarefatte. Mentre il ruolo del nuovo portavoce, Cristiano Bosco, pare essere limitato all’alimentazione dei canali social e WhatsApp.

Grazia a Roggero, Mattarella bacchetta Nordio: cosa è successo

Dopo la condanna confermata in Cassazione per Mario Roggero, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha avviato l’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia per il gioielliere piemontese a cui sono stati inflitti 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori. Una mossa, peraltro arrivata dopo la raccolta firme del centrodestra in Parlamento, che ha “costretto” il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a richiamare il Guardasigilli.

Il faccia a faccia al Quirinale tra Mattarella e Nordio

Nel tentativo forse di riguadagnare punti dopo il clamoroso smacco del referendum sulla giustizia, Nordio ha tentato una forzatura istituzionale, cercando di trasformare il potere di grazia – strumento di clemenza di natura squisitamente tecnico-giuridica – in un atto politico. Ma in un incontro al Quirinale, come spiega una nota del Colle, Mattarella ha ricordato al ministro della Giustizia i limiti del suo ruolo e ha sottolineato che la grazia – strumento raro e altamente selettivo – è prerogativa del capo dello Stato. Secondo l’Ansa, Mattarella durante il colloquio avrebbe ricordato al ministro Nordio le parole di Luigi Einaudi: «È dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce».

Grazia a Roggero, Mattarella bacchetta Nordio: cosa è successo
Carlo Nordio e Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

La grazia, l’istruttoria e il ruolo del ministero della Giustizia

A prevedere la grazia è l’articolo 87, comma 11, della Costituzione. Si tratta di un atto di clemenza individuale che condona in tutto o in parte una pena, oppure la trasforma in un’altra specie prevista dalla legge. Può essere concessa anche senza che venga fatta domanda, ma solo su iniziativa del presidente della Repubblica. La domanda, comunque, può essere presentata dal condannato, oppure da persone a lui vicine indicate dalla legge: parenti più stretti, convivente, tutore o curatore, avvocato difensore. Aperta l’istruttoria, il ministero della Giustizia acquisisce gli atti processuali, i pareri della magistratura di sorveglianza, informazioni sulla condotta del condannato e sulla sua situazione personale e familiare. Al termine, il fascicolo viene trasmesso alla presidenza della Repubblica. Che a quel punto può decidere se concederla o meno (e può farlo appunto anche senza alcuna domanda pervenuta). L’avvio dell’istruttoria, insomma, è solo il presupposto affinché la pratica arrivi sul tavolo del capo di Stato, non un’indicazione sulla decisione finale.

Non è una questione di merito, ma di metodo

Fonti del Quirinale hanno sottolineato che non è una questione di merito sulla grazia a Roggero: le motivazioni della sentenza della Cassazione, che ha respinto il ricorso del gioielliere, verranno rese note tra mesi. Si tratta invece di una questione strettamente di metodo. Mattarella, sostanzialmente, ha convocato Nordio per ricordargli che – in generale – non può avviare un’istruttoria di sua iniziativa. Il ministero della Giustizia è responsabile dell’istruttoria che viene aperta per verificare la legittimità di una domanda di grazia, ma solo dopo che questa è stata rivolta a Quirinale. Come recita la sentenza n. 200 del 2006, richiamata nel comunicato del Colle, è riconosciuta «espressamente la possibilità che la grazia sia concessa anche in assenza di domanda», ma «in ogni caso l’iniziativa potrà essere assunta direttamente al presidente della Repubblica, al quale da tempo si è riconosciuto tale potere».

Grazia a Roggero, Mattarella bacchetta Nordio: cosa è successo
Mario Roggero (Facebook).

Roggero continua inoltre a proclamarsi incidente

Mattarella, insomma, ha sottolineato nel colloquio con Nordio che il Quirinale non è un organismo che ratifica decisioni prese altrove o sotto pressione popolare, bensì un’istituzione che valuta i casi con autonomia e distacco politico. Il ministro ha tra l’altro avviato l’istruttoria tralasciando completamente un elemento essenziale per la concessione della grazia: il riconoscimento delle responsabilità da parte del condannato. Roggero, infatti, continua a proclamarsi innocente, segno che non ha ancora preso coscienza della gravità del delitto commesso.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche

Ma quanti sono questi partiti e partitini di centro in procinto di scendere in campo alle elezioni politiche del 2027? Ormai s’è perso il conto, mentre i loro leader cercano di capire come presentarsi e con chi presentarsi. C’è insomma un sontuoso affollamento nel settore di campo libdem, riformista eccetera eccetera.

Renzi, il muro del M5s e le voci di un accordo con Schlein

Il più ingombrante di tutti è sempre Matteo Renzi, capo di Italia Viva meglio nota oggi come Casa Riformista. Ambisce a far parte del campo largo (CL), ma c’è chi non lo vuole, come il M5s di Giuseppe Conte, che passa le giornate a spiegare perché Renzi sarebbe un traditore – come dice Chiara Appendino – o quantomeno uno da imbullonare al programma elettorale (che sarà deciso a partire da settembre, con calma) in modo tale che non possa avere adeguata agibilità politica. Renzi da mesi è il miglior portavoce dell’opposizione. Ci crede più lui di Conte alla possibilità che nasca una coalizione di centrosinistra unitaria, allargata. Epperò non basta mai. Anche se c’è chi sostiene che al di là delle scaramucce Renzi abbia già un accordo con Elly Schlein per farsi candidare alle prossime elezioni nelle liste del Pd (non sarebbe una novità, citofonare Pier Ferdinando Casini).

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Onorato e la carica dei libdem: da Marattin a Calenda fino a Picierno

Renzi però non è l’unico a correre al centro. C’è l’assessore romano ai Grandi Eventi Alessandro Onorato, con il suo PCI (Progetto Civico Italia), benedetto da Goffredo Bettini, con cui il centrosinistra vorrebbe sostituire Renzi facendo leva sul qualunquismo del buonsenso. Difficilmente potrà andare oltre una candidatura nelle liste parlamentari del centrosinistra; toh, magari pure l’elezione sarà in qualche modo garantita, ma non sembra Onorato il campione dei libdem italiani, uno capace di cambiare gli equilibri della coalizione.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Alessandro Onorato (Imagoeconomica).

Tra i quali possiamo annoverare Luigi Marattin con il suo Partito Liberaldemocratico e anche Carlo Calenda, leader di Azione che sembra procedere spedito verso la candidatura in solitaria alle elezioni del 2027, sentendosi incompatibile con entrambe le coalizioni.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Adriana Pepe con Luigi Marattin (Imagoeconomica).

