Martedì 2 giugno Emanuele Pozzolo, deputato di Futuro Nazionale, è finito fuori strada col suo suv lungo la superstrada che porta a Cossato, all’altezza di Vigliano Biellese. L’auto è caduta in un fossato, dopo una sbandata causata forse dall’asfalto bagnato. Sottoposto all’alcoltest, il parlamentare – rimasto illeso – è risultato positivo con un tasso doppio rispetto a quello previsto dai limiti di legge. Lo riporta il Corriere della Sera.
Emanuele Pozzolo (Facebook).
La condanna per porto abusivo di arma da collezione
A ottobre del 2025 Pozzolo è stato condannato in primo grado dal tribunale di Biella a un anno e tre mesi per porto abusivo di arma da collezione, con sospensione condizionale della pena, per la vicenda dell’incidente di Capodanno 2024, quando durante una festa con alcuni colleghi di Fratelli d’Italia il genero del caposcorta di Andrea Delmastro (all’epoca sottosegretario alla Giustizia) fu ferito da un colpo di pistola sparato proprio dal deputato. L’inchiesta, incentrata su questioni tecniche relative all’arma e ai proiettili, non includeva più l’accusa di lesioni dopo il risarcimento e il ritiro della querela da parte della vittima. Espulso da FdI, Pozzolo è stato successivamente accolto da Roberto Vannaccinel nuovo partito fondato dall’ex generale.
Archiviata la sbornia celebrativa del 2 giugno, la settimana politica si dovrebbe chiudere con il “botto” dei nuovi ingressi nel partito di Roberto Vannacci. La data in cui è attesa l’operazione è sabato 6 giugno. L’unica certezza è il numero: si parla di quattro new entry, sempre alla Camera, in modo da far raddoppiare i deputati vannacciani, appena costituitisi in una componente del gruppo Misto.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Da Furgiuele a Bof, le voci sui nuovi arrivi in FN
I nuovi arrivi dovrebbero essere in prevalenza leghisti. Le voci danno in entrata in Futuro Nazionale il calabrese Domenico Furgiuele e il veneto Gianangelo Bof, mentre è fallita la trattativa con un altro leghista veneto, Erik Pretto. Quest’ultimo, contro il quale Matteo Salvini ha avviato un provvedimento disciplinare per mancato pagamento dei contributi al partito, dovrebbe approdare a breve in Forza Italia, anche se non ci sono conferme al momento. Gli altri deputati che sarebbero in predicato di trasloco in FN sarebbero gli ex leghisti, passati con FI da poco più di quattro mesi, Davide Bergamini e Attilio Pierro. L’idea sarebbe di chiudere con questo pacchetto prima dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale, in programma a Roma il 13 e 14 giugno.
Ziello e il reclutamento vannacciano
Il responsabile organizzativo del partito (anche lui un ex leghista), Edoardo Ziello, ha raccolto più richieste e curriculum di un cacciatore di teste. Il deputato pisano inoltra con cadenza regolare le domande al generale, che le vaglia una a una. Questa fase di nuovi ingressi, inaugurata con l’arrivo della leghista Laura Ravetto il 19 maggio, dovrebbe concludersi sabato. Il generale punterebbe a costituire un gruppo (servirebbero altri 12 deputati in base al regolamento della Camera) e non è detto – viene spiegato – che non ci riesca prima della fine della legislatura. Ma per ora tiene tutto fermo e si accontenta di otto ‘soldati’.
Edoardo Ziello e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Salvini tenta il rilancio con un ritiro di partito a luglio
Intanto, dalle parti degli ex compagni di partito regna il caos totale. Salvini è sempre più assente (non solo dalle celebrazioni del 2 giugno). Il segretario leghista ha ormai trasferito tutta la gestione della strategia comunicativa a Davide Vecchi, legato agli Angelucci e alla fidanzata Francesca Verdini. Vecchi ha in mano i rapporti con i territori e, da poco, anche quelli con le tv. Mentre la comunicazione dei gruppi, a cui comunque sovrintende, langue. La stessa comunicazione del leader è da mesi ormai molto low profile.
Matteo Salvini con Davide Vecchi (Imagoeconomica).
Come rilanciarsi e tentare di crescere nei sondaggi, nei quali Lega è tallonata da Vannacci? Con il tesoriere Alberto Di Rubba e il vice Claudio Durigon, Salvini ha pensato di organizzare un ‘ritiro’ di partito, sul modello di quelli organizzati nel tempo dal centrosinistra (iniziò Romano Prodi con l’Ulivo in Toscana nel 1997, seguirono, in anni più recenti, Enrico Letta con i ministri nell’Abbazia di Spineto, nel 2013, ed Elly Schlein a Gubbio nel 2024). Solo che non appena ha fatto diramare la convocazione per il 19 e 20 giugno nella chat del consiglio federale sono partite le defezioni e i distinguo, tra chi aveva un impegno familiare (Luca Zaia) e chi istituzionale (Attilio Fontana). Il raduno è stato quindi spostato al primo weekend di luglio. Tutti i big dovrebbero esserci e sono già state avanzate alcune richieste tipo quelle di una foto di gruppo con i governatori da scattare il primo giorno.
La partita di Zaia e il modello a due Leghe
Zaia ha fiutato l’aria. Teme che il ritiro serva a lanciare la sua candidatura alle Politiche, probabilmente insieme ai governatori che non possono essere ricandidati per il blocco del terzo mandato, come Fontana, Massimiliano Fedriga e il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti (i quali dovrebbero però dimettersi in anticipo rispetto alla fine della legislatura). L’ex Doge non intende darla vinta a Salvini così facilmente: vuole determinate garanzie sul suo futuro e anche un po’ fargli pagare tutti gli sgambetti che pensa di aver subito (in primo luogo il mancato superamento del divieto a una sua ricandidatura in Veneto e poi gli uomini legati ad Alberto Stefani sistemati alla guida della Liga veneta). Insomma, si agita e torna a proporre il modello delle due Leghe con due leader ispirato alla Cdu-Csu di cui Salvini non vuol proprio sentire parlare. E via ancora veleni, diffidenza e fendenti. Mentre Vannacci sale nei sondaggi.
Parate, discorsi, commemorazioni, sfilate di celebrities grondanti senso civico: per il 2 giugno, ottantesimo anniversario della Repubblica italiana, scorrono fiumi di retorica così gonfi e impetuosi che la Protezione civile ha diramato l’allarme bianco-rosso-verde. L’unico correttivo possibile è una tradizione dello show-business americano da poco importata in Italia: il roasting. Letteralmente significa “mettere sulla graticola”, e consiste nel bersagliare pubblicamente di lazzi e critiche pungenti una star dalla gloria solida e indiscussa, suggellandone l’inossidabile successo ed esorcizzando nel riso ogni possibile invidia. Forse è il momento giusto per fare arrosto anche la nostra Repubblica, certi che non se la prenderà; anzi, considerate le temperature, forse nemmeno se ne accorgerà. Via, accendiamo il barbecue!
Le frecce tricolori per la parata del 2 giugno a Roma (Ansa).
Per un soffio non vinse la monarchia
La Repubblica vinse per un soffio. Dodici milioni e rotti i voti per la Repubblica, 10 milioni e spiccioli per la monarchia: non proprio un abisso, diciamolo. Quasi metà del Paese si sarebbe tenuta volentieri i Savoia, anche se avevano consegnato l’Italia a Mussolini e nel momento del massimo pericolo si erano dati alla fuga. Ottusa fedeltà alla Corona? No, solidarietà verso una famiglia di emarginati di origine straniera, segnati da tare fisiche dovute ai matrimoni fra consanguinei e non ancora padroni della lingua italiana, che ora rischiavano sfratto e remigrazione. L’unica vera colpa dei monarchici era una sensibilità verso i fragili troppo in anticipo sui tempi.
Manifestazione per la Repubblica nel 1946 (Ansa).
Il miraggio di vedere una donna al Quirinale
Le chance di avere una donna al Quirinale sono rimaste zero. Almeno, con la monarchia c’era la scusa della legge salica che imponeva la successione dei primogeniti maschi. Se in 80 anni non abbiamo ancora avuto una presidente della Repubblica, invece, dobbiamo ringraziare solo il tenace sessismo e l’ottusità del Parlamento e dei grandi elettori, che ci hanno fatto perdere l’opportunità di avere a capo dello Stato figure autorevoli e integerrime come Tina Anselmi, Nilde Iotti e (almeno finora) Emma Bonino.
Tina Anselmi e Nilde Iotti (Ansa).
Vuoi mettere i fasti e l’indotto di una Corona?
È poco glamour. Vogliamo mettere le cerimonie e il fasto della monarchia con le grigie celebrazioni del calendario repubblicano? Incoronazioni, matrimoni reali, nascite, giubilei e altri eventi pittoreschi, ognuno col suo indotto di merchandising, risolleverebbero il Pil in un Paese sempre più deindustrializzato che si avvia a diventare una San Marino in versione extralarge che vivrà solo di turismo e, grazie alla tropicalizzazione del clima, della coltivazione di mango e avocado.
