Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager

Mentre in Leonardo si completa il riassetto voluto da Lorenzo Mariani, prende forma un’altra partita, meno visibile ma altrettanto delicata: quella delle uscite eccellenti. Tra queste c’è il possibile approdo di Carlo Gualdaroni, manager di fiducia del precedente amministratore delegato Roberto Cingolani, come super consulente di Elettronica, l’azienda della Difesa che fa capo alla famiglia Benigni (con il 35 per cento delle quote), ma che ha tra gli azionisti la stessa Leonardo (31,33 per cento) e la francese Thales (33,33 per cento).

Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Roberto Cingolani con Carlo Gualdaroni (foto Imagoeconomica).

Gualdaroni, destinato a lasciare Leonardo dopo la nomina di Mariani, percepirebbe una buonuscita (frutto di un vecchio accordo firmato quando l’ad della società era Mauro Moretti) stimata intorno ai 5 milioni di euro, simile a quella riscossa da Cingolani.

Il passaggio di Gualdaroni a Elettronica incontra diversi ostacoli

La consulenza, però, non sarebbe ancora definita. Pur godendo del favore del ministro della Difesa Guido Crosetto, l’operazione incontra diversi ostacoli: dalla presenza del figlio Angelo all’interno di Elettronica alla probabile contrarietà dell’azionista francese, che non avrebbe dimenticato le vicende giudiziarie che coinvolsero Gualdaroni nel 2013 in un’inchiesta della procura di Napoli su degli appalti truccati per il Cen (Centro elettronico nazionale) della polizia di Stato, ossia il cuore informatico del sistema di pubblica sicurezza nazionale, da cui peraltro il manager uscì indenne, dichiarato estraneo ai fatti per assoluta infondatezza delle accuse.

Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Carlo Gualdaroni (foto Imagoeconomica).

A frenare potrebbe essere anche Enrico Peruzzi, presidente esecutivo di C4Gate e genero del presidente di Elettronica, che proprio durante la stagione manageriale di Gualdaroni fu allontanato da Leonardo.

Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Roberto Cingolani con Enrico Peruzzi (foto Imagoeconomica).

Capitolo delle buonuscite già finito sotto l’attenzione del Mef

L’uscita dell’ex co-direttore generale segue quella di Helga Cossu, già Chief Digital Identity, Outreach and Communication Officer, nonché direttrice generale della Fondazione Leonardo. Quella dell’ex giornalista di Sky Tg24, che starebbe trattando una liquidazione ben superiore ai 900 mila euro di cui parlavano le indiscrezioni, si aggiunge al capitolo delle buonuscite del top management già finito sotto l’attenzione del Mef.

Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
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Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager

Caso Cucchi, le motivazioni della sentenza della Cassazione sui depistaggi

«Le sentenze hanno ritenuto che la condotta di falso fosse finalizzata a coprire le eventuali, possibili, responsabilità dei Carabinieri appartenenti al “Gruppo Roma” nella morte di Stefano Cucchi». È quanto scrive la quinta sezione penale della Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza sui depistaggi seguiti al decesso di Cucchi, arrestato il 15 ottobre 2009 e morto sette giorni dopo a causa del pestaggio subito dagli appartenenti all’Arma mentre era sottoposto a custodia cautelare.

La sentenza arrivata a marzo

A marzo la Cassazione ha rigettato i ricorsi dei carabinieri per i quali era stata riconosciuta in appello l’intervenuta prescrizione o condanna. Tra questi figurano il generale Alessandro Casarsa, Luciano Soligo e Francesco Cavallo. E ha assolto il colonello Lorenzo Sabatino, che aveva rinunciato alla prescrizione per ottenere una pronuncia nel merito. Sono rimaste definitive solo due condanne: quella a 10 mesi per Francesco Di Sano e quella a 2 anni e 6 mesi per Luca De Cianni.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai

Dicono i beninformati che la pazienza di Palazzo Chigi sia arrivata al limite, e che Giorgia Meloni avrebbe fatto volentieri a meno di questa guerra tutti contro tutti in Rai. La premier in particolare ha puntato il dito contro Antonio Marano, consigliere anziano e per questo da quasi tre anni facente funzioni di presidente, perché la maggioranza non ha mai trovato uno straccio di accordo su chi dovesse sostituire Marinella Soldi, nel frattempo approdata alla Bbc.

