Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La massima è del critico statunitense Fredric Jameson, noto per le sue analisi sul postmoderno come espressione della cultura sotto la pressione del tardo-capitalismo. Ma a renderla famosa è stato il filosofo e sociologo inglese Mark Fisher, la cui opera eccentrica ma di straordinario valore è riassunta nel saggio Realismo capitalista, del 2009. Mark Fisher è scomparso prematuramente e in modo tragico nel 2017, ma il suo lascito intellettuale è ancora oggi carico di suggestioni sull’estrema fatica che il pensiero contemporaneo fa nel concepire un’alternativa al sistema economico dominante. L’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile è ormai radicata nell’inconscio collettivo. Cambiare modello di vita e di sviluppo economico sembra infatti un pensiero impossibile da attuare, anche quando – come stiamo vedendo in questi giorni – la crisi climatica sta generando disastri epocali.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Alluvione nel Nuorese (Ansa).

L’accelerazionismo di destra che ispira i broligarchi

La rimozione del “problema climatico” ha sicuramente a che fare con la “ritirata” dalle agende dei principali media internazionali delle tematiche ambientali, ha sottolineato Naomi Klein su The Guardian, osservando come Trump, tecno-oligarchi e aziende big del fossile siano impegnatissimi nell’alimentare questo tipo di negazionismo. Tuttavia, tornando a Mark Fisher, la sua opera si colloca nell’ambito dell’accelerazionismo di sinistra, dato che ne esiste uno di destra. Il primo vede nello sviluppo tecnologico accelerato lo strumento per superare il capitalismo, dall’interno e in modo pacifico, mettendo la tecnologia a servizio dell’emancipazione umana. L’accelerazionismo di destra invece ha il suo teorico nel filosofo inglese Nick Land, pensatore pericoloso che ispira i turbocapitalisti della Silicon Valley: Musk, Thiel e compagnia varia di broligarchi. I potenti avanzamenti tecnologici – secondo questo movimento neoreazionario che è una costellazione di blog, manifesti e thread anonimi – devono servire alla costruzione sull’intero pianeta di migliaia di città-stato o micronazioni, governate da un ceo, come un’azienda, e un consiglio di amministrazione anziché da un’assemblea elettiva. Per questa banda di fuori di testa, che sono però una minaccia reale per il potere economico che detengono, nel tecno-mondo prossimo futuro non c’è più posto per la democrazia e la partecipazione civica

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Un gonfiabile di Elon Musk a New York (Ansa).

Perché chi non lavora non dovrebbe mangiare?

Entrambe le concezioni accelerazioniste, confidenti in una tecnologia che può, quasi da sola, risolvere ogni problema, sono perturbanti. Tuttavia l’immagine e la proiezione di una società che, liberata dal lavoro, può dedicarsi a piaceri e passioni risulta di gran lunga preferibile. E qui, accanto al marxiano «a ognuno secondo i suoi bisogni», si deve anche ricordare la previsione che fece uno dei padri del liberalismo economico, John Maynard Keynes, quasi un secolo fa, nella sua lettera ai nipoti. «Fra cent’anni», scrisse nel 1929, mentre il mondo occidentale era alle prese con la Grande Depressione, «le persone lavoreranno 15 ore… ma alla settimana». Naturalmente ognuno di noi può fare i conti con quella previsione, però è indubbio che per effetto di automazione e IA il lavoro umano presto sarà un lusso piuttosto che un diritto. Con buona pace di chi continua a coltivare l’idea che il sudore della fronte debba essere la condizione irrinunciabile per ricevere un salario. Chi non lavora non deve mangiare, raccomanda ora il generale in pensione Roberto Vannacci, e nemmeno fare l’amore come cantava decenni fa Adriano Celentano.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La rivoluzione del Partito Capibara

Ci si può mettere a ridere, restando però preoccupati e cogliendo il valore utilmente provocatorio delle fondamentali domande poste da Mark Fisher. È possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo economico? È realistico immaginare un capitalismo diverso non orientato al profitto di pochi ma al benessere di tutti? I due quesiti hanno una forte carica utopica che ora ha assunto la forma di un partito politico con un programma di governo decisamente eversivo, ma gioiosamente non violento. Si tratta del Partito Capibara della cui scoperta sono debitore al tecno-filosofo Simone Puorto, autore del pamphlet We are the glitch (Siamo noi il problema, Flaccovio editore), dove racconta come la società digitale debba essere governata con ma ancor più vocazione e sentimento umanitario.

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Dalla pagina Instagram del Partito Capibara.

L’obiettivo è rompere l’incantesimo dell’invevitabile

«Siamo un’idea che irrompe nella realtà»: così si presenta il Partito Capibara, dichiarandosi parte di un movimento che si impegna a trasformare l’attuale modello di società, partendo dall’assunto che ciò che viene raccontato come impossibile è, in realtà, già praticabile. Il Partito Capibara, ispirandosi alle idee di Mark Fisher, nasce per rompere l’incantesimo dell’inevitabile. «Agiamo come un dispositivo memetico e politico insieme. Il nostro obiettivo è alterare l’immaginario collettivo. Vogliamo incrinare la credenza profonda secondo cui la scarsità sarebbe inevitabile e il lavoro una necessità biologica».

I tre pilastri del programma

Non so voi, io però trovo molto godibili parecchi punti di un programma che si propone di costruire una «società fondata sulla gratuità dei bisogni fondamentali, un futuro postlavorista, una vita bella da godere». E che poggia su tre pilastri. Primo: lavorare meno, godere di più, passando dalle attuali 40 ore settimanali a 24, il 40 per cento di lavoro in meno, per aumentare il godimento della vita. «Lavorare meno», sottolineano, «non è solo il nostro grande desiderio comune: è la grande rivendicazione del XXI secolo». Secondo: gratuità dei bisogni fondamentali (cibo, trasporti, sanità). Il capitalismo trasforma i bisogni dell’esistenza in merci da pagare. Il gratuitismo li trasforma in diritti garantiti incondizionatamente. «Viviamo nel massimo livello di abbondanza materiale della storia. Eppure ogni esistenza nasce già in debito. Ogni giorno bisogna pagare per restare viva». Terzo: reddito universale e automazione. «Se i robot ci rubano il lavoro, lasciamoli fare. Che lavori l’automazione, noi vogliamo godere della vita». Il reddito universale (UBI) non è un bonus temporaneo, non è carità, non è una misura per poveri. È un diritto economico riconosciuto alla persona in quanto parte della comunità.

È più folle l’idea Capibara o spendere quasi 3 mila miliardi di dollari in armi?

Resta d’aggiungere che sicuramente il Partito Capibara può essere definito una nave di folli e il suo programma un libro dei sogni. A patto però di convenire che è più folle e disumano un mondo che anziché investire nella vita e nel piacere, considera la scarsità e la povertà condizioni umane inevitabili. E che anziché perseguire una società prospera e in pace, l’anno scorso ha raggiunto il record storico di spesa in armamenti: 2.887 miliardi di dollari. Per concludere resta da chiedersi: un altro mondo è (im)possibile?

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione

Turisti della vita e turisti per la vita. Si può giocare sulle parole affidandoci al saggio Turisti della realtà, dove Francesco Marino racconta come «il mondo finì per diventare un contenuto social». Ossia come un selfie sullo sfondo della Torre Eiffel o della Torre di Pisa traduca un comportamento che anche nella vita quotidiana ci vede sempre più intenti a consumare emozioni di passaggio, collezionare immagini e cercare continuamente novità.

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Turisti a Parigi (foto Unsplash).

La situazione è preoccupante, ma diventa inquietante se consideriamo la velocità con la quale procedono automazione e applicazioni di intelligenza artificiale. Se infatti macchine e agenti bot lavoreranno per noi, ci troveremo presto, in gran numero, disoccupati? Gli esperti scongiurano scenari apocalittici, forse per rasserenarci, ma potremmo comunque essere costretti a cercare non più occasioni di distensione e divertimento, bensì di occupazione del tempo liberato dal lavoro.

Turisti per sempre, ma non ditelo a Vannacci

Turisti forever ha un suono sinistro e distopico. A meno che non lo si voglia accogliere con l’entusiasmo provocatorio del movimento antagonistico degli Anni 70: che agli slogan “tutto e subito” e “chiediamo l’impossibile” fecero seguire un “lavoro zero, reddito intero” che ci proietta, appunto, in un futuro in cui le macchine hanno preso il posto del lavoro umano. Nel frattempo il povero generale Roberto Vannacci cosa farà, lui che nel suo programma 2027-2037 ha inserito il principio economico di San Paolo: «chi non vuole lavorare neppure mangi»?

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Turisti in partenza ad agosto (foto Unsplash).

Ma stiamo al presente, che turisticamente lancia proclami trionfalistici, con Federalberghi che annuncia che ad agosto vanno in vacanza 17,5 milioni di italiani, e 4,7 milioni lo saranno a settembre; e che l’Italia, con 32.943 hotel, 1,1 milioni di camere e 2,3 milioni di posti letto, è il primo Paese europeo per capacità ricettiva alberghiera. A questo si aggiungono due interessanti notizie. In Puglia si registra la crescita più sostanziosa degli hotel di lusso, anche per l’effetto destination wedding che l’ha vista diventare meta di matrimoni di celebrity mondiali e di grandi eventi internazionali (come il G7 del 2024).

L’idea che il lusso possa migliorare le infrastrutture è sbagliata

L’aumento di posti letto in hotel 5 stelle ha fatto sì che quest’anno è nel Salento che ci sono stabilimenti balneari che contendono alla Versilia e alla Costa Smeralda il primato delle strutture più costose. Si può gioire di questi primati, ma senza avventurarsi nelle ricadute positive per il territorio. Perché è suggestiva l’idea che il lusso possa migliorare infrastrutture e servizi pubblici (strade, scuole e ospedali) e l’economia locale. Ma in realtà non è così.

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Turismo di massa = inquinamento umano (foto Unsplash).

Il turismo, infatti, è un’industria estrattiva che ormai è vicina al punto in cui, se non si mette mano a interventi strutturali, gli svantaggi per le popolazioni residenti saranno presto maggiori dei benefici. In termini di distruzione ambientale, svuotamento dei centri storici, aumento del costo della vita per i residenti, crescita di rumori, disagi e rifiuti. Come nel caso dell’invasione turistica delle Dolomiti in corso, segnata dall’assalto fuori controllo ai bagni e servizi igienici dei rifugi alpini.

Al momento non c’è stato rimedio all’overtourism

È sull’impatto economico e sociale dell’overtourism che si concentra una recente analisi a tutto campo di The European Correspondent. Il fenomeno è ormai ampiamente presente nel dibattito politico, nei provvedimenti delle amministrazioni locali, nelle lotte degli attivisti e ambientalisti, nei resoconti dei media in occasione dei grandi eventi mondiali. La notizia, ossia il dato nuovo, è che al momento non c’è stato rimedio (divieti d’accesso, balzelli d’entrata, arginamento del B&B selvaggio, limitazione delle aree di sviluppo turistico) che abbiano efficacemente contrastato il fenomeno.

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Vacanzieri agostani (foto Unsplash).

Scrive Nathan Domon: «Ogni anno, prima dell’estate, sento sempre le stesse storie. Gli abitanti di Amsterdam, Barcellona, ​​Venezia e di una dozzina di altre città da cartolina si lamentano del disagio, dei prezzi delle case e del sovraffollamento. Le città annunciano una serie di provvedimenti per “contrastare” la situazione. E ogni anno, il numero dei turisti continua ad aumentare, come se nulla fosse accaduto». Il problema vero, dunque, non è se sono poveri o ricchi, giovani o no. È che sono troppi. Un’onda che nei vari momenti clou dell’anno diventa un’orda incontenibile.

La vera invasione è questa, altro che quella dei migranti

Prendiamo per esempio Amsterdam: nel 2010 ha registrato 9,7 milioni di pernottamenti; nel 2025 sono diventati 23,7 milioni. Entro due anni si stimano quasi 28 milioni: per una città con meno di un milione di abitanti, si tratta di un’invasione, rispetto alla quale ogni intervento correttivo ha spostato il problema o ne ha creato uno nuovo. Nel 2021 l’amministrazione locale ha annunciato l’obiettivo di limitare i pernottamenti a 20 milioni all’anno. Un blocco alla costruzione di nuovi hotel è stato introdotto nel 2017, ma il numero di camere ha continuato ad aumentare a causa di scappatoie esistenti.

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Scritte sui muri contro i turisti (foto Unsplash).

La città ha inoltre intensificato i controlli sugli affitti brevi: gli annunci su Airbnb sono crollati da 28.400 nel 2019 a meno di 5 mila oggi. Ma il risultato è stato l’impennata dei prezzi degli hotel e il sostanziale aumento del valore degli immobili alberghieri che hanno arricchito i proprietari e portato alla costruzione di grandi alberghi appena fuori dai confini cittadini. Al di fuori della portata del divieto.

A Venezia più posti letto turistici che residenti ufficiali

La situazione è simile a Barcellona, dove i pernottamenti in hotel sono più che raddoppiati in un decennio, passando da 17,1 milioni nel 2014 a 37,2 milioni nel 2025. A Venezia nel 2024 i posti letto turistici nel centro storico (oltre 50 mila) hanno superato il numero dei residenti ufficiali (scesi sotto i 49 mila).

La falsa retorica sul turismo tra benefici nulli e rimedi mai trovati contro l’invasione
Turisti scattano foto sul top del ponte di Rialto sul Canal Grande a Venezia (foto Ansa).

Curiosamente, tuttavia, non c’è località turistica che non dichiari di puntare su un’offerta di qualità e la volontà di “destagionalizzare” il flusso turistico. La realtà però ci dice che agosto continua a concentrare gran parte del turismo balneare e che le 10 mete europee top intercettano la gran parte dei viaggiatori. Dopo di che si può affermare che il turismo è «la gallina dalle uova d’oro». Soprattutto per i proprietari delle strutture, che spesso sono catene internazionali e compagnie low cost. Non certo per i lavoratori del settore che sono in gran parte precari, stagionali e mal pagati. A Barcellona, ​​nel 2023, i lavori nel settore turistico offrivano una retribuzione inferiore del 26 per cento rispetto alla media cittadina. Probabilmente nel Salento del luxury e dei proclami di Mister Billionaire la percentuale è maggiore.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo

In nome del popolo sovrano è il titolo di un film del 1990 interpretato da Nino Manfredi e Alberto Sordi e diretto da Luigi Magni. È il terzo di una trilogia dedicata al rapporto fra popolo e potere (pontificio) sullo sfondo del periodo risorgimentale. Visto con gli occhi di oggi offre numerosi spunti per riflettere sulla mutazione che hanno subito i termini “popolo” e “popolare”, in riferimento anche all’evoluzione che ha investito il “potere popolare” e la sua legittimazione, incarnata nei diversi periodi storici dai suoi rappresentanti. Con un focus sugli attuali leader populisti che con la massima disinvoltura si appellano al popolo sovrano, chiamandolo a unico giudice delle proprie azioni, come nei casi recenti di Marine Le Pen in Francia e di Nigel Farage nel Regno Unito.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Nigel Farage e Donald Trump nel 2020 (Ansa).

Come il popolo e popolino sono entrati nella storia

Il popolo ha un suono antico e maestoso. Senatus Populusque Romanus: il popolo romano è sovrano e si contrappone alla plebe, che è il popolo minuto e miserabile. L’evocazione alta nei secoli seguenti si attenua e il popolo quasi scompare, inghiottito da assoluta povertà materiale e morale. Trasformato in volgo o popolino, è in grado di scatenare rivolte che, sia pure per brevi attimi, impongono la dittatura degli ultimi. Accade a Firenze con Gerolamo Savonarola che, cacciati i Medici, instaura un “governo popolare” e poi a Napoli con Masaniello che guida gli abitanti dei quartieri più poveri, i “lazzaroni”, alla rivolta contro il governo spagnolo. La Rivoluzione francese è il discrimine, il prima e il dopo la comparsa di un popolo che comincia a emanciparsi da una condizione servile. Il Quarto Stato (i primi tre sono aristocrazia, clero e borghesia) non è ancora quella massa di lavoratori che avanza compatta, raffigurata a fine Ottocento nel celebre quadro di Pellizza da Volpedo. Però la triade rivoluzionaria – Liberté, Egalité, Fraternité – inaugura una nuova dialettica popolo-potere. «Proletari di tutto il mondo, unitevi». Il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels mette in moto le classi lavoratrici, che rappresentano il popolo con una coscienza di classe. Un soggetto collettivo assolutamente nuovo che reclama riconoscimento e diritti a una vita dignitosa. Popolo e popolare diventano sinonimi di socialismo e poi di comunismo e, nel corso del secolo scorso, si identificano come masse popolari e lavoratrici che entrano nella storia. Fronte Popolare è il nome scelto da socialisti e comunisti nelle elezioni del 1948 vinte dalla DC. Popolari sono le Feste dell’Unità e dell’Avanti e popolare è il termine che identifica la sinistra politica: la destra non ha un popolo e negli anni della contestazione (‘68 e ‘77) si definiva come maggioranza silenziosa. Quella che sta in casa e non va in piazza, lavora e non protesta.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Il Quarto Stato di Pellizza Da Volpedo (Ansa).

