Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento

Lo 0-2 incassato all’Allianz Stadium dalla Fiorentina — una squadra che non segnava da tre partite e mezzo, fuori dal rischio retrocessione giusto una settimana prima — non è una sconfitta: è una diagnosi. A una giornata dalla fine del campionato la Juventus è sesta in classifica, scavalcata in un colpo solo da Milan, Roma e Como; per centrare la qualificazione alla Champions League servirebbe all’ultima giornata una combinazione di risultati che oggi rasenta l’aritmetica del miracolo. E anche qualora la congiuntura astrale arrivasse, non cambierebbe la sostanza dei fatti: il quadro tecnico bianconero è in macerie, e una giornata storta non basta a spiegarlo. Pesano sei anni di gestione fallimentare. Tre i responsabili, in ordine ascendente: Damien Comolli, amministratore delegato; Gianluca Ferrero, presidente; e a monte di tutto John Elkann, l’azionista di riferimento che da quando ha ripreso il timone dal cugino Andrea Agnelli non ha imbroccato una scelta strategica.

Il calcio non è baseball, il mercato di Comolli è stato il peggiore

Comolli è arrivato a Torino in estate con un mantra: il metodo Moneyball applicato al pallone. Sostituire il top player costoso con due o tre giocatori più economici la cui somma di statistiche eguagli — sulla carta — il titolare ceduto. Si pesano gli expected goal, cioè i gol attesi, e poi la precisione dei passaggi sotto pressione, i chilometri ad alta intensità, la propensione agli infortuni. Il problema è che il calcio non è il baseball, e i database non hanno occhi. Nicola Balice su La Stampa lo ha scritto senza giri di parole: «La firma sul mercato peggiore degli ultimi 15 anni è tutta sua».

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).

Gli sciagurati David, Openda e i giocatori svalutati

Le due scommesse principali dell’algoritmo si chiamano Jonathan David e Loïs Openda. Il primo, prelevato a parametro zero dal Lilla con stipendio da top player, è passato dai 16 gol e 5 assist in 32 presenze nel campionato francese 2024-25 alla miseria di 6 gol e 2 assist in 34 presenze di Serie A. Il secondo è andato peggio: 2 gol in 32 partite tra campionato e coppe, sette minuti totali nelle ultime nove giornate, Mondiale con il Belgio saltato per mancata convocazione.

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Jonathan David in occasione del rigore sbagliato contro il Lecce in casa (foto Ansa).

Stesso destino per i francesi Pierre Kalulu e Khéphren Thuram, protagonisti di prestazioni sicuramente migliori ma finiti fuori dal giro (super competitivo) della nazionale allenata dal ct Didier Deschamps, ex juventino.

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Kephren Thuram e Pierre Kalulu (foto Ansa).

L’allenatore della Juve Luciano Spalletti, prima di farlo entrare in campo nella sfida di Champions contro il Benfica, ha mollato a Openda uno schiaffetto: «Ti devi svegliare». Non si è svegliato. Tra Comolli e il tecnico toscano, ha scritto Emanuele Gamba su la Repubblica, «i rapporti sono gelidi».

Obblighi di riscatto, minusvalenze e rinnovi kamikaze

Openda, oltre a non giocare, costerà. Il piazzamento aritmetico tra le prime 10 ha fatto scattare l’obbligo di riscatto a 40,5 milioni di euro, da spalmare in quattro anni di ammortamento per 10,15 milioni l’anno. Sommando lo stipendio lordo (7,4 milioni), il costo annuo dal 2026/27 sarà di 17,55 milioni. Per un giocatore fantasma che nessuno vuole: cedendolo, la minusvalenza è scolpita nel bilancio.

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Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).

Anche il canadese David è ufficialmente svalutato dal mercato. E, oltre tutto questo, la dirigenza voleva blindare l’attaccante serbo Dušan Vlahović — un giocatore che ha passato metà stagione in infermeria — con un prolungamento di uno o due anni a 6-7 milioni netti, bonus inclusi. Anche se il sesto posto e il conseguente addio alla Champions potrebbero complicare il discorso. E non è detto che sia per forza un male.

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Dusan Vlahovic dopo il gol segnato ma poi annullato contro la Fiorentina (foto Ansa).

Bernardo Silva non verrà, Yildiz andrà via?

Per un club di prima fascia, il mancato accesso all'”Europa che conta” significherebbe rinunciare a una forbice di mancati ricavi compresa tra 40 e 80 milioni di euro. A cui si aggiunge il problema politico di trattenere e attrarre i big: come si convince il forte centrocampista portoghese Bernardo Silva, in uscita dal Manchester City, a giocare in Europa League? E come si trattiene la stella Kenan Yildiz, scivolato dalla lista degli incedibili a quella dei sacrificabili? Sempre Balice ha scritto una frase che dovrebbe far tremare i polsi a chi legge un bilancio: «Un altro aumento di capitale appare inevitabile». L’ennesimo.

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Bernardo Silva (foto Ansa).

Dal 2019 a oggi, un miliardo praticamente buttato via

Sotto la gestione di John Elkann ed Exor, la Juventus ha effettuato quattro aumenti di capitale dal 2019 a oggi, per un totale complessivo di 997,8 milioni di euro: 300 milioni nel 2019 per coprire i costi dell’era Ronaldo, 400 milioni nel 2021 per fronteggiare il Covid, 200 milioni nel 2024 per il nuovo piano strategico, 97,8 milioni a novembre 2025 in un accelerated bookbuilding lampo cui ha partecipato anche Tether. Di quel miliardo, Exor ha iniettato direttamente oltre 600 milioni per coprire la propria quota di maggioranza. Un quinto aumento, secondo La Stampa, è già nei piani.

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Andamento titolo Juve vs FTSE MIB, Manchester United e SS Lazio. Base 100 al 28 novembre 2022. Prezzi rettificati per il raggruppamento 1:10 del 22 gennaio 2024. Fonti: Borsa italiana, NYSE, Xetra.

Per certificare il disastro basta aprire il terminale di Borsa italiana. Il 28 novembre 2022, giorno delle dimissioni di Agnelli e dell’intero consiglio di amministrazione, il titolo Juve — rettificato per il raggruppamento azionario 1:10 di gennaio 2024 — chiudeva a 2,53 euro. Oggi vale 2 euro. Meno 21 per cento in tre anni e mezzo. Nello stesso periodo il FTSE MIB ha toccato i 50 mila punti il 14 maggio, massimo storico, segnando +100 per cento.

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Claudio Lotito, presidente della Lazio (Ansa).

Il Manchester United alla NYSE ha guadagnato il 28 per cento. Persino la Lazio di Claudio Lotito, considerata da sempre il modello opposto alla grandeur bianconera, ha messo a referto un +67 per cento. L’unico peer europeo in territorio comparabilmente negativo è il Borussia Dortmund (-20 per cento), che però non ha chiesto ai suoi azionisti aumenti di capitale per circa 300 milioni nel periodo.

Macelleria certificata dal mercato, non dai tifosi

E il -21 per cento del titolo è la fotografia ottimistica. Gli azionisti, durante la gestione Elkann diretta, hanno sottoscritto due aumenti per complessivi 297,8 milioni di euro. Se alla capitalizzazione iniziale di circa 640 milioni si sommano questi soldi freschi, la capitalizzazione attesa sarebbe attorno al miliardo. Quella effettiva oggi è 843 milioni. Cento milioni semplicemente evaporati. Il gap rispetto al benchmark — cioè rispetto a cosa sarebbero diventati quei soldi in un fondo scambiato in Borsa su Piazza Affari — supera i 400 milioni. Dal massimo storico di 114,40 euro (split-adjusted) del 20 settembre 2018 — giorno della prima stagione di CR7 — il titolo ha perso il 98,25 per cento. Macelleria certificata dal mercato, non dai tifosi.

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John Elkann e Gianluca Ferrero. Dietro di loro, i fratelli Chiellini (foto Ansa).

Confermare Spalletti con grande anticipo è stata una buona idea?

Come si spiega che Spalletti abbia ottenuto un rinnovo fino al 2028 molto prima di aver ottenuto aritmeticamente l’accesso alla Champions, in un atto di fede dell’azionista poi clamorosamente smentito dal campo? La verità è che a monte di ogni scelta sportiva, da sei anni, c’è una sola persona: John Elkann. È lui che ha voluto Comolli, scelto personalmente. È lui che ha promosso il “governo tecnico” del 2023, con Ferrero, commercialista storico della famiglia, alla presidenza di facciata. La differenza con il cugino Andrea, al netto della bufera giudiziaria, è che Andrea portava titoli. Nove scudetti consecutivi. John ha trasformato un patrimonio sportivo di cent’anni in carne di porco contabile.

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Luciano Spalletti (foto Ansa).

L’alternativa che c’era ma è stata rifiutata: Tether

E qui la storia diventa esplicitamente politica. Elkann un’alternativa concreta ce l’ha già sul tavolo. Si chiama Tether, la società che emette USDT — la stablecoin più diffusa al mondo, 140 miliardi di capitalizzazione, 14 miliardi di profitti — controllata dagli italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino. Tether è il secondo socio Juve con l’11,5 per cento, ha un suo rappresentante nel cda (Francesco Garino, entrato nel novembre del 2025) e ha partecipato all’ultimo aumento di capitale.

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento
Paolo Ardoino.

Il 12 dicembre 2025 Ardoino ha inviato a Exor un’offerta vincolante interamente in contanti: 1,1 miliardi per la quota di controllo del 65,4 per cento, più un miliardo aggiuntivo da reinvestire nel club. Elkann ha rifiutato in poche ore, con formula sentimentale: «La società fa parte della mia famiglia da 102 anni». A marzo 2026 Devasini risulta essere l’italiano più ricco, con un patrimonio di 89,3 miliardi. Tether non ha ritirato l’offerta. «Make Juventus Great Again», ha scritto Ardoino su X scimmiottando il Maga trumpiano. Si possono avere tutti i dubbi del caso su Tether — riserve USDT, sede a El Salvador, biografia di Devasini —, ma il dato è uno: c’è chi mette sul tavolo un miliardo cash e c’è chi continua a chiedere aumenti di capitale ai propri azionisti per ritrovarsi sesti a una giornata dalla fine, con la Champions appesa a un miracolo.

Ha ancora senso il diritto di veto della Famiglia su qualsiasi cessione?

