Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
In un weekend di fine giugno la Lega ha rimontato i gazebo, il suo più rassicurante rifugio politico. Quando il vento gira, Matteo Salvini torna sempre lì: tra adesivi, manifesti, strette di mano e quel popolo che almeno non gli chiede conto dei sondaggi. A Milano ne sono così comparsi una quarantina e lo zelig del Carroccio si è rimesso perfino a distribuire volantini, deciso a dimostrare che sotto la casacca di ministro e vicepremier batte sempre il cuore del vecchio militante. L’uomo annusa come pochi l’arrivo della tempesta che rischia di travolgerlo e mai, a differenza dei treni che amministra, si muove in ritardo.
Se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, cosa vuoi che ti risponda?
L’occasione è servita anche per chiedere ai simpatizzanti milanesi chi avrebbero voluto come futuro sindaco. La risposta era quella che tutti conoscevano prima ancora di procedere ai conteggi. Salvini e la sua vice Silvia Sardone hanno fatto il pieno di preferenze. Del resto, se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, difficilmente ti sorprenderai della risposta. Ma il punto non era il risultato. Era il bisogno di metterlo in scena.
C’è una regola non scritta della politica: quando un leader comincia a perdere potere, aumenta il movimento. Se non puoi dimostrare di comandare come un tempo, almeno fai vedere che non stai fermo. E così Salvini moltiplica banchetti, selfie, dichiarazioni, visite ai cantieri e iniziative mentre alle sue spalle cresce il brusio della pattuglia nordista che sogna Luca Zaia segretario. Una fronda curiosa: abbastanza spessa da farsi notare, troppo prudente per tentare davvero la spallata.

Infatti qualora il (quasi ex) Capitano dovesse perdere il timone, difficilmente sarà per un ammutinamento dei governatori. Più probabilmente verrà superato dal transfuga illustre che, guarda la ferocia del contrappasso, si è trasformato nel suo più acerrimo nemico. Roberto Vannacci sta allungando inesorabilmente la sua ombra, e ormai anche la Lombardia è diventata territorio di conquista.
Quindi l’inutile rito consumato ai gazebo ha prodotto pochi risultati, se non quello di far riluccicare l’ego dei protagonisti come si fa con l’argenteria buona tirata fuori per la festa. Naturalmente né Salvini né la tonitruante Sardone (che ha trasformato il volume della voce in un codificato registro espressivo) hanno alcuna intenzione di candidarsi davvero. Lui fa il ministro, lei l’europarlamentare: hanno ringraziato gli elettori e rimesso tutto nel cassetto, paghi della gratificante dimostrazione d’affetto.
Milano è la città italiana che meno assomiglia all’universo politico leghista
Sanno bene che la realtà non la si governa con plebisciti e banchetti. Milano è probabilmente la città italiana che meno assomiglia all’universo politico costruito dalla Lega negli ultimi vent’anni. Vive di finanza, design, università, innovazione, settimane dedicate a qualsiasi cosa possa trasformarsi in evento e una vocazione internazionale che ormai è parte della sua identità. È la stessa città che Salvini descrive polemicamente come una boutique per pochi privilegiati. Può anche avere ragione, ma resta il fatto che nessuna boutique affiderebbe l’allestimento della sua vetrina a chi continua a vendere soprattutto paura.

Non c’è alcuna intenzione di lasciare a Salvini la scelta del nome
Ed è qui che il teatrino dei gazebo produce l’effetto più interessante. Dovevano certificare la centralità della Lega nel centrodestra milanese e hanno ottenuto il contrario. Forza Italia, partito che Palazzo Marino lo ha governato più volte, osserva con malcelato sarcasmo la prospettiva di una “sardonizzazione” della coalizione. Fratelli d’Italia guarda con ancora più distacco. A Milano il partito passa dalle mani di Ignazio La Russa e del suo cerchio ristretto, e non c’è alcuna intenzione di lasciare alla Lega il diritto di scegliere il candidato.
Occhio al candidato di compromesso, come il fallimentare Bernardo
Il rischio, dunque, è quello di assistere all’ennesima liturgia del centrodestra: settimane di trattative, veti incrociati, equilibrismi e telefonate infinite per arrivare alla fine al classico candidato di compromesso. Uno di quei nomi che mette tutti d’accordo proprio perché non entusiasma nessuno. Esattamente come accadde cinque anni fa con il carneade Luca Bernardo, il pediatra spedito quasi per dovere civico contro un Beppe Sala destinato a vincere senza troppa fatica. Spiace per Salvini. Ma se i gazebo leghisti dovevano servire a indicare un sindaco, hanno finito per fotografare un leader che organizza il casting sapendo bene che non sarà lui il regista del film.


























































































































































