«Mi pare abbastanza chiaro che si andrà a votare ad aprile con cinque coalizioni. La destra, i fascisti putiniani, la sinistra, il centro europeista, i comunisti putiniani (D’Orsi, Di Battista, Basile etc)», ha scritto il leader di Azione su X, lanciando il «campo dei ‘volenterosi’»: «A inizio settembre costruiremo un incontro con TUTTE le forze che ruotano intorno all’area europeista: popolari, libdem, riformisti, socialisti liberali, per stabilire insieme le regole di ingaggio per un lavoro comune». In programma c’è una due giorni pubblica «per lanciare una mobilitazione in tutta Italia a partire dai 10 mila giovani incontrati nelle università e nelle iniziative fatte su tutto il territorio».

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Della partita sarà Pina Picierno, che sta organizzando manifestazioni europeiste per il mese di settembre (tra il 10 e il 12 settembre ci sarà la seconda edizione della Conferenza di Ventotene per la libertà e la democrazia). Prima però sarà in piazza con Calenda a Caserta ed Ercolano (il 21 luglio). Nel frattempo Picierno cerca di dare una struttura al suo movimento, Spazio Pubblico, nato dopo la fuoriuscita dal Pd, e prova ad allargare il consenso: Adesso! Italia, movimento che punta «a far ripartire l’ascensore sociale» è appena entrato a far parte di SP.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Pina Picierno (Imagoeconomica).

Le ambizioni da rammendatore di Ruffini

Poi c’è la solita +Europa di Riccardo Magi, dunque il movimento Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, che ancora sembra ambire a fare da rammendatore – federatore a questo punto sembra troppo – delle anime dell’opposizione. «In un mondo che ci invita continuamente a sottrarci e fare finta di nulla, facciamo assieme un passo avanti», c’è scritto nel manifesto del movimento. «Perché bisogna tornare a credere nel futuro ed esserne responsabili. Nulla si costruisce in solitudine: è necessario riscoprire la forza di un progetto collettivo capace di unire, ispirare e cambiare».

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica).

Più che un centro, è una diaspora

Sarà dura resistere alla retorica centrista da qui all’anno prossimo, quando tutti ci spiegheranno che il bipolarismo è una truffa, che non è vero che non c’è spazio al centro, anzi, arriverà da lì la vera novità del 2027. Eppure con la polarizzazione dello scontro sempre più feroce, non sembrano esserci grandi spazi per la sobrietà centrista. Non sarebbe stato meglio fare un bel partito unico di ispirazione riformista anziché disperdere il consenso in mille direzioni? Più che un centro politico, sembra una diaspora

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche

Nordio avvia l’istruttoria per la concessione della grazia a Roggero

«Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha avviato l’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia in favore di Mario Roggero». È quanto comunicato direttamente da Via Arenula in riferimento al caso del gioielliere 72enne di Gallo di Grinzane (Cuneo), che il 28 aprile 2021 uccise due rapinatori e ne ferì un terzo in seguito a un colpo nel suo negozio, per il quale ieri è arrivata dalla Cassazione la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere.

La mobilitazione del governo per la grazia

Per la grazia a Roggero si sono mobilitati diversi esponenti del centrodestra – che ha avviato una raccolta firme in parlamento – e anche del governo, da Matteo Salvini ad Antonio Tajani, fino a Guido Crosetto. Il segretario della Lega ha affermato sui social: «Un padre, un nonno, un marito e un lavoratore per una vita, che arriva a 72 anni per essere mandato in carcere perché ha reagito a un’aggressione, a un furto, a una rapina nel suo negozio, nel negozio di famiglia, con moglie e figlia presenti e a rischio. Ritengo ingiusta questa condanna».

Crosetto, invece, ha dichiarato: «La giurisprudenza che le leggi al punto di stravolgerle. Ha consentito di mandare in libertà dopo pochi anni anche assassini di servitori dello Stato, per questo ciò che è accaduto a Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare».

Futuro Nazionale, invece, aveva organizzato un sit-in davanti alla Corte di Cassazione, a Roma, in solidarietà a Roggero. Alla richiesta di grazia si è unito anche Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte. Roggero, nonostante gli annunci degli ultimi giorni, non si è ancora costituito.

Lite Zangrillo-Brunetta: cos’è successo

Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo e il suo predecessore Renato Brunetta sono stati protagonisti di uno scontro verbale molto acceso, arrivando persino a strattonarsi. È successo a margine dell’assemblea nazionale dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi), dove è stato rieletto presidente Antonio Patuelli.

Lite Zangrillo-Brunetta: cos’è successo
Renato Brunetta (Ansa).

La rabbia di Brunetta per l’intervista di Zangrillo

Motivo del contendere un’intervista rilasciata la settimana scorsa da Zangrillo a La Stampa, in cui il ministro aveva rivolto dure critiche alla riforma della Pubblica Amministrazione targata Brunetta e risalente al 2009, con Silvio Berlusconi premier. Affermazioni che, evidentemente, l’attuale presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) non ha gradito.

Il botta e risposta tra l’ex ministro e il suo successore

Brunetta avrebbe strattonato per un braccio Zangrillo, ammonendolo per quanto detto a La Stampa. A quel punto il ministro avrebbe sottolineato che, in effetti, «quella riforma ha fallito». Da qui la replica dell’ex forzista: «Certe cose si possono anche pensare, ma non è bello dirle». Lo scambio sarebbe proseguito con Zangrillo a sottolineare di dover rispondere solo agli italiani e non all’interlocutore, e con un Brunetta ancor più inviperito: «Non sai quello che dici. Hai raccolto i frutti del lavoro che ho fatto io». L’attuale ministro della PA gli avrebbe detto: «Non penso e non lo pensa neanche la Corte dei Conti, visto che ha rilevato come il 90 per cento dei dipendenti pubblici aveva risultati eccellenti». A quel punto Brunetta avrebbe dato la colpa ai ministri venuti dopo di lui. E a Zangrillo, che gli aveva fatto notare di essere stato a capo della PA anche con Mario Draghi: «In quel periodo avevo altre cose da fare».

Lite Zangrillo-Brunetta: cos’è successo
Paolo Zangrillo (Ansa).