La Juventus non si rinforza con qualche colpo estivo. La Juventus va rifondata. Allontanare Comolli e il direttore tecnico François-Joseph Modesto, ridimensionare l’esperimento algoritmico, ricostruire una governance fatta da uomini di calcio e non da commercialisti di famiglia. E soprattutto, una domanda che a Torino nessuno vuole porre apertamente: se Exor non è in grado di gestire questo asset, ha ancora senso il diritto di veto della Famiglia su qualsiasi cessione? Spalletti ha in programma un incontro con Elkann. Vorrebbe certezze, ha detto: «Devo portare robe diverse da queste qua». Manuel Locatelli, da capitano, ha detto di essere «distrutto». L’unica certezza, in casa Juventus, sono le perdite a bilancio — e un miliardo, ancora cash, ancora sul tavolo, che la Famiglia continua a non vedere.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato

Negli Anni 70-80-90 e pure nei primi 2000 il dibattito che ruotava attorno agli stadi di calcio descriveva quegli spazi come zone di sospensione della legalità, dove prevaleva la violenza o quantomeno la maleducazione. E dove comandavano gli ultrà. Alla conclusione delle varie tavole rotonde, si auspicava sempre «il ritorno dei bambini e delle famiglie sugli spalti», perché il pallone era una cosa da vivere in serenità e col sorriso sulla bocca. La goccia, anno dopo anno, ha scavato un solco, e, al netto delle curve che continuano a essere porti franchi in mano a bande di malavitosi, ora gli stadi sono diventati effettivamente un’altra cosa. Non soltanto sono tornati a essere frequentati dalle mitologiche famiglie, ma, soprattutto nelle grandi città, sono entrati nel circuito dei turisti, come il Colosseo a Roma o la Tour Eiffel a Parigi.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
L’esterno dello stadio Giuseppe Meazza (foto Ansa).

E quindi, nella visita a Barcellona, Madrid, Torino o Milano, ecco che l’esperienza di una partita di calcio si trova ormai su qualunque programma dei tour operator. Con un paio di effetti collaterali che, però, piacciono poco al pubblico dei veri appassionati.

I prezzi dei biglietti pensati per un target altospendente

In primis: i prezzi dei biglietti sono aumentati in maniera vertiginosa. Vale per gli stadi come un po’ per tutti gli eventi live, che dopo il Covid sono stati travolti da un boom di “ritorno alla vita” che non pare ancora scemare. Tanto per fare qualche esempio: nel 1999 un biglietto al secondo anello di San Siro, in quelli che erano i vecchi popolari pre-ristrutturazione per Italia 90, costava 20-30 mila lire. La tribuna 100 mila lire.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
Tifosi al secondo e terzo anello di San Siro (foto Unsplash).

Nel 2005 i settori più a buon prezzo dello stadio milanese erano già saliti a 20-30 euro. Il listino prezzi di Inter-Parma, la partita che il 4 maggio ha consegnato ai nerazzurri la matematica vittoria del campionato 2025-26, elencava come tariffa più abbordabile i 130 euro per il terzo anello. Il secondo anello (cioè i vecchi popolari) quotava 210 euro (un papà con il figlio avrebbe quindi speso 420 euro). Per la tribuna rossa ci volevano 350 euro a testa. Un salasso.

Solo gli abbonati possono beneficiare di tariffe calmierate

Ovviamente i club dicono di preservare i tifosi attraverso gli abbonamenti, che hanno tariffe calmierate (Inter, Milan e Roma vendono circa 40 mila abbonamenti a testa a stagione), mentre i biglietti partita per partita (circa 35 mila sia per Inter sia per Milan), destinati appunto a target disposti a spendere, hanno prezzi che volano. E spennare i turisti è diventata una prassi un po’ ovunque, in particolar modo quando ci si avvicina a uno stadio, anche se ormai quegli inglesi sono diventati quasi a buon prezzo rispetto agli impianti italiani o spagnoli.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
Lo stadio San Siro a Milano (foto Ansa).

All’estero fanno grandi ricavi da stadio anche quando non si gioca

C’è, in questo aspetto dei ricavi da stadio, anche una strategia di fondo dei club: convinti che coi diritti tivù non si camperà ancora per molto, la gran parte delle società si sta infatti strutturando proprio per accrescere i flussi di denaro derivanti dalle attività dello stadio, magari di proprietà. Strutture aperte tutti i giorni, sfruttate al massimo e in grado di assicurare entrate anche quando non ci sono partite. Per esempio il nuovo Santiago Bernabeu, inaugurato dal Real Madrid all’inizio della stagione 2024/2025, porta nelle casse dei Blancos circa 350 milioni di euro all’anno, soprattutto grazie ai 90 milioni di euro assicurati nei giorni senza match in programma, solo con i tour al museo e sugli spalti, o da eventi e ristoranti. Giusto per fare un paragone: il Real Madrid, in quelle date senza sfide in programma, incassa più soldi rispetto a quelli complessivi che ora frutta San Siro, partite comprese, all’Inter o al Milan.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
La contestazione dei tifosi del Milan contro l’amministratore delegato Giorgio Furlani (foto Ansa).

Turisti che esultano, senza capire granché, mentre la squadra perde

Il secondo effetto negativo, perlomeno per i puristi, i tifosi o i nostalgici dei vecchi tempi, è il mutamento radicale dell’atmosfera da stadio. Lo si nota già quando le curve fanno lo sciopero del tifo e le partite si seguono praticamente in silenzio sugli spalti, senza cori, incitamenti o insulti. Ma ancora peggio quando l’atteggiamento di chi sta sulle tribune è completamente scollegato da quanto avviene in campo, e coi risultati della squadra di casa. I tifosi del Milan, per esempio, si sono parecchio lamentati del clima surreale di San Siro, con la squadra di casa umiliata da Udinese o Atalanta ma gli spalti gremiti da turisti in maglietta rossonera sorridenti che si facevano selfie, salutavano la telecamera entusiasti e applaudivano alle azioni senza capirci molto.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
L’immagine “stonata” dei tifosi occasionali che esultavano davanti alla telecamera nonostante il Milan stesse perdendo malamente in casa contro l’Atalanta.

Ci si avvicina sempre più, insomma, a quel modello statunitense dove andare allo stadio è un momento di svago, intrattenimento, in cui si ride, si scherza, si mangia, si fanno foto e video. Ma della partita frega poco, tranne negli ultimi tre minuti del match.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale

Massimiliano Allegri è pronto a lasciare il Milan a un solo anno dal suo ritorno in rossonero, al termine di una stagione partita molto bene ma che potrebbe terminare senza la qualificazione in Champions League. Lo riporta il Corriere della Sera. Al di là dell’esito del campionato (stravinto dai cugini dell’Inter) e di un contratto valido fino al 2028, a pesare sulla decisione (che appare sempre più probabile) sono soprattutto i rapporti ormai freddi – anzi inesistenti – con Zlatan Ibrahimovic, senior advisor della proprietà: i due hanno avuto un alterco dopo la sconfitta rimediata a Napoli a inizio aprile e lo strappo non si è ricucito.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Zlatan Ibrahimovic (Ansa).

Perché è avvenuta la rottura con Ibra

Il litigio tra i due sarebbe scoppiato per la scelta del terzo portiere da inserire nella rosa del prossimo anno. Per la serie corsi e ricorsi storici, anzi calcistici, Ibrahimovic e Allegri erano venuti alle mani sempre per una questione di portieri nel 2012, al termine del ritorno degli ottavi di finale di Champions League in casa dell’Arsenal, quando il calciatore svedese aveva rinfacciato al tecnico, che lo aveva criticato per la prestazione in campo, di aver portato in panchina due estremi difensori. A suo modo di vedere una scelta troppo rinunciataria in vista del match, poi perso 3-0 (risultato che aveva comunque permesso il passaggio del turno). Questo episodio è stato raccontato di recente dall’ex calciatore rossonero.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Massimiliano Allegri e Zlatan Ibrahimovic nel 2012 (Ansa).

Dalla partita di Napoli il Milan ha inanellato una serie di prestazioni poco convincenti, rimediando diverse sconfitte e adesso la classifica preoccupa: i rossoneri, quarti, precedono la Roma solo in virtù degli scontri diretti. Come se non bastasse, scrive il Corsera, Allegri ha scoperto che Ibrahimovic ha frequenti colloqui con Antonio Cassano, che nel corso della trasmissione su Twitch Viva el futbol critica spesso il gioco proposto dall’allenatore toscano. Come se non bastasse, il senior advisor di RedBird – visto il calo di risultati – avrebbe telefonato a ha iniziato a telefonare a Rafael Leão e Youssouf Fofana fornendo loro consigli tattici. Un’invasione di campo ritenuta intollerabile da Allegri.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Massimiliano Allegri (Ansa).

La delusione del mercato di gennaio

Infine, Allegri è rimasto deluso dall’inesistente mercato di gennaio: aveva chiesto un paio di innesti di qualità per lottare per le primissime posizioni, sentendosi dire che non c’erano risorse (anche se poi il ceo Sergio Furlani sarebbe stato pronto a spendere 30 milioni per l’attaccante Jean-Philippe Mateta, affare non andato in porto).

Allegri potrebbe diventare ct dell’Italia

Allegri non lascerebbe il Milan per restare fermo o per approdare in qualche altro club, in Serie A o all’estero. Nel suo futuro, in caso di addio al Diavolo, ci sarebbe infatti la Nazionale. Sarebbe lui il prescelto di Giovanni Malagò, che si appresta a diventare presidente della Figc, come nuovo ct dell’Italia.

Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Federcalcio

Giovanni Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Figc dopo aver ottenuto anche l’endorsement della Lega Serie B, l’ultima componente di cui attendeva una posizione. È stato lo stesso ex capo del Coni a renderlo noto: «Lo avevo detto e sono stato di parola, per rispetto istituzionale della presidente Cio Coventry che era qui a Roma e delle componenti ho sempre ribadito che avrei sciolto le riserve subito dopo». La formalizzazione avverrà oggi. Malagò (grande favorito) avrà come sfidante Giancarlo Abete, che contattato da LaPresse ha confermato la sua candidatura come presidente della Figc, incarico già ricoperto dal 2007 al 2014: da quattro anni è alla guida della Lega Nazionale Dilettanti.

Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Federcalcio
Giancarlo Abete (Imagoeconomica).

Il comunicato della Lega Serie B

«La Lega Nazionale Professionisti Serie B comunica il completamento del percorso intrapreso nelle scorse settimane sul tema dell’Assemblea Elettiva Federale del prossimo 22 giugno, incentrato sul metodo e sui contenuti, concretizzatosi con la stesura di un documento programmatico», si legge in una nota. «L’esito della consultazione che il presidente Paolo Bedin ha svolto in questi giorni con le singole società, a valle dell’incontro tenutosi la scorsa settimana in Figc con i potenziali candidati, ha registrato un deciso orientamento sulla figura di Giovanni Malagò, sul quale quindi si intende convergere. Si entrerà ora, all’avvenuta formalizzazione della candidatura, nell’analisi del relativo programma elettorale».

Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Federcalcio
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione

Una figuraccia come quella rimediata la scorsa settimana sarebbe stata più che sufficiente per indurlo a farsi da parte. Ma Gianni Infantino, presidente della Fifa, a levarsi di torno non ci pensa proprio. Da quando è a capo dell’organizzazione che governa il calcio ha passato il tempo a piegarla su se stesso, facendola coincidere con la sua persona: Fifantino.

