Le passioni, di solito, un politico se le dovrebbe pagare a sue spese, mai mescolare il vizio privato con la pubblica virtù. Mai, con qualche significativa eccezione, come il ministro dei Trasporti nonché vicepremier Matteo Salvini. C’è nelle spese del suo ministero una voce che ha attirato l’attenzione. Non per l’entità della cifra – parliamo di poco più di 1.200 euro – ma per l’indole che la sottende: un abbonamento a Sky Sport e Calcio, pagato con denaro pubblico, intestato a una struttura governativa il cui rapporto con il pallone non si vede abbia molto a che fare eccetto, prendendola alla larga, che Frecciarossa, la cui giurisdizione cade sotto il suddetto ministero, sponsorizza la Coppa Italia.
Mannaggia ai social che ti tradiscono quando meno te l’aspetti
La cosa, presa così, è già di per sé gustosa. Ma è la replica del Mit a renderla un capolavoro di genere. La nota ufficiale infatti precisa che il ministro non guarda le partite in ufficio. Punto, risolto così. Come se, tradotto, il nodo della questione fosse: se qualcuno adombra che Salvini guardi il suo Milan quando è in servizio sbaglia di grosso. E via di meme e video in cui il leader della Lega, nel profluvio delle sue dirette video dal ministero, dimentica alle sue spalle un televisore acceso su un frame che lascia intravedere omini che si muovono su una macchia di verde che evoca inequivocabilmente un campo di calcio. Mannaggia ai social che ti tradiscono quando meno te l’aspetti.
Tra le spese del ministero dei Trasporti figurerebbe un abbonamento a Sky Calcio. Una nota del ministero precisa che il ministro non guarda le partite in ufficio. Il candidato indichi la natura del contenuto alle spalle di Salvini: pic.twitter.com/R2FTfPSSKY
Nemmeno il Milan distoglie il ministro dal far arrivare i treni in orario
Ma il punto resta la replica, che sembra uscire da un copione di teatro dell’assurdo. Abbiamo pagato l’abbonamento, ma Salvini non lo usa in ufficio. Come dire: abbiamo comprato un’automobile, ma la lasciamo parcheggiata in garage perché il ministro si sposta a piedi o in taxi. Tutto a posto, dunque. L’abbonamento a Sky Calcio c’è, ma è inutilizzato. Pari e patta. Il potenziale fruitore è assolto, e il contribuente che già aveva cominciato a rumoreggiare si rasserena pensando che niente, nemmeno l’incontenibile passione per il pallone, distoglie il ministro dal far arrivare i treni in orario.
Alla fine, cosa ci lascia questa del tutto periferica vicenda di fronte ai drammi del mondo? Una piccola prova documentale da aggiungere al ritratto antropologico di un personaggio che la storia, ammesso non abbia nulla di più importante cui badare, ricorderà come l’uomo che ha trasformato la superficialità in metodo di governo.
L’abbonamento a Sky Calcio come piccola reliquia di un’epoca
Non è un’accusa, ma quasi un complimento, nel senso che Machiavelli ci ha tramandato: capire il carattere nazionale, e usare quella comprensione cavalcando l’onda senza farsi distrarre dalle sottigliezze. L’abbonamento a Sky Calcio del ministero è lì, piccola reliquia di un’epoca. E magari (ma anche no) qualcuno un giorno gli dedicherà una nota a piè di pagina in un saggio sulla fenomenologia del potere nell’Italia del terzo millennio.
First reaction: shock! E non può essere altrimenti: il 27 aprile Matteo Renzi vestirà i panni di Barack Obama sul palco del Teatro Parioli Costanzo di Roma per l’ultima messa in scena della stagione de La Storia a Processo!, di e a cura di Elisa Greco. A interpretare Michelle Obama, moglie del 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America, sarà l’ex ministra della Giustizia Paola Severino.
Matteo Renzi (Ansa).
Gli altri partecipanti al “processo” a Obama-Renzi
Il processo teatrale a Obama si svolgerà sul palco attraverso un dibattimento in cui si scontreranno le ragioni di accusa e difesa, con le parti che si sfideranno a colpi di interventi a braccio, coinvolgendo il pubblico. Per l’accusa saliranno sul palco i giornalisti Giorgio Dell’Arti e Gerardo Greco, mentre la difesa sarà affidata alle testimonianze di Gregory Alegi, giornalista e professore di Storia e Politica degli Usa alla Luiss e, Antonio Di Bella, storico volto dell’informazione Rai. Guidati dal presidente della Corte Giovanni Salvi, già procuratore generale della Cassazione, si sfideranno il Pubblico Ministero Luisa De Renzis, sostituto procuratore generale della Cassazione, e l’avvocato difensore Maurizio Bellacosa, avvocato penalista e professore di Diritto Penale della Luiss Guido Carli.
Altolà del Colle sul decreto Sicurezza, con il governo che cerca di correre ai ripari. Sotto i riflettori c’è la norma che prevede un incentivo da 615 euro per gli avvocati che seguono una pratica di rimpatrio volontario, che rischia di far mancare la controfirma di Mattarella al provvedimento. La maggioranza aveva fatto sapere di voler presentare un emendamento in commissione per modificare la norma contestata ma, poi, ha bloccato le macchine per timore dell’ostruzionismo delle opposizioni che potrebbe portare in decadenza il provvedimento. Sarebbe stata infatti necessaria una terza lettura in Senato, dopo l’ok di Montecitorio, per farlo diventare legge. Ma essendo i tempi serratissimi (la scadenza ultima è il 25 aprile), il rischio di non farcela sarebbe stato decisamente alto. Il governo sta quindi vagliando l’ipotesi di un nuovo decreto, da presentare in Cdm, che abroghi il punto contestato.
Insorgono le opposizioni
Intanto le opposizioni insorgono. «Il governo e la maggioranza stanno andando deliberatamente allo scontro con il Colle», ha accusato la capogruppo del Partito democratico Chiara Braga, parlando di «fibrillazione istituzionale senza precedenti». «È gravissimo», ha rincarato Alleanza verdi-sinistra. «Così governo e maggioranza preferiscono lo scontro con il Paese ed ignorano il richiamo del Colle». Critica anche Italia viva, con Roberto Giachetti che ha definito la situazione «la definitiva distruzione delle prerogative parlamentari». Si attende ora il secondo round in Aula dopo la fine travagliata dei lavori in commissione e l’arrivo del decreto sicurezza nell’Emiciclo per il voto finale, così come è uscito da Palazzo Madama.
La domanda chemolti nel centrodestra si stanno facendo in queste ore è la seguente: il terremoto in Forza Italia mette a rischio la stabilità del governo? La risposta è: per il momento no. Ma Giorgia Meloni e i suoi più stretti collaboratori a Palazzo Chigi, a partire da Giovanbattista Fazzolari, qualche inquietudine ce l’hanno. Per un motivo molto semplice: in questi anni di governo hanno imparato a rapportarsi con Antonio Tajani, con le truppe parlamentari forziste guidate da Maurizio Gasparri e Paolo Barelli, assai fedeli all’esecutivo.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Meloni dovrà riprendere il rapporto con i Berlusconi
Ora con Stefania Craxi in Senato ed Enrico Costa alla Camera sarà ancora così? Meloni sa bene che, dopo questo intervento della famiglia su Forza Italia, il suo interlocutore per il prossimo anno di governo non può essere solo Tajani.
Enrico Costa (Imagoeconomica).
Dovrà essere, gioco forza, anche Marina Berlusconi. Le due, a quanto si sa, di recente non si sono sentite al telefono. Ma potrebbero farlo presto. Perché ormai la premier ha capito che con Tajani potrà andare d’amore e d’accordo, ma non è lui a tenere la golden share del partito. Se Arcore comanda, lui è costretto a ubbidire, anche se a malincuore, come si è visto con i capigruppo. Quindi toccherà alla premier riprendere i fili di un rapporto con i Berlusconi che negli ultimi anni è stato altalenante. Qualcuno (Fazzolari) ha suggerito alla presidente del Consiglio di attivare una sorta di filo diretto, un telefono rosso tra lei e Marina da utilizzare quando è necessario, per le questioni importanti. La premier non stravede all’idea ma, se serve, lo farà. Per ora, però, si naviga a vista.
Gianni Letta e Marina Berlusconi (Imagoeconomica).
