Rai Scuola chiude, la protesta delle opposizioni

Dal primo ottobre sul 57 del digitale terrestre i telespettatori non troveranno più Rai Scuola, che chiuderà, bensì Italiana, nuovo canale dedicato – appunto – al «racconto emotivo e crossgenerazionale dell’Italia», con programmi dedicati a borghi, tradizioni, artigianato, imprese, enogastronomia, ambiente, turismo e cultura popolare del Bel Paese, che nascerà nasce dall’esperienza di Linea Verde. La decisione della Rai di chiudere il suo storico canale, annunciato in occasione della presentazione dei palinsesti, ha suscitato critiche, una petizione online e persino l’annuncio di un’interrogazione parlamentare da parte del Partito Democratico.

L’interrogazione parlamentare promossa dal Pd

Irene Manzi, responsabile scuola del Pd, ha affermato che la chiusura di Rai Scuola cancellerà un’esperienza nata da una convenzione tra il Servizio Pubblico e il Ministero dell’Istruzione nel 1964 e rinnovata poi 50 anni fino al 2014, con il nome Rai Scuola adottato dal 2009. Il deputato dem Stefano Graziano ha annunciato di aver firmato, assieme ad altri sette colleghi del Pd, un’interrogazione a risposta orale ai ministri delle Imprese e del Made in Italy e dell’Istruzione e del Merito: «Chiediamo al governo di intervenire con urgenza per scongiurare la chiusura di Rai Scuola e garantire la continuità del canale 57 del digitale terrestre. Sopprimere un presidio che da oltre 20 anni svolge una funzione fondamentale nell’informazione, nella divulgazione scientifica e culturale e nel sostegno alla didattica sarebbe una scelta grave e incomprensibile». Alla protesta di è unito anche il Movimento 5 stelle. Così la senatrice Barbara Floridia, già presidente della Commissione di Vigilanza Rai: «Vi dico una cosa: sarebbe un errore leggere questa decisione come un episodio isolato. Per capire cosa sta succedendo alla Rai bisogna rimettere in fila i pezzi. Facciamo ordine. Il centrodestra ha deciso di occupare il servizio pubblico. È quello che emerge dalla direzione politica impressa alla Rai».

Lanciata anche una petizione: più di 35 mila firme

In molti sui social hanno commentato con amarezza la notizia della chiusura di Rai Scuola: il canale da un paio di anni trasmette solo repliche, ma durante il lockdown il ministero dell’Istruzione lo aveva trasformato in una sorta di aula virtuale, con lezioni e approfondimenti quotidiani. Nei giorni scorsi è stata anche lanciata una petizione su Change.org, che – al 25 agosto – ha già superato le 35 mila firme: «La cultura e il sapere di un Paese civile non si svendono alle logiche di mercato o ai desideri politici di parte!».

La precisazione della Rai dopo la levata di scudi

Al momento della presentazione dei palinsesti Rai Sandro Ruotolo, responsabile informazione nella segreteria nazionale del Pd, aveva commentato: «Mancava solo il canale sovranista per certificare fino in fondo lo scempio che questa destra ha compiuto ai danni del servizio pubblico». La chiusura di Rai Scuola era passata sostanzialmente inosservata e ha la questione ha ripreso – per così dire – vigore in questo fine agosto. Tanto da costringere la Rai a una precisazione. La tv pubblica ha spiegato che «non è prevista alcuna cancellazione dell’offerta editoriale di Rai Scuola», in quanto «la sua funzione educativa e divulgativa viene preservata e valorizzata attraverso un’evoluzione delle modalità di distribuzione e fruizione e una presenza più forte su RaiPlay».

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno

Anche i vannacciani, nel loro piccolo (si fa per dire) s’incazzano. E su più fronti. Anche se finora nessuno li ha formalmente invitati, l’idea di entrare nella coalizione di centrodestra comincia a far discutere. Ma è sulla seconda parte del programma di Futuro Nazionale – quella relativa ai valori definiti «non negoziabili» e cioè fine vita, aborto, famiglia, istruzione e identità cristiana – che si registrano i malumori più evidenti. Come scrive Libero, tra i più critici c’è Luca Sforzini, il presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale. Il sospetto è che il pensatoio sia stato escluso dalla stesura del programma. Il cosiddetto “Piano Nazionale per la Vita Nascente, la Prevenzione dell’Aborto e il Sostegno alle Donne”, per esempio, potrebbe rivelarsi un boomerang, visto che a fare figli in Italia ormai sono soprattutto gli immigrati. «Esi­ste una destra che difende la fami­glia senza entrare nelle camere da letto», spiega Sforzini al quotidiano, «che può soste­nere la nata­lità senza isti­tuire poli­zie morali. E poi esi­stono le cor­nac­chie nere. Sono quelle che con­si­gliano di rispon­dere alle inquie­tu­dini del XXI secolo con il pron­tua­rio del XIX». Sforzini poi mette in guardia il generalissimo: «Ci sono momenti nei quali il pro­blema di un pro­getto non sono i suoi avver­sari. Sono i suoi con­si­glieri». E su Facebook, rilanciando l’articolo, azzarda uno slogan: «NO all’estremismo integralista islamico. E NO alla sua versione cristiana».

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno
Luca Sforzini (da Fb).

Speranza e carità

Nel campo largo continua il reality Primarie a prima vista. L’ultima puntata vede come protagonista Roberto Speranza. L’ex ministro della Salute, in un’intervista al Corriere della Sera, è stato netto: le consultazioni per il candidato premier «sono un errore politico e vanno evitate». Il motivo è che «porterebbero a una riduzione dei consensi il giorno in cui si decide la partita, arrecando un danno enorme alla forza uscita sconfitta dai gazebo e quindi all’intera coalizione». Tra una domanda e l’altra, ecco la vera perla: per aggirare il possibile obbligo di indicare il nome del premier sulla scheda «basterebbe fare una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano». Applausi.

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno
Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La sinistra riparta da Marx

Al dibattito si aggiunge un contenuto premium. È offerto da Massimo Cacciari che al Fatto quotidiano invitando la sinistra a lasciar perdere il woke e ripartire da Karl Marx, ribadisce che con le primarie «il rischio è di farsi male. In sin­tesi: se vince Schlein, il peri­colo è che tanti elet­tori del Movi­mento, la metà almeno, non vadano a votare nelle Poli­ti­che. Se invece dovesse pre­va­lere Conte, il Pd si sfa­sce­rebbe la sera stessa». Alle primarie, continua l’ex sindaco di Venezia, ci si dovrebbe confrontare su diverse proposte «non certo su chi è più bello». Per questo a suo avviso sarebbe un bene se Giuseppe Conte ed Elly Schlein facessero un passo indietro: «Sarebbe una nobile uscita, diciamo. Di certo di questo dibattito sulle primarie non gliene frega niente a nessuno, nel Paese. Ripeto, il tema sono le proposte di governo».

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

Il caso dello Squadrismo Summer Fest che si è tenuto nel Trevigiano

La quinta edizione dello Squadrismo Summer Fest, evento caratterizzato da locandine, simbologie e richiami espliciti al Ventennio fascista che si è tenuto a Vedelago (Treviso) nel fine settimana, ha scatenato reazioni politiche, contestazioni online e – pare – anche un certo imbarazzo in Futuro Nazionale, visto che tra gli organizzatori figurava il vannacciano Christian Zamperoni, responsabile del movimento di Montebelluna.

L’evento dei «camerati di Treviso» con i vannacciani

Lo Squadrismo Summer Fest, organizzato in un agriturismo nel Trevigiano, prevedeva stand di cibo, concerti e la presentazione di un libro dedicato ai fatti di Dongo. A postare le immagini dell’evento – dove sono stati esposti striscioni “nostalgici” e simboli del Ventennio – è stato sui social l’ex consigliere regionale Joe Formaggio, ex Fratelli d’Italia e oggi vannacciano: «Con i camerati di Treviso al via dello Squadrismo Summer Fest. Difendi con ardore la tua terra e un ideale». L’evento, come detto, vedeva tra gli organizzatori Zamperoni. E negli scatti compariva anche Marco Della Pietra, primo cittadino di Spresiano e presidente del Centro studi amministrativi della Marca trevigiana, anche lui ex FdI. A tal proposito, Formaggio ha scritto su Facebook: «Aspettando il sindaco numero uno della provincia di Treviso in Futuro Nazionale».

Le proteste politiche e la replica: «Festa privata»

Per un sindaco presente all’evento, un altro che invece ne era all’oscuro: Giuseppe Romano, primo cittadino proprio di Vedelago, spiegando che «non tutte le iniziative richiedono l’autorizzazione del Comune», ha affermati di non essere stato a conoscenza della festa. Aggiungendo poi: «In ogni caso non vedo perché non avrei dovuto autorizzarla se rispettava tutti i criteri: siamo in democrazia». Per quanto riguarda le condanne, quelle vere, Europa Verde della Marca Trevigiana ha diffuso una nota ufficiale per stigmatizzare la manifestazione e la scelta del nome dell’evento. Così Mariarosa Barazza (Pd), sindaca di Cappella Maggiore e presidente del consiglio direttivo dell’Associazione Comuni della Marca trevigiana: «Discutibile l’uso di termini come “camerati” e “squadrismo” che evocano un regime autoritario qual è stato il fascismo e azioni incompatibili con i valori della nostra Repubblica. Anche l’uso di un linguaggio provocatorio alimenta un clima di conflitto e non fa bene alla democrazia». Giuliano Varnier, presidente dell’Anpi di Treviso, ha bollato l’evento come un tentativo di rifondare il partito fascista: l’associazione dei partigiani ha chiesto l’intervento urgente del Prefetto e delle autorità competenti per verificare eventuali reati. Intervistato dai media locali, Zamperoni ha respinto fermamente ogni accusa, spiegando che si trattava di una festa privata e puntando il dito contro l’Anpi e la sua «strumentalizzazione politica».

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?

Pontida sarà «una festa». Lo ha promesso il segretario provinciale bergamasco Fabrizio Sala, tra i frontmen nordisti che hanno promosso la rivolta contro Matteo Salvini. Il rischio, con i veleni fratricidi a livelli mai visti dalle scope su Umberto Bossi, è che il primo raduno senza il Senatur serva più a ‘fare la festa’ a qualcuno. E non è ancora chiaro chi sarà la vittima delle possibili contestazioni: se il segretario federale che il direttivo lombardo ha ‘processato’ e vorrebbe cacciare o se i ‘frondisti’ Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, unici big usciti allo scoperto per chiedere un passo di lato del fu Capitano.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Massimiliano Romeo e Attilio Fontana alla Versiliana (Ansa).