Tutto è iniziato con la staffetta Sergio-Rossi benedetta da Meloni

Quando il primo ottobre 2024 si insediò questo consiglio di amministrazione, Meloni aveva garantito di persona la famosa staffetta tra Roberto Sergio e Giampaolo Rossi: prima Sergio amministratore delegato e Rossi direttore generale, poi, dopo un anno e mezzo, lo scambio delle poltrone. Detto fatto, con tanto di benedizione della premier.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Giampaolo Rossi e Roberto Sergio (Imagoeconomica).

Il nodo Simona Agnes, che non non è mai riuscita a farsi eleggere

Quello che però nessuno aveva messo in conto era la variabile imprevista, ossia Marano. Entrato in cda in quota Lega, si è ritrovato presidente facente funzioni in qualità di consigliere anziano perché la presidente designata, Simona Agnes (quota Forza Italia, sponda Gianni Letta) non è mai riuscita a farsi eleggere dalla Commissione di Vigilanza. Così quella del leghista, vecchio e abile navigatore del mondo televisivo, da provvisoria è diventata una situazione stabile.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Simona Agnes (Imagoeconomica).

Marano del ruolo si è innamorato e ora teme di perderlo

Marano, che del ruolo si è innamorato e teme di perderlo, ha così aperto le ostilità contro il direttore generale Sergio, che si è mostrato poco incline ad assecondare certe sue richieste di collocazione nei palinsesti, dettate da criteri che con le esigenze editoriali avevano, diciamo così, un rapporto piuttosto lasco. Da qui la mossa che il consigliere anziano riteneva geniale: stringere un patto con la stessa Agnes, offrendole la direzione generale al posto di Sergio.

Il piano geniale del presidente ha due punti deboli

Peccato che il furbo Marano non abbia fatto i conti con l’aritmetica e con lo statuto. Primo: il direttore generale lo nomina l’amministratore delegato, e Rossi non ha la minima intenzione di insediare la Agnes. Secondo, ed è qui che la trappola si chiude su chi l’ha architettata: se la Agnes diventasse dg dovrebbe lasciare il cda, perché lo statuto non consente di cumulare i due ruoli, liberando così la sua poltrona in consiglio. E quella poltrona, paradosso dei paradossi, potrebbe occuparla proprio Sergio, mollando la direzione generale per entrare in cda, fare la guerra a Marano sul suo stesso terreno e magari candidarsi alla presidenza con l’appoggio delle opposizioni.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Antonio Marano e Simona Agnes (foto Ansa).

Sergio se ne va o no? Lui smentisce (per ora)

Voci di corridoio hanno anche dato conto di un pensierino di Sergio al trasferimento definitivo a San Marino, per occuparsi solo di quella tivù di Stato. Lo stesso dg è intervenuto sull’argomento con un post su Facebook: «Leggo titoli e ricostruzioni che parlano di “Sergio cacciato” o di “Sergio che se ne va“. Non intendo alimentare commenti o polemiche. Continuo a svolgere il mio lavoro nell’esclusivo interesse dell’azienda». E ancora: «Non rilascerò dichiarazioni pubbliche almeno fino alla presentazione dei palinsesti di luglio. Fino ad allora parleranno i fatti, i risultati e il lavoro quotidiano al servizio della Rai».

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Il direttore generale di San Marino Tv Roberto Sergio (Imagoeconomica).

