Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare

L’Alternative für Deutschland si differenzia da buona parte dei partiti di estrema destra in Europa, sovranisti e radicali, per non essere costruita intorno a leader carismatici e per certi versi insostituibili. Nessuno tra Tino Chrupalla e Alice Weidel, la coppia che a livello nazionale regge le sorti della formazione fondata nel 2013, rappresenta il prototipo della figura forte che nel corso degli ultimi decenni si è presentata e si presenta sotto varie spoglie nei Paesi del continente.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Ulrich Siegmund con Tino Chrupalla e Alice Weidel (foto Ansa).

Qualche esempio? In Austria la Fpö (Freiheitliche Partei Österreichs, il Partito della libertà d’Austria) era guidata da Jörg Haider e ora da Herbert Kickl, in Francia Jean-Marie Le Pen aveva ceduto il comando alla figlia Marine, in Olanda l’eredità di Pim Fortuyn è stata raccolta da Geert Wilders. In Ungheria è stato Viktor Orbán il rappresentante forse più noto del populismo nazionalista che un po’ ovunque ha avuto emuli, tra ieri e oggi, dalla Polonia dei gemelli Kaczynski al Regno Unito di Nigel Farage.

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In Italia i precursori del partito destrorso fortemente personalizzato sono stati Umberto Bossi con la Lega Nord e Silvio Berlusconi con Forza Italia. Negli Stati Uniti i riferimenti sono quelli di Donald Trump e del movimento Maga (Make America great again) e del tecno-nazionalismo personificato da Elon Musk.

Nessuno si ricorda più dei recenti predecessori di Weidel e Chrupalla

In Germania le cose sono diverse e nessuno si ricorda più dei recenti predecessori di Weidel e Chrupalla, da Bernd Lucke passando per Frauke Petry e Jörg Meuthen. Ora sugli scudi c’è Ulrich Siegmund, che rischia di diventare il primo governatore dell’AfD e ha modellato la frazione locale a sua immagine, conducendola al trionfo. Ma si tratta appunto di un leader regionale e il futuro rimane ancora incerto.

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Candidati noti nei propri Länder, perfetti sconosciuti altrove

La forza dell’Alternative für Deutschland sta più che altro nell’insieme del movimento e nella rete che lo forma, non nei singoli. I candidati a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove si vota domenica 20 settembre, sono noti sì nei propri Länder, sono dei perfetti sconosciuti però altrove: Kristin Brinker, architetta berlinese, e il duo costituito da Leif-Erik Holm ed Enrico Schult, che rischia di ripetere a Schwerin il successo di Siegmund a Magdeburgo, non appaiono certo modelli di carisma e trascinatori di folle. Porteranno comunque l’AfD in prima fila, consolidando un trend che in questo momento pare difficile da contrastare.

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Höcke aspira a diventare leader, ma i guai giudiziari…

Björn Höcke, capo del gruppo parlamentare in Turingia, dove nel 2024 l’AfD è diventata il primo partito senza però arrivare al governo, è il personaggio che aspirerebbe a diventare l’unico leader a livello nazionale, ma rimarrà invece con gran probabilità confinato dov’è, anche solo per essere stato condannato due volte per aver pronunciato uno slogan nazista.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Björn Höcke.

Höcke è considerato comunque uno degli ideologi più estremisti del partito, colui che ha tradotto in prassi l’ideologia identitaria e nazionalista. L’ex leader della fazione radicale Der Flügel, sciolta ufficialmente ma rimasta dominante nei contenuti, ha sempre integrato nei programmi e nei discorsi i richiami alla cosiddetta rivoluzione conservatrice, imbevuta di nostalgia nazionalsocialista.

Tra i pensatori di riferimento c’è il teorico del concetto di remigrazione

Con lui, nella schiera dei pensatori e presunti tali, dentro o vicini all’Alternative für Deutschland, ci sono anche Hans-Thomas Tillschneider, deputato regionale nella Sassonia-Anhalt e promotore del riavvicinamento ideologico al Movimento identitario, e Martin Sellner, teorico del concetto di remigrazione, ossia espulsione di massa di immigrati, inclusi cittadini naturalizzati.

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Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare

Anche Götz Kubitschek, stratega e vordenker, pensatore di riferimento, della nuova destra tedesca è con la casa editrice Antaios uno degli elementi fondamentali del complesso puzzle strutturale dell’AfD.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Götz Kubitschek.

Un’onda anomala che ha saputo cavalcare bene i social media

L’onda anomala dell’Alternative für Deutschland, dunque, più che sulla scia di un unico leader carismatico scorre su una rete ampia e diversificata, anche capillare, che ha fondato sui social media la propria ascesa, come ha mostrato Siegmund in Sassonia-Anhalt. L’esempio è anche quello di Jean-Pascal Hohm, deputato regionale del Brandeburgo e leader della nuova organizzazione giovanile legata al partito, Generation Deutschland.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Jean-Pascal Hohm.

Messaggi nazionalisti spinti dall’anti-Greta Thunberg

I messaggi nazionalisti sono inoltre veicolati attraverso i nuovi media con il supporto di influencer come Naomi Seibt, una sorta di anti-Greta Thunberg, arrivata anche alla corte di Musk; oppure di Reinhild Boßdorf, alla guida del network femminile Lukreta, con l’obiettivo di avvicinare le giovani donne all’ideologia del partito.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare

Insomma, l’ultradestra tedesca non ha un uomo solo al comando, ma un fronte ampio e stratificato, più adatto a intercettare gli elettori in questo momento: non è un caso che i risultati in Sassonia-Anhalt abbiano certificato come l’AfD sia il primo partito, con percentuali differenti, in diverse categorie di elettori, soprattutto tra i giovani, gli operai e le persone in difficoltà economiche.

Perché il voto in Sassonia-Anhalt rischia di mandare a gambe all’aria Berlino

Le elezioni in Sassonia-Anhalt rischiano di provocare un terremoto non solo nella regione orientale tedesca, ma a livello nazionale. Alla vigilia i sondaggi danno infatti nettamente in testa Alternative für Deutschland, partito di estrema destra messo sotto osservazione dall’Ufficio per la protezione della Costituzione, dato intorno al 40 per cento, il doppio rispetto alla precedente tornata. L’AfD potrebbe addirittura ottenere la maggioranza assoluta al parlamento di Magdeburgo, davanti alla dimezzata Cdu, la formazione conservatrice del cancelliere Friedrich Merz, data intorno al 20 per cento. Più distanziati i socialdemocratici della Spd e la sinistra della Linke, tra l’8 e il 10 per cento, e ancora più lontani i Verdi e il Bündnis Sarah Wagenknecht. Partito che, con il 5-6 per cento, potrebbe però fare da stampella a un governo guidato dalla destra radicale.

Perché il voto in Sassonia-Anhalt rischia di mandare a gambe all’aria Berlino
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).

Il voto rischia di picconare la Große Koalition

I conti si faranno domenica sera dopo le 18, quando i seggi verranno chiusi. Quello che è certo è che il voto cambierà i rapporti di forza a Magdeburgo, con l’eventuale rebus di chi e con quale eventuale coalizione guiderà il Land, e metterà ulteriore pressione alla Große Koalition di Berlino, che dovrà affrontare gli effetti dell’ondata nera in arrivo: il 20 settembre si voterà proprio nella Capitale, che costituisce una regione autonoma, e anche in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, sempre nella vecchia Germania Est. Anche qui la spinta dell’AfD potrebbe scardinare gli equilibri attuali con riverberi sulla stabilità nazionale.

I motivi dell’avanzata dell’estrema destra

L’avanzata della destra, guidata in Sassonia-Anhalt da Ulrich Siegmund, 35enne che dal 2016 occupa un seggio al parlamento di Magdeburgo, è stata ampiamente prevista: viene da lontano e deriva non tanto per meriti dell’AfD ma piuttosto per demeriti altrui sia su questioni locali sia nazionali. La Regione è retta dal 2002 da governatori della Cdu e l’attuale alleanza è tra conservatori, socialdemocratici e liberali, che con grande probabilità rischiano di non superare la soglia del 5 per cento, come già accaduto nel 2025 a livello nazionale. Dopo 24 anni di governo cristianodemocratico, la volontà di cambiamento è diventata quindi fisiologica. L’elettorato si è così velocemente spostato dal centro a destra sulla scia di crescenti difficoltà economiche e sociali che il Land ha dovuto affrontare negli ultimi anni, accompagnate dalle crisi nazionali e internazionali che hanno aggravato la situazione.

Perché il voto in Sassonia-Anhalt rischia di mandare a gambe all’aria Berlino
Ulrich Siegmund (Ansa).

Merz non è riuscito ad arginare l’AfD

I governatori a Magdeburgo e i cancellieri a Berlino hanno insomma spianato la strada all’AfD, pronta a raccogliere i frutti degli errori di altri. Poco importa che il populismo di Siegmund, insieme con quello dei due leader nazionali, Alice Weidel e Tino Chrupalla, sia condito di retorica nazionalista ed estremista: gli elettori tedeschi paiono in larga maggioranza stufi della classe politica attuale. Anche in ambito federale, l’Alternative für Deutschland è al momento il primo partito, con circa il 27 per cento, davanti alla Cdu di Merz con il 22. Il cancelliere era stato eletto al vertice della Cdu con la promessa di riportare il partito ai fasti di Helmut Kohl e Angela Merkel, dimezzando il potenziale dell’AfD, e i risultati sono quelli di oggi. Nel caso di elezioni anticipate il disastro per i partiti tradizionali sarebbe completo.

Perché il voto in Sassonia-Anhalt rischia di mandare a gambe all’aria Berlino
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).

Siegmund e lo sdoganamento delle camicie brune

Ulrich Siegmund, definito dal settimanale Der Spiegel «l’uomo più pericoloso in Germania», è riuscito a dosare carisma e doti da piazzista, captando la necessità di cambiamento e facendo dimenticare le varie ombre del partito. Nato politicamente nella Cdu si è poi spostato nell’AfD con buona parte dell’elettorato conservatore, tanto che il partito è la prima forza nella regione. Alternative für Deutschland potrebbe diventare così la prima formazione di estrema destra a guidare un Land dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, anche se Siegmund non sarebbe certo il primo esponente in camicia bruna a raggiungere i piani alti di una regione. Prima di lui ci furono Hans Filbinger, governatore del Baden Württenberg per otto anni tra il 1971 e il 1979 ed ex membro del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori di Adolf Hitler e il cancelliere Georg Kiesinger, alla guida della Germania federale fra il 1966 e il 1969. Iscritto sin dal 1933 nel partito hitleriano, fino al 1945 lavorò al ministero degli Esteri nazista.

Perché il voto in Sassonia-Anhalt rischia di mandare a gambe all’aria Berlino
Supporter di Ulrich Siegmund e della AfD (Ansa).

Insomma, la Germania si ritrova adesso a combattere contro i fantasmi del passato o presunti tali. Se le dichiarazioni xenofobe di Siegmund sono inquietanti, non lo sono meno certe uscite sul riarmo e il ruolo della Germania in Europa di Merz, il cui nonno materno militò nel partito nazista. E chissà se prima o poi i destini di Cdu e AfD andranno a intrecciarsi, come già accaduto in altri Paesi europei tra formazioni della destra moderata ed estremista.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra

L’Ucraina ha celebrato qualche giorno fa il 35º anniversario dell’indipendenza da Mosca ma il suo futuro è ogni giorno che passa più incerto. La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 non ha portato solo alla creazione di uno Stato sovrano, ma ha trascinato con sé rivoluzioni e conflitti. Quello in corso su larga scala dal 2022 non è che l’evoluzione di un percorso cominciato nel 2004 con la Rivoluzione arancione, passato attraverso Euromaidan (2013) ed esploso con la prima guerra nel Donbass nel 2014.

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Volodymyr Zelensky alla celebrazione del 35° anniversario dell’indipendenza dalla Russia (Ansa).

Serve una nuova architettura di sicurezza continentale

La guerra tra Russia e Ucraina ha coinvolto a vari livelli altri attori. Da un lato l’Occidente, la Nato e i cosiddetti volenterosi, dall’altro alleati più o meno dichiarati di Mosca, in primis la Cina. In questo contesto è evidente che il futuro del Paese dipenderà dal tipo di accordi che usciranno da un eventuale trattato di pace. L’intesa dovrà garantire la nuova architettura di sicurezza continentale: senza un patto condiviso e duraturo, l’Ucraina resterà in bilico, pronta a riesplodere.

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Volodymyr Zelensky con il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa (Ansa).