Le ombre su Pontida 2026

C’è chi dice che per Pontida non si riescano ad arruolare i volontari, e chi teme le contestazioni a entrambi i fronti e le “botte” sul pratone. Finora gli unici fischiati in pubblico sono Romeo e Fontana, la settimana scorsa alla Versiliana, quando sono stati contestati da tre persone al grido di «C’è solo un capitano». Ma i malpancisti potrebbero protestare semplicemente boicottando il raduno o anche con uno striscione eclatante come nel giugno 2011 quando il vessillo gigante issato sulla collina di fronte al pratone con la scritta «Maroni presidente» (inteso del Consiglio) segnò una svolta nel movimento, primo indizio del clima che portò, dopo gli scandali, alle dimissioni di Bossi.

La riconciliazione tra leader e ‘fronda’ ora è quasi impossibile

Sicuramente il ritrovo traccerà una svolta nel partito più longevo attualmente rappresentato in Parlamento. A meno di un mese dal raduno, i tempi sono stretti. E Salvini ha poco margine per chiudere la mediazione per una intesa sulla gestione più collegiale, che però finora non s’è trovata. Di questo infatti si discute da mesi. A inizio giugno è fallito il tentativo di arrivare a un accordo: nuovo statuto federale e coinvolgimento di Luca Zaia. Tutti i testi proposti da Roberto Calderoli sono stati respinti al mittente prima dello showdown del direttivo lombardo del 7 agosto e dell’intervista di Ferragosto in cui il governatore lombardo Fontana non ha escluso un passo indietro di Salvini. Tra il direttivo e l’intervista si erano mossi gli sherpa per cercare una riconciliazione che, dopo la contestazione della Versiliana, con in sala presenti anche l’amico fraterno di Salvini Eugenio Zoffili e il quasi cognato Tommaso Verdini, ormai è quasi impossibile da trovare.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Roberto Calderoli (Ansa).

Salvini tenterà di rompere il fronte dei nordisti

Il piano del ministro delle Infrastrutture sembra quindi esser quello di ‘rompere’ il fronte dei nordisti cercando una intesa che preveda il coinvolgimento di Zaia e del governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga (da settimane silenti sul tema). Mentre sui lombardi è stato chiaro: nel comizio/intervista a Pinzolo, si è detto pronto a coinvolgere tutti, tranne quelli che si «autoescludono». Romeo e Fontana sembrano essersi spinti troppo oltre per ottenere una ricomposizione. Secondo i salviniani non hanno il partito dietro di loro. E agiscono solo per ambizioni personali e volontà di decidere le liste alle Politiche. Non è però facile capire che cosa significhi avere il partito dietro. Né realmente chi appoggi questa ‘rivolta’, movimento assai inusuale in un partito da sempre vissuto con la forma mentis del culto del capo.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Maurizio Fugatti, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga (Ansa).

La fronda lombarda e il ruolo di Giorgetti

Sicuramente si sono espressi a favore di un rinnovamento del vertice i segretari provinciali del partito a Brescia, Bergamo, Varese e Sondrio, che a breve andranno a congresso (tra settembre e ottobre). La fronda lombarda è composta da tanti che non sono stati ricandidati da Salvini nel 2022, come Simona Pergreffi e Daniele Belotti, ex deputato, ex segretario bergamasco e storico presentatore di Pontida. Ma anche dall’assessore lombardo Massimo Sertori, vicinissimo a Fontana e a Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia è ritenuto infatti uno dei big, che, insieme a Calderoli, gioca su più tavoli, e comunque non è contrario a un rinnovamento della leadership. Tanto che in diversi hanno notato la frecciata lanciata da Salvini a Pinzolo, quando ha invitato chi lo critica per le cose non realizzate dal governo al Nord di andare a bussare a via XX Settembre.

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Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Le incognite Romeo e Fontana

Tra i lombardi la coppia composta da Silvia Sardone e Davide Caparini avrebbe aperto un canale di mediazione tra Salvini e Romeo-Fontana (con i quali hanno buoni rapporti). Ma lo spazio per una ricomposizione è strettissimo. C’è poi da capire se l’emarginazione di Romeo-Fontana può essere una soluzione, come pensa Salvini. Romeo è il segretario della Lega lombarda e capogruppo al Senato. Lo farà dimettere da uno dei ruoli? Fontana sarà in carica fino al 2028. Cosa farà? Lo spingerà a lasciare in anticipo Palazzo Lombardia lasciando la candidatura a FdI come siglato con Giorgia Meloni prima del via libera alla corsa di Alberto Stefani in Veneto? Difficile che ciò avvenga. Neanche Salvini può permettersi la rottura. E poi siamo così sicuri che i silenti Zaia e Fedriga siano ancora disposti a fare il sacrificio di candidarsi da capolista alle Politiche del 2027?

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Davide Caparini (Imagoeconomica).

L’attendismo cronico di Zaia

Qualche mese fa, in privato, Zaia ammetteva di sentirsi costretto a farlo. Ora, a chi glielo chiede, risponde dicendo che ormai «è tardi», non si può più fare nulla per risollevare le sorti del partito. L’ex governatore veneto non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta del politico più cringe che gli hanno affibbiato i The Journalai. Gli interessa solo il suo podcast Il fienile che vorrebbe vendere alle reti dei Berlusconi. E, tra un post sui gelatai realizzato con l’IA e un filmato-intervista ai Righeira, i suoi toni sono sempre più attendisti e la soluzione sempre quella del logoramento imminente del leader.

Alcuni salviniani duri e puri potrebbero abbandonare il capo

Insomma, i lombardi sono stati coraggiosi a chiedere la rimozione di Salvini, il trentino Maurizio Fugatti ancora di più perché ha rifiutato la foto con il capo (mentre aveva postato con rilievo quella con Giorgetti in vacanza qualche giorno fa), ma forse tutti gli sforzi sono stati inutili.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Maurizio Fugatti con Giancarlo Giorgetti (da Instagram).

Forse è più semplice che tutti questi big si “autoescludano” e rimanga solo «la Salvini premier», come chiama la Lega da anni l’espulso Paolo Grimoldi. Salvini vada pure alle Politiche solo per la sua strada e solo dopo si vedrà come raccogliere i cocci di quel che resterà. Il quadro sarebbe già abbastanza contorto se non mancasse un ultimo tassello. I salviniani duri e puri che, sotto traccia, hanno già fatto sapere a chi di dovere di essere pronti a passare all’altro fronte. Caratteristica tipica del mestiere di chi fa politica, il trasformismo, in questa categoria i ben informati annoverano insospettabili come i lombardi Andrea Crippa e Luca Toccalini, e i veneti Andrea Tomaello e Alberto Stefani.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
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Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta

C’è sempre qualcosa di stonato nel vedere la politica prendere le distanze dalle mode che essa stessa, fino al giorno prima, aveva contribuito ad alimentare. Succede adesso con il woke, concetto evocato per molto tempo con reverenza o disprezzo, mai con indifferenza, e che improvvisamente a sinistra comincia a provocare l’imbarazzo di quando si guarda una foto dei tempi andati. Possibile che ci vestissimo davvero così? 

Lo strappo in avanti di Conte

Giuseppe Conte, che possiede la furbizia di accorgersi rapidamente quando il vento cambia, ha rotto gli indugi. Su Repubblica ha spiegato che il progressismo deve lasciarsi alle spalle certe degenerazioni identitarie e tornare a occuparsi di diseguaglianze, lavoro povero, sanità e via discorrendo. Non proprio una scoperta copernicana, visto che poveri, diseguali e malati esistevano anche prima. Ma tant’è. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il distinguo di Boldrini: l’Italia ora non è l’America

Pochi giorni dopo, sul Corriere della Sera, arriva l’intervista a Laura Boldrini, ovvero la campionessa italiana di woke, anche se dalle sue risposte non sembra così. Qualche esagerazione c’è stata, dice, ma soprattutto negli Stati Uniti, non da noi dove si puntava sull’inclusione e sul rispetto dei diritti civili. Niente a che vedere con le follie dei campus americani. Ma la memoria di quel recente passato racconta una storia un po’ diversa. Perché Boldrini non fu una comparsa, ma diventò uno dei volti più riconoscibili di quella temperie culturale, attirandosi per anni feroci e spesso volgari attacchi della destra

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Laura Boldrini (Imagoeconomica).

La vecchia battaglia sul linguaggio

E se c’era un terreno sul quale tutto questo si misurava ogni giorno era proprio il linguaggio. Da presidente della Camera, Boldrini volle che negli atti parlamentari le cariche fossero declinate al femminile: sindaca, ministra, avvocata, ingegnera. Non era un vezzo grammaticale. Dietro c’era una teoria precisa: il modo in cui chiamiamo le cose contribuisce a costruire la realtà e dunque, per trasformarla, bisogna cominciare dalle parole. Spirito del tempo: siccome cambiare il mondo restava complicato, a sinistra si cominciò dal vocabolario

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini è stata presidente della Camera da marzo 2013 a marzo 2018 (Imagoeconomica).

I tempi di «I can’t breathe» e «Black lives matter» alla Camera

Poi arrivò il caso di George Floyd e l’America, che oggi appare così lontana, sembrò improvvisamente dietro l’angolo. Boldrini riprese alla Camera il «I can’t breathe» delle proteste americane declinandolo all’italiana: «Non respiro perché sono donna, disabile, immigrata, ebrea, musulmana, gay, lesbica o perché ho la pelle nera». Concluse con «Black lives matter!» e si inginocchiò insieme ad altri deputati del Pd. A parte l’enfasi, niente di scandaloso, anzi. Solo che allora tra il progressismo americano e quello di casa nostra non sembrava esserci quella distanza che Boldrini oggi rivendica. Ma dalle parole ai simboli il passo era breve. Se il linguaggio non è mai neutrale, non lo sono neppure i segni che la storia lascia dietro di sé.

