Consap e quell’affidamento per le Risorse umane che solleva una serie di domande

Un affidamento diretto da 53.680 euro oltre Iva, della durata di quattro anni e prorogabile per altri quattro. È il contratto con cui Consap (Concessionaria servizi assicurativi pubblici), società totalmente partecipata dal ministero dell’Economia che agisce come “braccio operativo” dello Stato per gestire fondi di garanzia, servizi assicurativi pubblici e indennizzi a tutela dei cittadini, ha assegnato a Deal srl la gestione delle presenze dei dipendenti attraverso la piattaforma di Risorse umane “Wel-Don”. Il documento, datato 22 settembre 2025, è firmato per Consap da Leonardo Francesco Nucara, responsabile della Direzione stazione appaltante. Ed è proprio sul ruolo di Nucara che si concentrano le principali domande.

Consap e quell’affidamento per le Risorse umane che solleva una serie di domande
Leonardo Francesco Nucara.

Servizio prorogabile per altri 48 mesi, con spesa di 28.800 euro più Iva

L’importo comprende 9.880 euro per la licenza, 6 mila euro per la configurazione, 600 euro mensili per assistenza e manutenzione e fino a 9 mila euro per personalizzazioni e integrazioni. È prevista inoltre la possibilità di prorogare il servizio per ulteriori 48 mesi, con una spesa aggiuntiva di 28.800 euro oltre Iva.

Sono interrogativi ai quali la direzione guidata da Nucara dovrebbe rispondere con atti e dati, soprattutto considerando la durata potenziale del rapporto, che potrebbe arrivare a otto anni.

Consap si avvale già dello Studio Donati per paghe e adempimenti fiscali

Deal srl è la società tecnologica collegata allo Studio Donati: ha sviluppato materialmente e gestisce a livello tecnico la piattaforma Wel-Don. Non è un caso: Consap si avvale già dello Studio Donati, riferibile a Corinna Donati, per attività relative alle paghe e agli adempimenti fiscali.

Il punto comunque resta politico e amministrativo: chi gestisce una società pubblica deve rendere comprensibili le proprie decisioni, soprattutto quando ricorre ad affidamenti esterni.

Non c’è chiarezza sulla valutazione della congruità economica

Nucara, in qualità di responsabile della Stazione appaltante e firmatario del contratto, dovrebbe quindi fare chiarezza sugli eventuali preventivi acquisiti, sulla motivazione dell’affidamento e sulla valutazione di congruità economica. Finché questi nodi non verranno sciolti, resterà il dubbio di una gestione poco trasparente, nella quale incarichi esterni, competenze interne e rapporti professionali sembrano sovrapporsi senza una spiegazione pubblica adeguata.

Pier Silvio Berlusconi difende Meloni e non chiude a Vannacci

A margine della presentazione dei palinsesti Mediaset, l’amministratore delegato Pier Silvio Berlusconi ha parlato anche di due protagonisti della politica italiana, seppur con ruoli decisamente diversi: Giorgia Meloni e Roberto Vannacci. «Non è il mio mestiere, c’è un primo ministro che io penso faccia un grande lavoro», ha detto Berlusconi interpellato su eventuali consigli da dare alla premier e, dunque, anche sull’opportunità di includere Futuro Nazionale all’interno della coalizione di centrodestra.

Pier Silvio Berlusconi difende Meloni e non chiude a Vannacci
Roberto Vannacci (Ansa).

Forza Italia non chiude la porta a Vannacci

Senza sbattere la porta in faccia a Vannacci, Berlusconi ha definito l’ex generale «un bravo comunicatore» e, sottolineando che «l’Italia non è nuova a fenomeni che crescono dal nulla», ha aggiunto: «La propaganda è propaganda e Vannacci lo sa molto bene. Aspettiamo di vedere il programma e vedremo se è coerente con quello del centrodestra». Una posizione più conciliante rispetto a quella della sorella Marina, che ritiene troppo estremiste le prese di posizione del fondatore di Futuro Nazionale e per questo incompatibili con la linea di Forza Italia, che peraltro ha visto l’addio di alcuni esponenti passati proprio dalla parte dell’ex generale. Vannacci, peraltro, è tornato a criticare i partiti «eterodiretti e guidati dal denaro», ponendo interrogativi sul ruolo politico ufficiale di Marina Berlusconi. Da parte sua, Pier Silvio ha assicurato che Forza Italia «farà le sue scelte in piena autonomia».

Pier Silvio Berlusconi difende Meloni e non chiude a Vannacci
Giorgia Meloni (Ansa).

La solidarietà a Meloni per gli attacchi di Trump

Parlando di Meloni, l’amministratore delegato di Mediaset si è detto «profondamente infastidito» e «offeso da italiano» dai recenti attacchi del presidente americano Donald Trump nei confronti della premier: «La stimo, penso che, vista situazione e il personaggio con cui abbiamo a che fare, meglio di così sarebbe difficile fare: trovare un equilibrio tra una posizione giusta con gli Stati Uniti e non mollare il punto sulle posizioni europee».

Tutti da Vietti per l’assemblea Anfir e le altre pillole del giorno

A Roma, mercoledì pomeriggio, tutti da Michele Vietti. Nella Capitale, nel palazzo del ventennio che un tempo ospitava la gioventù del littorio e che ora si chiama WeGil, va in scena l’assemblea di Anfir, ovvero l’associazione delle finanziarie regionali che detengono le leve del potere economico a livello locale, e che di fatto si sono sostituite alle vecchie, gloriose, casse di risparmio. Alla guida c’è una storica conoscenza della politica italiana, Michele Vietti, già vicepresidente del Csm, e che ora è presidente Anfir oltre che della finanziaria regionale piemontese, quella della sua terra. All’appuntamento ci saranno, tra gli altri, il vicepresidente della Commissione Europea Raffaele Fitto, il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, l’ad di Cdp Dario Scannapieco, Regina Corradini D’Arienzo, ad di Simest, Michele Pignotti ad di Sace.

Tutti da Vietti per l’assemblea Anfir e le altre pillole del giorno
Michele Vietti (Imagoeconomica).

La geopolitica di Cairo

Urbano Cairo si appassiona con i temi del nuovo ordine mondiale. Nella giornata di giovedì a Milano non mancherà il suo contributo al talk “Governare la complessità: scenari geopolitici e trasformazione del business”, organizzato da Rcs Academy, Corriere della Sera e Bcg, «per analizzare i nuovi equilibri geopolitici e le relative implicazioni nel posizionamento delle imprese globali». Oltre al patron di Rcs MediaGroup, saranno presenti il vicepresidente esecutivo della Commissione Europea Raffaele Fitto, il presidente di Fincantieri Biagio Mazzotta e la vicepresidente di Confindustria Barbara Cimmino. Lo spettacolo è assicurato. E soprattutto, cosa si diranno Cairo e Fitto dopo il convegno?

Tutti da Vietti per l’assemblea Anfir e le altre pillole del giorno
Urbano Cairo (Imagoeconomica).