Il crollo demografico e le ricadute su economia e politica

Da questa prospettiva è facile identificare le sfide, interne ed esterne, che Kyiv sarà chiamata ad affrontare. In primo luogo quella del cambiamento demografico. Se nel 1991 la popolazione ucraina superava i 51 milioni di abitanti, i dati attuali indicano che nei territori controllati dal governo, quindi escludendo Donbass e Crimea, oggi vivono tra i 22 e i 28 milioni di persone. Dal 2014 circa 2 milioni di ucraini si sono rifugiati in Russia, quasi 6 in Europa. Secondo le simulazioni dell’Accademia delle Scienze di Kyiv, se le ostilità cesseranno nel breve periodo, la popolazione potrebbe stabilizzarsi intorno ai 24-34 milioni entro i prossimi decenni, a seconda della quota di rientri. Più invece il conflitto si allungherà, più il Paese si spopolerà. E non è solo una questione di numeri, perché la questione demografica incide naturalmente su economia e politica.

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Fiori deposti dopo un bombardamento russo (Ansa).

La ricostruzione e i possibili investitori esteri

Nel complesso quadro postbellico, la crisi demografica, l’economia e le scelte politiche si influenzeranno a vicenda: la perdita di capitale umano e la riduzione della popolazione economicamente attiva incideranno negativamente sul sistema economico, causando contrazione del Pil, carenza di manodopera, squilibri nei sistemi fiscali e pensionistici. Ci sono poi gli enormi costi della ricostruzione: le stime le fornite da Kyiv, dalla Banca Mondiale e della Commissione Europea li quantificano a oggi sui 600-700 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni. Soprattutto, in assenza di un ombrello politico definitivo, cioè senza solide garanzie bilaterali e accordi tra Russia e Occidente, sarà impossibile garantire all’Ucraina un futuro autonomo, in cui anche i Paesi stranieri potranno investire stabilmente, al di fuori del settore militare high tech. Il destino politico dell’Ucraina non dipenderà solo da come uscirà dalla guerra, vincente o perdente, ma anche da come l’esito del conflitto sarà presentato a un elettorato ridotto e sempre più radicalizzato.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
Una foto aerea di Kyiv (Ansa).

I due possibili scenari post-bellici

In caso di vittoria russa, l’Ucraina dovrà rinunciare a una parte consistente di territorio, i confini verranno ridefiniti e si andrà incontro a una sorta di finlandizzazione coatta. La presidenza di Volodymyr Zelensky ne uscirebbe fortemente delegittimata e il risentimento e la frustrazione di popolazione e militari potrebbero alimentare il focolaio di una guerra civile. L’arrivo alla Bankova di una figura popolare come l’ex generale Valery Zaluzhny o proveniente dall’intelligence forse riuscirebbe a evitare l’escalation, tenendo a bada l’estrema destra nazionalista. Sul lungo periodo però, la crisi economica e l’isolamento dall’Occidente rischiano di favorire l’ascesa di forze politiche intransigenti, esplicitamente inclini a ristabilire l’asse politico ed economico con la Russia, e innescare forse anche una guerriglia partigiana.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
Vladimir Putin (Ansa).

Una vittoria totale di Kyiv al momento resta un’ipotesi di scuola. È più realistico ipotizzare un compromesso al ribasso per Mosca. Questo garantirebbe una transizione meno problematica, soprattutto se gli accordi internazionali definissero gli spazi di manovra economici e geopolitici per la nuova Ucraina, vero ponte tra Russia e Occidente. In questa cornice il Paese potrebbe rinascere grazie a un patto tra gruppi di potere vecchi e nuovi, optando per una finlandizzazione volontaria. Anche in questo caso, sul breve periodo, Zelensky difficilmente rimarrebbe in carica e Zaluzhny avrebbe la strada spianata per guidare il Paese. Sempre che non abbia la meglio l’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, che si è già schierato contro l’attuale capo di Stato e ha ammesso che Kyiv sta perdendo la guerra. Per il medio e lungo periodo sarebbe necessario un radicale rimodellamento degli equilibri, con una leadership ucraina veramente indipendente e non ostaggio né di attori esterni né di un sistema oligarchico mai veramente smantellato.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato

La democrazia ucraina è bloccata dalla guerra e le elezioni, presidenziali e parlamentari, non ci saranno finché il conflitto sarà in corso. Il quadro è chiaro e la valutazione è sostanzialmente unanime a Kyiv dove, come è già accaduto nel corso degli ultimi anni – quando la situazione sul campo per le forze ucraine è peggiorata e gli equilibri interni hanno dato segno di cedimento – i poteri forti alle spalle di Volodymyr Zelensky hanno preso posizioni sempre più definite. Per il capo di Stato sono cresciute le difficoltà, sia a livello militare sia politico: da un lato c’è stato il fallimento della cosiddetta campagna estiva dei quaranta giorni, che ha finito per fare la stessa fine dell’offensiva del 2023 e dell’operazione di Kursk del 2024-25; dall’altro le cicliche faide interne con i relativi scandali per corruzione e i giri di poltrone hanno assottigliato il cerchio magico della Bankova.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Una campagna elettorale senza voto all’orizzonte

Il supporto militare occidentale ormai è rimasto a carico dell’Unione europea e dei cosiddetti volenterosi. E, come certificano i dati dell’Ukraine support tracker di agosto, è sì cresciuto, ma è rimasto in buona parte sulla carta, con oltre 390 miliardi di euro stanziati complessivamente dall’inizio del conflitto e 160 ancora da allocare effettivamente. Mentre gli aiuti militari nel primo semestre del 2026 sono rimasti all’incirca al livello dello scorso anno, quelli finanziari e umanitari sono scesi del 41 per cento. Al netto della propaganda tra Kyiv e Bruxelles, gli effetti si ripercuotono sulla situazione politica interna: le discese in campo, più o meno fattuali, dell’ex generale Valery Zaluzhny, ora ambasciatore a Londra, e dell’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, hanno segnato l’inizio della campagna elettorale, anche se il voto non sembra essere all’orizzonte. Solo con un trattato di pace o con una tregua consolidata e duratura gli ucraini potranno essere in futuro chiamati alle urne. E per ora di entrambi non v’è traccia.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Valery Zaluzhny (Ansa).

Il paradosso ucraino: sì al cambiamento, no a elezioni immediate

Indicativo è comunque il fatto che i sondaggisti abbiano iniziato a testare sia i possibili sfidanti di Zelensky per il voto presidenziale sia il peso degli eventuali e rispettivi partiti, dato che il sistema politico ucraino è misto e i poteri sono distribuiti fra capo di Stato e Parlamento, almeno in tempo di pace. Il paradosso elettorale, certificato dagli istituti di ricerca come il KIIS (Kyiv International Institute of Sociology), è che nonostante la richiesta di cambiamento sia molto forte, con circa il 67 per cento degli ucraini che vuole un’altra leadership e una rotazione al potere una volta terminato il conflitto, è accompagnata dal no deciso al voto immediato, con l’80 per cento dell’elettorato che si oppone categoricamente allo svolgimento di elezioni durante la guerra e la legge marziale ancora in vigore.

Zelensky e il miraggio di un secondo mandato

Le percentuali di gradimento dei candidati sono altrettanto netti. Negli ultimi mesi Zelensky e Zaluzhny si sono contesi il favore degli elettori, seguiti da new entry come Kyrylo Budanov, ex 007 ora a capo dell’amministrazione presidenziale, e Fedorov. Ma i possibili duelli del secondo turno, quello decisivo, sono tutti a sfavore dell’attuale presidente. Secondo il sondaggio agostano dell’istituto Socis, ad esempio, Zelensky perderebbe nettamente sia contro Zaluzhny (34 per cento contro il 66) sia contro Fedorov (36 a 64) e Budanov (40 a 60). Il presidente vincerebbe solo in un possibile ballottaggio contro Andrei Biletsky, capo del terzo corpo d’armata e fondatore del battaglione Azov, poi inquadrato nella Guardia nazionale ucraina. Insomma, un secondo mandato alla Bankova per Zelensky pare stando a questi numeri assai improbabile. Il consenso generale del capo dello Stato, secondo il Rating Group, è sotto il 60 per cento, sempre dietro agli altri tre candidati, con Zaluzhny in pole position con oltre il 70 per cento.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Kyrylo Budanov (Ansa).

Zaluzhny può contare sull’appoggio dall’esercito

Un possibile partito dell’ex generale raggrupperebbe oggi circa il 20 per cento dell’elettorato, stando ai dati ponderati di Politpro, e sarebbe davanti a Servitore del popolo di Zelensky, secondo con il 13 per cento. Zaluzhny può contare sulla fetta di popolazione che spinge per una linea realistica sulla guerra basata sul rifiuto di inutili offensive di logoramento, sul riarmo strutturale e sulla difesa del capitale umano, ed è supportato anche da una parte dell’esercito, dalle associazioni di veterani e ovviamente dalla rete internazionale politica, diplomatica e d’intelligence, allargata dalla sua base di Londra. In patria può contare invece sul sostegno dell’ex presidente Petro Poroshenko, rimasto uno degli oligarchi più influenti nel Paese. I legami con l’opposizione politica istituzionale potrebbero essere in questo senso un vantaggio per Zaluzhny, anche se di fronte a un concorrente come Fedorov, c’è il rovescio della medaglia.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Valery Zaluzhnyi (Ansa).

Fedorov gioca la carta del nuovo che avanza

L’ex ministro della Difesa ed ex ministro per la Transizione digitale è considerato l’astro nascente proprio per il fatto di aver strutturato la sua avanzata non legandosi ai vecchi poteri forti, eccetto Zelensky, considerando quest’ultimo una figura ibrida, un uomo nuovo uscito dal sempreverde cesto degli oligarchi nel 2019. Fedorov guida la fazione giovane, tecnocratica e anticorruzione, associata all’ala delusa da Zelensky e supportata da vari partner occidentali, politici e industriali, legati soprattutto alle big tech, da Space X a Palantir: i grandi investitori lo considerano non tanto un politico tradizionale da finanziare sottotraccia ma un partner operativo, attraverso il quale finanziare l’hub d’innovazione militare più avanzato al mondo nel settore dei droni e dell‘intelligenza artificiale. In questa prospettiva Fedorov sarebbe ideale come presidente, ma anche in altre posizioni chiave di governo, sarebbe utile alla causa.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Mykhailo Fedorov (foto Ansa).

La corsa alla Bankova ruota dunque intorno a queste tre-quattro figure, considerando Budanov allo stato attuale un alleato di Zelensky, sia al primo sia al secondo turno, o un suo sostituto trainato dallo stesso gruppo che ora regge il Paese. Il punto da chiarire è se davvero sul breve o medio periodo potrà esserci un accordo tra Russia e Ucraina, condiviso da Usa e volenterosi, che permetta lo svolgimento del voto. Nel frattempo il conflitto continuerà e Zelensky rimarrà al suo posto.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)

La Germania è il grande malato d’Europa e Friedrich Merz non è certo il cancelliere che può curarla. Così la pensano tre tedeschi su quattro: solo il 18 per cento degli elettori ritiene che l’erede di Angela Merkel stia facendo un buon lavoro. La politica tedesca è impantanata fra la necessità di riforme interne che vengono solo abbozzate e la realtà del contesto internazionale che acuisce l’impressione di quanto il governo di Berlino sia incapace di ritrovare il ruolo guida avuto con Frau Merkel e, ancor prima, con Helmut Kohl. E poi c’è l’economia che ristagna, il Pil che crescerà meno dell’1 per cento nel 2026, con i pilastri dell’industria nazionale che vacillano. Su tutti quello dell’automobile, con la Volkswagen a simboleggiare la grandezza in declino.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Il Ceo di Volkswagen Oliver Blume (Ansa).

Le stime parlano di 50 mila posti di lavoro in meno

In questi giorni Oliver Blume, amministratore delegato della casa di Wolfsburg, ha quantificato per la prima volta la portata del ridimensionamento già ampiamente annunciato: si tratterebbe della perdita di circa 50 mila posti di lavoro in tutto il mondo, una cifra conseguente al piano di riduzione dei costi amministrativi, infrastrutturali e di supporto alle attività principali. Costi che al momento sono ancora superiori del 20 per cento rispetto alla media delle aziende internazionali comparabili. Perciò il mercato sta diventando insostenibile. Già qualche settimana fa il consiglio di sorveglianza dell’azienda aveva respinto la prima proposta di Blume per un ulteriore pacchetto di riduzione dei costi che prevedeva la possibile perdita fino a 100 mila occupati in tutto il mondo. Anche secondo i nuovi numeri comunque quattro stabilimenti in Germania potrebbero essere a rischio chiusura: Hannover, Emden, Zwickau e quello Audi di Neckarsulm. Un disastro. 

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Una manifestazione davanti al quartier generale Volkswagen a Wolfsburg (Ansa).