Un terreno sul quale Boldrini si era avventurata già qualche anno prima, quando propose di togliere la scritta «Mussolini Dux» dall’obelisco del Foro Italico. Non, bontà sua, di abbatterlo. In fondo il principio era sempre quello: le parole contano, ancor più se sono scolpite nel marmo. Si poteva essere d’accordo oppure no, ma una coerenza c’era. Ed è qui che la sua presa di distanza di oggi mostra qualche crepa. Non perché abbia cambiato idea, cosa perfettamente legittima. Ma perché, a sentirla adesso, sembra quasi che da quelle parti non sia mai passata. Gli eccessi erano americani, lei difendeva soltanto i diritti. Possibile. Solo che all’epoca il confine appariva assai meno sorvegliato. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini (Imagoeconomica).

La moda è passata e ora se ne prendono le distanze

Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato. E a dare il segnale non è stata Elly Schlein, segretaria del partito nel quale milita Boldrini, ma Giuseppe Conte. Il capo dei Cinque Stelle ha capito prima di altri che certe battaglie cominciavano a pesare più di quanto rendessero e si è mosso. Il Pd, come quasi sempre gli accade, si è accodato. Ed è forse questo l’aspetto politicamente più interessante della vicenda. Non stabilire quanto Boldrini sia stata o meno woke, esercizio che ormai interessa soprattutto gli archeologi del politicamente corretto. E neppure chi abbia ragione: Conte quando dice che la sinistra farebbe meglio a tornare a occuparsi di questioni sociali, oppure l’ex presidente della Camera quando ricorda che molte delle sue iniziative riguardavano diritti che meritano di essere difesi. Interessa vedere con quale rapidità ciò che fino a pochi anni fa sembrava destinato a cambiare la sinistra sia diventato un argomento da cui prendere le distanze. E come, quando certe convinzioni cominciano a mostrare l’usura del tempo, ci sia sempre chi scopre di non averle mai condivise fino in fondo. 

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La massima è del critico statunitense Fredric Jameson, noto per le sue analisi sul postmoderno come espressione della cultura sotto la pressione del tardo-capitalismo. Ma a renderla famosa è stato il filosofo e sociologo inglese Mark Fisher, la cui opera eccentrica ma di straordinario valore è riassunta nel saggio Realismo capitalista, del 2009. Mark Fisher è scomparso prematuramente e in modo tragico nel 2017, ma il suo lascito intellettuale è ancora oggi carico di suggestioni sull’estrema fatica che il pensiero contemporaneo fa nel concepire un’alternativa al sistema economico dominante. L’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile è ormai radicata nell’inconscio collettivo. Cambiare modello di vita e di sviluppo economico sembra infatti un pensiero impossibile da attuare, anche quando – come stiamo vedendo in questi giorni – la crisi climatica sta generando disastri epocali.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Alluvione nel Nuorese (Ansa).

L’accelerazionismo di destra che ispira i broligarchi

La rimozione del “problema climatico” ha sicuramente a che fare con la “ritirata” dalle agende dei principali media internazionali delle tematiche ambientali, ha sottolineato Naomi Klein su The Guardian, osservando come Trump, tecno-oligarchi e aziende big del fossile siano impegnatissimi nell’alimentare questo tipo di negazionismo. Tuttavia, tornando a Mark Fisher, la sua opera si colloca nell’ambito dell’accelerazionismo di sinistra, dato che ne esiste uno di destra. Il primo vede nello sviluppo tecnologico accelerato lo strumento per superare il capitalismo, dall’interno e in modo pacifico, mettendo la tecnologia a servizio dell’emancipazione umana. L’accelerazionismo di destra invece ha il suo teorico nel filosofo inglese Nick Land, pensatore pericoloso che ispira i turbocapitalisti della Silicon Valley: Musk, Thiel e compagnia varia di broligarchi. I potenti avanzamenti tecnologici – secondo questo movimento neoreazionario che è una costellazione di blog, manifesti e thread anonimi – devono servire alla costruzione sull’intero pianeta di migliaia di città-stato o micronazioni, governate da un ceo, come un’azienda, e un consiglio di amministrazione anziché da un’assemblea elettiva. Per questa banda di fuori di testa, che sono però una minaccia reale per il potere economico che detengono, nel tecno-mondo prossimo futuro non c’è più posto per la democrazia e la partecipazione civica

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Un gonfiabile di Elon Musk a New York (Ansa).

Perché chi non lavora non dovrebbe mangiare?

Entrambe le concezioni accelerazioniste, confidenti in una tecnologia che può, quasi da sola, risolvere ogni problema, sono perturbanti. Tuttavia l’immagine e la proiezione di una società che, liberata dal lavoro, può dedicarsi a piaceri e passioni risulta di gran lunga preferibile. E qui, accanto al marxiano «a ognuno secondo i suoi bisogni», si deve anche ricordare la previsione che fece uno dei padri del liberalismo economico, John Maynard Keynes, quasi un secolo fa, nella sua lettera ai nipoti. «Fra cent’anni», scrisse nel 1929, mentre il mondo occidentale era alle prese con la Grande Depressione, «le persone lavoreranno 15 ore… ma alla settimana». Naturalmente ognuno di noi può fare i conti con quella previsione, però è indubbio che per effetto di automazione e IA il lavoro umano presto sarà un lusso piuttosto che un diritto. Con buona pace di chi continua a coltivare l’idea che il sudore della fronte debba essere la condizione irrinunciabile per ricevere un salario. Chi non lavora non deve mangiare, raccomanda ora il generale in pensione Roberto Vannacci, e nemmeno fare l’amore come cantava decenni fa Adriano Celentano.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La rivoluzione del Partito Capibara

Ci si può mettere a ridere, restando però preoccupati e cogliendo il valore utilmente provocatorio delle fondamentali domande poste da Mark Fisher. È possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo economico? È realistico immaginare un capitalismo diverso non orientato al profitto di pochi ma al benessere di tutti? I due quesiti hanno una forte carica utopica che ora ha assunto la forma di un partito politico con un programma di governo decisamente eversivo, ma gioiosamente non violento. Si tratta del Partito Capibara della cui scoperta sono debitore al tecno-filosofo Simone Puorto, autore del pamphlet We are the glitch (Siamo noi il problema, Flaccovio editore), dove racconta come la società digitale debba essere governata con ma ancor più vocazione e sentimento umanitario.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Dalla pagina Instagram del Partito Capibara.

L’obiettivo è rompere l’incantesimo dell’invevitabile

«Siamo un’idea che irrompe nella realtà»: così si presenta il Partito Capibara, dichiarandosi parte di un movimento che si impegna a trasformare l’attuale modello di società, partendo dall’assunto che ciò che viene raccontato come impossibile è, in realtà, già praticabile. Il Partito Capibara, ispirandosi alle idee di Mark Fisher, nasce per rompere l’incantesimo dell’inevitabile. «Agiamo come un dispositivo memetico e politico insieme. Il nostro obiettivo è alterare l’immaginario collettivo. Vogliamo incrinare la credenza profonda secondo cui la scarsità sarebbe inevitabile e il lavoro una necessità biologica».

I tre pilastri del programma

Non so voi, io però trovo molto godibili parecchi punti di un programma che si propone di costruire una «società fondata sulla gratuità dei bisogni fondamentali, un futuro postlavorista, una vita bella da godere». E che poggia su tre pilastri. Primo: lavorare meno, godere di più, passando dalle attuali 40 ore settimanali a 24, il 40 per cento di lavoro in meno, per aumentare il godimento della vita. «Lavorare meno», sottolineano, «non è solo il nostro grande desiderio comune: è la grande rivendicazione del XXI secolo». Secondo: gratuità dei bisogni fondamentali (cibo, trasporti, sanità). Il capitalismo trasforma i bisogni dell’esistenza in merci da pagare. Il gratuitismo li trasforma in diritti garantiti incondizionatamente. «Viviamo nel massimo livello di abbondanza materiale della storia. Eppure ogni esistenza nasce già in debito. Ogni giorno bisogna pagare per restare viva». Terzo: reddito universale e automazione. «Se i robot ci rubano il lavoro, lasciamoli fare. Che lavori l’automazione, noi vogliamo godere della vita». Il reddito universale (UBI) non è un bonus temporaneo, non è carità, non è una misura per poveri. È un diritto economico riconosciuto alla persona in quanto parte della comunità.

È più folle l’idea Capibara o spendere quasi 3 mila miliardi di dollari in armi?

Resta d’aggiungere che sicuramente il Partito Capibara può essere definito una nave di folli e il suo programma un libro dei sogni. A patto però di convenire che è più folle e disumano un mondo che anziché investire nella vita e nel piacere, considera la scarsità e la povertà condizioni umane inevitabili. E che anziché perseguire una società prospera e in pace, l’anno scorso ha raggiunto il record storico di spesa in armamenti: 2.887 miliardi di dollari. Per concludere resta da chiedersi: un altro mondo è (im)possibile?

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno

Che cosa ci faceva Tommaso Verdini alla Versiliana proprio nel giorno dell’intervista doppia a Massimiliano Romeo e Attilio Fontana? Il fratello della fidanzata di Matteo Salvini è stato notato dal pubblico leghista mentre si aggirava con il telefono in mano attorno alla sala dove hanno parlato i leader della fronda ‘nordista’. Niente di male, i Verdini – anche Francesca e Denis – sono degli habitué della vacanza a Forte dei Marmi dove ha casa anche il segretario lombardo Romeo. Certo, tra i militanti ha stupito l’avvistamento del quasi cognato del leader proprio a ridosso della contestazione ai ‘ribelli’. E cioè quando tre uomini, due dall’apparente accento napoletano e uno fiorentino, hanno intonato «C’è solo un capitano» per chiedere la blindatura di Salvini alla segreteria. Un’altra presenza non è passata inosservata nella piccola sala allestita per il maltempo. Ovvero quella di Eugenio Zoffili, ex capo segreteria di Salvini a Strasburgo ed ex vice commissario lombardo prima della vittoria di Romeo al congresso. Proprio Zoffili è stato ‘pizzicato’ davanti all’ingresso della sala prima della contestazione.