Anche su Rai Cinema Salvini non è stato ascoltato

Nel frattempo Marano ha trovato il modo di far arrabbiare anche Matteo Salvini. Sul fronte Rai Cinema aveva dato il via libera alla riconferma di Paolo Del Brocco come amministratore delegato e di Nicola Claudio alla presidenza, ignorando bellamente le indicazioni del Carroccio. E nel cda i vertici di Rai Cinema sono stati puntualmente riconfermati: Marano insomma se n’è fregato del parere di Salvini.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai

Un dettaglio che vale più di mille comunicati: il consigliere anziano gioca ormai partite tutte sue, intrattenendo proficue relazioni anche con l’opposizione, se è vero che è stato visto più volte a cena con Stefano Graziano, il capogruppo del Partito democratico in Commissione di Vigilanza. Trasversalismi che in Rai sono stati subito notati.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Stefano Graziano (foto Imagoeconomica).

Di tutto la premier ha bisogno tranne che dell’apertura di un fronte Rai

Così Palazzo Chigi è passato dall’irritazione all’allarme. Meloni aveva garantito e benedetto la staffetta, e non sopporta di vedere le sue promesse calpestate. Ma soprattutto, alla vigilia dell’ultimo anno di legislatura, di tutto la premier ha bisogno tranne che dell’apertura di un fronte Rai che minaccia di procurarle ulteriori turbolenze.

Il patto tra Lega e Fratelli d’Italia sulla riforma della Rai

E siccome la Lega ha definitivamente capito che il suo consigliere-presidente gioca in proprio, ha improvvisamente aperto alla riforma della Rai ferma da mesi in Senato. Giancarlo Giorgetti e Alessandro Morelli hanno fatto sapere a Fratelli d’Italia che, se al Carroccio verrà riconosciuto un amministratore delegato di propria nomina, sono pronti a dare il via libera al provvedimento. Tradotto: il partito di Salvini è disposto a barattare la riforma pur di togliersi finalmente di torno un suo stesso uomo.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai

Saltano i colloqui Usa-Iran: Teheran chiede la fine delle ostilità in Libano

Dopo la cerimonia di firma del memorandum d’intesa, sono saltati anche i colloqui previsti per oggi tra Stati Uniti e Iran sull’attuazione dell’accordo in 14 punti. Come ha riferito una fonte diplomatica alla Cnn, Teheran ha chiesto garanzie sulla fine delle ostilità in Libano, «come previsto dall’accordo firmato», prima di riprendere i colloqui con Washington. La fonte ha descritto i colloqui previsti come «temporaneamente sospesi», senza specificare quando i mediatori prevedano una ripresa. Successivamente un alto funzionario statunitense ha detto alla Reuters che Israele e Hezbollah hanno concordato un cessate il fuoco dalle 16 ora locale (le 15 italiane).

Washington aveva parlato di difficoltà logistiche

Ad annunciare il rinvio è stato il ministero degli Esteri della Svizzera: le trattative avrebbero dovuto cominciare nella località elvetica di Obbürgen, con Qatar e Pakistan nel ruolo di mediatori. Ma la Casa Bianca ha fatto sapere che il vicepresidente JD Vance non sarebbe partito. L’amministrazione Usa ha motivato il rinvio con difficoltà logistiche legate ai colloqui tecnici destinati a definire i dettagli di un accordo firmato il giorno precedente da Donald Trump. Ma il rinvio – dovuto al dietrofront iraniano – è invece legato a quanto sta accadendo in Libano.

Saltano i colloqui Usa-Iran: Teheran chiede la fine delle ostilità in Libano
JD Vance (Ansa).

I morti israeliani in Libano e la rappresaglia dell’IDF

In Libano si continua infatti a sparare. Dopo un attacco di Hezbollah nel sud del Paese in cui hanno perso la vita quattro soldati dell’IDF, Benjamin Netanyahu ha dato ordine di «colpire con forza» la milizia islamista: Tel Aviv ha condotto raid contro oltre 80 obiettivi in cui sono rimaste uccise almeno 21 persone. «Come ho chiarito inequivocabilmente, Israele rimarrà nella zona di sicurezza nel Libano meridionale finché sarà necessario per proteggere le comunità del nord», ha affermato Bibi. Hezbollah, rispondendo alle accuse israeliane di aver rotto la tregua, ha replicato: «Sono loro a non rispettare i patti dal 2024».