Con le dinastie di oggi, Emanuele Filiberto si difenderebbe alla grande
In fondo i Savoia-Carignano non sono così male. Okay, nel 1946 Vittorio Emanuele III e Umberto II dovevano competere con sovrani europei di ben altra caratura e patriottismo, Giorgio VI aveva vissuto il London Blitz, Cristiano X di Danimarca aveva difeso gli ebrei, Guglielmina d’Olanda dall’esilio sosteneva la resistenza. Oggi l’asticella si è abbassata parecchio: le dinastie continentali annoverano trafficanti d’armi, corrotti, maniaci sessuali, tossicodipendenti e pedofili, quando non tutte queste cose insieme. Alla fin fine, il più pulito è povero Emanuele Filiberto, di cui si può dire di tutto, ma almeno non compare negli Epstein Files.
Emanuele Filiberto di Savoia.
Gli italiani sognano un re: e chi se non Mattarella?
Gli italiani sognano una monarchia. E il loro sovrano ideale si chiama Sergio Mattarella: benvoluto, decorativo, elegantemente pop, moralmente e intellettualmente inattaccabile, è la luce che brilla sul Colle più alto e ci dà sicurezza nei momenti più duri, come si è visto durante la pandemia. Il 2 giugno è l’occasione ideale per pensionare con onore la Repubblica, e posare una corona sulla veneranda canizie di Mattarella, che incarna perfettamente la maestà dello Stato e, alle soglie degli 85 anni, è più lucido e sul pezzo di parecchi cinquantenni. Oltretutto, dopo di lui salirebbe al trono la sua primogenita Laura, oggi perfetta first-lady e già regina ufficiosa del Quirinale. Pensate che sollievo, poterci risparmiare la fiera del bestiame che sarà l’elezione del prossimo Capo dello Stato. I nomi di Draghi e Monti girano già adesso, tanto per bruciarli con largo anticipo, mentre Ignazio La Russa ripete: «Io al Quirinale? Mai». Ma lo ripete un po’ troppo spesso.
Il Pd versione campolarghista sogna di «fare come Sánchez» o di fare come a Venezia. In entrambi i casi c’è qualcosa da fare ma c’è anche qualcosa che non funziona, diciamo.
Le crepe nel modello spagnolo
Pedro Sánchez il pacifista è quello che si oppone al fetente Donald Trump e all’aumento delle spese militari, ma soprattutto è diventato il leader di un partito che colleziona inchieste giudiziarie, a cominciare da quelle in casa. Ad aprile i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio per la moglie Begoña Gómez per i presunti reati di traffico di influenze, corruzione negli affari, malversazione e appropriazione indebita, mentre il 28 maggio è iniziato il processo a carico di suo fratello David Sánchez, accusato di traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Secondo i magistrati, il fratello del primo ministro spagnolo avrebbe ottenuto un incarico fatto su misura dal Consiglio comunale a guida socialista di Badajoz nel luglio 2017.
Pedro Sànchez con Elly Schlein (Imagoeconomica).
Ma la lista degli scandali giudiziari socialisti è lunga, l’ultimo coinvolge persino l’ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero, già stella del firmamento spagnolo (e tra gli sponsor dell’attuale capo del governo), indagato per riciclaggio e traffico d’influenze. Il garantismo vale sempre, da queste parti, ma è abbastanza curioso che il Pd di Elly Schlein e Peppe Provenzano citi sempre la crescita economica della Spagna salvo fischiettare sul resto. Ed è quel resto che potrebbe far finire il governo Sánchez. Il premier Pedro però non ci pensa un secondo a mollare. Adelante, chissà però se di juicio ve ne sia a sufficienza.
Jose Luis Rodriguez Zapatero (Ansa).
A Venezia il campo larghissimo non è bastato
C’è poi il modello Venezia. Il Pd sogna, o meglio sognava, di fare come nella città lagunare, dove il campo larghissimo, grandangolare (c’era persino Rifondazione Comunista), ha perso sonoramente al primo turno contro il centrodestra che continua a governare la città 11 anni dopo averla conquistata. Non c’è più Luigi Brugnaro per sopraggiunto limite di mandati, ma Simone Venturini, cattolico di continuità con l’amministrazione precedente. Anche a Venezia, come in Spagna, i sogni del Pd non sono di gloria, perché gli incubi sono più reali e feroci della fantasia. Schlein dice di perseguire una logica «testardamente unitaria», ma gli elettori del M5s la pensano in maniera diversa: a Venezia, ci dice un’analisi dei flussi di YouTrend, il M5s ha fatto vincere Venturini: la metà di coloro che alle Europee del 2024 aveva votato per i cinque stelle ha scelto, stavolta, il candidato sostenuto dalla maggioranza meloniana. Un dato decisivo per la sua vittoria al primo turno, ha osservato YouTrend, «visto che ha superato di poco la soglia della maggioranza assoluta dei voti validi».
Elly Schlein, alla chiusura della campagna elettorale del candidato sindaco Andrea Martella a Mestre (Ansa).
L’atavico disprezzo dei cinque stelle per il Pd
Vecchia storia: i cinque stelle disprezzano il Pd e i suoi candidati, e in fondo a suo tempo nacquero proprio per questo, per rottamare il carrozzone della sinistra. Una prospettiva non esattamente incoraggiante in vista delle elezioni politiche del 2027, quando l’alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, vorrebbe sfidare la presidente del Consiglio: e se l’unitarietà fosse poco testarda? Se dunque i cinque stelle si ribellassero – come avvenuto a Venezia ma come avvenuto anche in Abruzzo alle Regionali del 2024, ci dice sempre l’analisi dei flussi – all’idea di concorrere insieme all’odiato Pd per la conquista del Palazzo? Saranno pure dinamiche diverse, quelle locali e quelle politico-nazionali, ma un punto di caduta identico c’è: vincere insieme vuol dire governare insieme. E sulla base di quali idee, quali programmi, quale visione del mondo? I programmi si possono pure aggiustare, emendare, si trova un compromesso per tutto, ma sull’idea di mondo come ci si accorda? La politica estera in questi anni è stata la cartina di tornasole dei rapporti interni alle coalizioni. Nel campo largo in modalità ispanico-veneziana albergano posizioni distinte che verranno rinvigorite dall’avvicinarsi delle Politiche.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Conte intanto rispolvera l’abito gialloverde
Già si notano vistosi sommovimenti. Giuseppe Conte si è appena accodato al no della Lega all’ingresso dell’Ucraina in Europa: «L’Ucraina io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioni. Peraltro c’è un problema serio per l’Europa che non riguarda solo l’Ucraina ma anche gli altri Paesi: un’Europa a 27 già oggi è un’Europa ormai sparita, che non ha voce, che nelle crisi internazionali non è pervenuta», ha detto il leader del M5s. «C’è un deficit politico dell’Europa che riguarda anche le regole di funzionamento, a partire dall’unanimità. Oggi prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è assolutamente non raccomandabile», ha aggiunto. «Oggi far entrare l’Ucraina non è all’ordine del giorno, tenendo anche conto che c’è l’articolo 42.7 del trattato che siccome impone il mutuo soccorso in caso di attacchi armati a un Paese europeo significherebbe entrare in guerra domani mattina contro la Russia. Secondo me si può pensare per l’Ucraina e altri Paesi lo statuto in prospettiva di partner privilegiato, che significherebbe avere la possibilità di godere di benefici reciprocamente, ma gestendo queste partnership con molta attenzione». Anche perché «sapete che se l’Ucraina domani mattina entrasse in Europa noi avremmo un impatto devastante su alcuni settori di attività a partire dall’agricoltura». L’alleanza gialloverde è tornata, è viva e lotta insieme a loro.
Ci risiamo, è tornata la febbre della legge elettorale, cioè del tentativo spesso riuscito di cambiare le regole in corsa nella speranza di vincere e restare a Palazzo Chigi.
Tante modifiche, ma l’obiettivo della stabilità ancora non è stato raggiunto
Dopo 47 anni con lo stesso sistema (proporzionale puro, la cosiddetta legge truffa visse un anno e non fu mai usata) che ha garantito altrettanti anni di governo alla Dc, se passasse la riforma Meloni con il curioso nome di Stabilicum, dalla nascita della Seconda Repubblica a oggi sarebbe la quinta volta in 30 anni che si procede a una modifica, senza aver sempre centrato l’obiettivo sbandierato ogni volta: dare stabilità al Paese. Stabilità che, quando si è avuta – come negli ultimi tre anni e mezzo – è stata piuttosto frutto di una buona campagna elettorale e di scelte politiche ben precise, che siano poi più o meno condivise lo decideranno gli elettori al prossimo giro. Ma l’arte di cavillare sulla legge elettorale, nella speranza di moltiplicare i voti come fossero pani e pesci, finora ha piuttosto portato (insieme a una offerta politica con sempre maggiori lacune strutturali) a un calo dell’affluenza che dovrebbe, quella sì, preoccupare la politica tutta.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Di riforma in riforma siamo arrivati al Rosatellum
Mattarellum, la tentata svolta dopo Tangentopoli
La prima riforma, a ridosso di Tangentopoli, voleva portare appunto stabilità dopo decenni di governi brevi (sempre con la Dc al centro però) e far sparire le preferenze che erano degenerate nel clientelismo. Era il 1993 e sulla scia della nuova e tuttora usata legge per eleggere i sindaci, nacque il Mattarellum. Un mix di poco proporzionale e molto maggioritario che introduceva bipolarismo e collegi uninominali: portò prima al governo Berlusconi, poi a quello Prodi e nel 2001 di nuovo al Berlusconi 2.
Silvio Berlusconi e Romani Prodi (Ansa).
