L’allarme di Tajani: «Possibili tentativi di influenze russe sul voto in Italia»

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani teme possibili ingerenze della Russia alle prossime elezioni italiane. «È una questione generale, è una questione che riguarda tutta l’Unione europea, ma non è da escludere che possano esserci tentativi di condizionare le elezioni dei Paesi dove si vota. Sono convinto che possa accadere, per questo bisogna intervenire in anticipo», ha detto parlando da Gymnich, in Irlanda. «Non escludo che possano esserci tentativi da parte della Federazione Russa di interferire nella vita democratica dei Paesi dell’Unione europea, interferendo sulle libere elezioni democratiche che si svolgono nei nostri Paesi, cercando di condizionare con questa attività deprecabile la volontà popolare», ha aggiunto. E ancora: «Noi continueremo a vigilare, non è un caso che ci sia stata una riforma del ministero degli Esteri. Dal primo di gennaio c’è una direzione generale che si occupa della sicurezza, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista operativo, e non è un caso che ci sia una sala operativa che opera 24 ore su 24, proprio per respingere gli attacchi cibernetici, molti dei quali arrivano da hacker russi, contro le nostre sedi diplomatiche, contro il ministero».

Salvini: «Italiani non hanno mai votato per influenze russe»

Sulle parole di Tajani è intervenuto a stretto giro il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini: «Non so se Tajani ha degli elementi in più rispetto a quelli che ho io, ma non voglio mancare d’intelligenza rispetto alla libertà di scelta degli italiani che non hanno mai votato né penso voteranno per influenze russe, cinesi, americane, israeliane o palestinesi. Non parlo di Tajani, ma mi sembra che ci sia un’ansia anti russa che mi preoccupa. La Russia ha invaso e ha scatenato una guerra e non c’era necessità, ma ho come l’idea che qualche cancelleria europea non voglia metter fine a questa guerra e cerchi qualche pretesto magari per vendere altre armi. Non ho l’ansia che i russi invadano Torre Maura o Tor Bella Monaca».

Come il M5s può giocarsi la carta Ranucci

Sigfrido Ranucci candidato alle prossime Politiche per il Movimento 5 stelle? La suggestione negli ultimi giorni è girata, tanto che mercoledì Giuseppe Conte, sollecitato in materia, si è visto costretto a smentire. «È una voce trapelata forse per indebolire la sua figura, ma per quanto mi riguarda non ho mai parlato della possibile candidatura di Ranucci né col diretto interessato, né con alcun esponente del M5s», ha assicurato l’ex premier davanti alle telecamere de La7. Un paio di fonti autorevoli del partito, però, assicurano che della questione nei giorni scorsi in via di Campo Marzio si è parlato, facendo arrivare la cosa anche al conduttore, che naturalmente non ha ancora preso alcuna decisione riguardo il suo futuro.

Come il M5s può giocarsi la carta Ranucci
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il M5s e la carta Ranucci

A buona parte dei pentastellati, però, l’idea piacerebbe, perché consentirebbe loro di fare una parte della campagna elettorale dando battaglia contro TeleMeloni e a difesa della libertà di stampa e del giornalismo d’inchiesta, messo a dura prova dalla cacciata del giornalista dal programma; ma pure dal mancato recepimento da parte dell’Italia dell’European media freedom act (Emfa) per colpa della melina del centrodestra. Per non parlare del fatto che Ranucci porterebbe ai 5 stelle un discreto pacchetto di voti in più, addirittura il 2-3 per cento secondo i più ottimisti. Anche perché l’ex braccio destro di Milena Gabanelli è già in campagna elettorale, visto il successo del suo tour in giro per l’Italia, Diario di un trapezista, che a ogni appuntamento registra la presenza di migliaia di persone. Il giornalista uscirà in autunno con un nuovo libro, cui seguiranno altri incontri e presentazioni, che potrebbero diventare l’antipasto ideale di una candidatura.

Come il M5s può giocarsi la carta Ranucci
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).

Il partito è sceso subito in campo pro-Report

I 5 stelle, del resto, sono il partito politico che in queste settimane più si è schierato dalla parte del conduttore, con dichiarazioni a tamburo battente e interviste dei suoi maggiori esponenti, da Conte all’ex presidente della Vigilanza Barbara Floridia, e poi altri, soprattutto deputati e senatori della commissione sulla tv pubblica, da cui tutta l’opposizione si è dimessa in blocco. Solidarietà a Ranucci è arrivata anche da altre forze politiche, come Pd e Avs, ma sono i 5 stelle ad averne fatto una vera battaglia politica per l’autonomia di Report. Una battaglia che, al di là di come finirà la vicenda dal punto di vista televisivo e giudiziario, da Campo Marzio assicurano che sarà uno dei temi forti della campagna elettorale pentastellata. Se poi lo si potrà fare presentandosi addirittura insieme a Ranucci, tanto meglio. 

Come il M5s può giocarsi la carta Ranucci
Barbara Floridia (Imagoeconomica).

La partita per Report non è ancora chiusa

Per ora il conduttore è in attesa e non ha ancora perso del tutto la speranza di tornare a Report. La redazione ha fatto sapere che un dialogo con la Rai può riprendere solo a patto che i due conduttori designati, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, facciano un passo indietro. Mercoledì nel primo pomeriggio il direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini incontrerà gli inviati della squadra per discutere della ristrutturazione del programma. Si attende poi la risposta dei vertici aziendali alle richieste di chiarimenti degli avvocati di Ranucci, che esigono motivazioni dettagliate per la sua cacciata dal programma. E infine, anche alla luce della risposta della tv pubblica, bisognerà vedere se partirà un’azione legale per puntare al reintegro di Ranucci e quale ne sarà l’epilogo. Difficilmente, però, il giornalista accetterà le tre proposte che gli sono state avanzate dall’azienda: la vice direzione ad personam di Tg3 o RaiNews o l’ufficio di corrispondenza del Cairo. Com’è assai difficile che Ranucci possa passare alla concorrenza: né Mediaset, né La7 in questi anni hanno mai manifestato interesse per un programma simil-Report per gli elevati costi che comporta, di realizzazione del prodotto e di spese legali. Ma difficile è anche l’ipotesi di un Report in onda fuori dai grandi gruppi tv, sull’esempio della prima stagione di Servizio Pubblico di Michele Santoro nel 2011, trasmesso in diretta sul web e su una rete di canali locali.

Come il M5s può giocarsi la carta Ranucci
Daniele Piervincenzi (Imagoeconomica).

La tentazione della politica resta

Ranucci, insomma, è pronto alla pugna, mediatica e politica. Alle elezioni manca ancora tempo, Conte per ora l’ha scartata, ma tutto può ancora accadere e nulla si può escludere, come ha dichiarato lo stesso Ranucci alla domanda su una sua discesa in politica. «Non escludo nulla», ha detto il giornalista qualche giorno fa. Come extrema ratio, una candidatura potrebbe rappresentare un’arma in più per la battaglia contro chi l’ha epurato dalla sua creatura televisiva. E per Conte un Ranucci “anti-Meloni” da sbandierare in campagna elettorale sarebbe un bel colpo, anche in chiave anti-Schlein.   

Vannacci «invitato in pompa magna» a Cernobbio, Calenda dà forfait

Dalle spiagge della Versilia alle sponde del Lago di Como: ci sarà anche Roberto Vannacci tra i relatori della prossima edizione del Forum Ambrosetti di Cernobbio, in programma a Villa d’Este dal 4 al 6 settembre. Sulla presenza del fondatore di Futuro Nazionale, indiscusso protagonista dell’estate politica italiana, si è espresso il leader di Azione Carlo Calenda. Che, criticando il trattamento di favore riservato all’ex generale, ha annullato la sua partecipazione.