Gli attriti all’interno della maggioranza e la strategia di FI
Gli ultimi sussulti riguardano la nomina alla presidenza delle Consob del leghista (anomalo) Federico Freni, stoppata da FI finché il partito non avrà rassicurazioni sui nuovi ingressi al governo, Paolo Barelli ma non solo. Ma pure la norma nel decreto sicurezza sui fondi agli avvocati che lavorano per i rimpatri dei migranti non è piaciuta affatto alla parte liberal di FI, poiché è un provvedimento che “puzza” di remigrazione. Insomma, le questioni e le divisioni sul tavolo ci sono e ci saranno. E la premier dovrà abituarsi ad avere a che fare con una Fi meno destrorsa e più liberal su molti temi, a partire dai diritti civili. È notizia di queste ore che i berluscones abbiano intenzione di riaprire due capitoli lasciati in stand by come la legge sul fine vita e quella sullo ius scholae. Temi su cui i forzisti sono molto più vicini alle posizioni del Pd che a quelle degli alleati di governo. Mentre Tajani ha fatto sapere di voler invitare il nuovo premier ungherese Péter Magyara Roma per i 50 anni del Ppe.
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
I possibili innesti da Mediaset e le preoccupazioni di Confalonieri
Fondamentale, per la tenuta dell’esecutivo, sarà vedere come si assesterà il riequilibrio nel partito berlusconiano, come si poserà la polvere in vista di un ultimo anno di governo. La presunta discesa in campo di Marina Berlusconi al momento non è prevista, come lunedì è tornato a sottolineare Giorgio Mulè. Per ora l’intenzione di Marina e Pier Silvio è quella di mettere in posizioni chiave persone a loro vicine, soprattutto in vista delle liste elettorali per le Politiche, che saranno vidimate in ultima istanza ad Arcore. Col rischio che un pezzo dell’azienda traslochi nel partito. In tal senso il Foglio ha fatto i nomi dell’ex portavoce di Marina, Franco Currò, del giornalista Paolo Liguori, di Leonardo Panetta, dell’ex moglie di Paolo Del Debbio e potente donna Mediaset, Gina Nieri, del manager Ernesto Mauri e della collaboratrice di Mauro Crippa, Lorenza Mazzotti. Staremo a vedere. Non risulta però che Fedele Confalonieri, come qualcuno ha scritto, abbia “cazziato” Marina e Pier Silvio per la loro voglia di scendere in campo. Di sicuro, però, a Fidel non fa piacere che un pezzo di azienda trasmigri tra gli azzurri, come avvenne nel 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, che però ebbe l’intelligenza di portare nel partito le terze e le quarte file di Mediaset, Fininvest e Publitalia, non certo le prime.
Fedele Confalonieri (Imagoeconomica).
I motivi della sterzata liberale dell’azienda non sono solo politici
Sta di fatto, però, che dentro Mediaset la sterzata dei Berlusconi per un partito meno destrorso e sdraiato sul governo qualche maldipancia lo sta generando, specie tra quelli che coi loro programmi soffiano nelle vele di Salvini e Meloni, ovvero Paolo Del Debbio – che sulla Verità ha attaccato Arcore per la convocazione di Tajani in azienda – e Mario Giordano, che domenica scorsa è addirittura andato a comiziare sul palco della Lega esortando alla “remigrazione”. Mentre una parte di azzurri milanesi manifestava in difesa dei figli dei migranti, generando un corto circuito nel centrodestra che è stato criticato da Licia Ronzulli (anti-Tajani ma rimasta vicina alla Lega). Del resto la sterzata a sinistra si era già vista nelle ultime stagioni proprio sui canali Mediaset, perché la tv anticipa sempre la politica. Con Cartabianca e Realpolitik l’intenzione di Cologno è andare a coprire quel pezzo di elettorato prima molto distante. Non è soltanto una questione politica, ma anche aziendale. Coprendosi a sinistra, le reti del Biscione cercano di intercettare un certo tipo di pubblico, chiamiamolo di “borghesia progressista”, che è assai più colto e soprattutto alto spendente rispetto al pubblico storico di Rete4, per la gioia degli inserzionisti. Insomma, sulla sterzata a sinistra di Mediaset ci sono anche motivi aziendalied economici, non solo politici.
La torre Mediaset a Cologno Monzese (Imagoeconomica).
L’ipotesi di un nuovo patto del Nazareno e la ricerca del futuro leader
Comunque tutto ciò servirà anche al partito, perché se davvero dalle prossime elezioni dovesse uscire un sostanziale pareggio, è verosimile che FI possa essere tentata da uno sganciamento da Lega e FdI per aprire un dialogo con Pd e centristi per possibili governi alla “tedesca”. Una sorta di nuovo patto del Nazareno, il cui gran ciambellano potrebbe essere di nuovo Gianni Letta. Come ha ben ricostruito Francesco Bei su Repubblica, Marina e Pier Silvio Berlusconi stanno costruendo una Forza Italia in grado di dialogare anche a sinistra nel caso si aprissero trattative per governi di unità nazionale. Insomma, tra i berluscones si lavora per proporre un’offerta politica più variegata e meno monocorde. Poi, dopo il voto, si andrà a congresso (lunedì sera in una riunione di partito è stato deciso di andare avanti con quelli locali solo dove non ci sono divisioni e criticità) e qui sono ben pochi quelli che scommettono su una discesa in campo dei figli. Che invece nei loro incontri con i vari esponenti forzisti lasciano intendere di essere alla ricerca di un futuro leader azzurro che ancora non c’è. Qualcuno dice che potrebbe essere il governatore del Piemonte Alberto Cirio. Altri sostengono che i Berlusconi guardino anche fuori dal partito, chissà. A Tajani, come scrive Repubblica, sarà concesso di riportare in Parlamento un manipolo di fedelissimi e forse di sperare di accomodarsi sulla poltrona da presidente del Senato. Mentre sullo sfondo resta ben viva pure la partita che si giocherà per il Quirinale.
Nel secondo giorno dell’Assemblea nazionale di +Europa, domenica 19 aprile, si è consumato un serio strappo all’interno del partito. Tutta colpa di una mozione messa ai voti e regolarmente passata, ma poi dichiarata non valida. Risultato? Riccardo Magi e l’intera segreteria di +Europa rimangono al loro posto. Ecco cosa è successo.
Matteo Hallissey (Imagoeconomica).
L’approvazione della mozione e il colpo di scena
Durante l’assemblea il presidente del partito, Matteo Hallissey, presidente anche dei Radicali italiani e fedelissimo dell’ex segretario Benedetto Della Vedova, ha presentato una mozione che chiedeva l’azzeramento della segreteria del partito. Dunque la rimozione del segretario Magi, dai vice Rosario Mariniello e Antonella Soldo e dalla tesoriera Carla Taibi. La mozione è stata votata e, dopo alcuni momenti di tensione, è arrivato il risultato: 52 voti a favore su 100. Successivamente, però, la presidente dell’assemblea Agnese Balducci ha dichiarato “non legittima” la mozione. Il motivo? Da statuto, il congresso si deve tenere ogni tre anni a meno che non venga approvata una sfiducia della segreteria votata da almeno i due terzi dell’assemblea.
Benedetto Della Vedova (Imagoeconomica).
Il commento di Magi, Della Vedova e Hallissey
«Come accade in tutti i partiti, in particolare in quelli autenticamente democratici, e ancor più con l’avvicinarsi delle elezioni anche +Europa è attraversata da un confronto interno vivace e articolato», ha commentato Magi, segretario dal 26 febbraio 2023 dopo essere stato presidente dal 18 luglio 2021: «È mia precisa volontà valorizzare questo dibattito, ascoltando tutte le posizioni e trasformandole in un elemento di rafforzamento politico, per mettere il partito nelle condizioni migliori di portare avanti il nostro impegno per un’Europa federale e a difesa dello stato di diritto». Quanto successo, ovviamente, non è andato giù a Della Vedova, secondo cui la mozione era «perfettamente legittima». Altrimenti, ha spiegato, «non sarebbe stata messa ai voti». L’ex segretario ha poi detto di ritenere che «un congresso politico da tenersi al più presto sia la via migliore per una ripartenza forte e unitaria, piuttosto che andare avanti in una difficile situazione di divisione negli organi interni e senza maggioranza, scenario che rischia paralizzare il partito». Dello stesso avviso Hallissey, noto per i video di protesta contro tassisti e balneari: «Serve aprire una fase di confronto autentico, a partire da un dibattito sul Congresso libero da veti da parte del segretario o della presidente dell’assemblea».