La lettera di Brunetta a Zangrillo con i numeri a suo favore

l battibecco non è però finito qui. Brunetta avrebbe spedito una lettera al «caro Paolo» Zangrillo, suffragando le critiche all’intervista con i numeri e, in particolare, mettendo a confronto alcuni dati delle rispettive gestioni della Pubblica Amministrazione: «I dirigenti valutati con punteggio inferiore a 100/100 sono passati dal 13 per cento del 2023 all’11 per cento del 2024. Nel biennio 2021-2022, invece, sotto la mia gestione, quella quota aveva raggiunto il 33 e il 22 per cento, i valori più elevati dell’intera serie storica». E poi: «Il fenomeno che denunci si è dunque accentuato proprio sotto la tua guida. Ti invito a riflettere su entrambe le circostanze: la prima consegna alla tua diagnosi il valore di un’autocritica; la seconda dice qualcosa sullo stato presente di quella trasparenza che il 2009 aveva voluto totale. A mancare, in questi 17 anni, sono stati gli orchestrali e gli arrangiatori».

Via libera della Camera alla nuova legge elettorale

La Camera dei deputati ha approvato in prima lettura la riforma della legge elettorale con 217 voti a favore, 152 contro e 2 astenuti. La votazione della norma targata centrodestra è avvenuta con scrutinio segreto. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. L’esito del voto è stato accolto da un applauso di esultanza della maggioranza, reduce dalla sconfitta sulle preferenze.

LEGGI ANCHE: Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale

Legge elettorale, bocciato anche l’emendamento dei vannacciani sulle preferenze

Continuano alla Camera i lavori sulla legge elettorale. Dopo la bocciatura dell’emendamento promosso dalla maggioranza, che ha rappresentato una grave sconfitta per Giorgia Meloni, è arrivato anche il semaforo rosso – sempre con scrutinio segreto – per l’ultimo testo rimasto sulle preferenze, firmato dai deputati di Futuro Nazionale. I voti contrari sono 233, mentre quelli favorevoli 139. Dopo il voto, i vannacciani di Montecitorio hanno esposto in segno di protesta cartelloni con slogan come: «Partiti padroni? No! Cittadini sovrani» e «Io voto, io scelgo!».

LEGGI ANCHE: Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale

Le opposizioni: «Svelata una nuova minoranza di governo Fn-FdI»

Dopo la bocciatura della proposta dei vannacciani, Movimento 5 stelle, Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa e Italia Viva hanno chiesto una conferenza dei capigruppo immediata, in quanto «l’emendamento svela una nuova minoranza di governo fatta da Futuro Nazionale e Fratelli d’Italia», come ha affermato il capogruppo pentastellato Riccardo Ricciardi: «Si è creata una componente politica di chi ci ha messo “la faccia” e ci ha aggiunto “la feccia”, come loro stessi si autodefiniscono. In questo momento non si capisce dove stanno Lega e Forza Italia, che sono state sbattute fuori dalla compagine di governo». Così la capogruppo dem Chiara Braga: «Si è costituita una maggioranza di destra-destra. La maggioranza al governo non c’è più».

Bocciato anche testo di Azione sul 50 per cento di donne nelle liste

Nel corso delle votazioni la maggioranza ha bocciato, con 223 voti contrari e 142 favorevoli, l’emendamento di Azione (sostenuto da tutte le forze di opposizione) che prevedeva la presenza di almeno il 50 per cento di donne nelle liste che assegnano i seggi del premio a chi vince le elezioni. Nel testo della riforma della legge elettorale si dispone che le liste circoscrizionali a livello nazionale devono rispettare la proporzione di genere di 60 e 40.

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia

«Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude». Dopo il referendum sulla giustizia di marzo, Giorgia Meloni non nasconde rabbia e delusione per la seconda grande batosta del suo mandato a Palazzo Chigi: quella nell’importante voto alla Camera riguardante l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale. Un emendamento promosso da Fratelli d’Italia assieme a due partiti minori centristi della coalizione, Noi Moderati e l’Unione di Centro, sostenuto esplicitamente dalla premier ma appoggiato controvoglia (e solo in extremis) da Lega e Forza Italia. La proposta è stato bocciata con 188 voti contrari, a fronte di 187 favorevoli. Uno scarto minimo, ma tant’è: più di 30 deputati della maggioranza, approfittando del voto segreto, ha votato contro le indicazioni del proprio governo.

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia
Giorgia Meloni (Ansa).

L’amarezza di Meloni: «Serve una riflessione»

«Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci», ha scritto Meloni sui social.

I sospetti dei meloniani sugli alleati

Alla vigilia del voto, pare che Meloni avesse avvertito Matteo Salvini e Antonio Tajani: «Se l’emendamento sulle preferenze non passa, si va al voto». Tuttavia, nonostante la sconfitta alla Camera, la presidente del Consiglio avrebbe escluso di salire subito al Quirinale, come tra l’altro le sta chiedendo l’opposizione. Di sicuro, dopo l’esito del voto è subito scattata la “caccia” al franco tiratore. Il ministro meloniano Francesco Lollobrigida ha minimizzato, parlando di «cosa puntiforme» ed escludendo un dissenso «organizzato». Vista la ritrosia dei due partiti, nel mirino sono ovviamente finiti gli esponenti di Lega e Forza Italia, con i sospetti concentrati soprattutto su quest’ultimi, essendo i più allergici alle preferenze. E, in generale, i due partiti hanno detto (almeno di facciata) sì all’emendamento solo dopo la certezza del voto segreto.

Ciriani parla di «istinto di autoconservazione»

«Con la complicità delle opposizioni, 20-25 parlamentari del centrodestra mossi da un istinto di autoconservazione hanno pensato di fare i propri interessi e non fare quello dei cittadini e del governo» . Lo ha detto a Sky Tg24 Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento ed esponente di FdI. Poi ha aggiunto: «Noi non intendiamo concludere la nostra esperienza di governo e siamo orgogliosi della stabilità che abbiamo dato al Paese, il centrodestra ha lavorato bene per quattro anni, c’è stato questo episodio di ieri che intendiamo superare».

Forza Italia e Lega respingono le accuse

«Secondo i nostri calcoli i franchi tiratori sono 31. E non c’è nessuno dei nostri, sono sicuro», ha detto il capogruppo leghista Riccardo Molinari. Il Carroccio contava ben otto assenti, mentre i forzisti solo due, entrambi «giustificatissimi», ha assicurato Andrea Orsini: «Francesco Cannizzaro è a fare il sindaco (di Reggio Calabria, ndr) e Deborah Bergamini è inviata al summit del Ppe a Madrid. Le giustificazioni degli altri io non le ho viste…». Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, si è detto sicuro che «i vannacciani hanno votato contro». Ma i deputati di Futuro Nazionale sono arrivati a filmare il loro voto segreto per evitare ogni accusa. E, comunque, il partito dell’ex generale ad oggi non fa parte della maggioranza.