Il Porcellum e la Consulta “legislatrice”
La nuova legge fu innanzitutto tradita da chi cambiava casacca e schieramento, poi venne abolita e rimpiazzata con quello che il suo ideatore, Roberto Calderoli, battezzò Porcellum. Era un ritorno al proporzionale ma con il premio di maggioranza e le liste dei candidati bloccate dai capi partito. La Corte costituzionale ne bocciò una parte, dando vita al mai usato Consultellum, introducendo così un precedente che è stato determinante negli anni a seguire e, di fatto, anche oggi: per la prima volta i giudici della Consulta intervennero su una legge elettorale, materia che finora era stata considerata intoccabile per garantire l’autonomia delle due Camere e, nel cassare una parte di regole, divennero di fatto essi stessi legislatori. Il Porcellum fu usato per tre legislature, dal 2005 al 2015 e il risultato furono una legislatura di due anni (governo Prodi 2), una di cinque con cambio di maggioranza e governo a metà strada (prima Berlusconi poi Monti) e una in cui il primo arrivato, Pierluigi Bersani, ammise di aver «non vinto», lasciando campo libero a tre cambi di governo e tre diverse maggioranze.
Roberto Calderoli (Imagoeconomica).
L’Italicum renziano rottamato senza essere mai usato
Matteo Renzi nel 2015 si inventò allora l’Italicum, dialogando con Silvio Berlusconi che però alla fine si sfilò dall’accordo. L’Italicum era un proporzionale con premio di maggioranza e sbarramento. Fu approvato con la fiducia, cosa mai successa, ma venne cassato dalla Corte costituzionale e quindi rottamata senza essere mai usata. Due anni dopo, a sanare le criticità indicate dalla Corte, fu approvato il Rosatellum, anch’esso un mix di proporzionale e maggioritario con cui si è votato nel 2018 (tre governi e tre maggioranze) e nel 2022 (un governo, una maggioranza).
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Le polemiche sullo Stabilicum e il rischio di perdere un’altra occasione
La materia, come molti dicono, è assai noiosa, le regole sono difficili da capire e a volte nemmeno chi le scrive sa davvero cosa succederà al momento del voto. Ma sono importanti e di solito funzionano meglio quando sono condivise. Di certo, dopo l’abolizione del Mattarellum, l’aver lasciato ai partiti la decisione monocratica sui candidati non ha aiutato né la selezione della classe dirigente portata dai collegi uninominali, né l’attaccamento al territorio tradizionalmente legato alle preferenze. E, soprattutto, la storia delle leggi conferma che l’unica vera garanzia per vincere le elezioni e restare al governo è fare politica, auspicabilmente buona politica, scegliendo i temi giusti in campagna elettorale, dando vita a un’alleanza che duri cinque anni e indicando un programma che piaccia agli elettori, agli alleati e non sia sconfessato dall’azione di governo. In questi giorni sta ripartendo il cantiere della riforma elettorale, la polemica è già al calor bianco, in attesa che i partiti decidano come affrontare questo anno elettorale, la speranza è che non sia l’ennesima occasione sprecata.
«Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa. E lo dico da persona che sostiene con forza la necessità che Italia ed Europa facciano di più per difendersi». Lo ha affermato Giorgia Meloni ospite di Mattino Cinque, parlando della trattativa con la Commissione Ue per ottenere flessibilità per le misure contro il caro energia. «Quando chiedi a qualcun altro di occuparsi della tua difesa poi lo paghi. Se di fronte alle crisi non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione. Bisogna cercare un equilibrio», ha aggiunto la premier.
Meloni: «Il costo del carburante è cresciuto meno che in Francia o Germania»
Meloni ha poi assicurato che i provvedimenti del governo in arrivo per scongiurare gli effetti della crisi energetica «saranno sempre puntuali», dicendo: «Ovviamente io comprendo la preoccupazione dei cittadini in questo periodo, è un po’ anche la mia preoccupazione, però voglio anche dire a quei cittadini che possono stare certi del fatto che il governo farà tutto quello che può e che deve per combattere le conseguenze delle crisi internazionali che noi stiamo vivendo». Per quanto riguarda il taglio delle accise, la presidente del Consiglio ha spiegato che «è stato un modo per impedire che esplodesse l’aumento dei prezzi», forse «una magra consolazione, ma da noi il costo del carburante è cresciuto sensibilmente meno di quanto non sia accaduto per esempio in Francia o in Germania».
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Sull’immigrazione: «Questo governo ha realizzato un cambio di passo totale»
La premier ha inoltre affrontato il tema dei migranti. «Questo governo ha realizzato un cambio di passo totale rispetto al passato, di fatto interrompendo una volta per tutte l’incremento incontrollato dell’immigrazione illegale, al quale noi assistevamo da anni. Abbiamo invertito la tendenza in modo drastico», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Potremmo anche fare ancora meglio da subito se tutte le componenti dello Stato remassero nella nostra stessa direzione».
Pd, M5s e Avs hanno chiesto alla Camera un’informativa di Giorgia Meloni dopo la pubblicazione da parte del Domani di alcuni screenshot di una chat di Whatsapp tra dirigenti trentini di Fratelli d’Italia (ex e attuali), in cui si leggono pesanti espressioni antisemite.
I messaggi incriminati scritti in chat
Come spiega il Domani, tutto è nato da una storia pubblicata su Instagram dal giornalista e militante di FdI Francesco Barone, in cui lo si vedeva assieme a David Parenzo, arrivato a Trento per il Festival dell’Economia. «Tra minchioni si intendono bene», scrive Daniele Demattè, consigliere comunale meloniano. Poco dopo il messaggio di dell’ex consigliere comunale Cristian Zanetti: «Peggio degli ebrei non so cosa possa esserci». Una cosa sì, almeno per Antonio Manara, cioè «i leccaculo dei giudei». Via della Scrofa già ieri aveva preso le distanze dal contenuto della chat, spiegando che «qualsiasi forma di antisemitismo è incompatibile con Fratelli d’Italia» e annunciando, se necessario, provvedimenti.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
Schlein: «Meloni prenda provvedimenti»
«I messaggi di odio antisemita emersi dall’inchiesta del Domani nelle chat territoriali di Fratelli d’Italia di Trento sono gravissimi e inquietanti», ha dichiarato Elly Schlein, segretaria del Pd: «Parliamo di dirigenti ed ex rappresentanti istituzionali del partito di Meloni: per questo è necessario e urgente che lei, in prima persona, condanni con fermezza questi fatti e prenda provvedimenti». E poi: «L’odio antisemita rivolto contro gli ebrei non può trovare alcuno spazio. Non può esserci neppure il minimo dubbio che posizioni come quelle emerse nelle chat possano essere tollerate o derubricate». Dura condanna anche da parte della deputata Debora Serracchiani: «Ci domandiamo come possa la presidente del Consiglio tollerare che possano essere presenti ancora e ricoprire dei ruoli istituzionali importanti ed essere presenti nel coordinamento di FdI alcune persone che hanno in una chat utilizzato dei termini che sono a dir poco antisemiti». Così Francesco Boccia, capogruppo dem al Senato: «Chi guida FdI prenderà provvedimenti contro chi ha espresso questi giudizi? Oppure anche stavolta farà finta di nulla, mettendo come sempre la polvere sotto il tappeto?».
Gli attacchi di M5s e Avs alla premier
Per la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti «non è tollerabile che il partito di maggioranza di questo Paese e quello che esprime la presidente del Consiglio accolga tra le sue fila esponenti che si esprimono come abbiamo letto». Così Riccardo Ricciardi, capogruppo del M5s alla Camera: «Scandalosa e schifosa ipocrisia, avete bollato per mesi tanti di noi come antisemiti e gli antisemiti ce l’avete nel vostro partito».
Mercoledì 27 maggio, il giorno della Lega: a Roma, nella nuova aula dei gruppi parlamentari a Campo Marzio, Matteo Salvini ha convocato i fedelissimi per il pomeriggio. Si deve parlare di «crescita e stabilità»: e chi viene “a rapporto” per questo appuntamento? Quattro amministratori delegati di peso, ossia Stefano Donnarumma per Fs, Pierroberto Folgiero per Fincantieri, Agostino Scornajenchi per Snam e Flavio Cattaneo per Enel. Occhi soprattutto su Donnarumma, che deve ancora sorbirsi le proteste governative, di Giorgia Meloni in particolare, per le pubblicità escogitate da Italia viva di Matteo Renzi nelle stazioni ferroviarie, con lo slogan “Quando c’era lei”. La premier ha poi negato di essersi lamentata direttamente con l’ad di Ferrovie, ma l’irritazione c’è stata, eccome. E poi ci saranno, sotto la guida di Alberto Bagnai che comanda il dipartimento economico della Lega, il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari, il coordinatore dei dipartimenti della Lega Armando Siri, Giulio Centemero, responsabile dipartimento Innovazione Lega, il sottosegretario al Mef Federico Freni (quello che ha mollato il sogno Consob), Claudio Borghi in qualità di componente del Copasir, il sottosegretario al Cipess Alessandro Morelli, la sottosegretaria al Mimit Mara Bizzotto, il presidente della Commissione Attività produttive alla Camera Alberto Gusmeroli. Conclusioni affidate al ministro all’Economia e alle Finanze Giancarlo Giorgetti. Cioè il vero leader, dice qualcuno…
Calatrava colpisce ancora. Pure la Ferrari
Alla fine sulla nuova Ferrari Luce è montato persino papa Leone XIV, che si è messo alla guida della costosissima supercar. Fatto sta che in Borsa il titolo Stellantis ha avuto un crollo, e le recensioni non sono proprio entusiastiche (eufemismo), anche per via del design.