La mutazione in gggente e le basi del populismo

Ma il consumismo dilagante e soprattutto la tv che raggiunge oltre il 90 per cento della popolazione hanno trasformato il popolo in gggente. Un grande agglomerato, consumista e qualunquista, che è la versione televisiva della plebe o popolino di un tempo. Il popolo, soprattutto di sinistra, è sparito e il popolare sopravvive solo nella versione, popolana però, della Lega di Umberto Bossi. Il partito del «ce l’abbiamo duro» che però si allea con il neo-populista Silvio Berlusconi. Il Cav scende in campo promettendo il nuovo miracolo economico italiano e scatenando una guerra nei confronti della magistratura ancora corso. Esattamente qui vengono poste le fondamenta del populismo che è la versione contemporanea di un potere popolare che sta però nelle mani di pochi se non di uno solo.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Silvio Berlusconi con Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Non c’è un duce però ci sono autocrati, mezzi dittatori, leader plebiscitari. C’è il popolo dell’uno vale uno di Beppe Grillo, l’onda agguerrita dei gilets jaunes in Francia, il movimento MAGA negli Usa, i secessionisti della Brexit nel Regno Unito. Ma a fare più danni alla democrazia e a una civile convivenza sono i capi di Stato e leader di partito che si appellano al popolo per giustificare atti liberticidi, pratiche corruttive e condotte illegali. «In nome del popolo sovrano» è tornato a risuonare nelle varie chiamate alle armi di Orban, Erdogan, Milei e soprattutto di Trump. È lui oggi a livello planetario il maestro di cerimonia e il massimo distruttore dei principi di legalità democratica. Lui dei giudici e delle corti di giustizia se ne infischia allegramente. Ha sostenuto l’assalto al Campidoglio ed è tornato alla Casa Bianca. Quale esempio migliore per le due stelle europee del populismo per tentare di sottrarsi alle indagini che sono in corso nei loro confronti?

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Donald Trump (Ansa).

Con Le Pen e Farage il popolo è chiamato a essere giudice

«Lasciate che sia il popolo a giudicarmi: come Marine Le Pen e Nigel Farage hanno appreso da Donald Trump una potente tattica populista». Così titola una riflessione di Emile Chabal su The Conversation che ricorda come la prima sia già stata condannata per appropriazione indebita di fondi europei, mentre il secondo è oggetto di un’inchiesta parlamentare sulla presunta mancata dichiarazione di una donazione milionaria. Le Pen ha annunciato che si presenterà comunque come candidata alle prossime elezioni presidenziali e l’altro che si dimetterà salvo però ricandidarsi alle elezioni suppletive. Sia Le Pen che Farage, scrive Emile Chabal, evocano un manuale ben collaudato. Il popolo contro i tribunali; gli elettori contro i giudici; la legittimità “trasparente” delle urne contro l'”opacità” dei procedimenti legali. Le domande più importanti che però possiamo porci sono: agli elettori importa davvero se i politici populisti infrangono le regole? Le Pen e Farage sperano che, come Donald Trump, possano semplicemente ignorare i processi legali e vincoli normativi sulla strada verso il loro trionfo elettorale? 

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Marine Le Pen (Ansa).

Lo slittamento dalle giurie popolari alle giurie populiste

Non resta che attendere le elezioni con la consapevolezza di uno slittamento della percezione normativa che è visibile da tempo in numerosi ambiti della nostra vita quotidiana. Pensiamo ad esempio ai reati fiscali che si tendono a considerare stati di necessità. C’è però un caso recente che mostra come la pretesa dei leader populisti di essere giudicati solo dal popolo sia stata accolta, al momento solo da una parte di esso, come una giusta pretesa. «Siamo tutti Mario Roggero» e «Grazia subito» per il gioielliere 72enne segnalano infatti che dalla tollerabilità di un «po’ di corruzione» da parte dei propri eletti rischiamo di approdare al «tana liberi tutti». Alla giustizia fai da te che si affida alle giurie non più popolari ma populiste e che anziché nelle aule dei tribunali si amministra sui social. Con la facilità e velocità con cui si può sottoscrivere un abbonamento a Netflix.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Matteo Salvini con una maglietta dedicata a Mario Roggero all’AderLegaFest (Ansa).

La dittatura dell’istantocrazia che ci fa vivere nell’economia della disattenzione

«Le persone infelici hanno bisogno solo di qualcuno che sia capace di prestare loro un po’ d’attenzione». Se è vero quel che ha scritto la filosofa francese Simone Weil, è chiaro perché viviamo un tempo nel quale la felicità pubblica e privata non pare essere all’ordine del giorno. Quasi fosse un lusso, come invece risulta essere oggi l’attenzione. Un modo di essere e relazionarsi con il mondo circostante (cose e persone) attivo e partecipe, insomma premuroso. Che però si attiva sempre più raramente e in tempi sempre più brevi.

Cosa fai quando non fai niente?

L’invito a stare attenti che sino a trent’anni fa era l’esortazione più ricorrente nelle scuole d’ogni ordine e grado è oggi moneta fuori corso. Giovani e giovanissimi sono ormai fisiologicamente menti vaganti e scrollanti. Ma anche per gli adulti il multitasking, che con i device mobili ha moltiplicato i modi di fare più cose nello stesso tempo e anche in movimento, è il maggiore attentatore della concentrazione; oltre che della precisione e della cura nei vari compiti nei quali si è impegnati. Fare tre cose contemporaneamente e pensarne nel contempo altrettante, magari mentre si sta guidando o telefonando è ormai comportamento molto diffuso. Tanto che non c’è forse provocazione più curiosa e interessante che chiedersi, come fa un saggio recente curato dalla British Sociological Association: cosa fai quando non fai niente?

La dittatura dell’istantocrazia che ci fa vivere nell’economia della disattenzione
Viviamo sempre più nella società della disattenzione (foto Unsplash).

È crollato il tempo in cui restiamo attenti

L’American Pshycological Association ha invece messo a confronto i dati dei due ultimi decenni e ha scoperto che il tempo medio in cui le persone restano attente e concentrate su un singolo compito è sceso da circa 2,5 minuti a circa 40 secondi. Aggiungiamoci, per fare due raffronti sul calo dell’attenzione, che il tempo medio di lettura dei quotidiani era di 40/50 minuti nel decennio degli Anni 90 ed è sceso a 15 minuti nel 2008, mentre attualmente riferito alla fruizione su smartphone è fra i tre e i cinque minuti. Era invece di 30 secondi il tempo di attesa (tollerato) per riuscire a collegarsi su un sito di e-commerce nel 2015, ora invece se il click non dà esito quasi istantaneo l’utente scappa e avvia un’altra ricerca.

Tutto e subito, senza alcun tipo di latenza

Qualsiasi tipo di latenza, cioè di attesa o pausa di una risposta a una richiesta, è percepita come un attentato o un’offesa al diritto personale (non scritto ma ormai interiorizzato) a fare tutto e subito. Alla massima velocità, perché tutto preme, le cose sono tante e volendone fare il più possibile non c’è tempo di pensarci su troppo. Men che mai di fare la fila alle poste o in banca. Un atto di consumo, a meno che non riguardi beni durevoli (casa, auto e oggetti costosi) si brucia oggi nel tempo di un click o di uno scroll.

La dittatura dell’istantocrazia che ci fa vivere nell’economia della disattenzione
Le vecchie file alle Poste (foto Ansa).

All’urgenza del fare e del dire è impossibile opporsi

Ovviamente la fretta non è mai buona consigliera, ma all’urgenza del fare e del dire, ossia all’istantocrazia, è impossibile opporsi.
“Lo pensi, lo vedi” (Sky) e “Immagina, puoi” (Fastweb): la pubblicità (e parliamo di claim di oltre un decennio fa) come sempre è fantastica nel riassumere in uno slogan il senso comune. Una richiesta d’aiuto al 118 deve essere quasi istantanea (quattro secondi per attivarsi) e non c’è antidolorifico che non prometta di agire fast, in pochi minuti. Il fatto che la situazione sia grave ma non più seria era stato magnificamente rappresentato da Stefano Benni: «Una volta gli innamorati attendevano tre mesi una lettera. Ora se non ci si trova al terzo squillo l’amore salta».

Azzeramento del pensiero critico

È evidente che catturare l’attenzione del pubblico, dei consumatori e degli utenti è un imperativo che giustifica quasi tutto pur di raggiungere l’obiettivo. In particolar modo l’azzeramento del pensiero critico e la capitalizzazione della nostra attenzione, per riprendere il tema del saggio di Chris Hayes Il canto delle sirene. «La monetizzazione dell’attenzione», ha scritto il giornalista statunitense, «ha trasformato il nostro panorama comunicativo in una terra di nessuno e ce ne accorgiamo ogni giorno… per strada ci imbattiamo in zombie al telefono, e a volte quegli zombie siamo noi. Al ristorante osserviamo il tavolo accanto in silenzio – quattro telefoni, nessuna parola – e poi sentiamo vibrare il nostro… Il confine tra pubblico e privato, un tempo netto… con l’aiuto di alcune aziende tecnologiche lo abbiamo praticamente abbattuto in meno di un decennio».

La dittatura dell’istantocrazia che ci fa vivere nell’economia della disattenzione
La distrazione dei social media (foto Unsplash).

Scrolliamo divorati dalla logica algoritmica

Attraverso post, commenti, foto, video e annunci pubblicitari che ci precipitano addosso appena attiviamo lo smartphone: senza soluzione di continuità e in ordine casuale, imposto però dalla logica algoritmica. È così che ci troviamo, dopo avere buttato un occhio su un reel di TikTok o di Instagram, a scrollare e restare ipnoticamente presi dagli altri che si susseguono mettendo assieme gente disperata, gatti, politici che straparlano, creator che spadellano, annunci di un congiunto morto o la comica di una signora bloccata in ascensore.

Compulsività digitale e niente analisi

È un caos organizzato per estrarre, appunto, e monetizzare la nostra attenzione che non ha più una bussola, ma vaga senza sapere più dove intende andare. Utenti sonnambuli che stanno facendo la fortuna delle grandi aziende tecnologiche e delle piattaforme social. «Pensiero passivo» lo definisce Enzo Argante, giornalista di Forbes, che sta scrivendo un saggio sul tema: Pensare stanca, indagine al di sopra di ogni algoritmo. Il pensiero passivo indica la condizione di perdita di spirito critico e perciò di stordimento mentale che ci impedisce di filtrare le informazioni. Che libera la compulsività digitale e impedisce analisi, esplorazione, elaborazione dei concetti. Che prescinde dalle evidenze. Entropia della conoscenza.

Distrazione dai problemi veri, tipo gli stipendi che non crescono

Con questi quesiti si può concludere segnalando che l’economia dell’attenzione è in realtà un’economia della disattenzione, che è il terreno più fertile per la distrazione. Vale a dire ciò che da sempre è lo strumento di potere, che consente di distogliere l’attenzione dei cittadini e dell’opinione pubblica dai problemi più seri e urgenti. Visto che, per fare un esempio d’attualità, l’allerta massima su sicurezza e delinquenza giovanile è il modo per continuare a non parlare degli stipendi degli italiani. Che dal 1990 al 2024 sono diminuiti dell’1,6 per cento, mentre nei Paesi Ocse la crescita è stata mediamente del 35 per cento. È così che disattenti, distratti e derubati di informazione e di dibattito pubblico informato ci ritroviamo come cittadini sempre più poveri anche economicamente.

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress

«I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo». L’inventario ansioso di Fernando Pessoa è un bell’esempio di letteratura che cura. Che fa bene all’anima e solleva lo spirito. Un tonico e forse il miglior antidoto all’ansia e alla depressione, che sono i due malesseri che identificano il disagio contemporaneo, il male di vivere che sta diventando una patologia quasi epidemica. 

Il 60 per cento degli italiani convive con disturbi della sfera psicologica

Secondo l’ultimo report del ministero della Salute (2026 su dati del 2024) gli utenti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici sono stati 845.516, mentre le prestazioni complessivamente erogate dai servizi territoriali sono state oltre 10 milioni. Più preoccupante, però, è lo stato di salute mentale quotidiano, “normale”, dell’intero Paese. L’era del disagio è il titolo di una ricerca del 2025 secondo cui il 60,1 per cento degli italiani convive da anni con uno o più disturbi della sfera psicologica. Ne soffrono di più le donne (65 per cento) e la Gen Z (75 per cento, con punte addirittura dell’81 per cento tra le ragazze). Se allarghiamo lo sguardo possiamo però, malinconicamente, consolarci vedendo che siamo in buona, ancorché pessima, compagnia.

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
(foto di Gadiel Lazcano via Unsplash).

Il Vecchio continente si scopre più ansioso e depresso

Secondo una recente ricerca che coinvolge le più importanti istituzioni scientifiche mondiali, il Global Burden of Disease (GBD), nel 2023 quasi 1,2 miliardi di persone nel mondo soffrivano di un disturbo mentale. Un numero quasi doppio rispetto al 1990 ma che, se rapportato alla crescita demografica, rappresenta un aumento del 24 per cento. Secondo lo studio, i disturbi mentali sono ora la principale causa di disabilità, con il Vecchio continente che sembra essere messo peggio del resto del mondo. In un Eurobarometro del 2023, quasi la metà dei cittadini dell’Ue segnalava problemi emotivi o psicosociali come depressione o ansia. L’89 per cento degli intervistati riteneva che la promozione della salute mentale fosse molto importante e più della metà che i recenti eventi mondiali (guerra, povertà, inflazione, crisi climatica ed emergenze sanitarie) fossero potenti attentatori della salute mentale. 

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
(foto di Christopher Ott via Unsplash).

Il tempo ‘perso’ a causa del disagio mentale

Secondo stime dell’Oms, l’ansia e la depressione costano al mondo circa 1000 miliardi di dollari all’anno, ma il nuovo studio GBD aggiunge a questo dato il numero di anni che le persone “perdono” a causa di un disturbo mentale che compromette le capacità lavorative o accorcia la loro vita. Alcuni dei tassi più elevati di questi anni persi sono stati riscontrati nei Paesi dell’Europa occidentale. I Paesi Bassi, ad esempio, si sono classificati al primo posto nel 2023 con circa 3.555 anni persi ogni 100 mila persone, un valore oltre 2,5 volte superiore a quello del Paese con il tasso più basso, il Vietnam, dove si sono persi circa 1.300 anni ogni 100 mila persone.

Andare dallo psicologo è ancora uno stigma (soprattutto nei Paesi più poveri)

Quindi l’Europa è davvero più depressa e ansiosa del resto del mondo? Se lo chiede The European Correspondent in una lunga e documentata inchiesta, della quale mi limiterò a segnalare tre punti fondamentali, forse sorprendenti. Il primo riguarda lo stigma sociale che ancora oggi circonda l’ammettere, anche a se stessi, di avere problemi psicologici. E ciò è più vero nei Paesi poveri che in quelli ricchi, dove ricorrere allo psicologo e allo psichiatra non pone problemi.

Questione di stili di vita, abitudini e alimentazione

Il secondo aspetto riguarda gli stili di vita e il peso negativo che obesità e mancanza di movimento hanno sullo stato mentale. Anche qui il classico mens sana in corpore sano non gode delle giuste attenzioni. Ma è un peccato anche economico grave. Perché ad esempio se cattiva alimentazione e scarsa attività fisica generano problemi di sonno è noto che dormire poco e male non aiuta certo il buonumore. Qui però sul tema insonnia bisogna fare riferimento a una concausa che si sta rivelando sempre più importante nel produrre malessere. Cioè la dipendenza da device e piattaforme social che hanno portato progressivamente, soprattutto i giovani, a usi massivi di smartphone, app digitali e ora di IA. Vite davanti a uno schermo sono vite spiaggiate. Vite desolate, dove la realtà fisica sparisce e l’altro, ovvero la materialità della presenza e della relazione, diventano via via fantasmi, che sono notoriamente mal disponenti. Per i giovani va messo in conto la crescente mancanza di speranza. «Se avessi 16 anni oggi, mi chiederei se tra quattro anni dovrò andare in guerra, se il lavoro che desidero esisterà ancora dopo la laurea, o se potrò mai comprare una casa», osserva uno dei principali autori della ricerca,  Damian Santomauro. «Come può la giovane generazione avere speranza? La mancanza di speranza è un precursore della depressione e dell’ansia».

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
(foto di Adrian Swancar via Unsplash).

La semantica del malessere e la normalizzazione di ansia e stress

Ma il terzo elemento da portare all’attenzione è la questione semantica. Le persone per esempio usano sempre più spesso la parola “ansioso” al posto di “nervoso” o “preoccupato”, e “depresso” al posto di “triste” o “giù di morale”. Se si chiede a qualcuno se si è sentito depresso nell’ultimo anno, è più probabile che risponda sì, perché la parola stessa è entrata a far parte del suo linguaggio quotidiano.  Un discorso a parte meriterebbe la parola stress. Mi limiterò a osservare come il termine “nervoso” che generava preoccupazione facesse riferimento a uno stato d’animo e psicologico momentaneo, perché legato a fattori contingenti, dunque a termine. L’ansia e lo stress invece non staccano mai. Sono stati normalizzati. Parti di noi e della nostra quotidianità. Come dice Charlie Brown al Grande Bracchetto: «Persino le mie ansie hanno l’ansia…».

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
Immagine realizzata con l’IA.

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto

«Per quel che riguarda il pane la cosa è chiara, per quel che riguarda la pace anche. Ma la questione cardinale della primavera va risolta a ogni costo». Vladimir Majakovskij scrive questi versi in anni in cui in Europa stanno montando paure e smarrimenti collettivi che preparano l’ascesa dei regimi totalitari. Tempi che assomigliano molto a quelli che stiamo vivendo noi ora.