Scintille a Pulp Podcast, il format di Fedez e Mr. Marra, tra il generale Roberto Vannacci e il leader di Italia Viva Matteo Renzi. «Sei un doroteo. Anzi: un paraculo. La verità è che se vai da solo la destra perde. Sembro scemo, ma non sono mica come tutti quelli che frequenti te!», ha esordito l’ex premier rivolgendosi all’interlocutore. Che ha replicato: «Io voglio far vincere la destra, ma bisogna riportare la barra dritta. O sono d’accordo con me o me ne vado da solo». In particolare, Vannacci ha ricordato le promesse non mantenute dal governo sulla chiusura dei porti ai migranti illegali.
Il dibattito sui migranti e la gaffe di Vannacci
Proprio sull’immigrazione si è consumato uno scontro tra i due. «Io sono quello che apriva le porte e con il vostro governo ci sono meno rimpatri che con il nostro. O te ne vai dal governo o mi chiedi scusa», ha detto Renzi. Pronta la replica del generale: «Su quest’aspetto, Matteo, non puoi parlare, perché durante il tuo governo avevi la tua ministra degli Esteri, la signora Bonino, che ha ammesso di fronte a tutti “Abbiamo chiesto noi che gli sbarchi avvenissero in Italia”. Quindi, sei responsabile». Immediata la reazione dell’ex premier, che fa notare la gaffe: «E qui c’è l’errore, epic fail: la ministra Bonino era ministra di Enrico Letta. Hai presente “Stai sereno”? Non c’entro una mazza io. Quindi, epic fail di Vannacci».
Potrebbe essere quella di mercoledì 22 aprile 2026 la data buona per chiudere la vicenda delle poltrone ancora vacanti nel governo, tra cui quelle dei sostituti di Andrea Delmastro alla Giustizia (le deleghe per ora sono distribuite tra Francesco Paolo Sisto di Forza Italia e Andrea Ostellari della Lega) e del neo-ministro Gianmarco Mazzialla Cultura. Sei le caselle che, a conti fatti, possono essere nuovamente riempite. Il dossier si intreccia con quello per la guida della Consob dove, in attesa di alcuni approfondimenti, resta in pole il nome del sottosegretario al Mef Federico Freni.
Le poltrone vacanti
I rumors danno per probabile un ingresso di PaoloBarelli al ministero per i Rapporti con il Parlamento. In un dicastero senza portafogli non ci sarebbe, infatti, il tema dell’incompatibilità con il suo ruolo alla guida della Fin. L’esponente di FI potrebbe, dunque, affiancare l’altra azzurra Matilde Siracusano e la leghista Giuseppina Castiello, ma è da capire se in qualità di viceministro o terzo sottosegretario. Oltre alla poltrona lasciata vacante da Delmastro, restano da coprire quelle all’Università di Augusta Montaruli, di Vittorio Sgarbi alla Cultura e ancora di Massimo Bitonci e Giorgio Silli. Nel complesso, si tratta di tre caselle in quota Fratelli d’Italia, una Lega e una Forza Italia.
Il nodo Consob
Nel mosaico degli incarichi entra poi anche la questione Consob. Come anticipato, in pole per la guida dell’autorità di controllo della Borsa c’è il nome del sottosegretario Freni, sul quale però sarebbe in corso un approfondimento visto che, come componente del Mef, è tra gli autori della riforma del mercato dei capitali. Da fonti di maggioranza vicine al dossier si fanno comunque notare diversi precedenti di componenti dell’esecutivo passati all’autorità, dall’uscente Paolo Savona a Giuseppe Vegas, che aveva anche le stesse deleghe attualmente detenute da Freni. In tutti e due i casi – si evidenzia – l’Antitrust, che valuta le incompatibilità ai sensi della legge Frattini, ha ritenuto che la norma non si applicasse alle autorità indipendenti. Qualora Freni fosse nominato alla Consob, a sostituirlo al Mef ambirebbe l’attuale sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon che, a sua volta, potrebbe lasciare il suo incarico all’azzurra Chiara Tenerini.
A Salerno e Prato va di moda l’usato sicuro. Nella città campana e in quella toscana si vota alle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026, in anticipo sulla scadenza naturale per via delle dimissioni dei rispettivi sindaci. Per motivi nettamente diversi. A Salerno l’ex primo cittadino Vincenzo Napoli ha lasciato l’incarico per permettere – suscitando grande scandalo nel centrosinistra – il ritorno di Vincenzo De Luca nella sua città, che potrebbe amministrare per la quinta volta. A Prato l’ex sindaca Ilaria Bugetti ha fatto un passo indietro per via di un’inchiesta giudiziaria tuttora in corso e con molti strascichi. Pochi giorni fa il Partito democratico ha scelto: il candidato sindaco è Matteo Biffoni, che ha guidato il Comune già per due mandati, prima di candidarsi in Regione ed essere eletto con 22 mila preferenze.
Schlein costretta ad accettare le condizioni del vicerè De Luca
Verosimilmente sia De Luca sia Biffoni vinceranno le elezioni e la notizia è che lo faranno da “avversari” politico-culturali dello schleinismo. Certo, il clima è diverso nelle due città. De Luca a Salerno si candida senza simbolo del Pd, forte solo della sua personalità e del suo consenso. Anzi, il Pd schleiniano aveva l’intenzione di farlo fuori, lui insieme a tutti i cacicchi del Mezzogiorno, ai quali vengono attribuiti mali politici di ogni sorta. La cronaca ci dice che le cose non sono andate bene per il partito di Elly Schlein, costretto ad accettare le condizioni del vicerè De Luca, con cui il Pd non può non fare i conti.
Uno scambio di saluti con stretta di mano e sguardi fulminanti tra Elly Schlein e Vincenzo De Luca (foto Ansa).
I dem hanno dovuto accollarsi anche il figlio di Vincenzo
De Luca ha prima tenuto il punto in Regione, dove solo alla fine – previo accordo con il Pd nazionale e con il Movimento 5 stelle – ha dato il via libera alla candidatura del suo successore, Roberto Fico. Le condizioni non sono state simpatiche per i dem, che hanno dovuto accollarsi Piero De Luca, figlio di Vincenzo, come segretario regionale del Pd campano. De Luca insomma torna in campo Nonostante il Pd, per citare il titolo di un suo libro.
Elly Schlein con Piero De Luca (foto Imagoeconomica).
Il candidato della destra senza il sostegno di Forza Italia
A sfidarlo sarà Gherardo Maria Marenghi, candidato di Fratelli d’Italia, Lega (con la lista Prima Salerno), Noi Moderati (a benedire l’operazione il viceministro agli Affari esteri e alla Cooperazione Internazionale Edmondo Cirielli). Non sarà però sostenuto da Forza Italia, e qui viene la parte più divertente della storia salernitana: il partito di Antonio Tajani infatti ha deciso di unirsi a una congrega liberale a sostegno di Armando Zambrano, libero professionista, già presidente del Consiglio nazionale degli Ingegneri.
Gherardo Maria Marenghi.
La strana ricomposizione dell’ex Terzo Polo, versione allargata
La sua candidatura è appoggiata, fra gli altri, da Forza Italia, Azione, Italia viva-Casa Riformista, Partito Liberaldemocratico, Udc e Noi di Centro. A Salerno insomma si va ricomponendo l’ex Terzo Polo, versione allargata: nemmeno i due gemelli del gol libdem Matteo Renzi e Carlo Calenda avrebbero potuto sognare di meglio.
Armando Zambrano (foto Imagoeconomica).
A Prato un mix di complotti, trappole, inchieste e dimissioni
Prato invece meriterebbe un romanzo politico a sé, tra complotti, trappole, inchieste e dimissioni. È successo di tutto in questi mesi, al punto che alcuni cronisti si sono messi al lavoro per qualche instant book pratese. La svolta su Biffoni è arrivata quando il Pd ha capito che a Pistoia (siamo nello stesso fazzoletto di terra) le Primarie di centrosinistra le avrebbe vinte Giovanni Capecchi, docente universitario, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, sostenuto nientemeno che da Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd.
L’appoggio a un candidato non iscritto al Pd e la spaccatura
E qui sta la parte da popcorn della storia pratese: il commissario ombra del Pd toscano ha apertamente sostenuto un candidato, Capecchi, non iscritto al Pd, contro la candidatura ufficiale del Pd pistoiese, Stefania Nesi. Chissà, Capecchi avrebbe vinto anche senza il sostegno di Furfaro, ma intanto così si è spaccato il Pd pistoiese.