I tedeschi hanno smesso di spendere

La crisi della Volkswagen non è certo una novità, come non lo è l’indebolimento dell’economia tedesca dovuto prima alla pandemia e poi all’avvio del conflitto fra Russia e Ucraina. Senza contare l’avvento di Donald Trump e la ridefinizione dei rapporti transatlantici, fra dazi e guerre energetiche. In Germania l’inflazione ha portato negli ultimi anni a un calo dei consumi. L’aumento dei salari avrebbe dovuto compensare la crescita dei prezzi e stimolare il mercato, ma oggi i tedeschi anziché spendere di più preferiscono risparmiare. Secondo l’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw), il tasso di risparmio, pari al 10,8 per cento, è significativamente più alto rispetto a quello registrato nei 10 anni precedenti la pandemia. Così anche l’industria automobilistica ha dovuto affrontare le difficoltà legate alle vendite deludenti e ai costi della transizione ai veicoli elettrici.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Merz e Trump (fImagoeconomica).

Le difficoltà di Volkswagen in Cina e negli Usa

Per il gruppo Vw, oltre all’Europa, i mercati di vendita più rilevanti sono la Cina e gli Stati Uniti e c’è poco da stare allegri. La piazza europea è debole e probabilmente smetterà di crescere, su quella statunitense i profitti si stanno erodendo a causa delle tariffe doganali. In Cina poi i tedeschi dovrebbero recuperare il terreno perduto nel settore della mobilità elettrica, ma l’impresa è persa in partenza: i cinesi si sono ormai concentrati sulla produzione di veicoli elettrici grazie a consistenti sussidi, non hanno bisogno di importare, mentre i bassi salari, i costi energetici e i prezzi di acquisto contenuti offrono un ulteriore vantaggio competitivo. Volkswagen, a lungo leader di mercato in Cina, con una quota di mercato vicina al 40 per cento, si ritrova adesso con le braghe calate. Pechino controlla i due terzi del mercato e la concorrenza cinese sta penetrando sempre più nel mercato europeo.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Uno stabilimento Volkswagen (Ansa).

Quali sono le cause del tracollo?

Il suicidio è dovuto a vari fattori. I vertici di Vw si sono adagiati sugli allori dopo i successi passati, ne ha raccolto i frutti e si sono addormentati davanti alle sfide del futuro. Il dieselgate del 2015 è stato un duro colpo al quale si è aggiunta l’incapacità di previsione: secondo gli analisti, Volkswagen si è concentrata troppo sullo sviluppo di veicoli nei segmenti di prezzo medio-alto, prestando poca attenzione ai veicoli più piccoli e accessibili, si è aggrappata al diesel per troppo tempo e ha sottovalutato il potenziale della mobilità elettrica. In un contesto in cui i pagamenti di dividendi, pari a circa 28 miliardi di euro tra il 2021 e il 2025, non hanno rispecchiato granché la salute del gruppo.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Uno stabilimento Volkswagen (Ansa).

L’ipotesi di riconversione dall’automobilistico al militare

Per il futuro, anche prossimo, qualcuno ai piani alti di Wolfsburg vede un’ancora di salvezza nella riconversione dal settore automobilistico a quello militare, con la benedizione di Merz, secondo il quale la Germania fra un paio d’anni dovrebbe costituire l’esercito convenzionale più ampio e forte d’Europa: all’ultima fiera della sicurezza e della difesa Enforce Tac di Norimberga, Vw ha presentato due prototipi di veicoli militari, entrambi sviluppati presso la fabbrica di Osnabrück. Qui viene ancora prodotta tra l’altro la T-Roc Cabriolet, almeno fino al 2027, poi arriverà forse il momento delle versioni militari di Amarok e Crafter. Dalla decappottabile per le vacanze al pick-up in versione bellica il passo è breve. Bisognerà vedere se davvero questa sarà la soluzione per salvare il gigante tedesco.

Germania, il possibile asse tra AfD e BSW che spaventa Berlino

I problemi della politica tedesca al momento sono due: il primo è che la Grande coalizione guidata dal cancelliere Friedrich Merz è impantanata in litigi interni a cui si aggiunge l’incapacità di affrontare le crisi internazionali; il secondo è la minaccia dell’Alternative für Deutschland (AfD). L’estrema destra, data al 27 per cento, è virtualmente il primo partito a livello nazionale – più per demeriti altrui che per meriti propri – e si appresta a fare incetta di voti alle elezioni regionali che si terranno a settembre nell’Est del Paese. Qui i sovranisti guidati da Alice Weidel e Tino Chrupalla arrivano a superare il 40 per cento. È così possibile che in Sassonia Anhalt venga eletto governatore il candidato dell’AfD Ulrich Siegmund, magari grazie all’aiuto dell’estrema sinistra del Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), piccolo partito che alle Politiche anticipate dello scorso anno aveva fallito l’entrata al Bundestag, ma che a livello locale, soprattutto nelle zone orientali, gode di un discreto sostegno.

Germania, il possibile asse tra AfD e BSW che spaventa Berlino
Friedrich Merz e Lars Klingbeil (Ansa).

Wegenknecht cerca il rilancio agganciandosi all’estrema destra

L’idea di un’alleanza rossobruna è stata recentemente avanzata proprio dalla leader del BSW che negli scorsi giorni ha ipotizzato il sostegno, per altro non richiesto, all’AfD. Sahra Wagenknecht del resto ha tutto da guadagnare: sprofondata da un anno nell’anonimato dopo l’esclusione nazionale, tenta adesso il ritorno in pista agganciandosi al treno destrorso. I due partiti hanno in comune una politica estera in chiave filorussa, almeno per quel che riguarda il contesto europeo, e una prospettiva anti-sistema, contro i partiti tradizionali al governo, la Cdu di Merz e i socialdemocratici della Spd del vice-cancelliere Lars Klingbeil. Per il resto, al netto delle tendenze populistiche – ormai diffuse anche al centro – nazionalisti di destra e radicali di sinistra hanno poco a che spartire. Il che non esclude che alla fine possano coalizzarsi per dare una spallata alla GroKo, con intenzioni più distruttive che costruttive.

Germania, il possibile asse tra AfD e BSW che spaventa Berlino
Sahra Wagenknecht (Ansa).

Le voci di una fine anticipata della GroKo

Le speculazioni in questa direzione, quando mancano oltre tre mesi ai voti di settembre, mettono in evidenza quanto la Germania si trovi in difficoltà: non solo il governo attuale non ha trovato le ricette giuste per rimettere in carreggiata il Paese, ma l’idea che a livello regionale si formino coalizioni estremiste può essere considerato l’antipasto per un ulteriore terremoto a Berlino, con la fine anticipata della Große Koalition che in teoria dovrebbe andare avanti per altri tre anni. Merz e Klingbeil non hanno finora trovato la quadra, né politica né economica; il risultato è che riforme ed economia sono sostanzialmente al palo, mentre Alice Weidel e Tino Chrupalla possono gongolare all’opposizione, almeno fino quando non dovranno a loro volta provare a fare un governo, regionale o federale che sia.

Germania, il possibile asse tra AfD e BSW che spaventa Berlino
I leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla (Ansa).

Gli elettori tedeschi bocciano Merz

Gli elettori tedeschi non hanno molta scelta: da una parte bocciano il cancelliere e il governo, dall’altro non sanno nemmeno loro chi potrebbe davvero sostituirli. Stando ai sondaggi, come quello realizzato a fine maggio dalla Zdf, la seconda rete televisiva pubblica tedesca, l’89 per cento degli intervistati ritiene fondamentali le riforme, dalle pensioni al mercato del lavoro fino alla sanità, anche se queste comportano oneri finanziari e tagli. Ma al contempo la maggioranza di loro nutre forti dubbi sulla volontà di riformare il Paese e tre quarti dei tedeschi non credono che il governo voglia davvero fare qualcosa, nonostante un anno di annunci. Solo il 24 per cento dei tedeschi crede che le promesse di Merz e Klingbeil verranno mantenute; il 26 per cento è abbastanza soddisfatto dell’operato di Merz, mentre il 71 per cento ritiene che stia facendo un lavoro piuttosto scadente. Record negativo, sulle orme del predecessore Olaf Scholz.

Germania, il possibile asse tra AfD e BSW che spaventa Berlino
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).

Il cristiano democratico Wüst si scalda per la Cancelleria

C’è dunque poco da sorprendersi per l’ascesa dell’Alternative für Deutschland, alla quale viene data fiducia sulla carta, al di là di quello che sarà il reale programma in caso di governo. La richiesta di cambiamento, dopo le gestioni tutt’altro che dinamiche di Angela Merkel e l’ultima di Scholz, naufragata nella recessione post Covid e nei riflessi negativi del conflitto russo-ucraino, sta sfociando in una crescita di consensi per l’AfD, con buona parte degli elettori tedeschi che pur di cacciare il governo attuale, metterebbe in conto l’arrivo della destra radicale. Anche in società con l’estrema sinistra, in coalizioni sperimentali a livello regionale. In questo contesto a Berlino le malelingue hanno già ventilato l’ipotesi di un cambio in corsa alla cancelleria, con il governatore cristiano democratico del Nordreno Vestfalia, Hendrik Wüst, pronto a prendere il posto di Merz in autunno. A meno che non crolli tutto sul serio e la Germania si ritrovi nel giro di due anni alle seconde elezioni anticipate.

Merz spinge sulla svolta militare ma non convince i giovani tedeschi

La Germania sta vivendo la più profonda trasformazione militare dalla fine della Guerra fredda. Il conflitto in Ucraina ha ribaltato gli equilibri continentali e, sia con il governo passato di Olaf Scholz sia con quello attuale di Friedrich Merz, l’approccio tedesco è cambiato: dopo decenni di prudenza strategica, Berlino ha avviato una vasta riforma della Bundeswehr, cioè l’esercito, sotto il segno della Zeitenwende, la “svolta epocale” annunciata appunto da Scholz in seguito all’invasione russa del 2022. Merz, al governo dal 2025, ha assunto una postura ancora più aggressiva e si è posto l’obiettivo di creare entro il 2030 la più grande armata continentale: nella nuova strategia militare nazionale, resa nota alla fine di aprile, la Russia è considerata il nemico principale.

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Merz spinge sulla svolta militare ma non convince i giovani tedeschi
Friedrich Merz durante un’esercitazione delle forze armate tedesche (foto Ansa).

L’obiettivo: rafforzare la capacità difensiva entro il 2030

Al centro della nuova riforma della Bundeswehr ci sono tre obiettivi fondamentali: il riarmo, l’aumento del personale e l’accelerazione burocratica. Il volto di questa trasformazione è diventato il ministro della Difesa Boris Pistorius, che ha promosso una revisione strutturale dell’apparato militare, definendo le forze armate kriegstüchtig, cioè pronte a sostenere un conflitto ad alta intensità: l’obiettivo è rafforzare la capacità difensiva, anche in risposta alle richieste della Nato, prima del 2030, anno in cui secondo alcune analisi di intelligence occidentali potrebbe diventare possibile un attacco di Mosca a Berlino. Poco importa che nella realtà al Cremlino nessuno pensi davvero di marciare verso la Porta di Brandeburgo, che a questo ritmo si sposterebbe dal Donbass alla Sprea in circa un centinaio d’anni.

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Merz spinge sulla svolta militare ma non convince i giovani tedeschi
Il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius (foto Ansa).

Un terzo dei diciottenni maschi non ha risposto al questionario

I piani di Merz e Pistorius non paiono piacere nemmeno ai tedeschi stessi, visto che – secondo i sondaggi condotti in questi mesi – sostengono sì in astratto il rafforzamento della Bundeswehr, ma non mostrano certo entusiasmo nel scendere personalmente sul sentiero di guerra. L’ultimo dato rilevante in questa direzione è che circa un terzo dei diciottenni tedeschi maschi, chiamati a compilare il nuovo questionario sulla partecipazione al servizio di leva, non ha nemmeno risposto; mentre fra le ragazze, per le quali la partecipazione è volontaria, solo il tre per cento si è preso la briga di dare un segnale.

Merz spinge sulla svolta militare ma non convince i giovani tedeschi
Il cancelliere Friedrich Merz con i soldati tedeschi (foto Ansa).

Dall’inizio del 2026 il questionario della Bundeswehr è il primo passo della nuova riforma del servizio militare tedesco. Tutti i diciottenni ricevono una lettera dal governo con un link o Qr code per compilare un modulo online, dove vengono chieste informazioni su salute, forma fisica, studi, patente, competenze tecniche e disponibilità a svolgere un periodo di servizio militare o civile. Chi lo ignora può ricevere richiami amministrativi e multe.

Si vuole portare il numero dei soldati attivi a circa 260 mila unità

In teoria il governo vuole portare il numero dei soldati attivi a circa 260 mila unità, ma l’impresa non è facile, proprio perché i giovani tedeschi non sono particolarmente convinti che riarmo e leva obbligatoria siano la strada giusta che la Germania deve percorrere: secondo uno studio YouGov, il 55 per cento dei giovani tra 16 e 26 anni è contrario a un servizio obbligatorio, mentre solo il 38 per cento è favorevole; un’altra ricerca per Ndr Info ha mostrato un quadro ancora più netto, per cui tra i 18-29enni solo il 29 per cento sostiene il ritorno della Wehrpflicht, la leva obbligatoria, contro il 61 per cento che la respinge apertamente. Anche Greenpeace Germania, in un’indagine del 2025 tra giovani dai 16 ai 25 anni, ha rilevato una forte opposizione: il 57 per cento rifiuta la reintroduzione della coscrizione e il 61 per cento considera la misura una minaccia ai diritti individuali.

