Il giudice monocratico del tribunale di Roma ha assolto Roberto Saviano dall’accusa di diffamazione nei confronti di Matteo Salvini. Il segretario della Lega aveva denunciato l’autore di Gomorra per averlo chiamato «ministro della malavita» nel 2018, in risposta ad alcuni post in cui l’allora titolare del Viminale polemizzava sulla scorta allo scrittore. A distanza di otto anni, il tribunale di Roma ha stabilito che il fatto non costituisce reato.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Cosa aveva detto Saviano a Salvini nel 2018
«Le parole pesano, e le parole del ministro della malavita, eletto a Rosarno con i voti di chi muore per ‘ndrangheta, sono parole da mafioso. Le mafie minacciano. Salvini minaccia», aveva detto Saviano, che avrebbe poi ripetuto negli anni la stessa espressione. Lo scrittore ha sempre affermato che la sua critica a Salvini nasceva da una posizione culturale e politica ben precisa, citando Gaetano Salvemini per sottolineare la tradizione di denuncia morale nei confronti del potere.
Saviano: «Salvini mi ha perseguitato per anni»
Dopo la sentenza, Saviano ha dichiarato: «Salvini per anni mi ha perseguitato letteralmente, facendo campagne elettorali su di me. Soprattutto, lo ricorderete, continuando a dichiarare che avrebbe tolto la mia scorta. Questa sentenza ci dimostra che lui aveva preso in considerazione la possibilità di consegnarmi ai clan. Chi chiede di togliere la scorta a chi è scortato dallo Stato, senza tra l’altro addurne una motivazione, sta accettando di consegnare la persona ai clan. Questa sentenza per me, soprattutto, va a sottolineare questo».
Alla fine è saltata l’alleanza tra la Cisl e Giorgia Meloni. E pure male. «Tutta colpa del referendum», sibilano nei corridoi di Palazzo Chigi: da parte governativa pare infatti che ci siano state pesanti lamentele (per non dire di peggio) nei confronti di quello che viene considerato «lo scarsissimo apporto della Cisl nella campagna referendaria sulla giustizia». Luna di miele terminata, dunque. E chi ci rimette, in questo caso? L’ex numero uno del sindacato cattolico, Luigi Sbarra, chiamato alla corte della premier con un incarico da sottosegretario con delega al Sud. «Se la Cisl non ci porta voti, allora cosa ci facciamo?», è la domanda che circola tra quelli di Fratelli d’Italia. Senza capire però che alla base della mancanza di interesse sindacale c’era l’orientamento della Chiesa cattolica, che non vedeva certo di buon occhio il referendum. Fatto sta che anche con il cosiddetto decreto Primo maggio il governo non ha voluto pacificare gli animi, in vista della festa dei lavoratori, con il risultato che la Cisl è tornata a battagliare insieme alla Cgil e alla Uil, lasciando Meloni con il cerino in mano.
Così Maurizio Landini, Pierpaolo Bombardieri e Daniela Fumarola ora parlano continuamente tra loro. Anche davanti a tutti, non solo nelle stanze private e al telefono. Un plateale “ritorno nella Triplice” da parte della Cisl è avvenuto, oltretutto, in occasione del tradizionale evento organizzato da Confcommercio nella romana Villa Miani, officiato da Carlo Sangalli detto Carluccio, classe 1937, il quale è impegnato nella battaglia contro il “dumping contrattuale”, mettendosi così pure lui insieme al fronte dei sindacati.
Per il governo si tratta di una disfatta totale se pure i commercianti si mettono a remare contro Palazzo Chigi. In cima a Monte Mario l’esecutivo ha inviato come rappresentante Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro ed ex sindacalista dell’Ugl che però non ha convinto nessuno dei presenti, a proposito del decreto che dovrebbe riscrivere le regole della rappresentanza sindacale: si è messo a parlare di un «incentivo alla contrattazione», poi ha detto che di soldi ce ne sono pochi, ma che «come Lega pensiamo che si debba sforare il patto di stabilità». Insomma, «acqua fresca», per usare un commento della sala.
Da sinistra Pierpaolo Bombardieri, Claudio Durigon, Carlo Sangalli, il suo vice Mauro Lusetti, Maurizio Landini e Daniela Fumarola (foto Imagoeconomica).
Glaciale la frase pronunciata da Landini, per mettere alle corde il governo e dare l’idea del rinnovato clima d’intesa tra i sindacati, con la Cisl pronta a fare la propria parte insieme a Cgil e Uil: «Riabituatevi a vederci insieme». Senza dimenticare di dire che «il governo sta discutendo dell’ennesimo decreto Primo maggio senza le parti sociali, come ha già fatto, e non ci sono stati risultati importanti per chi lavora. Dovrebbero imparare dall’esperienza: sarebbe meglio si fermassero». La festa dei lavoratori segnerà un punto di non ritorno, tagliando ogni rapporto con il governo. Un fatto che, in vista delle prossime elezioni politiche, si può tradurre in un serio problema per Giorgia Meloni.
Mazzi, un ministro coi piedi per terra
Il 16 e il 17 aprile i ministri del Turismo dell’Ue si sono dati appuntamento in quel di Lefkosia, a Cipro, per un incontro informale per favorire la collaborazione tra i 27 e stabilire linee d’azione comuni. Pare però che il neo nominato Gianmarco Mazzinon parteciperà al meeting, almeno non in presenza. Il motivo? La sua notoria paura di volare. Alquanto bizzarro per chi si occupa di promuovere le mete italiane all’estero…
Gianmarco Mazzi in versione (improbabile, vista la sua paura) pilota d’aereo.
Sciopero dei giornalisti, ma a Rai 2 c’è Federico Rampini
Sciopero dei giornalisti, con la Rai che non propone telegiornali: però, nonostante la serrata dell’informazione, al mattino c’è Rai2 Social Club, con Luca Barbarossa, che per tantissimo tempo ospita Federico Rampini, invitato a parlare degli Stati Uniti d’America, ovviamente con il suo ultimo libro da promuovere…
Martelli alla Camera, Amato alla Fondazione Besso
I socialisti sono scatenati: nella giornata di giovedì, a Montecitorio, nella sala della Regina, per “Cultura socialista” è in programma il quarto appuntamento del ciclo di sei seminari organizzati dalla Camera dei deputati sulle culture politiche in occasione dell’80esimo anniversario dell’elezione dell’Assemblea Costituente, con guest starClaudio Martelli. Alla Fondazione Marco Besso, sempre per parlare della Costituzione, ecco l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato. E alle riunioni dei socialisti di solito si presentano in tanti…
È morto Emmanuele Emanuele
Nella notte tra il 15 e il 16 aprile è morto Emmanuele Francesco Maria Emanuele: nato nel 1937, ha guidato per tanti anni la Fondazione Roma. Voleva essere ricordato come «mecenate e filantropo», per le innumerevoli manifestazioni artistiche realizzate e i musei creati nella Capitale.
Emmanuele Francesco Maria Emanuele con Sergio Mattarella nel 2019 (foto Imagoeconomica).