Il campo largo esulta: «Meloni si dimetta»

A fronte di una maggioranza in difficoltà, c’è un’opposizione che festeggia. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, stavolta compatti, hanno invocato l’apertura di una crisi di governo. «Siamo stati perfetti. Non abbiamo perso un voto, in Aula come in piazza, è questa la nostra immagine», ha dichiarato Schlein. «Meloni voleva un antipasto di premierato, ha ricevuto un aperitivo di elezioni anticipate. Adesso tragga le conseguenze, salga al Colle e si dimetta», il coro dei quattro leader.

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia
Elly Schlein (Ansa).

Così Conte: «Avete sfiduciato la vostra premier. Ora che siete andati sotto vi rimane un’unica cosa: aprire una crisi di governo e andare a casa perché tocca a noi. Se ha il senso della dignità, dell’onore e delle istituzioni, Meloni vada dal capo dello Stato, non c’è altro da fare».

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia

Renzi: «Subito al voto, nessun inciucio»

Ribadendo di essere favorevole alle preferenze e definendo «una vergogna» il voto contrario dei franchi tiratori all’emendamento che «migliorava la pessima legge elettorale», anche Matteo Renzi ha invocato le dimissioni di Meloni: «Il dato di fatto è semplice: la maggioranza non c’è più. Meloni vada al Quirinale subito e si dimetta. Non ha la fiducia del popolo e oggi ha perso anche quella del palazzo. Noi prendiamo un impegno: nessun inciucio, nessun governo tecnico. Si vada subito al voto», ha scritto sui social il leader di Italia Viva.

Calenda: «Teatrino ridicolo, Italia allo sbando»

Carlo Calenda, leader di Azione, ne ha invece sia per i vincitori che per gli sconfitti: «La politica italiana si occupa di legge elettorale, con la maggioranza che va sotto e il campo largo, senza un leader, un programma e una linea di politica estera, che strilla scompostamente “elezioni”. È l’immagine plastica di un’Italia allo sbando, con la destra e la sinistra attori di un teatrino ridicolo».

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale

Il voto segreto, questo sconosciuto… La battuta d’arresto della maggioranza sulla legge elettorale è meno di una crisi di governo ma più di un semplice incidente d’Aula. E fa, o dovrebbe far, riflettere Giorgia Meloni sul metodo con il quale non solo intende governare nei prossimi mesi, ma soprattutto intende dare la scalata al Quirinale per sé o per un suo fedelissimo.

A caccia dei franchi tiratori

Riavvolgendo il film, in pillole: Meloni in campagna elettorale promette che rimetterà le preferenze, poi al momento di scrivere la riforma elettorale se ne dimentica, perché alla fine le liste bloccate fanno gola ai leader che possono scegliersi i ‘propri’ parlamentari. Tutto bene fino all’arrivo di Roberto Vannacci, che ricorda la promessa e gliela rinfaccia. Al Senato le posizioni sono cristallizzate ma alla Camera si riaprono i giochi: FdI scrive e presenta un emendamento che introduce le preferenze (anche se con un capolista bloccato) e con questo ottiene il sì di facciata di Lega e Forza Italia, da sempre contrari. Le opposizioni annusano l’aria nervosa del Transatlantico, chiedono il voto segreto e nel segreto dell’urna una trentina di franchi tiratori di centrodestra impallina, nell’ordine, l’emendamento, la legge e la premier.

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Il video che il deputato di Futuro Nazionale Domenico Furgiuele ha postato sulla votazione alla Camera sulla legge elettorale, 14 luglio 2026 (via Instagram).

Il messaggio lanciato dagli alleati a Meloni

La sceneggiatura è scritta, la minoranza chiede le dimissioni del governo, Meloni denuncia la «palude», ma sa che quella palude è la sua maggioranza e con quella dovrà fare i conti.

Di certo ora il cammino della legge elettorale si allunga, tutto verrà sanato a Palazzo Madama, ma comunque alcuni messaggi sono giunti forti e chiari a chi, come la premier, mangia pane e politica da quando stava ancora al liceo. Il precedente a cui tutti hanno pensato è il referendum sulla giustizia. La leader di FdI ha imposto la prova di forza della consultazione popolare che, come ormai sanno premier di destra e di sinistra, penalizza le riforme portate avanti a sportellate dalla maggioranza di turno. Sulla legge elettorale è stato tutto un fraseggio di fughe in avanti e frenate ma il leitmotiv è stato di nuovo una sostanziale sottovalutazione delle riserve degli alleati.

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Antonio Tajani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Sulle regole del gioco serve trattare

Il futuro immediato è il governo: almeno nove mesi con pochi soldi e una campagna elettorale mentre Vannacci cannoneggia su Palazzo Chigi. In realtà nella gestione dell’esecutivo la premier ha dimostrato di saper dosare mediazione e pugno di ferro, ha dalla sua le divisioni dell’opposizione e la percezione che se il tema centrale diventa il binomio sicurezza/migranti il centrodestra ha un vantaggio. E infatti nessuno crede davvero che ci saranno ripercussioni su Palazzo Chigi. Ma le regole sono un capitolo a parte. Il futuro prossimo, poi, è l’elezione del Presidente della Repubblica. Con sprezzo della scaramanzia, Giorgia Meloni ha detto pari pari che vuole il Colle per la sua parte politica, un messaggio alla sua maggioranza per far capire qual è la vera posta nel voto del 2027. Ma gli alleati le hanno risposto in modo secco: va bene aspirare al Quirinale ma devi trattare con noi.

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La corsa al Colle e l’incognita del voto segreto

Perché il trait d’union tra l’episodio di martedì sera e il grande gioco delle elezioni del capo dello Stato è il voto segreto. Tutti gli scrutini sono segreti, a oltranza. E i franchi tiratori, dietro le cortine che nascondono l’urna, da peones si sentono improvvisamente re. Sono state scritte enciclopedie sul loro ruolo; semplificando, la norma è che puoi convincere i capi dei partiti ma non hai automaticamente in tasca i singoli parlamentari. A volte giocano un ruolo anche ripicche personali, aspirazioni frustrate, vendette politiche. Con pacchetti di voti si mandano messaggi trasversali più o meno cifrati. E dunque solo il leader che coglie l’onda giusta, la sa cavalcare ed è pronto alla mediazione porta a casa il risultato. Per dire: persino Matteo Renzi mediò con Pier Luigi Bersani per far eleggere il primo Mattarella. Insomma, martedì i giocatori hanno spostato il terzo pedone, dopo il voto sul referendum e la candidatura di Giorgia Meloni di un esponente di destra; ma la partita a scacchi è appena iniziata, per il Quirinale si vota nel 2029, ce ne saranno di mosse da raccontare…

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Palazzo del Quirinale (Imagoeconomica).