Calenda: «Peggiore tradizione del lobbismo italico»

«Al Forum Ambrosetti hanno invitato in pompa magna Vannacci. Il segretario di Futuro Nazionale non dovrà confrontarsi nel panel con tutte le altre opposizioni ma godrà di un trattamento preferenziale in un panel a lui dedicato», ha scritto Calenda sui social, aggiungendo che «secondo la peggiore tradizione del lobbismo italico si corre a genuflettersi davanti all’ultimo populista, in questo caso un neofascista, razzista e pro-russo». E poi: «Credo che questa dovrebbe essere una buona ragione per considerare seriamente la partecipazione al Forum da parte di imprenditori e leader politici. Per quanto mi concerne ne starò alla larga». Calenda avrebbe dovuto partecipare domenica alla sessione dell’Agenda per l’Italia dedicata alle opposizioni insieme con Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 stelle, Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, Angelo Bonelli, portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra, e Matteo Renzi, leader di Italia Viva.

Vannacci «invitato in pompa magna» a Cernobbio, Calenda dà forfait
ROBERTO VANNACCI FUTURO NAZIONALE

Chi sarà invece presente alla kermesse di Cernobbio

Se Calenda nel weekend starà alla larga da Cernobbio, in tanti hanno invece risposto presente. D’altra parte si tratta di un prestigioso incontro internazionale, che accoglie da sempre un parterre di relatori provenienti da tutto il mondo. Oltre ai già citati esponenti dell’opposizione ci sarà infatti mezzo governo Meloni, tra cui l’odiato (da Calenda) Matteo Salvini, ospite fisso del Forum Ambrosetti. Tra i relatori anche Luciano Portolano, Capo di Stato Maggiore della Difesa. Sul Lago di Como arriveranno poi il primo ministro albanese Edi Rama, il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella e il sottosegretario Usa per gli Affari economici Jacob Helberg.

Vannacci «invitato in pompa magna» a Cernobbio, Calenda dà forfait
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Futuro Nazionale parteciperà al raduno neonazi in Trentino

Dopo l’organizzazione del piccolo “Squadrismo Summer Fest” in Veneto, anche la partecipazione al raduno neonazi “Ritorno a Camelot 2026”, che messo in piedi da Veneto Fronte Skinheads richiamerà dal 3 al 6 settembre a Pietramurata, frazione di Dro (Trento), il “meglio” – ossia il peggio – dell’ultradestra europea. Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, in costante ascesa nei sondaggi, non sembra aver alcuna intenzione di discostarsi dall’estremismo nero. Al raduno, dove sono attesi anche militanti di Blood & Honour, organizzazione sottoposte a sanzioni dal governo britannico nell’ambito della normativa antiterrorismo, parteciperanno infatti anche tesserati vannacciani. Lo ha annunciato Emilio Giuliana, responsabile di FN per la Provincia di Trento, in un’intervista all’Adige.

Pietramurata sarà blindata: impiegati almeno 120 agenti

Il raduno, ospitato negli spazi dell’Hotel Ciclamino di Pietramurata, dovrebbe richiamare tra le 300 e le 400 persone. E si terrà, nonostante le polemiche. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica si è riunito oggi a Trento, stabilendo un massiccio dispositivo di sicurezza: verranno impiegati almeno 120 agenti della polizia di Stato, oltre a carabinieri e Guardia di finanza. Questo perché nella frazione di Dro è attesa una manifestazione di protesta contro il raduno neonazi.

Futuro Nazionale parteciperà al raduno neonazi in Trentino
Emilio Giuliana (Facebook).

Le parole della sindaca e la richiesta di Bonelli al Viminale

Tra chi si è detto contrario all’evento c’è anche Ginetta Santoni, sindaca di Dro: «Non condividiamo lo spirito della manifestazione e spiace che Pietramurata debba diventare luogo di ritrovo di estremisti ed essere blindata». Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, che già aveva annunciato un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi chiedendogli di impedirne lo svolgimento, è tornato alla carica col Viminale dopo l’intervista a Giuliana: «Ha detto che il fatto che Blood & Honour sia classificata come organizzazione terroristica dal governo britannico per lui non sarebbe un problema. È una dichiarazione gravissima, che certifica come un partito che siede o ambisce a sedere in Parlamento europeo consideri irrilevante il fatto di muoversi nell’orbita di una rete neonazista sanzionata per terrorismo da un governo estero». Bonelli, che ha invocato l’applicazione della legge Mancino che punisce chi fa propaganda di idee basate sulla superiorità razziale o sull’odio etnico e religioso, ha poi sottolineato la presenza di riferimenti alla Gioventù hitleriana nel materiale legato al raduno e nei testi delle canzoni delle band che si esibiranno, una decina.

Legge elettorale, dal centrodestra tre emendamenti unitari

Sono tre gli emendamenti unitari alla Legge elettorale che il centrodestra dovrebbe depositare in commissione Affari costituzionali al Senato. Il primo è quello che traduce in norma l’intesa siglata dalle forze di maggioranza e che prevede l’inserimento delle preferenze, fermo restando il capolista bloccati. «Ogni elettore», si legge in una bozza del testo, «dispone di un voto da esprimere su un’unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista, corredato dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale e dei candidati delle liste circoscrizionali presentate ai fini dell’eventuale attribuzione del premio di governabilità. Ogni elettore, inoltre, può esprimere fino a tre preferenze in favore di candidati nel collegio plurinominale della lista votata tra quelli che non sono capolista». Nel caso di più preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza nell’ordine di lista.

Si ragiona sulla norma anti cespugli

Il secondo emendamento presentato è quello che prevede l’abolizione della norma anti cespugli introdotta alla Camera in base alla quale i voti espressi per le liste collegate all’interno di una coalizione che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3 per cento non concorrono al calcolo della cifra elettorale nazionale di coalizione, con la sola eccezione del “miglior perdente”. All’interno della maggioranza si sta però ragionando sulla possibilità di modificarla invece di cancellarla. Il nodo è dunque rinviato a quando la legge approderà in aula. Il terzo emendamento, infine, è di natura più tecnica ed è finalizzato a garantire la piena funzionalità della procedura prevista per il Senato nel caso in cui alla coalizione o alla lista singola cui è stato attribuito il premio di governabilità risultino assegnati più di 113 seggi. L’emendamento disciplina la procedura da seguire nel caso in cui il numero di seggi da sottrarre si riveli superiore ai seggi assegnati tramite resto e si prevede di ricorrere alla graduatoria crescente delle cifre elettorali regionali percentuali.

Parte la sfida a Salvini: ecco il comitato per il ritorno della Lega Nord

Aumenta ancora la pressione su Matteo Salvini, leader della Lega sempre più sulla graticola visto il costante calo di consensi del partito, ma non intenzionato a farsi da parte nonostante le spinte dei nordisti. Si sta avvicinando l’appuntamento di Pontida, e dunque una probabile resa dei conti. Ma c’è di più. Il 28 agosto, infatti, con l’obiettivo di ottenere la convocazione del congresso del partito originario Lega Nord per l’indipendenza della Padania, fondato da Umberto Bossi, è stato costituito a Forlì il ‘Comitato per il Congresso federale’.

Parte la sfida a Salvini: ecco il comitato per il ritorno della Lega Nord
Un raduno della “vecchia” Lega a Pontida (Imagoeconomica).

L’attuale commissario della Lega Nord è un fedelissimo di Salvini

La Lega per Salvini premier e la Lega Nord per l’indipendenza della Padania sono due entità diverse. Hanno entrambe sede in via Bellerio, ma la prima – nata nel 2017 – è una sorta di spin-off della seconda, che poi è stata commissariata nel 2020. L’intento dei promotori del Comitato, che vogliono «separare nettamente il fallimentare progetto salviniano e sovranista riscoprendo la Lega federalista e del buon governo», è convincere il commissario Igor Iezzi (salviniano di ferro) a convocare un nuovo congresso della Lega “originale”, così da ripristinare la piena operatività dei suoi organismi statutari e avere un partito già pronto per le prossime Politiche, riprendendosi peraltro il simbolo storico che raffigura il guerriero Alberto da Giussano con una spada sguainata e uno scudo con il Leone di San Marco.