La nuova Ferrari Luce è stata presentata a papa Leone XIV nella residenza di Castel Gandolfo. Erano presenti il presidente John Elkann, l'amministratore delegato Benedetto Vigna, insieme ad altri dirigenti e tecnici dell'azienda. "È stata una grande emozione e un immenso onore -… pic.twitter.com/0iVkB0mwGg
Ma c’era un fastidio in più. Come ben sanno tanti architetti, il dito è stato puntato anche sul luogo scelto per la presentazione romana: la Vela di Calatrava. La stampa infatti ha dovuto faticare non poco per raggiungere la zona, fuori dai circuiti classici degli eventi, a Tor Vergata, periferia Sud-Est della Capitale. Ora, per diverse dicerie che negli anni si sono sommate, il nome di quell’archistar spagnolo naturalizzato svizzero è legato a una pessima fama, roba da fare gli scongiuri. «Ma come gli è venuto in mente di abbinare un nuovo prodotto, della Ferrari poi, con quel progettista lì?», si sente dire fino a Venezia, dove il cosiddetto “ponte della Costituzione”, altra opera di Calatrava, ha falcidiato decine di persone che lo hanno attraversato, finite in ospedale per gli scivoloni nei giorni di pioggia, e non solo.
Luce, la prima Ferrari elettrica (Imagoeconomica).
Quel gigantesco complesso romano era stato iniziato per i Mondiali di nuoto del 2009, poi l’opera è stata consegnata all’Agenzia del Demanio per la rivisitazione del progetto. Ora per l’ex Città dello Sport si punta, in condivisione con la Regione Lazio e il Comune di Roma Capitale, a realizzare una nuova centralità metropolitana, una «Green City per la salute, la ricerca e la formazione», dicono i promotori. Insomma, un «ecosistema multifunzionale, con spazi pubblici e servizi, nuove opportunità per ripristinare la fiducia dei giovani verso le Istituzioni pubbliche». Adesso questo «spazio futuristico, per la prima volta nella sua storia», è stato dedicato a un evento come quello della Ferrari.
Sabato 30 maggio è in programma addirittura un percorso di scoperta della Ferrari Luce: «L’esperienza immersiva, gratuita e fortemente voluta dall’Agenzia del Demanio e da Roma Capitale, inizierà con un’esposizione delle componenti tecnologiche e di design delle vetture, con successivi momenti di approfondimento delle sue caratteristiche uniche. Al termine della visita, i partecipanti potranno ammirare da vicino anche altri modelli iconici della storia di Ferrari. A rendere ancora più suggestivo l’evento, a partire dalle ore 21, dei light show illumineranno l’architettura avveniristica dell’edificio». C’è chi arriverà con gli amuleti in tasca.
Barbara Berlusconi sfoggia la sua fondazione
Barbara Berlusconi è come suo padre: da qualche tempo ha pure una fondazione a suo nome, e da viva. Sui social stanno impazzando le immagini della visita di BB (ma non è Brigitte Bardot) alla Pinacoteca di Brera, in veste di mecenate e amante delle arti: che poi è il modo migliore per apparire con un profilo “positivo” al grande pubblico e farsi amare dai follower. Sarà lei a mettere il nome, anzi il cognome, di famiglia, alle prossime elezioni politiche? Difficile. Al massimo, dice qualcuno, forse sta facendo un pensierino alle prossime Comunali di Milano del 2027, per aiutare Forza Italia nella piazza meneghina. O magari un altro partito? Ah, saperlo: ma forse Ignazio La Russa già sa come andranno le cose…
Conte e Ranucci dove presentano il libro sulla Rai? Da Mondadori
È davvero il mondo al contrario (ma per una volta il generalissimo Roberto Vannacci non c’entra): la presentazione pentastellata del libro sulla Rai si è svolta nella romana Galleria Alberto Sordi, all’interno dello spazio della libreria Mondadori. Che è della famiglia Berlusconi. Grande partecipazione dei fedelissimi e dei simpatizzanti, tutti a elogiare le fatiche della presidente della commissione di vigilanza sulla Rai, la pentastellata Daniela Floridia, a cominciare dall’ex premier Giuseppe Conte per continuare con Sigfrido Ranucci. In pole position Duilio Giammaria (quello di Petrolio, il programma di approfondimento giornalistico della Rai) e l’ex direttore del Tg1Giuseppe Carboni. Più l’ex presidente della Rai Roberto Zaccaria. Alla fine è stata una rimpatriata M5s, sotto le insegne Mondadori.
Radio2 Social Club, Barbarossa promuove Netflix e Zerocalcare
Ogni mattina c’è qualcuno che fa un salto sulla sedia quando vede Luca Barbarossa e i suoi ospiti su Radio2 Social Club, che va in onda anche su Rai 2. Mercoledì mattina ecco Zerocalcare e un gigantesca promo a tutto vantaggio di Netflix, per Due spicci, la nuova miniserie animata realizzata dal celebre fumettista romano (mezzo francese, da parte di madre). «Alla faccia della nostra egemonia culturale, qua sta ancora tutto in mano alla sinistra?», fanno notare quegli insaziabili di Fratelli d’Italia all’ad della Rai Giampaolo Rossi…
Nell’ambito delle indagini sulla società Bisteccheria d’Italia, la procura di Roma ha chiesto alla giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati di poter acquisire le conversazioni tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, il ristoratore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni e per aver agevolato il clan Senese. Lo riporta il Corriere della Sera.
Delmastro è appena stato ascoltato in Antimafia
Ascoltato in Antimafia in merito alla sua partecipazione nel ristorante Le Cinque Forchette assieme alla figlia di Caroccia, , Delmastro ha dichiarato di essere finito per la prima volta nel locale perché «aveva una struttura simpatica». Precisando, inoltre, di essere stato all’oscuro delle vicissitudini giudiziarie di Caroccia e di essere entrato in società con la figlia senza aver fatto prima alcuna ricerca online. «Bastava cercare su Google. Non farlo è stata una imperdonabile leggerezza politica e non giuridica, che ha portato alle mie dimissioni», ha detto l’ex sottosegretario.
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).
Il legale di Caroccia “scagiona” Delmastro
«In base agli elementi a mia conoscenza in quelle chat sono presenti discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro, ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata», ha dichiarato dopo la richiesta dei pm l’avvocato Fabrizio Gallo, legale di Caroccia.
L‘exploit dei vannacciani a Vigevano fa tremare la Lega. Il terzo posto conquistato dal candidato futur-nazionalista Furio Suvilla (14,33 per cento) e il sorpasso su quello leghista Riccardo Ghia, fermo all’11 per cento, ha fatto scattare l’allarme in via Bellerio e il commissariamento del partito a Pavia affidato dal segretario lombardo Massimiliano Romeo a Gian Marco Centinaio.
Revocata la nomina del segretario Vignati
Il capo dei senatori leghisti, si legge in una nota, ha revocato «con efficacia immediata» sia il segretario provinciale Jacopo Vignati che il consiglio direttivo provinciale i cui poteri di rappresentanza. I vertici locali sono accusati di aver fatto «scelte politiche in relazione alla composizione della lista elettorale del Comune di Vigevano» – il segretario cittadino Andrea Sala aveva messo in lista due candidati musulmani: il portavoce della comunità islamica locale Hussein Ibrahim e la studentessa Hagar Haggag – che «hanno prodotto effetti lesivi per l’immagine del movimento, arrecando un evidente danno politico all’azione della Lega, con ripercussioni non circoscritte al solo ambito locale, ma estese al livello regionale e nazionale». La lista elettorale, continua il j’accuse, è stata compilata «con imperizia, superficialità e in totale contrasto con la linea politica del movimento, ricordando che l’articolo 6 dello Statuto al comma 2 prevede che “Le cariche elettive relative al candidato sindaco e alla collegata lista riferita a Comuni e città non capoluogo di Provincia, vengono proposte dalle sezioni Comunali competenti, e approvate dalla relativa sezione provinciale». Ritenuto «evidente il danno politico causato dalla mancata vigilanza della segreteria provinciale sulle liste presentate e la necessità di ripristinare una linea del movimento chiara, in modo urgente, in vista dell’imminente secondo turno delle elezioni amministrative», Romeo ha provveduto a nominare Centinaio commissario provinciale.
MassimilianoRomeo (Imagoeconomica).
Vannacci: «Noi alle centinaia preferiamo le Decime»
Dal canto suo Vannacci risponde a suo modo, su Instagram, alla nomina di Centinaio commissario provinciale. «La conseguenza del grande risultato ottenuto dal candidato Furio Suvilla, sostenuto da Futuro Nazionale, evidentemente ha lasciato il segno», ha commentato il generalissimo. «E per correre ai ripari scelgono proprio Centinaio, quello che diceva che “un generale toscano con l’ideale della Decima Mas non ha niente a che fare con il Nord” e che, pochi giorni fa, dichiarava “Vannacci? Mai stretto neanche la mano». E conclude: «Noi, invece, le idee le abbiamo chiare e alle centinaia preferiamo le Decime. Sempre».