Legge elettorale, il voto finale alla Camera sarà a scrutinio segreto

Il voto finale sulla riforma della legge elettorale, approdata oggi alla Camera, avverrà a scrutinio segreto. Lo ha annunciato il presidente di turno Fabio Rampelli, deputato di Forza Italia, spiegando inoltre che – a fronte della richiesta arrivata dalle opposizioni – verranno votati a scrutinio segreto tutti gli emendamenti alla legge elettorale con i requisiti previsti dal regolamento di Montecitorio: 114 sugli oltre 200 presentati.

Il post di Meloni sull’emendamento sulle preferenze

«Oggi pomeriggio si voterà l’emendamento, proposto da Fratelli d’Italia e condiviso dai partiti della maggioranza, per introdurre le preferenze nella legge elettorale, come in molti, anche tra le opposizioni, hanno chiesto», aveva scritto Giorgia Meloni sui social, facendo intendere di temere i franchi tiratori: «A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto».

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero

A Roma i ristoranti hanno sostituito le sezioni di partito di una volta: le riunioni per decidere le strategie elettorali si svolgono tra un piatto di branzino su crema di patate e il classico sauté di cozze e vongole, per evocare un “re del pesce” come Valter Lavitola, impegnato a scegliere il futuro leader del campo largo. Ecco così che nel pieno dei commenti sul caso Ranucci spunta un appuntamento voluto da un finissimo politico, il kingmaker della sinistra romana, il nobile nato nel Pci che ha deciso di consegnare le sue fortune familiari e personali per creare la fortezza capitolina del Partito democratico, un monolite che solo Gianni Alemanno riuscì a disintegrare: Goffredo Bettini.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero

Anche in questo caso, un ristorante: a Vigna Pia, distante dal centro tradizionale, e si chiama “La carovana”. Un nome che sembra scelto apposta per rendere l’idea di un gruppo indisciplinato, composto da profili diversi, e che a molti fa venire in mente L’armata Brancaleone di Mario Monicelli, con gente raccattata in giro. Ma chi ci sarà con Bettini nella serata del 27 luglio, a Roma, quando ormai si saprà tutto della nuova legge elettorale?

Presente il miglior “spiccia faccende” disponibile sulla piazza romana

Alla sua destra apparirà Claudio Mancini, «il vero sindaco di Roma», «l’uomo senza il quale Roberto Gualtieri non saprebbe nemmeno accendere la luce della sua stanza in Campidoglio» (la battuta è di un dirigente del Comune, che ovviamente ha preteso l’anonimato per tutta la vita), «il general contractor che stipula accordi con l’opposizione», insomma il miglior “spiccia faccende” disponibile sulla piazza romana, e che è parlamentare del Pd.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
Claudio Mancini (foto Imagoeconomica).

La candidata giusta per la Cultura?

Non solo per una questione di quote rosa, sarà presente al tavolo dei relatori anche Laura Delli Colli, storica presidente del sindacato dei critici cinematografici italiani, erede della dinastia Delli Colli che ha segnato con altissima professionalità la qualità del grande cinema (Tonino Delli Colli è stato un gigante come direttore della fotografia dei massimi registi mondiali). Già, perché nelle segrete stanze romane si parla di Laura Delli Colli come potenziale futura ministra della Cultura nel caso di una vittoria “de sinistra” alle Politiche 2027, oppure, male che vada, come assessora alla Cultura del Comune di Roma, in caso di (probabile) conferma di Gualtieri alle Amministrative.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
Laura Delli Colli (foto Imagoeconomica).

«Non è faziosa, è molto intelligente, conosce come pochi altri il settore dello spettacolo. Pensate che compra i vestiti all’Ovs di corso Francia», così la raccontano i suoi amici più stretti. La classica “risorsa” da spendere sul mercato della politica che può venire in mente solo a Bettini, il quale già la convinse a diventare presidente della Fondazione Cinema per Roma, con l’unanimità del collegio dei soci fondatori composto da Roma Capitale, Regione Lazio, Camera di Commercio di Roma, Fondazione Musica per Roma, Istituto Luce Cinecittà – Mibac (regnante, al ministero, Dario Franceschini).

L’occasione: il primo numero su carta di Rinascita

Ma qual è il motivo di questa singolare convocazione? La pubblicazione del primo numero su carta (altra vecchia passione bettiniana) di Rinascita, che Goffredo ha voluto riportare in vita per creare un dibattito all’interno (e non solo) della sinistra. Saranno ovviamente ben accette le presenze dei vari Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e compagnia, magari pure Francesco Rutelli, ma la scena avrà un protagonista assoluto, Goffredo Bettini da Jesi, con tutta la sua cultura, la sua immaginazione, quella sapienza distillata nei secoli e che è visibile nell’enorme archivio gentilizio di famiglia depositato presso la Biblioteca Comunale Planettiana della città marchigiana.

Si parlerà di sinistra: voti, interessi, energie…

E quando parla Bettini, Roma si ferma per comprendere quale sarà il futuro della città: dalle sue parole si capirà quali sono le prospettive della sinistra, la sua capacità di attrarre voti, interessi, energie, oltre che di mobilitare il mondo della cultura, del cinema, dello spettacolo «per la causa del bene comune, per creare una nuova società, per accompagnare i giovani verso un futuro di ideali e di speranze», per usare una terminologia bettiniana. E dopo la cena del 27 luglio non si potrà certo andare in vacanza, perché comincia la campagna elettorale: senz’altro quella comunale, per quella nazionale chissà…

Legge elettorale, il Pd pronto a chiedere il voto segreto anche sulle preferenze

Inizia oggi 14 luglio alla Camera l’esame della riforma della legge elettorale, che vede i deputati di Montecitorio chiamati a votare oltre 200 emendamenti. Il principale nodo da sciogliere è quello delle preferenze, punto su cui si erano divise sia le opposizioni che la maggioranza. Nel secondo caso, in extremis è arrivato il sì di Lega e Forza Italia. Sul voto si aggira comunque lo spettro dei franchi tiratori: il Partito democratico si prepara infatti a chiedere il voto segreto su tutti gli emendamenti per i quali è consentito dal regolamento, incluso appunto quello sulle preferenze.