Parte la sfida a Salvini: ecco il comitato per il ritorno della Lega Nord
Un raduno leghista a Pontida (Imagoeconomica).

La “vecchia” Lega potrebbe diventare un punto di riferimento per i dissidenti

L’ultimo congresso della Lega Nord si era tenuto nove anni fa a Parma: in quel caso Salvini prevalse senza troppi problemi contro Gianni Fava. Presidente e promotore fondatore del ‘Comitato per il Congresso federale’ è l’ex parlamentare Gianluca Pini, assieme a Roberto Fabbri e Paola Ragazzini. Il comitato, spiegano, ha già ottenuto anche un proprio codice fiscale dall’Agenzia delle Entrate e incassato l’adesione di centinaia di vecchi leghisti. Insomma, non si tratta di un’operazione nostalgia, di una provocazione o di una questione meramente ideologica, ma di un vero tentativo di rimettere in piedi la vecchia Lega Nord, che potrebbe diventare un punto di riferimento per tutti tutti i dissidenti della linea salviniana.

L’ultima sfida a Salvini? Riportare in vita la Lega Nord

Scalare la Lega Nord. La mossa, inedita, arriva da un gruppo di ex parlamentari e segretari provinciali del partito fondato da Umberto Bossi. E non ha nulla a che fare con il movimento per un «rinnovamento» del partito avviato dai lombardi Massimiliano Romeo e Attilio Fontana. L’obiettivo – anticipato dal cronista più esperto di Lega, Marco Cremonesi del Corriere della sera – è riprendere il controllo della ‘vecchia’ Lega Nord, nei fatti rottamata a fine 2017 e sostituita dalla Lega Salvini premier. Il vecchio movimento è stato negli anni tenuto in vita per saldare il debito con lo Stato per le irregolarità commesse dal tesoriere Francesco Belsito nella rendicontazione dei rimborsi elettorali. Insomma, è la Lega dei ‘famosi’ 49 milioni.

L’ultima sfida a Salvini? Riportare in vita la Lega Nord
Matteo Salvini al Meeting di Rimini (Imagoeconomica).

L’obiettivo è chiedere un congresso per rianimare la bad company

Un neonato comitato, guidato dall’ex deputato romagnolo Gianluca Pini, chiede ora il congresso per ‘rianimare’ la bad company mai completamente dismessa, sostenendo che sia titolare del simbolo usato dalla Salvini premier, l’Albertino da Giussano con lo ‘spadone’ sguainato.

L’ultima sfida a Salvini? Riportare in vita la Lega Nord
Gianluca Pini a Pontida nel 2015 (Imagoeconomica).

Pini & Co. vorrebbero sostituire il commissario in carica, il deputato milanese Igor Iezzi, amico storico di Matteo Salvini, perché, sostengono, «impedisce ai militanti di fare politica attiva e ha messo in atto violazioni pesantissime riguardo alle previsioni statutarie. Per esempio, non c’è il presidente, che era il povero Umberto Bossi». Insomma l’obiettivo è di «andare a congresso per eleggere un nuovo segretario e presentarsi alle prossime elezioni. Con in mano gli elenchi dei militanti». Al neonato comitato avrebbero «già aderito centinaia di vecchi leghisti che non sopportano più le operazioni salviniane».

L’ultima sfida a Salvini? Riportare in vita la Lega Nord
Igor Iezzi (Imagoeconomica).

Zaia resta alla finestra

I tentativi di rinnovare la leadership leghista appaiono sempre più scomposti mano a mano che passano i giorni. Intanto Luca Zaia continua a tacere e non schierarsi ufficialmente con il fronte dei critici di Salvini. Ma a fare campagna solo per se stesso e le battaglie che propone da mesi non esattamente in linea con il partito come quella a favore di una legge per il fine vita.

L’ultima sfida a Salvini? Riportare in vita la Lega Nord
Il presidente del Consiglio Regionale del Veneto Luca Zaia (Ansa).

Salviniani all’attacco sui 49 milioni

In via Bellerio e nell’entourage del segretario, la richiesta di un congresso per il ritorno alla Lega Nord è stata accolta con «sorpresa», fanno sapere fonti del partito. «Coloro che hanno rischiato di uccidere la Lega ora si rifanno vivi in cerca di una poltrona. Chi ha patteggiato per corruzione è disposto anche a farsi interamente carico dei 49 milioni di debiti che la Lega per Salvini Premier ha trovato in eredità e che sta tuttora pagando?».

Salvini, le strategie dei fedelissimi e l’aria gattopardesca della Lega

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». È poco lombardo e molto gattopardesco lo spirito che si respira nell’estate più calda della Lega dai giorni del Papeete del 2019.

Il capo come Don Fabrizio è chiuso nel suo fortino

Matteo Salvini, la cui leadership è stata messa per la prima volta in discussione da alcuni big lombardi, è un Don Fabrizio Salina asserragliato nel suo fortino. La villa del segretario alla Camilluccia è la Donnafugata leghista, con Donna Francesca Verdini che controlla tutto mentre si dedica alla coltivazione dei pomodori dell’orto, e gli ultimi fedelissimi del capo che provano a tirare le fila abbozzando una strategia. Al fianco di Salvini sono rimasti il vice Claudio Durigon, i falchi Claudio Borghi e Armando Siri, gli amici “fratelli”, Alessandro Morelli ed Eugenio Zoffili.

Salvini, le strategie dei fedelissimi e l’aria gattopardesca della Lega
Matteo Salvini e Alessandro Morelli (Imagoeconomica).

Durigon detta la linea della conservazione

L’affondo del duo lombardo composto da Attilio Fontana e Massimiliano Romeo è stato comunque attutito dal cuscinetto della nomenklatura leghista, poco incline ai cambiamenti perché teme di perdere, insieme al capo, le proprie posizioni. Tra i lealisti figurano i veneti Lorenzo Fontana e Alberto Stefani, i lombardi Silvia Sardone, Andrea Crippa e Luca Toccalini, la toscana Susanna Ceccardi. Assordante invece il silenzio di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Mentre in Trentino Maurizio Fugatti ha avuto il coraggio di evitare la photo opportunity a Pinzolo. Intanto Durigon detta la linea della ‘conservazione’, ovvero la confusa strategia in vista della manovra: sarà concordata con il ministro leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti? A giudicare dai desiderata irrealizzabili con i vincoli di bilancio parrebbe proprio di no.

Salvini, le strategie dei fedelissimi e l’aria gattopardesca della Lega
Claudio Durigon (Imagoeconomica).

I colonnelli Zoffili e Morelli

Veniamo ai colonnelli-fratelli. Zoffili era presente alla Versiliana proprio nel giorno delle contestazioni a Romeo (in tutto tre persone al grido di «il Capitano non si tocca»), come un tempo era accanto a Salvini quando il leader si aggirava per il Pilastro di Bologna suonando citofoni alla ricerca di spacciatori. Morelli è vice ministro con delega al Cipess ma nell’estate del caos si improvvisa inviato a Ceuta, come ai tempi di Radio Padania, con il microfono/gelato con il simbolo della Lega, per documentare la situazione a un mese dall’«invasione» di migranti nell’exclave spagnola in Marocco.

Torna anche il vecchio lessico a partire da «Finanziaria» (come, appunto, si chiamava 10 anni fa la legge di bilancio), e Salvini rispolvera battaglie classiche, come flat tax e pensioni, mentre festeggia il no dell’Islanda alla riapertura dei negoziati per l’adesione all’Ue definendolo una scelta di «democrazia».