Un pacificatore fallito: la figuraccia di Vancouver

L’interpretazione egocentrica del ruolo non lo mette al riparo dal collezionare scivoloni. Come quello che ha messo in curriculum lo scorso 30 aprile, in occasione del 76° Congresso Fifa tenuto a Vancouver (Canada). Convinto di poter recitare il ruolo di grande pacificatore (che nessuno gli ha assegnato), Infantino ha chiamato al centro della scena il presidente della federazione palestinese, Jibril Al Rajoub, e il vicepresidente della federazione israeliana, Basim Sheikh Suliman. Pretendeva una stretta di mano, per dimostrare che la Fifa è capace di regalare un istante di pace anche tra parti ferocemente divise. Risultato: stretta di mano rifiutata e boomerang che torna veloce sulla pelata presidenziale. Infantino si è limitato a dire che certe situazioni sono complicate. Come se avesse soltanto scambiato il sale col pepe rosa.

Un mix di personalismo e riformismo megalomane

Una scena emblematica del modo di governare infantiniano, quella rappresentata a Vancouver. Un impasto di personalismo, improvvisazione, presunzione e faccia bronzea. Sintetizzando il tutto con un’etichetta: dilettantismo politico. Ma proiettato su una dimensione di governo che si espande su scala globale e pretende di abbracciare un mappamondo più vasto di quello tracciato dall’Onu (211 federazioni calcistiche nazionali contro i 193 Stati nazione riconosciuti dalle Nazioni Unite). Questa è la Fifa governata dall’avvocato italo-svizzero. Un ex oscuro segretario generale dell’Uefa che, per una straordinaria coincidenza di circostanze, si è trovato la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che adesso lo governa in modo pasticciato, mettendo se stesso davanti a tutto e imprimendo un riformismo megalomane, che ha il solo effetto di inflazionare le competizioni e renderle sempre più costose.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
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Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
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Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione

Il servilismo nei confronti di Trump

A dimostrare questo andazzo sono state le due grandi manifestazioni che Infantino ha voluto fortemente: il Mondiale Fifa per Club e il Mondiale per nazionali in versione extralarge, passato d’un colpo da 32 a 48 squadre. Due competizioni pacchiane, tecnicamente discutibili, caratterizzate da prezzi indecenti dei biglietti e conseguenti spalti vuoti in diverse gare. Ma lui è contento così e sventola l’aumento del montepremi, o le fantascientifiche cifre delle richieste di biglietti online. Come se questi fossero i parametri per giudicare lo stato di salute del movimento. E mentre sfoggia numeri mirabolanti, si preoccupa di intessere rapporti politici muovendosi con un piglio da segretario generale dell’Onu. Il servilismo nei confronti di Donald Trump – insignito di un inedito Premio Fifa per la Pace, che già basterebbe per battezzarlo definitivamente Fifantino – è degno del miglior Giandomenico Fracchia.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino consegna a Trump il premio Fifa per la pace (foto Ansa).

Il pasticcio della Coppa d’Africa scopre la classe dirigente infantiniana

Ma anche la gestione delle periferie dell’impero desta non pochi imbarazzi. Il pateracchio dell’ultima Coppa d’Africa, con l’irrisolta querelle fra Marocco e Senegal, porta la sua firma perché ha visto in prima linea due uomini della sua massima fiducia: il presidente della confederazione calcistica africana (CAF), Patrice Motsepe, e il segretario generale allora in carica della stessa CAF, Véron Mosengo Omba, svizzero di origine congolese nonché stretto collaboratore di Infantino. Il disastro combinato da quei due è un marchio d’infamia per la stessa Fifa. In seguito a quel fattaccio, ma anche per avere superato i limiti di età per rivestire la carica di segretario generale, Mosengo Omba si è dimesso a fine marzo. Ma è già pronto a rientrare in pista come candidato presidente della federcalcio congolese. Evidentemente non riesce a fare a meno del campo, così come Motsepe. Che, quando venne eletto per la prima volta alla presidenza della CAF, disse che avrebbe fatto un solo mandato. E invece è ancora lì a fare il secondo. L’inscalfibile classe dirigente infantiniana.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Patrice Motsepe (Ansa).

L’autocelebrazione e il culto della personalità

Ma, per il capo del calcio mondiale, questo e molti altri episodi sono roba secondaria. Il suo culto della personalità, che è anche l’altra faccia di un insopprimibile complesso di inferiorità che lo porta a una ininterrotta celebrazione di se stesso. E poiché giusto quest’anno ricorre il decennale della sua elezione alla presidenza, ecco il diluvio di celebrazioni. Il sito Fifa è stato usato per diffondere un imbarazzante messaggio a più voci in cui i più fidi collaboratori incensano il capo. E adesso è stato appena mandato in libreria un volume celebrativo. Del quale omettiamo il titolo perché non leggerlo è il solo uso sensato che se ne possa fare. L’autore è Alessandro Alciato, insipido bordocampista promosso agiografo ufficiale. Così vanno le cose nel regno di Fifantino. Blatter era un modesto travet, al confronto.

Inchiesta arbitri, indagini su un presunto incontro tra Rocchi e Schenone

La Procura di Milano sta lavorando all’ipotesi che, nell’incontro del 2 aprile presso lo stadio di San Siro, in cui sarebbero state decise le designazioni di due incontri dell’Inter contestate a Gianluca Rocchi, abbia preso parte anche Giorgio Schenone, club referee manager della società nerazzurra. Rocchi, indagato per frode sportiva, si è autosospeso (al suo posto come designatore ad interim c’è Dino Tommasi), mentre Schenone non risulta iscritto nel registro: dovrebbe essere ascoltato l’8 aprile dai magistrati e dalla Guardia di Finanza.

Inchiesta arbitri, indagini su un presunto incontro tra Rocchi e Schenone
Giorgio Schenone (LinkedIn).

Perché Rocchi è indagato per frode sportiva

Rocchi è indagato dal pm della Procura di Milano Maurizio Ascione perché avrebbe “combinato” le designazioni di due gare dell’Inter nel 2025: quella in trasferta a Bologna in campionato e il derby di ritorno di Coppa Italia col Milan, assegnandole rispettivamente a Andrea Colombo (gradito al club nerazzurro) e Daniele Doveri (sgradito). Nel secondo caso la designazione sarebbe avvenuta per «assicurare all’Inter direzioni di gara diverse per l’eventuale finale di Coppa Italia e per il resto delle partite di A»). Rocchi avrebbe inoltre violato il protocollo Var durante Udinese-Parma, sempre nella stagione 204/25: ma questo è un altro filone dell’inchiesta. Agli atti, tra le intercettazioni ce n’è una – sempre dell’aprile 2025 – tra Rocchi e Andrea Gervasoni, supervisore Var (anche lui indagato e autosospeso), su sospette pressioni e sul presunto incontro allo stadio “Giuseppe Meazza”, in cui si faceva riferimento a tale “Giorgio”.

Inchiesta arbitri, indagini su un presunto incontro tra Rocchi e Schenone
Gianluca Rocchi (Ansa).

Sentiti in procura Pinzaini e Butti: chi sono

Come è emerso dalle audizioni in Procura, nell’inchiesta sul sistema arbitrale ci sono intercettazioni, risalenti a poco più di un anno fa, tra Rocchi e Riccardo Pinzani (non indagato), oggi club referee manager della Lazio che fino alla scorsa stagione era l’incaricato Figc per i rapporti tra Aia e club, e pure tra lo stesso ex designatore e Andrea Butti (non indagato), responsabile ufficio Competizioni della Lega Serie A. Entrambi sono stati sentiti oggi in Procura a Milano come persone informate sui fatti. Il filone dell’inchiesta per frode arbitrale si concentra proprio su eventuali rapporti diretti tra Rocchi e le società e sull’influenza che le ‘pretese’ di quest’ultime avrebbero avuto nella scelta degli arbitri.

Perché la giustizia sportiva ancora non si è mossa

Insomma, la Procura intende capire se l’incontro allo stadio è avvenuto e su cosa verteva, oltre a fare luce sulla partecipazione di Schenone e dunque dell’Inter. L’indagine, ovviamente, punta anche stabilire se le ‘pretese’ avanzate nei confronti di Rocchi possano configurare la frode sportiva. Per quanto riguarda la giustizia sportiva, visto che l’indagine della Procura di Milano è ancora coperta da segreto investigativo, Ascione non può trasmettere gli atti alla Procura della Figc.

È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi

È morto a 69 anni Evaristo Beccalossi, ex calciatore ricordato soprattutto per la militanza nell’Inter e molto amato dai tifosi nerazzurri. Lottava da oltre un anno contro le conseguenze di un’emorragia cerebrale che lo aveva colpito a gennaio del 2025.

È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi

La carriera di Evaristo Beccalossi, bandiera dell’Inter

Trequartista mancino molto dotato tecnicamente ma discontinuo nel rendimento, Beccalossi era cresciuto nel Brescia – squadra della sua città – per poi passare all’Inter nel 1978. In sei anni di permanenza a Milano collezionò 217 presenze in tutte le competizioni e mise a segno 37 reti, tra cui una doppietta nel derby con Milan vinto per 2-0 il 28 ottobre 1979. Vinse da protagonista lo scudetto nel 1980 e poi la Coppa Italia nel 1982.

Finita l’esperienza nerazzurra giocò una stagione alla Sampdoria (con cui vinse un’altra Coppa Italia) e poi una nel Monza, in B. Successivamente tornò a Brescia dove rimase per due stagioni, di cui la prima in Serie A ma conclusa con la retrocessione. Terminò la carriera da professionista al Barletta, in Serie B. Successivamente giocò nei dilettanti prima nel Pordenone e poi nel Breno. Nonostante il talento, Beccalossi non giocò mai in Nazionale maggiore, fermandosi a 3 presenze nell’under 21 e in 4 nell’Olimpica. Dopo il ritiro dal calcio, divenne molto popolare come commentatore in tivù.

Il monologo di Paolo Rossi sui due rigori sbagliati

Curiosità: nel 1992 l’attore e tifoso nerazzurro Paolo Rossi portò in scena il monologo intitolato Lode a Evaristo Beccalossi, nella quale ricordava la partita di Coppa delle Coppe del 1982 Inter-Slovan Bratislava, in cui il fantasista sbagliò due calci di rigore a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?