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno

Cacciari non ha l’età per fondare un partito

Massimo Cacciari, 82 anni, se avesse mezzo secolo di meno non ci penserebbe due volte: fonderebbe subito un nuovo partito. A la Nuova Venezia e agli altri quotidiani del gruppo Nem, il filosofo ed ex sindaco di Venezia mette sotto accusa il centrosinistra, incapace a suo giudizio di rappresentare gli interessi materiali dei ceti meno abbienti, e il Pd veneto in particolare, al quale dopo la sconfitta nella Serenissima chiede di ammettere: «Abbiamo sbagliato tutto». Per una nuova formazione c’è «uno spazio enorme». Potrebbe rivolgersi a quell’elettorato che negli ultimi anni ha votato partiti diversissimi tra loro: dalla Lega al M5s, fino a FdI e ora Futuro Nazionale. Si tratta di «grandi masse, anche di ceto medio, che non trovano alcuna rappresentanza». L’analisi di Cacciari è lucida: «Di fronte alla grande rivoluzione capitalistica, alla trasformazione dei modi di produzione e al venir meno delle vecchie composizioni sociali di classe, la sinistra non è riuscita a rappresentare il nuovo ceto medio e le classi meno abbienti. È significativo che oggi gli iscritti ai sindacati siano per tre quarti pensionati». Dopo aver sferrato un colpo al leader della Cgil Maurizio Landini, pur senza nominarlo, Cacciari ricorda che «c’era una forte rappresentanza del Partito comunista a livello operaio, ma nel commercio, nell’artigianato, nella piccola industria e nell’agricoltura in Veneto non c’è mai stata. Venezia, con una grande concentrazione industriale e una forte presenza della sinistra, era un’isola». Per il filosofo, il centrosinistra dovrebbe mettere a terra «una riforma fiscale realmente ridistributiva, dei processi di formazione, delle istituzioni riprendendo le grandi idee federalistiche. Un’ipotesi di riforma rivoluzionaria, facendo leva sugli interessi calpestati negli ultimi 30 anni e che hanno portato il nostro Paese ad avere salari tra i più bassi d’Europa». Amen…

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

Gualtieri e Durigon tra gli ospiti del Meeting

Imperdibile appuntamento per i leghisti, domenica pomeriggio al Meeting di Rimini: si parla di “Formazione professionale e crescita delle competenze”, con Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, e Claudio Durigon, sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’uomo della Lega di Matteo Salvini nel Lazio. L’abbinamento è davvero interessante, data la passione di Durigon per la cucina italiana. Sempre al Meeting, ma venerdì sera, è atteso il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Il primo cittadino capitolino sarà tra i protagonisti del convegno “Fare ancora città”, insieme a Gaetano Manfredi, presidente Anci e sindaco di Napoli, Alberto Stefani presidente della Regione Veneto, Sergio Urbani direttore generale e ceo Fondazione Cariplo, Mario Valducci presidente Invimit. A moderare Emmanuele Forlani, direttore generale Compagnia delle Opere. E poi, nella giornata di sabato, al Meeting arriva pure Papa Leone XIV.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male

E anche questo Ferragosto ce lo siamo tolti di mezzo. Dove eravamo rimasti? Ah già. L’avventura politica del campo largo alle primarie rischia di finire molto bene per Giuseppe Conte, molto male per il Pd, e chissà quanto bene per la mitologica unità della coalizione.

I riformisti e la carta Salis

Secondo l’ultimo sondaggio dell’Istituto Piepoli, elaborato per testare la fiducia sulla futura leadership del sinistra-centro, Conte sarebbe in testa con il 36 per cento. A seguire, Silvia Salis (30 per cento) ed Elly Schlein (29 per cento). Per carità, i sondaggi vanno presi per quello che valgono. Soprattutto ora, a chissà quanto tempo dalle famose o famigerate primarie, per adesso solo virtuali. Ancora infatti non si sa se, come e quando ci saranno. Intanto però si sa che sono già un problema per il Pd. Non solo per la cara leader, ma pure per i suoi avversari interni, che non vedrebbero l’ora di poter partecipare alle prossime consultazioni interne del sinistra-centro. C’è solo un dettaglio, non secondario: Giorgio Gori – riformista non bonacciniano – sarebbe disposto a fare un passo in avanti verso la candidatura. Ci sta ragionando seriamente da tempo. Solo che se c’è Salis candidata, no.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giorgio Gori con Elly Schlein (foto Ansa).

Ma se questi sono i numeri, allora una possibilità per la sindaca di Genova c’è. Il punto per Salis non è vincere ora le primarie, ma articolare una presenza, certificare che un’area moderata nel centrosinistra è possibile, che non è tutto Conte quel che luccica (che poi sembra essere quello che dice Matteo Renzi, che da settimane cerca di convincere la sindaca genovese a presentarsi alle primarie). 

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Conte è tutto ciò che Schlein non è (e non può essere)

L’ex presidente del Consiglio comunque rimane il più insidioso fra gli avversari, è considerato competitivo persino nei confronti di Giorgia Meloni, ha l’allure di chi ha già governato, elemento che inspiegabilmente sembra piacere, persino rassicurare. Il capo dei cinque stelle è tutto ciò che Schlein non è e non può essere. È trasversale, pronto a governare con chiunque, come dimostra il curriculum di uno che ha prima governato con la Lega e poi con il Pd, pronto a piroettare sulla sicurezza, mettendo in seria difficoltà gli alleati tradizionalmente molto generosi, pronto anche a fare della politica estera, dell’Ucraina, il suo principale terreno di scontro politico irenico-pacifista. Non è un’improvvisazione, quella su Kyiv, non è nemmeno una provocazione costante. Conte sa che c’è un pezzo dell’elettorato che non condivide la linea Schlein e che pensava, sperava, ipotizzava, rosybindianamente, che il Pd tre anni fa cambiasse rotta. E lì sta, rimane, titilla la pubblica opinione infischiandosene se nel resto della coalizione qualcuno borbotta.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giuseppe C>onte (Imagoeconomica).

Conte ragiona già da capo del campo largo, qualche giorno fa è pure andato a Sant’Anna di Stazzema nelle vesti di oratore ufficiale dell’anniversario dell’eccidio nazista, dispensando lezioni di bon ton etico-istituzionale alla maggioranza: «Chi si professa patriota dovrebbe essere qui per onorare la patria. Non possiamo onorare la patria se non onoriamo chi ha sacrificato la propria vita per non piegarsi alla dittatura», ha detto Conte: «Anzi chi evita di pronunciare parole di verità non solo continua a ferire la verità ma finisce per disconoscere i fondamenti stessi della nostra storia repubblicana. La Costituzione è punto di partenza per l’unità, per costruire l’azione politica del futuro».

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giuseppe Conte a Sant’Anna di Stazzema (Ansa),

Il Pd, ancora oggi, sembra che debba farsi perdonare qualcosa

Il Pd ha sempre sofferto Conte e sembra continuare a soffrirlo. Soprattutto culturalmente: il partito di Schlein sembra sempre, ancora oggi, che debba farsi perdonare qualcosa (aver troppo governato o essere stato troppo renziano, o renziano e basta). Il capo del M5s è stato dunque così in questi anni il surrogato della leadership del centrosinistra; ne ha condizionato l’impostazione culturale, come dimostra il taglio del numero dei parlamentari avallato anche dal Pd, soprattutto da quella parte che bettinianamente adora Conte, il pater familias degli italiani, l’avvocato del popolo, il tribuno del campo largo in pochette arcobaleno che sogna di tornare a Palazzo Chigi

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti

La crisi del salvinismo e della Lega è l’argomento politico dell’estate. In molti, fuori e dentro il partito, raccontano e cercano di capire le ragioni dello scontro tra ‘nordisti’ e ‘lealisti’, mai così aspro finora. Da una parte ci sono il vecchio partito, i governatori attuali ed ex – Attilio Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti – insieme alla Lega lombarda e alle segreterie storicamente più rappresentative vale a dire Bergamo, Brescia e Varese. Dall’altra, il nuovo corso, inaugurato da Matteo Salvini nel 2013, partito più ‘leggero’, nazionalista e sovranista, composto in larga parte da fedelissimi al capo.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Lo spartiacque della morte del Senatur

Ma quel che nessuno sottolinea è che questa crisi profonda si consuma a pochi mesi dalla morte di Umberto Bossi, scomparso il 19 marzo scorso. Un po’ come se si fosse creato uno spartiacque: c’è un ‘prima di Bossi’ e un ‘dopo Bossi’. Come se con la morte del fondatore non avessero più retto gli argini. Nella prima estate dell’era d.B (dopo Bossi, appunto) la Lega si è rotta. Si è sfaldata come in quelle famiglie in cui, morto il nonno, improvvisamente saltano psicologicamente tutti i freni, con i cugini che litigano per l’eredità e smettono di parlarsi. Non che il Senatur negli ultimi anni della sua vita godesse di una vera considerazione. Dopo le dimissioni della primavera del 2012, Bossi è stato bistrattato dal partito. Sostanzialmente perdonato dai militanti per gli scandali sui fondi irregolari, il vecchio capo è stato evocato e usato quando faceva comodo, mentre Salvini non gli ha mai perdonato di essersi candidato contro di lui alle primarie del 2013 (che peraltro vinse, 82 per cento contro il 18).

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Matteo Salvini e Umberto Bossi nel 2013 (Imagoeconomica).

Dalla Lega a due teste a partito schizoide

Un tempo formazione leninista, come amava definirla Roberto Maroni per la ferrea gerarchia, da tempo nella Lega convivono due partiti. Il congresso federale dell’anno scorso a Firenze lo ha reso plastico, come L43 fece notare. Nella prima parte dell’assise si erano concentrati gli interventi dei fedelissimi che avevano chiesto a Salvini di tornare al Viminale; nella seconda parte, i governatori e i ministri non avevano minimante accennato alla questione. Ecco, la Lega dei primi mesi d.B non è più a due teste. La Lega post Bossi ha tendenze schizoidi.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Roberto Maroni e Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Salvini chiuso nel bunker mentre i big tentennano

Salvini si è chiuso nel bunker con qualche fedelissimo e non molla la segreteria, resistendo alla discesa nei sondaggi, e agli errori inanellati uno dietro l’altro a partire dal Papeete del 2019. Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli cercano di sopravvivere a questa stagione come sono sopravvissuti a tutte quelle precedenti senza dare un reale contributo da ‘saggi’ quali potrebbero essere. Luca Zaia continua a rinviare ogni decisione sul suo futuro, incollato alla sua comfort zone veneta, e senza alcuna voglia di farsi in quattro per salvare il partito. Ciclicamente si ‘risveglia’ e propone una reazione. Ma alla fine il risultato è sempre lo stesso: lanciare il sasso e tirare indietro la mano. Lo sanno bene i militanti bresciani che avevano cominciato a raccogliere le firme per farlo diventare segretario: un’iniziativa mai decollata perché l’ex doge si è nuovamente tirato indietro.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Romeo pensa al suo sogno, Molinari non tocca palla

Poi c’è Fontana, l’Attilio da Varese, storico amico di Bobo Maroni. Quando era sindaco girava la città giardino in Porsche, e continua a comportarsi da ricco avvocato. Visto che non ha nulla da perdere, è l’unico che ora riporta senza peli sulla lingua quel che sente dire a ogni festa di partito: Salvini ha stufato. E i capigruppo al Senato e alla Camera? Massimiliano Romeo conosce Salvini da una vita (è stato prima di lui fidanzato con Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana e, appunto, ex di Salvini). È uno dei pochi che ha il coraggio di dire le cose in faccia al segretario. Ma si mormora che non pensi ad altro che a realizzare il suo sogno: diventare governatore lombardo. Ha anche accelerato la pubblicazione di un libro sulla Lega, pubblicizzato da un video in cui chiede un ritorno al ‘celodurismo’ con un vistoso Rolex al polso.