Intervenuta all’Assemblea di Confindustria, Giorgia Meloni ha duramente criticato l’Unione europea, definita dalla presidente del Consiglio «un gigante burocratico» che si dimostra «miope quando deve far sentire la sua voce» e che «sacrifica la crescita sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici». La premier ha poi detto: «Chiediamo all’Ue di fare meno e meglio per difenderci dalla crisi». Nel corso del suo intervento, Meloni ha poi proposto agli industriali «avviare subito un cantiere comune per arrivare ad una riforma comune della burocrazia in Italia». Le parole della presidente del Consiglio sono state duramente criticate da Elly Schlein: «Dimentica che da quattro anni è al potere in Italia e in Europa, con una larga maggioranza di governi di destra».
Al suo affacciarsi in politica qualcuno sorrideva. Parliamo di Paolo Zangrillo, che a tutti era apparso come l’ennesimo raccomandato, il fratello minore di Alberto Zangrillo, che fu medico personale di Silvio Berlusconi. Zangrillo junior, oggi 64 anni, s’è palesato sulla scena nel 2018, candidato ed eletto deputato nelle file di Forza Italia per volere del Cavaliere. Poi fu rieletto nel 2022, questa volta come senatore. Ma con l’arrivo a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni, ecco che Zangrillo ha fatto il suo ingresso addirittura nel governo, come ministro della Pubblica amministrazione (anche se fu annunciato come ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica per colpa di un clamoroso errore di lettura). Il suo nome sta rimbalzando parecchio negli ultimi tempi, anche in chiave tutta interna a Forza Italia, perché è lui il principale interlocutore con cui si interfaccia Marina Berlusconi. Tanto che tra gli azzurri ormai è sempre più diffusa l’idea che sarà Zangrillo il prossimo segretario, quando si andrà al congresso, dopo le elezioni del 2027, e Antonio Tajani sarà costretto a passare la mano.
Paolo Zangrillo e Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).
Zangrillo in pole rispetto a personaggi in ascesa come Occhiuto e Cirio
È con lui, infatti, che la figlia di Silvio si consulta più spesso, è con lui che si vede di sovente a pranzo nella sua abitazione in corso Venezia a Milano, dove lo chef Ruggero prepara dei gran risotti. Tanto che ormai i parlamentari azzurri sanno bene che, se vogliono far arrivare un messaggio a Marina Berlusconi, è con Zangrillo che devono parlare. «Parlate con lui e lei saprà», è il tam tam che viaggia dal Transatlantico di Montecitorio al Salone Garibaldi di Palazzo Madama. È il ministro, infatti, il principale trait d’union tra partito, territorio e famiglia. E quando si chiede a deputati e senatori forzisti chi potrebbe essere il futuro leader, la risposta è sempre la stessa: Zangrillo. Che viene dunque dato in pole position rispetto a personaggi in grande ascesa come Roberto Occhiuto e Alberto Cirio.
Roberto Occhiuto con Alberto Cirio (Imagoeconomica).
Del resto Zangrillo ha più confidenza con la famiglia, che frequenta da molti anni grazie al ruolo avuto dal fratello Alberto. E in questo tempo ha saputo instaurare un solido rapporto con Marina e Pier Silvio, che ne apprezzano le qualità politiche e umane. Insomma, è nato un feeling che per molti avrà come risultato la leadership di Forza Italia. Certo, alla rivoluzione manca parecchio, almeno un anno e mezzo, che in politica equivale a un’era geologica, soprattutto con le Politiche di mezzo. Ma per ora è lui il più accreditato alla successione.
In Lombardia Sorte resta coordinatore, Cattaneo vice
L’ha capito Occhiuto, che lo interpella spesso e l’ha pure invitato come ospite al congresso calabrese. E il rapporto è ottimo anche con altri coordinatori, a cominciare da Cirio. Del resto, lo stesso Tajani l’ha inviato sul territorio a dirimere i problemi e a far da mediatore in vista dei congressi. Almeno otto (su 20) andranno in scena prima dell’estate, tra cui quello più importante, in Lombardia, dove resterà coordinatore Alessandro Sorte, ma tra i suoi vice avrà un esponente della minoranza: Alessandro Cattaneo.
Ex rugbista, avvocato, Zangrillo fino al 2018 ha sempre lavorato nel privato, per esempio alla Magneti Marelli, tranne una parentesi in Acea. Sposato con Maria Luisa, ha tre figli: Carlotta, Alessandro e Francesco. «La nostra guida è Tajani, ma se servirà, se me lo chiedessero, io sono a disposizione», ha confidato Zangrillo qualche tempo fa a Il Foglio. «Conosco la famiglia Berlusconi da trent’anni, pranzo con Marina ma non ho bisogno di dirlo, non cerco i giornalisti per farlo sapere», aggiungeva, con un pizzico di veleno nei confronti dei colleghi di partito troppo ciarlieri.
Candidatura di Marina all’orizzonte? «Non credo»
E ancora: «Con i Berlusconi ho un rapporto che va oltre la politica. Marina è innamorata del suo mestiere e ha un amore viscerale per Forza Italia. È preziosissima nel darci i suoi consigli. Non credo che la sua candidatura sia all’orizzonte così come quella di Pier Silvio, che è impegnato nell’allargamento europeo dell’azienda». Concetti ribaditi più di recente pure alle agenzie di stampa. «Marina in questo passaggio politico sta dimostrando forza e visione. Lei a FI ci tiene, è normale e giusto che se ne interessi. Ma è anche vero che lei è innamorata di quello che fa, una sua candidatura al momento è impensabile».
Tutti messaggi che è la stessa primogenita a far filtrare, per bocca di Zangrillo. Dunque, se parlate col ministro della Pa, Marina saprà, ma se lo ascoltate, saprete anche cosa pensa Marina. E a Tajani non resta che abbozzare. Attenzione però: fino alle Politiche non si muoverà nulla. «Alle elezioni abbiamo bisogno di un partito forte e di un segretario altrettanto forte, indebolire Tajani renderebbe più debole anche FI e questo non conviene a nessuno. La rivoluzione, se ci sarà, arriverà dopo», confida una fonte autorevole del partito. E la rivoluzione ha sempre più l’identikit di Paolo Zangrillo, con dietro l’ombra Marina B.
Il Pd toscano è giubilante – festa grande! – per la vittoria a Prato e Pistoia alle elezioni amministrative, in attesa dei ballottaggi di Arezzo e Viareggio. A Prato, la Gotham City del centro Italia, il Pd governava già, ma c’erano stati parecchi casini, compreso le dimissioni dell’ex sindaca Ilaria Bugetti accusata di corruzione. A Pistoia la destra aveva conquistato il Comune nel 2017 grazie ad Alessandro Tomasi, poi promosso in Regione. Sono due città in cui la sinistra ha sempre governato e ha anche perso, giusto lo spazio di una parentesi politica (Prato ha avuto un sindaco di centrodestra, Roberto Cenni, dal 2009 al 2014). Adesso i dirigenti locali del Pd spacciano formule proto-nazionali, l’unità che la vince, la solidità che la trionfa, il campo largo quale categoria dello spirito. Salvo dimenticare che l’Italia non è una gigantesca Toscana, ma leggermente più variegata.
Matteo Biffoni con Ilaria Bugetti (Ansa).
A Prato vince Biffoni ma il Pd perde voti
A Prato vince anzitutto Matteo Biffoni, già mister 22 mila preferenze alle Regionali di qualche mese fa. Dopo pochissimi mesi in Consiglio regionale, Biffoni è tornato a Prato per salvare il Pd pur mettendoci parecchio del suo: la sua lista civica ha preso il 17,30 per cento (sette seggi); l’ultima volta, nel 2019, aveva preso l’8,67 per cento (quattro seggi). Il Pd è arrivato stavolta al 28,63 per cento (11 seggi) contro il 31,70 per cento del 2019 (14 seggi). Eppure Emiliano Fossi, il segretario del Pd toscano commissariato da Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd nazionale, è lì che brinda.
Matteo Biffoni (Ansa).
Pistoia conferma il problema di classe dirigente in FdI
Il colpo grosso semmai è Pistoia, dove Fratelli d’Italia dimostra (e non è la prima volta) che c’è un problema di classe dirigente a destra. Tomasi vinse nel 2017 e anche cinque anni dopo prendendo voti pure a sinistra. Poi però è stato eletto in Consiglio regionale, dopo aver sfidato Eugenio Giani e lasciando in anticipo l’incarico di sindaco. Da quel momento in poi la sconfitta del centrodestra era già assicurata, perché a Pistoia in 10 anni non è nato un nuovo Tomasi.
Alessandro Tomasi (Instagram).
Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di FdI, dice che andava clonato e ammette che il centrodestra ha perso tempo a scegliere l’avversario del Pd, o meglio, l’avversaria, Anna Maria Celesti. A vincere a Pistoia dunque è stato il centrosinistra guidato da Giovanni Capecchi, anche se il Pd ha rischiato come al solito di farsi male. Ci sono state le primarie (benedette primarie!), vinte appunto da Capecchi, garbato professore di letteratura italiana all’Università per stranieri di Perugia, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, sostenuto nelle suddette primarie da Furfaro, che se n’è infischiato delle direttive del Pd locale, schierato sulla candidata del Pd Stefania Nesi (futuro vicesindaco).
Il neo sindaco di Pistoia, Giovanni Capecchi (Ansa).