Saltano i colloqui Usa-Iran: Teheran chiede la fine delle ostilità in Libano
Benjamin Netanyahu (Ansa).

Teheran: «Fermi nel rispettare le nostre linee rosse»

Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, parlando del rinvio dei colloqui con gli americani, ha dichiarato: «Come abbiamo dimostrato nel corso dei precedenti negoziati, restiamo fermi nel rispettare le condizioni e le linee rosse stabilite e nel difendere gli interessi della nazione iraniana». Poi ha aggiunto che la Repubblica Islamica è «pronta a reagire» nel caso in cui «il nemico dovesse eccedere» nelle sue richieste.

Il Pakistan: «Sbalorditi dalla decisione dell’Iran»

Il Pakistan si è detto «sbalordito» dalla decisione dell’Iran di non partecipare ai colloqui con gli Usa che erano in programma per oggi in Svizzera. Lo hanno riferito ad Associated Press due funzionari. Altre due fonti regionali hanno spiegato che i mediatori sono ora concentrati sul placare i combattimenti in Libano e riprogrammare gli incontri.

Trump: «È l’Iran ad aver firmato per disperazione»

«Non ci siamo incontrati per disperazione, lo ha fatto l’Iran. Sono finiti! Andremo fino in fondo ai 60 giorni. Non avranno un soldo, nemmeno dieci centesimi!». Lo ha scritto Trump su Truth, replicando alle affermazioni della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, secondo cui gli Stati Uniti «hanno firmato l’accordo per debolezza e necessità».

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole

Lollo show. Lollo senza sosta. Lollo inesauribile. Chi ha vissuto la giornata di giovedì 18 giugno seguendo il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida alla fine è arrivato stravolto a casa: mattinata a Milano per Assolatte, dove ha detto che «il settore lattiero-caseario è un modello virtuoso che ci viene invidiato dal mondo e che rappresenta appieno il Made in Italy» (che poi quest’ultimo sarebbe un argomento di competenza di Adolfo Urso), senza dimenticare frasi a effetto come quella di voler assicurare ai «nostri imprenditori di avere le spalle coperte quando decidono di investire in nuove esperienze di mercato, riuscendo a contaminare in senso positivo il resto del Pianeta con ciò che sappiamo fare e con quanto abbiamo garantito in termini di benessere». Quindi si torna a Roma, c’è anche l’assemblea di Assica, ossia il mondo della carne, fino allo show nel Chiostro del Bramante, con il ventennale di “Italia del Gusto”, per consegnare a Giovanni Rana, fondatore e presidente onorario di Italia del Gusto, la moneta dedicata alla Cucina italiana patrimonio Unesco. L’unico riposato e in forma, a tarda sera, era proprio Lollo.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
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Pure Napoletano per Gualtieri alla Festa dell’Unità

Il feeling tra il quotidiano Il Messaggero e il sindaco di Roma ha superato ogni aspettativa: ci mancava solo l’intervista a Roberto Gualtieri in programma nella serata di venerdì alla Festa dell’Unità condotta da Roberto Napoletano, direttore del giornale di proprietà di Francesco Gaetano Caltagirone. «Siamo all’apoteosi», si sente dire da via del Tritone, la sede del quotidiano: anche perché «Napoletano non è mai stato di sinistra, e vederlo in mezzo ai “compagni” sarà uno spettacolo». Certo è che l’asse tra il costruttore-editore-finanziere e il primo cittadino della Capitale è saldissimo.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
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Obama invita Renzi: altro che la grotta di un’osteria romana…

Barack Obama chi ha invitato a Chicago, per l’inaugurazione della biblioteca presidenziale a lui intitolata? Matteo Renzi. Mentre in Italia il campo largo discute nella grotta di un’osteria romana (anche se per il numero dei componenti è stata battezzata come “la banda dei quattro”, evocando la storia della Cina), chi esce allo scoperto e va all’estero facendosi notare è sempre lui, l’ex sindaco di Firenze, che negli Stati Uniti è ascoltatissimo. E, alla faccia di tanti altri, coltiva le amicizie che contano.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Matteo Renzi e Barack Obama (Ansa).