L’utopia concreta lanciata da Bifo

Corsi e ricorsi. Suggestioni. Che ripropongono «la questione cardinale della primavera», nella sua invocazione di bellezza, di invito a superare le contingenze materiali e politiche, per abbracciare un cambiamento radicale. A proporre questo esercizio di “utopia concreta“, di sfida temeraria a un sistema incapace di sopire un bellicismo trionfante e di ristabilire un clima sociale positivo, è Franco Berardi detto Bifo. Lo storico agitatore politico e digitale che dalle proteste del ’77, che ebbero il loro epicentro a Bologna (Radio Alice e gli Indiani metropolitani), a oggi non ha mai smesso di fare sentire la sua voce eretica e ripropone ora la questione della primavera. Non una primavera simbolica, bensì quella che ci attende il prossimo anno. La primavera del 2027.

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Franco Bifo Berardi (da Fb).

Per scongiurare il peggio serve l’imprevedibile 

Si voterà infatti in importanti Paesi europei. In Francia, Spagna, Grecia, Italia, e ovunque è forte il rischio di generalizzata avanzata della destra estrema. «Non possiamo essere sicuri di nulla», scrive Bifo, «neppure del fatto che nella primavera del 2027 ci saremo ancora, né che le condizioni di civiltà minime per svolgere elezioni politiche esisteranno ancora. Il nazionalismo russo e quello ucraino, il nazismo sionista, la mafia guerrafondaia trumpista stringono in una morsa i destini del continente, mentre dall’interno monta un’onda nera e i razzisti si preparano a dare il colpo di grazia in Germania e nel Regno Unito». Supponiamo invece che fra un anno siamo ancora qui, continua, in quel caso nell’area mediterranea dobbiamo attenderci l’accentuazione dei fattori di crisi più importanti: riarmo accelerato, guerra, recessione, dilagare delle aggressioni razziste, deportazioni, sprofondamento delle condizioni sociali. L’incipit è catastrofico, però il seguito prende quota velocemente e con piglio quasi allegro prova a delineare un approccio reattivo e positivo. «Certo se realisticamente si valuta che il peggio sia inevitabile occorre che qualcuno si occupi dell’imprevedibile». 

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Perché fin qui la sinistra ha sbagliato tutto

Sembra un esercizio di prestidigitazione, ma vale la pena seguire il ragionamento di Bifo. La premessa è che non si può rispondere razionalmente a chi è irragionevole. Non si può opporre la ragione a chi fa discorsi di pancia. Ma rifiutando il catastrofismo della destra, come se implicasse venir meno a questioni di stile, la sinistra ha sbagliato completamente, perché i toni catastrofici («siamo invasi», «la nostra civiltà è sotto attacco», «il nostro benessere è a rischio») sono nel sentimento della maggioranza degli europei. Spiace prenderne atto, ma non siamo mai stati così depressi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Bisogna dunque cambiare registro, ma non seguendo il copione della destra, bensì ribaltandolo completamente. Alle cupe narrazioni nordiche che hanno ispirato e ancora ispirano il nazismo, alle mitologie della destra fondate sull’identità, la proprietà, la competizione, la nazione bisogna opporre le solari mitologie mediterranee: conviviali, rilassanti, sensuali.

La terapia paradossale permette di uscire dalla trappola

La “questione della primavera” prossima ed elettorale, nel pensiero di Bifo, si riassume in questo rovesciamento di prospettiva, metodo e contenuti. Ovvero applicando alla politica la «terapia paradossale» che ha i suoi teorici nella Scuola di Palo Alto, nello psicanalista Paul Watzlawick e nell’antropologo Gregory Bateson. È una modalità terapeutica per quelle situazioni in cui sembra impossibile guarire una patologia resistente a ogni cura, che consiste nel ridefinire il campo e modificarne il perimetro, nel non rispettare le regole del gioco e nel confondere le identità: pragmatica paradossale. Watzklawick parla di «ristrutturazione del campo», che significa cambiamento delle premesse e del significato che attribuiamo alle parole, definizione di una cornice imprevista per l’azione, che permetta di uscire dalla trappola costituita dalle regole stabilite. La ristrutturazione non modifica i fatti concreti, ma i significati attribuiti alla situazione, e in tal modo instaura un nuovo gioco.

Il terreno su cui ci si deve confrontare è quello della follia

Se trasferiamo, sempre seguendo il ragionamento di Bifo, questa metodologia del paradosso alla politica e alla competizione elettorale della prossima primavera, il confronto e il programma devono essere di tutt’altro tipo e tono di quelli usati sin qui.

Di fronte a esagitati e fuori di testa, a personaggi che si comportano e dicono cose assurde occorre mettersi sullo stesso piano, ancorché con valori e proposte radicalmente opposti. Ma altrettanto fantastici e paradossali. Perché la ragionevolezza non basta di fronte alla follia. Dunque è sul terreno della follia che occorre misurarsi.

«Quel che occorre», scrive Bifo, «è un programma inverosimile: un limite all’orario di lavoro settimanale di 36 ore con penalità per le aziende che non lo rispettano, aumenti salariali uguali per tutti, azzeramento della spesa militare, penalizzazione economica per chi produce e diffonde plastica, regolarizzazione di cinquecentomila migranti».

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Elly Schlein e Giuseppe Conte (foto Ansa).

Rispolveriamo i vecchi slogan del ’68 e del ’77

Su questo tono si potrebbe continuare, magari riproponendo e ripescando slogan del ’68 e del ‘77. «Vogliamo tutto e subito», «Chiediamo l’impossibile», «Reddito intero lavoro zero: tutta la produzione all’automazione». Ma in realtà la provocazione del contestatore di sempre del sistema capitalistico, che invita a cambiare gioco e campo da gioco, non è così folle come sembra. Cosa fanno infatti e come si comportano i vari Putin, Musk, Trump e compagnia varia di folli, mai così numerosi come in questi ultimi anni? Se ci limitiamo al presidente Usa, vediamo come equilibrio e ragionevolezza siano completamente assenti. Dice cose tremende, parla di amore nei vertici Nato, chiama l’Iran la repubblica islamica del Giappone, minaccia sfracelli se non si fa come dice lui, al mattino dice e al pomeriggio smentisce. In altre parole Trump non gioca sul campo condiviso, ma solo sul campo che decide lui. Sulla base di quel che gli gira o ritiene per lui più conveniente.

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Più che un programma da campo largo ne occorre uno da altro campo

Arduo che in vista della prossima primavera elettorale Schlein, Conte e soci prendano alla lettera i consigli di Bifo. Però una dichiarata propensione a non inseguire la destra sul suo terreno, varando un programma non da campo largo ma da altro campo, aiuterebbe. Proposte sfidanti, progetti ambiziosi e toni conviviali, accoglienti, aperti sarebbero un buon modo di porre la “questione della primavera”. Di rivolgersi, e forse essere ascoltati, da quel 50 per cento di italiani che non va più a votare perché sinistra e destra sono uguali.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica

«La felicità è nelle cose semplici» è il claim pubblicitario di Tasty Crousty, la catena di street e fast food che sta spopolando in Francia. Il problema però è che oggi quasi nessuno è contento di ciò che ha. Chi poi ha poco o nulla, più che farsi bastare le cose semplici, dovrebbe buttare per aria tutto. Ma più che aria di rivoluzione oggi tira aria di rassegnazione. La notizia che Elon Musk è il primo “trilionario” della storia lascia infatti increduli più che sorpresi. Senza parole. Perché si ha l’impressione di essere precipitati in un mondo irreale: il pianeta Disney dei fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
Elon Musk (Ansa).

La nostra vita è complicata dall’assenza di cose semplici

È così che, considerato il contesto reale dove non piovono polpette ma bombe – altra immagine da cartoon – c’è ben poca felicità. Perché se è vero che a renderci felici sono le cose semplici, in una società complessa, che è quella in cui viviamo e in cui sempre più vivremo, di semplicità ce ne sarà sempre meno. Certo complessità è una parola feticcio, significa tutto e niente, ma effettivamente la nostra vita quotidiana è complicata dall’assenza di cose normali, semplici. Ad esempio stare bene con se stessi e non sentirsi soli, avere amici e occasioni di incontro, essere aperti e collaborativi, rispettare le opinioni degli altri soprattutto quando non le si condividono, sforzarsi di vedere e cercare il bicchiere mezzo pieno. In questa luce si può convenire con il cardiologo Alan Rozanski che in un recente numero dell‘Economist dà ampiamente conto della ricerca clinica secondo cui ottimismo e buonumore favoriscono il benessere e riducono il rischio di eventi cardiovascolari. Ma anche qui siamo dalle parti di «una mela al giorno toglie il medico di torno». Alle ovvietà che sono così vere che quasi nessuno più le vede.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
(foto di Alexandru Acea via Unsplash).

I nemici della felicità

Essere felici o specularmente infelici è uno stato d’animo inafferrabile. Perché dipendente da cose minime, anche insignificanti, estremamente soggettive. È certo però che per cercare almeno di essere, anche solo per brevi attimi, felici il nemico numero uno è il pessimismo. Insieme con l’insicurezza e l’isolamento. Come ha scritto J.K. Rowling «la felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce». È nondimeno scientificamente riconosciuto che le persone felici sono connesse (con i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro, i vicini di casa). Quest’evidenza è ben raccontata in un TED talk di Robert Waldinger che continua a fare testo, perché dà conto di uno studio sulla felicità che l’Università di Harvard conduce da 75 anni.

Più infelici, più sfiduciati e più populisti

Parecchie generazioni, anche di ricercatori, interpellate e fotografate nelle loro diverse fasi di vita, hanno indicato e indicano che la salute e la serenità, il buonumore e l’apertura nei confronti della vita si mantengono e aumentano vivendo positivamente in mezzo agli altri. Una ricca socialità fa stare bene. Da soli ci si ammala prima. Da soli si smette di interagire e l’altro diventa prima uno sconosciuto e poi un nemico. Da soli si coltivano i pensieri e i sentimenti peggiori. Il deterioramento del capitale sociale e dunque della democrazia e della partecipazione politica è proseguito e prosegue tanto più la comunicazione è diventata social. Dare però ogni colpa della nostra asocialità al web è sbagliato, anche perché assolverebbe noi umani da ogni responsabilità, che in realtà è tanta.

Le vittorie anti-sistema e il fattore soggettivo

Nell’ultimo decennio, i Paesi occidentali hanno assistito a una serie di vittorie politiche anti-sistema, dalla Brexit nel 2015 all’elezione di Donald Trump nel 2024. Durante questo periodo, il risentimento verso “il sistema” è cresciuto nella maggior parte dei Paesi europei, in particolare in Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Polonia, Svezia e Svizzera. Questa perdita di fiducia nel sistema viene attribuita alla crescente insicurezza e alle conseguenze economiche della globalizzazione, del commercio e dell’automazione, o a fattori culturali che portano a una reazione negativa contro la modernità e a una crescente ostilità verso gli immigrati.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
Nigel Farage (Ansa).

Ma la novità non è il venire meno delle ideologie tradizionali e della lotta di classe nel plasmare i valori e il comportamento di voto, bensì l’importanza assunta da fattori soggettivi come soddisfazione di vita e fiducia interpersonale. Per sintetizzare al massimo infelicità e sfiducia spiegherebbero l’aumento dei voti e la presa delle ideologie dei partiti anti-sistema in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Ma anche la crescita dell’astensionismo è correlata alla mancanza di inclusione sociale e al crescere dell’insoddisfazione per la vita che si conduce e che porta al ritiro dal gioco politico e al rifiuto di votare. Le emozioni negative, che hanno luogo eletto sulle piattaforme, misurate da sondaggi internazionali, sono state e sono un fattore altamente predittivo dei voti populisti negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale.

Perché Vannacci non è un alieno

Naturalmente la ricerca merita un’attenta lettura. Io mi limiterò a segnalare come rispetto alle categorie tradizionali, che possiamo definire “più serie”, dobbiamo oggi considerare con molta attenzione quella apparentemente “leggera” che conduce alla felicità o all’infelicità passando per il grado di fiducia e soddisfazione di vita. Ovvero la soggettività delle persone che sta crescendo contestualmente al rafforzarsi dell’individualismo e di un sentimento personale molto social ma poco sociale.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).

La scomparsa delle botteghe e delle chiacchiere (apparentemente) futili

Il termine bottegai ha poco di elegante. Nel circolo Pickwick di Dickens, ai commercianti era vietato l’ingresso e lo “spirito di bottega” è stato sino a tempi recenti sinonimo di chiusura mentale e interesse esclusivo al tornaconto personale.

Ora rimpiangiamo il fruttivendolo all’angolo

Oggi le botteghe (artigianali) sopravvivono solo nella pubblicità dei brand del fashion. Però è noto che la storia spesso si tinge di rimpianto. Magari proprio per ciò che a lungo disdegnato viene improvvisamente rivalutato. Con i bottegai non siamo ancora a questo punto, ma ci siamo molto vicini. Perché la desertificazione commerciale è ormai un dato di fatto.

È iniziata nell’ultimo decennio del secolo scorso con la moltiplicazione incontrollata dei centri commerciali. Ma ora è Amazon che sta dando il colpo di grazia al commercio di prossimità. Tutto ciò con la responsabilità della classe politica e delle associazioni di categoria incapaci di interpretare le profonde trasformazioni economiche e sociali originate da internet e poi delle piattaforme. Così ora ci troviamo a rimpiangere il negozio sotto casa, il fruttivendolo all’angolo e il fornaio della piazza. Come implicitamente suggerisce la proposta di legge di iniziativa popolare lanciata da Confesercenti e sulla quale sono assolutamente d’accordo, anche se temo sia tardi. Perché, al di là degli aspetti economici che pure sono il cuore del problema, ovvero la sostenibilità delle piccole imprese familiari, ci sono da affrontare questioni sociali e culturali forse più importanti. 

La scomparsa delle botteghe e delle chiacchiere (apparentemente) futili
La vetrina abbassata di un negozio storico (Ansa).

La scomparsa dei bar e l’impoverimento del tessuto sociale

La volta scorsa ho scritto della scomparsa di bar e caffè e segnalato come il venire meno di questi luoghi sia un danno rilevante per il sistema della socialità e convivialità che tiene assieme le comunità, allargando i confini della famiglia e degli amici. In Italia negli ultimi 10 anni sono stati chiusi 21 mila bar e caffè e il fenomeno ha riguardato soprattutto i piccoli centri, i territori marginali che già scontavano una povertà di relazioni sociali. Sono invece 156 mila i punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante scomparsi tra il 2012 e il 2025. Questa la cifra, che rappresenta oltre un quarto del totale, emersa nell’ambito del rapporto “Città e demografia d’impresa” condotto dall’Ufficio Studi di Confcommercio su 122 città italiane, tra cui 107 capoluoghi di provincia e 15 comuni non capoluogo ma tra i più popolosi del nostro Paese. Senza addentrarci in analisi specifiche, mi limiterò a sottolineare che bar e negozi sono per eccellenza i luoghi nei quali le persone entrano in contatto, sia pure per brevi attimi e casualmente, con sconosciuti o persone che appena si conoscono.

Ci si vede, magari ci si tocca (una stretta di mano, una pacca sulla spalla), si scambiano due chiacchiere sul tempo che fa o farà, si commenta il fatto del giorno. Insomma niente di speciale, ma qualcosa di molto prezioso per il nostro umore del momento, per il nostro sentirci meno soli e in sintonia con l’ambiente esterno.

La scomparsa delle botteghe e delle chiacchiere (apparentemente) futili
Foto di Yasin Aribuga via Unsplash.

L’importanza dei legami deboli

Questa socialità minore ma essenziale per la tenuta dei legami sociali trova la sua espressione nei “legami deboli”, teorizzati dal sociologo Mark Granovetter e intesi come “funzioni ponte” che uniscono e collegano cerchie sociali differenti e attraverso scambi di notizie, idee e suggerimenti arricchiscono il capitale sociale degli individui. Ovviamente i legami deboli non sono una prerogativa esclusiva di bar e negozi, però ne sono una componente rilevante.

Si può senz’altro affermare che la loro rarefazione, che non dà segni di rallentamento, è una delle principali cause della spoliticizzazione dello spazio pubblico, così come della vita quotidiana delle persone. Un fenomeno segnato anche dalla scomparsa, nell’ultimo trentennio, delle sezioni di partito e dalla progressiva crisi degli oratori, che hanno comportato anche una crescente incomunicabilità fra giovani e adulti, essendo stati a partire dal Secondo Dopoguerra due luoghi topici per la socializzazione e per la formazione di un civismo responsabile.

Ogni anno perdiamo più di 120 mila parole

L’afasia sociale che stiamo vivendo e scontando è stata ed è anche un’afasia comunicativa. Nel senso che ci siamo mangiati letteralmente le parole, non servono più per comunicare, non le usiamo più. Per la semplice e drammatica ragione che non abbiamo più o abbiamo sempre meno i luoghi e le occasioni per farlo. Secondo una recente ricerca della rivista scientifica Perspectives on Psychological Science, tra il 2005 e il 2019 nei Paesi occidentali abbiamo pronunciato in media 338 parole in meno al giorno rispetto all’anno precedente: siamo passati da 16 mila parole al giorno nel 2005 alle 12.700 nel 2019, per un totale di 120 mila parole sottratte in un anno alle nostre conversazioni quotidiane. Trecentotrentotto parole in un giorno possono sembrare poca cosa. Non abbiamo infatti perso le conversazioni più lunghe che ci capitano in una giornata, ma le parole sparse in tanti brevi e occasionali scambi quotidiani. Convenevoli casuali, fatti di brevi momenti che si accumulano, anche se ora si sta accumulando anche la loro assenza.