Fermi tutti: la redenzione ora è totale. Prima Giorgia Meloni, ora il Capitano. Addio infatuazione per il despota della Casa Bianca. Dopo aver puntato il dito contro Donald Trump per le dure parole rivolte a Leone XIV («la situazione è già complicata di suo senza che uno si alzi la mattina attaccando il Santo Padre»), persino Matteo Salvini sembra aver voltato definitivamente le spalle al presidente Usa, udite udite. Durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento milanese dei Patrioti, il segretario della Lega ha preso le distanze dal presidente americano per quanto detto su Giorgia Meloni («è stata una caduta di stile») e, per quanto riguarda la «maledetta e disgraziata guerra» in Iran, ha ironizzato: «Stando a Trump è già finita parecchie volte, e non è ancora finita…». Aggiungendo: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso aiuti la pace nel mondo o aumenti la credibilità di nessuno». E pensare che, fino a poco tempo fa, Salvini era uno dei più accesi sostenitori di The Donald…
Il passato MAGA di Salvini, dall’incontro nel 2016 in poi
Nel 2016 Salvini volò a Filadelfia e, a margine dell’ultimo comizio elettorale di Trump in vista delle Primarie repubblicane in Pennsylvania, incontrò l’ex palazzinaro nel backstage, dopo aver assistito al suo discorso tenendo in mano come tutti gli altri un cartello blu con lo slogan “Trump. Make America Great Again”. E The Donald arrivò a dirgli: «Matteo, ti auguro di diventare presto primo ministro in Italia». L’innamoramento salviniano raggiunse il culmine nel 2020, quando il leader leghista sostenne la sua rielezione alla Casa Bianca (fu poi sconfitto da Joe Biden) sfoggiando il cappellino rosso MAGA e, a più riprese, una mascherina – era tempo di Covid – da sostenitore repubblicano. Il giornale inglese Independent arrivò a definirlo «cheerleader di Trump», sottolineando la diffusione di «false teorie complottiste riguardo le elezioni americane».
Durante gli anni dell’Amministrazione Biden, il filo tra i due non si era interrotto: nell’estate del 2024 il presidente ringraziò Salvini per le parole di solidarietà che il vicepremier aveva espresso su X nei suoi confronti dopo le recenti vicende giudiziarie. A febbraio 2025, dopo la sua rielezione, Salvini arrivò a dire: «Chi critica Trump o rosica o non capisce». Poi lanciò la candidatura di The Donald al Premio Nobel per la Pace: «Sta facendo più lui in poche settimane che Biden in quattro anni». Concetto ribadito il mese successivo.
A ottobre 2025, dopo la tregua nella Striscia di Gaza, Salvini aveva esaltato l’operato di Trump, citandolo sui social: «La guerra è finita».
Da Gaza all’Ucraina, a dicembre, in vista dell’incontro previsto a Mar-a-Lago tra il padrone di casa e Volodymyr Zelensky, Salvini aveva detto: «Ringrazio come tutti dovrebbero ringraziare il presidente Trump per lo sforzo che sta facendo. Spero non ci siano guastatori occidentali a cui conviene la continuazione della guerra con la produzione e la vendita delle armi magari per riconvertire settori industriali messi in ginocchio da Bruxelles».
Le prime crepe dopo il blitz Usa in Venezuela
Le prime crepe a gennaio 2026, dopo il blitz statunitense a Caracas: Salvini aveva voluto precisare che, pur mantenendo l’apprezzamento da sempre manifestato nei confronti di Trump, non riteneva una soluzione efficace l’esportazione della democrazia, dando già allora ragione al papa, «che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo Stato di diritto». Adesso la definitiva (?) presa di distanza. E guarda caso c’è sempre il pontefice di mezzo.
Mentre i giornali lo allisciano nei soliti salamelecchi, celebrando con toni agiografici l’ennesima medaglia di Iginio Massari, un dettaglio macroscopico viene ignorato per pura convenienza o per una preoccupante distrazione collettiva. Al Vinitaly 2026, il riconoscimento di “Ambasciatore della cultura enogastronomica lombarda” è stato consegnato nelle mani del maestro bresciano da Regione Lombardia. Ossia l’ente pubblico dove sua figlia, Debora Massari, è assessora al Turismo e alla Moda da ottobre 2025 per Fratelli d’Italia. E non a caso era lei stessa presente al Vinitaly a inizio aprile, per la presentazione del padiglione della Lombardia.
Nella migliore e meno maliziosa delle ipotesi, la scelta è politicamente maldestra. Nella peggiore, un esempio di autoreferenzialità istituzionale che mina la credibilità delle onorificenze pubbliche. Ci mancherebbe: nessuno mette in discussione il valore tecnico di Massari, la cui carriera parla da sé, ma è proprio la sua statura a rendere superflua una premiazione avvenuta sotto l’egida familiare. C’è chi ha notato la “stonatura”: se un premio è indiscutibile, può attendere; se deve essere consegnato con urgenza mentre un parente di primo grado gestisce le deleghe regionali, il sospetto di una corsia preferenziale diventa imbarazzante.
Cortocircuiti di potere tra la Regione e le pasticcerie bresciane
La rassegna stampa degli ultimi giorni è un catalogo di titoli fotocopia che celebrano l’eccellenza, il territorio (termine abusatissimo) e il saper fare. Nessuno che si ponga la domanda elementare sull’opportunità politica di questa iniziativa. La narrazione dominante preferisce appiattirsi sulla santificazione del personaggio piuttosto che analizzare i cortocircuiti di potere tra via Pola e le pasticcerie bresciane.
In un Paese che si riempie la bocca di meritocrazia, questa vicenda dimostra che il merito (anzi, in questo caso il “meritozzo”) in Italia, viaggia spesso in tandem con la visibilità istituzionale dei congiunti. Istituire una commissione tecnica per validare il nome è il solito paravento burocratico: la realtà politica dice che la Lombardia ha premiato il padre di chi, quella Lombardia, la governa. Invece di proteggere il prestigio del nome e del brand Massari, questa operazione lo espone a critiche evitabili, trasformando un tributo professionale in un caso di scuola sulla mancanza di pudore istituzionale. Perché in molti hanno alzato un sopracciglio, ritenendo che quando la politica premia la propria famiglia, non sta celebrando il talento: sta semplicemente esercitando un privilegio, sperando che i giornali continuino a confondere la cortesia con l’informazione.
Forza Italia, eppur si muove. Silvio Berlusconi è morto da quasi tre anni, e si direbbe che il suo partito ha impiegato tutto questo tempo per accorgersene. Il Cav non c’è più, però ci sono i figli che ne perpetuano il nome. Ma questo evidentemente non basta più a mantenere ordine e disciplina, e nello scontro tra conservatori e ribelli lo spettacolo rischiava di andare fuori controllo. Perché di spettacolo si tratta. Con tanto di trame carbonare, coltelli che volano e dame in guerra che, facendosi interpreti della autentica memoria del fondatore, si contendono la vicinanza alla famiglia.
Antonio Tajani, alle sue spalle un’immagine di Silvio Berlusconi e, nel fotomontaggio, Marina.