Ariecco il Meeting di Rimini

Puntuale come una cartella delle tasse, torna il Meeting di Rimini. In una giornata con un sole a picco, caldissimo, a Roma viene presentata la prossima, imminente, edizione . Lo scenario è sempre quello di Palazzo Borromeo, con il Custode di Terra Santa fra Francesco Ielpo, non in presenza ma in collegamento. Accanto al padrone di casa Francesco Di Nitto, ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, ci sarà Lucia Albano, sottosegretaria al ministero dell’Economia. Dalle parti di Palazzo Chigi dicono che «il tema della Terra Santa è molto delicato, e non a caso la delegazione governativa è stata ridotta all’essenziale».

Consob, spunta il nome di Di Noia

A origliare le voci che riguardano nuovi, possibili scambi di poltrone viene il dubbio che a volte i papabili siano considerati un po’ come le figurine Panini che si scambiano da un posto all’altro. Prendiamo per esempio la Consob. La successione a Paolo Savona è ancora in alto mare tanto che il 13 luglio, la relazione annuale sarà presentata dalla commissaria anziana in carica Chiara Mosca.

Dal tira e molla su Freni alla carta Osnato

È dall’8 marzo che in Consob si naviga a vista, con candidati bruciati clamorosamente, altri come Federico Freni affossati dai dissidi tra alleati e qualcuno come Marco Osnato che si è sfilato dalla competizione. Una cosa è certa: Giorgia Meloni vuole chiudere la partita il prima possibili e così il totonomi si arricchisce di esterni che ambirebbero alla posizione.

Consob, spunta il nome di Di Noia
Marco Osnato (foto Imagoeconomica).

Spunta lo scambio Di Noia-Cornelli

Tra questi, secondo i ben informati, c’è anche Carmine di Noia, ex Consob passato all’Ocse. Nel 2022, infatti, il commissario traslocò a Parigi per assumere la direzione per gli Affari finanziari e delle imprese presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Ora potrebbe rientrare come presidente scambiandosi la poltrona con Federico Cornelli, che lascerebbe la Consob per l’Ocse. Lo stesso Cornelli figura ancora tra i papabili per il dopo Savona ma su di lui penderebbe il veto leghista perché sostenuto da Antonio Tajani. Vedremo.

Consob, spunta il nome di Di Noia
Federico Cornelli (foto Imagoeconomica).

Meloni incontra Zelensky, prosegue l’assistenza alla popolazione ucraina

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha incontrato il leader ucraino Volodymyr Zelensky a margine del Vertice Nato ad Ankara. Nel corso del colloquio, spiega una nota di Palazzo Chigi, «è stato ribadito il fermo impegno dell’Italia al fianco dell’Ucraina e a favore di un percorso che conduca a una pace giusta e duratura». Meloni ha inoltre «confermato la prosecuzione dell’assistenza italiana alla popolazione ucraina, con particolare attenzione agli interventi volti a rafforzare la resilienza delle infrastrutture energetiche, duramente colpite dagli attacchi russi».

Il campo largo parte da Napoli, ma senza programma e senza leadership

Del campo largo si sa solo che c’è; nel senso si sa che esiste una cosa che si fa chiamare campo largo, ma che l’anno prossimo potrebbe diventare, invariabilmente, Alleanza progressista o Alleanza per la Costituzione. A seconda di chi ne parla, ovvero Elly Schlein o Giuseppe Conte. Per il resto, al di là delle intenzioni testardamente unitarie perlopiù rivendicate dalla segretaria del Pd in questi mesi, si sa poco. E l’incontro di mercoledì a Napoli, ore 19.30 in piazza del Gesù, non sarà molto illuminante, visto che i due nodi principali dell’opposizione di centrosinistra non saranno sciolti: programma e leadership.

Il campo largo parte da Napoli, ma senza programma e senza leadership
Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli (Instagram).

Per ora c’è accordo solo su salario minimo e congedo paritario

Sarà evidentemente un comizio corale, con Schlein, Conte e i Sussi e Biribissi della sinistra italiana, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (oltre naturalmente al sindaco Gaetano Manfredi e il presidente della Regione Campania Roberto Fico), ma il programma non sarà svelato in questa occasione. Anche perché Pd-M5S-Avs ci lavoreranno da settembre, figuriamoci: se ne parla dopo l’estate insomma, come nella migliore tradizione. A Napoli dunque, come ha spiegato Schlein nei giorni scorsi, saranno rilanciate proposte già condivise come salario minimo e congedo paritario. Un po’ poco insomma per il momento. Vediamo poi che cosa succederà quando ci sarà da parlare di politica estera fra Pd, M5s e Avs, cartina di tornasole per valutare la sostenibilità di qualsiasi alleanza, di questi tempi, che aspiri a diventare coalizione di governo

Il campo largo parte da Napoli, ma senza programma e senza leadership
Gaetano Manfredi e Roberto Fico (Imagoeconomica).

L’eterno nodo della leadership

C’è poi la questione della leadership; ancora non s’è capito, e forse non l’hanno capito neanche loro, se ci saranno delle primarie oppure no. Le alternative sono sempre allo studio: papa straniero esterno agli attuali partiti del campo largo o metodo analogo a quello usato dalla maggioranza di Palazzo Chigi (il candidato lo fa il leader del partito che ha un voto in più degli altri). Sembrano tutti dettagli, ma in realtà la somma di quei dettagli è come quella dei centimetri di cui parla Tony D’Amato alias Al Pacino in Ogni maledetta domenica: «Sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta».

Renzi sì o Renzi no?

Il ragionamento potrebbe essere allargato anche alla questione degli alleati. Renzi sì o Renzi no, vecchio tormento della politica italiana. Ancora l’incognita non è stata risolta e il leader di Italia Viva è in attesa di essere ricevuto dal customer care del campo largo. Renzi vorrebbe fare parte dell’alleanza progressista, tant’è che nel frattempo è diventato il portavoce ombra dell’opposizione di sinistra-centro. C’è però chi non lo vuole, come il M5s di Conte che non saprebbe come giustificare l’intesa di fronte al proprio riottoso elettorato antirenziano. La scelta delle alleanze – anzi del perimetro delle alleanze, come dicono quelli che parlano in politichese – potrebbe produrre centimetri utili a vincere le elezioni politiche del 2027.

Il campo largo parte da Napoli, ma senza programma e senza leadership
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Il Pd e la galassia dell’associazionismo cattolico

Le alleanze non sono solo con i partiti, peraltro. C’è tutto il mondo dell’associazionismo cattolico. Lunedì scorso Schlein e Conte hanno partecipato all’Istituto Sturzo a un incontro con una quindicina di associazioni cattoliche, dall’Acli all’Agesci a Sant’Egidio alla Compagnia delle opere. L’incontro è stato aperto da un messaggio del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei: «La frammentazione, la polarizzazione, le chiusure al dialogo in politica sono un male che può ripresentarsi. Nessuno è un’isola e la democrazia è proprio quella comunità di destino che aiuta a pensarci insieme e trovare le risposte necessarie al bene di tutti. Lo spirito costituente ci indica un metodo indispensabile per affrontare i grandi temi arrivando a decisioni condivise liberandosi dalla pericolosa polarizzazione, agonistica ma non costruttiva, povera di cultura e di visione». Insomma anche Zuppi è testardamente unitario, mentre Schlein prova a non far scappare i cattolici dal Pd, dopo riformisti e libdem già congedati. Citofonare Graziano Delrio, punto fortissimo di riferimento dei cattolici del Pd.  