La scomparsa delle botteghe e delle chiacchiere (apparentemente) futili
Foto di Matt Quinn via Unsplash.

Una vera chiacchiera ci salverà

Riccarda Zezza, sul settimanale Vita, ha messo in fila le tante occasioni e parole che negli ultimi anni si sono perse, impoverendo i legami sociali e riducendo le occasioni di conversazione, le possibilità di dialogo e la spontaneità nelle interazioni. «La chiacchiera con il barista, ogni mattina, al banco. Il barista che sa come prendi il caffè, ti chiede come è andata la settimana. Oggi ordini su un’app, paghi col telefono, prendi e vai». Il tragitto in macchina con i figli. «Portarli a scuola era 20 minuti di conversazione quasi obbligatoria […]. Oggi molti si mettono le cuffie, così quel viaggio è diventato silenzioso». La telefonata al posto del messaggio. «C’è stato un momento in cui chiamare qualcuno senza preavviso era normale e non era scortese. Oggi si manda un messaggio per chiedere se si può chiamare».

Per concludere quelle 338 parole che si perdono ogni giorno possiamo considerarle l’unità di misura dell’attuale povertà sociale e relazionale. Ma anche il silenzioso e insieme potente invito a smettere di messaggiare e inviare vocali e ricominciare invece a parlarci faccia a faccia. Ritrovarci a fare due chiacchiere al bar e dal barbiere, tra un «oggi come va?» dal salumiere e un «sua moglie come sta?» dal panettiere.

Insomma a riprenderci quelle parole che, pur richiedendo limitati investimenti emotivi e di tempo, ci permettono di mantenere una rete ampia di conoscenze, in grado di alimentare le dinamiche e la mobilità sociale.

Dove chiudono i bar cresce l’estrema destra: semplice coincidenza?

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza provocare danni alla collettività e venendo rapidamente zittite dagli altri avventori», diceva Umberto Eco nel 2015. In un decennio la situazione è drammaticamente peggiorata. Le legioni di imbecilli ora sono un esercito e il bar sport digitale, con il suo opinionismo dilagante e non moderato, è un oggettivo fattore di aumento della conflittualità e di indebolimento dei legami sociali. Compresi quei modelli di convivialità che hanno in un caffè o in uno Spritz occasioni di incontro con conoscenti e anche con sconosciuti. Legami sociali deboli, come quelli che si hanno con la cassiera del market, che però sono essenziali per la vita di relazione.

Dove chiudono i bar cresce l’estrema destra: semplice coincidenza?
Umberto Eco (Ansa).

I bar e i caffè sono una fabbrica sociale

Bar sport di Stefano Benni resta un capolavoro satirico nella rappresentazione dell’umanità che si ritrova(va) seduta ai tavoli di un caffè a parlare di calcio o di donne e motori con la stessa serietà riservata alla politica o all’agricoltura. «È perfettamente inutile che un bar possieda un buon biliardo, se non ha un buon scemo da bar», sottolineava Benni. Ma al di là delle battute, dobbiamo seriamente considerare che bar e caffè sono una “fabbrica sociale”. Segnalando però che il bar sport digitale sta uccidendo il bar sport reale.

Solo incontrandosi e vedendosi di persona e facendo le cose assieme si accende la socialità. Da soli seduti davanti a uno schermo si attiva addirittura la funzione contraria. La discussione online genera contatto ma non relazioni. Accende e spegne le persone a seconda dei casi e dei temi, ma non attiva quel “noi” che si può manifestare solo attraverso la modalità dal vivo. In altre parole accentua l’isolamento delle persone, condannandole a un irreparabile individualismo.

Dove chiudono i bar cresce l’estrema destra: semplice coincidenza?
Stefano Benni nel 2013 (Ansa).

Dove si chiudono i bar cresce l’estrema destra

In questa luce risulta particolarmente interessante la ricerca Quando i bar-tabacs chiudono: erosione del legame sociale e aumento del voto all’estrema destra che ha preso in considerazione la chiusura in Francia di circa 18 mila bar-tabac o bistrot tra il 2000 e il 2022. È emerso che le zone dove la percentuale di serrande abbassate è stata più alta, maggiore è risultato l’aumento del sostegno al partito di estrema destra Rassemblement National (RN), salito negli anni successivi tra l’1,3 e il 3,6 per cento circa. Una correlazione, questa, che non si è registrata con la chiusura di altre attività commerciali, come per esempio le panetterie. E che viene confermata dal dato che quando apre un nuovo bar-tabac, la percentuale di voti per l’estrema destra tende a diminuire nel tempo. «Gli effetti di questo processo sono tre volte più forti nelle comunità rurali, dove i bar sono rimasti l’ultimo luogo di socialità», sottolinea il curatore della ricerca Hugo Subtil dell’Università di Zurigo. 

Dove chiudono i bar cresce l’estrema destra: semplice coincidenza?
Marine Le Pen e alle sue spalle Jordan Bardella (Ansa).

La mancanza di spazi terzi di socialità porta a una visione del mondo più angusta

Senza entrare nel merito di cosa si fa al bar, o meglio quanto le singole attività (dal gioco di carte alle scommesse, dal biliardo alle bevute in compagnia) influenzino la visione del mondo dei frequentanti, la cosa più importante è quel “cosa” che si fa assieme. «È l’aspetto condiviso, sociale, a fare la differenza», continua Subtil, definendo i bar-tabac «spazi terzi», rispetto alla casa e al posto di lavoro, dove persone di origini diverse si mescolano. Quando questi posti scompaiono, le persone socializzano in una cerchia più ristretta di amici e familiari che la pensano allo stesso modo. La visione e la prospettiva del mondo si restringono. L’altro, il diverso da sé, quasi scompare. «Questo, col tempo, erode il tessuto sociale e indebolisce i legami che si creano di persona».

In tutta Europa, i sondaggi e le ricerche suggeriscono che dove la fiducia interpersonale e la solidarietà locale sono più deboli, il sostegno ai partiti di destra radicale tende a essere più alto. L’infelicità insomma sembra avere molto a che fare con il populismo e il sovranismo.

Gli infelici sono attratti dagli estremi dello spettro politico

Naturalmente la discussione e un’eventuale confutazione è aperta. Sono però rilevanti le tre chiavi di lettura, che sono anche sintesi estrema della relazione che intercorre tra populismo e infelicità e che considerano anche le implicazioni politiche delle pratiche di cura e condivisione.

  • Il declino della felicità e della fiducia sociale in Europa e negli Stati Uniti spiega gran parte dell’aumento della polarizzazione politica e dei voti antisistema.
  • Atteggiamenti soggettivi come la soddisfazione di vita e la fiducia giocano un ruolo molto più importante nel plasmare i valori e il comportamento di voto rispetto alle ideologie tradizionali o alla lotta di classe.
  • Le persone infelici sono attratte dagli estremi dello spettro politico. Chi ha poca fiducia si trova più spesso all’estrema destra, mentre chi ha molta fiducia è più propenso a votare per l’estrema sinistra.

Il boom di serrande chiuse: dal Regno Unito all’Italia

Ma tornando allo stretto ambito della ricerca sui bar si deve segnalare che la situazione francese non è unica, perché il declino dei locali pubblici (bar, bistrot, osterie) riguarda l’Europa intera. Una vera e propria istituzione, qual è stata il caffè (come bevanda e come luogo), che dal Settecento in poi è venuto identificandosi con l’Illuminismo e la stessa democrazia, deve fare oggi i conti con una crisi che è deflagrata con la pandemia. Per effetto delle nuove abitudini post Covid, le persone bevono meno, escono con meno frequenza e passano più tempo a casa. Oltremanica, in Inghilterra e in Galles, l’anno scorso hanno chiuso o sono stati convertiti a nuovi usi 366 pub, uno al giorno. Nei Paesi Bassi, un caffè su cinque dal 2020 ha cessato l’attività. Ma anche in Italia negli ultimi anni il settore dei bar e dei caffè ha subito una profonda contrazione, con la chiusura di oltre 21 mila locali nell’arco di un decennio. Solo nel corso del 2024, a fronte di 3.937 nuove aperture, si sono contate ben 12.188 cessazioni di attività, per un saldo netto negativo di 8.251 imprese.

Una desertificazione che induce alla conclusione che la società incattivita nella quale ci troviamo e della quale la crisi della partecipazione politica e della democrazia tout court è espressione, sta seduta ai tavolini di bar che non ci sono più. Come i quattro a amici che «tra un bicchiere di coca e un caffè» volevano cambiare il mondo e ora fanno fatica perfino a uscire di casa.

L’emergenza casa: le promesse del governo e i paradossi del mercato

Casa dolce casa. Avercela però non è scontato. Anzi. In Europa nel 2024 si contavano quasi 1,3 milioni di senzatetto. Negli Usa quasi 900 mila. In Italia, secondo gli ultimi dati, vivono circa 96 mila persone senza dimora, con una forte concentrazione nelle grandi città come Roma e Milano.

Alloggi popolari vuoti e immobili dormienti

Ma se consideriamo le situazioni di povertà abitativa i numeri crescono sensibilmente. Più di un italiano su quattro (il 27 per cento per cento della popolazione, dato Eurostat) vive in una condizione di rischio. Un milione di famiglie vive in affitto con canoni che assorbono buona parte del reddito disponibile. Eppure ci sono oltre 60 mila alloggi pubblici vuoti o non assegnati, a fronte di oltre 250 mila famiglie in lista d’attesa. Appartamenti che da anni si auspica possano contribuire ad alleviare l’emergenza. Ma è noto che di parole e promesse la politica italiana è piena. Mentre le case sfitte – cosiddette “dormienti” – sono 8 milioni e mezzo, il 25,7 per cento del totale delle abitazioni intestate a persone fisiche. Una percentuale che ci posiziona al primo posto in Europa per stock di case vuote. Un immenso patrimonio che si confronta con la scarsa offerta abitativa nelle città e la crescente paura dei proprietari di affittare a inquilini morosi.

L’emergenza casa: le promesse del governo e i paradossi del mercato
Le case bianche di via Salomone, a Milano (Ansa).

Il governo Meloni approva l’ennesimo Piano Casa

Recentemente il governo Meloni ha approvato iI nuovo Piano Casa Italia, che mira a contrastare il fenomeno con oltre 10 miliardi di euro (970 milioni il primo anno nel Documento di finanza pubblica) per creare 100 mila alloggi in 10 anni, focalizzandosi su edilizia sociale, recupero e social housing a canoni calmierati. C’è da sperare che sia la volta buona per avviare politiche abitative concrete. Ma al momento si deve segnalare che si tratta dello stesso numero di abitazioni previste (in un arco di tempo però doppio) dal Piano Casa del governo Berlusconi nel 2009, del quale però si sono perse le tracce. «A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina», diceva spesso Giulio Andreotti. Io mi limiterò a ricordare che l’unico Piano Casa che ne ha data una a più di un milione di italiani è stato quello lanciato dal leader Dc Amintore Fanfani, che dal 1949 al 1963 ha creato 355 mila nuovi alloggi.

L’emergenza casa: le promesse del governo e i paradossi del mercato
Giorgia Meloni (Ansa).

I prezzi corrono in tutta Europa

Trovare casa è un’impresa. Perché i prezzi per l’acquisto o per l’affitto sono cresciuti e continuano a crescere molto più degli stipendi. Tra il 2015 e il 2024, in Europa l’aumento è stato del 53 per cento e si stima una carenza di circa 2,25 milioni di abitazioni adeguate. Solo a Milano, che fra le metropoli europee spicca per rendimenti e sicurezza degli investimenti nel mattone, il costo delle abitazioni è cresciuto tra il 40 e il 50 per cento negli ultimi 10 anni. Lo scorso marzo, il Parlamento Ue ha approvato una risoluzione per una strategia organica contro la crisi abitativa e la creazione del primo Piano Europeo per alloggi a prezzi accessibili. Ma anche qui il rischio è che gli interventi legislativi siano troppo lenti rispetto a un mercato che corre, seguendo le dinamiche economiche, geografiche e demografiche. Che dicono ad esempio che gli stipendi soprattutto dei giovani sono troppo bassi, che la popolazione tende a concentrarsi nelle città, che sono sempre più numerose le famiglie di un solo componente. E qui si evidenzia un altro paradosso: la sottoccupazione degli alloggi, che nel Vecchio Continente è in costante aumento: oggi un europeo su tre (dal 18 ai 64 anni) vive in una casa troppo grande, percentuale che sale al 45 per cento tra gli over 65.

L’emergenza casa: le promesse del governo e i paradossi del mercato
Convegno ‘Emergenza casa. Verso un piano europeo’, a Milano (Ansa).

Il finto affare delle case a un euro

La forza del mercato e della rendita immobiliare favorisce inoltre la concentrazione e lo sviluppo urbano a scapito dei luoghi periferici e ancor più delle zone marginali. Borghi disabitati quando non abbandonati completamente sono un fenomeno in aumento in tutta Europa e nell’Italia intera. La vendita delle case a un euro, ovvero al prezzo di un caffè, è stato un fenomeno in grande auge gli anni passati e ancor oggi c’è qualche Comune che lancia l’offerta e qualche pollo che ci casca. Ma si tratta quasi sempre di case abbandonate da tempo o addirittura di ruderi, in zone spopolate. Così il presunto affare arriva a costare decine di migliaia di euro e alla fine del recupero si spendono cifre che superano il reale prezzo di mercato.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa

«Yankee go home». La guerra del Vietnam, il golpe in Cile e poi la crisi dei missili nucleari a Comiso (1981-1983) sono stati momenti in cui quell’invito è stato urlato con più forza nelle strade e nelle piazze d’Italia. Era uno slogan velleitario, che esprimeva un desiderio impossibile. Perché la presenza delle basi militari statunitensi, soprattutto in Germania e in Italia, i due Paesi che avevano perso la guerra, era anche il presidio economico che garantiva la libera e massiccia circolazione delle merci Usa in Europa. Il “sogno americano” che era l’anima della nascente società dei consumi aveva il volto sorridente del cinema di Hollywood e della pubblicità della Coca Cola. Ma alla bisogna sapeva di potere contare sul potere molto convincente delle armi. E su quello sottostante, ma non meno persuasivo, dei servizi segreti (CIA) che spesso hanno condizionato e interferito nella vita politica italiana.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
La base di Sigonella (Archivio Ansa).

La minaccia trumpiana forse è un’occasione storica

Da decenni non si sente più urlare «Yankee go home», ma la novità è che ora sono loro, gli yankee, che minacciano di tornarsene a casa. Dopo che Donald Trump ha minacciato di uscire dalla Nato, è stato il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che ha invitato i Paesi europei a spendere di più in armamenti. Perché in caso contrario gli Usa ridimensioneranno o addirittura chiuderanno le basi in Europa. 

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Pete Hegseth e Donald Trump (Imagoeconomica).

Ora, detto che non è semplice per gli Stati Uniti sfilarsi dall’Alleanza Atlantica e che Hegseth è lo stesso che ha definito «la guerra un dono per il mondo» e che ha confuso la Bibbia con Pulp fiction, penso che dovremmo seriamente chiederci se non sia un’occasione storica accettare il ritiro statunitense. Detta così può sembrare, e in parte è, una provocazione. Come la canzone dei 99 Posse, Yankee go home, che peraltro, con la guerra Usa-Iran in corso risulta assai intonata.

Senza protettori Usa, l’Europa sarebbe costretta a reagire

Per un passo del genere servirebbero infatti statisti e grandi europeisti come Kohl e Mitterrand, dei quali al momento non c’è traccia. Però l’abbandono dei protettori americani costringerebbe a colmare rapidamente quel vuoto. A superare i personalismi e i nazionalismi che oggi frenano la costruzione di una difesa europea. Impedita da un’industria militare frammentata, con duplicazione di capacità produttive e mancanza di standard comuni. Ma pesano anche di più le differenze strategiche e geopolitiche. 

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Nel 1984, il Cancelliere tedesco Helmut Kohl e il Presidente francese François Mitterrand alla commemorazione della battaglia di Verdun (Ansa).

Mosca e Putin sono una minaccia reale?

Le questioni fondamentali, senza addentrarci in ambiti specialistici, si riassumono nei pensieri e nelle visioni che ispirano e contrappongono – per semplificare al massimo – filo-putiniani e anti-putiniani. Detto altrimenti: se senza protezione americana la Russia si mangerebbe l’Europa in un boccone o, al contrario, tornerebbe a essere un partner commerciale conveniente e affidabile. Ancorché da blandire, soprattutto per il possesso di un formidabile arsenale nucleare. In entrambi i casi l’immagine dei cosacchi che si abbeverano in piazza San Pietro a Roma deve fare i conti con la realtà di un esercito che non pare proprio così potente come è stato raccontato e come Putin lo accredita. Visto che un’operazione speciale che doveva durare una settimana è in corso da quattro anni e che l’esercito russo non dà proprio l’idea di essere un’invincibile armata smaniosa di invadere la grande pianura europea. Certo la Russia ha cento volte e più le bombe atomiche che potrebbero distruggere il mondo. Però, come è noto, ne bastano poche per mettere in moto un meccanismo di risposte a un attacco iniziale che otterrebbe velocemente quel risultato. Quindi se la Russia ha 5.500 bombe, Francia e Regno Unito assieme ne hanno più di 500 (300+220) e in una difesa europea coordinata e operativa sarebbero più che sufficienti per scoraggiare aggressioni militari nucleari russe e non.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Vladimir Putin (Ansa).