La frase più in voga: «È un altro sport». Lo spettacolo messo in scena nella serata di martedì 28 aprile da Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, con quel 5-4 che pareva un punteggio fissato dopo i calci di rigore, ha rappresentato in un certo senso l’ennesimo indicatore dello stato di crisi del calcio italiano. Una sfida pirotecnica, che è soltanto metà del doppio confronto e che dunque potrebbe moltiplicare le emozioni nella partita di ritorno di mercoledì 6 maggio all’Allianz Arena di Monaco di Baviera. In tutto ciò, è la comparazione a ferire maggiormente. Perché il termine di paragone è stato MilanJuventus. Un match concluso sullo 0-0, e che su questo punteggio si sarebbe fissato anche se si fosse andati avanti a giocare per tre giorni.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Marquinhos contro Luis Diaz durante Psg-Bayern (foto Ansa).

Non siamo più all’altezza di quel livello

Già, il paragone. Come provare a fare un confronto tra il Metaverso e i fratelli Lumière. Una cosa impietosa, che bisognerebbe avere l’accortezza di evitare, ma che invece è impossibile eludere. Perché, volenti o nolenti, quel livello del calcio internazionale continua a essere il nostro termine di paragone. Anche quando è ormai palese che non è alla nostra portata e chissà quando potrà tornare a esserlo. Proprio qui sta il punto: crediamo di essere ancora su quel livello lì, vogliamo darci la missione di mantenerlo, ma ci rendiamo perfettamente conto di non esserne all’altezza. È un ruolo troppo largo per il nostro gracile presente. Ma allora, che fare?

Peggio del 1974, quando tutti eravamo disfattisti

A memoria ci sovviene un solo precedente di situazione depressiva del nostro calcio equiparabile a quella attuale: il post Mondiale del 1974. La spedizione in Germania Ovest si era risolta in un’eliminazione al primo turno, ma a diffondere un senso di malessere era stata soprattutto l’immagine di disfacimento che la nostra Nazionale aveva proiettato. Ne erano uscite diagnosi allarmistiche sul calcio italiano, che a distanza di oltre cinquant’anni risultano francamente esagerate. E in effetti quattro anni dopo gli Azzurri avrebbero conquistato il quarto posto in Argentina, mentre al termine del quadriennio successivo avrebbero vinto il Mondiale di Spagna 1982.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
L’attaccante dell’Italia Giorgio Chinaglia durante il disastroso Mondiale dl 1974, quando la Nazionale uscì al girone (foto Ansa).

In quel momento però pareva davvero che si fosse nel pieno di una crisi di sistema. E si guardava ai campionati stranieri come se fossero tutti migliori della Serie A, cui invece si rimproverava l’eccesso di 0-0. Eh già, lo stereotipo che iniziava a diffondersi sull’arido calcio all’italiana.

Pensiamo sia un incidente anziché un errore di sistema

Tornando con la memoria a quei giorni, viene da rimpiangere quel senso di inadeguatezza e quell’impeto di autoflagellazione. Che, per quanto esagerati, hanno sortito l’effetto positivo di stimolare la ricostruzione. L’opposto di adesso. Siamo alla terza mancata partecipazione consecutiva a un Mondiale, e i nostri club non si spingono oltre i quarti di finale anche nelle coppe europee di rango inferiore. Eppure si continua a fare come se fossimo quelli di una volta. E a credere che, ogni volta, sia soltanto un incidente anziché un errore di sistema. Salvo poi guardare il calcio che si gioca nelle semifinali di Champions league e rendersi conto che si sta viaggiando su pianeti diversi.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Josip Stanisic e Willian Pacho durante Psg-Bayern (foto Ansa).

L’epoca del calcio camminato: la Serie A è ancora un prodotto vendibile?

Quanto è competitivo oggi il nostro calcio? I dati oggettivi sono già impietosi: siamo diventati una periferia del calcio d’élite. Ma ci sono anche altri aspetti, meno oggettivi e però egualmente riscontrabili. Riguardano l’ambito spettacolare: vi pare che il nostro calcio sia oggi un prodotto vendibile? Prendete una partita qualsiasi della nostra Serie A: nella maggior parte dei casi vi sembrerà di assistere a una prova di calcio camminato. Il ritmo è da moviola, il confronto fra le forze in campo è puro rifiuto della velocità, la tattica continua a essere l’elemento principale della contrapposizione. A meno di essere coinvolti come tifosi, lo spettacolo che vi si propone è quasi sempre inguardabile.

Le televisioni pagano un miliardo a stagione per i diritti di questo scempio

Fino a quando sarà possibile venderlo all’estero? Ma soprattutto: fino a quando le tivù pagheranno un miliardo a stagione per aggiudicarsi questo prodotto? Sono domande che bisogna farsi con urgenza, specie quando si sente montare la critica alle difese allegre di Psg e Bayern, capaci di rifilarsi nove gol e di sfiorarne altrettanti.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Gli allenatori di Milan e Juventus, Massimiliano Allegri e Luciano Spalletti (foto Ansa).

Milan-Juve allo stadio? I biglietti meno cari costavano 139 euro…

Secondo una visione integralista, partite con punteggi del genere non sarebbero più calcio. Opinione rispettabile. Ma a patto di controbattere con un’altra domanda: è calcio quello 0-0 fra Milan e Juventus, per il quale sono stati chiesti 139 euro agli spettatori piazzati nella “piccionaia” del Meazza? Soltanto dandosi una bella ridimensionata sarà possibile ripartire. Ma di segni che vanno in questa direzione non se ne vede. Zero autocritica, zero voglia di riformare. Il problema sta sempre altrove. Il problema siamo noi.

Presidenza Figc, Malagò incassa anche il sostegno di calciatori e allenatori

A poco meno di due mesi dall’Assemblea elettiva federale del 22 giugno e in vista dell’ultimo giorno per la presentazione delle candidature alla carica di presidente della Figc, Giovanni Malagò dopo quello della Lega Serie A incassa anche il sostegno dell’Associazione Italiana Calciatori e dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio. «È la persona in grado di rispondere alle tante sfide del presente e soprattutto del futuro», si legge in una nota in cui viene evidenziato che, nel corso degli incontri e dei confronti delle ultime settimane, «sono emerse importanti convergenze sui principali punti programmatici quali il Club Italia, la Sostenibilità e le Riforme, il Progetto tecnico-sportivo e il Calcio Femminile; una visione di politica sportiva che offre ampie garanzie in questa delicata e importante stagione federale nella quale ragionare di sistema è la sola strada da percorrere». All’Assemblea del 22 giugno le due componenti avranno assieme un peso del 30 per cento (20 per cento l’Aic e 10 per cento l’Aiac), che si aggiunge al 18 per cento della Lega Serie A (solo il presidente laziale Claudio Lotito fa ancora muro). Malagò, a questo punto, sfiora la maggioranza: per essere eletti occorre il 50 per cento più uno dei voti validi.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo

L’Inter come la Juventus, Beppe Marotta come Luciano Moggi. Vent’anni dopo lo scoppio di Calciopoli, è un parallelo che ha senso fare con la nuova Arbitropoli che sta scuotendo il campionato italiano?

L’avviso di garanzia a Rocchi per concorso in frode sportiva

Bisogna partire dai fatti. Il 25 aprile 2026, Festa della Liberazione, la procura di Milano ha notificato un avviso di garanzia per concorso in frode sportiva al designatore degli arbitri Gianluca Rocchi e al supervisore Var Andrea Gervasoni. Entro quella sera stessa entrambi si sono autosospesi. In 48 ore gli indagati noti sono diventati cinque: con loro i varisti Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca e l’ex arbitro Daniele Paterna, accusato di false informazioni al pubblico ministero.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Gianluca Rocchi (foto Ansa).

Doveri, arbitro ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter

Le partite finite sotto la lente sono «quattro o cinque», nessuna del campionato in corso. Uno dei fili rossi però sembra essere chiaro: l’Inter. In due dei tre capi d’imputazione contestati a Rocchi compare infatti il club nerazzurro: la designazione «gradita» del direttore di gara Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile 2025 e l’accordo «con più persone» (quali? chi?) a San Siro il 2 aprile 2025, per tenere lontano dalla fase conclusiva del campionato e dall’eventuale finale di Coppa Italia Daniele Doveri, ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Daniele Doveri in una gara dell’Inter (foto Ansa).

Il ritornello ripetuto da Marotta: «Siamo estranei»

La quarta partita è Inter-Verona dell’8 gennaio 2024, con la mancata on field review, cioè la revisione sul campo, sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda da cui l’inchiesta è partita. L’Inter, attraverso il presidente e amministratore delegato Giuseppe Marotta, ha replicato così: «Voglio tranquillizzare i tifosi. L’Inter ha sempre agito con la massima correttezza. Non c’è un elenco di arbitri a noi graditi e sgraditi. L’Inter è estranea e lo sarà anche in futuro». E ha aggiunto un grande classico, cioè l’argomentazione delle «vittime»: «L’anno scorso siamo stati penalizzati. Cito il rigore non dato in Inter-Roma». La frase chiave è «estranea». E qui vale la pena fermarsi, perché è la parola attorno a cui si gioca tutto.

Marotta ha usato «estranea» per dire una cosa precisa: nessun dirigente dell’Inter è oggi iscritto nel registro degli indagati della procura di Milano. È vero. Ed è anche, per questa fase, irrilevante sul fronte che davvero conta per un club di calcio: la giustizia sportiva. Perché le inchieste sportive e quelle penali corrono su binari diversi, con regole diverse, tempi diversi e standard di prova diversi. Lo dice la storia recente del calcio italiano. Lo dice, prima di tutto, l’articolo 7 del Codice di Giustizia sportiva della Figc.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Beppe Marotta interpellato a Sky Sport sul nuovo scandalo Arbitropoli.

Il testo è pubblico, lo si trova sul sito della Federazione: «Il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara o di una competizione ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica costituisce illecito sportivo. La fattispecie si perfeziona con il compimento degli atti diretti, anche se il risultato non è raggiunto».

Giuseppe Chinè ha chiesto le carte alla procura di Milano

Tre conseguenze pratiche, che la giurisprudenza federale ribadisce in decine di sentenze: l’illecito sportivo «prescinde da qualsiasi dolo specifico positivizzato dal legislatore». Cioè non serve provare l’accordo bilaterale, non serve provare lo scambio, non serve nemmeno provare che il risultato sia stato effettivamente alterato. Le società «rispondono oggettivamente, ai fini disciplinari, dell’operato dei dirigenti, dei tesserati e dei soggetti di cui all’art. 1 bis comma 5». E la stessa procura federale può aprire o riaprire il fascicolo «se emergeranno elementi nuovi e probanti», come ha già annunciato il procuratore Giuseppe Chinè il 27 aprile, chiedendo le carte alla procura di Milano.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Giuseppe Chinè (Imagoeconomica).

Vale la pena riprendere in mano il calendario di Calciopoli, perché i giorni si assomigliano. Maggio 2006: emerse il caso delle intercettazioni telefoniche. La procura di Napoli aveva aperto il fascicolo penale da mesi, ma l’inchiesta si concluse in via definitiva solo nel 2015, e con la maggior parte dei reati prescritti. La procura federale, intanto, andava per conto suo. Il 14 luglio 2006 la Caf emise la prima sentenza sportiva: Juventus in Serie B con 30 punti di penalizzazione, revoca dei due scudetti, sanzioni pesantissime per Milan, Fiorentina e Lazio.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Beppe Marotta e Gianluca Rocchi assieme.

La giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria

L’11 luglio successivo, in Appello, la sentenza venne rivista – Juve in B con -17 punti – ma il principio rimase. Quel giorno, in sede penale, contro i dirigenti bianconeri non c’era stata ancora una condanna. Non ce ne sarebbe stata una definitiva nemmeno 10 anni dopo (reati estinti per prescrizione). Eppure il club fu retrocesso. Il motivo è scritto in chiaro nelle motivazioni: l’illecito sportivo è una cosa diversa dalla questione penale, le società rispondono oggettivamente, e la giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria.

Testimonianza sui «codici gestuali» nei raduni settimanali

Vent’anni dopo, lo schema applicato a un altro club potrebbe essere lo stesso. Se la procura federale dovesse riaprire il fascicolo sulla base degli atti milanesi e delle nuove rivelazioni – la testimonianza dell’ex arbitro Pasquale De Meo sui «codici gestuali» nei raduni settimanali, gli audio di sala Var di Inter-Verona, i capi d’accusa già pubblici – non ci sarebbe bisogno di un dirigente nerazzurro indagato penalmente per contestare l’illecito alla società. Basterebbe dimostrare che siano stati compiuti atti diretti ad alterare il risultato o lo svolgimento di gare in cui l’Inter è stata favorita; e che gli autori, anche se non dirigenti, fossero tesserati o soggetti collegati.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Giuseppe Marotta (foto Ansa).

La differenza tra Marotta nel 2026 e Antonio Giraudo nel 2006 non è tanto giuridica, quanto temporale. Il primo ha ancora qualche settimana per dire «siamo estranei». Il secondo lo disse fino al giorno della retrocessione. Resta la difesa tramite numeri: «Siamo stati penalizzati», ha detto Marotta. Ma anche qui i dati dicono il contrario.

  • Stagione 2023/24: 14 rigori a favore dell’Inter contro quattro contro, rapporto 3,5, il più sbilanciato della Serie A.
  • Stagione 2024/25: secondo Tuttosport del 25 febbraio 2025, il saldo Open Var a favore dell’Inter è «tanto quanto Juventus, Napoli e Atalanta», non meno.
  • Stagione 2025/26: secondo i dati Aia Open Var, il saldo è sostanzialmente in pari.

Vent’anni fa Stefano Palazzi, l’ex procuratore federale che istruì il filone post-Calciopoli, disse a Tuttosport una frase che la stampa nerazzurra ha provato a rimuovere: l’Inter del 2006 avrebbe potuto rischiare la retrocessione in Serie B, altro che lo scudetto. Quel titolo restò ai nerazzurri per una decisione amministrativa del Consiglio di Stato nel 2023, quando fu respinto l’ultimo ricorso della Juventus, e non per un’assoluzione di merito.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Il procuratore federale Stefano Palazzi nel 2012 (foto Ansa).

Perché sullo sfondo sembra muoversi Lotito

A margine, ma non per caso, oggi sullo sfondo si muove Claudio Lotito. Il presidente della Lazio – vent’anni fa anche lui condannato in Calciopoli, in primo grado, alla retrocessione, poi salvato in Appello, con permanenza in A e pesanti penalizzazioni – è oggi, secondo Dagospia, in asse con il ministro dello Sport Andrea Abodi sull’ipotesi di un commissariamento della Figc, con un disegno di legge già pronto in parlamento. Sono 19 su 20 le squadre di Serie A favorevoli alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale. Una sola contraria: la Lazio.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio Claudio Lotito (foto Ansa).

Se l’inchiesta sugli arbitri portasse al commissariamento della Federcalcio, e poi alle elezioni anticipate, Lotito sarebbe in corsa. È un effetto collaterale dell’inchiesta, non il suo cuore. Ma è un effetto che merita di essere registrato.

Al vertice della procura di Milano c’è un interista sfegatato

Resta un punto di metodo. Il vertice della procura di Milano è Marcello Viola, noto tifoso dichiarato dell’Inter, che pranzò con Marotta e l’amministratore delegato corporate Alessandro Antonello pochi giorni dopo l’insediamento nel giugno 2022 e che il 30 settembre 2024 si presentò alla conferenza stampa sull’inchiesta Doppia Curva con il telefono provvisto di cover dell’Inter.

Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Marcello Viola con la cover dell’Inter.

Il pm titolare dell’inchiesta Arbitropoli è Maurizio Ascione. Il 27 aprile l’Ansa ha scritto che «in procura si respirerebbe un clima di tensione legato alla gestione dell’indagine da parte del pm rispetto ai vertici dell’ufficio». Tradotto: chi indaga e chi coordina non sono allineati. Il perché è intuibile.

Una società di calcio si difende come può. Marotta continua a ribadire che l’Inter è estranea: ha parlato di «registro degli indagati», di procura penale, scegliendo il binario più comodo. Ma il binario che decide la vita sportiva di un club non è quello. Lo sa l’Inter, lo sapeva la Juventus del 2006. La differenza, oggi, è che negli atti pubblici della procura di Milano viene usata la parola «gradito» riferita a un arbitro designato per una partita dell’Inter. È esattamente la fattispecie che l’articolo 7 chiama illecito sportivo. Il resto è una questione di tempi.

Arbitri: chi è il designatore ad interim Dino Tommasi

Sarà Dino Tommasi a prendere fino a fine stagione il posto di Gianluca Rocchi come designatore degli arbitri di Serie A e B, dopo lo scandalo che ha travolto l’Aia. La nomina è arrivata nel corso del Comitato Nazionale andato in scena nella giornata di lunedì 27 aprile. Ex arbitro originario di Bassano del Grappa (Vicenza), il 50enne Tommasi era uno dei cinque vice dello stesso Rocchi assieme a Maurizio Ciampi, Elenito Di Liberatore, Mauro Tonolini e Andrea Gervasoni, anch’egli indagato.

Arbitri: chi è il designatore ad interim Dino Tommasi
Dino Tommasi mentre redarguisce Domenico Berardi del Sassuolo (Ansa).

La carriera di Dino Tommasi

Tommasi non è stato un fischietto di primo piano, anche se ha comunque arbitrato 54 partite in Serie A tra il 2008 e il 2015. La sua carriera nelle serie professionistiche è iniziata nel 2003, con la promozione alla Commissione arbitri nazionale (Can) di Serie C: 52 le partite arbitrate in quattro stagioni, tra cui la finale playoff del 2007 tra Avellino e Foggia. A seguito della promozione alla Can A-B, il 15 marzo del 2008 ha debuttato in massima serie arbitrando Udinese-Lazio. Dal 2010, dopo la scissione della Can A e B, per tre anni ha fatto parte dell’organico degli arbitri designabili per la serie cadetta. In questo triennio la gara più importante diretta da Tommasi è stata la finale di ritorno dei playoff tra Livorno e Empoli nel 2013. Promosso in Serie A, ha chiuso poi la carriera il 18 maggio 2015 con un Fiorentina-Parma, venendo poi dismesso dalla Can per “motivate valutazioni tecniche“. Poco dopo è stato inserito nell’organico degli osservatori per la Can B. Dopo essere stato presidente del Comitato Regionale Veneto dal 2016 al 2020, Tommaso è diventato responsabile del Cai (Comitato arbitri interregionale).

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo-arbitri

Come se non bastasse la terza mancata qualificazione ai Mondiali di fila, il calcio italiano si trova ad affrontare un altro scandalo: al centro (ancora) gli arbitri. Il designatore di Serie A e B Gianluca Rocchi, indagato dalla procura di Milano, avrebbe interferito in modo illecito sulle decisioni della sala Var di Lissone e scelto direttore di gara “graditi” all’Inter per le gare dei nerazzurri. Cosa sappiamo.

Perché Rocchi è indagato per frode sportiva

Rocchi, che si è autosospeso, è indagato dal pm della Procura di Milano Maurizio Ascione per concorso in frode sportiva. Avrebbe “combinato” le designazioni di due gare dell’Inter nel 2025: quella in trasferta a Bologna in campionato e il derby di ritorno di Coppa Italia col Milan, assegnandole rispettivamente a Andrea Colombo (gradito al club nerazzurro) e Daniele Doveri (sgradito, per «assicurare all’Inter direzioni di gara diverse per l’eventuale finale di Coppa Italia e per il resto delle partite di A»). Inoltre avrebbe violato il protocollo Var durante Udinese-Parma, sempre nella stagione 204/25.

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo-arbitri
Gianluca Rocchi (Ansa).

Al di là di come siano effettivamente andate le partite (l’Inter perse a Bologna), la questione delle designazioni “pilotate” è facile da capire: il punto è dimostrare se davvero Rocchi sia stato indirizzato in qualche modo dal club nerazzurro. Per quanto riguarda l’altra accusa, in occasione di Udinese-Parma del primo marzo 2025 il supervisore Rocchi, «in concorso con altre persone, durante lo svolgimento della partita» avrebbe condizionato l’addetto Var Daniele Paterna per fare in modo che l’arbitro Fabio Maresca chiedesse l’on field review, ritenendo ci fosse da assegnare un calcio di rigore a favore dei friulani. La tesi della Procura è che Paterna, secondo cui non c’erano gli estremi per l’on field review, abbia avuto indicazioni da Rocchi al di là del vetro della sala Var. Come? Tramite una bussata. E c’è un video che lo dimostrerebbe. Repubblica, addirittura, scrive addirittura che Rocchi avrebbe ideato gesti e segnali per suggerire ai varisti come comportarsi in determinate occasioni. Tutto questo mentre nel centro di Lissone i varisti avrebbero dovuto essere tenuti al riparo da ogni ingerenza esterna: da qui l’ipotesi di frode sportiva.

Iscritto nel registro anche il supervisore Gervasoni

Rocchi non è l’unico indagato. La Procura di Milano ha iscritto nel registro anche il supervisore Andrea Gervasoni, anche lui per frode sportiva e sempre per un’interferenza in sala Var, avvenuta in occasione di una partita di Serie B: Salernitana-Modena, marzo 2025. Nell’avviso di garanzia si legge che, «alla concessione del calcio di rigore a favore della squadra emiliana da parte del direttore di gara Antonio Giuia incalzava e sollecitava l’addetto Var Luigi Nasca affinché questi lo all’on field review «ai fini della decisione iniziale sull’episodio». Anche Gervasoni si è autosospeso.