Il campo largo parte da Napoli, ma senza programma e senza leadership
Graziano Delrio (Imagoeconomica).

Le opposizioni non indicheranno i nuovi membri in Vigilanza Rai

Continua il caos in Vigilanza Rai. Le opposizioni, che si sono dimesse in blocco dalla commissione parlamentare in aperta polemica con la maggioranza, non indicheranno i nuovi componenti così come invece esplicitamente richiesto con una lettera di Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, presidenti di Senato e Camera, inviata rispettivamente ai capigruppo di Palazzo Madama e Montecitorio. Alla base della scelta un accordo tra i partiti del centrosinistra, compresa Italia Viva. I partiti dovranno indicare entro domani, mercoledì 8 luglio, i nuovi componenti della commissione: in caso di nomine dall’alto, le opposizioni hanno fatto sapere di essere pronte a nuove dimissioni.

Le opposizioni non indicheranno i nuovi membri in Vigilanza Rai
Barbara Floridia (Imagoeconomica).

Le dimissioni in blocco del 2 luglio

Il 2 luglio la Commissione di Vigilanza Rai è stata azzerata con le dimissioni dei componenti di opposizione e di maggioranza. Prima è arrivato il passo indietro della (ormai ex) presidente Barbara Floridia e di tutti i membri dell’opposizione. Nella lettera in cui ha annunciato le dimissioni, la senatrice del M5s ha parlato di un organo di garanzia «tenuto in ostaggio da chi governa». A stretto giro è poi arrivato il gesto analogo dei rappresentanti delle forze di governo, ma con motivazioni opposte: «Anche noi, come le opposizioni, ci dimettiamo dalla commissione di Vigilanza Rai che è stata occupata, sequestrata e strumentalizzata in maniera irresponsabile dalla sinistra».

Spese militari, il curioso allineamento tra destra e sinistra contro Trump

Ci sono pochi temi su cui destra e sinistra si danno la mano, uno di questi è il sostanziale no alle richieste di Donald Trump di aumentare al 5 per cento di Pil le spese militari per la presenza nella Nato entro il 2035. E anche questo spiega la martellante offensiva a cui il presidente Usa sta sottoponendo Giorgia Meloni.

Spese militari, il curioso allineamento tra destra e sinistra contro Trump
Donald trump (Ansa).

Gli attacchi di Trump a Meloni

Ultimo episodio non più tardi di lunedì, quando sui social ha pubblicato una foto non particolarmente benevola della premier con la scritta «Serve un ordine restrittivo», provvedimento usato contro gli stalker. Insomma, a Donald l’arrabbiatura non è passata. E difficilmente gli passerà in tempo per il vertice Nato di Ankara. Perché il governo italiano intende aumentare la spesa per armamenti, ma di poco e con calma, non arrivando certo agli obiettivi indicati dagli americani e inserendo tra le spese anche capitoli che hanno già fatto alzare il sopracciglio di Washington. Va detto che Trump è brutale nelle sue manifestazioni, ma la richiesta di maggiori contributi agli alleati va avanti dai tempi di Barack Obama, e nemmeno tutti gli altri Paesi europei fanno i salti di gioia all’idea di alzare gli investimenti per la Nato.

Spese militari, il curioso allineamento tra destra e sinistra contro Trump
Il meme pubblicato da Donald Trump (Ansa).

Il muro delle opposizioni sulle spese militari 

Ma se il governo italiano frena, promettendo un graduale aumento che porti al 3,6 per cento nel 2028, l’opposizione non accelera. «Invece di mettere soldi sulle armi, porteremo la spesa sanitaria al 7 per cento del Pil, come altri Paesi europei», ha detto Elly Schlein, che chiede un maggiore coordinamento militare europeo. Giuseppe Conte ha definito in passato «una follia» aumentare di 12 miliardi la spesa in difesa. Non meno teneri Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Linea pro-europeista anche da parte di Matteo Renzi. E tornando al centrodestra, non è ancora chiaro se di maggioranza o di opposizione, anche Roberto Vannacci ha alzato le barricate: «Le spese militari bisogna aumentarle se c’è una concreta minaccia ma io ancora non la vedo questa minaccia». E dunque, comunque vadano le elezioni il prossimo anno, l’obiettivo indicato da Trump si può considerare stabilmente in bilico.

Spese militari, il curioso allineamento tra destra e sinistra contro Trump
ELLY SCHLEIN, SEGRETARIA PARTITO DEMOCRATICO, GIUSEPPE CONTE, PRESIDENTE DEL MOVIMENTO 5 STELLE

Nel prossimo biennio l’aumento sarà di 17-18 miliardi

Piccolo promemoria. Nel 2025 l’Italia ha aumentato significativamente la spesa arrivando al 2,01 per cento del suo Pil e promette un +0,25 per cento nel 2027 e +0,55 per cento nel 2028, per un aumento complessivo di 17-18 miliardi di euro nel prossimo biennio. Nei due anni passati siamo stati tra i Paesi che hanno aumentato i contributi in media con gli alleati e, da sempre, siamo tra i primi tre contributori in termini di uomini schierati. Tra i primi Paesi a spendere in difesa, guarda caso, i vicini di Russia e Ucraina: la Polonia con il 4,30 per cento del Pil, poi Lettonia (3,74) ed Estonia (3,42), sopra il 3 per cento Danimarca e Norvegia, la Germania è al 2,39 con 105 miliardi. Gli Stati Uniti? Si attestano al 3,19 per cento, che in dollari fa 980 miliardi, pari a oltre il 59 per cento del budget Nato. Netto, al limite del lapalissiano, il ministro della Difesa Guido Crosetto: «Se vuoi far parte di questa alleanza, devi rispettare gli impegni presi». «Penso che non ci sia un’alternativa a far parte della Nato», ha chiarito. «Se qualcuno ha un’idea diversa la dica, io non voglio allearmi né con la Russia né con la Cina». Ma tanta chiarezza cozza con la proverbiale confusione della politica italiana e questo Oltreatlantico non va proprio giù. 

Spese militari, il curioso allineamento tra destra e sinistra contro Trump
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

La lettera di Conte: «Ditemi la data dell’audizione sul Covid»

Giuseppe Conte ha inviato una lettera al presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria Covid, il senatore meloniano Marco Lisei , e – per conoscenza – ai presidenti delle Camere in cui ha chiesto nuovamente di conoscere la data della sua audizione. «Ho chiesto ai Presidenti delle Camere di intercedere perché fosse concordata al più presto la data della mia audizione, anche per spazzare via le false e menzognere accuse che lei per primo, insieme agli altri componenti della Commissione del suo partito, mi state rivolgendo», si legge nella lettera scritta da Conte a Lisei. Parlando a Sky Tg 24, il presidente del Movimento 5 stelle ha dichiarato: «Sono due anni che ho dato la mia disponibilità e oggi ho scritto un’altra lettera formale per confrontare la data della mia audizione. È evidente che non hanno alcun interesse ad audirmi e hanno costruito un plotone di esecuzione».