Riccardo Molinari invece sembra affetto dalla sindrome di Stoccolma. Prigioniero di Salvini, che a taccuini chiusi critica da anni, è l’unico dirigente che in questa fase non riesce a toccare palla.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).

Lorenzo Fontana difende il capo ma punta su Stefani

Chi, seppur solitamente silente, questa volta si è sbilanciato è il presidente della Camera Lorenzo Fontana che ha chiesto più rispetto per il segretario. Ma a chi lo incontra privatamente, Fontana confida che Matteo dovrebbe farsi da parte. Quando vivi nel disordine da troppo tempo, è il ragionamento che fa in privato, poi ne subisci le conseguenze. Sarebbe ora di fare spazio ai giovani, afferma spesso Fontana.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

E nella mente del presidente della Camera c’è un nome in particolare: Alberto Stefani da Borgoricco, sua creatura che vorrebbe a tutti i costi come segretario federale. Veniamo poi a Claudio Durigon. Lo scorso giugno ha tentato di portare a termine una difficile trattativa tra Zaia e Salvini. Il testo dell’accordo che avrebbe dovuto dar vita a una formazione nordista è stato stracciato dal segretario. E ora il vicesegretario si trova a criticare gli stessi (Zaia & Co) che cercava di coinvolgere.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Alberto Stefani (Imagoeconomica).

La comunicazione e la “fabbrica del retroscena”

L’altro capitolo riguarda la comunicazione del partito: la nuova gestione, guidata da Davide Vecchi e Cristiano Bosco, è finita nel mirino dei critici per i troppi errori (scivoloni sui provvedimenti approvati e sulla morte di Franco Baresi quando era ancora vivo). Negli ultimi giorni si è arrivato addirittura alla fabbrica del retroscena. È stato chiesto ad alcuni fedelissimi di intervenire in difesa del segretario nella chat usata per le comunicazioni di servizio del consiglio federale. Nessuno dei componenti nordisti è intervenuto, ma lo staff di Salvini ha screenshottato gli interventi costruiti ad hoc girandoli alla stampa. E alcune testate sono cadute nel tranello riportando queste frasi come se fossero un retroscena vero, non un’operazione architettata appositamente. Una mossa che non ha portato a molto mentre il caos aumenta a mano a mano che ci si avvicina alla scadenza del raduno di Pontida. E aumentano anche i nervosismi di Salvini e le pretese sull’operato del governo. Mentre i nordisti rassicurano sulla tenuta dell’esecutivo. Anche se la nuova legge elettorale non piace, per esempio, assicurano che la voteranno perché fedeli ai patti di coalizione. Insomma tanta confusione e nessuna direzione.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Davide Vecchi (Imagoeconomica).

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Manca un mese a Pontida e la sensazione è che il 20 settembre il pratone caro a Umberto Bossi possa essere teatro di una resa dei conti tra Matteo Salvini, segretario della Lega sempre più in bilico, e il fronte dei “nordisti”, che sta premendo per ottenere un congresso straordinario. L’obiettivo dei frondisti è arginare il tracollo di iscritti e consensi e ciò non può che passare dal siluramento del Capitano, che appena un anno fa – sembrano passati secoli – aveva fatto salire sul palco Roberto Vannacci, oggi nei sondaggi davanti alla Lega col suo Futuro Nazionale.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Matteo Salvini (Ansa).

Il fronte del Nord: i leghisti che non vogliono più Salvini

Dopo mesi di tensioni, culminati in un inizio agosto che ha visto la condivisione dello Statuto del partito fantasma su una vecchia chat leghista e un acceso direttivo lombardo in cui è stato chiesto a Salvini di farsi da parte, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha rotto gli indugi in un’intervista al Corriere della Sera. «Non escludo nulla, nemmeno un passo indietro», ha detto riferendosi al capo di via Bellerio, aggiungendo poi di essersi messo al lavoro col segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo (autore di un libro sul necessario rinnovamento del partito) per un’associazione che dovrebbe raccogliere i malpancisti. Gli altri big dell’ala nordista, è cosa nota, sono Luca Zaia (ex governatore del Veneto), Massimiliano Fedriga (presidente del Friuli-Venezia Giulia) e Maurizio Fugatti (presidente della Provincia autonoma di Trento). Ma Salvini può ancora contare su una serie di fedelissimi.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

I fedelissimi sui cui può ancora contare Salvini

Il governatore veneto Alberto Stefani ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui ha difeso il segretario, rompendo il fronte dei governatori del Nord. «Chi oggi polemizza perché a suo tempo non ha scelto di candidarsi e di raccogliere i voti dei militanti?», ha affondato Stefani, ridimensionando le tensioni e le richieste di un passo indietro avanzate da altri importanti esponenti leghisti. Tra i fedelissimi di Salvini va annoverato anche Lorenzo Fontana. Il presidente della Camera è tornato a vestire i panni del militante leghista per difendere il segretario dagli attacchi interni. «Essere alla guida di un partito per tanti anni comporta uno sforzo enorme, e Salvini continua a spendersi, sacrificando anche una parte importante della propria vita privata. Merita più rispetto», ha detto la terza carica dello Stato, spiegando di essere favorevole al dibattito interno, ma in un clima di unità, e ricordando che con Bossi ci furono tempi ancora più magri. C’è poi la fedelissima per eccellenza di Salvini, ossia l’eurodeputata e vicesegretaria federale Silvia Sardone. «Il nostro segretario, peraltro rieletto un anno fa, ha portato il partito dal 5 al 34 per cento, ma questo qualcuno sembra dimenticarlo», ha detto al Corsera. Pontida, ha assicurato, «non sarà una passerella». E poi ha sottolineato: «Autonomia e federalismo fiscale, nostri obiettivi da 30 anni, stanno diventando leggi dello Stato proprio grazie a una Lega che rappresenta tutta l’Italia e con questo segretario».

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Parlando col Giornale, l’altro vice, Claudio Durigon, ha puntato il dito contro l’idea dell’associazione lanciata da Fontana. «So che erano contrari a quella che all’epoca aveva creato Roberto Vannacci e quindi mi sembra strano che possano essere oggi favorevoli ad altre associazioni», ha fatto notare il sottosegretario al Lavoro, sponsorizzando poi Salvini per il Viminale: «Sarebbe la persona giusta al posto giusto, senza nulla togliere a Matteo Piantedosi». Dalla parte di Salvini si è schierata inoltre l’eurodeputata Susanna Ceccardi. «Se c’è un problema, argomenta, lo si affronta nelle sedi opportune. C’è stato un congresso l’anno scorso che è stato unitario. Abbiamo cinque ministri lombardi, il tema del Nord è già ampiamente rappresentato», ha detto a Repubblica, escludendo che il segretario possa essere “commissariato” da una direzione collegiale: «Quando scadrà Salvini o se dovesse venire meno la fiducia del Consiglio federale ne riparleremo, ma non mi sembra questo il caso. Se qualcuno vuole continuare strumentalmente a creare un problema sui giornali, problema suo». Ceccardi ha anche affermato che non è possibile «tornare a una stagione secessionista» della Lega Nord: «È una stagione che non c’è più, né c’è questa vocazione nel nostro elettorato».

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Per quanto riguarda il già citato direttivo lombardo, gli unici che si sono apertamente schierati con Salvini – come riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra per la Disabilità Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo in Regione Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini.

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana

Lorenzo Fontana si è reso invisibile per quasi quattro anni, senza mai lasciare lo scranno più alto di Montecitorio, numero tre della Repubblica dopo il divin Mattarella e il tonitruante La Russa. Del leghista ultracattolico, putiniano pentito, ex ministro della Famiglia e fedelissimo di Matteo Salvini, non è rimasto quasi più nulla. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Ignazio La Russa, Sergio Mattarella e Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

Anni all’insegna della sobrietà istituzionale

Fontana aveva preso talmente sul serio il ruolo da riuscire nel miracolo: tenersi la poltrona facendo dimenticare chi ci sedeva sopra. Tutto il contrario di Ignazio La Russa, che è presidente del Senato senza smettere un sol giorno di indossare le vesti del militante. Ha continuato a parlare, polemizzare, spesso provocare: insomma, La Russa è rimasto La Russa. Fontana invece si era dato subito una regolata. Sobrioistituzionale, financo pacioso nella sua compunta curialità. Uno di quei casi in cui l’abito fa il monaco, o almeno riesce a nascondere bene chi c’è sotto. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

L’uscita in difesa del capo

Ultimamente però qualcosa è cambiato. Caso Delmastro: chat congelate, palla passata alla Giunta per il Regolamento, esattamente come chiedeva la maggioranza. Scelta formalmente corretta, ma dal peso politico evidente. Il presidente super partes cominciava a mostrare la sua parte. Poi l’intervento in difesa di Salvini. Con il segretario che vistosamente traballa, Fontana rompe il silenzio e fa sapere che Matteo «merita più rispetto». Ricorda i bei tempi, quando prese un partito moribondo e lo resuscitò, e invita tutti a non dividersi.  