Merz spinge sulla svolta militare ma non convince i giovani tedeschi
Militari dell’esercito tedesco (foto Ansa).

Un cancelliere poco popolare va contro le nuove generazioni

A oltre tre anni dall’annuncio della Zeitenwende e dall’avvio della riforma della Bundeswehr, il bilancio a Berlino resta quindi ambiguo: la Germania ha aumentato drasticamente la spesa militare e ridefinito la propria strategia di sicurezza, ma la trasformazione concreta dell’esercito procede più lentamente delle ambizioni politiche. Merz, il cancelliere meno popolare della Germania riunificata, sta cercando di conciliare memoria storica, pressioni geopolitiche e nuove esigenze di difesa europea, andando però contro la grande maggioranza delle nuove generazioni. E rischiando spaccature interne che, unite ai molti problemi sul tappeto ancora irrisolti, mettono a rischio la stabilità del governo.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi

Il baricentro politico tedesco si sta spostando sempre più a destra. Alternative für Deutschland (Afd) è ormai diventata il primo partito a livello nazionale. I sondaggi più recenti confermano l’aumento del distacco dalla Cdu del cancelliere Friedrich Merz: secondo l’Istituto Forsa, l’estrema destra è al 27 per cento, davanti ai conservatori al 22 per cento. Merz è ai minimi storici, con la fiducia di solo il 15 per cento. E la discesa potrebbe ancora proseguire, visto l’andamento del governo: la Große Koalition con i socialdemocratici della Spd è una palla al piede per una Germania che sta sempre più sprofondando nella crisi economica. C’è poco da stupirsi dunque se l’AfD è in pole position in vista delle elezioni regionali che in autunno si terranno in tre Länder orientali. Ad attestarlo non solo solo i numeri dei centri di ricerca, che decretano impietosamente e progressivamente il disastro di Merz, ma anche quelli dei finanziamenti privati ai partiti, le donazioni che già a partire dallo scorso anno sono cresciute in maniera enorme a favore dell’AfD.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).

Nel 2025 l’AfD ha ricevuto donazioni per oltre 5 milioni

Secondo Lobbycontrol, organizzazione che monitora le attività delle formazioni in parlamento, il partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla nel 2025 ha aumentato le entrate derivanti da donazioni da quasi zero a oltre 5 milioni di euro, ma ci sono forti indizi che fanno sospettare l’esistenza di versamenti effettuati da prestanome. La donazione più consistente dovrebbe provenire in realtà dal miliardario tedesco-svizzero Henning Conle, che da tempo compare come finanziatore dell’AfD anche – stando a quanto denunciato da Lobbycontrol – ricorrendo a meccanismi di occultamento in parte illeciti.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).

Sospetti di irregolarità su alcuni finanziamenti

La donazione di Conle del 2025 è stata temporaneamente confiscata dall’amministrazione del Bundestag, mentre l’AfD ha intrapreso un’azione legale per rovesciare la decisione. Ma non è l’unica ad aver sollevato sospetti di irregolarità. In un altro caso, il donatore indicato dal partito, Horst Jan Winter, aveva a sua volta ricevuto una donazione milionaria dall’imprenditore Udo Böttcher, noto volto in Turingia, uno dei Länder della vecchia Germania Est dove la destra radicale è in forte ascesa. Resta da spiegare il boom di entrate dell’AfD: se tra il 2020 e il 2024, il partito aveva incassato in piccole donazioni private solo 500 mila euro, improvvisamente nel 2025 le donazioni sopra i 35 mila euro – e quindi da dichiarare al Bundestag – hanno superato i 5 milioni, con il 95 per cento del totale proveniente da un pugno di sostenitori.

Com’è cambiato l’atteggiamento dell’élite economica

Per Lobbycontrol, se fino a qualche tempo fa un sostegno aperto a un partito con ombre antidemocratiche non solo era strategicamente poco attraente, ma comportava anche un notevole stigma sociale, adesso si sta assistendo a un ribaltamento. E sebbene la Cdu nel 2025 abbia ricevuto complessivamente un numero maggiore di donazioni, nessun altro partito ha registrato un boom come quello di Alternative für Deutschland. Il flusso di denaro verso gli estremisti dimostra chiaramente che un sostegno più aperto al partito di estrema destra è diventato socialmente accettabile, con parte dell’élite economica e industriale che si sta preparando a una possibile partecipazione dell’AfD ai governi a livello regionale.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi
La co-leader dell’AfD Alice Weidel a Budapest (Ansa).

L’ultima bufera mediatica riguarda il miliardario berlinese Kurt Krieger. Nel 2024 aveva sovvenzionato il partito di Weidel e Chrupalla con solo 18 mila euro, ma è entrato nell’occhio del ciclone per aver sostenuto con convinzione le posizioni dell’AfD. La questione si inserisce nel dibattito più ampio sul rapporto tra il mondo economico tedesco e l’AfD, caratterizzato da un avvicinamento progressivo e sempre meno critico. Per Lobbycontrol il problema delle donazioni elevate, indipendentemente dal partito a cui sono destinate, è che rappresentano una porta d’accesso per influenzare la politica, erodendo la fiducia nelle istituzioni democratiche. Una tendenza che deve essere corretta.

Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile

Se la Germania sta progressivamente affondando – fra recessione economica, immobilità politica interna e insignificanza sul palcoscenico internazionale – il colpevole, almeno per i tedeschi, è uno solo: il cancelliere conservatore Friedrich Merz. Secondo i sondaggi nazionali e non solo, è praticamente impossibile trovare in circolazione un leader di governo peggiore. Persino la tanto bistrattata Coalizione Semaforo guidata dal suo predecessore socialdemocratico Olaf Scholz appare, a distanza, migliore di quello che sembrasse.

Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).

Merz sarebbe meno apprezzato anche di Trump

Stando a una recente indagine dell’istituto statunitense Morning Consult, Merz è tra i capi di governo meno popolari al mondo, dietro anche a presidenti come Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan: il 75 per cento degli intervistati tedeschi si è detto scontento del lavoro del cancelliere che da un anno guida la Große Koalition fra CDU e SPD, mentre solo il 20 per cento si considera soddisfatto. Dati simili, anzi peggiori, sono emersi dall’ultima ricerca tedesca, quella dell’istituto Forsa per conto della rete tv RTL, secondo cui il 78 per cento dei cittadini ha bocciato l’operato di Merz e solo meno di un quinto (il 18 per cento), ha espresso un giudizio positivo, tre punti in meno rispetto al sondaggio precedente.

Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile
Friedrich Merz e Donald Trump alla Casa Bianca, a marzo 2026 (Ansa).

L’AfD ha virtualmente superato la CDU

Merz è in caduta libera anche tra i suoi sostenitori e compagni di partito – la CDU che fu di Helmut Kohl e Angela Merkel, rimasti entrambi in carica per 16 anni – se è vero che la maggioranza ormai è contro di lui, come dimostrano sempre le percentuali del Trendbarometer di RTL. Il 52 per cento degli elettori conservatori lo critica, mentre per chi si è già allontanato dal partito il quadro è ancora più netto: l’86 per cento si è detto insoddisfatto dell’operato del decimo cancelliere della Repubblica Federale. Non è un caso che la CDU, ora data al 24 per cento, sia virtualmente la seconda forza a livello nazionale, superata dall’estrema destra dell’Alternative für Deutschland che tocca il 26 per cento. Paradossalmente il tanto temuto spostamento a destra di chi votava CDU è inferiore alle aspettative, dato che solo il 20 per cento di coloro che hanno abbandonato il partito voterebbe attualmente per l’AfD. La maggioranza si sta orientando verso altri lidi, dai Liberali della FDP alla sinistra, oltre ad allargare il bacino degli astensionisti.

Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile
La co-leader dell’AfD Alice Weidel a Budapest (Ansa).

I motivi della delusione degli elettori conservatori

I motivi per cui la stragrande maggioranza dei tedeschi mal sopporta l’attuale cancelliere sono stati rilevati proprio dai ricercatori di Forsa, secondo i quali un’ampia fetta dell’elettorato continua ad accusare Merz di parlare molto e fare poco, di non mantenere le promesse elettorali e di agire in modo incoerente: queste tre spiegazioni insieme rappresentano il 59 per cento delle risposte degli intervistati. Tra i sostenitori della CDU, la delusione su alcuni punti è significativamente maggiore rispetto all’elettorato generale: il 34 per cento è deluso dagli annunci grandiosi che poco hanno corrisposto alla realtà; il 18 per cento considera le sue azioni contraddittorie e il 24 per cento lo accusa di mancanza di leadership, rispetto al 13 per cento complessivo. Al netto della cornice interna e internazionale molto problematica, con il governo di Berlino che deve gestire varie crisi in contemporanea e le conseguenze delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, è chiaro però che Merz è per i tedeschi l’uomo sbagliato per risollevare la Germania.

Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile
Friedrich Merz (Ansa).

La GroKo si è rivelata un freno per le riforme

Finora le scelte in politica interna sono state dettate dai compromessi obbligati tra CDU e SPD, come per altro ci si aspettava, e la nuova riedizione della Große Koalition si è dimostrata più un freno che un acceleratore per le riforme necessarie (fisco, pensioni, riconversione industriale, ridefinizione dei mercati e via dicendo). Inoltre la tattica in politica estera è stata segnata per lo più dall’appiattimento alla linea di Israele sullo scacchiere mediorientale e dalla continuazione di quella finora infruttuosa portata avanti con l’Unione Europea e i Paesi volenterosi come Francia e Gran Bretagna per quel che riguarda la Russia. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti e che i sondaggi hanno tradotto in numeri. Resta da vedere quindi se agli ultimi proclami di Merz relativi alla primavera delle riforme seguiranno davvero cambiamenti radicali o se già il prossimo autunno il tandem fra conservatori e socialdemocratici crollerà, quando le tre elezioni regionali nell’Est del Paese (il 13 settembre si terranno le Comunali in Bassa Sassonia, il 20 le doppie elezioni nel in Meclemburgo-Pomerania e nella città-Stato di Berlino) confermeranno l’AfD come prima forza facendo saltare anche la cancelleria. 

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica

La guerra del Golfo sta dimostrando quanto in materia energetica l’Europa sia un po’ schizofrenica: se Bruxelles aveva deciso nel 2025 l’abbandono definitivo dell’import di gas dalla Russia entro la fine del 2027, i primi mesi del 2026 hanno segnato al contrario un’accelerazione delle importazioni, soprattutto di Gnl (gas naturale liquefatto) attraverso le navi cisterna, ma anche di quelle tramite gasdotti, come Turkstream.

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan con Vladimir Putin (foto Ansa).

Nel 2026 già aumentate del 17 per cento le importazioni di Gnl

Il nuovo conflitto ha rilanciato ulteriormente le forniture russe, tanto che nel primo trimestre del 2026 i Paesi europei hanno aumentato del 17 per cento le importazioni di Gnl rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo quota 5 milioni di tonnellate. E 1,5 milioni di queste sono state acquistate a marzo, periodo in cui Stati Uniti e Israele hanno iniziato ad attaccare l’Iran, che ha risposto con la chiusura dello Stretto di Hormuz, provocando la crisi che sta allarmando mezzo mondo.

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Lo stretto di Hormuz.

È stato calcolato che gli Stati dell’Unione europea hanno speso circa 2,88 miliardi di dollari per il Gnl russo nei primi tre mesi dell’anno. E alla luce degli sviluppi in corso c’è da aspettarsi che le casse del Cremlino continueranno a ricevere quei soldi, nonostante i vecchi propositi che però davanti al rischio di shock energetico stanno andando a farsi benedire.

Bruxelles aveva previsto delle clausole di salvaguardia

In realtà la decisione presa a Bruxelles nel 2025 ha lasciato anche la porta aperta per le retromarce in momenti di difficoltà, con il regolamento europeo sul blocco dell’import che contiene una sorta di clausola di salvaguardia nel caso in cui la sicurezza dell’approvvigionamento di uno o più Stati membri dovesse essere seriamente minacciata. In tali circostanze, la Commissione europea potrebbe consentire infatti ai Paesi interessati di sospendere i divieti di importazione di gas.

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
Ursula von der Leyen (Imagoeconomica).

L’Ue nel 2025 ha importato comunque da Mosca Gnl per un valore di circa 7,4 miliardi di euro, circa il 3 per cento in meno del 2024. In compenso è cresciuto l’import dagli Stati Uniti, per un valore di circa 24,2 miliardi di euro nel 2025, oltre la metà di quello complessivo di 46 miliardi.