Conte aveva già scritto a La Russa e Fontana

A fine giugno Conte aveva già inviato una lettera inviata ai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, e per conoscenza anche a Lisei, ribadendo la volontà di voler essere audito in commissione: in quell’occasione aveva specificato di essere pronto a dimettersi da commissario uan volta fissata la data, salvo essere reintegrato conclusa l’audizione.

La protesta di aprile alla Camera

Ad aprile c’erano state scintille alla Camera, dove i deputati di Fratelli d’Italia avevano indossato delle mascherine come forma di protesta provocatoria contro Conte, tirato in ballo per la gestione Covid dopo le ultime audizioni in commissione.

Il Cnel di Brunetta ospita i produttori di vini e le altre pillole del giorno

Renato Brunetta, si sa, produce vini nella periferia della Capitale, nella sua tenuta agricola Capizucchi, situata a sud di Roma nell’Agro Romano, vicino al santuario del Divino Amore. E le sue bottiglie godono anche di buona reputazione. Fatto sta che mercoledì 8 luglio, l’assemblea generale dell’Unione Italiana Vini si svolgerà nella sede del Cnel, presieduto proprio da Brunetta. Sarà lui ad aprire i lavori della sessione pubblica “Oltre l’Atlantico: l’Europa ridisegna i propri confini. Sfide e opportunità per il vino italiano”. Immancabili poi i saluti istituzionali del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e del collega al Made in Italy Adolfo Urso. E qualche maligno già ci vede l’ombra di un conflitto d’interessi. Cin cin.

Il Cnel di Brunetta ospita i produttori di vini e le altre pillole del giorno
Renato Brunetta (Imagoeconomica).

Salvini inaugura il cantiere

Matteo Salvini se ne va in giro a inaugurare cantieri: lunedì è stata la volta del “campo base” di Ghislarengo, al confine tra le province di Novara e Vercelli, dove il ministro per le Infrastrutture insieme con il collega all’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha dato il via ai lavori del tratto della Pedemontana Piemontese tra Ghemme e Masserano. La visita del segretario leghista arriva dopo quella del capogruppo FdI alla Camera, Giangaleazzo Bignami, con cui il partito di Giorgia Meloni ha cercato di “scippare” alla Lega la paternità dello sblocco definitivo dell’opera. L’investimento complessivo ammonta a quasi 400 milioni di euro. L’infrastruttura permetterà di connettere direttamente il casello di Ghemme sull’autostrada A26 con Masserano, punto di partenza della superstrada per Biella e prevede la realizzazione di circa 15 chilometri di nuovo tracciato stradale con quattro svincoli strategici pensati per migliorare i collegamenti.

Il Cnel di Brunetta ospita i produttori di vini e le altre pillole del giorno
Matteo Salvini all’inaugurazione della Pedemontana Piemontese (dalle story su Instagram)

A Roma da Panetta c’è Isabel Schnabel

Giornate campali alla Banca d’Italia, quelle di lunedì e martedì. Presso il Centro Convegni Carlo Azeglio Ciampi a via Nazionale, si tiene la conferenza del Network ChaMP – Challenges for Monetary Policy Transmission in a Changing World. Presente Isabel Schnabel, componente del comitato esecutivo della Bce, con il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta per discutere la trasmissione della politica monetaria.

Il Cnel di Brunetta ospita i produttori di vini e le altre pillole del giorno
Isabel Schnabel (Imagoeconomica).

Vannacci lancia il triathlon futurista: appuntamento a Sanremo

Con un post social, Roberto Vannacci ha lanciato la «tre giorni degli arditi futuristi», che inizierà a Sanremo dal 10 giugno, in uno stabilimento balneare della località ligure. «Lo sport è vita e chi è in salute pesa di meno sul Servizio Sanitario. La politica è leadership ed esempio. I politici, quindi, dovrebbero dare l’esempio anche nello sport… invece di ballare sui carri del Gay Pride», ha scritto l’ex generale: «Ci vediamo venerdì per temprarci. Prove fisiche per tutti i politici. D’altra parte, anche per fare politica ci vuole un fisico bestiale».

Il programma della tre giorni «senza compromessi» dei vannacciano prevede una prova di nuoto, perché «la mente domina l’acqua», una di corsa campestre, che vedrà «la determinazione oltre l’ostacolo della distanza, come il cuore futurista», e infine una di ciclismo: «Pedalando controvento riuniamo una Nazione». L’ex generale, assicurando la sua presenza a Sanremo, ha anche ricordato ai suoi “arditi” di portare il costume.

Salvini affida la comunicazione digitale della Lega al braccio destro italiano di Musk

Secondo i sondaggi, la Lega continua a perdere voti, al punto da essere stata superata da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che proprio il segretario del Carroccio Matteo Salvini aveva – improvvidamente – lanciato in politica. In vista delle elezioni politiche del 2027 (che potrebbero tenersi in primavera), il vicepremier e ministro dei Trasporti ha detto di puntare al 10 per cento: un risultato al momento più vicino a un sogno che a una reale possibilità. Come riporta Domani, per tentare di centrare l’obiettivo Salvini intende puntare su Andrea Stroppa, informatico esperto di cybersecurity e braccio destro italiano di Elon Musk, affidandogli la comunicazione digitale della Lega.

Salvini affida la comunicazione digitale della Lega al braccio destro italiano di Musk
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Con Stroppa, Salvini punta a portare dalla sua parte Musk

Salvini, spiega Domani, vuole capitalizzare al massimo le competenze in materia di intelligenza artificiale di Stroppa, che già – seppur informalmente – forniva consulenza al Carroccio. Il dialogo col referente italiano di Musk, che collabora attivamente con le aziende del magnate e ne cura i rapporti istituzionali e la comunicazione in Italia, è stato avviato: le esatte modalità di collaborazione verranno decise più avanti. Assoldando Stroppa, Salvini punta a portare dalla sua parte Musk – caduto in disgrazia dal punto di vista dell’opinione pubblica – e la potenza di fuoco mediatica di Mr. Tesla.

«Da Neuralink per aiutare le persone con malattie neurodegenerative, a Starlink messo a disposizione dei Paesi colpiti da catastrofi naturali, ai razzi riutilizzabili impiegati per la ricerca scientifica. E ancora il suo impegno per l’Occidente, per la natalità e per la libertà di espressione, la sua amicizia per l’Italia», ha scritto Salvini su X il 28 giugno, in occasione del 55esimo compleanno di Musk, ricevendo in cambio un cuore. Il messaggio social è stato poi condiviso da Stroppa che, scrive Domani, si sarebbe già messo al lavoro per il Carroccio “studiando” la crescita del partito di Vannacci.

Salvini affida la comunicazione digitale della Lega al braccio destro italiano di Musk
Andrea Stroppa e, sul maxischermo, l’immagine di Elon Musk (Imagoeconomica).

La classifica dei sindaci e governatori più apprezzati nel 2026

Per la prima volta una donna conquista il primo posto tra i sindaci più apprezzati d’Italia. Sara Funaro, prima cittadina di Firenze, guida infatti la classifica Governance poll 2026, realizzata da Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore, davanti a Marco Fioravanti (Ascoli) e Gaetano Manfredi (Napoli). Tra i governatori, al vertice c’è Antonio Decaro (Puglia), seguito da Alberto Stefani (Veneto) e Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia-Giulia).