Tajani, per ora e non si sa per quanto, resta in sella
Partiamo dall’inizio, o meglio dalla fine: Antonio Tajani, ministro degli Esteri nonché vicepresidente del Consiglio, viene convocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese per ricevere ordini. Marina e Pier Silvio Berlusconi lo strapazzano per quattro ore, anche troppo tempo per ribadire il concetto: Forza Italia è roba loro. Punto. Il resto sono beghe tra dipendenti che bisogna risolvere. Tajani, che è uomo pratico e navigato, annuisce. Per ora, ma non si sa per quanto, resta in sella.
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Barelli “silurato” non sbarella
Nel frattempo il suo consuocero Paolo Barelliscopre cosa significa essere silurati con stile berlusconiano: lo tolgono dalla guida dei deputati e in cambio gli offrono una poltrona di viceministro dei Rapporti col Parlamento (quindi, si presuppone, anche con gli azzurri di cui era capo). Promozione o premio di consolazione? Dipende da chi guarda. In politica, come insegnava il fondatore, la forma è sostanza. E Barelli, che non è uno sprovveduto, ha incassato senza fiatare più di tanto. Qualche borbottio, qualche frecciatina verso i fratelli che pretendono di comandare a Roma stando ad Arcore. Niente scleri. Forse ha capito che protestare con i Berlusconi non porta lontano. Poi a lui interessava mantenere la poltrona di presidente della Federnuoto, perché lo sport è salute e potere. Accontentato.
Antonio Tajani con Paolo Barelli (Imagoeconomica).
La baruffa tra le ex Fascina e Pascale
Ma è proprio da Arcore, ora metafora impropria del berlusconismo, che arriva il colpo di scena più bizzarro. Marta Fascina, la finta moglie del Cav che dopo la sua dipartita si è imbullonata a villa San Martino facendone niente di meno che il quartier generale della sua segreteria (cosa le serva una segreteria poi non si capisce visto che la deputata in Parlamento non si fa mai vedere) spunta fuori dal suo ritiro dorato per smentire Francesca Pascale, l’ex fidanzata che proprio lei aveva soppiantato nel cuore di sua emittenza.
La quale Pascale, un tempo immancabile condimento di ogni minestra berlusconiana in salsa LGBTQ, aveva nel frattempo dichiarato grande sintonia con Marina e Pier Silvio, quasi fosse ancora parte della famiglia. Come se i lunghi anni passati ad Arcore le dessero diritto a un titolo parentale permanente. Fascina non ci sta. E fa sapere, attraverso pubbliche esternazioni, che Pascale non conta nulla. Zero, forse meno. «Io non conto nulla», ha risposto la diretta interessata chiamata in causa, «mica come lei che che conta 20 mila euro al mese per non andare in Parlamento».
La vicenda è gustosa, perché non capita tutti i giorni che le due donne legate a Berlusconi da storie molto diverse litighino pubblicamente per stabilire chi era più vicina a un uomo che non c’è più. È una scena che conoscendolo avrebbe fatto ridere Silvio, ne avrebbe lusingato l’ipertrofico ego. Ma è anche vero che lui non sopportava il disordine, era un sintomo di anarchia che era unfit rispetto allo statuto di un partito rigorosamente dirigista. Infatti il Cav teneva tutto insieme con la forza della sua presenza, oltre che naturalmente del suo denaro e del suo carisma. Era il sole di un sistema dove allignavano politici in carriera, fedelissimi di seconda generazione, ex compagne, parassiti, figli, affetti ed effetti vari che gli ruotavano intorno.
Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).
Ora che il sole di B è tramontato i pianeti si scontrano
Adesso che il sole è tramontato, i pianeti, senza più rispettare la loro orbita fissa, si scontrano. Marina e Pier Silvio guardano dall’alto, sarebbe meglio dire da lontano. Tajani esegue. Barelli incassa, Pascale performa, Fascina smentisce, gli scontenti accendono le polveri. In attesa del leader predestinato Giorgio Mulè, considerato però in casa azzurra ancora troppo divisivo, tocca a Enrico Costa, cuneese come Briatore e la Santanchè, il nuovo che avanza che ha militato nelle seguenti sigle: Pli, Udc, FI, Pdl, Ncd, AP e Azione, prima di tornare stabile alla casa del padre (Silvio), traghettare il partito là dove i suoi dante causa (Marina e Pier Silvio) hanno in mente. Ammesso e non concesso, ma in teoria non dovrebbe mancare molto a scoprirlo, che sappiano veramente dove vogliono farlo andare.
Il Senato ha confermato la fiducia chiesta dal governo sul decreto-legge recante “Ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e in materia di politiche di coesione”. Il provvedimento ha avuto 101 voti favorevoli, 63 contrari e 2 astensioni. Il decreto, che era stato approvato con la fiducia anche alla Camera dei deputati il 9 aprile, è quindi ora convertito in legge.
Cosa prevede il decreto Pnrr, convertito in legge
Il decreto Pnrr introduce semplificazioni amministrative (come la carta d’identità con validità illimitata nel tempo per gli over 70 e l’introduzione della elettorale in formato digitale), norme per accelerare i cantieri (su tutti il rafforzamento del silenzio-assenso in edilizia anche per i permessi di costruire, con attestazione d’ufficio dell’amministrazione o dichiarazione del progettista), incentivi per l’energia (agrivoltaico/CER). In totale verranno stanziati oltre 4 miliardi di euro per accelerare la transizione energetica (rinnovabili, reti, efficienza). Il decreto prevede inoltre misure per il lavoro domestico, fondi per la coesione e l’obbligo per le pubbliche amministrazioni, incluse le istituzioni scolastiche, le università e i Comuni, di recuperare d’ufficio i dati Isee necessari per l’erogazione di prestazioni sociali.
Via libera dell’Aula della Camera alla richiesta di sollevare un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato presso la Corte costituzionale nei confronti del Tribunale dei ministri e della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge Giusi Bartolozzi nel caso-Almasri, il torturatore libico rimpatriato dal governo nonostante il mandato di arresto della Corte penale internazionale. La proposta dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio è stata approvata a scrutinio palese con 47 voti di scarto. Respinta la richiesta di voto segreto avanzata dalle opposizioni.
La Camera dei deputati (Ansa).
Bartolozzi è indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero
Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio (si è dimessa dopo la sconfitta del centrodestra nel referendum del 22 e 23), è finita sotto inchiestadella procura di Roma per false dichiarazioni al pubblico ministero, reato previsto dall’articolo 371 bis del codice penale: l’iscrizione riguardava le deposizioni rese davanti al Tribunale dei Ministri, considerate non veritiere dagli inquirenti. La procura capitolina, che ha terminato le indagini a suo carico, pochi giorni fa ha chiesto il rinvio a giudizio per Bartolozzi.
Matteo Piantedosi e Carlo Nordio (Ansa).