Salvini, le strategie dei fedelissimi e l’aria gattopardesca della Lega
Eugenio Zoffili tra il pubblico della Versiliana (Lettera43).

Si rispolverano le vecchie battaglie (manca solo il ritorno del no-euro)

Il segretario riprende anche la battaglia contro l’apertura delle moschee, o quella per gli assegni a tutela dei padri separati. Insomma, ci manca solo che Borghi, oltre a chiedere un contributo extra alle banche, torni a sbandierare le sue teorie contro l’euro e siamo tornati al 2014. Intanto, l’atteso incontro di Salvini-Don Fabrizio con Tancredi-Romeo, colui che tutto vuole cambiare per ritornare alla Lega Nord, non è ancora avvenuto. Solo una stretta di mano fugace (col broncio) a Fontana-Angelica Sedara, spasmodicamente rincorso a margine del meeting di Comunione e Liberazione.

Salvini, le strategie dei fedelissimi e l’aria gattopardesca della Lega
La stretta di mano tra il leader della Lega Matteo Salvini e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana al padiglione del Mit al Meeting (Ansa).

La resa dei conti alla vigilia di Pontida?

Il conto alla rovescia per Pontida è partito e ormai il tempo stringe. Fioccano i retroscena diffusi ad arte dai ‘salvinisti’ che pensano così di dividere il fronte dei critici con ricostruzioni di offerte anche un po’ improbabili: la presidenza di una delle Camere a Zaia, un incarico al Csm per Fontana, la segreteria a Fedriga (niente per Romeo, ovviamente). Tutta fuffa – pare – per confondere le acque. Il segretario si è detto disposto ad accogliere il contributo di tutti. Ma allo stato, nulla è cambiato. Se non l’attaccamento al potere. I lombardi hanno chiesto un cambiamento prima del raduno sul sacro prato nelle valli bergamasche del 20 settembre. Se ciò non avverrà, hanno minacciato di dar vita a un‘associazione ‘nordista’. Non tutti i critici sono d’accordo: Zaia da mesi in privato placa i ‘ribelli’ e cerca di prendere tempo, non vuole ‘scope’ ma un passo indietro ‘spontaneo’ di Salvini, costretto dalla discesa dei consensi nei sondaggi. Si vedrà se avranno la meglio i più coraggiosi. O se il peccato che i lombardi non vorranno perdonare sarà il «fare», proprio come i siciliani del Gattopardo, abituati al «sonno», all’oblio e all’inerzia delle dominazioni che hanno subito.

Vannacci sull’ipotesi ballottaggio nella legge elettorale: «Mossa della paura»

Le riflessioni sul ballottaggio nella legge elettorale rappresentano «la mossa della paura». Lo ha scritto sui social Roberto Vannacci, riferendosi alle interlocuzioni in corso nella maggioranza sull’introduzione del doppio turno. «Se siamo così irrilevanti, perché tanta fretta di cambiare le regole? Se non contiamo nulla, perché costruire un argine?». Sono favorevoli all’ipotesi Fratelli d’Italia e Forza Italia, mentre a frenare è la Lega. Fermamente contro il ballottaggio anche l’opposizione in blocco.

«Per mesi Vannacci e Futuro Nazionale dovevano essere irrilevanti, una parentesi, uno zero virgola destinato a scomparire. Poi sono arrivati i sondaggi. E improvvisamente cambia tutto», ha scritto l’ex generale: nell’ultima rilevazione di BiDiMedia sulle intenzioni di voto, il suo partito ha superato anche Forza Italia. «Si parla di ballottaggi, di nuove formule elettorali, di meccanismi capaci di mettere al riparo il centrodestra dal rischio rappresentato da Vannacci». Il fondatore di FN ha aggiunto: «La legge elettorale non viene pensata per gli italiani. Non viene pensata per garantire una migliore governabilità. Viene pensata per cercare di neutralizzare un avversario che, democraticamente, si sta consolidando nel panorama politico italiano». E poi: «Quando la politica comincia a studiare le regole non per governare meglio, ma per difendersi dal consenso degli elettori, significa che la paura è già entrata nei Palazzi».

Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero

Nella Lega di Matteo Salvini c’è chi si è messo le mani nei capelli quando ha saputo dello “spiffero” che gira nei palazzi del potere: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è molto avvicinato alla premier Giorgia Meloni, e alla fine proprio Fratelli d’Italia potrebbe candidarlo alle elezioni politiche del 2027. A Palazzo Chigi la stima verso Piantedosi è cresciuta nel corso degli ultimi mesi, una volta superata la burrasca del caso Claudia Conte. Insomma, oltre al danno la beffa: Piantedosi era stato definito un tecnico dalla lunga carriera in ambito prefettizio (e non solo), ma comunque veniva posizionato nelle caselle dei partiti “in quota Lega”, tanto da ipotizzare un passaggio di Matteo Salvini dalla poltrona del ministero dei Trasporti a quella (sempre amata e mai dimenticata) del Viminale. E ora, al termine dei giochi, si fa mettere nelle liste dei fratellini d’Italia?

Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi con la premier Giorgia Meloni (foto Ansa).

Per il fu Capitano sarebbe l’ennesima sconfitta, in una legislatura che lo ha visto sempre nei panni del perdente. Agli occhi dei leghisti, tra l’altro, questa voce della candidatura meloniana spiegherebbe la frenata continua della presidente del Consiglio sull’eventuale uscita di Piantedosi dal Viminale, che è sempre rimasta sulla carta, nell’ambito degli slogan buoni per la fantapolitica. Nel frattempo, non a caso, il ministro dell’Interno è impegnato in un tour che ha tanto il sapore di una campagna elettorale: abbronzatissimo, è andato alla kermesse “La piazza del futuro” in quel di Ceglie Messapica, parlando di ogni argomento possibile, dalla vicenda Ranucci alla Sea Watch, passando per Russia, Schengen e non solo. Nella giornata di lunedì 31 agosto ecco Piantedosi a Napoli, in prefettura, per una riunione sull’emergenza bradisismo nei Campi Flegrei, tema carissimo al capogruppo di FdI alla Regione Campania Gennaro Sangiuliano. Poi ecco nel calendario una visita ufficiale in Friuli-Venezia Giulia fissata il 6 settembre per discutere della gestione dei presidi al confine con la Slovenia: frontiere e immigrazione, cioè proprio i cavalli di battaglia salviniani…

Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero

L’Italia conferma il blocco di Schengen con la Spagna per altri 15 giorni

Il governo ha deciso di prorogare di 15 giorni i controlli alla frontiera aerea e navale con la Spagna. Tutti i passeggeri di Paesi terzi in arrivo con voli e navi da scali spagnoli dovranno continuare ad esibire i documenti. La decisione è stata presa dopo una valutazione secondo cui la situazione nell’exclave spagnola di Ceuta non è ancora sotto controllo, con almeno 5 mila persone arrivate irregolarmente di cui la gran parte non è stata identificata e tra cui potrebbero celarsi terroristi di matrice jihadista. La Spagna potrebbe ora decidere di prorogare i controlli dei viaggiatori provenienti dall’Italia. Il provvedimento emesso dal governo spagnolo scade il 7 settembre, ma nei giorno scorsi Madrid aveva fatto sapere di attendere la decisione di Roma per stabilire se proseguire o meno con i controlli alla frontiera.

Pd, Franceschini ha rivelato di avere il Parkinson

Dario Franceschini, senatore del Pd ed ex ministro della Cultura, ha rivelato in un’intervista al Corriere di avere il morbo di Parkinson. «Mi è stato diagnosticato nel novembre del 2020. La diagnosi è stata una botta tremenda», ha raccontato. «Avevo avuto un infarto nel 2014, più qualche altro acciacco ben risolto. Però, insomma, si trattava d’incidenti di percorso che un po’ tutti mettiamo in preventivo. Il Parkinson è una malattia diversa, ti accompagna per sempre».