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano

C’è una statistica che dovrebbe far riflettere più di ogni sondaggio: a quasi un anno dal voto, i nomi accostati alla poltrona di Palazzo Marino hanno superato quota 40. Siamo all’iperbole. Tra dichiarati, disponibili, sussurrati e rassegnati loro malgrado a comparire nella partita, la contesa per succedere a Giuseppe Sala ha già prodotto più candidati di quanti Milano ne abbia mai visti. E altri se ne aggiungeranno, da qui alle elezioni c’è ancora tempo. Il problema però non è la quantità, che pure fa specie. È che dietro l’abbondanza si intuisce una buona dose di imbarazzo, forse perché nessuno, a destra come a sinistra, ha ancora capito bene quale città vuole amministrare. Allora si moltiplicano i pretendenti nella speranza che il numero supplisca alla chiarezza di idee. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano
Beppe Sala (Imagoeconomica).

Centrodestra o campo largo, il copione cambia poco

Nel centrodestra come sempre la ricerca procede per tentativi. Silvia Sardone s’è fatta incoronare dalle primarie della Lega, seconda solo a Matteo Salvini, che però è occupato altrove. Ignazio La Russa non smette di sponsorizzare Maurizio Lupi con la costanza di chi è convinto che prima o poi qualcuno finirà per dargli ragione. Intorno continuano a ruotare economisti, manager, professionisti, giornalisti e qualche imprenditore. Più che una selezione, un variegato album di figurine. Persino Urbano Cairo è comparso e scomparso dall’agone il tempo necessario per ricordarsi che aveva già un mestiere, e per giunta in tempi di crisi piuttosto impegnativo. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano
Silvia Sardone (Imagoeconomica).

Nel campo largo il copione cambia poco. Pierfrancesco Majorino resta il nome più accreditato, mentre il Partito democratico fa quello che gli riesce meglio: rimandare la scelta fin dove possibile annegandola nel dibattito tra le sue anime. Le primarie restano sul tavolo, ma nessuno sembra avere fretta di apparecchiarle. E poi c’è il civismo, che a Milano come altrove si ripresenta puntuale ogni cinque anni non privo di ambizioni. Segno che una parte dell’elettorato non si fida più dei partiti, o si fida soltanto di chi riesce a farli dimenticare. 

Quasi nessuno si interroga sull’idea di Milano

Ma il punto vero è un altro: mentre la politica discute sul possibile successore di Sala, quasi nessuno si interroga sull’identità e sul futuro della città. Milano piace sempre di più al mondo (o, meglio, ai ricchi del mondo), ma sempre meno ai milanesi per i quali abitarla sta diventando un problema. Sono le due facce della stessa medaglia. Da una parte investimentiweeks e grandi eventi glamour. Dall’altra il costo della vita, la casa che non si trova se non a prezzi impossibili, le periferie che chiedono di essere guardate prima che raccontate, la criminalità che da fenomeno episodico è diventata una costante in zone sempre più larghe del suo territorio. Alle ultime Comunali la capitale economica del Paese aveva già registrato l’affluenza più bassa della sua storia, poco più del 47 per cento: un milanese su due non si era presentato. È il dato che dovrebbe interessare i 40 aspiranti sindaci più di qualunque sondaggio che ne prefiguri il consenso. Chi entrerà a Palazzo Marino troverà una città più ricca, ma anche più costosa e selettiva. Dovrà decidere se continuare a venderne la scintillante immagine all’estero o ricominciare a occuparsi anche del benessere di chi la abita. Non è detto che le due cose non si bilancino, ma da Expo in poi è stata la prima a prevalere. È una scelta che finora è rimasta sullo sfondo. In politica ci sono momenti in cui un nome mette tutti d’accordo, altri in cui nella generale incertezza tutti propongono un nome diverso. Ma all’ombra del Duomo il problema non è eleggere un sindaco. È trovarne uno che abbia il coraggio di dire agli elettori che città vuole costruire. 

Quaranta candidati per Palazzo Marino e nessuna idea di Milano
Palazzo Marino.

Tablet, bambini e sensi di colpa: il governo si ricorda delle madri ma solo per accusarle

Poi dicono che il primo governo guidato da una donna non ha fatto nulla per le donne. È vero, in quattro anni la maggioranza di centrodestra non ha alzato un dito per aumentare i servizi sociali per bambini e anziani e per sostenere l’occupazione femminile, ha affossato il prolungamento del congedo di paternità, ha messo una pietra sopra alla riduzione dell’Iva sugli assorbenti, ha peggiorato la legge sulla violenza sessuale e, per scrupolo, ha pure sabotato l’educazione affettiva nelle scuole, che poteva contribuire alla prevenzione delle violenze. Ma, quasi fuori tempo massimo, il governo Meloni si è finalmente ricordato delle donne e, con la sensibilità che lo contraddistingue, ha individuato ciò di cui avevano davvero bisogno: un altro senso di colpa.

Tablet, bambini e sensi di colpa: il governo si ricorda delle madri ma solo per accusarle
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Quel tablet che distoglie la donna dalla sacra funzione materna

Nella fattispecie, quello di ricorrere troppo a telefoni e tablet quando espletano la sacra funzione materna. Il risultato è la campagna “Non è mai troppo presto”, promossa dal dipartimento delle Politiche contro la droga e le altre dipendenze per disincentivare l’uso di telefoni e tablet in tenera età. Per inciso: viene il sospetto che, quando hanno licenziato la campagna, i suoi promotori fossero distratti da telefoni e tablet, perché non si sono accorti che il titolo suona come un invito in senso opposto. Forse era più chiaro “non è mai troppo tardi” per mettere in mano dispositivi ai bambini, o per imparare ad autoregolarsi come genitori. Ma può anche darsi che al governo sembrasse pericoloso rievocare la famosa trasmissione in cui Alberto Manzi negli Anni 50 alfabetizzava efficacemente gli italiani illetterati, dopo tutta la fatica che il centrodestra ha fatto per incoraggiare l’analfabetismo funzionale, da Berlusconi in poi.

La depressione post-partum? Solo una bufala woke

Da un altro punto di vista, la campagna è perfettamente coerente con l’anatema anti-digitale: si articola in uno spot televisivo e in un opuscolo cartaceo – sì, un pieghevole, un volantino, bentornati negli Anni 70 — distribuito nelle maternità e nei reparti pediatria. Se questo non bastasse a capire che sono le madri il vero target della campagna, lo ribadisce lo spot, che si apre con una mamma dall’aria sfinita che allatta rispondendo a un vocale delle amiche, incurante degli occhioni del bebè che cercano i suoi. «Sei con lui, il telefono non serve», ammonisce una caption. Ora, esperti e associazioni denunciano la solitudine e l’isolamento delle neo-mamme, e la vera e propria stampella rappresentata dalle reti amicali in mancanza di altri tipi di supporto emotivo, psicologico e anche pratico, in un momento così delicato, ma il dipartimento diretto dal sottosegretario Alfredo Mantovano non transige: negli occhi del neonato c’è tutto ciò di cui una donna ha bisogno nella vita, e la depressione post-partum è solo una bufala woke.