Due chiamati sindaci anche quando non lo erano più…
Il Pd nazionale e il Pd regionale, così attenti agli equilibri di genere politico, hanno così permesso che ci fosse un riformista candidato a Prato. Anche lì è il partito di Giorgia Meloni a candidare un suo uomo: Gianluca Banchelli, sostenuto dal centrodestra. Ma gli avversari di De Luca e Biffoni non hanno la possibilità di vincere contro quelli che, dappertutto, anche in Regione, continuavano a essere chiamati sindaci persino quando non lo erano più.
Grande attesa tra i telespettatori italiani: tutti si chiedono, col fiato sospeso, se nelle serate del 17 e del 24 aprile, su Rai 3, durante le quattro puntate di Vespucci, il viaggio più lungo, il diario visivo di bordo dell’itinerario che ha portato la “nave scuola” della Marina militare in giro per 50 porti in cinque continenti, ci sarà anche Claudia Conte, la “madrina” dell’evento. Ci aspettano due venerdì di fuoco, per vedere la presenza, o certificare l’assenza, della Conte nella lunga narrazione televisiva. Anche perché la donna che ha rivelato una relazione col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi continua ad apparire in video sui canali Rai, come ha notato Dagospia riportando ciò che è successo il 16 aprile su RaiNews col documentario Benedetto Padre d’Europa. Lei, dopo essere stata brevemente “intercettata” in strada dalla giornalista Sara Giudice per la trasmissione È sempre Cartabianca, non ha più rilasciato dichiarazioni sulla liaison e tutto ciò che ha provocato. Mentre girano voci su un possibile libro che potrebbe uscire con “le sue verità”. Staremo a vedere. Uno che non ci pensa minimamente a parlare, manco a dirlo, è Piantedosi. A meno di nuovi clamorosi dettagli che circolano nei corridoi senza mai trasformarsi in vere notizie, e che lo possano costringere a chiarire (o addirittura al passo indietro). Nel frattempo a tenere banco, con tanto di intervento del governo, sono i titoli di studio di Claudia Conte, in particolare la sua laurea (telematica).
Tornando alla Amerigo Vespucci, vanno segnalate le musiche originali firmate addirittura da Nicola Piovani, la voce narrante di Luca Ward, la regia di Flavio Maspes. Non resta che attendere la fatidica messa in onda delle quattro puntate, con il tour della nave. Per la cronaca, Claudia Conte, come ha scritto il quotidiano La Stampa, «ha partecipato al progetto “Tour Mondiale Vespucci e Villaggio Italia” sull’Amerigo Vespucci, lo storico veliero della Marina militare italiana, partito il primo luglio 2023 da Genova per raggiungere cinque continenti, trentatré Paesi, cinquantatré porti. La prima tappa è stata Los Angeles a luglio 2024, dove è stato allestito anche il primo Villaggio Italia. Centinaia i professionisti invitati e Conte ha preso parte a quattro eventi, tre a L.A. e uno a Doha. Qualcuno è andato a titolo gratuito, altri no. E la presentatrice ha ricevuto un contributo forfettario lordo di 4.160 euro per gli otto giorni negli States (mentre ha sostenuto direttamente le spese di viaggio e alloggio). Conte ha poi partecipato alla pre-tappa di Buenos Aires nel marzo 2024, senza incassare un cachet (a differenza di alcune presentazioni a peso d’oro di libri, ndr). A sceglierla, e a emettere la fattura, è stata la società privata di marketing Ninetynine, che ha condotto le attività gestionali, amministrative e contabili del progetto nell’ambito di un partenariato pubblico-privato con Difesa servizi, società in-house del ministero della Difesa». Non inserirla nelle puntate da mandare in onda su Rai 3 sarebbe un’omissione…
Gianmarco Mazzi, neo ministro del Turismo al posto di Daniela Santanchè, ha problemi con gli aerei: lo avete letto su Lettera43 a proposito di un incontro a Cipro, per un vertice con i “colleghi” europei, un summit disertato fisicamente da Mazzi a favore di un più comodo collegamento da remoto. Ma l’idiosincrasia con i mezzi che si alzano dal suolo non è certo una rarità tra i governanti di ieri e di oggi, anche perché nessuno è obbligato a fare il piccione viaggiatore: si ricordano i casi di Rocco Buttiglione, destinato alla Difesa e poi dirottato ai Beni Culturali per la netta contrarietà ai viaggi aerei, per non parlare di Sandro Bondi e Domenico Fisichella, che preferiva le passeggiate con la moglie nel centro storico romano alle trasferte transcontinentali. A parte il merito di non inquinare, a tutto beneficio dell’impronta carbonica personale, e considerando l’inutilità e lo spreco di tanti viaggi cosiddetti istituzionali nei quali non si risolve nulla, è da ricordare l’esperienza lavorativa di Mazzi nel ruolo di autista di AdrianoCelentano, agli inizi della carriera. Per una meravigliosa coincidenza (o magari no) pure il Molleggiato ha sempre evitato gli aerei, tanto da rifiutare contratti faraonici per cantare negli Stati Uniti e in Unione Sovietica, guadagnandosi il titolo di “aerofobo”. Anche Mina e Alex Britti non sopportano le trasferte in aereo.
Ferilli torna su Rai 1, stavolta con le Lucciole…
Riecco Sabrina Ferilli in Rai, dopo la fiction Gloria: stavolta il titolo della serie attesa per il 2026 su Rai 1 è Lucciole per lanterne, ma l’Enel non c’entra nulla. La protagonista ammazza il marito e quando esce di carcere, una volta scontata la pena, diventa fioraia. La Ferilli sembra l’unica a voler continuare a lavorare per il servizio pubblico: Vanessa Scalera ha detto no quando le hanno chiesto di continuare Imma Tatarianni, arrivata a cinque stagioni quando all’inizio dovevano essere solamente due; e anche Serena Rossi lascia Mina Settembre, dopo la quarta stagione. Tutta colpa di personaggi molto caratterizzanti, senza contare che nel piccolo schermo l’identificazione è più forte rispetto a quella cinematografica.
Schifani e Musumeci “franano”. Ma per Ciciliano…
Renato Schifani e Nello Musumeci “franano” con Niscemi: tra i tanti indagati per quanto accaduto in Sicilia, ci sono anche loro. Fatto sta che per Fabio Ciciliano, numero uno della Protezione civile che ha citato un dato Ispra, «il 94,5 per cento dei comuni è a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe». E le frane censite nell’inventario dei fenomeni franosi in Italia sono 650 mila. Il rischio idrogeologico incombe: governare i territori, le Regioni e i Comuni sarà sempre più difficile.
«L’interpellanza che ho presentato riguardava il percorso universitario e il titolo di studio conseguito dalla giornalista Claudia Conte. Dalla risposta della sottosegretaria Matilde Siracusano emerge che la laurea è stata conseguita presso l’Università telematica Pegaso, e questo conferma un elemento rilevante che fino a oggi non era stato chiarito». Lo ha detto Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde, intervenendo alla Camera. La risposta ufficiale del ministero dell’Istruzione e del Meritomette dunque fine (almeno) al giallo della laurea in Legge inserita nel cv da Conte, al centro delle cronache da quando ha ammesso di avere una relazione col ministro Matteo Piantedosi. La giornalista, infatti, in più occasioni era stata indicata come laureata alla Luiss. Cosa però non vera. «Non intendiamo entrare nella vita privata di nessuno, e non è questo il punto. Il punto è pubblico e riguarda la trasparenza, il rapporto tra titoli conseguiti, incarichi ricevuti e circuiti di potere che garantiscono opportunità precluse a tanti altri», ha aggiunto Bonelli.
«Abbiamo provveduto ad effettuare gli accertamenti richiesti dagli interpellanti, acquisendo i dati necessari dall’Anagrafe nazionale degli studenti e dei laureati», si legge nella risposta. Claudia Conte, spiega il ministero tramite Siracusano, «si è immatricolata nell’anno accademico 2011/2012 presso la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali – Luiss Guido Carli per frequentare il corso di laurea magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza». Il percorso accademico non si era però concluso: la donna finita al centro della cronaca politica ha infatti rinunciato agli studi presso la Luiss il 5 aprile 2016. A quel punto si è «immatricolata presso l’Università telematica Pegaso» dove «ha sostenuto i restanti esami di profitto» (75 crediti in otto mesi), conseguendo «il titolo di laurea magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza» il 15 giugno 2017.