Chiesta l’immunità già concessa a Nordio, Piantedosi e Mantovano
Secondo la maggioranza, la questione relativa a Bartolozzi rientrerebbe nelle competenze della Giunta per le autorizzazioni della Camera, trattandosi di una vicenda analoga a quelle che avevano coinvolto i ministri Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, per i quali Montecitorio (con i voti del centrodestra) aveva già negato l’autorizzazione a procedere e il Tribunale aveva poi disposto l’archiviazione. Bartolozzi, nel frattempo, ha chiesto il ricollocamento in ruolo in magistratura: la Terza Commissione del Csm si è espressa a favore del suo ritorno nella stessa posizione che ricopriva in precedenza presso la Corte di appello di Roma.
Scintille alla Camera, dove i deputati di FdI hanno indossato delle mascherine come forma di protesta provocatoria contro il leader del M5s Giuseppe Conte, tirato in ballo per la gestione Covid dopo le ultime audizioni in commissione. La deputata Alice Buonguerrieri l’ha definito un «mentitore seriale inaffidabile e inattendibile». «Se Conte ha mentito su questo, su cosa dobbiamo attenderci che abbia mentito ancora? Di cosa ha paura?», ha affermato la parlamentare meloniana dopo aver chiesto un’informativa al ministro della Salute e la disamina di tutti i documenti emergenti e «di tutti i fatti gravi che continuano ad emergere sulla vicenda delle mascherine e sulle ipotesi di tangenti richieste dai colleghi di Conte».
Prima la sconfitta al referendum (con annesse purghe tardive), poi la guerra scatenata dall’amico Donald Trump (colui per il quale si pensava al Nobel per la pace) e Benjamin Netanyahu contro l’Iran, crisi che rischia di mettere in ginocchio l’economia europea. Quindi la batosta subita da un altro amico, Viktor Orbán, in Ungheria. Infine l‘attacco sempre di The Donald a papa Leone XIV. Su Giorgia Meloni si è scatenata la tempesta perfetta. Ciliegina sulla torta, proprio a una manciata di giorni dall’uscita negli States del libro Giorgia’s Vision (in italiano un molto più prosaico La versione di Giorgia, in cui la premier è intervistata da Alessandro Sallusti) con la prefazione del vicepresidente JD Vance, lo stesso che ha intimato al pontefice di occuparsi «solo di questioni morali».
La versione inglese di La versione di Giorgia.
L’infilata ha spinto la leader di Fratelli d’Italia a smettere i panni di gran mediatrice e prendere, seppur con i suoi tempi, posizione contro amici e alleati diventati anche per lei scomodi.
Giorgia Meloni al Vinitaly alla Fiera di Verona, 14 aprile 2026 (Ansa).
Il governo sospende il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele
Così dal Vinitaly la presidente del Consiglio ha annunciato che il governo sospenderà «il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele». La decisione è stata comunicata dal ministro della Difesa Guido Crosetto all’omologo Israel Katz. La distanza tra Roma e Tel Aviv – già messa a dura prova dagli “incidenti” causati dall’esercito israeliano contro i caschi blu italiani dell’Unifil – era cresciuta dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani che, in visita a Beirut, aveva definito su X «inaccettabili gli attacchi israeliani contro la popolazione civile», facendo scoppiare un caso diplomatico, con l’ambasciatore italiano Luca Ferrari convocato dal governo israeliano.
Il Libano è un Paese fratello che abbiamo nel cuore. Per questo oggi sono venuto a Beirut a portare al Presidente Aoun la solidarietà dell’Italia dopo gli attacchi inaccettabili di Israele contro la popolazione civile. Rafforzeremo il nostro impegno umanitario in Libano… pic.twitter.com/eYa8daOoyU
Ma è il rapporto con Washington ora a pesare come un macigno su Meloni, soprattutto dopo le intemerate della Casa Bianca contro Prevost e i santini con Trump Cristo guaritore pubblicati – e poi rimossi – su Truth Social.
Donald Trump in versione Gesù su Truth, post poi cancellato.
Il legame con gli Usa, ha ribadito la premier da Verona, «non riguarda il singolo governo. Noi cerchiamo di fare il nostro meglio, considerando gli Stati Uniti un nostro alleato strategico e prioritario. Però quando si è amici, e quando si hanno degli alleati, particolarmente se sono strategici, bisogna anche avere il coraggio di dire quando non sei d’accordo, che è quello che io faccio ogni giorno». Insomma va bene essere «testardamente unitaria» (cit) nel rapporto con gli States, ma guai a toccare il papa o la Chiesa. «Ho espresso ed esprimo la mia solidarietà a papa Leone», ha aggiunto la premier. «Francamente, io non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Non in questa parte del mondo, per cui non sono d’accordo con il presidente Usa Donald Trump e l’ho detto».
Papa Leone XIV e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Il nuovo nemico? Bruxelles
Intanto, come in ogni assaggio di crisi che si rispetti, nella narrazione del centrodestra ha fatto capolino un nuovo nemico-capro espiatorio: «È un enorme errore sottovalutare la crisi, bisogna agire subito sullo stop del patto di stabilità», ha ribadito Meloni dopo che la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen aveva spiegato che non c’erano i presupposti per allentare i vincoli di bilancio. Una battaglia condivisa – e non poteva essere altrimenti – dal vicepremier Matteo Salvini: «La priorità è sbloccare le norme europee che ci impediscono di aiutare gli italiani in difficoltà, tutto il resto viene dopo», ha detto lunedì il segretario a un gazebo della Lega a Milano. «O lo cambiano ‘sto Patto di stabilità oppure, se continueranno a non sentirci, faremo da soli». Lega e FdI restano però ancora distanti sul gas russo dopo l’apertura del neo-confermato ad di Eni Claudio Descalzi.
Dopo essersi dimesso da capogruppo di Forza Italia alla Camera (al suo posto arriva Enrico Costa) e aver lanciato una stoccata velenosa ai figli di Berlusconi («I partiti si guidano dall’interno») Paolo Barelli è pronto a occupare la poltrona di viceministro per i Rapporti con il parlamento, dove ora c’è Matilde Siracusano. Quest’ultima, per fargli posto, si trasferisce ai Beni Culturali, dove sedeva il neo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi. Che ha sostituito Daniela Santanchè, travolta dalle indagini a suo carico e dalla furia meloniana post batosta referendaria. Il nuovo incarico sarà senza portafoglio e permette dunque a Barelli di mantenere la presidenza di Federnuoto. Anche se, a dare un’occhiata alle sue dichiarazioni patrimoniali pubbliche, in quella casella dedicata alla Fin si legge una curiosa annotazione: «Funzione delegata a terzo». Barelli probabilmente ha ceduto in passato ai vice la gestione operativa e la rappresentanza a causa degli impegni politici e anche di pregresse sospensioni internazionali, poi annullate dal Tribunale arbitrale dello sport. Se fosse stato dirottato al ministero delle Imprese e del Made in Italy, con Adolfo Urso, non avrebbe potuto invece restare al suo posto alla Fin. Dunque quel trasferimento è saltato: Valentino Valentini, attuale viceministro del dicastero di via Veneto, rimane al suo posto. L’intricato gioco di incastri è destinato a concludersi con la nomina dell’attuale sottosegretario all’Economia, il leghista Federico Freni, alla presidenza della Consob, di cui si parla da gennaio, ma che è sempre stata frenata da fibrillazioni dentro il centrodestra. Da tempo Matteo Salvini spinge sul suo nome, incontrando le resistenze di Antonio Tajani. Che dopo gli ultimi scossoni politici ha dato il via libera. Appuntamento al Consiglio dei ministri che dovrebbe tenersi giovedì 16 aprile per l’ufficializzazione di tutti gli spostamenti.