«Fondamentale non scoraggiarsi e riempire le giornate»

Franceschini ha spiegato che inizialmente la sua reazione è stata quella di tentare di nasconderla: «Chi è colpito dal Parkinson tende a vergognarsi. Parla male, biascica, oppure cammina barcollando, sembra un ubriaco. Altri sono scossi da un tremore irrefrenabile. Ma è fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare. Per cercare di combattere il Parkinson, oltre ai farmaci, è decisivo riuscire a riempire le proprie giornate e ripetersi. Io non mollo, io continuo a vivere, a esserci». Per questo ha deciso di rendere pubblica la diagnosi: «Parlare pubblicamente della mia malattia è chiaro, mi costa, e molto. Però ci ho riflettuto a lungo e, mettendo sulla bilancia i pro e i contro, mi sono convinto che sia giusto descrivere questa particolare stagione della mia vita. Per dire a tutti gli altri malati di Parkinson: non isolatevi, continuate a vivere». La malattia ha cambiato anche il suo rapporto con la politica: «Azzera le ambizioni personali, ti fa perdere quel senso di invincibilità che il politico si presume debba trasmettere, mostrando di non avere, quasi per definizione, debolezze, timori, fragilità». Nonostante ciò, Franceschini continua comunque la sua attività: «Il Parkinson colpisce il corpo, non le capacità cognitive. Cali il ritmo del lavoro, lo adegui. Però io ho continuato, e continuo, con telefonate, incontri, riunioni».

Botta e risposta Bonaccini-Meloni sul livello di istruzione di chi vota a destra

Le parole pronunciate qualche giorno fa da Stefano Bonaccini durante un evento ad Albenga hanno innescato un botta e risposta tra il presidente del Partito democratico e Giorgia Meloni: al centro il grado di istruzione degli elettori di destra.

Botta e risposta Bonaccini-Meloni sul livello di istruzione di chi vota a destra
Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Le parole di Bonaccini sull’elettorato di destra

Bonaccini aveva affermato che, negli ultimi anni, in cui si è visto il «voto al primo Trump, il voto alla Brexit, il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia a Meloni, Salvini e oggi forse a Vannacci» la destra ha raccolto maggior consenso della sinistra grazie al consenso «di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree esterne delle città e di chi sta peggio economicamente».

Meloni: «Hanno studiato i danni della sinistra»

«In una illuminata lezione, Bonaccini ci spiega che milioni di italiani votano a destra perché hanno studiato poco. L’abbiamo già sentita. Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare», ha scritto Meloni sui social, condividendo il video dell’intervento del presidente dem che, suggerisce la premier, «forse dovrebbe prendere in considerazione un’ipotesi più semplice: quegli italiani, indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra», tra «città meno sicure, confini senza controllo, periferie dimenticate e lezioni di morale impartite da chi pretende di spiegare agli altri come devono vivere, come devono votare, e come devono pensare».

Botta e risposta Bonaccini-Meloni sul livello di istruzione di chi vota a destra
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La precisazione di Bonaccini a Coffee Break

Successivamente, ospite di Coffee Break su La7, Bonaccini nel tentativo di riprendersi dallo scivolone ha spiegato che la sua riflessione faceva parte di ragionamento più complesso sui cambiamenti dell’elettorato occidentale nell’ultimo decennio e, soprattutto, sulle difficoltà della sinistra nel rappresentare le fasce sociali più fragili. «Ma secondo voi io mi permetto di dire che solo quelli che studiano? Ho fatto un’analisi di quella che è la realtà se si va a vedere scorporando il voto», ha detto Bonaccini in tv. E poi: «Capisco che sia più facile cercare una polemica abbastanza sorprendente col sottoscritto, ieri è partito Bignami e in parte la Lega, piuttosto che rispondere sul perché paghiamo le bollette, la benzina tra le più care al mondo o perché ci sono troppi precari soprattutto giovani, perché la sanità pubblica sta crollando o perché il Paese non cresce e sarà il peggiore nei Ventisette dell’Ue per crescita».

Il Festival di Sanremo e il piano di Lollobrigida

Nelle calde notti del litorale romano si fa un gran parlare del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Ma questa “Lollo” non è al centro dell’attenzione per aver fatto fermare un treno o per aver ricordato che il vino non può essere un veleno, perché altrimenti «avremmo un problema con chi lo ha moltiplicato». Il tema è il Festival di Sanremo, l’appuntamento televisivo più seguito dagli italiani, con ascolti da record.

Le novità del ministero dell’Agricoltura per il comparto florovivaistico

Cosa ha fatto Lollobrigida? Il 30 luglio sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto legislativo numero 151 dedicato al florovivaismo, settore che sarà valorizzato dal ministero dell’Agricoltura per dare una nuova governance al sistema economico legato alle coltivazioni, con tanto di un ufficio dedicato alla filiera del settore, un tavolo tecnico e un piano nazionale quinquennale. Sono attesi anche i decreti ministeriali per armonizzare le figure professionali del settore, compresi gli addetti al verde urbano, ai parchi e ai giardini storici. Non solo: il primo gennaio 2027, l’Ismea (l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) gestirà il sistema nazionale di rilevazione annuale dei dati statistici relativi alla produzione, ai prezzi, agli scambi con l’estero. Per non parlare dell’istituzione di un marchio unico nazionale finalizzato a garantire l’origine, la qualità e la tracciabilità dei nostri prodotti. Insomma, al Masaf ci sarà tanto lavoro da fare per comunicare le nuove attività.

Il Festival di Sanremo e il piano di Lollobrigida
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

La vetrina di Sanremo non desterebbe sospetti

Dato l’argomento, si spiffera a Roma, quale tribuna mediatica migliore di Sanremo per parlare di fiori, con Lollobrigida protagonista? Tra l’altro, la prossima edizione sarà condotta da Stefano De Martino, l’unico punto di forza della Rai meloniana e indicato dai maligni “in quota Arianna”, anche se la capa della segreteria politica di Fratelli d’Italia ha sempre smentito ogni contatto con lo showman, negando alla radice sia l’amicizia sia presunte “spintarelle”.

Il Festival di Sanremo e il piano di Lollobrigida
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).

Non c’è che dire, una mossa astuta: anno elettorale, piano florovivaistico. Sanremo del resto è nota in tutto il mondo come la “città dei fiori”. Inutile dire che i rapporti tra Lollobrigida e l’ad della Rai Giampaolo Rossi sono ben radicati. E una forma di “patrocinio istituzionale” del ministero, con la scusa del florovivaismo, passerebbe sotto traccia senza alimentare particolari polemiche. In fondo i fiori sono un simbolo del territorio e quale cornice migliore di quella sanremese per diffondere le novità ministeriali. Per Fratelli d’Italia si tratterebbe di un colpo mediatico incredibile, soprattutto se si votasse in primavera. Insomma, «grazie dei fior…»…

Futuro nazionale, esposto in procura da parte del sindacato dei militari

L’associazione Sindacato dei militari ha presentato un esposto in procura a Roma contro Futuro nazionale, il partito presieduto dal generale Roberto Vannacci, accusandolo di riprodurre «il nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta» del fascismo. Nel mirino sono finiti i principi indicati dal movimento come “non negoziabili”: famiglia naturale, identità cristiana e tutela della vita dal concepimento alla morte naturale. Per il sindacato, trasformare questi principi in verità sottratte alla mediazione politica restringerebbe lo spazio del pluralismo democratico.