Risultato: le primarie le ha vinte uno non del Pd, appoggiato da un pezzo grosso del Pd, contro il Pd locale. Sembra in fondo la parabola della segretaria Elly Schlein, che ha vinto puntando sul voto delle primarie aperte e poi ha costruito una segreteria a sua immagine e somiglianza con tutta gente che non faceva parte del Pd: da Furfaro a Igor Taruffi a Marta Bonafoni, eccetera eccetera.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
Intanto mister preferenze guarda già al dopo Giani
Il riformista Biffoni – uno dei «riformisti radicali» come li chiama sprezzantemente Giani – ha salvato la faccia al Pd dopo che il Pd ha cercato di fare a meno di quelli che non si sono bonaccinianamente uniti al coro per la segretaria. Epperò quando ce n’è bisogno sono lì a prendere voti e a lanciare la sfida in vista delle prossime elezioni regionali. Biffoni è infatti sicuro di un fatto: anche da sindaco di Prato si può ambire a fare il grande salto e a fare il presidente della Regione. È quello che cercherà di fare al momento opportuno.
Da ex presidente della Regione Puglia e magistrato, Michele Emiliano ha attirato molti amici lunedì sera alla presentazione romana del suo romanzo intitolato L’alba di San Nicola, edito da Solferino, alla Mondadori di Galleria Alberto Sordi. Accanto a lui c’era Gianrico Carofiglio, altro pugliese doc.
Michele Emiliano con Gianrico Carofiglio durante la presentazione del libro L’alba di San Nicola (Ansa).
Tra i presenti anche Nunzia De Girolamo, moglie di Francesco Boccia. Era attesa anche la segretaria dem Elly Schlein che però ha dato forfait forse per la delusione delle Comunali. Quando ormai si era fatta una certa, si è palesato Angelo Chiorazzo, fondatore della Cooperativa Auxilium, vicepresidente vicario dell’Associazione Generale Cooperative Italiane, e soprattutto vicepresidente del Consiglio regionale lucano e leader di Basilicata Casa Comune. Emiliano, comunque, ancora una volta ha dimostrato di avere tanti amici.
Michele Emiliano (Ansa).
A Rainews24 Faustini con la foto di Mattarella
Rassegna stampa post voto martedì mattina a Rainews24. A commentare i risultati delle Comunali con Roberto Vicaretti c’era il noto giornalista Alberto Faustini. Curioso il set casalingo alle sue spalle: al muro, “impecettata”, con lo scotch perfettamente visibile, era in bella mostra una sua foto insieme presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla sua destra un pupazzo di Topolino, quindi appesa al muro una stampa con la coda di una balena. Un “pantheon” davvero particolare…
Alberto Faustini in collegamento con Roberto Vicaretti.
Capezzone spin doctor di Marina?
Per caso Marina Berlusconi è in cerca di uno spin doctor? Nel caso c’è sempre Daniele Capezzone… Nel numero del Tempo in edicola martedì, il direttore verga un editoriale in cui individua tre possibili strade politiche per la primogenita del Cav in Forza Italia: la discesa in campo, una regia dietro le quinte e una terza via «probabilmente la più interessante e congeniale agli impegni imprenditoriali, oltre che la più naturale: quella di incarnare un punto di rappresentanza valoriale, la garante di alcuni princìpi, senza coinvolgimenti politici diretti o indiretti. Indicare obiettivi alti, segnalare temi, incoraggiare la discussione pubblica in quelle direzioni». Insomma un faro per tutti coloro che per decenni hanno venerato e votato Silvio. Tra gli azzurri c’è chi legge questa disamina come un’autocandidatura al ruolo di consigliere…
L’editoriale di Daniele Capezzone sul Tempo.
Fiorello punzecchia Gualtieri
Fiorello alla Pennicanza è tornato a punzecchiare il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. «Quando ci siamo incontrati agli Internazionali di tennis quasi manco mi ha salutato e mi ha dato la mano, ma era moscia», ha raccontato lo showman in diretta su Radio2. Ma quale sarebbe il motivo di questo gelo? «Forse c’entra la questione del ticket per le auto elettriche», ha ipotizzato Fiorello. «Io me l’ero appena comprata. E tu mo’ mi metti il ticket? Ma allora io mi compro un trattore e vado in città con il trattore!». Il riferimento è alla decisione del Comune di Roma di introdurre dal primo luglio la ztl a pagamento anche per le e-car e le auto a idrogeno, su cui Fiorello aveva ironizzato lo scorso febbraio: «I soldi li prenderanno dalla Fontana di Trevi, dalle multe sulla Tangenziale e da quella cosa che per attraversare la strada devi pagare 50 centesimi che ho proposto. Non bastano?! Devono prenderli pure dalla mia macchina elettrica? Ma io voglio andare a Via del Corso gratis, voglio parcheggiare sulle strisce blu gratis!».
Ascoltato in Antimafia in merito alla sua partecipazione nel ristorante Le Cinque Forchette assieme alla figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni e per aver agevolato il clan Senese, l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro ha dichiarato di essere finito per la prima volta nel locale perché «aveva una struttura simpatica». Precisando, inoltre, di essere stato all’oscuro delle vicissitudini giudiziarie di Caroccia.
Andrea Delmastro e Mauro Caroccia (TIKTOK/BISTECCHERIA DA BAFFO).
Delmastro: «Se avessi saputo non ci avrei fatto una società»
«Nessuno mi ha consigliato il locale. Non ricordo se consultando le app, ci siamo fermati lì ma era comunque pieno: aveva una struttura simpatica e così dopo qualche mese ci finii per la prima volta», ha detto Delmastro: «Ovviamente se avessi saputo non ci avrei fatto una società e non ci sarei andato mai più immediatamente». L’ex sottosegretario, in Antimafia, ha poi sottolineando che «la precipitosa fuga dalla società lo testimonia inequivocabilmente». Rispondendo all’obiezione che sarebbe stato sufficiente consultare un motore di ricerca su Internet per sapere chi fosse Mauro Caroccia, Delmastro ha inoltre detto: «Bastava digitare Google, è vero. Non farlo è stata una imperdonabile leggerezza politica e non giuridica, che ha portato alle mie dimissioni».
A volte ritornano. Emanuela D’Alessandro, attuale ambasciatrice a Parigi, a 65 anni rientra al Quirinale dove ha già ricoperto fino a quattro anni fa il ruolo di consigliera diplomatica di Sergio Mattarella. Prima donna a esercitare questa funzione, una delle più prestigiose nella carriera diplomatica, D’Alessandro fu nominata, a ridosso del bis del capo dello Stato, ambasciatrice in una delle capitali cruciali per i rapporti internazionali dell’Italia.
Ottimo il rapporto tra Mattarella ed Emmanuel Macron, più conflittuale quello tra l’inquilino dell’Eliseo e Giorgia Meloni: D’Alessandro si è trovata a gestire mesi difficili, riuscendo a tenere sempre aperto il canale di dialogo tra Roma e Parigi. Negli anni al Colle aveva assecondato la “politica estera” del presidente, tra sostegno a Onu, Unione europea e Nato e apertura a Cina, Sud Est asiatico, Africa e Sud America.
Segnale di quanto sia importante per Mattarella il rapporto con la Francia
Ora rieccola al Quirinale. Un segnale di quanto sia importante per Mattarella il rapporto con la Francia che entra in un difficile anno elettorale (si vota nel 2027, così come in Italia). Tra le due consigliature di D’Alessandro, la feluca del Colle è stato l’ambasciatore Fabio Cassese, ora destinato a un’altra capitale fondamentale per Roma e per il futuro di Nato e Ue: Londra.
Oltre alle grandi sfide di questa tornata di Comunali – Venezia, Reggio Calabria e Salerno su tutte – l’attenzione, per lo meno quella mediatica, era concentrata anche su corse chiamiamole vip che vedevano protagonisti big appannati, viceré, feudatari e nuove leve agguerrite.
Casalino non è stato eletto, ma si prenota per le Politiche
Partiamo con Rocco Casalino. Ex factotum di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi e già deus ex machina della comunicazione cinque stelle, Casalino non solo da marzo 2026 dirige il sito La Sintesi, edito dalla TaTaTu di Andrea Iervolino, ma è tornato alla politica candidandosi a consigliere comunale nella “sua” Ceglie Massapica, località del Brindisino spesso scelta dalla premier Giorgia Meloni per le vacanze estive.
Rocco Casalino con Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Sfida persa per Casalino, ma solo a metà. Con 246 voti raccolti, l’ex portavoce è risultato il secondo più votato della lista “Uniti si cambia”, appoggiata anche dal M5s, al suo debutto in città e risultato primo partito del campo largo con il 10,67 per cento (il Pd si è fermato a un modestissimo 6 per cento). Vero, Ceglie Massapica resta convintamente di centrodestra – è stato eletto Angelo Palmisano (67 per cento) – ma forse Casalino non resterà fuori da un palazzo ancora per molto. Stando all’articolo 2 del Codice etico del Movimento 5 stelle, «per proporre la propria candidatura al parlamento italiano, al parlamento europeo e nelle Regioni, è necessario essere stati candidati in una lista comunale o di municipio/circoscrizione avendo conseguito un numero di preferenza non inferiore alla media delle preferenze raccolte dai candidati della lista». Quelle 246 preferenze sono così il pass per poter correre alle prossime Politiche. Vedremo.
Rocco Casalino (Imagoeconomica).
Vannacciani col botto a Vigevano
Un altro risultato che si riverbera sul palcoscenico nazionale è quello ottenuto da Furio Suvilla a Vigevano, comune di 60 mila abitanti nella provincia pavese. Suvilla, frontrunner di Roberto Vannacci, ha incassato un sorprendente 14,33 per cento, superando la Lega, con l’assessore uscente Riccardo Ghia fermo all’11 per cento.