Tablet, bambini e sensi di colpa: il governo si ricorda delle madri ma solo per accusarle
Dallo spot della campagna Non è mai troppo presto.

Se le trasgressioni materne sono sfogarsi con le amiche e cercare di tenersi un lavoro

Torniamo allo spot. Flashforward, il piccolo Olly è cresciuto e gioca nel salotto cercando invano di attirare l’attenzione della madre, che sta smanettando al pc con lo sguardo sconsolato di una frescona che ha creduto che lo smartworking le permettesse di conciliare lavoro e genitorialità. A un certo punto la poveraccia, spazientita, chiede al papà, che se ne sta in un’altra stanza (non deve conciliare niente, lui), di mettere buono il piccino con il tablet. «Ha bisogno di te, non di uno schermo», la gela un altro severo monito. Praticamente siamo di fronte alla versione digitale di Balocchi e profumi, la canzone strappalacrime del 1928 oggetto di innumerevoli parodie. Solo che lì, almeno, la mamma trascurava la sua bambina per spassarsela fra cosmetici e tresche illecite, mentre un secolo dopo le trasgressioni materne sono a) sfogarsi con le amiche e b) cercare di tenersi uno straccio di lavoro dopo la maternità. Manca solo un parallelo con il tragico finale della vecchia canzone: un ultimo salto temporale in cui si vede la madre, pentita, sbattere con i pugni contro la porta chiusa di Olly, ora adolescente hikikomori, che si è tolto la vita secondo le istruzioni ricevute da un chatbot. «Ma il capo già reclina, e già richiude gli occhi, / piange la mamma pentita stringendolo al cuor». Zum, zum.

Tablet, bambini e sensi di colpa: il governo si ricorda delle madri ma solo per accusarle
Dallo spot della campagna Non è mai troppo presto.

Un’Eva 4.0 introduce nell’Eden la velenosa mela digitale

Un momento. E se la matrice dello spot fosse ancora più antica? Fateci caso: è la madre che dà il cellulare al marito perché scatti un selfie di famiglia, o gli chiede di tacitare il pargoletto con il tablet. È attraverso di lei, l’Eva 4.0, che la velenosa mela digitale viene introdotta nell’Eden del focolare domestico e lo distrugge dall’interno. E l’Adamo digitale è solo un pisquano incapace di resistere alla tentazione; incapace, soprattutto, di partecipare attivamente all’educazione e all’intrattenimento dei propri figli. Del resto, nessuno glielo chiede, nessuno del governo, almeno. Accidenti, l’obiettivo dell’iniziativa – educare a non dare dispositivi digitali ai troppo piccoli – era anche giusto. Caro dipartimento delle Politiche contro la droga, se per qualcosa «non è mai troppo presto», sarebbe imparare a costruire una campagna multimediale degna di un Paese europeo nel 2026, che parli a padri e madri vere. Sotto questo profilo, però, va riconosciuto che lo spot contiene almeno un po’ di verità, nel senso che è interpretato da attori reali, e non realizzato interamente con l’IA, come quello per il rinnovo della carta d’identità. Ma chissà se al dipartimento se ne sono accorti.

Boomerang Rai sul governo: Telemeloni diventa la clava elettorale della sinistra

Nel centrodestra ne sono convinti in tanti. E infatti qualcuno, in maniera anonima, dà segni di pentimento: «Sulla Rai ora la sinistra ci farà la campagna elettorale. La nostra resistenza su Simona Agnes alla presidenza ci si ritorcerà contro», sussurra un senatore della maggioranza della commissione di Vigilanza Rai. L’Aventino delle opposizioni che ha poi portato alle dimissioni anche dei parlamentari di centrodestra nella commissione che vigila sulla tivù di Stato, infatti, renderà sempre più tesi i rapporti tra le coalizioni.

Boomerang Rai sul governo: Telemeloni diventa la clava elettorale della sinistra
Simona Agnes e Giampaolo Rossi alla cerimonia del Premio Biagio Anges (foto Imagoeconomica).

Nel governo sono convinti che dietro le dimissioni di Barbara Floridia & co. ci sia una mossa studiata a tavolino, soprattutto da parte di Giuseppe Conte. Perché ora sulla Rai, su Telemeloni e sul fatto di esser stati costretti a lasciare la Vigilanza per non subire il ricatto della destra, il campo largo imposterà un bel pezzo di campagna elettorale da qui al 2027. Con scenari che ricordano quelli dell’editto bulgaro di Silvio Berlusconi da Sofia nel 2002 contro Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, che poi scatenò girotondi e proteste di piazza, rivitalizzando una sinistra che sembrava morta.

Ecco, ora potrebbe accadere la stessa cosa: uno dei temi più caldi su cui il campo largo darà battaglia sarà proprio la Rai: l’occupazione di Telemeloni, i volti di sinistra lasciati scappare, la normalizzazione di Rai 3, la Vigilanza bloccata e la riforma della tivù chiesta dall’Europa ancora al palo, con il rischio dell’infrazione Ue. Tutti in campo con l’elmetto, così come sarà sulla legge elettorale.

L’abbiamo visto già con la maratona oratoria di costituzionalisti, giuristi e politici sul Melonellum: le parole d’ordine sono già quelle dell’allarme democratico, dell’attacco ai valori della Costituzione, del tentativo di far rientrare il premierato dalla finestra, dato che non era riuscito a passare dalla porta. Venerdì 10 luglio andrà in scena un altro appuntamento con parecchia società civile e associazioni.

Copione già scritto per il campo largo

La terza gamba su cui verterà la campagna elettorale delle opposizioni sarà un mix tra la politica estera (dai rapporti con Donald Trump in giù) e la politica economica (il governo in questi anni non ha fatto nulla, anzi l’Italia è più povera e sfiduciata). Insomma, il campo largo, o «alleanza per la Costituzione» come la vorrebbe chiamare Conte, si ritrova la sceneggiatura già scritta. Basterà seguire il copione, fin troppo facile.

Vannacci si lamenta per il poco spazio

Con un’unica novità, rispetto al passato: anche il centrodestra avrà problemi di alleanze, visto che a un certo punto dovrà decidere se imbarcare o meno Roberto Vannacci, scelta niente affatto facile per Giorgia Meloni. Vannacci che, oltretutto, risulta per ora a zero presenze in termini di visibilità proprio sui canali Rai, dai telegiornali all’approfondimento. I vannacciani hanno messo in scena un flash mob davanti a Viale Mazzini, forse ignorando che il palazzo ora è vuoto per ristrutturazione e che i vertici si sono trasferiti all’Eur.

Ma da settembre, se le cose non cambieranno, arriveranno altre proteste. Anche le truppe del generalissimo hanno capito l’importanza di avere uno strapuntino nel servizio pubblico. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi alla presentazione dei palinsesti ad Ancona ha provato a ribaltare la narrazione: «TeleMeloni? È solo un’operazione di marketing, a furia di ripeterlo lo si dà per vero, ma la realtà è che la Rai oggi è molto più pluralista che in passato». Intanto i due arcinemici delle ultime settimane, Antonio Marano e Roberto Sergio, non si rivolgono più la parola. Questo è il clima all’interno di mamma Rai. La campagna elettorale è iniziata e anche nella televisione di Stato ci si prepara alla battaglia.