Legge elettorale, il Pd pronto a chiedere il voto segreto anche sulle preferenze
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Schlein: «Il Pd continuerà a fare muro»

Durante la sua relazione all’assemblea congiunta dei gruppi Pd, la segretaria dem Elly Schlein ha definito «pessima» e «irricevibile nel metodo e nel merito» la nuova legge elettorale, a suo modo di vedere costruita «su misura» dalla maggioranza «per paura di perdere le elezioni, facendo forzature costanti in Parlamento». Schlein ha spiegato che il Pd continuerà pertanto «a fare muro assieme alle altre opposizioni». E poi: «Con questa destra non voteremo nulla, mentre voteremo tutti gli emendamenti soppressivi e quelli comuni presentati con i nostri alleati. Voteremo anche tutti gli emendamenti dei nostri alleati che pure superano le liste bloccate con collegi uninominali o preferenze».

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente

Dopo quattro mesi di stallo il governo sblocca finalmente la nomina della presidenza Consob: ad occupare la casella lasciata libera da Paolo Savona, il cui mandato settennale è scaduto a marzo, sarà l’economista Guido Stazi, attuale segretario generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) e prima ancora segretario generale proprio presso la Commissione di vigilanza per i mercati e la borsa.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente
Guido Stazi (Imagoeconomica).

Stazi è stato indicato da Forza Italia

La scelta di Stazi, esperto di piattaforme elettroniche e big data, è stata sponsorizzata da Forza Italia e ha ricevuto il via libera anche dalla Lega, che nei mesi scorsi aveva tentato di piazzare alla presidenza della Consob il sottosegretario al ministero delle Finanze Federico Freni. Quest’ultimo però a metà maggio ha fatto un passo indietro a causa delle perplessità all’interno della maggioranza e avanzate in particolare dagli azzurri, che spingevano per una figura più tecnica.

Chi è l’economista che guiderà la Consob

Romano classe 1957, Stazi da marzo del 2022 ricopre l’incarico di segretario generale dell’Agcm, di cui è stato anche responsabile del Comitato valutazioni economiche. L’economista, inoltre, è stato capo di gabinetto dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (2005-2012) e, come detto, segretario generale della Consob (2013-2017). In passato docente di Economia e politica della concorrenza nella facoltà di Scienze economiche e bancarie dell’Università di Siena e editorialista di Milano Finanza, Stazi è autore di volumi in materia di antitrust, regolazione ed economia digitale.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente
Guido Stazi (Imagoeconomica).

La nomina sblocca anche Antitrust e Anac

La nomina di Stazi, che otterrà semaforo verde in Cdm, è destinata a sbloccare anche quelle per le presidenze di Agcm e Anac, che – salvo sorprese – verranno spartite tra i tre partiti di maggioranza. Il vertice della Consob appunto a Forza Italia, quello dell’Antitrust a Fratelli d’Italia e quello dell’Autorità nazionale anticorruzione alla Lega.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia

Un’Italia un po’ bicefala. In soli quattro giorni il nostro Paese mostrerà plasticamente come la sua politica estera tentenni tra due vertici: da una parte il Quirinale, dall’altra Palazzo Chigi. Sono sfumature, nulla di definitivo, i fondamenti sono salvi. Siamo sempre ancorati all’Onu, all’Occidente, alla Nato e alla Ue. Epperò sul parallelo Washington-Parigi tra lunedì e mercoledì le cancellerie di mezzo mondo si segneranno sulle agende chi c’era di qua e chi c’era di là. E sono agende che restano. A volte, per convenienza, vengono chiuse temporaneamente nei cassetti, anche se chi apre poi quei cassetti cambia alle prossime elezioni.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Giorgia Meloni (Ansa).

Tajani a Parigi e Mattarella alla parata del 14 luglio

Dunque, per fare un breve riassunto, nelle agende sarà segnato che lunedì al vertice dei volenterosi a sostegno dell’Ucraina voluto da Emmanuel Macron a Parigi, il governo Meloni ha mandato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Emmanuel Macron e Antonio Tajani (Ansa).

Politica estera al massimo livello e vicepremier, ma non premier. Mentre martedì alla parata del 14 luglio sugli Champs-Élysées ci sarà Sergio Mattarella, il capo dello Stato.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente francese Emmanuel Macron (Ansa).

L’invito di Rubio al vertice delle polemiche

Cambio di continente: il 16 luglio a Washington, il Segretario di Stato Marco Rubio ha convocato un vertice internazionale di contrasto al terrorismo di sinistra, i cosiddetti Antifa, sono invitati 60 Paesi ma gli europei nicchiano. L’Italia manderà (salvo cambi di programma) il viceministro all’Interno Nicola Molteni (apriti cielo dalle opposizioni). Non il ministro, ma un gradino di sotto, sulla falsariga della partecipazione italiana da osservatori al nascente e poi fallimentare Board of peace

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Marco Rubio (Ansa).

È obbligatorio fare la tara alle due diverse occasioni. Sia Macron sia Trump amano le autocelebrazioni e i trionfalismi, il primo è a fine mandato e sente il fiato sul collo del Rassemblement National di Marine Le Pen; il secondo tra quattro mesi scarsi passerà sotto le forche caudine delle elezioni di midterm mentre i sondaggi crollano. È ovvio che i loro inviti vogliano dare segnali agli elettori e siano un messaggio per rappresentare se stessi al meglio. È altrettanto ovvio che Mattarella abbia accettato l’invito di Macron: sarà seduto accanto ad altri 25 capi di Stato per celebrare un Paese amico e cofondatore della Ue. Da lui mai nessuno dubbio sul sostegno all’Ucraina, alla Ue e a un legame sano e paritario con gli Usa. Più da decifrare l’ok del governo all’invito di Rubio. Per alcuni è un tentativo di non tagliare i ponti con Trump dopo lo scontro delle settimane scorse, per altri è un tentativo di mostrarsi sensibili al tema della sicurezza cavalcato da Roberto Vannacci. Di certo il governo tiene ma a fatica nel suo sostegno all’Ucraina, ha una visione critica della Ue e sta cercando una nuova via per relazionarsi all’America di Trump. L’idea se non di fare da ponte, almeno di non farlo saltare, resiste in attesa di vedere l’effetto che fa. Son sfumature, si sa, ma a volte una sfumatura rende il quadro più nitido. 