La sinistra riparte da piazza Lucio Dalla. Capito, Vannacci?

Appuntamento a Bologna con la Fiom, nella giornata di venerdì 19 giugno. Una festa con la partecipazione annunciata della segretaria del Pd Elly Schlein, del leader M5s Giuseppe Conte e di Nicola Fratoianni per Sinistra italiana. Dove? Nella piazza intitolata a Lucio Dalla. Una scelta che sembra fatta apposta per rispondere al generale Roberto Vannacci, che aveva chiuso il suo incontro romano di Futuro nazionale con la canzone Futura di Dalla. Facendo protestare parenti e amici del cantautore…

Ruini, secondo funerale: stavolta a Reggio Emilia

Dopo l’addio solenne nella basilica di San Pietro, con papa Leone XIV, per il cardinale Camillo Ruini nella giornata di venerdì ecco il secondo funerale, a Reggio Emilia, nella cattedrale, in una celebrazione presieduta dall’arcivescovo Giacomo Morandi: nel Modenese tutti lo chiamano simpaticamente «monsignor Ferrari» perché per anni è stato vicario parrocchiale in quel di Fiorano, la patria della casa del Cavallino rampante. Il papa ha definito Ruini «pastore saggio e sollecito», in una cerimonia, quella romana, che verrà ricordata per i 34 cardinali celebranti.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il papa celebra il funerale del cardinale Camillo Ruini (foto Ansa).

A Sport e Salute piace la Volvo

Roma, Stadio dei Marmi del Foro Italico: première romana dei nuovi modelli Volvo, con 800 ospiti presenti «con forme e luci che hanno sfidato la solennità delle statue classiche che coronano lo stadio» (chissà cosa ne pensa il ministro della Cultura Alessandro Giuli). Protagonista Michele Crisci, presidente e managing director Volvo Car Italia, per annunciare la partnership con Sport e Salute, «la società dello Stato che si occupa dello sviluppo dello sport in Italia e alla quale il governo affida la promozione dell’attività fisica e dei corretti stili di vita», con Diego Nepi Molineris, ad di Sport e Salute. Tra l’altro, a partire dal quarto trimestre del 2026 chi guida una Volvo potrà utilizzare l’app della casa automobilistica per ricaricare la propria auto a trazione completamente elettrica presso oltre 20 mila stazioni Supercharger di Tesla in tutta Europa. Per la gioia di Elon Musk. C’erano una volta le auto italiane…

Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»

Tornato il sereno tra Donald Trump e Giorgia Meloni dopo il G7 di Evian? Mica tanto. Raggiunto telefonicamente da L’Aria che tira, programma di La7, il presidente americano ha dichiarato: «Meloni era probabilmente contenta che io le abbia parlato. Non ero obbligato a farlo, ma mi ha implorato di fare una foto con lei. Mi ha fatto pena».

Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»

Meloni: «Io e l’italia non imploriamo mai»

«Certe cose meritano una risposta immediata: le dichiarazioni di Donald Trump sono dichiarazioni totalmente inventate, sono francamente allibita», ha replicato Meloni sui social. «Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è per il resto la prima volta che accade. Ma una cosa se la deve ricordare: io e l’italia non imploriamo mai!». Puntando il dito contro Trump, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ho deciso di annullare la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno.

Calenda: «Bullo da operetta». Conte: «Parole inaccettabili»

«I deliri di Trump su Meloni sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa», ha dichiarato Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Attuazione del programma di governo: «Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Usa».