La partita di fine legislatura

Fontana è stato il suo vice, con Salvini è diventato ministro e poi presidente della Camera. Difficile non leggerci un moto di riconoscenza, merce rara in politica, soprattutto quando chi dovrebbe riceverla è in difficoltà. E non è poco, perché dopo i guai che ha combinato ci vuole un certo coraggio per continuare a sostenere lo Zelig dell’ex Carroccio. Anche perché, preso il partito al 4 per cento e portato al 34, Salvini è riuscito nell’impresa di riconsegnarlo più o meno dove l’aveva trovato. E poi Fontana ha solo 46 anni. Un po’ presto per entrare nel mausoleo degli ex presidenti della Camera, prestigiosa categoria che garantisce ufficio, staff e uno status che dura ben oltre la carica. La legislatura sta per finire e l’ex impiegato della Fiera di Verona dovrà pur inventarsi qualcosa, magari continuando a fare politica. Cosa per cui, dettaglio fastidioso, occorre essere eletti

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Matteo Salvini e Lorenzo Fontana nel 2018 (Imagoeconomica).

Da presidente di tutti è tornato a essere l’uomo di qualcuno

E allora questo suo improvviso rigurgito salviniano assume una luce diversa. Dopo quasi quattro anni da presidente di tutti, Fontana ha pensato bene di tornare a essere l’uomo di qualcuno. Quello che farà le liste, sempre che i suoi ex amici non lo facciano sloggiare prima

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno

Sono giorni intensi per il presidente del Senato Ignazio La Russa. Tra un fendente a Report («Va cambiato, non eliminato perché non è possibile che le inchieste solo per l’1,5 per cento dei casi hanno riguardato il partito di sinistra più grosso»), un pronostico elettorale («Alle elezioni il centrodestra batterà la sinistra a prescindere da Vannacci») e gli auguri a Mogol per i suoi 90 anni, la seconda carica dello Stato ha trovato il tempo per bacchettare il Pd pisano per procurato allarme fascismo. Tutto è nato dalla scritta «Si fascia» notata qualche giorno fa da alcuni genitori su un muro della scuola Collodi interessata da lavori di ristrutturazione. Naturalmente è scattato il tam tam sui social rilanciato, con zelo, dal vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo. Il quale, ingranando la quarta, aveva definito quello sfregio nero «un gesto gravissimo e intollerabile» e «ancora più odioso» perché apparso sui muri di una scuola. A ruota lo aveva seguito la senatrice dem Ylenia Zambito.

L’indignazione però è durata solo qualche ora, perché già domenica sera, come scrive il Corriere Fiorentino, qualcuno aveva cominciato a nutrire dubbi sul vero senso della scritta. E così è stata appurata la verità: quel «si fascia» era stato scritto dagli operai del cantiere per segnalare gli interventi da realizzare. Sono seguite le pubbliche scuse dei segnalatori. «Ho commesso un errore. Può capitare. E quando capita si deve avere l’onestà di dirlo», ha scritto su Fb Mazzeo. «Sarebbe bello lo facessero tutti, soprattutto di fronte al proliferare continuo, e spesso costruito ad arte, di fake news o immagini false generate dall’intelligenza artificiale. Come sarebbe bello che la stessa solerzia della destra pisana, oggi così attenta a commentare questo “errore”, si manifestasse anche nel prendere le distanze senza ambiguità quando, ed è accaduto tante volte, compaiono davvero scritte inneggianti al fascismo o al nazismo. Ma immagino che per quello serva fare i conti con la storia». «La destra pisana mi prende in giro perché ho commesso un errore, ed è giusto ammetterlo», è stata la difesa social di Zambito. «Aver scambiato le scritte di cantiere per scritte inneggianti al fascismo è stato un errore commesso per un eccesso di preoccupazione per i rigurgiti fascisti che proliferano a Pisa e nel Paese. Quella preoccupazione che alla destra manca del tutto, tanto da tacere quando scritte simili sono comparse ed erano vere». Caso archiviato, si dirà. E invece no. Martedì la faccenda è stata riaperta sul palcoscenico nazionale da La Russa. «A Pisa una scritta nera su un muro giallo fa subito scattare l’allarme fascismo. La sinistra denuncia, polemizza, manda comunicati stampa», denuncia la seconda carica dello Stato. «D’altronde si sa… ‘Quando la destra è al governo la democrazia è in pericolo’ (questa l’ho già sentita da qualche parte). Poi passano i minuti, forse qualche ora e si scopre finalmente la verità: a fare quella scritta così ‘nostalgica’ non è stata la mano di pericolosi camerati in camicia nera ma quella di alcuni operai durante i lavori di ristrutturazione della scuola Collodi».

E infine conclude: «Niente Ventennio quindi. E nemmeno manganelli e olio di ricino. Solo banali indicazioni edili… per il cappotto termico. Dalle camice nere (senza la i, ndr) al cappotto termico. Il caldo fa brutti scherzi, ma spesso li fanno anche le ossessioni della sinistra». E dire che La Russa dovrebbe ricordare quanto sia facile – ahinoi – cadere in errore, come quando – era il 2023 – scambiò soldati nazisti di via Rasella per una banda musicale di riservisti. Svista per cui fu costretto poi a scusarsi.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Meloni “balla” in Puglia

Il soggiorno nell’amata Ceglie Messapica, la gita in barca a Polignano a Mare con alcuni amici e il fedelissimo Marcello Gemmato, l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo a Taranto (dove l’ex Ilva per il governo è un dossier rovente) e la festa di FdI a Bari il 4 e 5 settembre. Giorgia Meloni punta sulla Puglia e sul Sud per questo scampolo di campagna elettorale. La pausa che la premier si è concessa in Valle d’Itria terminerà il 21 agosto con l’apertura dei Giochi allo stadio Iacovone insieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sulla cui poltrona Meloni e la destra hanno lanciato apertamente un’Opa. Poi sarà la volta dell’Atreju fuori stagione nel capoluogo pugliese il 4 e 5 settembre, giusto in tempo per festeggiare il record del governo più longevo della storia repubblicana.

Chissà se alla kermesse pugliese parteciperà pure il vicepremier Antonio Tajani, impegnato il 3 settembre a Viterbo per la tradizionale processionale con la “macchina di Santa Rosa” trasportata da oltre 100 persone per le strade della città laziale. Un appuntamento imperdibile per Tajani, specie in vista delle Politiche. A Viterbo verrà testato anche un piano di sicurezza e di evacuazione innovativo con maxi schermi pronti a far passare messaggi e comunicazioni di servizio, in caso di emergenza.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La breccia nella Lega

La data del 20 settembre rischia di non essere più ricordata solo per la breccia di Porta Pia, ma per Pontida 2026. «Forse sarà l’ultimo raduno con Matteo Salvini a capo della Lega», sussurrano a Roma. La manifestazione sullo storico pratone caro a Umberto Bossi diventerà infatti “una conta” dei fedelissimi del vicepremier. Tra gli ultimi ad aver difeso pubblicamente il leader, si segnala Alberto Stefani, successore di Luca Zaia alla guida del Veneto e vicesegretario leghista, con tanto di intervista “smorzascissione” sul Corriere, sulle cui pagine l’altro giorno era uscito allo scoperto il «nostalgico» e attempato ribelle, Attilio Fontana. Stefani però ha un difetto: «Lui è del 1992, ma che ne sa della storia della Lega e della fatica che è stata fatta negli anni per resistere a tutto?», bofonchiano i “duri e puri”, che non vogliono finire schiacciati da Roberto Vannacci. Il quale però, in vista delle Politiche, potrebbe attirare qualche altro leghista pesante in cerca di un altro giro in Parlamento.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Che rottura di Palio

Il Palio di Siena si è trasformato in un gran rottura di scatole per La 7 di Urbano Cairo a causa dell’aumento dei costi causati dai due rinvii causati dal maltempo. Martedì su Piazza del Campo però splende il sole e la terza diretta procederà liscia come l’olio. Comunque, a Siena alcuni hanno dato la colpa del maltempo al “cencio” creato dall’artista romena Teodora Axente: il “madonno” contestatissimo dalla curia e dai fedeli, per le fattezze androgine dell’Assunta. Il drappellone non è piaciuto per niente al cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino e nella querelle è dovuta intervenire pure la sindaca Nicoletta Fabio che si è detta «amareggiata e mortificata» per le polemiche, ma non pentita per la scelta dell’artista. Ma non è finita perché la Madonna mascolina di Axente si staglia su un cielo plumbeo. Per i più superstiziosi, sarebbero stati i nuvoloni dipinti i veri responsabili della pioggia che ha funestato questa edizione.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Il drappellone dipinto dall’artista romena Teodora Axente, per il Palio del 16 agosto, dedicato alla Madonna dell’Assunta (Ansa).

Lega, il libro del senatore Romeo sul rinnovamento del partito

Il senatore Massimiliano Romeo, segretario della Lega Lombarda e capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama, ha annunciato l’uscita del suo nuovo libro Fare la Lega, agenda per il rinnovamento. Dal titolo potrebbe sembrare un instant book, scritto per cavalcare i malumori interni al partito con un Matteo Salvini che molti vorrebbero si facesse da parte. Non è proprio così, ma il momento della pubblicazione certo non è casuale. «Avevo in mente di pubblicare questo libro nei prossimi mesi per raccontare la mia esperienza politica a Roma, ho accelerato un po’ la scrittura visto il momento per noi complicato», ha spiegato Romeo.

Lega, il libro del senatore Romeo sul rinnovamento del partito
Massimiliano Romeo e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

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Romeo: «I segnali degli ultimi tempi non possono essere ignorati»

«Passando molto del mio tempo tra i militanti e tra la gente ho voluto raccontare e in modo costruttivo teorizzare il grande desiderio di rinnovamento che viene proprio dalla base e dagli elettori. Questo è il mio pensiero e mi auguro che possa essere un contributo costruttivo per Lega. Siamo in una fase in cui servono consigli e suggerimenti utili per rilanciare il movimento e penso che i segnali degli ultimi tempi non possano essere ignorati», ha detto Romeo.