Manlio Messina non sa che il 16 c’è lo sciopero?
Manlio Messina, ex big di Fratelli d’Italia ora in rotta con la famiglia Meloni, cioè le sorelle Giorgia e Arianna, ha detto: «È arrivato il momento di aprire il mio telefono e far capire cosa muove me e cosa invece muove chi gestisce il partito di Fratelli d’Italia». Annunciando poi che «giovedì 16 aprile in una conferenza stampa alla Camera dei deputati» vuoterà il sacco sul suo addio al partito. Qualcuno però dovrà ricordargli che quel giorno è in programma lo sciopero dei giornalisti. Comunque l’attesa è forte, per quello che potrà dire: qualche anticipazione è stata vista a Report, con la storia dei finanziamenti alle iniziative culturali in terra siciliana.
Manlio Messina (foto Imagoeconomica).
Giuli ai Lincei per Cibele
Appuntamento imperdibile per il mondo della cultura: nel pomeriggio di martedì 14 aprile a Roma, nell’Accademia nazionale dei Lincei, è in programma la presentazione del libro Venne la Magna Madre. I riti, il culto e l’azione di Cibele Romana di Alessandro Giuli. Che poi è il ministro della Cultura. Attesi Roberto Antonelli, in qualità di presidente dell’Accademia, e professori di chiara fama come Luigi Capogrossi, Paola Corrente e Mario Mazza.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (foto Ansa).
Che tempismo: Prodi tra papi e dollari
Un timing perfetto: la presentazione del libro di Massimo Franco intitolato Papi, dollari e guerre. Il potere dell’America in Vaticano dai tabù del passato a Leone XIV, in programma nella serata di martedì, cade proprio nel momento giusto, dopo l’attacco di Donald Trump al pontefice. E pensare che era stata inserita in agenda da mesi. Fatto sta che a Roma, al Teatro Manzoni, sono stati invitati Romano Prodi, monsignor Antonio Mennini e molti altri ancora. Per Franco, «con l’elezione di un papa statunitense, l’ultimo Conclave ha sancito il tramonto dell’eurocentrismo di un Vaticano impoverito e diviso. Il nuovo corso di Leone XIV va letto però alla luce di una lunga e tormentata marcia sotterranea, che ha visto il cattolicesimo americano giocare spesso un ruolo cruciale, al di là delle apparenze». Non solo: «Il flusso dei contributi provenienti da oltre Atlantico è un indizio che non si può ignorare: dai fondi affluiti a Roma tra gli Anni 20 e 30 del Novecento da una benefattrice, amica di Roosevelt e di Pio XI e XII, a quelli arrivati durante e dopo la Seconda guerra mondiale tramite il cardinale Francis Spellman. Più di recente emerge il ruolo della Papal Foundation creata da Giovanni Paolo II per cementare il cosiddetto “asse del Bene” con gli Usa di Ronald Reagan, e oggi guidata dal cardinale di New York, Timothy Dolan. E affiora la potenza finanziaria dei Cavalieri di Colombo e delle istituzioni caritative e culturali che hanno innaffiato di dollari i bilanci del Vaticano».
Tutti da Grasso mercoledì sera
Mercoledì 15 aprile, di sera, nella romana Fondazione Marco Besso c’è in calendario la presentazione del volume Finché durerà la terra di Giovanni Grasso. Qui il braccio destro del presidente della Repubblica, il comunicatore del Quirinale, mette «a nudo il cortocircuito tra la religiosità autentica e uno spregiudicato uso del sacro come fonte di potere e di arricchimento». Intanto, nel piccolo schermo, Grasso colleziona presenze ovunque, per parlare del suo libro. Mentre sui social, soprattutto l’ex Twitter, si è prodigato molto nel rispondere agli utenti che polemicamente chiedevano spiegazioni sulla grazia concessa da Sergio Mattarella a Nicole Minetti.
Giovanni Grasso dietro Mattarella (foto Imagoeconomica).
Chiuso l’accordo sul nuovo capogruppo di Forza Italia alla Camera dopo le dimissioni di Paolo Barelli. A guidare i parlamentari azzurri a Montecitorio sarà Enrico Costa, mentre Barelli sarà viceministro ai Rapporti con il Parlamento, incarico ora ricoperto da Matilde Siracusano. L’effetto domino porterà quest’ultima ai Beni Culturali, dove siedeva l’attuale ministro del Turismo Gianmarco Mazzi. Il nuovo incarico, poiché senza portafoglio, permetterà a Barelli di mantenere la presidenza di Federnuoto, cosa che non sarebbe stata possibile in caso di suo dirottamento al Mimit. Valentino Valentini, attuale viceministro del dicastero di via Veneto, resterà quindi al suo posto.
È arrivato nella tarda serata di lunedì 13 aprile il commento di Giorgia Meloni sull’attacco di Donald Trump a Papa Leone. «Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza», ha affermato la premier condannando e stigmatizzando le affermazioni del tycoon, che aveva definito il pontefice «debole» sulla politica estera. «Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra», ha sottolineato Meloni, ringraziando poi Leone, a nome suo e del governo, «per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa e che lo porterà a toccare quattro nazioni, ovvero Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale». «Possa il ministero del Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace, interna e tra le nazioni, nel solco del percorso tracciato dai suoi predecessori, e dare sostegno e conforto alle comunità cristiane che avrà modo di incontrare durante il viaggio», ha aggiunto. «L’Italia continuerà a fare la propria parte per favorire la costruzione di un nuovo modello di cooperazione con il continente africano e per sostenere la pace, lo sviluppo e il benessere dei popoli».
Paolo Barelli lascia l’incarico di presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati. Lo ha reso noto lo stesso esponente azzurro, spiegando di aver convocato l’assemblea del gruppo parlamentare forzista a Montecitorio per la serata di martedì 14 aprile: «In quella sede, considerando conclusa la mia esperienza di presidente, formulerò una proposta per la successione a questo incarico. È mia ferma intenzione continuare con la stessa intensità il mio impegno politico e il mio sostegno al governo guidato da Giorgia Meloni». Proprio oggi Barelli si era recato a Palazzo Chigi, ufficialmente per incontrare alcuni funzionari e discutere di provvedimenti legati alla sanità, smentendo con i cronisti all’esterno della sede del governo l’ipotesi di dimissioni. Per Forza Italia si tratta del cambio di capogruppo in Parlamento nel giro di poco tempo:Stefania Craxi aveva infatti già sostituito Maurizio Gasparri al Senato.