La spesa europea in armamenti ha superato quella russa

C’è poi da considerare l’aspetto economico, al netto delle polemiche furiose fra bellicisti e pacifisti. Che la spesa europea sia attualmente frammentata, disordinata dunque inefficace è un dato di fatto. Ma è altresì vero, secondo l’Osservatorio dell’Università Cattolica, che nel 2024, la spesa militare europea ha raggiunto livelli record, superando quella russa. I Paesi europei (NATO inclusi) hanno speso circa 730 miliardi di dollari, una cifra superiore del 58 per cento rispetto ai circa 462 miliardi della Russia. «L’ampio divario tra spesa russa ed europea nel 2024 suggerisce cautela nel concludere che sia necessario un forte aumento della spesa militare in Europa, tranne che nei Paesi ancora al di sotto del 2 per cento del Pil».

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Mark Rutte e Donald Trump (Ansa).

Più armi significa meno welfare

Se però si considera che Trump e Hegseth chiedono che la spesa militare dei Paesi europei sia portata al 5 per cento, ecco che la rinuncia o la chiusura delle basi e della protezione Usa sarebbe economicamente conveniente, oltre che socialmente augurabile. Tre punti percentuali di aumento della spesa militare per la popolazione europea e italiana significano tagli sostanziosi al welfare. Considerato che ha valore quasi scientifico la correlazione inversa tra spesa militare e spesa sanitaria. Quando aumenta l’una cala l’altra: è sempre accaduto così. E se si considera che nel 2025 è stato stabilito il nuovo record mondiale di spesa in armamenti – 2.887 miliardi di dollari complessivi, con un aumento del 2,9 per cento rispetto al 2024 – auguri a tutti noi, che già lamentiamo tagli allo stato sociale e riduzione dei servizi assistenziali.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Pete Hegseth (Ansa).

In un colpo solo potremmo liberarci anche della tutela delle Big Tech

Ma rispolverare e accogliere in modo pacifico e consensuale l’opportunità di un ritiro americano dall’Europa non ha solo motivazioni economiche. Il valore e l’importanza del ruolo americano nella sconfitta del nazismo e del fascismo restano come pietre miliari di un atlantismo che ha generato libertà e democrazia. Ma quel debito e la riconoscenza per il piano Marshall lo abbiamo pagato e lo stiamo pagando abbondantemente. Con il quasi monopolio concesso ai servizi finanziari e tecnologici statunitensi. In questa luce «yankee go home» offre anche l’occasione, come scrive The Guardian, per provare a sottrarsi alla tutela di Microsoft, Google, Meta, Amazon, Apple e trovare nuove strade più etiche e rispettose dell’autonomia e dell’identità dei cittadini europei. Certo costruire alternative efficienti è una bella impresa. Però «fare switch è più facile di quanto possiamo pensare», ricorda sempre il Guardian, indicando modi e strumenti con i quali si può cominciare a farlo. Con gentilezza e riconoscenza: cari yankee potete portare a casa o altrove armi e bagagli, perché noi ce la possiamo fare da soli. È un sogno?

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro

Adessitudine e presentismo sono i due termini che definiscono la nostra attuale dimensione temporale e sociale. Viviamo infatti in un qui e ora che pare eterno. Sospeso tra un futuro che non si vede e un passato in odore di nostalgia. Buono per il vintage, ma non per orientare processi decisionali e anche scelte di vita. Da qui la domanda che si pone il primo fascicolo 2026 della rivista il Mulino dal titolo Quali storie: «Ci serve ancora conoscere la storia?».

Siamo iper-tecnologici ma viviamo in uno spiacevole déjà-vu

La risposta è sì, ovviamente. Consapevoli però che «la storia insegna che non si impara mai dalla storia» (Hegel), come stiamo peraltro vedendo nella ripetizione in questi anni di crisi e tragedie internazionali che hanno lo spiacevolissimo sapore del déjà-vu. Si parli di guerre, di risorgente razzismo, di persecuzioni etniche, di risposte alla pandemia, il copione sembra essere d’annata. Per quanto inscritto in un contesto, soprattutto tecnologico, nuovo mostra numerose costanti. L’Europa attuale sembra più simile a quella di 100 anni fa (con gli umori grevi generati da una lunga guerra, impaurita dall’epidemia di spagnola e alle prese con una grave crisi economica) che non a quella di fine secolo caratterizzata dall’ottimistica ascesa di Internet e della globalizzazione.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Un veicolo colpito da un raid israeliano a Gaza (Ansa).

Quella promessa non mantenuta

Saremo tutti e in tutto il mondo più ricchi, più benestanti, più colti e solidali si ripeteva un po’ ovunque. Nel contempo si decretavano la fine delle ideologie e anche della storia, con la caduta del muro di Berlino e dell’Urss. Come è finito quel sogno, lo stiamo appunto verificando ora, con un sovrappiù di rammarico visto che il prevedibile non è stato previsto. Come diceva l’economista francese Frédéric Bastiat «dove non passano i commerci prima o poi passano gli eserciti». Se si soffia sulla paura le persone diventano aggressive, la mancanza di sicurezza aumenta sia la sfiducia sia la richiesta dell’uomo forte. L’ascesa dei sistemi autoritari fra le due Guerre ci indica che non è per niente sorprendente, per quanto raccapricciante, l’attuale rinascita e crescente consenso per il nazismo e il fascismo «che fece anche cose buone».

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
L’adunata neo fascista di Acca Larentia a gennaio 2026 (Ansa).

Il revival dei favolosi Ottanta

Quali storie possono essere utili e rispondere ai nostri bisogni conoscitivi e usi pubblici? Il quesito a cui prova a rispondere il fascicolo de Il Mulino ci porta su un altro versante storico indagato dal sociologo Vanni Codeluppi in I favolosi Ottanta. Memoria dal decennio che ha cambiato il mondo (Derive e Approdi). Una storia, fra il saggio e il memoir, che rilegge la complessità di un periodo cruciale per la storia dell’Occidente sviluppato e i cui effetti sono su molti piani ancora agenti. A partire, per esempio, dalla passione per gli oggetti, le atmosfere e i personaggi di quel decennio che hanno giovani e giovanissimi di oggi. Pur essendo distanti anni luce, soprattutto tecnologicamente e politicamente, sono affascinati dalle mode, dalla cultura, dalla musica di quel periodo. «Forse perché non c’erano», ha scritto qualche anno fa lo stilista e giornalista di moda Christopher Niquet. Certo è che se pensiamo al ritorno di certe mise e al perdurante successo di gruppi e cantanti Anni 80, dobbiamo convenire, come ha scritto il sociologo norvegese Th. Eriksen in Tempo tiranno, che stiamo procedendo a tutta velocità guardando lo specchietto retrovisore.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
La copertina de i favolosi Ottanta di Vanni Codeluppi (Derive e Approdi).

Il boom del made in Italy e l’alba della società dell’immagine

Ma negli 80 c’è stato ed è accaduto tanto altro. Il diario di viaggio di Codeluppi parte dai grandi concerti negli stadi di Patti Smith e Lou Reed e si allunga a quelli dei cantautori italiani come Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Passa da Luigi Ghirri, grande innovatore della fotografia italiana, e dal famoso comizio di Enrico Berlinguer, preso nuovamente in braccio da Roberto Benigni alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia del settembre 1983 (il comico lo aveva già fatto il giugno di quell’anno a Roma), per approdare alla Milano da bere. Che vede la trasformazione dei sarti in stilisti e dei cuochi in chef. Gli architetti non sono ancora archistar, ma il made in Italy è in piena ascesa internazionale. La “dolce vita” è un richiamo irresistibile e un anestetico dopo gli anni di piombo e dello stragismo nero culminato con la bomba alla stazione di Bologna. Ma il decennio vede anche l’ascesa della tv commerciale del Cavaliere, il boom dei fast food e la comparsa dei paninari, il pieno dispiegarsi della società dell’immagine: quella del look e del colpo d’occhio, delle modelle che nessuno chiama più indossatrici. Timberland e Nutella, ma anche Olivetti e Commodore 64 in ambito tecnologico sono i marchi iconici.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Roberto Benigni prende in braccio Enrico Berlinguer (Ansa).

Il decennio che tra luci e colori cambiò il mondo (e non in meglio)

Il memoir di Codeluppi si limita però alle arti e alla cultura popolare, ai media e al consumo musicale. La politica e l’economia non entrano se non di riflesso nell’inventario. Ma su questi temi si devono aggiungere alcune importanti considerazioni riferite a ciò che sta ancora determinando fortemente il presente. Cioè l’avvio delle politiche liberiste che hanno in Ronald Reagan e Margaret Thatcher due assoluti protagonisti. Due rispettive frasi sintetizzano bene la loro visione e azione politica: «Lo stato non è la soluzione, ma il problema» e «La società non esiste: ci sono individui, uomini e donne, e le famiglie».

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Margaret Thatcher, Helmut Kohl e Ronald Reagan nel 1985 (Ansa).

Al di là dell’allegra connotazione data al decennio (non a caso si parla di edonismo reaganiano) e nonostante l’apparizione degli yuppies, iniziò lì lo smantellamento dello Stato sociale e la celebrazione del successo, dell’immagine personale, dei soldi. Se oggi le disuguaglianze economiche sono aumentate a dismisura e l’esaltazione dell’individualità a tutto danno del legame sociale è stata normalizzata si deve guardare anche ai favolosi Ottanta. Condividendo con Codeluppi il giudizio che, nonostante le profonde contraddizioni, quel decennio ha effettivamente cambiato il mondo.

L’individuo ha divorato la società: la condivisione è solo online

«È tutta colpa della società». Questa espressione che irrideva alla pretesa di addossare alla società, genericamente intesa, la responsabilità di qualsiasi disordine, violenza, stato di crisi non la si sente più da almeno 20, forse 30 anni. Non perché siano scomparsi i problemi e le emergenze, bensì un’idea collettiva, comune e comunitaria di persone che si riconoscono. Che si sostengono, condividono valori, partecipano alla vita pubblica, credono e si battono per il bene comune.

Viviamo in un mondo fatto su misura per Trump

«Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi», sosteneva nel suo discorso di insediamento del 1961 John Fitzgerald Kennedy, giusto per rimarcare come oggi sia presidente degli Usa un tipo bizzarro, ondivago e narcisista che arricchisce se stesso e i suoi amici miliardari. I tempi cambiano, si dirà. Però è pazzesca la velocità con la quale, soprattutto in questi ultimi anni, siamo precipitati in un mondo più simile a quello di 100 anni fa e oltre, che non a quello di 30 o 40 anni fa.

L’individuo ha divorato la società: la condivisione è solo online
JFK e Donald Trump.

Prova è che dall’ancora ragionevole differenza di stipendio negli Anni 70 fra un manager e un operaio (circa 11 a 1) si è arrivati nell’Italia del 2020 al record di 649 a 1. Oggi possiamo solo chiederci come è potuto accadere che a fine 2025 gli azionisti di Tesla abbiano promesso al loro Ceo, Elon Musk, mille miliardi di dollari se raggiungerà gli obiettivi. Come ulteriore segnalazione di abnormalità ricordo che c’è stato un giorno, uno solo, il 20 luglio 2020, in cui un signore chiamato Jeff Bezos ha guadagnato 13 miliardi di dollari.

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Jeff Bezos (Ansa).

L’idea di welfare universale si sta erodendo

Da qualche anno la classifica annuale degli uomini più ricchi al mondo procura brividi per la riprovevole tendenza mediatica a crogiolarsi nelle ricchezze altrui. Ma è anche, indirettamente, la prova provata del progressivo ritirarsi della società, dell’arretramento delle pratiche politiche che interessano il sistema di welfare, basato in tutto l’Occidente sviluppato sul principio universalistico del diritto di ogni cittadino all’istruzione, alla cura e a un lavoro dignitoso. Naturalmente dei tre solenni valori universali che hanno accompagnato la nascita della moderna democrazia – libertà, uguaglianza e fraternità – si sono perse da tempo le tracce. Tant’è che della triade rivoluzionaria non parlano nemmeno quelli che oggi si definiscono democratici e di sinistra. Altro indizio, questo, dell’allentamento del legame sociale, dello svincolarsi individuale dai progetti collettivi

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Una manifestazione contro i tagli alla Sanità a New York (Ansa).

L’engagement con cui ci riempiamo la bocca è solo sul web

Paradossalmente il termine condivisione, engagement, non è mai stato così in auge a parole e sul web quanto poco praticato nella vita d’ogni giorno. Sempre più social e sempre meno sociali. Qui però mi limiterò a segnalare come individualizzazione e solitudine, indotte da un uso predominante dei device mobili e da quote crescenti di permanenza davanti a uno schermo, contribuiscano pesantemente ad allentare i legami sociali e soprattutto la fisicità delle appartenenze e della partecipazione reale, dal vivo alla vita collettiva. Ormai petizioni, appelli e raccolte di firme si fanno online.

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da mediamodifier via Unsplash.

Le grandi questioni sociali si sono trasformate in semplici problemi

Una società in frantumi, a pezzi, scollegata è l’esito di una crescente individualizzazione o superindividualizzazione che secondo Andreas Rekwitz, il sociologo tedesco autore di La società della singolarità, spinge gli individui a sentirsi e comportarsi da persone speciali. Uniche e originali e, come tali, indotte a pensare molto più a se stesse che agli altri. Ora sostenere che la deriva personalistica e individualista alla quale stiamo assistendo sia stata pianificata è più no che sì. Tuttavia è vero che le grandi questioni sociali sono via via diventate negli ultimi 20 anni dei semplici problemi, che anche quando rilevanti non mettono in discussione il Sistema, ma si rivolgono alle singole persone: cittadini, utenti, consumatori invitati ad assumersi la responsabilità di aggiustare ciò che non funziona. Il risultato è che le grandi questioni vengono derubricate e anziché essere affrontate con politiche appropriate e incisive peggiorano ulteriormente.

La povertà è stata rottamata da un esercito di poveri

Ma vediamo di spiegarci con due esempi. Il primo riguarda le diseguaglianze economiche. Sono 30 anni che si parla di crescente povertà in ampi strati sociali. Segno che non c’è stato un governo (di sinistra, di destra, giallo verde o giallo rosso, di emergenza o solidarietà) che sia riuscito almeno a invertire la tendenza in modo efficace. Nel contempo, per ribadire il concetto, le ricchezze sono diventate sempre più spettacolari: ostentate e compiaciute, pure con il plauso ammirato dei più poveri. Questo processo di rimozione, ben spiegato nella puntata I pipistrelli e La pazienza del podcast Fuori da qui di Simone Pieranni (Chora Media), è racchiuso in un passaggio che ha visto sparire la povertà e comparire al suo posto un esercito di poveri. Individualizzando il problema il sistema è sparito, e con esso sono scomparse anche le cause che producono miseria economica. Ma anche lavorativa come documenta L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica di Niccolò Zancan (Einaudi, 2026). Così mentre i ricchi possono celebrare il proprio successo, i poveri possono imputare solo a se stessi il fallimento personale. E affidarsi alla carità, ai buoni spesa, ai sussidi una tantum.

L’individuo ha divorato la società: la condivisione è solo online
Distribuzione di generi alimentari nella sede di Pane Quotidiano a Milano (Ansa).

Se l’emergenza ambientale diventa una questione privata

Un altro esempio di individualizzazione delle responsabilità e colpe, che invece sono sistemiche e richiederebbero interventi strutturali, lo si riscontra in ambito ambientale, dove climate change e sostenibilità vengono messe in carico ai singoli utenti e consumatori. Invitati a fare la doccia e lavarsi i denti con parsimonia, a differenziare il pattume, a spegnere la luce di casa quando si esce dalle stanze. Tutte pratiche virtuose, ma con le quali non si può certo salvare il Pianeta dall’annunciato disastro ambientale. Anche buttandola sul personale, come ha scrittoThe Guardian a metà gennaio, c’è privato e privato: i più ricchi hanno impiegato dai 3 ai 10 giorni per esaurire il proprio budget annuale di carbonio. Però è il Report annuale sull’ineguaglianza ambientale 2025 che conferma la tendenza del sistema a colpevolizzare l’individuo, anziché assumersi la responsabilità di politiche ambientali inefficaci quando non dannose. Ciò attraverso una forte azione, da parte delle company del fossile, sui media compiacenti e il ricorso alla fake news, secondo cui il problema della sostenibilità ricade sugli individui e non sulla grande industria e finanza, e sui produttori e gestori dei servizi energetici. Che infatti continuano a inquinare come hanno sempre fatto.

L’individuo ha divorato la società: la condivisione è solo online
Il problema della sostenibilità è stato riversato sui singoli in assenza di politiche efficaci (foto di Satheeshkumar Ram via Unsplash).