Furio Surilla (da Fb).
Suvilla non andrà al ballottaggio, ma il suo tesoretto di preferenze potrebbe pesare parecchio l’8 e il 9 giugno. «Vigevano è apripista per le prossime elezioni politiche», ha commentato il generale che in Lombardia ha appena accolto due consiglieri regionali inaugurando così una sua componente al Pirellone. Restando a Vigevano, si segnala anche il flop di Massimo Lovati. L’ex avvocato di Andrea Sempio era appoggiato da Marco Rizzo: per lui un tombale 1 per cento.
Massimo Lovati (Ansa).
A Cene dopo 36 anni tramonta il regno leghista
Schiaffo simbolico per la Lega anche nella Bergamasca. A Cene, comune di 4 mila abitanti in Val Seriana, Gaia Anselmi ha dovuto cedere il passo al civico Roberto Radici che ha incassato il 61 per cento con 1.178 voti. Anselmi si è fermata a 752: fine dei 36 anni di potere leghista.
Santa Marinella non premia Mariarosaria Rossi
Difficilmente avrà un altro palcoscenico Mariarosaria Rossi. L’ex “badante” del Cav, un tempo zarina di Forza Italia, era in corsa con Noi Moderati, FI e due liste civiche, a Santa Marinella, a pochi chilometri da Roma, ma si è dovuta accontentare del 5,27 per cento. Al ballottaggio nella località costiera in cui il centrodestra si è presentato diviso, vanno Damiano Gasparri sostenuto da Fratelli d’Italia, Futura, Lega, Lista Civica Gasparri (32,58 per cento) e il civico Alessio Manuelli appoggiato da Noi con Manuelli sindaco, Orizzonti Comuni, Uniti per Manuelli sindaco, Onda Nuova Manuelli sindaco (27,77 per cento).
Mariarosaria Rossi (dal profilo Fb).
Cateno De Luca in chiaroscuro
La tornata elettorale è stata caratterizzata anche per la conferma a Messina del regno di Cateno De Luca, ex primo cittadino e leader di Sud chiama Nord. Nella città dello Stretto ha vinto il suo fedelissimo Federico Basile. Male invece ad Agrigento, dove Luigi Gentile non è riuscito ad arrivare al ballottaggio, e pure a Milazzo, dove l’ex viceministra all’Economia Laura Castelli, già storica esponente del M5s e presidente di Sud chiama Nord, si è fermata al 15 per cento, molto più delle liste che la sostenevano (8 per cento) e superando di gran lunga il Pd.
Cateno De Luca (Imagoeconomica).
Festa per i Cuffaro, derby per i Fitto
Sempre in Sicilia, a Raffadali, nell’Agrigentino, il Comune resta in mano ai Cuffaro. Con una percentuale bulgara – 75,5 per cento – ha trionfato Ida Cuffaro, 27enne figlia del sindaco uscente Silvio Cuffaro, fratello dell’ex governatore Totò. Infine non poteva mancare un derby familiare.
Il manifesto elettorale di Ida Cuffaro.
A Maglie, nel Leccese, è stato eletto sindaco l’uscente Ernesto Toma, con cui era candidato consigliere Felice Fitto,fratello di Raffaele, vicepresidente della commissione Ue. Toma ha avuto la meglio su Antonio Fitto, zio di Raffaele e Felice, già per tre volte sindaco di Maglie e sostenuto dalla Lega.
Oltre il referendum c’è di più. I dati definitivi e ufficiali devono ancora essere certificati, è vero, ma una prima analisi del voto amministrativo che avrebbe dovuto portare alle urne 6 milioni di italiani (e invece ne ha portati poco più della metà) consegna la foto di un pareggione tra centrodestra e centrosinistra, con una città che spariglia, Venezia, e fa pendere la bilancia politica a favore di Giorgia Meloni.
La vittoria di Venturini suona come una sberla al campo largo
I dati saranno poi pesati, letti e valutati in controluce, ognuno canterà vittoria, nessuno pronuncerà la parola sconfitta. Ma quando sui desk delle redazioni è arrivata la prima notizia della possibile e non prevista vittoria in Laguna di Simone Venturini, civico di centrodestra, sul compassato dem Andrea Martella, la lettura che ha prevalso è stata quella di una sberla al campo largo. O perlomeno, di un sano bagno di realismo dopo la sbornia del referendum.
Simone Venturini (Imagoeconomica).
Le battaglie nazionali alle Comunali contano poco
Perché troppi nei palazzi avevano fatto una facile equazione: Meloni sconfitta al referendum vuol dire Meloni sconfitta alle Politiche tra un anno. E invece oltre al No al referendum c’è di più. Innanzitutto chi bazzica un po’ la politica sa che le elezioni amministrative anticipano i trend politici ma non si fanno anticipare da loro. Chi spera di conquistare i Comuni grazie alle battaglie nazionali spesso sbaglia. Contano i candidati forti e non piazzati a fine carriera (e in questa tornata hanno vinto o i giovani o i capipopolo, come Vincenzo De Luca pronto a tornare regnante della sua Salerno per la quinta volta), contano i programmi più puntuali, dal futuro dei bus alla realizzazione di un marciapiede.
Vincenzo De Luca (Imagoeconomica).
Al campo largo non basta che il centrodestra combini guai
Eppure tutti a Venezia, dopo i disastri del trio Nordio-Venezi-Buttafuoco/Giuli, si aspettavano la vittoria del senior Andrea Martella sul giovane braccio destro dell’uscente Brugnaro. La vittoria del diligente e ordinato centrosinistra però non è arrivata nemmeno a fronte di un centrodestra pasticcione e scombussolato. Perché evidentemente non basta al campo largo che il centrodestra combini guai, nemmeno guai di rango internazionale, per vincere le elezioni. Un promemoria, questo, arrivato abbastanza in tempo per correre ai ripari, se Elly Schlein e Giuseppe Conte capiscono il messaggio.
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
La scelta di un sindaco scalda meno del No al referendum
Martedì con calma si cercherà anche di capire perché l’affluenza continua a calare; si cercherà di capire se, come molti temono, quei giovani corsi in massa a votare No al referendum sulla giustizia siano rimasti invece a casa quando si trattava di scegliere un sindaco. Ma intanto il messaggio degli elettori è arrivato forte e chiaro: servono programmi concreti e non ambigui, alleanze certe, candidati brillanti, insomma un progetto con la P maiuscola. Gli errori degli altri, l’antipatia degli italiani per Trump, la timidezza del governo nel criticare Israele, i salari bassi, le ristrettezze della sanità pubblica, non bastano. Per vincere, oltre al No, serve di più.
Si sono chiuse alle ore 15 le urne per le elezioni amministrative che hanno visto chiamati al voto oltre 6,6 milioni i cittadini chiamati in un totale di 895 Comuni, di cui 121 superiori a 15 mila abitanti e i 18 capoluogo: Venezia, Mantova, Lecco, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Avellino, Salerno, Andria, Trani, Crotone, Reggio Calabria, Agrigento, Enna e Messina. Affluenza al 61 per cento, in calo di oltre 4 punti percentuali rispetto ai precedenti.
Venezia
A Venezia gli exit poll Opinio per Rai danno avanti Simone Venturini, candidato del centrodestra, con una forbice tra 47 e 51 per cento. Per il candidato del campo largo Andrea Martella la forbice va dal 40 al 44 per cento.
Schede elettorali (Ansa).
Reggio Calabria
Il candidato del centrodestra, in questo caso Francesco Cannizzaro, è dato come vincitore – con ampio margine – anche a Reggio Calabria: forbice tra 64 e 68 per cento. Nettamente staccato Domenico Battaglia (21-25 per cento), nome del campo largo.
Donna al voto per le elezioni amministrative (Ansa).
Gli altri capoluoghi
A Messina gli exit poll danno in testa il candidato civico Federico Basile (51-55 per cento) su Marcello Scurria del centrodestra (27-31 per cento). A Salerno gli exit poll vedono avanti l’ex governatore campano Vincenzo De Luca (56-60 per cento), nettamente dietro Gherardo Maria Marenghi del centrodestra: forbice del 14-18 per cento, la stessa di Franco Massimo Lanocita, sostenuto da M5s e Avs. A Prato ampiamente avanti l’ex sindaco Matteo Biffoni (centrosinistra) con una forbice tra 49,5 e 53,5 per cento, staccato Gianluca Banchelli (centrodestra) con una forbice tra 26 e 30 per cento. A Chieti econdo il primo exit poll Giovanni Legnini, candidato del centrosinistra, è in vantaggio nella corsa a sindaco con il 46-50 per cento, davanti ai due candidati di centrodestra Cristiano Sicari (22-26 per cento) e Mario Colantonio (17-21 per cento).
Il generale si gonfia. Anche nei territori. Questa volta il campo di battaglia è la Lombardia. Due consiglieri regionali sono entrati nelle schiere di Futuro Nazionale. E lo scippo stavolta non è ai danni della Lega. I due nuovi parà-cadutati sono infatti Luca Daniel Ferrazzi da Gallarate e il meloniano Pietro Macconi da Bergamo. Ferrazzi, per anni portabandiera di Alleanza Nazionale nel Varesotto, entrò per la prima volta in Consiglio regionale nel 1995. Rieletto nel 2000 e nel 2005, dal 2008 al 2010 fu assessore all’Agricoltura. Nel 2013 passò alla Lista Maroni e alle Regionali del 2023 venne rieletto nella circoscrizione di Varese con la lista Lombardia Migliore, la civica a sostegno di Letizia Moratti dalla quale si allontanò dopo il ritorno dell’ex sindaca di Milano in Forza Italia, per passare nel Misto. Strappo quanto mai lungimirante, visto che Moratti ha recentemente ribadito il suo no a un eventuale ingresso di Vannacci nel centrodestra, per incompatibilità valoriale.