Il cambio di rotta era stato deciso per emanciparsi da Mosca

Il cambiamento di rotta dei Paesi Ue, iniziato nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, è stato motivato appunto con la necessità di emanciparsi da Mosca, diventando teoricamente meno vulnerabili, e di mettere quindi i bastoni tra le ruote alla Russia, rendendo difficoltoso il finanziamento della guerra attraverso la riduzione dell’esportazione di idrocarburi.

Putin ha subito ridiretto i flussi verso Oriente

Alla prova dei fatti, il piano di Bruxelles non sta funzionando granché, sia perché il Cremlino dopo il blocco europeo, cominciato con il sabotaggio del gasdotto Nord Stream nel 2022 a opera di un commando ucraino, ha ridiretto i flussi verso Oriente e ha accresciuto la quota di export di Gnl verso l’Europa; sia perché la crisi del Golfo, non proprio imprevedibile dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca che poi si è unito in tandem bellico con Israele, ha messo in evidenza quanto il mercato conti in realtà più della geopolitica: e non è un caso, con mezza Europa adesso alla canna del gas, che si moltiplichino le voci di chi vuole riaprire all’import russo.

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
Sabotaggio ai gasdotti Nord Stream.

Se da un lato la posizione dogmatica dell’Ue è controproducente, dall’altro è altrettanto evidente che la soluzione di sostituire il gas russo, per così dire “sporco di sangue”, con quello non certo lindo di altri Paesi non proprio conosciuti per essere modelli di democrazia e diritti civili, dal Qatar all’Azerbaigian, passando per l’Algeria, è frutto di doppi standard discutibili.

In Germania aumentano le voci pro apertura, non solo a destra

Ecco dunque che in Germania, il Paese che con le bombe ucraine nel Baltico ha subito un attacco senza precedenti proprio da un alleato, non solo l’opposizione di estrema destra dell’Alternative für Deutschland chiede la fine delle sanzioni contro Mosca, ma vogliono la riapertura di Nord Stream a guerra finita anche alcuni alleati del cancelliere Friedrich Merz, come il governatore della Sassonia e compagno di partito Michael Kretschmer.

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
Friedrich Merz (Ansa).

In Italia si è fatto sentire anche Descalzi di Eni

In Italia, dove la Lega di Matteo Salvini ricalca le posizioni dei partiti filorussi di governo e opposizione in mezza Europa, è stato per ultimo l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi a invocare la sospensione dell’embargo europeo sul gas russo per riportare ordine e quiete nei mercati sottosopra.

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con Claudio Descalzi (foto Imagoeconomica).

Rimangono ancora le resistenze di Commissione e governi volenterosi

Paesi come Belgio e Spagna, con governi conservatori e progressisti, rimangono i maggiori importatori di Gnl russo, insieme a quelli della Mitteleuropa, tipo Ungheria (anche se da ora in poi non ci sarà più Viktor Orbán) e Slovacchia. La rimessa in sesto di Nordstream, con la parallela riattivazione dei gasdotti che attraversano Polonia e Ucraina, consentirebbe all’Unione europea una maggiore diversificazione e potrebbe favorire la stabilizzazione dei prezzi in un mercato internazionale condizionato comunque dai conflitti in corso. Facile più a dirsi che a farsi, viste le resistenze di Commissione e governi volenterosi, in primis Berlino e Parigi. Almeno fino a contrordine.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco

La crisi energetica che sta sconquassando i mercati mondiali, con grandi interrogativi sull’approvvigionamento e i costi futuri, soprattutto per Europa e Asia, è la seconda nel giro di pochi anni: se nel 2022 l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte di Mosca aveva dato il via al disaccoppiamento tra i Paesi dell’Ue e la Russia, il conflitto in Medio Oriente sta nuovamente rimescolando le carte ovunque, evidenziando la vulnerabilità delle vie per le forniture dagli Stati del Golfo. In questo contesto, da un lato Mosca è riemersa come produttrice ed esportatrice di gas e petrolio, pronta a supplire ai deficit in Cina e in India, dall’altro è cresciuta l’importanza strategica dei Paesi dell’Asia centrale, come Turkmenistan e Kazakistan, che già da tempo hanno avviato una politica energetica multivettoriale, con un occhio all’Europa e uno all’Asia. I due Stan più ricchi di idrocarburi, insieme all’Uzbekistan, sono ormai al centro del Grande Gioco, non solo energetico, cominciato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Una raffineria in Germania (Ansa).

Il Kazakistan e le relazioni con la Russia

Da oltre tre decenni, le autocrazie centroasiatiche hanno sviluppato stabili rapporti a Est e a Ovest, mantenendo comunque buone relazioni con la Russia, e il loro ruolo per i rifornimenti energetici su tutte le direttrici è progressivamente aumentato. Il Kazakistan, insieme con i più poveri Kirghizistan e Tagikistan, è tra le ex repubbliche sovietiche più vicine a Mosca, a cui è legata attraverso la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), l’Unione Economica Eurasiatica (Uee) e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), dove è presente anche la Cina. Con circa 30 miliardi di barili è al 12esimo posto per le riserve di petrolio a livello mondiale.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Da sinistra, il bielorusso Lukashenko, il kazako Tokaev, il kirghizo Sadyr Japarov, Vladimir Putin, il tagiko Rahmon e il segretario generale del CSTO Imangali Tasmagambetov (Ansa).

Buona parte dell’export turkmeno è indirizzato a Pechino

Il Turkmenistan, più isolato, rigido e orientato a una politica estera di neutralità permanente, detiene invece circa 19.500 miliardi di metri cubi di riserve accertate di gas naturale, principalmente nel giacimento di Galkinish, ed è tra i primi Paesi produttori al mondo dopo Russia, Iran e Qatar. Attualmente la maggior parte dell’export turkmeno è destinata a Pechino, mentre quantità minori finiscono agli Emirati Arabi Uniti, all’Oman e alla Turchia.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov e Xi Jinping a Pechino, settembre 2025 (Ansa).

La regione ex sovietica dell’Asia centrale è entrata nella sfera di interesse dell’Unione europea e dell’Occidente proprio perché ricca di risorse e lo scorso anno si è tenuto il primo vertice tra Asia centrale e Ue a Samarcanda, in Uzbekistan, che ha segnato l’avvio di un partenariato strategico. Bruxelles ha promesso investimenti per 12 miliardi di euro per accelerare la cooperazione in vari settori, dall’energia alle infrastrutture.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov (Ansa).

Il ruolo centrale degli Stan nel Corridoio medio

Gli Stan sono fondamentali anche per il cosiddetto Corridoio medio, la rotta di trasporto internazionale transcaspica che collega la Cina e l’Europa aggirando la Russia. Rilevanti per l’Ue, in particolare per le questioni di gas e petrolio, sono tra il Caspio e il Mediterraneo altre due ex repubbliche sovietiche, la Georgia e l’Azerbaigian, dove già passano pipeline come la Btc (Baku-Tbilisi-Cheyan), e anche la Turchia. Negli ultimi anni si è assistito a un’intensificazione della cooperazione fra Azerbaigian e i Paesi dell’Asia centrale su progetti energetici, con il rafforzamento della regione come snodo di transito tra Asia ed Europa.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il terminal turco della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Ansa).

L’Asia centrale torna al centro del Great Game

La guerra nel Golfo ha insomma ha rilanciato il Great Game di kiplinghiana memoria in versione Terzo millennio, con Russia, Cina ed Europa a contendersi l’influenza e le risorse di un’area che è, relativamente, periferica rispetto agli accadimenti sulla scacchiera mondiale, ma che racchiude il potenziale per nuovi conflitti, militari ed economici. Gli stessi Stan sono regimi autocratici destinati a trasformarsi, seguendo esempi anche non propriamente pacifici, come già accaduto nei decenni passati tra rivoluzioni e guerre civili: i cambiamenti degli equilibri interni potranno riflettersi quindi anche su quelli internazionali, condizionandoli a favore e sfavore degli attori esterni. Resta quindi da capire chi sul lungo periodo avrà la meglio: al momento sono Cina e Russia a stare davanti all’Europa, poi si vedrà.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania

L’Europa ha aumentato le sue importazioni di armi del 210 per cento tra il 2021 e il 2025, diventando il maggiore compratore mondiale. Il legame con la guerra in Ucraina è evidente, visto che è proprio Kyiv il maggiore acquirente su scala internazionale, mentre gli Stati Uniti, che fino all’avvento di Donald Trump erano stati i più generosi supporter dell’ex repubblica sovietica nel conflitto con la Russia, hanno consolidato la loro posizione di principale esportatore. Questi sono i risultati principali del rapporto annuale del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), che ha evidenziato come i trasferimenti globali di armamenti siano aumentati del 9,2 per cento tra il 2021 e il 2025 rispetto allo stesso periodo dal 2016 al 2020. Una delle novità più importanti riguarda la Germania, diventata il quarto esportatore al mondo, superando la Cina e dietro Francia e Russia. L’industria bellica tedesca ha saputo reagire in maniera rapida alla guerra in Ucraina grazie alla flessibilità di colossi come Rheinmetall, accompagnando la tendenza al riarmo nelle capitali europee voluta con fermezza dalle élite politiche continentali.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Il logo Rheinmetall (Ansa).

La guerra in Medio Oriente darà nuovo impulso ai produttori

Secondo il Sipri il conflitto fra Kyiv e Mosca ha provocato la reazione dei Paesi europei, che stanno acquistando ancora più armi di quanto avessero già pianificato prima del 2022. E a questo si aggiunge la preoccupazione per gli sviluppi in altre parti del mondo, con l’incertezza sulla misura in cui gli Usa difenderebbero i loro partner della Nato in caso di crisi allargata. Complessivamente, il 32 per cento di tutte le forniture di armi è andato agli Stati europei e, secondo gli analisti svedesi, è improbabile che la situazione cambi, visto che comunque l’acquisto di armi a stelle e strisce contribuisce a rafforzare le relazioni transatlantiche a lungo termine. Le crescenti tensioni internazionali e l’attuale guerra in Medio Oriente aumenteranno ulteriormente la domanda di armi, con nuovo slancio per i produttori.

Le quotazioni in Borsa a Francoforte: da Gabler a Vincorion

La Germania, con il cancelliere Friedrich Merz che ha più volte ripetuto di voler allestire entro il 2030 il più forte esercito convenzionale in Europa, Rheinmetall rappresenta solo la punta di un iceberg la cui base si sta facendo sempre più larga. E Armin Pappenberg, il ceo del gigante di Düsseldorf che ha già pronosticato in maniera interessata che la guerra in Ucraina non finirà quest’anno, sta facendo scuola. All’inizio di questa settimana il Gruppo Gabler, fornitore di equipaggiamenti per sottomarini, è entrato in Borsa a Francoforte, settima azienda del settore della difesa a essere quotata, dopo Rheinmetall, Hensoldt, Renk, Airbus, Knds e Thyssenkrupp Marine Systems. Si tratta in realtà di una piccola società, attualmente valutata circa 266 milioni di euro, le cui azioni emesse a 44 euro sono salite del 10 per cento al primo giorno di contrattazioni. Secondo la società di consulenza Ey si prevedono altre entrate sulla piazza di Francoforte nei prossimi mesi, tra cui quella di Vincorion, azienda che fornisce soluzioni per i sistemi di alimentazione di carri armati e aerei. L’offerta pubblica iniziale (Ipo) è prevista prima di Pasqua e secondo fonti interne è valutata oltre 1 miliardo di euro.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Armin Papperger (foto Ansa).

Merz si è allineato con Trump e Netanyahu

Berlino continua inoltre a esportare armi verso Israele, dopo lo stop parziale dello scorso anno che era durato un paio di mesi; la ripresa delle forniture era stata già criticata da Amnesty International, che aveva evidenziato come il traffico continuasse a violare il diritto internazionale, dato che secondo l’organizzazione umanitaria la comunità mondiale, e quindi anche il governo di Merz, ha l’obbligo legale di impedire il genocidio nella Striscia di Gaza e deve adottare misure per porvi fine. Il cancelliere tedesco però pare essere sordo agli appelli di Amnesty e con l’avvio della nuova guerra in Medio Oriente, come ha dimostrato la sua ultima visita alla Casa Bianca, si è messo in linea con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, dando poco peso alle questioni del diritto internazionale e la precedenza invece alla legge del più forte. Facendo così l’ennesimo favore a Papperger e ai piccoli Lords of War che in Germania si stanno moltiplicando.  

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Friedrich Merz stinge la mano a Donald Trump (foto Ansa).