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Gaffe del Pd, denuncia scritte fasciste sulla scuola ma erano le indicazioni di un cantiere

Gaffe del Pd, che ha denunciato la presenza di scritte e simboli nazifascisti sui muri di una scuola primaria di Lucca che si sono poi rivelate essere le indicazioni di un cantiere. A sollevare per primo il caso era stato il vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo, che aveva parlato di «gesto gravissimo e intollerabile» sottolineando come fosse «ancora più odioso» perché rivolto contro una scuola, luogo di educazione e democrazia. Anche la senatrice dem Ylenia Zambito aveva preso posizione, collegando l’episodio alla memoria del fascismo e al ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti avvenuto proprio in quei giorni. Dopo l’indignazione, però, alcuni hanno fatto notare un particolare decisivo, ovvero che sulla scuola erano in corso lavori di rifacimento della facciata e che, quindi, quelli che sembravano simboli ideologici potevano essere più semplicemente segni lasciati dagli operai per indicare gli interventi da eseguire. E così era. A confermarlo è stato Enrico Bruni, consigliere comunale del Pd a Pisa, che aveva inizialmente segnalato le scritte e successivamente ha riconosciuto l’errrore. Le presunte rune erano frecce, mentre quella che sembrava una frase inneggiante al fascismo era in realtà «si fascia», un’indicazione di cantiere. Anche Mazzeo è intervenuto, scusandosi per la mala interpretazione: «Ho commesso un errore. Può capitare. Quando si sbaglia, è giusto dirlo e riconoscere l’errore».

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale

Nella Lega si respira aria di Papeete III. Matteo Salvini, il ‘surfista’ della politica italiana, starebbe per giocarne una delle sue. Provocare un piccolo tsunami per praticare il suo sport preferito, ovvero la navigazione nel caos, la cavalcata dell’onda. Una mossa rischiosa che potrebbe mettere a dura prova la tenuta del Meloni I.

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Un vicepremier in versione leader di opposizione

Niente, dicono, potrà succedere prima del 4 settembre, data da mesi cerchiata in rosso su tutti i calendari di governo, perché quel giorno finalmente Giorgia Meloni raggiungerà il record di premier più ‘longevo’ della storia repubblicana. Ma dal 5 – raccontano i ben informati a L43 – tutto è possibile. E chi è vicino al segretario leghista parla di un piano per cominciare a battere sui temi della sicurezza e fare il controcanto quotidiano al governo e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al rientro dalla pausa estiva fino alle elezioni. Una strategia della goccia cinese pianificata, come se Salvini fosse il leader di un partito di opposizione anziché vicepremier e capo di una formazione di maggioranza. Nel mirino ci sarebbe proprio Piantedosi, suo ex capo di gabinetto quando era ministro dell’Interno. Insomma, l’idea di Salvini non sarebbe quella di ‘staccare la spina’ al governo in carica, come fatto nelle estati del 2019 con il Conte I e del 2022 con l’esecutivo guidato da Mario Draghi. Ma il suo piano di pressing sul Viminale, se veramente andrà avanti, potrebbe risultare molto fastidioso per Meloni e per la stabilità dell’esecutivo.

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale
Matteo Piantedosi e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La fronda lombarda e i malumori in Veneto e Piemonte

Il piano non è nuovo e viene ciclicamente riproposto dai leghisti, a partire dall’assoluzione definitiva del loro capo dalle accuse di sequestro aggravato per aver bloccato lo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms nell’agosto del 2019. Finora la premier e gli altri partiti di maggioranza hanno sempre respinto l’ipotesi di un suo ritorno al Viminale. L’ultima volta che le pressioni del partito si sono riaccese, Piantedosi è stato ricevuto da Sergio Mattarella, incontro che molti hanno letto come un evidente segnale di sostegno al ministro da parte del capo dello Stato. Ai tempi, da parte di FdI poi si era esclusa nuovamente qualsiasi ipotesi di cambio della squadra di governo. Ma, con il passare delle settimane, la situazione interna alla Lega è divenuta ormai irrecuperabile. Salvini non solo non controlla più il partito, ma è stato sostanzialmente sfiduciato dalle segreterie provinciali che hanno maggior peso elettorale in Lombardia: Bergamo, Brescia, Varese e Sondrio. Nel direttivo lombardo del 7 agosto gli è stato chiesto di fare un ‘passo di lato’. Forti malumori si registrano anche in Veneto e Piemonte, malgrado siano soffocati nel primo caso dal commissario Andrea Tomaello, e nel secondo dal capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari (che da fervente critico, improvvisamente, si è trasformato in un fedelissimo del capo).

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).

Zaia, Fedriga e Fontana per ora non danno battaglia

Allo stato, però, non vi sono colonnelli pronti a sferrare il ‘colpo finale’ e soprattutto pronti a diventare generali al posto del fu Capitano. I governatori – dall’ex doge Luca Zaia a Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana – continuano a essere riottosi senza però dare vera battaglia.

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale
Attilio Fontana (Ansa).

E quindi Salvini resta dove è, con l’obiettivo di disfarsi di tutti coloro che non sono alle sue dirette dipendenze e completare la trasformazione della Lega in partito personale, con la fidanzata Francesca Verdini sempre in prima fila (come in molti eventi pubblici recenti). Per fare questo, e salvare il salvabile di quella percentuale di voti che gli è rimasta (tra il 5 e il 6 per cento secondo i sondaggi), il segretario leghista deve tornare al Viminale o comunque fare campagna per tornarci. Ormai è una ossessione. E poco conta se, facendolo, scarica i problemi del suo partito sul governo. È diventata una questione di sopravvivenza. Le reazioni degli alleati non sono ancora arrivate. Ma c’è da scommettere che l’amica Giorgia e il collega vicepremier Antonio Tajani non gradiranno.

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale
Antonio Tajani e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La sinistra scopre il post-woke: da AOC a Schlein

Abbiamo scherzato! Il woke non è più la bibbia, né negli Usa, né in Europa e tantomeno in Italia. Il “la” mediaticamente più clamoroso l’ha dato la star dei progressisti democratici americani, Alexandria Ocasio-Cortez, che ha criticato senza mezzi termini gli eccessi del wokismo e della cancel culture.

La sinistra scopre il post-woke: da AOC a Schlein
Alexandria Ocasio-Cortez (Ansa).

Il cambio di passo radicale tra i dem

Il dibattito negli Stati Uniti va avanti da tempo in realtà. Era iniziato in ambienti democratici illuminati, è andato a sbattere contro l’iceberg Trump, si sta dipanando nel confronto alle primarie tra socialdemocratici e liberaldemocratici in vista delle elezioni di midterm. Ora AOC, che non esclude in un futuro di candidarsi alle elezioni presidenziali, ha ammesso in un’intervista televisiva che il woke prima maniera era una «follia». «La nostra priorità è la classe lavoratrice di questo Paese», ha messo in chiaro, «tutti condividiamo l’obiettivo di avere il tasso di criminalità più basso possibile». Commenti ed editoriali hanno invaso la Rete indicando nelle parole di Ocasio-Cortez un cambio di passo radicale per i democratici. Anche in Gran Bretagna i picchi di wokismo sembrano acqua passata sotto la guida del primo ministro Andy Burnham, laburista con sfumature socialiste rosso pallido e cattolico che si ispira alla Rerum novarum. Per non parlare della svolta pragmatico-securitaria della socialdemocratica danese Mette Fredriksen sul tema migranti.

La sinistra scopre il post-woke: da AOC a Schlein
Andy Burnham (Ansa).

Anche il Pd pare seguire la tendenza AOC

Che sia per scelta autonoma o per simbiosi con i democratici d’Oltreoceano, la stessa aria tira anche in Italia. Dove peraltro abbiamo sempre vissuto un woke annacquato, più enunciato da pochi intellettuali e da rari politici che effettivamente attuato, sempre e comunque in ritardo rispetto alle avanguardie d’Oltremanica e del Nord Europa, e mai veramente al passo con gli eccessi di questa o quella università straniera. Ma tant’è. I temi che un tempo erano considerati identitari per il Pd vengono messi in coda a favore di temi molto più d’impatto per le classi sociali più deboli: salari più alti, aiuti ai giovani, assistenza sanitaria veramente universale, più sicurezza. Prova ne è che tra i post social dell’ultimo mese di Elly Schlein, accanto ai temi di politica estera e alla querelle su Delmastro, la parte del leone la fanno i ritardi dei treni nell’era Salvini, lo “smantellamento” della sanità pubblica, le aree interne, il caldo eccezionale di quest’estate, il taglio delle accise troppo timido, l’aumento della pressione fiscale da parte del governo. E le più recenti proposte di legge dem riguardano i giovani e il loro «diritto a restare» in Italia, con aiuti a ricercatori e imprenditori junior, e «Il tempo della scuola», con aumenti agli insegnanti e più tempo pieno ed estivo.

La sinistra scopre il post-woke: da AOC a Schlein
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Come cambiare la percezione della sinistra ZTL

I diritti civili non sono spariti, ovviamente, ma sono più defilati rispetto al passato a favore di salari equi, welfare, sostegno alle aree disagiate, sostegno all’imprenditoria diffusa. Forse le chiacchierate di questi mesi con Mario Draghi, Romano Prodi e con il presidente di Confindustria Emanuele Orsini stanno centrando il focus della segretaria su temi più concreti, più da periferie e meno da terrazza radical chic. «Ci sbrigheremo a fare il programma da settembre», ha annunciato Schlein. E forse anche la new wave post-woke lo influenzerà.   Nessuna retromarcia, sia chiaro. Anche Ocasio-Cortez ha sottolineato che il dibattito woke pur se eccessivo è stato fruttuoso, ma una maggiore attenzione ai temi che toccano una platea più ampia di elettori, soprattutto tra le fasce economicamente più fragili. Basterà a invertire la percezione di una sinistra interessata solo alle ubbie dei vip della ZTL? In mezzo ci sono le primarie, la scelta del leader del campo largo, la stesura del programma elettorale. Intanto è partito il nuovo posizionamento.

Fontana pronto a de-salvinizzare la Lega e le altre pillole del giorno

Dopo lo Statuto del partito fantasma condiviso su una vecchia chat leghista, e dopo l’acceso direttivo lombardo del 7 agosto scorso, Attilio Fontana esce allo scoperto sul Corriere della Sera. Per la prima volta nella Lega di matrice salviniana, un governatore parla espressamente e pubblicamente di un passo di lato o indietro di Matteo Salvini e della formazione di un nuovo soggetto politico. «Nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento. Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del nostro partito, per valorizzare i suoi stessi asset. Perché ce n’è un gran bisogno ora», spiega il presidente di Regione Lombardia. «Con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34 al 5 per cento dei voti». Per questo «stiamo lavorando a un’associazione per aprire uno spazio di confronto per la ricerca di soluzioni utili a tutti». Fontana parla di «leadership collettiva» e di una «squadra forte» alla guida del partito. Scissione in vista? «Non ho la sfera di cristallo, non posso prevedere il futuro», taglia corto il governatore rompendo definitivamente la tradizione leninista della Lega.