Questo il commento di Carlo Calenda su X: «Trump è un mentitore seriale nonché un bullo da operetta. Personalmente non credo affatto che Meloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l’onore della Nazione». Giuseppe Conte ha definito «inaccettabili» le parole di Trump. Così Nicola Fratoianni di Avs: «Non so se essere più preoccupato per un Trump ormai senza freni, e il problema è che fa il presidente degli Stati Uniti, o per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale, e il problema è che fa la presidente del Consiglio dei ministri del nostro Paese». E poi: «Verrebbe francamente voglia di esprimere solidarietà a Meloni. Se non fosse che tutto questo è il risultato delle sue scelte e della subalternità a Trump, come confermano gli acquisti di armi e di gas dagli Usa, che peseranno enormemente sui bilanci delle famiglie del nostro Paese. Una situazione grottesca che gli italiani non si meritano davvero». Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha scritto su X: «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Cara Presidente, hai finalmente capito che allearsi con quella gente lì significa essere contro l’Italia? Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump: l’Italia merita una classe dirigente che si faccia rispettare nel mondo. Una classe dirigente che non implora, mai. E gli Stati Uniti meritano un inquilino alla Casa Bianca che sappia che cosa è il coraggio, che cosa è il rispetto. La destra mondiale ha fallito: oggi lo ha capito anche la Meloni».

Regno Unito, Burnham vince le suppletive: ora può sfidare Starmer

Andy Burnham ha vinto le elezioni suppletive Makerfield, sobborgo popolare dell’area metropolitana della Grande Manchester (di cui è sindaco da nove anni), riconquistando un seggio alla Camera dei comuni dopo essere stato parlamentare dal 2001 al 2017. Per il “Re del Nord”, questo il soprannome di Burnham, il ritorno a Westminster rappresenta il lasciapassare per la sfida al traballante Keir Stamer come leader del Partito Laburista e – di conseguenza – del governo britannico.

Burnham è il politico britannico più popolare

Attualmente il politico britannico più popolare e ritenuto in grado di attrarre anche elettori extra-Labour, Burnham è da tempo il favorito dai bookmakers come successore di Starmer. Non aveva però un seggio in parlamento, requisito necessario nel Regno Unito per poter ricoprire la carica di primo ministro. Adesso però tutto è cambiato. «Stasera potrebbe, solo potrebbe, essere il punto di svolta. Da ora in poi, darò tutto me stesso per far sì che ciò accada, per garantire che il nome Makerfield sia per sempre sinonimo del cambiamento di cui questo Paese ha bisogno, del recupero di qualcosa che abbiamo perso: la speranza. Una speranza per il futuro», ha dichiarato Burnham.

Regno Unito, Burnham vince le suppletive: ora può sfidare Starmer
Andy Burnham (Ansa).

Il risultato delle suppletive di Makerfield

Il seggio di Makerfield era stato lasciato strategicamente vacante da Josh Simons, alleato di Burnham. Nelle suppletive il Partito Laburista ha ottenuto il 54 per cento dei voti contro il 35 per cento di Reform UK, mentre Restore Britain ha avuto il 7 per cento. L’affluenza è stata del 58,7 per vento: sei punti percentuali in più rispetto alle elezioni generali, con 45.510 voti espressi.

È morto l’ex calciatore Igor Protti

Mondo del calcio in lutto. È morto a 58 anni Igor Protti, ex attaccante di Bari, Messina, Lazio e Livorno. Era malato da tempo: circa un anno fa aveva scritto un messaggio sui social definendo la neoplasia che gli era stata diagnosticata come «uno sgraditissimo ospite».
Ad annunciare la morte di Protti è stata la famiglia, con un messaggio voluto dall’ex bomber: «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale. Difficile provare parole che possano spiegarlo, l’unica cosa che posso fare è ringraziare la mia grande e meravigliosa famiglia che ho adorato. Tutte le persone che mi hanno voluto bene e che mi sono state vicino, tutti i tifosi delle squadre nelle quali ho giocato per l’affetto e l’amore».