Intercettato dai cronisti all’uscita da Palazzo Chigi, Paolo Barelli – fedelissimo di Antonio Tajanida tempo sulla graticola – ha spiegato di essersi recato nella sede del governo per questioni riguardanti la sanità e non per rassegnare le dimissioni da capogruppo di Forza Italia alla Camera. Poi, quando gli è stato chiesto se a suo modo di vedere Marina e Pier Silvio Berlusconi stiano guidando bene FI, ha risposto: «Oddio, normalmente i partiti si guidano dall’interno, no? Loro hanno chiaramente un amore, un affetto scontato per il partito che è carne della loro carne, che è frutto del lavoro del grande padre, quindi è ovvio si interessano delle cose che ha fatto».
Antonio Tajani e Paolo Barelli (Imagoeconomica).
Barelli: «C’è la quotidianità e bisogna starci dentro»
Barelli ha aggiunto: «Poi c’è la quotidianità e bisogna starci dentro. Però è ovvio che loro si interessano, oserei dire che è scontato». Quanto a eventuali malumori per alcune decisioni prese dai Berlusconi, Barelli ha “dribblato” rispondendo: «Questo non lo so, chiedetelo a Tajani (che è suo consuocero, ndr). Mi ha indicato Silvio Berlusconi, presidente del partito, e sono stato eletto dai parlamentari. I parlamentari erano 44 alle elezioni, come i gatti. Ora sono 54, sono 10 di più, che sono oltre il 25 per cento di incremento. A loro non è stato promesso nulla, sono venuti perché hanno fiducia nel capogruppo, nel partito di Forza Italia e nella crescita. Questi sono dati reali, poi morto un Papa se ne fa un altro. Nessuno indispensabile». Barelli, che molto probabilmente salterà, dovrebbe prendere il posto di Maurizio Casasco alla presidenza della commissione Anagrafe tributaria. In alternativa potrebbe sostituire Valentino Valentini come viceministro al Mimit.
Giornata campale per il leader pentastellato Giuseppe Conte: lunedì 13 aprile alle ore 16 presenta nella sede della Camera di Commercio di Roma (altro luogo da inserire di diritto nelle “location low cost”, oltre alle già conosciute Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, al centro di un articolo di Lettera43) il suo libro Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia, edito da Marsilio, dove lui stesso ammette di saper giocare “sporco”, specie nelle relazioni internazionali con i vertici di Bruxelles. Questa è la presentazione alla stampa, poi mercoledì 15 aprile in Galleria Alberto Sordi è la volta dell’incontro con il pubblico, con la direttrice di Qn-Quotidiano Nazionale, Agnese Pini, e il direttore de La Stampa, Andrea Malaguti. E a proposito di giocare “sporco”, c’è qualcuno che non ha gradito certi passaggi contenuti nel libro, e cioè Luigi Di Maio. Che sui social ha risposto così al suo ex collega di Movimento Conte: «Stamattina l’onorevole Giuseppe Conte, per lanciare il suo nuovo libro, ha fatto trapelare alla stampa alcuni retroscena su di me. Costringendomi a intervenire. L’accusa è quella di essere stato tra i protagonisti della rielezione del presidente Sergio Mattarella e di aver goduto della stima del presidente Draghi. Due cose di cui sono profondamente orgoglioso», si legge nella prima di tre story su Instagram. Secondo Di Maio però Conte «cita un episodio completamente falso», «una pessima caduta di stile, visto che uno dei protagonisti, il professore Domenico De Masi, non può più essere coinvolto in un contraddittorio (è morto nel 2023, ndr)». E ancora: «Al di là del vittimismo, che in politica funziona sempre, Conte nel suo libro elenca ulteriori “congiurati”: Matteo Renzi, Lorenzo Guerini e altri, rei di aver sostenuto il governo Draghi dopo la caduta del Conte II e di aver partecipato attivamente alla rielezione del presidente della Repubblica. Peccato che oggi quei “draghiani” siano tutti suoi alleati nel cosiddetto campo largo. Sono gli stessi che, con i loro voti, gli permettono di ottenere sindaci, presidenze di regione e, domani, forse anche ministeri. E sono gli stessi che gli attivisti del Movimento 5 stelle saranno chiamati a sostenere nei collegi uninominali alle elezioni dell’anno prossimo, in nome di un bene superiore chiamato “campo largo”». Infine: «Sia chiaro, per primo ho proposto di aprire le alleanze politiche il più possibile. Esattamente come sta facendo oggi Giuseppe Conte, stringendo accordi con Renzi, De Luca, Mastella e molti altri protagonisti della vita politica italiana. La differenza è che nel libro lui si racconta come vittima di queste persone. Nella realtà ci governa insieme». Cosa c’è dietro questo scontro? Per qualcuno c’entra anche il contenzioso sul logo del Movimento, nel quale Di Maio potrebbe schierarsi con Beppe Grillo…
Cercasi Draghi
Lo stanno richiamando, hanno bisogno di lui: Mario Draghi segue con attenzione tutti gli “accorati appelli” che gli arrivano, in via diretta e indiretta, anche sotto la forma di editoriali sulla carta stampata. A cominciare da quello di Roberto Sommella, direttore di Milano Finanza, che sul suo giornale ha sostenuto, a proposito del patto di stabilità europeo, che se Draghi scrivesse un articolo sul Financial Times per sostenere le deroghe al patto a causa della situazione economica e finanziaria mondiale, sarebbe preso in grande considerazione, ottenendo alla fine il “via libera”. Insomma, solo lui avrebbe il potere di conquistare l’ascolto dei veri potenti del Pianeta. Ma perché Draghi dovrebbe fare questo passo? A lui, classe 1947, converrebbe? Certo un ritorno a Palazzo Chigi non gli interessa, ma c’è un’altra poltrona che potrebbe ancora farlo rimettere in gioco, per la quale era già stato inserito tra i papabili all’ultimo giro di giostra…
Sergio Mattarella e Mario Draghi (Getty Images).
Claudia Conte faceva pure i podcast con Enel
Ha lavorato tantissimo, Claudia Conte, in questi anni: a parte la relazione da lei stessa ammessa con Matteo Piantedosi, anch’essa senz’altro impegnativa, “l’attivista” ha prodotto una serie di podcast con Enel, con il titolo Storie di sostenibilità. Si legge, nel comunicato datato 2021: «Con questa nuova iniziativa multimediale Enel racconta i propri progetti di sostenibilità e quelli di Enel Cuore, la Onlus del Gruppo, attraverso testimonianze che coinvolgono il pubblico per sensibilizzarlo sempre di più sui temi della sostenibilità». E poi: «La sostenibilità rappresenta il motore della strategia aziendale di Enel e un obiettivo, condiviso con i propri stakeholder, che l’azienda persegue per una transizione energetica giusta e inclusiva. Una roadmap di sostenibilità che ha come protagoniste le persone e il loro impegno nel realizzare progetti che creano valore sociale, ambientale ed economico, in tutte le geografie in cui è presente il Gruppo. Ispirata da questi principi Enel lancia Storie di Sostenibilità, la prima serie di video podcast realizzata con l’importante contributo di Claudia Conte, giornalista e attivista per i diritti umani e delle donne, ideatrice e conduttrice della serie».