«Non lasceremo indietro nessuno»è più di uno slogan

Definire quest’approccio insostenibile può apparire una battuta. Non lo è augurarsi che la società non resti una parola vuota, inerte. Ma torni a essere una collettività viva, dove «non lasceremo indietro nessuno», forse la frase più gettonata da politici e governanti d’ogni colore, cesserà di risuonare invano.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Arduo oggi dire se fa ridere o piangere l’esortazione di Jack Weinberg, attivista radicale e leader nel 1968 del Free Speech Movement di Berkeley, visto che il potere politico è nelle mani di ultra settantenni. E non va meglio in altri campi. Dalla finanza allo spettacolo, in prima fila ci stanno molti uomini e qualche donna che di abdicare proprio non ne vogliono sapere.

Un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50

I giovani, si tratti di posizione lavorativa o reddito, scontano un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50, quando nemmeno la musica contemplava generi e interpreti giovanili. La musica cambiò negli Anni 60. A tempo di rock e di pop. Ma fu sulla spinta del movimento del ’68 che i giovani divennero pienamente adulti. Liberati dal mercato e dall’economia dei consumi. Ma in grado presto di affermare una propria autonomia, che ebbe peso rilevante nella modernizzazione politica e sociale del Paese.

La partecipazione giovanile ha colto di sorpresa tutti

La prospettiva storica offre illuminanti chiavi di lettura del presente e del futuro prossimo, all’indomani del voto referendario che ha registrato il decisivo apporto dei giovani alla vittoria del no. Ma partiamo dal dato che ha visto la generazione 18-34 anni votare contro la riforma della giustizia con il 61,10 per cento dei voti. La partecipazione giovanile (la loro affluenza è stata del 67 per cento, nonostante le difficoltà dei fuorisede, a fronte di un dato nazionale del 58,9 per cento) e in quelle proporzioni di opposizione alla proposta governativa ha colto di sorpresa tutti. Dal governo alla politica nel suo complesso, passando per i media tradizionali, la cui interpretazione e narrazione della società è ben lontana da quella che vive la Generazione Z.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
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Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

Lo si immaginava, ma la novità è che in questa occasione gli interessati, anziché restarsene sul divano e rifugiarsi in un mondo ideale, hanno deciso di mettersi le scarpe e uscire di casa. E di dire no ai quesiti giudiziari, ma senza troppo curarsi del merito. Certo, in difesa della Costituzione, ma ancor più dei diritti e delle libertà civili e di espressione sotto attacco governativo con i vari provvedimenti restrittivi e i decreti sicurezza degli ultimi tre anni.

No alla società paternalistica e repressiva di Meloni

Quella società paternalistica e repressiva teorizzata e praticata dalla premier Giorgia Meloni non coincide con sentimenti e desiderata giovanili. Come peraltro indicano i report più recenti e informati: dal Deloitte Global Gen Z e Millennial Survey 2024 al Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z che mappa il pensiero, i gusti, le opinioni, le aspettative di utenti di età compresa fra i 14 e i 20 anni.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’intera classe politica non ha capito l’universo valoriale giovanile

Se poi si considerano altri fenomeni di ribellione pacifica dei giovani ambientalisti (dai Fridays for future a Extinction rebellion), vediamo che l’universo valoriale giovanile è molto lontano da quello che ha in mente l’intera classe politica, finanziaria e imprenditoriale. Una cosa confermata dall’annuale rapporto di Reuters Institute, che ribadisce ciò che ormai era ampiamente noto a tutti: i bisogni informativi dei giovani hanno poco a che fare con i media e i commentatori mainstream, si rivolgono perlopiù a figure nuove come creator e podcaster che si esprimono su YouTube e TikTok.

Una generazione che non è di sinistra in senso tradizionale

Ma la cosa sorprendente, tornando al voto referendario, è che l’immaginario della Gen Z si è materializzato nelle cabine elettorali. Un’inattesa mobilitazione politica, anche se informale e non dichiarata. Che però i leader progressisti farebbero bene a non considerare acquisita alla loro causa in modo automatico. Perché quella generazione non è di sinistra in senso tradizionale, ma ideologicamente anti-autoritaria.

Vi ricordate le Sardine? Era il 2019 e sparirono in fretta

Non va però dimenticato che nel 2019 prese vita il movimento delle Sardine, che riempì strade e piazze dell’Emilia-Romagna nell’imminenza delle elezioni regionali che ipotizzavano come probabile la vittoria del candidato leghista. Quella mobilitazione giovanile fu imponente e decisiva per l’affermazione del governatore progressista Stefano Bonaccini. Ma il Covid-19, con la stessa rapidità con la quale era montato, spense e poi cancellò quel movimento nascente del quale è rimasto a malapena il ricordo.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un flash-mob delle Sardine nel 2019 (foto Ansa).

Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive

Quella falsa partenza però, affinché non si ripeta, sollecita gli interessati a considerare alcune questioni fondamentali che la prospettiva storica evocata agli inizi consente di mettere a fuoco. Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive. Da soli, come portatori di rivendicazioni e istanze giuste ma particolari, non si va da nessuna parte. I movimenti si formano su obiettivi di lotta condivisi da varie e ampie categorie sociali.

I problemi e le emergenze non riguardano più il sistema, bensì gli individui

Mi rivolto dunque siamo è una celebre esortazione nonché libro di Albert Camus che risalta con più forza in una società oggi dispersa, polverizzata e dove i problemi e le emergenze (si parli di ambiente o di disuguaglianze economiche) non riguardano più le istituzioni, il sistema, bensì gli individui. Non esiste più la povertà, bensì i poveri. La differenza non è di poco conto, visto che le riforme vere, cioè capaci di incidere sul corpo della società e sulla vita delle persone, si sono fatte sulla scia del ‘68, dopo una stagione di lotte collettive condotte sulle piazze, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale alla chiusura dei manicomi, passando per il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto: siamo nel decennio Settanta. Del 1970 è lo Statuto dei lavoratori.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Il libro di Albert Camus.

Può sembrare banale ricordare conquiste sociali fondamentali, che oggi peraltro sono sotto attacco. Non lo è sottolineare che opporsi, ribellarsi, dire no è fondamentale, ma non è sufficiente. Serve un progetto e un movimento politico che traduca in azione valori e aspettative di Millennial e soprattutto zeerers. E metta per esempio fine a stipendi da fame e riequilibri il rapporto fra salari dei giovani e pensioni.

Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati

Secondo i dati 2024-25, l’assegno pensionistico risulta essere mediamente superiore alla retribuzione netta d’ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli nel trascorso decennio era il 36 per cento in meno di quello dei padri. Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati; e alla disoccupazione crescente nella classe d’età 18-34 ha fatto riscontro l’aumento dell’occupazione degli over 55.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un cameriere impegnato nell’allestimento di una sala da pranzo (foto Ansa).

Ma, concludendo, per provare a riformare un sistema così sgangherato servono due pre-condizioni fondamentali. Che i giovani tornino a fare politica e cerchino leader generazionali. Ossia leadership in grado di rappresentare gli interessi e le istanze della loro generazione. Perché è evidente anche a un cieco che i ventenni e trentenni di oggi non possono essere rappresentati e guidati da boomer. A maggior ragione se anziché essere vecchi saggi come Bernie Sanders sono vecchi e irreparabili narcisti come Donald Trump.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?

Oscurata dalle guerre in corso, la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, celebrata mercoledì 18 marzo, non ha avuto l’eco che meritava. Rimozione di un ricordo molto doloroso o incapacità di fare seriamente i conti con un fenomeno epocale?

Il Covid ha portato a un velocissimo salto d’epoca

La domanda resta aperta. Mi limiterò ad evidenziare alcuni aspetti della prima pandemia globale della storia recente, che ci ha visto cambiare profondamente come persone, comunità e modi di vita. Abbiamo vissuto un prima e un dopo attraversati da un velocissimo “salto d’epoca”. Anzitutto tecnologico. A partire dai tempi record impiegati per ottenere vaccini efficaci e disponibili su larga scala e, più in generale, facendo fare in poco tempo all’intera società salti in avanti di anni. Ma pure, per quanto possa apparire paradossale, balzi indietro ancor più sensazionali. Visto che al primo manifestarsi della pandemia sono riapparsi i fantasmi e le paure delle antiche pestilenze. 

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
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La crisi economica e il boom del debito globale

Gli italiani che lavoravano da remoto erano poco meno di 700 mila a gennaio 2020: a maggio 2021 sono diventati più di 8 milioni. In tre mesi, in occasione del primo lockdown, i pagamenti elettronici sono aumentati del 68 per cento, con un incremento percentuale di 11 punti: lo stesso registrato dal 2011 al 2019. Ma nel 2020 secondo l’Ocse, si è perso anche quel che si era guadagnato in più di un decennio, dalla crisi del 2008. Nel contempo, per effetto delle ingenti risorse pubbliche richieste per fronteggiare la pandemia, il debito globale rispetto al Pil è salito al 355 per cento nel 2021. L’anno peggiore, secondo gli economisti, dalla fine della II Guerra mondiale. Però il migliore di sempre per Big Pharma che con i vaccini ha realizzato il più grande business della sua storia. 

L’essere phygital è ormai una condizione abituale

Sono entrati nel vocabolario, ma anche nelle nostre esistenze quotidiane, termini come smart working e l’e-learning. Essere phygital (fisico+digitale) ossia ibridi, presenti e distanti, vicini ma lontani, indipendentemente dall’essere live o sullo screen, è diventato, come stiamo vedendo ora, una condizione abituale di vita e non solo di studio o lavoro. Anche se sono tutt’oggi forti le resistenze e talvolta la voglia di ritornare alla situazione pre pandemia. Il virus, con il suo carattere mutante e virale, è stato anche un segno dei tempi: perfetto per rappresentare l’assoluta emergenza e rilevanza dei social media, dove la viralità è appunto un fattore decisivo, e più in generale una situazione di travolgente mutamento. Con il lockdown molte attività tradizionali (bar e ristoranti in primo luogo) sono collassate, mentre i social ma soprattutto i servizi di messaggistica sono volati registrando incrementi sensazionali. Così come è decollato il mercato del food delivery (con le degenerazioni a cui stiamo assistendo, tra nuove forme di caporalato e sfruttamento).

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Hub vaccinale a Torino (Ansa).

Il Covid ci ha lasciato un mondo spaventato e diviso

Ma l’altra faccia, umana e sanitaria, del Covid-19 ci ha consegnato un mondo e una società più che mai divisi, spaventati e colpiti. Nel corpo e negli affetti. Con una ambivalenza tra il peggio e il meglio rappresentata da una lato dalla politica e dai leader no-vax, ovvero i negatori della mortalità del virus, con in prima fila gli autocrati, da Trump a Bolsonaro, da Orban a Erdogan; dall’altro dalla capacità di reazione attiva, concreta e perfino ottimistica del personale sanitario, delle associazioni di volontariato e dei gruppi di cittadinanza attiva. In mezzo a questi due schieramenti le immagini e le cronache della fase più alta della pandemia, il 2020-2021: ospedali presi d’assedio, file di camion militari carichi di bare dirette ai luoghi di cremazione, famiglie devastate dal dolore di non poter assistere i propri cari e dare loro l’ultimo saluto.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
(foto di Guido Hofmann via Unsplash).

Abbiamo imparato qualcosa da quella tragedia?

Quel che resta è il titolo del docu-film di Gianpaolo Bigoli e Mariachiara Illica Magrini, visibile su RaiPlay, che racconta i giorni terribili del primo lockdown a partire dall’impegno di un gruppo di cittadini di Parma che decide di raccogliere gli effetti personali abbandonati in ospedale dalle vittime del Covid per restituirli alle famiglie che non hanno nemmeno potuto celebrare i funerali. Seguendo il viaggio degli oggetti, il film racconta una comunità che cerca di rimanere unita. Di ritrovare il filo di un comune destino in una situazione di drammatica emergenza. Ma detto che il documentario è commovente, possiamo chiederci cosa resta oggi di quella tragedia? È stata una lezione che ci ha insegnato qualcosa, resi migliori e capaci di fronteggiare con minor danno una prossima pandemia, oppure no? Tragicamente – ma è un’ipotesi provvisoria – a mantenersi vivi sono stati il sentimento no-vax e le teorie di complotti orchestrati da Big Pharma e dalle élite globaliste. Al contrario si sono perse quasi le tracce sia dell’urgente bisogno di potenziare la sanità pubblica, soprattutto quella territoriale e della necessità di organismi sovranazionali efficaci capaci di fronteggiare eventuali nuove pandemie. Dopo gli Usa di Trump ora è l’Argentina di Millei a ritirarsi dall’OMS ed è prevedibile che altri capi di governo sovranisti vorranno seguire l’esempio. Col risultato altrettanto prevedibile di rischi epidemici crescenti. Come peraltro sta accadendo negli Usa, dove focolai di morbillo si registrano un po’ ovunque.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Javier Milei e Donald Trump (Ansa).

#uniticelafaremo è stato solo un miraggio

Agli inizi della pandemia sembrava che l’Italia migliore si fosse ritrovata. Che nell’emergenza avesse riscoperto i valori dismessi da anni della solidarietà, della comunanza, della fiducia e dell’ottimismo, nonostante la situazione fosse preoccupante. Era il momento degli striscioni alle finestre, dell’inno di Mameli cantato dai balconi, dei concerti condominiali, accompagnati e accomunati dagli speranzosi #iorestoacasa, #uniticelafaremo, #tuttoandràbene. Ma è durato sin che l’emergenza è stata alta, perché non appena si è cominciato a intravvedere uno spiraglio di normalità la contesa, la polemica e lo scontro quotidiani sono ripresi. Come prima e più di prima, con la politica e i politici a dare il cattivo esempio. A enfatizzare e cavalcare i punti di contrasto, le divisioni, le situazioni di crisi e di oggettiva difficoltà. Insomma siamo ritornati a essere un Paese malmesso e sconnesso. Report e sondaggi nazionali e internazionali di questi anni ci consegnano l’immagine e la realtà di un Paese che ha più poco da spartire con l’Italia della Dolce vita o dei «valzer e caffè» cantata da De Gregori. E molto invece con un Paese che si scopre sempre più solo, per effetto di crescente singolitudine e vedovanza che riguarda giovani e vecchi. E che ora a un malessere sociale alimentato dall’ossessione securitaria, aggiunge il timore di una guerra lontana ma in veloce avvicinamento. E come è già avvenuto con il Covid e altre più recenti tragedie ambientali (dalle alluvioni in Romagna alla devastante frana di Niscemi) sappiamo e abbiamo sperimentato che viviamo un tempo nel quale una volta lanciato l’allarme ci vuole niente perché l’incendio divampi o l’acqua esondi. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano

«Ho provato a contare le procedure indispensabili per costruire un asilo prefabbricato: sono 117. Quattro mesi per tirar su l’asilo e due anni per far girare tutte le carte». Così si lamentava Aldo Aniasi, sindaco di Milano a cavallo tra gli Anni 60 e 70. Non è escluso che, nel corso degli ultimi 40 anni, la situazione sia addirittura peggiorata. Di certo non è migliorata. A dispetto delle tante denunce sui mali italici della burocrazia e delle altrettante promesse di liberazione dalla medesima per mezzo della digitalizzazione. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Aldo Aniasi nel 1997 (Ansa).

Il miraggio della semplificazione della Pa e delle “3 I”

Correva l’anno 2001 e con il secondo governo Berlusconi spuntò Lucio Stanca, il primo ministro per l’Innovazione e le Tecnologie nella storia repubblicana. Le premesse e gli obiettivi dichiarati dell’incarico erano più che condivisibili e facevano riferimento alla “rivoluzione copernicana” che, grazie alle tecnologie digitali, avrebbe consentito la semplificazione e l’efficienza della PA. Uno degli obiettivi era eliminare la grande mole di certificazioni richiesta a cittadini e imprese. Per la cronaca, per dire qual era il contesto, erano gli anni in cui il Cavaliere e la ministra dell’Istruzione e dell’Università Letizia Moratti lanciavano la «scuola delle 3 I» ( internet, inglese, imprese). Una promessa di modernizzazione e di cambiamento accelerato del Paese fatta propria e rilanciata anche dai successivi titolari del ministero, tra cui Mariastella Gelmini che brillò non tanto per avere dato concretezza alle 3 I, ma per l’ormai famoso tunnel per neutrini tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Letizia Moratti, Silvio Berlusconi e Lucio Stanca nel 2010 (Imagoeconomica).

Il rogo delle leggi inutili di Calderoli

Ma lo spettacolo più pirotecnico lo aveva organizzato il 24 marzo 2010 il ministro per la Semplificazione Normativa Roberto Calderoli, già noto per il Porcellum, dando fuoco una torre di 32 scatoloni contenenti simbolicamente 375 mila leggi italiane ritenute inutili o obsolete. Lo show, consumatosi alla caserma dei Vigili del Fuoco di Capannelle, fu definito dal coordinatore nazionale del sindacato di base indipendente RdB dei vigili del fuoco «una pagliacciata» degna di un «circo», che impegnò una trentina di pompieri. Tanto fumo ma niente arrosto, oltretutto, visto che nella classifica Ocse sulla qualità dei servizi erogati dalla PA italiana, su 36 Paesi l’Italia – 26esima nel 2000 – nel 2018 era scivolata al 33esimo posto, terzultima, davanti a Turchia e Messico.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Il “rogo” di Roberto Calderoli (da Youtube).