La precisazione sugli eventi delle forze armate
Per quanto riguarda la presenza alle iniziative formative organizzate dalla Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia, Siracusano spiega che Conte in due casi «essendo giornalista, ha partecipato in qualità di moderatrice» e che a un’altra «ha preso parte in qualità di autrice di un libro sul disagio giovanile, tema oggetto dell’incontro formativo», senza poi raccogliere l’invito a partecipare all’ultimo intervento che le era stato proposta. Per queste attività, ha specificato Siracusano, «non è richiesto il requisito della laurea». La sottosegretaria ha anche aggiunto che «le prestazioni in argomento non sono neanche state liquidate a causa dell’incompletezza della documentazione che era stata richiesta all’interessata ai fini del pagamento».
L’Aula del Senato ha approvato con 96 voti favorevoli, 46 contrari e nessun astenuto il decreto Sicurezza. Il provvedimento, che contiene norme come il fermo preventivo per i manifestanti, lo scudo penale che evita (in alcuni casi) agli agenti l’iscrizione iniziale nel registro degli indagati e il divieto di detenzione di coltelli, è ora atteso alla Camera dei deputati per la seconda lettura parlamentare.
Il decreto Sicurezza perderà validità il 25 aprile
Il tempo però stringe: il decreto Sicurezza infatti scadrà – perdendo validità – il 25 aprile. Pertanto Montecitorio dovrà dare il via libera definitivo al provvedimento entro venerdì 24 aprile. Il governo ha annunciato che porrà la questione di fiducia sul decreto legge, mentre le opposizioni sono determinate a fare ostruzionismo: varato il 24 febbraio, il dl è stato duramente contestato dal centrosinistra con oltre mille emendamenti proposti in commissione Affari costituzionali e quasi altrettanti in Aula. In occasione del voto a Palazzo Madama i senatori contrari al dl hanno mostrato dei cartelli con scritto “Meno sicurezza, meno diritti” e “Zero risorse, zero sicurezza”.
Una manifestazione per chiedere «pace e sicurezza» e dare la sveglia all’Europa affinché permetta ai singoli Stati di agire con sostegni economici per imprese e famiglie prima che sia troppo tardi. La Lega scende in piazza per la prima grande manifestazione da quando è al governo.
Matteo Salvini a un gazebo della Lega (Imagoeconomica).
A Milano tornano anche i trattori
Il partito di Matteo Salvini rincorre l’eco del passato. In piazza Duomo a Milano con i Patrioti europei, “Senza paura” cerca di replicare le grandi manifestazioni degli anni scorsi, come quella del 2014, “Stop invasione”, sempre nel capoluogo lombardo, contro il governo Renzi, l’operazione Mare nostrum e l’immigrazione irregolare. Oppure quella del febbraio 2015 a Roma, sempre contro Renzi, per la prima volta insieme con CasaPound. O ancora l’8 dicembre del 2018, “L’Italia rialza la testa”, nella Capitale, per celebrare i successi del governo con i 5 stelle. E la più nota, quella della chiusura della campagna elettorale delle Europee del 2019, con il giuramento di Salvini sul Vangelo davanti a un’affollata piazza Duomo milanese. Il tragitto è sempre lo stesso: si parte da piazza Oberdan alle porte dell’area C e si arriva sotto la Madonnina. Tornano persino i trattori (20 ne ha annunciati Salvini) con gli agricoltori, azzoppati dal caro energia, ad aprire e chiudere il corteo.
È scattata l’operazione riempi-piazza
«Ma altro che trattori», è lo sfogo di un big che interpreta il sentimento di segretari regionali, provinciali e tutti gli eletti, martellati da settimane. «Qui per far ‘schiodare’ la gente da casa ci servivano le gru», aggiunge. «Sarà per la guerra e perché la gente fa fatica ad arrivare alla fine del mese, ma mai avevo incontrato così tante resistenzea partecipare tra i nostri». Da settimane il tam tam di via Bellerio è assillante: Salvini chiama, chiede, pretende un censimento accurato di chi sarà presente. Il partito certo non è arrivato con le gru, ma ha messo a disposizione centinaia di pullman gratuiti da tutte le province. La macchina si è messa in moto soprattutto al Nord. E il segretario non si è risparmiato, impegnandosi nelle ultime ore prima della manifestazione in un tour de force di interviste a radio e tv.
Matteo Salvini durante una conferenza stampa in via Bellerio (Imagoeconomica).
Il momento no dell’internazionale sovranista
Il risultato di questa campagna dovrebbe portare a un afflusso di almeno 5.000 persone in piazza, è stato calcolato dalla Lega. Insomma, non un pienone (piazza Duomo contiene 10 mila persone) ma, viste le premesse, per i leghisti sarebbe una sfida vinta. Anche perché non è facile organizzare manifestazioni di questo tipo quando si è al governo, e non all’opposizione, soprattutto quando ci sono due guerre in corso, è il commento generale. Se poi sul palco si alterna l’internazionale sovranista, che, con Donald Trump, ha portato a questo caos, la manifestazione leghista sembra quasi un miracolo.
Matteo Salvini durante una conferenza stampa in via Bellerio (Imagoeconomica).
Dal Veneto di Stefani scarseggiano le adesioni
E forse lo è se si origlia alle porte delle stanze del partito. Per esempio, c’è chi fa notare che dal Piemonte dovrebbero arrivare circa 500 militanti. Più del doppio le presenze dalla Lombardia. E dal Veneto? Ecco, dalla Regione presieduta dal pupillo di Salvini, Alberto Stefani, fino a pochi giorni fa le adesioni arrivate erano solo 300. Uno scandalo per i leghisti non veneti. Se ne sarebbe lamentato anche il segretario.
Il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani (Ansa).
Quel sospetto di boicottaggio interno…
E poi c’è quella storia della “squadra di controllo” che avrebbe messo su la fronda anti-Romeo in Lombardia. I tre componenti del team avrebbero proceduto a un lungo giro di telefonate ai militanti lombardi per verificare la loro presenza o i motivi dell’eventuale assenza alla manifestazione. Telefonate già fatte dai segretari provinciali e da quello regionale, il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo. Di cui evidentemente non si fidano. Non è chiaro se l’operazione ‘Stasi’ sia stata ispirata da Salvini o sia autonoma. Nel primo caso sarebbe grave se il segretario avesse pensato che qualcuno in Lombardia stia remando contro di lui tanto da cercare di boicottare la manifestazione. Ma queste ormai sono storie di ordinario veleno in via Bellerio.
Mi si nota di più se attacco Donald Trump a muso duro o se mi smarco parzialmente? L’Ecce Bombo di Matteo Salvini va avanti da settimane. Almeno da quando il capo della Casa Bianca ha iniziato quella «stramaledetta guerra» contro l’Iran, come l’ha definita il leghista. Da lì tutto è cambiato.
Matteo Salvini in versione Ecce Bombo (Immagine realizzata con l’IA).
La solidarietà tardiva a Giorgia Meloni
In via Bellerio, ancor prima di perdere il referendum, erano certi che il centrodestra sarebbe stato fortemente danneggiato dagli effetti dell’escalation in Medio Oriente. E quindi via all’operazione di smarcamento progressiva, ancor prima che fosse costretta ad avviarla Giorgia Meloni. Ora che la premier è stata netta dopo l’attacco di Trump al Papa, Salvini smorza un po’. Pochi se ne sono accorti ma il leader leghista è stato l’ultimo a esprimere solidarietà a Meloni per l’intervista al Corriere della Sera in cui il presidente Usa si diceva «scioccato» dal mancato coraggio della premier. Martedì, il giorno dell’intervista, il leghista è rimasto in assoluto silenzio. La solidarietà a Meloni è arrivata solo in conferenza stampa a mezzogiorno del giorno dopo, sollecitata dalla domanda di un cronista.
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Ansa).
La Lega è divisa sulla linea da tenere con Trump
Questo perché sulla linea da adottare con Trump il dibattito nel partito è ancora acceso. Se ne è parlato nella riunione del consiglio federale. I big si sono divisi tra quelli più tranchant dopo l’attacco al Papa, come il presidente della Camera Lorenzo Fontana, e quelli che vorrebbero adottare una linea più soft, come i capigruppo di Camera e Senato. Insomma – è il ragionamento di Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo – abbiamo sostenuto Trump fin dal 2016, festeggiato l’approdo di un sovranista alla Casa Bianca, e ora che si comporta da sovranista non possiamo rinnegare di punto in bianco la nostra collocazione. Occorre essere più cauti. La discussione è aperta nel partito. Ed è così che se ci sono giornate in cui il segretario si lascia andare alla critica, poi cerca di rimediare nelle ore successive.
Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).
Salvini ha preso le distanze anche dall’amico Bibi
Diversamente dai vertici di Fratelli d’Italia e di Forza Italia, allo stato molto assorbiti dalle vicende interne di partito, gli ex lumbard hanno ancora un confronto assiduo con il territorio, il mondo produttivo, le partite Iva, gli artigiani, la ‘vecchia’ base. E dai sondaggi delle settimane scorse il verdetto è arrivato inappellabile: contro Trump e contro la guerra. La sentenza contro chi appoggia il conflitto è così netta che Salvini, premiato meno di un anno fa come politico «miglior amico di Israele» da alcune associazioni ebraiche alla presenza dell’ambasciatore di Tel Aviv, ha preso le distanze persino da Benjamin Netanyahu. Dall’amico israeliano, il capo leghista era volato a febbraio 2025, quando già da un anno la Corte internazionale di giustizia parlava di «genocidio» della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza (più prudente Meloni che non si è fatta fotografare con Netanyahu dal 2023).
Matteo Salvini e Benjamin Netanyahu nel 2025 (Imagoeconomica).
Mentre il sovranismo arranca, a Milano si ritrovano i Patrioti
Ma ora, appunto, tutto è cambiato. Meloni ha annunciato la sospensione del rinnovo del memorandum di collaborazionecon Israele nel settore della difesa e la giravolta si è completata. Messo in un cassetto l’impopolare Trump con la scusa dell’attacco al Papa, e abbandonato anche Netanyahu, di amici ‘scomodi’ al leghista resta Viktor Orbán, azzoppato però dalla sconfitta alle elezioni in Ungheria. E in un contesto di grande difficoltà del sovranismo mondiale, in tempi in cui le guerre alle porte dell’Europa stanno producendo gravi conseguenze alle economie del Continente, non è facile mobilitare i militanti sotto la bandiera dei Patrioti europei il 18 aprile. Con quale messaggio, idea o progetto, poi? La manifestazione era stata lanciata da Salvini al raduno di Pontida, lo scorso settembre. Parola d’ordine: «Difesa dei valori dell’Occidente», dopo l’uccisione del ‘trumpista’ Charlie Kirk. L’evento avrebbe dovuto tenersi il giorno di San Valentino, poi è stato posticipato per la coincidenza con le Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Col passare dei mesi tutto è cambiato e di Kirk, in Italia, non parla più nessuno. Ma la manifestazione organizzata dal gruppo a Strasburgo era convocata e si deve tenere.
Matteo Salvini a un gazebo della Lega (Imagoeconomica).
L’Europa torna a essere il nemico
A sostegno del leghista saranno presenti, tra gli altri, il primo ministro ceco Andrej Babis, tra gli uomini più ricchi del Paese, una sorta di Silvio Berlusconi di Bratislava (dove è nato), l’anti-Islam Geert Wilders e il francese Jordan Bardella che, da poco “paparazzato” da Paris Match con l’ereditiera Maria Carolina di Borbone, potrebbe essere il candidato del Rassemblement National alle prossime presidenziali francesi. Attesi i messaggi di Marine Le Pen e Santiago Abascal di Vox, la manifestazione dovrebbe essere incentrata sui temi dell’economia e sulla richiesta di maggiore flessibilità europea in questo momento di difficoltà economica. Nel dubbio se smarcarsi troppo o troppo poco da Trump, intanto si preferisce attaccare l’Europa.
Il giudice monocratico del tribunale di Roma ha assolto Roberto Saviano dall’accusa di diffamazione nei confronti di Matteo Salvini. Il segretario della Lega aveva denunciato l’autore di Gomorra per averlo chiamato «ministro della malavita» nel 2018, in risposta ad alcuni post in cui l’allora titolare del Viminale polemizzava sulla scorta allo scrittore. A distanza di otto anni, il tribunale di Roma ha stabilito che il fatto non costituisce reato.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Cosa aveva detto Saviano a Salvini nel 2018
«Le parole pesano, e le parole del ministro della malavita, eletto a Rosarno con i voti di chi muore per ‘ndrangheta, sono parole da mafioso. Le mafie minacciano. Salvini minaccia», aveva detto Saviano, che avrebbe poi ripetuto negli anni la stessa espressione. Lo scrittore ha sempre affermato che la sua critica a Salvini nasceva da una posizione culturale e politica ben precisa, citando Gaetano Salvemini per sottolineare la tradizione di denuncia morale nei confronti del potere.
Saviano: «Salvini mi ha perseguitato per anni»
Dopo la sentenza, Saviano ha dichiarato: «Salvini per anni mi ha perseguitato letteralmente, facendo campagne elettorali su di me. Soprattutto, lo ricorderete, continuando a dichiarare che avrebbe tolto la mia scorta. Questa sentenza ci dimostra che lui aveva preso in considerazione la possibilità di consegnarmi ai clan. Chi chiede di togliere la scorta a chi è scortato dallo Stato, senza tra l’altro addurne una motivazione, sta accettando di consegnare la persona ai clan. Questa sentenza per me, soprattutto, va a sottolineare questo».
Alla fine è saltata l’alleanza tra la Cisl e Giorgia Meloni. E pure male. «Tutta colpa del referendum», sibilano nei corridoi di Palazzo Chigi: da parte governativa pare infatti che ci siano state pesanti lamentele (per non dire di peggio) nei confronti di quello che viene considerato «lo scarsissimo apporto della Cisl nella campagna referendaria sulla giustizia». Luna di miele terminata, dunque. E chi ci rimette, in questo caso? L’ex numero uno del sindacato cattolico, Luigi Sbarra, chiamato alla corte della premier con un incarico da sottosegretario con delega al Sud. «Se la Cisl non ci porta voti, allora cosa ci facciamo?», è la domanda che circola tra quelli di Fratelli d’Italia. Senza capire però che alla base della mancanza di interesse sindacale c’era l’orientamento della Chiesa cattolica, che non vedeva certo di buon occhio il referendum. Fatto sta che anche con il cosiddetto decreto Primo maggio il governo non ha voluto pacificare gli animi, in vista della festa dei lavoratori, con il risultato che la Cisl è tornata a battagliare insieme alla Cgil e alla Uil, lasciando Meloni con il cerino in mano.
Così Maurizio Landini, Pierpaolo Bombardieri e Daniela Fumarola ora parlano continuamente tra loro. Anche davanti a tutti, non solo nelle stanze private e al telefono. Un plateale “ritorno nella Triplice” da parte della Cisl è avvenuto, oltretutto, in occasione del tradizionale evento organizzato da Confcommercio nella romana Villa Miani, officiato da Carlo Sangalli detto Carluccio, classe 1937, il quale è impegnato nella battaglia contro il “dumping contrattuale”, mettendosi così pure lui insieme al fronte dei sindacati.
Per il governo si tratta di una disfatta totale se pure i commercianti si mettono a remare contro Palazzo Chigi. In cima a Monte Mario l’esecutivo ha inviato come rappresentante Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro ed ex sindacalista dell’Ugl che però non ha convinto nessuno dei presenti, a proposito del decreto che dovrebbe riscrivere le regole della rappresentanza sindacale: si è messo a parlare di un «incentivo alla contrattazione», poi ha detto che di soldi ce ne sono pochi, ma che «come Lega pensiamo che si debba sforare il patto di stabilità». Insomma, «acqua fresca», per usare un commento della sala.
Da sinistra Pierpaolo Bombardieri, Claudio Durigon, Carlo Sangalli, il suo vice Mauro Lusetti, Maurizio Landini e Daniela Fumarola (foto Imagoeconomica).
Glaciale la frase pronunciata da Landini, per mettere alle corde il governo e dare l’idea del rinnovato clima d’intesa tra i sindacati, con la Cisl pronta a fare la propria parte insieme a Cgil e Uil: «Riabituatevi a vederci insieme». Senza dimenticare di dire che «il governo sta discutendo dell’ennesimo decreto Primo maggio senza le parti sociali, come ha già fatto, e non ci sono stati risultati importanti per chi lavora. Dovrebbero imparare dall’esperienza: sarebbe meglio si fermassero». La festa dei lavoratori segnerà un punto di non ritorno, tagliando ogni rapporto con il governo. Un fatto che, in vista delle prossime elezioni politiche, si può tradurre in un serio problema per Giorgia Meloni.