Paterna indagato per falsa testimonianza: il video che lo “incastra”

È poi indagato, ma per false informazioni, anche il già citato Paterna: convocato come testimone dal pm, ha negato ingerenze esterne, ma c’è un video in cui si vede che si gira di scatto verso un punto esterno alla sala Var e dire: «È rigore?», prima di chiamare Maresca all’on field review. Repubblica scrive che sarebbero poi indagati anche Nasca, Var in Salernitana-Modena dell’8 marzo 2025 ma anche in Inter-Verona del 6 gennaio 2024 in cui non fu sanzionata una gomitata del difensore nerazzurro Alessandro Bastoni a Ondrej Duda, pochi secondi prima della rete dei padroni di casa; e Rodolfo Di Vuolo, Avar della seconda gara.

Le indagini scattate dopo un esposto dell’ex assistente arbitrale Rocca

Le indagini sono scattate dopo un esposto inviato dall’ex assistente arbitrale Domenico Rocca (è stato dismesso nella scorsa stagione) alla Commissione Arbitrale Nazionale per denunciare gravi irregolarità nella gestione di Rocchi, tra cui episodi di mobbing. «Chi di spada ferisce, di spada perisce», ha scritto sui social dopo l’iscrizione del designatore nell’elenco degli indagati. Dopo la denuncia di Rocca, Antonio Zappi, presidente dell’Associazione Italiana Arbitri (AIA), ha inoltrato la segnalazione alla procura della Figc e subito dopo c’è stato un cambio di regolamento: da allora chiunque si rechi nella sala Var di Lissone è tento a inviare una relazione in cui descrive le attività svolte. Secondo quanto risulta dalle indagini, nessuno della squadra di Rocchi ci sarebbe più andato. A mettere nel mirino la conduzione sospetta di Inter-Verona è stato invece l’esposto di un tifoso gialloblù, l’avvocato Michele Croce.

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo-arbitri
Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter (Ansa).

Marotta: «Non abbiamo arbitri graditi o non graditi»

«Noi abbiamo appreso tutto dalla stampa. Le dichiarazioni e i comunicati che sono usciti ci meravigliano. Sappiamo di avere agito nella massima correttezza. Questa è la cosa più importante e che deve tranquillizzare tutti i tifosi», ha dichiarato Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, aggiungendo: «Di certo non abbiamo arbitri graditi e direttori di gara non graditi. Sono certo che l’Inter rimarrà estranea alla vicenda». E poi: «Lo scorso anno abbiamo avuto decisioni avverse e poi acclarate successivamente dai vertici arbitrali: penso per esempio al rigore non dato su Yann Bisseck in occasione di Inter-Roma».

Roma-Ranieri, ufficiale il divorzio

La Roma ha ufficializzato la fine del rapporto con l’ex tecnico Claudio Ranieri, che da luglio 2025, data della scadenza del contratto e del ritiro da allenatore, ricopriva l’incarico di senior advisor del club giallorosso. La fine del rapporto arriva dopo settimane di tensione tra Ranieri e l’attuale allenatore Gian Piero Gasperini.

Il comunicato della Roma

«L’AS Roma comunica che il rapporto con Claudio Ranieri è terminato. Il Club desidera ringraziare Claudio per il suo significativo contributo alla Roma. Ha guidato la squadra in un momento molto difficile e saremo sempre grati per i suoi sforzi», si legge in una nota. «Guardando al futuro, la nostra direzione è chiara. Il Club è solido, con una leadership forte e una visione ben definita. «L’AS Roma verrà sempre al primo posto. Abbiamo piena fiducia nel percorso che ci attende sotto la guida tecnica di Gian Piero Gasperini, con l’obiettivo condiviso di crescere, migliorare e ottenere risultati all’altezza della nostra storia».

Roma-Ranieri, ufficiale il divorzio
Gian Piero Gasperini (Ansa).

Pronto a lasciare anche Massara

Ranieri lascia così la Roma dopo un’avventura da calciatore (1973-74), tre da allenatore (2009-2011, 2019, 2024-2025) e l’ultima, appunto, da consulente. Nel comunicato, come sottolinea il Corriere dello Sport, non ci sono riferimenti a dimissioni, risoluzioni o licenziamenti. Questo perché ci sarebbero ancora questioni in mano ai legali. Resta in bilico il direttore sportivo Frederic Massara, legato a doppio filo a Ranieri: secondo quanto filtra da Trigoria sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni.

Roma-Ranieri, ufficiale il divorzio
Claudio Ranieri e Frederic Massara (Imagoeconomica).

Zampolli in pressing su Trump e Infantino: «Italia ai Mondiali al posto dell’Iran»

Paolo Zampolli, rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali e amico di vecchia data di Donald Trump, sta provando a compiere l’impresa che dal lontano 2017 sembra impossibile per ct e calciatori nostrani: far qualificare la Nazionale italiana ai Mondiali. Come riporta il Financial Times, l’imprenditore ha suggerito al presidente della Fifa Gianni Infantino e a Trump, in quanto leader di uno dei Paesi co-organizzatori del torneo, di ammettere l’Italia alla Coppa del Mondo al posto dell’Iran, in virtù del ricco palmares azzurro.

Zampolli in pressing su Trump e Infantino: «Italia ai Mondiali al posto dell’Iran»
Donald Trump e Gianni Infantino (Imagoeconomica).

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Il piano di Zampolli: ricucire lo strappo Trump-Meloni

«Confermo di aver suggerito a Trump e Infantino di sostituire l’Iran con l’Italia. Sono italiano, sarebbe un sogno vedere gli Azzurri ai Mondiali negli Stati Uniti. Con quattro titoli, l’Italia ha il pedigree per giustificare l’inclusione», ha detto Zampolli al Ft. Il giornale spiega che il piano dell’imprenditore è uno «sforzo per riparare i legami fra Trump e Giorgia Meloni» dopo le frizioni nate dagli attacchi del presidente Usa a papa Leone XIV per la guerra in Iran.

Zampolli in pressing su Trump e Infantino: «Italia ai Mondiali al posto dell’Iran»
Paolo Zampolli e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’Iran ha appena confermato la partecipazione ai Mondiali

C’è però un problema non da poco per Zampolli e il calcio italiano: dopo aver escluso la partecipazione a seguito dei primi raid statunitensi (e israeliani) e aver chiesto – invano – di poter giocare le proprie partite in Canada o in Messico (anziché a Los Angeles e Seattle), l’Iran ha fatto sapere di non aver intenzione di rinunciare al torneo, che si apre a giugno. Trump, da parte sua, aveva dichiarato che i giocatori della Repubblica Islamica erano i «benvenuti» negli Usa senza però nascondere che sarebbe stato inappropriato e potenzialmente pericoloso per loro. Quanto a Infantino, il presidente Fifa si è sempre detto certo della partecipazione dell’Iran.

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In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?

Come si dirà “chiagni e fotti” in arabo? L’interrogativo sorge raccogliendo il disappunto e le voci maliziose che serpeggiano fra i protagonisti della Roshn League, il massimo campionato saudita. Un torneo che sta provando la scalata per portarsi verso il rango delle leghe d’élite del calcio mondiale, ma intanto si è già allineato in materia di polemiche becere e sospetti di favoritismi. L’ultimo fra questi riguarda i presunti trattamenti di riguardo verso l’Al-Nassr, cioè la squadra in cui gioca Cristiano Ronaldo.

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Cristiano non ha ancora vinto un titolo nazionale in Arabia

Secondo alcune voci, CR7 e compagni riceverebbero regali, sia diretti sia indiretti, per far vincere il campionato alla star portoghese. Finalmente, potrebbe aggiungere qualcuno. Perché da quando si è trasferito nel club di Riad, a partire dal 2023, Cristiano non ha ancora vinto nemmeno lo straccio di un titolo nazionale, nonostante un contributo personale di 124 gol in 139 partite ufficiali (l’ultimo segnato sabato 11 aprile nel 2-0 all’Al-Okhdood, 14esima vittoria di fila per il club). Zero titoli di lega, Coppa del Re o Supercoppa, con tre finali perse. Quantomeno si può consolare con la conquista dell’Arab Club Champions Cup 2023 (vinta 2-1 contro l’Al-Hilal). Ma alla collezione del primo calciatore della storia a segnare almeno 100 reti con quattro club diversi (Real Madrid, Juventus, Manchester United e appunto Al-Nassr) manca ancora il primo posto nella lega araba. E il 2026 potrebbe essere l’anno buono, visto che la squadra di CR7 è in testa con 5 punti di vantaggio su quella di Inzaghi, a 6 giornate dalla fine. Grazie anche a qualche spintarella?

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Cristiano Ronaldo accanto alla squadra degli arbitri (foto Ansa).

Il vecchio scontro con persino uno “sciopero” di due partite

Va da sé che, allo stato dei fatti, si tratta di illazioni e come tali vanno trattate. Piuttosto, va messo in evidenza un altro aspetto: soltanto due mesi fa Ronaldo era andato allo scontro, inscenando persino uno “sciopero” di due partite, in dissenso con quello che riteneva essere un atteggiamento di favore tenuto dalla lega – e da chi la governa e finanzia, cioè il fondo sovrano Pif, a sua volta presieduto dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman – verso l’Al-Hilal di Simone Inzaghi.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Nel fotomontaggio Simone Inzaghi e Mohammed bin Salman (foto Ansa).

In quel passaggio la Roshn League aveva risposto con un comunicato molto duro, per richiamare l’attaccante all’ordine e ricordargli che nessuno è al di sopra dell’interesse generale rappresentato dalla lega stessa. E tuttavia, guarda un po’, da lì in poi le cose hanno preso a girare in direzione opposta. Cioè favorevole all’Al-Nassr.

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Simone Inzaghi, allenatore dell’Al-Hilal (foto Ansa).

L’altro comunicato: la protesta dell’Al-Ahli

Rispetto a quello emesso dalla lega a febbraio, per stigmatizzare l’atto di ribellione di Cristiano, c’è un altro comunicato che spiega come sono cambiate le cose nel frattempo. Lo ha pubblicato l’Al-Ahli, club che ambirebbe a concorrere per la vittoria del campionato, ma che si è ritrovato ad affrontare ostacoli inattesi. L’ultimo della serie riguarda le decisioni arbitrali avverse nella gara contro l’Al-Fayha, pareggiata 1-1 con due rigori negati. Queste due decisioni sfavorevoli si uniscono a numerosi episodi che avvengono in altri campi. Apparentemente slegati, ma tutti convergenti nello spianare all’Al-Nassr la strada verso il titolo.

È questo il motivo per cui, via social, si moltiplicano i post sul tema. In qualche caso sono calciatori come Riyad Mahrez, l’ex Manchester City che gioca proprio nell’Al-Ahli e si è visto negare uno dei due rigori nella partita contro l’Al-Fayha; o come Danilo Pereira, il portoghese che gioca nell’Al-Ittihad, secondo cui tutto quanto sarebbe già scritto.

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Cristiano Ronaldo (foto Ansa).