Dalla Remigrazione alla famiglia naturale, i punti contestati

Un capitolo è poi dedicato al piano di Remigrazione, con misure che, secondo l’esposto, riguarderebbero anche gli immigrati regolari. Per i denuncianti, un’applicazione collettiva potrebbe configurare un’espulsione di massa vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel mirino anche la proposta di zone rosse senza limiti temporali, con militari impiegati stabilmente nei controlli, e di reparti dell’Esercito dotati del potere di arrestare i criminali, oltre che di moduli di educazione alla difesa e campi di «educazione militare con valenza civica» alle scuole superiori. L’esposto contesta infine l’idea di “famiglia naturale” sostenuta dal movimento e le limitazioni prospettate sulle altre forme di convivenza e sulla procreazione assistita. Secondo i denuncianti, ne deriverebbe una gerarchia tra cittadini e formazioni sociali incompatibile con la Costituzione.

Spetta alla procura verificare se le accuse abbiano un fondamento penale

Dall’insieme di questi elementi, il sindacato chiede alla magistratura di verificare se Futuro nazionale abbia oltrepassato il confine della legittima battaglia politica prospettando diverse ipotesi di reato, dalla violazione della legge Scelba alla propaganda e istigazione all’odio, fino all’istigazione a delinquere e alla disobbedienza alle leggi. Spetta ora alla procura verificare se le accuse abbiano un fondamento penale.

Caro carburanti, nella maggioranza si riaccende il dibattito sugli extraprofitti

L’impennata dei prezzi dei carburanti preoccupa il governo in vista dell’autunno-inverno, con la maggioranza che si divide sul modo in cui affrontare la questione. «Speriamo che si riapra lo stretto di Hormuz, è chiaro che gli interventi sulle accise che abbiamo prorogato fino al 5 settembre erano interventi straordinari su un fenomeno che doveva durare poche settimane», ha detto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Picchetto Fratin. «Purtroppo dura da mesi e chiaramente ci sono anche equilibri di bilancio dello Stato». Su questo fronte, la Lega ha proposto la richiesta di un contributo alle aziende energetiche e petrolifere oppure la tassazione degli extra-profitti. «Preferisco chiedere un sacrificio a cinque banchieri che non a 50 milioni di italiani. E lo dico da liberale», ha detto Matteo Salvini.

Tajani: «Neanche a parlarne, sa di Unione sovietica»

A stretto giro è arrivato il no di Forza Italia. «No, neanche a parlarne. Non voglio sentire la parola extra-profitto, che mi sa molto di Unione sovietica. Un contributo è giusto che sia dato, come abbiamo fatto con le banche, con le assicurazioni. Ma deve esserci un confronto concordato in un momento difficile anche da parte delle aziende del settore», ha detto Antonio Tajani. E ancora: «Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria. Non esiste il diritto all’extra-profitto. È una parolaccia, l’extra-profitto».

Borghi: «Dica se ha altre priorità»

«Leggo da notizie di stampa che il ministro Tajani è contrario alla tassa sulle banche, proposta dalla Lega per ridurre le accise in modo consistente perché “sentire la parola tasse mi dà l’orticarià”», ha controbattuto il senatore leghista Claudio Borghi. «Ricordo a Tajani che anche le accise sono imposte, anche se il nome è scritto in modo diverso. La scelta è se le devono pagare i cittadini o un settore che, grazie a quei cittadini, ha fatto 200 miliardi di utili in pochissimi anni. L’alternativa è stracciare il Patto di stabilità della compagna di partito di Tajani, la signora Ursula Von der Leyen, e fare più deficit. Anche questo ci va bene». E ancora: «La scelta è semplice: o si fa più deficit e si mandano a quel paese le regole di quella Ue che Tajani così tanto ama, o si tassano i cittadini con le accise, o si tassano gli enormi e anomali profitti delle banche. Per la Lega l’unica cosa che non va è tassare i cittadini, le altre due possibilità vanno bene. Se altri hanno altre priorità è giusto saperlo con chiarezza».

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo

Alla fine dei conti, della fiera, alla fine del campo largo, alla fine del sinistra-centro, delle primarie, della coalizione tanto attesa quanto disattesa, alla fine di tutto, insomma: c’è questo progetto oppure no?

Il dubbio sulla lealtà dell’elettorato è la fine intrinseca del campolarghismo

Perché le idee scarseggiano a sinistra quanto scarseggiano i leader autorevoli, carismatici, di quelli che si impongono senza bisogno di competere. Questi leader non ci sono più, a sinistra, ecco perché c’è tutta questa discussione campolarghista assai estenuante per decidere chi fa il capo. Se ci fosse un capo naturale, come c’è a destra, le primarie sarebbero un feticcio scenografico. Invece c’è chi le mette in discussione, vedi Roberto Speranza, ex ministro della Salute, che ha pure proposto la boiata simbolica del neo 18enne o del partigiano da mettere come candidato premier (e il problema è che i campolarghisti si dividerebbero pure sul giovane e sul vecchio, ecco). Il partito anti-primarie teme, non senza qualche ragione eh beninteso, che gli elettori sconfitti non correrebbero alle urne per sostenere il candidato che ha vinto le primarie, e quindi la soluzione migliore è congelare tutto, narcotizzare il dibattito, far finta che non ci sia, andiamo sul giovane o sul vecchio e poi ci si pensa dopo. Ma questa è già la fine intrinseca del campolarghismo. Il dubbio sulla lealtà e la fedeltà dell’elettorato. Il timore d’essere fregati

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Roberto Speranza (Imagoeconomica).

L’assenza di vero capo e la maledizione del renzismo

Non ci sono leader a sinistra, è un fatto palmare. Le sacre istituzioni sono state già desertificate, di Bankitalia ormai da ingaggiare mancano solo gli uscieri. L’ultimo grande leader a sinistra è stato Matteo Renzi, uno che oggi vale il 2 per cento e viene incolpato anche di colpe che non ha (e pure le responsabilità non gli mancano), mentre delle segreterie Zingaretti e Letta non v’è traccia nel dibattito pubblico del centrosinistra. Renzi era il leader per essenza maggioritario, ma come Icaro s’è bruciato le ali avvicinandosi al sole, cercando peraltro di fare sia la parte di Icaro sia quella del sole. Il problema è che quella sua leadership muscolare adesso non è più possibile perché la sua sconfitta politico-culturale impedisce a qualsiasi altro di mettersi sulle sue tracce. È come le riforme istituzionali e costituzionali: ogni volta che si perde un referendum su questi temi, si assiste alla loro sparizione totale dal dibattito parlamentare e politico. Sono temi associati alla sconfitta, dunque consegnati alla storia per non essere più riproposti. Ci penserà magari qualcuno fra 30 anni, chissà.

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Con le leadership ordinarie la gente non sogna

Vale anche per i leader: nessuno può assomigliare a Renzi. Sì, ogni tanto sui giornali torna l’“ipotesi Gentiloni”, che rischia di essere come l’“ipotesi Amato” per qualsiasi incarico ai massimi livelli. È il destino dell’essere riserva della Repubblica; sei lì a disposizione per salire al governo. Il problema però è che con leadership ordinarie la gente non sogna, è il motivo (uno dei motivi, via) per cui, tragicamente, Donald Trump negli Stati Unito ha vinto non una ma due volte. La politica è anche credere in qualcosa, finanche di assurdo. Qui non si capisce però in che cosa creda il campo largo o come perbacco si chiamerà quella che rischia di essere un’accozzaglia non troppo larga (bisogna ancora capire se il solito Renzi sarà accolto oppure se sarà un’alleanza Pd-M5S-Avs e stop).

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Paolo Gentiloni (Imagoeconomica).