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio

La guerra in Medio Oriente è anche una guerra energetica, al pari di quella in Ucraina e di altre prima di queste. Il controllo della produzione e delle vie di esportazione di gas e petrolio è fondamentale per determinare vantaggi ed esiti nella cornice di conflitti allargati e confronti più ristretti in ogni angolo del mondo, dal Venezuela all’Iran. L’energia può essere un’arma, uno strumento di pressione, ma anche un obiettivo, un bersaglio: il gasdotto Nord Stream, arteria di collegamento diretta sotto il Mar Baltico tra la Russia e la Germania, è stato fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, dando il via al processo di disaccoppiamento tra Mosca e Unione europea. Oggi i pasdaran controllano lo stretto di Hormuz, condizionando i mercati globali, e prendono di mira petroliere e navi cisterna.

La Baku-Tbilisi-Ceyhan è una delle maggiori pipeline della regione

Non solo: i droni arrivati in Azerbaigian, uniti ai rumors che circolano nel marasma della propaganda, indicano che una delle maggiori pipeline della regione, la Btc (BakuTbilisiCeyhan), sarebbe già nei radar iraniani. Questione di tempo. La Btc non è un semplice oleodotto, ma un progetto politico-economico occidentale partito già negli Anni 90 per bypassare la Russia. Trasporta il greggio dai giacimenti azerbaigiani del bacino del Mar Caspio, attraverso la Georgia, al porto mediterraneo di Ceyhan, nella Turchia meridionale, ed è uno snodo chiave per l’esportazione verso i mercati europei. È controllato dal colosso energetico britannico BP, che ne detiene la quota maggiore, pari al 30 per cento. Fornisce inoltre circa un terzo del petrolio che arriva in Israele e anche per questo è un obiettivo ideale per Teheran.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Da sinistra l’ex presidente turco Ahmet Necdet Sezer, l’ex presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, il premier turco Tayyip Erdogan e l’ex ceo del gruppo BP John Browne all’inaugurazione della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc) nel 2006 (foto Ansa).

Il precedente dell’oleodotto Druzhba, attualmente fuori uso

Come per Nord Stream, anche per la Btc basterebbe una minima operazione chirurgica per provocare un terremoto gigantesco: le pipeline, dappertutto, sono obiettivi sensibili e facili da colpire. E non è certo un caso che siano sempre più nel mirino. L’ultimo esempio è stato quello dell’oleodotto Druzhba, che passa dalla Russia verso l’Europa occidentale attraverso l’Ucraina, attualmente fuori uso, con Kyiv e Mosca che si accusano a vicenda del sabotaggio, mentre un paio di Paesi, come Ungheria e Slovacchia, rischiano di rimanere a secco.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
L’oleodotto Druzhba (foto Ansa).

La vulnerabilità degli Stati che dipendono in maniera eccessiva da petrolio e gas è il problema maggiore che emerge quando le bombe colpiscono i tubi e riguarda non solo un pugno di nazioni direttamente interessate, ma mezzo mondo, come sta dimostrando il blocco dello stretto di Hormuz.

Dal 2022 l’Europa diversifica le vie di approvvigionamento

Se l’Europa dal 2022 ha cominciato a diversificare le vie di approvvigionamento, cambiando dal petrolio e dal gas russo a quelli di altri Paesi, dalla Norvegia ai Paesi del Golfo, passando per quelli dell’ex Urss come Azerbaigian o Kazakistan, si ritrova adesso davanti a sconvolgimenti, non proprio imprevedibili, che ne evidenziano la miopia.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
I lavori nel 2003 per l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (foto Ansa).

Troppa insistenza sulle energie fossili rispetto a rinnovabili e nucleare

Non è solo la questione del passaggio all’import da regioni e Paesi altrettanto a rischio e altrettanto poco democratici come la Russia, ma dell’insistenza sulle energie fossili rispetto a quelle rinnovabili e anche al nucleare. Il Green Deal perseguito da Bruxelles, farcito di petrolio azero e di gas dal Qatar, non è solo un’illusione e una presa in giro, ma una vera zappa sui piedi.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Ursula von der Leyen (foto Ansa).

Se ne stanno accorgendo tutti in questi giorni e a infilare il dito nella piaga ci ha pensato la Russia di Vladimir Putin, che se da un lato sta approfittando del rialzo dei prezzi degli idrocarburi per dare respiro alle casse dello Stato, dall’altro ha annunciato di voler chiudere del tutto la pratica europea, anche prima del 2027 come previsto da Bruxelles, e spostare verso l’Asia anche il residuo export di gas e petrolio che giunge ancora in Europa.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Matrioske con le immagini di Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Adesso non ci sono emergenze, ma le riserve per il prossimo anno?

In realtà non ci sono emergenze, perché l’inverno è finito, ma, soprattutto per il gas, ci si pone la domanda sulle riserve per il prossimo anno, con gli impianti di stoccaggio ormai vuoti: verranno sicuramente riempiti con più gas norvegese e Gnl statunitense, in attesa di vedere come andranno le cose nel Golfo, però i costi saranno elevati. Anche per questo nella Germania ancora in recessione c’è chi chiede una revisione dei rapporti con la Russia, quando la guerra in Ucraina sarà finita, e la ripresa delle importazioni anche via Nord Stream, una volta rimesso in sesto.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso

Quando nel 2003 gli Stati Uniti di George W. Bush invasero l’Iraq per eliminare Saddam Hussein, accusato di nascondere armi di distruzione di massa, l’allora cancelliere tedesco Gerhard Schröder tenne fuori la Germania dalla guerra: Berlino non credette alle prove contraffatte e sventolate alle Nazioni Unite dal generale Colin Powell e lasciò che Washington, insieme con quella che allora era stata denominata la coalizione dei volenterosi, Italia inclusa, si imbarcasse in un conflitto terminato con il ritiro ufficiale del 2011. Da allora abbiamo collezionato un’altra manciata di guerre, dalla Libia alla Siria, passando per l’Ucraina e il Medio Oriente, e il nuovo cancelliere Friedrich Merz ha riposizionato il Paese nel rapporto di vassallaggio nei confronti degli Usa, modificando anche la linea più autonoma che per tre lustri era stata tenuta da Angela Merkel, saltata completamente nel 2022 dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Una vecchia foto di Gerhard Schroder e George Bush. Alle loro spalle il presidente francese Jacques Chirac (foto Ansa).

Germania costretta a inseguire le mosse di Trump

Merz, nonostante l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, ha mantenuto quindi ferma la barra dell’atlantismo, sempre subordinato nella sostanza alle strategie internazionali dettate da Washington, con solo qualche spazio di facciata riservato a elementi di diversificazione: al di là cioè della volontà espressa di un ruolo autonomo e crescente anche al di fuori dell’Unione Europea, la Germania ha perso in definitiva peso su ogni teatro internazionale, costretta a inseguire le mosse di Trump e incapace, sia per sé che come presunto Paese guida dell’Ue, di imporre le sue priorità. In qualche piccolo sussulto d’orgoglio, come durante la Conferenza di Monaco di metà febbraio, ha detto che «l’ordine mondiale del Dopoguerra non esiste più» e che «la battaglia culturale Maga non è la nostra». Poi però in concreto le cose vanno diversamente.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso

Gli esempi sono tanti. In quest’ultimo anno si può partire dai falliti ultimatum a Vladimir Putin sulla scacchiera ucraina, con il Cremlino che non ha mai tenuto in considerazione le proposte né di Berlino né di Bruxelles, mentre le trattative per la pacificazione sono state dettate sull’asse Mosca-Washington.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Vladimir Putin (Ansa).

C’è stata poi l’immobilità sulla crisi mediorientale, con i tedeschi nel ruolo di spettatori di fronte alle decisioni unilaterali di Usa e Israele. Dopo l’inizio della nuova guerra in Iran e gli attacchi che hanno eliminato l’ayatollah Ali Khamenei, Merz non si è espresso certo sulla legittimità dei bombardamenti e anzi li ha sostanzialmente avallati, condannando le reazioni di Teheran.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
L’ayatollah Ali Khamenei (Imagoeconomica).

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Netanyahu criminale di guerra? A Merz non importa

Se Berlino è sempre stata piegata a Washington e Tel Aviv, in questi giorni è ancora più evidente quanto i legami siano stretti e quali siano appunto i rapporti di forza. Merz, che nel 2025 è stato l’unico leader europeo a far visita a Benjamin Netanyahu da quando la Corte penale dell’Aja ha dichiarato il premier israeliano criminale di guerra e ne ha richiesto l’arresto, è sempre asservito ai voleri di Trump, con il quale di fatto non si vuole contrapporre, se non con qualche spunto dialettico. Merz tra l’altro è volato a Washington, dove il 3 marzo ha in programma un incontro proprio con Trump. Il faccia a faccia era programmato da tempo, ma – anche qui – vede il tedesco come primo leader europeo negli Usa dopo l’attacco americano e israeliano all’Iran.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz con il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Ansa).

La linea diplomatica del cancelliere, adottata nelle sue visite a Washington così come in quella a Pechino a fine febbraio 2026, quando ha incontrato Xi Jinping, è improntata insomma al pragmatismo e volta a mantenere salde alleanze storiche e strategiche.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz con Xi Jinping a Pechino (foto Ansa).

I viaggi tra India, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita

Da questo punto di vista si spiega la ricerca di partnership economiche e industriali più strette sia con Pechino sia con Nuova Delhi o i Paesi del Golfo. Merz all’inizio di quest’anno è volato in India, in Qatar, negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe Mohammad bin Salman, non proprio un campione di democrazia, accusato nel 2019 dalla commissione speciale delle Nazioni Unite guidata da Agnès Callamard di essere il mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista ucciso nel 2018 a Istanbul.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz e l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al Thani (foto Ansa).

La stessa Callamard accusò l’allora cancelliera Merkel di complicità con l’Arabia Saudita per non aver fatto abbastanza a livello internazionale per risolvere il caso. Fin qui in sostanza nulla di nuovo, nel senso che Merz non ha fatto altro che proseguire la strada aperta dai suoi predecessori, anche dal primo cancelliere della Germania riunificata, Helmut Kohl, il primo a puntare per esempio sulla Cina.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Angela Merkel e, sullo sfondo, una foro di Helmut Kohl (foto Ansa).

La grande differenza rispetto a prima? La rottura con la Russia

C’è però una differenza nella politica estera di Merz e quella di Kohl, Schröder e di Merkel, e cioè la rottura con la Russia, diventata per la Germania un nemico presente e futuro. L’invasione dell’Ucraina ha tranciato i rapporti tra Mosca e Berlino, facendo però emergere anche i doppi standard tedeschi ed europei, con il richiamo a corrente alternata al diritto internazionale. Il rischio, con le conseguenze del conflitto appena scoppiato in Medio Oriente che sono ancora tutte da valutare, è che la passività del cancelliere non rimanga solo una questione politica con leggeri riflessi economici sul Paese, ma si trasformi in un disastro che può trascinare la Germania ancor più in basso della recessione che sta affrontando.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

Armin Papperger è un distinto signore di 63 anni, nato in Baviera e laureatosi in ingegneria meccanica a Duisburg, in quella che allora era Germania Ovest. Poco dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 è entrato in Rheinmetall, colosso degli armamenti tedesco, dove ha trascorso praticamente tutta la sua carriera, ricoprendo vari incarichi. Nel 2012 è diventato membro del consiglio di amministrazione e un anno dopo è stato nominato al vertice dell’intero gruppo. Non solo: il ceo forse meno appariscente del panorama manageriale in Germania è diventato nel frattempo anche il maggiore azionista privato di Rheinmetall. Il titolo della società, complici venti di guerra che in tutto il mondo si sono rafforzati da tempo, è tra i migliori sulla piazza tedesca. Nel 2025 è cresciuto del 154 per cento, una cifra superiore a quella di qualsiasi altra azienda quotata a Francoforte e, negli ultimi cinque anni, il prezzo delle azioni è aumentato di oltre il 1.700 per cento.

Il piano russo per ucciderlo e la fortuna accumulata

Papperger, tra l’altro, secondo la Cnn finì anche nel mirino di un presunto piano russo che puntava a ucciderlo, visto che riforniva di armi Kyiv. In una recente intervista a un magazine di settore, ha ammesso candidamente di «aver accumulato un bel po’ di soldi». Quanti di preciso è difficile calcolare, anche se – visto che ha detto di acquistare azioni da 35 anni e dal 2017 le sue attività di trading presso l’azienda sono pubbliche – si parla di almeno 170 mila azioni da allora: solo questa partecipazione vale adesso circa 270 milioni di euro. L’ultimo acquisto, per circa 3 milioni, è stato fatto alla fine del 2025, dopo che il titolo aveva raggiunto il minimo dell’anno a 1.421 euro: in questi giorni vale 1.700.

Capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro

A novembre i colloqui di pace sul conflitto in Ucraina avevano appena preso slancio e il prezzo delle azioni di Rheinmetall era crollato brevemente di circa il 20 per cento, per poi ovviamente risalire. Gli azionisti privati di Rheinmetall sono oltre un quarto del totale, esattamente il 27 per cento, secondo i numeri del 2024, e con un’attuale capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro, le quote valgono quasi 20 miliardi di euro. Armin Papperger guida insomma un gruppo che sta incassando sempre più dividendi grazie ai conflitti in mezzo mondo, in maniera legale e trasparente, dato che i membri del consiglio di amministrazione delle società quotate in Borsa sono tenuti a dichiarare quando acquistano azioni della propria azienda.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

Massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali

Quando Papperger è entrato in carica come ceo di Rheinmetall, il prezzo per un titolo era di 37 euro, poi è arrivata la prima guerra in Ucraina nel 2014 e successivamente quella su larga scala dal 2022, con il gigante di Düsseldorf che ha preso il volo. Le minacce rappresentate dalla Russia per l’Europa e da altri nel mondo, dalla Cina all’Iran passando per la Corea del Nord, si sono trasformate in forza trainante per i massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali, Germania in primis.

Soliti rapporti opachi fra gruppi industriali militari e politica

Nulla di nuovo, in realtà, con la solita opacità sui rapporti fra gruppi industriali militari e politica e i risvolti economici e finanziari delle guerre. Se ai tempi di Adolf Hitler i colossi come Rheinmetall, Ig Farben, Siemens o Krupp fecero quindi la loro parte, adesso i meccanismi sono gli stessi: Papperger vuol fare della società di Düsseldorf un campione dell’industria bellica in grado di competere con i giganti statunitensi del settore.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

L’alleanza con Leonardo per produrre carri armati

Oggi Rheinmetall impiega circa 40 mila persone. E si prevede che questo numero salirà a 70 mila entro i prossimi due o tre anni, con un fatturato quintuplicato entro il 2030. Per questo il disinvolto amministratore delegato punta alla rapida espansione. Nel mirino a breve termine ci sono tra l’altro l’acquisizione della divisione cantieristica navale del Gruppo Lürssen, una joint venture con Lockheed Martin per la costruzione di componenti aeronautici per il caccia F-35, una collaborazione con la start up statunitense Anduril nella produzione di droni e un’alleanza per la produzione di carri armati con l’italiana Leonardo. Fondamentale nel progetto del lord of war bavarese, che coincide con quello degli altri suoi colleghi e di parte delle élite politiche occidentali, è che da qualche parte nel mondo, e ancor meglio anche alle porte dell’Europa, le guerre continuino.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo

Recentemente a Stoccarda la Cdu ha rieletto Friedrich Merz come suo presidente. Al congresso il cancelliere ha incassato il 91,2 per cento dei voti, migliorando il risultato rispetto al 2024. Una cifra molto positiva, che arriva esattamente un anno dopo la vittoria dei conservatori alle elezioni anticipate del 2025. In realtà all’interno del primo partito di governo le cose non vanno proprio come dovrebbero, anche se Merz è riuscito nel mantenere unite le correnti, salvando la facciata. Gli ultimi 12 mesi sono stati per la Cdu e la Spd, che guidano il Paese a braccetto nella Große Koalition, non privi di difficoltà e la Germania, nonostante le promesse di cambiamento e rilancio, è ancora ferma al palo.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Friedrich Merz (Ansa).

Merz assicura che il 2026 sarà l’anno della ripartenza

Lo stesso cancelliere a Stoccarda ha ricordato di essere finito nel mirino per obiettivi definiti eccessivamente ambiziosi e per non aver soddisfatto le aspettative. «Forse non abbiamo chiarito abbastanza rapidamente, dopo il cambio di governo, che non saremmo stati in grado di realizzare questo enorme sforzo di riforme dall’oggi al domani», ha ammesso Merz, cercando di giustificare l’immobilità politica e le difficoltà economiche attuali. Così ha ri-promesso che questo sarà l’anno della ripartenza. Il problema è che sino a ora a livello concreto poco è stato fatto e le riforme annunciate, dalla sanità alle pensioni, passando per il fisco e tutti i provvedimenti teorizzati per rilanciare l’economia, devono ancora essere messe in atto.

L’industria accusa la Groko di perdere tempo

Intanto la protesta dell’industria si fa sempre più forte e, come ha ben sintetizzato Jörg Krämer, capo economista della Commerzbank, «lo Stato spende molti soldi, ma le aziende non ottengono le riforme di cui hanno bisogno». Il rischio maggiore per la crescita economica tedesca sta proprio nella mancanza di consenso all’interno del governo federale sull’urgenza delle riforme strutturali. Insomma, Cdu e Spd stanno perdendo tempo, mentre il Paese barcolla.

L’incognita delle regionali e l’avanzata dell’AfD

Non solo: le elezioni regionali in vista quest’anno, le prime in Baden Württenberg l’8 marzo, potranno intaccare la già precaria stabilità della Grande Coalizione. L’avanzata della destra radicale dell’Alternative für Deutschland, a Est come a Ovest, pone pesanti incognite sul futuro. Finora l’AfD è rimasta ai margini dei giochi politici, con i partiti tradizionali fermi nella sua esclusione da ogni alleanza, ma è proprio nella Cdu di Merz che da tempo serpeggiano i dubbi sulla conventio ad excludendum; il cancelliere durante il congresso ha respinto categoricamente qualsiasi ammorbidimento della posizione attuale nei confronti dell’AfD, ma non ha affrontato il vero problema: secondo gli ultimi sondaggi delle elezioni regionali autunnali in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e in Sassonia-Anhalt, i partiti centristi (Cdu, Spd, Verdi e Liberali) non avrebbero la maggioranza senza l’AfD o la Linke, il partito della sinistra estrema. Per Merz, che ha escluso qualsiasi cooperazione con entrambe le formazioni, il rebus dunque rimane.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).

La Spd arretra in Baden-Württenberg e per Merz non si mette bene

Per l’appuntamento in Baden Württenberg le prospettive sembrano migliori. I numeri della vigilia che danno la Cdu stabile intorno al 29 per cento, anche se il vantaggio rispetto ai Verdi, molto forti nella regione, è andato via via sfumando e dai 16 punti del 2024 è passato alla manciata attuale, con i Grünen che viaggiano sul 23 per cento, trainati dal candidato di punta Cem Özdemir, ex leader dei Verdi e ministro Federale dell’Agricoltura, che mira a succedere a Winfried Kretschmann, collega di partito e attuale governatore a Stoccarda.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Cem Ozdemir (Ansa).

Se i Verdi in Baden-Württemberg sono lontani dal loro risultato record del 32,6 per cento alle elezioni del 2021, anche qui l’AfD, sebbene non pericolosa per le alleanze locali, è data in ascesa e col 20 per cento e raddoppierebbe il risultato del partito rispetto a quattro anni fa quando prese il 9,7 per cento. Gli estremisti di destra non sono ai livelli dell’Est, dove il partito di Chrupalla e Weidel velegfia oltre il 30-35 per cento, ma hanno costituito ormai uno zoccolo duro che va oltre la semplice protesta. Le Regionali dell’8 marzo segneranno con grande probabilità un altro arretramento dei socialdemocratici, in caduta libera sotto il 10 per cento, e un indebolimento ulteriore del secondo partito di governo a Berlino. Per il cancelliere Merz non è proprio un buon viatico per i progetti di coalizione che in autunno, in caso di due trionfi dell’AfD in Meclemburgo e Sassonia, potranno saltare definitivamente con la fine della Groko. 

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei

Mentre sul campo si continua a combattere, i negoziati diretti fra Russia e Ucraina proseguono sotto traccia. Volodymyr Zelensky ha annunciato un possibile nuovo round negli Usa la prossima settimana, il 17 o 18 febbraio, anche se non è ancora chiaro se Mosca parteciperà o meno. In quell’occasione, ha spiegato il presidente ucraino, si discuterà la proposta statunitense di creare una zona cuscinetto nel Donbass. Idea che non convince né l’Ucraina né la Russia. Il Cremlino resta fermo sulle sue posizioni: prendersi l’intera regione, comprese le aree non ancora conquistate, mentre Kyiv insiste per un congelamento della linea del fronte. L’Ucraina si dice poi pronta a indire le elezioni solo dopo un «cessate il fuoco» e dopo aver ottenuto delle «garanzie di sicurezza».

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Volodymyr Zelensky (Ansa).

La diplomazia torna ad avere un ruolo nei negoziati

L’accelerazione impressa dagli Stati Uniti, confermata nei primi colloqui trilaterali ad Abu Dhabi di fine gennaio, ha però dato una nuova piega alle trattative, che lontano dai riflettori potrebbero essere arrivate a un punto decisivo. Nonostante tutto, dunque, la diplomazia pare giocare un ruolo fondamentale nella risoluzione del conflitto. I ruoli al tavolo delle contrattazioni sono ormai consolidati: la Casa Bianca, che dall’arrivo di Trump si è via via sfilata la veste di prima alleata dell’Ucraina, è ora la principale mediatrice nella discussione con i due contendenti, con un occhio, o forse tutti e due, ai propri interessi, economici e politici, non ultimo usare un eventuale accordo in chiave elettorale in vista delle midterm. Il disimpegno statunitense è stato invece certificato dai dati appena pubblicati dall’Istituto tedesco per l’economia di Kiel, che attraverso l’Ukraine Support Tracker dal 2022 controlla i flussi di aiuti occidentali all’Ucraina.

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Donald Trump (Ansa).

Si intensifica la mediazione svizzera

Cremlino e Bankova sono impegnati invece nel confronto diretto cercando di far valere le proprie posizioni, con la situazione sul terreno ancora favorevole a Mosca. A margine si collocano gli altri attori: da una parte i volenterosi europei che appoggiano apertamente l’Ucraina, dall’altra alcuni Paesi, come la Svizzera, che ultimamente hanno rilanciato la carta del dialogo e della mediazione politica. Non è stato un caso che Ignazio Cassis, capo del dipartimento degli Affari esteri della Confederazione e presidente di turno dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, la scorsa settimana abbia fatto il pendolare fra Kyiv e Mosca per sondare gli spazi d’intesa. Berna, che già nel 2023 con la conferenza per la pace al Bürgenstock aveva tentato di tracciare un percorso risolutivo, è di nuovo alla ricerca di una mediazione che sia davvero efficace. La volontà è quella di fare da spalla sia alla politica statunitense, tentando di caricare maggiore responsabilità sulle organizzazioni internazionali come l’Osce, che già ha avuto compiti di monitoraggio dopo gli accordi di Minsk del 2015, sia alla mediazione “logistica” degli Emirati.

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Ignazio Cassis (Ansa).

Gli aiuti occidentali a Kyiv sono rimasti stabili

Il rilancio della diplomazia deriva naturalmente dalla situazione sul campo, determinata per Kyiv dagli aiuti occidentali (giovedì l’Eurocamera ha dato l’ok al prestito da 90 miliardi che contribuirà a coprire le esigenze di finanziamento del Paese). Secondo i dati dell’Ukraine Support Tracker, nonostante la sospensione del sostegno statunitense nel 2025, il volume totale del supporto internazionale è rimasto relativamente stabile, principalmente grazie al notevole aumento del sostegno militare europeo, aumentato del 67 per cento rispetto alla media del periodo 2022-2024. Le forniture sono però state sostenute da un numero limitato di Paesi e a causa del ritiro completo degli Usa, il supporto totale è stato inferiore del 13 per cento rispetto alla media annuale tra il 2022 e il 2024, periodo in cui Washington aveva fatto la parte del leone. L’istituto tedesco inoltre ha registrato anche un calo, sebbene contenuto, degli aiuti umanitari e finanziari intorno al 5 per cento rispetto agli ultimi tre anni, con volumi complessivi che si sono mantenuti al di sopra dei livelli registrati nel 2022 e nel 2023.

Il problema non è la quantità di armamenti, ma la qualità

In sostanza però, al di là dei numeri, è la qualità degli aiuti militari che conta. Da questo punto di vista, i volenterosi non hanno mantenuto le promesse fatte su sistemi missilistici a lunga gittata, dai Taurus tedeschi agli Scalp-Storm Shadow franco-britannici, come ha sottolineato lo stesso Volodymyr Zelensky qualche settimana fa a Davos. L’Ucraina non è stata insomma messa in grado di respingere l’aggressione russa e contrattaccare, riconquistando le regioni perdute già nel 2014. È per questo che i mediatori vecchi e nuovi, dagli Stati Uniti alla Svizzera, dagli Emirati alla Turchia – membro della Nato che già nel 2022 diede un notevole contributo nel raggiungimento dell’accordo sul grano e con Racep Tayyp Erdogan sempre in cerca di equilibrio fra Russia e Occidente – hanno quindi gli straordinari da fare.  