La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole

I Tavernicoli: sono i presenzialisti di Villa Taverna, la residenza romana dell’ambasciatore degli Stati Uniti. In questa edizione del 2026, tra i Tavernicoli mancano, per una volta, Giorgia Meloni (al suo posto c’è Arianna) e Giuseppe Conte. In compenso, ecco Rocco Casalino con augusta genitrice. Quindi la pattuglia della sicurezza: Gianni De Gennaro, Marco Minniti, Lorenzo Guerini, Guido Crosetto, Carlo Nordio. Non poteva mancare Marco Tronchetti Provera che ha messo ko la compagine cinese presente nella Pirelli, per la gioia di Washington. In “quota generale Vannacci” si presenta Laura Ravetto. Gli hamburger, sussurrano i presenti, sono duri come la suola di una scarpa. Per la delusione di Matteo Salvini, che al profumo della carne non capisce più niente (a proposito, sembra che Tilman Fertitta proprio non riesca a pronunciare il suo nome, storpiato in “Mario”). Matteo Renzi si muove come se fosse il padrone di casa. Al posto di Elly Schlein si presenta Francesco Boccia, ma non è la stessa cosa. Alfredo Mantovano sembra appena uscito da un frigorifero, e circola senza apparente fatica in giacca e cravatta. Francesco Lollobrigida tiene fede al suo compito e da ministro dell’Agricoltura gira con un piatto in mano per testare le pietanze. C’è pure Simona Agnes. Sipario…

La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
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Magistrati in riunione nel weekend

Occhio: nelle giornate di sabato 4 e domenica 5 luglio, a Roma, nella Corte di Cassazione, è in programma il comitato direttivo dell’Associazione nazionale magistrati. I temi da discutere sono numerosi, e tutti di grande interesse (per il governo).

Addio a Giovanni Verusio, quanti aneddoti su quei salotti romani…

Se n’è andato Giovanni Verusio. Sul Corriere della sera di venerdì sono apparsi i necrologi per la morte di uno dei più famosi avvocati italiani: era nato il 27 ottobre 1932 ed era iscritto all’albo dal 1957. Nonostante la sua conclamata abilità professionale, la notorietà del cognome era legata a quel salotto romano che era animato dalla moglie Sandra, deceduta nel 2018: era il quartier generale della sinistra, con Massimo D’Alema protagonista. Quando un esponente “rosso” percorreva di sera via dei Coronari, la destinazione poteva essere solo una: l’attico dove a San Salvatore in Lauro potevi trovare Giovanni Sartori, Fausto Bertinotti e Carlo Azeglio Ciampi, quando non era ancora diventato presidente della Repubblica. Il soprannome di Sandra era «la compagna»: lei si arrabbiò in grande stile solo una volta, quando venne a sapere di una cena voluta da Maria Angiolillo per Piero Fassino. Per l’allora sindaco di Torino «fu l’inizio della fine», spiffera una storica frequentatrice del salotto Verusio. L’avvocato aveva clienti di altissimo livello, oltre a rapporti strettissimi con la famiglia Kennedy: quando Pietro Barilla ricomprò l’azienda dagli americani di Grace, il legale della proprietà Usa era Verusio. Il funerale è previsto per la mattina del 4 luglio nella basilica di San Sebastiano fuori le mura, in via Appia Antica.

La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
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A Roma bus elettrici già vecchi, viva la burocrazia

I modelli full-electric dei nuovi bus romani hanno problemi: il direttore generale di Atac, Paolo Aielli, si è lamentato pubblicamente dei mezzi a disposizione, puntando il dito contro il sistema degli appalti italiani, caratterizzati da una lentezza esasperante. Cosa ha detto Aielli? Che i mezzi elettrici, immatricolati adesso, si riferivano «a un capitolato di quattro anni fa con le conoscenze disponibili allora sul mercato», mentre «siamo venuti a sapere di una società cinese che produce batterie di capacità doppia a parità di volume». Insomma, con gli appalti italiani compri qualcosa che quando lo utilizzi è già obsoleto. Chissà all’authority competente cos’hanno da dire a proposito…

La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
Paolo Aielli, dg di Atac (foto Imagoeconomica).

Il Salemi dell’Avvenire

È stato capo ufficio stampa del ministero del Commercio internazionale, come responsabile dei rapporti con i media italiani ed esteri e della preparazione e della comunicazione delle missioni svolte all’estero per Emma Bonino. Poi ha lavorato per Paolo Romani, il forzista ministro per lo Sviluppo economico. Quindi è stato al servizio del governo Mario Monti e portavoce della vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta. Se avete la copia del 3 luglio del quotidiano cattolico Avvenire in prima pagina c’è Giancarlo Salemi, con il titolone “Enti e imprese sociali al centro delle politiche”. Non c’è dubbio: la Chiesa perdona anche il passato, la parabola del Vangelo di Luca con protagonista il figliol prodigo è sempre attuale.

La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
Giancarlo Salemi.

Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?

A Milano è in corso una Candidate Week che pare non avere fine. Ogni giorno, nel centrosinistra e nel centrodestra, spunta un nome nuovo per Palazzo Marino. Ai papabili lanciati (o bruciati) dai partiti, va aggiunta la truppa di autonominati. L’ultimo è il pediatra Luca Bernardo, capogruppo azzurro in Consiglio comunale, che dopo la batosta contro Beppe Sala di cinque anni fa, si è messo nuovamente a disposizione della coalizione. «Non è più il 2021», ha assicurato. «Ora conosco la macchina amministrativa, sono diventato un politico a tutti gli effetti».

Le presunte ambizioni politiche del direttore di Libero

In questa giostra, ha fatto rumore l’editoriale firmato da Alessandro Sallusti sul “suo” Libero: «Tra Di Pietro e Cottarelli scelgo Guidesi», assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, «leghista della prima ora, 50 anni, bella presenza, persona per bene, iper competente». Un’uscita che, fuori da Milano, a qualcuno è suonata come il solito tentativo di bruciare un nome ‘forte’. Anche perché Sallusti, ricordano i soliti mal pensanti, accarezzerebbe l’idea di essere il frontrunner della coalizione all’ombra della Madonnina. Del resto quella di Sallusti è una candidatura ciclica: il suo nome era stato il primo a circolare – era dicembre 2024 – in ambienti del centrodestra, lo stesso era accaduto nelle tornate del 2015 e del 2021. Insomma questa potrebbe essere la volta buona.

Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Guido Guidesi (Imagoeconomica).

Un messaggio al centrodestra?

Al di là delle presunte ambizioni sallustiane, chi mastica di politica milanese e lombarda legge l’editoriale del direttore di Libero con una lente diversa. Sallusti in realtà avrebbe voluto mandare un messaggio al centrodestra (locale e nazionale) che pare non prendere troppo seriamente la partita ambrosiana. A Daniela Santanchè (sua ex compagna oltre che ex ministra del Turismo) che ha lanciato la candidatura lunare o forse provocatoria di Antonio Di Pietro (il quale saggiamente ha risposto picche). A Forza Italia che, con l’appoggio di Calenda, punta su Carlo Cottarelli in ticket con i due ex Letizia Moratti e Gabriele Albertini: la prima come «assessora al Sociale e ai Rapporti internazionali» e il secondo alla Sicurezza, ha sparato il coordinatore lombardo Alessandro Sorte. Ma anche a Ignazio La Russa che invece da tempo scommette su Maurizio Lupi. E forse, proprio dalle colonne di un giornale della galassia Angelucci, anche alla Lega di Salvini che come candidatura politica si gioca la carta di Silvia Sardone (completano la rosa i due civici Alessandro Spada e Giovanni Terzi). Non esattamente un profilo assimilabile a quello di Guidesi. Sallusti in altre parole indicando l’assessore avrebbe solo tracciato l’identikit del suo candidato ideale, senza fare troppi danni visto che Guidesi non è della partita. Almeno per ora.

Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?

È grande la preoccupazione dalle parti del campo largo (anche nella extended version con Matteo Renzi dentro, per quanto l’ipotesi di un allargamento al momento sia più remota, basti vedere il sussiego quotidiano di Giuseppe Conte verso l’ex rottamatore). La sortita di Giorgia Meloni sul Quirinale («Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra») ha fatto risuonare l’allarme antifascismo della sinistra. Renzi stesso ripete, per accreditarsi nel campo largo, dove non lo amano molto, di volersi battere perché non diventi Capo dello Stato un (o una) sovranista. Persino Elly Schlein ha messo a fuoco la questione: «È un problema se non si individua la figura più adatta a ricoprire quel ruolo, che quello di garante dell’unità nazionale. Non può essere un capo politico, tanto più se ha appena fatto il presidente del Consiglio per cinque anni». Schlein sembra insomma essere fra quelli che credono che Meloni voglia diventare capo dello Stato nel 2029, dopo Sergio Mattarella.

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il totonomi della destra per il Colle

Il totonomi ha già svoltato l’estate del 2026, mentre ancora non si sa con quale legge elettorale voteremo nel 2027, visto che il centrodestra s’accapiglia sulle preferenze, e non solo. Gli alfieri della Repubblica si rianimano (citofonare Pier Ferdinando Casini, ma non è e non sarà l’unico), i giornali sono pieni di cognomi da bruciare o da usare come depistaggio per nascondere “quelli veri”. Tra questi, con sommo scandalo della sinistra, anche diversi del destra-centro. Dal ministro della Difesa Guido Crosetto al presidente del Senato Ignazio La Russa. Eppure lo disse anche l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2006 in un’intervista a Bruno Vespa per uno dei suoi libri (L’Italia spezzata, un paese a metà tra Prodi e Berlusconi); alla domanda se troverebbe strano se il suo posto fosse occupato un giorno da un uomo della destra, Napolitano rispose: «Assolutamente no, lo troverei assolutamente fisiologico. Quel che conta per chi sia eletto presidente è saper rappresentare tutto il Paese».

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giorgio Napolitano (Imagoeconomica).

Eppure per Conte, pater familias degli italiani, anche solo l’ipotesi è motivo di scandalo: «Meloni e il governo hanno trasformato le istituzioni in un palco da campagna elettorale», ha detto questa settimana. «Di fronte alle priorità degli italiani che sono il caro energia, il caro bollette, il caro alimentare, loro si concentrano sulla legge elettorale e mirano al Quirinale. Abbiamo capito che significava: siamo pronti a tutto. Significava pronti anche a trasformare le istituzioni democratiche e a cercare tutte le modalità per rimanere al potere tradendo l’interesse nazionale».

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Meloni pronta a raccogliere i frutti della dédiabolisation

Per la verità una maggioranza politica adulta può fare entrambe le cose: governare e fare campagna elettorale, anche per il Quirinale. Conte, non governando, per ora è concentrato sul secondo aspetto, in attesa di vedere se gli riuscirà di conquistare almeno la leadership del campo largo. Il centrosinistra però rischia di commettere un errore strategico nel mettere paletti ideologico-retorici allo sbarco di “uno di destra” al Colle: c’è qualcosa che lo vieta? Il centrodestra non può essere garante dell’unità nazionale al Quirinale? Solo la sinistra può ambire a ricoprire quel ruolo in maniera rispettabile? Sono alcune domande che ci domandiamo mentre gli allarmi democratici scampanellano con insistenza. Il barrage viene usato da anni in Francia contro Marine Le Pen e le sue formazioni politiche (merito anche del sistema istituzionale che permette al secondo turno di frustrare, almeno fin qui così è stato, le ambizioni presidenziali dell’estrema destra francese). Il risultato è che l’anno prossimo Jordan Bardella o la signora Le Pen, sempre che la Corte d’appello di Parigi non le imponga di indossare un braccialetto elettronico, potrebbero tentare il colpo grosso. Sono quattro anni che Meloni pratica ogni giorno la dédiabolisation nei confronti della destra italiana, a partire dalla riscoperta della parola Nazione con cui ha costruito un chiaro messaggio identitario. L’elettorato, come accade in certi casi, potrebbe anche infischiarsene delle sirene dell’antifascismo avendone ormai viste e provate di tutte. Insomma l’Italia non si è fatta mancare niente: ora manca solo uno di destra come presidente della Repubblica. 

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Vigilanza Rai, lasciano anche i componenti di centrodestra

Dopo il passo indietro della presidente Barbara Floridia e degli altri componenti provenienti dall’opposizione, si sono dimessi dalla Commissione parlamentare di Vigilanza Rai anche i componenti di centrodestra. La senatrice del M5s ha parlato di un organo di garanzia «tenuto in ostaggio da chi governa»: ebbene, i membri provenienti dalla maggioranza denunciano qualcosa di analogo. Ma da parte del centrosinistra.

I componenti di centrodestra: «Commissione occupata dalla sinistra»

«Anche noi, come le opposizioni, ci dimettiamo dalla commissione di Vigilanza Rai che è stata occupata, sequestrata e strumentalizzata in maniera irresponsabile dalla sinistra. Questa ha sfruttato cinicamente la legge sulla Rai, che prevede una maggioranza a 2/3 per eleggere il presidente, che noi in questi mesi stiamo cercando di cambiare». È quanto hanno dichiarato i membri del centrodestra dimissionari, definendo «anomalo» che «il presidente della Rai dopo un certo numero di votazioni non possa essere eletto a maggioranza, eventualità che invece è prevista perfino per la carica di Presidente della Repubblica». L’opposizione, spiegano, ha «sfruttato in maniera vergognosa» questa legge, impedendo alla tv di Stato di avere un presidente nonostante sia stato designato già da tempo» dal suo cda.

«Siamo dinanzi a una vergognosa pantomima inscenata dalle opposizioni che hanno la smania di continuare a monopolizzare il Servizio pubblico, dopo aver perso il governo della Nazione per volontà degli italiani. E proprio l’avidità di poltrone della sinistra ha prodotto lo stallo in Commissione», affermano poi i componenti della maggioranza: «Per quanto ci riguarda siamo disponibili a dare vita a una nuova Commissione con un nuovo Presidente, a dare in tempi rapidi un presidente alla Rai e riprendere il ciclo di audizioni che le dimissioni della presidente Floridia e dei componenti delle opposizioni in Vigilanza hanno interrotto. Non sarà questa messa in scena ad impedire che la Rai possa tornare finalmente ad essere libera e pluralista».