Cingolani blinda Cossu e Amoroso se ne va…
A Leonardo tutti hanno parlato di Helga Cossu, che ha assunto il ruolo di direttrice della Comunicazione, subentrando a Stefano Amoroso, che ha lasciato l’incarico dopo cinque anni. È stata in pratica l’ultima nomina decisa dall’amministratore delegato Roberto Cingolani prima della rimozione annunciata da tutti gli organi di informazione con largo anticipo, anche se lui afferma che nessuno gli aveva comunicato nulla. Nemmeno l’ex giornalista di SkyTg24 Helga Cossu, evidentemente. Fatto sta che Amoroso fino al primo maggio farà ancora parte della “famiglia” di Leonardo. E poi? Molte voci raccolte convergono su un suo possibile arrivo a Banca Ifis. Anche se dalla corte dei Fürstenberg smentiscono…
I socialisti (e non solo) tutti da Cicchitto
Martedì di fuoco alla Camera dei deputati: Fabrizio Cicchitto presenta il suo libro L’odissea socialista. Nenni, Lombardi, Craxi con una tavola rotonda introdotta da Aldo Cazzullo. Protagonisti saranno Stefania Craxi, Pier Ferdinando Casini, Luciano Violante, Claudio Signorile e Sergio Pizzolante.
Due governatori per il post Tajani. L’incontro di Antonio Tajani con i Berlusconi nella sede di Mediaset è andato male. E in Forza Italia si cerca di tamponare, mentre cominciano a emergere profili in vista del congresso che si dovrebbe tenere dopo le Politiche.
Marina Berlusconi e Antonio Tajani (Ansa).
I due nomi che possono dare del filo da torcere al ministro degli Esteri sono, allo stato, quello del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, che, a dicembre a Palazzo Grazioli, aveva presentato la sua corrente “liberale”, salvo poi ritrarsi dopo poco; e quello del collega governatore, il piemontese Alberto Cirio.
Roberto Occhiuto con Alberto Cirio (Imagoeconomica).
Cirio avrebbe proposto Costa al posto di Barelli
Proprio Cirio di recente avrebbe assunto un ruolo di rilievo – e di mediazione – proponendo di affidare l’incarico di capogruppo alla Camera a Enrico Costa, ex di Azione, per sostituire Paolo Barelli che i figli di B vedono come fumo negli occhi. Cirio dovrebbe incontrare Marina Berlusconi martedì e con la figlia del Cavaliere affrontare anche il nodo, più spinoso, dei congressi. Mentre su Costa sarebbero state superate le resistenze di larga parte dei deputati, in un primo tempo poco propensi a votare come presidente uno entrato in FI solo un anno e mezzo fa. Sui congressi, Tajani dovrebbe cedere e rallentare, almeno nelle Regioni in cui il partito è più spaccato – Sicilia, Basilicata, Lombardia, Puglia e Abruzzo – con la minoranza che accusa i vertici di aver gonfiato le tessere.
Enrico Costa (Imagoeconomica).
Il futuro di Barelli tra commissione Anagrafe tributaria e Mimit
E se Tajani non vuole rinunciare alle assise regionali per ‘blindarsi’, gli altri non mollano, anche perché – è il ragionamento – se si fosse votato avrebbero potuto eleggersi il nuovo capogruppo da soli. Ma questo non è stato fatto perché sia la famiglia che Gianni Letta si sono convinti che si dovessero evitare segnali di rottura in questo momento. Giorgio Mulè per esempio aveva tutti i numeri per fare il capogruppo, ma per Tajani sarebbe stato ritrovarsi un “nemico in casa”. Troppo da digerire, al momento. Costa potrebbe essere eletto tra martedì e giovedì. Per quanto riguarda il futuro dell’ormai uscente capogruppo alla Camera, Barelli probabilmente prenderà il posto di Maurizio Casasco alla presidenza della commissione Anagrafe tributaria (Casasco, a sua volta, potrebbe ambire a un posto di governo). Oppure sostituire Valentino Valentini come viceministro al Mimit. Certo, rispetto all’operazione chirurgica di scambio di ruoli tra Maurizio Gasparri e Stefania Craxi al Senato (capogruppo e presidente commissione Esteri), l’affaire Barelli si è maggiormente avviluppato su se stesso, con il risultato di tenere il capogruppo alla Camera più a lungo sulla graticola e, con lui, di conseguenza, anche il consuocero Tajani.
Paolo Barelli con Maurizio Casasco (Imagoeconomica).
È morto a 74 anni Carlo Monguzzi, consigliere comunale di Milano di Europa Verde e in passato a lungo consigliere regionale, noto nel capoluogo lombardo e per il suo attivismo su battaglie ambientaliste e non solo, spesso in contrasto con la maggioranza con la quale era stato eletto.
Negli Anni 80 era stato tra i fondatori di Legambiente
Laureato in Ingegneria chimica al Politecnico e con un passato da docente di matematica, Monguzzi negli Anni 80 aveva contribuito alla fondazione dell’associazione Legambiente, di cui era stato presidente in Lombardia. Nel 1990 era stato eletto Regione Lombardia con la Federazione dei Verdi, poi lasciata nel 2009 perché non ne condivideva più la linea politica. In seguito, nel 2011, si era candidato con successo al consiglio comunale di Milano con il Partito democratico. Nel 2021 era entrato a far parte del gruppo consiliare di Europa Verde.
Carlo Monguzzi (Imagoeconomica).
Le battaglie in Regione Lombardia e in Comune a Milano
Da assessore regionale, incarico ricoperto nel biennio 1993-94, Monguzzi aveva contribuito all’approvazione della prima legge sulla raccolta differenziata dei rifiuti e del primo Piano Aria contro lo smog. Rieletto in consiglio con i Verdi per tre volte, si era poi battuto contro il traffico illecito dei rifiuti, la caccia, il consumo di suolo e per la trasparenza da parte delle pubbliche amministrazioni. Nel 2006 era stato eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione Lombardia 1 (Milano-Monza), rinunciando però al seggio a Montecitorio: al suo posto subentrò il giornalista Roberto Poletti. Nel 2011 l’approdo in consiglio comunale a Milano: nel corso degli anni Monguzzi si era battuto per impedire l’abbattimento di diversi alberi in città e, in tempi più recenti, aveva lasciato il ruolo di presidente della Commissione mobilità e ambiente in segno di protesta contro la vendita dello stadio di San Siro a Inter e Milan, che ne comporterà la demolizione. Inoltre aveva proposto di per interrompere il gemellaggio di Milano con Tel Aviv.
Carlo Monguzzi (Imagoeconomica).
Sala: «Spesso non la vedevamo allo stesso modo, ma lo rispettavo per il suo impegno politico»
«Spesso non la vedevamo allo stesso modo, ma lo rispettavo per il suo impegno politico e il nostro affetto reciproco non è mai venuto a mancare», ha dichiarato il sindaco Beppe Sala. «Abbiamo combattuto battaglie su fronti diversi, ma era un galantuomo, una persona perbene che amava Milano», ha dichiarato Matteo Salvini. Attilio Fontana, presidente della Regione, ha ricordato Monguzzi come «un punto di riferimento dell’ambientalismo milanese e lombardo». Così Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde: «Perdiamo un grande uomo, un ecologista autentico e un punto di riferimento per intere generazioni».