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie

Si è aperto da poco a Vienna il più grande processo per spionaggio in Austria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’ex agente dei servizi segreti, Egisto Ott, è accusato di aver sottratto e venduto informazioni sensibili direttamente ai servizi segreti russi, in una vicenda con innumerevoli ramificazioni interne e internazionali. La più scottante è quella che lo collega a Jan Marsalek, spione russo che per anni sotto copertura in Germania ha agito in realtà per il Cremlino e nel 2020 si è rifugiato a Mosca dopo il fallimento di Wirecard, società tedesca in cui lavorava e a stretto contatto con i piani alti di Berlino. Nel 2019, l’allora cancelliera Angela Merkel ne avrebbe tessuto le lodi a Pechino, sotto suggerimento dell’ex ministro della Difesa e lobbista, Karl-Theodor zu Guttenberg, per favorire l’espansione dell’azienda in Cina.

Ott e i contatti con Marsalek e gli 007 russi

La procura di Vienna ha iniziato le indagini su Ott nel 2017 ed entro la fine di febbraio sono previste almeno 10 udienze, ma il processo, molto complesso e che tocca direttamente le strutture di sicurezza austriache, andrà sicuramente per le lunghe. Il caso è iniziato più di otto anni fa con un avvertimento da parte di un servizio segreto straniero alle autorità di Vienna: Ott, allora stretto collaboratore di Martin Weiss, capo del dipartimento che si occupa di estremismo, intelligence e terrorismo dei servizi austriaci, stava apparentemente inoltrando dati sensibili dal suo indirizzo email di lavoro a quello privato. Gli inquirenti ritengono che lo stesso Weiss lavorasse già allora per il manager di Wirecard Marsalek, che a sua volta aveva stretti legami con personaggi dell’intelligence russa. Su Weiss, oggi latitante forse a Dubai, pende un mandato di cattura. Secondo la procura di Vienna anche Ott avrebbe avuto rapporti direttamente con l’Fsb, il Servizio di Sicurezza Federale russo, e avrebbe richiesto informazioni sulle presunte liste dei nemici del Cremlino.

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie
Le foto segnaletiche di Jan Marsalek (Ansa).

Informazioni pagate 70 mila euro in contanti

Con le due figure centrali lontane dai radar della giustizia austriaca, Marsalek in Russia e Weiss negli Emirati, Egisto Ott è diventato il protagonista del processo in corso che, a suo dire, lo starebbe dipingendo come il nemico pubblico numero uno. L’ex 007 incriminato, figlio di un poliziotto austriaco e di madre italiana, ha rigettato alla prima udienza le accuse di abuso di potere e corruzione, anche se restano da spiegare i dettagli che riguardano ad esempio le chat e i protocolli dei telefoni con indicazioni compromettenti sequestrati all’ex capo di gabinetto del ministero dell’Interno Michael Kloibmüller. Per gli inquirenti, la pistola fumante sarebbe il computer portatile Sina (Secure Inter Network Architecture) contenente informazioni riservate di intelligence provenienti da un non specificato Stato membro dell’Unione Europea, che Ott avrebbe trasmesso all’Fsb tramite Marsalek, ricevendo come ricompensa 70 mila euro in una borsa di McDonald’s.

Gli altri processi per spionaggio che si apriranno a Vienna

Ci sono inoltre le sovrapposizioni con altri processi per spionaggio che nei prossimi mesi cominceranno a Vienna e toccano direttamente i palazzi del potere, come quello che vede tra gli accusati l’ex segretario generale del ministero degli Esteri ed ex ambasciatore, Johannes Peterlik, vicino all’Övp, il partito conservatore del cancelliere Christian Stocker. Peterlik è accusato di aver passato informazioni riservate sull’avvelenamento dell’ex agente russo Sergei Skripal nel 2018 a Salisbury. Un paio di settimane fa è stata anche presentata a Vienna una denuncia contro un politico della Fpö, partito nazionalista di opposizione, che avrebbe aiutato Marsalek a prendere il largo dopo il crack di Wirecard. Anche in questo caso è probabile che la giustizia farà passi concreti. Il processo Ott, e tutto quel che ne seguirà, rischia insomma di mettere a nudo le complicità di alcune frange dell’apparato di sicurezza austriaco e le connivenze della politica, di tutti i colori, con la Russia.

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie
Johannes Peterlik.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico

Le trattative per la pacificazione in Ucraina stanno andando avanti in maniera silenziosa. Dopo il primo round di colloqui trilaterali ad Abu Dhabi, i negoziati proseguono lontano dai riflettori, segnale che si sta cercando di trovare la quadra, soprattutto sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza postbelliche. Intanto a Kyiv, tra realismo e speranza, l’attenzione è già proiettata su quello che potrà succedere nel caso di un accordo che per l’Ucraina significherebbe la ripartenza politica con le elezioni parlamentari e presidenziali che dovranno definire i nuovi equilibri nazionali, oltre a quelli con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Lo scenario è però ancora pieno di incognite, visto che i due principali attori, il presidente Volodymyr Zelensky e il generale Valery Zaluzhny, ora ambasciatore a Londra, non hanno ancora reso noti i loro piani, ossia se il primo tenterà il bis alla Bankova e se il secondo scenderà davvero in politica e con che ruolo. Negli scorsi giorni i due si sono incontrati a Kyiv, dando il via a una serie di speculazioni. Certo è che i tempi si stanno stringendo.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Volodymyr Zelensky con Valery Zaluzhny (Getty Images).

Tra i competitor spunta Biletksy, comandante dell’Azov

Da mesi, i cosiddetti poteri forti stanno riposizionandosi come dimostrano anche i sondaggi che testano le potenzialità dei possibili candidati e dei partiti, vecchi e nuovi, in corsa. Il duello presidenziale pare essere ristretto a Zelensky e Zaluzhny, ma dietro di loro, accanto ai soliti noti come Petro Poroshenko e Yulia Tymoshenko, sono spuntati Kyrylo Budanov, ex capo del servizio segreto militare passato da poco al vertice dell’amministrazione presidenziale, e Andrei Biletksy, fondatore nel 2008 del movimento Assemblea Social-nazionale e a capo del battaglione Azov, oggi Terza Brigata d’assalto, considerato uno dei possibili successori del generale Olexandr Syrsky, comandante delle Forze armate e fedelissimo dell’attuale capo di Stato.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Andrei Biletsky nel 2017 (Ansa).

La riscossa dei militari in politica

Non è certo un caso che militari come Zaluzhny, Budanov e Biletsky siano considerati potenziali successori di Zelensky. L’elettorato ucraino, che nel 2019 aveva scelto proprio la star della tv per la sua immagine da outsider e le promesse di combattere la corruzione, oggi vuole affidarsi invece a chi è stato in prima fila durante il conflitto. I tre “moschettieri” potrebbero raccogliere circa un terzo dei voti ed entrare massicciamente nella Rada, il parlamento di Kyiv. Gli anni di conflitto peseranno quindi anche sul Dopoguerra ucraino.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Volodymyr Zelensky e Kyrylo Budanov (Ansa).

L’estrema destra nazionalista rappresenta una minaccia

Non solo: l’emergere di figure come Biletsky, estremista nazionalista, forte del sostegno di parte delle forze armate e anche tra l’elettorato (il cosiddetto Partito Azov è dato al 6,6 per cento, sopra la soglia di sbarramento del 5), dovrebbe mettere in guardia sul rischio di destabilizzazione. Mentre il favorito Zaluzhny (con un gradimento intorno al 72 per cento) e Budanov (al 70) hanno un consenso elevato e trasversale, maggiore di quello di Zelensky (che veleggia intorno al 62 per cento), secondo i dati dell’Istituto di sociologia di Kyiv, Biletsky gode della fiducia del 45 per cento degli ucraini, dato che sintetizza bene il potenziale dell’estrema destra. In caso il conflitto si concludesse con un’intesa sfavorevole per Kyiv, costretta a concedere territori e ad accettare le garanzie imposte dall’asse Washington-Mosca, è probabile che lo scontento nelle forze armate e nell’elettorato infiammi le frange nazionaliste e condizioni i processi politici nel Paese, minando la stabilità necessaria per la ricostruzione. 

Trump sorride, Merz no: la Germania nella trappola del gas americano

A inizio 2026 il cancelliere Friedrich Merz ha indirizzato una lettera ai parlamentari della CDU/CSU e della SPD, invitando la Große Koalition a cambiare marcia per traghettare la Germania fuori dalla stagnazione in cui è impantanata ormai da tre anni. Merz ha ricordato come, nonostante gli investimenti federali fatti, la competitività non sia aumentata a sufficienza e la produttività arranchi a causa dei costi del lavoro, di quelli energetici e degli oneri fiscali eccessivi. Secondo il cancelliere, il Paese può risolvere da solo la maggior parte di questi problemi accrescendo la coesione sociale e, con essa, la fiducia nella politica. Questa è la teoria, che deve vedersela con sondaggi preoccupanti per la Groko, bocciata da quasi il 70 per cento dei tedeschi.

Trump sorride, Merz no: la Germania nella trappola del gas americano
Friedrich Merz (Ansa).

Dalla dipendenza dalla Russia a quella dagli Usa

Poi c’è la realtà. L’economia non gira e l’ottimismo che soffia dal Kanzleramt trova poco riscontro nei fatti. A fine 2025, il Consiglio degli esperti economici, nel rapporto consegnato al governo, ha previsto una crescita di circa lo 0,9 per cento nel 2026, a patto però che la produttività aumenti facendo leva su innovazione e investimenti. Inoltre, occorre una riforma dei contributi previdenziali, che riduca la burocrazia e fornisca incentivi mirati all’ammortamento degli investimenti. Ma la priorità è ridurre i costi energetici: già con la crisi pandemica e poi con la guerra in Ucraina sono diventati un peso non solo per l’industria pesante ma anche per le piccole e medie imprese. Il problema della Germania, e di Merz, è che il quadro non promette nulla di buono visto che la dipendenza dal gas russo si sta trasformando in dipendenza dal gas statunitense.

Nel 2025 la Germania ha pagato 3,2 miliardi di dollari per il gnl americano

La questione riguarda soprattutto il gas naturale liquefatto (gnl), la cui dipendenza dagli Stati Uniti nel 2025 è aumentata di oltre il 60 per cento rispetto all’anno precedente. Secondo i dati ufficiali sulle esportazioni statunitensi analizzati dall’Associazione tedesca per l’aiuto all’ambiente (DUH), circa il 96 per cento di tutte le importazioni tedesche di gnl proviene dagli Stati Uniti. I tedeschi hanno pagato circa 3,2 miliardi di dollari per il gas americano, rispetto agli 1,9 miliardi del 2024. Se a Washington Donald Trump sorride, a Berlino Merz dovrebbe invece riflettere sui rilievi del DUH secondo cui le importazioni di gnl non servono più a gestire una crisi a breve termine. In altre parole, la Casa Bianca sta deliberatamente utilizzando il gas per spingere la Germania, e l’Europa, verso una dipendenza fatale dai combustibili fossili. Il governo tedesco, è l’invito, dovrebbe concentrarsi sull’efficienza energetica e sull’espansione delle energie rinnovabili.

Trump sorride, Merz no: la Germania nella trappola del gas americano
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa).

A rischio Green Deal e REPowerUe

L’intera Unione Europea, dato lo spostamento generale dell’import dagli Usa, mette così a repentaglio il Green Deal e buona parte dell’indipendenza energetica: il piano REPowerEU, che mirava a porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili russi attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’energia a prezzi accessibili, è messo in crisi dalla subordinazione a stelle e strisce. Il rischio sia a Bruxelles sia a Berlino è noto, eppure nella prassi viene ignorato, come dimostra l’acquisizione di Tanquid, il più grande operatore tedesco di stoccaggio di petrolio, da parte di Sunoco LP, società controllata dal miliardario Kelcy Warren, uno dei principali finanziatori delle campagne elettorali di Trump. L’operazione è stata approvata dal governo tedesco, poiché l’acquisizione conferisce all’azienda con sede a Filadelfia circa un quinto della capacità di stoccaggio di petrolio della Germania e oltre mille chilometri di condotte. Merz dal canto suo non ha avuto nulla da ridire, forse mettendo in conto di finire dalla padella russa alla brace americana. Come hanno evidenziato gli analisti della Stiftung Wissenschaft und Politik, think tank che collabora con il governo di Berlino, la vendita di Tanquid a Sunoco è delicata anche dal punto di vista militare. La società tedesca deteneva infatti anche una quota in FBG, società che gestisce gli oleodotti della Nato in Europa. In caso di tensioni tra Usa e Alleanza Atlantica, il sistema ne risentirebbe. Insomma, alla luce dello scollamento fra Stati Uniti ed Europa, la Germania non pare aver imboccato la via del compromesso per ritrovare l’equilibrio interno e prepararsi al rilancio visto che il cancelliere prosegue su un doppio binario caratterizzato da buoni propositi e cattive decisioni.