Luca Daniel Ferrazzi (Imagoeconomica).
Macconi, 75 anni, è un ex alpino, e come Ferrazzi ha un passato in AN. È stato eletto alle Regionali 2023 con FdI nella circoscrizione di Bergamo, accreditato nella corrente dei La Russa (soprattutto Romano). Al Pirellone nascerà così la prima componente politica dei vannacciani. «L’ingresso di Ferrazzi e Macconi rappresenta un importante rafforzamento del progetto politico di Futuro Nazionale in Lombardia, all’interno di un percorso volto a consolidare una presenza sempre più radicata sui territori e nelle istituzioni», commentano da Futuro Nazionale. I due verranno annunciati martedì 26 maggio, all’incontro in programma alle ore 11 nella Sala Ghilardotti del Pirellone, e ovviamente sarà presente anche Vannacci per la presentazione della nuova componente politica in Consiglio regionale.
Pietro Macconi (Imagoeconomica).
E potrebbero non essere gli unici a fare il salto, mentre il generale si vanta di aver raggiunto quota 60 mila iscritti al partito a livello nazionale, di cui 10 mila solo negli ultimi cinque giorni. La campagna acquisti in terra lombarda potrebbe continuare. Oltre alle due new entry Ferrazzi e Macconi, negli ultimi tempi hanno aderito a FN Massimiliano Bastoni, ex leghista (il suo slogan ai tempi del Carroccio era “Bastoni contro gli immigrati”), poi passato a Forza Italia in cui era stato nominato responsabile degli enti territoriali per la città di Milano. Sempre da Forza Italia arrivano anche altri due recenti ingressi a Bresso: la consigliera comunale Cheyenne Pagano e il padre Mario, ex consigliere comunale e vicesegretario cittadino di Bresso. Fino all’ingresso vip di Laura Ravetto, ex pasionaria salviniana, cuneese ma eletta alle Politiche 2022 nel collegio uninominale Lombardia 1-05 di Legnano.
Laura Ravetto in un’immagine realizzata con l’IA.
Intanto, alle Amministrative del 24-25 maggio 2026, Vannacci testerà il suo peso politico a livello locale a Vigevano, dove molto si è speso per il candidato Furio Suvilla di Vigevano Futura. Mentre l’altro front runner vannacciano è Luigi Corò di Futuro per Venezia.
Borgonzoni e Smargiassi, da Bologna a Roma
Bologna per un giorno trasloca a Roma: tutta “colpa” della sottosegretaria alla Cultura, Lucia Borgonzoni, leghista, già candidata senza successo alla guida della Regione Emilia-Romagna. Bisogna dare il via al convegno intitolato “La fotografia ai tempi della I.A.”, nella sede della Biblioteca nazionale centrale di Roma, a Castro Pretorio: il primo incontro sarà “Tra testimonianza e forma. Fotografia di reportage e fotografia d’arte nel dibattito contemporaneo”, in programma nella mattinata di mercoledì 27 maggio. Prevista la presenza di due veterani della fotografia come Elio Vergati e Marcellino Radogna, oltre che dei bolognesi Claudio Marra, già docente al dipartimento delle arti dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, del moderatore della tavola rotonda, il giornalista Michele Smargiassi, esperto di treni e di orari ferroviari (nel senso che ha scritto molti articoli sul tema dei ritardi, ma non ditelo al ministro dei Trasporti, il leader della Lega Matteo Salvini) e “critico visuale”, e soprattutto storica colonna della redazione bolognese del quotidiano la Repubblica. Che poi a parlare di immagini la storia appare piena di connessioni, dato che il geometra Luigi Ghirri, emiliano, dalla casa di Roncocesi divenne poi un grande fotografo grazie alla spinta della moglie Paola Borgonzoni. Da ricordare sempre che “donna Lucia”, come qualcuno la chiama al Collegio Romano, è ormai la veterana tra i politici al MiC, dato che è sottosegretaria dal 2018, quando c’era il primo governo del pentastellato Giuseppe Conte. Poi, dopo una parentesi di un paio d’anni, è tornata con Mario Draghi presidente del Consiglio e ha trovato un posto anche con Giorgia Meloni, lottando col titolare del Mef Giancarlo Giorgettiper le sforbiciate sul cinema e venendo in un certo senso esautorata proprio sui suoi temi…
La sottosegretaria alla Cultura, Lucia Borgonzoni (Ansa).
Da Rai Cinema un film su Gaza. Qualcuno storcerà il naso…
Rai Cinema racconta la politica. E pure i… Servizi. Di sicuro i filo-israeliani non saranno per niente contenti. Cosa succede? È stato annunciato il progetto di Linea di difesa – Gaza, un film action ispirato a fatti reali che tratta «il lavoro dell’intelligence italiana, delle forze speciali d’élite e dell’Unità di Crisi della Farnesina, impegnate in un’operazione ad alto rischio per evacuare da un ospedale di Gaza un gruppo di bambini palestinesi feriti dai bombardamenti israeliani». Un progetto «dall’alto profilo istituzionale nato in collaborazione con la presidenza del Consiglio dei Ministri, il Dipartimento informazioni e sicurezza (Dis), l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise), il ministero della Difesa, il ministero degli Affari Esteri. Nel cast c’è l’attrice Sara Serraiocco, nella parte di un’analista dell’intelligence proveniente dalla polizia di Stato, Stefano Accorsi, in quella di un veterano delle forze speciali, passato all’Aise come agente sotto copertura, e Vinicio Marchioni nel ruolo di Twist, al comando del Nono reggimento dell’esercito, gli incursori del reparto d’élite. Il film sarà girato in italiano, inglese e arabo; le riprese avranno inizio in estate. Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, ha detto che il film nasce «da una collaborazione tra cinema e istituzioni dello Stato per raccontare il lavoro silenzioso di chi opera nelle aree di crisi. Il dialogo con gli enti coinvolti ha permesso di costruire un racconto autentico, che restituisce la complessità delle operazioni umanitarie e il senso profondo della cooperazione tra apparati civili e militari. È un progetto ispirato a fatti realmente accaduti che mette al centro il valore della vita e il coraggio di chi opera in scenari estremi. Crediamo che questo film possa parlare a un pubblico ampio, riuscendo a costruire una storia dal forte impatto emotivo e civile».
Ma una targa per Pannella dove la mettiamo?
«Intitoleremo proprio nell’area antistante la casa circondariale di Rebibbia una piazza come Largo Marco Pannella», ha detto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri parlando del leader dei Radicali a 10 anni dalla morte. Ma non solo: «Ricorderemo Marco Pannella con una targa commemorativa a Palazzo Braschi». E due. Sotto la storica sede radicale di via di Torre Argentina intanto è apparsa una targa di cartone, affissa al muro del palazzo. Una in marmo non si è ancora riusciti a piazzarla a Montecitorio. Pure in via della Panetteria è arrivata una targa cartonata, proprio dove abitava Pannella. Martedì al Senato ci sarà il presidente Ignazio La Russa a ricordare «Giacinto detto Marco». Nella sala della biblioteca intitolata a Giovanni Spadolini interverranno Giulio Terzi di Sant’Agata in qualità di presidente Commissione Politiche dell’Ue del Senato della Repubblica, e poi Fausto Bertinotti, Francesco Rutelli, Mirella Parachini, vicesegretaria Associazione Luca Coscioni, Gian Domenico Caiazza, Claudio Velardi e molti altri.
Marco Pannella è morto nel 2016 (foto Imagoeconomica).
Mattarella per Confindustria. E le banche
Nuovi impegni per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Due appuntamenti in particolare, nell’agenda presidenziale, sono da sottolineare. Si comincia martedì 26 maggio, di mattina, nel centro congressi La Nuvola, dove il capo dello Stato parteciperà all’assemblea generale di Confindustria. E poi il 28 maggio, nel pomeriggio, Mattarella è atteso a Palazzo Altieri, per la cerimonia di intitolazione di due sale delle Scuderie in memoria dei presidenti emeriti dell’Associazione bancaria italiana, Piero Barucci e Maurizio Sella. Tante strette di mano in vista con i vertici delle banche italiane.
A Roma i vip per il concerto di Lang Lang
La serata di lunedì è attesissima dai vip a Roma: va in scena a Santa Cecilia il pianista cinese Lang Lang, classe 1982, con un repertorio che partirà dal classicismo viennese per arrivare alle sonorità iberiche. La prima volta arrivò a Roma nel 2003, e torna dopo poco più di due anni dalla sua ultima apparizione. A tre anni, racconta sempre, fu la visione di un cartone animato di Tom & Jerry al pianoforte. Ha anche fondato la “Lang Lang International Music Foundation” per sostenere giovani talenti. Il programma della serata, trasmessa in diretta su Rai Radio 3, si apre nel segno del classicismo con il Rondò in re maggiore K 485 di Wolfgang Amadeus Mozart. Chiusura affidata al virtuosismo romantico di Franz Liszt, e l’impegnativa Tarantella da Venezia e Napoli.