L’attaccante inglese Toney rischia una lunga squalifica

Si tratta di esternazioni non esplicite, a differenza di quelle rilasciate da Ivan Toney, attaccante inglese dell’Al-Ahli: che ha parlato apertamente di un disegno per far vincere la squadra di CR7. A causa di queste non paludate prese di posizione l’inglese rischia una squalifica, che può arrivare fino a un anno.

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Ivan Toney, attaccante inglese (foto Ansa).

La lega saudita perde un altro pezzo di credibilità

Sarà stato imprudente, o troppo diretto: ma di sicuro Toney ha dato voce a una lettura della situazione che è molto più di un sospetto. Fra rigori generosamente concessi all’Al-Nassr e episodi che regolarmente penalizzano le concorrenti al titolo, il cammino verso la vittoria del campionato è sempre più facilitato per la squadra di Ronaldo. Che, dal canto suo, a febbraio si lamentava perché Pif consentiva all’Al-Hilal di Inzaghi delle possibilità di rafforzarsi in sede di calciomercato che invece venivano negate alle concorrenti. Sarà una coincidenza, ma da allora il vento è completamente cambiato. Effetto delle lamentazioni di CR7? Di sicuro c’è che la tempistica coincide. E toglie un altro pezzo di credibilità a una lega nata artificiale e incapace di evolvere da quello status.

La disfatta della Nazionale è un guaio pubblicitario per Rai, Dazn e canali web

Nel 2018 la Nazionale non si qualificò al Mondiale di calcio in Russia, e l’asta per i diritti tivù, che avvenne dopo quella prima disfatta, vide Mediaset aggiudicarsi tutti i 64 match della manifestazione mettendo sul piatto 78 milioni di euro (la Rai si fermò a 60 milioni). Fuso orario favorevole, partite avvincenti, e alla fine del Mondiale i manager di Publitalia si dissero soddisfatti per essere riusciti anche a guadagnare una discreta cifra, portando a margine un tipo di torneo che invece, per concentrazione delle partite in pochi giorni e scarsità di break pubblicitari, in genere è sempre un bagno di sangue per il broadcaster che lo trasmette.

Il doloroso all-in della Rai nel 2022

Nel 2022 la Fifa, memore dell’Italia in bilico, decise di aprire l’asta per i diritti del Mondiale in Qatar ben prima della certezza di avere questa o quella nazione alla fase finale. E la Rai, ancora scottata dallo smacco subito nel 2018 (per la prima volta il Mondiale non figurava nei palinsesti del servizio pubblico), decise di fare un all-in: 166 milioni di euro a scatola chiusa per i diritti di tutte le partite del torneo organizzato tra novembre e dicembre (per ovviare al caldo torrido che ci sarebbe stato tra giugno e luglio in Qatar).

La disfatta della Nazionale è un guaio pubblicitario per Rai, Dazn e canali web
Giorgio Chiellini consola Giacomo Raspadori dopo la sconfitta nel 2022 ai playoff contro la Macedonia del Nord (foto Ansa).

Pure in quella occasione, tuttavia, l’Italia non si qualificò, eliminata agli spareggi dalla Macedonia del Nord. E per viale Mazzini fu un disastro, con perdite per decine di milioni di euro (la Rai, peraltro, a differenza di Mediaset ha tetti pubblicitari molto più stringenti) che influenzarono non poco i risultati del bilancio di esercizio.

Come ci si è tutelati per il 2026 con l’incognita Azzurri

Per il 2026 tutti i broadcaster operanti in Italia si sono mossi con più cautela. E, pur aggiudicandosi i diritti tivù già qualche settimana fa, si sono cautelati con azioni differenti in caso di partecipazione o meno degli Azzurri. Dopo l’eliminazione dell’Italia per mano della Bosnia, ecco scattare i nuovi prezzi: la Rai verserà alla Fifa solo 70 milioni di euro per 35 partite in chiaro del Mondiale CanadaUsaMessico, mentre Dazn pagherà circa 50 milioni di euro per tutti i 104 match del torneo in pay tivù.

L’evento senza Italia sarà un massacro per le casse

A occhio e croce, comunque, per la Rai si tratterà ancora una volta di un bagno di sangue: più o meno la stessa cifra pagata da Mediaset nel 2018, ma per la metà delle partite. E, peraltro, non è detto che quelle fissate in calendario a orari comodi per l’Europa (occhio al fuso orario) siano anche le più interessanti. Tenuto conto della capacità di raccolta pubblicitaria del servizio pubblico, con i paletti fissati per legge, diciamo che il Mondiale porterà una perdita netta per la Rai nell’ordine dei 50 milioni di euro. Ovviamente, si può comprendere che il contratto di servizio pubblico comporti anche questi sforzi. Ma, limitandoci a un’analisi puramente economico-finanziaria, l’evento sarà un massacro per le casse della televisione di Stato.

La disfatta della Nazionale è un guaio pubblicitario per Rai, Dazn e canali web
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Così come per Dazn, i cui 50 milioni di euro pagati li potremmo già classificare tutti come una perdita netta, tenuto conto che le partite a orari decenti saranno in chiaro sulla Rai, e che quelle a notte fonda avranno audience risibili sulla piattaforma in streaming a pagamento, senza stimolare molti nuovi abbonati.

Nello sconforto anche influencer, piattaforme social e podcast

Ma la sconfitta ai rigori con la Bosnia getta nello sconforto pure tutti gli influencer, le piattaforme social, i podcast che sul commento, il chiacchiericcio, la voglia di criticare o esultare avevano puntato grosso per i prossimi mesi di giugno e luglio, e che invece si ritroveranno solo a parlare con un ristretto pubblico di impallinati del calcio internazionale.

La disfatta della Nazionale è un guaio pubblicitario per Rai, Dazn e canali web
Rino Gattuso e la prima pagina della Gazzetta dopo la disfatta.

E il Mondiale 2026, proprio per i problemi di fuso orario dei match live, poteva essere un’occasione d’oro per progetti come Cronache di spogliatoio, con le sue dirette in orari di prime time dedicate ad analisi e opinioni (su YouTube dopo la débâcle di martedì sera c’erano addirittura 20 mila utenti collegati, cifra record per il canale, assatanati di commenti e giudizi post-partita).

Le conversazioni sulle partite erano potenti opportunità

Come sottolineato da Warc Media, piattaforma digitale che fornisce dati, insight e benchmark sull’efficacia del marketing e della pubblicità, «il Mondiale 2026 vale circa 10,5 miliardi di dollari di pubblicità incrementale a livello complessivo su tutto il globo, ma gli investimenti verranno divisi su più fronti, poiché i brand vorranno interagire con i tifosi e gli appassionati su più punti di contatto. Non solo attraverso i broadcaster tivù che, svenandosi, hanno comprato i diritti audiovisivi, ma pure con tutte le piattaforme che trarranno vantaggio dalle conversazioni relative al Mondiale senza sborsare un dollaro per i diritti: dai contenuti dei creator ai podcast, tutti touch point capaci di trasformare le conversazioni sulle partite in potenti opportunità di connessione e impatto».

Minori investimenti pubblicitari e mancati introiti per il sistema calcio

In Italia le conseguenze dell’eliminazione saranno pesanti: in base a stime Upa (Utenti di pubblicità associati, cioè le più importanti aziende che investono in pubblicità) per edizioni passate, la mancata presenza dell’Italia al Mondiale comporta minori investimenti pubblicitari nell’ordine di circa 100 milioni di euro. A cui sommare i circa 100 milioni di euro di mancati introiti per il sistema calcio. Per non parlare, poi, di tutto l’indotto che un Mondiale porta con sé in tema di bar, ristoranti, out of home. E della reputazione, quella del sistema Paese Italia, che dopo la bella immagine esportata nel mondo con le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 torna adesso a livelli bassissimi.

Disastro Italia, dopo Gravina lascia anche Buffon: l’annuncio sui social

Oltre a Gabriele Gravina, che ha finalmente lasciato la poltrona di presidente della Figc, dopo la mancata qualificazione ai Mondiali ha fatto un passo indietro anche Gianluigi Buffon. L’ex portiere ha annunciato sui social le dimissioni da capo delegazione della Nazionale italiana, rassegnate – ha spiegato – «un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia», prima della richiesta di «temporeggiare» arrivata dai piani alti: «Un atto impellente, che mi usciva dal profondo. Spontaneo come le lacrime e quel male al cuore che so di condividere con tutti voi».

«Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità, perché, pur nella sincera convinzione di aver costruito tanto a livello di spirito e di gruppo con Rino Gattuso e tutti i collaboratori, nel pochissimo tempo a disposizione della Nazionale, l’obiettivo principale era riportare l’Italia al Mondiale», scrive Buffon. E poi: «È giusto lasciare a chi verrà dopo la libertà di scegliere la figura che riterrà migliore per ricoprire il mio ruolo. Rappresentare la Nazionale è per me un onore ed una passione che mi divora fin da quando ero un ragazzino». Buffon ha poi detto di aver «chiesto ed ottenuto l’inserimento di poche, importanti figure di forte esperienza, che insieme con le competenze già presenti, stanno dando vita» ai cambiamenti necessari per riportare in alto l’Italia: «Ho cercato di interpretare il mio incarico mettendoci tutte le mie energie, guardando a tutti i settori per essere anello di congiunzione, di dialogo e di sinergia tra le varie giovanili, cercando di strutturare, insieme ai vari responsabili, un progetto che partendo dai giovanissimi arrivi fino alla Nazionale Under 21. Il tutto per ripensare il modo nel quale si allevano i talenti della futura Nazionale maggiore».

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Michele Uva direttore esecutivo di Euro 2032 Italia

L’Uefa ha affidato a Michele Uva il ruolo di direttore esecutivo di Euro 2032 Italia. A lui il compito di guidare le attività di coordinamento, pianificazione e sviluppo del progetto italiano legato alla competizione europea a cui – sospiro di sollievo – l’Italia parteciperà certamente in quanto Paese ospitante assieme alla Turchia. Dal 2017 nella Uefa di cui è stato anche vicepresidente, Uva lascia l’incarico legato alla sostenibilità di cui si è occupato negli ultimi cinque anni: a ottobre del 2025 è stato inserito nella lista TIME100 dedicata ai personaggi più influenti al mondo sul tema del clima, il primo nell’ambito dello sport.