Fontana pronto a de-salvinizzare la Lega e le altre pillole del giorno
Attilio Fontana (Ansa).

Parole che suonano come un punto di non ritorno. Anche perché arrivano dopo quelle se possibili ancora più tranchant dell’assessore regionale allo Sviluppo economico Guido Guidesi: «Non si può dire “abbiamo fatto un congresso” e fingere che tutto vada bene», aveva sottolineato il 12 agosto il leghista parlando all’AdnKronos. «Credo che la cosa migliore sarebbe fermarsi, confrontarsi, capire quale possa essere la soluzione con la disponibilità di tutti all’azzeramento dei ruoli interni al partito partendo dall’alto sino alla sezione più piccola. Se vogliamo salvare la Lega dobbiamo fare questo […]. Azzeramento di tutte le cariche, revisione di statuto e regolamenti e assemblea programmatica per poi ripartire. Se vogliamo salvare la Lega tutti dobbiamo essere disponibili a questo superando i personalismi. Se invece c’è qualcuno che tiene solo al proprio sedere, beh sappia che avanti a far finta di nulla tra un po’ sedie dove sedersi non ce ne saranno più».

Fontana pronto a de-salvinizzare la Lega e le altre pillole del giorno
Guido Guidesi (Imagoeconomica).

Il dato dunque sembra tratto. Gli occhi ora sono puntati sui vari big nordisti chiamati a decidere da che parte stare. A partire dal ministro Giancarlo Giorgetti e dal piemontesissimo capogruppo alla Camera Riccardo Molinari

Le ambizioni di Mazzi

Dicono che a Gianmarco Mazzi il ministero del Turismo stia stretto. Nonostante l’upgrade da sottosegretario alla Cultura alla poltrona che fu di Daniela Santanchè, le ambizioni del manager veronese sono appena cominciate. Tanto che in vista di un possibile nuovo governo di centrodestra pare che la richiesta sarà quella di accorpare in un unico dicastero il Turismo e lo Sport, ora guidato da Andrea Abodi. Per i maligni, fa gola il business che si genererebbe dalla fusione delle due strutture…

Fontana pronto a de-salvinizzare la Lega e le altre pillole del giorno
Gianmarco Mazzi (Imagoeconomica).

Schlein: «Fake il video con me e Vannacci»

Elly Schlein ha smentito la veridicità di un filmato, cominciato a circolare sui social, in cui si vede la segretaria del Partito democratico a colloquio (e anche piuttosto divertita) con Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale. «Non è mai accaduto. Non ci siamo nemmeno mai incontrati. E quella cena non è mai esistita. Ora, non mi interessa tanto la smentita in sé di un fatto poco credibile già di suo», ha dichiarato Schlein, mettendo poi in guardia sui pericoli legati all’intelligenza artificiale: «Mi interessa riflettere insieme su dove sta portando le democrazie questo tipo di abuso dell’IA. Su cosa può fare ai diritti di tutte e tutti i cittadini. E voglio rilanciare l’appello che ho rivolto a tutte le forze politiche, già raccolto dalla presidente Giorgia Meloni, a un uso responsabile ed etico dell’intelligenza artificiale». Questa vicenda, ha osservato la segretaria dem, «dà l’idea degli enormi rischi di inquinamento della campagna elettorale attraverso deepfake sempre più raffinati». Tutte le forze politiche, ha chiosato, «dovrebbero impegnarsi a non usare l’AI per attribuire agli avversari politici fatti o parole che non sono reali».

Cosa sappiamo del progetto politico di Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate

Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e attualmente alla guida del comitato civico Più Uno, ha annunciato un suo progetto politico di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2027. La presentazione ufficiale avverrà il 10 ottobre. Ruffini ha spiegato di avere voglia di «provare a unire e dialogare», ma solo «con chi ci starà».

Cosa sappiamo del progetto politico di Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica).

Secondo Ruffini serve «un nuovo Ulivo»

«Sono passati quattro anni di governo Meloni e ora vedo che i leader del centrosinistra rimandano a settembre il momento della sintesi: questo mi sorprende e mi dispiace», ha detto Ruffini intervistato da La Stampa, parlando poi della necessità di «un nuovo Ulivo», ovvero la coalizione guidata da Romano Prodi che riuscì a battere il centrodestra nel 1996. A tal proposito, Ruffini – escludendo velleità di leadership – ha criticato la lentezza con cui il Partito democratico di Elly Schlein e il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte stanno costruendo un’alleanza politica.

L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa

Migra più in là. Sarà questo molto probabilmente uno degli slogan della campagna elettorale multipla che interesserà nel 2027 quasi 200 milioni di cittadini europei. Anche a dispetto dei numeri reali. Solo così si spiega il nervosismo innescato con la crisi di Ceuta e che ha messo l’un contro l’altro armati tre Paesi che, a onor di geografia, nemmeno confinano tra loro, con l’obiettivo di far sbarcare il migrante un po’ oltre il proprio suolo patrio. Con l’Italia che ha sospeso il trattato di Schengen verso la Spagna, immediatamente ricambiata con la stessa moneta, e la Germania che ha a sua volta ricominciato ad applicare le espulsioni verso Roma e Atene dei clandestini sbarcati sulle coste mediterranee e transitati poi verso Berlino.

L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa

I partiti nazionalisti e la propaganda contro lo straniero

La paura della spallata delle estreme destre è tanta, del resto, e il prossimo anno si voterà, oltre che in Italia, anche in Francia, Spagna, Polonia, Grecia, Finlandia, Slovacchia ed Estonia, tra primavera e autunno saranno chiamati alle urne quasi 200 milioni di elettori, la metà dei 400 milioni di europei con diritto di voto. Il fenomeno migratorio sarà sicuramente uno dei temi caldi, a maggior ragione vista la presenza di partiti nazionalisti e identitari, dagli spagnoli di Vox ai francesi del Rassemblement national, che mettono il contrasto allo straniero illegale (ma anche a quello legale) tra le loro priorità.

Gli estremisti tedeschi di AfD mettono Merz all’angolo

La Germania non è da meno, perché se è vero che le elezioni politiche si dovrebbero tenere nel 2029, nel 2027 si eleggerà il prossimo presidente federale con un sistema simile al nostro, in cui ai voti del parlamento si uniscono quelli dei Lander, mentre la destra dell’Alternative für Deutschland bombarda il cancelliere Friedrich Merz proprio sul tema di frontiere e integrazione.

L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).

Ma gli sbarchi illegali sono diminuiti del 37 per cento nel 2026

Eppure… eppure i numeri dicono altro. La tanto temuta invasione, di fatto, non c’è. I dati di Frontex registrano nel primo semestre del 2026 un calo del 37 per cento degli sbarchi illegali rispetto allo stesso periodo del 2025. I motivi, secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, sono legati agli accordi con i Paesi d’origine e all’entrata in vigore del Patto Ue su migrazione e asilo che ha uniformato i controlli da parte di tutti e 27 gli Stati europei.

In Italia c’è stato un calo del 52 per cento

Nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati “solo” 49 mila arrivi di irregolari, il 60 per cento dei quali dalle rotte del Mediterraneo orientale e centrale (Italia e Grecia in particolare), con la rotta balcanica in netta contrazione. Sono stati oltre 16 mila gli arrivi in Grecia e oltre 14 mila in Italia, solo 8 mila in Spagna. Ma al di là dei numeri netti, mentre in Spagna si è registrato un aumento del 17 per cento degli arrivi, in Italia c’è stato un calo del 52 per cento e in Grecia del 20 per cento. E già nel 2025 gli ingressi in Ue erano calati del 26 per cento rispetto all’anno precedente.

L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
La nave Humanity 1 sbarcata a Napoli dopo aver tratto in salvo alcuni migranti al largo della Libia nell’agosto del 2025 (foto Ansa).

La maggior parte degli arrivi non si trasforma in presenze stabili

Va poi ricordato che la maggior parte degli arrivi non si trasforma in presenze stabili: in base al fenomeno dei movimenti secondari o dublinanti (dall’accordo di Dublino del 2003, superato dal nuovo patto entrato in vigore il 12 giugno 2026), la stragrande maggioranza di chi approda in Italia e Grecia poi chiede asilo in Germania e Francia. Proprio per questo Parigi prosegue la sua politica di controlli alla frontiera con Ventimiglia e anche Berlino ha scelto la linea dura.

L’altro grande non detto, che peserà però sui risultati delle prossime elezioni in tutta Europa, è che ormai il nodo non sono tanto gli arrivi di migranti illegali, quanto la presenza stabile di milioni di migranti e delle loro famiglie. Eurostat nel febbraio di quest’anno stimava nel 10,4 per cento la percentuale di abitanti in Ue nati al di fuori dei nostri confini, circa 46,7 milioni su 450,6 milioni di abitanti.

Convivenza e integrazione, i temi che anche la sinistra ha paura di affrontare

La convivenza e l’integrazione, che dall’estrema destra cercano di far coincidere con il tema della sicurezza, fanno parte dunque di un dossier che pochi hanno voglia di affrontare: è un tema spinoso, tocca argomenti sensibili come cultura, religione, origine e si estende ormai anche alle seconde generazioni. Di certo le diverse sfumature di centrosinistra temono di doversi confrontare con realtà complesse e difficili da decodificare, lasciando così alle destre campo libero.

Lo strano asse tra la socialdemocratica Frederiksen e Meloni

Per questo ha fatto notizia la posizione della premier danese Mette Frederiksen, socialdemocratica ma in sintonia con Giorgia Meloni, che sta attuando in Danimarca una politica di rigore nei ricongiungimenti familiari e nelle richieste di asilo, convinta che il prezzo dell’immigrazione di massa sia in realtà «pagato dalle classi inferiori», quelle che la sinistra dovrebbe rappresentare e difendere.

L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen.

Come si vede dai numeri, dunque, le destre amplificano un’invasione che non c’è, solo a fini di propaganda, mentre le sinistre nascondono problemi di integrazione che ci sono, sempre con gli stessi scopi elettorali. La corsa al voto è cominciata per mezza Europa, e il tema migranti farà ballare le urne.