Dopo un prolungato silenzio, Matteo Salvini ha finalmente detto la sua sulla sconfitta nelle elezioni ungheresi dell’amico Viktor Orban, spodestato dall’ex fedelissimo Peter Magyar: «Chiaro che dopo 15 anni di governo magari la gente ha anche voglia di cambiare, di provare e guardare altrove. Vedremo se l’opposizione riuscirà a fare almeno una parte di quanto ha fatto Orbán in passato». Il commento del segretario della Lega è arrivato dopo quello che aveva già espresso il Carroccio «Chi vota ha sempre ragione: gli elettori ungheresi hanno espresso una chiara preferenza e vanno rispettati», si legge in una nota di Via Bellerio. «Un abbraccio e un grande ringraziamento all’amico Orbán, vero patriota, e buon lavoro a chi, dopo oltre vent’anni tra i suoi più stretti collaboratori, oggi ha vinto le elezioni. E poi: «Per anni Bruxelles e la sinistra hanno dipinto Orbán come un “dittatore“, un “autocrate” e una “minaccia” ai diritti e alle libertà: il modo in cui ha accolto il risultato smentisce, nei fatti, la loro propaganda e dà loro, ancora una volta, una lezione di democrazia».
Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ritiene che «sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di metri cubi di gnl (gas naturale liquefatto) che vengono dalla Russia». Il riferimento è al regolamento adottato dal Consiglio europeo per l’abbandono delle importazioni russe di metano. Il divieto totale entrerà in vigore a partire dall’inizio dell’anno prossimo, mentre quello per il gas da tubo scatterà il 30 settembre 2027 (il primo novembre se nel frattempo non saranno stati raggiunti gli obiettivi di riempimento in vista dell’inverno). L’obiettivo della sospensione auspicata dal manager sarebbe quello di non aggravare in Europa lo squilibrio fra domanda e offerta causato dal venir meno delle forniture di metano dal Medio Oriente. «Suggerirei inoltre, come sta dicendo il governo italiano, di rivedere anche l’Ets, la tassa su tutta l’industria pesante. Non dico che deve essere cancellata ma deve essere sospesa, oppure redistribuita, per non penalizzare ulteriormente un settore industriale che già paga molto l’energia», ha aggiunto Descalzi intervenendo alla scuola politica della Lega.
Durigon: «La sospensione dello stop al gas russo non è un tabù»
«L’Europa dovrebbe ascoltare bene le parole di Descalzi», ha dichiarato il senatore leghista Claudio Durigon, sottosegretario al ministero del Lavoro. «L’amministratore delegato di Eni, peraltro non un caso isolato nel mondo dei servizi energetici, parla di sospendere lo stop al gas russo. Le sue dichiarazioni, rilasciate nel corso della scuola della Lega sono preoccupanti. Ha snocciolato numeri che fanno presagire una crisi senza precedenti, con lavoratori e imprese che rischiano di fermarsi. Auspicare una riflessione sul gas russo, come noi sosteniamo da tempo, non è un tabù o un messaggio sovversivo ma una soluzione di buonsenso».
Schlein: «Assolutamente no, Putin ha scatenato una guerra»
Di opinione opposta il Partito democratico, con la segretaria Elly Schlein che ha rigettato la proposta di Descalzi. «Oggi come oggi, no, assolutamente no, siamo in mezzo ad una guerra scatenata dall’invasione criminale di Putin», ha detto a InOnda su La7.
La sconfitta di Viktor Orbán è un nuovo tassello che può indebolire il centrodestra italiano. Anche se largamente atteso, il risultato del voto ungherese non aiuta Giorgia Meloni e Matteo Salvini, già in difficoltà dopo la débâcle del referendum sulla separazione delle carriere. È rumoroso il silenzio del capo leghista nella notte dopo lo spoglio a Budapest.
Salvini aveva risposto all’appello di Orbán e aveva partecipato a un evento organizzato dai Patrioti europei nella capitale ungherese a sostegno della ricandidatura del presidente uscente, il 23 marzo scorso.
Matteo Salvini e Viktor Orbán (Imagoeconomica).
Non si festeggia nemmeno in FdI
Ma anche dalle parti di Fratelli d’Italia non si festeggia. Il clima è tale che alcuni esponenti di spicco del partito, come Francesco Filini, sentono la necessità di usare il sarcasmo contro le opposizioni. Filini ha pubblicato sui social una vignetta di Giuseppe Conte ed Elly Schlein che esultano perché in Ungheria «ha vinto il centrodestra». «Vedere la sinistra che esulta per la vittoria di un esponente di destra è straordinario e ci dà la misura di quanto siano ridotti male», attacca.
Certo, Meloni si è congratulata immediatamente con Péter Magyar per la «chiara vittoria elettorale». Nel tweet, la premier è più onesta di Filini e ha tenuto a ricordare il legame che la lega a Orbán. «Ringrazio il mio amico Viktor Orbán», ha scritto, «per l’intensa collaborazione di questi anni e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione».
Congratulazioni per la chiara vittoria elettorale a Peter Magyar, al quale il governo italiano augura buon lavoro. Ringrazio il mio amico Viktor Orban per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall'opposizione continuerà a servire la sua Nazione. Italia e…
Tajani soddisfatto per la vittoria di un esponente del Ppe
Chi invece può festeggiare senza problemi, reduce dall’incontro a Mediaset con Marina e Pier Silvio Berlusconi, è Antonio Tajani, dal momento che il trionfatore delle elezioni ungheresi siede nel suo stesso gruppo in Europa, il Ppe di Manfred Weber. «In un momento di grande incertezza, ancora una volta, il Partito Popolare Europeo viene scelto come forza rassicurante e garante della stabilità in Europa», ha rivendicato il segretario di FI. Ma nella coalizione non è l’unico a brindare. Anche Noi moderati di Maurizio Lupi appartiene al Ppe.
Antonio Tajani (X).
Nella Lega c’è chi brinda di nascosto…
E poi ci sono quei leghisti che, di nascosto, tengono il vino in fresco da settimane. In Veneto, qualcuno forse non era così felice di stappare un Prosecco da quando Roberto Vannacci ha lasciato la Lega. Non che in Lombardia non si brindi ai piani più alti: cambia solo il vino, rigorosamente Franciacorta. E anche dalle parti di Trieste c’è allegria. Forse se ne parlerà al consiglio federale. O forse no. Tutti pancia a terra per la quinta riunione convocata da Salvini sulla manifestazione dei Patrioti prevista in piazza Duomo sabato 18 aprile. Mancano pochi giorni all’evento e il segretario vuole la piazza piena. Il partito ha organizzato i bus gratuiti, i militanti ci saranno. Forse non ci sarà Orbán, a questo punto.
Matteo Salvini a un gazebo della Lega a Milano (Ansa).