Mazzi, un ministro coi piedi per terra
Il 16 e il 17 aprile i ministri del Turismo dell’Ue si sono dati appuntamento in quel di Lefkosia, a Cipro, per un incontro informale per favorire la collaborazione tra i 27 e stabilire linee d’azione comuni. Pare però che il neo nominato Gianmarco Mazzinon parteciperà al meeting, almeno non in presenza. Il motivo? La sua notoria paura di volare. Alquanto bizzarro per chi si occupa di promuovere le mete italiane all’estero…
Gianmarco Mazzi in versione (improbabile, vista la sua paura) pilota d’aereo.
Sciopero dei giornalisti, ma a Rai 2 c’è Federico Rampini
Sciopero dei giornalisti, con la Rai che non propone telegiornali: però, nonostante la serrata dell’informazione, al mattino c’è Rai2 Social Club, con Luca Barbarossa, che per tantissimo tempo ospita Federico Rampini, invitato a parlare degli Stati Uniti d’America, ovviamente con il suo ultimo libro da promuovere…
Martelli alla Camera, Amato alla Fondazione Besso
I socialisti sono scatenati: nella giornata di giovedì, a Montecitorio, nella sala della Regina, per “Cultura socialista” è in programma il quarto appuntamento del ciclo di sei seminari organizzati dalla Camera dei deputati sulle culture politiche in occasione dell’80esimo anniversario dell’elezione dell’Assemblea Costituente, con guest starClaudio Martelli. Alla Fondazione Marco Besso, sempre per parlare della Costituzione, ecco l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato. E alle riunioni dei socialisti di solito si presentano in tanti…
È morto Emmanuele Emanuele
Nella notte tra il 15 e il 16 aprile è morto Emmanuele Francesco Maria Emanuele: nato nel 1937, ha guidato per tanti anni la Fondazione Roma. Voleva essere ricordato come «mecenate e filantropo», per le innumerevoli manifestazioni artistiche realizzate e i musei creati nella Capitale.
Emmanuele Francesco Maria Emanuele con Sergio Mattarella nel 2019 (foto Imagoeconomica).
Fermi tutti: la redenzione ora è totale. Prima Giorgia Meloni, ora il Capitano. Addio infatuazione per il despota della Casa Bianca. Dopo aver puntato il dito contro Donald Trump per le dure parole rivolte a Leone XIV («la situazione è già complicata di suo senza che uno si alzi la mattina attaccando il Santo Padre»), persino Matteo Salvini sembra aver voltato definitivamente le spalle al presidente Usa, udite udite. Durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento milanese dei Patrioti, il segretario della Lega ha preso le distanze dal presidente americano per quanto detto su Giorgia Meloni («è stata una caduta di stile») e, per quanto riguarda la «maledetta e disgraziata guerra» in Iran, ha ironizzato: «Stando a Trump è già finita parecchie volte, e non è ancora finita…». Aggiungendo: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso aiuti la pace nel mondo o aumenti la credibilità di nessuno». E pensare che, fino a poco tempo fa, Salvini era uno dei più accesi sostenitori di The Donald…
Il passato MAGA di Salvini, dall’incontro nel 2016 in poi
Nel 2016 Salvini volò a Filadelfia e, a margine dell’ultimo comizio elettorale di Trump in vista delle Primarie repubblicane in Pennsylvania, incontrò l’ex palazzinaro nel backstage, dopo aver assistito al suo discorso tenendo in mano come tutti gli altri un cartello blu con lo slogan “Trump. Make America Great Again”. E The Donald arrivò a dirgli: «Matteo, ti auguro di diventare presto primo ministro in Italia». L’innamoramento salviniano raggiunse il culmine nel 2020, quando il leader leghista sostenne la sua rielezione alla Casa Bianca (fu poi sconfitto da Joe Biden) sfoggiando il cappellino rosso MAGA e, a più riprese, una mascherina – era tempo di Covid – da sostenitore repubblicano. Il giornale inglese Independent arrivò a definirlo «cheerleader di Trump», sottolineando la diffusione di «false teorie complottiste riguardo le elezioni americane».
Durante gli anni dell’Amministrazione Biden, il filo tra i due non si era interrotto: nell’estate del 2024 il presidente ringraziò Salvini per le parole di solidarietà che il vicepremier aveva espresso su X nei suoi confronti dopo le recenti vicende giudiziarie. A febbraio 2025, dopo la sua rielezione, Salvini arrivò a dire: «Chi critica Trump o rosica o non capisce». Poi lanciò la candidatura di The Donald al Premio Nobel per la Pace: «Sta facendo più lui in poche settimane che Biden in quattro anni». Concetto ribadito il mese successivo.
A ottobre 2025, dopo la tregua nella Striscia di Gaza, Salvini aveva esaltato l’operato di Trump, citandolo sui social: «La guerra è finita».
Da Gaza all’Ucraina, a dicembre, in vista dell’incontro previsto a Mar-a-Lago tra il padrone di casa e Volodymyr Zelensky, Salvini aveva detto: «Ringrazio come tutti dovrebbero ringraziare il presidente Trump per lo sforzo che sta facendo. Spero non ci siano guastatori occidentali a cui conviene la continuazione della guerra con la produzione e la vendita delle armi magari per riconvertire settori industriali messi in ginocchio da Bruxelles».
Le prime crepe dopo il blitz Usa in Venezuela
Le prime crepe a gennaio 2026, dopo il blitz statunitense a Caracas: Salvini aveva voluto precisare che, pur mantenendo l’apprezzamento da sempre manifestato nei confronti di Trump, non riteneva una soluzione efficace l’esportazione della democrazia, dando già allora ragione al papa, «che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo Stato di diritto». Adesso la definitiva (?) presa di distanza. E guarda caso c’è sempre il pontefice di mezzo.
Mentre i giornali lo allisciano nei soliti salamelecchi, celebrando con toni agiografici l’ennesima medaglia di Iginio Massari, un dettaglio macroscopico viene ignorato per pura convenienza o per una preoccupante distrazione collettiva. Al Vinitaly 2026, il riconoscimento di “Ambasciatore della cultura enogastronomica lombarda” è stato consegnato nelle mani del maestro bresciano da Regione Lombardia. Ossia l’ente pubblico dove sua figlia, Debora Massari, è assessora al Turismo e alla Moda da ottobre 2025 per Fratelli d’Italia. E non a caso era lei stessa presente al Vinitaly a inizio aprile, per la presentazione del padiglione della Lombardia.
Nella migliore e meno maliziosa delle ipotesi, la scelta è politicamente maldestra. Nella peggiore, un esempio di autoreferenzialità istituzionale che mina la credibilità delle onorificenze pubbliche. Ci mancherebbe: nessuno mette in discussione il valore tecnico di Massari, la cui carriera parla da sé, ma è proprio la sua statura a rendere superflua una premiazione avvenuta sotto l’egida familiare. C’è chi ha notato la “stonatura”: se un premio è indiscutibile, può attendere; se deve essere consegnato con urgenza mentre un parente di primo grado gestisce le deleghe regionali, il sospetto di una corsia preferenziale diventa imbarazzante.
Cortocircuiti di potere tra la Regione e le pasticcerie bresciane
La rassegna stampa degli ultimi giorni è un catalogo di titoli fotocopia che celebrano l’eccellenza, il territorio (termine abusatissimo) e il saper fare. Nessuno che si ponga la domanda elementare sull’opportunità politica di questa iniziativa. La narrazione dominante preferisce appiattirsi sulla santificazione del personaggio piuttosto che analizzare i cortocircuiti di potere tra via Pola e le pasticcerie bresciane.
In un Paese che si riempie la bocca di meritocrazia, questa vicenda dimostra che il merito (anzi, in questo caso il “meritozzo”) in Italia, viaggia spesso in tandem con la visibilità istituzionale dei congiunti. Istituire una commissione tecnica per validare il nome è il solito paravento burocratico: la realtà politica dice che la Lombardia ha premiato il padre di chi, quella Lombardia, la governa. Invece di proteggere il prestigio del nome e del brand Massari, questa operazione lo espone a critiche evitabili, trasformando un tributo professionale in un caso di scuola sulla mancanza di pudore istituzionale. Perché in molti hanno alzato un sopracciglio, ritenendo che quando la politica premia la propria famiglia, non sta celebrando il talento: sta semplicemente esercitando un privilegio, sperando che i giornali continuino a confondere la cortesia con l’informazione.