Legge elettorale, depositati oltre 200 emendamenti: cosa prevede quello di FdI sulle preferenze

È scaduto alle 14 il termine per la presentazione degli emendamenti alla nuova legge elettorale, il cui esame alla Camera riprenderà martedì 14 luglio. In tutto ne sono stati depositati oltre 200. Tra essi anche la proposta di modifica, firmata da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Unione di Centro, ma non da Forza Italia e Lega, che prevede il capolista bloccato e a seguire la possibilità di mettere fino a tre preferenze di cui una di genere tra i sei nomi già scritti sulla scheda che saranno alternati in ordine di genere.

Cosa prevede la proposta di FdI, Noi Moderati e Udc

Nella proposta di Fratelli d’Italia, Noi moderati e Unione di Centro (Lega e Forza Italia si sono presi del tempo per riflettere), il comma 4 ex articolo 1 viene sostituito con il seguente: «Ogni elettore dispone di un voto da esprimere su un’unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista, corredato dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale e dei candidati delle liste circoscrizionali presentate ai fini dell’eventuale attribuzione del premio di governabilità». E poi: «Ogni elettore, inoltre, può esprimere fino a tre preferenze in favore di candidati nel collegio plurinominale della lista votata tra quelli che non sono capolista». I seggi ottenuti dalla lista nel collegio sarebbero quindi assegnati partendo dal capolista, mentre per quelli successivi verrebbe seguita la graduatoria determinata dai voti di preferenza. In caso di parità tra due candidati prevarrà l’ordine di presentazione della lista. Quanto alla parità di genere, in caso di più preferenze espresse, «queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza nell’ordine di lista». Sulla scheda, il primo nome dopo il capolista potrà essere dello stesso genere di quest’ultimo. Ma i sei candidati sottoposti alle preferenze dovranno poi seguire un ordine alternato.

Legge elettorale, arriva l’emendamento sulle preferenze

Alle ore 14 di oggi, lunedì 13 luglio, scade il termine per la presentazione degli emendamenti alla nuova legge elettorale, il cui esame alla Camera riprenderà martedì 14 luglio. Secondo quanto filtra da fonti di maggioranza, Fratelli d’Italia assieme a Noi Moderati e all’Unione di Centro depositerà un emendamento che prevede il capolista bloccato e a seguire la possibilità di mettere fino a tre preferenze di cui una di genere tra i sei nomi già scritti sulla scheda che saranno alternati in ordine di genere. Una proposta, questa, volta anche a raccogliere precedenti proposte delle attuali opposizioni, ma – in attesa di ulteriori interlocuzioni nei partiti e tra alleati – non sottoscritta da Forza Italia e Lega. Per quanto riguarda il Carroccio, dopo l’apertura mostrata nei giorni scorsi da Matteo Salvini, il vicecapogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha affermato che «incaponirsi sulle preferenze non ha molto senso». FdI continua però a lavorare per una mediazione. Non è escluso che, in assenza di un accordo, si arrivi a un voto palese in Aula, che metterebbe in evidenza le divisioni sia nella maggioranza che nelle opposizioni.

L’emendamento per la riduzione delle circoscrizioni Estero

Il centrodestra ha però presentato un emendamento unitario alla legge elettorale che riduce le circoscrizioni Estero: diventano così due circoscrizioni per la Camera e una per il Senato. Attualmente le circoscrizioni sono: Europa, compresi i territori asiatici della Federazione russa e della Turchia; America meridionale; America settentrionale e centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide.

La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero

Al momento è solo una scommessa, una suggestione che ritorna, uno scenario da fantapolitica. Ma per le due sorelle Meloni può essere una soluzione politicamente furba. Se da un lato Giorgia vuole concludere la legislatura da presidente del Consiglio, battendo il record da Guinness dei Primati e poi ricandidarsi alle elezioni politiche del 2027, alleati permettendo, dall’altro c’è anche la sorella Arianna che ha un suo ruolo. Oltre a guidare il partito (ma tutti rimpiangono Francesco Lollobrigida, «che come ministro non sarà ricordato negli annali, ma in via della Scrofa metteva tutti in riga», spifferano quelli di Fratelli d’Italia) coltiva ambizioni politiche. E deve condividerle con la sorella Giorgia. Qui esce con tutta la sua virulenza “il problema Roma”.

La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero

Il solito Rampelli e il disturbo di Vannacci

Mentre a sinistra, anzi nel campo largo, è già pronto il candidato al Campidoglio, ossia il sindaco uscente Roberto Gualtieri, ringalluzzito dal successo sui social (fuori dalla Capitale, però, perché quei video in città non piacciono per niente) e dai miliardi per la città elargiti dal governo Meloni, a destra ancora non esiste uno straccio di nome in campo. A parte Fabio Rampelli, il vicepresidente della Camera dei deputati che corre (come sempre) una partita tutta sua, ora c’è pure l’incubo della discesa in campo del generale Roberto Vannacci con il suo partito Futuro nazionale, che potrebbe anche schierare come candidato sindaco l’ex inquilino del Campidoglio Gianni Alemanno, innanzitutto con l’obiettivo di contare le forze nella città e fare uno sgambetto alla destra. Insomma, alla fine Vannacci potrebbe essere il migliore alleato di Gualtieri, una sorta di “campo largo aggiunto” pur facendo parte di uno schieramento situato politicamente dall’altra parte.

La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
Arianna Meloni con Fabio Rampelli (foto Imagoeconomica).

L’elemento chiave: election day sì o no?

In mancanza di candidati, veniamo dunque all’idea: Arianna Meloni candidata sindaca di Roma. Mediaticamente porterebbe un vantaggio: un raddoppio della presenza politica del “brand Meloni”, a livello locale e nazionale, che darebbe vita a un bombardamento comunicazionale, dicono gli esperti, con la moltiplicazione meloniana. E forse proprio per questo Giorgia non vuole l’election day per le Comunali e le Politiche, un tema che scalda il Quirinale dato che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella preferisce evitare spese inutili, facendo notare che due appuntamenti elettorali a breve distanza rappresenterebbero uno spreco di denaro pubblico. Separare le urne, facendo votare una volta per le Politiche e un’altra per le Comunali, consentirebbe però a Meloni di scindere le due campagne elettorali e testare la forza del partito a livello locale, specie nel caso di una candidatura della sorella Arianna a Roma.