La carriera di Igor Protti, da bomber di provincia a capocannoniere della Serie A

Nato nel 1967 a Rimini, Protti aveva ha iniziato la sua carriera nella squadra della sua città in Serie C1, poi dopo una prima esperienza a Livorno e un passaggio alla Virescit Bergamo passa al Messina, in Serie B. Dopo tre stagioni e 31 reti segnate era approdato al Bari, centrando nel 1995 la promozione in A. L’anno seguente, al debutto in massima serie, Protti si laureò capocannoniere con 24 gol, a pari merito con Giuseppe Signori. Nonostante ciò, il Bari non evitò la retrocessione. A quel puntò passo alla Lazio, dove restò una stagione, e poi al Napoli.

È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti
È morto l’ex calciatore Igor Protti

Dopo un’annata in B alla Reggina, nel 1999 tornò al Livorno, in C1: nei sei anni successivi trascinò gli amaranto fino alla Serie A a suon di gol, diventando il simbolo di un’intera città. Protti, soprannominato “lo Zar”, è assieme a Dario Hubner uno dei due calciatori ad aver ottenuto il titolo di capocannoniere in Serie A (con la maglia del Bari), in Serie B e in Serie C1 (con quella del Livorno), nonché l’unico ad essersi laureato capocannoniere della Serie A giocando per una squadra (il Bari) poi retrocessa.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?

E se lasciassero fuori dal gruppo Matteo Renzi? Proprio lui, che per mesi è stato il miglior portavoce del campo largo, il primo a crederci, l’ultimo a spegnere la luce, mentre Elly Schlein cavalcava la logica «testardamente unitaria» e Giuseppe Conte era lì che si smarcava e Bonelli & Fratoianni, i nostri Sussi e Biribissi, iniziavano a seminare patrimoniali. La foto postprandiale dell’altro giorno ha agitato non Renzi, che è uomo di mondo e sa come vanno certe cose, ma quelli che lo sostengono. Quelli del campo largo versione ristretta, Partito democraticoMovimento 5 stelleAlleanza Verdi e sinistra, sotto sotto sono convinti di vincere da soli, vorrebbero dettare l’agenda e la linea. Senza altre alleanze. Conte maramaldeggia, dice che non accetta «accozzaglie», gli animal spirits schleiniani vedono Renzi come una colpa da espiare, anche ora che non è più nel Pd da anni. Eppure Elly ha fatto intendere di non voler mettere veti. E quindi, cosa fare con questo Renzi?

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Il selfie del campo largo senza Matteo Renzi: da sinistra Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli.

La «sinistra-sinistra» non è sufficiente a vincere le elezioni

L’ex rottamatore rischia grosso. Può solo continuare a ripetere per convincere gli alleati che la «sinistra-sinistra» non è sufficiente a vincere le elezioni politiche del 2027 e che il bipolarismo è l’unica via, perché non ci sono ricette centriste in grado di funzionare (ciao Carlo Calenda). Lo dice Renzi e lo dicono i suoi, come Maria Elena Boschi, capogruppo alla Camera di Italia vivaCasa Riformista, parlando a Radio Anch’io: «Il centrosinistra non può ripetere l’errore del 2022, quando la divisione regalò la vittoria alla destra. Italia viva ha una proposta riformista chiara, diversa su molti temi da altre forze del centrosinistra, ma proprio per questo lavoriamo da tempo a un programma comune serio, perché ciò che conta non è cancellare le differenze ma costruire una proposta credibile per il Paese».

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Maria Elena Boschi e Matteo Renzi (foto Imagoeconomica).

Lo spauracchio di un sovranista al Quirinale basterà?

L’argomento punta su un elemento drammatico: disuniti si perde, rivince la destra che si elegge il suo presidente della Repubblica. Lo spauracchio di un sovranista al Quirinale potrebbe funzionare, chissà. Ma per ora c’è un elemento di burbanza che prevale nel campo largo, che punta a riottenere l’effetto politico del referendum costituzionale di marzo proiettato sulle elezioni politiche. La presunzione fa sì che Renzi venga messo in attesa dal “call center” del campo largo. Casomai dopo, in un secondo momento, potrebbe esserci un qualche tipo di accordo. Ma prima Pd-M5s-Avs vogliono iniziare a scrivere loro le regole insieme, anche perché i problemi non mancano, checché ne dicano gli entusiasti sostenitori di un’alleanza demopopulista. C’è la patrimoniale (Pd e Avs favorevoli, M5s contrario), c’è la politica estera (M5s contro gli aiuti all’Ucraina, Pd favorevole).