È Conte il trendsetter del campo largo e magari vince pure le primarie

La politica estera, il fisco, forse la legge elettorale. È sui valori non negoziabili o presunti tali che l’armonia campoarghista scarseggia, perché come il coraggio la visione comune se non ce l’hai non te la puoi dare. Non si può inventare la chimica fra due persone. Vale anche per la politica. È per questo che il più scaltro di tutta la combriccola, cioè Beppe Conte, insieme a qualche suo amico che prova a essere scaltro, cioè Goffredo Bettini, sa dove andare a colpire. È lui che detta i tempi del sinistra-centro, c’è poco da fare. Così come dopo due ore dalla chiusura dei seggi referendari, a marzo, aveva già riaperto il caso primarie dicendosi a favore, oggi obbliga la sinistra a parlare della cultura woke, prendendone le distanze. È Conte il trendsetter del campo largo. Magari vince pure le primarie. Tanti cari auguri. 

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo

«Pensare che 10 anni fa il Meeting sembrava in piena decadenza. Papa Francesco non lo vedeva di buon occhio», osserva la mia amica, mentre sorseggiamo una birra ghiacciata sedute a un tavolo nella zona ristoro, nelle ultime ore di un’edizione da record. La kermesse riminese di Cl, dedicata quest’anno a “L’amor che move il sole e l’altre stelle,” ha incassato 900 mila presenze, la visita di papa Leone XIV – che ha sancito la ritrovata armonia con la Santa Sede -, una carrellata di ministri, e gran finale con la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e con il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. È per lui che la mia amica e io siamo venute qui, insieme ad altri ex alunni del liceo Giulio Cesare. E il nostro ex compagno del ginnasio, diventato cardinale e quasi-papa, non ci ha deluso: al termine del suo evento, ci ha regalato strette di mano e selfie di gruppo e ha perfino condiviso ricordi dei nostri vecchi prof, la prova che Sua Eminenza non stava bluffando e, a distanza di oltre 40 anni, aveva collocato le nostre facce attempate nel punto giusto della sua articolata biografia, il che ha del miracoloso.

Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo

Il perenne sorriso dei volontari produce un effetto Pluribus

Dopo l’incontro, abbiamo deciso di restare, non tanto per smaltire l’emozione della carrambata, quanto per guardarci intorno e assaporare il Meeting nel momento liminale delle sue ultime battute, quando, esauriti gli appuntamenti del programma, ripartiti tutti gli ospiti famosi, dileguati i giornalisti, nei padiglioni della Fiera di Rimini restano solo gli ultimi visitatori a caccia di un pasto veloce nei ristoranti che stavano via via esaurendo tutti i condimenti (gli ultimi arrivati si sono dovuti accontentare di pasta in bianco e piadine vuote) e l’esercito dei volontari. Sono di tutte le età, di tutte le provenienze e dei soli due generi creati da Dio (nell’app del Meeting, che ho scaricato per avere i pass, puoi indicare te stesso solo come maschio o femmina, non sono previste altre opzioni oppure la reticenza). È un variegato popolo di 3.300 persone, accomunate solo dalla fede, dall’inossidabile cordialità e dal perenne sorriso, il che produce un inquietante effetto Pluribus, la celebrata serie filosofico-fantascientifica sugli effetti di un virus che connette tutta l’umanità, salvo pochi immuni, in una mente collettiva pacifica e appagata. Ma per accorgersene bisogna a) non essere ciellini, e b) avere visto Pluribus, e qui dentro non devono essere molti a possedere entrambi i requisiti.

La prassi e la retorica della vecchia sinistra, senza essere a sinistra

Senza il riferimento della serie di Vince Gilligan, l’impressione che si riceve dal Meeting dei seguaci ed eredi di don Luigi Giussani è quella condivisa dai tanti profani che nel corso degli anni ci hanno messo il naso guardinghi, aspettandosi all’ingresso un atheism-detector e un esame di catechismo, e poi ne sono usciti pieni di incredula meraviglia. A colpirli, soprattutto, l’accoglienza, l’efficienza e l’abnegazione dei volontari venuti da tutta Italia per sgobbare dalle otto a mezzanotte a scaricare casse, allestire mostre, accompagnare visitatori e farcire piadine, pagandosi le spese di soggiorno a Rimini o accampandosi in casa di amici. Roba che da un pezzo non si vede più neanche alle feste dell’Unità. E pazienza se l’impegno non è del tutto disinteressato, e può procurare protezioni e facilitazioni nel ramificato universo economico-imprenditoriale ciellino, anche se forse oggi è meno scontato di una volta. «C’è molto di simile alla prassi e alla retorica della vecchia sinistra», scriveva nel 2008 lo storico e saggista Claudio Giunta, «solo che qui decisamente non siamo a sinistra».

Un’anteprima delle tendenze politiche autunno/inverno

No, decisamente no. Non lo era nel 2008, quando il Meeting ospitò praticamente tutto il governo Berlusconi IV, più il senatore a vita Giulio Andreotti, la A del CAF (le altre lettere dell’acronimo erano Craxi e Forlani) di cui, prima di Tangentopoli, Cl era la colonna nel mondo cattolico. E non è troppo a sinistra nemmeno il cast dell’ultima edizione, in cui i personaggi meno sovranisti erano probabilmente Papa Leone e il cardinal Pizzaballa. Anzi, negli ultimi tempi il Meeting è una specie di Fashion Week in cui il centrodestra mostra in anteprima le tendenze della prossima stagione, idee che, come gli abiti che gli stilisti fanno sfilare in passerella, sono improponibili nella realtà, ma fanno chiacchierare i giornalisti. Esempio, le tasse sugli extraprofitti che, secondo Tajani, «sanno di Unione Sovietica» (a quanto pare, il vicepremier ha raccolto il trend trumpiano dell’anticomunismo di ritorno), o i corsi d’italiano obbligatori per i genitori stranieri, caldeggiati del ministro dell’Istruzione Valditara, per prendere con una fava due piccioni: invadere il terreno di Roberto Vannacci ed evitare che i nuovi italiani parlino come Adolfo Urso.

E per il 2027 aspettiamo i «pionieri coraggiosi»

Mentre “L’amor che move il sole e l’altre stelle” va a fare compagnia ai titoli dei Meeting passati (memorabili “La Bestia, Parsifal e Superman” e l’insuperato, in termini di lunghezza, “Lo Starets rispose: Davvero, tutto è splendido perché tutto è Verità”), è già stato divulgato quello dell’edizione 2027: “Pionieri coraggiosi per custodire l’umano”. Al netto del consueto sospetto di supercazzola, c’è da chiedersi se questi “pionieri custodi dell’umano” Cl crede di poterli trovare a destra, dove sembrano più preoccupati di custodire i confini dall’umano, specie se è povero e con troppa melanina. E forse con questa retorica vinceranno le prossime elezioni.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno

L’attesa del gazebo non è essa stessa un gazebo? Il centrosinistra non riesce a liberarsi dal «primarie sì, primarie dai, primarie fantasma»: ogni giorno un dem sa che dovrà correre più di un cinque stelle (e viceversa) per riuscire a guadagnare un titolo sul giornale, anche se del tema, per dirla con Massimo Cacciari, «non gliene frega niente a nessuno». Tale è la stanchezza, che in molti invitano gentilmente i leader campolarghisti a chiudersi in una stanza e a non uscire finché non arrivino a un’intesa. Un appello che, viste le dichiarazioni quotidiane su ogni media disponibile, pare essere inascoltato. Nel Pd, costantemente in modalità rincorsa, si sta ingrossando il partito del no (da incorniciare la proposta di Roberto Speranza di indicare sulla scheda un «diciottenne o un partigiano») e al Nazareno c’è chi legge in questi appelli alla prudenza una strategia per indebolire Elly Schlein: insistere sui rischi delle primarie fa percepire la segretaria in bilico e in svantaggio rispetto a Giuseppe Conte, è il ragionamento.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli (Instagram).

Nel M5s, manco a dirlo, è tutto un sussulto di democrazia dal basso: «Individuiamo prima i principi e i valori e le apriamo a chiunque, anche online, senza preregistrazioni o tessere che allontanano la partecipazione», rilancia giovedì lo “smarmellatore” Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Riccardo Ricciardi (Imagoeconomica).