Forza Italia, eppur si muove. Silvio Berlusconi è morto da quasi tre anni, e si direbbe che il suo partito ha impiegato tutto questo tempo per accorgersene. Il Cav non c’è più, però ci sono i figli che ne perpetuano il nome. Ma questo evidentemente non basta più a mantenere ordine e disciplina, e nello scontro tra conservatori e ribelli lo spettacolo rischiava di andare fuori controllo. Perché di spettacolo si tratta. Con tanto di trame carbonare, coltelli che volano e dame in guerra che, facendosi interpreti della autentica memoria del fondatore, si contendono la vicinanza alla famiglia.
Antonio Tajani, alle sue spalle un’immagine di Silvio Berlusconi e, nel fotomontaggio, Marina.
Tajani, per ora e non si sa per quanto, resta in sella
Partiamo dall’inizio, o meglio dalla fine: Antonio Tajani, ministro degli Esteri nonché vicepresidente del Consiglio, viene convocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese per ricevere ordini. Marina e Pier Silvio Berlusconi lo strapazzano per quattro ore, anche troppo tempo per ribadire il concetto: Forza Italia è roba loro. Punto. Il resto sono beghe tra dipendenti che bisogna risolvere. Tajani, che è uomo pratico e navigato, annuisce. Per ora, ma non si sa per quanto, resta in sella.
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Barelli “silurato” non sbarella
Nel frattempo il suo consuocero Paolo Barelliscopre cosa significa essere silurati con stile berlusconiano: lo tolgono dalla guida dei deputati e in cambio gli offrono una poltrona di viceministro dei Rapporti col Parlamento (quindi, si presuppone, anche con gli azzurri di cui era capo). Promozione o premio di consolazione? Dipende da chi guarda. In politica, come insegnava il fondatore, la forma è sostanza. E Barelli, che non è uno sprovveduto, ha incassato senza fiatare più di tanto. Qualche borbottio, qualche frecciatina verso i fratelli che pretendono di comandare a Roma stando ad Arcore. Niente scleri. Forse ha capito che protestare con i Berlusconi non porta lontano. Poi a lui interessava mantenere la poltrona di presidente della Federnuoto, perché lo sport è salute e potere. Accontentato.
Antonio Tajani con Paolo Barelli (Imagoeconomica).
La baruffa tra le ex Fascina e Pascale
Ma è proprio da Arcore, ora metafora impropria del berlusconismo, che arriva il colpo di scena più bizzarro. Marta Fascina, la finta moglie del Cav che dopo la sua dipartita si è imbullonata a villa San Martino facendone niente di meno che il quartier generale della sua segreteria (cosa le serva una segreteria poi non si capisce visto che la deputata in Parlamento non si fa mai vedere) spunta fuori dal suo ritiro dorato per smentire Francesca Pascale, l’ex fidanzata che proprio lei aveva soppiantato nel cuore di sua emittenza.
La quale Pascale, un tempo immancabile condimento di ogni minestra berlusconiana in salsa LGBTQ, aveva nel frattempo dichiarato grande sintonia con Marina e Pier Silvio, quasi fosse ancora parte della famiglia. Come se i lunghi anni passati ad Arcore le dessero diritto a un titolo parentale permanente. Fascina non ci sta. E fa sapere, attraverso pubbliche esternazioni, che Pascale non conta nulla. Zero, forse meno. «Io non conto nulla», ha risposto la diretta interessata chiamata in causa, «mica come lei che che conta 20 mila euro al mese per non andare in Parlamento».
La vicenda è gustosa, perché non capita tutti i giorni che le due donne legate a Berlusconi da storie molto diverse litighino pubblicamente per stabilire chi era più vicina a un uomo che non c’è più. È una scena che conoscendolo avrebbe fatto ridere Silvio, ne avrebbe lusingato l’ipertrofico ego. Ma è anche vero che lui non sopportava il disordine, era un sintomo di anarchia che era unfit rispetto allo statuto di un partito rigorosamente dirigista. Infatti il Cav teneva tutto insieme con la forza della sua presenza, oltre che naturalmente del suo denaro e del suo carisma. Era il sole di un sistema dove allignavano politici in carriera, fedelissimi di seconda generazione, ex compagne, parassiti, figli, affetti ed effetti vari che gli ruotavano intorno.
Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).
Ora che il sole di B è tramontato i pianeti si scontrano
Adesso che il sole è tramontato, i pianeti, senza più rispettare la loro orbita fissa, si scontrano. Marina e Pier Silvio guardano dall’alto, sarebbe meglio dire da lontano. Tajani esegue. Barelli incassa, Pascale performa, Fascina smentisce, gli scontenti accendono le polveri. In attesa del leader predestinato Giorgio Mulè, considerato però in casa azzurra ancora troppo divisivo, tocca a Enrico Costa, cuneese come Briatore e la Santanchè, il nuovo che avanza che ha militato nelle seguenti sigle: Pli, Udc, FI, Pdl, Ncd, AP e Azione, prima di tornare stabile alla casa del padre (Silvio), traghettare il partito là dove i suoi dante causa (Marina e Pier Silvio) hanno in mente. Ammesso e non concesso, ma in teoria non dovrebbe mancare molto a scoprirlo, che sappiano veramente dove vogliono farlo andare.
Il Senato ha confermato la fiducia chiesta dal governo sul decreto-legge recante “Ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e in materia di politiche di coesione”. Il provvedimento ha avuto 101 voti favorevoli, 63 contrari e 2 astensioni. Il decreto, che era stato approvato con la fiducia anche alla Camera dei deputati il 9 aprile, è quindi ora convertito in legge.
Cosa prevede il decreto Pnrr, convertito in legge
Il decreto Pnrr introduce semplificazioni amministrative (come la carta d’identità con validità illimitata nel tempo per gli over 70 e l’introduzione della elettorale in formato digitale), norme per accelerare i cantieri (su tutti il rafforzamento del silenzio-assenso in edilizia anche per i permessi di costruire, con attestazione d’ufficio dell’amministrazione o dichiarazione del progettista), incentivi per l’energia (agrivoltaico/CER). In totale verranno stanziati oltre 4 miliardi di euro per accelerare la transizione energetica (rinnovabili, reti, efficienza). Il decreto prevede inoltre misure per il lavoro domestico, fondi per la coesione e l’obbligo per le pubbliche amministrazioni, incluse le istituzioni scolastiche, le università e i Comuni, di recuperare d’ufficio i dati Isee necessari per l’erogazione di prestazioni sociali.
Via libera dell’Aula della Camera alla richiesta di sollevare un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato presso la Corte costituzionale nei confronti del Tribunale dei ministri e della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge Giusi Bartolozzi nel caso-Almasri, il torturatore libico rimpatriato dal governo nonostante il mandato di arresto della Corte penale internazionale. La proposta dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio è stata approvata a scrutinio palese con 47 voti di scarto. Respinta la richiesta di voto segreto avanzata dalle opposizioni.
La Camera dei deputati (Ansa).
Bartolozzi è indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero
Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio (si è dimessa dopo la sconfitta del centrodestra nel referendum del 22 e 23), è finita sotto inchiestadella procura di Roma per false dichiarazioni al pubblico ministero, reato previsto dall’articolo 371 bis del codice penale: l’iscrizione riguardava le deposizioni rese davanti al Tribunale dei Ministri, considerate non veritiere dagli inquirenti. La procura capitolina, che ha terminato le indagini a suo carico, pochi giorni fa ha chiesto il rinvio a giudizio per Bartolozzi.
Matteo Piantedosi e Carlo Nordio (Ansa).
Chiesta l’immunità già concessa a Nordio, Piantedosi e Mantovano
Secondo la maggioranza, la questione relativa a Bartolozzi rientrerebbe nelle competenze della Giunta per le autorizzazioni della Camera, trattandosi di una vicenda analoga a quelle che avevano coinvolto i ministri Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, per i quali Montecitorio (con i voti del centrodestra) aveva già negato l’autorizzazione a procedere e il Tribunale aveva poi disposto l’archiviazione. Bartolozzi, nel frattempo, ha chiesto il ricollocamento in ruolo in magistratura: la Terza Commissione del Csm si è espressa a favore del suo ritorno nella stessa posizione che ricopriva in precedenza presso la Corte di appello di Roma.