Il costo economico della lentezza amministrativa

Ma stando al presente ed evidenziando le criticità più rilevanti per l’economia nazionale segnaliamo che la lentezza amministrativa costa secondo una stima della Cgia di Mestre del 2025, circa 184 miliardi di euro. Quella italiana è tra le peggiori burocrazie dell’Eurozona: siamo al primo posto per pressione burocratica sulle imprese, ma solo al 26esimo per fiducia nella Pa. In simile contesto non è affatto scontato che il PNRR riuscirà nell’impresa di sburocratizzare e velocizzare le procedure amministrative. Non fosse altro perché numerosi sono i casi in cui la promessa semplificazione si traduce in un ulteriore e forse non previsto aggravio di vincoli, obblighi e norme.  La burocrazia che si autocontrolla, cioè che accumula norme su norme, è un fenomeno tipicamente italiano. Ma che risulta particolarmente biasimevole, oltre che paradossale, quando si abbatte su due settori che dovrebbero essere regolati in modo semplice, con vincoli burocratici ridotti all’osso e controlli perlopiù qualitativi e nel merito piuttosto che quantitativi e regolamentari. Mi riferisco al Terzo Settore, che riguarda il volontariato, le associazioni assistenziali e culturali, e l’Università, dove insegnamento e promozione del sapere dovrebbero avere come faro la libertà e non il regolamento.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
(foto di Compagnons, via Unsplash).

Il Terzo settore sommerso dalle scartoffie

«Paradossi del Terzo settore: se la riforma anti-burocrazia genera ulteriore burocrazia». Così il Corriere della Sera titolava lo scorso 17 febbraio una riflessione di Paolo Venturi, direttore di AICCON (centro di ricerca sull’Economia Sociale nato dalla collaborazione tra Università di Bologna e numerose realtà pubbliche e private) che segnalava come le diverse realtà di volontariato «sono sottoposte sul piano operativo a un livello di burocratizzazione crescente che rischia di indebolirne identità, autonomia e capacità trasformativa». Colpa dei bandi per chiedere i finanziamenti che sono sempre più complicati, con moltiplicazione di procedure, adempimenti e dispositivi di controllo. Al punto che per tante realtà no profit le energie anziché essere spese sul campo vengono impegnate nel compilare moduli su moduli. È così che la correttezza formale delle richieste e rendicontazioni diventa predominante rispetto alla creazione di valore e benefici per i territori e le fasce sociali più fragili.

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All’Università le procedure rubano tempo ed energia alla ricerca

Nel caso dell’Università, testo e contesto sono molto differenti, però logiche e dinamiche in azione sono identiche. Controllo e aumento delle procedure a scapito dell’insegnamento e della produzione di sapere. Meno ricerca e impegno scientifico e più attenzione e tempo dedicati a rendicontare attraverso i nuovi strumenti burocratici: indicatori, score, metriche standardizzate e piattaforme digitali. L’elemento più sorprendente però non è tanto la burocratizzazione dell’attività universitaria, quanto il fatto che il problema è noto e stranoto da anni. Ma la sua denuncia non ha portato e non porta a niente. Se provate a googlare, sono almeno 15 anni che viene reiterata la litania di un’istituzione sempre più sopraffatta da una burocrazia pervasiva, spesso definita «neouniversità» o «ossessione burocratica», che stritola le attività didattiche e di ricerca. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
(foto di Jack Krzysik, via Unsplash).

La nuova burocrazia dei target e delle mission

Cosicché «è un brivido che vola via», come canta Vasco Rossi, leggere che il rilancio degli atenei italiani passa attraverso la sburocratizzazione. A dirlo è stata, nel gennaio del 2024, Giovanna Iannantuoni, al tempo rettrice dell’Università Bicocca di Milano e presidente della CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane). Che dire dunque? Qualche mese fa è uscito il libro di Luca Solari, Università senza futuro. Tra compromessi e riforme impossibili (Guerrini & Associati) che spiega come la proliferazione di regole e piattaforme per la valutazione si sia mangiata il tempo per insegnare e promuovere la cultura. Un fenomeno che è perfettamente allineato al contesto e al sistema Paese. Perciò molto italiano. Anche se sul piano generale fa più che mai testo quel che ha scritto Mark Fisher, sociologo di raro acume e capacità di leggere le trasformazioni sociali, in Realismo capitalista (Nero Editions): «Che le misure burocratiche si siano intensificate sotto un regime neoliberale che si presenta come anti-burocratico e anti-stalinista potrebbe dapprima sembrare un mistero. Eppure ad aver proliferato è una nuova burocrazia fatta di “obiettivi” e di “target”, di “mission” e di “risultati”, e questo nonostante tutta la retorica neoliberale (… ) che pure ne professava l’annientamento. Ma nel neoliberismo il risveglio della burocrazia è assai più che un riflesso atavico o un’anomalia».

La deriva pubblicitaria della politica e le verità usa e getta dei leader narcisisti

«Con quella bocca può dire ciò che vuole». È un claim pubblicitario d’annata. Di un dentifricio che non c’è più, come la sua testimonial (Virna Lisi). Però è perfetto per sintetizzare lo stato deplorevole in cui versa la politica attuale. Nel mondo e in Italia allo stesso modo. Tale che si stenta a distinguere se per esempio al tavolo del Board of Peace si siedano uomini di governo o piazzisti.

Donald Trump è un caposcuola inarrivabile. In Europa non c’è nessun leader o capo di governo, per quanto sgangherato, che gli stia alla pari. Per nostra fortuna. Anche se la situazione è in rapido peggioramento. Come segnala la campagna referendaria in corso. Argomentare, dialogare, confrontarsi sono l’abc della democrazia. Ma ormai da anni la polarizzazione ha reso impossibili le pratiche colloquiali. Mentre il rarefarsi della partecipazione alla vita di partito ha consegnato le forze politiche nelle mani di pochi. Uomini solo al comando, leader narcisisti che possono dire, disdire, contraddirsi. Perfino smentirsi. Con la libertà che fino a ieri era concessa solo alla pubblicità.

Anche i nomi dei partiti sembrano claim pubblicitari

Per capire la politica attuale e i politici che la interpretano bisogna entrare nel mondo dell’Omino Bianco. Riferirsi non ai classici della scienza politica o alle storie esemplari dei grandi statisti, bensì alle campagne, agli spot e ai claim più riusciti. Pensiamo per esempio ai nomi delle formazioni politiche attuali, che hanno come progenitore e iniziatore di un genere Forza Italia, il primo partito azienda che però ha abolito la parola “partito”. È rimasto solo il Pd a richiamarlo. La Lega ha, “sovranamente” cancellato il Nord dal nome. Di contro alla comparsa di acronimi (Avs, cioè Alleanza Verdi e Sinistra, assonante con Aws, sigla dei servizi web di Amazon) che potrebbero anche qualificare compagnie alberghiere o di viaggio (cinque stelle). Più Europa è detersivo e Azione potrebbe essere il nome di una multiutility. Ma ci vuole niente a confondere Noi moderati con «Gli esperti siete voi» (Expert), Italia viva con Viva la mamma (Beretta).

Ora ci si può chiedere: è la pubblicità che si è mangiata la politica o viceversa? Entrambe le cose: il processo è osmotico, simbiotico. Certo è che la pubblicità è oggi quanto di più invasivo e intrusivo possa entrare nelle nostre vite. Nel 2007 si stimava un’esposizione personale attorno ai 5 mila messaggi pubblicitari al giorno. Nel 2025 il numero è salito fra i 6 e i 10 mila. Ma lo studio recente “Beyond Visual Attention” (Omnicom Media Group, Ainem, Ipsos, Nielsen) stima che siamo esposti a una potenziale “tempesta” di oltre 33 mila stimoli pubblicitari al giorno. Questa cifra comprende ogni stimolo, anche quelli non consciamente elaborati dal cervello.

Un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità

Insomma, viviamo in un ambiente sonoro e visivo del quale la pubblicità è l’elemento più caratterizzante. Una sorta di seconda natura che quotidianamente ci spinge a consumare, nel contempo che ci sintonizza con una realtà fantastica dove «tutto è possibile» (Volkswagen) e «impossible is nothing» (Adidas) e se basta pensare una cosa per averla («Immagina. Puoi», Fastweb), si può fare tutto senza fare niente («Pulito sì, fatica no», Svelto). Ma questa trasfigurazione di realtà, nella quale parlano e cantano anche le pentole e gli stracci per la polvere, normalizza anche un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità. Il superlativo è ormai incorporato al brand (Intimissimi, Illyssimo) e poco sfugge all’imperativo lessicale del mega, ultra, unlimited.

Tutto iniziò con Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano»

Per sintetizzare sono 40 e più anni, da quando la televisione commerciale è diventata il medium dominante, che la socializzazione passa attraverso i consigli per gli acquisti, che nel frattempo hanno trovato nel web un potente terreno di proliferazione. Tutto cominciò con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano». Che, come le pensioni minime a 1.000 euro, è ancora in attesa. Ma è proseguito con gli annunci social di Beppe Grillo & company, in bilico fra supermarket («apriremo il parlamento come una scatola di tonno») e il mondo del Mulino Bianco dove si può con un annuncio abolire la povertà per decreto.

Le promesse cancellazioni di accise sui carburanti e pedaggi autostradali appartengono invece alle politiche di marketing e comunicazione degli attuali premier e vicepremier, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Che però non sono molto raffinate, perché in linea con i dettami classici della propaganda, che impongono di reiterare, come fosse un rosario, un concetto o un’idea. Battere e ribattere il chiodo come fosse sempre la prima volta. Anche se lo spot è sempre lo stesso, come usano fare i prodotti e le marche di largo consumo. È la ripetizione che favorisce il ricordo.

Canali social usati come megafoni che non prevedono contraddittorio

La deriva pubblicitaria della politica si avvale dell’abolizione delle tribune elettorali, dei dibattiti e delle conferenze stampa aperte e si manifesta al massimo grado sui canali social, usati come megafoni e strumenti che non prevedono dialogo o contraddittorio. È la politica del me la canto, me la dico e me la suono, senza che debba rispettare criteri di verità. Allo stesso modo dell’autoproclamata «cucina più amata dagli italiani» (Scavolini). Importante e unica cosa che conta è che la battuta o il monologo funzioni. E per far sì che avvenga il messaggio deve essere semplificato. Chiaro e comprensibile anche a persone di cultura modesta.

Google effect è il termine che riassume il processo e le dinamiche che fanno sì che le cose apprese online si dimentichino più in fretta. Una digital amnesia, questa, che va di pari passo con l’illusione di realtà (illusory truth effect), che ci induce a credere a qualsiasi cosa dopo averla sentita/vista ripetere più volte. A maggiore ragione se sono eclatanti o bizzarre (bizarreness e humor effect), perciò capaci di catturare più facilmente l’attenzione.

Simbiosi narcisistica che lega un leader ai suoi seguaci

In ossequio al dilagante sensazionalismo che in Rete si nutre anche di mostri (quelli di Bibbiano restano memorabili) e che fa leva sul ricordo emotivo: quello che scatena subito il pandemonio, ma che in breve tempo è già dimenticato. Ciò spiega perché promesse mancate, frasi infelici o comportamenti cretini non si traducano in perdita di consensi, fiducia e stima da parte dei sostenitori. A riprova dell’esistenza d’una «simbiosi narcisistica» che lega un leader ai suoi seguaci.

Cittadini e militanti informati si trasformano in utenti e consumatori

La conseguenza pratica dell’uniformarsi e diffondersi della politica Swiffer e dei leader Findus è la trasformazione di cittadini e militanti informati in utenti e consumatori. In elettori follower. Da cui discende anche il processo, che è in corso accelerato, di restringimento della sfera dei diritti personali, civili e sociali. Che tanto meno vengono riconosciuti come tali e tanto più vengono identificati come bisogni che, sia pure fondamentali, possono essere soddisfatti solo se si hanno le risorse economiche necessarie. È così che la passione e la motivazione a partecipare attivamente alla politica hanno ceduto il passo all’opportunismo e alla convenienza. Al comportamento che teniamo quando spingiamo il carrello della spesa. Inconsapevoli e dimentichi che, come ha scritto Platone e come stiamo peraltro verificando da parecchi anni, «la punizione per chi rifiuta la politica è essere governati da persone peggiori di lui».

Soft clubbing, il divertimento sobrio dei giovani in cerca di una nuova socialità

Baby gang, maranza, bullismo e accoltellamenti. Sono le quattro emergenze giovanili attuali. Che si intrecciano, sfumando da una categoria all’altra. Molto enfatizzate dai media, soprattutto talk e telegiornali. La criminalizzazione di una gioventù violenta e problematica, concentrata nelle fasce di popolazione economicamente e socialmente disagiate, si accompagna alla descrizione di una gioventù invece rappresentata come ansiosa, insicura, che fa fatica a uscire di casa. Che non fa paura, ma che ha paura.

L’allarme sociale e mediatico è sempre ciclico

È evidente la contraddittorietà di queste due rappresentazioni, ma anche – altra singolarità – che l’allarme sociale e mediatico, nei confronti di giovani e giovanissimi, è ciclico. Compare e scompare, come la tipologia di atti devianti: per esempio gli scippi sono scomparsi e attualmente il problema della droga sembra essere stato normalizzato. Eppure i consumi di stupefacenti sono aumentati negli ultimi 10 anni del 26 per cento (fonte Onu a livello globale), mentre in Italia (Relazione del parlamento 2025) sono 5 milioni le persone che hanno dipendenze da alcol e sostanze, e fra essi è sensibile l’incremento dell’incidenza fra i giovani e le donne.

Generazione “stage retribuito a 600 euro”

Ma tornando alla rappresentazione di una gioventù che per un verso è dipinta come violenta e disperata e per l’altro invece rassegnata e perdente, viene il sospetto che nessuno la racconti giusta. Visto che i famosi “bamboccioni”, o quelli della “generazione sdraiata”, stufi di essere incolpati del disastro sociale creato però dai loro padri, zii e nonni, se ne stanno andando via dal nostro Paese. Perché nonostante le reiterate promesse dei governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni, la situazione occupazionale è perfino peggiorata. La Generazione 1000 euro (dal film di Massimo Venier del 2009) e del Mi spezzo ma non m’impiego – titolo del romanzo di Andrea Bajani del 2006 – è diventata quella dello stage retribuito a 600 euro.

Soft clubbing, il divertimento sobrio dei giovani in cerca di una nuova socialità
Una dipendente al lavoro al pc (Imagoeconomica).

Che l’Italia sia un Paese di vecchi, anche di testa – oltre che di classe dirigente – è un dato difficilmente confutabile. E riscontrabile, appunto, nel racconto drammatizzato della condizione giovanile, che possiamo simboleggiare nell’immagine di un giovane con felpa nera e incappucciato, magari con occhiali da sole anche di notte, che messo così fa già danno a vederlo.

Feste diurne e socialità tranquilla

Come sempre la realtà è assai più ricca di come si tende a immaginarla. Anche quando, come avviene oggi, è arduo sottrarsi alla polarizzazione imperante e al senso di insicurezza diffusa che induce a vedere nero. Nel caso della “questione giovanile” è difficile uscire dai luoghi comuni. Cercando viceversa di leggere e interpretare le trasformazioni in corso e scorgere segnali e tendenze di fenomeni in formazione. Come nel caso di una moda, diversamente socializzante, che cominciò a manifestarsi poco prima del Covid-19 e che ora si sta diffondendo un po’ in tutt’Europa. E cioè il soft clubbing, modalità alternativa di vivere il tempo libero e la dimensione del divertimento: feste diurne e sobrie al posto di notti da sballo; socialità tranquilla e distesa che mette la sordina all’eccesso di musica, alcol e tutto ciò che procura stordimento.

Soft clubbing, il divertimento sobrio dei giovani in cerca di una nuova socialità
Giovani in discoteca (foto Unsplash).

All’opposto del divertimento estremo dei rave party

All’inizio era una variante moderata della frequentazione di locali notturni e festival, ora invece il soft clubbing si colloca all’opposto del divertimento estremo, rappresentato dai rave party. Ma in modalità furba, cioè ridefinendone i contenuti e appropriandosi della parola. “Il soft clubbing è il nuovo rave?”, titola una documentata inchiesta di European Correspondent sul rapido diffondersi di questa tendenza in molte città europee. Da Colonia a Vienna e Barcellona sta prendendo forma un divertimento più tranquillo e diurno dove c’è musica, si balla e l’alcol è facoltativo o spesso assente.

Tutto è iniziato in Olanda, a Utrecht e Amsterdam, con i Wake up club che si tengono dalle 6 alle 9 del mattino. Ma ad Atene, Lisbona e Bruxelles si organizzano “rave mattutini” e “rave del caffè”. A Parigi sono stati lanciati i “bakery rave”: DJ set in panetterie, con distribuzione di croissant. Ma sono segnalati anche rave in sauna e rave a scacchi.

Il diffondersi del soft clubbing ha sicuramente ragioni economiche: il divertimento notturno che inizia con una cena, prosegue in locali e discoteca e deve mettere in conto gli spostamenti, è piuttosto caro e in continuo aumento. Ma è importante anche il quadro valoriale che per la Generazione Z (i nati fra il 1995 e il 2010) vede in ritirata la vita esagerata e spericolata cantata da Vasco Rossi. Una vita sobria e ordinata, in un mondo sempre più caotico e complicato, comincia a essere altamente consigliata. Soprattutto a chi ha un lavoro, impegni extra e orari rigidi. Giocano però altri due fattori di cambiamento.