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Elly Schlein e, dietro di lei una foto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Per ora lo lasciamo fuori, poi si vedrà

Su Renzi sembra esserci maggiore armonia: per ora lo lasciamo fuori, poi si vedrà. In questo modo il campo largo versione identitaria potrebbe cercare di appianare le sue divergenze sviluppando un potere contrattuale nettamente superiore rispetto a quello dei renziani. La questione non è tanto «non fidarsi», come riassume Chiara Appendino, convinta che Renzi fregherà tutti il giorno dopo, quanto occupare – colonizzare – lo spazio ideologico possibile, senza lasciare libertà ad altri di connotare troppo la coalizione che si oppone a Giorgia Meloni.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Chiara Appendino (Ansa).

Meglio che non avanzi troppe pretese di incarichi e ricompense politiche

Il campo più o meno largo vuole evitare che Renzi e quel che gli ruota ancora attorno condizionino eccessivamente il programma elettorale. L’esclusione di Renzi è l’ammissione che con lui i conti ancora non si sono chiusi, che lui resterà sempre, ai loro occhi, un traditore del centrosinistra e che in fondo non serve averlo in coalizione. Potrebbe anche essere solo una tattica per fargli abbassare parecchio il prezzo nella trattativa futura e dunque le aspettative di incarichi e ricompense politiche.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per qualcuno il renzismo è stata una malattia politica

Ma quale sia l’esito di questa gara a chi è più puro e ha meno colpe da espiare, Renzi rischia grosso. Anche se dovesse partecipare alla coalizione di centrosinistra, come alla fine è probabile, potrebbe rimanere ai margini in caso di vittoria elettorale. D’altronde, per una parte del Pd e della sinistra il renzismo è stata una malattia politica. Loro vogliono essere la cura. Gli schleiniani, anche se dovessero accettare Renzi in coalizione, negherebbero a Italia viva uno spazio troppo ingombrante di agibilità politica. Nella loro testa Renzi è una quota minoritaria, di mera testimonianza, di una sottosfumatura del centrosinistra. E lì deve restare.

Maturità: Quintiliano al Classico, allo Scientifico lo studio del livello di un lago

Seconda prova scritta per gli oltre 527 mila maturandi. A differenza del tema di Italiano, uguale per tutti a livello nazionale, gli studenti sono chiamati a cimentarsi con le materie di competenza nei loro indirizzi, per esempio latino al Liceo Classico e matematica allo Scientifico.

Il testo scelto per la prova di latino al Classico

Agli studenti del Classico è stata chiesta la comprensione e l’interpretazione del testo, l’analisi linguistica e stilistica, l’approfondimento e riflessioni personali di un passaggio dell’Institutio oratoria, opera maggiore di Marco Fabio Quintiliano e l’unica a esserci pervenuta per intero.

I problemi di matematica e i quesiti allo Scientifico

Allo Scientifico, nella prova di matematica, uno dei due problemi è incentrato sullo studio del livello dell’acqua del lago di Bracciano, oggetto di prelievi nel 2016 e 2017 e utilizzato come riserva idrica di emergenza per i Comuni limitrofi e per l’approvvigionamento di Roma. Ai maturandi viene chiesto di compiere una serie di misurazioni utilizzando i dati che vengono riportati in una tabella, definendo il modello matematico che esprime l’andamento del livello delle acque del lago in funzione del tempo. Il secondo problema è invece uno studio di funzione proposto nella formulazione classica. Poi otto quesiti, con domande che partono da sport e giochi: da un torneo di pallavolo a una partita di scopone. Viene anche citato Albert Einstein, con una sua dichiarazione tratta dalla conferenza “Geometrie und Erfahrung” del 1921.