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Dalla pallavolo al calcio, chi è Michele Uva

Classe 1964, Uva ha vanta una lunga esperienza manageriale maturata nel mondo dello sport. Calcio, ma non solo. Ha infatti iniziato come dirigente nel 1985 nella pallavolo prima con la Zinella Volley Bologna, poi con la Sisley Volley Treviso e infine come direttore generale nella squadra della sua città, Matera, capace di primeggiare a livello nazionale e continentale. In questo periodo è stato nominato anche presidente della Lega Pallavolo Serie A femminile, incarico che ha mantenuto fino al 1996, anno del passaggio al calcio. Dal 1996 al 2001 è stato direttore generale del Parma, con cui ha vinto Coppa Italia, Supercoppa italiana e Coppa Uefa. Successivamente, fino a novembre 2002 è stato vicepresidente e ceo della Lazio. Dal 2003 al 2006 ha svolto il ruolo di consulente strategico per la società tedesca Sport+Markt AG (oggi Nielsen Sport). Poi è passato al basket, diventando per due anni direttore generale della Virtus Roma. A settembre del 2014 è stato nominato direttore generale della Figc. Nel 2017 l’approdo all’Uefa, di cui è stato vicepresidente fino al 2020. Dal 2021 era executive director della Uefa con responsabilità sui temi della Social & Environmental Sustainability

Gravina si è dimesso da presidente della Figc

Gabriele Gravina non è più presidente della Figc. Le sue dimissioni, invocate da più parti dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali, sono arrivate all’inizio del vertice in Federcalcio a cui hanno partecipato anche i i numeri uno di Lega Serie A, Serie B, Lega Pro, LND, AIC e AIAC, ovvero Ezio Maria Simonelli, Paolo Bedin, Matteo Marani, Giancarlo Abete, Umberto Calcagno e Renzo Ulivieri. Contestualmente l’ormai ex presdidente del calcio italiano ha indetto le elezioni per la nomina del suo successore: si terranno a Roma il 22 giugno.

Il comunicato della Figc

Questo il comunicato della Figc: «Si è svolto oggi presso la sede della Figc a Roma l’incontro tra il presidente Gabriele Gravina e i presidenti delle componenti federali. A inizio lavori, Gravina ha informato i massimi rappresentanti della Lega Calcio Serie A Ezio Maria Simonelli, della Lega B Paolo Bedin, della Lega Pro Matteo Marani, della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete, dell’Associazione Italiana Calciatori Umberto Calcagno e dell’Associazione Italiana Allenatori di Calcio Renzo Ulivieri, di aver rassegnato le dimissioni dall’incarico affidatogli nel febbraio 2025 e di aver provveduto ad indire l’Assemblea Straordinaria Elettiva della Figc per il prossimo 22 giugno a Roma. La data è stata individuata nel pieno rispetto dello Statuto federale e per garantire alla nuova governance l’espletamento della procedura d’iscrizione ai prossimi campionati professionistici. Durante la riunione, inoltre, Gravina ha ringraziato le componenti per aver rinnovato, in forma pubblica e privata, la vicinanza e il sostegno alla sua persona e ha informato i presidenti di essersi reso volentieri disponibile ad intervenire in audizione il prossimo 8 aprile (ore 11) in VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei deputati per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Sarà in quella sede che il presidente Gravina esporrà nella maniera più compiuta ed esaustiva possibile una relazione sui punti di forza e di debolezza del movimento, toccando anche alcuni dei temi già affrontati nella conferenza stampa svoltasi dopo la gara della Nazionale giocata a Zenica lo scorso martedì 31 marzo. A tal proposito, Gravina si è detto rammaricato per l’interpretazione delle sue parole sulla differenza tra sport dilettantistici e professionistici, che non volevano assolutamente essere offensive nei confronti di alcuna disciplina sportiva, bensi erano un riferimento alle differenti normative e regolamentazioni interne (ad esempio, la presenza nella governance di alcune Federazioni di Leghe con le relative autonomie) ed esterne (con espresso riferimento alla natura societaria dei Club professionistici calcistici che devono sottostare a una legislazione nazionale e internazionale diversa dai Club dilettantistici)».

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona

C’era una volta il calcio italiano delle notti magiche. Oggi c’è Zenica, Bosnia-Erzegovina, un campo da Serie D, 9.500 spettatori e un’intera nazione che guarda l’abisso per la terza volta consecutiva. Tre Mondiali saltati. Tre. Non uno, che poteva essere sfortuna. Non due, che poteva essere crisi. Tre, che è un certificato di morte (sportiva). E chi ha firmato il certificato? Facciamo i nomi, che in Italia si fa sempre troppa fatica a farli.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
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Partiamo dal commissario tecnico, Rino Gattuso. L’uomo che il mainstream giornalistico tratta come un passante generoso che si è immolato per darci una mano. Peccato che quel passante avesse un curriculum che farebbe rabbrividire un direttore delle risorse umane di qualsiasi azienda del Pianeta: esonerato al Milan, incapace di portare il Napoli in Champions con la stessa rosa con cui Luciano Spalletti sfiorò lo scudetto, e poi il pellegrinaggio tra Valencia, Marsiglia, Hajduk Spalato, raccogliendo macerie ovunque. Ma Ringhio piace, ha la faccia giusta, le signore lo adorerebbero come babysitter. Il problema è che non doveva fare il babysitter: doveva portare l’Italia al Mondiale.

Bastoni, il simbolo dell’antisportività primo responsabile del fallimento

E invece cosa ha fatto? Ha convocato Alessandro Bastoni, l’uomo che poche settimane prima era diventato il simbolo dell’antisportività per via di quella simulazione con successiva esultanza che ha deciso il campionato. Un calciatore che psicologicamente non reggeva la pressione, e che puntualmente prima dell’intervallo è scivolato sull’avversario lanciato in porta con la grazia di un elefante sul ghiaccio, beccandosi il rosso e lasciando la Nazionale in 10 uomini. La faccia peggiore dell’Italia, l’ha definita qualcuno. Difficile dargli torto.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Alessandro Bastoni contro Pierre Kalulu durante Inter-Juve del 14 febbraio 2026 (foto Ansa).

Ma il capolavoro tattico di Gattuso è stato un altro. E cioè tenere in panchina Marco Palestra, che era il più in forma di tutti per distacco, per poi buttarlo dentro solo nella ripresa. Il ct si è ostinato con Mateo Retegui, che non stava in piedi. E poi, il colpo di genio definitivo: ai rigori ha mandato sul dischetto Pio Esposito, un ventenne a cui tremava il labbro prima di calciare. Un ragazzino spedito ad affrontare il leone nel Colosseo, con il peso di 60 milioni di italiani sulle spalle. Tiro alto, ovviamente. Come quello di Bryan Cristante, che ha centrato la traversa. Ma come si fa? In quale universo parallelo un allenatore che non ha vinto nulla nella sua carriera, a parte una Coppa Italia, ha il diritto di gestire momenti simili?

Due Mondiali mancati e la figuraccia a Euro 2024

Eppure Gattuso è solo il sintomo. La malattia ha un nome preciso: Gabriele Gravina. Il presidente della Federcalcio che è riuscito nell’impresa storica di inanellare non uno, ma due Mondiali mancati sotto la sua gestione. Con in mezzo la figuraccia all’Europeo 2024, dove siamo stati eliminati dalla Svizzera agli ottavi di finale. E, dettaglio non trascurabile, un’indagine per appropriazione indebita e autoriciclaggio, che in Italia evidentemente fa curriculum.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
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Gravina dopo le disfatte non si dimette. Non lo ha fatto post Macedonia (2022) né post Svizzera (2024) né post Bosnia (2026). Ora tutti invocano il suo passo indietro, addirittura sono state lanciare delle uova contro la sede della Figc di via Allegri a Roma. Eppure in conferenza stampa il presidente ha confermato Gattuso, Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci. Confermando anche se stesso. Ha parlato di Consiglio federale, di sedi deputate, di riflessioni approfondite. Tradotto dal burocratese: sto seduto sulla mia poltrona da quasi mezzo milione l’anno e non mi schiodo.

E, intorno a lui, le figurine dei trionfi del 2006 e del 2021. Buffon, Bonucci, appuntati sulla maglia azzurra come feticci di una gloria passata, senza competenza alcuna per i ruoli che ricoprono. Fabio Caressa a Sky ha detto che Buffon e Gattuso volevano dimettersi e Gravina li ha fermati. Certamente il sistema si auto-protegge. Si blinda. Si perpetua. Come nel 2022, quando all’indomani della Macedonia Gravina non esonerò Roberto Mancini per salvare se stesso, e Mancini poi scappò in Arabia Saudita, gettando le premesse per il disastro Spalletti e poi per questo ennesimo fallimento epocale.

Guardate il tennis: Binaghi ha fatto funzionare il movimento

Ma il vero schiaffo arriva da fuori il calcio. Guardate il tennis. Angelo Binaghi ha preso un movimento che non esisteva e lo ha trasformato in una potenza mondiale. Ha aperto scuole federali, investito sui bambini, costruito un sistema. Il risultato? Jannik Sinner, Matteo Berrettini, Lorenzo Musetti e una generazione intera di campioni. Il tennis italiano domina il mondo perché qualcuno ha avuto la visione e la competenza per costruire qualcosa dal basso.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Angelo Binaghi, presidente della Federtennis (foto Imagoeconomica).

E il calcio? Qui non esiste nulla di tutto questo. Niente scuole federali che funzionano, niente progetto di sviluppo dei talenti. È tutto abbandonato alle squadre di club, che legittimamente guardano ai profitti e alle vittorie, non al movimento. Le Iene documentarono anni fa il sistema di raccomandazioni che inquinava i settori giovanili. La Francia, quella che sforna talenti a nastro, ha un modello di formazione che funziona perché è il sistema federale a gestirlo. Noi abbiamo Gravina che convoca il Consiglio federale per farsi ridare la fiducia da potentati a libro paga.

I politici chiedono le dimissioni: ma dove eravate fino a ieri?

E la politica? Oggi tutti a chiedere dimissioni. La Lega, il meloniano Federico Mollicone, la seconda carica dello Stato Ignazio La Russa, il ministro dello Sport Andrea Abodi. Perfetto. Ma dove eravate fino a ieri? Chi ha supportato Gravina per tutti questi anni? Chi ha permesso che il calcio italiano marcisse in questo modo? Il governo che oggi chiede le dimissioni è lo stesso che ha sempre sostenuto il sistema. L’indignazione a posteriori è il più italiano dei vizi.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Tre generazioni di ventenni non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali. Non sanno cosa siano le notti magiche, non conoscono l’ebbrezza di un gol azzurro nella competizione più importante. E non la conosceranno almeno fino al 2030, se va bene. Perché con questa classe dirigente non c’è nessuna garanzia.

Come si farebbe in qualsiasi azienda seria, i responsabili devono andare a casa

Gattuso fuori. Buffon fuori. Bonucci fuori. Gravina fuori. Tutti fuori. Non dimissioni concordate, non Consigli federali addomesticati, non conferme in conferenza stampa. Via. Come si farebbe in qualsiasi azienda seria del mondo dopo un fallimento di queste proporzioni.
Oppure, come dice Il Fatto Quotidiano, meritiamo di scomparire dal calcio mondiale. Anzi, siamo già scomparsi. E il responsabile ha un nome e un cognome.