Non poteva mancare Goffredo Bettini che sul Fatto invita a frenare le «tarantelle». «Serve un comitato di garanti», dice, ed è necessario «un clima di amicizia tra di noi, più sincero rispetto all’oggi». Schlein, secondo il “demiurgo del Pd romano”, non ha paura: «Un aspetto non criticabile della segretaria è il coraggio. Ne ha da vendere». Vedremo.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Andrea Orlando e Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

Pure Sandra Zampa concorda su un punto: «Basta esternazioni a caso sulle primarie, il Pd convochi la direzione», dice al Resto del Carlino la riformista prodiana. «Leggere che importanti esponenti non le vorrebbero mi pare surreale». Si fa avanti pure il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale: «Se si facesse un sondaggio sulle primarie tra il popolo del centrosinistra penso che l’opinione prevalente sarebbe contraria», spiega a La Stampa. Ma non bisogna temerle. «Primarie? Non so, non le escludo», ha tagliato corto dal palco del Meeting Stefano Bonaccini. «Dopo che avremo scritto il programma valuteremo, parlarne adesso vuol dire mettere il carro davanti ai buoi». L’importante è che siano dei paesi tuoi.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Michele De Pascale (Imagoeconomica).

Sotto il polverone di dichiarazioni, gli sherpa dem e cinque stelle – Igor Taruffi e Paola Taverna – continuano a lavorare per arrivare a un accordo sulle regole. Tanto per cominciare: turno unico come propone Conte o ballottaggio? Ancora non si sa chi e quanti saranno i candidati: in AVS circolano i nomi di Nicola Fratoianni, Elisabetta Piccolotti e addirittura di Francesca Albanese. Riccardo Magi di +Europa si dice pronto, ma i suoi frenano l’entusiasmo. Qualcuno punta su Silvia Salis e su Ernesto Maria Ruffini. Infine rimane il convitato di pietra: che farà il kraken Matteo Renzi? L’osservatorio Primarie continua.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La frecciata a Urso sulla rivista dell’Eni

Geminello Alvi, economista e scrittore, si è tolto un sasso dalla scarpa. Nell’ultimo numero della rivista trimestrale di Eni, WE World Energy (nata dalle ceneri di Oil diretta da Lucia Annunziata) che giunge nelle redazioni in quantità industriali, Alvi firma un articolo, oggettivamente interessante, intitolato La contabilità delle risorse. Tema attualissimo. Il marchigiano, con la sua verve, tocca anche il tema delle terre rare su cui, scrive, «in Italia non c’è ministro o presunto esperto che non ne sottolinei il ruolo strategico per le filiere produttive». Qualcuno leggendo il passaggio ha strabuzzato gli occhi: mettere sullo stesso piano un ministro e un «presunto esperto» è un segnale da studiare con attenzione. Alvi non fa nomi, ma l’identikit è quello del titolare del Mimit, il “destro” Adolfo Urso che ha sottolineato spesso il ruolo strategico dei minerali critici. Chissà se la direttrice della rivista, Rita Lofano, che guida anche l’Agi, l’agenzia giornalistica dell’Eni, ha riletto con attenzione i testi dei prestigiosi collaboratori prima di dare l’ok alla tipografia…

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Zinzi attacca Romeo: Lady Verdini e Zoffili approvano

Ogni giorno ha la sua pena nella rovente estate leghista. L’ultima uscita che ha infiammato le chat nordiste è stata l’intervista di Giampiero Zinzi da Caserta contro il segretario lombardo e capogruppo al Senato Massimiliano Romeo. Commissario del partito in Campania dal 2024, dal 2013 al 2020 Zinzi è riuscito nell’impresa di cambiare quattro formazioni: Udc, Forza Italia, Cambiamo! di Giovanni Toti per poi sei anni fa accasarsi con gli ex lumbard. Figlio d’arte – il padre Domenico è stato sottosegretario alla Salute nel Berlusconi III – da mesi si vocifera di un suo possibile ritorno a FI o di un approdo in FN di Roberto Vannacci. Fatto sta che al Corriere del Mezzogiorno Zinzi ha bersagliato Max Romeo da Monza, segretario dell’ex potentissima Lega lombarda. Secondo Zinzi, Romeo attaccherebbe Matteo Salvini perché «frustrato» per non essere riuscito a realizzare più progetti per il suo territorio e «dovrebbe lavorare di più». Ma ciò che ha fatto più scandalo nelle chat lombarde è il like di due persone vicinissime a Salvini al post: la fidanzata del segretario Francesca Verdini e l’amico fraterno e parlamentare Eugenio Zoffili. L’altro tema che tra gli ex lumbard ha tenuto banco è il nuovo sondaggio condiviso da Vannacci in cui il suo movimento, Futuro nazionale, sale all’8 per cento e supera Forza Italia (7,3 per cento), imponendosi come quarto partito, con la Lega che scende al 4,8 per cento.

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia

A Roma la rete politica di Roberto Vannacci cresce ogni giorno: nella Capitale Futuro Nazionale, secondo i sondaggi “local”, viene accreditato con un consenso del 12 per cento. Una vera e propria spina nel fianco per la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. E lui, il generalissimo, è pronto a offrire una nuova prova di forza. Sta infatti cominciando a girare la voce di una «cena strategica» organizzata per la sera del 10 settembre in un albergo dietro il Teatro dell’Opera, per presentare «importanti nuovi arrivi», in particolare da Forza Italia. Già, perché Antonio Tajani «perde pezzi ogni giorno», sibilano i fedelissimi di Vannacci e pure quelli del fu Cavaliere. Tra l’altro, l’appuntamento gastronomico futurista si terrà al termine della kermesse romana voluta dal leghista Claudio Durigon alle Officine Farneto, con l’obiettivo di “contare” gli ultimi salviniani rimasti nell’Urbe, un banco di prova prima della celebrazione dei fasti (di una volta) di Pontida

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia
Roberto Vannacci (Ansa).

Il generalissimo punta sui calabresi

Ma c’è di più: Roma ha un ruolo centrale anche nelle suppletive in Calabria del 27 e 28 settembre per sostituire il forzista Francesco Cannizzaro eletto sindaco di Reggio. Vannacci, com’è noto, ha candidato Domenico Giannetta, capogruppo azzurro in Regione, strappandolo al partito berlusconiano.

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia
Domenico Giannetta (Facebook).

E qui torna l’appuntamento romano di Futuro Nazionale: nella Capitale non si contano, per quanti sono, i calabresi, e in particolare i reggini che ovviamente mantengono relazioni e rapporti con la terra natale. Una forza notevole, ben radicata nei ministeri e nella pubblica amministrazione romana, nelle forze armate e nelle forze dell’ordine e che può fare la differenza nelle urne. Molti calabresi gravitavano nel gruppo dell’ex sindaco Gianni Alemanno. Non va dimenticato che Alemanno era sposato con Isabella Rauti, attuale sottosegretaria alla Difesa e figlia del destrissimo Pino, nato a Cardinale, in provincia di Catanzaro. E vogliamo dimenticare la rivolta di Reggio Calabria del 1970 guidata da Ciccio Franco, sindacalista, capopopolo, senatore del Movimento Sociale Italiano? Il voto reggino, insomma, rischia di diventare uno tsunami per Forza Italia che ha preferito candidare (si dice per volontà di Marina Berlusconi) l’avvocato della Fininvest Fabio Roscioli. E un trampolino di lancio per le Politiche del 2027. Tanti calabresi che lavorano a Roma hanno ancora la residenza nella loro terra di origine. La cena romana di Vannacci si preannuncia gustosa, indipendentemente dai piatti che verranno serviti a tavola…