La Gen Z preferisce la palestra al pub

In primo luogo il consumo d’alcol, calante fra le giovani generazioni che in larga parte risultano anche attente alle diete, alla naturalità degli ingredienti, all’attività fisica. In Inghilterra, segnala il Guardian, la Gen Z preferisce la palestra al pub, il pilates alla birra e all’after hour.

Soft clubbing, il divertimento sobrio dei giovani in cerca di una nuova socialità
I giovani pensano più alla salute e al benessere che all’alcol e allo sballo (foto Unsplash).

In secondo luogo va considerato il benessere mentale, che dopo la pandemia è diventato la preoccupazione principale di gran parte della gioventù. È in questo contesto che sta venendo meno la tradizionale divaricazione fra tempo di lavoro e tempo libero. Ora al divertimento non si chiede più o sempre meno di essere un’esperienza di assoluto contrasto rispetto alla quotidianità. Impegnandosi a tenere la propria vita in equilibrio e in ordine.

Gli stessi valori della silent generation

Naturalmente è difficile dire se il soft clubbing sia una moda effimera o invece l’annunciatore di un diverso modello di socialità o fors’anche di società. È certo tuttavia che turbolenza, inquietudini e incertezze di status stanno da sempre nel dna della gioventù. «Non permetterò a nessuno di dire che 20 anni sono i migliori anni della vita», scriveva Paul Nizan nel suo romanzo d’esordio Aden Arabia, quasi cento anni fa. Era il 1931, un periodo remoto ma molto vicino come spirito dei tempi. Perché, per restare nello specifico, numerose sono le analogie che legano la silent generation (quella nata fra il 1928 e il 1945) alla Generazione Z. Come evidenziato da diverse ricerche, i valori coincidenti sono l’importanza dei legami familiari, l’avversità al rischio, la parsimonia e il pragmatismo, forse perché entrambe le generazioni sono cresciute in un’epoca di pesante declino economico e politico.

Costretti a ripensare la società del benessere

Sembra benaugurante questa coincidenza valoriale fra bisnonni e nipoti. Tra chi ha messo le basi della società del benessere e chi ora è costretto a ripensarla. A doverla ricostruire. Partendo proprio dal divertimento che, a dispetto del suo carattere leggero, ludico e “poco serio”, è oggi l’asse portante di una società nella quale, tragicamente, per un gran numero di giovani è molto più facile divertirsi e intrattenersi che trovare un lavoro e impegnarsi in politica e nel sociale.

Tagli, privatizzazione, business: la lunga agonia della sanità pubblica

Stanno uccidendo il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). O forse è già stato ucciso. Delitto quasi perfetto. Ma nessuno è innocente. È la sintesi estrema del pamphlet di Piersergio Serventi, Sanità vendesi. Perché è successo (Silva editrice). L’autore ha titoli e pratica (una vita nella sanità ministeriale, poi della Regione Emilia-Romagna e come direttore generale dell’Asl di Piacenza) per scrivere la storia di un sistema che ha rappresentato al meglio a livello internazionale l’idea universalistica di salute pubblica. Ma che ora se la sta passando molto male. In balia delle contrapposte retoriche sinistra-destra che si palleggiano la responsabilità di avere definanziato il SSN, aumentate le code per accedere ai servizi e favorito la privatizzazione.

L’inizio del processo di aziendalizzazione del SSN

Per stare all’essenziale, i punti fondamentali sono tre. Il SSN è stato istituito nel 1978, principio guida universalità e gratuità dell’assistenza sanitaria e superamento delle mutue private. È stato “corretto” ponendo limiti alla spesa nel 1992, quando con il governo Amato l’Italia rischiò il default. Fu riformato nel 1999, ministro della Sanità Rosy Bindi, e le USL (Unità sanitarie locali) divennero ASL (aziende sanitarie locali). Da quel momento, c’era il governo Prodi, è partito il processo di aziendalizzazione che ha aperto le porte alla privatizzazione della sanità. I 27 anni trascorsi da allora hanno via via consolidato questa tendenza e sancito il passaggio della salute da diritto a bene. Non più garantito dalla Costituzione, ma in quanto bisogno, sia pure importante, dipendente dalle personali possibilità economiche. Se sei ricco ti curi, se sei povero prega e spera di stare bene. Al presente, la realtà ci dice che nel 2024, 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi; che i tempi medi di attesa per visite specialistiche sono di sei mesi con punte di 12 per esami diagnostici; che solo 13 Regioni rispettano i livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè le prestazioni che ogni cittadino italiano ha diritto di ricevere dallo Stato.

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Medici e infermieri all’interno di un ospedale (Imagoeconomica).

Con l’invecchiamento cresce il bisogno di servizi assistenziali

Il secondo punto rilevante è che tutti mentono sapendo di mentire. I dati parlano e le situazioni critiche al pari dei correttivi indispensabili sono più che evidenti. Noti da tempo. Però di fatto si procede col pilota automatico. Si sa, ma si finge di non sapere, si glissa, si sposta il discorso, anziché affrontare argomenti seri la si butta in polemica politica. Cambiano i governi ma la musica è la stessa. Un disco rotto. «Italiani in fuga dal Servizio sanitario… ticket stellari e attese troppo lunghe spingono verso le strutture private»: sembra oggi ma è il Corriere della Sera del 23 luglio 2014. Un anno fa il Cnel ha prodotto un documento redatto da 42 esperti in varie discipline medico-sanitarie nel quale, auspicando una profonda riforma del SSN e un coinvolgimento delle realtà locali, ha evidenziato tutte le criticità, soprattutto il progressivo invecchiamento della popolazione e dunque il bisogno crescente di servizi assistenziali più costosi in un contesto di risorse economiche calanti.

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Anziani (Getty Images).

Il cronico deficit di risorse, investimenti e personale

Ovviamente, è il terzo punto, conciliare queste due tendenze non è possibile. Fare finta però che lo sia è pura ipocrisia o disonestà intellettuale. Più o meno come negare che tra spesa sanitaria e spesa per armamenti non ci sia, come invece c’è, una relazione inversamente proporzionale. Quando cresce una, tende a diminuire l’altra e viceversa. Il dato è provato e confermato a livello mondiale, eppure l’attuale governo lo nega risolutamente. Arduo pensare che il SSN recupererà nei prossimi anni l’attuale deficit di risorse, personale e investimenti strutturali in ospedali, residenze protette, case della salute. Ma è anche difficile da immaginare una mitigazione della burocrazia assurda che è stata creata introducendo modifiche non pensate all’interno di un disegno complessivo di riforma. 

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Operatore sanitario (Unplash).

La sanità è un business che suscita appetiti finanziari e speculativi

Accade così, segnala Serventi, che in Romagna si siano accorpate tre Province e 74 Comuni con 1.125.000 assistiti e 16 mila dipendenti, con un bilancio di 2,5 miliardi. Mentre nella stessa Regione, a Imola, i Comuni sono sette, gli assistiti 133 mila, 1.900 i dipendenti e 316 milioni il valore della produzione. Ma simili situazioni si ripropongono in tanti altri territori nazionali. Certo è che il definanziamento del sistema sanitario va avanti da 30 anni e che il suo carattere universalistico e gratuito può essere mantenuto solo dalla fiscalità generale. Ovvero se tutti pagano le tasse. Cosa questa che raramente figura nei discorsi dei politici che affollano i talk show. Tuttavia questo sistema malato è stato in grado di mobilitare 137 miliardi di spesa pubblica nel 2024 e 48 di privata, mentre le famiglie hanno speso 16 miliardi per assistere anziani non autosufficienti, ai quali si aggiungono 9 miliardi di assegni di accompagnamento erogati dall’Inps. Un business che ovviamente suscita robusti appetiti finanziari e speculativi. Anzitutto perché è costante e in aumento la domanda di un bene primario e indispensabile come la salute, mentre la presenza pubblica cala. In secondo luogo perché la legge consente alle cliniche private di organizzarsi e concentrarsi sulle prestazioni a basso rischio, senza obblighi di avere reparti di urgenza ed emergenza che hanno costi molto alti. In terzo luogo perché la defiscalizzazione delle spese sanitarie e assicurative, per imprese e lavoratori, è un ulteriore fattore accelerante l’ingresso di nuovi investitori (fondi e gruppi assicurativi) sul mercato della salute.

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Personale sanitario (Imagoeconomica).

La soluzione? Nazionalizzare le strutture convenzionate

Siamo alle solite: all’atavico vizio di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Ma come ribadisce Serventi le colpe sono tutte della mano pubblica, dei governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, dei leader politici che si scaldano nei talk show, ma giusto quei 10 minuti che non spostano né risolvono alcun problema. Eppure una cosa giusta, anche solo una, i nostri governanti, potrebbero farla. Ad esempio raccogliere l’invito del microbiologo Andrea Crisanti, che è anche eurodeputato del Pd, a nazionalizzare le strutture private convenzionate. Non è più tollerabile, scrive, che «il 25 per cento del budget sanitario vada a strutture che scelgono di erogare solo le prestazioni più remunerative e che si vedono ogni anno riconfermare il budget di quello precedente». Senza gare d’affidamento, con adeguamenti automatici e quindi senza rischi d’impresa. Anche qui siamo dalle parti dei balneari. Ma la cosa più fantastica è che il futuro prossimo della sanità italiana sembra, incredibilmente, riportarci alla situazione precedente la costituzione del SSN. Quando c’erano le mutue private e come segnalava un’affermazione sarcastica degli Anni 60, quelli del film commedia Il medico della mutua con Alberto Sordi, «dalla mutua la salute non avrai, anche se la mutua pagherai». Siamo tutti avvertiti.

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L’overkitchen e il lato oscuro dell’attrazione per il cibo

Overkitchen. È un anglicismo sgangherato, ma perfetto per definire “l’oltre cucina” nel quale siamo sempre più immersi. Per mano di un esercito di gastronomi, dietologi, spadellatori di lungo corso, chef stellati e rezdore tiktoker. Oggi la dimensione materiale ed educativa degli atti e delle pratiche alimentari è stata oscurata. Il cibo è infatti assediato da un lato dalla “società del troppo” e dall’altro dalla “società della super individualizzazione” che chiede che tutto sia speciale, unico, eccezionale. Super buono, super gourmet, super ricercato. La solenne semplicità di un uovo fritto alla perfezione (che per La grande cucina del mitico Luigi Carnacina era una delle cose più difficili) è irrimediabilmente persa. Menù e nomi dei piatti ricordano i titoli dei film di Lina Wertmüller, con tocchi di esotismo che risultano spesso così ridicoli da venire presi sul serio. Da questo punto di vista, il trio cuciniere di Masterchef composto da Giorgio Locatelli, Bruno Barbieri e Antonino Cannavacciuolo è la perfetta espressione di quest’ambivalenza.

Gli psicologi lo chiamano food noise, il rumore del cibo

Non ci si rende più conto che il cibo praticato con gusto e giudizio è oggi eccezione piuttosto che la norma. Il volume di chiacchiere gastronomiche ha raggiunto punte di saturazione tali – food noise, il rumore del cibo, secondo gli psicologi americani – da far sviluppare maniacali forme di rifiuto e resistenza maniacali. Bulimia e anoressia (sono 3 milioni gli italiani che ne soffrono), attenzione esasperata alla naturalità degli alimenti consumati, pensiero fisso su cosa si è mangiato e si mangerà sono il lato oscuro dell’attrazione fatale per il cibo. Che da sempre è consolatorio e ideale per placare insicurezze e disagio. Nel contempo che è un perfetto sostitutivo di altri piaceri materiali.

Foodporn e Youporn, un “guardonismo” comune

È per esempio innegabile la relazione tra cibo e sesso e che la gola, soprattutto in società vecchie come l’Italia e l’intero Occidente, sublimi quei piaceri carnali sempre più preclusi a sessualità declinanti per ragioni anagrafiche. Ma c’è anche un tema di prepotente ritorno della pornografia. Foodporn e Youporn sono più prossimi di quanto si pensi, tenuti assieme da un “guardonismo” che ha negli Instagram creator i promotori dello spadellamento di massa e in Onlyfans il luogo eletto degli erotomani casalinghi. Qui segnaleremo che Milano risulta la prima città in Europa e la terza al mondo, dopo Atlanta e Orlando, per spesa pro-capite sulla piattaforma che ha rivoluzionato il mercato dell’hard online.

L’overkitchen e il lato oscuro dell’attrazione per il cibo
Ormai siamo sempre più immersi dentro “l’oltre cucina” (foto Unsplash).

Street food e non solo: si mangia e beve a tutte le ore

«La cucina di una società è il linguaggio nel quale essa traduce inconsciamente la sua struttura», ha scritto Claude Lévi-Strauss. Una relazione che attualmente si rivela in tre fenomeni principali. Punto primo: la Gastromania (che è il titolo di un bel saggio di qualche anno fa del semiologo Gianfranco Marrone), è anche gastro-anomia, ossia venire meno delle norme che hanno a lungo governato il sistema alimentare. La scansione tradizionale (colazione, pranzo e cena) è saltata da tempo. Ora si mangia e beve a tutte le ore: sono soprattutto i turisti a farlo per strada e in movimento. Lo chiamano street food, ma in realtà è la civiltà della tavola che prende congedo.

Viene modificata anche la natura dei luoghi conviviali

Pure qui si scorge una relazione fra overtourism e overkitchen. Ibridi come le apericene, i brunch e gli “spuntini” moltiplicano i momenti di assunzione del cibo e modificano la natura dei luoghi conviviali (caffè, bar e ristoranti), anch’essi mutanti a seconda delle ore e del tempo. Locali post-it o transformer sono perfetti per città che non dormono più e devono essere in grado di proporre ogni tipo di food&drink in qualsiasi momento della giornata. È il movimento e il momento di “gola continua”.

Il food&beverage ha conquistato il primato nella comunicazione digitale

La seconda questione patologica dell’overkitchen è che il mangiare con gli occhi incrementa sensibilmente il mangiare materiale. È una fame da società opulenta, sfiziosa, compulsiva e alimentata dal flusso potente della pubblicità (nel 2025 il food&beverage ha conquistato il primato nella comunicazione digitale, più di automotive e moda), che finisce inevitabilmente per far lievitare i consumi. Facendo emergere l’obesità come uno dei principali problemi sanitari dell’Occidente sviluppato.

L’overkitchen e il lato oscuro dell’attrazione per il cibo
Ibridi come le apericene, i brunch e gli “spuntini” moltiplicano i momenti di assunzione del cibo (foto Unsplash).

Cresce il fenomeno dell’obesità, persino negli animali

Gli Usa sono il Paese più obeso al mondo (più di un adulto su tre, il 35 per cento nel 2024), con un’aspettativa media di vita più bassa fra gli Stati dell’area Osce. Ma colpisce, fra tante assurdità dietetiche e “scoperte” di cibi miracolosi e salva-vita, che il crescente sovrappeso della popolazione europea e italiana (rispettivamente il 59 per cento e il 46 per cento nel 2022) si accompagni a quella degli animali di casa. In Inghilterra, l’unico Paese che ha elaborato dati specifici, il 43 per cento dei gatti e il 50 per cento dei cani risultano obesi.

I danni del cibo ultraprocessato, soprattutto nelle fasce più povere

La situazione è preoccupante dal punto di vista sanitario, comprendendo anche i danni del cibo ultraprocessato che appartiene alla dieta di molti italiani, soprattutto le fasce più povere, economicamente ma forse più culturalmente. Come però accade spesso in Italia, per riprendere Ennio Flaiano, la situazione è drammatica, ma non è seria. E il troppo parlare di cibo inevitabilmente si trasforma in straparlare. In discorsi farlocchi, un po’ veri e un po’ falsi, in news pubblicitarie che fanno presa su un pubblico che pensa male come mangia.

Ci mancava solo il riconoscimento dell’Unesco

Si pensi per esempio al recente riconoscimento dell’Unesco alla cucina italiana come patrimonio dell’umanità. Si sono sprecati infatti proclami trionfali: siamo i migliori al mondo, hanno postato sui social la premier Giorgia Meloni e il ministro della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, con Coldiretti, ristoratori, Porta a porta e giornali specializzati a fare eco e coro. Il problema però è che pochi (fra questi Pagella politica, giornale specializzato in fact-checking) hanno evidenziato che l’Unesco non ha affatto detto che la cucina italiana è la migliore al mondo, bensì che il nostro cibo è un «patrimonio immateriale dell’umanità» e come tale da valorizzare e salvaguardare. Ciò che è unico e distintivo è il nostro sistema culturale (varietà e tipicità, tradizioni, cucine casalinghe, biodiversità e naturalità dell’alimentazione). Chef stellati, sistema agrindustriale ed eccellenza del made in Italy qui c’entrano poco.

L’overkitchen e il lato oscuro dell’attrazione per il cibo
Sui social è un’invasione di content creator sul cibo (foto Unsplash).

Parlare di cucina per esorcizzare la cattiva realtà che ci circonda

Dopo di che si deve ricordare che se la cucina italiana è la prima a essere riconosciuta «come sistema culturale», in passato numerosi sono stati i riconoscimenti culinari Unesco: nel 2010 il Pasto alla francese, la cucina messicana e la dieta mediterranea. Evidentemente tutto fa brodo (primati veri e presunti, ristoranti dell’anno e osterie di giornata). Soprattutto in tempi di magra come quelli attuali, dove parlare di cucina e di cibo è il modo migliore, divertente e poco impegnativo, per esorcizzare la cattiva realtà che ci circonda. Mangia che ti passa la paura. Qui e ora però il cibo conviviale c’entra poco.