Gualtieri rafforzato dall’asse con Caltagirone

Tra i tanti problemi che la Capitale porta in evidenza, oltre all’amministrazione capitolina, c’è anche il comportamento editoriale del gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone, che con Il Messaggero ogni giorno elogia la gestione Gualtieri. Prendiamo come esempio le pagine di giovedì 9 luglio della cronaca romana del quotidiano di via del Tritone. Apertura su una “non notizia”, cioè la ridefinizione delle aree e dei quartieri di Roma che ora sono diventati addirittura 332. «Stilata con metodi scientifici», si legge, la «pianta della Capitale non veniva redatta dal 1961, quando furono individuate 165 aree urbane»: per un costruttore è un argomento vitale, per il lettore normale forse no.

La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero

Seguitiamo: “Atac, terzo bilancio positivo”, dove si sottolinea che per l’azienda municipalizzata è «un bilancio tutto con il segno più», «conti ancora in ordine», con un elenco di elogi che non finisce mai. Sotto, “Rifiuti, via libera al piano, la Tari ritoccata del 5 per cento” con la spiegazione benevola di «rialzi dovuti ma limitati». Se una volta ogni rincaro veniva bacchettato senza pietà dal Messaggero, ora viene giustificato scrivendo di un prossimo «potenziamento dei servizi sul territorio senza precedenti», con l’impegno del Campidoglio a «contenere al minimo l’incremento della tariffa Tari». Nessuna voce dissonante, solo l’azienda cara a Gualtieri che parla e minimizza l’aumento.

Stesso trattamento di favore per il governatore Rocca

Analogo trattamento lo ha la Regione Lazio di Francesco Rocca, con articoli sulle imprese regionali che «investono sempre di più» con una fotona del governatore, e in un’altra pagina la nascita del Garante per i diritti per gli anziani del Lazio. In questo panorama, il patto siglato tra Caltagirone e Gualtieri a Villa Miani, nel corso di un lungo pomeriggio romano, sembra non concedere spazi a un candidato alternativo della destra.

La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).

La tentazione di lanciare Arianna resta comunque forte. Evitando l’election day, se arrivasse prima l’appuntamento con le Politiche, il piano potrebbe portare le due sorelle in parlamento, una alla Camera e l’altra al Senato, e da senatrice Arianna farebbe con grande serenità la sua campagna elettorale per il Campidoglio. Una sorta di paracadute, nel caso l’avventura non andasse in porto: una poltrona a Palazzo Madama, comunque, ci sarebbe.

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?

Giuseppe Conte, Roberto Vannacci, Alessandro Di Battista. La quinta colonna del soft power russo in Italia. Non si tratta di essere prezzolati: aderiscono al filo-putinismo perché ci credono o perché è conveniente crederci. «Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti», dice il leader del M5s sul palco napoletano della prima riunione comiziale del campo largo (o meglio ristretto, non c’era Matteo Renzi), suscitando le comprensibili perplessità di quei riformisti superstiti del Pd che ancora chiedono: ma che davero davero dobbiamo allearci con questo signore?

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giuseppe Conte a Napoli (Ansa).

Si inserisce, nel dibattito sulla Russia, pure il generale in pensione: «Non sono d’accordo con Conte, è lui che è d’accordo con me». E non è un modo di dire, visto che questa settimana le delegazioni di Lega, M5s e FN hanno votato contro la relazione del 2025 del Parlamento europeo sull’Ucraina, testo in cui vengono accolti positivamente gli sforzi del Paese verso l’adesione ai Ventisette.

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Le litanie anti-europeiste di Dibba

Insomma non ce la vogliono proprio l’Ucraina nell’Unione, d’altronde per codesti signori Putin ha delle sue solide ragioni per volere la conquista di Kyiv. A dare manforte alle preziose opinioni putiniste ovviamente c’è anche Di Battista. Paper First, casa editrice del Fatto Quotidiano, ha inaugurato qualche tempo fa la collana SmartBook e la prima uscita è stata La Russia non è il mio nemico firmato Dibba, nel quale viene descritto un Paese immaginario a uso e consumo del Cremlino. La linea editoriale è la stessa del Fatto, come dimostrano gli editoriali travaglisti che ormai si sono sintonizzati su due standard: Renzi è un fellone e deve stare a casa sua, Putin ha delle ragioni che voialtri europeisti da strapazzo non vedete. Con una pubblica opinione così a che serve spendere milioni per comprare la gente? C’è gente che lo fa gratis, per l’engagement. Dibba lo fa forse per farci sghignazzare, anche quando è troppo serio e si lancia nelle litanie antieuropeiste nei suoi libercoli: «Basti pensare che finora l’Unione europea ha sostenuto il regime di Zelensky con quasi 200 miliardi di euro di denaro pubblico. Non solo. La folle strategia europea, sostenuta evidentemente dalla massiccia campagna denigratoria nei confronti di tutto quel che è russo, è servita a far accettare alle pubbliche opinioni del vecchio continente non solo i maxi-finanziamenti a Kyiv e le consegne di armamenti (molti dei quali spariti e presumibilmente finiti sul mercato nero), ma anche la sostituzione del gas russo, economico e di ottima qualità, con il gnl statunitense (gas naturale liquefatto), peggiore, più caro e molto più inquinante, dato che arriva in Europa non attraverso un gasdotto ma trasportato da immense navi-cisterne», scrive Dibba. Se la «denigrazione della Russia e dei russi» servisse almeno «ad arricchire l’Europa, non dico che arriverei ad approvarla ma almeno a comprenderla; ma la strategia Nato/Ue sta invece impoverendo l’Europa e contemporaneamente sta riducendo drasticamente le possibilità per l’Ucraina di restare un Paese sovrano».

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

Pd e FdI sono pronti a gestire i filoputiniani di area?

Ora, tutti questi signori saranno impegnatissimi in vista delle elezioni politiche del 2027. Conte, Vannacci, Travaglio con i suoi editoriali in cui condiziona la direzione politica del M5s. Dibba pure, visto che pare stia meditando di fare un partito suo. Conte, Vannacci e Dibba rischiano comunque di essere un serio problema per le coalizioni, perché rappresentano delle sacche di propaganda in lotta con la democrazia liberale. Tutti hanno buone possibilità di fare danni. Soprattutto chi è già saldamente in campo. Conte può far deragliare il campo largo, magari riuscendo persino a diventarne il capo in caso di primarie. Vannacci può condizionare il dibattito pubblico della destra al contempo bastonando e offrendosi al destra-centro. Pd e Fratelli d’Italia sono pronti a gestire i filo-putiniani di area? Fin qui parrebbe di no. 

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giorgia Meloni ed Elly Schlein (Ansa).